La remissione della scomunica.

Giovanni paolo II, Congr.
per i vescovi, Pont.
cons.
per i testi legislativi di B.
card.
Gantin, Giovanni Paolo II, J.
Herranz, M.
Maccarelli Regno-doc.
n.3, 2009, p.77 All’indomani della remissione della scomunica ai vescovi lefebvriani, l’opinione pubblica ecclesiale ha iniziato a interrogarsi sulla nuova situazione canonica e pastorale degli aderenti alla Fraternità San Pio X: su quali atti cioè siano ancora necessari perché essi possano dirsi in piena comunione con la Chiesa di Roma.
Come contributo alla riflessione, riproponiamo nell’allegato i principali atti ufficiali con cui la Santa Sede aveva definito, per tutto il periodo di durata della scomunica, tale situazione: il decreto di scomunica, il motu proprio Ecclesia Dei una risposta della Congregazione per i vescovi ad alcuni quesiti del vescovo svizzero N.
Brunner e una nota che il Pontificio consiglio per l’interpretazione dei testi legislativi ha redatto su richiesta della stessa Congregazione per i vescovi.
Ne emergono: la scomunica per chi aderiva formalmente a quel «movimento scismatico», l’acefalia dei chierici ordinati da Lefebvre prima del 1988, l’illiceità della partecipazione alle loro celebrazioni.
Vedi nell’allegato Regno-doc.
15,1988,477ss Regno-doc.
17,1997,528ss.
Benedetto XVI, Santa Sede, Fraternità San Pio X, vescovi di Benedetto XVI, G.
Re, B.
Fellay, J.
Ricard, vescovi francesi, tedeschi, svizzeri Regno-doc.
n.3, 2009, p.69 La remissione della scomunica ai quattro vescovi della Fraternità sacerdotale di San Pio X ricompone l’unità cattolica con il movimento lefebvriano e avvia il processo di comunione piena.
Il papa, Benedetto XVI, ha commentato la decisione così: «Auspico che a questo mio gesto faccia seguito il sollecito impegno da parte loro di compiere gli ulteriori passi necessari per realizzare la piena comunione con la Chiesa…».
Nella risposta di mons.
Bernard Fellay si afferma che «la Tradizione cattolica non è più scomunicata» e si confermano «le riserve a proposito del Vaticano II».
Riserve che i vescovi svizzeri, tedeschi e francesi rifiutano: «In nessun caso il concilio Vaticano II sarà negoziabile».
Come precisa una nota della Segreteria di stato: per un futuro riconoscimento della Fraternità «è condizione indispensabile il pieno riconoscimento del concilio Vaticano II» (n.
2).
 Nell’allegato i testi relativi alle posizioni negazioniste del vescovo lefebvriano R.
Williamson (pp.
72-73).

Il teologo protestante Reinhold Niebuhr maestro di Obama

Se il realismo di Niebuhr arriva alla Casa Bianca di Gianni Dessì In un colloquio di qualche tempo fa con David Brooks, uno dei più noti tra i commentatori politici conservatori del “New York Times”, il neoeletto presidente Obama ha ricordato Reinhold Niebuhr come uno dei suoi autori preferiti (1).
Niebuhr, figura poco nota in Italia, è stato un teologo protestante, insegnante di etica sociale alla Columbia University di New York, che ha avuto una grande influenza sulla cultura politica nordamericana almeno a partire dal 1932, anno nel quale pubblicò “Uomo morale e società immorale”, sino al 1971, anno della sua morte.
Al suo realismo politico si sono riferiti intellettuali e politici, conservatori e liberali.
Hans Morgenthau e George Kennan, i più noti tra i liberali conservatori che nell’immediato dopoguerra elaborarono quell’insieme di motivazioni che avrebbero costituito il riferimento intellettuale di molti americani negli anni della guerra fredda, della contrapposizione al blocco sovietico, si riferirono esplicitamente a Niebuhr e al suo realismo politico (2).
D’altra parte anche Martin Luther King, certamente non un conservatore, fu particolarmente sensibile alle critiche di Niebuhr all’ottimismo della cultura liberale e all’idea che la giustizia potesse essere realizzata attraverso esortazioni morali: egli riconobbe che doveva a Niebuhr la consapevolezza della profondità e della persistenza del male nella vita umana (3).
Obama, intervistato da Brooks, affermava di dovere a Niebuhr “l’idea irrefutabile che c’è il male vero, la fatica e il dolore nel mondo.
Noi dovremmo essere umili e modesti nel nostro credere di poter eliminare queste cose.
Ma non dovremmo usarlo come scusa per il cinismo e l’inattività”.
In poche espressioni vengono sottolineati alcuni aspetti essenziali delle posizioni di Niebuhr.
L’idea che dal mondo siano ineliminabili “il male vero, la fatica, il dolore” rimanda alla critica di Niebuhr all’ottimismo che egli riteneva uno dei tratti costitutivi del pensiero religioso e sociale americano; così l’idea che anche colui che agendo politicamente si trovi a lottare contro la presenza dell’ingiustizia e del male debba essere “umile”, rinvia alla consapevolezza che non è possibile eliminare il male dalla storia ed è pericolosa illusione crederlo.
D’altra parte tale persistenza del male non può essere scusa per “il cinismo e l’inattività”.
Viene delineata una posizione che intende evitare sia “l’idealismo ingenuo” sia il “realismo amaro” (nel linguaggio di Niebuhr: sia il sentimentalismo sia il cinismo).
Come nelle opere di Niebuhr si definisce questa prospettiva? Quali i suoi riferimenti storici e culturali? Luigi Giussani, in Italia, già dalla fine degli anni Sessanta aveva colto la rilevanza del realismo di Niebuhr nel pensiero teologico e, più in generale, nella cultura statunitense.
Giussani ricordava come nella formazione del pastore protestante avesse certamente svolto un ruolo l’esistenzialismo teologico europeo, ma una “netta originalità segna sin dagli inizi la sua produzione, la cui ispirazione e le cui tendenze chiave si formano e delineano nell’esperienza vissuta come pastore della luterana Bethel Evangelical Church di Detroit” (4).
Niebuhr, giovanissimo, si trovò a essere pastore di una piccola comunità di Detroit negli anni dello sviluppo della casa automobilistica Ford e della prima guerra mondiale, tra il 1915 e il 1928.
Di formazione liberale, egli sperimentò l’inadeguatezza dell’ottimismo antropologico di tale concezione e della sua declinazione sociale, quella del movimento del Social Gospel, nel comprendere la persistenza del male individuale e dell’ingiustizia.
Furono gli anni dell’autocritica alle proprie convinzioni liberali e ottimistiche.
Di fronte alle speranze di una moralizzazione della società attraverso la predicazione religiosa egli, in un appunto del 1927, constatava che “una città costruita attorno a un processo produttivo e che solo casualmente pensa e offre un’attenzione accidentale ai propri problemi è realmente una sorta di inferno” (5).
Tale autocritica trovò piena espressione nel libro “Uomo morale e società immorale”.
In esso, come ha scritto Giussani, la “realtà inevitabile del male […] è affermata e documentata contro ogni ottimismo che non veda l’impossibilità esistenziale del passaggio dalla coscienza del bene, che l’individuo ha, alla realizzazione di esso, impossibilità che specialmente nella sfera del collettivo si accusa in modo inesorabile” (6).
Il libro, del 1932, scritto durante gli anni nei quali Niebuhr subì l’influenza del marxismo, rappresentò negli Stati Uniti degli anni Trenta la denuncia forse più incisiva dell’ottimismo e del moralismo, da una parte, e dell’indifferenza e del cinismo, dall’altra, che avevano caratterizzato la società americana negli anni successivi alla prima guerra mondiale.
Nel breve periodo che va dal 1917, l’anno dell’entrata in guerra dell’America, al 1919, l’anno dei trattati di pace che penalizzarono fortemente le nazioni sconfitte, si consumò l’idealismo del movimento progressista e del presidente Woodrow Wilson.
Le motivazioni morali che Wilson e molti intellettuali progressisti avevano indicato come ragioni della partecipazione degli americani alla guerra erano state contraddette dall’esasperato realismo dei trattati di pace che esprimevano in modo palese la sanzione dei nuovi rapporti di forza tra le potenze vincitrici e quelle sconfitte.
Nell’America degli anni Venti, proprio in reazione alle crociate ideali di Wilson, si affermò un’esigenza di ritorno alla normalità, che trovò espressione nell’elezione del presidente Warren Harding il quale a tale ideale aveva ispirato la propria campagna elettorale.
In realtà la società americana di quegli anni conobbe uno sviluppo economico mai visto, la diffusione della pubblicità e del consumo di massa, insieme a una forte polarizzazione tra ricchi e poveri.
Tale società appariva agli occhi di un attento osservatore come Niebuhr la sconfessione, o la riduzione a retorica, di ogni forma di moralismo ed era caratterizzata dall’emergere di atteggiamenti sempre più cinici e disillusi.
L’emendamento XVIII alla costituzione, che vietava la produzione, il trasporto e la vendita di alcolici sul territorio americano, può essere considerato emblematico di questa situazione: esso, approvato nel 1919, come simbolo della battaglia per la moralizzazione dei costumi, favoriva di fatto lo sviluppo di diverse forme di criminalità organizzata che proprio dal commercio illegale di alcolici traevano i maggiori profitti.
Niebuhr, in quegli anni, riteneva che una società più giusta non sarebbe stata la conseguenza di esortazioni morali o religiose, ma di concrete iniziative storiche e politiche, che proprio in quanto tali avrebbero dovuto confrontarsi con realtà poco elevate.
Egli, che dal 1928 aveva lasciato Detroit e aveva iniziato a insegnare alla Columbia University di New York, ricorderà come proprio le esigenze dell’insegnamento lo abbiano condotto ad approfondire la conoscenza di sant’Agostino.
In una intervista del 1956 affermava: “Mi sorprende, in un esame retrospettivo, notare quanto tardi io abbia iniziato lo studio di Agostino: ciò è ancora più sorprendente se si tiene presente che il pensiero di questo teologo doveva rispondere a molte mie domande ancora irrisolte e liberarmi finalmente dalla nozione che la fede cristiana fosse in qualche modo identica all’idealismo morale del secolo scorso” (7).
Il riferimento a sant’Agostino è stato centrale sia per quanto riguarda la consapevolezza delle ragioni che distinguono la fede dall’idealismo, sia per superare alcune aporie che Niebuhr aveva maturato nei primi anni della propria riflessione.
Il cristianesimo appare al giovane Niebuhr segnato da un aspetto, quello dell’assoluta gratuità, che si pone oltre ogni tentativo umano di realizzare gli ideali etici.
L’uomo può, con grande sincerità, impegnarsi per realizzare sfere di convivenza caratterizzate da quello che Niebuhr definisce “mutual love”, amore fondato sulla reciprocità: Cristo è invece testimone di un altro tipo di amore, definito “sacrifical love”.
Nel 1935 in “An Interpretation of Christian Ethics” egli aveva esplicitamente richiamato tale radicale differenza scrivendo: “Le esigenze etiche poste da Gesù sono d’impossibile compimento nell’esistenza presente dell’uomo […].
Qualunque cosa meno dell’amore perfetto nella vita umana è distruttivo della vita.
Ogni vita umana sta sotto un incombente disastro perché non vive la legge dell’amore” (8).
Nel 1940, riprendendo alcune di queste riflessioni e riferendole all’ambito politico, aveva sostenuto che una concezione “che aveva semplicemente e sentimentalmente trasformato l’ideale di perfezione del Vangelo in una semplice possibilità storica” aveva prodotto una “cattiva religione” e una “cattiva politica”, una religione in contrasto con il dato essenziale della fede cristiana, e una politica irrealistica, che rendeva le nazioni democratiche sempre più deboli (9).
D’altra parte, pur criticando il sentimentalismo e l’ottimismo della cultura liberale, egli constatava l’ineliminabile presenza della certezza del significato dell’esistenza, della sua positività, come tratto caratteristico di un’esistenza sana.
Questa certezza, scrive, “non è qualcosa che risulti da un’analisi sofisticata delle forze e dei fatti che circondano l’esperienza umana.
È qualcosa che è riconosciuto in ogni vita sana […].
Gli uomini possono non essere in grado di definire il significato della vita e malgrado ciò vivere attraverso la semplice fede la certezza che essa ha significato” (10).
L’opera nella quale tali diverse suggestioni trovano una sintesi è “The Nature and Destiny of Man”, pubblicata in due volumi tra il 1941 e il 1943.
In essa si legge: “L’uomo, secondo la concezione biblica, è un’esistenza creata e finita sia nel corpo, sia nello spirito” (11).
La chiave per comprendere la natura umana è da una parte il riconoscimento della creazione: l’ottimismo essenziale che caratterizza un’esistenza sana è legato alla percezione di essere creato, voluto da Dio.
Dall’altra è la libertà umana, che, come segno posto da Dio nel cuore dell’uomo, come possibilità di aderire a tale intuizione o di rifiutarla, diviene assolutamente centrale.
L’uomo può (e Niebuhr sembra dire “inevitabilmente”) cercare soddisfazione nei beni creati e non in Dio.
Il male nasce quando l’uomo conferisce a un bene particolare un valore assoluto: è l’uso sbagliato della libertà – il peccato – che genera il male, non la sensibilità o la materialità.
La presenza di Agostino in questa che è l’opera maggiore e più sistematica di Niebuhr è evidente e costante: la concezione realistica della natura umana che Niebuhr propone rimanda esplicitamente alla concezione biblica e ai testi agostiniani.
In un saggio del 1953, “Augustine’s Political Realism”, incluso nel volume dello stesso anno “Christian Realism and Political Problems”, Niebuhr riconosce esplicitamente il suo debito nei confronti di Agostino e precisa in quale senso il santo sia da ritenere il primo grande realista del pensiero occidentale e perché la sua prospettiva gli sembri attuale.
Niebuhr inizia questo saggio offrendo una schematica definizione del termine realismo: esso “indica la disposizione a prendere in considerazione tutti i fattori che in una situazione politica e sociale offrono resistenza alle norme stabilite, particolarmente i fattori di interesse personale e di potere”.
Al contrario, l’idealismo, per i suoi sostenitori, è “caratterizzato dalla fedeltà agli ideali e alle norme morali, piuttosto che al proprio interesse”; cioè, per i suoi critici, da “una disposizione a ignorare o a essere indifferenti alle forze che, nella vita umana, offrono resistenza agli ideali e alle norme universali” (12).
Niebuhr precisa che idealismo e realismo in politica sono disposizioni, più che teorie.
In altri termini anche il più idealista degli individui dovrà inevitabilmente confrontarsi con i fatti, con la forza di ciò che è; anche il più realista dovrà confrontarsi con la tendenza umana a ispirare l’azione a valori ideali, a ciò che deve essere (13).
Niebuhr ritiene che sant’Agostino sia stato “per riconoscimento universale il primo grande realista nella storia occidentale.
Egli ha meritato questo riconoscimento perché l’immagine della realtà sociale, nella sua ‘Civitas Dei’, offre un’adeguata considerazione delle forze sociali, delle tensioni e competizioni che sappiamo essere quasi universali a ogni livello di comunità” (14).
Per il teologo protestante il realismo di sant’Agostino si lega alla sua concezione della natura umana, e in modo particolare al giudizio sulla presenza del male nella storia.
Infatti per sant’Agostino “la fonte del male è l’amor proprio, piuttosto che un qualche residuo impulso naturale che la ragione non ha ancora dominato”.
Il male non deriva quindi né dalla sensibilità né dalla materialità, che non sono contrapposte allo spirituale.
Il fare dei propri interessi materiali o ideali un fine ultimo è una caratteristica umana che ha a che vedere con la libertà e che si esprime in ogni livello dell’esistenza umana e collettiva, dalla famiglia alla nazione all’ipotetica comunità mondiale.
Il realismo di Agostino permette inoltre di rispondere all’accusa rivolta dai liberali a coloro che sostengono una concezione non ottimistica della natura umana: all’accusa cioè di considerare nello stesso modo e quindi di approvare qualsiasi forma di potere.
“Il realismo pessimistico – scrive Niebuhr – ha infatti spinto sia Hobbes sia Lutero a una inqualificabile approvazione dello stato di potere; ma questo soltanto perché non sono stati abbastanza realisti.
Essi hanno visto il pericolo dell’anarchia nell’egoismo dei cittadini, ma hanno sbagliato nel percepire il pericolo della tirannia nell’egoismo dei governanti” (15).
Il realismo di sant’Agostino, in altri termini, non cede al cinismo e all’indifferenza nei confronti del potere perché “mentre l’egoismo è naturale nel senso che è universale, non è naturale nel senso che non è conforme alla natura dell’uomo”.
Infatti “un realismo diviene moralmente cinico o nichilistico quando assume che una caratteristica universale del comportamento umano debba essere considerata anche come normativa.
La descrizione biblica del comportamento umano, sulla quale Agostino basa il suo pensiero, può rifuggire sia l’illusione sia il cinismo perché essa riconosce che la corruzione della libertà umana può rendere universale un modello di comportamento senza farlo diventare normativo” (16).
L’idea di un realismo che sia in grado di evitare l’indifferenza, il cinismo e l’approvazione incondizionata di qualsiasi forma di potere, così come il sentimentalismo, l’idealismo e le illusioni nei confronti della politica e dell’esistenza umana, emerge con forza da questa rilettura che Niebuhr propone di sant’Agostino.
A questa prospettiva – che, come ricordava Niebuhr, esprime una disposizione più che una teoria – sembra riferirsi Obama.
NOTE (1) C.
Blake, “Obama and Niebuhr”, in “The New Republic”, 3 maggio 2007.
(2) Cfr.
R.C.
Good, “The National Interest and Political Realism: Niebuhr’s ‘Debate’ with Morgenthau and Kennan”, in “The Journal of Politics”, n.
4, 1960, pp.
597-619.
(3) C.
Carson, “Martin Luther King, Jr., and the African-American Social Gospel”, in Paul E.
Johnson (ed.), “African American Christianity” University of California Press, Berkeley 1994, pp.
168-170.
(4) L.
Giussani, “Grandi linee della teologia protestante americana.
Profilo storico dalle origini agli anni Cinquanta”, Jaca Book, Milano 1988 (I edizione 1969), p.
131.
(5) R.
Niebuhr, “Leaves from the Notebook of a Tamed Cynic”, The World Publishing Company, Cleveland 1957 (I edizione 1929), p.
169.
(6) L.
Giussani, “Teologia protestante americana”, cit., p.
132.
(7) R.
Niebuhr, tr.it., “Una teologia per la prassi”, Queriniana, Brescia 1977, p.
55.
(8) R.
Niebuhr, “An Interpretation of Christian Ethics”, Scribner’s, New York 1935, p.
67.
(9) R.
Niebuhr, “Christianity and Power Politics”, Scribner’s, New York 1952 (I edizione 1940), pp.
IX-X.
(10) Ibid., p.
178.
(11) R.
Niebuhr, “The Nature and Destiny of Man.
A Christian Interpretation.
Vol.
I, Human Nature”, Scribner’s, New York 1964 (I edizione 1941), p.
12.
(12) R.
Niebuhr, tr.it., “Il realismo politico di Agostino”, in G.
Dessì, “Niebuhr.
Antropologia cristiana e democrazia”, Studium, Roma 1993, pp.
77-78.
(13) Riprendo questa terminologia da Alessandro Ferrara, “La forza dell’esempio.
Il paradigma del giudizio”, Feltrinelli, Milano 2008, pp.
17-33.
Una terza grande forza, oggetto del libro, è quella di “ciò che è come dovrebbe essere”.
(14) R.
Niebuhr, tr.it., “Il realismo politico di Agostino”, cit., p.
79.
(15) Ibid., p.
85.
(16) Ibid., p.
88.
La rivista sulla quale – per ora solo nell’edizione italiana – è uscito il saggio di Gianni Dessì su Reinhold Niebuhr: > 30 Giorni __________ L’articolo di p.
Robert Imbelli su “L’Osservatore Romano” del 28 gennaio 2009, di commento al discorso di insediamento di Obama: > Per un vero patto di cittadinanza.
Obama, Lincoln e gli angeli
__________ Una presentazione del libro dell’arcivescovo di Denver, Charles Chaput, “Render Unto Caesar”, pubblicato poco prima delle elezioni presidenziali: > Come far politica da cattolici.
Il promemoria di Denver
(13.8.2008) __________ Un’analisi della geopolitica vaticana, con una particolare attenzione alla sua componente “realista”: > Tra Venere e Marte, la Chiesa di Roma sceglie tutti e due (12.12.2005) __________ L’insediamento di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti è stato salutato dalla Santa Sede con espressioni di fiducia.
Su “L’Osservatore Romano” del 28 gennaio il sacerdote e teologo newyorkese Robert Imbelli ha commentato positivamente il discorso inaugurale del nuovo presidente, in una nota in prima pagina dal titolo: “Per un vero patto di cittadinanza.
Obama, Lincoln e gli angeli”.
Tuttavia le righe finali della nota facevano balenare un timore.
Imbelli accostava il discorso di Obama a quello di Abraham Lincoln del 1861, che terminava con una preghiera affinché prevalessero “gli angeli migliori della nostra natura”.
E proseguiva: “Questa resta la speranza e la preghiera dell’America.
Ma noi preghiamo anche affinché non vengano trascurati gli angeli dei bambini concepiti, ma ancora non nati.
Preghiamo affinché i vincoli d’affetto della nazione raggiungano anche loro.
Affinché non vengano esclusi dal patto di cittadinanza”.
Imbelli è lo stesso che ha recensito con favore su “L’Osservatore Romano”, la scorsa estate, il libro “Render Unto Caesar” dell’arcivescovo di Denver, Charles J.
Chaput: un appello ai cattolici americani perché il loro “dare a Cesare”, cioè il servire la nazione, consista nel vivere integralmente la propria fede nella vita politica.
L’arcivescovo Chaput, prima e dopo le elezioni presidenziali, è stato uno dei più decisi nel criticare il cedimento pro aborto di tanti cattolici e cristiani americani.
E i primi passi della nuova amministrazione hanno confermato i suoi timori.
In un’intervista al settimanale italiano “Tempi” del 5 febbraio, alla domanda se Obama sia “un protestante da caffetteria”, lui che “dice di essere cristiano ma è considerato il presidente più favorevole all’aborto di sempre”, Chaput ha risposto: “Nessuno può giustificare l’aborto e al tempo stesso proclamarsi cristiano fedele, ortodosso, protestante o cattolico che sia.
[…] Penso però che il cristianesimo protestante, vista la sua grande enfasi sulla coscienza individuale, è più portato ad essere una ‘caffetteria’ di credenze”.
Sta di fatto che, tra i primi atti della sua presidenza, Obama ha autorizzato i finanziamenti federali alle organizzazioni che promuovono l’aborto come mezzo di controllo delle nascite nei paesi poveri.
Inoltre, ha annunciato il suo sostegno al Freedom of Choice Act, che toglierà i limiti all’aborto, e il finanziamento all’utilizzo delle cellule staminali embrionali.
* * * Ciò non toglie che Obama sia, tra i presidenti americani, uno dei più espliciti nel dichiarare il fondamento religioso della propria visione.
In ripetute occasioni ha anche fatto i nomi dei suoi autori di riferimento, noti e meno noti: da Dorothy Day a Martin Luther King, da John Leland ad Al Sharpton.
Tra quelli da lui citati, ce n’è uno che ha un’importanza particolarissima: è il protestante Reinhold Niebuhr (1892-1971), professore alla Columbia University e poi allo Union Theological Seminary di New York.
Niebuhr fu anzitutto teologo, e di prima grandezzza, ma i suoi studi hanno inciso anche nel campo politico.
È considerato un maestro del “realismo” nella politica internazionale, i cui massimi esponenti negli Stati Uniti, nella seconda metà del Novecento, sono stati Hans Morgenthau, George Kennan, Henry Kissinger.
Ispirarsi o no a Niebuhr – e alla sua interpretazione e attualizzazione della “Città di Dio” di sant’Agostino – è decisione che orienta in modo determinante la visione del ruolo degli Stati Uniti nel mondo.
Ad esempio, niente è più distante dalle posizioni di Niebuhr del pacifismo.
Ma è l’insieme del pensiero di questo grande teologo che è utile approfondire.
È quanto fa, nel saggio che segue, il massimo esperto italiano di Niebuhr, Gianni Dessì, docente di filosofia e di storia delle dottrine politiche all’Università di Roma Tor Vergata.
Il saggio è uscito pochi giorni fa sull’ultimo numero dell’edizione italiana di “30 Giorni”, il mensile cattolico forse più letto dai vescovi di tutto il mondo, nelle sue edizioni in più lingue.
“30 Giorni” è diretto dall’anziano senatore Giulio Andreotti – più volte presidente del consiglio e ministro degli esteri – e si occupa spesso di politica internazionale secondo una linea che si potrebbe definire “realista moderata”: una linea che coincide con quella tradizionale della diplomazia vaticana.

