IV DOMENICA DI QUARESIMA

Lectio – Anno C

Prima lettura: Giosuè 5,9-12

       In quei giorni, il Signore disse a Giosuè: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto». Gli Israeliti rimasero accampati a Gàlgala e celebrarono la Pasqua al quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico. Il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, àzzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno. E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan.                    
  • Aria di novità, di ‘riconciliazione’ si respira nella prima lettura. Si conclude la lunga esperienza di permanenza nel deserto e si prepara l’ingresso nella Terra Promessa. È come un ritorno a casa, un incontrare Dio in modo rinnovato. Il capitolo inizia con la circoncisione di tutto il popolo: Giosuè lo vuole preparare al passo decisivo.

     La lettura inizia con una proclamazione ufficiale di avvenuta riconciliazione, perché Dio dice a Giosuè: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto». È conclusa la ‘lunga quaresima’ della peregrinazione; è stato un tempo di purificazione e di esperienza di Dio. Il popolo, ora rinnovato e riconciliato da Dio stesso, può celebrare la Pasqua nella terra promessa. Un mistico abbraccio unisce nuovamente Dio al suo popolo.

     Un segno concreto è dato dalla possibilità di mangiare «i frutti della terra di Canaan», la loro nuova terra. Si apre un nuovo periodo, una nuova epoca, di cui la Pasqua segna l’avvio.

Seconda lettura: 2 Corinzi 5,17-21

        Fratelli, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.        
  • Il tema della riconciliazione domina anche la seconda lettura e si inserisce perfettamente nella liturgia odierna.

     Dopo una premessa in cui Paolo ribadisce di operare rettamente perché sta sempre alla presenza di Dio, e dopo il rifiuto di cercare ancora una raccomandazione, passa ora a trattare un tema teologico di primaria importanza, quello della riconciliazione.

     Nell’affrontare l’argomento, Paolo indica due principi ispiratori che sono anche due guide: il principio cristologico e il principio ecclesiologico. Con il primo si afferma che tutto viene da Dio in Cristo, con il secondo che a Paolo e agli apostoli («noi», 5,19) è affidato il ministero della riconciliazione.

     È bello constatare che all’inizio della trattazione sta una attestazione di amore di Cristo: pensando a lui, morto per tutti gli uomini, si imposta correttamente il tema preso in esame. La morte di Cristo apre una certezza di vita che si fonda sulla sua risurrezione: «Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro» (5,15). Prima di offrire agli altri il dono preziosissimo della riconciliazione, Paolo sente di goderne come di un beneficio grande che ha trasformato la sua vita. Ogni altra conoscenza deve scomparire, per lasciare posto all’esperienza di un inserimento nel Cristo pasquale. L’appartenenza a Cristo genera una inedita condizione di vita, bene espressa dal concetto di «creatura nuova»; il greco, a differenza della lingua italiana, usa un termine proprio per indicare una novità qualitativa (kainós) distinguendola da una novità puramente cronologica (néos).

     Se è Dio «che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo» (5,19), a lui spetta ogni precedenza e l’iniziativa della riconciliazione. Si esclude così ogni possibilità di appropriazione da parte dell’uomo, beneficiario del dono di Dio. Ma è lo stesso Dio a chiedere collaborazione agli uomini, cosicché il principio teologico-cristologico sfocia in quello ecclesiale: «Era Dio infatti […], affidando a noi la parola della riconciliazione. In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta» (5,19-20).

     La necessità della riconciliazione suppone la peccaminosità dell’uomo. Un compito dell’apostolo sarà appunto di richiamare le strutture di peccato che impediscono all’uomo di costruire una nuova personalità con Cristo: la riconciliazione, infatti, è un atto creativo che risistema una creatura fragile e vittima del peccato. Occorre prendere coscienza del proprio stato e aprirsi all’amore di Dio manifestato in Cristo; questo significa l’accorato appello: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (5,20).

Vangelo: Luca 15,1-3.11-32

         In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».        

Esegesi

     L’introduzione dei vv. 1-3 fornisce una preziosa chiave ermeneutica al cap. 15 in generale e al nostro testo in particolare. Essi denunciano l’atteggiamento ostile dei farisei che non comprendono perché Gesù sia così accogliente con i peccatori. La parabola è una splendida icona del comportamento di Dio che si riflette puntualmente nel comportamento di Gesù.

     Da un punto di vista organizzativo del materiale, osserviamo che dopo una introduzione che mette in scena i personaggi (vv. 11-12), la parabola si articola in due atti di due scene ciascuno, il primo dominato dal figlio minore e dal padre (vv. 13-24), il secondo dal figlio maggiore e dal padre (vv. 25-32); nel secondo atto si rivelerà molto importante se non addirittura decisiva la relazione fratello-fratello.

     Introduzione: il padre e due figli (vv. 11-12). Un inizio sobrio ed essenziale presenta i personaggi, il padre e i suoi due figli. I tre creano due tipi di relazioni, la prima quella di padre-figlio sdoppiata in padre-figlio minore e padre-figlio maggiore e la seconda quella di fratello-fratello, relazione non espressa se non verso la fine del racconto e tuttavia di capitale importanza. Dopo i personaggi, ecco l’antefatto che causa il tutto: la richiesta del figlio più giovane di entrare in possesso anzitempo del patrimonio paterno. Il padre, inspiegabilmente, accondiscende, senza reagire negativamente e senza opporre resistenza. Sembrerebbe un uomo indifferente e distaccato. Poiché il seguito mostrerà esattamente il contrario, dobbiamo concludere che egli ha un rispetto sommo del figlio, anche prevedendo un suo sbaglio.

     Atto primo: il Padre e il minore (vv. 13-24). Questa parte, sebbene dominata dalle azioni del figlio, ha come sottofondo la presenza del padre.

     Prima scena: il minore si allontana e ritorna dal Padre (vv. 13-20a). L’autore della parabola racchiude la prima scena tra un partire (v. 13) e un tornare (v. 20a), due verbi che esprimono un opposto movimento fisico, ma che riveleranno pure due momenti contrastanti nell’animo del giovane. La partenza per un paese lontano vuole significare la distanza dal padre, perfino la sottrazione ad una sua possibile influenza. Il figlio va all’estero (in Israele non si allevavano i porci, cf. invece il v. 15). La partenza avviene all’insegna delle più lusinghiere prospettive perché il figlio minore possiede gli elementi che solitamente la gente considera gli ingredienti della felicità: giovinezza, ricchezza e libertà (intesa qui negativamente come capacità di compiere tutto ciò che si vuole). Sciupato malamente il capitale, subentra l’imprevisto della carestia e quindi della fame. Il lavoro vergognoso per la mentalità ebraica e il disinteresse generale (cf. v. 16) fanno scattare nel giovane un pensiero di ritorno per avere il pane. Il bisogno materiale mette in moto un meccanismo, responsabile di due tipi di ritorno, uno morale e l’altro fisico:

     — Il ritorno morale fatto di riconoscimento del proprio errore e di coscienza di aver perso il rapporto padre-figlio. Qui troviamo la grandezza morale di chi è capace di riconoscere e di ammettere il proprio sbaglio, con lucidità e senza reticenze; è lo slancio sincero e umile del giovane che si assume tutta la propria responsabilità; è la umile ammissione del suo errore che fa da contrappunto alla sfacciata presunzione che lo aveva spinto ad allontanarsi.

     — Il ritorno materiale, fatto di risoluta decisione maturata alla luce di una riflessione che integrava la vita in una visione meno miope. La prima scena termina con questo ritorno alle persone e alle cose abbandonate, anche se con la coscienza di non possederle più come prima. Il ritorno motivato dal bisogno materiale rivela un atteggiamento di fiducia nel padre che — così egli spera — lo accoglierà come garzone e gli garantirà il sostentamento. Pur con tutto il bagaglio di esperienze negative e di sbagli che il giovane porta con sé, egli dimostra un aspetto non consueto che lo rende grande, in quanto è disposto a riconoscere il proprio errore e ad assumere tutte le conseguenze, prima fra tutte la perdita del suo rapporto di figlio.

     Seconda scena. Incontro tra padre e figlio minore (vv. 20b-24). L’iniziale impressione di un padre insensibile o indifferente che lascia partire il figlio senza una parola o un estremo tentativo per trattenerlo, rivela ora tutta la sua infondatezza. Il padre era in attesa, segno che l’amore non si arrende mai, che crede nella vittoria del bene sul male, che spera nel fiorire dei buoni principi insegnati. Solo a questo punto inizia a svelarsi la vera attitudine del padre che con la sua sollecitudine nel correre incontro al figlio indica che lui viveva in perenne attesa che lo portava a sperare e a scrutare continuamente l’orizzonte. Merita speciale attenzione il termine tradotto in italiano con «compassione » (cf. lo stesso verso in Lc 7,33 e 10,33). La parola esprime una compassione profonda che interessa tutta la persona, una tenerezza materna: ecco perché manca la figura della madre: il padre è al contempo anche madre! A questo punto il giovane si esprime con le parole che aveva preparato e manifesta la sua convinzione che, dopo quello che è successo, non è più degno di essere chiamato figlio. Il padre rimane padre, forse lo è ancora di più in questo momento di accoglienza, ma lui non può rimanere figlio perché il suo passato grava su di lui come un’onta incancellabile. Egli vive più di passato che di presente o futuro. Il padre lascia parlare il figlio perché la confessione che esprime il pentimento fa bene, ha benefico effetto liberatorio. Non accetta però le conclusioni proposte dal figlio e non lo lascia terminare: il «Trattami come uno dei tuoi salariati» il figlio non riesce a dirlo, ovviamente perché interrotto dal padre che è attento più al presente e al futuro che non al passato, ora cancellato dal pentimento. Egli non rimprovera, non richiama il passato, perché sarebbe un’inutile riacutizzazione di una ferita non ancora rimarginata. Se il figlio ha maturato e dimostrato il suo pentimento, che bisogno c’è di insistere? La punizione più grave e il rimprovero più severo se li è dati il figlio che accetta di essere non-figlio.

     Alle parole del figlio, il padre risponde con una serie di gesti che valgono assai più delle parole. Si rivolge ai servi perché si prendano cura del figlio, come avveniva per il passato, anzi, ancora di più. Il vestito bello (in greco stolè cioè il vestito lungo delle grandi occasioni) indica la situazione di solennità, i calzari che in quel tempo portavano solo poche persone, la dignità, l’anello sul quale era impresso il sigillo di famiglia, l’autorità, e infine l’uccisione del vitello e lo stare insieme a mensa, la gioia, della festa e della condivisione. Tale accoglienza, a dir poco trionfale, necessita una spiegazione: il padre ha lasciato partire il figlio e ora riceve tra le braccia questo mio figlio; aveva visto partire un giovane presuntuoso e arrogante e ora vede ritornare un uomo maturato dal dolore, dalla lontananza e dal pentimento. Nel padre si sprigiona la gioia per il figlio «cresciuto» e la festa che segue valorizza la nuova maturità raggiunta, il nuovo rapporto tra padre e figlio. In questa scena la parola figlio ritorna tre volte e sempre in crescendo: al v. 21 «figlio» appartiene al racconto, poi diventa «non tuo figlio» sulla bocca del giovane, per trasformarsi infine in «questo-mio-figlio» nelle parole del padre. Forse risulta non del tutto comprensibile il comportamento del padre, ma a lui Pascal presterebbe il suo celebre pensiero: «Il cuore ha delle ragioni che la ragione non riesce a comprendere».

     Atto secondo: il padre e il maggiore (vv. 2 5-32): fa la sua comparsa l’altro figlio, il maggiore, che movimenta tutto il secondo atto rivelando i suoi sentimenti verso il padre e verso il fratello. Tuttavia anche in questo atto, come nel precedente, il ruolo principale spetterà al padre.

     Prima scena: Il ritorno a casa del maggiore (vv. 25-28). Il figlio maggiore che torna a casa sente musica e danze. Interrogato un servo, viene a sapere del ritorno del fratello. La notizia, lungi dal procurargli gioia come era avvenuto per il padre, lo stizzisce: come è possibile che per quello scapestrato spendaccione si organizzi una festa? E più ancora, come è possibile che per lui sia stato ammazzato il vitello che veniva ingrassato per qualche grande occasione, in molti casi proprio per le nozze del primogenito? La sua è una reazione di ostilità e di rottura: «si indignò, e non voleva entrare». Incontriamo ora la seconda annota-zione psicologica, l’ira del maggiore, che contrasta con la commozione del padre nel riavere il figlio minore. Il ritorno del giovane provoca due reazioni contrastanti, la commozione per il padre, ira per il maggiore. La famiglia rimane ancora frantumata dal sentimento di isolamento e di rifiuto di uno dei mèmbri che non intende prendere parte alla festa.

     Seconda scena: incontro tra padre e figlio maggiore (vv. 28-32). Il padre va incontro a lui come era andato incontro al minore. È sempre il padre a prendere l’iniziativa e a muovere il primo passo per raccorciare le distanze. Il figlio rivendica i suoi diritti proprio come il minore che chiedeva la parte di patrimonio per andarsene. Nelle sue parole si legge la orgogliosa sicurezza del suo perbenismo, la sua incondizionata e assoluta fedeltà, con un non troppo velato rimprovero al padre considerato come «padrone» dal pesante verbo «ti servo», tipico degli schiavi. Il lavoro, più che collaborazione e compartecipazione, sembra sia stato vissuto come servile dipendenza. Dopo l’accusa al padre, il discorso prosegue attaccando duramente il minore. Egli parla al padre di «questo tuo figlio», incapace di riconoscere l’altro come fratello che demolisce ritornando a un passato ormai sepolto per il padre. Questi riconosce le ragioni del maggiore: quanto egli afferma non è né falso né esagerato, perché di fatto egli ha sempre lavorato in casa. Le ragioni ci sono, d’accordo, ma non devono diventare pretesto per alzare palizzate di divisione. Il padre lo ascolta e poi gli rivolge la parola chiamandolo «figlio», ricordandogli così quella relazione di comunione che il maggiore ha sempre vissuta, forse senza capirla pienamente, sicuramente senza apprezzarla se ora, in un momento di tanta gioia, egli si estranea e mai si rivolge al padre chiamandolo con questo nome. «Figlio, tu sei sempre con me»: il padre difende la posizione privilegiata del maggiore; è una comunione di persone che si travasa naturalmente in una comunione di beni: «tutto ciò che è mio è tuo». Le parole del padre hanno smantellato la pretesa sicurezza del figlio, hanno messo a nudo che neppure lui ha compreso il padre perché non ne condivide i sentimenti e si estranea alla festa della comune riconciliazione. Le sue ragioni valgono, ma nel momento e nel modo in cui vengono rivendicate manifestano la intrinseca debolezza di relazione con il padre.

