Mons. Rino Fisichella: «Lettera del Papa sulla pedofilia»

intervista a mons.
Rino Fisichella, a cura di Gian Guido Vecchi Sugli scandali dei casi di pedofilia nella Chiesa «tra poco uscirà la lettera del Papa agli irlandesi e credo sarà un ulteriore esempio della sua voce chiara e decisa, senza alcuna dissimulazione», dice al Corriere l’Arcivescovo Rino Fisichella, presidente della pontificia Accademia per la vita.
E aggiunge: «Ci fosse anche un solo caso in Europa, e ahimè non è così, sarebbe troppo.
Questi fatti gettano ombre e dubbi su tutta la Chiesa: la tolleranza zero per noi non è un optional, è un obbligo morale».
Eccellenza, in piena tempesta pedofilia c’è chi descrive il Papa come perso tra i suoi libri, ignaro, in preda a un’angoscia paralizzante…
«Ma figuriamoci! Papa Benedetto XVI è una persona chiara, netta, determinata ed estremamente lucida nella sua analisi.
Una lucidità che lo porta, primo, a saper distinguere le cose e, secondo, a prendere i provvedimenti necessari…».
L’arcivescovo Rino Fisichella, presidente della pontifica Accademia per la vita nonché consultore della Congregazione per la dottrina della fede, non è tipo da sopire o eludere.
Tre anni fa, quando la Rai trasmise il documentario della Bbc Sex, crimes and the Vatican, fu lui a metterci la faccia e andare in studio a rappresentare la Chiesa.
L’anno scorso intervenne sulla vicenda d’una bimba brasiliana di 9 anni stuprata dal patrigno e rimasta incinta di due gemelli: pesava 30 chili, i medici la fecero abortire, e mentre il vescovo locale annunciava scomuniche lui ricordò che la piccola andava anzitutto «difesa e abbracciata con dolcezza», attirandosi strali integralisti.
Ora premette: «A costo d’essere frainteso, come nel caso di quella bimba, sui casi di pedofilia voglio essere molto chiaro: io starò sempre dalla parte delle vittime.
Sempre, e in ogni caso.
Perché una simile violenza grida vendetta al cospetto di Dio».
Contro i pedofili, il Papa ha evocato le parole di Gesù, «sarebbe meglio per lui che gli mettessero al collo una mola e lo buttassero in mare»…
«Certo.
Tra poco uscirà la lettera del Papa agli irlandesi e credo sarà un ulteriore esempio della sua voce chiara e decisa, senza alcuna dissimulazione.
Ci fosse anche un solo caso in Europa, e ahimè non è così, sarebbe troppo.
Questi fatti gettano ombre su tutta la Chiesa, soprattutto noi vescovi dobbiamo considerarli con la massima serietà: la tolleranza zero voluta da Benedetto XVI non è un optional, è un obbligo morale».
Parlava dei provvedimenti necessari.
Ad esempio? «Ora mi trovo negli Usa, per tre giorni sono stato in uno dei seminari più importanti del Paese e posso dire che dieci anni dalle vicende di abusi su minori non sono passati invano: considerato ciò che accade ora in Europa, l’esperienza americana può insegnare parecchio».
E cioè? «Ho visto discernimento molto più attento nella selezione dei candidati, e un impegno nella formazione accademica e spirituale senza precedenti, 130 seminaristi che fanno pensare a una generazione nuova di sacerdoti seriamente impegnati».
Cos’è accaduto, prima? «Paghiamo anni nei quali per diversi preti e religiosi è venuta meno l’identità sacerdotale: si è persa per strada la spiritualità.
Almeno dagli Anni Sessanta si è diffusa una cultura che ritiene tutto sia ammissibile e ha compreso tutti, non solo la Chiesa».
E il celibato? «Noi non siamo dei repressi: siamo persone che hanno fatto una scelta libera di dedizione e amore per la Chiesa e coloro che ci vengono affidati.
I pochi che vi attentano creano un danno enorme alla stragrande maggioranza di preti che vive questa dimensione con gioia e serietà».
Non solo la Chiesa? «Basta vedere le cronache, purtroppo.
Se pensiamo che in Olanda c’è un partito che sostiene la pedofilia…
Ognuno deve fare i conti in casa propria, ma qui c’è un fenomeno generalizzato e la società nel suo complesso è chiamata a risolverlo.
L’essenziale è saper distinguere.
Ed essere onesti».
In che senso? «Coinvolgere il Papa e l’intera Chiesa è una violenza ulteriore e un segno di inciviltà.
L’accanimento contro il pontefice, in particolare, è insensato: parlano per lui tutta la sua storia, la sua vita, i suoi scritti.
Ciò che disse negli Usa, due anni fa, è stato di una chiarezza cristallina come ciò che dirà all’Irlanda».
E l’abolizione della prescrizione per i pedofili? «Da mesi si stanno studiando queste cose: la Chiesa non agisce sotto pressione degli eventi ma per il bene di tutti».
C’è una «cultura del silenzio» in Italia? «I rari casi che si sono verificati sono diventati pubblici.
La nostra cultura mi sembra ci allontani da tutto ciò.
E non penso né vedo che i vescovi in Italia vogliano usare il silenzio come nascondimento: piuttosto, bisogna avere il tempo di valutare per non rischiare di rovinare un innocente».
L’«accanimento» contro il Papa che effetto ha? «Il Santo Padre non si fa intimorire.
Proprio perché ha una visione profonda della vita e del servizio che deve rendere a tutta la Chiesa e al mondo, saprà ancora una volta farci compiere un balzo in avanti.
Attentare all’autorità morale del pontefice e della Chiesa è una strategia tendenziosa che può creare un danno permanente alla società.
Ma non ci riusciranno».

Padre

Che cosa sta succedendo? I motivi indicati da monsignor Camisasca sono molteplici.
C’è la crisi della famiglia, c’è l’insicurezza diffusa, con la paura della vita e la fuga dal rischio, ci sono i richiami di una cultura fondata sull’apparire e sull’effimero.
Ma soprattutto mancano esempi credibili.
Per questo, scrive l’autore, il primo compito di un seminario dovrebbe essere quello di aiutare i ragazzi a riscoprire la positività della vita, il valore delle cose, la concretezza degli incontri, compreso l’incontro con se stessi e con il proprio corpo.
Sono venuti meno i formatori capaci di «condurre i giovani seminaristi alla conoscenza di sé e alla confidenza in Dio», «abbiamo preferito creare dei patiti della liturgia, degli specialisti della preghiera, dei professionisti dell’azione sociale, ma non dei veri uomini, uomini maturi, uomini di Dio».
L’analisi è impietosa, ma è, secondo Camisasca, l’unica utile se si vuole andare al cuore del problema.
Le risposte non vanno cercate all’esterno, ma dentro la Chiesa, troppo spesso non più capace di educare «persone autenticamente affascinate dal silenzio, dalla lettura, dallo studio», e di creare «intelligenze adulte», cioè in grado di attuare una sintesi insieme rigorosa e libera tra filosofia e teologia.
Il prete oggi «è ucciso» dalle cose da fare, dai convegni, dall’attivismo, dai documenti, dalle tecnologie, dalle competenze che gli vengono richieste.
Ma tutto ciò è superficialità, è contorno.
Ciò che occorre è invece il ritorno al silenzio e allo studio serio, per alimentare il «fuoco nascosto» che motiva e sostiene.
«Silenzio e studio non si oppongono, non si escludono.
Anzi, nascono l’uno dall’altro».
La vita del prete è certamente una vita sulle strade, in mezzo alle persone, ma se c’è soltanto questo il prete si perde.
Coraggiosa è l’analisi dei problemi affettivi.
La questione affettiva, centrale in ogni uomo, lo è anche nella vita del prete, segnata dalla scelta di non avere una propria famiglia carnale.
«Uno dei pericoli più gravi per il sacerdote – scrive Camisasca – è il vuoto affettivo».
I preti spesso non hanno una vita affettiva matura perché anche in questo caso non si sono confrontati con testimoni credibili.
Senza un padre, non c’è vera vita affettiva.
«I vescovi devono dedicare più tempo ai loro sacerdoti e ai seminaristi.
I preti devono fare l’esperienza di essere figli per poter diventare padri del loro popolo ».
E ancora: «Alla radice della solitudine del prete c’è spesso un’agenda del vescovo troppo occupata da convegni, riunioni, incontri».
C’è stata è c’è «una divaricazione tra la figura del padre e quella dell’autorità».
Negli ultimi decenni i vescovi sono stati scelti soprattutto per le loro doti amministrative, mentre devono tornare a essere padri.
Nella Chiesa, osserva Camisasca, c’è poi poca amicizia.
Anzi, se ne ha paura.
E invece, «non si arginano le patologie se non si aiuta lo sviluppo di una vita sana».
Proprio l’amicizia è in grado di riempire il vuoto affettivo.
Non bisogna nascondere i «legami di preferenza».
Circa il celibato, l’autore dice che consentire ai preti di sposarsi non risolverebbe il problema della carenza di vocazioni e ridurrebbe la capacità di testimonianza.
Oltretutto, osserva con un pizzico di sarcasmo, dato che la vita familiare è così difficile, perché dovremmo aggiungere anche questa difficoltà alle tante con cui il prete deve già fare i conti? «Le ragioni del celibato si trovano in maniera radicale nella scelta che Gesù stesso ha fatto».
Nella cultura ebraica era una scelta dissennata perché non avere figli era considerata una maledizione.
Eppure Gesù scelse questa strada perché «riteneva che essa esprimesse, più di ogni altra, il suo cuore indiviso nell’amore del Padre e degli uomini».
Un altro punto centrale nel libro riguarda la liturgia.
«Se il sacerdote non ritrova il senso vero della liturgia nella sua vita, non può ritrovare se stesso».
La liturgia non è un’azione, non è uno spettacolo, non è un luogo nel quale esibire la creatività personale.
Camisasca non nega la positività del Concilio Vaticano II, ma riconosce che negli anni c’è stato un impoverimento da cui la Chiesa deve sollevarsi.
«Il protagonista della liturgia è Cristo, e solo accettando il suo protagonismo possiamo diventare a nostra volta protagonisti».
La liturgia non può essere vissuta né come un «esilio in Dio che ci allontana dagli uomini» né come «un piegarsi sugli uomini che ci allontana da Dio».
Per questo Benedetto XVI insiste sulla bellezza della celebrazione liturgica: attraverso la bellezza si entra in Dio che è comunione e dono di sé, perché «la vera bellezza è l’amore di Dio che si è definitivamente a noi rivelato nel mistero pasquale».
Sulle tesi dell’autore si può concordare o meno, ma certamente gli vanno riconosciute chiarezza e sincerità.  di Aldo Maria Valli in “Europa” del 2 marzo 2010 Ci saranno ancora sacerdoti nel futuro della Chiesa? Monsignor Massimo Camisasca se lo chiede nel libro Padre (San Paolo, 221 pagine, 16 euro) e mette la domanda addirittura nel sottotitolo.
Da venticinque anni superiore della Fraternità San Carlo, società missionaria che conta oggi circa cento preti e quaranta seminaristi, l’autore conosce il problema grazie al rapporto diretto, e non ci gira attorno.
I dati sono impietosi.
In continua diminuzione in Europa e nell’America del Nord, in aumento in America Latina, Asia e Africa, i preti sono comunque sempre di meno rispetto alla popolazione, e sono sempre più in difficoltà.
Se trenta o quarant’anni fa i problemi erano soprattutto di ordine ideologico, adesso la crisi riguarda di più la sfera affettiva.
Molti hanno perso il gusto della vocazione, moltissimi si sentono soli, il rischio dell’abbandono avanza.

