Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato

Il Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale del 1° gennaio 2010 Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato Serve “un governo responsabile” dell’ambiente per far fronte a una “crisi ecologica” che oggi “sarebbe irresponsabile non prendere in seria considerazione”.
Lo scrive il Papa nel Messaggio per la quarantatreesima Giornata mondiale della pace, che si celebra il 1° gennaio 2010 sul tema “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”.
Benedetto XVI evidenzia che la salvaguardia del creato è oggi “essenziale per la pacifica convivenza dell’umanità” e chiede “una revisione profonda e lungimirante” dell’attuale modello di sviluppo.
1.
In occasione dell’inizio del Nuovo Anno, desidero rivolgere i più fervidi auguri di pace a tutte le comunità cristiane, ai responsabili delle Nazioni, agli uomini e alle donne di buona volontà del mondo intero.
Per questa xliii Giornata Mondiale della Pace ho scelto il tema:  Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato.
Il rispetto del creato riveste grande rilevanza, anche perché “la creazione è l’inizio e il fondamento di tutte le opere di Dio” (1) e la sua salvaguardia diventa oggi essenziale per la pacifica convivenza dell’umanità.
Se, infatti, a causa della crudeltà dell’uomo sull’uomo, numerose sono le minacce che incombono sulla pace e sull’autentico sviluppo umano integrale – guerre, conflitti internazionali e regionali, atti terroristici e violazioni dei diritti umani -, non meno preoccupanti sono le minacce originate dalla noncuranza – se non addirittura dall’abuso – nei confronti della terra e dei beni naturali che Dio ha elargito.
Per tale motivo è indispensabile che l’umanità rinnovi e rafforzi “quell’alleanza tra essere umano e ambiente, che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino” (2).
2.
Nell’Enciclica Caritas in veritate ho posto in evidenza che lo sviluppo umano integrale è strettamente collegato ai doveri derivanti dal rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale, considerato come un dono di Dio a tutti, il cui uso comporta una comune responsabilità verso l’umanità intera, in special modo verso i poveri e le generazioni future.
Ho notato, inoltre, che quando la natura e, in primo luogo, l’essere umano vengono considerati semplicemente frutto del caso o del determinismo evolutivo, rischia di attenuarsi nelle coscienze la consapevolezza della responsabilità (3).
Ritenere, invece, il creato come dono di Dio all’umanità ci aiuta a comprendere la vocazione e il valore dell’uomo.
Con il Salmista, pieni di stupore, possiamo infatti proclamare:  “Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?” (Sal 8, 4-5).
Contemplare la bellezza del creato è stimolo a riconoscere l’amore del Creatore, quell’Amore che “move il sole e l’altre stelle” (4).
3.
Vent’anni or sono, il Papa Giovanni Paolo II, dedicando il Messaggio della Giornata Mondiale della Pace al tema Pace con Dio creatore, pace con tutto il creato, richiamava l’attenzione sulla relazione che noi, in quanto creature di Dio, abbiamo con l’universo che ci circonda.
“Si avverte ai nostri giorni – scriveva – la crescente consapevolezza che la pace mondiale sia minacciata…
anche dalla mancanza del dovuto rispetto per la natura”.
E aggiungeva che la coscienza ecologica “non deve essere mortificata, ma anzi favorita, in modo che si sviluppi e maturi, trovando adeguata espressione in programmi ed iniziative concrete” (5).
Già altri miei Predecessori avevano fatto riferimento alla relazione esistente tra l’uomo e l’ambiente.
Ad esempio, nel 1971, in occasione dell’ottantesimo anniversario dell’Enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, Paolo VI ebbe a sottolineare che “attraverso uno sfruttamento sconsiderato della natura, (l’uomo) rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione”.
Ed aggiunse che in tal caso “non soltanto l’ambiente materiale diventa una minaccia permanente:  inquinamenti e rifiuti, nuove malattie, potere distruttivo totale; ma è il contesto umano, che l’uomo non padroneggia più, creandosi così per il domani un ambiente che potrà essergli intollerabile:  problema sociale di vaste dimensioni che riguarda l’intera famiglia umana” (6).
4.
Pur evitando di entrare nel merito di specifiche soluzioni tecniche, la Chiesa, “esperta in umanità”, si premura di richiamare con forza l’attenzione sulla relazione tra il Creatore, l’essere umano e il creato.
Nel 1990, Giovanni Paolo II parlava di “crisi ecologica” e, rilevando come questa avesse un carattere prevalentemente etico, indicava l'”urgente necessità morale di una nuova solidarietà” (7).
Questo appello si fa ancora più pressante oggi, di fronte alle crescenti manifestazioni di una crisi che sarebbe irresponsabile non prendere in seria considerazione.
Come rimanere indifferenti di fronte alle problematiche che derivano da fenomeni quali i cambiamenti climatici, la desertificazione, il degrado e la perdita di produttività di vaste aree agricole, l’inquinamento dei fiumi e delle falde acquifere, la perdita della biodiversità, l’aumento di eventi naturali estremi, il disboscamento delle aree equatoriali e tropicali? Come trascurare il crescente fenomeno dei cosiddetti “profughi ambientali”:  persone che, a causa del degrado dell’ambiente in cui vivono, lo devono lasciare – spesso insieme ai loro beni – per affrontare i pericoli e le incognite di uno spostamento forzato? Come non reagire di fronte ai conflitti già in atto e a quelli potenziali legati all’accesso alle risorse naturali? Sono tutte questioni che hanno un profondo impatto sull’esercizio dei diritti umani, come ad esempio il diritto alla vita, all’alimentazione, alla salute, allo sviluppo.
5.
Va, tuttavia, considerato che la crisi ecologica non può essere valutata separatamente dalle questioni ad essa collegate, essendo fortemente connessa al concetto stesso di sviluppo e alla visione dell’uomo e delle sue relazioni con i suoi simili e con il creato.
Saggio è, pertanto, operare una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo, nonché riflettere sul senso dell’economia e dei suoi fini, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni.
Lo esige lo stato di salute ecologica del pianeta; lo richiede anche e soprattutto la crisi culturale e morale dell’uomo, i cui sintomi sono da tempo evidenti in ogni parte del mondo (8).
L’umanità ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale; ha bisogno di riscoprire quei valori che costituiscono il solido fondamento su cui costruire un futuro migliore per tutti.
Le situazioni di crisi, che attualmente sta attraversando – siano esse di carattere economico, alimentare, ambientale o sociale -, sono, in fondo, anche crisi morali collegate tra di loro.
Esse obbligano a riprogettare il comune cammino degli uomini.
Obbligano, in particolare, a un modo di vivere improntato alla sobrietà e alla solidarietà, con nuove regole e forme di impegno, puntando con fiducia e coraggio sulle esperienze positive compiute e rigettando con decisione quelle negative.
Solo così l’attuale crisi diventa occasione di discernimento e di nuova progettualità.
6.
Non è forse vero che all’origine di quella che, in senso cosmico, chiamiamo “natura”, vi è “un disegno di amore e di verità”? Il mondo “non è il prodotto di una qualsivoglia necessità, di un destino cieco o del caso…
Il mondo trae origine dalla libera volontà di Dio, il quale ha voluto far partecipare le creature al suo essere, alla sua saggezza e alla sua bontà” (9).
Il Libro della Genesi, nelle sue pagine iniziali, ci riporta al progetto sapiente del cosmo, frutto del pensiero di Dio, al cui vertice si collocano l’uomo e la donna, creati ad immagine e somiglianza del Creatore per “riempire la terra” e “dominarla” come “amministratori” di Dio stesso (cfr.
Gen 1, 28).
L’armonia tra il Creatore, l’umanità e il creato, che la Sacra Scrittura descrive, è stata infranta dal peccato di Adamo ed Eva, dell’uomo e della donna, che hanno bramato occupare il posto di Dio, rifiutando di riconoscersi come sue creature.
La conseguenza è che si è distorto anche il compito di “dominare” la terra, di “coltivarla e custodirla” e tra loro e il resto della creazione è nato un conflitto (cfr.
Gen 3, 17-19).
L’essere umano si è lasciato dominare dall’egoismo, perdendo il senso del mandato di Dio, e nella relazione con il creato si è comportato come sfruttatore, volendo esercitare su di esso un dominio assoluto.
Ma il vero significato del comando iniziale di Dio, ben evidenziato nel Libro della Genesi, non consisteva in un semplice conferimento di autorità, bensì piuttosto in una chiamata alla responsabilità.
Del resto, la saggezza degli antichi riconosceva che la natura è a nostra disposizione non come “un mucchio di rifiuti sparsi a caso” (10), mentre la Rivelazione biblica ci ha fatto comprendere che la natura è dono del Creatore, il quale ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, affinché l’uomo possa trarne gli orientamenti doverosi per “custodirla e coltivarla” (cfr.
Gen 2, 15) (11).
Tutto ciò che esiste appartiene a Dio, che lo ha affidato agli uomini, ma non perché ne dispongano arbitrariamente.
E quando l’uomo, invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio, a Dio si sostituisce, finisce col provocare la ribellione della natura, “piuttosto tiranneggiata che governata da lui” (12).
L’uomo, quindi, ha il dovere di esercitare un governo responsabile della creazione, custodendola e coltivandola (13).
 7.
Purtroppo, si deve constatare che una moltitudine di persone, in diversi Paesi e regioni del pianeta, sperimenta crescenti difficoltà a causa della negligenza o del rifiuto, da parte di tanti, di esercitare un governo responsabile sull’ambiente.
Il Concilio Ecumenico Vaticano ii ha ricordato che “Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli” (14).
L’eredità del creato appartiene, pertanto, all’intera umanità.
Invece, l’attuale ritmo di sfruttamento mette seriamente in pericolo la disponibilità di alcune risorse naturali non solo per la generazione presente, ma soprattutto per quelle future (15).
Non è difficile allora costatare che il degrado ambientale è spesso il risultato della mancanza di progetti politici lungimiranti o del perseguimento di miopi interessi economici, che si trasformano, purtroppo, in una seria minaccia per il creato.
Per contrastare tale fenomeno, sulla base del fatto che “ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale” (16), è anche necessario che l’attività economica rispetti maggiormente l’ambiente.
Quando ci si avvale delle risorse naturali, occorre preoccuparsi della loro salvaguardia, prevedendone anche i costi – in termini ambientali e sociali -, da valutare come una voce essenziale degli stessi costi dell’attività economica.
Compete alla comunità internazionale e ai governi nazionali dare i giusti segnali per contrastare in modo efficace quelle modalità d’utilizzo dell’ambiente che risultino ad esso dannose.
Per proteggere l’ambiente, per tutelare le risorse e il clima occorre, da una parte, agire nel rispetto di norme ben definite anche dal punto di vista giuridico ed economico, e, dall’altra, tenere conto della solidarietà dovuta a quanti abitano le regioni più povere della terra e alle future generazioni.
8.
Sembra infatti urgente la conquista di una leale solidarietà inter-generazionale.
I costi derivanti dall’uso delle risorse ambientali comuni non possono essere a carico delle generazioni future:  “Eredi delle generazioni passate e beneficiari del lavoro dei nostri contemporanei, noi abbiamo degli obblighi verso tutti e non possiamo disinteressarci di coloro che verranno dopo di noi ad ingrandire la cerchia della famiglia umana.
La solidarietà universale, ch’è un fatto e per noi un beneficio, è altresì un dovere.
Si tratta di una responsabilità che le generazioni presenti hanno nei confronti di quelle future, una responsabilità che appartiene anche ai singoli Stati e alla Comunità internazionale” (17).
L’uso delle risorse naturali dovrebbe essere tale che i vantaggi immediati non comportino conseguenze negative per gli esseri viventi, umani e non umani, presenti e a venire; che la tutela della proprietà privata non ostacoli la destinazione universale dei beni (18); che l’intervento dell’uomo non comprometta la fecondità della terra, per il bene di oggi e per il bene di domani.
Oltre ad una leale solidarietà inter-generazionale, va ribadita l’urgente necessità morale di una rinnovata solidarietà intra-generazionale, specialmente nei rapporti tra i Paesi in via di sviluppo e quelli altamente industrializzati:  “la comunità internazionale ha il compito imprescindibile di trovare le strade istituzionali per disciplinare lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili, con la partecipazione anche dei Paesi poveri, in modo da pianificare insieme il futuro” (19).
La crisi ecologica mostra l’urgenza di una solidarietà che si proietti nello spazio e nel tempo.
È infatti importante riconoscere, fra le cause dell’attuale crisi ecologica, la responsabilità storica dei Paesi industrializzati.
I Paesi meno sviluppati e, in particolare, quelli emergenti, non sono tuttavia esonerati dalla propria responsabilità rispetto al creato, perché il dovere di adottare gradualmente misure e politiche ambientali efficaci appartiene a tutti.
Ciò potrebbe realizzarsi più facilmente se vi fossero calcoli meno interessati nell’assistenza, nel trasferimento delle conoscenze e delle tecnologie più pulite.
9.
È indubbio che uno dei principali nodi da affrontare, da parte della comunità internazionale, è quello delle risorse energetiche, individuando strategie condivise e sostenibili per soddisfare i bisogni di energia della presente generazione e di quelle future.
A tale scopo, è necessario che le società tecnologicamente avanzate siano disposte a favorire comportamenti improntati alla sobrietà, diminuendo il proprio fabbisogno di energia e migliorando le condizioni del suo utilizzo.
Al tempo stesso, occorre promuovere la ricerca e l’applicazione di energie di minore impatto ambientale e la “ridistribuzione planetaria delle risorse energetiche, in modo che anche i Paesi che ne sono privi possano accedervi” (20).
La crisi ecologica, dunque, offre una storica opportunità per elaborare una risposta collettiva volta a convertire il modello di sviluppo globale in una direzione più rispettosa nei confronti del creato e di uno sviluppo umano integrale, ispirato ai valori propri della carità nella verità.
Auspico, pertanto, l’adozione di un modello di sviluppo fondato sulla centralità dell’essere umano, sulla promozione e condivisione del bene comune, sulla responsabilità, sulla consapevolezza del necessario cambiamento degli stili di vita e sulla prudenza, virtù che indica gli atti da compiere oggi, in previsione di ciò che può accadere domani (21).
10.
Per guidare l’umanità verso una gestione complessivamente sostenibile dell’ambiente e delle risorse del pianeta, l’uomo è chiamato a impiegare la sua intelligenza nel campo della ricerca scientifica e tecnologica e nell’applicazione delle scoperte che da questa derivano.
La “nuova solidarietà”, che Giovanni Paolo II propose nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1990 (22), e la “solidarietà globale”, che io stesso ho richiamato nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2009 (23), risultano essere atteggiamenti essenziali per orientare l’impegno di tutela del creato, attraverso un sistema di gestione delle risorse della terra meglio coordinato a livello internazionale, soprattutto nel momento in cui va emergendo, in maniera sempre più evidente, la forte interrelazione che esiste tra la lotta al degrado ambientale e la promozione dello sviluppo umano integrale.
Si tratta di una dinamica imprescindibile, in quanto “lo sviluppo integrale dell’uomo non può aver luogo senza lo sviluppo solidale dell’umanità” (24).
Tante sono oggi le opportunità scientifiche e i potenziali percorsi innovativi, grazie ai quali è possibile fornire soluzioni soddisfacenti ed armoniose alla relazione tra l’uomo e l’ambiente.
Ad esempio, occorre incoraggiare le ricerche volte ad individuare le modalità più efficaci per sfruttare la grande potenzialità dell’energia solare.
Altrettanta attenzione va poi rivolta alla questione ormai planetaria dell’acqua ed al sistema idrogeologico globale, il cui ciclo riveste una primaria importanza per la vita sulla terra e la cui stabilità rischia di essere fortemente minacciata dai cambiamenti climatici.
Vanno altresì esplorate appropriate strategie di sviluppo rurale incentrate sui piccoli coltivatori e sulle loro famiglie, come pure occorre approntare idonee politiche per la gestione delle foreste, per lo smaltimento dei rifiuti, per la valorizzazione delle sinergie esistenti tra il contrasto ai cambiamenti climatici e la lotta alla povertà.
Occorrono politiche nazionali ambiziose, completate da un necessario impegno internazionale che apporterà importanti benefici soprattutto nel medio e lungo termine.
È necessario, insomma, uscire dalla logica del mero consumo per promuovere forme di produzione agricola e industriale rispettose dell’ordine della creazione e soddisfacenti per i bisogni primari di tutti.
La questione ecologica non va affrontata solo per le agghiaccianti prospettive che il degrado ambientale profila all’orizzonte; a motivarla deve essere soprattutto la ricerca di un’autentica solidarietà a dimensione mondiale, ispirata dai valori della carità, della giustizia e del bene comune.
D’altronde, come ho già avuto modo di ricordare, “la tecnica non è mai solo tecnica.
Essa manifesta l’uomo e le sue aspirazioni allo sviluppo; esprime la tensione dell’animo umano al graduale superamento di certi condizionamenti materiali.
La tecnica, pertanto, si inserisce nel mandato di “coltivare e custodire la terra” (cfr.
Gen 2, 15), che Dio ha affidato all’uomo, e va orientata a rafforzare quell’alleanza tra essere umano e ambiente che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio” (25).
  11.
Appare sempre più chiaramente che il tema del degrado ambientale chiama in causa i comportamenti di ognuno di noi, gli stili di vita e i modelli di consumo e di produzione attualmente dominanti, spesso insostenibili dal punto di vista sociale, ambientale e finanche economico.
Si rende ormai indispensabile un effettivo cambiamento di mentalità che induca tutti ad adottare nuovi stili di vita “nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti” (26).
Sempre più si deve educare a costruire la pace a partire dalle scelte di ampio raggio a livello personale, familiare, comunitario e politico.
Tutti siamo responsabili della protezione e della cura del creato.
Tale responsabilità non conosce frontiere.
Secondo il principio di sussidiarietà, è importante che ciascuno si impegni al livello che gli corrisponde, operando affinché venga superata la prevalenza degli interessi particolari.
Un ruolo di sensibilizzazione e di formazione spetta in particolare ai vari soggetti della società civile e alle Organizzazioni non-governative, che si prodigano con determinazione e generosità per la diffusione di una responsabilità ecologica, che dovrebbe essere sempre più ancorata al rispetto dell'”ecologia umana”.
Occorre, inoltre, richiamare la responsabilità dei media in tale ambito, proponendo modelli positivi a cui ispirarsi.
Occuparsi dell’ambiente richiede, cioè, una visione larga e globale del mondo; uno sforzo comune e responsabile per passare da una logica centrata sull’egoistico interesse nazionalistico ad una visione che abbracci sempre le necessità di tutti i popoli.
Non si può rimanere indifferenti a ciò che accade intorno a noi, perché il deterioramento di qualsiasi parte del pianeta ricadrebbe su tutti.
Le relazioni tra persone, gruppi sociali e Stati, come quelle tra uomo e ambiente, sono chiamate ad assumere lo stile del rispetto e della “carità nella verità”.
In tale ampio contesto, è quanto mai auspicabile che trovino efficacia e corrispondenza gli sforzi della comunità internazionale volti ad ottenere un progressivo disarmo ed un mondo privo di armi nucleari, la cui sola presenza minaccia la vita del pianeta e il processo di sviluppo integrale dell’umanità presente e di quella futura.
12.
La Chiesa ha una responsabilità per il creato e sente di doverla esercitare, anche in ambito pubblico, per difendere la terra, l’acqua e l’aria, doni di Dio Creatore per tutti, e, anzitutto, per proteggere l’uomo contro il pericolo della distruzione di se stesso.
Il degrado della natura è, infatti, strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana, per cui “quando l'”ecologia umana” è rispettata dentro la società, anche l’ecologia ambientale ne trae beneficio” (27).
Non si può domandare ai giovani di rispettare l’ambiente, se non vengono aiutati in famiglia e nella società a rispettare se stessi:  il libro della natura è unico, sia sul versante dell’ambiente come su quello dell’etica personale, familiare e sociale (28).
I doveri verso l’ambiente derivano da quelli verso la persona considerata in se stessa e in relazione agli altri.
Volentieri, pertanto, incoraggio l’educazione ad una responsabilità ecologica, che, come ho indicato nell’Enciclica Caritas in veritate, salvaguardi un’autentica “ecologia umana” e, quindi, affermi con rinnovata convinzione l’inviolabilità della vita umana in ogni sua fase e in ogni sua condizione, la dignità della persona e l’insostituibile missione della famiglia, nella quale si educa all’amore per il prossimo e al rispetto della natura (29).
Occorre salvaguardare il patrimonio umano della società.
Questo patrimonio di valori ha la sua origine ed è iscritto nella legge morale naturale, che è fondamento del rispetto della persona umana e del creato.
13.
Non va infine dimenticato il fatto, altamente indicativo, che tanti trovano tranquillità e pace, si sentono rinnovati e rinvigoriti quando sono a stretto contatto con la bellezza e l’armonia della natura.
Vi è pertanto una sorta di reciprocità:  nel prenderci cura del creato, noi constatiamo che Dio, tramite il creato, si prende cura di noi.
D’altra parte, una corretta concezione del rapporto dell’uomo con l’ambiente non porta ad assolutizzare la natura né a ritenerla più importante della stessa persona.
Se il Magistero della Chiesa esprime perplessità dinanzi ad una concezione dell’ambiente ispirata all’ecocentrismo e al biocentrismo, lo fa perché tale concezione elimina la differenza ontologica e assiologica tra la persona umana e gli altri esseri viventi.
In tal modo, si viene di fatto ad eliminare l’identità e il ruolo superiore dell’uomo, favorendo una visione egualitaristica della “dignità” di tutti gli esseri viventi.
Si dà adito, così, ad un nuovo panteismo con accenti neopagani che fanno derivare dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, la salvezza per l’uomo.
La Chiesa invita, invece, ad impostare la questione in modo equilibrato, nel rispetto della “grammatica” che il Creatore ha inscritto nella sua opera, affidando all’uomo il ruolo di custode e amministratore responsabile del creato, ruolo di cui non deve certo abusare, ma da cui non può nemmeno abdicare.
Infatti, anche la posizione contraria di assolutizzazione della tecnica e del potere umano, finisce per essere un grave attentato non solo alla natura, ma anche alla stessa dignità umana (30).
14.
Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato.
La ricerca della pace da parte di tutti gli uomini di buona volontà sarà senz’altro facilitata dal comune riconoscimento del rapporto inscindibile che esiste tra Dio, gli esseri umani e l’intero creato.
Illuminati dalla divina Rivelazione e seguendo la Tradizione della Chiesa, i cristiani offrono il proprio apporto.
Essi considerano il cosmo e le sue meraviglie alla luce dell’opera creatrice del Padre e redentrice di Cristo, che, con la sua morte e risurrezione, ha riconciliato con Dio “sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli” (Col 1, 20).
Il Cristo, crocifisso e risorto, ha fatto dono all’umanità del suo Spirito santificatore, che guida il cammino della storia, in attesa del giorno in cui, con il ritorno glorioso del Signore, verranno inaugurati “nuovi cieli e una terra nuova” (2 Pt 3, 13), in cui abiteranno per sempre la giustizia e la pace.
Proteggere l’ambiente naturale per costruire un mondo di pace è, pertanto, dovere di ogni persona.
Ecco una sfida urgente da affrontare con rinnovato e corale impegno; ecco una provvidenziale opportunità per consegnare alle nuove generazioni la prospettiva di un futuro migliore per tutti.
Ne siano consapevoli i responsabili delle nazioni e quanti, ad ogni livello, hanno a cuore le sorti dell’umanità:  la salvaguardia del creato e la realizzazione della pace sono realtà tra loro intimamente connesse! Per questo, invito tutti i credenti ad elevare la loro fervida preghiera a Dio, onnipotente Creatore e Padre misericordioso, affinché nel cuore di ogni uomo e di ogni donna risuoni, sia accolto e vissuto il pressante appello:  Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato.
Dal Vaticano, 8 dicembre 2009   Note 1) Catechismo della Chiesa Cattolica, 198.
2) Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2008, 7.
3) Cfr.
n.
48.
4) Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, XXXIII, 145.
5) Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1990, 1.
6) Lett.
ap.
Octogesima adveniens, 21.
7) Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 10.
8) Cfr.
Benedetto XVI, Lett.
enc.
Caritas in veritate, 32.
9) Catechismo della Chiesa Cattolica, 295.
10) Eraclito di Efeso (535 a.C.
ca.
– 475 a.C.
ca.), Frammento 22B124, in H.
Diels – W.
Kranz, Die Fragmente der Vorsokratiker, Weidmann, Berlin 1952.
11) Cfr.
Benedetto XVI, Lett.
enc.
Caritas in veritate, 48.
12) Giovanni Paolo II, Lett.
enc.
Centesimus annus, 37.
13) Cfr.
Benedetto XVI, Lett.
enc.
Caritas in veritate, 50.
14) Cost.
Past.
Gaudium et spes, 69.
15) Cfr.
Giovanni Paolo II, Lett.
enc.
Sollicitudo rei socialis, 34.
16) Benedetto XVI, Lett.
enc.
Caritas in veritate, 37.
17) Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 467; cfr.
Paolo VI, Lett.
enc.
Populorum progressio, 17.
18) Cfr.
Giovanni Paolo II, Lett.
enc.
Centesimus annus, 30-31.43.
19) Benedetto XVI, Lett.
enc.
Caritas in veritate, 49.
20) Ibid.
21) Cfr.
San Tommaso d’Aquino, S.
Th., ii-ii, q.
49, 5.
22) Cfr.
n.
9.
23) Cfr.
n.
8.
24) Paolo VI, Lett.
enc.
Populorum progressio, 43.
25) Lett.
enc.
Caritas in veritate, 69.
26) Giovanni Paolo II, Lett.
enc.
Centesimus annus, 36.
27) Benedetto XVI, Lett.
enc.
Caritas in veritate, 51.
28) Cfr.
ibid., 15.51.
29) Cfr.
ibid., 28.51.61; Giovanni Paolo II, Lett.
enc.
Centesimus annus, 38.39.
30) Cfr.
Benedetto XVI, Lett.
enc.
Caritas in veritate, 70