            La festa autentica ci sarà quando il maggiore riconoscerà e accetterà l’altro non come «questo tuo figlio», bensì come «questo mio fratello». Se ciò avviene, non è detto, e la parabola rimane ‘aperta’ come monito per i farisei di tutti i tempi (cf. v. 2).
Meditazione

     Una luce particolare, che emerge dai testi scritturistici di questa domenica, orienta il nostro sguardo verso un punto focale che dà unità alle varie tematiche che si intrecciano nella liturgia della Parola: si tratta del volto misericordioso di Dio, un volto che, attraverso il perdono, comunica la gioia della comunione ritrovata con l’uomo peccatore. «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20) è l’appello accorato che risuona in questa domenica. Dio allontana dal suo sguardo l’umiliazione che la schiavitù del peccato imprime sul volto dell’uomo, perché nel suo cuore prevale la compassione. Assicurando Giosuè della sua fedeltà al popolo di Israele, Dio dice: «oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto» (Gs 5,9a). E così il padre della parabola di Lc 15, 11-32, riabbracciando il figlio che si era allontanato, lo rassicura del suo amore dicendo: «portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare…» (v. 22). Mediante il suo perdono, Dio ridà all’uomo la dignità perduta, la dignità del figlio: dal volto di questo figlio perduto, cercato, atteso, ritrovato, scompaiono le ferite che ne deturpano il volto e riappare la fiducia e la libertà dei figli. Solo la gioia della festa può dare compimento e voce a questa comunione ritrovata: «bisognava far festa e rallegrarsi…» v. 32); è l’invito del padre al figlio maggiore per il fratello che è ritornato a casa. Il vitello grasso che il padre fa ammazzare per preparare il banchetto al figlio minore (v. 23) è il simbolo di quella Pasqua che viene celebrata al termine del lungo e faticoso cammino di liberazione del popolo di Israele dall’Egitto (Gs 5,10-12) ed è un’anticipazione del compimento nella Pasqua del Cristo, vero agnello immolato che riconcilia l’uomo con Dio: «tutto questo però – ci ricorda l’apostolo Paolo viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo…» (2Cor 5,18).

     Nella liturgia della Parola di questa domenica, il testo che lascia trasparire con stupenda luminosità il volto compassionevole di Dio è sicuramente la parabola di Luca. È come un’icona, poiché Luca ha la capacità, nel suo racconto, di renderci quasi protagonisti di una vicenda allo stesso tempo squisitamente umana e paradossalmente divina. E, come protagonisti, siamo chiamati ad aprire lo sguardo per poter contemplare, attraverso questa parabola, il volto stesso di Dio, un volto che spesso ci illudiamo di conoscere, ma che continuamente richiede da noi un cammino di conversione per scoprirlo in tutta la sua inaudita bellezza. Accostarsi a questa parabola, significa lasciarsi catturare da un volto: «da qualsiasi angolatura si guardi questo racconto, ci si accorge che al centro c’è la figura del padre: lui davanti ai suoi i figli e i due figli davanti a lui. Il padre è la figura che dà unità all’intera narrazione. Le due vicende si scontrano con l’originalità della sua paternità» (B. Maggioni). E allora rileggiamo brevemente le due vicende tenendo fisso lo sguardo sul volto del padre: «un uomo aveva due figli…» (v. 1).

     Il bisogno di autonomia, di indipendenza e libertà nei confronti del padre, orienta le scelte del figlio più giovane. Ma questo desiderio, in sé molto umano e tipico per un giovane, si intreccia con una pretesa: «dammi la parte di patrimonio che mi spetta» (v. 12). E la pretesa di ciò che di fatto è un dono e che solo nella gratuità di una comunione (con quel padre che vuole dargli tutto ciò che ha) è possibile renderlo occasione di libertà e di vita. Possedere un dono (Luca usa un’espressione significativa ed emblematica per esprimere questo bisogno di avere per sé: «raccolte tutte le sue cose», v. 13) significa renderlo sterile e infecondo, ed è questo il risultato della vita di quel giovane. E Luca non manca di descrivere con precisione un fallimento in qualche modo annunciato (cfr. vv. 13-16): dissipazione, solitudine e lontananza che gradualmente conducono a una perdita della libertà, della dignità e, alla fine, della propria identità. Fuori metafora, tutto questo processo è la degradazione a cui conduce il peccato come lontananza dal volto di Dio. La domanda che Dio rivolge al primo uomo in Gen 3,9 – «dove sei?» – è l’interrogativo pungente che può aprire un cammino di ritorno: «Uomo dove sei? Uomo, dov’è il tuo luogo più vero, più profondo, dove puoi sentirti a casa? Dove cerchi la verità della tua vita, la verità del tuo volto?». L’uomo, quando distoglie il suo volto da Dio, perde il suo volto più autenticamente umano. In questo figlio lontano dal padre, distrutto e sfigurato nella sua dignità, ritorna il ricordo della casa del padre, della vita che in essa conduceva: «Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò… non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati» (vv. 18-19). Conversione? Non ancora. È un primo passo verso questo cammino.

     C’è nostalgia, c’è vergogna, c’è la memoria di una certa felicità perduta; ma in questo figlio, che non si sente tale, manca ancora un ricordo o, meglio, una scoperta. Quella più importante: il ricordo e la scoperta del volto del padre. E questo avviene come dono da parte del padre: «quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò (v. 20). Quella lontananza che sembrava incolmabile e che, con la paura di essere rifiutati e giudicati, pesava nel cuore di quel figlio proprio nell’ultimo tratto di strada da percorrere, all’improvviso scompare. Ma è il padre che ha il coraggio di annullare quella distanza e lo fa con l’impazienza di chi a lungo ha atteso un incontro. La conversione del figlio è proprio questa: scoprire questo volto e sapere che di fronte ad esso lui, il figlio perduto e ritrovato, non ha mai cessato di esser tale, figlio amato. «Facciamo festa… e cominciarono a far festa» (vv. 23-24): la gioia è l’atteggiamento che traduce il cuore del padre di fronte a questo figlio, gioia gratuita e autentica non tanto per un figlio riavuto (non c’è possesso in questo padre) ma per un figlio amato.

     La tristezza è invece ciò che caratterizza l’altro figlio, quello maggiore. Tristezza che si trasforma in rabbia covata, in indignazione e rifiuto, in incapacità di comprendere la gratuità del padre. «Ecco io ti servo da tanti anni…» (v. 29): in queste dure parole piene di pretesa, è riflesso il volto di questo figlio. È un servo che, nonostante una vita passata con il padre, non ha mai potuto conoscerne il volto. Ha servito attendendo di essere ripagato («non mi hai mai dato un capretto…»: v. 29); ha obbedito convinto di guadagnarsi una qualche giustizia. In fondo non ha amato il padre perché non lo ha mai sentito come tale.

     Ma anche di fronte a questo figlio si rivela lo stesso volto di misericordia del padre. E questa rivelazione avviene anzitutto attraverso una parola: «Figlio…» (v. 31): davanti a questo padre, non c’è un servo, non c’è uno che è oppresso, ma c’è un figlio che è chiamato a gioire per un fratello ritrovato. E questo figlio che non si sente tale deve capire due cose: «tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo» (v. 31). È l’amore del padre, il suo dono, quella gratuità che diventa trasparenza nella festa per il figlio ritrovato, a rivelare il volto del padre e trasformare in figli quei due giovani che si sentivano solo servi. Questo deve diventare il cuore della loro conversione, perché, pur con percorsi differenti, tutti e due questi figli sono chiamati a conoscere chi è il loro padre.

     Attraverso questa parabola, siamo orientati con forza alla gioia pasquale, perché è nella Pasqua di Cristo che ci viene rivelata, nella sua massima trasparenza, la compassione del volto di Dio. La veste più bella, l’anello al dito, i calzari, i segni del figlio, ci verranno donati nella notte in cui celebreremo la vittoria di Cristo sulla morte; e in questa notte l’agnello ucciso per far festa, per celebrare la liberazione, ci comunicherà tutta la gioia di un Padre che nel Figlio vuole essere in comunione con noi. Per ora si tratta di continuare questo cammino di ritorno, non dimenticando però, alla luce di questa parabola, che la vera conversione, la vera svolta nella nostra vita è anzitutto riscoprire il volto di un Padre che ci ama e, alla sua luce, essere consapevoli di ciò che possiamo diventare grazie a questo vol-to: «se uno è in Cristo è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» (2Cor 5,17).

Don Bosco commenta il Vangelo

IV domenica di Quaresima

Sono un figlio prodigo?

Il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto” (Lc 15,13).

Nell’istruzione sulla confessione che si trova nel Cattolico provveduto, don Bosco sviluppa una serie di considerazioni su questa parabola “per eccitarci alla compunzione”:

Il figliuol prodigo è un’immagine del peccatore, il quale lascia la casa di Dio, suo padre, per abbandonarsi ai desideri delle sue passioni. Si allontana dalla presenza di Dio, e rinunzia al diritto della divina figliolanza, e lontano da Dio dissipa i doni di natura e di grazia, che aveva da esso ricevuti (OE19 408).

Di conseguenza il peccato è miseria e il peccatore è un infelice, secondo il racconto che ne fa don Bosco nella sua Storia sacra: “In quel medesimo paese sopraggiunta una grande carestia, fu costretto dalla miseria di darsi ad un padrone, che lo mandò a pascere i porci nella sua villa. Quivi l’infelice desiderava di cibarsi delle ghiande che quegli animali mangiavano, e non poteva averne onde sfamarsi” (OE3 175s).

Nel Cattolico provveduto troviamo poi questo commento allegorico sulle conseguenze nefaste del peccato:

Quanto bene e al vivo è qui dipinto lo stato miserevole dell’anima, la quale abbandona il suo Dio! Ella mancando del nutrimento dei SS. Sacramenti, del principale conforto celeste, piglia servizio presso crudelissimi padroni, cioè gli spiriti infernali, i quali le danno a pascere degli animali schifosi, ossia le sue brutali passioni, e con tutto ciò non le forniscono alcuno di quei piaceri che ella bramerebbe. Ma una nobile e spirituale creatura potrà forse essere appagata di sensuali piaceri? (OE19 409s).

Dopo tante miserie e disillusioni il figlio più giovane pensò finalmente di tornare a casa dicendo a sé stesso:

Vedi che male è mai l’offendere Iddio! che hai tu guadagnato coll’abbandonare un padrone sì buono? quali consolazioni ricevi ora dalle creature? qual pace hai trovata da che ti sei ribellato al tuo creatore? e valeva la pena per piaceri così vili, così brevi, così vergognosi voltare le spalle a Gesù tuo Salvatore, rinunziare al paradiso, perdere la grazia divina e la pace dell’anima? Ritorna al tuo Padre (OE19 411).

E il Padre accoglie il peccatore con grande trasporto di gioia.

Tra i “tratti particolari della Sacra Scrittura usati da Dio verso i peccatori”, citati nel secondo giorno del suo Esercizio di divozione alla misericordia di Dio, don Bosco menziona l’accoglienza del figlio prodigo da parte del padre suo:

Se poi osserviamo la condotta del nostro divin Salvatore nel Vangelo, oh! come risplende la sua misericordia per l’uomo peccatore! […] Si presenta qual tenero padre, il quale con grande trasporto di gioia accoglie il suo figlio scialacquatore che ritorna alla casa paterna. Tutti questi modi di dire del nostro buon Dio mostrano il desiderio grande che il Signore ha di usare misericordia a tutti, ma specialmente al peccatore (OE2 130s).

Nel capitolo poi in cui descrive “l’amorevolezza con cui Iddio accoglie il peccatore”, don Bosco sottolinea il fatto che Dio è “quel padre il quale vedendo ritornare il figlio perduto gli corre all’incontro; e prima che quegli parli l’abbraccia, lo bacia teneramente, e quasi vien meno di tenerezza per la consolazione che prova” (OE2 148).

Ed ecco in fine la meditazione offerta nel Cattolico provveduto:

Così pure Iddio accoglie il peccatore che si ravvede. Gli va incontro, gli dà il bacio di pace, ne dimentica i peccati, lo riceve di nuovo nella sua grazia, e di nuovo lo dichiara suo figlio, gli riempie il cuore di dolci consolazioni, e invita gli angeli ed i santi tutti a festeggiare il suo ritorno; e lo fa sedere a mensa insieme cogli altri suoi figliuoli, porgendogli in cibo e bevanda il corpo sacratissimo e il sangue preziosissimo del suo stesso divin Figliuolo (OE19 412).

 (Morand Wirth)

Tra parentesi il lettore troverà i riferimenti principali dei testi citati nelle opere di o su don Bosco: – nei 38 volumi delle Opere edite di G. Bosco (OE1-38, a cura del Centro Studi Don Bosco dell’Università Pontificia Salesiana); – nei 19 volumi delle Memorie biografiche di don G. Bosco (MB1-19, a cura di G.B. Lemoyne, A. Amadei e E. Ceria); – nelle sue Memorie dell’Oratorio (MO, a cura di A. Giraudo); – nei 10 volumi del suo Epistolario (E1-10, a cura di F. Motto). La seconda cifra indica la pagina del volume.

L’immagine della domenica

CAMMINO DI SANTIAGO   –   2018  

«Togli ad un viaggiatore

la speranza di arrivare

e gli avrai tolto anche

la forza di camminare»

(Guglielmo di S. Thierry)

Preghiere e racconti

Accetto i miei errori?

La condizione umana è una condizione di debolezza, ecco perché ci sono le gommine sulle matite. Tutti compiono errori. Dio ha fornito solo animali e uccelli di istinti infallibili. Noi esseri umani dobbiamo imparare molte cose dalle prove e dagli errori.

Un vecchio saggio disse una volta: “Impara dagli errori degli altri: non vivrai abbastanza per compierli”.

Molti di noi danno per scontato che, se non avessimo mai compiuti errori, probabilmente non avremmo mai fatto scoperte. Certo, l’unico vero errore è quello dal quale si è imparato nulla. Gli errori sono esperienze istruttive. Dunque, benvenuti nel club!

Così come avviene per molte virtù, lo spirito di comprensione e tolleranza incomincia a casa propria. In un modo o nell’altro molti di noi devono giungere alla disperazione, prima di poter offrire a se stessi comprensione e gentilezza. Dobbiamo toccare il cosiddetto fondo prima di poterci di nuovo rialzare.

E allora, devo domandarmi: a che punto sono? Mi sono liberato dall’abitudine di rivangare gli errori del passato? Mi sono liberato dei sentimenti di imbarazzo per le mie colpe e le mie lamentele? Posso dire con onestà e in pace: “Questa è la persona che abitualmente ero, il mio vecchio io; non è la persona che sono ora, l’io nuovo e attuale?” Molti di noi non capiscono di aver imparato dagli errori passati, e di avere superato grazie ad essi alcune immaturità. Mi rendo conto che il “vecchio io” ha insegnato molte cose al “nuovo io”?