Perché esistono gli angeli?

Il Card.
Carlo Maria Martini risponde sul  “Corriere della Sera” alle domande dei lettori Eminenza, perché esistono gli angeli? Michele Toriaco – Torremaggiore (Foggia) Una lettera brevissima, ma che apre un campo assai vasto di riflessioni, di ipotesi e di ricerche.
Anzitutto il mio interlocutore sembra avere la certezza che gli angeli esistano, in quanto domanda sul loro perché.
Non sarei così sicuro che egli possa trovare tutti consenzienti sulla esistenza degli angeli.
Succede un po’ agli angeli come ad altre realtà: per un certo tempo sono come di moda e molti ne parlano; in un altro tempo sono come relegati nel limbo della dimenticanza.
Il nostro momento storico, salvo alcune eccezioni, è piuttosto un tempo di dimenticanza.
Non è sempre stato così.
Per esempio san Tommaso nella sua Summa Theologiae dedicava ben quindici delle sue «Questioni» agli angeli.
Molti autori riformati rifiutano la venerazione degli angeli e non pochi dubitano della loro esistenza.
I razionalisti, come è ovvio, la negano del tutto, mentre il grande teologo protestante Karl Barth riconosce agli angeli un ruolo straordinario nel piano di Dio.
Io ritengo che noi ne sappiamo poco sugli angeli: tuttavia essi esistono e la Scrittura ne parla più volte come di esseri celesti e messaggeri di Dio.
Perché esistono? Appare conveniente che ci siano, oltre all’uomo, che è un essere corporeo, anche altri esseri che siano come intermediari tra l’uomo e l’infinità assoluta di Dio.
Come dice il Salmo 8,8: «hai fatto l’uomo poco meno degli angeli di gloria e di onore lo hai coronato».
La realtà degli angeli è anzitutto una realtà di fede e il motivo ultimo della loro esistenza è, come per noi uomini, la bontà di Dio che vuole comunicarsi a esseri capaci di dialogare con lui.
Scrive Paolo che senza la risurrezione di Cristo la nostra fede è vana.
Ma Gesù risorto, anziché mostrarsi al popolo e convincere tutti della sua divinità, appare ai discepoli, già convinti che egli fosse il Cristo: dunque, una testimonianza «sospetta».
Il pagano Celso aveva notato l’aporia: «Quando in carne ed ossa non era creduto, senza posa annunciava a tutti la sua novella, quando invece risuscitando dai morti avrebbe offerto una sicura garanzia, allora apparve di nascosto ad una sola donnetta e a quelli della sua confraternita» (Discorso sulla verità, II 70b).
Antonio Zandonati – Rovereto (Trento) Le dirò sinceramente che per qualche tempo sono stato anch’io turbato da questo fatto, che è esposto chiaramente in un discorso di Pietro negli Atti degli Apostoli (10, 40-42): «Dio lo ha risuscitato, al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua resurrezione dai morti.
E ci ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio».
Dicevo a Gesù: «Tu hai voluto morire davanti a tutto il popolo, così che ogni persona che entrava o usciva da Gerusalemme potesse vederti nei tuoi ultimi istanti.
Perché quando sei risorto non sei apparso a tutto il popolo, così che tutti ti potessero vedere?».
Ho superato questo turbamento riflettendo su quattro cose.
Primo, che non si era trattato, di un’apparizione a una donnetta, ma a testimoni diffidenti e increduli.
I racconti dopo la risurrezione mostrano chiaramente che i discepoli non si lasciarono convincere facilmente che quell’uomo apparso a loro era davvero Gesù vivo e vero.
Secondo: ho riflettuto sulle parole e sui gesti straordinari di Gesù durante il suo ministero pubblico.
Sono parole e gesti che superano il tempo e hanno un sapore di eternità.
Parole che nessun uomo oserebbe pronunciare, gesti di cui la gente dice: «Non abbiamo mai visto nulla di simile» (Mc 2,12).
Terzo, le profezie che facilitarono anche agli apostoli l’accettazione della risurrezione di Cristo e della sua missione nella storia.
Quarto: l’anelito alla permanenza oltre la morte che è in ciascuno di noi.
Mi pare che il Signore ci abbia dato motivi sufficienti per la ragionevolezza del nostro credere, ma non ce li abbia dati così schiaccianti da costringere in qualche modo la nostra libertà.
La fede è sempre un fidarsi di Dio e un buttarsi nelle sue braccia.
Sto leggendo il libro «Perché è Santo» di Slawomir Oder e sono rimasto turbato e amareggiato dalla notizia che Papa Wojtyla si flagellasse.
Perché infliggere punizioni al proprio corpo, dono di Dio? Bernardo Colussi – San Vito al Tagliamento (Pordenone) Nessuno che abbia un po’ di conoscenza della storia dell’ascetica si stupirà di piccole afflizioni corporali, (digiuni, cilici ecc.) motivate dal fatto che, come diceva un asceta del buon tempo antico «il corpo sappia che deve servire».
V’era anche il desiderio di riparare per tutti i peccati che si commettevano nel mondo.
È forse improprio parlare di «flagellazione», perché si pensa a quella dolorosissima che dovette subire Gesù e che veniva praticata senza risparmio per i condannati a morte.
Nella ascesi si trattava piccole penitenze, che non erano dannose per il corpo.
Non si deve quindi pensare a una sorta di autolesionismo o di masochismo.
Il corpo è, come lei dice, dono di Dio, ma si deve anche tener conto della sua propensione alla comodità e alla golosità.
Oggi l’ascetica insiste meno su queste pratiche, benché esse siano ancora esercitate.
Si è preso maggiormente coscienza del fatto che già il vivere con un certo ordine in questa società disordinata e caotica è in sé una penitenza.
Eminenza, ho un dubbio: che la preghiera «Requiem aeternam dona eis Domine et lux perpetua luceat eis, requiescant in pace» sembri poco cristiana.
Mi fa pensare al Paradiso come a un grande dormitorio.
Non sarebbe meglio se suonasse così: «Gaudium aeternum dona eis Domine et lux perpetua luceat eis, gaudeant in pace et in laetitia».
Augusto Colonnelli – San Donato (Milano) La preghiera proposta è certamente bella e chi vuole la può recitare così.
Ma anche la preghiera tradizionale è bella perché secondo la pregnanza biblica del termine «Requies» va intesa non come un sonno, ma come il giusto riposo che segue alle battaglie della vita.
La «luce eterna» è lo splendore del Verbo che illumina ogni cosa (cfr.
Apocalisse 21.23: «La città non ha bisogno della luce del sole né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello»).
Similmente il «requiescant in pace» è l’augurio di entrare con pienezza nello shalom, che è, secondo la Scrittura, la sintesi di tutti i doni di Dio.
Ascoltavo con attenzione il prologo in forma breve del Vangelo secondo Giovanni quando ho avuto un «tonfo» al cuore nel sentire: «La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta».
Nella mia mente e nel mio cuore giravano le parole ascoltate e conosciute da sempre: «La luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta».
Un completo ribaltamento del rapporto luce tenebre dopo circa duemila anni? Antonio Cerino – Roma Del verbo greco sottostante si può dare una duplice versione: «vinta» o «accolta».
La gran parte degli esegeti greci, a partire da Origene, stanno per la prima interpretazione.
Negli esegeti moderni si trova piuttosto la seconda.
È quella che è stata seguita anche dai revisori della Bibbia in italiano.
Si può oscillare tra le due tradizioni, ma non si ha un ribaltamento del rapporto «luce/tenebre» bensì una duplice possibilità di intesa dell’azione delle tenebre.
in “Corriere della Sera” del 28 febbraio 2010

II DOMENICA DI QUARESIMA (Anno C).

