La tristezza della lussuria

La sapienza dei padri della Chiesa fin dai primi secoli ha saputo distinguere tra alcuni peccati gravissimi – passibili di «scomunica» e di una lunga penitenza pubblica prima della riammissione nella comunità cristiana: apostasia, adulterio, omicidio, aborto…
– ma legati a un singolo gesto e altri peccati o vizi «capitali» che sono invece espressione di una patologia spirituale molto più profonda.
Comportamenti generati da «pensieri malvagi» che in certo senso minano la personalità stessa di chi li commette, facendolo finire in una spirale di depravazione sempre più disumana: autentici «vizi dell’anima», che nascono dal cuore e che a partire dal cuore vanno contrastati.
Tra questi la lussuria, il rapporto deformato con il sesso, una passione che porta a ricercare il piacere per se stesso, il godimento fisico avulso dallo scopo al quale è legato.
Il piacere sessuale è il più intenso piacere fisico, un piacere complesso che investe il corpo e la psiche, un piacere inerente all’atto sessuale, di cui tuttavia costituisce solo un aspetto.
Ora, se il piacere è cercato nella «quantità», nella compulsione, nell’eccedenza, l’incontro sessuale viene ridotto alla sola genitalità, al piacere fisico e all’orgasmo, l’interesse si focalizza sull’organo specificamente implicato in esso e lì si rinchiude, senza aperture ad alcuna finalità.
L’unico scopo diventa possedere l’altro per farlo strumento del proprio piacere: l’altro è ridotto al suo corpo, alle sue parti erotiche e desiderabili, diventa un oggetto, addirittura un elemento feticistico…
Ma l’energia sessuale è unificante quando è rivolta all’amore, alla comunicazione, alla relazione, cioè a una «storia» d’amore; ridotta all’erotismo, invece, essa frammenta, divide, dissipa il soggetto.
Chi è preda della lussuria assolutizza la propria pulsione e nega la relazione con l’altro, compiendo così una scissione della propria personalità e riducendo l’altro a una «cosa», prima ancora che a una merce.
Le pulsioni erotiche, non più ordinate e armonizzate nella totalità del sé, sfogano la propria natura caotica e selvaggia, fino a sommergere l’altro, indotto nella fantasia o nella realtà – quasi sempre con prepotenza – all’atto sessuale: la lussuria si manifesta là dove il piacere sessuale è incapace di sottostare alle elementari regole della dignità propria e altrui.
Eppure questa passione nasce nello spazio della sessualità, dimensione umana positiva tesa alla comunione tra uomo e donna: la complessità del piacere sessuale non riguarda solo la genitalità e l’orgasmo, ma coinvolge la persona intera, con tutti i suoi sensi.
Linguaggio d’amore, manifestazione del dono di sé all’altro, il piacere sessuale è coronamento dell’unione e, come tale, resta inscritto nella storia di un uomo o di una donna: appare nella pubertà ed è accompagnato dalla fecondità, per poi conoscere una stagione di sterilità, fino alla sua estinzione.
La lussuria, per contro, consiste nell’intendere il piacere come realtà scissa dai soggetti, dalla loro storia d’amore, ed è perciò una ferita inferta a se stessi e all’altro.
Quando si separa il corpo dalla persona, allora l’esercizio della sessualità è sfigurato, degenera, sfocia in aridità, diventa ripetizione ossessiva, obbedisce all’aggressività e alla violenza.
L’amore, che è dono di sé e accoglienza dell’altro, è smentito radicalmente dalla lussuria, che vuole il possesso dell’altro; e così il rapporto sessuale, che dovrebbe essere un linguaggio «altro», sempre accompagnato dalla parola ma anche eccedente la parola stessa, diventa la morte del linguaggio, della comunicazione, impedendo di fatto ogni comunione.
Viviamo in un contesto culturale, costruito ad arte da molti mass media e sfruttato dalla pubblicità, in cui l’unica realtà non oscena è quella dell’erotismo: è ormai inevitabile imbattersi in immagini erotiche, che si imprimono nella mente per riemergere in seguito e stimolare fantasie perverse.
Per reagire a tale clima ammorbante dovremmo acquisire la consapevolezza che la lussuria toglie la libertà: chi ne è schiavo finisce per asservirsi all’idolo del piacere sessuale, un idolo ossessionante che innesca una pericolosa dipendenza.
Chi è preda della lussuria è come malato di bulimia dell’altro, lo cosifica in modo reale nella prestazione sessuale o in modo virtuale nell’immaginazione.
La vera perversione in atto nella lussuria è infatti quella che induce a concepire l’altro come semplice possibilità di incontro sessuale, come mera occasione di piacere erotico.
Come non notare oggi il fenomeno della senescenza precoce dell’esercizio sessuale nelle nuove generazioni? Come ignorare l’esercizio di un eros virtuale, la  ornodipendenza da internet? Per questa strada ci si incammina verso il baratro di un libidogramma piatto, si uccide l’eros per sempre.
Una gestione sana del piacere sessuale comporta che la presa di coscienza di un corpo sessuato si accompagni alla volontà di incontrare l’altro nella differenza e nel rispetto dell’alterità: si tratta di integrare la sessualità nella persona, attraverso l’unità interiore della persona nel suo essere corpo e spirito.
Certo, richiede una padronanza di sé, ma questa è pedagogia alla vera libertà umana: o l’essere umano domina le proprie passioni oppure si lascia da esse alienare e ne diventa schiavo.
Il lussurioso riceve come salario del proprio vizio una tristezza e una solitudine più pesanti, alle quali pensa di riparare entrando nella spirale lussuriosa per nuove esperienze, nuovi incontri, nuovi piaceri: sì, una spirale «dia-bolica» che separa sempre di più piacere da relazione e fecondità.
Per questo la disciplina interiore, anche nello spazio della sessualità, è sempre opera di libertà e, quindi, di ordine e di bellezza: è uno sforzo di umanizzazione capace di trasformare anche l’esercizio della sessualità in un’opera d’arte, in un capolavoro che corona una storia d’amore.
in “La Stampa” del 19 gennaio 2011

I cristiani perseguitati

Voto a Strasburgo: niente aiuti ai Paesi in cui sono discriminati o perseguitati.
Chiesta con urgenza ai Ventisette una strategia comune con possibili misure restrittive contro gli Stati che volutamente non tutelano le confessioni religiose.
Il documento sarà recapitato immediatamente ai rappresentanti di Pakistan, Iran, Iraq, Nigeria, Filippine e Vietnam.  –

 

DOCUMENTAZIONE

Cristiani, la Ue li difenderà

Un segno una speranza di Luigi Geninazzi

Il card. Turkson: «Nessuno può impedire al Papa di parlare»