Il dibattito sul caso Englaro

Eluana, Napolitano non firma il decreto Il governo approva ddl in tempo record Berlusconi: «Seduta straordinaria del Senato, potrebbe non essere tardi».
Il Vaticano: «Ci hanno ascoltato» UDINE – Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge che obbliga alimentazione e idratazione per soggetti non autosufficienti.
Il testo recepisce le linee del decreto approvato venerdì mattina dal governo ma su cui il presidente Napolitano non ha apposto la firma.
Alla riunione, presieduta dal premier Berlusconi, hanno partecipato il sottosegretario Gianni Letta, i ministri Altero Matteoli, Andrea Ronchi, Giorgia Meloni e Stefania Prestigiacomo.
Assenti per motivi “logistici” i ministri della Lega, che però hanno chiamato il presidente del Consiglio per esprimere il proprio sostegno all’iniziativa.
Il ddl è stato immediatamente inviato al Senato e Berlusconi non esclude che il via libera possa arrivare a breve: «Dipende da loro.
I gruppi sono già in stretto contatto».
Il presidente Napolitano ha autorizzato la presentazione alle Camere del disegno di legge.
BERLUSCONI: APPELLO A SCHIFANI – «Abbiamo preso atto del rifiuto del capo dello Stato ma abbiamo ribadito l’urgenza del provvedimento – ha detto Berlusconi al termine del vertice di governo -.
Ci siamo riuniti e abbiamo approvato un disegno di legge che recepisce il testo del decreto».
Il premier ha detto che la risposta del Parlamento arriverà in breve tempo: «Il governo – ha spiegato – ha rivolto un accorato appello al presidente del Senato per una immediata convocazione del Senato in seduta straordinaria.
Credo che convocherà subito una riunione dei gruppi e poi i gruppi decideranno quando potersi riunire.
Se ci sarà la volontà di fare presto, noi crediamo ci possa essere una risposta da parte del Parlamento in pochissimo tempo».
«Potrebbe non essere troppo tardi per Eluana – ha aggiunto Berlusconi -.
Per una persona normale è possibile stare due o tre giorni senza bere, rivolgetevi a Pannella».
«Siamo pronti a lavorare anche sabato e domenica per approvare la norma ‘salva-Eluana’» ha detto il presidente dei senatori dell’Udc Giampiero D’Alia.
L’ITER PARLAMENTARE – In realtà, salvo accelerazioni, il ddl inizierà il suo iter lunedì, dopo la conferenza dei capigruppo (prevista alle 12) che decide l’assegnazione del testo, presumibilmente alla commissione Sanità dove è già in atto la discussione sul testamento biologico.
A quel punto il presidente della commissione Antonio Tomassini convoca l’ufficio di presidenza per disporre le procedure necessarie e verifica se esiste una volontà politica concorde per accelerare l’esame del provvedimento che, se approvato in sede deliberante, non dovrebbe passare in Aula.
Nel caso non dovesse riscontrarsi un clima di concordia politica fra le diverse forze, sulla base dell’art.
72 della Costituzione, o il governo o un decimo dei componenti della Camera o un quinto dei commissari possono richiedere il passaggio in Aula.
Si tratterebbe di una decisione strategica cui la maggioranza potrebbe fare ricorso perché, una volta in Aula, è possibile contingentare i tempi e far decadere eventuali emendamenti.
SCONTRO ISTITUZIONALE – La vicenda di Eluana Englaro, dopo l’avvio della procedura di graduale abbandono delle terapie nella clinica La Quiete di Udine, ha assunto il risvolto di un gravissimo scontro istituzionale dopo che il presidente Napolitano si è rifiutato di firmare il decreto legge del governo.
Il conflitto è esploso a metà giornata, quando il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge per bloccare i medici nonostante la contrarietà del presidente della Repubblica.
Dopo il via libera, Giorgio Napolitano ha però confermato la propria posizione: non firmerà il provvedimento.
La decisione del Consiglio del ministri è stata invece accolta positivamente dal Vaticano: «Una scelta coraggiosa».
Diversa la posizione del presidente della Camera: Gianfranco Fini ha espresso «preoccupazione» per il no del Consiglio dei ministri all’invito di Napolitano, mentre un altro esponente di An, Ignazio La Russa, ha sottolineato che «si apre un problema serio.
Ora la soluzione è quella del ddl da approvare in tempi rapidi».
Critiche dall’opposizione: per il leader del Pd Veltroni Silvio Berlusconi vuole «un incidente istituzionale» e si è macchiato di «un comportamento totalmente irresponsabile».
ISPETTORI NELLA CLINICA – E mentre i legali della famiglia Englaro hanno assicurato che si andrà avanti con la procedura, il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ha inviato gli ispettori a Udine.
Un fatto che non preoccupa i legali della famiglia Englaro, come spiegato dall’avvocato Giuseppe Campeis: «Stiamo operando al di fuori del servizio sanitario nazionale, in quanto si tratta di un servizio appaltato tra l’associazione ‘Per Eluana’ e la casa di riposo».
«Il decreto legge emanato dal governo Berlusconi non ha la firma del capo dello Stato per cui come tale noi andiamo avanti con il protocollo – ha aggiunto Campeis -.
Se non ci saranno fatti nuovi e se non avverranno altri impedimenti, si proseguirà».
Circa il fascicolo aperto dalla Procura di Udine, l’avvocato ha precisato che «c’è già stato un chiarimento da parte del procuratore generale di Trieste per cui noi andiamo avanti nella legalità».
Beppino Englaro, il padre di Eluana, rilascia un unico commento: «Sono sconvolto, è un tormento senza fine, non riesco neppure a pensare e riflettere e preferisco continuare a restare nel silenzio».
Leggi il testo della lettera di Napolitano al governo IL CONSIGLIO DEI MINISTRI – Lo strappo tra governo e Quirinale si è consumato dopo la lettera del presidente della Repubblica al Consiglio dei ministri.
«Non sussistono le ragioni di necessità e di urgenza», ha spiegato nella missiva Giorgio Napolitano, esprimendo perplessità anche sulla nuova bozza riformulata dal ministero del Welfare e che conterrebbe, secondo quanto annunciato dal governo, i rilievi del presidente emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida; questi però ha negato con fermezza: «Hanno strumentalizzato le mie parole, disconosco nella maniera più assoluta qualunque mia partecipazione alla stesura del testo di un decreto legge che non ritengo nemmeno di commentare».
Il via libera dal Consiglio dei ministri al provvedimento è arrivato ugualmente.
Una decisione adottata all’unanimità dopo una lunga discussione (la Prestigiacomo era orientata all’astensione, ma sarebbe stata convinta a votare sì).
Berlusconi ha incassato anche il sostegno dell’Udc: Casini ha telefonato al premier per esprimere il suo consenso all’iniziativa del governo.
LA RUSSA: «QUASI VOTO DI FIDUCIA» – Al momento della votazione in Consiglio dei ministri sul varo del decreto Berlusconi «ha quasi posto il voto di fiducia».
Lo ha detto il ministro della Difesa La Russa.
«Prestigiacomo non ha preso la parola e alla fine, quando si votava, ha dato l’impressione di volersi astenere.
Il presidente del Consiglio le ha detto che preferiva una non astensione: su questa questione ha quasi posto il voto di fiducia.
Qualcuno aveva espresso problemi di opportunità, io tra questi, ma non c’erano stati interventi contrari».
E sulla differente posizione di Fini: «Sì, ha espresso una posizione diversa, ma non era in Consiglio dei ministri a dover votare in un modo o nell’altro e a dover dare una valenza politica alla questione su chi deve decidere riguardo alla necessità e all’urgenza.
Decisione che spetta al governo».
Guarda il video della conferenza stampa «PRESUPPOSTI DI URGENZA» – Il premier, in conferenza stampa, ha spiegato che nel caso di Eluana «sussistono i presupposti di necessità e urgenza, presupposti che sono affidati alla responsabilità del governo: poi spetta al Parlamento decidere se confermare o meno questi presupposti».
«Eluana è una persona viva – ha aggiunto Berlusconi – respira, le sue cellule cerebrali sono vive e potrebbe in ipotesi fare anche dei figli.
È necessario ogni sforzo per non farla morire».
Il premier ha poi criticato l’atteggiamento di Napolitano: «Con la sua lettera si introduce una innovazione: il capo dello Stato in corso d’opera del Cdm può intervenire anticipando la decisione sulla necessità e urgenza di un provvedimento.
Per questo abbiamo deciso all’unanimità di affermare con forza che il giudizio è assegnato alla responsabilità del governo.
Se il capo dello Stato non firmasse e si caricasse di questa responsabilità nei confronti di una vita, noi inviteremmo immediatamente il Parlamento a riunirsi ad horas e approvare in due o tre giorni una legge che anticipasse quella legge che è già nell’iter legislativo».
A una specifica domanda di un giornalista, Berlusconi ha comunque assicurato che i rapporti con il presidente della Repubblica restano «cordiali» e che non sta pensando assolutamente all’impeachment.
NAPOLITANO NON FIRMA – Poco dopo, però, Napolitano ha confermato di non voler firmare il decreto.
Il presidente, si legge in un comunicato, «ha preso atto con rammarico della deliberazione da parte del Consiglio dei ministri del decreto legge relativo al caso Englaro.
Avendo verificato che il testo approvato non supera le obiezioni di incostituzionalità da lui tempestivamente rappresentate e motivate, il presidente – conclude la nota – ritiene di non poter procedere alla emanazione del decreto».
Napolitano ha ricevuto l’appoggio di Fini: «Desta forte preoccupazione – ha dichiarato il presidente della Camera – che il Consiglio dei ministri non abbia accolto l’invito del capo dello Stato, ampiamente motivato sotto il profilo costituzionale e giuridico, a evitare un contrasto formale in materia di decretazione d’urgenza».
L’analisi – Napolitano, sfidato, ha risposto.
Lo strappo lascerà i segni di Marzio Breda
PLAUSO DEL VATICANO – All’esecutivo arriva invece il plauso del Vaticano.
Approvando il decreto legge sul caso di Eluana Englaro, ha affermato monsignor Rino Fisichella, presidente della Pontificia accademia per la vita, «il governo ha fatto un gesto di grande coraggio, che sarà apprezzato dalla grande maggioranza di tutti i cittadini».
«Pur nella differenza delle competenze che abbiamo – conclude Fisichella – ci rallegriamo che le istanze che abbiamo portato avanti in questi mesi sono state ascoltate e accolte».
Il Vaticano critica Napolitano: «Sono costernato che in tutte queste diatribe politiche si ammazzi una persona – ha affermato il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio consiglio giustizia e pace – e sono profondamente deluso (dalla decisione del presidente di non firmare il decreto, ndr)».
AVANTI LA PROCEDURA – Intanto, nella clinica friulana dove si trova Eluana Englaro, la “fase due” della procedura per la riduzione della nutrizione è iniziata.
La conferma arriva dall’avvocato Franca Alessio, curatrice di Eluana: «Penso che tutto si stia svolgendo come previsto.
Il protocollo prevede che dopo tre giorni cominci lo stop all’alimentazione – ha aggiunto il legale -.
I tre giorni sono passati e non intervenendo fatti nuovi si procede come previsto».
Nella clinica sono attesi sabato gli ispettori inviati dal ministro Sacconi per verificare alcune caratteristiche della struttura.
I medici, coordinati dall’anestesista Amato De Monte, vanno avanti con il protocollo concordato tra La Quiete, l’Azienda Sanitaria 4 Medio Friuli e l’associazione «Per Eluana», in attuazione del decreto della Corte di Appello di Milano.
Venerdì sera due consulenti della Procura di Udine hanno controllato e verificato la congruità dell’operato dell’equipe medica.
Per sabato è prevista una nuova riduzione, l’ultima domenica: poi termineranno nutrizione e idratazione artificiali.
Corriere della Sera 6 febbraio 2009 IL CASO ENGLARO La natura e il suo corso di Ernesto Galli Della Loggia E così alla fine il governo è intervenuto in prima persona con un provvedimento d’urgenza nella vicenda di Eluana Englaro.
È giusto comprenderne le indubbie motivazioni di carattere umanitario, ma non per questo si può passare sotto silenzio il vulnus che il governo stesso, se questa sua decisione avesse avuto corso, avrebbe inferto alle regole dello Stato costituzionale di diritto.
Un cui principio fondamentale, come fin dall’inizio ha giustamente ricordato il presidente Napolitano, è che l’esecutivo non può emanare decreti con lo scopo di modificare o rendere nullo quanto deciso in via definitiva da un tribunale.
E se Napolitano ha mantenuto questa sua opposizione fino al punto di rifiutarsi di controfirmare il decreto uscito dal Consiglio dei ministri, non si può che apprezzare la coerenza e la fermezza del capo dello Stato.
Il che non vuole affatto dire però, si badi bene, che ciò che in questo caso i giudici hanno stabilito non lasci nell’opinione pubblica (e certamente, e fortunatamente, non solo in quella cattolica) profonde e giustificatissime perplessità.
Le quali, data la materia di cui si tratta, possono arrivare talvolta a prendere perfino la forma di un vero sentimento di rivolta morale.
A suscitare forti dubbi è proprio il fondamento stesso della decisione finale presa dalla magistratura e cioè l’asserita volontà (ricostruita ex post su base totalmente indiziaria; ripeto: totalmente indiziaria) di Eluana; la quale, si sostiene, piuttosto che vivere nelle condizioni in cui da diciotto anni le è toccato di vivere, avrebbe certamente preferito morire.
L’altissima opinabilità di questa ricostruzione è dimostrata dal semplice fatto che in precedenza per ben due volte (Tribunale di Lecco nel 2005, Corte d’appello di Milano nel 2006) le conclusioni dei giudici erano andate in direzione opposta a quella successiva: allora, infatti, essi sostennero che non esistevano prove vere e affidabili per stabilire la reale volontà della ragazza, intesa come «personale, consapevole e attuale determinazione volitiva, maturata con assoluta cognizione di causa».
Poi la sentenza terremoto della Corte di cassazione; prove simili non furono più ritenute necessarie: per decidere della vita e della morte di Eluana, stabiliscono i giudici, basta adesso tener conto «della sua personalità, del suo stile di vita, delle sue inclinazioni, dei suoi valori di riferimento e delle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche» (si sta parlando, lo si ricordi sempre, di una persona che all’età dell’incidente aveva diciotto anni).
Ed è precisamente sulla base di questa direttiva emanata dai giudici supremi che la Corte d’appello di Milano cambia nel 2008 il proprio orientamento e quelli che prima erano indizi generici si tramutano in prove della personalità di Eluana «caratterizzata da un forte senso d’indipendenza, intolleranza delle regole e degli schemi, amante della libertà e della vita dinamica, molto ferma nelle sue convinzioni ».
Dunque si proceda pure alla sua eliminazione.
Mi sembra appropriato il commento di un giurista di vaglia, Lorenzo D’Avack, sull’Avvenire di giovedì: «Giovani liberi, tendenzialmente anticonformisti, un poco anarchici, dinamici, attivi, con qualche entusiasmo per lo sport, diventano così per la Corte i soggetti ideali per un presunto dissenso, ora per allora, verso terapie di sostegno vitale ».
C’è o non c’è, mi chiedo, motivo di qualche perplessità? Tanto più che contemporaneamente, come fa notare sempre d’Avack, la stessa Cassazione, in un caso di rifiuto delle cure da parte di un Testimone di Geova, stabilisce, invece, che a tale rifiuto i medici devono sì ottemperare, ma solo se esso è contenuto «in una dichiarazione articolata, puntuale ed espressa, dalla quale inequivocabilmente emerga detta volontà».
Ma guarda un po’! Torno a chiedermi: c’è o non c’è motivo di qualche perplessità, forse anzi più d’una? Detto ciò della ricostruzione della volontà di Eluana — che pure, non lo si dimentichi, allo stato attuale è premessa assolutamente dirimente per qualunque decisione da prendere—resta un’ultima questione, quella del «lasciar fare alla natura il suo corso», come si dice da parte di chi pensa che si possa tranquillamente far morire la giovane.
Un’ultima questione, cioè un’ultima domanda: davvero l’espressione «lasciar fare alla natura il suo corso» può arrivare a significare il divieto di idratazione e di alimentazione di un corpo umano? Davvero «far fare alla natura il suo corso» può voler dire far spegnere una persona per mancanza d’acqua? La coscienza di ognuno di noi risponda come può e come sa.
Ma per tutto questo tempo, in realtà, il corpo di Eluana Englaro non ha ricevuto solo liquidi e alimenti; esso è stato anche costantemente sottoposto ad una penetrante protezione farmacologica senza la quale assai probabilmente non avrebbe mai potuto sopravvivere così a lungo.
È proprio da qui si potrebbe forse partire per immaginare quale soluzione dare in futuro ad altri casi analoghi.
Una soluzione, questa volta legislativa, che proprio il decreto di ieri del governo mette in modo ultimativo all’ordine del giorno dei lavori parlamentari, e che potrebbe fondarsi sul concetto di divieto di accanimento terapeutico, ormai pacificamente accolto nelle nostre leggi.
Tale divieto, com’ è noto, si sostanzia in un obbligo di non fare, di non procedere alla somministrazioni di cure allorché è ragionevole pensare che esse non possano in alcun modo servire alla guarigione o a qualche miglioramento significativo delle condizioni del paziente; limitando in questi casi l’opera del medico solo al sollievo dal dolore.
Si tratta peraltro—ed è questo un aspetto decisivo—di un obbligo/ divieto che per valere non ha bisogno di essere convalidato da alcuna decisione particolare del malato, dal momento che fa parte del codice deontologico di tutti coloro che esercitano la professione medica.
Ebbene, non riesco a vedere una ragione valida per cui nel divieto di accanimento ora detto non possa essere fatto rientrare la non somministrazione di farmaci a chi, come è il caso di Eluana Englaro, si trova da tempo in condizioni di stato vegetativo persistente al quale quelle medicine stesse non possono arrecare alcun giovamento ma al massimo assicurarne l’indefinita prosecuzione.
Non produrre la morte di alcuno negandogli l’idratazione e l’alimentazione.
Togliere invece ogni medicamento.
Questo sì mi sembrerebbe un vero «lasciar fare alla natura il suo corso»: rimettendosi al caso o ai disegni imperscrutabili da cui dipendono le nostre vite.
Corriere della Sera 07 febbraio 2009  NOTIZIE CORRELATE La bozza del decreto Papà Beppino: «Mia figlia oggetto di violenza inaudita» Eluana, Napolitano non firma il decreto Il governo approva ddl in tempo record Scontro tra Napolitano e Berlusconi Governo vara disegno di legge record l Papa: dignità per la vita umana, anche quando è debole e sofferente Udine, i medici: «Andiamo avanti» A Eluana azzerati alimenti e acqua Caso englaro: lo scontro istituzionale Napolitano: ecco perché non firmerò Il testo della lettera che il capo dello Stato ha inviato a Berlusconi prima che il CdM approvasse il decreto Signor Presidente, lei certamente comprenderà come io condivida le ansietà sue e del Governo rispetto ad una vicenda dolorosissima sul piano umano e quanto mai delicata sul piano istituzionale.
Io non posso peraltro, nell’esercizio delle mie funzioni, farmi guidare da altro che un esame obiettivo della rispondenza o meno di un provvedimento legislativo di urgenza alle condizioni specifiche prescritte dalla Costituzione e ai principi da essa sanciti.
I temi della disciplina della fine della vita, del testamento biologico e dei trattamenti di alimentazione e di idratazione meccanica sono da tempo all’attenzione dell’opinione pubblica, delle forze politiche e del Parlamento, specialmente da quando sono stati resi particolarmente acuti dal progresso delle tecniche mediche.
Non è un caso se in ragione della loro complessità, dell’incidenza su diritti fondamentali della persona costituzionalmente garantiti e della diversità di posizioni che si sono manifestate, trasversalmente rispetto agli schieramenti politici, non si sia finora pervenuti a decisioni legislative integrative dell’ordinamento giuridico vigente.
Già sotto questo profilo il ricorso al decreto legge – piuttosto che un rinnovato impegno del Parlamento ad adottare con legge ordinaria una disciplina organica – appare soluzione inappropriata.
Devo inoltre rilevare che rispetto allo sviluppo della discussione parlamentare non è intervenuto nessun fatto nuovo che possa configurarsi come caso straordinario di necessità ed urgenza ai sensi dell’art.
