“Il catecumenato è un luogo di rinnovamento delle pratiche di trasmissione della fede”

Dal 6 al 9 luglio si svolgono le Assises internationales du cathécumenat.
Il loro lavoro sarà proseguito attraverso un Osservatorio internazionale delle pratiche catecumenali.
L’Istituto che lei dirige (l’Institut supérieur de pastorale catéchétique) ha come missione la catechesi.
Perché ha organizzato le prime Assises internationales du cathécumenat? Perché in una Chiesa colpita dalla crisi della trasmissione, il catecumenato si presenta sotto certi aspetti come un esempio in controtendenza.
Il numero di bambini catechizzati continua a diminuire, ed anche quello dei catechisti, ma aumenta il numero dei catecumeni.
Il catecumenato sembra proprio essere un luogo di rinnovamento delle pratiche di trasmissione.
Del resto, con l’aumento dell’individualismo, si constata che i processi di costruzione dell’identità credente siano stati sconvolti.
Non si diventa credenti come trent’anni fa! Da qui l’interesse a costituire una rete di ricerca per sapere come si scopre o si riscopre la fede nelle nostre società attuali.
Da questo punto di vista, la Francia è un passo più avanti…
La Chiesa francese è stata pioniera in materia di catecumenato: i primi battesimi di adulti, con tappe liturgiche, sono iniziati nel 1952 a Parigi.
Tutti conoscono l’importante riflessione teologica di Henri Bourgeois a Lione.
Questo dipende dalla storia del nostro paese e dalla nostra secolarizzazione avanzata.
Tuttavia bisogna che queste ricerche vengano continuate.
Che cosa possiamo imparare dalle esperienze dei paesi stranieri? Nel catecumenato, il rapporto con la cultura è fondamentale.
Ad esempio, un adulto che si presenta al battesimo in Francia lo fa in una relativa indifferenza sociale.
Non è la stessa cosa per un catecumeno in Senegal, dove più dell’80% della popolazione è musulmana…
E questa esperienza è senza dubbio interessante per delle diocesi in cui la religione maggioritaria non è più la religione cattolica…
Si dice spesso che i nuovi battezzati non restano a lungo nella Chiesa…
Il progetto di ricerca ha anche la missione chiarire anche certe idee preconcette diffuse.
Come quella secondo la quale i battezzati adulti lascino la Chiesa nel giro di due anni! Quello che già sappiamo, è che un terzo dei nuovi battezzati traslocano nei due anni successivi al battesimo.
E andando in un’altra parrocchia, per definizione, non sono più considerati catecumeni.
Bisogna quindi tener conto della mobilità dei giovani adulti.
Da qui l’importanza di riunire tutti i dati e favorire la costituzione di una rete internet.
Chi sono oggi i catecumeni? Il Servizio nazionale della catechesi e del catecumenato pubblica ogni anno le statistiche dei battezzati adulti.
Ma si sa comunque che l’immensa maggioranza dei catecumeni sono dei giovani che crescono nelle cappellanie della scuola pubblica (AEP) e della scuola cattolica.
Ora, non sono contabilizzati.
Si valuta oggi a 20 000 il numero di adolescenti che fanno una richiesta di tipo catecumenale, che richiedono cioè il battesimo o la cresima, solo nelle AEP.
Per quanto riguarda gli adulti, il numero è di circa 2 900.
È questa dinamica che vogliamo studiare perché crediamo che lì si giochi una parte del futuro della Chiesa in Francia.

Credere al mistero pasquale

Sembra che certi cristiani non credano alla Resurrezione! Questa incredulità non è forse dovuta al fatto che, nello spirito di molti, la parola resurrezione, per quanto riguarda Gesù, è interscambiabile con la parola apparizione? Focalizzare Pasqua sulle apparizioni e vedervi soltanto la rivivificazione di un cadavere non solo è cristologicamente assurdo, ma anche logica fonte di scetticismo.
Com’è possibile arrivare a questo? Senza dubbio perché Pasqua, con le sue apparizioni, giunge come ultima parte del triduo pasquale – Giovedì santo, Venerdì santo, Pasqua – e viene percepita come il suo culmine.
Dimenticando che il mistero pasquale si struttura anche in un secondo trittico altrettanto essenziale – Pasqua, Ascensione, Pentecoste –.
Secondo trittico senza il quale la Resurrezione e le apparizioni di Gesù sarebbero solo un bel discorso.
È vero che la densità liturgica e l’emozione sono in questo caso meno forti, i simboli meno palpabili.
Ma se Pasqua non è credibile senza la Cena, la Passione e la Resurrezione, non è credibile neppure senza la Resurrezione, l’Ascensione e la Pentecoste.
Il mistero pasquale non si esprime solo nel registro del passaggio attraverso la morte verso la vita.
Credere alla Resurrezione è una cosa più ampia, più esigente ma anche più vera.
Vuol dire credere alla piena realizzazione di Gesù in Cristo, nella sua esaltazione e glorificazione.
La fede nella Resurrezione non si limita a credere alle apparizioni, ma soprattutto in ciò che questa parola si sforza di far valere, che riguarda anche la nostra pienezza umana.
Gesù non appare per dire: “Sono risorto, questa è adesso una verità rivelata, bisogna trasmetterla se volete salvare le vostre anime.” Dio non si limita a comunicare un messaggio agli uomini, si comunica lui stesso come piena realizzazione dell’uomo.
Prima di essere un qualcosa fatto di avvenimenti oggettivabili, storicamente sensibili (colui che era morto si fa vedere vivo), la Resurrezione è, per i discepoli, un’esperienza tangibile, vitale.
Sono introdotti nella veracità di Cristo uomoDio, rivelazione della loro filiazione divina: è l’Ascensione.
Sono introdotti in una presenza reale, che, attraverso lo Spirito effuso, rivoluziona il loro quotidiano: è la Pentecoste.
Il senso eccezionale della vita iniziato con l’avvenimento Resurrezione è troppo spesso ridotto alla descrizione delle apparizioni e alla fattualità di immagini mentali o artistiche che ne perturbano la percezione.
Ma non lasciamoci ingannare.
Il Vangelo non pretende affatto, ad esempio, che Gesù resuscitato sia stato visto da testimoni diversi dai discepoli, dai fratelli, e che qualcuno lo abbia toccato per verificare, nemmeno Tommaso! Allora, con quali occhi lo hanno visto vivo in persona poiché, innanzitutto, non lo riconobbero? Esattezza o veridicità della visione? Lo Spirito confermatore non stava già operando per aprire gli occhi della mente? Ci si accontenta troppo spesso di un approccio esclusivamente liturgico dei testi, li si dà ad intendere solo al primo livello, quello letterale.
Il rischio è di ritrovarsi in un vicolo cieco, con delle apparizioni di cui ci si servirà come di miracoli evidenti per polemizzare con i denigratori della fede! Non è perché si fa vedere, che Gesù è resuscitato, ma perché è stato risollevato di tra i morti, perché la sua vita è una con il Padre e perché il loro Spirito comunicato apre gli occhi dell’intelligenza.
Le apparizioni punteggiano l’avvenimento di Pasqua ma non lo definiscono da sole.
È necessaria l’esperienza del mistero cristico, sia per i testimoni di allora che per noi.
Alla fine non c’è altra prova della Resurrezione che la prodigiosa, imprevista comunità degli Atti degli Apostoli, nuova creazione.
A quale Resurrezione crediamo? Credere al mistero pasquale non vuol dire accontentarsi di confessare la storicità delle apparizioni fino alla fine dei tempi, come la morte di Socrate o la nascita di Napoleone.
È essenzialmente capire che ognuno è in grado di gustare della triplice e simultanea pienezza di Resurrezione, Ascensione, Pentecoste, a titolo individuale, come soggetto unico, ma anche comunitariamente.
Se una di queste tre parti venisse a mancare, le altre due svanirebbero e, per noi, tutto il mistero pasquale.
Non possiamo bloccarci ad una comprensione iniziale della fede nella Resurrezione, alle apparizioni, ad una affermazione oggettiva lontana dall’uomo, ad una verità da credere senza implicazioni.
Se Gesù è diventato Cristo, è affinché noi diventassimo Cristo con lui, anche noi testimoni della sua Resurrezioneùù in “La Croix” del 3 luglio 2010 (traduzione: www.finesettimana.org)