Preghiere e Racconti  La Trasfigurazione  L’icona della Trasfigurazione ci rimanda al tema della divinizzazione dell’uomo, tanto caro alla tradizione dell’ Oriente cristiano.
I colori usati emanano e rivelano la luce taborica.
Questa immagine manifesta lo splendore divino e rispecchia il principio per cui un’icona non si guarda, ma si contempla.
Anticamente, questa era la prima icona che un allievo iconografo scriveva per apprendere il segreto della sua missione: penetrare nel Mistero di Dio e dischiudere gli occhi alla sua luce, al fine di rendere gli altri partecipi di questa grazia.
Nell’episodio della Trasfigurazione Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li porta sopra il monte alto dove Dio si fa conoscere dall’uomo.
Al centro dell’icona Gesù risplende, è avvolto in vesti candide ed è circondato da una nube luminosa.
Egli benedice i discepoli e li introduce nell’esodo pasquale che compirà a Gerusalemme.
In basso, quasi alle falde del monte, gli apostoli, costretti al suolo e incapaci di sostenere il bagliore della divinità, sono estasiati e turbati spettatori della Gloria di Dio.
Lo splendore e la magnificenza di Gesù ci rendono consapevoli della nostra meschinità e dell’infinita distanza che ci separa da Lui; possiamo, però, essere fiduciosi e sereni: la sua luce accompagna i nostri passi mentre scendiamo dal monte e riprendiamo il quotidiano cammino.
L’evento della Trasfigurazione, custodito e meditato in cuore, ci  aiuterà ad affrontare le difficoltà della strada: la Gloria che gli apostoli hanno visto è la meta bellissima che ci attende!  Lasciare che il mio cuore si sciolga alla dolce tua presenza, contemplare il tuo volto e perdermi…
La tua bellezza mi trasfiguri la tua luce mi invada il tuo amore mi trasformi così  potrò percorrere le strade della terra irradiando Te.
Così  sarà meno duro vivere nell’attesa di essere con te per sempre.
La Trasfigurazione di Gesù   Gesù  voleva che i suoi discepoli in particolare quelli che avrebbero avuto la responsabilità di guidare la Chiesa nascente facessero un esperienza diretta della sua gloria divina per affrontare lo scandalo della croce.
In effetti quando verrà l’ora del tradimento e Gesù si ritirerà a pregare nel Getsemani terrà vicini gli stessi Pietro Giacomo e Giovanni chiedendo loro di vegliare e pregare con Lui (cfr Mt 26 38).
Essi non ce la faranno, ma la grazia di Cristo li sosterrà e li aiuterà a credere nella Risurrezione.
Mi preme sottolineare che la Trasfigurazione di Gesù è stata sostanzialmente un’esperienza di preghiera (cfr.
Lc 9, 28-29).
La preghiera infatti raggiunge il suo culmine e perciò diventa fonte di luce interiore quando lo spirito dell’uomo aderisce a quello di Dio e le loro volontà si fondono quasi a formare un tutt’uno.
Quando Gesù salì sul monte si immerse nella contemplazione del disegno d’amore del Padre che l’aveva mandato nel mondo per salvare l’umanità.
[…] Cari fratelli e sorelle vi esorto a trovare in questo tempo di Quaresima prolungati momenti di silenzio possibilmente di ritiro per rivedere la propria vita alla luce del disegno d’amore del Padre celeste.
Lasciatevi guidare in questo più intenso ascolto di Dio dalla Vergine Maria maestra e modello di preghiera.
Lei anche nel buio fitto della passione di Cristo non perse ma custodì nel suo animo la luce del Figlio divino.
Per questo la invochiamo Madre della fiducia e della speranza.
  (Benedetto XVI, Parole prima dell’Angelus, 08.
03.
2009).
Per fondare la nostra speranza   Era necessario che gli apostoli concepissero con tutto il cuore quella forte e beata fermezza e non tremassero davanti all’asprezza della croce che dovevano prendere; era necessario che non arrossissero del supplizio di Cristo, né che stimassero vergognosa per lui la pazienza con la quale doveva subire le sofferenze della passione senza perdere la gloria del suo potere.
Così Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello (Lc 9,28), salì con loro su una montagna in disparte e manifestò loro lo splendore della sua gloria […] Senza dubbio la trasfigurazione aveva quale primo scopo quello di rimuovere dal cuore dei suoi discepoli lo scandalo della croce, affinché l’umiltà della Passione liberamente subita non turbasse la fede di coloro ai quali era stata rivelata la sublimità della dignità nascosta.
Ma con non minore previdenza veniva fondata la speranza della santa chiesa, in modo che l’intero corpo di Cristo conoscesse quale trasformazione avrebbe ricevuto in dono e i mèmbri si ripromettessero di partecipare all’onore che aveva rifulso sul capo del corpo.
  A questo proposito il Signore stesso aveva detto, parlando della maestosità  della sua venuta: Allora i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro (Mt 13,43), e il beato Paolo afferma la stessa cosa quando dice: «Io ritengo, infatti, che le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi (Rm 8,18) […] Pietro disse: Signore, è bello per noi stare qui.
Se vuoi, facciamo tre tende, una per te, una per Mosè, una per Elia» (Mt 17,4).
Il Signore non risponde a tale proposta, volendo mostrare non che era cattiva, ma che era fuori luogo, perché il mondo non poteva essere salvato se non dalla morte di Cristo e la fede dei credenti era chiamata dall’esempio di Cristo a comprendere che, senza giungere a dubitare della felicità promessa, dobbiamo tuttavia in mezzo alle tentazioni di questa vita, chiedere la pazienza prima della gloria, perché la felicità del regno non può precedere il tempo della sofferenza.
  (LEONE MAGNO, Discorsi 38,2-3.5, SC 74, pp.
16-19).
Il Tabor e il Getsemani   Quanto più la preghiera diventa preghiera del cuore tanto più si ama e si soffre, si vedono più luce e più tenebre, più grazia e più peccato, più Dio e più umanità.
Quanto più si scende nel profondo del cuore estendendosi di laggiù fino a Dio, tanto più la solitudine parlerà alla solitudine, l’abisso all’abisso, il cuore al cuore.
Laggiù amore e dolore si fondono.                                                       Per due volte Gesù invitò gli amici più cari, Pietro, Giovanni e Giacomo, a condividere la sua preghiera più segreta.
La prima volta li portò sulla vetta del monte Tabor e lassù  essi videro il suo volto brillare come il sole e le sue vesti divenire candide come la luce (Mt 17,2).
La seconda volta egli li condusse nel giardino di Getsemani dove essi videro il suo volto angosciato e il sudore fluire come gocce di sangue che cadevano a terra (Lc 22,44).
La preghiera del cuore conduce al Tabor ma anche al Getsemani.
Dopo aver visto Dio nella gloria lo si vedrà anche nel tormento e dopo aver sentito l’abiezione della sua umiliazione si sperimenterà la bellezza della sua trasfigurazione.
  (Henri J.M.
NOWEN, Viaggio spirituale per l’uomo contemporaneo, Brescia,1980,140).
Ancora e sempre sul monte di luce    Ancora e sempre sul monte di luce                                      Cristo ci guidi perché comprendiamo                                   il suo mistero di Dio e di uomo,   umanità  che si apre al divino.    Ora sappiamo che è il figlio diletto   in cui Dio Padre si è compiaciuto;   ancor risuona la voce: «Ascoltatelo»,   perché  egli solo ha parole di vita.    In lui soltanto l’umana natura   trasfigurata è in presenza divina,   in lui già ora son giunti a pienezza   giorni e millenni, e legge e profeti.    Andiamo dunque al monte di luce,   liberi andiamo da ogni possesso;   solo dal monte possiamo diffondere   luce e speranza per ogni fratello.    Al Padre, al Figlio, allo Spirito santo   gloria cantiamo esultanti per sempre:   cantiamo lode perché questo è il tempo   in cui fiorisce la luce del mondo.
  (D.M.
Turoldo).
    * Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 1997-1998; 2002-2003; 2005-2006.
– COMUNITÀ MONASTICA SS.
TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade.
Tempo di Quaresima e Pasqua, Milano, Vita e Pensiero, 2010.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
– C.M.
MARTINI, Incontro al Signore risorto.
Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.
– J.M.
NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino.
Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003.  Lectio Anno c    Prima lettura: Genesi 15,5-12.17-18          In quei giorni, Dio condusse fuori Abram e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza».
Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia.
E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra».
Rispose: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?».
Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo».
Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli.
Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò.
Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono.
Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi.
In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate».
   Nella seconda domenica di quaresima la liturgia ci propone nell’anno A la chiamata, nell’anno B il sacrificio di Isacco e nell’anno C l’alleanza.
La vita di Abramo era completamente cambiata dopo che aveva sentito la chiamata del Signore (Gn 12).
Si era fidato della sua parola.
Era partito per una terra che non conosceva fidandosi di Dio che gli aveva promesso un figlio.
Il tempo però era passato e la promessa non sembrava realizzarsi.
Abramo sperimenta l’incertezza, l’oscurità della fede per il silenzio prolungato di Dio.
      Ma ora il Signore stesso prende l’iniziativa e gli parla: Guarda in cielo e conta le stelle(v.
5).
Nonostante la sterilità avrà una discendenza come le stelle del cielo.
Abramo ancora una volta credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia (v.
6).
È l’”amen” della fede proclamata dai profeti.
La fede è un “credente in” prima ancora di un “credere che”.
È fondare la propria vita sulla parola del Signore.
Come i sacerdoti usavano pronunciare un giudizio a riguardo della perfezione della vittima sacrificale (cf.
Lv 7,18), ora il giudizio viene pronunciato da Dio a riguardo della decisione di fede di Abramo.
Era quello il giusto rapporto della creatura con il suo creatore.
Anche i profeti dicevano: “obbedire è meglio del sacrificio” (cf.
1Sam 15,22).
Nell’interpretazione paolina “giustizia” è l’atto ultimo della storia della salvezza.
Abramo diventa il primo dei credenti a sperimentare la giustizia di Dio, la riconciliazione con lui, a prescindere da ogni opera della legge, in quanto la circoncisione gli verrà chiesta solo più tardi.
(c.
17).
      Il Signore con un rito tradizionale in cui si tagliavano le bestie a metà, sigilla con Abramo un’alleanza: Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra (v.
7).
Con essa egli gli rinnova la promessa della terra.
I contraenti dovevano secondo l’uso passare attraverso gli animali tagliati imprecando la stessa sorte se venissero meno alla parola.
Dio non permette ad Abramo di passare.
Lui solo passa in mezzo agli animali come braciere fumante (v.
17), impegnandosi da solo a mantenere le promesse.  Seconda: Filippesi 3,17-4,1           Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi.
Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo.
La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio.
Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra.
La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose.
Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!                Paolo in questa lettera parla alla comunità di Filippi della propria esperienza di Gesù Cristo, come sia stato lui afferrato sulla via di Damasco e come ora tutta la sua vita non sia altro che un correre dietro a lui, in attesa di stare sempre con lui in cielo.
Allora si capisce come il brano della lettura odierna inizi con questa frase dell’apostolo: Fratelli, fatevi insieme miei imitatori (v.
17).