“Dio oggi: con lui o senza di lui cambia tutto”

L’incarnazione, la modernità e la grammatica dell’uomo di Angelo Scola La fede cristiana sa che l’unica possibilità di narrare Iddio si trova nell’ascolto di quanto Egli ha voluto liberamente comunicarci.
E la comunicazione diretta dell’Invisibile ha un nome proprio, è una persona vivente:  Gesù Cristo, l’Interprete di Dio.
Il Vangelo di Giovanni dice fin dall’inizio a chiare lettere:  “Dio, nessuno lo ha mai visto:  il Figlio unigenito che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Giovanni, 1, 18).  In Gesù, morto e risorto, Dio ci viene incontro in quanto Dio.
Hans Urs von  Balthasar  ricorda  che  “il  Dio che si immanentizza con Gesù Cristo nel mondo non si può, a partire da quest’ultimo, né costruire (Hegel), né postulare (Baio).
Viene esperito come pura “grazia” (Giovanni, 1, 14.16.17)”.
L’umanità singolare del Figlio di Dio ha reso escatologicamente presente Dio stesso nella storia attraverso la testimonianza dello Spirito Santo che apre a ogni uomo, in modo personale, l’accesso al rapporto fra il Figlio e il Padre.
È così che, alla luce della vita, passione, morte e risurrezione del Figlio incarnato si possono reperire, anche oggi, i “tratti inconfondibili” della presenza di Dio operante nella storia o almeno gli “indizi” per cui tutti possono avere notitia di Dio.
L’espressione di Balthasar è molto ardita:  “Dio (…) viene esperito”.
Come è possibile che Dio venga esperito? Il teologo basilese scioglie il nodo in questi termini:  “Il Verbo incarnato “è venuto nella sua proprietà” (1, 11), dunque non va semplicemente in terra straniera (come dice Karl Barth), bensì in un Paese di cui conosce la lingua:  non soltanto l’aramaico galileo, ma più a fondo la lingua della creatura in quanto tale.
La logica della creatura non è straniera alla logica di Dio (…) Gesù non è una verità immaginata, ma è la pura verità, perché egli presenta nella forma mondana la spiegazione adeguata di Dio, il Padre”.
E qui Balthasar aggiunge una notazione importante:  “Gesù non ha avuto bisogno (per questa spiegazione) delle imagines Trinitatis l’essere mondano come tale, la sua realtà quotidiana gliene offriva più che abbastanza”.
Dio parla di sé all’uomo “abbreviandosi nel Verbo incarnato” (Verbum abbreviatum, Origene d’Alessandria).
Per dire Dio occorre approfondire la grammatica di questa lingua della creatura assunta dal Verbo incarnato.
Grammatica che riesce a narrarci il Divino.
Così il fedele sarà in grado di confessarlo come il suo Signore e Dio, e ogni uomo, anche non credente, lo potrà riconoscere nei termini indicati da Paolo nella Lettera ai Romani (Romano Guardini).
La perenne grammatica dell’umano cui abbiamo fatto riferimento attesta anzitutto l’integralità e l’elementarità dell’esperienza umana, cioè la sua indistruttibile semplicità.
Come dice Karol Wojtyla in Persona e atto, “questa esperienza nella sua sostanziale semplicità supera qualunque incommensurabilità e qualunque complessità”.
In ossequio alla convinzione dogmatica della fede cattolica la creazione, pur ferita dal peccato originale, non si è mai corrotta fino a perdere i suoi tratti essenziali; e mai si potrà corrompere completamente.
Dio, dopo il peccato originale, non ha “scaricato” né il mondo né gli uomini.
Perciò l’occhio del credente sarà sempre attento a riconoscere e indagare i tratti tipici dell’esperienza umana che nella sua originaria semplicità costituisce la prima narrazione di Dio al “fratello uomo”.
Tale esperienza universale identifica la nostra condizione creaturale così come Dio l’ha voluta e conservata pur nel suo indebolimento per il peccato.
La sua permanenza è, di per se stessa, “testimonianza epistemologica” a Dio.
Qual è il contenuto sostanziale di questa testimonianza? La ragione stessa, con la sua capacità trascendentale di ospitare il reale intelligibile, in un nesso inscindibile con il dinamismo desiderante e insieme libero della volontà.
Questa è, dunque, l’esperienza umana integrale ed elementare colta nella sua radicalità.
La grammatica della lingua in cui comunicano il Verbo incarnato e la creatura ha però altre articolazioni essenziali.
Tra queste bisogna soffermarsi sulle tre polarità costitutive dell’unità duale dell’io.
Mi riferisco al dato antropologico essenziale che vede l’uomo uno nella dualità di anima-corpo, di uomo-donna e di individuo-società.
Anche attraverso questo dato antropologico Dio narra Se stesso e ancor più si lascia narrare nell’incontro con il “testimone fedele” (cfr.
Apocalisse, 1, 5; 3, 14), Gesù Cristo, in cui queste polarità – segnate da un insopprimibile elemento di tensione drammatica perché mettono in gioco la libertà del singolo – trovano adeguata stabilizzazione.
Non si tratta, sia ben chiaro, di un annullamento della tensione propria di tali polarità, né di un suo superamento attraverso una impossibile sintesi superiore.
Cristo scioglie l’enigma uomo ma non pre-decide il dramma del singolo (Hans Urs von Balthasar).
Ancora una volta nella manifestazione della corrispondenza, per grazia, tra l’esperienza umana nella sua semplicità originaria e l’avvenimento dell’autocomunicazione salvifica del Dio Trinità in Gesù Cristo, si illumina il percorso di tutti gli uomini.
Così, per esempio, nelle strabilianti scoperte della fisica, della biologia e delle neuroscienze a proposito della corporeità e della psichicità umana sarà sempre riconoscibile la dimensione spirituale costitutiva dell’humanum.
Il valore educativo della differenza sessuale, a sua volta, permetterà di far luce sull’importanza dell’altro e sulla sua incatturabilità; mentre nella “relazione di riconoscimento” (Francesco Botturi) risulterà più evidente il valore della socialità umana accompagnata dalla comprensione che il vero essere è relazione sostanziale con l’altro e moto di allontanamento da sé (Pavel Florenskij).
All’interno di queste relazioni buone il “linguaggio mondano” in cui si è abbreviato il Verbo incarnato risuona inoltre in modo inconfondibile nel dono dell’unità e della misericordia, tracce storicamente rilevabili della caritas di Dio nei confronti degli uomini.
Il peccato, con il suo seguito di morte, sofferenza e dolore, ha l’inconfondibile marchio della divisione fino alla scomposizione.
Il male separa e distrugge, rompe, come ha mostrato la storia del XX secolo con le sue tragiche utopie che hanno portato il buio dell’eclissi di Dio al suo grado più tenebroso (Benedetto XVI).
È perciò decisivo identificare la sostanza squisitamente divina del perdono e della misericordia, fonte unica dell’unità della persona e dell’unità fra coloro che prima erano divisi.
Analogatum princeps resta sempre il gesto di Gesù Cristo che sulla Croce offre Se stesso al Padre, nell’unità dello Spirito Santo, per riconciliare il mondo con Dio.
La nuova Alleanza, nel sangue di Gesù, riconferma la prima Alleanza di Dio con i patriarchi, con Mosè, e la porta a definitivo compimento.
Dall’interno di questo infinito gesto di misericordia, di cui il Nuovo Testamento non è che la documentazione e l’annuncio, parlano i segni che la rendono presente:  dal Crocifisso fino all’azione del memoriale eucaristico (e degli altri sacramenti) e ai gesti di testimonianza vissuta nei diversi ambiti dell’umana esistenza.
Nel perdono efficace dei peccati degli uomini si può ritrovare l’unità perduta a cui tutti gli uomini in vario modo anelano, come vediamo nelle multiformi espressioni culturali e artistiche di ogni civiltà.
(©L’Osservatore Romano – 12 dicembre 2009)   Anche la bruttezza (non la bruttura) può salvare il mondo di Gianfranco Ravasi “Il Signore vi parlò dal fuoco.
Voce di parole voi ascoltavate.
Nessuna figura voi vedevate:  era solo una voce” (Deuteronomio, 4, 12).
“Se un pagano viene e ti dice:  Mostrami la tua fede! (…) tu portalo in chiesa e mostra a lui la decorazione di cui è ornata e spiegagli la serie dei sacri quadri” (Giovanni Damasceno, PG, 95, 325).
Sono questi i due estremi antitetici di uno spettro cromatico ideale.
Esso si apre col gelido precetto aniconico del Decalogo che, sia pure per evidente apologetica anti-idolatrica, aveva intimato l’arresto all’arte sacra d’Israele:  “Non ti farai idolo né immagine  alcuna  di  quanto  è lassù  nel  cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra né di quanto è nelle acque sotto la terra” (Esodo, 20, 4).
Ma si è alla fine giunti all’immenso patrimonio artistico cristiano, a cui faceva cenno il cantore delle icone, san Giovanni Damasceno.  L’arte è, allora, la narrazione visiva dell’esperienza dell’incontro con un volto, una parola, un’immagine veramente visibile perché incarnata.
San Paolo andrà anche oltre, completando cristologicamente e cristianamente la dottrina dell'”immagine-icona” di Dio sviluppata dal passo di Genesi, 1, 27.
Infatti, egli afferma che i cristiani, come figli adottivi di Dio, sono “predestinati a essere conformi all’immagine (eikòn) del Figlio suo, primogenito tra molti fratelli” (Romani, 8, 29).
Il cristiano è, di conseguenza, immagine dell’immagine di Dio e l’arte è l’icona dell’immagine dell’immagine, perché attraverso i vari volti umani essa ricompone il volto di Cristo che è impronta del volto divino.
Alla fine, come affermava Macario il Grande nella sua prima Omelia, “l’anima che è stata pienamente illuminata dalla bellezza indicibile della gloria luminosa del volto di Cristo, è ricolma dello Spirito Santo (…) è tutta occhio, tutta luce, tutta volto” (PG, 34, 451).
In conclusione vorremmo riservare solo un cenno a una domanda forse ingenua ma affascinante:  è possibile dire qualcosa di più sul volto di Dio, attraverso l’Incarnazione, così che l’arte abbia qualche canone figurativo? Il paradosso è nel fatto che i Vangeli non ci hanno lasciato neppure un rigo sul profilo fisico di Gesù di Nazaret, neppure il “pittore” (stando alla tradizione) Luca.
Le principali strade imboccate dalla cultura cristiana sono state due e antitetiche.
Eppure entrambe hanno una loro verità.
Da un lato, a partire dal III secolo i Padri della Chiesa hanno infranto quel silenzio visivo e hanno immaginato un viso sgraziato di Cristo fondandosi sulla sua sofferenza redentrice, sulla sua passione e morte e sulla rilettura cristologica del celebre passo isaiano del quarto canto del Servo del Signore:  “Non ha apparenza né bellezza per attrarre il nostro sguardo, non splendore per poterne godere” (53, 1).
Lapidario era stato Origene:  “Gesù era piccolo, sgraziato,  simile a un uomo da nulla”.
È un po’ sorprendente, ma a questo punto dovremmo dire che anche la bruttezza (non la bruttura) può salvare il mondo, capovolgendo il celebre e citatissimo asserto di Dostoevskij.
La logica dell’Incarnazione comprende anche la sofferenza di Dio, il corpo martoriato, i posteriora Dei, come Lutero osava definire il profilo del Cristo crocifisso.
Un volto, quindi, che riflette i visi rigati di lacrime dei fratelli e delle sorelle del “primogenito tra molti fratelli”.
In questo senso c’è un “brutto” nobile che parla di Dio e che impedisce ogni kitsch devozionale, ogni estetismo trionfalistico, ogni ottimismo di maniera.
Tuttavia, bisogna riconoscere che l’approdo ultimo della vita di Cristo non ha come data il Venerdì Santo, bensì “la domenica della vita”, per usare liberamente una locuzione hegeliana, ossia l’alba di Pasqua che è per eccellenza il definitivo “giorno del  Signore” (Apocalisse, 1, 10).
Non per nulla la Prima Lettera di Giovanni definisce Dio come Luce (1, 5).
Si è, così, aperta un’altra strada figurativa che i Padri della Chiesa, a partire dal IV secolo, hanno esaltato fino a farla prevalere nella tradizione artistica successiva.
Sulla base dell’estetismo greco-romano classico, attingendo spesso alla stessa tipologia figurativa delle divinità pagane o dei filosofi dell’antichità, si è proposto un Dio bello e radioso, un Cristo apollineo, irraggiante luce come il sole, incarnazione di un altro passo sottoposto a rilettura allegorico-messianica, il Salmo 45, 3:  “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo”.
E nonostante sant’Agostino ripetesse che “noi ignoriamo totalmente quale fosse il volto” reale di Cristo, fu questa l’immagine divina vincente, ribadita in mille e mille ritratti stupendi dei tanti secoli dell’arte cristiana, ma anche nella pletora delle stucchevoli oleografie.
In realtà, entrambi questi itinerari iconografici hanno un loro valore per raffigurare il Dio biblico che è, sì, trascendente e luce, ma è anche Emmanuele, pronto a incamminarsi sui percorsi della storia e a giungere nel cuore dell’umanità col Figlio suo fatto uomo.
In questa prospettiva diventa emblematica la sintesi operata dalle varie raffigurazioni del Pantokràtor poste nelle absidi delle grandi basiliche antiche:  il Cristo trionfante e glorioso appare in tutto lo splendore della sua bellezza, ma reca ben visibili in sé ancora tutte le stimmate sanguinanti della sua passione.
Dio invisibile e visibile, trascendente e vicino, glorioso e sofferente.
Ecco, l’arte, che non ha come compito solo di presentare il fenomenico ma il mistero sotteso (l’Inconnu, come diceva il poeta francese Laforgue), quando si fa religiosa, deve sempre cercare di unire in un modo armonico l’Infinito e la carne, l’Eterno e la storia, il Figlio di Dio che è Gesù di Nazaret.
(©L’Osservatore Romano – 12 dicembre 2009)