Il prevosto e il dottore alla sfida degli ex voto

Il dottor Mario Alfani, cardiologo e presidente dell´Ordine dei medici, prende in mano una tavoletta.
«Questo ex voto del 1898, sigla Br 16657, è quello che più mi colpisce.
Il malato a letto guarda alla sua sinistra, verso l´alto.
Lì c´è una Madonna circondata da angioletti.
Prega e invoca un miracolo.
A destra del letto c´è invece il medico, in abito nero – i medici allora erano sempre vestiti di scuro – che non guarda il malato ma appoggia le mani su un tavolino e abbassa la testa, sconsolato.
Non sa più che fare.
Tutti noi medici abbiamo vissuto momenti come questo, quando senti dentro l´angoscia perché hai capito che per il paziente non puoi più fare nulla.
Per fortuna questo è un ex voto: se la tavoletta è stata portata in un santuario, vuol dire che il malato è guarito».
In terra astigiana è nata una strana alleanza: medici e sacerdoti (che per centinaia d´anni sono andati d´accordo come ghibellini e guelfi) si sono messi assieme per studiare gli ex voto portati nei santuari negli ultimi sette secoli.
«Siamo stati spinti dalla curiosità.
Come ci hanno visto, e giudicato, i nostri pazienti? Le tavole sono una microstoria che parte dal Medioevo e dentro ci siamo anche noi.
Per questo abbiamo chiesto al progetto culturale della diocesi di collaborare a questo studio.
Le tavole sono state raccolte e osservate una a una.
Presto apriremo una mostra ma già ci siamo riuniti a convegno: come medici, storici e teologi abbiamo guardato il nostro passato come in uno specchio».
Settecento tavole, quasi tutte su legno.
Camici bianche e tonache nere sono partiti da qui per studiare il rapporto fra «fede e salute» e riflettere sulla «religiosità popolare nella cura della malattia e nella professione medica».
«Nelle tavole – dice il dottor Alfani – c´è il racconto della medicina che piano piano riesce a dare risposte sempre più precise.
All´inizio non era così.
Questo paziente con la testa rotta, ad esempio, è solo fasciato.
Invoca i santi, non ha altra speranza, anche perché nella stanza non c´è nemmeno il medico.
Ma in tante tavole anche noi siamo presenti perché chi sta male invoca un doppio aiuto, il nostro e quello del cielo.
Ma quasi tutte le immagini sembrano spaccate in due.
Il paziente guarda verso l´alto, dove fra nuvolette e angeli appaiono i protettori, e anche i parenti, quasi sempre inginocchiati, guardano nella stessa direzione.
Il medico è invece accanto al letto e volta le spalle all´immagine sacra.
Nessuno lo guarda, nemmeno il paziente.
Ma resta comunque lì, a portare il suo aiuto terreno».
Non è mai stato facile il rapporto fra medicina e religione.
«Nella sacra scrittura – dice don Vittorio Croce, docente di teologia – c´è un certo rispetto per i medici ma non manca una vena di pessimismo.
Nel Siracide, II secolo avanti Cristo, si parla bene di questa professione ma si ricorda che la guarigione è sempre dono del Signore.
E si aggiunge: “Chi pecca contro il proprio creatore cada nelle mani del medico”.
Ancor più pesante, nel Vangelo, la notazione di Marco sulla donna colpita da perdite di sangue da ormai dodici anni: “Aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi peggiorando”».
«Le icone sono davvero anche la storia della malattia e della medicina», dice il presidente dei medici.
«Nei primi secoli, quasi tutti i malati sono nei loro letti, a casa loro.
Andare all´ospedale, per chi era abbiente, era un affronto.
Voleva dire che si era messi molto male e anche che non c ´erano più i mezzi per essere curati a casa propria.
Ci sono anche le stanze delle case dei poveri, con letti stretti e nessun mobile.
Poi appaiono le prime “camerate” da ospedale, e alcune sono quelle del nostro nosocomio astigiano, che trovò posto in un ex convento.
Quando i letti affiancati sono tre o quattro, e tutti i degenti appaiono nelle stesse condizioni, significa che la grazia chiesta era quella di guarire da un´epidemia, come colera, peste o vaiolo.
Si nota, in queste tavole, anche la cronologia dei rimedi trovati dalla scienza medica: si passa dall´impiastro allo sciroppo, dalla pillola all ´iniezione, e in un ultimo “Deo Gratias” di pochi decenni fa, appare anche la flebo.
I medici un tempo vestiti di nero, nel secolo scorso cominciano ad usare il camice bianco e accanto a loro appaiono prima le suore e poi le infermiere».
Le icone raccontano anche l´infortunistica, soprattutto quella del lavoro.
«Ci sono il barocciaio travolto dal cavallo, il contadino incornato dal toro, il muratore che cade dall´impalcatura.
Ci sono gli incidenti strani: questo bambino, ad esempio, è stato beccato a un occhio da un pavone.
Questa bambina è stata scottata dall´acqua bollente.
Buoi e cavalli lasciano il posto alle macchine a vapore, poi alle automobili e ai trattori.
Guardando le date, si scopre quando nelle nostre campagne è apparsa la prima trebbiatrice.
Ma ci sono quadri in cui non sono raccontati nessuna malattia evidente e nessun incidente: questa tavoletta numero 6661 mostra una persona semplicemente seduta su una seggiola accanto al letto, testa bassa, volto triste.
Credo che questa sia la prima rappresentazione di un problema oggi tanto diffuso: la depressione».
La rassegna degli ex voto alla fine consola il dottor Alfani.
«In fondo si capisce che chi invoca la guarigione si affida alla Madonna e ai santi ma anche a noi.
Il medico è sempre stato indispensabile.
Cambiano le terapie ma il rapporto medico-paziente è sempre fondamentale.
Io penso che la fede possa aiutare e integrare il nostro lavoro.
Non credo a un effetto placebo della fede ma in certi casi – quando il malessere non è solo fisico ma psicologico o psichico – il rapporto con il medico e la fiducia che si ripone in lui diventano fondamentali.
E per recuperare tranquillità ed equilibrio anche la preghiera a un santo può dare un aiuto.
Una preghiera non ripara una frattura e non elimina una cirrosi, ma sappiamo che la personalità umana è complessa e noi camici bianchi non abbiamo nessun monopolio».
«In molte tavolette – racconta Renato Bordone, ordinario di Storia medioevale all´Università di Torino – la figura del medico compare fra i protagonisti della scena, occupando una parte dello “spazio terreno” insieme al malato e ai suoi familiari.
Lo “spazio celeste” è riservato invece al protettore (Madonna o santo), per lo più avvolto da un nimbo sacro o da nuvole.
Sebbene in qualche caso medico e familiari compaiano schiena contro schiena – l´uno pensoso, rivolto al malato, gli altri rivolti al santo, quasi ignorando il medico – è chiaro che la presenza del medico nel quadro rientra anch´essa nell´ottenimento della grazia: in un certo senso è riconosciuta la sua collaborazione al “miracolo”».
Gli ex voto hanno iniziato ad apparire nella seconda metà del secolo Tredicesimo.
Prima si portavano nelle chiese oggetti di cera simbolici, un contro-dono alla grazia ricevuta.
«Gli ex voto – dice il docente – sono un documento culturale, un messaggio codificato per testimoniare credenze, paure, speranze.
Se ne ricavano informazioni interessanti.
Per esempio nella diocesi di Brescia – e secondo i primi esami anche qui ad Asti – si è scoperto che gli ex voto per malattia coprono la metà del materiale fino al principio del secolo Ventesimo, poi decrescono forse per i progressi della medicina, mentre aumentano quelli per incidenti sul lavoro, collegati con lo sviluppo dell´industria e della meccanizzazione delle campagne».
Nei santuari gli ex voto recenti sono ormai mosche bianche.
«Questo succede – dice don Alessandro Quaglia, architetto che cura i beni culturali della curia vescovile – perché la pietà si è affievolita nel nostro popolo.
Un tempo c´era il Padreterno a pensare a tutto, ora ci sono i medici».
Il presidente dell´ordine dei camici bianchi non è d´accordo.
«Gli ex voto sono soltanto cambiati.
Un tempo si andava dall´artista del paese per fare dipingere una tavoletta di ringraziamento per il santuario, adesso si fanno donazioni alla Lega antitumori o ad altri enti di ricerca».
Erano specialisti anche i santi, in questa terra.
«Il santo al quale qui da noi sono titolate più chiese – ricorda il teologo don Vittorio Croce – è San Rocco, invocato contro la peste di uomini e di animali.
Segue San Sebastiano, ucciso a colpi di freccia, protettore contro tutte le malattie del corpo e dello spirito.
Sant ´Antonio abate o del porcello viene invocato a protezione delle stalle ma anche dei cristiani, contro il fuoco detto appunto di Sant´Antonio.
Sempre San Sebastiano e San Grato difendono dalla grandine, Santa Lucia protegge gli occhi, San Defendente contro tutti i mali, Sant´Apollonia contro il mal di denti, San Biagio contro il mal di gola, Santa Libera è invocata per la fecondità e la protezione dei neonati…
Nel Vangelo Gesù guarisce molte malattie: lebbra, sordità, mutolezza, cecità, zoppìa (da poliomelite?), paralisi, idropisia, emorragia, febbre, pazzia.
Di lui la gente dice: “Ha fatto tutto bene: ha fatto udire i sordi e parlare i muti”.
Gesù “guarisce”.
Stranamente, non conforta i malati con quelle che noi chiamiamo “consolazioni di fede”, elevando la loro mente nella speranza del premio eterno, invitando a considerare il significato positivo della sofferenza come stimolo al pentimento dei peccati.
Noi, per lunga tradizione ascetica, per secoli abbiamo poi considerato la malattia e la sofferenza come una grazia in se stessa.
Io credo che il Concilio Vaticano II abbia trovato la giusta sintesi: “L´uomo gravemente infermo ha bisogno, nello stato di ansia e di pena in cui si trova, di una grazia speciale di Dio per non lasciarsi abbattere, con il pericolo che la tentazione faccia vacillare la sua fede”».
in “la Repubblica” del 13 giugno 2010