VAI AL DOSSIER

Dorothy Day: autentica radicale

I cattolici statunitensi hanno celebrato ieri il trentesimo anniversario della scomparsa della serva di Dio Dorothy Day, la fondatrice, nel 1933, del Catholic Worker Movement, l’organizzazione di assistenza ai poveri che attualmente conta centottantacinque sedi sparse negli Stati Uniti.
In occasione della ricorrenza, monsignor Charles Joseph Chaput, arcivescovo di Denver, ha sottolineato che Dorothy Day è stata una “radicale” nel vero senso della parola, perché profondamente impegnata nella sua “vocazione cristiana”.
In una dichiarazione rilasciata a Catholic News Agency, il presule ha affermato che “come san Francesco d’Assisi, Dorothy Day ha scelto di vivere il vangelo fino in fondo senza eccezioni e compromessi.
Nella sua vita, l’attaccamento al soccorso dei poveri ha avuto dei risvolti eroici e il suo amore verso la Chiesa, da lei considerata come una madre e una maestra allo stesso tempo, non le ha impedito di prendere coscienza di alcuni aspetti della sua vita non conformi all’insegnamento religioso.
La perdurante vitalità del Catholic Worker movement, da lei fondato, è la prova delle sue straordinarie virtù”.
 Donna Ecker, co-direttrice della Bethany House, una Catholic Worker community, con sede a Rochester, Stato di New York, dichiara che “benché non abbia mai avuto la possibilità d’incontrare personalmente Dorothy Day, conosco molto di lei grazie a mia zia e mio zio che sono stati con Dorothy i co-fondatori della St Joseph House e suoi grandi amici”.
La Bethany House fornisce assistenza alle madri single che non riescono a trovare una decente dimora per se stesse e per i loro bambini.
Donna Ecker ha ricordato il periodo della vita di Dorothy Day quando, insieme alla figlia Tamar, ritornò da Staten Island a New York all’inizio degli anni Trenta e, insieme a Peter Maurin, fondò, nel 1933, il Catholic Worker movement.
La co-direttrice della Bethany House ha sottolineato che “sull’esempio delle difficoltà passate da Dorothy Day in quel periodo, si è deciso che la nostra missione va indirizzata all’accoglienza e all’aiuto di ragazze madri che si trovano in situazioni di grande bisogno”.
Fin dagli inizi della sua vita terrena, Dorothy Day, nata a Brooklyn nel 1896 e cresciuta a Chicago, dove a dodici anni era stata accolta nella comunità episcopaliana, aveva fatto trasparire una forte carica di spiritualità.
Secondo la biografia della serva di Dio scritta da David Scott nel 2002 e intitolata “Praying in the Presence of Our Lord”, fin dalla prima adolescenza Dorothy era devota alla preghiera e mortificava il corpo scegliendo volontariamente di riposare su duri giacigli.
Tuttavia il clima di forte tensione sociale e la sua spiccata propensione per i più deboli la spingono, appena sedicenne, a lasciare gli studi presso il college di Chicago e a ritornare a New York dove inizia a scrivere brevi cronache per il giornale socialista “The Call”.
Per alcuni anni si trasferisce a Staten Island insieme a Forster Batterham, convinto ecologista di idee anarchiche.
In questo periodo, Dorothy inizia di nuovo ad approfondire la sua fede in Dio e ad accostarsi sempre più alla fede cattolica.
Questo suo cambiamento, che non venne accettato da Batterham, la porta, nel 1927, a chiedere d’iniziare i corsi di catechismo per ricevere il battesimo in una Chiesa cattolica.
La svolta definitiva nella sua vita avviene nel 1933:  il movimento Catholic Worker inizia l’attività di assistenza in modo molto modesto aprendo due cucine all’aperto par sfamare i tanti lavoratori disoccupati colpiti dalla grande depressione economica degli anni Trenta.
Ben presto le opere di carità si moltiplicano:  grazie all’aiuto di alcuni esperti agrari, sorgono cooperative specializzate nella produzione di alimenti coltivati con metodi naturali e viene anche fondato un giornale che riporta i progressi compiuti dalle varie iniziative del Catholic Worker Movement.
Per sottolineare il grande altruismo di Dorothy Day, l’autore della sua biografia sottolinea che in oltre cinquant’anni di attività la serva di Dio non ha mai percepito alcun salario.
(©L’Osservatore Romano – 1 dicembre 2010)

Jacob, il bambino di creta

«I bambini sono come la creta: duttili, capaci di assumere forme diverse, di adeguarsi a ogni circostanza.
Ho letto alcune testimonianze incredibili.
Pare che riuscissero a ridere anche nei treni che li portavano ad Auschwitz, “forse ci portano al mare” pensavano».
Uno di questi bambini, una mattina d’autunno del 1943 (era il 16 ottobre) fu costretto da alcuni uomini con una strana divisa a uscire di casa e scendere in strada.
Quegli strani personaggi urlavano tutti.
Lo fecero salire su dei grandi camion militari.
Con lui, oltre al padre e alle sorelle più grandi, altri 200 bambini: in totale furono 1022 gli ebrei deportati dal ghetto di Roma quella mattina di 67 anni fa.
Di tutti loro, giunti ad Auschwitz il 22 ottobre, ne sarebbero tornati anni dopo a Roma soltanto 17: tra questi una donna e nessun bambino.
Marco nella fretta riuscì a portare con sé una sola cosa dalla sua casa: un piccolo panetto di creta raccolto in classe il giorno prima.
Quel pezzettino di terra morbida da lavorare con le mani sarebbe diventato il suo miglior amico dentro la fabbrica nera dell’omino dalla divisa unta.
Sarebbe diventato Jacob, il bambino di creta.
E’ questo il titolo del nuovo libro di Andrea Salvatici, scrittore-poeta-educatore nonché l’ autore scelto da Einaudi per pubblicare una favola non semplice.
«Ero a Tel Aviv durante lo Shabbat, in un luogo pieno di bambini festanti ed ebbi come un brivido lungo la schiena.
Cosa succederebbe ora se arrivassero i nazisti? Se mi trovassi a Roma nel 1943? Alcuni giorni prima avevo conosciuto nella comunità dove lavoro a Milano un bambino meraviglioso: ha una malattia grave che gli impedisce di crescere.
Tutte queste cose insieme mi hanno fatto pensare a una favola che raccontasse i pensieri e le fantasie di tutti quei piccoli esseri umani che non sono mai tornati dai campi di concentramento.
Quali saranno stati i loro pensieri? Quanto li avrà aiutati la fantasia in quei momenti tragici?».
Salvatici ha cominciato a scrivere questa storia appena rientrato da Israele, pubblicandola a puntate sul blog “Il posto delle favole” che, da oltre due anni, tiene sul sito del Corriere della Sera.
L’ultima puntata è uscita per il giorno della memoria, il 27 gennaio scorso.
Orietta Fatucci, che dirige la collana “Storie e Rime” dell’Einaudi Ragazzi l’ha letta, ne è rimasta colpita ed ha deciso di pubblicarla in tempi brevissimi (il romanzo è nelle librerie).
Una storia nella storia.
L’Olocausto visto dagli occhi di un bambino si trasforma in un viaggio fantastico fatto diallegorie in cui il male affiora di tanto in tanto in lontananza.
Il piccolo Jacob è accompagnato da una strana accozzaglia di personaggi: una stella guarita da un grillo, una fata cimosa, una talpa studiosa, un orso vegetariano, una balena innamorata di un faro, gamberetti accordatori, alberi da frutta yo yo che distribuiscono fantasia e altri personaggi.
Nascosta nel suo zaninetto, l’arma letale contro il perfido e mediocre generale Exametron, padrone della fabbrica nera che mangia bambini di carne e di creta: la filastrocca del bosco.
Exametron la vuole rubare a tutti i costi perché lo fa tanto arrabbiare e sfugge al suo controllo.
Dice così: «Stecca di vaniglia, anice stellato/ grilli felici su questo prato/ torni il sorriso di zucchero filato/ a tutti i bambini dietro il filo spinato».
Se Jacob riuscirà a liberare o no il suo amico Marco dipende solo dalla scelta emozionale del lettore.
<Non si può pensare a un lieto fine per un episodio che ha prodotto troppo, troppo dolore> afferma Salvatici.
Consola forse immaginare, leggendo tra le righe di questo racconto onirico, che solo la fantasia – magari sotto forma di un piccolo pezzetto di creta – abbia permesso ai troppi bambini che hanno avuto la sorte di Marco di non sopravvivere ma continuare a vivere (e magari anche sorridere) dentro «il campo del filo di ferro» durante quella assurda e tragica follia dell’umanità che è stata l’Olocausto.
Iacopo Gori