La trappola, qui, consiste nell’identificarmi con il lato oscuro della mia personalità e con i miei errori passati, nel pensare a me stesso com’ero una volta. Quasi come quella persona che da piccola era grassa, ma che da grande è diventata snella.

La domanda fondamentale è: penso a me stesso come grasso o come magro? Chiaramente, crescere significa cambiare, e cambiare significa “lasciar perdere”. È una cosa difficile o facile per te? Ricorda, dobbiamo cominciare con un’onestà spietata, o non potremo mai giungere alla verità. E senza verità, non c’è crescita né gioia.

(John POWELL, Esercizi di felicità, Effatà Editrice, 2004, Cantalupa (TO), 25-26).

Una Conversione possibile

«L’amore del Padre non è un atto di costrizione. Sebbene il Padre voglia guarirci da tutte le nostre tenebre interiori, siamo sempre liberi di fare la nostra scelta, di rimanere nelle tenebre o di entrare nella luce dell’amore di Dio. Dio è là. La luce di Dio è là. Il perdono di Dio è là. L’amore sconfinato di Dio è là. Ciò che è sicuro è che Dio è sempre là, sempre pronto a donare e perdonare, in modo assolutamente indipendente dalla nostra risposta. L’amore di Dio non dipende dal nostro pentimento o dai nostri cambiamenti ulteriori o esteriori.

Che io sia il figlio minore o il figlio maggiore, l’unico desiderio di Dio è di portarmi a casa. Arthur Freeman scrive: “Il padre ama ogni figlio e da ad ognuno la libertà di essere ciò che vuole, ma non può dar loro la libertà che non si sentiranno di assumere o che non comprenderanno adeguatamente. Il padre sembra rendersi conto, al di là dei costumi della società in cui vive, del bisogno dei propri figli di essere se stessi. Ma egli sa anche che hanno bisogno del suo amore e di una “casa”. Come si concluderà la storia dipende da loro. Il fatto che la parabola non abbia un finale garantisce che l’amore del padre non dipende da una conclusione appropriata del racconto. L’amore del padre dipende solo da lui e fa esclusivamente parte del suo carattere. Come dice Shakespeare in uno dei suoi sonetti: “L’amore non è amore se muta quando trova mutamenti”».

(H.J.M. NOUWEN, L’abbraccio benedicente, Brescia, Queriniana, 2004, 114-115).

Il lungo cammino verso casa

«Una delle più grandi provocazioni della vita spirituale è ricevere il perdono di Dio. C’è qualcosa in noi, esseri umani, che ci tiene tenacemente aggrappati ai nostri peccati e non ci permette di lasciare che Dio cancelli il nostro passato e ci offra un inizio completamente nuovo. Qualche volta sembra persino che io voglia dimostrare a Dio che le mie tenebre sono troppo grandi per essere dissolte. Mentre Dio vuole restituirmi la piena dignità della condizione di figlio, continuo a insistere che mi sistemerò come garzone. Ma voglio davvero essere restituito alla piena responsabilità di figlio? Voglio davvero essere totalmente perdonato in modo che sia possibile una vita del tutto nuova? Ho fiducia in me stesso e in una redenzione così radicale? Voglio rompere con la mia ribellione profondamente radicata contro Dio e arrendermi in modo così assoluto al suo amore da far emergere una persona nuova? Ricevere il perdono esige la volontà totale di lasciare che Dio sia Dio e compia ogni risanamento, reintegrazione e rinnovamento. Fin quando voglio fare anche soltanto una parte di tutto questo da solo, mi accontento di soluzioni parziali, come quella di diventare un garzone. Come garzone posso ancora mantenere le distanze, ribellarmi, rifiutare, scioperare, scappare via o lamentarmi della paga. Come figlio prediletto devo rivendicare la mia piena dignità e cominciare a prepararmi a diventare io stesso il padre».

(H.J.M. NOUWEN, L’abbraccio benedicente, Brescia, Queriniana, 2004, 78-79)

Lasciarsi amare dal Padre

Un padre ama i figli e li perdona solo perché sono i suoi figli, non perché sono buoni. I padri aspettano con ansia i figli, se questi un giorno lo abbandonano. E se così si comportano i padri terreni, quanto grande sarà il perdono e l’immensa misericordia del Signore? Dio è amore e generosità assoluta e gratuita. Fa splendere il sole sui giusti e sugli ingiusti, e allestisce un banchetto memorabile, perché un figlio ingrato e scapestrato è tornato alla casa del Padre. Perciò, sappi che è importante amare Dio e tenerlo con te nel tuo cuore, ma che è ancor più importante lasciarsi amare da Dio ed essere nel suo cuore.

(Clemente Arranz Enjuto).

Si levò e venne da suo padre

II figlio lontano si levò e venne da suo padre (Lc 15,20). Venne non attraverso un cammino del corpo, ma attraverso un cammino spirituale. Non ebbe bisogno di percorrere un lungo cammino, perché aveva trovato una via di salvezza più breve. Non ebbe bisogno di cercare il padre divino percorrendo molteplici strade, lui che lo cercò con la fede e lo trovò ovunque accanto a sé. Si levò e venne da suo padre. Quando era ancora lontano […] In che modo è lontano colui che viene? È lontano perché non è ancora arrivato. Viene, si incammina verso la conversione, ma non giunge ancora alla grazia; viene alla casa del padre, ma non giunge ancora alla gloria della sua condizione e del suo onore di prima. Il padre lo vide ed è per questo che il figlio poté slanciarvi verso di lui. Lo sguardo del padre rischiarò gli occhi del figlio e dissipò tutta l’oscurità che ravvolgeva a causa della colpa. Le tenebre della notte non sono nulla a confronto delle tenebre che nascono dalla confusione generata dal peccato […].

Il padre gli corse incontro non con un movimento fisico, ma in uno slancio di tenerezza. Gli si gettò al collo con il peso dell’amore, non con quello del corpo. Gli si gettò al collo non con un movimento delle viscere, ma con la passione delle viscere. Gli si gettò al collo per innalzare colui che giaceva a terra. Gli si gettò al collo per togliere con il peso dell’amore, il peso dei peccati. Venite a me, voi tutti che siete affaticati e stanchi. Prendete sopra di voi il mio giogo che è leggero (Mt 11,28-30). Il figlio è aiutato da questo peso del padre, non ne è schiacciato. Gli si gettò al collo e lo baciò. È così che il padre giudica, è così che corregge, è così che copre di baci il suo figlio, non di percosse. La forza dell’amore non vede le colpe e perciò il padre con un bacio cancella i peccati, lo circonda con il suo abbraccio, non vuole mettere a nudo i crimini di suo figlio, non vuole disonorarlo. È così che il padre guarisce le ferite del figlio, in modo che nel figlio non restino nessuna cicatrice, nessun segno. Beato, dice il salmista, colui al quale sono perdonate le colpe e i cui peccati sono stati ricoperti [Sal 31 (32), 1].

(PIETRO CRISOLOGO, Discorsi 3,1-3, CCL 24, pp. 26-28).

Dio perdona con una carezza, un abbraccio una festa

Un padre aveva due figli. Ogni volta questo inizio, semplicissimo e favoloso, mi affascina, come se qualcosa di importante stesse di nuovo per accadere. Nessuna pagina al mondo raggiunge come questa la struttura stessa del nostro vivere con Dio, con noi stessi, con gli altri. L’obiettivo di questa parabola è precisamente quello di farci cambiare l’opinione che nutriamo su Dio.

Io voglio bene al prodigo. Il prodigo è legione ed è storia. Storia di umanità ferita eppure incamminata. Felix culpa che gli ha permesso di conoscere più a fondo il cuore del Padre. Se ne va, un giorno, il più giovane, in cerca di se stesso, in cerca di felicità. La casa non gli basta, il padre e il fratello non gli bastano. E forse la sua ribellione non è che un preludio ad una dichiarazione d’amore. Quante volte i ribelli in realtà sono solo dei richiedenti amore.

Cerca la felicità nelle cose, ma si accorge che le cose hanno un fondo e che il fondo delle cose è vuoto. Il prodigo si ritrova un giorno a pascolare i porci: il libero ribelle è diventato un servo, a disputarsi il cibo con le bestie. Allora ritorna in sé, dice il racconto, chiamato da un sogno di pane (la casa di mio padre profuma di pane…) Ci sono persone nel mondo con così tanta fame che per loro Dio non può avere che la forma di un Pane (Gandhi).

Non torna per amore, torna per fame. Non torna perché pentito, ma perché ha paura e sente la morte addosso. Ma a Dio non importa il motivo per cui ci mettiamo in viaggio. È sufficiente che compiamo un primo passo. L’uomo cammina, Dio corre. L’uomo si avvia, Dio è già arrivato. Infatti: il padre, vistolo di lontano, gli corse incontro… E lo perdona prima ancora che apra bocca, di un amore che previene il pentimento. Il tempo della misericordia è l’anticipo.

Si era preparato delle scuse, il ragazzo, continuando a non capire niente di suo padre. Niente di Dio, che perdona non con un decreto, ma con una carezza (papa Francesco). Con un abbraccio, con una festa. Senza guardare più al passato, senza rivangare ciò che è stato, ma creando e proclamando un futuro nuovo. Dove il mondo dice “perduto”, Dio dice “ritrovato”; dove il mondo dice “finito”, Dio dice “rinato”.

E non ci sono rimproveri, rimorsi, rimpianti. Il Padre infine esce a pregare il figlio maggiore, alle prese con l’infelicità che deriva da un cuore non sincero, un cuore di servo e non di figlio, e tenta di spiegare e farsi capire, e alla fine non si sa se ci sia riuscito. Un padre che non è giusto, è di più: è amore, esclusivamente amore. Allora Dio è così? Così eccessivo, così tanto, così esagerato? Sì, il Dio in cui crediamo è così. Immensa rivelazione per cui Gesù darà la sua vita.

Diventare “creature nuove”

Sembra semplice e lineare la celeberrima parabola del “figliol prodigo”, o del Padre misericordioso, o ancora del Padre prodigo d’amore, come di volta in volta rettificano gli esegeti, per puntare giustamente il focus su quello che viene definito come il vero protagonista della parabola, il Padre appunto.

Eppure, a ben guardare, il protagonista è sì il Padre, ma non il Padre in se stesso, bensì visto in relazione con i due figli. A tale relazione fa da specchio e da rimando quella di Gesù con i peccatori nei fondamentali versetti che introducono il racconto di Luca: una relazione improntata ad accoglienza e condivisione paritaria del cibo, che suscita la reazione scandalizzata dei perbenisti di ogni tempo e di ogni chiesa: “Questo qua accoglie i peccatori e mangia con loro!”.

Che ci piaccia o no, Gesù non aspetta che prostitute e funzionari corrotti si convertano, per sedersi a conversare e per spezzare il pane con loro. Prima si siede accanto a loro, ne riconosce la dignità guardandoli in volto, e poi chissà, forse si convertiranno proprio perché Lui è passato in mezzo a loro, come a casa di Zaccheo.

Ecco, in genere questa parabola suscita sempre delle resistenze: quando si pone l’accento sulla misericordia del Padre in attesa trepidante, che copre la distanza che lo separa dal figlio con una corsa e un abbraccio, prevenendo qualsiasi sua giustificazione, c’è sempre qualcuno che ha bisogno di sottolineare come in realtà il figlio si è pentito e la prova consisterebbe nel fatto che è “rientrato in se stesso” ed è tornato a casa.

Una lettura un po’ più attenta e scevra da pregiudizi rivela facilmente, invece, che il figliol prodigo torna a casa perché si trova nel bisogno e nella solitudine più disperante, ridotto a mangiare carrube come gli animali più impuri per gli Ebrei e, per di più, a mangiarle da solo, perché non incontra nessuno che abbia compassione di lui e gliele offra. Nella sua dissipazione materiale e spirituale, il giovane si è tagliato fuori non soltanto dalla relazione col padre, ma finanche dal consorzio degli uomini. Ha perso la sua identità di uomo, prima ancora che quella di figlio.

Nessun pentimento profondo, dunque, verso quel padre fatto soffrire ingiustamente, benché il figlio intenda rivolgergli parole che suonano di circostanza, alla luce della considerazione che i servi di suo padre mangiano meglio e più di lui. L’approccio ermeneutico di chi sottolinea a tutti i costi che il figlio si è pentito sottende a ben guardare la nostra mentalità retributiva, per cui il perdono lo si deve comunque meritare, e finisce col collocarci sulla linea del figlio maggiore, personaggio interessantissimo e stranamente oscurato dal ben più noto fratello minore.

Il fratello maggiore è, in effetti, colui con il quale è molto più facile identificare noi stessi: è, in fondo, una persona perbene, seria, che ha sempre lavorato (il testo non dà alcun motivo di dubitare delle sue parole) e vissuto senza colpi di testa.

Si è giustamente sempre sottolineato che anche lui, come l’altro, non ha capito nulla dell’amore immenso e liberante del Padre, e, così come lo scialacquatore suggerisce al padre di trattarlo come uno dei suoi servi, allo stesso modo il maggiore dice che lo ha sempre “servito” e non ha mai trasgredito a un suo comando. Dunque egli trova inconcepibile che per l’altro figlio (che non chiama mai “mio fratello”), il padre si prodighi in feste, banchetti e ricompense.

C’è una frase interessante e rivelativa del cuore del fratello maggiore: egli non addita il minore come colui che si è ridotto a mangiare le ghiande coi porci, condizione che, come osservavamo prima, lo fa uscire da qualsiasi relazione, anche la più degradata, con altri uomini. Per evocare il fratello, egli agita agli occhi del Padre solo lo spettro del “peccato sessuale”: suo fratello minore è, per lui, quello “che ha sperperato i tuoi beni con le prostitute”.

Con queste parole, in cui moralisticamente rinfaccia il peccato, il fratello maggiore cerca di muovere l’indignazione del Padre, rinfocolando, invece, soltanto la propria. Egli tenta di coprire con la censura morale la sua acrimonia verso il fratello, di cui sembra invidiare la capacità di osare, di staccarsi da casa, e il risentimento verso il Padre, di cui certo invidia la bontà infinita e senza calcoli (cfr. Mt 20,15).

Alla gioia fremente del Padre fa da contraltare la sua tristezza da contabile dell’amore, che si ferma sulla soglia della porta, perché, da perfetto invidioso, non riesce a sostenere la vista e la presenza del peccatore perdonato e divenuto “una creatura nuova”, come indicano i sandali, simbolo dell’uomo libero, perché “le cose vecchie sono passate, ne sono nate di nuove” (2 Cor 5, 17: la seconda lettura).