Il papa a Cipro porta la sua croce con letizia

Cari fratelli e sorelle in Cristo, il Figlio dell’Uomo deve essere innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia la vita eterna (cfr.
Giovanni 3, 14-15).
In questa messa adoriamo e lodiamo il nostro Signore Gesù Cristo, poiché con la sua santa croce ha redento il mondo.
Con la sua morte e risurrezione ha spalancato le porte del cielo e ci ha preparato un posto, affinché a noi, suoi seguaci, venga donato di partecipare alla sua gloria.
Nella gioia della vittoria redentrice di Cristo, saluto tutti voi riuniti nella chiesa della Santa Croce e vi ringrazio per la vostra presenza.
[…] Qui a Cipro, terra che fu il primo porto di approdo dei viaggi missionari di san Paolo attraverso il Mediterraneo, giungo oggi fra voi, sulle orme di quel grande apostolo, per rinsaldarvi nella vostra fede cristiana e per predicare il Vangelo che offre vita e speranza al mondo.
Il centro della celebrazione odierna è la croce di Cristo.
Molti potrebbero essere tentati di chiedere perché noi cristiani celebriamo uno strumento di tortura, un segno di sofferenza, di sconfitta e di fallimento.
È vero che la croce esprime tutti questi significati.
E tuttavia a causa di colui che è stato innalzato sulla croce per la nostra salvezza, rappresenta anche il definitivo trionfo dell’amore di Dio su tutti i mali del mondo.
Vi è un’antica tradizione che il legno della croce sia stato preso da un albero piantato da Seth, figlio di Adamo, nel luogo dove Adamo fu sepolto.
In quello stesso luogo, conosciuto come il Golgota, il luogo del cranio, Seth piantò un seme dall’albero della conoscenza del bene e del male, l’albero che si trovava al centro del giardino dell’Eden.
Attraverso la provvidenza di Dio, l’opera del Maligno sarebbe stata sconfitta ritorcendo le sue stesse armi contro di lui.
Ingannato dal serpente, Adamo ha abbandonato la filiale fiducia in Dio ed ha peccato mangiando i frutti dell’unico albero del giardino che gli era stato proibito.
Come conseguenza di quel peccato entrarono nel mondo la sofferenza e la morte.
I tragici effetti del peccato, e cioè la sofferenza e la morte, divennero del tutto evidenti nella storia dei discendenti di Adamo.
Lo vediamo dalla prima lettura di oggi (Numeri 21, 4-9), che fa eco alla caduta e prefigura la redenzione di Cristo.
Come punizione dei propri peccati, il popolo di Israele, mentre languiva nel deserto, venne morso dai serpenti ed avrebbe potuto salvarsi dalla morte solo volgendo lo sguardo al simbolo che Mosè aveva innalzato, prefigurando la croce che avrebbe posto fine al peccato e alla morte una volta per tutte.
Vediamo chiaramente che l’uomo non può salvare se stesso dalle conseguenze del proprio peccato.
Non può salvare se stesso dalla morte.
Soltanto Dio può liberarlo dalla sua schiavitù morale e fisica.
E poiché Dio ha amato così tanto il mondo, ha inviato il suo Figlio unigenito non per condannare il mondo – come avrebbe richiesto la giustizia – ma affinché attraverso di lui il mondo potesse essere salvato.
L’unigenito Figlio di Dio avrebbe dovuto essere innalzato come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così che quanti avrebbero rivolto lo sguardo a lui con fede potessero avere la vita.
Il legno della croce divenne lo strumento per la nostra redenzione, proprio come l’albero dal quale era stato tratto aveva originato la caduta dei nostri progenitori.
La sofferenza e la morte, che erano conseguenze del peccato, divennero il mezzo stesso attraverso il quale il peccato fu sconfitto.
L’agnello innocente fu sacrificato sull’altare della croce, e tuttavia dall’immolazione della vittima scaturì una vita nuova: il potere del maligno fu distrutto dalla potenza dell’amore che sacrifica se stesso.
La croce, pertanto, è qualcosa di più grande e misterioso di quanto a prima vista possa apparire.
Indubbiamente è uno strumento di tortura, di sofferenza e di sconfitta, ma allo stesso tempo esprime la completa trasformazione, la definitiva rivincita su questi mali, e questo lo rende il simbolo più eloquente della speranza che il mondo abbia mai visto.
Parla a tutti coloro che soffrono – gli oppressi, i malati, i poveri, gli emarginati, le vittime della violenza – ed offre loro la speranza che Dio può trasformare la loro sofferenza in gioia, il loro isolamento in comunione, la loro morte in vita.
Offre speranza senza limiti al nostro mondo decaduto.
Ecco perché il mondo ha bisogno della croce.
Essa non è semplicemente un simbolo privato di devozione, non è un distintivo di appartenenza a qualche gruppo all’interno della società, ed il suo significato più profondo non ha nulla a che fare con l’imposizione forzata di un credo o di una filosofia.
Parla di speranza, parla di amore, parla della vittoria della non violenza sull’oppressione, parla di Dio che innalza gli umili, dà forza ai deboli, fa superare le divisioni, e vincere l’odio con l’amore.
Un mondo senza croce sarebbe un mondo senza speranza, un mondo in cui la tortura e la brutalità rimarrebbero sfrenati, il debole sarebbe sfruttato e l’avidità avrebbe la parola ultima.
L’inumanità dell’uomo nei confronti dell’uomo si manifesterebbe in modi ancor più orrendi, e non ci sarebbe la parola fine al cerchio malefico della violenza.
Solo la croce vi pone fine.
Mentre nessun potere terreno può salvarci dalle conseguenze del nostro peccato, e nessuna potenza terrena può sconfiggere l’ingiustizia sin dalla sua sorgente, tuttavia l’intervento salvifico del nostro Dio misericordioso ha trasformato la realtà del peccato e della morte nel suo opposto.
Questo è quanto celebriamo quando diamo gloria alla croce del Redentore.
Giustamente sant’Andrea di Creta descrive la croce come “più nobile e preziosa di qualsiasi cosa sulla terra […], poiché in essa e mediante di essa e per essa tutta la ricchezza della nostra salvezza è stata accumulata e a noi restituita” (Oratio X, PG 97, 1018-1019).
Cari fratelli sacerdoti, cari religiosi, cari catechisti, il messaggio della croce è stato affidato a noi, così che possiamo offrire speranza al mondo.
Quando proclamiamo Cristo crocifisso, non proclamiamo noi stessi, ma lui.
Non offriamo la nostra sapienza al mondo, non parliamo dei nostri propri meriti, ma fungiamo da canali della sua sapienza, del suo amore, dei suoi meriti salvifici.
Sappiamo di essere semplicemente dei vasi fatti di creta e, tuttavia, sorprendentemente siamo stati scelti per essere araldi della verità salvifica che il mondo ha bisogno di udire.
Non stanchiamoci mai di meravigliarci di fronte alla grazia straordinaria che ci è stata data, non cessiamo mai di riconoscere la nostra indegnità, ma allo stesso tempo sforziamoci sempre di diventare meno indegni della nostra nobile chiamata, in modo da non indebolire mediante i nostri errori e le nostre cadute la credibilità della nostra testimonianza.
In questo Anno Sacerdotale permettetemi di rivolgere una parola speciale ai sacerdoti oggi qui presenti e a quanti si preparano all’ordinazione.
Riflettete sulle parole pronunciate al novello sacerdote dal Vescovo, mentre gli presenta il calice e la patena: “Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore”.
Mentre proclamiamo la croce di Cristo, cerchiamo sempre di imitare l’amore disinteressato di colui che offrì se stesso per noi sull’altare della croce, di colui che è allo stesso tempo sacerdote e vittima, di colui nella cui persona parliamo ed agiamo quando esercitiamo il ministero ricevuto.
Nel riflettere sulle nostre mancanze, sia individualmente sia collettivamente, riconosciamo umilmente di aver meritato il castigo che lui, l’Agnello innocente, ha patito in nostra vece.
E se, in accordo con quanto abbiamo meritato, avessimo qualche parte nelle sofferenze di Cristo, rallegriamoci, perché ne avremo una felicità ben più grande quando sarà rivelata la sua gloria.
Nei miei pensieri e nelle mie preghiere mi ricordo in modo speciale dei molti sacerdoti e religiosi del Medio Oriente che stanno sperimentando in questi momenti una particolare chiamata a conformare le proprie vite al mistero della croce del Signore.
Dove i cristiani sono in minoranza, dove soffrono privazioni a causa delle tensioni etniche e religiose, molte famiglie prendono la decisione di andare via, e anche i pastori sono tentati di fare lo stesso.
In situazioni come queste, tuttavia, un sacerdote, una comunità religiosa, una parrocchia che rimane salda e continua a dar testimonianza a Cristo è un segno straordinario di speranza non solo per i cristiani, ma anche per quanti vivono nella Regione.
La loro sola presenza è un’espressione eloquente del Vangelo della pace, della decisione del Buon Pastore di prendersi cura di tutte le pecore, dell’incrollabile impegno della Chiesa al dialogo, alla riconciliazione e all’amorevole accettazione dell’altro.
Abbracciando la croce loro offerta, i sacerdoti e i religiosi del Medio Oriente possono realmente irradiare la speranza che è al cuore del mistero che celebriamo nella liturgia odierna.
Rinfranchiamoci con le parole della seconda lettura di oggi  (Filippesi 2, 5-11), che parla così bene del trionfo riservato a Cristo dopo la morte in croce, un trionfo che siamo invitati a condividere.
“Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra”.
Sì, amati fratelli e sorelle in Cristo, lungi da noi la gloria che non sia quella nella croce di Nostro Signore Gesù Cristo (cfr.
Galati 6, 14).
Lui è la nostra vita, la nostra salvezza e la nostra risurrezione.
Per lui noi siamo stati salvati e resi liberi.
__________ Il programma e i testi della visita di Benedetto XVI a Cipro, nel sito del Vaticano: > Viaggio apostolico a Cipro, 4-6 giugno 2010