Addio ad Adriana Zarri teologa di sinistra

Cantava i suoi salmi all’alba con gli uccelli, i gatti e le ortensie, il suo tempio era il creato ma teneva nel casale ad Albiano che aveva rifatto come suo eremo un piccolo tabernacolo per l’adorazione, come la “messa sul mondo” imparata da Teilhard de Chardin.
Se ne è andata quietamente Adriana Zarri, questa pura eremita di vocazione, progenie di una stirpe che fa ricca di silenzi una terra stravolta dal baccano, dalla menzogna e dallo spettacolo, e probabilmente le assicurano una segreta scialuppa.
L’eremo in realtà non era solo suo, era un rifugio per tanti spiriti in ricerca accolti come tali, a prescindere dalle loro convinzioni religiose o atee.
E anche per il mondo cattolico, nel quale aveva donato la sua fedeltà da laica, da teologa, da militante critica, da donna capace di emancipazione e dunque d’imprudenza, pronta a scottarsi la lingua con la verità impavida anche di fronte a vescovi e papi, questa asceta solitaria aveva continuato fino all’ultimo dei suoi 91 anni a tener viva l’inquietudine della profetessa: non era azzardato, alla fine dei conti, paragonarla a una piccola Caterina da Siena con la frusta in mano contro le deviazioni simoniache di una Chiesa ancora concubina ad Avignone.
Era stata lei (il cui ultimo libro uscirà a febbraio per Einaudi Un eremo non è un guscio di lumaca) a rompere il ghiaccio maschilista della corporazione teologica in Italia, rivendicando il carisma femminile del discorso su Dio.
Era stata nel 1969 la prima donna laica ammessa nel direttivo dell’Associazione Teologica Italiana.
Bolognese di San Lazzaro di Savena, era arrivata alla teologia da ragazza, spinta da un profondo interesse religioso e da un’attrazione non meno forte per la filosofia.
Questa passione assume essenzialmente tre forme, la produzione ecclesiologica (a cominciare da un libro sui Padri della Chiesa, specialmente Sant’Agostino), la narrativa e la spiritualità contemplativa, mai però distratta dai problemi della terra per l’alto dei Cieli: prima donna laica in Italia a scrivere un libro sulla teologia e antropologia della preghiera Nostro Signore del deserto.
Nel 1961 Adriana interviene nel dibattito aperto da Giovanni XXIII con La Chiesa nostra figlia, il primo contributo di una donna ai temi della riforma della Chiesa.
La sua critica al trionfalismo clericale prefigura lo sviluppo del modello di “Chiesa di comunione”, libera da egemonie di genere e ricca di carismi.
Teologia del probabile resta probabilmente il suo intervento più incisivo e lungimirante.
Nel 1967, a Concilio appena concluso, gettava l’allarme sulle letture o catastrofista o trionfalista del Vaticano II, l’illusione di una Chiesa definitivamente salva e l’allarme per una Chiesa totalmente turbata, in cui si bloccavano le riforme.
Aveva cercato di fugare il malinteso per cui il modello della riforma era un adattamento borghese del Vangelo.
Era convinta che l’umanesimo cristiano o sarà un ascetismo o un semplice naturalismo, alla caccia di un’ascetica del meno e del negoziato: «Quanti s’illudono che il nuovo corso sia una manica larga che chiude un occhio e permette evasioni hanno torto di esaltare questa nuova stagione della Chiesa: non sarebbe stagione feconda.
Ma il Concilio non incoraggia nulla di tutto questo».
Una frase l’aveva commossa, nei documenti conciliari: «Ignoriamo, non sappiamo».
Le sembrava che la Chiesa ammettesse la sua sprovvedutezza, avendo molto sbagliato lungo i secoli: «Quell’ammissione di ignoranza ci ha depurato il sangue da secoli di presunzione teologica, ci ha reso più umili e poveri di fronte alla grandezza del mistero».
Anche nei romanzi (Quaestio 98: nudi senza vergogna, 1994) le sua militanze religiose, i suoi stessi leggendari furori polemici versavano trame paradossali di storie di monaci che s’inebriano di sessualità come via maestra per la palingenesi cosmica e sociale.
E sull’onda di queste leggende ritroviamo negli anni una mistica che difende la legge sull’aborto come strumento di difesa da pratiche abortive clandestine, reagendo allo zelo intollerante e all’astratta morale del sabato.
E resta il suo monito contro le richieste e quasi le pretese di una legislazione civile che avalli una posizione teologica parziale.
In pagine amare, le ultime, ripeteva la domanda: «Perché tante cattoliche e cattolici sono ormai degli ex? E perché, sconfessandoci, i vescovi rendono sterile la nostra evangelizzazione? Perché tagliano l’ultimo ponte da cui tanti potrebbero passare?».
in “la Repubblica” del 19 novembre 2010 Un amore lungo una vita di Raniero La Valle Non so se la Chiesa, nelle sue istituzioni, renderà onore a Adriana Zarri.
Non foss’altro che per il suo lunghissimo amore, che è durato quanto la sua vita.
Un amore esigente e critico, per il quale ella si ostinava a pensare che non necessariamente la Chiesa dovesse essere così come era, che essa potesse avere migliori papi e migliori vescovi, che potesse cambiare, rinnovarsi, per dispensare più largamente parole di vita.
E di una Chiesa capace di rimettersi in questione, di riaprire tutti i canali di comunicazione col mondo, di tornare a narrare in modo nuovo il suo racconto di salvezza, Adriana Zarri era stata testimone durante il Concilio, e al Concilio è poi rimasta sempre fedele.
Anche la scelta eremitica, mai pensata come fuga dal mondo o isolamento aristocratico, la rendeva più forte nella sua libertà di fronte all’istituzione, come è proprio di tutta la tradizione monastica.
E anche nei momenti più critici, la sua fedeltà non è venuta mai meno.
Certo parlava della Chiesa con piglio da teologa, e con quella autorità che poche donne hanno saputo esercitare nella Chiesa, e che in ogni caso ben raramente viene loro riconosciuto.
Ma la sua teologia era meno interessata al «logos» che all’amore, meno alla «verità» che alla misericordia; ed è per questo che pur dal suo eremo, la sua presenza straripava su giornali e televisioni per dire la parola necessaria; e per questo è stata compagna di speranze e di lotte, non violente e pacifiche, di molti di noi.
Perciò oggi di sicuro c’è una Chiesa che le rende onore, che ne raccoglie la lezione, che ne custodisce la memoria, anche al di là della Chiesa visibile; è quella Chiesa che Adriana Zarri rintracciava nell’umanità tutta intera, fatta di santi e di peccatori, di fedeli e di infedeli, di laici e di preti, di poveri e di viandanti, tutti insieme, senza separazione né discriminazione alcuna.
Certo, è un dolore che sia morta nella solitudine, e non solo in forza della sua scelta monastica, ma per amicizie fattesi avare, e per quella disattenzione e miopia che non fa riconoscere i valori, là dove fermentano per tutti.
Ma lei era contenta di vivere, ed anche pronta a morire.
Non so se è stato l’ultimo o uno degli ultimi suoi scritti, quello su Rocca del primo agosto scorso.
Era un «controcorrente» che significativamente era intitolato «Stagioni».
Raccontava le stagioni come le vedeva dalla sua cascina del Canavese, ma anche le stagioni della vita.
E diceva che «l’alternarsi delle stagioni è come i tempi della vita: l’acerbo verde dell’infanzia, la rossa accensione dell’età matura, lo stanco biondo dell’invecchiamento, il bianco fermo della morte.
Ma la morte dà origine alla vita.
È la resurrezione».
E dell’autunno diceva che in esso «si raccolgono i frutti che il caldo agosto ha maturato» e che terminato l’inverno «torna la primavera.
Il sole sarà ancora caldo, il prato sarà ancora verde e noi ancora con tanta voglia di vivere».
Adriana Zarri se ne è andata tra l’autunno della raccolta dei frutti e l’inverno che preannuncia «ancora tanta voglia di vivere».
È questa sua voglia e capacità di vivere che ora vogliamo celebrare, non la definitività della morte a cui lei negava la vittoria.
E non solo celebrare, ma raccogliere come lascito e come monito.
in “il manifesto” del 19 novembre 2010

