“La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito” è il tema del Meeting di quest’anno analizzato nella prolusione di Javier Prades López, rettore dell’Università di San Damaso di Madri
È la sproporzione tra realtà e desiderio che spinge l’uomo ad una ricerca senza confini. È proprio questo più o meno consapevole rapporto con l’infinito a mettere in moto gli uomini di ogni tempo, anche di questa epoca dominata dall’orizzontalità.
Il tema del Meeting di quest’anno, La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito, è ispirato ad una frase di don Luigi Giussani e la prolusione centrale del medesimo tema è stata affidata a don Javier Prades López, uno dei più illustri figli spirituali di Giussani.
Ieri pomeriggio, di fronte ad una gremita sala B7 del Riminifiera (12mila spettatori, senza contare quanti hanno seguito la conferenza dai megaschermi esterni), il teologo spagnolo, rettore dell’Università di San Damaso di Madrid, è andato senza indugio alle radici dell’universale e biblica domanda: chi è l’uomo e perché te ne curi? (Sal 8).
Inevitabili i paralleli tra la tradizione e la modernità attorno al fatidico interrogativo ma Prades López è riuscito nel non facile tentativo di eludere tale dualismo, citando don Giussani, senza trascurare altri nomi meno prevedibili ma altrettanto significativi.
“L’eterna dissociazione tra realtà e desiderio – ha spiegato il rettore di San Damaso – da sempre tribola e fa penare l’uomo. Ognuno di noi deve accettare che la vita che l’aspetta è troppo limitata perché ci possano albergare tutti quei desideri che ci portiamo dentro”.
Il dramma dell’uomo che desidera troppo – tanto più quando riesce a realizzare tutti i propri desideri o gran parte di essi – è la perdita del senso dei suoi pensieri e delle sue azioni: egli diventa un uomo incapace di vera esperienza, quindi non ha sostanzialmente nulla da dire.
Lo struggimento nei confronti dell’infinito è più o meno manifesto in chiunque ma nessuno lo ha mai percepito in modo più nitido di chi ha fatto l’esperienza personale di Gesù Cristo, il Dio fattosi uomo, l’infinito fisicamente calatosi nella finitezza della vita e della morte.
Una metafora della tensione verso l’infinito è quella dell’orizzonte che, come argomentava lo scultore Eduardo Chillida, “è irraggiungibile” e, se noi avanziamo, si sposta: per questa sua natura “l’orizzonte è la patria comune di tutti gli uomini”.
Lo scrittore Ernesto Sabato si sofferma sul similare concetto di “assoluto”, traendone conseguenze non troppo diverse: il bisogno di assoluto è infatti “una nostalgia di qualcosa cui mai sono arrivato”, diceva Sabato, e con questa nostalgia “confrontiamo tutta la vita”.
Don Giussani, da parte sua, formulò la categoria della “esperienza elementare”, ovvero quel “complesso di esigenze ed evidenze originali con cui l’uomo è proiettato dentro il confronto con tutto ciò che esiste”.
Siamo davanti ad uno struggimento e ad un’inquietudine a cui solo Gesù Cristo può dare risposta, essendo la sua Resurrezione, “il primo e fondamentale avvenimento in cui il punto di fuga è diventato esperienza dell’uomo”.
Poiché nella realtà “il punto di fuga è l’indice di un oltre, questo oltre è diventato carne ed ossa, perciò Cristo risorto è proprio la prima esperienza di Dio fatto carne e ossa”.
Se una barca, avvicinandosi all’orizzonte, diviene sempre più piccola (come recita il popolare canto spagnolo La Sevillana del adios), don Giussani spiegava come la novità del cristianesimo consiste nell’esatto contrario, ovvero l’orizzonte che, sorprendentemente, si avvicina all’uomo.
È talmente prorompente il cristianesimo, l’infinito che si affaccia nella storia di ognuno di noi, che è impossibile ridurlo a pura esperienza soggettiva, confinata all’ambito personale, come pretenderebbero le scienze naturali e sociali odierne.
Il cristianesimo deve dunque scontrarsi con le contestazioni della mentalità contemporanea su tre assunti fondamentali ed irrinunciabili: l’unicità dell’uomo in corpo e anima; la sua intrinseca costituzione sessuale come uomo e donna; la pienezza dell’uomo nella socialità naturale.
Sul primo dei tre assunti citati, tuttavia, vi è la sorprendente risposta fornita dalle neuroscienze che mettono in crisi “una spiegazione dell’uomo puramente immanente, di tipo materiale, incapace di dar conto dell’enigma dell’uomo”.
Possiamo conoscere quindi Cristo, massima espressione umana dell’Infinito manifestatosi sulla terra, e possiamo conoscerlo al meglio nella mendicanza. “Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo medicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo”, ha affermato Prades verso la conclusione del suo intervento.
di Luca Marcolivio
RIMINI, mercoledì, 22 agosto 2012 (ZENIT.org) –
QUARTA GIORNATA
Dio e Darwin Evoluzione biologica e natura dell’essere umano: il tema della quarta giornata |
“La scelta non è tra Darwin e Dio. L’incompatibilità tra creazione ed evoluzione è solo apparente”. Sono, queste, parole di William Carroll, docente di teologia e scienza al Blackfriars college di Oxford, intervenuto ieri, 22 agosto, nella quarta giornata del Meeting di Rimini, all’incontro su “Evoluzione biologica e natura dell’essere umano”.