Festa del SS Corpo di Cristo Anno C

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO   Lectio Anno c     Prima lettura: Genesi 14,18-20          In quei giorni, Melchìsedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole: «Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici».
E [Abramo] diede a lui la decima di tutto.
       v Il tema della benedizione ritorna nel brano della Genesi.
A pronunciarla è il re di Salem, di cui non conosciamo altro che il nome, Melchisedek.
Egli, dice il testo «offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole».
Abramo era appena ritornato secondo il racconto di Gn 14, dalla vittoria contro i quattro re che avevano in precedenza sconfitto le città del mar Morto e catturato suo nipote Lot.
Il re Melchisedek, che come era allora frequente consuetudine ricopriva pure a carica sacerdotale, portò come ristoro ai vincitori, alla cui testa era Abramo, pane e vino.
Le parole di benedizione rivolte ad Abramo suonano dunque come un riconoscimento del suo ruolo nell’aver liberato il campo da pericolosi nemici.
Ciò che ci riguarda maggiormente, però, è lo schema della benedizione.
Da una parte c’è Dio che benedice, in quanto egli è creatore del mondo, ossia fa essere le cose che esistono; questa è la benedizione costitutiva o discendente.
Dall’altra c’è la benedizione e la lode che l’uomo eleva a Dio, detta dichiarativa o ascendente, perché  chi ha riconosciuto di essere stato beneficato da Dio, lo ringrazia.
Quindi Abramo, considerando Melchisedek superiore a sé e intendendo manifestare la propria gratitudine nei confronti di Dio cede la decima a questo re.
     L’inserimento di questo brano nella liturgia del Corpus Domini si può giustificare solo a partire dall’interpretazione che ne hanno fatto i Padri della Chiesa, sulla scia di ciò che era trapelato nel Nuovo Testamento.
Infatti diversi dei Padri hanno inteso l’offerta del pane e del vino come una prefigurazione dell’Eucaristia e Melchisedek, che ci viene presentato «senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita» (Eb 7,3), quindi eterno, come la prefigurazione del sacerdozio messianico, superiore a quello di Aronne.
Seconda lettura: 1Corinzi 11,23-26          Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me».
Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me».
Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.
    v Ma è il brano della prima lettera ai Corinzi che, in modo inequivocabile, ci riallaccia con la viva tradizione delle comunità dell’epoca apostolica.
L’apostolo Paolo così introduce l’argomento: «Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso».
E questa trasmissione viene espressa con il significativo verbo paradidomi, da cui viene anche l’idea di paradosis, ossia di una vera e propria consegna effettuata da una generazione a un altra, o da una persona a un’altra, in questo caso autorevolissima come il Signore.
Paolo, dunque, è conscio di comunicare non qualcosa di suo, bensì qualcosa che appartiene al grande «patrimonio» che Gesù stesso ha lasciato ai suoi discepoli.
Il problema posto riguarda perciò la sostanza di quel «vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza se lo mantenete m quella forma in cui ve l’ho annunziato» (1Cor 15,1).
     Di conseguenza, la fedeltà alla «tradizione» si fonde con la fedeltà alla «comunione».
Nell’Eucaristia raccontata da Paolo si riprendono tutti gli specifici motivi fondamentali, a partire dal contesto, che è quello della cena precedente la passione e morte di Gesù.
Vi viene rievocato il momento amaro del tradimento con lo stesso verbo paradidomi, quasi a voler intendere che la «consegna» di fare il memoriale dell’Eucaristia passa attraverso l’inevitabile «consegna» alla morte.
Si prosegue con l’atto del prendere il pane, gesto familiare, da capofamiglia, che prelude al ringraziare (eucharistesas), cioè al benedire il datore di ogni dono, il Padre.
Il pane, poi, viene spezzato per essere condiviso, per essere fonte di solidarietà e comunione.
Infine, vengono riferite le parole che spiegano i gesti.
«Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me».
Anche riguardo al calice del vino le parole ne illuminano il senso: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me».
Troppo difficile è il compito di commentare tali parole: c’è il senso dell’offerta, del sacrificio di colui che si fa «spezzare» la carne e «versare» il sangue per l’umanità che ama, inclusa quell’umanità che si sta preparando a consegnarlo alla morte; c’è il senso dell’alleanza del ricucire uno strappo che si sarebbe sempre più approfondito senza l’iniziativa divina di andare incontro all’umanità; c’è il senso del dover costantemente «far memoria» di tutto ciò, perché siamo stati comprati a caro prezzo (cf.
1Cor 6,20).
Il mistero eucaristico si trasforma allora in una ricapitolazione della storia, nella quale viene riproposta in continuazione l’alleanza d’amore di Dio, in vista dell’evento finale, la venuta ultima di Gesù Cristo.
  Vangelo: Luca 9,11-17          In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta».
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare».
Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente».
C’erano infatti circa cinquemila uomini.
Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa».
Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.
    Esegesi      La pericope evangelica proposta dalla liturgia ci presenta subito un Gesù impegnato nella predicazione e nelle guarigioni.
Non è facile entrare nel clima del brano se non diamo uno sguardo al contesto in cui è inserito.
Infatti la moltiplicazione dei pani si trova quasi alla fine del periodo di attività in Galilea, quando Gesù stava maturando la decisione di dirigersi verso la capitale, Gerusalemme: «Mentre si compivano i giorni della sua ascensione, indurì la faccia di dirigersi a Gerusalemme» (Lc 9,51).
Il senso letterale del versetto ci rende bene la ferma determinazione di Gesù, «perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme» (Lc 13,33).
Quasi a volersi congedare dalla Galilea, egli inviò i Dodici ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli infermi, assegnando loro persino il potere di scacciare i demoni (9,1-2).
Al loro ritorno, gli apostoli riferirono in dettaglio a Gesù ciò che avevano operato durante la missione.
Egli «allora li prese con sé e si ritirò verso una città chiamata Betsaida» (9,10), perché essi avevano bisogno di riposare.
Ma furono intercettati dalla folla, che costrinse Gesù a cambiare programma e a trascurare gli stanchi missionari.
E quindi fu direttamente lui che si occupò di parlare del regno di Dio e di guarire quanti avevano bisogno di cure (9,11), come se la folla, dopo aver ascoltato gli apostoli desiderasse andare alla fonte dell’annuncio.
     In verità, l’annuncio del regno di Dio era stata la preoccupazione di Gesù fin dal primo momento.
E anche la folla, fin dal principio, lo seguiva senza stancarsi e dargli un attimo di respiro.
In 4,42-44 mentre cercava un luogo isolato, venne raggiunto dalla folla che non voleva lasciarlo andare via.
Ma egli evitò di fermarsi, perché il regno doveva essere annunziato anche ad altre città.
In 8,1, dopo aver perdonato la donna peccatrice e aver insegnato la misericordia al fariseo Simone, ritornò alla sua consueta attività di predicazione del regno e in 8,10 si dedicò a istruire in modo più particolareggiato gli apostoli.
Infine al capitolo 9 associò gli apostoli all’opera di evangelizzazione, mai disgiunta dalla realizzazione dei segni delle guarigioni e degli esorcismi.
Riguardo alla folla, poi, in 5,1 si dice addirittura che «la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio»; in 6,17-19 si parla di gente che veniva ad ascoltarlo e a essere guarita, o anche solo a toccarlo, proveniente non solo dalla Galilea e dalla Giudea, ma persino da Tiro e Sidone, città pagane della Fenicia; in 8,4, la parabola del seminatore viene raccontata «poiché una gran folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città»; in 8,40, infine, troviamo persino che «al suo ritorno, Gesù fu accolto dalla folla, poiché tutti erano in attesa di lui».
     Gesù quindi si mostrava molto disponibile nei confronti della folla, comprendendo benissimo il bisogno che essa aveva di parola di Dio e di sollievo dalla sofferenza.
Ma tale disponibilità si dimostrò davvero eccezionale in questo caso della moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Al v.
12 comincia un dialogo: gli apostoli, poiché stava tramontando, invitarono Gesù a congedare gli astanti per permettere a ciascuno di loro di procurarsi del cibo, in quanto il luogo in cui si trovavano era solitario.
Essi non si sarebbero mai aspettati la risposta di Gesù: «Voi stessi date loro da mangiare» (9,13).
Erano cinquemila uomini e nel passo parallelo del Vangelo di Giovanni l’apostolo Filippo fa una stima approssimativa della cifra necessaria a comprare pane per tutti: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa ricevere un pezzo» (Gv 6,7); a disposizione c’erano soltanto cinque pani e due pesci e l’eventuale spesa da affrontare era quindi insostenibile.
     Qui emerge un dato molto importante: gli apostoli, che erano stati protagonisti della missione con i compiti onorevoli di predicare, guarire e cacciare i demoni, vennero coinvolti nel servizio umile di dar da mangiare a quella folla.
Gesù — dice il Vangelo — «prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla» (9,16).
Il nutrimento passa quindi attraverso le mani dei discepoli, che davvero offrono da mangiare a quella moltitudine, forse senza nemmeno rendersi conto del tutto della “straordinarietà” del fatto.
Lungi dal pretendere di spiegare o razionalizzare il segno — ipotizzando che ognuno aveva delle provviste e che le condivide con gli altri, per cui il vero “miracolo” sarebbe la condivisione — occorre prendere sul serio il racconto evangelico e ammettere che Gesù abbia realmente potuto moltiplicare il poco cibo disponibile.
     Se conosciamo bene Gesù, non ci meraviglia che abbia avuto compassione di quella folla affamata, dopo che per un giorno intero aveva seguito i suoi insegnamenti e aveva assistito ai suoi segni.
Infatti, l’evangelista Luca ci presenta un’immagine di Gesù sinceramente sollecito delle necessità della gente, fossero anche quelle corporali.
Ma il testo ci suggerisce un’altra traccia ancora: le azioni descritte in 9,16 sono le stesse che Gesù compie in 22,19, nell’istituzione dell’Eucaristia, e in 24,30, durante la cena di Emmaus.
Il Vangelo di Luca, però, ci stimola a non ritenere la moltiplicazione dei pani e dei pesci un miracolo che solo Gesù poteva realizzare.
Il coinvolgimento degli apostoli è infatti senz’altro significativo, in relazione al fatto che il regno di Dio dev’essere servito con la predicazione, con i segni, ma anche con l’umile servizio del distribuire quel pane necessario a vivere e a rinvigorire le membra; il pane che può dare all’uomo l’opportunità di alzare i propri occhi al cielo e benedire il Padre; il pane che dev’essere gustato con gioia nella fraternità e semplicità; il pane, che crea compagnia e comunione in questo pellegrinaggio terrestre.
Perciò in questa maniera il pane delle nostre tavole può acquistare un significato più pregnante che quello di semplice alimento e, di conseguenza, il pane eucaristico può essere considerato sempre più per quello che è: pane-corpo di Cristo, offerto per ringraziamento e benedizione.
  Meditazione      La festa del Corpus Domini, che la Chiesa colloca immediatamente dopo il tempo pasquale, ci fa riandare a quel mistero eucaristico la cui memoria è già stata celebrata con particolare solennità il giorno del Giovedì santo.
La celebrazione odierna assume dunque i caratteri di una ulteriore ‘meditazione’, quasi una sosta contemplativa intorno al mistero centrale della fede cristiana, un mistero che è al cuore stesso della vita della Chiesa.
È in questa direzione che sembra orientarci l’orazione iniziale: «Signore Gesù Cristo, che nel mirabile sacramento dell’Eucaristia ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua, fa’ che adoriamo con viva fede il santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue…».
Se il corpo e il sangue del Signore si offrono a noi anzitutto come cibo e bevanda di vita, essi sono anche un mistero da ‘adorare’; cioè da circondare di tutta la venerazione e la riconoscenza, lo stupore e l’amore che esso richiede.
Nella consapevolezza che tale dono eccede sempre la nostra capacità di recezione e le nostre possibilità di comprensione.
     È significativo che al centro di questa festa troviamo una realtà così umana, così concreta, così ‘materiale’ oseremmo dire, come quella del «corpo e sangue».
Corpo e sangue che dicono tutto il mistero dell’incarnazione, tutta l’umanità nostra, debole e fragile, assunta pienamente dal Signore Gesù.
Corpo e sangue assunti e donati fino all’ultimo «per noi uomini e per la nostra salvezza», come recita il Credo.
L’apostolo Paolo, raccontando l’istituzione dell’eucaristia nella notte della cena pasquale (seconda lettura), ce lo ricorda in modo esplicito: «Il Signore Gesù…
prese del pane…
e disse: “Questo è il mio corpo,  che è per voi..”.
Allo stesso modo…
prese anche il calice…» (1Cor 11,23-25).
     La prima lettura pone l’accento sull’offerta del pane e del vino da parte di Melchìsedek, singolare figura di sacerdote che fa la sua improvvisa comparsa all’interno delle vicende del patriarca Abramo.
Partendo dalla lettura che ne fa la Lettera agli Ebrei (soprattutto nel cap.
7), la Chiesa ha sempre considerato questo episodio una prefigurazione dell’eucaristia.
«Pane e vino» sono doni che rimandano, in ultima istanza, a uno dei bisogni primari e vitali dell’uomo: il soddisfacimento della sua fame.
Sappiamo che l’uomo è essenzialmente un essere che ha fame, e non solo di cibo.
La sua fame va ben al di là del pezzo di pane che può momentaneamente e parzialmente colmarla.
Essa abita nel profondo del suo cuore come desiderio, conscio o inconscio, di qualcosa che può venire da Dio solo.
Come afferma Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Quaresima 2010.
«Come e più del pane, egli ha infatti bisogno di Dio».
È Dio che nutre l’uomo, anzi è Dio stesso che si fa suo nutrimento in quel pane e in quel vino che riceviamo ogni giorno dalle sue mani come «cibo di vita eterna» e «bevanda di salvezza» (rito di offertorio della liturgia eucaristica).
     Il racconto della moltiplicazione dei pani nella versione dell’evangelista Luca (vangelo) ci parla del mirabile e inatteso nutrimento di una folla affamata che, desiderosa di ascoltare Gesù e farsi curare dalle proprie malattie (v.
11 ), lo segue fin nel bel mezzo di un deserto.
Al di là del prodigio in sé, ciò che attira la nostra attenzione – soprattutto se leggiamo l’episodio nel contesto della festa liturgica odierna – è il modo con cui si conclude la narrazione: «Tutti mangiarono a sazietà…» (v.
17).
È questa sensazione di sazietà che rimane nelle nostre orecchie (e un po’ anche nel nostro corpo) dopo aver ascoltato questa parola.
Una fame saziata: ecco cosa ci vuol comunicare il racconto.
Già dai tempi della Prima Alleanza il Signore aveva promesso di saziare la fame del suo popolo – unica condizione richiesta: spalancare la propria bocca! -: «Sono io il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto salire dal paese d’Egitto: apri la tua bocca, la voglio riempire» (Sal 80/81,11).
L’antifona d’ingresso della presente celebrazione riprende le parole conclusive dello stesso salmo: «Il Signore ha nutrito il suo popolo con fior di frumento, lo ha saziato con miele della roccia» (Sal 80/81,17).
Dio non ha altra volontà che saziare la nostra fame.
Possiamo dire che è il suo grande desiderio.
A patto però di intendere bene cosa sono quel «fior di frumento» e quel «miele della roccia»…
     In un altro deserto (o forse lo stesso?) Gesù si era rifiutato di trarre pane dalla pietra, come subdolamente gli suggeriva il tentatore (cfr.
Lc 4,3).
Perché ora dunque compie (moltiplicando un pugno di pani e pesci là dove – essendo deserto – non poteva trovare che pietre) ciò che un tempo aveva categoricamente negato di fare? Al diavolo aveva risposto: «Non di solo pane vivrà l’uomo» (Lc 4,4), ora però non ricusa di donare – e in modo sovrabbondante – anche quell’umile pane a una moltitudine di gente stanca e affamata.
Egli sa che l’uomo ha bisogno anche di pane per vivere, purché quel pane sia ricevuto come segno di un’accoglienza amorosa («Le folle lo seguirono.
Egli le accolse…»: v.
11) e diventi capace di dire tutta la logica di una vita data in dono («Voi stessi date loro da mangiare»: v.
13), come è stata la vita stessa di Gesù.
Per questo il racconto della moltiplicazione dei pani (così come il racconto dell’ultima cena e quello della cena di Emmaus, dove si narra di un pane ‘spezzato’) è una grande e profonda rivelazione della persona di Gesù.
Erode, poco prima, si era chiesto: «Chi è dunque costui?» (Lc 9,9) e Gesù, quasi riprendendo la domanda, risponde donando del pane, simbolo e prefigurazione di quel pane che si farà lui stesso cuocendo nel forno della croce, per diventare nostro cibo in ogni eucaristia.
     «Dacci oggi il nostro pane quotidiano», domandiamo nella preghiera del Padre nostro.
Ciò di cui abbiamo bisogno ogni giorno per vivere lo chiediamo a Dio, consapevoli che solo ricevendolo dalle sue mani come dono gratuito esso può soddisfare la nostra più autentica fame di vita.
Solo là dove desiderio di Dio e bisogno dell’uomo (bisogno vero, nell’ordine di ciò che più vale nella vita) si incontrano, può nascere un orizzonte nuovo dove trovano casa l’accoglienza grata dei doni ricevuti e la premurosa condivisione che quei doni portano inscritto nella loro stessa natura.
            Preghiere e Racconti Il miracolo della moltiplicazione dei pani Il miracolo della moltiplicazione dei pani accade laddove nel popolo di Dio si da ascolto alla Scrittura della quale Gesù ha fornito l’esegesi messianica e, quindi, laddove si rispetta la Scrittura e si obbedisce alla sua parola che trova espressione attuale nell’assemblea della comunità.
Ciò significa: laddove si vive tutta la vita quotidiana all’insegna della volontà di Dio […].
Il miracolo della moltiplicazione dei pani accade laddove si celebra il banchetto messianico, al quale Gesù ha voluto invitare proprio tutti, i giusti e i peccatori, i sani e i malati, gli invitati della prima ora e quelli che se ne stanno a guardare, cioè laddove sia resa possibile, in continuazione, l’integrazione e l’unanimità di coloro che vogliono mettersi al servizio della costruzione del popolo di Dio.
Ciò significa: laddove al convivium, cioè al banchetto dell’eucaristia, corrisponde di nuovo il convivere, cioè la convivenza dei credenti che precede e segue l’eucaristia e trova la sua sintesi festosa nella celebrazione di settimana in settimana, da una festa all’altra.
Il miracolo della moltiplicazione dei pani si compie laddove è vitale la fede che l’uomo non vive di solo pane ma, in primo luogo, della parola di Dio, della sua promessa e della volontà di Colui che si è creato un popolo da portare in una terra dove scorrono latte e miele.
Ciò significa che il miracolo accade anche laddove i credenti osano dar prova della propria fede e metterla alla prova.
(R.
PESCH, Il miracolo della moltiplicazione dei pani.
C’è una soluzione per la fame nel mondo?, Brescia, 1997, 182ss.).
Il Dio nell’ostensorio Cantavano le donne lungo il muro inchiodato quando ti vidi, Dio forte, vivo nel Sacramento, palpitante e nudo come un bambino che corre inseguito da sette torelli capitali.
Vivo eri, Dio mio, nell’ostensorio.
Trafitto dal tuo Padre con ago di fuoco.
O Forma consacrata, vertice dei fiori, dove tutti gli angoli prendono luci fisse, dove numero e bocca costruiscono un presente corpo di luce umana con muscoli di farina! O Forma limitata per esprimere concreta moltitudine di luci e clamore ascoltato! O neve circondata da timpani di musica ! O fiamma crepitante sopra tutte le vene! (F.
García Lorca)   La prima comunione Benedetto XVI presiede nel pomeriggio di sabato 15 ottobre 2005, in piazza San Pietro, lo speciale incontro di catechesi con i bambini di prima comunione, al quale partecipano oltre 150.000 persone tra fanciulli, genitori, catechisti e sacerdoti.
Dopo la proclamazione della Liturgia della Parola, il Santo Padre risponde alle domande rivoltegli da sette bambini.
Questi sono alcuni brani del testo del “dialogo” tra il Papa e i piccoli.