In memoria di Alda Merini

Avevo ancora le valigie in mano; ero appena rientrato da un viaggio un po’ spossante da San José di Costa Rica ove avevo presieduto un importante incontro di vescovi delle due Americhe.
Il telefono della mia casa romana squillava con insistenza e a più riprese.
Erano alcuni giornalisti che volevano almeno una battuta su Alda Merini che era scomparsa poche ore prima in quel 1° novembre 2009.
A distanza di un anno, ora che non ho più neppure il legame delle sue chilometriche telefonate, ma solo l’eco dei suo versi, vorrei anch’io affacciarmi in mezzo al coro di quelli – e sono ancora tanti – che la ricordano e che in questi giorni la commemoreranno.
Lo faccio anche per lanciarle un grazie dalla terra agli spazi infiniti del cielo, non soltanto per l’affetto che mi ha riservato per anni, ma anche per aver voluto accompagnare molti momenti della mia vita con la testimonianza personale della sua poesia.
Inizierei con poche righe della raccolta poetica Clinica dell’abbandono, pubblicata da Einaudi nel 2003, un libro che aveva voluto esplicitamente dedicarmi, sorprendendo non pochi lettori.
«Se tu conoscessi / l’ala dell’Angelo / se tu lasci la madre terra / che ti ha così devastato (…) / ora che vedi Dio / riconosci in te stesso / il fiore della sua lingua».
Sì, io penso che ora Alda possa parlare la lingua di Dio e certamente nell’infinita biblioteca paradisiaca (per usare un’immagine di Isaac Bashevis Singer) sono stati collocati molti dei suoi testi poetici, anche quelli che sono rimasti solo nell’aria.
Infatti, spesso a me – ma anche a molti altri suoi interlocutori – durante i dialoghi diretti o telefonici riservava intere poesie che lei, come accadeva agli antichi rapsodi, affidava solo alla parola detta, lasciando che si cristallizzassero soltanto sulla pagina viva dell’anima di chi l’ascoltava.
Sempre in quella raccolta aveva scritto: «Ogni poeta / laverà nella notte / il suo pensiero / ne farà tante lettere / imprecise / che spedirà all’amato / senza un nome».
Non so quando e come avvenne la nostra conoscenza: certamente fu dal momento in cui la vena mistica, che era da sempre in lei, si irrobustì fino ad assumere una forma nettamente cristologica.
Fu così che nel 2001 mi chiese di scrivere la prefazione del suo Corpo d’amore.
Un incontro con Gesù.
La carnaltà, che in lei era spesso intrecciata all’eros, qui si trasfigurava e diventata la sarx giovannea, la “carne” del Verbo, e la Divinità diveniva Umanità gloriosa e dolente.
Aveva, così, voluto che fossi ancora io ad accompagnare una delle sue opere più alte, quel Poema della Croce (2004), non di rado approdato nelle chiese o in spazi religiosi come una moderna rappresentazione sacra.
La poetessa poneva il suo Cristo al centro dello spazio e del tempo in una epifania tragica eppur luminosa.
Attorno allo sperone roccioso del Calvario s’addensava non solo l’odio del mondo, ma si delineava anche «il teatro della derisione», cioè la brutale stupidità e la volgarità dell’umanità che la Merini tanto detestava.
Eppure su quell’asse della derisione e della crudeltà si inaugurava il giudizio definitivo sul male e si apriva il cielo della redenzione.
La croce, ove si raggrumava il dolore di Dio, diventava segno d’amore: «Dio ha espresso il suo amore per l’uomo col pianto».
Cristo è «la lacrima di Dio», una lacrima che «coprì tutta la carne del Figlio».
La colpa e la grazia, l’inferno e la gloria, la tenebra e la luce sono stati i poli della ricerca spirituale di Alda, una ricerca attraversata non di rado dai fulmini della follia che lei non temeva di rappresentare, consapevole – come era accaduto nella grande tradizione mistica e letteraria (si pensi solo all’Idiota di Dostoevskij) – che esiste una possibilità di conoscenza metarazionale che non è sempre e necessariamente irrazionale.
È per questo che nel 2007 aveva voluto che io preparassi un’altra introduzione per il poema consacrato al santo «folle» Francesco d’Assisi, «il liuto di Dio».
Libero e nudo, egli entra agli occhi degli uomini «logici» e calcolatori in quella pazzia che è suprema saggezza, «folle come te, Signore, folle d’amore».
Alda Merini non mi aveva mai perdonato di avere lasciato Milano, la comune città, per Roma (l’inedito che ora pubblichiamo mi fu indirizzato proprio in quell’occasione).
Le sue sterminate telefonate avevano negli ultimi tempi avevano sempre questa stuimmata sanguinante d’amarezza.
Quando l’avevo visitata anni fa per la prima volta nella sua cas ai Navigli, aveva voluto rivestire il terribile abbandono e la povertà con una valanga di fiori, secondo quella generosità che la spogliava perfino del necessario pur di donare qualcosa ad un altro.
Aveva persino convocato un violinista che l’accompagnasse al pianoforte che lei sapeva suonare, mentre il cantore delle sue poesie, Giovanni Nuti, mi avrebbe offerto alcuni versi musicati.
Anche prima che io partissi per quel viaggio in America, chiamandola all’ospedale milanese ove era ricoverata mi aveva strappato la promessa che l’avrei visitata a Natale, quando sarei ritornato lassù, anche perché – mi diceva – «non riuscirò a venire a Roma nella Cappella Sistina per l’incontro del Papa con gli artisti del 21 novembre» del 2009, incontro a cui l’avevo invitata e per il quale aveva già pensato all’abito da indossare.
Ci ritroveremo, invece, su altre strade.
Per me sarà la via della memoria spirituale e del ricordo a Dio, ma anche quella dei molti doni che mi aveva destinato, come il crocifisso di un artista noto che aveva voluto darmi alla vigilia della mia ordinazione episcopale e che ora è nella mia casa romana.
Nata nel primo giorno di primavera, Alda Merini è morta nella solennità di Tutti i Santi.
Vorrei, allora, idealmente ringraziarla e ricordarla applicando a lei quei versi finali d’una poesia inedita che mi aveva inviato proprio nel giorno – più di tre anni fa – del funerale di mio padre: «Non scongiurare la morte / di lasciarlo qui sulla Terra: / ha già sentito il profumo di Dio, / lascialo andare nei suoi giardini».
Alla soglia della sua partenza per Roma ove Benedetto XVI lo avrebbe consacrato arcivescovo e nominato Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, Alda Merini aveva indirizzato a monsignor Ravasi questi versi finora inediti.
Chi mi renderà il mio peccato nascosto che sta nelle tue mani: ho amato il tuo grande sapere, oh guida della canzone dall’inferno dei miei peccati guardavo a te che salivi il calvario di una notorietà senza pace.
Non vogliamo perderti Milano non ti dimenticherà mai ma così come i grandi figli vanno a morire lontano sappi che la tua gloria è qui nel nostro quotidiano, morire insieme al desiderio di riaverti.