La filosofia si allea con Dio e salva l’uomo dalla violenza

Stando al significato assunto storicamente dalla parola «Dio», esiste qualcosa di infinitamente più «alto» di «Dio».
Può il cristianesimo portarsi a questa «altezza»? Il «Dio» storico, infatti, è una delle forme più radicali della violenza, e la vicinanza tra Satana, che «è omicida sin dall’inizio», e Dio diventa inevitabile.
Ma in quello stare infinitamente più «in alto» appare che la violenza e la morte sono già da sempre vinte anche se la fede nella loro esistenza domina il mondo.
La violenza domina il mondo.
Rende nemici stati, etnie, famiglie, individui e l’individuo stesso rispetto a sé stesso.
Il cristianesimo è una delle forme più alte che l’uomo abbia evocato contro di essa.
Tutte le grandi religioni hanno l’intento di tenerla lontana.
Parlano un linguaggio che i popoli possono capire.
Ma soprattutto il cristianesimo si è confrontato per due millenni con la filosofia.
E infatti quale altro alleato le religioni hanno trovato, contro la violenza, oltre alla filosofia? La quale non parla certo il linguaggio che la «gente» capisce, ma è entrata nel sangue delle religioni, e poi di tutti i grandi eventi della storia europea: rinascimento e arti, scienza moderna e diritto, rivoluzione francese, capitalismo e comunismo.
La filosofia si fa sentire come il vento a chi se ne sta in casa: attraverso le porte, le finestre, i muri delle religioni.
Stare all’aperto è difficile, perfino pericoloso.
L’aperto mette in discussione tutte le certezze di chi sta al chiuso.
Mette in discussione anche il senso della violenza.
Non certo per rimetterla in circolazione.
La filosofia stende la mano alla coscienza religiosa, a quella cristiana in particolare, per portarla più in alto.
Si distingue la violenza dalla volontà.
Esiste la volontà buona, si dice: combatte quella cattiva che, essa sì, è violenza.
La volontà non può esser messa in discussione! E quand’anche lo fosse , dovremmo stenderci per terra e non fare più nulla? Ma anche per far questo occorre volerlo! E allora? Allora si potrebbe incominciare a pensare che altro è volere sapendo che volere è peccare, è violenza, altro è volere non sapendolo.
Volere è peccato e violenza? Sì, è strano; ma si provi a prestare ascolto a cosa dice quel vento di cui si parlava qui sopra.
Molte parole sfuggiranno, altre resteranno incomprensibili, anche perché in casa, a volte, si fa molto rumore.
Il vento dice: «La violenza può esistere solo perché si crede che il mondo sia disponibile alla volontà (umana o divina) di trasformarlo.
Nel paradiso cristiano non c’è violenza, soprattutto perché l’Ordinamento divino che vi regna è un sole immutabile, inviolabile, immodificabile.
E nessuno dei beati vuole trasformarlo.
Ma si pensa a che significa la trasformazione delle cose e la conseguente decisione di trasformarle? Significa che diventano altro da quello che sono.
Il vivente diventa un morto, e quando è diventato un morto, lì non c’è soltanto un morto, ma un vivente che è un morto.
Perché sia un morto, è necessario che esso sia, appunto, un vivente che ora è un morto, ossia che il morto sia il risultato di un morire e che il risultato sia, appunto, un vivente che è un morto, cioè un non vivente.
Che strano! Si diventa sospettosi quando si sente parlare di una casa che non è una casa, di una stella che non è una stella, di un albero che non è un albero; ma non si prova nessun imbarazzo e si sta tranquilli (o meglio, si crede di esserlo) quando si sente dire che un vivente è un morto! Eppure la stessa follia è presente nel dire che una stella non è una stella e nel dire che un vivente è un morto.
La stessa follia, lo stesso errore, la stessa violenza per cui qualcosa è reso altro da ciò che esso è, è separato da sé, squartato, e un pezzo del proprio cadavere (la stella) è reso identico all’altro pezzo (la non stella)».
A questo punto, in casa qualcuno dirà infastidito di chiudere meglio porte e finestre, per non sentire questi discorsi, qualche altro dirà che essi son proprio parole al vento.
Che però, anche se non gli si bada più, continua a parlare.
Così: «Gesù dice ai Farisei, che vogliono ucciderlo, che il loro padre è il diavolo, ‘che sin dall’inizio è stato omicida e non è rimasto nella verità’ ( ille homicida erat ab inizio et in veritate non stetit , Gv.,8,40).
Infatti ha indotto i nostri progenitori al peccato, cioè ad essere ‘come Dio’ ( eritis sicut dii ), e Dio ha punito l’uomo consegnandolo alla morte.
‘Ad opera di un uomo — dice Paolo ( ad Romanos, 5, 12) — entrò nel mondo il peccato, e ad opera del peccato la morte’.
Ma ecco il centro di quanto va soprattutto pensato, all’aperto: che non è che la morte sia entrata nel mondo ad opera del peccato, ma, all’opposto, che il peccato è entrato nel mondo ad opera della morte; e cioè che il vero peccato è la morte.
Vediamo».
«Nei Vangeli, la parola più usata per nominare il peccato è hamartìa , che innanzitutto significa ‘errore’.
Ma prima abbiamo sentito l’errore più radicale, cioè la convinzione che le cose divengano altro da ciò che esse sono, e che, diventate altro, sono altro da sé.
Diventando un morto, il vivo è un morto.
E ogni diventar altro è un morire.
Credere nell’esistenza della morte è credere che un vivo sia un morto, cioè un non vivo; che la stella sia non stella, e così via per tutte le cose che la volontà vuole far diventar altro da quello che sono, e che così vuole perché, appunto, crede che possano diventar altro.
Credere nell’esistenza della morte è l’errore estremo, il peccato più profondo, più originale.
Con la morte il peccato entra nel mondo perché il vero peccato è la morte stessa, cioè la fede nella sua esistenza.
È sul fondamento di questa fede si può decidere di uccidere».
Ma la filosofia ha un duplice volto.
Uno guarda la notte, l’altro il giorno.
Il vento che sta parlando è il vento del giorno.
«L’altro volto, mostrato dal popolo greco — dice ancora il vento, se qualcuno è rimasto a sentirlo —, rende estremo l’errore più radicale: crede di vedere che le cose diventando altro da sé, diventano nulla e da nulla che erano, diventano esseri.
A ciò provvede la volontà di Dio e dell’uomo.
L’errore estremo è credere che il nulla, diventato essere, sia essere, e che l’essere diventato nulla, sia nulla.
Quando l’uomo vuole che l’uomo vada nel nulla è ‘omicida’.
Quando Adamo pecca è deicida.
Ed omicida è il diavolo che spinge l’uomo nella morte.
E Dio? Ma anche Dio non vuol forse creare il mondo dal nulla, e annientarlo quando creerà ‘un nuovo cielo e una terra nuova?’ ( Apocalisse ,21).
Non crede forse anche Dio nell’esistenza della morte? E non è forse questo il senso originario dell’omicidio e della violenza? » .
«Se la follia estrema è credere che uomini e cose divengano nulla e ne escano, e questa fede è il vero peccato, l’essere è ucciso proprio dalla fede che esso divenga nulla.
Sul fondamento di questa fede, che è la violenza dell’enticidio, viene perpetrato l’omicidio autentico: si mette l’uomo (e le cose tutte) nel sepolcro del nulla, lo si fa diventare un nulla — lui, che è uomo e non un nulla —, lo si considera qualcosa che di per sé è un nulla.
Poi si solleva il coperchio del sepolcro, e, trovando un cadavere, lo si ‘salva’, prima creandolo dal nulla e poi liberandolo dalla morte, che però è la ‘morte eterna’, non questa nostra morte, nella quale si continua a credere.
Il cristianesimo vuole ridurre il suo Dio a un omicida? O non c’è forse qualcosa di infinitamente più alto di ogni Dio, più alto della volontà e della violenza?».
Il vento che si è fatto sentire viene dall’aperto, si diceva prima.
Solleva miriadi di problemi, ma prima di giudicarlo vanità delle vanità, non ci si possono tappare le orecchie.
Anche perché viene dall’aperto nel senso che sale dal più profondo di noi stessi, dal profondo con cui crediamo di non aver nulla a che fare, dal sottosuolo della casa in cui ci chiudiamo e a cui riduciamo la nostra esistenza.
in “Corriere della Sera” del 10 dicembre 2009