77 della Costituzione se non l’impulso pur comprensibilmente suscitato dalla pubblicità e drammaticità di un singolo caso.
Ma il fondamentale principio della distinzione e del reciproco rispetto tra poteri e organi dello Stato non consente di disattendere la soluzione che per esso è stata individuata da una decisione giudiziaria definitiva sulla base dei principi, anche costituzionali, desumibili dall’ordinamento giuridico vigente.
Decisione definitiva, sotto il profilo dei presupposti di diritto, deve infatti considerarsi, anche un decreto emesso nel corso di un procedimento di volontaria giurisdizione, non ulteriormente impugnabile, che ha avuto ad oggetto contrapposte posizioni di diritto soggettivo e in relazione al quale la Corte di cassazione ha ritenuto ammissibile pronunciarsi a norma dell’articolo 111 della Costituzione: decreto che ha dato applicazione al principio di diritto fissato da una sentenza della Corte di cassazione e che, al pari di questa, non è stato ritenuto invasivo da parte della Corte costituzionale della sfera di competenza del potere legislativo.
Desta inoltre gravi perplessità l’adozione di una disciplina dichiaratamente provvisoria e a tempo indeterminato, delle modalità di tutela di diritti della persona costituzionalmente garantiti dal combinato disposto degli articoli 3, 13 e 32 della Costituzione: disciplina altresì circoscritta alle persone che non siano più in grado di manifestare la propria volontà in ordine ad atti costrittivi di disposizione del loro corpo.
Ricordo infine che il potere del Presidente della Repubblica di rifiutare la sottoscrizione di provvedimenti di urgenza manifestamente privi dei requisiti di straordinaria necessità e urgenza previsti dall’art.
77 della Costituzione o per altro verso manifestamente lesivi di norme e principi costituzionali discende dalla natura della funzione di garanzia istituzionale che la Costituzione assegna al Capo dello Stato ed è confermata da più precedenti consistenti sia in formali dinieghi di emanazione di decreti legge sia in espresse dichiarazioni di principio di miei predecessori (si indicano nel poscritto i più significativi esempi in tal senso).
Confido che una pacata considerazione delle ragioni da me indicate in questa lettera valga ad evitare un contrasto formale in materia di decretazione di urgenza che finora ci siamo congiuntamente adoperati per evitare.
Poscritto Con una lettera del 24 giugno 1980, il Presidente Pertini rifiutò l’emanazione di un decreto-legge a lui sottoposto per la firma in materia di verifica delle sottoscrizioni delle richieste di referendum abrogativo; il 3 giugno 1981, sempre il Presidente Pertini, chiamato a sottoscrivere un provvedimento di urgenza, richiese al Presidente del Consiglio di riconsiderare la congruità dell’emanazione per decreto-legge di norme per la disciplina delle prestazioni di cura erogate dal Servizio Sanitario Nazionale.
Nel caso specifico, uno degli argomenti addotti dal Capo dello Stato consisteva nel rilievo della contraddizione tra la disciplina del decreto-legge emanando e “un indirizzo giurisprudenziale in via di definizione”; con lettera 10 luglio 1989 al Presidente del Consiglio De Mita, il Presidente Cossiga manifestò la sua riserva in ordine alla presenza dei presupposti costituzionali di necessità e urgenza ai fini dell’emanazione di un decreto-legge in materia di profili professionali del personale dell’ANAS e affermò: “Ritengo, pertanto, che, allo stato, sia opportuno soprassedere all’emanazione del provvedimento, in attesa della conclusione del dibattito parlamentare sull’analogo decreto relativo al personale del Ministero dell’interno”; in quella stessa lettera e successivamente nella lettera al Presidente del Consiglio Andreotti del 6 febbraio 1990, il Presidente Cossiga richiamò all’osservanza delle specifiche condizioni di urgenza e necessità che giustificano il ricorso alla decretazione di urgenza, ritenendo legittimo da parte sua – in caso di non soddisfacente e convincente motivazione del provvedimento – il puro e semplice rifiuto di emanazione del decreto – legge; con un comunicato del 7 marzo 1993, il Presidente Scalfaro, in rapporto all’emanazione di un decreto-legge in materia di finanziamento dei partiti politici invitò il Governo a riconsiderare l’intera questione, ritenendo più appropriata la presentazione alle Camere di un provvedimento in forma diversa da quella del decreto-legge.
06 febbraio 2009 Giovanni Reale: «Farla sopravvivere è andare contro natura» Il filosofo cattolico: la Chiesa e il governo politicizzano una cosa metapolitica di Daniela Monti «Ma ancora non c’è nulla di deciso, vero?», chiede Giovanni Reale.
«Il decreto del governo è un errore, si oppone all’idea di libertà su cui è radicato il concetto occidentale dell’uomo.
E lo dico da cattolico».
«Napolitano ha fatto il suo dovere di Presidente, ha richiamato l’attenzione sulla sostanza della Costituzione.
Un uomo saggio.
Almeno uno».
«Sopravvivenza a prezzo di vita».
Quando entra nel merito della vicenda di Eluana Englaro, cita il francese Jean Baudrillard.
Da 17 anni, per Reale, Eluana Englaro sopravvive a prezzo della vita.
«La tesi portata avanti da molti uomini della Chiesa, e ora anche del governo, è sbagliata e va corretta — dice il filosofo —.
Nel caso di Eluana vedo un abuso da parte di una civiltà tecnologica totalizzante, così gonfia di sé e dei suoi successi da volersi sostituire alla natura.
Si è perduta la saggezza della giusta misura.
La Chiesa, e il governo insieme a lei, sono vittime di questo paradigma culturale dominante».
Racconta di sua madre.
«Era all’ospedale con il cancro, i medici volevano riempirla di tubi.
“Potremmo prolungarle la vita di qualche mese”, dicevano.
Io ero frastornato.
È stata lei a decidere: lasciatemi morire a casa, nel mio letto.
In quel periodo stavo traducendo il Fedone di Platone e anche lì, con parole diverse, ho ritrovato il senso di quel desiderio di mia madre.
Quando Socrate deve bere la cicuta, qualcuno gli suggerisce: “C’è ancora qualche ora, attendi finché il sole non sia tramontato”.
Ma non ha senso aggrapparsi alla vita quando ormai non ce n’è più».
Se mi trovassi nella condizione di non aver più speranze di guarigione, aggiunge Reale, «non avrei dubbi su cosa scegliere».
Anche la Chiesa condanna l’accanimento terapeutico.
Ma un sondino per l’alimentazione è accanimento terapeutico? Su questo ci si divide.
«La Chiesa dice molte cose sagge.
Per esempio: si può rinunciare all’utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo.
Ed è proprio questo il caso di Eluana: qui non c’è stata proporzione e non c’è nessuna ragionevole speranza di esito positivo.
E allora? Perché questo accanirsi contro di lei?».
Reale, da credente, rivendica la libertà di coscienza dei cattolici sul caso di Eluana.
Di più: dice che la libertà di coscienza «è un preciso dovere morale» e si affida a un’altra citazione, questa volta un aforisma di Gomez Davila: «Ciò che si pensa contro la Chiesa, se non lo si pensa da dentro la Chiesa, è privo di interesse».
«Ecco — riprende — molte critiche che vengono dall’interno sono costruttive.
Io critico il paradigma culturale che vorrebbe tenere in vita Eluana contro la natura, e la fede con questo non ha nulla a che fare, la fede è al di sopra della cultura, il suo compito è fecondare la cultura stessa».
Se il diritto alla vita perde la precedenza su tutti gli altri valori, sa anche lei quale potrebbe essere il prossimo passo: parlare in termini meno ideologici di eutanasia.
«Errore.
Io non lascio aperto nessuno spiraglio all’eutanasia.
Non dico: fammi morire.
Ma: lasciami morire come ha stabilito la natura.
Né io, né tu.
La natura.
Prendiamo il caso di Piergiorgio Welby, che ho seguito da vicino.
Welby sostanzialmente non disse: staccate la spina.
Ma: lasciate che la natura faccia il suo corso, non fatemi restare vittima di una tecnologia che costruisce qualcosa di sostitutivo e artificiale rispetto alla natura.
È un’affermazione identica a quella che si dice abbia fatto Giovanni Paolo II: lasciatemi tornare alla casa del padre.
Il secondo aveva fede, il primo no.
Per Welby era andare nella notte assoluta, per il Papa nella vita.
Ma dal punto di vista umano è la stessa condivisibile richiesta».
A complicare il caso di Eluana c’è la questione della ricostruzione della sua volontà presunta.
«Chi più del padre e della madre ama quella ragazza? Mi sembra che nessuno più di loro abbia il diritto di dire che cosa avrebbe voluto fare la figlia, ora che lei non è più in grado di esprimersi».
Giovanni Reale in più occasioni, durante questa intervista, usa il «noi»: «Noi pensiamo che la vita di Eluana sia artificiale».
«Secondo noi questo sistema che si è sostituito alla natura per un tempo così spaventosamente lungo è aberrante».
Reale parla per sé, ma la sua non è una voce isolata.
Attorno al diritto all’autodeterminazione e all’idea di libertà di coscienza dei cattolici si è costituito un gruppo di filosofi: da Vito Mancuso a Roberta De Monticelli, da Vittorio Possenti a, appunto, Giovanni Reale, le «intelligenze più acute del cattolicesimo italiano», come li ha definiti Luigi Manconi su L’Unità.
Che succede ora: nella Chiesa si arriverà a una sintesi? «Gettiamo semi, non tocca a noi raccogliere frutti.
Speriamo li diano.
Ma l’errore che con Eluana stanno facendo religiosi e uomini di governo è di cadere nella politicizzazione di qualcosa che con la politica non c’entra niente, che è metapolitico».
Corriere della Sera 07 febbraio 2009 Sul caso Eluana, il governo potrebbe varare un decreto legge volto ad impedire l’esecuzione della sentenza della Corte d’appello di Milano, a sua volta giudicata corretta dalla Cassazione.
Il provvedimento, secondo quanto sostiene l’Ansa, contiene un solo articolo dal titolo: «Disposizioni urgenti in materia di alimentazione ed idratazione».
Questo è il testo: «In attesa dell’approvazione di una completa e organica disciplina legislativa in materia di fine vita l’alimentazione e l’idratazione, in quanto forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono in alcun caso essere rifiutate dai soggetti interessati o sospese da chi assiste soggetti non in grado di provvedere a se stessi».
«E’ un omicidio, quel decreto è un dovere»    «Lo Stato ha il diritto di proteggere la vita di ogni suo cittadino»  Intervista al cardinale Camillo Ruini di Aldo Cazzullo  Cardinal Ruini, quali sono i suoi sentimenti in queste ore decisive per la sorte di Eluana Englaro? «Sofferenza.
Non ho mai conosciuto Eluana, ma prego per lei ogni giorno.
Preoccupazione.
Speranza.
E impegno a fare tutto il possibile.
Innanzitutto, per far sapere quali sono le sue reali condizioni: chi è informato bene, di solito non ha più dubbi.
È stato importante che la suora che l’ha assistita sia andata in tv a raccontare la sua esperienza con Eluana.
Non ha senso attribuire all’Eluana di oggi, dopo quel tragico incidente, le aspirazioni e i desideri di prima.
Eluana è stata sfortunata.
Ha perduto molto.
Ora ha bisogno di poco, è protesa verso quel poco, con poco può vivere senza soffrire.
Non colpiamola una seconda volta.
Non togliamole anche questo poco».
Lasciarla morire equivale a un omicidio? «Lasciarla morire, o più esattamente — per chiamare le cose con il loro nome — farla morire di fame e di sete, è oggettivamente, al di là delle intenzioni di chi vuole questo, l’uccisione di un essere umano.
Un omicidio.
Purtroppo inferto in maniera terribile, senza che nessuno possa essere certo che Eluana non soffrirà».
È giusto che il governo sia intervenuto con un decreto? E il capo dello Stato avrebbe dovuto firmarlo? «Non ho ancora avuto modo di conoscere il testo del decreto del governo e della lettera del capo dello Stato, ma conosco le obiezioni secondo le quali questo decreto sarebbe una prevaricazione nei rapporti tra i poteri dello Stato.
Di prevaricazioni però in questa vicenda se ne sono già fatte molte.
A cominciare dai giudici che hanno applicato una legge che non esiste e che, soprattutto, non hanno tenuto conto della situazione reale di Eluana.
Ad ogni modo, ritengo che lo Stato abbia il diritto, e aggiungerei il dovere, di proteggere la vita di ogni suo cittadino».
Una legge sul testamento biologico ora è necessaria? E come andrebbe impostata? «Preferisco parlare di legge sulla fine della vita.
La parola testamento implica infatti che si disponga di un oggetto, ma la vita non è un oggetto, non è un appartamento o una somma di denaro.
La legge dovrebbe evitare sia l’eutanasia sia l’accanimento terapeutico.
Ma è ovvio che la nutrizione e l’idratazione non possono essere lasciate alla decisione dei singoli, perché toglierle significa provocare la morte.
Se eutanasia significa morte “dolce”, “buona”, la fine di Eluana sarebbe peggio dell’eutanasia: Eluana morirebbe di fame e di sete.
La sua sarebbe una morte pessima».
Il padre, Beppino Englaro, ha avuto parole dure su quella che considera un’ingerenza della Chiesa.
Ha torto? «Il rispetto è dovuto a tutti, ma il rispetto massimo è dovuto al signor Englaro, che vive questa terribile esperienza di persona.
Nessuno di noi può sindacare su come reagiscono i genitori toccati così profondamente dal dolore.
Ho conosciuto genitori che si ribellavano di fronte a quella che ritenevano un’ingiustizia divina, e altri che la accettavano.
Ricorderò sempre il giorno in cui fui testimone di un incidente stradale a Regnano, sulle colline di Reggio Emilia.
Stavo guidando.
Davanti a me, un giovane cadde dalla moto.
Non andava forte, ma c’era ghiaia sulla strada e perse il controllo, la moto gli cadde addosso.
Mi fermai, gli diedi l’estrema unzione, ma era già morto.
Gli abitanti del paese mi dissero: la madre è malata di cuore, vada lei a darle la notizia.
Mi feci carico del duro compito.
Quella donna, una contadina, rimase a lungo in silenzio.
Poi mi guardò e disse: “La Madonna ha sofferto di più”…».
(Il cardinale si interrompe, commosso).
Parlavamo dell’ingerenza.
«Non ingerenza, ma adempimento della missione della Chiesa.
Come ha detto con una formula molto efficace Giovanni Paolo II, nell’enciclica Redemptor hominis, “sulla via che conduce da Cristo all’uomo la Chiesa non può essere fermata da nessuno”.
Ogni essere umano è degno di rispetto e amore; tanto più gli innocenti, gli inconsapevoli, i colpiti dal destino».
L’ha colpita il gesto delle suore che erano pronte ad accogliere Eluana e occuparsi di lei negli anni a venire? «Mi ha toccato profondamente, ma non mi ha sorpreso.
Ho avuto molte esperienze in merito.
Penso alle suore delle case di carità di Reggio Emilia, che ora sono anche qui a Roma.
Donne che accolgono persone in condizioni gravissime e le accudiscono con dedizione totale e con gioia.
E molti sono i volontari che le affiancano».
Quali casi ha conosciuto di persona? «Ad esempio, famiglie che hanno figli cerebrolesi dalla nascita, incoscienti eppure non indifferenti, perché in modo istintivo percepiscono le correnti di affetto.
Ci sono genitori che rifiutano figli così, ma ci sono altri che li accettano.
La vita di quei ragazzi, che talora ho visto diventare adulti, non è meno preziosa.
Non posso accettare l’idea che la loro vita valga meno della mia o di qualsiasi altra».
Quali sensibilità ha colto sulla vicenda nell’opinione pubblica, credente o non credente? I sondaggi indicano che in molti sostengono le ragioni di Beppino Englaro.
«Io non ho fatto sondaggi, ma ho discusso in varie occasioni con la gente comune.
All’inizio l’interesse era minore, e in tanti consideravano giusto che fosse il padre a decidere.
Ma non appena vengono informati sulle reali condizioni di Eluana, in pochissimi restano favorevoli a lasciarla morire.
Uno dei miei interlocutori si è proprio arrabbiato: “Ma perché i giornali non scrivono queste cose?”».
E lei come ha trovato i giornali? «In buona parte schierati.
Mentre le tv lo sono state meno, hanno dato spazio anche alle nostre ragioni, come già accadde per il referendum sulla procreazione assistita».
Diceva delle sue discussioni con la gente comune.
«Il fattore che la orienta non è tanto quello religioso.
Non ci sono i credenti di qua e i non credenti di là.
L’impressione è che ci siano piuttosto gli informati e i non informati.
L’esperienza mi ha insegnato inoltre che i malati, per quanto gravi, sperano sempre di continuare a vivere».
In un’intervista a Giacomo Galeazzi della «Stampa», l’arcivescovo Casale, schierandosi con papà Englaro, dice: «Anche Giovanni Paolo II ha richiesto di non insistere con interventi terapeutici inutili».
«Penso di aver conosciuto bene Giovanni Paolo II, e ho vissuto quei giorni in stretto contatto con il suo segretario Don Stanislao Dziwisz, mio carissimo amico.
So bene dunque il senso delle ultime parole del Papa, “lasciatemi andare”.
Quando non c’è più niente da fare, il credente sa che, con la morte, per lui la vita non finisce, ma in un certo senso comincia.
Sia credenti sia non credenti possono dire “lasciatemi andare” in modo eticamente legittimo, ma per un credente queste parole indicano anche una speranza, significano “lasciatemi tornare alla casa del Padre”.
Chi ha un’esperienza anche piccola del modo in cui Giovanni Paolo II viveva il suo rapporto con Dio non ha dubbi al riguardo».
Lei era capo dei vescovi quando si visse il dramma di Piergiorgio Welby.
Diverso da quello di Eluana perché il malato era cosciente e aveva chiesto di morire.
Ripensandoci oggi, non era possibile un atteggiamento diverso da parte della Chiesa? Ad esempio concedere i funerali? «È vero, quel caso era molto diverso.
Non solo Welby era cosciente; era molto più dipendente dalla tecnologia per continuare a vivere.
Nel mezzo della prova, lui scelse di porre fine alla sua vita.
Una scelta che Eluana non ha mai fatto.
Quanto alla mia decisione, la Chiesa non può consentire — tanto più quando un caso ha rilevanza pubblica — che si rivendichi nello stesso tempo l’appartenenza al cattolicesimo e l’autonomia nel decidere sulla propria vita.
Non si può dire: “Io sono cattolico, e decido io”».
Può un cattolico, tanto più un vescovo, negare la Shoah? È una semplice opinione personale in contrasto con quanto sostiene la Chiesa, o è un dato incompatibile con la presenza della Chiesa stessa? «A questa domanda ha già risposto la Santa Sede, con la nota della Segreteria di Stato pubblicata sull’Osservatore Romano secondo la quale, per essere ammesso alle funzioni episcopali, Williamson deve “prendere in modo inequivocabile e pubblico le distanze dalla sua posizione sulla Shoah”.
Se non lo fa, non può fare il vescovo».
Come giudica l’invito del cancelliere Angela Merkel al Papa a fare chiarezza sul negazionismo dei lefebvriani? «Quanto meno superfluo.
Basta ricordare o rileggere quanto disse Benedetto XVI ad Auschwitz, domenica 28 maggio 2006, con parole che toccarono profondamente tutti i presenti, me compreso».
La vicenda Englaro le pare collegata alla denuncia del vuoto di valori e del relativismo etico, temi-chiave del pontificato di Ratzinger? «Uno dei caratteri del magistero di Benedetto XVI e della teologia di Joseph Ratzinger è la denuncia del relativismo etico o, per usare la formula da lui coniata, della dittatura del relativismo.
In Italia, e ancor più in altri Paesi dell’Occidente, esiste un’emergenza educativa, che rappresenta un’ipoteca sul nostro futuro e ha le sue radici nella mentalità diffusa, secondo la quale non esistono più punti di riferimento che precedano e possano illuminare le nostre scelte.
Quando non siamo più d’accordo su cos’è l’uomo, quando l’uomo viene ricondotto totalmente ed esclusivamente alla natura, salta ogni differenza qualitativa, viene meno lo specifico umano, cadono o cambiano radicalmente i parametri educativi.
Si aprono così le porte al nichilismo, che nasce, come ha spiegato bene il suo primo sostenitore, Federico Nietzsche, con la “morte di Dio”.
La Chiesa italiana è pronta a un grande sforzo sull’educazione, collaborando con altri soggetti per il futuro del Paese, e pubblicherà in merito un “rapporto-proposta”.
Stiamo lavorando inoltre ad un grande evento internazionale per il dicembre prossimo a Roma, dove arriveranno alcuni tra i più importanti studiosi del mondo a confrontarsi sul tema di Dio e del suo significato per la nostra vita, anche in rapporto con la scienza».  Corriere della sera 07 febbraio 2009