La profezia di Raimon Panikkar

Credo sia doveroso da parte della Cittadella ricordare l’amico Raimon Panikkar morto il 27 agosto sulla soglia dei 92 anni (li avrebbe compiuti il prossimo 3 novembre).
Alla Cittadella aveva affidato la traduzione di un libro prezioso: Dialogo intrareligioso (NY 1978, Assisi 1988), che resta una fedele testimonianza della sua esperienza spirituale.
Egli ha lasciato l’impronta del suo passaggio dove ha sostato nel suo cammino di pensatore profondo e versatile scrittore.
Penso, tuttavia, che il valore più grande della sua vita stia nell’esperienza multi religiosa e multi culturale che è riuscito a compiere.
Una strada aperta che nel futuro dovrà essere battuta da molti altri.
La sua vastissima cultura, la conoscenza e la pratica di molte lingue, la duttilità dell’intelligenza, la finezza dell’intuito gli ha consentito di intessere rapporti e di affrontare esperienze straordinariamente varie.
Quando andò in pensione (1987) gli chiesi cosa pensava di fare: mi guardò con lo sguardo trasparente di chi è abituato a osservare il silenzio e rispose lentamente: «ora semplicemente sono».
Aveva ancora molto da vivere.
Si era stabilito a Tavertet (Osona), un piccolo centro dei pre-Pirenei catalani, dove fondò un centro di studi interculturali chiamato Vivarium e portò a maturazione la sua visione del mondo, espressione della profonda esperienza mistica che stava compiendo.
È stata soprattutto la ricchezza della vita spirituale a consentirgli quella che costituirà certamente la eredità più preziosa lasciata ai posteri.
Egli ha vissuto con profondità e illustrato con la sua intelligenza tre mondi religiosi in contemporanea.
In modo non sincretista o confusionario bensì mantenendo la specificità e la ricchezza delle distinte spiritualità.
Negli ultimi mesi già colpito dal disturbo cardiaco che l’ha condotto alla morte, a Raffaele Luise che lo interrogava attestava: «Io mi sono innamorato di Cristo dalla prima giovinezza e non l’ho mai tradito…
non l’ho mai lasciato» (Un grande maestro del nostro tempo, in L’altro come esperienza di rivelazione, L’altrapagina, Città di Castello 2008, p.
73).
Nella esperienza multireligiosa era stato preceduto da persone profetiche, che egli aveva incontrato.
In particolare egli era stato «il più grande amico di Henri Le Saux» (1910-1973) come ha più volte testimoniato (L’altro.., o.
c., p.
52).
Con lui aveva compiuto diversi pellegrinaggi in luoghi sacri induisti e gli aveva anche affidato una sua casetta sull’Hymalaya, poi travolta da una piena del Gange.
Poteva attestare: «Le Saux si è liberato lentamente, senza rivoluzione, benché con un trauma interiore, da una formazione ristretta, microdossica, per acquistare totalmente la libertà totale.
…Si è sempre considerato cristiano, monaco, benedettino, ma ha lavorato appassionatamente per non essere un cristiano chiuso, un benedettino fanatico, un monaco retrivo» (ib.).
Aveva frequentato anche il monaco Jules Monchanin (1895-1957) che con Le Saux aveva fondato l’asram Satcitananda e più tardi il benedettino Bede Griffits, che ne aveva continuato la tradizione e aveva poi affidato l’asram ai PP.
Camaldolesi, che ora ne garantiscono la continuità nella esperienza del dialogo e della spiritualità multireligiosa.
L’aspetto più significativo della esistenza di Raimon Panikkar è l’esperienza mistica compiuta, la sintesi che egli ha operato tra spiritualità cristiana, induista e buddhista.
Panikkar aveva conoscenza dottrinale approfondita anche di altre religioni, soprattutto dell’ebraismo e dell’Islam, ma dell’induismo e del buddhismo aveva conoscenza vitale, sperimentale.
Egli era giunto a viverle dal di dentro.
Ciò gli era stato reso possibile per il livello spirituale raggiunto, nel quale le differenze dei modelli interpretativi e delle strutture religiose si erano in modo progressivo compenetrate.
Il processo non si è realizzato per sincretismo o per giustapposizione di pratiche diverse, bensì per lo sviluppo di un livello spirituale nel quale le differenze sono divenute compatibili perché la vita si svolge in forma più pura e più sostanziale.
Le modalità contingenti appaiono secondarie e compatibili.
Credo che Panikkar sia stato l’unico nel nostro tempo a immergersi in modo autentico in tre esperienze religiose e sentirsi in grado di farle, parlare dal di dentro.
Era cristiano e sacerdote cattolico ed è rimasto fedele alla sua scelta proprio perché in virtù di questa ha raggiunto l’apertura che gli ha consentito di vivere realmente anche l’esperienza induista e buddhista.
Credo che valga anche per lui quello che aveva detto dell’esperienza dell’amico Henri Le Saux: «È un fenomeno straordinariamente positivo.
Il suo itinerario personale è stato un itinerario di liberazione da una cosa dopo l’altra, senza distruggere nessuna delle sue fedeltà» (ib.).
È frutto di un’autentica esperienza mistica, aperta a tutti coloro che intendono vivere oggi il dialogo interreligioso.
La mistica, come egli la definisce, è: «l’esperienza della Vita» (Vita e Parola.
La mia opera, Jaca Book 2010, p.
12), «l’esperienza integrale della Vita» (ib., p.14), «l’esperienza suprema della realtà» (ib.,p.
21).
La «spiritualità va intesa come cammino per giungere a tale esperienza» (ib., p.
21).
Il termine vita in queste definizioni deve essere inteso nel senso di esistenza, ed appartiene ad ogni essere anche materiale.
Vita e realtà si corrispondono.
Egli spiega: «Abbiamo scritto Vita con la maiuscola per non escludere a priori che la vita può avere altre dimensioni oltre a quelle inerenti ai suoi aspetti fisiologici e psichici.
Esiste anche una vita spirituale: esiste la Vita dell’Essere e quindi la vita della materia» (ib., p.
14).
In questa prospettiva Panikkar distingueva la sostanza della realtà o della vita che è perenne dalle sue forme limitate e transitorie.
Egli chiariva questa distinzione con l’esempio che spesso portava del rapporto tra la goccia (l’uomo) e l’oceano (Dio o la totalità).
«Ognuno di noi è una goccia d’acqua.
Quest’acqua a un certo momento o evapora nel nulla o cade nel mare…
Quando noi moriamo cosa capita alla mia goccia d’acqua? Dipende da chi sono io: la goccia d’acqua o l’acqua della goccia? Se sono la goccia d’acqua, la goccia d’acqua sparisce, muore; se durante la mia vita ho superato il mio individualismo, il mio egoismo e mi sono scoperto acqua e non soltanto goccia, non mi capita niente, anzi divento più acqua, non muoio…
È la tensione superficiale che fa la goccia, è la nostra sostanza che fa l’acqua.
Abbiamo tutti la possibilità di scoprirci acqua» (L’altro come esperienza.., o.
c., p.
59).
Il lavoro spirituale tende appunto a «scoprirci acqua e non accontentarsi di essere soltanto goccia» (ib).
Giunti a questa scoperta l’interpretazione dell’esistenza personale, degli altri, della storia, cambia completamente.
Si apre quello che egli stesso chiama «il terzo occhio».
A questo sguardo la propria esistenza si configura come l’ambito dove la Vita stessa prende coscienza di una sua modalità di apparizione; l’altro, ogni altro, appare come la rivelazione di una modalità della Vita; la storia come il suo dispiegarsi nel tempo.
Panikkar riconosce che «a volte ci costa lasciare che la Vita prenda coscienza di se stessa, proprio per la [nostra] superficialità…
Questa coscienza della vita non è nostra proprietà privata, non appartiene al nostro ego; per questo la mistica ci dirà che, se non si supera l’egoismo, se non si muore all’ego (egoista), non si può godere di questa esperienza» (Vita e Parola, o.
c., p.
14).
In noi la «Vita fa esperienza di se stessa e ognuno di noi partecipa a questa esperienza con maggiore o minore chiarezza e profondità».
Egli precisa: «Quando dico esperienza della Vita non intendo l’esperienza della mia vita, ma della Vita, quella vita che non è mia benché sia in me; quella vita, che, come dicono i Veda, non muore, che è infinita, che alcuni definirebbero divina, Vita tuttavia che si sente palpitare, o per meglio dire, semplicemente vivere in noi.
Le interpretazioni che se ne danno naturalmente spaziano da ciò che è definito sentimento oceanico fino alla sensazione biologica di vivere, passando attraverso l’esperienza di Dio, di Cristo, dell’Amore o anche dell’Essere» (ib., p.
15).
Panikkar introducendo Mistica pienezza di vita, il primo volume dell’Opera Omnia, poteva attestare che esso «tratta del tema più importante della mia vita, che ha ispirato in forma discreta tutti i miei scritti, così da diventarne una chiave ermeneutica indispensabile» (Vita e Parola, o.
c., p.
11).
Ha ispirato tutti i suoi scritti perché rappresentava la sostanza, la trama della sua esistenza.
Il dialogo ormai non può avvenire e svilupparsi che in questa prospettiva.
«Quando le mura delle proprie costruzioni interiori crollano perché esposte al vento del dialogo intrareligioso si può rimanere sepolti sotto le macerie…
ma si può cominciare a costruire la propria dimora in modo che altri possano entrare e uscire» (A.
Rossi, Un artista del dialogo, in L’altro…, o.
c., p.
19).
Allora veramente «la ricerca diventa una preghiera aperta verso tutte le direzioni; aperta anche alle direzioni del prossimo e persino a quelle del lontano’» (R.
Panikkar, Il dialogo intrareligioso, Cittadella 1988, p.
17).
Panikkar ha percorso questi cammini in modo esemplare.
Ora che egli è tornato alla Vita ha affidato a noi la consegna di diffondere la pratica e la spiritualità del dialogo in “Rocca” n.
18 del 15 settembre 2010

Il deserto fiorito di fratel Carlo

 «Avevo fatto del treno il “luogo” della mia preghiera.
Facevo il pendolare per motivi di lavoro e tu sai cos’è un vagone ferroviario che parte e arriva in città, al mattino e alla sera, stracarico di operai e di studenti.
Chiasso, risate, fumo, trambusto, pigia-pigia.
Io mi sedevo in un angolo e non sentivo nulla.
Leggevo il Vangelo.
Chiudevo gli occhi.
Ascoltavo Dio.
Che dolcezza, che pace, che silenzio! La potenza dell’amore superava la dispersione che cercava di penetrare nella mia fortezza».
Secoli fa correvano nelle aspre solitudini del deserto egiziano, eppure gli eremiti si accorgevano spesso che la città li aveva seguiti col suo frastuono e le sue seduzioni.
Ora forse è possibile il movimento inverso, diventare monaci urbani, creando aree di silenzio nel fragore assordante della modernità.
È ciò che testimoniava autobiograficamente già nel titolo Il deserto nella città, oltre che nel brano sopra citato, Carlo Carretto, una delle figure suggestive della spiritualità italiana contemporanea.
Lo rievochiamo anche noi nel centenario della sua nascita, affidandoci a due suoi ritratti biografici pubblicati proprio per questo anniversario.
La sua vicenda è, per certi aspetti, la  rappresentazione della Chiesa italiana del Novecento in alcuni suoi ambiti rilevanti.
Presidente nazionale della Gioventù Italiana di  Azione Cattolica nel periodo effervescente post-bellico, egli si batterà poi per la “scelta religiosa” di questa associazione, in quegli anni ancora poderosamente influente nel tessuto civile, e la sua Lettera a Pietro divenne una sorta di manifesto per coloro che sostenevano tale opzione, da altri contrastata come rinunciataria e passiva.
In realtà, la presenza di Carretto nell’agorà sociale ed ecclesiale era tutt’altro che arrendevole: le sue scelte talora si scostarono dalla linea ufficiale della Chiesa italiana, come nel caso del referendum sul divorzio, quando aderì al gruppo dei “cattolici per il No”.
Tuttavia il suo itinerario aveva ormai imboccato un’altra direzione, emblematicamente illustrata proprio dal deserto.
Infatti egli si era avviato sulle orme di Charles de Foucauld, il mistico del Sahara algerino, incontrato attraverso la biografia e gli scritti del discepolo René Voillaume, fondatore della congregazione religiosa dei Piccoli Fratelli del Vangelo.
Così, Carretto divenne fratel Carlo, aderendo a quella comunità che egli trapiantò anche in Italia nella Spello umbra, immersa nell’atmosfera francescana.
Da quel momento la sua vita, la sua parola, i suoi scritti furono un riferimento per molti cattolici italiani che sostanzialmente condividevano la famosa esclamazione della citata Lettera a Pietro: «Quanto sei contestabile, Chiesa, eppure quanto ti amo!».
Cercare una sigla riassuntiva per questo eremita nel mondo risulta difficile, proprio per il suo attestarsi sul crinale tagliente tra fede e storia, tra mistica e impegno civile, tra contemplazione e azione.
Si potrebbe accostare fratel Carlo – pur nelle molteplici distanze culturali e spirituali – alla francese Madeleine Delbrêl che si fece assistente sociale per vivere un’esperienza di “mistica quotidiana” nella tormentata banlieue di Ivry, nella cintura parigina, ove morirà sessantenne nel 1964.
Essa scriveva nei suoi Poemetti di Alcide: «Coloro che amano Dio hanno sempre sognato il deserto; per questo a coloro che lo amano Dio non può rifiutarlo».
È il deserto del treno affollato, del quartiere operaio, del romitorio incastonato nella politica e nella vita sociale.
In questo senso può essere adottata per fratel Carlo la definizione che appare già nel titolo della biografia di Gianni Di Santo, Il profeta di Spello.
Certo, è un po’ abusata e crea qualche equivoco, ma la profezia biblica è per eccellenza l’incrocio tra spiritualità e storia, senza il timore di impolverarsi il mantello nelle strade della città degli uomini.
Questa classificazione è, comunque, sostenuta da un’analisi accurata della vicenda personale di Carretto, della sua corrispondenza e delle relazioni che egli intratteneva con le più diverse personalità e tutti coloro che rendevano Spello un crocevia di incontri, sempre però alonati dal silenzio dell’adorazione e della contemplazione.
A questo riguardo è significativa l’altra biografia, affidata a un giornalista, Alberto Chiara, il quale propone una sorta di galleria di testimonianze di figure che hanno avuto la loro vita segnata dall’ascolto di Carretto, pur procedendo poi su percorsi più ramificati: Oscar Luigi Scalfaro, Rosy Bindi, Gian Carlo Sibilia, ma anche curio Colombo e Gianni Vattimo.
Certo, l’eredità di fratel Carlo è custodita da un filone minoritario del complesso panorama dell’attuale cattolicesimo italiano e può rivelare anche profili datati.
Rimane, però, ancor vivo il suo appello alla fedeltà pura e nuda al Vangelo, all’attaccamento sincero alla Chiesa senza però ipocrisie, all’aderenza alla lezione del Concilio Vaticano II ma soprattutto all’amore per Dio e per il prossimo.
L’oasi del silenzio non isola ma feconda la città degli uomini.
E così possiamo ritornare alla scena del treno da cui siamo partiti.
«Ero veramente uno con me stesso e nulla mi poteva distrarre.
Sotto la presa dell’amore divino ero in pace.
Sì, doveva essere proprio l’amore a creare l’unità in me.
Difatti gli innamorati che si trovavano sul treno bisbigliavano tra di loro in perfetta armonia, senza preoccuparsi di ciò che capitava attorno.
Io bisbigliavo col mio Dio».