Milano torni grande con la sobrietà e la solidarietà

il Cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi ha tenuto il tradizionale “Discorso alla Città di Milano” in occasione della festività di Sant’Ambrogio.  Il Cardinale parla di umanità, di solidarietà, di attenzione ai giovani, ai disoccupati, ai poveri.
Invita a un nuovo stile di vita che chiama: Santa Sobrietà.
Carissimi, ancora una volta il Signore mi dà la grazia e la gioia di rivolgermi alla Città per la festa di sant’Ambrogio, patrono di Milano e della Diocesi.
L’amore per la nostra Città Inizio confessando il particolare amore che mi lega a questa Città, alla mia Città.
Sono sicuro che tutti voi condividete con me questo amore, un amore segnato da gratitudine e insieme da responsabilità.
La gratitudine, anzi tutto.
Riconosciamo il patrimonio di fede, di storia, di cultura, di tradizioni, di opere che nei secoli ha arricchito la nostra Città: una preziosa eredità che ogni giorno viene posta nelle nostre mani, un dono grande che è offerto anche alle giovani generazioni e ai milanesi di domani, a coloro che in questa Città vengono ad abitare da altre città, da terre lontane.
A questa nostra gratitudine s’accompagna poi un senso di responsabilità.
È un amore che si pone una domanda: sapremo anche noi arricchire l’eredità morale e spirituale da trasmettere a quanti verranno dopo di noi? Ma quale potrà essere il nostro modo, per conservare, anzi per arricchire la storia di questa Città? Nessuno di noi pensa che per perpetuare nel futuro la grandezza di Milano sia sufficiente edificare qualche monumento, questa o quell’altra infrastruttura, abbellirla con qualche opera d’arte.
Si tratta di interventi utili ma – sappiamo – da sempre sono gli abitanti la ricchezza più grande di una città.
Mi chiedo ancora: noi stiamo portando il nostro contributo per rendere grande Milano? “Milano con il cuore in mano”, “solidarismo ambrosiano”: queste ed altre espressioni proverbiali, da sole, lasciano intendere quale sia l’eredità migliore che ci è stata consegnata: la solidarietà.
Tante istituzioni caritative ne sono una splendida testimonianza.
Eroi della solidarietà dicono di questa grandezza.
Come non ricordare il beato don Carlo Gnocchi e la Fondazione che ne porta il nome? La solidarietà rende grande la Città È la pratica straordinaria della solidarietà che ha reso grande nei secoli Milano.
Ed è sulla solidarietà che dobbiamo misurare ancora oggi l’autenticità della grandezza della nostra Città.
Spesso la solidarietà riceve un’interpretazione semplicistica: emotivo-sentimentale nell’ambito personale, benefico-assistenziale in quello sociale.
Ma, come sottolinea la recente enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, la solidarietà esige di essere riscattata da queste visioni parziali, affermandone il ruolo tipicamente sociale e politico.
Essa, infatti, persegue il bene non solo individuale ma anche e specificamente comune, è del tutto inscindibile dalla giustizia e include, pertanto, la presenza attiva e responsabile delle stesse Istituzioni ben oltre il pur indispensabile servizio del volontariato.
La solidarietà è inseparabile dalla giustizia e per questo ha una destinazione propriamente sociale.
Alla sua radice ci sono sempre gli altri.
Sì, gli altri, perché ciascuno di noi, lungi dall’essersi costituito da sé, è in se stesso un dono, un essere che ha ricevuto molto dagli altri.
E non c’è solo un debito individuale, ma anche un debito comunitario, che ci lega alle generazioni che ci hanno preceduto.
Scriveva Paolo VI nella sua famosa Enciclica sullo sviluppo dei popoli e dell’intera umanità: «Ogni uomo è membro della società: appartiene all’umanità intera… Eredi delle generazioni passate e beneficiari del lavoro dei nostri contemporanei, noi abbiamo degli obblighi verso tutti, e non possiamo disinteressarci di coloro che verranno dopo di noi a ingrandire la cerchia della famiglia umana.
La solidarietà universale, che è un fatto, per noi è non solo un beneficio, ma altresì un dovere» (Populorum progressio, 17).
La solidarietà riveste i tratti del dovere.
È un aspetto che viene sottolineato con forza anche dalla nostra Costituzione.
Tra i “principi fondamentali” viene affermato il profondo legame tra i “diritti inviolabili dell’uomo” e “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art.
2).
È questo il grande patto sociale che mantiene coesa una città.
Qui è in gioco una virtù cardinale, è in gioco la giustizia! Milano è una città solidale? La nostra Città oggi è una città solidale, all’altezza della sua tradizione? È difficile rispondere con poche parole.
Come ogni città, anche la nostra Milano è una città composita, dai tanti volti, dalle mille storie, che in alcune sue parti rischia di essere costituita da isole, da “città nella città”.
Non ha un aspetto unico ed è inevitabile che sia così per una metropoli moderna.
E se la solidarietà non è solo il dare episodico ma una tensione interiore che si esprime in comportamenti abituali e permanenti, si fa inevitabile la domanda se la nostra città sia veramente solidale con tutti i suoi abitanti.
Milano è solidale con i bambini e il loro futuro se, ad esempio, sono sufficienti gli asili nido, le scuole materne, i parchi gioco.
La Città è solidale con i ragazzi se sa dare loro, insieme a un’offerta scolastica qualificata, anche opportunità educative, culturali, ricreative, quali momenti significativi per prevenire il disagio.
La Città è solidale con i giovani se sa farsi carico delle loro domande e delle loro tensioni, se sa ascoltarli e guardarli con stima, fiducia, amore sincero.
Ma è solidarietà offrire ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro forme di impiego quasi sempre precarie, quasi a voler approfittare della loro condizione, sfruttando le loro necessità? La solitudine poi di tante persone manifesta il bisogno di solidarietà.
Sono sole tante famiglie, alle prese con il peso di conflitti e violenze nascoste, con il dramma della separazione, con i problemi economici, con la malattia di un congiunto; sono soli tanti anziani, senza relazioni significative e prospettive per il futuro; rischiano di essere soli gli immigrati, spesso confinati – per chiusura o per rifiuto sociale – dentro i propri gruppi etnici… Ma Milano offre anche molti esempi di autentica solidarietà.
Penso a tutti i lavoratori che compiono bene il proprio dovere, con dedizione e generosità.
Non sono poche le persone che hanno come tratto distintivo della propria vita il volontariato e nelle associazioni caritative.
Voglio qui menzionare in particolare – insieme ai benefattori – le centinaia di volontari impegnati nel “Fondo Famiglia-Lavoro”, non solo per distribuire contributi economici, ma soprattutto per ascoltare chi ha perso l’occupazione, studiare con loro soluzioni per tornare a essere produttivi.
Non mancano gli imprenditori che sfidano la crisi economica affrontando sacrifici pur di salvaguardare il posto di lavoro dei propri dipendenti e di non far mancare il sostentamento alle famiglie; i ricercatori che sono attivi per migliorare le cure con cui combattere la malattia.
Non manca chi progetta con intelligenza gli spazi della Città per innalzare la qualità della vita delle persone.
Come non citare poi chi opera per migliorare le condizioni di vita degli immigrati, chi si impegna per offrire percorsi di autentica integrazione, per coniugare solidarietà e legalità? Mi ha colpito nei giorni scorsi, a seguito dello sgombero di un gruppo di famiglie rom accampate a Milano, la silenziosa mobilitazione e l’aiuto concreto portato loro da alcune parrocchie, da tante famiglie del quartiere preoccupate, in particolare, di salvaguardare la continuità dell’inserimento a scuola – già da tempo avviato – dei bambini.
La risposta della Città e delle Istituzioni alla presenza dei rom non può essere l’azione di forza, senza alternative e prospettive, senza finalità costruttive.
La Chiesa di Milano, il volontariato e altre forze positive della Città hanno dimostrato, e rinnovano, la propria disponibilità per costruire un percorso di integrazione.
Non possiamo, per il bene di tutta la Città, assumerci la responsabilità di distruggere ogni volta la tela del dialogo e dell’accoglienza nella legalità che pazientemente alcuni vogliono tessere.
Sono innumerevoli coloro che nella vita quotidiana tengono gli occhi aperti alle necessità degli altri: attenzioni che si concretizzano in piccoli gesti e segni di prossimità, ma che – considerati tutti insieme – portano uno straordinario beneficio a tantissime persone per il loro equilibrio, per il loro benessere, assorbendo tanta fatica che, altrimenti, appesantirebbe la vita di molte persone e della Città nel suo insieme.
Senza questi “angeli” della quotidianità la vita a Milano sarebbe per tanti sicuramente più difficile.
In questa prospettiva va promossa con decisione una “nuova solidarietà” che assuma la forma di una vera e propria “alleanza” intesa come incontro, dialogo, scambio d’informazioni, condivisione di interventi, collaborazione corresponsabile tra le Istituzioni pubbliche e le forze vive della società civile, ovviamente nel rispetto delle diverse competenze e nel segno di una reciproca fiducia: si pensi, in particolare, all’urgenza di una simile alleanza nei fondamentali ambiti della scuola, del lavoro, della salute, della lotta alle varie forme di povertà e di emarginazione sociale.
Non c’è solidarietà senza sobrietà Ed ora, proprio nel contesto di Milano chiamata a un supplemento di solidarietà, giungo a un’affermazione forse inattesa: quella riguardante la sobrietà.
Sì, la nostra Milano, come tutte le città e forse ancor più delle altre, ha bisogno di sobrietà.
Vorrei ricordare quanto dissi nell’omelia della S.
Messa della notte dell’ultimo Natale in Duomo quando rivolsi un invito alla conversione: «C’è uno stile di vita costruito sul consumismo che tutti siamo invitati a cambiare per tornare a una santa sobrietà, segno di giustizia prima ancora che di virtù».
A distanza di quasi un anno, sento di dover ripetere queste parole, invitando a recuperare la fatica e la gioia della sobrietà.
La sobrietà è possibile, in essa c’è il segreto della vita buona e bella, anche se il cammino per arrivarvi è difficile e chiede che si cambi lo stile di vita.
Con la sobrietà è in questione un “ritornare”, come se si fosse smarrita la strada.
Ci siamo lasciati andare a una cultura dell’eccesso, dell’esagerazione.
Soprattutto la sobrietà è questione di “giustizia”.
Siamo in un mondo dove c’è chi ha troppo e chi troppo poco, e anche nella nostra Città c’è chi sta molto bene, mentre sempre più aumenta il numero di chi fa più fatica.
La sobrietà ci aiuta a costruire la giustizia, perché decide, sceglie e agisce secondo la giusta misura, e dunque sempre con l’attenzione vigilante ai diritti e doveri che si hanno nei riguardi sia di se stessi che degli altri, superando sempre eccessi e sprechi.
In particolare la “giusta misura” nell’uso dei beni rende la sobrietà, da un lato nemica dell’avarizia, dall’altro amica della liberalità, ossia di una pronta disponibilità alla condivisione dei beni.
Questa stretta connessione tra la sobrietà e la giustizia ci aiuta a comprendere come la sobrietà sia una via privilegiata che ci conduce alla solidarietà.
Solo chi è sobrio può essere veramente solidale.
Infatti la sobrietà crea gli spazi: nella mente, nel cuore, nella vita, nella nostra casa… La sobrietà apre agli altri e ridimensiona l’importanza eccessiva che diamo a noi stessi; ci apre agli altri e in ogni cosa ci interpella a partire dal bisogno altrui.
La sobrietà favorisce lo sviluppo La sobrietà non è solo un valore personale e individuale, è anche un valore sociale, comunitario: coinvolge la Città come tale.
Una delle più frequenti obiezioni alla sobrietà va al cuore della questione: l’industria e il terziario tengono solo se ci sono consumi, il cui calo comporta il calo della produzione.
Ora la sobrietà pare esigere una riduzione dei consumi e, se attuata, andrebbe contro lo sviluppo, divenendo fonte di gravi problemi a cominciare dalla disoccupazione.
Dunque la sobrietà potrebbe apparire un valore estraneo per Milano! Sobrietà, però, non significa non consumare e non produrre.
È piuttosto “utilizzare” non in un’ottica di spreco, bensì di saggio impiego, finalizzando così la produzione e i servizi ai veri bisogni dei singoli, per crescere nel benessere condiviso.
La sobrietà muove dalla consapevolezza che le risorse sono limitate e che vanno quindi ben utilizzate.
Essa stimola l’intelligenza e la capacità di ciascuno perché sappia usare al meglio le opportunità che vengono offerte per il singolo e per gli altri, per l’intera umanità.
La sobrietà non danneggia l’economia ma è a favore di una sua realizzazione sapiente perché mette al centro la persona e le sue esigenze più vere.
È questo l’insegnamento della Chiesa riproposto nell’enciclica sociale Caritas in veritate.
Il futuro della Città: Expo 2015 e vita quotidiana In questa prospettiva Milano deve considerare le opportunità legate a Expo 2015.
Lo stesso tema prescelto “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” offre un ambito dove la sobrietà, rettamente intesa, può essere un fattore determinante.
La sfida di “nutrire il pianeta” – meglio dire, tutte le persone che vivono e vivranno sulla Terra – esige infatti un profondo ripensamento dell’uso delle risorse.
Richiede intelligenza per escogitare forme nuove di uso e valorizzazione dei beni; pretende un salto di qualità nell’intendere in modo nuovo e solidale i legami tra le nazioni e l’interconnessione tra i diversi attori pubblici e privati della produzione e del mercato; spinge a impiegare energie per la ricerca agro-alimentare; comporta impegno per cercare modalità di dialogo e di scambio, di conoscenza e di risorse, per una crescita equilibrata e solidale del pianeta.
Ovviamente la realtà di Milano non può esaurirsi nell’avventura dell’Expo.
La speranza è che questo evento possa far da traino per un ripensamento globale di Milano in termini innovativi, economicamente solidi e promettenti, aperti a una visione profondamente etica e responsabile.
Diventa inevitabile a questo punto interrogarci sulle concrete applicazioni quotidiane della sobrietà come via alla solidarietà nell’ambito della nostra Città, in riferimento, ad esempio, alle risorse pubbliche e al loro impiego.
Milano è spesso etichettata come città “del fare”.
La sobrietà può rinverdire questo nobile appellativo: un “fare” che non deve riguardare solo la dimensione produttiva ma che vuole mirare ai risultati concreti a beneficio di tutti gli abitanti; un risultato che si raggiungerà eliminando tutto ciò che è superficiale, vuota apparenza, perdita di tempo e spreco di risorse.
Non abbiamo forse la sensazione che si punti alla costruzione di campagne di comunicazione e di immagine, nascondendo la consistenza reale dei problemi, più che alla soluzione dei problemi stessi e all’offerta di servizi efficienti e per tutti? Sono convinto che chi per vocazione, per lavoro, per servizio, per mandato pubblico, per elezione è chiamato a operare per gli altri debba essere sobrio per incontrare realmente le donne e gli uomini nelle loro esigenze, per mettere al centro delle proprie attenzioni i problemi delle persone e delle famiglie e, quindi, per risolverli.
La festa di sant’Ambrogio può suonare come appello a un sussulto di moralità e spiritualità nei nostri stili di vita.
La nostra Città è interessata – e lo sarà sempre più – da progetti di realizzazione di grandi opere che esigono ingenti quantità di denaro e per le quali sono possibili interferenze e infiltrazioni di criminalità organizzata.
Divengono quindi ancora più urgenti da parte di tutti – e specialmente di chi ha maggiori responsabilità – il rispetto di norme semplici, chiare ed efficaci, il confronto con la coscienza morale, la rettitudine nell’agire, la gestione corretta del denaro pubblico.
In ambito ancor più personale, vivere secondo sobrietà aiuta a verificarsi su quale sia la vera sorgente della felicità.
Con uno stile di vita sobrio è facile smascherare l’illusione che la felicità provenga dal possesso delle cose, da un’esistenza condotta sempre “oltre il limite”.
Troppe persone – e non solo i giovani – sembrano alla ricerca di uno “stato di ebbrezza permanente” da perseguire con eccessi (di sostanze stupefacenti, di alcool, di sensazioni ed emozioni forti) quasi per dimenticare quanto sia seria e impegnativa la vita, quasi per sfuggire alle proprie responsabilità, quasi per volersi sottrarre al compito di ricercare quella felicità duratura e profonda che deriva dalla piena e autentica realizzazione di sé.
Questi stili di vita esaltano l’individualismo, corrono il rischio di distruggere i soggetti, allentano i legami sociali, indeboliscono la Città.
Persone autenticamente felici, invece, portano un grande contributo alla costruzione di una Città migliore: la vera gioia, infatti, non presenta mai i tratti dell’egoismo bensì del dono di sé, scaturisce dalla ricerca del bene dell’altro.
Se anzitutto i fedeli di questa Città – ed è il pastore, il Vescovo ad esprimersi così – vivranno con sempre maggiore coerenza il loro essere cristiani, la ricerca del bene dell’altro genererà un intreccio virtuoso che renderà Milano coesa, capace di curare e guarire le ferite dei suoi abitanti.
Stili di vita personali virtuosi sprigionano la forza per rinnovare la Città.
Una conversione è possibile? In questo senso ripropongo la chiamata alla conversione, esattamente nella linea proposta da Benedetto XVI il 1° gennaio 2009 e – in termini ampi e dal valore profetico – nell’enciclica Caritas in veritate.
Il Papa invita a vedere la crisi “come un banco di prova”, ponendo questi interrogativi: «Siamo pronti a leggerla, nella sua complessità, quale sfida per il futuro e non solo come un’emergenza a cui dare risposte di corto respiro? Siamo disposti a fare insieme una revisione profonda del modello di sviluppo dominante, per correggerlo in modo concertato e lungimirante?».
Si esige un cambiamento radicale, lungimirante e teso al bene comune globale.
Si esige una progettazione di ampio respiro, capace di andare oltre le risposte immediate ed effimere, capace di dare un volto nuovo alla nostra Città.
Una progettazione che riguardi tutti i grandi capitoli della vita sociale.
La direzione tracciata è precisa: si tratta di favorire, diffondere e condividere modelli e stili di vita insieme profetici e praticabili, capaci di far crescere le virtù e le opere della sobrietà e della solidarietà: nell’ambito personale e interpersonale, in quello comunitario e istituzionale.
Guardiamo a Cristo È richiesto un grande investimento educativo da parte di tutti.
All’Angelus del 1° gennaio di quest’anno il Papa conclude con un’annotazione di particolare importanza: «Gesù Cristo non ha organizzato campagne contro la povertà, ma ha annunciato ai poveri il Vangelo, per un riscatto integrale dalla miseria morale e materiale.
Lo stesso fa la Chiesa, con la sua opera incessante di evangelizzazione e promozione umana…».
È dunque a Cristo che dobbiamo guardare, come singole persone, come città di Milano, a lui che è il “buon samaritano” e che vuole continuare a essere presente e operante nella storia dell’umanità ferita e bisognosa di “cura” tramite la nostra mediazione.
Quella di Cristo è una presenza che ha i segni del Crocifisso, che sa attraversare le situazioni umane di fatica e di sofferenza assumendole, facendosene carico.
Conserviamo la presenza del crocifisso, simbolo cristiano ma anche simbolo profondamente umano.
Di fronte ad esso siamo tutti richiamati a interrogarci sul significato che hanno il soffrire e il morire, così come possiamo ritrovare la speranza per superare le situazioni di dolore e di morte.
Ma il Crocifisso è risorto! Non limitiamoci a considerare il crocifisso come segno di un’identità.
Dobbiamo passare dal simbolo alla realtà, alla realtà di Gesù Cristo morto e risorto e veniente, persona viva, concreta, incontrabile, sperimentabile.
Conserviamolo questo simbolo, ma soprattutto viviamolo con umile, forte e gioiosa coerenza.
Concludiamo con una riflessione che sant’Ambrogio pone al termine del suo commento alla parabola del buon samaritano.
«Siccome nessuno è maggiormente prossimo di Colui che guarì le nostre ferite, amiamolo come Signore, ma amiamolo anche come prossimo; nulla è tanto prossimo quanto il Capo alle membra.
Amiamo anche chi è imitatore di Cristo, amiamo chi ha compassione dell’altrui indigenza secondo l’unità che vige nel corpo.
Non è la parentela che fa il prossimo, ma la misericordia» (Esposizione del Vangelo secondo Luca, VII,84).
+ Dionigi card.
Tettamanzi