Licei: disponibile la stesura definitiva delle Indicazioni Nazionali

L’impianto generale è stato mantenuto inalterato e resta impostato sulla massima chiarezza ed essenzialità; la premessa è stata ampliata, seguendo il suggerimento del CNPI, in una nota introduttiva che spiega i criteri generali seguiti; la nuova redazione ha tenuto conto dei suggerimenti ritenuti dalla Commissione più significativi.
I testi rivisti sono da oggi disponibili su questo sito e a disposizione di genitori, studenti, dirigenti scolastici e insegnanti (anche per aiutare la delicata fase di adozione dei libri di testo, i cui termini, come è noto, limitatamente nelle classi prime, sono stati prorogati al 31 maggio 2010).
Le Indicazioni sono presentate o nel documento completo, oppure in documenti divisi per ciascun percorso liceale che comprendono la nota introduttiva, il profilo generale, il profilo specifico del percorso, il quadro orario e le Indicazioni di ciascuna disciplina.
Nei prossimi giorni sarà presentato un piano di azioni a supporto delle Istituzioni scolastiche impegnate nell’attuazione delle Indicazioni nazionali.
Sul sito saranno presto disponibili anche delle note, da parte del Gruppo tecnico, che daranno conto più in dettaglio delle scelte effettuate.
Il lavoro della Commissione e della Cabina di regia, nel frattempo, prosegue e intende affrontare, oltre alla futura revisione delle Indicazioni nazionali per il primo ciclo, il decreto sugli indicatori per la valutazione e l’autovalutazione dei percorsi liceali, anche con riferimento al quadro europeo per la garanzia della qualità dei sistemi di istruzione e formazione.
Scarica il documento completo delle Indicazioni nazionali I percorsi liceali Liceo Artistico indirizzo Arti Figurative indirizzo Architettura e Ambiente indirizzo Design indirizzo Audiovisivo e Multimediale indirizzo Grafica indirizzo Scenografia Liceo Classico  Liceo classico Liceo Linguistico  Liceo linguistico Liceo Musicale e Coreutico sezione Musicale sezione Coreutica Liceo delle Scienze Umane  Liceo delle scienze umane Liceo delle scienze umane – opzione Economico Sociale Liceo Scientifico  Liceo scientifico Liceo scientifico – opzione Scienze Applicate

«Risvegliamo la passione educativa»