Gianni Di Santo, «Carlo Carretto il profeta di Spello», San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), pagg. 174, € 12,00;

Alberto Chiara, «Carlo Carretto. L’impegno, il silenzio, la speranza», Paoline, Milano, pagg. 168, € 16,50.

 

in “Il Sole 24 Ore” del 26 settembre 2010

Chiara Luce Badano

A Sassello, ridente paese dell’Appennino ligure appartenente alla diocesi di Acqui, il 29 ottobre 1971 nasce Chiara Badano, dopo che i genitori l’hanno attesa per 11 anni.
Il suo arrivo viene ritenuto una grazia della Madonna delle Rocche, alla quale il papà è ricorso in preghiera umile e fiduciosa.
Chiara di nome e di fatto, con occhi limpidi e grandi, dal sorriso dolce e comunicativo, intelligente e volitiva, vivace, allegra e sportiva, viene educata dalla mamma –attraverso le parabole del Vangelo- a parlare con Gesù e a digli «sempre di sì».
È sana, ama la natura e il gioco, ma si distingue fin da piccola l’amore verso gli «ultimi», che copre di attenzioni e di servizi, rinunciando spesso a momenti di svago.
Fin dall’asilo versa i suoi risparmi in una piccola scatola per i suoi «negretti»; sognerà, poi, di partire per l’Africa come medico per curare quei bambini.
Chiara è una ragazzina normale, ma con un qualcosa in più: ama appassionatamente; è docile alla grazia e al disegno di Dio su di lei, che le si svelerà a poco a poco.
Dai suoi quaderni dei primi anni delle elementari traspare la gioia e lo stupore nello scoprire la vita: è una bambina felice.
Nel giorno della prima Comunione riceve in dono il libro dei Vangeli.
Sarà per lei un «magnifico libro» e «uno straordinario messaggio»; affermerà: «Come per me è facile imparare l’alfabeto, così deve esserlo anche vivere il Vangelo!».
A 9 anni entra come Gen nel Movimento dei Focolari e a poco a poco vi coinvolge i genitori.
Da allora la sua vita sarà tutta in ascesa, nella ricerca di «mettere Dio al primo posto».
Prosegue gli studi fino al Liceo classico, quando a 17 anni, all’improvviso un lancinante spasimo alla spalla sinistra svela tra esami e inutili interventi un osteosarcoma, dando inizio a un calvario che durerà circa tre anni.
Appresa la diagnosi, Chiara non piange, non si ribella: subito rimane assorta in silenzio, ma dopo soli 25 minuti dalle sue labbra esce il sì alla volontà di Dio.
Ripeterà spesso: «Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch’io».
Non perde il suo luminoso sorriso; mano nella mano con i genitori, affronta cure dolorosissime e trascina nello stesso Amore chi l’avvicina.
Rifiutata la morfina perché le toglie lucidità, dona tutto per la Chiesa, i giovani, i non credenti, il Movimento, le missioni…, rimanendo serena e forte, convinta che «il dolore abbracciato rende libero».
Ripete: “Non ho più niente, ma ho ancora il cuore e con quello posso sempre amare”.
La cameretta, in ospedale a Torino e a casa, è luogo di incontro, di apostolato, di unità: è la sua chiesa.
Anche i medici, talvolta non praticanti, rimangono sconvolti dalla pace che le aleggia intorno, e alcuni si riavvicinano a Dio.
Si sentivano “attratti come da una calamita” e ancor oggi la ricordano, ne parlano e la invocano.
Alla mamma che le chiede se soffre molto risponde: «Gesù mi smacchia con la varechina anche i puntini neri e la varechina brucia.
Così quando arriverò in Paradiso sarò bianca come la neve».E’ convinta dell’amore di Dio nei suoi riguardi: afferma, infatti: «Dio mi ama immensamente», e lo riconferma con forza, anche se è attanagliata dai dolori: «Eppure è vero: Dio mi vuole bene!».
Dopo una notte molto travagliata giungerà a dire: «Soffrivo molto, ma la mia anima cantava…».
Agli amici che si recano da lei per consolarla, ma tornano a casa loro stessi consolati, poco prima di partire per il Cielo confiderà: «…Voi non potete immaginare qual è ora il mio rapporto con Gesù…
Avverto che Dio mi chiede qualcosa di più, di più grande.
Forse potrei restare su questo letto per anni, non lo so.
A me interessa solo la volontà dì Dio, fare bene quella nell’attimo presente: stare al gioco di Dio”.
E ancora: “Ero troppo assorbita da tante ambizioni, progetti e chissà cosa.
Ora mi sembrano cose insignificanti, futili e passeggere… Ora mi sento avvolta in uno splendido disegno che a poco a poco mi si svela.
Se adesso mi chiedessero se voglio camminare (l’intervento la rese paralizzata), direi di no, perché così sono più vicina a Gesù”.
Non si aspetta il miracolo della guarigione, anche se in un bigliettino aveva scritto alla Madonna: «Mamma Celeste, ti chiedo il miracolo della mia guarigione; se ciò non rientra nella volontà di Dio, ti chiedo la forza a non mollare mai!» e terrà fede a questa promessa.
Fin da ragazzina si era proposta di non «donare Gesù agli amici a parole, ma con il comportamento».
Tutto questo non è sempre facile; infatti, ripeterà alcune volte: «Com’è duro andare contro corrente!».
E per riuscire a superare ogni ostacolo, ripete: «E’ per te, Gesù!».
Chiara si aiuta a vivere bene il cristianesimo, con la partecipazione anche quotidiana alla S.
Messa, ove riceve il Gesù che tanto ama; con la lettura della parola di Dio e con la meditazione.
Spesso riflette sulle parole di Chiara Lubich: “Sono santa, se sono santa subito”.
Alla mamma, preoccupata nella previsione di rimanere senza di lei, continua a ripete: «Fídati di Dio, poi hai fatto tutto»; e «Quando io non ci sarò più, segui Dio e troverai la for¬za per andare avanti».
A chi va a trovarla esprime i suoi ideali, mettendo gli altri sempre al primo posto.
Al “suo” vescovo, Mons.
Livio Maritano, mostra un affetto particolarissimo; nei loro ultimi, brevi ma intensi incontri, un’atmosfera soprannaturale li avvolge: nell’Amore diventano una cosa sola: sono Chiesa! Ma il male avanza e i dolori aumentano.
Non un lamento; sulle labbra: «Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch’io».
Chiara si prepara all’incontro: «E’ lo Sposo che viene a trovarmi», e sceglie l’abito da sposa, i canti e le preghiere per la “sua” Messa; il rito dovrà essere una «festa», dove «nessuno dovrà piangere!».
Ricevendo per l’ultima volta Gesù Eucaristia appare immersa in Lui e supplica che le venga recitata «quella preghiera: Vieni, Spirito Santo, manda a noi dal Cielo un raggio della tua luce».
Soprannominata “LUCE” dalla Lubich, con la quale ha un intenso e filiale rapporto epistolare fin da piccina, ora è veramente luce per tutti e presto sarà nella Luce.
Un particolare pensiero va alla gioventù: «…I giovani sono il futuro.
Io non posso più correre, però vorrei passare loro la fiaccola come alle Olimpiadi.
I giovani hanno una vita sola e vale la pena di spenderla bene!».
Non ha paura di morire.
Aveva detto alla mamma: «Non chiedo più a Gesù di venire a prendermi per portarmi in Paradiso, perché voglio ancora offrirgli il mio dolore, per dividere con lui ancora per un po’ la croce».
E lo «Sposo» viene a prenderla all’alba del 7 ottobre 1990, dopo una notte molto sofferta.E’ il giorno della Vergine del Rosario.
Queste le sue ultime parole: “Mamma, sii felice, perché io lo sono.
Ciao”.
Ancora un dono: le cornee.