Il digiuno per essere amici di Dio e attenti a chi ha bisogno

“Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri, mostriamo concretamente che il prossimo in difficoltà non ci è estraneo”.
Lo scrive il Papa nel messaggio per la Quaresima 2009, presentato martedì mattina, 3 febbraio, nella Sala Stampa della Santa Sede.
Benedetto XVI invita in particolare le parrocchie a riscoprire la pratica di donare ai poveri i frutti delle rinunce dei fedeli.
Cari fratelli e sorelle! All’inizio della Quaresima, che costituisce un cammino di più intenso allenamento spirituale, la Liturgia ci ripropone tre pratiche penitenziali molto care alla tradizione biblica e cristiana – la preghiera, l’elemosina, il digiuno – per disporci a celebrare meglio la Pasqua e a fare così esperienza della potenza di Dio che, come ascolteremo nella Veglia pasquale, “sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti.
Dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace” (Preconio pasquale).
Nel consueto mio Messaggio quaresimale, vorrei soffermarmi quest’anno a riflettere in particolare sul valore e sul senso del digiuno.
La Quaresima infatti richiama alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel deserto prima di intraprendere la sua missione pubblica.
Leggiamo nel Vangelo: “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo.
Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame” (Mt 4, 1-2).
Come Mosè prima di ricevere le Tavole della Legge (cfr.
Es 34, 28), come Elia prima di incontrare il Signore sul monte Oreb (cfr.
1 Re 19, 8), così Gesù pregando e digiunando si preparò alla sua missione, il cui inizio fu un duro scontro con il tentatore.
Possiamo domandarci quale valore e quale senso abbia per noi cristiani il privarci di un qualcosa che sarebbe in se stesso buono e utile per il nostro sostentamento.
Le Sacre Scritture e tutta la tradizione cristiana insegnano che il digiuno è di grande aiuto per evitare il peccato e tutto ciò che ad esso induce.
Per questo nella storia della salvezza ricorre più volte l’invito a digiunare.
Già nelle prime pagine della Sacra Scrittura il Signore comanda all’uomo di astenersi dal consumare il frutto proibito: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire” (Gn 2, 16-17).
Commentando l’ingiunzione divina, san Basilio osserva che “il digiuno è stato ordinato in Paradiso”, e “il primo comando in tal senso è stato dato ad Adamo”.
Egli pertanto conclude: “Il “non devi mangiare” è, dunque, la legge del digiuno e dell’astinenza” (cfr.
Sermo de jejunio: PG 31, 163, 98).
Poiché tutti siamo appesantiti dal peccato e dalle sue conseguenze, il digiuno ci viene offerto come un mezzo per riannodare l’amicizia con il Signore.
Così fece Esdra prima del viaggio di ritorno dall’esilio alla Terra Promessa, invitando il popolo riunito a digiunare “per umiliarci – disse – davanti al nostro Dio” (8, 21).
L’Onnipotente ascoltò la loro preghiera e assicurò il suo favore e la sua protezione.
Altrettanto fecero gli abitanti di Ninive che, sensibili all’appello di Giona al pentimento, proclamarono, quale testimonianza della loro sincerità, un digiuno dicendo: “Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire!” (3, 9).
Anche allora Dio vide le loro opere e li risparmiò.
Nel Nuovo Testamento, Gesù pone in luce la ragione profonda del digiuno, stigmatizzando l’atteggiamento dei farisei, i quali osservavano con scrupolo le prescrizioni imposte dalla legge, ma il loro cuore era lontano da Dio.
Il vero digiuno, ripete anche altrove il divino Maestro, è piuttosto compiere la volontà del Padre celeste, il quale “vede nel segreto, e ti ricompenserà” (Mt 6, 18).
Egli stesso ne dà l’esempio rispondendo a satana, al termine dei 40 giorni passati nel deserto, che “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4, 4).
Il vero digiuno è dunque finalizzato a mangiare il “vero cibo”, che è fare la volontà del Padre (cfr.
Gv 4, 34).
Se pertanto Adamo disobbedì al comando del Signore “di non mangiare del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male”, con il digiuno il credente intende sottomettersi umilmente a Dio, confidando nella sua bontà e misericordia.
Troviamo la pratica del digiuno molto presente nella prima comunità cristiana (cfr.
At 13, 3; 14, 22; 27, 21; 2 Cor 6, 5).
Anche i Padri della Chiesa parlano della forza del digiuno, capace di tenere a freno il peccato, reprimere le bramosie del “vecchio Adamo”, ed aprire nel cuore del credente la strada a Dio.
Il digiuno è inoltre una pratica ricorrente e raccomandata dai santi di ogni epoca.
Scrive san Pietro Crisologo: “Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno, perciò chi prega digiuni.
Chi digiuna abbia misericordia.
Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda.
Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica” (Sermo 43: PL 52, 320.
332).
Ai nostri giorni, la pratica del digiuno pare aver perso un po’ della sua valenza spirituale e aver acquistato piuttosto, in una cultura segnata dalla ricerca del benessere materiale, il valore di una misura terapeutica per la cura del proprio corpo.
Digiunare giova certamente al benessere fisico, ma per i credenti è in primo luogo una “terapia” per curare tutto ciò che impedisce loro di conformare se stessi alla volontà di Dio.
Nella Costituzione apostolica Pænitemini del 1966, il Servo di Dio Paolo VI ravvisava la necessità di collocare il digiuno nel contesto della chiamata di ogni cristiano a “non più vivere per se stesso, ma per colui che lo amò e diede se stesso per lui, e …
anche a vivere per i fratelli” (cfr.
Cap.
i).
La Quaresima potrebbe essere un’occasione opportuna per riprendere le norme contenute nella citata Costituzione apostolica, valorizzando il significato autentico e perenne di quest’antica pratica penitenziale, che può aiutarci a mortificare il nostro egoismo e ad aprire il cuore all’amore di Dio e del prossimo, primo e sommo comandamento della nuova Legge e compendio di tutto il Vangelo (cfr.
Mt 22, 34-40).
La fedele pratica del digiuno contribuisce inoltre a conferire unità alla persona, corpo ed anima, aiutandola ad evitare il peccato e a crescere nell’intimità con il Signore.
Sant’Agostino, che ben conosceva le proprie inclinazioni negative e le definiva “nodo tortuoso e aggrovigliato” (Confessioni, ii, 10.18), nel suo trattato L’utilità del digiuno, scriveva: “Mi dò certo un supplizio, ma perché Egli mi perdoni; da me stesso mi castigo perché Egli mi aiuti, per piacere ai suoi occhi, per arrivare al diletto della sua dolcezza” (Sermo 400, 3, 3: PL 40, 708).
Privarsi del cibo materiale che nutre il corpo facilita un’interiore disposizione ad ascoltare Cristo e a nutrirsi della sua parola di salvezza.
Con il digiuno e la preghiera permettiamo a Lui di venire a saziare la fame più profonda che sperimentiamo nel nostro intimo: la fame e sete di Dio.
Al tempo stesso, il digiuno ci aiuta a prendere coscienza della situazione in cui vivono tanti nostri fratelli.
Nella sua Prima Lettera san Giovanni ammonisce: “Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?” (3, 17).
Digiunare volontariamente ci aiuta a coltivare lo stile del Buon Samaritano, che si china e va in soccorso del fratello sofferente (cfr.
Enc.
Deus caritas est, 15).
Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri, mostriamo concretamente che il prossimo in difficoltà non ci è estraneo.
Proprio per mantenere vivo questo atteggiamento di accoglienza e di attenzione verso i fratelli, incoraggio le parrocchie ed ogni altra comunità ad intensificare in Quaresima la pratica del digiuno personale e comunitario, coltivando altresì l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera e l’elemosina.
Questo è stato, sin dall’inizio, lo stile della comunità cristiana, nella quale venivano fatte speciali collette (cfr.
2 Cor 8-9; Rm 15, 25-27), e i fedeli erano invitati a dare ai poveri quanto, grazie al digiuno, era stato messo da parte (cfr.
Didascalia Ap., v, 20, 18).
Anche oggi tale pratica va riscoperta ed incoraggiata, soprattutto durante il tempo liturgico quaresimale.
Da quanto ho detto emerge con grande chiarezza che il digiuno rappresenta una pratica ascetica importante, un’arma spirituale per lottare contro ogni eventuale attaccamento disordinato a noi stessi.
Privarsi volontariamente del piacere del cibo e di altri beni materiali, aiuta il discepolo di Cristo a controllare gli appetiti della natura indebolita dalla colpa d’origine, i cui effetti negativi investono l’intera personalità umana.
Opportunamente esorta un antico inno liturgico quaresimale: “Utamur ergo parcius, / verbis, cibis et potibus, / somno, iocis et arctius / perstemus in custodia – Usiamo in modo più sobrio parole, cibi, bevande, sonno e giochi, e rimaniamo con maggior attenzione vigilanti”.
Cari fratelli e sorelle, a ben vedere il digiuno ha come sua ultima finalità di aiutare ciascuno di noi, come scriveva il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II, a fare di sé dono totale a Dio (cfr.
Enc.
Veritatis splendor, 21).
La Quaresima sia pertanto valorizzata in ogni famiglia e in ogni comunità cristiana per allontanare tutto ciò che distrae lo spirito e per intensificare ciò che nutre l’anima aprendola all’amore di Dio e del prossimo.
Penso in particolare ad un maggior impegno nella preghiera, nella lectio divina, nel ricorso al Sacramento della Riconciliazione e nell’attiva partecipazione all’Eucaristia, soprattutto alla Santa Messa domenicale.
Con questa interiore disposizione entriamo nel clima penitenziale della Quaresima.
Ci accompagni la Beata Vergine Maria, Causa nostræ laetitiæ, e ci sostenga nello sforzo di liberare il nostro cuore dalla schiavitù del peccato per renderlo sempre più “tabernacolo vivente di Dio”.
Con questo augurio, mentre assicuro la mia preghiera perché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra un proficuo itinerario quaresimale, imparto di cuore a tutti la Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 11 Dicembre 2008 (©L’Osservatore Romano – 4 febbraio 2009)