(Valentina Chinnici)

Preghiera

Nella mia vita ho sperimentato molte bene quanto è difficile per me confidare di essere amato ed avere fiducia che l’intimità in cui ho bisogno e che desidero ardentemente è lì pronta per me. Più spesso vivo come se dovessi meritarmi l’amore, fare qualcosa e poi forse ottenere qualcosa in cambio. Questo atteggiamento abbraccia l’intera questione di ciò che nella vita spirituale viene chiamato “amore preveniente”. Credo davvero di essere amato anzitutto, indipendentemente da ciò che faccio o da ciò che compio? È una questione importante, perché fino a che penso che quello di cui ho bisogno me lo devo conquistare, meritare e ottenere con un duro lavoro, non riuscirò mai ad avere ciò di cui ho più bisogno e che desidero di più, che è un amore che non può essere guadagnato ma che è donato gratuitamente. Pertanto il mio ritorno è la mia disponibilità ad abbandonare la tendenza a ragionare in questo modo e a vivere sempre più secondo la mia vera identità di figlia o figlio prediletto di Dio.

Aiutami ad amare gli altri così come sono, o Signore, nello stesso modo in cui tu hai donato il tuo amore a me.

(H.J.M. NOUWEN, Dalla paura all’amore. Riflessioni quaresimali sulla parabola del figlio prodigo, Brescia, Queriniana, 2002, 59-60).

La Settimana con don Bosco

23-29 marzo

23. (S. Turibio di Mogrovejo) “Eravi un fanciullo di nove anni Peruviano e discendente degli Incas, antichi re del paese”, e mentre Pio IX lo stava guardando, “il ragazzo in lingua spagnola, lingua che egli parla assai bene, gli disse: Santissimo Padre, datemi la benedizione” (OE23 121).

 24. “Non sono molte le mie cognizioni; quella però che mi piacerebbe e desidero si è scire Jesum

Christum et hunc crucifixum” (MB5 883).

25. (Annunciazione del Signore) In questo giorno si festeggia “il memorabile annunzio di Gabriele alla gran Vergine di Nazareth”, e ci si rallegra “dell’ineffabile dignità di Madre di Dio, toccata all’umile Ancella del Signore” (OE18 459).

26. “Io so solamente che quell’animale [il cane Grigio] fu per me una vera provvidenza in molti pericoli in cui mi sono trovato” (MO 206).

27. “Agli altri perdona tutto, a te nulla” (MB3 617).

28. “Del prossimo parlar bene o tacere affatto” (OE3 352).

29. “Oh quanta roba vecchia c’è da togliere! Mio Dio, distruggete in me tutte le mie cattive abitudini” (MO 101).

 (Morand Wirth)

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

M. FERRARI, monaco di Camaldoli, «Oggi di è adempiuta questa scrittura». Tempo di Quaresima e Tempo di Pasqua, Milano, Vita e Pensiero, 2013.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.

– C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.

– J.M. NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003.

Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.

PER L’APPROFONDIMENTO:

III DOMENICA DI QUARESIMA

Lectio – Anno C

Prima lettura: Esodo 3,1-8.13-15

            In quei giorni, mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb.  L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio. Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele». Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”. Mi diranno: “Qual è il suo nome?”. E io che cosa risponderò loro?».  Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io Sono mi ha mandato a voi”». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione».         
  • Nei primi due capitoli del libro dell’Esodo abbiamo storie di oppressioni e violenze ai danni di un popolo che vive in schiavitù. D’altra parte, anche l’iniziativa «autonoma» di Mosè fallisce perché offuscata da sospetti, ombre, paure. Storia di miserie umane dove Dio

non è presente. Finché non giungiamo alla fine del cap. 2, vv. 23-24 «Gli Israeliti gemettero… Allora Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo, Giacobbe». Vocazione e missione di Mosè si pongono ad immediato seguito di questa iniziativa libera e gratuita di Dio.

     — Il racconto della vocazione di Mosè contiene momenti caratteristici e costanti di simili narrazioni bibliche. Abbiamo uno schema tripartito:

a) chiamata di Dio (vv. 1-10);

b) obbiezioni del vocato (vv. 11.13);

c) il segno e la protezione di Dio (vv. 12.14-15)

     Lo stesso schema si ritrova nelle vocazioni di Simeone, Isaia Geremia e nell’annuncio a Maria (Lc 1). A motivo di un taglio notevole (vv. 8b-12), nella pericope liturgica non si percepisce bene la struttura «dialettica» di questa chiamata.

     Evidenziamo alcuni punti che aiutino alla comprensione ed all’approfondimento del testo:

     — Simbolismo del fuoco che brucia senza consumarsi (vv. 2-3). In Es 19,18 il Signore discende nel fuoco sul Sinai, lo fa tremare, ma non lo distrugge. Simbolo fondamentale nelle teofanie, il fuoco esprime due aspetti della presenza di Dio: la sua trascendenza (il fuoco che brucia e non consuma è una realtà che non possiamo afferrare e dominare, ma ci sfugge e trascende); la vicinanza di Dio (il suo calore avvolge, illumina, riscalda).

     — Santità del luogo (v. 5). Spesso ricordata nella Sacra Scrittura: vedi Gn 28,16 (santuario di Betel): Certo il Signore è in questo luogo, ed io non lo sapevo! Non l’uomo ma Dio, con la sua presenza, santifica un certo luogo. Questo spazio santificato «preesiste alla coscienza dell’uomo» (G. RAVASI) e questi, per accedervi, deve compiere un gesto di distacco e umiliazione, un gesto che qui si esprime nel togliersi i sandali (cosa che ancora vige nelle moschee).

     — Rivelazione del Nome divino (vv. 13-14). Il «nome» corrisponde alla realtà stessa di Dio. Così come viene espresso e spiegato, può aprirsi a vari livelli di comprensione:

     • Mistero che sfugge: «Io sono colui che sono» è tautologia enigmatica ed apparentemente evasiva, che comunque lascia il suo essere nel mistero, senza chiarirlo: irraggiungibile e inconoscibile, il mistero di Dio non si lascia usare o definire dall’uomo.

     • La libertà di essere: il giro di frase, per cui si ripete quel che si è già detto (idem per idem) è tipico di alcune affermazioni divine in cui è messa in luce la sua libertà di essere e di agire. Ad es. in Es 33 19 Dio dice a Mosè: Faccio grazia a chi faccio grazia, uso misericordia con chi uso misericordia. In altri termini Dio non si lascia sindacare o condizionare da niente e da nessuno; è misericordioso con chi vuole esserlo, fa grazia a chi vuole. In tal senso, con l’espressione: Io sono colui che sono, Dio afferma che nel suo essere è determinato solo dal suo «volere»: veramente libero di essere quello che vuole essere!

     • Nome di speranza. Il verbo «essere» (hyh) in ebraico è verbo «attivo»; non indica uno stato, ma una attività. In tal senso Dio si rivela a Mosè come Colui che è, che agisce e vale (a differenza degli idoli che sono un nulla, perché non contano e non valgono niente). Alla luce di ciò, il versetto che conclude la nostra lettura assume tutto il suo spessore teologico: «Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione» (v. 15). «Per sempre», Dio è e sarà per il suo popolo quello che è, presente per liberarlo e guidarlo. Dio, nel rivelare il suo nome, non consegna una definizione filosofica di esso (Io sono l’ESISTENTE), anche se questa verità è in fondo supposta, ma un solido titolo di speranza. L’Apocalisse di Giovanni augura la grazia e la pace derivanti da «Colui che è, che era e che viene» (Ap 1,4).

Seconda lettura: 1Corinzi 10,1-6.10-12

        Non voglio che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto. Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono. Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatore. Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.         
  • Nei capp. 8-10 della Prima Lettera ai Cor., Paolo affronta lo spinoso problema degli «idolotiti», ossia delle carni degli animali sacrificati agli idoli. I resti di questi sacrifici venivano messi in vendita e regolarmente consumati dalla gente. Per i cristiani di Corinto si poneva il problema, se fosse lecito o no consumare queste carni. Pur affermando, da una parte, il principio della fondamentale libertà del cristiano (c. 8), testimoniato col proprio esempio (c. 9), l’Apostolo, d’altra parte, mette in guardia i Corinzi contro il pericolo di contaminazione e  «connivenza» con gli ambienti pagani (c. 10). La nostra pericope si inserisce esattamente al principio di questa lunga ammonizione, che parte dai castighi che colpirono i padri nel deserto a causa della loro infedeltà.

     — Non voglio che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè… tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, ecc. (vv. 1-4). I fatti principali vissuti da tutto il popolo d’Israele sono riletti alla luce della presente situazione dei cristiani, della loro vita sacramentale (battesimo, eucarestia, presenza del Cristo, ecc.). Si noti l’insistenza martellante sul «tutti»: a nessuno furono negati i doni della salvezza, che prefigurano quelli del regime attuale dei cristiani. Questo accostamento si fa in base alla continuità storico-salvifica che Dio stesso stabilisce tra i fatti dell’esodo e quelli della Chiesa. Il Cristo, preesistente nella storia di Israele, è indicato sia da Mosè («battezzati in Mosè, come noi lo siamo in Cristo), che dalla «roccia» (una tradizione rabbinica voleva che quella roccia, simbolo della sapienza divina, accompagnasse Israele nel deserto).

     — La maggior parte di loro… furono sterminati nel deserto (v. 5). Nonostante tali privilegi, la maggioranza degli Israeliti merita il castigo divino. Alla continuità salvifica si contrappone una «discontinuità» etica da parte di Israele.

     — Ciò avvenne come esempio per noi…» (vv. 6.11). La parola italiana «esempio» corrisponde al greco «typos», che qui assume un duplice significato: prefigurazione ed esempio ammonitore. Come prefigurazione, la storia dell’esodo anticipa, prepara ed è in funzione degli eventi vissuti dai cristiani, eventi ultimi e definitivi della storia della salvezza («è arrivata la fine dei tempi», v. 11).

     Come storia ammonitrice, quella dell’esodo ha la funzione di scuotere i corinzi dalla loro illusoria sicurezza («chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere»). Non si tratta solo di stare in guardia contro la mormorazione (v. 10), ma soprattutto — stando ai vv. 7-9 stranamente omessi nel brano liturgico — di non incorrere nel peccato di idolatria, che equivale a fornicazione, di quanto porta a tradire Dio, per prostituirsi ad altri idoli.

     Pur restando saldo il principio della libertà, occorre evitare il peccato di presunzione, ed essere umili nel ruggire ogni occasione di comunione con gli idoli pagani (v. 14: «Fuggite l’idolatria»).

Vangelo: Luca 13,1-9

        In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».  

Esegesi

     La pericope si colloca in quella lunga sezione del vangelo di Luca riguardante il viaggio di Gesù verso Gerusalemme (9,51 – 21,27). Gesti, insegnamenti, ammonizioni di Gesù sono «segnati» da questa tensione verso il compimento decisivo della sua missione, attraverso la passione, la morte, la risurrezione, e quindi dalla dimensione pasquale.

     In particolare, il vangelo di oggi si inserisce tra due momenti che ne caratterizzano ulteriormente il senso kerygmatico:

     — prima, Gesù parla dei «segni dei tempi» invitando ad una condotta che ottenga il giudizio più benevolo possibile da parte di Dio (12,54-59);

     — dopo, la guarigione della donna curva (13,10-17), che rivela potenza salvifica di Gesù, superiore allo stesso sabato, a favore di una «figlia di Abramo».

     In tale contesto il richiamo di oggi a due fatti di cronaca e la parabola del fico, assumono, il senso ineludibile di un invito alla conversione, in presenza di Gesù che sale a Gerusalemme e si immola per tutti, disposto ad attendere, ma ancora per poco, che rispondiamo alle sue chiamate.

     — Il vangelo si compone di due brevi sezioni, ognuna con la sua introduzione: la prima, un monito chiaro alla conversione, prendendo occasione da due fatti tragici (vv. 1-5); la seconda, una parabola che invita ad approfittare, finché dura, del tempo della grazia.

     — Tre annotazioni per evidenziare l’aspetto kerygmatico del testo.

     Prima: i due episodi di morte violenta (strage ordinata da Pilato e crollo della Torre di Siloe) hanno lo scopo di sottolineare come non sempre è da cercare un nesso diretto tra colpa e morte, peccato e infortunio (cf. Gv 9 3) essi devono interpellare chi ascolta, e indurlo a conversione, per non essere impreparato se travolto da eventualità del genere.

     Seconda: in base al Lv 19,23 i frutti di un albero si possono cogliere solo al quarto anno. Se il proprietario dice: «sono tre anni che vengo a cercare frutti» vuol dire che sono passati almeno sei anni da quando il fico è stato piantato. Ma a parte questo lungo tempo, il fico gode del privilegio di essere piantato dentro il vigneto. Albero di poco conto e ingombrante, il fico veniva solitamente piantato altrove, fuori della vigna per non sfruttare il buon terreno destinato alle viti. Il che sottolinea sia la bontà del proprietario, sia il diritto che ha di aspettarsi dei frutti.

     Terza: concimare il terreno di un vigneto, di per se già di buona qualità è operazione insolita. Il fatto che la proposta del vignaiolo non venga respinta – come sarebbe normale – ma accolta dal proprietario, sta ad indicare che egli non vuole risparmiare, ma è disposto a accordare tempi lunghi e a fare tutto il possibile per mettere il fico in condizione di portare frutti.

   — Queste concessioni gratuite e generose contengono una lezione chiara per ogni cristiano: se il giudizio di Dio «ritarda» e se la nostra vita e i benefici di Dio si prolungano nel tempo, tutto questo va letto come «segno» di un tempo di grazia, che urge mettere a frutto, prima che sia tardi.

Meditazione

     Ogni parola che Dio rivolge all’uomo esige non solo un ascolto attento e disponibile, ma soprattutto una scelta di vita che sia conseguente alla parola udita. Non è importante il luogo che Dio sceglie per rivolgere la sua parola all’uomo: può essere un luogo misterioso e pieno di fascino in cui si può incontrare Dio nell’intimità di un dialogo e di uno sguardo pieno di stupore (è l’esperienza di Mosè sull’Oreb, narrata nel testo di Es 3,1-8); può essere la vicenda quotidiana dell’uomo con i suoi eventi drammatici e inquietanti, che esigono un discernimento per cogliere in essi un senso, una presenza che interpella, una parola di vita (cfr. Lc 13,1-9). Ma nel momento in cui l’uomo accoglie nella sua esistenza questa parola, la sua vita deve cambiare: c’è come uno ‘spostamento’, una ‘inversione di rotta’, una conversione.