Paolo era stato un giudeo praticante, ma ora tutte le pratiche ebraiche sono diventate una spazzatura di fronte all’esperienza dell’amore salvifico di Cristo manifestatosi nella sua croce.
      Anche i cristiani si mettano nello stesso cammino che sta dando la vita all’apostolo che ha portato loro la fede.
Molti si comportano da nemici della croce di Cristo (v.
18).
Molti non seguono il suo esempio.
Il peccato continua a manifestarsi come potenza efficace.
Il fallimento dei cristiani è l’abbandono della croce di Cristo.
Nonostante la redenzione si dà ancora tiepidezza, tentazione, tradimento, perciò è importante stare attenti non solo alla predicazione dell’apostolo, ma anche al suo esempio.
Alcuni preferiscono salvarsi con i propri sforzi, non accettando l’amore preveniente di Dio manifestatesi nel volto di Cristo in croce.  Ma il cammino della croce è l’unico che conduce al cielo: La nostra cittadinanza infatti è nei cieli (v.
20).
La comunità cristiana tiene lo sguardo rivolto all’abitazione celeste.
È lì che ci aspetta Cristo risorto.
Egli trasfigurerà il nostro misero corpo (v.
21).
In cielo ci sarà una nuova esistenza per l’uomo intero.
L’uomo vivrà, non sarà più nella bassezza, ma nella gloria, configurato al corpo di risurrezione di Cristo, assiso alla destra di Dio.
Vi è un evidente legame di questo passo con il vangelo odierno.  Vangelo: Luca 9,28-36           In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare.
Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante.
Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui.
Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa».
Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra.
All’entrare nella nube, ebbero paura.
E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».
Appena la voce cessò, restò Gesù solo.
Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.
               Esegesi       Il ministero di Gesù in Galilea stava per concludersi con esito deludente.
Inizia l’ultima parte dell’esodo di Gesù al Padre che si compirà a Gerusalemme sul monte Calvario.
Il monte Tabor, che secondo la tradizione è il monte della trasfigurazione di Gesù, si sovrappone al Calvario per interpretare il senso della passione: La croce è gloriosa.
      Osserviamo chi partecipa a questa esperienza.
Innanzitutto Gesù, che salì sul monte a pregare (v.
28).
L’evento è così inserito totalmente nella sfera di Dio.
L’unione con il Padre si manifesta anche visibilmente nel volto di Gesù che cambiò d’aspetto (v.
29).
Come nella preghiera del Getsemani gli appare un angelo a confortarlo, anche ora appaiono due personaggi dell’Antico Testamento, Mosè ed Elia (v.
30), che parlavano con lui del suo esodo (v.
31).
Un esodo non è una fine, ma una pasqua, un passaggio dalla sofferenza alla gioia, da questo mondo al Padre, un passaggio che dirà al mondo che egli è sempre vissuto in unione con il Padre.
      I discepoli non ci sono tutti, ma solo Pietro, Giovanni e Giacomo (v.
28).
Tre sono sufficienti per dare una legittima testimonianza.
Come nell’orto degli Ulivi essi sono oppressi dal sonno (v.
32).
È un sonno che manifesta anche l’incomprensione del mistero di Gesù Cristo.
Per questo in quei giorni, cioè durante la vita terrena di Gesù, non riferirono a nessuno ciò che avevano visto (v.
36).
Dopo Pasqua tutto sarà chiaro e potranno testimoniare la gloria di Gesù.
Hanno bisogno degli occhi del cuore per capire il senso della croce.
Pietro cerca di rendere eterno quel momento paradisiaco, che forse gli ricordava la gioia della festa delle capanne.
Invece Mosè ed Elia si separavano da lui (v.
33); l’antico si ritirava per far posto alla novità.
      Venne una nube e li coprì con la sua ombra (v.
34).
La nube è un segno della presenza di Dio, che conferma in questo caso di essere dalla parte di Gesù, cioè che la salvezza si realizza mediante il suo esodo.
La voce divina interpreta il significato della trasfigurazione di Gesù.
Questi è il Figlio mio, l’eletto (=scelto), parola che evoca la figura del servo di JHWH (Is 42,1).
Il Messia è legato alla sofferenza e alla croce.
Il comando: ascoltatelo (v.
35) si rifà a Dt 18,15, che invita ad ascoltare il profeta definitivo di Dio, che porta a compimento la Legge (Mosè) e i profeti (Elia).  Meditazione       Ogni anno liturgico ci fa ascoltare, nella seconda domenica di Quaresima, il racconto della Trasfigurazione del Signore.
Il cammino quaresimale sembra così interrompersi, o meglio giungere già alla sua meta, facendoci contemplare la gloria pasquale che traspare dal corpo luminoso del Signore trasfigurato.
Dopo il cammino nel deserto della prova (nella prima domenica di Quaresima) oggi saliamo con Gesù e i suoi tre discepoli più intimi sul Tabor.
Anche noi probabilmente saremmo tentati con Pietro di arrestare qui la nostra sequela costruendo tre tende, ma di fatto l’esperienza del Tabor non costituisce la meta finale del cammino; ci suggerisce piuttosto quali siano le condizioni e gli atteggiamenti interiori che consentono a Gesù, come a ogni suo discepolo, di proseguire il viaggio – l’esodo lo definisce Luca nel suo racconto – verso Gerusalemme e verso la Pasqua.
Più che interrompere il cammino quaresimale, la Trasfigurazione ce ne svela il significato più nascosto, permettendoci di assaporare già il suo frutto.
      Il brano della lettera ai Filippesi che ascoltiamo come seconda lettura ci suggerisce un angolo prospettico in cui rileggere l’esperienza del Tabor.
Paolo polemizza con coloro che «si comportano da nemici della croce di Cristo» (3,18).
Probabilmente allude a quanti pretendono che l’obbligo della circoncisione e dell’osservanza integrale della Legge di Mosè venga imposto anche ai cristiani provenienti dal mondo pagano.
Se per l’autentica esperienza di Dio sono ancora indispensabili i precetti della Torah, allora viene svuotata di significato la Croce, che per Paolo è invece la rivelazione luminosa di una salvezza che ci raggiunge gratuitamente, non in forza delle nostre opere, ma dell’amore di Dio che nel Figlio crocifisso ci libera dal peccato e dalla morte.
Noi oggi avvertiamo come molto distanti da noi queste tematiche: non abbiamo più il problema della circoncisione o dell’osservanza della legge mosaica.
Eppure le parole di Paolo conservano la loro attualità, perché dietro la posizione di chi si comporta da nemico della croce di Cristo, egli scorge l’atteggiamento di chiunque, in vario modo, presume di potersi salvare in forza delle proprie opere, confidando in se stesso e nelle proprie pratiche religiose.
Paolo definirebbe questo atteggiamento un confidare nelle «opere della carne», anziché gloriarsi, o vantarsi di Gesù Cristo, confidando in lui e nella sua grazia.
Infatti, all’atteggiamento dei nemici della croce di Cristo, Paolo contrappone quello di coloro che aspettano «come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose» (Fil 3, 20-21).
Anziché confidare in una salvezza da conquistare con l’opera delle proprie mani, occorre attendere colui che nel suo amore ha la possibilità di trasfigurare la nostra vita rendendola conforme alla sua.
      Tale è anche la fede di Abramo di cui ci parla la prima lettura tratta dal libro della Genesi.
«Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia» (v.
6).
Abramo crede al Signore e si fida del segno che gli viene donato: «poi lo condusse fuori e gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle”; e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”» (v.
5).
La garanzia della promessa di Dio è un cielo stellato.
Ad Abramo che chiede un erede, Dio promette molto di più: una discendenza numerosa come le stelle del cielo.
Dio sottolinea l’‘eccesso’ della sua promessa con l’espressione «se riesci a contarle», che sembra anzitutto mostrare quanto il progetto di Dio sia infinitamente più grande dell’attesa di Abramo.
Sovrasta la sua speranza quanto il cielo sovrasta la terra.
Inoltre, questo cielo stellato che nessuno può contare ricorda ad Abramo che egli dovrà fidarsi della promessa senza poterla verificare.
Contare una realtà significa poter esercitare un controllo su di essa.
Abramo, al contrario, deve contemplare le stelle senza poterle contare; deve cioè fidarsi del-la promessa senza cercare di dominarla.
In una parola, deve semplicemente credere.
Ed è ciò che Abramo fa, come afferma il v.
6: «Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia».
A rendere l’uomo giusto non sono le opere della carne – il confidare in se stessi e nelle proprie possibilità – ma è la fede, come disponibilità ad affidarsi all’opera che Dio compie in noi.
Non pretendendo peraltro di avere altra certezza se non quella offerta dalla Parola stessa.
In altri termini, non avendo altra garanzia che un cielo stellato, che non puoi contare.
Si tratta sempre della garanzia di un affidamento, non di un possesso.
      Questa è la fede che anche Pietro, Giacomo, Giovanni devono ricevere dall’esperienza che vivono sul Tabor.
Pietro vorrebbe costruire tre capanne, in qualche modo per bloccare l’esperienza di Dio in ciò che può personalmente dominare, edificare con le proprie mani, tenere sotto il controllo dei propri occhi.
Al contrario, Pietro viene rinviato, dalle parole del Padre, all’affidamento dell’ascolto e alla perseveranza della sequela.
«Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!» (v.
35).
Queste parole risuonano sul Tabor «circa otto giorni dopo questi discorsi», come precisa l’evangelista introducendo il racconto (v.
28).
Il riferimento non può che andare a ciò che Gesù ha iniziato a dire ai discepoli subito prima, annunciando il suo destino di passione e invitando Pietro e i suoi compagni a seguirlo lungo la stessa via: «se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (9,23).
L’imperativo dell’ascolto è l’imperativo della sequela: si devono ascoltare le parole di Gesù per seguirlo lungo la stessa strada che conduce a Gerusalemme, dove Gesù vivrà l’esodo pasquale del quale conversa con Mosè ed Elia, cioè con la Legge e i Profeti, con tutte le Scritture.
È nella luce della parola di Dio che Gesù comprende il significato del suo cammino e trova il sostegno per viverlo.
Ed è nella luce delle stesse Scritture che possono farlo anche i discepoli.
La gloria di Gesù la si contempla non tentando di circoscriverla nelle tre capanne costruite da mani di uomo, ma seguendolo fino a Gerusalemme, fino ai piedi della croce.
Solo lì si manifesterà pienamente la gloria del Figlio di Dio di cui la Trasfigurazione rimane un’anticipazione profetica.
      Anche per Gesù e i suoi discepoli, dopo l’esperienza straordinaria del Tabor, riprende il cammino nella discesa dal monte, forse con la stessa fatica di prima, anzi con una fatica che si fa ancora più grave, giacché ora la via si precisa sempre più come orientata verso Gerusalemme e verso la croce.
Ma ora diviene un cammino che può essere vissuto con un cuore trasfigurato dall’incontro con Dio.
Questo è stato vero innanzitutto per l’esperienza di fede che ha vissuto Gesù stesso.
La scena della Trasfigurazione ci rivela infatti la gloria e la luce in cui Gesù ha potuto vivere fino in fondo, nella fedeltà e nella perseveranza, nell’ascolto della Parola e nell’obbedienza al Padre, il suo cammino esodico e pasquale.
Rivela non semplicemente la gloria e la luce che lo attendevano al termine del cammino, ma la gloria nella cui luce ha potuto egli stesso camminare verso la Pasqua.
Mentre attorno a lui tutto si oscurava, egli aveva la sorgente della luce dentro di sé, e proprio questa luce intima, segreta, gloriosa, ha continuato a illuminare i suoi passi anche nella notte.
E l’aveva dentro di sé, ci ricorda il racconto di Luca, perché ha vegliato nella preghiera e ha conversato con le Scritture.
Chi non prega e non ascolta la parola di Dio, come inizialmente accade a Pietro, rimane nella notte e viene sopraffatto dal sonno. 

“Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”

La cultura del bene comune Guardare a meridione con il coraggio di «pensare insieme» Con la pubblicazione del documento “Per un Paese solidale”, il Mezzogiorno torna al centro dell’attenzione della Chiesa italiana.
Frutto di un’ampia riflessione collegiale, esso si inserisce con l’autorità morale dei vescovi in un dibattito sulle emergenze del Sud che negli ultimi tempi, a partire da ottiche differenti e secondo sensibilità politiche e culturali articolate, è di nuovo attuale.
La Chiesa invita a guardare al Mezzogiorno «con amore», a condividerne i bisogni e le speranze.
Fa appello all’intelligenza, alla creatività, al coraggio di un «pensare insieme», all’assunzione di una responsabilità nuova, riponendo grande speranza nei giovani del Sud.
Sono proprio loro, in qualche modo, i protagonisti del documento, sollecitati continuamente al duro ma necessario compito del riscatto da modelli di pensiero individualisti e nichilisti e da strutture che sfruttano e abbruttiscono il territorio.
Sono loro a essere stimolati a valorizzare il patrimonio morale e religioso che il Mezzogiorno, nonostante tutto, sa ancora esprimere, incoraggiati a sperimentare nuove strade nello sviluppo economico, chiamati a favorire «un cambiamento di mentalità e di cultura» per vincere «i fantasmi della paura e della rassegnazione» (n.
16).
Lo spettro di osservazione del documento è ampio, perché tocca mali antichi come il fatalismo, emergenze moderne come la questione ecologica, e tematiche recentissime come il federalismo, sul quale il giudizio dei vescovi è chiaro: esso non deve accentuare le distanze tra le diverse parti d’Italia ma saper essere «solidale, realistico e unitario» (n.
8), senza che lo Stato rinunci a proteggere i diritti fondamentali di tutti gli italiani.
Il male più oscuro del Mezzogiorno continua a essere la criminalità organizzata: le «mafie – viene detto in modo chiaro e perentorio – sono strutture di peccato»; esprimono «una forma brutale e devastante di rifiuto di Dio e di fraintendimento della vera religione»; rappresentano «la configurazione più drammatica del “male” e del “peccato”» (n.
9).
La condanna è netta, senza ombre né esitazioni: riecheggiano le parole forti di Giovanni Paolo II ad Agrigento e a Napoli.
Oltre che nei giovani, la speranza dei vescovi è riposta nelle comunità ecclesiali e nella loro capacità di essere luogo e laboratorio di idee e fatti concreti, come dimostrano le cooperative e le aziende promosse grazie al Progetto Policoro.
Da tempo la parte migliore delle Chiese del Sud si è allineata con la parte migliore della società civile per combattere ogni forma di illegalità, per promuovere una mobilitazione morale, dimostrando quanto le strutture ecclesiali siano profondamente calate nella realtà meridionale e di quale potenziale di cambiamento esse dispongano.
All’orizzonte del Mezzogiorno non c’è solo l’esigenza di un’economia sana.
È necessario dare spazio anche alla cultura del bene comune, della cittadinanza, del diritto, della buona amministrazione e dell’impresa nel rifiuto dell’illegalità.
Sono valori etici, culturali e antropologici non da porre in alternativa alle regole dell’economia, ma da intendere piuttosto come motori per lo sviluppo integrale del Sud: davvero ci vuole «coraggio e speranza» (n.
20).
La Chiesa, in questa emergenza educativa, rivendicando «un ruolo nella crescita del Mezzogiorno» (n.
16), mette in campo il suo patrimonio religioso, morale e culturale, puntando sull’associazionismo laicale, sui movimenti e soprattutto sulle parrocchie.
Molto dipenderà dal livello di ricezione di questo documento nelle Chiese del Sud come in quelle del Nord, cioè dalla capacità delle comunità ecclesiali di farne non solo oggetto di studio, discussione e confronto nel breve periodo, ma di considerarlo come mappa orientativa del decennio che si sta aprendo.
Decisivo, in questo senso, sarà il grado di coinvolgimento di tutte le diocesi e la loro disponibilità a confrontarsi e collaborare in prospettiva nazionale.
«Ogni Chiesa custodisce una ricchezza spirituale da condividere con le altre Chiese del Paese» (n.
15): non è una sfida di poco conto.
Vittorio De Marco Chiesa e Mezzogiorno: «Sviluppo nella coesione» Il «cancro» delle mafie.
L’inadeguatezza delle classi dirigenti.
Il dissesto ambientale.
La disoccupazione, il lavoro nero, la povertà delle famiglie, l’emigrazione dei giovani.
Ma anche il mix fra modernizzazione acritica e gli «antichi germi» del familismo e dell’omertà: quante ferite, nella carne viva del Sud.
Problemi drammatici – denunciano i vescovi italiani – aggravati dalla crisi economica e dall’«egoismo individuale e corporativo» cresciuto in tutto il Paese, che rischiano «di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo».
Ma non è del male l’ultima parola.
Nella Chiesa e nella società del Sud ci sono risorse di socialità, cultura, spiritualità, che alimentano la speranza del riscatto oltre «ogni forma di rassegnazione e fatalismo».
Un riscatto che prenda forza dall’«umanesimo cristiano», riconosca la «sfida educativa» quale «priorità ineludibile» e abbia nel federalismo solidale uno strumento efficace.
Fra magistero e «testimoni».
Proprio con un invito «al coraggio e alla speranza» si conclude il documento della Cei Per un Paese solidale.
Chiesa italiana e Mezzogiorno, diffuso ieri (testo integrale al centro del giornale), che riprende «la riflessione sul cammino della solidarietà nel nostro Paese» a vent’anni dalla pubblicazione del documento Sviluppo nella solidarietà (1989) e alla luce del convegno Chiesa nel Sud, Chiese del Sud (Napoli, 12-13 febbraio 2009).
Il documento si apre passando in rassegna le emergenze «vecchie e nuove» del Mezzogiorno; nella seconda sezione, Per coltivare la speranza, i vescovi additano risorse ed espressioni del «nuovo protagonismo della società civile e della comunità ecclesiale» (come il Progetto Policoro); la terza sezione, Le risorse della reciprocità e la cura per l’educazione, mette a fuoco missione e ruolo della comunità ecclesiale.
Pagine ricche di citazioni e riferimenti.
Alla dottrina sociale della Chiesa, anzitutto, ma anche a quei testimoni e maestri che con la parola e la vita hanno aperto spazi di profezia e di liberazione: figli del Sud come Pino Puglisi, Giuseppe Diana, Rosario Livatino, Luigi Sturzo, Aldo Moro.
E “padri” venuti da lontano come il Giovanni Paolo II che il 9 maggio 1993, nella Valle dei Templi, ad Agrigento, disse parole definitive sulla mafia.
La nuova questione meridionale.
A muovere la riflessione dei vescovi è la «constatazione del perdurare del problema meridionale» che oggi, come vent’anni fa, chiama la Chiesa italiana agli «ineludibili doveri della solidarietà sociale e della comunione ecclesiale».
Le «genti del Sud» siano «le protagoniste del proprio riscatto, ma questo non dispensa dal dovere della solidarietà l’intera nazione», disse Wojtyla nel 1995 al Convegno ecclesiale di Palermo.
Che cos’è cambiato in questi vent’anni? La geografia politica, il sistema di rappresentanza nel governo degli enti locali, l’avvio della privatizzazione delle imprese pubbliche, il venir meno del sistema delle partecipazioni statali, la fine dell’intervento straordinario della Cassa del Mezzogiorno («di cui non vogliamo dimenticare gli aspetti positivi», sottolineano i vescovi).
Inoltre: tanti migranti giunti dall’Africa, dall’Asia, dall’Est Europa hanno trovato nel Sud «il primo approdo della speranza»; e il Sud è «laboratorio ecclesiale in cui si tenta», dopo aver dato soccorso e accoglienza, «un percorso di giustizia e promozione umana e un incontro con le religioni professate dagli immigrati e dai profughi».
La sfida del federalismo solidale.
La realtà del Sud, scrivono i vescovi, è quella di uno «sviluppo bloccato» dove gli aiuti che arrivano non sempre “aiutano” davvero; dove l’elezione diretta degli amministratori locali «non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica»; dove la condizione femminile soffre ancora emarginazione e discriminazioni, mentre ci sono donne salite ai vertici delle mafie; dove ecomafie, crisi dell’agricoltura, fragilità del territorio e dell’economia pongono ulteriori ipoteche sulla via del riscatto e impediscono al Sud di assumere il ruolo che gli compete nel cuore del Mediterraneo e in Europa.
Queste emergenze invocano un «federalismo solidale, realistico e unitario» capace di responsabilizzare il Sud rafforzando l’unità del Paese: un orizzonte cruciale, nell’imminenza «del 150° anniversario dell’unità nazionale».
Mafia, struttura di peccato.
La criminalità organizzata, ormai ramificata in tutto il Paese, «non può e non deve dettare i tempi e i ritmi dell’economia e della politica meridionali, diventando il luogo privilegiato di ogni tipo di intermediazione e mettendo in crisi il sistema democratico del Paese».
«Le mafie sono la configurazione più drammatica del male e del peccato», scrivono i vescovi: non mera «espressione di una religiosità distorta» bensì «strutture di peccato», «forma brutale e devastante di rifiuto di Dio e di fraintendimento della vera religione».
«Solo la decisione di convertirsi e di rifiutare una mentalità mafiosa permette di uscirne veramente», a costo di «subire violenza e immolarsi.
Si deve riconoscere – ammettono i vescovi – che le Chiese debbono ancora recepire sino in fondo la lezione profetica di Giovanni Paolo II e l’esempio dei testimoni morti per la giustizia».
Educazione e riscatto.
Nella società e nella Chiesa ci sono risorse culturali e spirituali per il cammino del riscatto.
La Chiesa, in particolare, sta con «quanti combattono in prima linea per la giustizia sulle orme del Vangelo e operano per far sorgere», come chiese Benedetto XVI il 7 settembre 2008 a Cagliari, «una nuova generazione di laici cristiani» al servizio del bene comune.
Consapevole di essere «fattore di sviluppo e di coesione» sociale, la Chiesa si sente chiamata alla sfida educativa e alla trasformazione delle coscienze, testimoniando lo stile della condivisione e della comunione anzitutto al proprio interno.
Il problema della sviluppo non è solo economico: è «etico, culturale, antropologico».
Perciò la Chiesa si impegna ad «alimentare costantemente le risorse umane e spirituali» da investire nella «cultura del bene comune, della cittadinanza, del diritto, della buona amministrazione e della sana impresa nel rifiuto dell’illegalità».
Dunque: «L’esigenza di investire in legalità e fiducia sollecita un’azione pastorale che miri a cancellare la divaricazione tra pratica religiosa e vita civile e spinga a una conoscenza più approfondita dell’insegnamento sociale della Chiesa, che aiuti a coniugare l’annuncio del Vangelo con la testimonianza delle opere di giustizia e di solidarietà».
Lorenzo Rosoli  «Il Paese non crescerà se non insieme».
A ribadirlo sono i vescovi italiani, nel documento dal titolo Per un Paese solidale.
Chiesa italiana e Mezzogiorno, diffuso dalla Cei.
«È indispensabile che l’intera nazione conservi e accresca ciò che ha costruito nel tempo», a partire dalla consapevolezza che «il bene comune è molto più della somma del bene delle singole parti».
IL TESTO INTEGRALE DEL DOCUMENTO