43° Rapporto Censis

“La società italiana è una società testardamente replicante.
Quel ‘non saremo più come prima’ che un anno fa dominava la psicologia collettiva è mutato in un ‘siamo sempre gli stessi'”.
Sono insolitamente venate di pessimismo le “considerazioni generali” del 43° Rapporto annuale del Censis sulla situazione sociale del Paese, illustrate questa mattina dal suo presidente storico, Giuseppe De Rita.
L’Italia ha saputo resistere alla crisi meglio di altri Paesi per la nostra migliore capacità di adattamento (“galleggiamento”, diceva De Rita già 25 anni fa) e perché il sistema economico italiano è caratterizzato da una “diffusissima presenza di piccole aziende, il mercato del lavoro è elastico (si pensi al sommerso) e protetto (si pensi al lavoro fisso e agli ammortizzatori sociali), e le famiglie sono patrimonializzate”.
Ma la crisi “ha finito per rallentare il processo di uscita dal puro adattamento intravisto lo scorso anno, quando all’orizzonte si presentava quasi una ‘seconda metamorfosi’, dopo quella degli anni fra il ‘45 e il ‘75”, anche se proseguono alcuni processi di trasformazione.
Essi riguardano in primo luogo il settore terziario (istruzione compresa), che non può più essere considerato come la valvola di scarico della disoccupazione intellettuale.
Per uscire davvero dalla crisi occorre avere consapevolezza di questo, e di quanto faticoso sarà l’impegno per un “modello vocazionalmente replicante” come quello italiano.
Il “dopo”, così si concludono le considerazioni generali, parte dall’oggi.
Si tratta di una sfida faticosa, ma che non può che partire “qui e adesso”.
Il 47,7% dei genitori non incontra mai o quasi mai gli insegnanti dei propri figli.
E’ questo un altro dei dati che più colpiscono nel Rapporto Censis di quest’anno.
Inoltre il 59,7% dei genitori con figli in età scolare ritiene che il fenomeno del bullismo sia in crescita, mentre il 52% non ha fiducia nella capacità della scuola di proteggere i ragazzi da questo fenomeno.
La responsabilità però non viene scaricata sugli insegnanti: il 59,7% dei genitori intervistati ritiene infatti che gli insegnanti non abbiano gli strumenti per fermare i bulli.
I docenti, a loro volta, individuano nella scarsa motivazione degli allievi verso l’apprendimento uno dei principali problemi da affrontare in classe:  è quanto pensa il 54,4% di un campione di insegnanti neoassunti nella scuola secondaria di II grado.
Lo stesso esito, d’altra parte, aveva avuto qualche anno fa una grande inchiesta condotta in Francia in migliaia di scuole.
Il problema, da noi come in altri Paesi, è destinato a complicarsi perché si intreccia con la crescente perdita di attrattiva della professione docente, che risulta essere la meno preferita tra i giovani che si affacciano all’università.
Nell’insolitamente limitato spazio dedicato quest’anno all’istruzione, spicca un’indagine realizzata dal Censis sugli atteggiamenti degli studenti nei confronti della scuola.
Il dato è impressionante: “Circa l’80% dei giovani di età compresa tra 15 e 18 anni si è chiesto almeno una volta che senso abbia stare a scuola o frequentare corsi di formazione professionale”.
Dominano il disincanto e lo scetticismo, prosegue il Rapporto: “il 92,6% dei giovani in uscita dalla scuola secondaria di II grado ritiene che anche per chi ha un titolo di studio elevato il lavoro sia oggi sottopagato, il 91,6% pensa che sia agevolato chi può avvalersi delle conoscenze”.
Ma anche il 63,9% degli occupati giudica inutili le cose studiate a scuola per il proprio lavoro.
La visione pessimistica travalica i confini dell’universo educativo: “il 75% dei laureati e l’85% dei non laureati di 16-35 anni pensano che in Italia vi siano scarse possibilità di trovare lavoro grazie alla propria preparazione”, e comunque i laureati italiani in economia e in ingegneria hanno stipendi annui inferiori rispettivamente del 20,2% e del 21,4% rispetto a di quelli medi europei.
Forse la scarsa considerazione per il valore degli studi concorre a spiegare il fatto che il 19,3% dei giovani italiani di 18-24 anni non sia in possesso di un diploma e non sia più in formazione, contro il 12,7% di Francia e Germania, il 13% del Regno Unito, il 14,8% medio europeo.
I dirigenti scolastici, benché li ritengano utili, segnalano anche le criticità nell’adozione di percorsi di alternanza scuola-lavoro per i propri studenti.
La più diffusa tra queste (55,1%) è quella delle risorse finanziarie, cui si correla la difficoltà ad offrire percorsi di alternanza a tutti gli studenti interessati (53,6%).
Negli ultimi tre anni questo tipo di esperienze sono cresciute nelle scuole: nel 2008/2009 hanno attivato l’alternanza scuola-lavoro più di 1.000 istituti coinvolgendo 69.375 studenti (+51,2% rispetto al 2006-2007).
La probabilità di poter usufruire di un’esperienza di alternanza scuola-lavoro è stata superiore nelle aree del Centro-Nord, che raccolgono il 53,5% degli studenti coinvolti nel 2008-2009, e soprattutto nelle regioni del Nord-Ovest, dove il raccordo con il mondo del lavoro è probabilmente agevolato dalla incidenza maggiore di realtà aziendali di media e grande dimensione.
Anche la durata e l’articolazione delle esperienze è ampiamente differenziata nelle diverse aree del Paese.
   La presentazione del rapporto annuale Censis è stata anche l’occasione per scoprire anche alcuni aspetti “di nicchia” per quello che attiene la scuola in Italia.
Un segmento di indagine ha riguardato l’opinione dei capi d’istituto delle scuole superiori italiane sull’alternanza scuola-lavoro: per il 53,2% dei dirigenti aver fatto una piccola esperienza lavorativa durante il percorso di studi aumenta, alla fine delle superiori, le possibilità occupazionali dei diplomati.
Non solo, queste iniziative aiutano a contrastare la dispersione e motivano i ragazzi.
In particolare, il 71,2% dei presidi sottolinea che il ricorso all’alternanza scuola-lavoro permette agli studenti di avere una migliore conoscenza del mondo del lavoro, il 55,9% pensa che consenta di offrire un curriculum di studio più adeguato alle esigenze delle imprese, il 53,2% ritiene che aumenti le opportunità occupazionali dei diplomati.
Positiva è anche la ricaduta che l’attivazione di questa opzione ha sull’ambiente scolastico: per il 52,9% dei presidi l’introduzione dell’alternanza influenza i livelli motivazionali, contrastando i fenomeni di dispersione, e per il 51,0% funge da stimolo ad una continua innovazione della didattica.
Le iniziative di contatto con le imprese, poi, secondo oltre un terzo dei presidi, aumentano l’attrattività di un istituto (33,9%), mentre un altro 30,6% ne evidenzia l’influenza positiva sul livello di aggiornamento e specializzazione dell’intero corpo docente.

La riforma delle superiori sul web

Come annunciato dal ministro Gelmini, sul web è disponibile da questa settimana un’ampia documentazione relativa alla riforma della scuola secondaria superiore.
La consultazione, aperta a tutti, è possibile accedendo al sito http://nuovilicei.indire.it/.
Il sito, nella sezione “Costruire i nuovi licei”, riporta gli schemi di regolamento dei nuovi licei, i piani di studio, i quadri orario e ogni altro elemento utile per conoscere i nuovi licei della riforma Gelmini.
Analogamente sul sito sono presenti anche le sezioni “Costruire i nuovi tecnici” e “Costruire i nuovi professionali”.
La struttura delle tre sezioni comprende sei punti di contatto relativi a: Appunti di viaggio (dedicata agli approfondimenti sulle tematiche legate alla riforma che via via giungeranno in redazione) Cabina di regia (licei) e Gruppi di lavoro (tecnici e professionali) Conosci la riforma (documentazione normativa e schemi di regolamento) Rassegna stampa (raccolta di articoli della stampa anche on line dedicati alle riforme) Area riservata (per il personale preposto ai rapporti esterni mediante forum, faq e altro) Contatti (per inviare commenti e proposte).
Per la riforma degli istituti tecnici e degli istituti professionali e previsto anche un servizio di FAQ già attivo.