     Così è avvenuto per Mosè nel terribile e affascinante incontro con quella misteriosa voce che lo chiamava dal roveto ardente. Avvicinarsi a Dio (Es 3,3), essere da Lui chiamati e co-nosciuti per nome (v. 4), essere consapevoli dell’alterità e della santità di Dio (v. 5), accogliere la rivelazione del suo volto e del suo ineffabile nome (vv. 6.14-15), velarsi il viso consapevoli della propria indegnità (v. 6), essere inviati a testimoniare la compassione di Dio per il suo popolo (vv. 7-8), sono le tappe di una radicale conversione che Mosè deve compiere a partire da quella parola pronunciata da Dio dal fuoco del roveto. E dal mo- mento in cui questa parola gli viene rivolta, Mosè ha un diverso rapporto con Dio, con il popolo, con se stesso. Prende a cuore il progetto di Dio, la condizione del popolo oppresso; la sua stessa vita rimane come ferita da questa parola. Ha scoperto l’iniziativa divina, che non può esser condizionata dal capriccio dell’uomo. Non è più lui a decidere, ma è Dio a inviarlo (cfr. il contrasto con l’episodio narrato in Es 2,11-15). Mosè è giunto ad ascoltare la verità di Dio; da allora non ascolta più se stesso e come Abramo è costretto a lasciarsi condurre da Dio e dalla sua parola. In Mosè il cammino di conversione alla parola di Dio sarà continuo e incessantemente ritmato da due domande che lo aprono alla consapevolezza della propria povertà e dell’infinita grandezza di Dio: «Chi sono io per andare dal farao-ne…?» (v. 11) e «Quale è il suo nome?» (v. 13).

     Lo stesso cambiamento di vita a partire da una parola udita è il messaggio che ci propone il testo di Lc 13,1-9. La parola di Gesù di fronte a due avvenimenti di cronaca e la breve parabola del fico che non porta frutto, richiamano la necessità di saper leggere le parole di Dio negli eventi della storia per entrare e collocarsi in essa in una verità di vita, nella vigilanza e nel discernimento. Si tratta di passare da una vita ‘in superficie’ a una vita ‘in profondità’, a una vita convertita alla logica di Dio. Ecco perché di fronte alla negatività della storia, il discepolo di Cristo non può accontentarsi di una semplice cronaca o di un giudizio affrettato e rassicurante. Con un tono che non lascia scampo, proprio a partire da due eventi drammatici noti a tutti (alcuni rivoltosi galilei uccisi da Pilato e alcune persone morte in seguito al crollo di una torre), Gesù pone ciascuno di fronte alla propria responsabilità e alla propria vita: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo steso modo» (v. 3). Ogni segno presente nella storia, ricorda Gesù, ha sempre un risvolto personale: è un invito a cogliere l’importanza decisiva del tempo, la necessità di accogliere l’of-ferta di perdono da parte di Dio resa attuale nella parola e nella persona di Gesù. E così di fronte a un evento drammatico, il discepolo è chiamato a esercitare un discernimento in cui deve lasciarsi coinvolgere come credente. C’è un discernimento illusorio che divide i buoni dai cattivi in nome della giustizia (cfr. la parabola della zizzania in Mt 13,24-30) o considera il male come inevitabile e fatale. Il discernimento a cui invita Gesù apre a una lettura della storia in profondità: il tempo che ci è donato è in vista di una salvezza e gli avvenimenti contengono la parola accorata ed insistente di un Dio che ama la vita e ci chiama a condividerla con lui. Ogni fatto, letto in questa prospettiva può essere un’occasione per mettere in gioco la nostra responsabilità, cambiare modo di pensare e di vivere, ma, soprattutto cambiare il nostro modo di rapportarci a Dio.

     Sotto questa angolatura, il tempo donato all’uomo in vista di una conversione si trasforma in tempo della pazienza (makrothymia) di Dio. A questo ci orienta la breve parabola del fico sterile (vv. 6-9). L’agire dei personaggi, in questa parabola, si colloca tra  l’ovvio e il paradossale. È ovvio, per il padrone di una vigna, tagliare un albero da frutto piantato in mezzo a essa, un fico, che dopo alcuni anni non produce il raccolto desiderato (qui c’è anche un’allusione all’immagine della vigna che produce uva selvatica, in Is 5,1-7): «taglialo, dunque! Perché deve sfruttare il terreno?» (v. 7) dice quel padrone al suo contadino. È paradossale la risposta del contadino al comando del suo padrone: «lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno… vedremo se porterà frutti… se no, lo taglierai» (vv. 8-9). È una proposta che rasenta l’assurdo: come potrebbe portare ancora frutto questo albero sterile? Eppure quel contadino ha uno sguardo che va oltre il fallimento evidente: una possibilità e un tempo ulteriori, con un supplemento di cure, forse gioverà a quell’albero, tanto da poter dare il frutto sperato. «Taglialo… lascialo!»: le due battute di questo breve dialogo ricordano quello tra Dio e Abramo a proposito della distruzione delle città del lago (cfr. Gen 18,22 ss.). Come Abramo, quel contadino fa emergere il desiderio di vita che, nonostante la dura e sofferta decisione, rimane nascosto nel cuore di quel padrone. Fuori metafora, la parabola ci rivela il modo di agire di Dio. Dio ha pazienza e il suo sguardo va lontano: non toglie gli occhi dal male e solo lui è capace di sopportare il male con tale sicurezza e fiducia, poiché sa come e quando intervenire. La sua pazienza, allora, e spazio donato per la conversione e la salvezza Ecco perché il comportamento di Dio, proprio alla luce di questa parabola e per noi, così impazienti, tanto assurdo: sfocia nell’impossibile che, per Dio, diventa possibile. Ma, possiamo ancora aggiungere, la pazienza di Dio ha un volto: Gesù. Come non riconoscere nel contadino che implora una possibilità ulteriore, lo stile di Gesù che è venuto a chiamare i peccatori a conversione? Nella parabola Gesù rilegge la propria missione: tre anni di annuncio, di attesa perché il popolo porti frutto e alla fine un

ultimo ed estremo tentativo… «Gerusalemme, Gerusalemme quante volte ho voluto raccoglierei tuoi figli… e voi non avete voluto!» (13,34).

     La parabola rimane aperta: non dice quale sia stato il risultato finale. Tutto è rimandato alla responsabilità e alla capacità di accogliere questa possibilità e questo tempo donati. Sta qui la serietà della conversione. Lo spazio che ci è concesso non ha altra ragione di essere se non nel cuore stesso di Dio. E non c’è altra forza che provochi una reale conversione se non la pazienza, la misericordia di Dio. Possiamo invertire la rotta di un modo di essere sbagliato, non attraverso uno sforzo eroico di volontà, ma se impariamo a guardare noi stessi e gli altri con lo sguardo vasto, infinito di Dio. Uno sguardo che va oltre i confi-ni delle nostre possibilità, del nostro giudizio, del nostro cuore Dio e abituato a vedere le cose in grande; come un contadino sa portare il peso del tempo dell’attesa, non rinuncia a lavorare, ha fiducia nelle potenzialità del terreno, pensa al frutto che può maturare. Non ha piantato l’albero per tagliarlo, ma per raccoglierne i frutti.

Don Bosco commenta il Vangelo

Sono un fico sterile?

Nel vangelo Gesù parla di un tale che aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna, “venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò” (Lc 13,6).

Il fico sterile, secondo don Bosco, è l’immagine di quelli che non portano frutto adesso e rimandano la conversione in punto di morte. Contro tale mentalità molto diffusa, il curato di campagna portavoce di don Bosco nel libretto Conversazioni tra un avvocato ed un curato di campagna sul sacramento della confessione mette in guardia dicendo:

Il Salvatore ci avvisa colla similitudine dell’albero infruttuoso. Aspettò che facesse frutto, e non avendone fatto, il giardiniere non ammise più alcuna dilazione. Pose la scure alla radice, lo tagliò, lo spezzò, lo consegnò alle fiamme. Vera immagine di ciò che fa Iddio verso di chi aspetta a convertirsi in punto di morte (OE6 244).

Ne Il cattolico provveduto Don Bosco propone per il ritiro mensile una meditazione sopra la tiepidezza ispirata alla parabola evangelica: “Fin dalla vigilia del giorno scelto pel nostro ritiro meditiamo sulla parabola del fico inutile di cui ci parla il Vangelo, o sopra qualche altro soggetto capace a farci entrare in noi stessi” (OE19 523).

Nel giorno stesso del ritiro è prevista una “meditazione sopra la tiepidezza” nella quale viene proposto un primo punto di riflessione che richiama la parabola evangelica:

Il fico infruttuoso di cui parla il Vangelo è simbolo dell’anima tiepida. Quest’albero è piantato in una terra eccellente, in mezzo d’una vigna feconda, innaffiato dalle celesti rugiade, difeso dagli infuocati raggi del sole, coltivato da zelanti operai, e con tutto ciò egli non fa frutto.

Purtroppo, riconosce il partecipante al ritiro, “i desideri miei di santificazione sono ognora sterili ed infruttuosi. Iddio aveva diritto di raccogliere ben altri frutti dalle mie orazioni, dalle mie letture, dalle mie comunioni, da tanti esercizi di pietà”.

Nel punto secondo, dopo aver ricordato che “il padrone ordina al vignaiuolo di tagliare il fico, perché sono parecchi anni che occupa inutilmente il terreno nella sua vigna”, il peccatore sente nel fondo del suo cuore gli amari rimproveri che gli fa il Signore. Poi prega dicendo: “A voi confesso le mie iniquità, o Gesù mio. Abbiate Voi compassione dell’anima mia, che tanto amaste. Io più non perderò il frutto della vostra grazia come feci per lo passato colla mia tiepidezza”.

Nel terzo punto il padrone della vigna sospende l’esecuzione della sentenza alla preghiera del suo vignaiuolo fedele che dice così:

Io pure ho trovato intercessori potenti presso Dio, i quali rattennero il braccio della sua giustizia. La madre del mio Salvatore, il mio Angelo Custode, il santo di cui porto il nome forse hanno ottenuto un indugio fino a questo giorno. Ora se io non cangio che mi avverrà? Dio mi riserva un castigo che io non m’attendo, Egli può per sempre abbandonarmi alla mia tiepidezza, alla mia rilassatezza. Questo giorno di raccoglimento forse è l’ultimo termine che mi fissa la divina misericordia. La pazienza del mio Signore mi eccita a correggermi dei miei difetti: me infelice, se ancor differisco di consacrarmi al suo servizio! Se io abuso di questo nuovo benefizio, sarà un motivo di più per la giustizia di Dio, onde punirmi con estremo rigore.

 Alla fine della meditazione il peccatore finalmente pentito in un colloquio con Dio prende un buon proposito:

Io risolvo fermamente di riparare con un grande fervore nel servirvi la mia indifferenza e la mia tiepidezza, che tanto vi ha oltraggiato. Versate sopra di me le vostre abbondanti benedizioni, affinché io possa produrre frutti degni di penitenza. Siete Voi, o Vergine Santissima, che avete trattenuto il braccio dell’Altissimo già preparato a piombare sopra di me. Ottenetemi la grazia di fare un santo ritiro, e di dare a Dio tutti quei frutti, che Egli aspetta da me (OE19 534-537).

 (Morand Wirth)

Tra parentesi il lettore troverà i riferimenti principali dei testi citati nelle opere di o su don Bosco: – nei 38 volumi delle Opere edite di G. Bosco (OE1-38, a cura del Centro Studi Don Bosco dell’Università Pontificia Salesiana); – nei 19 volumi delle Memorie biografiche di don G. Bosco (MB1-19, a cura di G.B. Lemoyne, A. Amadei e E. Ceria); – nelle sue Memorie dell’Oratorio (MO, a cura di A. Giraudo); – nei 10 volumi del suo Epistolario (E1-10, a cura di F. Motto). La seconda cifra indica la pagina del volume.

L’immagine della domenica

Spello (Perugia)  –   2019   

«Ci vuole tutta una vita

per imparare a vivere,

e… tutta una vita

per imparare a morire».

(Seneca, De vita beata, 17)

Preghiere e racconti

Peccatori in conversione

Tutto è provvisorio nella vita dell’uomo, tutto è legato al tempo: in questo senso i peccatori come i giusti vivono nel tempo, un tempo che è dono di Dio per loro, un tempo di grazia e quindi un tempo aperto alla conversione. Ne il peccatore incallito ne il giusto incallito resteranno tali per sempre, tutti sono chiamati a diventare ‘peccatori in conversione’.

Dio viene a toccarci in infiniti modi per renderci docili a questo stato di conversione; da parte nostra possiamo solo prepararci a essere toccati da Dio.

Estranei alla conversione siamo estranei all’amore. In questo caso rimarrebbero all’uomo solo due alternative: o l’autosoddisfazione e la giustizia propria, oppure una profonda insoddisfazione e la disperazione. Al di fuori della conversione non possiamo stare alla presenza del vero Dio: non saremmo davanti a Dio, bensì davanti a uno dei nostri numerosi idoli. D’altro lato, senza Dio, non possiamo dimorare nella conversione, perché questa non è mai frutto di buoni propositi o di qualche sforzo sostenuto: è il primo passo dell’amore, dell’amore di Dio molto più che del nostro.

Convertirsi significa cedere all’azione insistente di Dio, abbandonarsi al primo segnale d’amore che percepiamo come proveniente da lui. Abbandono, dunque, nell’accezione forte di ‘capitolazione’: se capitoliamo davanti a Dio, ci offriamo a lui. Allora tutte le nostre resistenze fondono davanti al fuoco divorante della sua Parola e davanti al suo sguardo; non ci resta altro che la preghiera del profeta Geremia: « Sconvolgici [lett: rovesciaci], Signore, e noi saremo convertiti [lett.: rovesciati]» (Lam 5,21; cfr. Ger31,18).

(A. LOUF, Sotto la guida dello Spirito, Magnano, 1990, 15-17).

La conversione

La conversione attesta la perenne giovinezza del cristianesimo: il cristiano è colui che sempre dice: « Io oggi ricomincio». Essa nasce dalla fede nella resurrezione di Cristo: nessuna caduta, nessun peccato ha l’ultima parola nella vita del cristiano, ma la fede nella resurrezione lo rende capace di credere più alla misericordia di Dio che all’evidenza della propria debolezza, e di riprendere il cammino di sequela e di fede. Gregorio di Nissa ha scritto che nella vita cristiana si va «di inizio in inizio attraverso inizi che non hanno mai fine». Sì, sempre il cristiano e la chiesa abbisognano di conversione, perché sempre devono discernere gli idoli che si presentano al loro orizzonte, e sempre devono rinnovare la lotta contro di essi per manifestare la signoria di Dio sulla realtà e sulla loro vita. In particolare, per la chiesa nel suo insieme, vivere la conversione significa riconoscere che Dio non è un proprio possesso, ma il Signore. Implica il vivere la dimensione escatologica, dell’attesa del Regno di Dio che deve venire e che la chiesa non esaurisce, ma annuncia. E annuncia con la propria testimonianza di conversione.

(Enzo Bianchi, Le parole della spiritualità, 67-70).

Dio attende pazientemente la nostra conversione

Fratelli amatissimi, mostriamo, sottomettendoci spiritualmente, quali servi e adoratori di Dio, la pazienza che ci viene insegnata con ammaestramenti divini.