Eluana Englaro

Il viaggio della morte è cominciato di notte.
Eluana Englaro è stata trasportata dalla clinica di Lecco, dove in questi anni è stata amorevolmente assistita, ad una struttura sanitaria di Udine, dove dovrà morire.
Tra qualche giorno le verrà tolta l’alimentazione e l’idratazione.
Tutto questo con l’avallo di una sentenza.
È un momento triste per tutti coloro che – credenti o non – hanno a cuore la tutela della persona.
Se nessuno può togliere la vita ad un altro, togliere la vita ad una persona totalmente indifesa è una barbarie.
La fragilità e la debolezza, al contrario, sono un appello alla solidarietà, anche attraverso quei mezzi che oggi si hanno a disposizione.
In tal senso, Benedetto XVI ha ricordato, all’Angelus di domenica 1° febbraio, che “l’eutanasia è una falsa soluzione al dramma della sofferenza, una soluzione non degna dell’uomo”.
La vera risposta non può essere, infatti, dare la morte, per quanto “dolce”, ma testimoniare l’amore che aiuta ad affrontare il dolore e l’agonia in modo umano.
In questa vicenda taluni organi di informazione hanno sostenuto la tesi che il principio fondamentale sia l’autonomia di scelta della persona, fino al punto di decidere se far vivere o meno.
La Chiesa, invece, ha trasmesso la convinzione che nessuno può essere abbandonato nella debolezza e nella sofferenza.
La vita, cioè, è un bene sociale e, in una città solidale, tutti sono chiamati a fare la propria parte.
L’autonomia assoluta condanna alla solitudine, la relazione conduce alla solidarietà.
In questa direzione andava la richiesta, tante volte avanzata da chi quotidianamente assisteva Eluana, di affidarla proprio a loro: suore, medici, volontari, amici.
Avevano domandato una sorta di adozione: e questo è un meraviglioso gesto di amore.
Segno che in Italia il popolo della vita esiste.
Eluana Englaro ha raggiunto la casa di cura friulana che la ospiterà in attesa che le sia tolto il sondino dell’alimentazione.
Forse fra tre giorni.
L’ambulanza è uscita dalla clinica di Lecco all’1.30 di questa notte superando la piccola folla di persone che ha tentato di impedire la partenza.
Alcuni hanno gridato “Eluana svegliati!” Il ministro del Welfare Maurizio Sacconi sta valutando eventuali provvedimenti.
Dalla Chiesa l’anatema: “Abominevole assassinio”.
La politica si divide tra chi chiede silenzio (Rotondi, ministro Programma: “E’ il momento di tacere”), e chi urla condanne (Gasparri, Pdl: “E’ iniziato l’omicidio”) 13:41 Bocchino, Pdl: “Necessaria una legge” “E’ necessaria una legge che in futuro possa evitare casi Englaro”.
Così ha commentato Italo Bocchino, vicepresidente vicario del Popolo delle Libertà alla Camera 13:37 Esplode il dibattito su Facebook Esplode su Facebook il dibattito sul caso Eluana Englaro.
Oltre cento gruppi di discussione, divisi equamente tra gli inviti a “rispettare la volontà di Eluana”, con migliaia di adesioni, e coloro che sostengono il diritto di Eluana ad essere nutrita 13:20 Cei: “E’ eutanasia ma siamo vicini alla famiglia” I vescovi italiani ribadiscono che togliere l’idratazione e l’alimentazione ad Eluana è, “al di là delle intenzioni, eutanasia” e si affidano, in questo momento, alla forza della preghiera.
Tuttavia, affermano anche la loro vicinanza alla famiglia Englaro, “così duramente provata” 12:54 Beppino Englaro presto a Udine Beppino Englaro – si è saputo a Udine – potrebbe arrivare nel giro di qualche ora 12:48 Donadi, Idv: “Le sentenze vanno rispettate” “Noi dell’Italia dei valori crediamo che le sentenze vadano rispettate e così la scelta di chi da 17 anni vuole porre fine a un evidente accanimento terapeutico”.
Lo afferma il capogruppo alla Camera dell’Idv Massimo Donadi 12:38 Il medico che guida l’équipe: “Sono devastato” Amato De Monte, primario del primo reparto di anestesia dell’ospedale di Udine, che ha accompagnato Eluana nel viaggio da Lecco a Udine e che guiderà l’équipe disponibile ad attuare la sentenza per l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione della donna, ha detto: “Sono profondamente devastato come uomo, come padre, come medico e come cittadino.
Tutta la società civile dovrebbe riflettere sullo scollamento tra il sentire sociale e la posizione della politica e della chiesa” sul tema della vita vegetale 12:32 Formigoni: “Fatto tutto il possibile per evitare questa tragedia” Il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, ha detto: “Abbiamo fatto tutto il possibile per evitare questa tragedia.
C’e’ molta amarezza in me in questo momento, molta compassione nei confronti della povera Eluana” 12:12 Società italiana anestesia: “Sopravviverà oltre 15 giorni” A partire dal momento della graduale interruzione della nutrizione-idratazione artificiale, Eluana Englaro potrebbe sopravvivere anche per un periodo superiore a 15 giorni.
Ad avanzare tale ipotesi è la past-president della Società italiana di anestesia Rosalba Tufano.
“Non esistono in merito dei protocolli definiti – ha ricordato l’esperta – ma ricordiamo il caso di Terry Schiavo, la donna morta a 41 anni il 31 marzo 2005 in una struttura specializzata in Florida, quasi due settimane dopo che i medici avevano staccato i tubi per l’alimentazione artificiale che l’avevano tenuta in vita per 15 anni” 12:08 Finocchiaro, Pd: “Alla maggioranza chiedo silenzio e rispetto” Anna Finocchairo, presidente del gruppo del Pd al Senato, invita il centrodestra a maggiore misura: “Rivolgo ai colleghi della maggioranza che hanno usato espressioni sinceramente fuori luogo, silenzio e rispetto di fronte a un dolore immenso” 11:59 Buttiglione, Udc: “Berlusconi convochi il consiglio dei ministri” “Berlusconi convochi subito un Consiglio dei ministri per fare una legge” per il testamento biologico.
Lo dice Rocco Buttiglione, presidente dell’Udc 11:55 Avvocato Angiolini: “Mi auguro che nessuno voglia interferire” L’avvocato Vittorio Angiolini, legale di Beppino Englaro, risponde al ministro Sacconi: “Mi auguro che nessuno voglia interferire.
Il ministro non ha alcuna competenza per fermare i trattamenti sanitari in corso” 11:42 Belisario, Idv: “La politica faccia un passo indietro” Il presidente dei senatori dell’Idv Felice Belisario ha detto: “La politica ha il dovere morale di fare un passo indietro perchè Eluana, in questo difficile momento, merita solo un silenzio fatto di pietas e di rispetto per la famiglia” 11:40 Mantovano: “Sarà la prima condanna a morte dopo il 1948” Il sottosegretario dell’Interno Alfredo Mantovano ha detto: “Sarà la prima condanna a morte dopo il 1948” 11:37 L’agenzia della Cei: “Togliere la vita è una barbarie” La Sir, l’agenzia della Conferenza episcopale italiana, scrive: “Il viaggio della morte è cominciato.
Togliere la vita ad una persona totalmente indifesa è una barbarie” 11:31 Gasparri, Pdl: “E’ iniziato l’omicidio” Il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri ha detto: “E’ iniziato l’omicidio di Eluana, che rischia di avvenire impunemente e senza turbare convenzioni ed erogazioni di pubblico denaro” 11:25 Avvenire: “L’Italia non starà alla finestra” L’Italia “non starà alla finestra” ad attendere la fine di Eluana Englaro, ma rifiuterà “un’agonia insopportabile”, perchè “sa commuoversi, capire, battersi”: lo scrive il quotidiano della Cei Avvenire 11:24 Rotondi: “E’ il momento di tacere” Gianfranco Rotondi, ministro dell’Attuazione del programma, ha detto: “La vita non appartiene alla nostra disponibilità, ma di fronte a questo dramma penso che oramai ci sia solo da tacere e pregare” 11:13 Guardia giurata davanti alla stanza per tutelare la privacy Eluana Englaro è ospitata in una stanza al terzo piano de “La Quiete”, in una posizione isolata rispetto agli altri degenti, per tutelare la privacy.
Una seconda stanza e’ riservata ai familiari e in particolare al padre Giuseppe Englaro.
Una guardia giurata privata non consente a nessuno di avvicinarsi, neppure agli altri operatori sanitari della casa 10:58 Associazione di medici staccherà il sondino Sarà l’associazione ‘Per Eluana’ – composta dal primario di terapia intensiva dell’ospedale di Udfine Amato De Monte e da altri medici e tecnici specializzati – ad attuare, alla ‘Quiete’ di Udine, il protocollo di distacco del sondino che tiene in vita Eluana Englaro.
Lo ha detto l’avvocato Giuseppe Campeis che assiste la famiglia Englaro 10:43 L’anatema della Chiesa: “Fermate quella mano assassina” L’anatema della Chiesa contro la scelta di sospendere l’alimentazione a Eluana.
“Fermate quella mano assassina!” ha detto il cardinale messicano Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio consiglio per gli operatori sanitari, carica equivalente a ministro della Salute della Santa Sede.
“Interrompere alimentazione ed idratazione equivarrebbe ad un abominevole assassinio e la Chiesa lo griderà sempre ad alta voce” 10:34 Angiolini, legale degli Englaro: “Ci sarà riservatezza” Vittorio Angiolini, l’avvocato della famiglia Englaro, ha precisato che sul trattamento sanitario” a cui verrà affidata Eluana, “ci sarà riservatezza”: “La riservatezza impone di non rendere pubblici i passaggi di questo trattamento sanitario” 10:31 Alemanno, sindaco di Roma: “La vita è sacra” Il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha detto: “Ritengo che la vita umana sia sempre sacra.
Non credo che un parente, un padre possa disporre di una vita umana in questa maniera.
Sono d’accordo con il ministro Sacconi” 10:17 Flick, Corte Costituzionale: “Preoccupato per conflitto politico” Il presidente della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick è preoccupato “che un problema drammatico di questo tipo sia diventato oggetto di un conflitto politico ideologico di contrapposizione che sarebbe meglio non ci fosse” 10:15 Riccio, anestesista: “Eluana non può sentire fame, sete o dolore”: “Eluana Englaro non può sentire fame, sete o dolore”: lo sostiene l’anestesista Mario Riccio che ha staccato il respiratore a Pier Giorgio Welby.
“Gli stimoli – ha spiegato – dipendono infatti dalla corteccia cerebrale che nella donna non funziona più” 09:48 La Loggia: A Udine si compie vero e proprio omicidio “A Udine contro Eluana si sta per compiere un vero e proprio omicidio.
Si fermino, hanno ancora il tempo per riflettere e valutare le conseguenze della loro azione.
Nessuno ha il diritto di interrompere una vita privandola dell’alimentazione e dell’idratazione”.
Lo ha detto il vice Presidente del Gruppo del Pdl alla Camera Enrico La Loggia.
09:47 Sindaco di Udine: Decisioni importanti non ancora assunte Le ”decisioni importanti” non sono state ancora assunte.
Lo ha detto il sindaco di udine, Furio Honsell, ai giornalisti, sulla vicenda di Eluana Englaro.
”Ritenevo e ritengo ancora importante che Udine possa dare una risposta giusta e civile a questa vicenda umana”, ha detto Honsell, a margine del consiglio comunale di Udine.
”Oggi come allora – ha aggiunto il sindaco, a riguardo delle decisioni che si appresta ad assumere La Quiete, dove e’ ospitata Eluana – non ritengo giusto aggiungere altro, se non il mio sostegno nei confronti di chi deve ancora assumere decisioni importanti.
Ribadisco inoltre la mia intenzione di rispettare il silenzio chiesto da Beppino Englaro al quale va tutto il mio sostegno”.
09:03 Sacconi: valutiamo situazione, la società s’interroghi “Stiamo valutando la situazione anche da un punto di vista formale”.
Così il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha commentato gli ultimi sviluppi della vicenda di Eluana Englaro.
Intervenendo alla trasmissione ‘Panorama del giorno’ su Canale 5, il ministro ha tuttavia mantenuto il riserbo su eventuali nuovi provvedimenti, “alla luce – ha detto – delle situazioni di fatto e di diritto che verranno esaminate”.
09:02 Il padre di Eluana arriva nel pomeriggio Non è ancora arrivato a Udine Beppino Englaro, il padre di Eluana.
L’uomo, che a Lecco ha assistito alla partenza della figlia, non ha seguito l’ambulanza che la trasportava e sembra si trovi a Bergamo.
Dovrebbe arrivare a Udine nel pomeriggio.
08:51 Arcivescovo Udine: questa è una vera eutanasia E’ una ”vera e propria eutanasia” quella che sara’ applicata ad Eluana Englaro.
Lo sostiene l’arcivescovo di Udine, monsignor Pietro Brollo, che alla notizia dell’arrivo nella città della giovane in coma vegetativo da 17 anni, si e’ raccolto in preghiera ed ha poi sollecitato un soprassalto di coscienza a chi puo’ ancora decidere di aiutare Eluana a continuare a vivere.
08:49 Ordine dei medici di Milano: Noi al medico per sentenza Dopo la sentenza del Tar della Lombardia sul caso Englaro, il rischio e’ che nasca una nuova figura e cioe’ quella di un ”medico per sentenza: l’acritico esecutore di volonta’ sanitarie altrui”.
Lo evidenzia l’Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri di Milano (OmceoMi), rilanciato oggi da DoctorNews, convinto che la sentenza con cui il tribunale amministrativo lombardo ha accolto il ricorso della famiglia Englaro contro la Regione Lombardia – invitando quest’ultima a indicare una struttura che possa accompagnare nel suo ultimo viaggio Eluana Englaro, la donna lecchese in stato vegetativo permanente da 17 anni – rappresenti ”un ulteriore passo in avanti lungo una via sbagliata, quale e’ quella giudiziaria, per risolvere un caso che attiene al sentire piu’ profondo dell’animo umano”.
08:39 Eluana, fra tre giorni la sospensione dell’alimentazione Eluana Englaro riposa, dall’alba, alla clinica La Quiete di Udine e fra tre giorni, se non interverranno fatti nuovi, sara’ sottoposta alle pratiche per essere accompagnata alla morte.
L’equipe medica diretta dal professor Amato de Monte, primario anestesista dell’ospedale di Udine, che operera’ a titolo volontario e gratuito accanto al letto di Eluana, comincera’ a sospenderle l’alimentazione e l’idratazione.
L’autorizzazione alla famiglia Englaro (Beppino, il padre, arrivera’ a Udine nelle prossime ore) era arrivata sabato dalla direzione dell’Istituto geriatrico assistenziale di Udine, da cui dipende La Quiete.
08:10 Tondo: La Regione Friuli non ha interferito sulla vicenda “Sono vicino a Beppino Englaro in questo momento tragico.
La Regione non ha mai interferito e, come avevo già detto, la nostra posizione è neutra.
Questa vicenda fra privati è legata a un diritto di Eluana sancito da una sentenza e non saremo certo noi a impedirlo.
Formigoni ha una sua posizione? Bene, io invece ho la mia”.
Lo ha detto Renzo Tondo, presidente del Friuli Venezia Giulia, al ‘Messaggero Veneto’ di Udine.
07:07 Il padre Beppino non è a Udine Beppino Englaro non ha seguito sua figlia Eluana ad Udine.
Lo si è appreso da fonti della casa di cura ‘La Quiete’, dove la donna è stata ricoverata.
Beppino era a Lecco ieri sera ed ha assistito alla partenza della figlia per Udine, poi si è fermato a Bergamo.
L’uomo dovrebbe raggiungere Udine nel pomeriggio di oggi o, più probabilmente, nella giornata di domani.
06:20 Ambulanza entrata da un ingresso secondario L’ambulanza che ha trasportato Eluana Englaro a Udine è entrata alla casa di assistenza ‘La Quiete’ per un ingresso secondario.
Per evitare l”assaltò delle decine di teleoperatori e reporter che da alcune ore sostavano davanti all’ingresso principale della struttura sanitaria, polizia e carabinieri hanno fatto entrare l’ambulanza da un altro accesso.
L’unico mezzo ad entrare nella clinica è stata l’ambulanza: papà Beppino, che aveva seguito in macchina da Lecco la figlia, non è stato visto entrare al seguito.
06:00 Eluana arrivata in clinica a Udine L’ambulanza che trasporta Eluana Englaro, partita da Lecco stanotte all’1:30, è arrivata alla casa di cura ‘La Quiete’ di Udine alle 5:54 di questa mattina .
Ad accoglierla lo staff medico che dovrà attuare il protocollo del distacco dell’alimentazione forzata, che tiene in vita la donna in coma vegetativo da 17 anni.
01:42 Urla e slogan al passaggio del mezzo sanitario Dietro l’ambulanza è partito anche papà Beppino Englaro.
Al suo passaggio si sono levate numerose urla: “Non la uccidere”, “Eluana è viva”.
L’ambulanza, prima di riuscire a lasciare la rampa di accesso alla clinica, è rimasta bloccata per alcuni secondi a causa delle proteste degli esponenti delle associazioni, che hanno tentato di impedirne il passaggio.
L’ambulanza è riuscita a partire – preceduta da un’auto civetta – perchè alcuni agenti di polizia, sul posto da ore, hanno fatto spostare i manifestanti.
Uno di coloro che si erano sdraiati sul cofano è stato poi identificato.
Si tratta di un consigliere comunale lecchese del Pdl, Giacomo Zamperini.
01:40 L’ambulanza ha lasciato la clinica Eluana Englaro ha lasciato la clinica di Lecco a bordo dell’ambulanza, giunta poco prima, per essere trasferita a Udine.
La partenza è avvenuta fra le proteste di esponenti di associazioni in difesa della vita che si sono sdraiati sul cofano nel tentativo di fermare l’ambulanza.
01:10 Arrivata l’ambulanza E’ arrivata poco dopo l’una l’ambulanza che dovrebbe trasferire in nottata Eluana Englaro dalla clinica di Lecco alla sua nuova destinazione.
L’ambulanza è entrata attraverso il cancello principale ed è stata parcheggiata nel cortile coperto, lontana da sguardi dall’esterno.
00:40 Beppino Englaro in clinica a Lecco Beppino Englaro, il padre di Eluana, che questa notte dovrebbe essere trasferita in Friuli, è arrivato nella clinica di Lecco, dove la donna è ricoverata da anni.
Beppino Englaro, che era solo in auto, ha dovuto attendere alcuni minuti prima che il cancello della casa di cura Beato Luigi Talamoni venisse spalancato.
Nell’attesa è stato bersagliato dai flash dei fotografi mentre alcuni degli esponenti delle associazioni in difesa delle vita gli hanno urlato: “Eluana vuole vivere”.
L’arrivo di Beppino Englaro dovrebbe essere un segnale che sta per giungere a Lecco anche l’ambulanza con la quale la figlia sarà trasferita.
01:00 L’anestesista è sull’ambulanza Il primario del primo reparto di Anestesia dell’ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine, Amato De Monte, si trova a bordo dell’ambulanza partita ieri sera da Udine per andare a prelevare Eluana Englaro a Lecco.
De Monte, che segue la vicenda di Eluana da tempo, guiderà come volontario l’equipe che nella casa di riposo di Udine dovrebbe procedere alla sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione della donna in coma da 17 anni.
L’ambulanza dovrebbe giungere a Lecco fra non molto e ripartire nella notte per Udine dove Eluana potrebbe arrivare all’alba di oggi.
00:59 Rosari e striscioni davanti alla clinica In attesa che arrivi l’ambulanza per trasferire Eluana, un gruppo di aderenti al Centro di Aiuto alla Vita di Lecco ha recitato un rosario fuori dalla clinica Beato Luigi Talamoni ed esposto alcuni striscioni contro l’eutanasia.
“Quella di stasera è stata un’iniziativa assolutamente spontanea – ha detto Paolo Gulisano, presidente del Centro Aiuto alla Vita di Lecco -.
La nostra presenza qui è per dare una testimonianza di solidarietà ad Eluana visto che questa sera sta iniziando una fase terribile di una vicenda surreale”.
Al gruppo di aderenti del Cav di Lecco si è unita, oltre all’assessore regionale alla Famiglia e Solidarietà Sociale, Giulio Boscagli, anche l’assessore ai Servizi Sociali del Comune di Lecco, Angela Fortino.
Dichiarazione di S.
E.
Mons.
Mariano Crociata Sulla vicenda Englaro, do voce alla Presidenza della CEI che fa propria la dichiarazione resa nota ieri sera da S.
E.
mons.
Pietro Brollo, arcivescovo di Udine, alla notizia del trasferimento di Eluana da Lecco ad Udine: ”Faccio appello alla coscienza di tutti, perché quanti hanno chiaro di essere al cospetto di una persona vivente non esitino a volerne e ad esigerne la tutela, mentre quanti dubitano ancora abbiano la sapienza e la prudenza di astenersi da qualsiasi decisione irreparabile”.
E’ a tutti evidente che qualsiasi azione volta ad interrompere l’alimentazione e l’idratazione si configurerebbe – al di là delle intenzioni – come un atto di eutanasia.
Per parte nostra osiamo ancora sperare nella forza della preghiera che vince le resistenze più nascoste e siamo vicini alla famiglia così duramente provata e alle suore di Lecco che hanno amorevolmente assistita Eluana Englaro fino a ieri.
L’intervista.
cardinale Javier Lozano Barragan “Fermate quella mano assassina!”.
Anatema, misto a dolore e pietas cristiana, per la sorte di Eluana Englaro, da un cardinale di Santa Romana Chiesa.
Lo lancia, con toni fermi e decisi, il messicano Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio consiglio per gli operatori sanitari, carica equivalente a ministro della Salute della Santa Sede.
Appena – ieri sera – si è diffusa la notizia del trasferimento da Lecco a Udine della donna che da 17 anni vive in stato vegetativo permanente, il porporato è uscito allo scoperto con un vero e proprio altolà a chi, nella casa di riposo di Udine dove è stata portata Eluana, che “interromperle alimentazione ed idratazione equivarrebbe ad un abominevole assassinio e la Chiesa lo griderà sempre ad alta voce”.
Cardinale Lozano Barragan, ma c’è una sentenza della Cassazione che autorizza i sanitari a bloccare l’alimentazione forzata alla ragazza.
“Con tutto il rispetto per le sentenze, la posizione della Chiesa in difesa della vita è sempre la stessa.
E non può certamente cambiare in seguito ad un pronunciamento dei giudici.
Non solo nei confronti di Eluana Englaro, ma in ogni caso in cui si tratta di salvaguardare quel bene inestimabile di Dio che è la vita, dal primo concepimento fino alla conclusione naturale”.
Lei, quindi, esclude che si possa interrompere la somministrazione forzata di cibo e acqua per una persona da anni costretta a stare a letto in stato vegetativo permanente senza nessuna prospettiva di miglioramento? “Per la dolorosissima vicenda Englaro non si tratta di accanimento terapeutico perché i sanitari non provvederanno ad interrompere le terapie.
Ripeto, togliere ad una persona cibo ed acqua significa una cosa sola, ucciderla deliberatamente.
E la Chiesa e tutte le persone di buona volontà non potranno mai accettarlo”.
Comunque, alla casa di riposo di Udine il destino di Eluana potrebbe andare incontro a quella svolta per la quale si è tanto battuto il padre.
In momenti così drammatici, lei come pastore della Chiesa cosa si sente di dire? “Non è certamente questo il momento di alzare il livello delle polemiche.
Ma, come uomo di Chiesa, mi sento solo di ricordare che c’è un preciso comandamento biblico, il quinto del Decalogo dettato da Dio, che dice “Non uccidere”.
Per cui, se la sorte di Eluana sarà segnata tragicamente dal blocco dell’alimentazione, significa che si tratterà di un assassinio.
Non vedo come si possa definire diversamente la decisione di non far mangiare più una persona”.
Ma Beppino Englaro, il papà di Eluana, ha sempre detto che lui intende rispettare, in coscienza, la volontà della figlia che prima dell’incidente stradale di 17 anni fa più volte gli avrebbe confidato che non avrebbe voluto vivere attaccata alle macchine…
“No, non voglio assolutamente rispondere a questa domanda, perché il signor Englaro è già tanto arrabbiato con me.
Lo ha detto tante volte in passato quando ho spiegato la posizione della Chiesa su queste problematiche, riferendomi, non solo al caso della signorina Eluana, ma a tutti i casi in cui occorre salvaguardare il rispetto della vita, anche quella delle persone più deboli ed indifese.
Ma con dolore vedo che stiamo andando sempre più verso una cultura di morte”.
Se Eluana si spegnerà per mancanza di cibo, la Chiesa si sentirà sconfitta? “Saremmo sconfitti tutti se ad Udine si andrà verso questo tragico epilogo.
Ma, prima di tutto, ad essere sconfitto sarebbe il rispetto della vita umana.
La Chiesa, pur nel dolore, continuerà a pregare, a proclamare la difesa della vita perché dono di Dio irrinunciabile e a proporre – non a imporre – la sua dottrina di vita.
I sanitari di Udine applicheranno la sentenza dei giudici di Milano? Fino all’ultimo momento mi augurerò che ciò non accada.
Per il resto, come cristiano, non posso che affidarmi alla misericordia divina, pensando in primo luogo alle persone che soffrono e che non possono difendersi.
Come Eluana Englaro”.
di Orazio la Rocca Repubblica 3 febbraio 2009