Riforma delle superiori avanti

Dopo quasi tre settimane di attesa, il Miur ha finalmente resi noti i testi dei tre regolamenti approvati in seconda lettura dal Consiglio dei Ministri il 4 febbraio scorso.
Sul sito del ministero (www.istruzione.it) sono in linea i regolamenti dei liecei, dei tecnici e dei professionali che andranno a riforma dal prossimo settembre, con un ampio corredo di allegati con tabelle di confluenza, quadri orari, profili ecc.
Il materiale di documentazione, necessario per le iscrizioni che si chiuderanno tra circa un mese il 26 marzo prossimo, comprende anche un brochure di sintesi della riforma, slides che illustrano sinteticamente le caratteristiche dei nuovi istituti riformati.
Sullo stesso sito del Miur è anche in linea una speciale Guida (130 pagine) che illustra per gli studenti la riforma.
La Guida, ora in formato digitale, sarà inviata su supporto cartaceo alle scuole nei prossimi giorni.
Mentre le scuole superiori sono ora impegnate a capire e conoscere il nuovo sistema, e le famiglie degli studenti di terza media esplorano questo nuovo sistema in trasformazione per scegliere la scuola a cui iscriversi, i regolamenti seguono la prevista procedura per la loro definizione ufficiale.
Dovranno essere promulgati nelle prossime settimane dal Capo dello Stato sotto forma di DPR, poi dovranno essere registrati dall Corte dei Conti.
Dopo questi due passaggi, poitranno essere pubblicati sulla Gazzetta ufficiale ed entrare immediatamente in vigore (aprile 2010?).  Licei, a tre giorni dalle iscrizioni ecco i regolamenti del Ministero di Salvo Intravaia Ecco, finalmente, i tre Regolamenti che danno ufficialmente avvio alla riforma della scuola superiore.
Il ministero dell’Istruzione li ha pubblicati pochi minuti fa sul proprio sito (www.istruzione.it) dopo avere avuto, per la che riguarda i tagli, l’ok del ministero dell’Economia.
Con i tre decreti vidimati da via XX settembre le scuole, le province e le regioni possono partire con i loro piani dell’offerta formativa.
Ma è quasi certo che ad appena tre giorni dall’apertura delle iscrizioni (il prossimo 26 febbraio) le scuole apporteranno pochissime modifiche ai percorsi disegnati da viale Trastevere.
E restano ancora parecchi dubbi, che con tutta probabilità verranno fugati chiariti solo nei prossimi giorni.
I licei.
Saranno in tutto sei: classico, scientifico (con eventuale opzione di Scienze applicate), linguistico, delle scienze umane (con eventuale opzione “economico-sociale”), artistico con ben 6 indirizzi (arti figurative; architettura e ambiente; audiovisivo e multimedia; design; grafica; scenografia), musicale/coreutico, di cui verranno attivati soltanto 40 sezioni, per il primo, e 10 sezioni per il secondo.
Dove, ancora, non si sa.
I quadri orario, con ore e materie, sono reperibili sul sito del ministero.
Restano per alunni e famiglie alcune incognite.
E’ possibile scegliere liberamente fra gli indirizzi e le opzioni dei singoli licei? Sembra proprio di no.
O meglio, le scuole non potranno garantire ai genitori la scelta perché le diverse opzioni saranno attivate in relazione alle disponibilità di organico.
Ma una cosa è certa: si partirà soltanto dalle prime classi.
Tutte le altre classi continueranno fino alla conclusione del quinquennio con le materie e gli orari attuali Gli istituti tecnici.
Gli alunni degli istituti tecnici saranno i più penalizzati dalla riforma.
Anche nei tecnici si partirà con indirizzi e materie nuove dal primo anno.
Ma a settembre le seconde, terze e quarte classi dovranno subire una contrazione delle ore.
Oltre mezzo milione di studenti si vedranno ridurre le ore settimanali a 32 ore, ma non è ancora chiaro quali materie verranno ridimensionate.
Per il prossimo anno, gli alunni dovranno scegliere fra due settori (Economico e Industria/artigianato) e 11 indirizzi (Amministrazione, Finanza e Marketing; Turismo; Meccanica, Meccatronica ed Energia; Trasporti e Logistica; Elettronica ed Elettrotecnica; Informatica e Telecomunicazioni; Grafica e Comunicazione; Chimica, Materiali e Biotecnologie; Sistema Moda; Agraria, Agroalimentare e Agroindustria; Costruzioni, Ambiente e Territorio).
Gli istituti professionali.
Verranno articolati in due settori (Servizi e Industria/artigianato) e 6 indirizzi (Servizi per l’agricoltura e lo sviluppo rurale; Servizi socio-sanitari; Servizi per l’enogastronomia e l’ospitalità alberghiera; Servizi commerciali; Produzioni artigianali e industriali; Manutenzione e assistenza tecnica).
E si partirà dal primo anno.
Ma, come nei tecnici, anche le seconde e terze classi degli istituti professionali dovranno lasciare sul campo una fetta di ore.
Nel 2010/2011 le seconde e terze funzioneranno con 34 ore settimanali e l’anno successivo si passerà a 32 ore.  L’Autonomia.
Per adeguare i curricula alle esigenze del territorio, i licei potranno manovrare la leva dell’autonomia.
Sarà possibile ritagliare, nel primo biennio, il 20 per cento del monte ore complessivo per attivare nuovi insegnamenti o integrare quelli esistenti.
Nel secondo biennio la quota di autonomia sale al 30 per cento per scendere nuovamente al 20 per cento all’ultimo anno.
Ma tutto è ancora una volta vincolato dalla dotazione organica assegnata dal ministero alla singola scuola.
Negli istituti tecnici la quota di flessibilità è più spinta: 20 per cento dell’orario al primo biennio, 30 per cento nel secondo biennio e 35 per cento all’ultimo anno.
E nei professionali si può arrivare al 40 per cento all’ultimo anno.
I tagli e classi di concorso.
La riforma costerà al sistema di istruzione oltre 17 mila cattedre, il grosso delle quali saranno tagliate negli istituti tecnici e professionali.
Solo a settembre salteranno quasi 12 mila cattedre.
Se aggiungiamo le cattedre in meno alla scuola primaria e alla scuola media si tocca quota 27 mila.
E cosa potranno insegnare il prossimo anno i prof nei nuovi indirizzi verrà definito fra un anno.
Repubblica  (23 febbraio 2010)