Quale immensa pazienza in Dio! Sopportando pazientemente ciò che l’uomo ha stabilito in oltraggio della sua maestà e della sua gloria, i templi pagani, le immagini e i culti idolatri, fa nascere il giorno e la luce del sole tanto sui buoni quanto sui malvagi (cfr. Mt 5,45); e quando irriga di pioggia la terra, nulla è escluso dai suoi benefici. Senza distinzione prodiga piogge abbondanti per i giusti e per i peccatori (cfr. Mt 5,45).

E sebbene Dio sia amareggiato dalle nostre continue offese, domina la propria indignazione e attende pazientemente il giorno della retribuzione, prestabilito una volta per tutte, e sebbene la vendetta sia in suo potere, preferisce serbare pazienza a lungo, sopportando e indugiando con clemenza perché, se è possibile, la malvagità perpetrata a lungo si trasformi un giorno e l’uomo, dopo essersi compiaciuto in sbandamenti e mali contagiosi, ritorni a Dio che l’ammonisce e gli dice: Non voglio la morte di chi muore, ma che si converta e viva (Ez 18,32). E ancora: Ritornate al Signore vostro Dio perché è misericordioso e buono, paziente e colmo di compassione e tardo all’ira (Gl 2,13b). Il beato apostolo Paolo ricorda queste cose e cerca di ricondurre il peccatore a penitenza dicendo: «O forse disprezzi le ricchezze della sua bontà, della sua tolleranza e della sua pazienza, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione? Tu però, con la tua durezza e il tuo cuore impenitente accumuli collera su di tè per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio, il quale renderà a ciascuno secondo le sue opere» (Rm 2,4-6). Ha definito giusto il giudizio di Dio, perché è tardivo, perché è differito a lungo in modo che la grande pazienza di Dio possa provvedere alla vita dell’uomo.

(CIPRIANO, II bene della pazienza 3-4, SC 291, pp. 186-190).

Dio ama per primo, ama in perdita, senza condizioni

Che colpa avevano quei diciotto uccisi dalla della torre di Siloe? E i tremila delle Torri gemelle? E i siriani, le vittime e i malati, sono forse più peccatori degli altri? La risposta di Gesù è netta: smettila di immaginare l’esistenza come un’aula di tribunale. Non c’è rapporto alcuno tra colpa e disgrazia, tra peccato e malattia. La mano di Dio non semina morte, non spreca la sua potenza in castighi.

Ma se non vi convertirete, perirete tutti. È tutta una società che si deve salvare. Non serve fare la conta dei buoni e dei cattivi, bisogna riconoscere che è tutto un mondo che non va, se la convivenza non si edifica su altre fondamenta, e non la disonestà eretta a sistema, la violenza del più forte, la prepotenza del più ricco. Mai come oggi capiamo che tutto nel mondo è in stretta connessione: se ci sono milioni di poveri senza dignità né istruzione, sarà tutto il mondo ad essere privato del loro contributo, della loro intelligenza; se la natura è sofferente, soffre e muore anche l’uomo.

Su tutti scende l’appello accorato e totale di Gesù: Amatevi, altrimenti vi distruggerete. Il Vangelo è tutto qui. Senza questo non ci sarà futuro. Alla serietà di queste parole fa da contrappunto la fiducia nel futuro nella parabola del fico: da tre anni il padrone attende invano dei frutti, e allora farà tagliare l’albero. Invece il contadino sapiente, che è un “futuro di cuore”, dice: «Ancora un anno di lavoro e gusteremo il frutto». Dio è così: ancora un anno, ancora un giorno, ancora sole pioggia cure perché quest’albero è buono; quest’albero, che sono io, darà frutto.

Dio contadino, chino su di me, su questo mio piccolo campo, in cui ha seminato così tanto per tirar su così poco. Eppure lascia un altro anno ai miei tre anni di inutilità; e invia germi vitali, sole, pioggia, fiducia. Per lui il frutto possibile domani conta più della mia inutilità di oggi.

«Vedremo, forse l’anno prossimo porterà frutto». In questo forse c’è il miracolo della fede di Dio in noi. Lui crede in me prima ancora che io dica sì. Il tempo di Dio è l’anticipo, il suo è amore preveniente, la sua misericordia anticipa il pentimento, la pecora perduta è trovata e raccolta mentre è ancora lontana e non sta tornando, il padre abbraccia il figlio prodigo e lo perdona prima ancora che apra bocca.

Dio ama per primo, ama in perdita, ama senza condizioni. Amore che conforta e incalza: «Ti ama davvero chi ti obbliga a diventare il meglio di ciò che puoi diventare» (R. M. Rilke). La sua fiducia verso di me è come una vela che mi sospinge in avanti, verso la profezia di un’estate felice di frutti: se ritarda attendila, perché ciò che tarda di certo verrà (Ab. 2,3).

(Ermes Ronchi)

“Convertitevi e credete nel Vangelo”

Dopo le prime due domeniche di Quaresima, che fanno sempre memoria delle tentazioni di Gesù nel deserto e della sua trasfigurazione sul monte, la chiesa ci fa percorrere un itinerario diverso in ogni ciclo. Quest’anno (ciclo C), seguendo il vangelo secondo Luca, il tema dominante nei brani evangelici è quello della misericordia-conversione, cammino da rinnovarsi soprattutto nel tempo di preparazione alla Pasqua.

Questa pagina contiene due messaggi: il primo sulla conversione, il secondo sulla misericordia di Dio. Gli ascoltatori di Gesù sono stati raggiunti da una notizia di cronaca, relativa a una strage avvenuta in Galilea: mentre venivano offerti sacrifici per chiedere a Dio aiuto e protezione, la polizia del governatore Pilato aveva compiuto un eccidio, mescolando il sangue delle vittime offerte con quello degli offerenti. I presenti vogliono che Gesù si esprima sull’oppressivo e persecutorio dominio romano, sulla situazione di quei galilei forse rivoluzionari, sulla colpa che ha causato quel massacro…

Ma Gesù, che dà un giudizio negativo sui dominatori di questo mondo – i quali opprimono, dominano e si fanno chiamare benefattori (cf. Lc 22,25 e par.) –, risponde coinvolgendo l’uditorio solo su un altro piano, quello della causa del male sofferto. Dice infatti: “Credete che quei galilei fossero più peccatori di tutti i galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.

Egli replica sul piano della fede e della conoscenza di Dio. È come se dicesse: “Voi pensate che il peccato commesso dall’uomo scateni automaticamente il castigo da parte di Dio, ma non è così. In tal modo date a Dio un volto perverso!”. Gesù, infatti, sa che ogni essere umano è abitato in profondità da un ancestrale senso di colpa, che emerge prepotentemente ogni volta che accade una disgrazia o appare la forza del male.

È così, pensiamoci bene; quando ci arriva una malattia, quando ci capita un fatto doloroso, subito ci poniamo la domanda: “Ma cosa ho fatto di male per meritarmi questo?”. È radicata in noi la dinamica ben espressa dal titolo del celebre romanzo di Fëdor Dostoevskij, “delitto e castigo”: dove c’è il delitto, il peccato, deve giungere il castigo, la pena, pensiamo…

Gesù vuole distruggere questa immagine del Dio che castiga, tanto cara agli uomini religiosi di ogni tempo, in Israele come nella chiesa. Per farlo, menziona lui stesso un altro fatto di cronaca, accompagnandolo con il medesimo commento: “Quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Siloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.

Qual è dunque il cammino indicato da Gesù? Innanzitutto egli ci insegna ad avere uno sguardo diverso sulla vita: ogni vita è precaria, è contraddetta dalla violenza, dal male, dalla morte. Dietro a questi eventi non bisogna vedere Dio come castigatore e giudice, perché Dio potrà eventualmente fare questo solo nel giudizio finale, quando saremo passati attraverso la morte. La nostra vita sulla terra, invece, non sta sotto l’onnipotenza di Dio.

Quelle uccisioni e quelle morti sono comunque un segno di ciò che attende chi non si converte, perché chi continua a fare il male cammina su una strada mortifera e, di conseguenza, si procura da solo il male che incontrerà già qui sulla terra e poi nel giudizio ultimo di Dio. Gesù, come un profeta, invita dunque alla conversione. Non si dimentichino i significati di questa parola.

Secondo l’Antico Testamento convertirsi (shuv/teshuvà) significa “tornare indietro”, cioè ritornare alla legge violata, rinnovando quindi l’alleanza con Dio. Il cammino richiesto è in primo luogo morale, riguarda l’agire, e si manifesta anche come pentimento/penitenza (termini connessi a “pena”). Nel Nuovo Testamento, poi, il verbo metanoéo significa “mutamento di mentalità”, dunque un movimento di fiducia, adesione, fede.

Per questo Gesù ha predicato: “Convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15; cf. Mt 4,17), ovvero “convertitevi credendo e credendo convertitevi”. Gesù è un profeta e, come tale, sa che gli umani sono peccatori, commettono il male; per questo chiede loro di aderire alla buona notizia del Vangelo e di accogliere la misericordia di Dio che va loro incontro, offrendo il perdono.

E affinché i suoi ascoltatori comprendano la novità portata dal Vangelo, Gesù racconta loro una bellissima parabola. Un uomo ha piantato con fatica un fico nella propria vigna e con tanta fiducia ogni estate viene e cercare i suoi frutti ma non ne trova, perché quell’albero pare sterile. Spinto da quella delusione ripetutasi per ben tre anni, pensa dunque di tagliare il fico, per piantarne un altro.

Chiama allora il contadino che sta nella vigna e gli esprime la sua frustrazione, intimandogli di tagliare l’albero: perché deve sfruttare inutilmente il terreno e rubare il nutrimento ad altre piante? Tutti noi comprendiamo questa decisione del padrone della vigna, ispirata dal nostro concetto di giustizia retributiva e meritocratica: non si paga chi non dà frutto, mentre gli altri si pagano proporzionalmente al frutto che ciascuno dà!

Ma il contadino, che lavora quella terra, ama ciò che ha piantato, sarchiato, innaffiato e concimato. Il vignaiolo, si sa, ama la vigna come una sposa; per questo osa intercedere presso il padrone: “Signore (Kýrie), lascia il fico per un altro anno, perché io possa ancora sarchiarlo e concimarlo, con una cura più attenta e delicata. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, tu lo taglierai!”. Straordinario l’amore del vignaiolo per il fico: ha pazienza, sa aspettare, gli dedica il suo tempo e il suo lavoro.

Promette al padrone di prendersi particolare cura di quell’albero infelice; in ogni caso, lui non lo taglierà, ma lo lascerà tagliare al padrone, se vorrà… Questo “tu lo taglierai” è un’ulteriore intercessione, che equivale a dire: “Io sono pronto ad aspettare ancora e ancora che esso dia frutto”. Stanno l’una di fronte all’altra la giustizia umana retributiva e la giustizia di Dio che non solo contiene in sé la misericordia, ma è sempre misericordia, pazienza, attesa, sentire in grande (makrothymía).

Questo vignaiolo è Gesù, venuto nella vigna (cf. Lc 20,13 e par.) di Israele vangata, liberata dai sassi, piantata da Dio come vite eccellente: “e Dio aspettò che producesse uva” (Is 5,2)… Sì, è venuto il Figlio di Dio nella vigna, si è fatto vignaiolo tra gli altri vignaioli, ha amato veramente la vigna e se n’è preso cura, innalzando per lei intercessioni in ogni situazione, ponendosi tra la vigna-Israele e il Dio vivente, facendo un passo, compromettendo se stesso nella cura della vigna.

È stando “in medio vineae”, in mezzo alla vigna, che dice a Dio: “Lasciala, lasciala ancora, attendi i suoi frutti; io, intanto, me ne assumo la cura, che è responsabilità!”. Così la vigna-Israele e la vigna-chiesa sono conservate anche quando non danno i frutti sperati da Dio, perché Gesù il Messia è il vignaiolo in mezzo a loro (cf. Gv 15,1-8), è il loro sposo (cf. Lc 5,34-35 e par.).

Giovanni il Battista aveva predicato: “Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco” (Lc 3,9; Mt 3,10). Ciò avverrà nel giudizio, ma ora, nel frattempo, Gesù dice a Dio: “Abbi pazienza, abbi misericordia, aspetta ancora a sradicare il fico. Io lavorerò e farò tutto il possibile perché esso porti frutto”. Attenzione però: il frattempo termina per noi con la morte; speriamo che non termini l’intercessione di Gesù Cristo!

(Enzo Bianchi)

Convertirsi significa “andare controcorrente”

Il periodo quaresimale deve essere un periodo per “andare controcorrente” e “cambiare direzione nel cammino della vita”. È quanto ha detto Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale di mercoledì nell’Aula Paolo VI.

All’inizio del cammino quaresimale, il Papa ha invitato i fedeli a cogliere “la sorprendente novità” sprigionata dal richiamo alla conversione che “mette a nudo e denuncia la facile superficialità che caratterizza molto spesso il nostro vivere”.

Il Papa ha spiegato che per conversione si intende “una vera e propria inversione di marcia”, in cui ci si lascia trasformare dal mistero pasquale di Gesù.

“Conversione ha detto è andare controcorrente, dove la ‘corrente’ è lo stile di vita superficiale, incoerente ed illusorio, che spesso ci trascina, ci domina e ci rende schiavi del male o comunque prigionieri della mediocrità morale”.

“Con la conversione, invece, si punta alla misura alta della vita cristiana, ci si affida al Vangelo vivente e personale, che è Cristo Gesù”.

“Non è una semplice decisione morale ha aggiunto, che rettifica la nostra condotta di vita, ma è una scelta di fede, che ci coinvolge interamente nella comunione intima con la persona viva e concreta di Gesù”.

La conversione, ha continuato il Papa, è il “sì totale di chi consegna la propria esistenza al Vangelo, rispondendo liberamente a Cristo che per primo si offre all’uomo come via, verità e vita”.

Del resto, ha sottolineato, l’appello alla conversione e a credere al Vangelo “non sta solo all’inizio della vita cristiana”, ma ne accompagna tutti i passi.

“Ogni giorno è momento favorevole e di grazia, perché ogni giorno ci sollecita a consegnarci a Gesù, ad avere fiducia in Lui, a rimanere in Lui, a condividerne lo stile di vita”.

“Ogni giorno, anche quando non mancano le difficoltà e le fatiche, le stanchezze e le cadute, anche quando siamo tentati di abbandonare la strada della sequela di Cristo e di chiuderci in noi stessi, nel nostro egoismo, senza renderci conto della necessità che abbiamo di aprirci all’amore di Dio in Cristo, per vivere la stessa logica di giustizia e di amore”.

(Benedetto XVI, In occasione dell’Udienza generale per il Mercoledì delle Ceneri, mercoledì, 17 febbraio 2010).

Cambiare la storia

Chi spera cammina,

non fugge!

Si incarna nella storia!

Costruisce il futuro,

non lo attende soltanto!

Ha la grinta del lottatore,

non la rassegnazione di chi disarma!