Chiesa ortodossa russa: Kirill patriarca

Alessio II era stato eletto nel 1990 ora tutti si aspettano da Kirill un rafforzamento, non solo numerico, della Chiesa ortodossa minacciata dal secolarismo e dall’indifferentismo religioso.
Un compito che Kirill ha ben presente e che, per molti aspetti, lo mette in sintonia con il pontificato di Benedetto XVI.
Il neo-patriarca di Mosca «è persona ben conosciuta e stimata da Benedetto XVI» nota padre Lombardi, portavoce della Santa Sede, che ha subito inviato gli auguri a Kirill «perché possa svolgere un servizio fruttuoso e continuare ad approfondire un cammino di reciproca conoscenza e collaborazione per il bene dell’umanità».
Ieri sera le campane di tutte le chiese di Mosca hanno suonato a lungo in segno di festa, mentre nella cattedrale di Cristo Salvatore il neo-patriarca s’inchinava davanti a coloro che l’avevano eletto.
Tra le volute d’incenso e i canti melodiosi della liturgia orientale, il «Concilio locale» ha avuto inizio a mezzogiorno in punto con una solenne processione degli arcivescovi dai paramenti violacei e dei metropoliti coi piviali azzurri, cui hanno fatto ala i rappresentanti dei monasteri in tonaca nera e i delegati laici in abito scuro.
Uno spettacolo di colori, di suoni e di profumi altamente suggestivo.
Dopo l’invocazione allo Spirito Santo il metropolita Kirill, reggente ad interim, ha baciato l’icona della Vergine di Feodorovskaja, una delle più venerate dai russi e già patrona della famiglia degli zar Romanov, e ha quindi aperto i lavori con un lungo intervento che a tutti è sembrato come un vero e proprio discorso programmatico.
Ha rivendicato con orgoglio che «il popolo russo ha resistito con successo al proselitismo venuto dall’estero» denunciando allo stesso tempo «la pressione aggressiva di un secolarismo senza Dio e i tentativi da parte alcuni gruppi protestanti radicali di rovesciare la morale evangelica».
Kirill ha ricordato ai partecipanti che questo Concilio locale è chiamato a prendere «decisioni storiche» e ha indicato tra gli obiettivi prioritari un maggior impegno sociale della Chiesa.
L’intronizzazione solenne del nuovo patriarca avverrà domenica prossima alla presenza di molte delegazioni straniere tra cui una folta rappresentanza vaticana.
Il nuovo patriarca ortodosso russo, Kirill (foto Ansa) dal nostro inviato a Mosca Luigi Geninazzi Avvenire, 28 gennaio ’09 La Chiesa ortodossa russa ha un nuovo patriarca: è il metropolita Kirill di Smolensk e Kaliningrad, eletto ieri sera a scrutinio segreto dall’Assemblea plenaria del «Concilio locale» già alla prima votazione.
Per l’ex «ministro degli esteri» del Patriarcato c’è stato un larghissimo consenso.
Kirill ha avuto l’appoggio di oltre i due terzi dei delegati, 508 voti su 700, (per la nomina era richiesto il 50 per cento più uno), confermando in tal modo tutte le previsioni della vigilia che lo davano decisamente in vantaggio sugli altri possibili candidati.
Favorito nei sondaggi online, appoggiato dalla metà dei suoi confratelli nel voto preliminare espresso dal Concilio episcopale domenica scorsa, ha avuto la strada spianata anche nel Concilio locale, una sorta di Stati generali della Chiesa ortodossa russa.
Lo si è capito subito ieri pomeriggio allorché l’assemblea dei delegati ha rinunciato a proporre altre candidature.
Quindi è arrivato l’annuncio che il metropolita Filarete di Minsk si ritirava invitando i propri sostenitori a far convergere i voti su Kirill.
A quel punto restava in gara solo il metropolita Kliment, il tesoriere del Patriarcato dipinto dai mass-media come portabandiera dell’ala più conservatrice.
Ha ottenuto 162 voti, troppo pochi per sbarrare la strada a Kirill.
Con l’elezione di ieri la Chiesa ortodossa russa mette fine alla lunga transizione post-sovietica.
Kirill, sedicesimo patriarca di Mosca è anche il primo post-comunista

Bibbia, nuova è un bestseller

Non più, quindi “svegliatosi”, ma “svegliò”; non più “locuste”, ma “cavallette”.
«Una grande attenzione è stata posta anche alla traduzione dei nomi geografici o di persona.
Per esempio, attualmente lo stesso lago è trascritto in tre modi diversi: Genèsaret, Chinarot e Kinarot; adesso è sempre Chinaròt».
Per i salmi, poi, «è stata scelta la numerazione ebraica (per cui, ad esempio, il Miserere non è più il 50, ma il 51».
E ci sono cambiamenti anche nei contenuti: «l’inizio del Salmo 65 nella precedente edizione Cei era: “A te si deve lode, o Dio, in Sion”.
Ora si legge: “Per te il silenzio è lode, o Dio, in Sion”».
Profondi cambiamenti ci sono anche in alcuni libri, ad esempio quello di Ester e il Siracide, perché proprio la ricerca di rigore scientifico ha portato a scelte nuove per il lettore non specialista.
«Ci sono circa 6.000 lingue.
In 4.000 di queste non c’è traduzione della Bibbia, né parziale, né totale», ha ricordato durante la presentazione Monsignor Vincenzo Paglia.
«Noi siamo fortunati ad avere addirittura una nuova traduzione, e oltretutto una traduzione che è già stata adottata nelle celebrazioni domenicali, cosa molto importante perché aiuta la memoria.
Memorizzare versi e brani è importante perché imparare a parlare con le parole della Bibbia vuol dire toccare almeno il lembo del mantello di Gesù.
E pregare solo con il nostro linguaggio vuol dire ignorare quello di Dio».
La Bibbia, peraltro, è un libro ancora presente nelle case.
Monsignor Paglia ha infatti citato l’indagine fatta dalla Federazione Biblica Internazionale in sedici Paesi dell’Europa e dell’America, e presentata al recente Sinodo dei vescovi.
«La stragrande maggioranza degli italiani ha la Bibbia in casa.
Probabilmente è un oggetto da scaffale, ma forse questa nuova traduzione può aiutarla a farla passare dallo scaffale al comodino».
Proprio la Bibbia, infatti, «in un mondo globalizzato è la nuova frontiera a cui chiamare tutti.
E resta un libro tra i più amati, in tutti i Paesi, da Mosca a Washington; uno dei volumi da cui ci attende una prospettiva per la propria vita.
La maggior parte della popolazione (tranne in Francia), ritiene che la Bibbia debba essere insegnata nelle scuole, perché senza un aiuto alla lettura rischia di diventare un libro chiuso, difficilmente interpretabile.
Inoltre c’è un recupero dell’indispensabile legame tra Bibbia e comunità: è il momento di sviluppare l’impegno di tutti i cristiani a rifrequentare assieme le Scritture».
Anche secondo Gabriella Caramore (autrice di “Uomini e Profeti”, Radio-Rai3), questa nuova edizione arriva in un momento in cui «si sente forte il bisogno che la conoscenza della Bibbia venga recuperata all’interno della cultura personale ” accanto alle scienze, alle arti eccetera “, non solo dei credenti, ma di tutti», ha detto.
«Senza conoscenza approfondita e continuata della Bibbia, infatti, non si possono capire le categorie che accompagnano la nostra storia.
Quale memoria possiamo avere se non abbiamo assimilato la memoria biblica? Quale idea di libertà se non sappiamo che biblicamente essa passa attraverso l’amore, è un dono di Dio al suo popolo, e non un diritto da rivendicare? Quale idea di sapienza senza conoscere Qoelet, quale idea della politica senza la dimensione della profezia che indica il bene per la comunità e non per il singolo? Per questo la conoscenza della Bibbia è importante anche da un punto vista laico, per tutti».
Quattrocentomila copie vendute o prevendute in pochi mesi: la Bibbia nella nuova traduzione ” anche se non entra mai nelle classifiche dei libri ” ha successo, tanto che si prevede per gennaio una seconda edizione.
Parliamo, naturalmente, dell’edizione Uelci, l’associazione di editori cattolici che hanno curato e distribuito l’edizione economica della nuova tradizione.
E che hanno sfidato la tradizione mettendola in vendita anche nei centri commerciali, autogrill, blockbuster e aeroporti.
Durante la presentazione del volume, a Roma nel contesto della Fiera «Più libri, più liberi», padre Giuseppe Danieli (già presidente della Associazione Biblica Italiana e coordinatore del gruppo dei traduttori) ha ricordato che il lavoro è iniziato esattamente vent’anni fa, nel 1988, e ha tenuto conto delle indicazioni che Paolo VI aveva dato nel ’65 quando si era cominciato a lavorare alla traduzione poi pubblicata nell’86: dare alla Chiesa una Bibbia a livello degli studi biblici moderni, e tale che possa servire soprattutto nella liturgia.
«Per questo, dove possibile siamo partiti dagli originali ebraici, aramaici, greci, e non dalla traduzione latina.
Ma volevamo una lingua semplice, e quindi siamo stati attenti a rinnovare il linguaggio, usando il più possibile termini in uso oggi».