Due causalità senza conflitto. Se, da una parte, prevale il “naturalismo totalizzante che ritiene la scienza sufficiente a spiegare tutto ciò che deve essere spiegato” e giunge “alla conclusione che non c’è bisogno di fare ricorso all’idea di un creatore”, dall’altra, ha affermato lo studioso, “è impossibile comprendere a pieno cosa sia l’essere umano senza ricorrere a biologia, filosofia e teologia combinate”, seppur senza confusioni di ruoli e invasioni di campo. Già in San Tommaso d’Aquino, ha proseguito Carroll, c’è la ricomposizione dell’apparente contraddizione tra fede e scienza, perché per l’aquinate “il funzionamento della causalità divina è radicalmente diverso dalla causalità esercitata dalle creature, sicché tra le due non c’è conflitto. Nessuna scoperta biologica – ha ribadito lo studioso – può negare che gli esseri umani siano stati creati”. Una proprietà che ha solo l’uomo. Dire che “Dio è un progettista intelligente che riempie i buchi è un concetto impoverito, sia dal punto di vista della ragione che della fede. Dio – ha spiegato Carroll -è così trascendente da poter essere causa di tutto ciò che è senza compromettere l’efficacia causale delle creature”. Ma l’essere umano, l’ultimo fotogramma della storia, “da quando è stato capace di contemplare l’infinito?”, si è chiesto Ian Tattersall, paleontologo statunitense, individuando “il punto di rottura” nell’improvvisa “apparizione di una nuova e straordinaria capacità: l’elaborazione simbolica”. Che “significa linguaggio, una differenza fondamentale rispetto a tutti gli altri esseri viventi”, perché comprendiamo le entità astratte, “vediamo e percepiamo l’infinito”, e quindi “possiamo sentirci in rapporto con esso”. Se il genoma non basta. Di natura umana e genetica si è parlato anche nel corso del convegno che presentava la mostra dedicata alla figura di Jerome Lejeune, scienziato scopritore della sindrome di Down e difensore dei diritti delle persone affette dalla malattia. “Lejeune ha testimoniato che le persone non vengono documentate dal genoma ma dal rapporto con l’infinito” – ha detto Marco Bregni, presidente dell’associazione “Medicina e persona” e moderatore dell’incontro. Sul rapporto tra scienza e fede si è soffermato Jean-Marie Le Méné, presidente della fondazione dedicata a Lejeune nel 1996, l’anno dopo la sua morte: “Fede e intelligenza sono due strade che portano alla stessa verità. Come mai allora oggi non sappiamo più cos’è l’uomo?”. La società, ha proseguito, “viene profondamente alterata dalla confusione tra bene e male. Il vero pericolo è nell’uomo, nello squilibrio sempre più preoccupante tra la potenza, continuamente più forte nel nostro contesto, e la saggezza, che invece va regredendo: nella corsa tra le due, la tecnoscienza spesso ha la meglio”. La medicina al servizio della vita. Le Méné, partendo da alcuni fatti di cronaca, come la vicenda della bambina pakistana che rischia la pena di morte e quella del nuovo screening prenatale: “La vicenda della piccola pakistana ci commuove, però in Europa si fa di tutto perché questi bambini non nascano”, ha detto, “e con la notizia dello screening ematico nessun bambino sano morirà a causa dell’amniocentesi: ci viene quindi detto che uccidere un embrione sano è più grave che ucciderne uno che non lo è”, dal momento che già ora nel 95% dei casi i bambini down sottoposti a screening vengono abortiti. Dietro tutto questo, secondo l’esperto, c’è “un grosso business, che riguarda ogni donna, quindi metà della popolazione mondiale, e non riveste alcun nessuno interesse dal punto di vista medico. A che serve il medico, se i bambini affetti da trisomia, anziché essere meglio accolti, vengono uccisi?”. “Siamo rapporto con Chi ci ha voluto”. Il presidente Le Méné ha poi parlato dell’impegno della Fondazione nella “difesa della vita che è inseparabile dalla medicina e dalla ricerca. Noi lavoriamo non sul genoma ma sulle connessioni cerebrali, in un’ottica di terapia, cerchiamo di migliorare la vita dei nostri malati. Eliminare la popolazione malata è forse una soluzione compatibile con l’approccio scientifico?”. Per Carlo Soave, docente di Fisiologia vegetale all’università di Milano, e curatore della mostra su Lejeune, la vita stessa del genetista “è una risposta alla domanda ‘cosa è l’uomo’. Lejeune – ha spiegato – era incredibilmente ottimista. D’altra parte, se un medico non nutre la speranza di fare qualcosa di buono, allora è meglio che cambi professione. Già esserci è un fine, perché siamo immagine del nostro creatore. Noi non siamo genetica, ma rapporto con Chi ci ha voluto”. a cura di Lorena Leonardi, inviata Sir al Meeting di Rimini
|