II Domenica di Avvento anno C

II DOMENICA DI AVVENTO   Lectio Anno c     Prima lettura: Baruc 5,1-9          Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre.
Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio, metti sul tuo capo il diadema di gloria dell’Eterno, perché Dio mostrerà il tuo splendore a ogni creatura sotto il cielo.
Sarai chiamata da Dio per sempre: «Pace di giustizia» e «Gloria di pietà».
Sorgi, o Gerusalemme, sta’ in piedi sull’altura e guarda verso oriente; vedi i tuoi figli riuniti, dal tramonto del sole fino al suo sorgere, alla parola del Santo, esultanti per il ricordo di Dio.
Si sono allontanati da te a piedi,  incalzati dai nemici; ora Dio te li riconduce in trionfo come sopra un trono regale.
Poiché Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio.
Anche le selve e ogni albero odoroso hanno fatto ombra a Israele per comando di Dio.
Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria, con la misericordia e la giustizia che vengono da lui.
       v In questo brano un profeta con espressioni prese in prestito dal libro di Isaia e di Geremia presenta il ritorno dall’esilio di Babilonia in forma trionfale attraverso il deserto.
     In una prima strofa (vv.
1-4) vi è un invito a Gerusalemme a passare dall’afflizione alla gioia, cambiando le vesti.
Secondo l’antica tradizione ebraica Adamo ed Eva nel paradiso terrestre avevano una veste di gloria, la luce li avvolgeva.
Una veste persa quando si sono allontanati da Dio.
Ora il Signore ritorna nella sua città e dona ai suoi abitanti una splendida veste di gloria.
Il cambiamento è tale che Dio dà alla sua città un nome nuovo: «Pace di giustizia» e «Gloria di pietà» (v.
4).
La gloria, cioè l’amore di Dio che ritorna a splendere nel cuore dell’uomo gli ridona la giustizia, lo mette in un giusto rapporto con Dio e con i fratelli.
Ne consegue quindi la pace, una vita piena di beni spirituali e materiali, e la pietà, il sentimento religioso di fiducia in Dio e di gratitudine per la sua presenza.
     In una seconda strofa (vv.
5-7) Gerusalemme è invitata ad ammirare il ritorno glorioso dei suoi fratelli dall’esilio.
È un cammino non faticoso perché Dio stesso guida questo ritorno.
È lui stesso che spiana la strada, perché Israele proceda sicuro (v.
7).
Anzi egli li fa trasportare sul suo trono regale, e non devono neppure camminare (v.
6).
     Nella terza strofa (vv.
8-9) anche il creato è coinvolto nella storia di  salvezza che Dio vuole fare con il suo popolo.
Il deserto fiorisce e diventa un giardino di alberi profumati che con la loro ombra impediscono al sole bruciante di far ripiombare il popolo nella morte dopo aver sperimentato la liberazione.
La terra promessa viene anticipata.
Il paradiso promesso si può già sperimentare qui nella storia concreta, perché il Signore è presente.
Il paradiso infatti è stare con il Signore.
  Seconda: Filippesi 1,4-6.8-11          Fratelli, sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente.
Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù.
Infatti Dio mi è testimone del vivo desiderio che nutro per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù.
E perciò prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quel frutto di giustizia che si ottiene per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio.
    v Paolo inizia con una invocazione e intercessione che sfocia nella lode.
Dalla sua buia prigione egli sta scrivendo alla comunità una lettera piena di gioia, perché proprio lì in una situazione di massimo fallimento umano ha sperimentato un’intimità tale con Gesù Cristo che gli dona una felicità che non può essere intaccata neppure dalla morte.
     È il Signore colui il quale ha iniziato (v.
6), il primo agente della evangelizzazione, e anche, se Paolo è stato tolto forzatamente alla comunità questa continua la sua cooperazione per il Vangelo (v.
5).
È una comunità viva: tutti per gratitudine partecipano all’evangelizzazione.
Il tempo che intercorre tra la presente semina del vangelo e la raccolta del frutto di giustizia che si ottiene per mezzo di Gesù Cristo (v.
11) della parusia è un periodo in cui può crescere l’amore e la fedeltà a Dio.
Tutto lo zelo missionario di Paolo e della comunità cristiana ha come scopo non l’autoglorificazione, ma a gloria e lode di Dio (v.
11).
    Vangelo: Luca 3,1-6          Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.
Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».
    Esegesi      Luca presenta Giovanni Battista come l’ultimo dei profeti dell’Antico Testamento.
Questo lo possiamo dedurre dal suo modo di descriverlo.
Anche gli scritti profetici iniziano presentando il contesto storico in cui si svolge la predicazione profetica e la protagonista è la Parola del Signore.
Gli stessi termini infatti troviamo in Geremia: La Parola di Dio che fu su Geremia (Ger 11).
La Parola del Signore non rimane una teoria, una nuova filosofia, ma è una realtà storica: «non sono fatti accaduti in un angolo» (At 26,26), ma hanno delle coordinate storiche e geografiche molto concrete.
     Siamo informati su l’anno dell’inizio della predicazione di Giovanni, figlio di Zaccaria.
Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, che corrisponde al 27/28 dopo Cristo.
I grandi avvenimenti della storia della salvezza hanno dei testimoni molto concreti, pagani ed ebrei.
Innanzitutto l’imperatore romano, Tiberio, quindi il responsabile della Giudea-Samaria dal 26 al 36, il procuratore romano Ponzio Pilato.
Entrando nel mondo giudaico sono citate altre autorità politiche: Erode Antipa, figlio di Erode il grande, Filippo suo fratellastro e Lisania.
Come ai tempi dei profeti non solo le autorità politiche, ma anche quelle religiose sono testimoni della Parola di Dio.
Vengono quindi ricordati i nomi del sommo sacerdote in carica (anni 18-36) Caifa e del suo suocero deposto nel 18, Anna, che continuava a far sentire la sua influenza politico-religiosa.
Viene presentata anche la mappa geografica: Giudea-Samaria, Galilea, Iturea, Traconitide, Abilene.
    In questo quadro geografico c’è un luogo privilegiato in cui Dio ha parlato come uno sposo al suo popolo, il deserto: ecco la attirerò a me nel deserto e parlerò al suo cuore (Os 2,16).
E nel deserto di Giuda la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa (v.
2).
Chi parla attraverso la sua voce è la Parola.
Quando la Parola si renderà visibile, la voce scomparirà.
La parola non è solo un grido, una chiamata a conversione, ma essendo parola (dabar) di Dio incomincia già a sentirsi la sua efficacia.
Il brano infatti termina con una inclusione dicendo: ogni uomo vedrà la salvezza di Dio (v.
6).
    È l’esperienza più stupefacente, che aveva fatto la comunità cristiana primitiva, di vedere risplendere la vita e l’immortalità mediante l’annuncio del vangelo (cfr.
2Tim 1,10).
Era un annuncio itinerante come quello di Giovanni che percorse tutta la regione del Giordano (v.3).
Si concretizzava nella discesa delle acque del Giordano, significato dal fonte battesimale.
Lì si lasciava il corpo del peccato e avveniva una reale conversione perché sorgeva una creatura nuova, che il battesimo di Giovanni prometteva.
È una salvezza che ogni uomo vedrà (v.
6).
È a disposizione di tutti gli uomini, non solo degli ebrei.
Tutti allora sono invitati a preparare la via del Signore (v.
4).
Questa strada non è materiale ma una via interiore attraverso la quale il Verbo di Dio, possa entrare dentro l’uomo e prendere il suo posto nel suo cuore.
  Meditazione      «Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!» (Lc 3,6).
     L’antico annuncio del profeta Isaia, così universale da apparire generico, così radicalmente esistenziale e teologico da sembrare fiabesco, dopo secoli viene ribadito e nuovamente proclamato da Giovanni Battista.
Soprattutto viene storicizzato e reso contemporaneo, mettendolo in relazione con luoghi e figure di una scena per nulla religiosa, che, da remotamente locale, si apre e vuole interessare la terra intera.
Ma qualcosa che sembra avvenire, risuonare in uno sperduto deserto, può – e deve – avere ricadute perfino sul titanico e onnipresente/onnipotente impero romano? L’impalpabilità e leggerezza di una voce – questo il fatto annunciato – può giungere fino all’orecchio dell’imperatore e osar pretendere di cambiargli la vita?      A essere onesti, sì, di cose del genere ne possono succedere – e succedono! – anche ai giorni nostri.
La speranza di un’umanità senza distinzioni di sesso e di razza e che vive nella giustizia, speranza antica quanto il mondo ma riformulata da un Martin Luther King o da un Ghandi, è arrivata fin dentro stanze ovali ed è riuscita a superare l’invalicabile sbarramento di uffici e segreterie che difendono i potenti della terra (non chiamiamo grandi quanti sono spesso solo più forti economicamente e militarmente!).
E certamente la forza di quella parola qualcosa ha fatto, ha segnato lo sviluppo delle vicende storiche, anche su scala mondiale, universale.
Ha operato nel profondo.
E val la pena ricordare che è certamente più difficile cambiare il cuore di un solo uomo che compiere qualsiasi mirabolante impresa astronomica, architettonica, politica o militare…
     Questa Parola, questa voce può sperare di ottenere questo risultato perché viene dal profondo, dall’alto, da Dio.
Prende sempre carne in uomini attenti, vigili e disponibili, non teme di mescolarsi ad altre voci richiamando ogni uomo alla sua responsabilità di scelta, fa affidamento solo sull’autorevolezza della propria sapiente verità.
Ma quale dunque il contenuto di questa discreta eppur energica Parola? Il suo involucro esterno potrebbe spaven-tare ogni ‘amante delle alture’: chiede infatti che «Ogni monte e colle siano abbassati», per poi proseguire «Le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie spianate» (Lc 3,5).
Il senso autentico di queste strane parole non è certo da ricercarsi in ambito geologico/stradale ma ci è ben ritradotto dall’orazione della colletta eucaristica: «O Dio grande nell’amore, che chiami gli umili alla luce gloriosa del tuo regno, raddrizza nei nostri cuori i tuoi sentieri, spiana le alture della superbia, e preparaci a celebrare con fede ardente la venuta del nostro salvatore, Gesù Cristo tuo Figlio».
     Un invito, quindi, a farci, come Giovanni, maggiormente attenti ai desideri più profondi della nostra esistenza ma, al contempo, anche ai segni dei tempi, alle vicende storiche che attraversano in modo apparentemente casuale la nostra vita.
C’è infatti il rischio di lasciarsi passare sotto gli occhi una grande occasione perché si sta guardando altrove e si sta attendendo altro.
Il profeta Baruc, nella prima lettura, richiama la città di Gerusalemme ad abbandonare lo stato di prostrazione e lamento che la affliggono per aprirsi alla speranza: «Dio mostrerà il tuo splendore ad ogni creatura sotto il cielo» (Bar 5,3).
Ma la città santa deve mettersi nella posizione, nella condizione della sentinella, che guarda e aspetta di vedere il ritorno glorioso dei propri figli, dispersi e incalzati dai nemici (cfr.
Bar 5,5-6).
Non sarà lei a riportarli in patria, saranno «la misericordia e la giustizia che vengono da Dio» (Bar 5,9) ad operare tale meraviglia.
Ma sperare e domandare, cercare e attendere allargando il cuore è compito dell’uomo.
     Il periodo liturgico dell’Avvento è tempo di meditazione, di sollecitazione alla profondità, a ritrovare i grandi desideri che abitano la nostra vita e che la parola di Dio ci allarga e concretizza ancor più.
Per tutti possiamo e dobbiamo sperare, a tutti dobbiamo rilanciare la fiducia per un orizzonte più vero e autentico.
«Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!» (Lc 3,6).
         Preghiere e Racconti   Giovanni Battista Identificare Giovanni Battista con l’Avvento risulta ovvio, considerato il soprannome di Precursore attribuitogli dalla Scrittura stessa, con il quale siamo soliti definirlo.
I tre sinottici -Mt 11,10; Mc 1,2-3; Lc 3,4- gli applicano la profezia di Isaia: «Ecco io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te…
Una voce grida: Nel deserto preparate la via al Signore » (Is 40,3).
Nel caso di Matteo è lo stesso Cristo che, esaltando la figura del Battista, gli applica la profezia; l’evangelista Giovanni, che predilige il linguaggio simbolico, lo definisce «testimone della luce» (Gv 1,7-8).
Non ci deve pertanto stupire che in questo tempo di preparazione la liturgia ci proponga la figura e il messaggio di Giovanni Battista in tutti i vangeli della seconda e terza domenica di Avvento, in tutti giorni della terza settimana e nei giorni immediatamente precedenti la venuta del Signore.
Il personaggio Luca ci racconta con molti particolari l’annuncio solenne della nascita di Giovanni.
Come dice A.
Nocent: «Così Dio vuole sottolineare che egli stesso prende l’iniziativa della salvezza del suo popolo.
Egli stesso sceglie gli strumenti e se ne serve a modo suo.
L’annuncio della nascita di Giovanni è solenne: esso avviene nell’inquadratura liturgica del tempio.
Fin dalla designazione del nome del bambino, “Giovanni”, che significa: “Dio è favorevole”, tutto diventa una precisa preparazione divina dello strumento che il Signore si è scelto.
Il suo arrivo non passerà inavvertito e la sua nascita sarà accolta con gioia da molti (Lc 1,14).
Sarà un uomo consacrato e, come prescrive il libro dei Numeri (6,1), si asterrà dal vino e dalle bevande inebrianti.
Il nazireato è già segno della sua vocazione di asceta.
Lo Spirito abita in lui dal seno di sua madre.
Alla vocazione di asceta si aggiunge quella di guida del popolo (Lc 1,17).
Egli precederà il Messia, funzione che Malachia attribuiva a Elia (3,23).
Nella sua circoncisione un fatto significativo indica ancora la scelta divina: nessuno nel suo parentado porta il nome di Giovanni (Lc 1,6), ma il Signore vuole che sia chiamato così, sconvolgendo le usanze.
È il Signore che lo ha scelto, è lui che dirige il gioco e conduce il suo popolo».
L’incontro fra Giovanni e Gesù, tra il Precursore e il Salvatore, avviene già prima della nascita.
È l’unione tra i due Testamenti, nel momento in cui l’Antico lascia il passo al Nuovo.
Al significativo particolare dell’annuncio delle loro nascite, si aggiunge l’incontro nel seno materno, quando Maria visita Elisabetta e la creatura di questa le salta di gioia nel grembo (Lc 1,39-45).
Gesù causa gioia, Giovanni la riceve.
Le loro madri, partecipi della gioia, intonano ognuna un canto di lode.
Elisabetta si rivolge alla madre del suo Signore, dichiarandola benedetta tra tutte le donne; Maria, riprendendo le promesse fatte ad Abramo e alla sua discendenza, proclama la grandezza del Signore e si rallegra in Dio, suo salvatore (cf.
Lc 1,46-56).
Abbiamo una stretta consonanza anche nella designazione divina dei loro nomi e nell’accostamento dei loro significati: favore di Dio, salvezza di Dio; nei cantici profetici di Zaccaria e di Simeone, quando i bambini saranno circoncisi.
La consonanza si farà abbraccio nel passaggio da un’èra all’altra in occasione del battesimo di Gesù da parte di Giovanni; e si farà abbraccio di congedo quando, dopo aver indicato Gesù come «l’Agnello di Dio colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29), Giovanni riconosce umilmente: «Egli deve crescere e io invece diminuire» (Gv 3,30).
Dopo averci offerto tanta abbondanza di particolari sulla sua nascita, i vangeli non ci parlano più di Giovanni Battista fino al battesimo di Gesù.
Alcuni autori avanzano congetture e supposizioni a questo proposito: che si fosse formato in una delle comunità di vita ascetica del deserto (gli esseni) e che alcuni membri di tali comunità lo avessero seguito come discepoli per iniziare la sua predicazione…
I vangeli lo presentano mentre predica la conversione secondo la missione profetica che gli era stata affidata.
Ci offrono alcuni dettagli (per esempio Mt 3,1-12) dai quali deduciamo la sua personalità: vita austera, penitente, radicale; uomo sincero e incorruttibile, esigente e coerente.
L’abbigliamento, il cibo, il modo di parlare ci rivelano la figura del profeta di vecchio stampo.
Punto di contraddizione, trascinerà masse di persone semplici in sincera ricerca, ma si scontrerà con l’opposizione delle classi privilegiate, che vedevano vacillare la loro posizione, se le dure denunce di Giovanni, tanto scarne quanto giuste, avessero sortito il loro effetto.
La fine del Battista, la decapitazione, ne è una drammatica testimonianza (Mc 6,17-29).
Nessun altro personaggio ha avuto il privilegio che egli ottenne, dal momento che Gesù stesso gli dedicò un panegirico: « Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Che cosa dunque siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re! E allora che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta.
Egli è colui, del quale sta scritto: “Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te”.
In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui» (Mt 11,2-11; Lc 7,24-30).
Proprio queste parole di Gesù, che riassumono ed esaltano la figura di Giovanni, ci danno l’occasione di addentrarci nella descrizione della missione a lui affidata.
  La sua missione Gesù non poteva essere più esplicito nell’applicare a Giovanni le parole del profeta: «Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero».
Giovanni Battista è il segno dell’irruzione di Dio in mezzo al suo Popolo.
Come aveva proclamato il padre Zaccaria intonando il Benedictus (Lc 1,67-69), il Signore visita e redime il suo popolo realizzando le promesse.
Egli è il Precursore e il suo ruolo è «preparare la via al Signore».
Il compimento di questa missione si riassume a sua volta nella frase che i vangeli ricordano come inizio della sua predicazione: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!».
Ma, per quanto importante, la missione di Giovanni non finisce qui, bensì raggiunge il suo punto culminante nel duplice incontro che abbiamo citato prima: il battesimo di Gesù e la designazione di Cristo da parte di Giovanni come l’Agnello di Dio.
Dicevamo che è l’incontro e il passaggio da un’alleanza all’altra.
Il battesimo di Giovanni era battesimo di acqua in segno di penitenza per i propri peccati.
Quello di Gesù sarà un battesimo «in Spirito Santo e fuoco» (Mt 3,1-12): brucerà il peccato, ma anche la morte, sua nefasta conseguenza; sorgerà la nuova luce e lo Spirito infonderà la vita nuova.
Coloro che rinasceranno a questa vita rinasceranno alla vita stessa di Dio, saranno fratelli di Cristo e partecipi del suo trionfo e della sua risurrezione.
In questo senso Gesù diceva che «il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui (Giovanni)» (Mt 11,11).
Questo aspetto viene simboleggiato, con le rispettive differenze, dalle date che la liturgia segnala per la nascita di Gesù e di Giovanni.
Da una parte i due personaggi, strettamente uniti, che dividono in due il calendario coincidendo con i solstizi d’inverno (25 dicembre) e d’estate (24 giugno).
Dall’altra Giovanni, come luce splendente dell’Antico Testamento, ha la sua festa nel giorno più lungo dell’anno.
Tuttavia non può riuscire a dominare la notte; egli non è la luce ma il testimone della luce (Gv 1,8).
Domani la notte comincerà a essere un po’ più lunga di oggi, sempre un po’ di più…
fino alla notte di Natale, la più corta.
Si direbbe che le tenebre abbiano vinto, ma non è così.
Cristo nasce oggi.
Egli è la luce, il nuovo sole e perciò domani il giorno sarà un po’ più lungo, un po’ di più…
e la luce vincerà le tenebre.
Anche l’altro momento è particolarmente significativo.
«In modo ancora più positivo – dice A.
Nocent – Giovanni dovrà indicare colui che è già presente ma che ancora non si conosce (Gv 1,26) e che egli addita quando lo vede venire da lui: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29).
Giovanni corrisponde e vuole corrispondere a ciò che è stato detto di lui e predetto per lui.
Deve testimoniare che il Messia è presente.
Il modo con cui lo indica già esprime ciò che il Cristo rappresenta per lui: è “l’Agnello di Dio”.
Il Levitico nel capitolo 14 descrive l’immolazione dell’agnello in espiazione dell’impurità legale.
Leggendo questo passo, san Giovanni evangelista pensa al servo del Signore descritto da Isaia nel capitolo 53 e che porta su di sé i peccati d’Israele.
Giovanni Battista, indicando il Cristo ai suoi discepoli, già lo vede come la vera Pasqua che supera quella dell’Esodo (12, 1) e dalla quale l’universo otterrà la salvezza».
A partire da questo momento si mette in disparte.
Non si tratta di una minuzia: è una parte altrettanto fondamentale della sua missione con un messaggio molto concreto.
  Il suo messaggio Il messaggio di Giovanni Battista costituisce la parte fondamentale dell’Avvento: «Preparate la via al Signore».
I punti specifici e la concretezza di tale messaggio si trovano sviluppati nella seconda e terza domenica, nella terza settimana e nei giorni 19, 21, 23 e 24 dicembre.
Se volessimo esporli, dovremmo rifarci alle pagine corrispondenti; per il momento ci limiteremo a presentarne un riassunto.
1) Convertitevi.
È l’obiettivo da raggiungere, con quanto la conversione comporta come mutamento di mentalità alla luce della parola di Dio e come adeguamento dei nostri criteri a quelli del Signore; insieme a un cambiamento del cuore, perché i nostri atteggiamenti e comportamenti siano quelli che esige il regno di Dio e che Cristo viene a stabilire come regno di salvezza.
Il momento culminante di questo processo dovrebbe essere costituito dalla celebrazione della penitenza.
2) Atteggiamento penitente.
Non si tratta tanto di fare penitenze e sacrifici, quanto di adottare l’austerità, la sobrietà e la semplicità come forma di vita.
Dominare quanto ci porta a eccedere nelle abitudini e nei costumi, come negli atteggiamenti e nei comportamenti, sarà la miglior penitenza per appianare i sentieri.
3) Sincerità, autenticità.
Il Battista è durissimo nel denunciare l’ipocrisia dei farisei e dei sadducei, come poi lo sarà il Signore.
Annuncia che Dio userà la scure con «ogni albero che non produce frutti buoni», che sarà «tagliato e gettato nel fuoco»; e con il «ventilabro pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile» (Mt 3,10.12).
4) Frutti della conversione.
In positivo, la condivisione: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto» (Lc 3,11).
Sempre in positivo, anche se espressa negativamente, l’onestà («Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato», Lc 3,13) e la giustizia («Non estorcete niente a nessuno» Lc 3,14).
Tuttavia, oltre al messaggio espresso in parole, Giovanni Battista ne trasmette uno eloquente attraverso due modi di operare, frequentemente presentati come aneddoti.
a) Fede Purificata nella Prova.
Quando Giovanni invia i suoi discepoli a chiedere a Gesù: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?» (Mt 11, 3) sta pensando alla prova di fede cui si vede sottoposto.
Gli schemi mentali che aveva concepito riguardo al Messia non corrispondono a ciò che raccontano di Gesù di Nazaret.
Infatti dicono che non condanna ma perdona; non è implacabile ma comprensivo; non impone ma invita; non abbatte come un giustiziere ma ama fino alla tenerezza.
Allora Giovanni cerca, chiede, consulta…
e accetta i piani di Dio che non coincidono con i suoi.
Una grande lezione di fede e un buon sostegno per la fede dei discepoli.
b) Testimonianza sino alla fine.
Non ci riferiamo alla sua morte che è solo il sigillo finale.
La firma l’aveva messa prima, accettando la conclusione del suo ruolo.
«Compito difficile -continua A.
Nocent- quello di essere presente al mondo, fermamente presente fino al martirio, come Giovanni, e non mettere davanti un’istituzione invece della stessa persona di Cristo! Ruolo missionario sempre difficile quello di annunciare la buona novella e non una razza, una civiltà, una cultura, un paese: “Egli deve crescere e io diminuire” (Gv 3,30).
Annunciare la buona novella e non una determinata spiritualità, un certo ordine religioso, un certo movimento cattolico speciale, una certa chiesuola; come Giovanni, mostrare ai nostri discepoli dove sta per essi “l’Agnello di Dio”, e non impossessarsene, come se dovessimo essere noi stessi la loro luce».
Certo, deve essere difficile accettare e compiere questa missione, e infatti alcuni discepoli di Giovanni costituirono comunità proprie e si opposero alle prime comunità cristiane.
I vangeli, che riflettono i problemi delle comunità apostoliche, ci offrono vari indizi di questa opposizione.
Per esempio la domanda sul perché i discepoli di Giovanni digiunavano e quelli di Gesù no.
Deve essere molto difficile saper restare al proprio posto, poiché la Chiesa di oggi è piena di protagonismi e persino di settarismi, che non assomigliano in nulla alla testimonianza di Giovanni né all’atteggiamento evangelico.
  Le parole dell’Avvento A) Deserto e fiume Se il deserto è il luogo dell’intimità con Dio, della prova, della purificazione, dell’abbattimento degli idoli, viverne la spiritualità, oggi, deve comportare tante conseguenze: non lasciarci prendere dall’affanno delle cose; non sprofondare nello scoraggiamento quando si sperimenta l’aridità e la fatica nel quotidiano, con tutte le sue tentazioni; abbattere i piccoli idoli che abbiamo eretto, forse anche accanto alla croce, nel santuario della nostra coscienza.
E se il fiume, nella simbologia biblica, indica la salvezza che straripa provocando novità di vita, sarebbe opportuno chiederci se noi da queste acque ci lasciamo appena lambire, rimanendo a mezza costa o sul greto, sedotti magari solo dalla curiosità, oppure ci siamo decisi cordialmente a «entrare nel fiume».    B) Parola e voce   II Battista, definito semplice voce di colui che verrà dopo e che sarà la Parola, deve provocare, in noi, una conversione all’umiltà, alla coscienza del limite, al rifiuto di ogni arrogante prevaricazione.
Noi siamo i servi della Parola.
Le prestiamo vibrazioni e risonanze.
La portiamo lontano e le    diamo cadenze di attualità.
Ma la Parola è Cristo.
È lui che giudica e che salva.
Forse la considerazione della nostra semplice strumentalità, oltre che spingerci all’approfondimento della Parola che poi, come credenti in Gesù, dobbiamo rivestire di voce, potrebbe riscattarci anche da non pochi abusi di potere.
  C) Denuncia e proposta Lo stile di Giovanni che rimprovera gli ebrei e, ricorrendo al vocabolario più duro, ne sferza la cattiva condotta di vita, potrebbe fuorviarci, se non tenessimo presente che, nel suo messaggio, accanto alla denuncia si colloca l’annuncio, con una incredibile forza propositiva.
«Razza di vipere», sì.
Ma anche: «Convertitevi», «Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri: il regno dei cieli è vicino» (Mt3, 3).
Ci sarebbe da chiedersi se anche nelle nostre comunità cristiane lo sbilanciamento sui versanti della denuncia, che per altro non ha molto bisogno di inventiva, non debba essere ricondotto a più maturo equilibrio mediante proposte positive, incoraggianti, che facciano appello alle risorse della speranza.
Sarebbe ben triste che scambiassimo la profezia con l’esercizio del brontolare cronico, dimenticando che essa è danza più che lamento.
  D) Acqua e fuoco «Io vi battezzo con acqua…
egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco» (Mt 3, 11).
È molto significativo che già lo Spirito Santo venga insediato al centro dell’economia di salvezza.
Non è raro, infatti, che il Natale venga percepito come espressione del protagonismo solo del Padre e del Figlio, rimandando quasi una più seria presa in considerazione dello Spirito Santo al periodo di Pentecoste.
Non c’è nulla di più deleterio di questa visione.
Non sarebbe fuori posto oggi buttare lì, come una pietra nello stagno, una domanda a bruciapelo: che cosa significa per noi credenti fermarsi all’acqua di Giovanni?   E) Grano e pula Non è esercitare forme di ricatto o di terrorismo spirituale, su di sé o sugli altri, se oggi ci chiediamo qual è la percentuale della crusca nel frumento della nostra esistenza.
E non è neppure dare sfogo all’ingenuità se ci si esercita in una specie di bilancio di previsione, pensando a quale sarà la crusca della nostra vita che il Signore un giorno brucerà e a quali saranno i chicchi di grano lucente che egli riporrà nei suoi granai.
È solo il tentativo di chi vuol tradurre in spessore di concretezza l’invito alla conversione.
(Don Tonino Bello, Avvento.
Natale.
Oltre il futuro, Padova, Messaggero, 2007, 61-66).
Il cristiano è un prigioniero Il cristiano è un prigioniero.
Prigioniero di una vita: la vita di Cristo.
Non è il propagandista di un’idea, ma il membro di un corpo che vive e che vuole crescere.
Prigioniero di un pensiero: non è un libero pensatore, né il propagandista di un’idea, ma la voce di un altro: “la voce del Padrone”.
Prigioniero di uno slancio: di un desiderio a misura di Dio, che vuole salvare ciò che è perduto, guarire ciò che è malato, unire ciò che è separato, perpetuamente ed universalmente.
Essere cristiano è essere prigioniero di uno stato di fatto, prigioniero di dimensioni che da ogni lato non sono più le nostre, prigioniero, se posso dire, di una libertà che ha scelto in anticipo per noi.
È in questa cattività che il missionario deve annunciare il Cristo che egli vive, annunciare un messaggio che ha ricevuto e che non deve modificare; trasmettere una salvezza che non viene da lui e che ha la misura del mondo intero.
Quel Cristo che egli vive, non può modificarlo.
Ne è prigioniero.
Quel messaggio, non può modificarlo.
Ne è prigioniero.
Quella salvezza non può restringerla.
Ne è prigioniero.
(Madeleine DELBRỆL, Noi delle strade, Milano, Gribaudi, 2008, 19-20).
  La strada ….La strada non è luce, è la speranza della chiarezza; non è fiamma prima, è promessa di verità.
  È il termine dell’attesa, l’eternità dello sforzo: la fine della strada che sale, è il passaggio della morte.
  (Madeleine DELBRỆL, Noi delle strade, Milano, Gribaudi, 2008, 16).
Preghiera della seconda domenica di avvento Ci riunisci con la tua Parola, Signore dei secoli, Dio eterno.
Rivolgi verso di te i nostri occhi distratti, affinché al termine del cammino possiamo vedere levarsi la luce del tuo Figlio Gesù Cristo.
  Riempici, o Signore, della forza del tuo Spirito affinché possiamo rispondere alla voce che grida nel deserto e preparare il cammino di colui che sta, sconosciuto, in mezzo a noi, di colui che viene,                                                Gesù, tuo Figlio e nostro fratello.                                      * Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 1997-1998; 2002-2003; 2005-2006.
– COMUNITÀ MONASTICA SS.
TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade.
Tempo D’Avvento e Natale, Milano, Vita e Pensiero, 2009, pp.
68.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
– Don Tonino Bello, Avvento e Natale.
Oltre il futuro, Padova, Messaggero, 2007.
     