La Rete e la Chiesa: un mondo digitale accessibile a tutti

Destinate a incontrarsi Internet è una realtà che ormai fa parte della vita quotidiana di molte persone.
Se fino a qualche tempo fa era legata all’immagine di qualcosa di tecnico, che richiedeva competenze specifiche sofisticate, oggi è diventato un luogo da frequentare per stare in contatto con gli amici che abitano lontano, per leggere le notizie, per comprare un libro o prenotare un viaggio, per condividere interessi e idee.
L’avvento di internet è stato, certo, una rivoluzione.
E tuttavia è una rivoluzione che potremmo definire “antica”, cioè con salde radici nel passato: replica antiche forme di trasmissione del sapere e del vivere comune, ostenta nostalgie, dà forma a desideri e valori antichi quanto l’essere umano.
Quando si guarda a internet occorre non solo vedere le prospettive di futuro che offre, ma anche i desideri e le attese che l’uomo ha sempre avuto e alle quali prova a rispondere: comunicazione, relazione e conoscenza.
Internet si sta decisamente evolvendo, trasformandosi in una piattaforma relazionale.
Non è più un agglomerato di siti web isolati e indipendenti tra loro, seppure collegati e messi in rete, ma è da considerare come l’insieme delle capacità tecnologiche raggiunte dall’uomo nell’ambito della diffusione e della condivisione dell’informazione e del sapere.
La Rete permette la partecipazione e la diffusione dei contenuti multimediali (testi, immagini e suoni) che vengono prodotti dagli stessi utenti, i cosiddetti consumer generated media.
Ogni informazione (un’immagine, un video, una registrazione audio, un link, un testo, …) entra in una rete di relazioni di persone che collega tra loro i contenuti e ne potenzia ed estende il valore e il significato.
Da sempre la Chiesa ha nell’annuncio di un messaggio e nelle relazioni di comunione due pilastri fondanti del suo essere.
La Chiesa è dunque naturalmente presente – ed è chiamata ad esserlo – lì dove l’uomo sviluppa la sua capacità di conoscenza e di relazione.
Ecco perché la Rete e la Chiesa sono due realtà da sempre destinate a incontrarsi: internet non è un semplice “strumento” di comunicazione che si può usare o meno, ma un “ambiente” culturale, che determina uno stile di pensiero e crea nuovi territori e nuove forme di educazione, contribuendo a definire anche un modo nuovo di stimolare le intelligenze e di costruire la conoscenza e le relazioni.
L’uomo infatti non resta immutato dal modo con cui manipola il mondo: a trasformarsi non sono soltanto i mezzi con i quali comunica, ma l’uomo stesso e la sua cultura.
La Chiesa dunque, per attuare sino in fondo la sua missione, ha bisogno di vivere nella Rete e incarnare in essa il messaggio del Vangelo.
Internet, che si basa su una logica delle “connessioni” (links e networks), abbatte distanze spazio-temporali prima valicabili con difficoltà o a costi proibitivi.
L’ambiente telematico diffuso unisce i popoli grazie alla crescita dell’integrazione sociale, mette in circolo il pensiero e le culture, fa cadere le barriere dei particolarismi.
Si tratta di un’opportunità per le relazioni interne alla Chiesa, ma anche per la comunicazione tra la Chiesa e il mondo.
Infatti la Chiesa, proprio in quanto “corpo vivo”, come afferma la Communio et progressio (n.
116-117), ha bisogno dell’opinione pubblica.
Grazie alla Rete la Chiesa può ascoltare più chiaramente la voce dell’opinione pubblica ed entrare in continuo dibattito con il mondo circostante.
La peculiarità della comunicazione in Rete è infatti l’interattività bidirezionale, che sta già facendo svanire la vecchia distinzione tra chi comunica e chi riceve la comunicazione.
Certo, la Chiesa non è mai e in nessun caso “prodotto” della comunicazione, e la fede non è fatta soltanto di informazioni, né è luogo di mera “trasmissione”, cioè non è una pura “emittente”.
Essa è luogo di “comunicazione” e “testimonianza” vissuta del messaggio che si “annuncia” e che si celebra in seno a una comunità umana in carne e ossa.
Il rapporto diretto, proprio della Rete, tra centro e qualsiasi punto della periferia espone al rischio di formare un’abitudine all’inutilità della mediazione incarnata in un certo momento e in un certo luogo.
E tuttavia è anche vero che si aprono contesti e orizzonti di relazione prima impensabili o forse, al massimo, intuiti da geni religiosi come Pierre Teilhard de Chardin.
Le nuove tecnologie informatiche e telematiche sono entrate anche nel grande campo della pastorale e dello studio sulle nuove possibilità per il ministero.
Molti pastori e formatori sono in Rete per creare occasione di incontro e di annuncio, ma anche di confronto aperto lì dove la gente si incontra.
Oggi internet è, di fatto, un luogo di incontro, dove sta emergendo un differente concetto di “prossimo”, ancora tutto da studiare.
Se è necessario, oggi più che mai, interrogarsi sul modo in cui internet comincia a cambiare il modo di percepire le relazioni umane, allora è anche necessario confrontarsi con le conseguenze che ciò può avere nella Chiesa, che non è una rete di relazioni orizzontali immanenti, ma ha sempre un principio e un fondamento “esterno”.
L’agire comunicativo della Chiesa ha in questo dono il suo fondamento e la sua origine.
Comunque la reticolarità della vite nei cui tralci scorre una medesima linfa non è lontanissima dall’immagine di internet: la Rete è immagine della Chiesa nella misura in cui la si intende come un corpo che è vivo se tutte le relazioni al suo interno sono vitali.
Poi l’universalità della Chiesa e la missione dell’annuncio “a tutte le genti” rafforzano la percezione che la Rete possa essere un modello.
In ogni caso la Chiesa stessa è chiamata a vivere nel mondo, il quale non può non determinarne anche la figura concreta, storica e i modelli di comunione possibili.
Tirarsi indietro timidamente per paura della tecnologia o per qualche altro motivo non è più accettabile.
di Antonio Spadaro (©L’Osservatore Romano – 24 gennaio 2009) Gli strumenti della comunicazione digitale devono favorire la cooperazione tra i popoli e non “incrementare il divario che separa i poveri dalle nuove reti che si stanno sviluppando al servizio dell’informazione e della socializzazione umana”.
Lo afferma il Papa nel messaggio per la 43 ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che si celebra il prossimo 24 maggio sul tema “Nuove tecnologie, nuove relazioni.
Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia”.
Cari fratelli e sorelle, in prossimità ormai della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, mi è caro rivolgermi a voi per esporvi alcune mie riflessioni sul tema scelto per quest’anno: Nuove tecnologie, nuove relazioni.
Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia.
In effetti, le nuove tecnologie digitali stanno determinando cambiamenti fondamentali nei modelli di comunicazione e nei rapporti umani.
Questi cambiamenti sono particolarmente evidenti tra i giovani che sono cresciuti in stretto contatto con queste nuove tecniche di comunicazione e si sentono quindi a loro agio in un mondo digitale che spesso sembra invece estraneo a quanti di noi, adulti, hanno dovuto imparare a capire ed apprezzare le opportunità che esso offre per la comunicazione.
Nel messaggio di quest’anno, il mio pensiero va quindi in modo particolare a chi fa parte della cosiddetta generazione digitale: con loro vorrei condividere alcune idee sullo straordinario potenziale delle nuove tecnologie, se usate per favorire la comprensione e la solidarietà umana.
Tali tecnologie sono un vero dono per l’umanità: dobbiamo perciò far sì che i vantaggi che esse offrono siano messi al servizio di tutti gli esseri umani e di tutte le comunità, soprattutto di chi è bisognoso e vulnerabile.
L’accessibilità di cellulari e computer, unita alla portata globale e alla capillarità di internet, ha creato una molteplicità di vie attraverso le quali è possibile inviare, in modo istantaneo, parole ed immagini ai più lontani ed isolati angoli del mondo: è, questa, chiaramente una possibilità impensabile per le precedenti generazioni.
I giovani, in particolare, hanno colto l’enorme potenziale dei nuovi media nel favorire la connessione, la comunicazione e la comprensione tra individui e comunità e li utilizzano per comunicare con i propri amici, per incontrarne di nuovi, per creare comunità e reti, per cercare informazioni e notizie, per condividere le proprie idee e opinioni.
Molti benefici derivano da questa nuova cultura della comunicazione: le famiglie possono restare in contatto anche se divise da enormi distanze, gli studenti e i ricercatori hanno un accesso più facile e immediato ai documenti, alle fonti e alle scoperte scientifiche e possono, pertanto, lavorare in équipe da luoghi diversi; inoltre la natura interattiva dei nuovi media facilita forme più dinamiche di apprendimento e di comunicazione, che contribuiscono al progresso sociale.
Sebbene sia motivo di meraviglia la velocità con cui le nuove tecnologie si sono evolute in termini di affidabilità e di efficienza, la loro popolarità tra gli utenti non dovrebbe sorprenderci, poiché esse rispondono al desiderio fondamentale delle persone di entrare in rapporto le une con le altre.
Questo desiderio di comunicazione e amicizia è radicato nella nostra stessa natura di esseri umani e non può essere adeguatamente compreso solo come risposta alle innovazioni tecnologiche.
Alla luce del messaggio biblico, esso va letto piuttosto come riflesso della nostra partecipazione al comunicativo ed unificante amore di Dio, che vuol fare dell’intera umanità un’unica famiglia.
Quando sentiamo il bisogno di avvicinarci ad altre persone, quando vogliamo conoscerle meglio e farci conoscere, stiamo rispondendo alla chiamata di Dio – una chiamata che è impressa nella nostra natura di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio, il Dio della comunicazione e della comunione.
Il desiderio di connessione e l’istinto di comunicazione, che sono così scontati nella cultura contemporanea, non sono in verità che manifestazioni moderne della fondamentale e costante propensione degli esseri umani ad andare oltre se stessi per entrare in rapporto con gli altri.
In realtà, quando ci apriamo agli altri, noi portiamo a compimento i nostri bisogni più profondi e diventiamo più pienamente umani.
Amare è, infatti, ciò per cui siamo stati progettati dal Creatore.
Naturalmente, non parlo di passeggere, superficiali relazioni; parlo del vero amore, che costituisce il centro dell’insegnamento morale di Gesù: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” e “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (cfr.
Mc 12, 30-31).
In questa luce, riflettendo sul significato delle nuove tecnologie, è importante considerare non solo la loro indubbia capacità di favorire il contatto tra le persone, ma anche la qualità dei contenuti che esse sono chiamate a mettere in circolazione.
Desidero incoraggiare tutte le persone di buona volontà, attive nel mondo emergente della comunicazione digitale, perché si impegnino nel promuovere una cultura del rispetto, del dialogo, dell’amicizia.
Pertanto, coloro che operano nel settore della produzione e della diffusione di contenuti dei nuovi media non possono non sentirsi impegnati al rispetto della dignità e del valore della persona umana.
Se le nuove tecnologie devono servire al bene dei singoli e della società, quanti ne usano devono evitare la condivisione di parole e immagini degradanti per l’essere umano, ed escludere quindi ciò che alimenta l’odio e l’intolleranza, svilisce la bellezza e l’intimità della sessualità umana, sfrutta i deboli e gli indifesi.
Le nuove tecnologie hanno anche aperto la strada al dialogo tra persone di differenti paesi, culture e religioni.
La nuova arena digitale, il cosiddetto cyberspace, permette di incontrarsi e di conoscere i valori e le tradizioni degli altri.
Simili incontri, tuttavia, per essere fecondi, richiedono forme oneste e corrette di espressione insieme ad un ascolto attento e rispettoso.
Il dialogo deve essere radicato in una ricerca sincera e reciproca della verità, per realizzare la promozione dello sviluppo nella comprensione e nella tolleranza.
La vita non è un semplice succedersi di fatti e di esperienze: è piuttosto ricerca del vero, del bene e del bello.
Proprio per tale fine compiamo le nostre scelte, esercitiamo la nostra libertà e in questo, cioè nella verità, nel bene e nel bello, troviamo felicità e gioia.
Occorre non lasciarsi ingannare da quanti cercano semplicemente dei consumatori in un mercato di possibilità indifferenziate, dove la scelta in se stessa diviene il bene, la novità si contrabbanda come bellezza, l’esperienza soggettiva soppianta la verità.
Il concetto di amicizia ha goduto di un rinnovato rilancio nel vocabolario delle reti sociali digitali emerse negli ultimi anni.
Tale concetto è una delle più nobili conquiste della cultura umana.
Nelle nostre amicizie e attraverso di esse cresciamo e ci sviluppiamo come esseri umani.
Proprio per questo la vera amicizia è stata da sempre ritenuta una delle ricchezze più grandi di cui l’essere umano possa disporre.
Per questo motivo occorre essere attenti a non banalizzare il concetto e l’esperienza dell’amicizia.
Sarebbe triste se il nostro desiderio di sostenere e sviluppare on-line le amicizie si realizzasse a spese della disponibilità per la famiglia, per i vicini e per coloro che si incontrano nella realtà di ogni giorno, sul posto di lavoro, a scuola, nel tempo libero.
Quando, infatti, il desiderio di connessione virtuale diventa ossessivo, la conseguenza è che la persona si isola, interrompendo la reale interazione sociale.
Ciò finisce per disturbare anche i modelli di riposo, di silenzio e di riflessione necessari per un sano sviluppo umano.
L’amicizia è un grande bene umano, ma sarebbe svuotato del suo valore, se fosse considerato fine a se stesso.
Gli amici devono sostenersi e incoraggiarsi l’un l’altro nello sviluppare i loro doni e talenti e nel metterli al servizio della comunità umana.
In questo contesto, è gratificante vedere l’emergere di nuove reti digitali che cercano di promuovere la solidarietà umana, la pace e la giustizia, i diritti umani e il rispetto per la vita e il bene della creazione.
Queste reti possono facilitare forme di cooperazione tra popoli di diversi contesti geografici e culturali, consentendo loro di approfondire la comune umanità e il senso di corresponsabilità per il bene di tutti.
Ci si deve tuttavia preoccupare di far sì che il mondo digitale, in cui tali reti possono essere stabilite, sia un mondo veramente accessibile a tutti.
Sarebbe un grave danno per il futuro dell’umanità, se i nuovi strumenti della comunicazione, che permettono di condividere sapere e informazioni in maniera più rapida e efficace, non fossero resi accessibili a coloro che sono già economicamente e socialmente emarginati o se contribuissero solo a incrementare il divario che separa i poveri dalle nuove reti che si stanno sviluppando al servizio dell’informazione e della socializzazione umana.
Vorrei concludere questo messaggio rivolgendomi, in particolare, ai giovani cattolici, per esortarli a portare nel mondo digitale la testimonianza della loro fede.
Carissimi, sentitevi impegnati ad introdurre nella cultura di questo nuovo ambiente comunicativo e informativo i valori su cui poggia la vostra vita! Nei primi tempi della Chiesa, gli Apostoli e i loro discepoli hanno portato la Buona Novella di Gesù nel mondo greco romano: come allora l’evangelizzazione, per essere fruttuosa, richiese l’attenta comprensione della cultura e dei costumi di quei popoli pagani nell’intento di toccarne le menti e i cuori, così ora l’annuncio di Cristo nel mondo delle nuove tecnologie suppone una loro approfondita conoscenza per un conseguente adeguato utilizzo.
A voi, giovani, che quasi spontaneamente vi trovate in sintonia con questi nuovi mezzi di comunicazione, spetta in particolare il compito della evangelizzazione di questo “continente digitale”.
Sappiate farvi carico con entusiasmo dell’annuncio del Vangelo ai vostri coetanei! Voi conoscete le loro paure e le loro speranze, i loro entusiasmi e le loro delusioni: il dono più prezioso che ad essi potete fare è di condividere con loro la “buona novella” di un Dio che s’è fatto uomo, ha patito, è morto ed è risorto per salvare l’umanità.
Il cuore umano anela ad un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi, dove si edifichi l’unità, dove la libertà trovi il proprio significato nella verità e dove l’identità di ciascuno sia realizzata in una comunione rispettosa.
A queste attese la fede può dare risposta: siatene gli araldi! Il Papa vi è accanto con la sua preghiera e con la sua benedizione.
Dal Vaticano, 24 gennaio 2009 (©L’Osservatore Romano – 24 gennaio 2009)

III Domenica del tempo ordinario (Anno B).