Risvegliare nelle comunità cristiane la «passione educativa».
Lo ha chiesto oggi Benedetto XVI ai vescovi italiani incontrandoli nella aula sinodale in Vaticano dove sono riuniti per l’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana.
Il Papa ha sottolineato, andando a braccio, che sono due le sfide culturali di fronte alle quali si pongono oggi gli educatori.
La prima è «la falsa idea di autonomia di se stessi» che si registra soprattutto nelle nuove generazioni quando invece è «essenziale» per la persona umana diventare se stessi in relazione al «tu e al noi».
L’uomo, infatti, ha proseguito Benedetto XVI, «è creato per il dialogo» e «solo l’incontro con il Tu e il noi apre l’io a se stesso».
L’altra sfida è «lo scetticismo e il relativismo».
Educare, ha detto oggi il Papa, non è «imporre» ma «aprire» la persona «al Tu di Dio».
«Pur consapevoli del peso di queste difficoltà – ha concluso il Santo Padre -, non possiamo cedere alla sfiducia e alla rassegnazione.
Educare non è mai stato facile, ma non dobbiamo arrenderci».
«Risvegliamo piuttosto nelle nostre comunità quella passione educativa», che non si risolve in una didattica».
«Educare è formare le nuove generazioni, perché sappiano entrare in rapporto con il mondo, forti di una memoria significativa».
«Non perdere mai la fiducia nei giovani».
E’ l’altra indicazione data oggi ai vescovi italiani da papa Benedetto XVI, parlando loro del tema dell’eduzione.
«La sete che i giovani portano nel cuore – ha detto il Papa – è una domanda di significato e di rapporti umani autentici, che aiutino a non sentirsi soli davanti alle sfide della vita».
I giovani hanno bisogno di «una compagnia sicura e affidabile, che si accosta a ciascuno con delicatezza e rispetto, proponendo valori saldi a partire dai quali crescere verso traguardi alti, ma raggiungibili».
Ecco perché la proposta cristiana passa «attraverso relazioni di vicinanza, lealtà e fiducia».
Il papa ha quindi incoraggiato i presuli ad andare «incontro» ai giovani, «a frequentarne gli ambienti di vita, compreso quello costituito dalle nuove tecnologie di comunicazione, che ormai permeano la cultura in ogni sua espressione.
Non si tratta di adeguare il Vangelo al mondo – ha detto il Papa -, ma di attingere dal Vangelo quella perenne novità, che consente in ogni tempo di trovare le forme adatte per annunciare la Parola che non passa, fecondando e servendo l’umana esistenza».
«La volontà di promuovere una rinnovata stagione di evangelizzazione non nasconde le ferite da cui la comunità ecclesiale è segnata, per la debolezza e il peccato di alcuni suoi membri», ha detto il papa.
«Questa umile e dolorosa ammissione – ha proseguito – non deve, però, far dimenticare il servizio gratuito e appassionato di tanti credenti, a partire dai sacerdoti».
Secondo il Pontefice, «l’anno speciale a loro dedicato ha voluto costituire un’opportunità per promuoverne il rinnovamento interiore, quale condizione per un più incisivo impegno evangelico e ministeriale».
Nel contempo, ha proseguito, «ci aiuta anche a riconoscere la testimonianza di santità di quanti – sull’esempio del Curato d’Ars – si spendono senza riserve per educare alla speranza, alla fede e alla carità».
In questa luce, ha aggiunto il Papa, «ciò che è motivo di scandalo, deve tradursi per noi in richiamo a un profondo bisogno di ri-imparare la penitenza, di accettare la purificazione, di imparare da una parte il perdono, dall’altra la necessità della giustizia».
Avvenire 28 05 2010  Discorso all’Assemblea generale della Cei Venerati e cari Fratelli, nel Vangelo proclamato domenica scorsa, Solennità di Pentecoste, Gesù ci ha promesso: “Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14, 26).
Lo Spirito Santo guida la Chiesa nel mondo e nella storia.
Grazie a questo dono del Risorto, il Signore resta presente nello scorrere degli eventi; è nello Spirito che possiamo riconoscere in Cristo il senso delle vicende umane.
Lo Spirito Santo ci fa Chiesa, comunione e comunità incessantemente convocata, rinnovata e rilanciata verso il compimento del Regno.
È nella comunione ecclesiale la radice e la ragione fondamentale del vostro convenire e del mio essere ancora una volta, con gioia, in mezzo a voi in occasione di questo appuntamento annuale; è la prospettiva con la quale vi esorto ad affrontare i temi del vostro lavoro, nel quale siete chiamati a riflettere sulla vita e sul rinnovamento dell’azione pastorale della Chiesa in Italia.
Sono grato al Cardinale Angelo Bagnasco per le cortesi e intense parole che mi ha rivolto, facendosi interprete dei vostri sentimenti: il Papa sa di poter contare sempre sui Vescovi italiani.
In voi saluto le comunità diocesane affidate alle vostre cure, mentre estendo il mio pensiero e la mia vicinanza spirituale all’intero popolo italiano.
Corroborati dallo Spirito, in continuità con il cammino indicato dal Concilio Vaticano II, e in particolare con gli orientamenti pastorali del decennio appena concluso, avete scelto di assumere l’educazione quale tema portante per i prossimi dieci anni.
Tale orizzonte temporale è proporzionato alla radicalità e all’ampiezza della domanda educativa, che esige di farsi carico delle nuove generazioni con un’opera di testimonianza unitaria, integrale e sinergica, che aiuti a pensare, a proporre e a vivere la verità, la bellezza e la bontà dell’esperienza cristiana.
Non viene certo dallo Spirito Santo la tentazione che, a volte, induce genitori, insegnanti, catechisti e sacerdoti ad affievolire l’impegno educativo.
Sono i momenti in cui sembrano prevalere la stanchezza, il senso di inadeguatezza e di inefficacia, l’affanno di fronte a ritmi di vita sempre più incalzanti.
Un simile contesto culturale mette spesso in dubbio anche la dignità della persona, la bontà della vita, il significato stesso della verità e del bene.
In effetti, quando al di là dell’individuo nulla è riconosciuto come definitivo, il criterio ultimo di giudizio diventa l’io e la soddisfazione dei suoi bisogni immediati.
Si fa, allora, ardua e improbabile la proposta alle nuove generazioni del “pane” della verità, per il quale valga la pena spendere la vita, accettando, quando necessario, il rigore della disciplina e la fatica dell’impegno.
Pur consapevoli del peso di queste difficoltà, non possiamo cedere alla sfiducia e alla rassegnazione.
Educare non è mai stato facile, ma non dobbiamo arrenderci: verremmo meno al mandato che il Signore stesso ci ha affidato, chiamandoci a pascere con amore il suo gregge.
Risvegliamo piuttosto nelle nostre comunità quella passione educativa, che non si risolve in una didattica, in un insieme di tecniche e nemmeno nella trasmissione di principi aridi.
Educare è formare le nuove generazioni, perché sappiano entrare in rapporto con il mondo, forti di una memoria significativa, di un patrimonio interiore condiviso, della vera sapienza che, mentre riconosce il fine trascendente della vita, orienta il pensiero, gli affetti e il giudizio.
La sete che i giovani portano nel cuore è una domanda di significato e di rapporti umani autentici, che aiutino a non sentirsi soli davanti alle sfide della vita.
È desiderio di un futuro, reso meno incerto da una compagnia sicura e affidabile, che si accosta a ciascuno con delicatezza e rispetto, proponendo valori saldi a partire dai quali crescere verso traguardi alti, ma raggiungibili.
La nostra risposta è l’annuncio del Dio amico dell’uomo, che in Gesù si è fatto prossimo a ciascuno.
La trasmissione della fede è parte irrinunciabile della formazione integrale della persona, perché in Gesù Cristo si realizza il progetto di una vita riuscita: come insegna il Concilio Vaticano II, “chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo” (Gaudium et spes, 41).
L’incontro personale con Gesù è la chiave per intuire la rilevanza di Dio nell’esistenza quotidiana, il segreto per spenderla nella carità fraterna, la condizione per rialzarsi sempre dalle cadute e muoversi a costante conversione.
Il compito educativo, che avete assunto come prioritario, valorizza segni e tradizioni, di cui l’Italia è ricca.
Necessita di luoghi credibili: anzitutto la famiglia, con il suo ruolo peculiare e irrinunciabile; la scuola, orizzonte comune al di là delle appartenenze confessionali e delle opzioni ideologiche; la parrocchia, “fontana del villaggio”, luogo ed esperienza che inizia alla fede nel tessuto delle relazioni quotidiane.
In ognuno di questi ambiti resta decisiva la qualità della testimonianza, via privilegiata della missione ecclesiale.
L’accoglienza della proposta cristiana passa, infatti, attraverso relazioni di vicinanza, lealtà e fiducia.
In un tempo nel quale la grande tradizione del passato rischia di rimanere lettera morta, siamo chiamati ad affiancarci a ciascuno con disponibilità sempre nuova, accompagnandolo nel cammino di scoperta e assimilazione personale della verità.
La volontà di promuovere una rinnovata stagione di evangelizzazione non nasconde le ferite da cui la comunità ecclesiale è segnata, per la debolezza e il peccato di alcuni suoi membri.
Questa umile e dolorosa ammissione non deve, però, far dimenticare il servizio gratuito e appassionato di tanti credenti, a partire dai sacerdoti.
L’anno speciale a loro dedicato ha voluto costituire un’opportunità per promuoverne il rinnovamento interiore, quale condizione per un più incisivo impegno evangelico e ministeriale.
Nel contempo, ci aiuta anche a riconoscere la testimonianza di santità di quanti – sull’esempio del Curato d’Ars – si spendono senza riserve per educare alla speranza, alla fede e alla carità.
In questa luce, ciò che è motivo di scandalo, deve tradursi per noi in richiamo a un “profondo bisogno di ri-imparare la penitenza, di accettare la purificazione, di imparare da una parte il perdono, dall’altra la necessità della giustizia” (Lettera per l’indizione dell’Anno Sacerdotale, 16 giugno 2009).
Cari Fratelli, vi incoraggio a percorrere senza esitazioni la strada dell’impegno educativo.
Lo Spirito Santo vi aiuti a non perdere mai la fiducia nei giovani, vi spinga ad andare loro incontro, vi porti a frequentarne gli ambienti di vita, compreso quello costituito dalle nuove tecnologie di comunicazione, che ormai permeano la cultura in ogni sua espressione.
Non si tratta di adeguare il Vangelo al mondo, ma di attingere dal Vangelo quella perenne novità, che consente in ogni tempo di trovare le forme adatte per annunciare la Parola che non passa, fecondando e servendo l’umana esistenza.
Torniamo, dunque, a proporre ai giovani la misura alta e trascendente della vita, intesa come vocazione: chiamati alla vita consacrata, al sacerdozio, al matrimonio, sappiano rispondere con generosità all’appello del Signore, perché solo così potranno cogliere ciò che è essenziale per ciascuno.
La frontiera educativa costituisce il luogo per un’ampia convergenza di intenti: la formazione delle nuove generazioni non può, infatti, che stare a cuore a tutti gli uomini di buona volontà, interpellando la capacità della società intera di assicurare riferimenti affidabili per lo sviluppo armonico delle persone.
Anche in Italia la presente stagione è marcata da un’incertezza sui valori, evidente nella fatica di tanti adulti a tener fede agli impegni assunti: ciò è indice di una crisi culturale e spirituale, altrettanto seria di quella economica.
Sarebbe illusorio pensare di contrastare l’una, ignorando l’altra.
Per questa ragione, mentre rinnovo l’appello ai responsabili della cosa pubblica e agli imprenditori a fare quanto è nelle loro possibilità per attutire gli effetti della crisi occupazionale, esorto tutti a riflettere sui presupposti di una vita buona e significativa, che fondano quell’autorevolezza che sola educa.
Alla Chiesa, infatti, sta a cuore il bene comune, che ci impegna a condividere risorse economiche e intellettuali, morali e spirituali, imparando ad affrontare insieme, in un contesto di reciprocità, i problemi e le sfide del Paese.
Questa prospettiva, ampiamente sviluppata nel vostro recente documento su Chiesa e Mezzogiorno, troverà ulteriore approfondimento nella prossima Settimana Sociale dei cattolici italiani, prevista in ottobre a Reggio Calabria, dove, insieme alle forze migliori del laicato cattolico, vi impegnerete a declinare un’agenda di speranza per l’Italia, perché “le esigenze della giustizia diventino comprensibili e politicamente realizzabili” (Enc.
Deus caritas est, 28).
Il vostro ministero, cari Confratelli, e la vivacità delle comunità diocesane alla cui guida siete posti, sono la migliore assicurazione che la Chiesa continuerà responsabilmente ad offrire il suo contributo alla crescita sociale e morale dell’Italia.
Chiamato per grazia ad essere Pastore della Chiesa universale e della splendida Città di Roma, porto costantemente con me le vostre preoccupazioni e le vostre attese, che nei giorni scorsi ho deposto – con quelle dell’intera umanità – ai piedi della Madonna di Fatima.
A Lei va la nostra preghiera: “Vergine Madre di Dio e nostra Madre carissima, la tua presenza faccia rifiorire il deserto delle nostre solitudini e brillare il sole sulle nostre oscurità, faccia tornare la calma dopo la tempesta, affinché ogni uomo veda la salvezza del Signore, che ha il nome e il volto di Gesù, riflesso nei nostri cuori, per sempre uniti al tuo! Così sia!” (Fatima, 12 maggio 2010).
Di cuore vi ringrazio e vi benedico.

Il peccato contagia anche i membri della comunità cristiana

“Viva riconoscenza” per la manifestazione di affetto e di vicinanza da parte della Chiesa e del popolo italiani è stata espressa da Benedetto XVI al termine del Regina caeli di domenica 16 maggio.
Il Papa si è rivolto ai moltissimi fedeli che si sono radunati in piazza San Pietro in risposta all’invito della Consulta nazionale delle aggregazioni laicali.
 Cari fratelli e sorelle, quest’oggi il mio primo saluto va ai fedeli laici venuti da tutta Italia – la vediamo presente tutta l’Italia – e al Cardinale Angelo Bagnasco che li accompagna come Presidente della Conferenza Episcopale.
Vi ringrazio di cuore, cari fratelli e sorelle, per la vostra calorosa e nutrita presenza! Grazie! Raccogliendo l’invito della Consulta Nazionale delle Aggregazioni Laicali, avete aderito con entusiasmo a questa bella e spontanea manifestazione di fede e di solidarietà, a cui partecipa pure un consistente gruppo di parlamentari e amministratori locali.
A tutti vorrei esprimere la mia viva riconoscenza.
Saluto anche le migliaia di immigrati, collegati con noi da Piazza San Giovanni, con il Cardinale Vicario Agostino Vallini, in occasione della “Festa dei Popoli”.
Cari amici, voi oggi mostrate il grande affetto e la profonda vicinanza della Chiesa e del popolo italiano al Papa e ai vostri sacerdoti, che quotidianamente si prendono cura di voi, perché, nell’impegno di rinnovamento spirituale e morale possiamo sempre meglio servire la Chiesa, il Popolo di Dio e quanti si rivolgono a noi con fiducia.
Il vero nemico da temere e da combattere è il peccato, il male spirituale, che a volte, purtroppo, contagia anche i membri della Chiesa.
Viviamo nel mondo – dice il Signore – ma non siamo del mondo (cfr.
Gv 17, 10.14), anche se dobbiamo guardarci dalle sue seduzioni.
Dobbiamo invece temere il peccato e per questo essere fortemente radicati in Dio, solidali nel bene, nell’amore, nel servizio.
È quello che la Chiesa, i suoi ministri, unitamente ai fedeli, hanno fatto e continuano a fare con fervido impegno per il bene spirituale e materiale delle persone in ogni parte del mondo.
È quello che specialmente voi cercate di fare abitualmente nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti:  servire Dio e l’uomo nel nome di Cristo.
Proseguiamo insieme con fiducia questo cammino, e le prove, che il Signore permette, ci spingano a maggiore radicalità e coerenza.
È bello vedere oggi questa moltitudine in Piazza San Pietro come è stato emozionante per me vedere a Fátima l’immensa moltitudine, che, alla scuola di Maria, ha pregato per la conversione dei cuori.
Rinnovo oggi questo appello, confortato dalla vostra presenza così numerosa! Grazie! Ancora una volta, grazie a voi tutti!