Al funerale celebrato dal Vescovo, accorrono centinaia e centinaia di giovani e parecchi sacerdoti.
I componenti del Gen Rosso e del Gen Verde elevano i canti da lei scelti.
Dal quel giorno la sua tomba è meta di pellegrinaggi: fiori, pupazzetti, offerte per i bambini dell’Africa, letterine, richieste di grazie… E ogni anno, nella domenica prossima al 7 ottobre, i giovani e le persone presenti alla Messa in suo suffragio aumentano sempre di più.
Vengono spontaneamente e si invitano a vicenda per partecipare al rito che, come voleva lei, è un momento di grande gioia.
Rito preceduto, da anni dall’intera giornata di “festa”: con canti, testimonianze, preghiere… La sua “fama di santità” si è estesa in varie parti del mondo; molti i “frutti”.
La scia luminosa che Chiara “Luce” ha lasciato dietro di sé porta a Dio nella semplicità e nella gioia di abbandonarsi all’Amore.
è un’esigenza acuta della società di oggi e, soprattutto, della gioventù: il significato vero della vita, la risposta al dolore e la speranza in un “poi”, che non finisca mai e sia certezza della “vittoria” sulla morte.
Spunti bibliografici a cura di LibreriadelSanto.it Roberto Olivato, Sacrari, santi patroni e preghiere militari, Edizioni Messaggero, 2009 – 312 pagine F.
Agnoli, M.
Luscia, A.
Pertosa, Santi & rivoluzionari, SugarCo, 2008 – 184 pagine Benedetto XVI, I santi di Benedetto XVI.
Selezione di testi di Papa Benedetto XVI
, Libreria Editrice Vaticana, 2008 – 151 pagine Lanzi Fernando, Lanzi Gioia, Come riconoscere i santi e i patroni nell’arte e nelle immagini popolari, Jaca Book, 2007 – 237 pagine Maria Vago, Piccole storie di grandi santi, Edizioni Messaggero, 2007 – 64 pagine Piero Lazzarin, Il libro dei Santi.
Piccola enciclopedia
, Edizioni Messaggero, 2007 – 720 pagine Ratzinger J., Santi.
Gli autentici apologeti della Chiesa
, Lindau Edizioni, 2007 – 160 pagine KLEINBERG A., Storie di santi.
Martiri, asceti, beati nella formazione dell’Occidente
, Il Mulino, 2007 – 360 pagine Mario Benatti, I santi dei malati, Edizioni Messaggero, 2007 – 224 pagine Sicari Antonio M., Atlante storico dei grandi santi e dei fondatori, Jaca Book, 2006 – 259 pagine Dardanello Tosi Lorenza, Storie di santi e beati e di valori vissuti, Paoline Edizioni, 2006 – 208 pagine Butler Alban, Il primo grande dizionario dei santi secondo il calendario, Piemme, 2001 – 1344 pagine Giusti Mario, Trenta santi più uno.
C’è posto anche per te
, San Paolo Edizioni, 1990 – 220 pagine www.chiaralucebadano.it Visse a Sassello con il padre Ruggero, camionista, e la madre Maria Teresa, casalinga.
Volitiva, tenace, altruista, di lineamenti fini, snella, grandi occhi limVisse a Sassello con il padre Ruggero, camionista, e la madre Maria Teresa, casalinga.
Volitiva, tenace, altruista, di lineamenti fini, snella, grandi occhi limpidi, sorriso aperto, ama la neve e il mare, pratica molti sport.
Ha un debole per le persone anziane che copre di attenzioni.
A nove anni conosce i ‘Focolarini’ di Chiara Lubich ed entra a fare parte dei ‘Gen’.
Dai suoi quaderni traspare la gioia e lo stupore nello scoprire la vita.
Terminate le medie a Sassello si trasferisce a Savona dove frequenta il liceo classico.
A sedici anni, durante una partita a tennis, avverte i primi lancinanti dolori ad una spalla: callo osseo la prima diagnosi, osteosarcoma dopo analisi più approfondite.
Inutili interventi alla spina dorsale, chemioterapia, spasmi, paralisi alle gambe.
Rifiuta la morfina che le toglierebbe lucidità.
Si informa di tutto, non perde mai il suo abituale sorriso.
Alcuni medici, non praticanti, si riavvicinano a Dio.
La sua cameretta, in ospedale prima e a casa poi, diventa una piccola chiesa, luogo di incontro e di apostolato: “L’importante è fare la volontà di Dio…è stare al suo gioco…Un altro mondo mi attende…Mi sento avvolta in uno splendido disegno che, a poco a poco, mi si svela…Mi piaceva tanto andare in bicicletta e Dio mi ha tolto le gambe, ma mi ha dato le ali…” Chiara Lubich, che la seguirà da vicino, durante tutta la malattia, in un’affettuosa lettera le pone il soprannone di ‘Luce’.
Mons.
Livio Maritano, vescovo dicocesano, così la ricorda: “…Si sentiva in lei la presenza dello Spirito Santo che la rendeva capace di imprimere nelle persone che l’avvicinavano il suo modo di amare Dio e gli uomini.
Ha regalato a tutti noi un’esperienza religiosa molto rara ed eccezionale”.
Negli ultimi giorni, Chiara non riesce quasi più a parlare, ma vuole prepararsi all’incontro con ‘lo Sposo’ e si sceglie l’abito bianco, molto semplice, con una fascia rosa.
Lo fa indossare alla sua migliore amica per vedere come le starà.
Spiega anche alla mamma come dovrà essere pettinata e con quali fiori dovrà essere addobbata la chiesa; suggerissce i canti e le letture della Messa.
Vuole che il rito sia una festa.
Le ultime sue parole: “Mamma sii felice, perché io lo sono.
Ciao!”.
Muore all’alba del 7 ottobre 1990.
E’ “venerabile” dal 3 luglio 2008.pidi, sorriso aperto, ama la neve e il mare, pratica molti sport.
Ha un debole per le persone anziane che copre di attenzioni.
A nove anni conosce i ‘Focolarini’ di Chiara Lubich ed entra a fare parte dei ‘Gen’.
Dai suoi quaderni traspare la gioia e lo stupore nello scoprire la vita.
Terminate le medie a Sassello si trasferisce a Savona dove frequenta il liceo classico.
A sedici anni, durante una partita a tennis, avverte i primi lancinanti dolori ad una spalla: callo osseo la prima diagnosi, osteosarcoma dopo analisi più approfondite.
Inutili interventi alla spina dorsale, chemioterapia, spasmi, paralisi alle gambe.
Rifiuta la morfina che le toglierebbe lucidità.
Si informa di tutto, non perde mai il suo abituale sorriso.
Alcuni medici, non praticanti, si riavvicinano a Dio.
La sua cameretta, in ospedale prima e a casa poi, diventa una piccola chiesa, luogo di incontro e di apostolato: “L’importante è fare la volontà di Dio…è stare al suo gioco…Un altro mondo mi attende…Mi sento avvolta in uno splendido disegno che, a poco a poco, mi si svela…Mi piaceva tanto andare in bicicletta e Dio mi ha tolto le gambe, ma mi ha dato le ali…” Chiara Lubich, che la seguirà da vicino, durante tutta la malattia, in un’affettuosa lettera le pone il soprannone di ‘Luce’.
Mons.
Livio Maritano, vescovo dicocesano, così la ricorda: “…Si sentiva in lei la presenza dello Spirito Santo che la rendeva capace di imprimere nelle persone che l’avvicinavano il suo modo di amare Dio e gli uomini.
Ha regalato a tutti noi un’esperienza religiosa molto rara ed eccezionale”.
Negli ultimi giorni, Chiara non riesce quasi più a parlare, ma vuole prepararsi all’incontro con ‘lo Sposo’ e si sceglie l’abito bianco, molto semplice, con una fascia rosa.
Lo fa indossare alla sua migliore amica per vedere come le starà.
Spiega anche alla mamma come dovrà essere pettinata e con quali fiori dovrà essere addobbata la chiesa; suggerissce i canti e le letture della Messa.
Vuole che il rito sia una festa.
Le ultime sue parole: “Mamma sii felice, perché io lo sono.
Ciao!”.
Muore all’alba del 7 ottobre 1990.
E’ “venerabile” dal 3 luglio 2008 e beata dal 25 settembre 2010.