LECTIO – ANNO B Prima lettura: Giona 3.1-5.10 Fu rivolta a Giona questa parola del Signore: «Alzati, va’ a Nìnive, la grande cit-tà, e annuncia loro quanto ti dico».
Giona si alzò e andò a Nìnive secondo la parola del Signore.
Nìnive era una città molto grande, larga tre giornate di cammino.
Giona cominciò a percorrere la città per un giorno di cammino e predicava: «Ancora quaran-ta giorni e Nìnive sarà distrutta».
I cittadini di Nìnive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli.
Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva mi-nacciato di fare loro e non lo fece.
Incontrare Dio e farlo incontrare anche agli altri è l’idea fondamentale della prima lettu-ra.
Senza addentrarci nel ginepraio dei problemi sollevati dal testo, consideriamo Giona un libro più da meditare che da studiare.
Vogliamo solo ricordare che il libro, annoverato di solito tra i profeti, è collocato oggi da molti studiosi tra i libri didattici.
Infatti, diversamen-te dagli altri testi profetici, non presenta una raccolta di oracoli, limitandosi a quello scar-no annuncio: «Ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta» che rimangono le uniche parole del suo messaggio.
L’assenza di oracoli è felicemente compensata dalla vita stessa del profeta che annuncia più con i fatti che con le parole, a tal punto da poter affermare che tutta la sua vicenda diventa epifania di Dio.
L’insegnamento allora non sta tanto nelle parole, quanto piuttosto nella trama che rivela così il suo intento didattico.
Il brano liturgico propone un profeta che ha già sperimentato sulla sua pelle il significa-to della conversione: non voleva recarsi a Ninive ad annunciare la salvezza ai pagani, ha voluto fare di testa sua.
Si è ritrovato solo, in mezzo al mare, con l’unica possibilità: quella di morire annegato.
L’amorosa provvidenza divina lo salva (è il significato del grosso pe-sce) e li riporta al punto di partenza.
Troviamo ora Giona in seconda edizione, riveduta e migliorata.
Di nuovo gli è rivolto l’invito del Signore che lo invia a Ninive con un ultimatum; « Ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta » (v.
4).
Il numero 40 indica un tempo opportuno per fare qualcosa e prendere de-cisioni, indica un’occasione decisiva e forse irripetibile.
È il momento di grazia per i Nini-viti.
Di fatto costoro accolgono l’occasione e, sebbene pagani, acconsentono al Dio di Giona con un’adesione plebiscitaria che interessa re e animali, due estremi per indicare tutti.
Il brano liturgico salta i vv.
6-9 che mostrano l’itinerario di conversione dei Niniviti.
La conclusione del v.
10 sottolinea: — Dio si qualifica come Dio della vita perché vuole la salvezza di ogni uomo e di tutti gli uomini (universalismo).
— Dio si serve degli uomini per operare i suoi prodigi (collaborazione): Dio ha voluto aver bisogno degli uomini.
Finché Giona privatizzava la sua vita, lontano da Dio, non solo non poteva essere utile agli altri, ma neppure realizzava la propria persona.
Aderendo al programma divino, da una parte Giona realizza se stesso perché fa il profeta e dall’altra diviene elemento e tramite di salvezza per gli altri.
Così è ciascun uomo quando accetta di far parte dell’organigramma divino.
A questo punto parrebbe di poter concludere il libro di Giona, visto che la sua missione ha avuto successo, convertendo prima se stesso e poi i Niniviti.
Ma terminando così, sem-brerebbe che la conversione sia un tornare indietro una volta sola, il lasciarsi convincere da Dio una volta per tutte.
Il che non è proprio vero.
Lo ricorda il capitolo che segue: la conversione è un’opera continua.
Lo afferma, per aliam viam anche la seconda lettura.
Seconda lettura: 1Corinti 7,29-31 Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno mo-glie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non posse-dessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo! La conversione è uno stato di premurosa e amorosa attenzione alla volontà di Dio, un impegno a sintonizzare sempre più e sempre meglio la propria vita alle esigenze del Re-gno di Dio.
Ogni attaccamento morboso viene bocciato, così come risulta un perditempo ogni cocciutaggine a perpetuare ciò che è effimero.
Potrebbe essere questa una chiave di lettura del minuscolo brano liturgico proposto come seconda lettura.
A partire dal cap.
7 della prima lettera ai Corinti, Paolo, apostolo e catecheta, risponde ai quesiti che la comunità gli aveva sottoposto.
Il primo di essi trattava del matrimonio e della verginità.
Paolo ribadisce il valore del matrimonio (forse contro tendenze che lo sva-lutavano) anche se la verginità sembra rispondere ad un ideale maggiore (cf.
v.
7).
La cosa più importante, al di là di possibili gerarchie, consiste nel rispondere alla vocazione del Si-gnore (cf.
v.
17 ss.).
Il brano liturgico è racchiuso tra due affermazioni di transitorietà: «il tempo si è fatto bre-ve» e «passa infatti la figura di questo mondo!».
All’interno sono elencate alcune situazioni e il loro contrario (aver moglie / non aver moglie; piangere / non piangere…).
Paolo non intende fare previsioni cronologiche, quando afferma che il tempo è breve.
Egli ha di mira il Signore morto e risorto che ha dato avvio ad una situazione nuova e de-finitiva: siamo ormai nel tempo finale, quello definitivo.
In altre parole, non c’è da aspet-tarsi nulla di nuovo perché la vera novità, quella definitiva, è Lui, il Signore risorto.
Se siamo alla svolta finale, significa che la realtà prende senso e colore solo alla luce di Cristo risorto.
Viene tolto il plusvalore che normalmente viene attribuito alle situazioni (sposarsi, piangere, possedere), soprattutto se considerate solo nel loro aspetto esteriore (possibile traduzione del greco schema, reso in italiano con «scena», v.
31).
Ciò che rimane, oltre il tempo, è l’attaccamento a Cristo Signore, la configurazione a Lui nel mistero pasquale.
Il brano è quindi una calda esortazione a orientare tutto e a orientarsi definitivamente verso Lui.
Anche questo è conversione.
Paolo ha il merito di averci insegnato un altro aspetto del mai esaurito tema della conversione.
Vangelo: Marco 1,14-20 Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori.
Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini».
E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti.
E subito li chiamò.
Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.
Esegesi Le letture bibliche della presente domenica sono caratterizzate dalla duplice nota: la conversione è accoglienza dell’invito divino al rinnovamento; tale rinnovamento porta però sulla strada della solidarietà: alcuni annunciano ad altri la loro esperienza di salvezza, perché tutti ne possono beneficiare.
C’è lievitazione per tutti.
La preziosità del brano evangelico poggia sul duplice motivo di novità: incontriamo le prime parole di Gesù riportate dal Vangelo secondo Marco (vv.
14 -15), cui segue la prima azione di Gesù, quella di convocare alcune persone, introducendole al suo seguito, con lo scopo di allargare la cerchia con nuove persone, per la costruzione di una nuova famiglia, quella della Chiesa (vv.
16-20).
1.
Quando Gesù incomincia a parlare, fa riferimento a qualcosa che si è concluso e, più ancora, ad una novità che irrompe nella storia e alla quale bisogna prepararsi.
Tutto que-sto è espresso con la categoria a noi nota anche se non sempre molto familiare, come «re-gno di Dio».
Si tratta di un tema centrale che il novello predicatore propone subito al suo uditorio.
Ma è pure una chiave interpretativa per aprire in parte il mistero della sua per-sona.
Egli, certamente «rabbi» e pure «profeta» come lo chiama la gente (cf Mc 6,14s; 8,28), si definisce piuttosto come l’annunciatore del Regno, colui che con la parola dice che il Re-gno è presente e con la sua azione lo visibilizza.
Mc 1,15, diventa sotto questo aspetto par-ticolarmente illuminante.
Mediante le coordinate spazio-temporali l’annuncio di Gesù viene situato in un contesto geografico ben preciso, la Galilea, e in un contesto storico definito, l’arresto del Battista, il quale, in veste di precursore, era stato l’ultima voce autorevole capace di invitare gli uo-mini ad un rinnovamento, espresso esternamente con l’abluzione battesimale.
Spentasi questa voce profetica, ben si può dire: «II tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo».
Numerosi commentatori sono concordi nel leggere in queste parole la visione riassunti-va del pensiero di Gesù, non necessariamente la citazione ad litteram delle sue parole.
È certo comunque che esse segnano il trapasso da un’epoca ad un’altra, da un atteggiamento di fiduciosa attesa ad uno di imminente realizzazione.
Infatti nel dire «il tempo è compiu-to» si capisce che un processo è arrivato al suo termine dopo uno sviluppo più o meno lungo.
Nel linguaggio di Mc l’espressione fa riferimento al tempo preparatorio dell’A.T.
e presuppone la conoscenza delle varie tappe del piano divino, collegate tra loro da quella continuità che in Dio è semplice unità, nell’uomo è progressiva rivelazione.
Solo Gesù, pienezza della rivelazione, può dire che il tempo preparatorio è giunto al suo termine e so-lo dopo la Pasqua, pienezza della manifestazione di Gesù, la comunità dei credenti può aderire alla verità secondo cui lui, figlio dell’uomo e figlio di Dio, da inizio ad un’epoca nuova.
Questo tempo allora non è un chronos ma un kairos, vale a dire, non una successione di attimi fuggenti qualitativamente simili ad altri, bensì un’occasione unica da vivere ora nel-la sua interezza ed esclusività, perché questo tempo che «è compiuto» (al perfetto in greco per indicare un’azione del passato ma con effetti presenti) è la porta di accesso alla situa-zione nuova, che Paolo chiama «pienezza dei tempi» (Gal 4,4) e che Marco riconosce nella presenza del Regno di Dio.
Infatti il verbo greco enghiken si può tradurre tanto «è vicino», «è arrivato», quanto «è giunto», «è presente».
La venuta del Regno di Dio deve essere veramente qualcosa di straordinario se esige un cambiamento radicale espresso dall’imperativo «convertitevi» che unito al seguente «cre-dete al vangelo» indica che passato e presente non si possono mescolare; lo conferma lin-guisticamente il termine greco «metanoia» che allude ad un cambiamento di mentalità (nous = mente), corrispondente all’ebraico shub che esprime il ritorno da una strada sba-gliata, ovviamente per imboccare quella giusta.
Bisogna cambiare o ritornare per aderire con cuore nuovo al «vangelo».
2.
Alle prime parole di Gesù segue la prima azione.
Anch’essa merita attenzione, pro-prio per capire le intenzioni di Gesù.
La conversione appena annunciata ha bisogno di mediatori, di persone che abbiano sperimentato per prime che cosa significhi.
Due coppie di fratelli, Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, colti nella quotidianità del loro lavoro, sono chiamati ad un nuovo servizio.
Non dovranno più interessarsi di pesci, ma di uomi-ni, non tirarli fuori dall’acqua, ma da una vita scialba e insulsa.
Devono prospettare loro «il Regno» che è l’amorosa presenza di Dio nella storia, così come è dato percepirlo con la ve-nuta di Gesù.
Con la chiamata dei primi discepoli alla sequela di Gesù, si pongono le basi della co-munità ecclesiale.
Alcuni punti sono di grande attenzione: — Sono persone coinvolte nel Regno.
Se l’annuncio del Regno è stata la ‘passione’ di Gesù, anche loro dovranno avere a cuore la diffusione del Regno.
— Sono persone chiamate ad una vita di comunione, con Gesù prima di tutto e poi tra lo-ro.
Esse non aderiscono ad un programma, ad un ‘manifesto’, ma ad una persona.
— I chiamati, rispondono con un’adesione personale, pronta e totale.
Si aderisce con tutta la vita e per sempre.
Non sono ammessi lavoratori part time.
— Il gruppo non ha nulla della setta.
È vero che all’inizio sono solo quattro, ma poi diven-teranno dodici e tutti avranno come compito primario l’annuncio del Regno, la sua diffu-sione in mezzo agli uomini (cf.
6,6ss).
Ciò vuol dire che la loro esperienza di incontro con il Signore e di vita con Lui diventa l’oggetto del loro annuncio.
Andranno a presentare una persona, quella verso la quale vale la pena orientare tutta la propria vita.
Sono dei ‘convertiti’ che avranno la passione di con-vertire altre persone.
Per la stessa causa.
Per il Regno.
Perché Dio sia tutto in tutti.
Meditazione Al centro della liturgia della Parola di questa domenica c’è il racconto della chiamata dei primi quattro discepoli, che siamo invitati a leggere tenendo sullo sfondo la chiamata di Giona, proposta nella prima lettura: «Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore» (Gn 3,1).
Le pagine precedenti del libro narrano infatti che Giona è incapace di accogliere subito la chiamata di Dio, anzi fugge a Tarsis, dalla parte opposta rispetto a Ni-nive, dove Dio lo vorrebbe inviare.
Così una seconda volta la parola del Signore lo chiama e finalmente Giona obbedisce: «Si alzò e andò a Ninive secondo la parola del Signore» (v.
2).
Il libro di Giona ci rivela peraltro che non è la paura a indurre inizialmente il profeta al-la fuga, e neppure la difficoltà o il prevedibile insuccesso della missione che gli viene affi-data.
Giona teme, paradossalmente, che la sua missione abbia successo e che gli abitanti di Ninive si convertano, consentendo così a Dio di rivelarsi per quello che è: «Un Dio miseri-cordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore», che si ravvede riguardo al male minac-ciato (cfr.
Gn 4,2).
La conversione dei Niniviti diventa occasione in cui Dio può svelare il segreto del suo mistero personale.
Detto in altri termini: non è la conversione a cambiare Dio e a renderlo pietoso; accade il contrario: che Dio sia misericordioso, e attraverso il suo profeta si manifesti tale, consente ai Niniviti di convertirsi.
Proprio questo Giona accetta con fatica: la gratuità dell’amore di Dio, che non chiede nulla in cambio e non pone condi-zioni, ma previene e rende possibile all’uomo di tornare a essere giusto.
La conversione non è il prezzo, ma il frutto della misericordia di Dio.
Il racconto di Giona ci offre così alcune chiavi per aprire il testo evangelico.
Una prima: confrontando l’atteggiamento di Simone e Andrea, Pietro e Giovanni, con quello di Giona, sembra emergere una grande diversità.
I primi quattro chiamati rispondono «subito» (v.
18) alla chiamata di Gesù, senza bisogno che egli torni a chiamarli «una seconda volta».
I due racconti sono tuttavia più affini di quanto non appaia.
Nell’evangelo di Marco due volte risuona l’avverbio «subito».
La prima volta al v.
18 e ha come soggetto i discepoli; la seconda volta al v.
20 e ha come soggetto Gesù, che subito chiama Giacomo e Giovanni, appena li vede, come aveva già fatto con Simone e Andrea (questo secondo «subito» è sta-to giustamente introdotto dalla nuova traduzione della Cei, mentre la precedente lo omet-teva).
Il «subito» della risposta dei discepoli è reso possibile dal «subito» con cui Gesù chiama, senza prima soppesare le qualità dei discepoli o valutare se sapranno seguirlo fino in fondo.
Anzi, l’intera vicenda narrata da Marco mostrerà che non riusciranno a farlo; se adesso «abbandonano tutto» per seguire Gesù (vv.
18.20), alla fine della storia, nel Getsè-mani, «tutti abbandonano» Gesù per fuggire altrove (Mc 14,50, in greco c’è il medesimo verbo).
Il Risorto tornerà allora a chiamare una seconda volta proprio coloro che lo aveva-no abbandonato.
Era accaduto così anche a Giona: Dio non aveva scelto un altro inviato, ma era tornato a chiamare colui che era fuggito.
La perseveranza nella sequela, l’obbedien-za alla parola che chiama, non dipendono anzitutto da qualità e risorse umane, ma dalla fedeltà di Dio che torna sempre a chiamare «una seconda volta».
È la fedeltà della sua chiamata a suscitare la fedeltà della nostra risposta.
Giona è inviato ad annunciare ai Niniviti la conversione; anche i discepoli sono resi par-tecipi dell’annuncio fondamentale di Gesù: «Convertitevi e credete nel vangelo» (Mc 1,15).
Né l’uno né gli altri devono però dimenticare che la conversione non è solamente il conte-nuto del loro annuncio, ma la sua condizione e il suo stile.
Si annuncia la conversione solo a condizione di vivere un cammino personale di ritorno al Signore che sempre ci chiama una «seconda volta» dentro l’esperienza della nostra debolezza, delle nostre esitazioni o smarrimenti, addirittura nelle nostre fughe e nei nostri peccati.
Sia il libro di Giona sia l’evangelo di Marco ci rivelano così che la nostra conversione è resa possibile dal dono preveniente di Dio: è il dono del suo Regno che si approssima, il fatto che egli per primo si converta verso di noi, a rendere possibile la nostra risposta.
Nel-l’annuncio fondamentale di Gesù risuonano quattro verbi: i primi due all’indicativo (il tempo è compiuto; il regno di Dio è vicino); gli altri due all’imperativo (convertitevi; credete).
Con l’indicativo Gesù annuncia qualcosa che avviene e che deve essere constatato e accol-to; con l’imperativo esprime le esigenze che ciò che sta avvenendo pone agli uomini.
L’in-dicativo precede l’imperativo: ciò che avviene è donato gratuitamente; nello stesso tempo l’indicativo fonda l’imperativo: ciò che avviene esige una risposta.
La esige proprio perché la rende possibile.
Il Regno si è fatto così vicino che ora è davvero alla nostra portata acco-glierlo.
È vicino non perché manchi ancora qualcosa alla sua realizzazione da parte di Dio.
Nel Figlio tutto è donato.
Ciò che manca è la decisione dell’uomo, la sua risposta, che però ora sono possibili.
Non ci sono scuse né rinvii: occorre decidersi e credere ‘subito’, perché il Regno è donato nelle nostre mani e il tempo, come scrive Paolo, «si è fatto breve» (1 Cor 7,29).
Questo dono avviene peraltro sempre nella logica della ‘consegna’.
«Dopo che Giovanni fu arrestato» Gesù inizia ad annunciare la prossimità del Regno.
In greco Marco usa il ver-bo «consegnare».
Il Battista viene consegnato come Gesù verrà consegnato (cfr.
Mc 9,31; 10,33; 14,41).
Giovanni il precursore precede Gesù anche nella morte, profetizzando così che Dio dona il Regno consegnando il suo Figlio unigenito.
Proprio questa consegna radi-cale e definitiva compie il tempo e compie anche la nostra possibilità di sequela: Dio ‘con-segna’ tutto, possiamo perciò anche noi lasciare tutto e seguirlo.
Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica – tre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006.
– Comunità monastica Ss.
Trinità di Dumenza, La voce, il volto, la casa e le strade.
Tempo di avvento e Natale, Milano, Vita e Pensiero, 2008, pp.
63.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
Signore, vieni a invitarci (…) Per essere un buon danzatore, con Te come con tutti, non occorre sapere dove la danza conduce.
Basta seguire, essere gioioso, essere leggero, e soprattutto non essere rigido.
Non occorre chiederti spiegazioni sui passi che ti piace fare.
Bisogna essere come un prolungamento, vivo ed agile, di te.
E ricevere da te la trasmissione del ritmo che l’orchestra scandisce.
(…) Ma noi dimentichiamo la musica del tuo Spirito, e facciamo della nostra vita un esercizio di ginnastica; dimentichiamo che fra le tue braccia la vita è danza, che la tua Santa Volontà è di una inconcepibile fantasia, e che non c’è monotonia e noia se non per le anime vecchie, che fanno tappezzeria nel ballo gioioso del tuo amore.
Signore, vieni a invitarci.
(…) Se certe arie sono spesso in minore, non ti diremo che sono tristi; se altre ci fanno un poco ansimare, non ti diremo che sono logoranti.
E se qualcuno ci urta, la prenderemo in ridere; sapendo bene che questo capita sempre quando si danza.
Signore, insegnaci il posto che tiene, nel romanzo eterno avviato fra te e noi, il ballo singolare della nostra obbedienza.
Rivelaci la grande orchestra dei tuoi disegni; in essa quel che tu permetti da suoni strani nella serenità di quel che tu vuoi.
Insegnaci a indossare ogni giorno la nostra condizione umana come un vestito da ballo che ci farà amare da te, tutti i suoi dettagli come indispensabili gioielli.
Facci vivere la nostra vita, non come un gioco di scacchi dove tutto è calcolato, non come un match dove tutto è difficile, non come un teorema rompicapo, ma come una festa senza fine in cui l’incontro con te si rinnova, come un ballo, come una danza, fra le braccia della tua grazia, nella musica universale dell’amore.
Signore, vieni a invitarci.
(Madeleine DELBRÉL, La danza dell’obbedienza, in Noi delle strade, Torino, Gribaudi, 1988, 86-89).
Vieni, seguimi! Secondo Girolamo, la parola di vocazione che Gesù pronuncia corrisponde a una nuova creazione.
Chi si incontra con Gesù rimane affascinato dal suo volto, scopre la sua realtà e intraprende il cammino di ritorno al Padre.
E subito li chiamò: e quelli, lasciato il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni, lo seguirono.
Qualcuno potrebbe dire: — Ma questa fede è troppo temeraria.
Infatti, quali segni avevano visto, da quale maestà erano stati colpiti, da seguirlo subito dopo essere stati chiamati? Qui ci vien fatto capire che gli occhi di Gesù e il suo volto dovevano irradiare qualcosa di divino, tanto che con facilità si convertivano coloro che lo guardavano.
Gesù non dice nient’altro che «seguitemi», e quelli lo seguono.
È chiaro che se lo avessero seguito senza ragione, non si sarebbe trattato di fede ma di temerarietà.
Infatti, se il primo che passa dice a me, che sto qui seduto, vieni, seguimi, e io lo seguo, agisco forse per fede? Perché dico tutto questo? Perché la stessa parola del Signore aveva l’efficacia di un atto: qualunque cosa egli dicesse, la realizzava.
Se infatti «egli disse e tutto fu fatto, egli coman-dò e tutto fu creato» [Sal 148,5], sicuramente, nello stesso modo, egli chiamò e subito essi lo seguirono.
«E subito li chiamò: e quelli subito, lasciato il loro padre Zebedeo…» ecc.
«Ascolta, fi-glia, e guarda, e porgi il tuo orecchio, dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre: il re desidera la tua bellezza» [Sal 44,11ss.].
Essi dunque lasciarono il loro padre nella barca.
Ascolta, imita gli apostoli: ascolta la voce del Salvatore, e trascura la voce carnale del pa-dre.
Segui il vero Padre dell’anima e dello spirito, e abbandona il padre del corpo.
Gli apo-stoli abbandonano il padre, abbandonano la barca, in un momento abbandonano ogni loro ricchezza: essi, cioè, abbandonano il mondo e le infinite ricchezze del mondo.
Ripeto, ab-bandonarono tutto quanto avevano: Dio non tiene conto della grandezza delle ricchezze abbandonate, ma dell’animo di colui che le abbandona.
Coloro che hanno abbandonato poco perché poco avevano, sono considerati come se avessero abbandonato moltissimo.
(GIROLAMO (347-420), Commento al vangelo di Marco, 2 (Tr.: R.
MINUTI-R.
MARSI-GLIO, Roma, 1965, 35-36).
Butto la rete Signore, la mia sola sicurezza sei tu, come il mare che ho davanti e nel quale butto la rete della mia vita.
Anche se finora non ho pescato nulla, anche se a volte non ne ho la voglia, io so, Signore, che se avrò la forza di buttare continuamente questa rete, troverò il senso della verità.
(E.
OLIVERO, L’amore ha già vinto Pensieri e lettre spirituali 1977-2005, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005, 58).
Preghiera Signore, tu hai aperto il mare e sei venuto fino a me; tu hai spezzato la notte e hai inaugurato per la mia vita un giorno nuovo! Tu mi hai rivolto la tua Parola e mi hai toccato il cuore; mi hai fatto salire con te sulla barca e mi hai portato al largo.
Signore, Tu hai fatto cose grandi! Ti lodo, ti benedico e ti ringrazio, nella tua Parola, nel tuo Figlio Gesù e nello Spirito Santo.
Portami sempre al largo, con te, dentro di te e tu in me, per gettare reti e reti di amore, di amicizia, di condivisione, di ricerca insieme del tuo volto e del tuo regno già su questa terra.
Signore, sono peccatore, lo so, ma anche per questo ti ringrazio, perché tu non sei venu-to a chiamare i giusti, ma i peccatori e io ascolto la tua voce e ti seguo.
Ecco, Padre, lascio tutto e vengo con te…

“Essere riuniti nella tua mano”

Tema della settimana: “ESSERE RIUNITI NELLA TUA MANO” (cfr.
Ezechiele 37,17) Le date della celebrazione: 18-25 gennaio 2009        —› scegli, fra le seguenti voci di interesse per la Settimana di Preghiera:  1 › Presentazione  2 › Introduzione Teologico-Pastorale  3 › Testo Biblico  4 › Letture Bibliche e commento per ogni giorno della Settimana  5 › Preghiere proposte dalle chiese locali  6 › Situazione Ecumenica in Corea  7 › Date importanti nella storia della Preghiera per l’Unità dei Cristiani  8 › Temi della Settimana di Preghiera per L’Unità dei Cristiani 1968-2009  9 › Suggerimenti per l’organizzazione della Settimana di Preghiera