“Cari artisti, voi siete custodi della bellezza”

Signori Cardinali, venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, illustri Artisti, Signore e Signori! Con grande gioia vi accolgo in questo luogo solenne e ricco di arte e di memorie.
Rivolgo a tutti e a ciascuno il mio cordiale saluto, e vi ringrazio per aver accolto il mio invito.
Con questo incontro desidero esprimere e rinnovare l’amicizia della Chiesa con il mondo dell’arte, un’amicizia consolidata nel tempo, poiché il Cristianesimo, fin dalle sue origini, ha ben compreso il valore delle arti e ne ha utilizzato sapientemente i multiformi linguaggi per comunicare il suo immutabile messaggio di salvezza.
Questa amicizia va continuamente promossa e sostenuta, affinché sia autentica e feconda, adeguata ai tempi e tenga conto delle situazioni e dei cambiamenti sociali e culturali.
Ecco il motivo di questo nostro appuntamento.
Ringrazio di cuore Mons.
Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, per averlo promosso e preparato, con i suoi collaboratori, come pure per le parole che mi ha poc’anzi rivolto.
Saluto i Signori Cardinali, i Vescovi, i Sacerdoti e le distinte Personalità presenti.
Ringrazio anche la Cappella Musicale Pontificia Sistina che accompagna questo significativo momento.
Protagonisti di questo incontro siete voi, cari e illustri Artisti, appartenenti a Paesi, culture e religioni diverse, forse anche lontani da esperienze religiose, ma desiderosi di mantenere viva una comunicazione con la Chiesa cattolica e di non restringere gli orizzonti dell’esistenza alla mera materialità, ad una visione riduttiva e banalizzante.
Voi rappresentate il variegato mondo delle arti e, proprio per questo, attraverso di voi vorrei far giungere a tutti gli artisti il mio invito all’amicizia, al dialogo, alla collaborazione.
Alcune significative circostanze arricchiscono questo momento.
Ricordiamo il decennale della Lettera agli Artisti del mio venerato predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II.
Per la prima volta, alla vigilia del Grande Giubileo dell’Anno 2000, questo Pontefice, anch’egli artista, scrisse direttamente agli artisti con la solennità di un documento papale e il tono amichevole di una conversazione tra “quanti – come recita l’indirizzo –, con appassionata dedizione, cercano nuove «epifanie» della bellezza”.
Lo stesso Papa, venticinque anni or sono, aveva proclamato patrono degli artisti il Beato Angelico, indicando in lui un modello di perfetta sintonia tra fede e arte.
Il mio pensiero va, poi, al 7 maggio del 1964, quarantacinque anni fa, quando, in questo stesso luogo, si realizzava uno storico evento, fortemente voluto dal Papa Paolo VI per riaffermare l’amicizia tra la Chiesa e le arti.
Le parole che ebbe a pronunciare in quella circostanza risuonano ancor oggi sotto la volta di questa Cappella Sistina, toccando il cuore e l’intelletto.
“Noi abbiamo bisogno di voi – egli disse -.
Il Nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione.
Perché, come sapete, il Nostro ministero è quello di predicare e di rendere accessibile e comprensibile, anzi commovente, il mondo dello spirito, dell’invisibile, dell’ineffabile, di Dio.
E in questa operazione… voi siete maestri.
E’ il vostro mestiere, la vostra missione; e la vostra arte è quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola, di colori, di forme, di accessibilità” (Insegnamenti II, [1964], 313).
Tanta era la stima di Paolo VI per gli artisti, da spingerlo a formulare espressioni davvero ardite: “E se Noi mancassimo del vostro ausilio – proseguiva –, il ministero diventerebbe balbettante ed incerto e avrebbe bisogno di fare uno sforzo, diremmo, di diventare esso stesso artistico, anzi di diventare profetico.
Per assurgere alla forza di espressione lirica della bellezza intuitiva, avrebbe bisogno di far coincidere il sacerdozio con l’arte” (Ibid., 314).
In quella circostanza, Paolo VI assunse l’ impegno di “ristabilire l’amicizia tra la Chiesa e gli artisti”, e chiese loro di farlo proprio e di condividerlo, analizzando con serietà e obiettività i motivi che avevano turbato tale rapporto e assumendosi ciascuno con coraggio e passione la responsabilità di un rinnovato, approfondito itinerario di conoscenza e di dialogo, in vista di un’autentica “rinascita” dell’arte, nel contesto di un nuovo umanesimo.
Quello storico incontro, come dicevo, avvenne qui, in questo santuario di fede e di creatività umana.
Non è dunque casuale il nostro ritrovarci proprio in questo luogo, prezioso per la sua architettura e per le sue simboliche dimensioni, ma ancora di più per gli affreschi che lo rendono inconfondibile, ad iniziare dai capolavori di Perugino e Botticelli, Ghirlandaio e Cosimo Rosselli, Luca Signorelli ed altri, per giungere alle Storie della Genesi e al Giudizio Universale, opere eccelse di Michelangelo Buonarroti, che qui ha lasciato una delle creazioni più straordinarie di tutta la storia dell’arte.
Qui è anche risuonato spesso il linguaggio universale della musica, grazie al genio di grandi musicisti, che hanno posto la loro arte al servizio della liturgia, aiutando l’anima ad elevarsi a Dio.
Al tempo stesso, la Cappella Sistina è uno scrigno singolare di memorie, giacché costituisce lo scenario, solenne ed austero, di eventi che segnano la storia della Chiesa e dell’umanità.
Qui, come sapete, il Collegio dei Cardinali elegge il Papa; qui ho vissuto anch’io, con trepidazione e assoluta fiducia nel Signore, il momento indimenticabile della mia elezione a Successore dell’apostolo Pietro.
Cari amici, lasciamo che questi affreschi ci parlino oggi, attirandoci verso la méta ultima della storia umana.
Il Giudizio Universale, che campeggia alle mie spalle, ricorda che la storia dell’umanità è movimento ed ascensione, è inesausta tensione verso la pienezza, verso la felicità ultima, verso un orizzonte che sempre eccede il presente mentre lo attraversa.
Nella sua drammaticità, però, questo affresco pone davanti ai nostri occhi anche il pericolo della caduta definitiva dell’uomo, minaccia che incombe sull’umanità quando si lascia sedurre dalle forze del male.
L’affresco lancia perciò un forte grido profetico contro il male; contro ogni forma di ingiustizia.
Ma per i credenti il Cristo risorto è la Via, la Verità e la Vita.
Per chi fedelmente lo segue è la Porta che introduce in quel “faccia a faccia”, in quella visione di Dio da cui scaturisce senza più limitazioni la felicità piena e definitiva.
Michelangelo offre così alla nostra visione l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine della storia, e ci invita a percorrere con gioia, coraggio e speranza l’itinerario della vita.
La drammatica bellezza della pittura michelangiolesca, con i suoi colori e le sue forme, si fa dunque annuncio di speranza, invito potente ad elevare lo sguardo verso l’orizzonte ultimo.
Il legame profondo tra bellezza e speranza costituiva anche il nucleo essenziale del suggestivo Messaggio che Paolo VI indirizzò agli artisti alla chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II, l’8 dicembre 1965: “A voi tutti – egli proclamò solennemente – la Chiesa del Concilio dice con la nostra voce: se voi siete gli amici della vera arte, voi siete nostri amici!” (Enchiridion Vaticanum, 1, p.
305).
Ed aggiunse: “Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione.
La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione.
E questo grazie alle vostre mani… Ricordatevi che siete i custodi della bellezza nel mondo” (Ibid.).
Il momento attuale è purtroppo segnato, oltre che da fenomeni negativi a livello sociale ed economico, anche da un affievolirsi della speranza, da una certa sfiducia nelle relazioni umane, per cui crescono i segni di rassegnazione, di aggressività, di disperazione.
Il mondo in cui viviamo, poi, rischia di cambiare il suo volto a causa dell’opera non sempre saggia dell’uomo il quale, anziché coltivarne la bellezza, sfrutta senza coscienza le risorse del pianeta a vantaggio di pochi e non di rado ne sfregia le meraviglie naturali.
Che cosa può ridare entusiasmo e fiducia, che cosa può incoraggiare l’animo umano a ritrovare il cammino, ad alzare lo sguardo sull’orizzonte, a sognare una vita degna della sua vocazione se non la bellezza? Voi sapete bene, cari artisti, che l’esperienza del bello, del bello autentico, non effimero né superficiale, non è qualcosa di accessorio o di secondario nella ricerca del senso e della felicità, perché tale esperienza non allontana dalla realtà, ma, al contrario, porta ad un confronto serrato con il vissuto quotidiano, per liberarlo dall’oscurità e trasfigurarlo, per renderlo luminoso, bello.
Una funzione essenziale della vera bellezza, infatti, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare “scossa”, che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo “risveglia” aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto.
L’espressione di Dostoevskij che sto per citare è senz’altro ardita e paradossale, ma invita a riflettere: “L’umanità può vivere – egli dice – senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo.
Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui”.
Gli fa eco il pittore Georges Braque: “L’arte è fatta per turbare, mentre la scienza rassicura”.
La bellezza colpisce, ma proprio così richiama l’uomo al suo destino ultimo, lo rimette in marcia, lo riempie di nuova speranza, gli dona il coraggio di vivere fino in fondo il dono unico dell’esistenza.
La ricerca della bellezza di cui parlo, evidentemente, non consiste in alcuna fuga nell’irrazionale o nel mero estetismo.
Troppo spesso, però, la bellezza che viene propagandata è illusoria e mendace, superficiale e abbagliante fino allo stordimento e, invece di far uscire gli uomini da sé e aprirli ad orizzonti di vera libertà attirandoli verso l’alto, li imprigiona in se stessi e li rende ancor più schiavi, privi di speranza e di gioia.
Si tratta di una seducente ma ipocrita bellezza, che ridesta la brama, la volontà di potere, di possesso, di sopraffazione sull’altro e che si trasforma, ben presto, nel suo contrario, assumendo i volti dell’oscenità, della trasgressione o della provocazione fine a se stessa.
L’autentica bellezza, invece, schiude il cuore umano alla nostalgia, al desiderio profondo di conoscere, di amare, di andare verso l’Altro, verso l’Oltre da sé.
Se accettiamo che la bellezza ci tocchi intimamente, ci ferisca, ci apra gli occhi, allora riscopriamo la gioia della visione, della capacità di cogliere il senso profondo del nostro esistere, il Mistero di cui siamo parte e da cui possiamo attingere la pienezza, la felicità, la passione dell’impegno quotidiano.
Giovanni Paolo II, nella Lettera agli Artisti, cita, a tale proposito, questo verso di un poeta polacco, Cyprian Norwid: “La bellezza è per entusiasmare al lavoro, / il lavoro è per risorgere” (n.
3).
E più avanti aggiunge: “In quanto ricerca del bello, frutto di un’immaginazione che va al di là del quotidiano, l’arte è, per sua natura, una sorta di appello al Mistero.
Persino quando scruta le profondità più oscure dell’anima o gli aspetti più sconvolgenti del male, l’artista si fa in qualche modo voce dell’universale attesa di redenzione” (n.
10).
E nella conclusione afferma: “La bellezza è cifra del mistero e richiamo al trascendente” (n.
16).
Queste ultime espressioni ci spingono a fare un passo in avanti nella nostra riflessione.
La bellezza, da quella che si manifesta nel cosmo e nella natura a quella che si esprime attraverso le creazioni artistiche, proprio per la sua caratteristica di aprire e allargare gli orizzonti della coscienza umana, di rimandarla oltre se stessa, di affacciarla sull’abisso dell’Infinito, può diventare una via verso il Trascendente, verso il Mistero ultimo, verso Dio.
L’arte, in tutte le sue espressioni, nel momento in cui si confronta con i grandi interrogativi dell’esistenza, con i temi fondamentali da cui deriva il senso del vivere, può assumere una valenza religiosa e trasformarsi in un percorso di profonda riflessione interiore e di spiritualità.
Questa affinità, questa sintonia tra percorso di fede e itinerario artistico, l’attesta un incalcolabile numero di opere d’arte che hanno come protagonisti i personaggi, le storie, i simboli di quell’immenso deposito di “figure” – in senso lato – che è la Bibbia, la Sacra Scrittura.
Le grandi narrazioni bibliche, i temi, le immagini, le parabole hanno ispirato innumerevoli capolavori in ogni settore delle arti, come pure hanno parlato al cuore di ogni generazione di credenti mediante le opere dell’artigianato e dell’arte locale, non meno eloquenti e coinvolgenti.
Si parla, in proposito, di una “via pulchritudinis”, una via della bellezza che costituisce al tempo stesso un percorso artistico, estetico, e un itinerario di fede, di ricerca teologica.
Il teologo Hans Urs von Balthasar apre la sua grande opera intitolata “Gloria.
Un’estetica teologica” con queste suggestive espressioni: “La nostra parola iniziale si chiama bellezza.
La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto”.
Osserva poi: “Essa è la bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma che ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza.
Essa è la bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione”.
E conclude: “Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandola come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è più capace di pregare e, presto, nemmeno di amare”.
La via della bellezza ci conduce, dunque, a cogliere il Tutto nel frammento, l’Infinito nel finito, Dio nella storia dell’umanità.
Simone Weil scriveva a tal proposito: “In tutto quel che suscita in noi il sentimento puro ed autentico del bello, c’è realmente la presenza di Dio.
C’è quasi una specie di incarnazione di Dio nel mondo, di cui la bellezza è il segno.
Il bello è la prova sperimentale che l’incarnazione è possibile.
Per questo ogni arte di prim’ordine è, per sua essenza, religiosa”.
Ancora più icastica l’affermazione di Hermann Hesse: “Arte significa: dentro a ogni cosa mostrare Dio”.
Facendo eco alle parole del Papa Paolo VI, il Servo di Dio Giovanni Paolo II ha riaffermato il desiderio della Chiesa di rinnovare il dialogo e la collaborazione con gli artisti: “Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa ha bisogno dell’arte” (Lettera agli Artisti, n.
12); ma domandava subito dopo: “L’arte ha bisogno della Chiesa?”, sollecitando così gli artisti a ritrovare nella esperienza religiosa, nella rivelazione cristiana e nel “grande codice” che è la Bibbia una sorgente di rinnovata e motivata ispirazione.
Cari Artisti, avviandomi alla conclusione, vorrei rivolgervi anch’io, come già fece il mio Predecessore, un cordiale, amichevole ed appassionato appello.
Voi siete custodi della bellezza; voi avete, grazie al vostro talento, la possibilità di parlare al cuore dell’umanità, di toccare la sensibilità individuale e collettiva, di suscitare sogni e speranze, di ampliare gli orizzonti della conoscenza e dell’impegno umano.
Siate perciò grati dei doni ricevuti e pienamente consapevoli della grande responsabilità di comunicare la bellezza, di far comunicare nella bellezza e attraverso la bellezza! Siate anche voi, attraverso la vostra arte, annunciatori e testimoni di speranza per l’umanità! E non abbiate paura di confrontarvi con la sorgente prima e ultima della bellezza, di dialogare con i credenti, con chi, come voi, si sente pellegrino nel mondo e nella storia verso la Bellezza infinita! La fede non toglie nulla al vostro genio, alla vostra arte, anzi li esalta e li nutre, li incoraggia a varcare la soglia e a contemplare con occhi affascinati e commossi la méta ultima e definitiva, il sole senza tramonto che illumina e fa bello il presente.
Sant’Agostino, cantore innamorato della bellezza, riflettendo sul destino ultimo dell’uomo e quasi commentando “ante litteram” la scena del Giudizio che avete oggi davanti ai vostri occhi, così scriveva: “Godremo, dunque di una visione, o fratelli, mai contemplata dagli occhi, mai udita dalle orecchie, mai immaginata dalla fantasia: una visione che supera tutte le bellezze terrene, quella dell’oro, dell’argento, dei boschi e dei campi, del mare e del cielo, del sole e della luna, delle stelle e degli angeli; la ragione è questa: che essa è la fonte di ogni altra bellezza” (In Ep.
Jo.
Tr.
4,5: PL 35, 2008).
Auguro a tutti voi, cari Artisti, di portare nei vostri occhi, nelle vostre mani, nel vostro cuore questa visione, perché vi dia gioia e ispiri sempre le vostre opere belle.
Mentre di cuore vi benedico, vi saluto, come già fece Paolo VI, con una sola parola: arrivederci!