Mons. Ablondi

Il vescovo dell’ecumenismo e del dialogo religioso.
Ma anche il punto di riferimento pastorale, per più di trent’anni, di un’intera città.
Ed un ecclesiastico capace di svestire i panni “istituzionali” per mettersi in ascolto della sua comunità.
Malato di Parkinson, costretto da tempo in carrozzella, mons.
Alberto Ablondi è morto il 21 agosto scorso, nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Livorno.
A dicembre avrebbe compiuto 86 anni.
Livorno città aperta.
Al dialogo Nato a Milano da una famiglia di umili origini (il nonno, lo zio e il padre avevano esercitato la professione di cuoco), si era laureato in Lettere con indirizzo archeologico nel 1947, lo stesso anno in cui fu ordinato sacerdote.
Nel 1950 prese una seconda laurea, in Filosofia; e nel 1955 la terza, in Giurisprudenza.
Alla dimensione intellettuale, Ablondi univa però in quegli anni una forte carica pastorale: fu parroco, insegnante di religione, assistente della Fuci e dei Laureati Cattolici.
Dopo il Concilio Vaticano II ricevette (1966) l’incarico di vescovo ausiliare di Livorno (a fianco di mons.
Emilio Guano, altro esponente di spicco del rinnovamento ecclesiale) ed amministratore apostolico di Massa Marittima.
Il 26 settembre 1970 divenne vescovo della città portuale.
Lo rimase per 30 anni, fino al 2000: anni durante i quali Ablondi divenne, all’interno dell’episcopato italiano, una delle punte più avanzate del dialogo ecumenico ed interreligioso.
E del dialogo con il mondo laico e con la sinistra.
Del resto, la cattedra di Livorno si prestava bene allo slancio umano e pastorale di Ablondi: città di forti tradizioni operaie e comuniste, a Livorno convivono da secoli diverse confessioni cristiane (ortodossi, cattolici di rito bizantino, armeno, maronita) e altre comunità religiose (numerosa quella ebraica, ma nutrita anche la presenza musulmana), all’interno di una cittadinanza cosmopolita, che porta tracce evidenti dell’integrazione avvenuta, nei secoli, tra diversi gruppi etnici (olandesi, inglesi, greci, francesi, portoghesi, corsi).
E particolarmente significativo ed intenso fu il rapporto di Ablondi con la comunità ebraica, che a Livorno ha una radicata e significativa presenza e dove Ablondi istituì, nel 1989, la Giornata dell’ebraismo – la prima iniziativa del genere, non solo in Italia – da celebrarsi il 17 gennaio di ogni anno all’inizio della Settimana per l’unità dei cristiani.
Simbolo del riavvicinamento tra ebrei e cattolici, uno dei frutti più evidenti della stagione postconciliare, fu la sua amicizia con il rabbino capo di Roma (ma nato e cresciuto a Livorno), Elio Toaff.
Ma Ablondi ebbe anche relazioni fraterne con numerosi esponenti del mondo musulmano.
Nel 1984 fu nominato presidente mondiale della Federazione Universale per l’apostolato Biblico; nel 1988 vicepresidente mondiale delle Società Bibliche.
Il 1984 fu anche un anno chiave per la vita ecclesiale livornese.
Quell’anno infatti, mons.
Ablondi convocò il sinodo diocesano, incentrato, non a caso, sul rapporto Chiesa-mondo e che contribuì al ripensamento del modo di essere Chiesa di altre diocesi italiane.
(valerio gigante) in “Adista” Notizie n.
68 del 18 settembre 2010 Fronte del porto Considerato, insieme a mons.
Luigi Bettazzi e mons.
Clemente Riva, tra i vescovi italiani più aperti e disponibili al confronto “a sinistra”, Ablondi fu una figura molto vicina al mondo del lavoro.
L’ex sindaco Gianfranco Lamberti ha ricordato infatti nei giorni scorsi che quando una fabbrica viveva un periodo di difficoltà “il vescovo era sempre presente”.
Nel 1989, ad esempio, Ablondi volle essere a fianco del leader dei portuali livornesi, Italo Piccini (suo amico personale, scomparso nel marzo di quest’anno), nella protesta contro i “decreti Prandini”, che davano avvio al processo di liberalizzazione del lavoro nei porti.
Anni dopo, nel 2002, ormai in pensione, fece tutto il possibile, per scongiurare la crisi dello storico cantiere navale Luigi Orlando e tutelare le centinaia di operai che vi lavoravano e le loro famiglie.
Intervenne, conducendo con sé il suo successore, mons.
Diego Coletti, al Consiglio Comunale che ebbe luogo, eccezionalmente, all’interno del Cantiere.
Una voce forte, ma isolata Sul fronte pastorale, nel 1993, Ablondi lanciò l’idea di un dialogo con i giovani che non consistesse più nel “fargli la predica” dall’alto, ma nel fare “due passi insieme”, come recitava il titolo della lettera che il vescovo inviò ai giovani della città, con lo scopo di attivare un dialogo aperto e fecondo anche con i più lontani dalla vita ecclesiale, a partire da una domanda essenziale: “Che cosa cercate?”.
Il resoconto dell’intreccio di questa relazione è contenuto in un volume, No, una predica no! Dialogo fra giovani e il vescovo Ablondi (Editrice Borla), che raccoglie le lettere dei giovani e le risposte del vescovo.
Firmati a titolo personale, o come gruppo, gli scritti affrontavano temi scottanti e problematici, come contraccezione, aborto, legame Dc-Chiesa, sessualità.
Nel 1995 Ablondi venne eletto numero due dei vescovi italiani (lo rimmarrà fino al 2000).
La sua presenza ai vertici della Conferenza episcopale rappresentava l’anima più conciliare e aperta dell’episcopato italiano.
Ma la sua restò una voce isolata dentro una Cei ormai egemonizzata dal card.
Camillo Ruini.
Così ad esempio, nel 1997, all’Assemblea ecumenica di Graz, Ablondi non riuscì ad evitare l’astensione della delegazione cattolica sul documento finale, per un dissenso su un passaggio dedicato al ruolo delle donne nella Chiesa, giudicato troppo aperto al tema dei “ministeri ordinati” (v.
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53/97).
Non mancarono momenti difficili anche in diocesi, come quando, nel 1997, una donna dichiarò al settimanale Oggi di aver avuto una relazione con lui; o quando, tre anni più tardi, alla guida della sua auto, investì ed uccise una donna.
Dopo il pensionamento (lasciando l’incarico, in una lettera alla città che era una dichiarazione d’amore scrisse: “Resterò uno di voi”), mons.
Ablondi non abbandonò lo slancio pastorale, favorito anche da una successione, quella di mons.
Coletti, che si poneva sulla linea del suo magistero.
A Livorno fondò ed animò il Cedomei, il Centro di Documentazione del Movimento Ecumenico Italiano; continuò a scrivere e ad intervenire nel dibattito pubblico.
Diverso invece il rapporto con l’attuale vescovo, mons.
Simone Giusti, la cui azione, di segno nettamente opposto a quello di Ablondi, lo aveva progressivamente posto ai margini della vita diocesana (non a caso la diocesi non ha finora organizzato alcuna iniziativa per ricordare la figura e l’opera del vescovo scomparso).
Nel 2009 insieme ai suoi collaboratori, Ablondi fece partire, nella semiclandestinità ecclesiale, un progetto di una catechesi nuova, “una catechesi senza catechisti e anche senza catechismi”, fatta di fogli di riflessione da far circolare fra la comunità livornese, di un sito internet (http://nuke.versoildivino.it) e di incontri cui Ablondi partecipava in carrozzina.
Il materiale fu poi raccolto nello stesso anno nel libro A passo d’uomo verso il divino (Morcelliana 2009), un testo di riflessione teologica finito a sorpresa fra i bestseller della città, e che prendeva spunto dalla quotidianità per elaborare riflessioni su questioni anche spinose, come la sessualità, la malattia, la morte.
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