Ha la passione del veggente,

non l’aria avvilita di chi si lascia andare.

Cambia la storia, non la subisce!

(don Tonino Bello)

Preghiera

«Dio mio,

dammi la forza di cambiare le cose

che possono essere cambiate;

dammi la forza di accettare le cose

che non possono essere cambiate;

e dammi la luce

per distinguere le une dalle altre»

(Anonimo)

La Settimana con don Bosco

17-23 MARZO

17. (S. Patrizio) “Ieri, festa di san Patrizio, apostolo della cattolica Irlanda, si tenne in Roma la seconda Conferenza dei cooperatori salesiani” (OE38 245).

18. (S. Cirillo di Gerusalemme) Parlando della liturgia, don Bosco ricorda che “san Cirillo vescovo di Gerusalemme negli anni 347-348 la spiegava ai catecumeni” (OE9 148).

19. (S. Giuseppe)  “San Giuseppe aveva ricevuto da Dio una missione tutta opposta a quella degli apostoli. Questi avevano per incarico di far conoscere Gesù; Giuseppe doveva tenerlo celato; quelli dovevano essere fiaccole che lo mostrassero al mondo, questi un velo che lo coprisse” (OE17 283s).

20. “Allora succedette una meraviglia: Molti agnelli cangiavansi in pastorelli, che crescendo prendevano cura degli altri. Crescendo i pastorelli in gran numero, si divisero e andavano altrove per raccogliere altri strani animali e guidarli in altri ovili” (MO 134).

21. “La speranza in Dio non confonde mai; ogni spina del tempo è un tesoro per l’eternità” (E2 304).

22. “Sia impegno di ogni salesiano di rendersi ognor più degno della grazia del Signore collo spirito di preghiera, d’ubbidienza e di sacrifizio” (E8 38).

23. (S. Turibio di Mogrovejo) “Eravi un fanciullo di nove anni Peruviano e discendente degli Incas, antichi re del paese”, e mentre Pio IX lo stava guardando, “il ragazzo in lingua spagnola, lingua che egli parla assai bene, gli disse: Santissimo Padre, datemi la benedizione” (OE23 121).

 (Morand Wirth)

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

M. FERRARI, monaco di Camaldoli, «Oggi di è adempiuta questa scrittura». Tempo di Quaresima e Tempo di Pasqua, Milano, Vita e Pensiero, 2013.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.

– C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.

– J.M. NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003.

Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.

PER L’APPROFONDIMENTO:

II DOMENICA DI QUARESIMA

Lectio – Anno C

Prima lettura: Genesi 15,5-12.17-18

         In quei giorni, Dio condusse fuori Abram e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia. E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra». Rispose: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?». Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo». Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò. Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono. Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate».           
  • Nella seconda domenica di quaresima la liturgia ci propone nell’anno A la chiamata, nell’anno B il sacrificio di Isacco e nell’anno C l’alleanza. La vita di Abramo era completamente cambiata dopo che aveva sentito la chiamata del Signore (Gn 12). Si era fidato della sua parola. Era partito per una terra che non conosceva fidandosi di Dio che gli aveva promesso un figlio. Il tempo però era passato e la promessa non sembrava realizzarsi. Abramo sperimenta l’incertezza, l’oscurità della fede per il silenzio prolungato di Dio.

     Ma ora il Signore stesso prende l’iniziativa e gli parla: Guarda in cielo e conta le stelle(v. 5). Nonostante la sterilità avrà una discendenza come le stelle del cielo. Abramo ancora una volta credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia (v. 6). È l’”amen” della fede proclamata dai profeti. La fede è un “credente in” prima ancora di un “credere che”. È fondare la propria vita sulla parola del Signore. Come i sacerdoti usavano pronunciare un giudizio a riguardo della perfezione della vittima sacrificale (cf. Lv 7,18), ora il giudizio viene pronunciato da Dio a riguardo della decisione di fede di Abramo. Era quello il giusto rapporto della creatura con il suo creatore. Anche i profeti dicevano: “obbedire è meglio del sacrificio” (cf. 1Sam 15,22). Nell’interpretazione paolina “giustizia” è l’atto ultimo della storia della salvezza. Abramo diventa il primo dei credenti a sperimentare la giustizia di Dio, la riconciliazione con lui, a prescindere da ogni opera della legge, in quanto la circoncisione gli verrà chiesta solo più tardi. (c. 17).

     Il Signore con un rito tradizionale in cui si tagliavano le bestie a metà, sigilla con Abramo un’alleanza: Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra (v. 7). Con essa egli gli rinnova la promessa della terra. I contraenti dovevano secondo l’uso passare attraverso gli animali tagliati imprecando la stessa sorte se venissero meno alla parola. Dio non permette ad Abramo di passare. Lui solo passa in mezzo agli animali come braciere fumante (v. 17), impegnandosi da solo a mantenere le promesse.

Seconda lettura: Filippesi 3,17-4,1

          Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra. La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose. Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!  
  • Paolo in questa lettera parla alla comunità di Filippi della propria esperienza di Gesù Cristo, come sia stato lui afferrato sulla via di Damasco e come ora tutta la sua vita non sia altro che un correre dietro a lui, in attesa di stare sempre con lui in cielo. Allora si capisce come il brano della lettura odierna inizi con questa frase dell’apostolo: Fratelli, fatevi insieme miei imitatori (v. 17). Paolo era stato un giudeo praticante, ma ora tutte le pratiche ebraiche sono diventate una spazzatura di fronte all’esperienza dell’amore salvifico di Cristo manifestatosi nella sua croce.

     Anche i cristiani si mettano nello stesso cammino che sta dando la vita all’apostolo che ha portato loro la fede. Molti si comportano da nemici della croce di Cristo (v. 18). Molti non seguono il suo esempio. Il peccato continua a manifestarsi come potenza efficace. Il fallimento dei cristiani è l’abbandono della croce di Cristo. Nonostante la redenzione si dà ancora tiepidezza, tentazione, tradimento, perciò è importante stare attenti non solo alla predicazione dell’apostolo, ma anche al suo esempio. Alcuni preferiscono salvarsi con i propri sforzi, non accettando l’amore preveniente di Dio manifestatesi nel volto di Cristo in croce.  Ma il cammino della croce è l’unico che conduce al cielo: La nostra cittadinanza infatti è nei cieli (v. 20). La comunità cristiana tiene lo sguardo rivolto all’abitazione celeste. È lì che ci aspetta Cristo risorto. Egli trasfigurerà il nostro misero corpo (v. 21). In cielo ci sarà una nuova esistenza per l’uomo intero. L’uomo vivrà, non sarà più nella bassezza, ma nella gloria, configurato al corpo di risurrezione di Cristo, assiso alla destra di Dio. Vi è un evidente legame di questo passo con il vangelo odierno.

Vangelo: Luca 9,28-36

      In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.   

Esegesi

     Il ministero di Gesù in Galilea stava per concludersi con esito deludente. Inizia l’ultima parte dell’esodo di Gesù al Padre che si compirà a Gerusalemme sul monte Calvario. Il monte Tabor, che secondo la tradizione è il monte della trasfigurazione di Gesù, si sovrappone al Calvario per interpretare il senso della passione: La croce è gloriosa.

     Osserviamo chi partecipa a questa esperienza. Innanzitutto Gesù, che salì sul monte a pregare (v. 28). L’evento è così inserito totalmente nella sfera di Dio. L’unione con il Padre si manifesta anche visibilmente nel volto di Gesù che cambiò d’aspetto (v. 29). Come nella preghiera del Getsemani gli appare un angelo a confortarlo, anche ora appaiono due personaggi dell’Antico Testamento, Mosè ed Elia (v. 30), che parlavano con lui del suo esodo (v. 31). Un esodo non è una fine, ma una pasqua, un passaggio dalla sofferenza alla gioia, da questo mondo al Padre, un passaggio che dirà al mondo che egli è sempre vissuto in unione con il Padre.

     I discepoli non ci sono tutti, ma solo Pietro, Giovanni e Giacomo (v. 28). Tre sono sufficienti per dare una legittima testimonianza. Come nell’orto degli Ulivi essi sono oppressi dal sonno (v. 32). È un sonno che manifesta anche l’incomprensione del mistero di Gesù Cristo. Per questo in quei giorni, cioè durante la vita terrena di Gesù, non riferirono a nessuno ciò che avevano visto (v. 36). Dopo Pasqua tutto sarà chiaro e potranno testimoniare la gloria di Gesù. Hanno bisogno degli occhi del cuore per capire il senso della croce. Pietro cerca di rendere eterno quel momento paradisiaco, che forse gli ricordava la gioia della festa delle capanne. Invece Mosè ed Elia si separavano da lui (v. 33); l’antico si ritirava per far posto alla novità.

     Venne una nube e li coprì con la sua ombra (v. 34). La nube è un segno della presenza di Dio, che conferma in questo caso di essere dalla parte di Gesù, cioè che la salvezza si realizza mediante il suo esodo. La voce divina interpreta il significato della trasfigurazione di Gesù. Questi è il Figlio mio, l’eletto (=scelto), parola che evoca la figura del servo di JHWH (Is 42,1). Il Messia è legato alla sofferenza e alla croce. Il comando: ascoltatelo (v. 35) si rifà a Dt 18,15, che invita ad ascoltare il profeta definitivo di Dio, che porta a compimento la Legge (Mosè) e i profeti (Elia).

Meditazione

     Ogni anno liturgico ci fa ascoltare, nella seconda domenica di Quaresima, il racconto della Trasfigurazione del Signore. Il cammino quaresimale sembra così interrompersi, o meglio giungere già alla sua meta, facendoci contemplare la gloria pasquale che traspare dal corpo luminoso del Signore trasfigurato. Dopo il cammino nel deserto della prova (nella prima domenica di Quaresima) oggi saliamo con Gesù e i suoi tre discepoli più intimi sul Tabor. Anche noi probabilmente saremmo tentati con Pietro di arrestare qui la nostra sequela costruendo tre tende, ma di fatto l’esperienza del Tabor non costituisce la meta finale del cammino; ci suggerisce piuttosto quali siano le condizioni e gli atteggiamenti interiori che consentono a Gesù, come a ogni suo discepolo, di proseguire il viaggio – l’esodo lo definisce Luca nel suo racconto – verso Gerusalemme e verso la Pasqua. Più che interrompere il cammino quaresimale, la Trasfigurazione ce ne svela il significato più nascosto, permettendoci di assaporare già il suo frutto.

     Il brano della lettera ai Filippesi che ascoltiamo come seconda lettura ci suggerisce un angolo prospettico in cui rileggere l’esperienza del Tabor. Paolo polemizza con coloro che «si comportano da nemici della croce di Cristo» (3,18). Probabilmente allude a quanti pretendono che l’obbligo della circoncisione e dell’osservanza integrale della Legge di Mosè venga imposto anche ai cristiani provenienti dal mondo pagano. Se per l’autentica esperienza di Dio sono ancora indispensabili i precetti della Torah, allora viene svuotata di significato la Croce, che per Paolo è invece la rivelazione luminosa di una salvezza che ci raggiunge gratuitamente, non in forza delle nostre opere, ma dell’amore di Dio che nel Figlio crocifisso ci libera dal peccato e dalla morte. Noi oggi avvertiamo come molto distanti da noi queste tematiche: non abbiamo più il problema della circoncisione o dell’osservanza della legge mosaica. Eppure le parole di Paolo conservano la loro attualità, perché dietro la posizione di chi si comporta da nemico della croce di Cristo, egli scorge l’atteggiamento di chiunque, in vario modo, presume di potersi salvare in forza delle proprie opere, confidando in se stesso e nelle proprie pratiche religiose. Paolo definirebbe questo atteggiamento un confidare nelle «opere della carne», anziché gloriarsi, o vantarsi di Gesù Cristo, confidando in lui e nella sua grazia. Infatti, all’atteggiamento dei nemici della croce di Cristo, Paolo contrappone quello di coloro che aspettano «come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose» (Fil 3, 20-21). Anziché confidare in una salvezza da conquistare con l’opera delle proprie mani, occorre attendere colui che nel suo amore ha la possibilità di trasfigurare la nostra vita rendendola conforme alla sua.

     Tale è anche la fede di Abramo di cui ci parla la prima lettura tratta dal libro della Genesi. «Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia» (v. 6). Abramo crede al Signore e si fida del segno che gli viene donato: «poi lo condusse fuori e gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle”; e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”» (v. 5). La garanzia della promessa di Dio è un cielo stellato. Ad Abramo che chiede un erede, Dio promette molto di più: una discendenza numerosa come le stelle del cielo. Dio sottolinea l’‘eccesso’ della sua promessa con l’espressione «se riesci a contarle», che sembra anzitutto mostrare quanto il progetto di Dio sia infinitamente più grande dell’attesa di Abramo. Sovrasta la sua speranza quanto il cielo sovrasta la terra. Inoltre, questo cielo stellato che nessuno può contare ricorda ad Abramo che egli dovrà fidarsi della promessa senza poterla verificare. Contare una realtà significa poter esercitare un controllo su di essa. Abramo, al contrario, deve contemplare le stelle senza poterle contare; deve cioè fidarsi del-la promessa senza cercare di dominarla. In una parola, deve semplicemente credere. Ed è ciò che Abramo fa, come afferma il v. 6: «Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia». A rendere l’uomo giusto non sono le opere della carne – il confidare in se stessi e nelle proprie possibilità – ma è la fede, come disponibilità ad affidarsi all’opera che Dio compie in noi. Non pretendendo peraltro di avere altra certezza se non quella offerta dalla Parola stessa. In altri termini, non avendo altra garanzia che un cielo stellato, che non puoi contare. Si tratta sempre della garanzia di un affidamento, non di un possesso.

     Questa è la fede che anche Pietro, Giacomo, Giovanni devono ricevere dall’esperienza che vivono sul Tabor. Pietro vorrebbe costruire tre capanne, in qualche modo per bloccare l’esperienza di Dio in ciò che può personalmente dominare, edificare con le proprie mani, tenere sotto il controllo dei propri occhi. Al contrario, Pietro viene rinviato, dalle parole del Padre, all’affidamento dell’ascolto e alla perseveranza della sequela. «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!» (v. 35). Queste parole risuonano sul Tabor «circa otto giorni dopo questi discorsi», come precisa l’evangelista introducendo il racconto (v. 28). Il riferimento non può che andare a ciò che Gesù ha iniziato a dire ai discepoli subito prima, annunciando il suo destino di passione e invitando Pietro e i suoi compagni a seguirlo lungo la stessa via: «se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (9,23). L’imperativo dell’ascolto è l’imperativo della sequela: si devono ascoltare le parole di Gesù per seguirlo lungo la stessa strada che conduce a Gerusalemme, dove Gesù vivrà l’esodo pasquale del quale conversa con Mosè ed Elia, cioè con la Legge e i Profeti, con tutte le Scritture. È nella luce della parola di Dio che Gesù comprende il significato del suo cammino e trova il sostegno per viverlo. Ed è nella luce delle stesse Scritture che possono farlo anche i discepoli. La gloria di Gesù la si contempla non tentando di circoscriverla nelle tre capanne costruite da mani di uomo, ma seguendolo fino a Gerusalemme, fino ai piedi della croce. Solo lì si manifesterà pienamente la gloria del Figlio di Dio di cui la Trasfigurazione rimane un’anticipazione profetica.