Ragionando con Martini di peccato e Resurrezione

Il dialogo “Lei ha scritto un libro di recente”.
“Sì, un viaggio nella modernità.
Temo che, se avrà voglia di leggerlo, non sarà d’accordo su molte cose”.
“Non ne sia così sicuro: tra un credente come me e un non credente come lei i punti d’incontro sono molti, l’abbiamo già verificato”.
“È vero  –  ho risposto  –  lei però me ne ha proposto uno, la Resurrezione, che ha più l’aria d’una sfida che di un terreno d’incontro.
Chi come me non crede nell’oltremondo, tantomeno crede nella Resurrezione di Gesù e nella nostra.
Lei però vede nel Resurrecturis il fulcro della sua vita spirituale.
Può spiegarmene la ragione? In fondo si tratta di un miracolo.
Pensavo che lei fosse piuttosto scettico sui miracoli”.
“La Resurrezione del Cristo non è un miracolo.
Il Dio che attraverso il Figlio ha assunto natura umana, dopo la morte sulla croce riassume la sua natura divina e immortale”.
“Capisco.
Ma la Resurrezione dei morti? Quello è un miracolo”.
“È un mistero, un mistero della fede.
Lei mi ha chiesto perché rappresenta, per me e per tutta la comunità dei fedeli, il fulcro della nostra vita.
Cercherò di spiegarlo.
La Resurrezione dei morti è un fatto storicamente positivo.
Lo Spirito risorge in tutti noi.
Risorge ogni giorno, risorge quando preghiamo, quando ci comunichiamo mangiando il pane e bevendo il vino del Signore, quando risorgono in noi la carità e la speranza del futuro, quello terreno e quello extraterreno.
La storia del mondo non sarebbe quella che è se la speranza non alimentasse i nostri sforzi e la carità non illuminasse la nostra vita quotidiana.
La Resurrezione dello Spirito è la fiamma che spinge le ruote del mondo.
Lei può immaginare un mondo senza carità e senza speranza?”.
“Non lo immagino infatti.
Ma speranza e carità illuminano anche la vita dei non credenti o almeno di molti di essi.
Noi non abbiamo bisogno della fede, l’amore del prossimo, secondo me, deriva da un istinto che opera in ciascuno di noi.
È l’istinto della vita, l’istinto della socievolezza, l’istinto della sopravvivenza della specie”.
“Lei pensa che quell’istinto sia sempre presente in ogni individuo?”.
“Penso che sia sempre latente, ma sempre in contrasto con l’amore di sé.
La vita non è che un eterno contrasto tra questi due elementi.
La natura umana poggia sulla dinamica di questi due elementi”.
“Ogni volta che l’amore del prossimo vince sull’egoismo dell’amore di sé, quello è il momento in cui lo Spirito risorge.
Il fatto che lei lo chiami istinto non cambia la tessitura della vita: per me è la Resurrezione”.
“Ma non la Resurrezione dei morti”.
“Quello è un mistero della fede, un di più che ci aiuta.
Io non lo chiamo miracolo, lo chiamo necessità.
La necessità di vivere con carità e speranza”.
“Cardinal Martini lei ha conosciuto il teologo Hans Küng? Conosce la sua teologia?”.
“Eravamo tutti e due nel Concilio Vaticano II.
Abbiamo la stessa età, eravamo molto giovani allora, della stessa età di papa Wojtyla.
Poi l’ho incontrato varie volte, abbiamo discusso spesso, abbiamo un buon rapporto”.
“Küng fa un’affermazione molto netta nel suo ultimo libro.
Dice che la fede illumina la vita ma che per raggiungere la fede occorre una condizione preliminare: bisogna innanzitutto amare la vita.
Amarla d’un amore profondo.
L’amore per la vita è una condizione non sufficiente ma necessaria per la maturazione della coscienza.
Lei è d’accordo con questa posizione?”.
“Sì, sono d’accordo con Küng.
Penso anch’io che bisogna amare profondamente la vita per essere poi illuminati dalla grazia e dalla fede”.
“Tutto sta nel capire che cosa s’intenda quando si dice “amare profondamente la vita””.
“Lei che cosa ne pensa? Che cosa vuol dire?”.
“Penso a un amore responsabile.
Penso a una vita che non umilii la vita degli altri, non le rechi danno ma anzi l’arricchisca di sentimenti e maturi l’umanità che è in ciascuno di noi”.
“Questo è anche il mio pensiero di cristiano.
L’amore per la vita concepito in questo modo è appunto la condizione necessaria anche se insufficiente che può condurre alla fede.
Oppure fermarsi a quella tappa iniziale”.
“Una tappa imperfetta? Non perfettamente matura”? Capii che gli costava molto rispondere a questa mia domanda.
Poi disse con un soffio di voce: “Una stilla di divino c’è in ogni uomo.
Siamo le foglie dissimili di un unico albero.
Non spetta a me distinguere le foglie meglio riuscite.
Cristo ha detto: non giudicate”.
Pioveva a scroscio fuori dalla finestra.
Portarono le pillole per il cardinale e una tazza di tè per me.
Le tendine sui vetri erano orlate con un ricamo che mi ricordò la mia casa di bambino e l’immagine di mia madre.
Le preghiere che mi faceva recitare la sera prima del sonno.
Pensai che i credenti, quelli veri, erano rimasti un po’ bambini, ma poi scacciai subito quel pensiero.
Ti senti superiore? Mi dissi.
Sei polvere e polvere tornerai, perciò lui ha ragione: non giudicare.
Gli dissi: “Alla Resurrezione non credo, ma credo nel Golgota”.
“Stavo appunto per domandarglielo.
Mi dica”.
“Credo nel Golgota perché lì fu celebrato il sacrificio di un giusto, di un debole, di un povero.
Quel sacrificio si ripete ogni giorno ed è il vero ed unico peccato del mondo: il sacrificio, la sopraffazione, l’umiliazione del povero, del debole, del giusto.
Il Golgota raffigura il peccato del mondo”.
Il cardinale mi guardò come si guarda un catecumeno, uno sguardo che mi parve una carezza.
Notai che aveva un tic frequente all’occhio sinistro, spesso lo chiudeva ma quando lo riapriva era ancor più espressivo dell’altro.
Credo fosse l’effetto della sua sindrome parkinsoniana, la stessa malattia di papa Wojtyla.
Poi mi disse: “Sì, il Golgota rappresenta il peccato del mondo.
A volte la Chiesa si occupa di troppi peccati e non tutti nella Chiesa sanno e sentono che quello è il solo, vero peccato: la sopraffazione, l’umiliazione, il disconoscimento del proprio simile tanto più se è debole se è povero se è escluso.
E se è un giusto.
Uno che non farebbe mai cose che umiliano la dignità della persona.
Il Golgota dovrebbe essere l’inizio di un percorso penitenziale che dura tutta la vita”.
Questa frase mi colpì; non avevo pensato ad un percorso penitenziale.
Chi era coinvolto in quel percorso di penitenza? Glielo chiesi.
Rispose: “Tutto il mondo”.
“Ma il vostro Cristo non era venuto per annunciare la salvezza? Un patto rinnovato tra il Signore e gli uomini?”.
“Appunto.
Portò la consapevolezza del peccato che era stato commesso e la necessità di espiarlo attraverso la penitenza”.
“In un altro nostro incontro lei mi parlò della necessità per la Chiesa di rivisitare il sacramento della confessione.
C’è un nesso fra quel suo desiderio e quanto mi ha appena detto?”.
“La confessione dev’essere per i cristiani l’inizio di un percorso penitenziale che dura tutta la vita.
Se il peccato è quello che abbiamo definito come il vero peccato del mondo, l’espiazione non richiede soltanto il risarcimento materiale del danno; l’espiazione comporta molto di più: comporta la rieducazione del peccatore, la scoperta da parte sua di una vita diversa.
È la scoperta della gioia e del gaudio che quella vita nuova e diversa si effonde nella sua anima”.
“Cardinale, ha presente il romanzo Resurrezione di Tolstoj?”.
“Ha ragione di richiamarlo.
Quel romanzo racconta esattamente questo percorso.
Il protagonista era un ricco e giovine signore che approfitta e stupra una minorenne.
Passano gli anni e alla fine il protagonista ha perso tutto il suo patrimonio ed è condannato e deportato in Siberia, ma nella sua coscienza si è fatta strada la sofferenza per quanto ha commesso e la necessità di espiarlo.
Quando l’espiazione tocca il culmine la sua anima si apre alla consolazione e alla gioia”.
“Lei ha richiamato Tolstoj; anche Manzoni racconta un processo analogo e la gioia che viene dall’espiazione”.
“L’Innominato, il suo pentimento, l’affanno di espiare e la pace dell’anima che provoca l’espiazione”.
“La pedofilia è uno di quei peccati?”.
Non avevo ancora introdotto quel tema, mi pareva che fosse imbarazzante per un porporato affrontarlo in un colloquio con chi fa professione di giornalismo.
Ma in un certo senso era lui che mi ci aveva portato.
Infatti rispose senza esitazione.
“La pedofilia è il più grave dei peccati, non umilia soltanto la persona e il debole, ma viola addirittura l’innocente.
Aggiungo: nei casi che si sono verificati nella Chiesa i colpevoli sono addirittura sacerdoti e vescovi che hanno come primo compito quello di educare i giovani e i giovanissimi e quindi debbono frequentarli per adempiere il loro magistero.
Ci può essere peccato più grave di questo?”.
“La Chiesa però condanna il peccato ma perdona il peccatore.
Non c’è contraddizione? Il Papa ha assunto un atteggiamento assai rigoroso in questi ultimi mesi e ha anche imposto un criterio di trasparenza invitando i vescovi e i parroci a informare l’autorità giudiziaria distinguendo il reato dal peccato.
Vorrei capire se tutto ciò rappresenta un’innovazione del diritto canonico”.
“Non mi occupo di diritto canonico perché in questo caso ha ben poco rilievo.
Quanto alla denuncia del reato all’autorità giudiziaria, direi che si tratta di un atto assolutamente dovuto, la pedofilia è un grave reato in tutti i codici del mondo e va perseguito.
Ma, trattandosi di solito di persone avanti negli anni, è lecito prevedere che la pena inflitta dall’autorità giudiziaria avrebbe un’esecuzione relativamente breve.
Comunque non è quello il punto.
Ritorno al tema della penitenza e dell’espiazione.
Si perdona il peccatore che compia un percorso penitenziale che durerà quanto dura la sua vita terrena.
L’espiazione dev’essere così intensa da colmare quell’anima e da farle assumere il compito di risarcire chi ha subito il sopruso.
Dico risarcire ma non mi riferisco a risarcimenti materiali che pure sono dovuti.
Mi riferisco a un rapporto di anime.
L’anima del peccatore non avrà altro fine che redimersi, risarcire i sentimenti violati, risorgere.
Solo in quel modo ritroverà la pace e la gioia”.
Aveva parlato tutto d’un fiato gesticolando e agitandosi sulla sua poltrona; anche la voce era salita di tono, tanto che poi si abbandonò affannato e socchiuse per un momento gli occhi.
Il suo assistente, un giovane prete con un volto intelligente e modi pieni di premura, fece capolino per la seconda volta: quella pausa nella nostra conversazione lo aveva forse allarmato.
“Forse è stanco”, dissi, ma a quel punto il cardinale fece un gesto per dire che non era affatto stanco e voleva continuare.
Gli chiesi se c’erano stati nella storia della Chiesa dei santi che prima erano stati peccatori.
“Molti” rispose.
“Il fatto più significativo della loro vita è stata appunto la loro conversione dal peccato alla grazia della fede insieme all’inizio di quel percorso penitenziale che li ha accompagnati fino alla morte”.
Gli chiesi qualche nome.
“Gliene dico uno per tutti, il fondatore della nostra Compagnia, Sant’Ignazio.
Lo ha raccontato lui stesso, peccò a lungo e fortemente, per dirla con Lutero; la sua conversione fu totale, la sua espiazione lunghissima, accompagnata da un amore per la vita e per le opere tra le quali appunto la fondazione d’una Compagnia che dopo quattrocent’anni è ancora uno dei pilastri della nostra Chiesa”.
Era passata più di un’ora e capii che il nostro incontro si avviava alla fine ma avevo ancora molte cose da chiedere.
In particolare c’era un tema che mi stava a cuore: il rapporto tra la missione pastorale della Chiesa e la sua organizzazione istituzionale e gerarchica.
Insomma la Chiesa come missione e la Chiesa come centro di potere.
“Ricorda, cardinal Martini? Lei mi raccontò, in un nostro precedente incontro, che all’inizio del Conclave che elesse cinque anni fa l’attuale Pontefice lei ricordò ai suoi confratelli riuniti nella Sistina che il Conclave doveva eleggere il Vescovo di Roma.
Il Papa infatti ha quella funzione in quanto Vescovo di Roma e tale deve sempre rimanere.
Lei non mi spiegò allora il senso di quel suo discorso, vuole dirmelo adesso?”.
“Il senso può risultare oscuro per chi non opera nella Chiesa e per la Chiesa, ma per noi è chiarissimo.
I Vescovi sono i successori degli apostoli e ad essi Gesù dettò una sola missione: andate e predicate alle genti la verità e la carità, diffondete il Verbo, indicate la via.
Questa è la missione dei Vescovi, pastori di anime.
Ma Gesù sapeva anche che quella missione doveva essere racchiusa entro una guaina che ne proteggesse l’essenza e la preservasse nel corso dei secoli e dei millenni.
Quella che lei chiama istituzione è appunto la guaina organizzativa, le Congregazioni, la Curia, la finanza, i tribunali ecclesiastici.
Servono a preservare la missione pastorale che rappresenta l’essenza della Chiesa”.
“Il Papa è il Vescovo di Roma ed è il capo della missione pastorale e dell’istituzione.
E così?”.
“Il Papa è il Vescovo che siede sulla sedia che fu di Pietro.
La missione pastorale è il suo compito prevalente.
Il fatto che sia anche un teologo o un diplomatico o un organizzatore è secondario.
È e dev’essere soprattutto un pastore di anime che esercita quella vocazione insieme a tutti gli altri Vescovi”.
“Tuttavia per gran parte della sua storia la Chiesa è stata soprattutto dominata dal potere dell’istituzione, i Papi sono stati dei capi di Stato e perfino dei guerrieri.
Il potere temporale ha soverchiato la missione pastorale”.
“Non penso che l’abbia soverchiata, ma certo spesso è accaduto che il potere e la sua conservazione abbiano avuto un’importanza eccessiva e la missione pastorale ne abbia subito i contraccolpi”.
“È ancora così anche oggi?”.
“Questi difetti sussistono ancora, il potere temporale, in altre forme, è ancora una tentazione all’interno della Chiesa.
Ma quello che noi chiamiamo il popolo di Dio, i fedeli, il clero con cura di anime, le associazioni e il volontariato cattolico, costituiscono la vera guaina di custodia della nostra essenza”.
“Le faccio un’ultima domanda perché sto abusando del suo tempo.
La Chiesa per compiere la sua missione deve avere contatti con i poteri pubblici che incontra nel suo cammino.
Talvolta incontra regimi di dittatura e tirannide, altre volte regimi democratici.
Sono forme politiche indifferenti per la Chiesa oppure essa è chiamata a fare una scelta tra di loro?”.
“La Chiesa deve fare una scelta anche se deve includere sistemi politici estranei alla sua concezione.
Anzi è proprio nei territori dove la libertà e l’eguaglianza sono negate che la testimonianza della Chiesa diventa preziosa.
Ma per me non c’è dubbio: la Chiesa che rivendica la libertà religiosa, per ciò stesso condivide principi di libertà, di eguaglianza, di inclusione, di rispetto della dignità delle persone.
Questi principi valgono, debbono valere, anche all’interno della Chiesa dove il Papa esercita la sua missione insieme all’Episcopato e al popolo di Dio, nelle varie forme conciliari che la nostra organizzazione prevede”.
L’incontro era finito.
Il giovane sacerdote era rientrato per aiutare il cardinale ad alzarsi.
Io gli dissi: “La prossima volta voglio vederla saltare alla corda”.
Mi guardò sorridendo e disse: “Torni presto”.
Poi mi accarezzò il viso con un tocco leggero.
Feci altrettanto con lui.
Eravamo tutti e due un po’ commossi.
Fuori continuava a piovere.
in “la Repubblica” del 13 maggio 2010 QUANDO fissammo la data del nostro incontro il cardinale Carlo Maria Martini mi disse che il tema sul quale desiderava si svolgesse la conversazione era la Resurrezione.
Ne rimasi un po’ stupito e anche preoccupato; gli feci osservare che su quell’argomento avremmo avuto assai poco da dirci.
Se c’è un punto sul quale il non credente non ha alcuna possibilità di contatto con un cristiano doc come Martini è proprio quello.
Ma il cardinale insistette.
“Vedrà – mi disse – avremo tutti e due molte idee da scambiarci su quell’argomento.
Del resto la Resurrezione è da tempo il fulcro della mia vita e ho molta voglia di discuterne con lei”.
Ci siamo incontrati il 10 maggio scorso a Gallarate, nella casa di riposo della Compagnia di Gesù dove Martini alloggia da qualche anno dopo i mesi passati a Gerusalemme.
In due anni questa è la terza volta che vado a trovarlo.
Nel frattempo ci siamo scritti e sentiti, ormai siamo in confidenza.
Io gli voglio bene e credo che me ne voglia anche lui.
Il tempo, è vero, passa con grande rapidità, ma lui non mi è parso cambiato.
La voce si è affievolita, quella sì, è meno sonora o io son più duro d’orecchio; abbiamo avvicinato di più le poltrone sulle quali eravamo seduti.