Una fede che si tuffa nel futuro

Muovendo dalla crisi prodotta dalla rivoluzione francese, il pensatore poeta delineava una prospettiva messianico-spiritualista, che aiutasse a superarne i drammatici effetti.
L’idea chiave era quella del primato della religione: soltanto l’ordine della cristianità, modellato su quello medioevale, avrebbe potuto salvare l’Europa.
Per Novalis non si trattava di un semplice ritorno all’antico, ma di un ribaltamento utopico, orientato alla creazione di una “nuova cristianità”, che avrebbe dovuto “ricostruire una Chiesa visibile senza riguardo a frontiere politiche, capace di accogliere nel suo grembo tutte le anime assetate dell’ultraterreno e di fare da mediatrice fra il mondo antico e il nuovo”.
Il saggio non ebbe vita facile: rifiutato dalla rivista Athenaeum.
espressione di una parte significativa dell'”intellighentsia” tedesca, apparve integralmente soltanto nel 1826.
L’alternativa proposta alla crisi consisteva in un sistema non meno ideologico di quello che intendeva rifiutare, l’illuministico ordre de la raison.
L’utopica ripresa di un ideale, in realtà mai esistito, non avrebbe esercitato più che il fascino della suggestione, prestandosi piuttosto a strumentalizzazioni nostalgiche e reazionarie.
Il caso rappresentato da Christenheit oder Europa risulta emblematico in un tempo come il nostro, caratterizzato da una crisi di proporzioni non dissimili da quella seguita alla rivoluzione francese: il crollo del muro di Berlino – avvenuto a due secoli esatti dal fatidico 1789 – ha segnato clamorosamente la fine delle ideologie che avevano dominato il sistema dei due blocchi contrapposti.
La disgregazione che ne è seguita – sorprendente rispetto a ogni possibile aspettativa – dimostra come la vera identificazione compiutasi nel tempo della modernità sia stata quella fra l’Europa e il modello ideologico, frutto della ragione adulta dell’Illuminismo.
L’antica “casa europea” è stata la fucina di tutte le aspirazioni emancipatorie dell’età moderna, come anche dei totalitarismi ispirati a Est e a Ovest dalla pretesa delle ideologie di imporre al reale un ordine razionale, traducendo la loro “volontà di potenza” (Friedrich Nietzsche) anche nell’esercizio sistematico della violenza.
Si comprende, allora, quale rischio comporterebbe il proporre per il futuro dell’Europa nuovi modelli ideologici, compreso quello di eventuali radici da ritrovare: l’eredità ebraico-cristiana potrà servire al superamento delle difficoltà attuali della coscienza europea solo se non sarà pensata in termini di ideologia rassicurante, di ritorno al passato.
La vera posta in gioco è capire se e in che misura il “Grande Codice” che è la Bibbia (Frye Northrop) possa ispirare oggi una prassi sociale e politica, che soddisfi il bisogno diffuso di nuovo consenso etico.
Le radici ebraico-cristiane dell’Europa non vanno cercate insomma nella riproposizione di assetti ormai superati, ma nella visione biblica del Dio personale, della storia orientata al compimento della Sua promessa e del protagonismo decisivo della persona, rivelato nelle sue potenzialità e nel suo destino dalla vicenda del Figlio eterno fatto uomo per noi.
Più che stare alle nostre spalle, il potenziale delle radici ebraico-cristiane dell’Europa ci provoca come qualcosa che sta davanti a noi e che ci chiede passi di libertà audace e scelte di intelligenza creativa.
Le radici ebraico-cristiane vanno cercate in quella “riserva escatologica”, che il profetismo biblico e il Vangelo cristiano hanno suscitato, alimentando innumerevoli storie di fede e di generosità nei più svariati mondi culturali della terra europea – da San Benedetto da Norcia ai santi Cirillo e Metodio, da San Francesco d’Assisi ai “folli di Dio” della spiritualità russa.
Questo sguardo in avanti motiva il rifiuto di ogni atteggiamento passivo e rinunciatario di fronte alla crisi in atto, e l’assunzione di responsabilità verso gli altri per costruire insieme la “casa comune europea”.
Un tale “ritorno al futuro”, possibile grazie alla religione della speranza fondata nella rivelazione biblica, potrà aiutare l’Est del continente europeo a non far andar perduta – con la crisi dell’ideologia – la carica utopica che la ispirava, e l’Ovest divenuto sempre più “società liquida” (Zygmunt Bauman), senza ancore rassicuranti, a dare un orizzonte di senso al suo universo etico, quanto mai frammentato.
Le “radici ebraico-cristiane” dell’Europa sono un destino e una speranza, più che non un possesso e una certezza.
Lungi dal tranquillizzare, esse sfidano tutti e ciascuno a uscire dal calcolo individualistico, per entrare nel respiro ampio della solidarietà fra singoli, i popoli e le nazioni, e aprirsi al solo orizzonte, che motivi l’impegno, senza rischio di tramontare: quello della speranza “ultima”, fondata nelle promesse del Dio dell’alleanza, capace di dare senso e valore duraturo alle scelte complesse di tutto ciò che è “penultimo”.
Proprio così, ebraismo e cristianesimo, nel loro indiscutibile “meticciato” con la grande cultura greca e il pragmatismo latino, potranno offrire quel supplemento d’anima, di cui come mai l’Europa ha bisogno.
in “Il Sole 24 Ore” del 21 febbraio 2010 *Bruno Forte è arcivescovo di Chieti-Vasto.
Il testo che pubblichiamo uno stralcio della prolusione che terrà domani nella Sala Papale del Sacro Convento di Assisi, in occasione dell’inaugurazione del Centro studi sulle radici culturali ebraico-cristiane della civiltà europea dell’Università di Perugia Si torna a parlare delle radici ebraico-cristiane dell’Europa.
Anche la visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma il 17 gennaio sembra aver riacceso questo interesse.
Esso peraltro risponde al bisogno crescente di dare un’anima alla casa comune europea, via via costruita in questi anni.
È legittimo chiedersi che cosa propriamente voglia dire questo ritorno alle radici.
Uno scritto del lontano 1799 può forse aiutarci a capirlo, sia pur se nel segno del contrario: si tratta del saggio Die Christenheit oder Europa – La cristianità ovvero l’Europa di Georg Friedrich von Hardenberg, meglio noto con lo pseudonimo di Novalis.

L’attualità del pensiero di Augusto Del Noce

Pomeriggio di studio sul pensiero di Augusto Del Noce   La Facoltà di Filosofia dell’UPS, in collaborazione con il Movimento Politico “Giovani, liberi e forti” di Roma, organizza un incontro di formazione filosofico-politica dal titolo L’attualità del pensiero di Augusto Del Noce (1910-1989).
L’incontro ha luogo presso l’Aula Marolla dell’Università Pontificia Salesiana (in Piazza Ateneo Salesiano, 1 – Roma), il prossimo venerdì 26 febbraio 2010, dalle ore 17.30 alle ore 20.
Intervengono il prof.
Gian Franco Lami dell’Università di Roma-La Sapienza, l’on.
Rocco Buttiglione, dell’Università San Pio V di Roma e il prof.
Massimo Crosti, della Facoltà di Filosofia dell’UPS.
Interviene anche il Dott.
Fabrizio Del Noce, Direttore di RAI Fiction.  Per informazioni, rivolgersi alla Facoltà di Filosofia (06.87290625; filosofia@unisal.it) o al dott.
Simone Budini (347.6726373; simone.budini@gmail.com).
(UPS – Roma, 18 febbraio 2010) –