1,5 miliardi di persone vivono senza energia elettrica

Quasi un quarto della popolazione mondiale – un miliardo e mezzo di persone – vive al buio, mentre tre miliardi di persone sono costrette a usare combustibili solidi per cucinare o riscaldarsi.
Combustibili che provocano gravi malattie polmonari che in moltissimi casi portano alla morte.
Secondo il rapporto Undp, l’agenzia Onu per lo sviluppo, sulla ‘Situazione dell’accesso all’energia nei Paesi in via di sviluppò (redatto in collaborazione con l’Organizzazione mondiale della Sanità e l’Agenzia internazionale per l’energia), mentre l’Occidente e i Paesi emergenti si stanno adoperando per ridurre i consumi di energia e trovare fonti rinnovabili, nel resto del Pianeta la metà della popolazione non ha accesso a servizi energetici di base, come la corrente elettrica o i moderni combustibili.
E sono, ancora una volta, i Paesi più poveri dell’Africa sub-sahariana e dell’Asia meridionale a soffrire del gap più ampio: in queste regioni vive infatti l’80% delle persone che non hanno accesso all’elettricità.
Un dato che si aggrava anche tra un Paese e l’altro: basti pensare che in Burundi, Liberia e Ciad solo il 3% della popolazione dispone di energia elettrica; il 5% in Ruanda, Repubblica centrafricana e Sierra Leone, fino al 75% del Sudafrica.
La conseguenza è che, per esempio, le persone sono costrette a trasportare pesanti carichi di acqua e cibo sulla schiena perchè non hanno energia (gas o petrolio) per far camminare i mezzi di trasporto, specialmente nelle aree rurali, le più isolate e svantaggiate.
O che dipendono da combustibili solidi inquinanti (carbone, legno, letame) per cucinare o riscaldare le loro case.
L’uso di questi combustibili negli ambienti chiusi, inoltre, causa il cancro ai polmoni, la polmonite e altre malattie respiratore che ogni anno causano 2 milioni di morti, di cui il 99% (praticamente il totale) vive nei Paesi in via di sviluppo e quasi la metà (il 44%) sono bambini.
“Estendere l’accesso all’energia è essenziale per combattere la povertà globale.
E questo deve avvenire nel modo più sostenibile, economico e pulito possibile.
Dobbiamo assicurare che i bisogni energetici di queste persone sia centrale nel nuovo accordo sul clima” alla Conferenza di dicembre a Copenaghen, ha detto Olav Kjorven, responsabile Sviluppo dell’Undp.
Il rapporto sottolinea infatti che per dimezzare il numero di coloro che vivono in povertà entro il 2015 (il primo degli Obiettivi del Millennio) oltre 1,2 miliardi di persone avranno bisogno di accedere all’elettricità e oltre due miliardi a combustibili moderni come gas naturale e propano (Gpl).
Per questo invita i governi a mettere in campo sforzi di più ampio respiro.

Testimoni: Il vescovo Pinardi

“Servo fedele, prudente e buono”.
Queste fondamentali caratteristiche del ministero episcopale ricordate in un’omelia lo scorso 12 settembre da Benedetto XVI si attagliano perfettamente anche alla figura di monsignor Giovanni Battista Pinardi, vescovo ausiliare di Torino nella prima metà del Novecento.
Pinardi nasce a Castagnole Piemonte nel 1880, nel giorno dell’Assunzione di Maria, da una famiglia contadina, profondamente religiosa.
Il piccolo Giovanni Battista, quintogenito di sei fratelli, regolarmente, alle 5 del mattino, raggiunge la chiesa parrocchiale per servire la prima messa: qui nasce la sua vocazione al sacerdozio, maturata nell’ambiente salesiano di Alessandria e nei seminari diocesani di Torino.
Sarà ordinato sacerdote il 29 giugno 1903, con 51 compagni di studi, nella chiesa dell’Immacolata, annessa all’arcivescovado.
Nominato parroco di San Secondo in Torino nel 1912, accetta “per obbedienza” la nomina a vescovo titolare di Eudossiade e ausiliare del cardinale Richelmy il 24 gennaio 1916.
“Un uomo pio, d’una pietà che traspariva dal suo volto”, così lo descrive il vescovo coadiutore Tinivella nell’omelia per la traslazione delle sue spoglie dal cimitero di Castagnole Piemonte alla chiesa di San Secondo in Torino, avvenuta nel dicembre 1964.
A chiunque lo incontrava, monsignor Pinardi dava l’impressione d’essere costantemente in unione con Dio e di cercare unicamente nella Sapienza divina la soluzione di tanti gravosi problemi che gli si presentavano ogni giorno.
Per lunghe ore rimaneva in adorazione davanti al Tabernacolo, e chi l’ha visto pregare – annota un confratello parroco – ne ha certamente riportato sentimenti indelebili di edificazione.
Uomo coraggioso e intrepido, affrontò la buona battaglia della fede in tempi difficili, meritò dal suo arcivescovo Maurilio Fossati, piuttosto parco negli elogi, la lusinghiera definizione di bonus miles Christi.
Non poche furono le battaglie del Pinardi, seriamente impegnato sul versante sociale, amico fraterno di don Luigi Sturzo, che in incognito gli rese visita a San Secondo, durante il viaggio che lo portava esule nel nord d’Europa.
In tempi socialmente complessi, come lo fu il periodo tra le due guerre, monsignor Pinardi seppe attenersi rigorosamente alle indicazioni della dottrina sociale della Chiesa, che tracciava nella Rerum novarum e nei successivi documenti la via sicura da seguire.
La via della povertà e della giustizia nella misericordia.
Effettivamente, come si scrisse, monsignor Pinardi non è mai stato “anti-qualcuno”, diffondendo e difendendo l’ideale evangelico del pastore d’anime, fedele esecutore delle direttive del magistero.
Attento e sollecito nel “servizio della parola”, caratteristica propria e irrinunciabile del munus docendi, ricevuto dallo Spirito Santo, sapeva essere nella predicazione “totalmente relativo a Dio”.
Egli preparava minuziosamente le istruzioni parrocchiali – come s’usava allora durante la celebrazione pomeridiana dei vespri domenicali – le omelie e i molti discorsi d’occasione, dove tutto è riferito all’unico Assoluto: “Il Signore fa tutto bene, non chiediamogli mai perché.
La sua volontà è il nostro paradiso in terra, prima di essere la nostra beatitudine eterna”, era la frase ricorrente a ogni evento fausto o infelice che fosse.
Dopo il Vaticano II, quando stavano per entrare in vigore le nuove norme liturgiche, pur accusando la comprensibile fatica d’un aggiornamento così articolato e profondo, in una delle sue ultime istruzioni parrocchiali diceva: “Verranno indicazioni nuove e noi le metteremo in pratica”.
E aggiungeva un’espressione ricorrente nelle sue catechesi: “Lo ha detto il Papa, lo dicono i vescovi, dunque è così”.
La piena sintonia di Pinardi con il suo vescovo e con il magistero della Chiesa erano proverbiali.
Ricorrendo il suo giubileo sacerdotale, nel 1953, un noto giornalista e politico formatosi all’oratorio di San Secondo, nel discorso d’occasione ricordava: “Noi giovani ardenti uscivamo da quei colloqui con il cuore pieno di entusiasmo: era con noi un vescovo che intendeva il senso sociale del cristianesimo”.
Un vescovo che “conosceva quali doveri il mondo ha verso l’operaio e quali le strade da percorrere per redimerlo”.
L’immagine di monsignor Pinardi è inscindibilmente legata al sacerdozio, che egli non soltanto ha tenuto in grande onore, ma ha esemplarmente incarnato in tutta la sua vita.
La figura del sacerdote, nei suoi tratti essenziali, che attingono all’unico ed eterno sacerdozio di Cristo e rimangono invariati nel tempo, è caratterizzata dalla sua funzione pastorale.
Il sacerdote è anzitutto pastore e la sua spiritualità è profondamente segnata dalla carità pastorale.
Pinardi ne era profondamente consapevole.
Non si spiega altrimenti la sua quasi angosciosa resistenza ad assumere la “croce” dell’episcopato, in cui si concentra la pienezza del mandato divino.
Quanto monsignor Pinardi apprezzasse il sacerdozio risulta dalla sua profonda devozione eucaristica, ma non solo, se si pensa che dalla parrocchia di San Secondo sono sbocciate in quegli anni una quarantina di vocazioni sacerdotali e, cosa meno nota, molti sacerdoti in difficoltà hanno trovato in lui comprensione, conforto, sostegno spirituale e concreta accoglienza in spirito di vera fraternità sacerdotale.
Ripensando la bella figura del Pinardi, acquistano particolare splendore le parole di Benedetto XVI, richiamate in precedenza, a illustrare la prima caratteristica che il Signore chiede al suo servitore, la fedeltà: “Gli è stato affidato un grande bene, che non gli appartiene.
La Chiesa non è la Chiesa nostra, ma la sua Chiesa, la Chiesa di Dio…
Conduciamo gli uomini verso Gesù Cristo e così verso il Dio vivente…
La fedeltà è altruismo, e proprio così è liberatrice per il ministro stesso e per quanti gli sono affidati”.
È lo splendore della verità, vissuta nella libertà che ne deriva, che ha illuminato i passi di Pinardi, in tutti i campi della sua intensa attività pastorale, dal ministero parrocchiale in senso proprio, ai problemi sociali della prima immigrazione verso Torino, della comunicazione con una tipografia e un giornale, della tutela dei diritti dei lavoratori, per sfiorare i più vasti ambiti della politica del Paese, aprendo nuovi orizzonti sul fronte della carità vissuta, tradotta in opere ancora oggi fiorenti, come la “Casa della misericordia”.
Tutti i suoi interventi in campo sociale – dall’assistenza al sindacato e alla politica – mai miravano al consenso popolare, dal quale monsignor Pinardi era per sua natura schivo, ma anzitutto al bene dei fedeli.
Monsignor Pinardi era uomo “di poche parole, ma di saggi consigli”, che sapeva comprendere e ascoltare, accoglieva tutti con signorilità e cortesia e quanti ricorrevano a lui – ed erano molti – se ne tornavano sempre con grande sollievo, Questa dote era frutto anzitutto d’una, profonda e autentica, umiltà, virtù preclara del Pinardi, unanimemente riconosciutagli e frequentemente sottolineata da quanti hanno scritto di lui.
“La sua fu un’umiltà magnanima, che lo rendeva né timido né incerto nei suoi interventi e nelle sue decisioni quando fosse in gioco la giustizia o la verità”, scriveva, dopo la sua morte, il direttore del settimanale diocesano.
In effetti Pinardi ricoprì in diocesi incarichi molto importanti in quel momento storico, come quello di presidente della Società “Buona Stampa”, combattivo e irriducibile avversario “di coloro – come scriveva l’arcivescovo Fossati – che si fanno paladini di una falsa libertà e concorrono alla diffusione di quei fogli che sono per sistema nemici della Chiesa e avversari della buona causa”.
Monsignor Pinardi, ben conscio della sua totale consacrazione, svolse con coerente fedeltà la sua missione, dedicandovi tutte le sue energie.
Appena superati i sessant’anni la sua salute cominciò a essere malferma.
“Monsignor Pinardi – scrive un confratello – non era vecchio, ma era logoro”.
Ciononostante riuscirà a superare la soglia degli ottant’anni, traguardo ragguardevole all’epoca, conservando lo spirito dei tempi migliori fino al tramonto, con invidiabile serena lucidità e il solo rammarico di non poter più lavorare come un tempo, nel totale abbandono alla volontà del suo Signore e nel distacco dalle cose del mondo.
Ciò faceva dire all’arcivescovo Fossati, di fronte alla sua salma composta in San Secondo: “Ecce quomodo moritur vir iustus: qualis vita, finis ita!”.
La carità pastorale, virtù con la quale s’imita Gesù Buon Pastore, che dona la propria vita, si realizza anzitutto nel servizio.
Infatti l’episcopato è più un servizio che un onore, recita la Pastores dabo vobis (n.
23).
E, come ricorda Benedetto XVI nell’omelia citata sopra, Gesù venuto per servire e dare la vita in riscatto di molti “ha reso il termine “servo” il suo più alto titolo d’onore.
Con ciò ha compiuto un capovolgimento dei valori”.
Ma la carità pastorale trova il suo fondamento anche nella virtù della prudenza (Presbiterorum ordinis, 14, Ecclesiae imago, 22), virtù cardinale che rappresenta, dice Benedetto XVI, “la seconda caratteristica” del servo.
Essa indica la ricerca incessante della verità, anche la verità scomoda.
Il servo prudente è innanzitutto un uomo di verità, è un uomo dalla ragione sincera.
In tal senso Pinardi fu un uomo veramente ragionevole e saggio, capace di guardare il mondo e gli uomini e riconoscere così ciò che conta nella vita, senza lasciarsi abbagliare da pregiudizi.
Uomo di “verità e di comunione”, come sottolinea il direttorio sul ministero e la vita dei presbiteri (Tota Ecclesia, n.
30).
Spesso nelle discussioni interloquiva: “No, non voglio che prevalga chi è più tenace nelle sue idee, ma chi ha più ragione.
Riprendiamo a discutere”.
La prudenza, che suppone la saggezza, fu certamente una delle doti più in mostra e apprezzate del Pinardi, al cui consiglio molti ricorrevano proprio per la sua riservatezza e segretezza.
Anche dopo il suo “ritiro nell’ombra”, non si contavano i sacerdoti che ricorrevano a lui per un consiglio, sapendo di poter contare sulla sua prudente saggezza oltre che sulla sua riservatezza.
La sua bontà si traduceva anzitutto nell’amore ai poveri.
Ed erano centinaia quelli che gravitavano attorno alla chiesa di San Secondo.
Soleva, dire: “Anche se c’imbrogliano, amateli i poveri, Dio non ha dato loro quello che ha dato a noi”.
Messaggero di bontà – “l’unica cosa davanti alla quale il mondo è ancora capace d’inginocchiarsi”, per usare un’espressione del grande educatore salesiano don Cojazzi – monsignor Pinardi, già vescovo, saliva quattro piani di scale per raggiungere le soffitte di via San Secondo a portare conforto ai malati più poveri e abbandonati.
Tutti lo conoscevano per il suo tratto affabile e rispettoso, a ognuno rivolgeva una parola scoprendosi il capo per salutare, con ammirazione della gente più semplice.
Ma il segreto della sua bontà, da tutti riconosciuta, non può avere altra sorgente che Dio stesso, come il Signore afferma nel noto racconto evangelico: “Perché mi chiami buono, nessuno è buono se non Dio soltanto” (Marco, 10, 18).
E Benedetto XVI rammenta che “la bontà presuppone soprattutto una viva comunione con Dio…
se la nostra vita si svolge nel dialogo con Cristo…
se le sue caratteristiche penetrano in noi e ci plasmano, possiamo diventare servi veramente buoni”.
Monsignor Pinardi, sia per temperamento che per formazione, fu “un solitario” nel senso che non faceva parte di allegre combriccole di preti che dedicavano ore e ore al gioco delle carte, o a altri frivoli trattenimenti; situazione diffusa quanto mal tollerata dall’arcivescovo Richelmy, al quale il vicario generale con un certo humor replicava: “Eminenza, meglio i tarocchi (inteso come il gioco delle carte, ndr.) che passare il tempo a tagliare i panni all’arcivescovo!”.
Ma monsignor Pinardi non era certamente un prete “isolato” nella sua solitudine, che amasse non essere “disturbato”, cosa che lamentava soltanto quando stava recitando le Ore o si stava preparando alla celebrazione dell’Eucaristia.
La sua giornata scorreva continuamente a contatto con i fedeli, specialmente i più bisognosi, che prediligeva, ma anche con i confratelli, alle cui riunioni era sempre presente.
La fraternità sacerdotale, oggi tanto invocata, forse perché è diventata cosa rara, esigenza profonda della misteriosa realtà comunionale della Chiesa, era al vertice dei suoi pensieri e si manifestava nella sua cordiale accoglienza verso i confratelli, sublimandosi in una amicizia sincera, che trascende le categorie sociologiche mondane – incomprensione, solitudine, emarginazione – e supera le inevitabili difficoltà contingenti.
Lo confermano molti sacerdoti da lui aiutati e beneficati, che ospitava nella spaziosa residenza parrocchiale, fino ad averne in casa contemporaneamente una dozzina.
L’arcivescovo di Vercelli, Imberti, dava atto di questa sua disponibilità, scrivendo come “l’arcidiocesi di Torino non sarà mai abbastanza riconoscente a quest’uomo integerrimo pieno di bontà e di carità, specie con i sacerdoti”.
Scrive uno dei suoi viceparroci, oggi quasi centenario: “Per i confratelli poveri ebbe finezze squisite d’assistenza; per molti, vicini all’ultimo passo, fu l’informatore delicato e sollecito della gravità del male e del momento che suggeriva gli ultimi sacramenti; per delusi, calunniati, percossi o sviati fu l’angelo del conforto, il braccio di sostegno: sono pagine di soavità e di amore paterno e fraterno che si leggono solo nei libri dell’aldilà…”.
Indipendentemente da quale sarà il giudizio della Chiesa sulla eroicità delle virtù di monsignor Pinardi, del quale è stata introdotta la causa di canonizzazione nel 1999, l’esame delle circostanze storiche in cui visse e operò mette in risalto la grandezza dei doni che Dio gli ha fatto e la sua esemplare dedizione al ministero sacerdotale, che s’impone ancor oggi e offre in questo Anno sacerdotale un impareggiabile modello.
Con ragione hanno scritto di monsignor Pinardi: “Era sempre un vescovo: nella visione soprannaturale ed equilibrata delle cose, nella ponderatezza e decisione delle parole, nella carità e generosità delle opere”.
Nessun miglior elogio si sarebbe potuto fare di un pastore zelante, secondo il cuore di Dio, come seppe essere il Pinardi, guida dinamica e discreta nel cammino della vita, secondo la vocazione universale dei fedeli, verso la santità.
(©L’Osservatore Romano – 12 novembre 2009)