Il viaggio apostolico in Portogallo

Se il Papa usa un aggettivo come «terrificante», di sicuro non lo fa a cuor leggero.
Soprattutto se, con quello, intende far echeggiare nelle coscienze di credenti e non credenti la dolente consapevolezza che alle persecuzioni dei «nemici di fuori» si è aggiunta quella «più grande» che «nasce dal peccato nella Chiesa».
Era martedì scorso, e Benedetto XVI stava volando verso il Portogallo; gli era stato chiesto se, nel messaggio di Fatima sulle sofferenze dei Papi, fosse possibile anche inquadrare quelle provocate dagli abusi che alcuni sacerdoti hanno compiuto nell’ultimo mezzo secolo sui più piccoli, sui bambini, e dalle ondate violente contro la Chiesa e al successore di Pietro che da questi «tradimenti» hanno preso forza.
E il Papa ha detto una parola forte di dolore.
Un dolore che in cinquecentomila, sul grande sagrato di Fatima, sono poi accorsi a lenire.
Tutto il viaggio apostolico che si è concluso ieri è stato, a ben vedere, una risposta alle domande che Fatima si porta dietro da sempre.
Nella chiave di un futuro che la Chiesa può affrontare solo con la testimonianza di fede limpida resa dai suoi figli, senza cadere nella tentazione – quasi si trattasse di un capitolo esaurito – di affidare alla «fine della storia» il messaggio consegnato dalla Vergine a Lucia, Francesco e Giacinta.
Non per niente, in modi diversi ma con identico senso, Papa Ratzinger ha sottolineato a più riprese che «si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa» e ci ha ricordato che in essa «rivive quel disegno di Dio che interpella l’umanità sin dai suoi primordi».
La tentazione, l’insidia vera, è quella che nascerebbe all’interno di una Chiesa “rilassata”, preoccupata di molto e attenta a poco, magari presa dalle forme organizzative e singolarmente restìa a servire con fedeltà la forza del Vangelo, dimentica dell’essenziale, del centro della sua missione: l’annuncio della Parola.
Non è un’idea di oggi, nel magistero di Benedetto XVI.
Dove «terrificante», certamente, è la colpa umana e il peccato cristiano della pedofilia che persone consacrate hanno compiuto, facendo violenza a minori e dando scandalo alla comunità dei credenti e armi ai nemici della Chiesa.
Ma terrificante sarebbe soprattutto la perdita di prospettiva riguardo alla missione.
È diventato via via più chiaro, sulla strada di Fatima, perché Papa Ratzinger abbia voluto così strettamente ed esplicitamente legare questa sua visita all’Anno Sacerdotale.
Perché la Chiesa «ha profondo bisogno di rimparare la penitenza, accettare la purificazione, imparare perdono ma anche la necessità della giustizia».
Questo già accade, ma deve continuare ad accadere attraverso preti autenticamente convinti della grandezza del ministero a cui sono stati chiamati.
E per questo che Benedetto ha voluto affidare alla Vergine di Fatima i 400mila sacerdoti del mondo, perché essi «rinnovino la Chiesa…
trasfigurati dalla grazia di Colui che fa nuove tutte le cose».
Questo pellegrinaggio in terra portoghese, in un momento delicato e difficile, s’è così fatto “porta”: una porta spalancata sul futuro della Chiesa.
Che, ogni giorno, avrà bisogno del sostegno della Madre del Signore per far «rifiorire il deserto delle nostre solitudini e brillare il sole sulle nostre oscurità…
tornare la calma dopo la tempesta, affinché ogni uomo veda la salvezza del Signore, che ha il nome e il volto di Gesù».
Avvenire 15 maggio 2010 LE PAROLE DEL PAPA: Messa a Porto | Incontro con la Pastorale sociale | Incontro con i vescovi | Omelia al santuario di Fatima