Verità e potere

Estratti da “Memorie II, Una verità contestata” Nell’estratto che segue, Hans Küng, che ha appena parlato delle ricerche per quello che sarebbe diventato il suo libro “Essere cristiano” (1974), tenta di definire la specificità cristiana.
Che cos’è essere cristiano? “Qual è la caratteristica essenziale del cristianesimo? Per riassumere al massimo, direi che è Gesù Cristo stesso.
È l’incarnazione viva e decisiva, la sua causa, la sua vera misura.
Incarna un modo totalmente nuovo di vivere, un nuovo stile di vita.
Ci propone, a noi uomini moderni, un modo di vedere le cose e un modello di pratica unici, anche se noi possiamo evidentemente applicarli in modi molto diversi.
Con tutta la sua persona, lui è invito, richiamo, provocazione.
Chiede a tutti, individui e società, di riorientarsi concretamente, di cambiare atteggiamento scoprendo nuove motivazioni, nuove disposizioni, un nuovo orizzonte di senso ed un nuovo destino.
Chi allora è cristiano? Non è semplicemente l’uomo che conduce correttamente la sua vita sociale o anche religiosa.
Certo bisogna legare interiorità cristiana e apertura al mondo, ma anche il non cristiano può essere umano, sociale e autenticamente religioso.
È cristiano colui che cerca di vivere la sua umanità, le sue relazioni sociali e la sua vita religiosa a partire da Cristo, secondo il suo spirito, secondo la sua misura, né più né meno.” Riprendendo un’espressione resa popolare dal filosofo delle scienze Thomas S.
Kuhn, Hans Küng evoca qui i “paradigmi” del cristianesimo, cioè i diversi modelli di pensiero globale che hanno potuto strutturare la visione cristiana del mondo.
Che cos’è essere cattolico? “Che cosa vuol dire per me “cattolico”, “teologo cattolico”? Se si parte dalla nozione originale, può dirsi teologo cattolico colui che, nella sua teologia, sente di dover rispondere ai “cattolici”, in altre parole a tutta la Chiesa, alla Chiesa totale, universale.
Questo deve essere inteso in una duplice dimensione: quella del legame spirituale con la Chiesa di tutte le epoche, e quella del legame con la Chiesa di tutte le nazioni e di tutti i continenti.
Quindi la cattolicità nel tempo, con l’interesse che ciò comporta per la continuità della fede cristiana, ma anche la cattolicità nello spazio: una universalità che ingloba i diversi gruppi di credenti cristiani.
Devo insistere su questo punto: la cattolicità nel tempo e nello spazio non può ammettere che si omettano i giudeo-cristiani (paradigma I) come hanno fatto i Padri greci assolutizzando come verità atemporale della fede e della ragione il paradigma ellenistico (paradigma II), quindi una sintesi della fede e della filosofia greca, quella che difendeva il Ratzinger giovane, quella che ha ripreso nel suo discorso di Ratisbona (2006), come nel suo libro su Gesù (2007).
[…] La cattolicità nello spazio e nel tempo non può accettare neanche che si dichiari di fatto non cristiano il paradigma medioevale romano (paradigma III), come fanno troppo spesso i protestanti, né inversamente che, dall’alto della sua cattedra cattolica romana si dichiari che la Riforma (paradigma IV) e l’Illuminismo (paradigma V) sono responsabili della “disellenizzazione” e del declino progressivo dell’Occidente cristiano, del relativismo moderno dei valori e di un pluralismo che divide.
Un cattolicesimo così ristretto alla sua forma ellenistico-romana è incapace di entrare in dialogo con la filosofia attuale, con le scienze della natura o con la nostra concezione della democrazia, con il pensiero moderno in generale.
Sbarra qualsiasi intesa ecumenica.
Si oppone a qualsiasi vera inculturazione del cristianesimo impedendo la formulazione del messaggio cristiano nel quadro del pensiero indiano, cinese o africano.
È in questo senso della continuità e dell’universalità della fede cristiana che intendo essere teologo cattolico.
Intendendo le cose in questo modo, un teologo di denominazione protestante o evangelica, non potrebbe essere anche cattolico? Perfettamente! E qui vorrei dar da pensare a Joseph Ratzinger: la vera cattolicità non è possesso naturale di un’eredità consegnata ai cattolici.
Questa cattolicità diventa cattolicesimo, in altre parole ideologia, a partire dal momento in cui si ammette “la realtà cattolica così come è diventata”, con tutte le sue proliferazioni e tutte le deformazioni della devozione, della teologia e della sua costituzione ecclesiastica, invece di giudicarla su un solo criterio.
E anche per Ratzinger, questo criterio non può essere altro che il messaggio cristiano originale, l’Evangelo di Gesù Cristo.
Colui che vuole essere teologo cattolico, deve essere di mentalità evangelica, così come inversamente il teologo evangelico nel vero senso della parola deve essere teologo cattolico aperto.
In questo senso, sia cattolici che protestanti, possiamo essere teologi ecumenici.
In altre parole, la vera ecumenicità è quella di un “cattolicesimo evangelico” centrato e ordinato sulla persona di Cristo.” Il 5 luglio 1973, la Congregazione per la dottrina della fede pubblica la dichiarazione Mysterium Ecclesiae, che attacca chiaramente (ma non esplicitamente) certi punti della teologia di Hans Küng, che medita sui rimproveri che gli vengono fatti sul suo stile di difesa.
Sottomettersi umilmente? “Quando un teologo osa mettersi sulla difensiva, ci si guarda bene dal porgli la domanda della verità delle sue affermazioni: ‘Ha ragione di dire quello che ha detto?’, e anche quella del diritto: ‘Abbiamo ragione di metterlo sotto processo?’.
Se ne fa un problema di stile: ‘Come osa parlare con questo tono al presidente della Conferenza episcopale?’ Per me non è una cosa nuova: invece di implicarsi obbiettivamente nel dibattito, questo genere di ecclesiastici si lamenta sempre del tono e dello stile dei suoi critici, mentre non si interroga mai su quelli di una gerarchia che parla senza cuore e con voce comminatoria, quasi divina.
Evidentemente so molto bene quale sia ‘il tono e lo stile’ che ci si aspetta a Roma da parte di coloro che cadono sotto la critica curiale: umiltà ed obbedienza.
Anche Julius Döpfner, il mio collega del Germanicum (all’epoca presidente della Conferenza episcopale tedesca e principale esecutore delle istruzioni romane nei confronti di Küng, NDLR) ha dovuto leggere spesso, come me, certi comunicati trionfanti che riferivano che certi autori, a lungo diffamati e presi di mira in maniera molto pignola, si erano alla fine “umilmente sottomessi”: “Humiliter se subjecit.” Una vittoria per il magistero, anche se in seguito la storia rende giustizia a colui che si è umiliato.
Oggi non si possono che rifiutare certe formule di sottomissione discriminatorie e diffamatorie – del resto non si dispone più della forza dello Stato per imporle.
Ma l’autorità romana aspetta sempre la capitolazione pubblica del “deviante”, con forme più dolci e metodi più morbidi, è sempre di quello che si tratta, oggi come ieri.
Si ricorre ancora al potere, invece di cercare la verità.
Certo, dicono gli apologeti di questo sistema, non siamo più allo stile dell’Inquisizione.
Ma che cosa significa questo stile, per me? Quando mi si propone di andare a Roma per un colloquio, è unicamente allo scopo di ottenere alla fine ciò che mi chiedevano direttamente all’inizio: firmare umilmente, capitolare: Humiliter, se subjecit.” Spesso presentato come l’esatto contrario dei tradizionalisti cattolici, Hans Küng si mostra tuttavia molto misurato nei loro confronti.
E i tradizionalisti? “Presi posizione su Ecône in un articolo del giornale inglese Times del 24 agosto 1975, sotto il titolo “Roma deve trovare un modo per metter fine al conflitto che continua a crescere nella Chiesa” e in una lunga intervista sulla Neue Zürcher Zeitung del 3 ottobre 1975.
Chiedo giustizia per i tradizionalisti e sono a favore di un superamento delle polarizzazioni nella Chiesa cattolica e per una tolleranza reciproca.
Deploro questo conflitto per le persone che vi sono implicate.
Ho fatto anch’io personalmente l’esperienza di quello che costa spiritualmente dover continuamente sopportare un trattamento offensivo da parte delle autorità ecclesiastiche.
Ma devo al contempo protestare vivamente contro il parallelismo che viene stabilito tra il mio caso e quello di monsignor Lefebvre e di Ecône, indicando tutto quello che mi differenzia da loro: non ho mai contestato l’ortodossia delle autorità romane e non ho mai discreditato il concilio definendolo eretico.
Neanche ho fondato il mio specifico gruppo (“progressista”) né cercato di imporre in maniera dottrinaria la mia visione delle cose, il mio modo di vedere la formazione dei preti o la mia concezione dei seminari.
Mi tengo lontano da qualsiasi tendenza scismatica.
Non vedo veramente perché monsignor Lefebvre abbia dovuto costituire il proprio gruppo e creare un seminario particolare.
Nella nostra Chiesa non ce ne sono già abbastanza di seminari e di vescovi conservatori? Non vedo del resto neppure – questo rivolto a Roma – perché, in determinate circostanze, non si dovrebbe più celebrare la messa in latino.
Lo abbiamo già fatto durante i nostri incontri annuali di Concilium, tra teologi di lingue diverse, che capiscono certo tutti il latino.
Non vedo neanche perché noi, cattolici, dovremmo impedire di ricevere la comunione in bocca, alla maniera di ieri, invece di prenderla in mano, secondo una maniera ancora più antica.
Il senso del rinnovamento non deve consistere nel voler regolare tutto in maniera uniforme.
Secondo Agostino, “il massimo di libertà possibile, di obblighi solo quelli necessari, il tutto nell’amore”.
O almeno nella giustizia.
in “Témoignage chrétien” n° 3383 dell’11 febbraio 2010 (traduzione: www.finesettimana.org)

Percorsi di animazione per giovani coppie e gruppi familiari

PERCORSI DI ANIMAZIONE PER GIOVANI COPPIE E GRUPPI FAMILIARI Cammini di tenerezza, di speranza e di gioia alcuni studiosi e operatori qualificati interagiscono illuminando e orientando la formazione di: · operatori pastorali sensibili al cammino dei giovani verso il matrimonio, alla realtà delle giovani coppie, alla vita dei gruppi; · psicologi interessati al benessere della persona · animatori e formatori vocazionali Programma Saluto iniziale: il Rettore, Prof.
Carlo Nanni · Introduzione: l’autore, il libro: Prof.
Mario Oscar Llanos · Un approccio biblico-catechistico: Prof.
Cesare Bissoli · Rilievi qualificanti a partire dalla terapia familiare: Prof.ssa Maria Gioia Milizia · Il testo come mediazione “vocazionale”: Prof.
Giuseppe Mariano Roggia · Pausa recitativa e musicale · Istruzioni per l’uso in gruppi di giovani coppie: Prof.
Raffaele Mastromarino · Il testo e l’animazione della Pastorale Familiare Diocesana: Prof.
Luca Pasquale    (Ufficio di Pastorale Familiare della Diocesi di Roma) · Interventi liberi, domande di approfondimemento · La parola dell’autore: riflessioni sui contributi presenti nel libro: Prof.
Romolo Taddei · Conclusione DON ROMOLO TADDEI è Sacerdote della Diocesi di Ragusa, ex allievo dell’UPS, Psicologo e Psicoterapeuta, Delegato diocesano per la Pastorale Familiare, Fondatore dell’Associazione “Due Ali per volare” Direttore del Consultorio per la Famiglia della Diocesi di Ragusa, Docente di Pastorale Familiare, Psicologia della Famiglia e Psicologia Religiosa all’Istituto San Paolo di Catania.
Collabora con l’Istituto di Gestalt Therapy HCC Kairòs; ha portato in Sicilia il movimento “Incontro matrimoniale”.
Giovedì 18 Febbraio 2010, ore 17.
Aula Artemide Zatti Università Pontificia Salesiana Piazza dell’Ateneo Salesiano, 1.
Roma Bus 90, dalla Stazione Termini – Bus 80, da Piazza San Silvestro (scendere a Piazza Vimercati) Il libro sarà disponibile per la vendita