     Anche per Gesù e i suoi discepoli, dopo l’esperienza straordinaria del Tabor, riprende il cammino nella discesa dal monte, forse con la stessa fatica di prima, anzi con una fatica che si fa ancora più grave, giacché ora la via si precisa sempre più come orientata verso Gerusalemme e verso la croce. Ma ora diviene un cammino che può essere vissuto con un cuore trasfigurato dall’incontro con Dio. Questo è stato vero innanzitutto per l’esperienza di fede che ha vissuto Gesù stesso. La scena della Trasfigurazione ci rivela infatti la gloria e la luce in cui Gesù ha potuto vivere fino in fondo, nella fedeltà e nella perseveranza, nell’ascolto della Parola e nell’obbedienza al Padre, il suo cammino esodico e pasquale. Rivela non semplicemente la gloria e la luce che lo attendevano al termine del cammino, ma la gloria nella cui luce ha potuto egli stesso camminare verso la Pasqua. Mentre attorno a lui tutto si oscurava, egli aveva la sorgente della luce dentro di sé, e proprio questa luce intima, segreta, gloriosa, ha continuato a illuminare i suoi passi anche nella notte. E l’aveva dentro di sé, ci ricorda il racconto di Luca, perché ha vegliato nella preghiera e ha conversato con le Scritture. Chi non prega e non ascolta la parola di Dio, come inizialmente accade a Pietro, rimane nella notte e viene sopraffatto dal sonno.

Don Bosco commenta il Vangelo

II domenica di Quaresima

La “trasfigurazione” dei giovani e di don Bosco

Mentre Gesù pregava, “il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante” (Lc 9,29).

Nella Vita di Domenico Savio don Bosco racconta alcuni fatti che secondo lui avevano qualche cosa di prodigioso:

Avvenne più volte, che andando in chiesa, specialmente nel giorno che Domenico faceva la santa comunione, oppure vi era esposto il santissimo Sacramento egli restava come rapito dai sensi, sicché lasciava passare tempo anche troppo lungo, se non era chiamato per compiere i suoi ordinari doveri. Accadde un giorno che mancò dalla colazione, dalla scuola, e dal medesimo pranzo, e niuno sapeva dove fosse; nello studio non c’era, a letto nemmeno. Riferita al Direttore tal cosa, gli nacque sospetto di quello che era realmente, che fosse in chiesa, siccome già altre volte era accaduto. Entra in chiesa, va in coro e io vede là fermo come un sasso. Egli teneva un piede sull’altro, una mano appoggiata sul leggio dell’antifonario, l’altra sul petto colla faccia fissa e rivolta verso il tabernacolo. Non moveva palpebra. Lo chiama, nulla risponde. Lo scuote, e allora gli volge lo sguardo, e dice: oh è già finita la messa? (OE11 244).

Michele Magone, un ragazzo avviato sulla strada della delinquenza, si converte e cambia vita completamente. La sua trasformazione si manifestò specialmente nell’apostolato presso i compagni e nella frequentazione dei sacramenti:

Di fatto egli cominciò a frequentare i santi sacramenti della confessione e della comunione; e quelle pratiche di pietà che prima gli cagionavano ripugnanza, dopo le frequentava con grande trasporto di gioia (OE13 177).

Francesco Besucco, un pastorello sceso dalle sue Alpi, è conquistato dal programma dell’Oratorio: “allegria, studio, pietà” (OE15 332). Questo ragazzo piuttosto timido e riservato “imparò un segreto per far del bene a sé ed ai suoi compagni nelle stesse ricreazioni, e ciò col dare buoni consigli, o avvisando con modi cortesi coloro cui si fosse presentata occasione” (OE15 335).

Appena comunicato Besucco “pareva estatico: cangiò di colore in faccia, il suo volto dimostrava la pienezza della gioia del suo cuore, e gli alti di amore verso Gesù in Sacramento fatti in tale occasione saranno stati proporzionati alla diligenza usata nel prepararsi a riceverlo” (OE15 308).

I testimoni che hanno osservato Besucco durante la santa messa o alla benedizione della sera vanno d’accordo nell’asserire che “era impossibile il mirarlo senza sentirsi commossi ed edificati per il fervore che dimostrava nel pregare” (OE15 354s).

Prima di morire “la faccia di lui appariva vegeta e rubiconda più che non era nello stato regolare di sua sanità. Sembrava che gli balenasse sul volto una bellezza, un tale splendore che appariva oscurato il lume stesso della lucerna” (OE15 411). 

Questi tre giovani allievi di don Bosco non erano soli. Un osservatore esterno, vedendo i ragazzi durante la comunione, diceva che “quelle facce, le cui sembianze poco tempo prima erano o insignificanti, o rozze, o maliziose, o beffarde, o superbe e alcune direi quasi truci, […] in quel momento si trasfiguravano e prendevano un’aria di candore, di semplicità, di fede, di amore e di bellezza” (MB5 41).

Anche don Bosco appariva qualche volta trasfigurato secondo alcuni testimoni che lo hanno osservato durante la santa messa. All’elevazione due allievi lo videro “estatico e con un’aria di paradiso sul volto: sembrava che rischiarasse tutta la cappellina” (MB13 897). Un’altra volta “dopo l’elevazione era stato sopraffatto da una luce sfolgorantissima, la quale gl’impediva di continuare” (MB17 559). Anche mentre guariva una bambina malata, racconta un testimone, “vidi la sua faccia che si trasformava, assumendo un colore tutto speciale, che io non saprei in alcun modo definire. Pareva trasumanato” (MB19 445).

 (Morand Wirth)

Tra parentesi il lettore troverà i riferimenti principali dei testi citati nelle opere di o su don Bosco: – nei 38 volumi delle Opere edite di G. Bosco (OE1-38, a cura del Centro Studi Don Bosco dell’Università Pontificia Salesiana); – nei 19 volumi delle Memorie biografiche di don G. Bosco (MB1-19, a cura di G.B. Lemoyne, A. Amadei e E. Ceria); – nelle sue Memorie dell’Oratorio (MO, a cura di A. Giraudo); – nei 10 volumi del suo Epistolario (E1-10, a cura di F. Motto). La seconda cifra indica la pagina del volume.

La pradera de la Ermita de la Virgen de Hornuez (Moral de Hornuez-Segovia)  –  2024   

L’immagine della domenica

«C’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce».

(Leonardo Cohen)
Casella di testo:  Genesi 15,5-12.17-18
Filippesi 3,17-4,1 
Luca 9,28-36

Gesù salì sul monte a pregare. Con lui porta i suoi amici più intimi: Pietro, Giacomo e Giovanni. Gli stessi che porterà sul Getsemani. E mentre pregava il suo volto cambio di aspetto.

Pregare cambia il cuore, permette di diventare ciò che si prega. In contatto con il Padre la nostra realtà si illumina, acquista profondità. Il volto di Gesù cambio d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. La preghiera cambia anche il nostro aspetto fisico.

Accanto a Gesù gli apostoli vedono Mosè (figura della legge) ed Elia (prototipo dei profeti). Con loro Gesù dialogo sul suo viaggio verso Gerusalemme. È interessante questo spunto: la morte e risurrezione di Gesù si colloca dentro della storia della salvezza. La risurrezione di Cristo da senso e compimento alla storia.
 
Mentre questi si separavano da Gesù, Pietro gli disse: “Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. È bello scoprire nell'alto del monte la bellezza di Dio, per poter affrontare poi, nella pianura, le tante delusioni della vita. 

Ma a mettere ordine nella mente di Pietro si incarica la nube: “Lascia perdere le capanne. La tua capanna è con te… è il mio Figlio: Ascoltalo”.

Preghiere e racconti

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA QUARESIMA 2025

Camminiamo insieme nella speranza

Cari fratelli e sorelle!

Con il segno penitenziale delle ceneri sul capo, iniziamo il pellegrinaggio annuale della santa Quaresima, nella fede e nella speranza. La Chiesa, madre e maestra, ci invita a preparare i nostri cuori e ad aprirci alla grazia di Dio per poter celebrare con grande gioia il trionfo pasquale di Cristo, il Signore, sul peccato e sulla morte, come esclamava San Paolo: «La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» ( 1Cor 15,54-55). Infatti Gesù Cristo, morto e risorto, è il centro della nostra fede ed è il garante della nostra speranza nella grande promessa del Padre, già realizzata in Lui, il suo Figlio amato: la vita eterna (cfr Gv 10,28; 17,3) [1].

In questa Quaresima, arricchita dalla grazia dell’Anno Giubilare, desidero offrirvi alcune riflessioni su cosa significa camminare insieme nella speranza, e scoprire gli appelli alla conversione che la misericordia di Dio rivolge a tutti noi, come persone e come comunità.

Prima di tutto, camminare. Il motto del Giubileo “Pellegrini di speranza” fa pensare al lungo viaggio del popolo d’Israele verso la terra promessa, narrato nel libro dell’Esodo: il difficile cammino dalla schiavitù alla libertà, voluto e guidato dal Signore, che ama il suo popolo e sempre gli è fedele. E non possiamo ricordare l’esodo biblico senza pensare a tanti fratelli e sorelle che oggi fuggono da situazioni di miseria e di violenza e vanno in cerca di una vita migliore per sé e i propri cari. Qui sorge un primo richiamo alla conversione, perché siamo tutti pellegrini nella vita, ma ognuno può chiedersi: come mi lascio interpellare da questa condizione? Sono veramente in cammino o piuttosto paralizzato, statico, con la paura e la mancanza di speranza, oppure adagiato nella mia zona di comodità? Cerco percorsi di liberazione dalle situazioni di peccato e di mancanza di dignità? Sarebbe un buon esercizio quaresimale confrontarsi con la realtà concreta di qualche migrante o pellegrino e lasciare che ci coinvolga, in modo da scoprire che cosa Dio ci chiede per essere viaggiatori migliori verso la casa del Padre. Questo è un buon “esame” per il viandante.

In secondo luogo, facciamo questo viaggio insieme. Camminare insieme, essere sinodali, questa è la vocazione della Chiesa [2]. I cristiani sono chiamati a fare strada insieme, mai come viaggiatori solitari. Lo Spirito Santo ci spinge ad uscire da noi stessi per andare verso Dio e verso i fratelli, e mai a chiuderci in noi stessi [3]. Camminare insieme significa essere tessitori di unità, a partire dalla comune dignità di figli di Dio (cfr Gal 3,26-28); significa procedere fianco a fianco, senza calpestare o sopraffare l’altro, senza covare invidia o ipocrisia, senza lasciare che qualcuno rimanga indietro o si senta escluso. Andiamo nella stessa direzione, verso la stessa meta, ascoltandoci gli uni gli altri con amore e pazienza.

In questa Quaresima, Dio ci chiede di verificare se nella nostra vita, nelle nostre famiglie, nei luoghi in cui lavoriamo, nelle comunità parrocchiali o religiose, siamo capaci di camminare con gli altri, di ascoltare, di vincere la tentazione di arroccarci nella nostra autoreferenzialità e di badare soltanto ai nostri bisogni. Chiediamoci davanti al Signore se siamo in grado di lavorare insieme come vescovi, presbiteri, consacrati e laici, al servizio del Regno di Dio; se abbiamo un atteggiamento di accoglienza, con gesti concreti, verso coloro che si avvicinano a noi e a quanti sono lontani; se facciamo sentire le persone parte della comunità o se le teniamo ai margini [4]. Questo è un secondo appello: la conversione alla sinodalità.

In terzo luogo, compiamo questo cammino insieme nella speranza di una promessa. La speranza che non delude (cfr Rm 5,5), messaggio centrale del Giubileo [5], sia per noi l’orizzonte del cammino quaresimale verso la vittoria pasquale. Come ci ha insegnato nell’Enciclica Spe salvi il Papa Benedetto XVI, «l’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: “Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezze né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” ( Rm 8,38-39)» [6]. Gesù, nostro amore e nostra speranza, è risorto [7] e vive e regna glorioso. La morte è stata trasformata in vittoria e qui sta la fede e la grande speranza dei cristiani: nella risurrezione di Cristo!

Ecco la terza chiamata alla conversione: quella della speranza, della fiducia in Dio e nella sua grande promessa, la vita eterna. Dobbiamo chiederci: ho in me la convinzione che Dio perdona i miei peccati? Oppure mi comporto come se potessi salvarmi da solo? Aspiro alla salvezza e invoco l’aiuto di Dio per accoglierla? Vivo concretamente la speranza che mi aiuta a leggere gli eventi della storia e mi spinge all’impegno per la giustizia, alla fraternità, alla cura della casa comune, facendo in modo che nessuno sia lasciato indietro?   

Sorelle e fratelli, grazie all’amore di Dio in Gesù Cristo, siamo custoditi nella speranza che non delude (cfr Rm 5,5). La speranza è “l’ancora dell’anima”, sicura e salda [8]. In essa la Chiesa prega affinché «tutti gli uomini siano salvati» ( 1Tm 2,4) e attende di essere nella gloria del cielo unita a Cristo, suo sposo. Così si esprimeva Santa Teresa di Gesù: «Spera, anima mia, spera. Tu non conosci il giorno né l’ora. Veglia premurosamente, tutto passa in un soffio, sebbene la tua impazienza possa rendere incerto ciò che è certo, e lungo un tempo molto breve» ( Esclamazioni dell’anima a Dio, 15, 3) [9].

La Vergine Maria, Madre della Speranza, interceda per noi e ci accompagni nel cammino quaresimale.

Roma, San Giovanni in Laterano, 6 febbraio 2025, memoria dei Santi Paolo Miki e compagni, martiri.

FRANCESCO

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[1] Cfr Lett. enc. Dilexit nos (24 ottobre 2024), 220.

[2] Cfr Omelia nella Messa per la canonizzazione dei Beati Giovanni Battista Scalabrini e Artemide Zatti, 9 ottobre 2022.

[3] Cfr ibid.

[4] Cfr ibid.

[5] Cfr Bolla Spes non confundit, 1.

[6] Lett. enc. Spe salvi (30 novembre 2007), 26.

[7] Cfr Sequenza della Domenica di Pasqua.

[8] Cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 1820.

[9] Ivi, 1821.

La Trasfigurazione

L’icona della Trasfigurazione ci rimanda al tema della divinizzazione dell’uomo, tanto caro alla tradizione dell’Oriente cristiano. I colori usati emanano e rivelano la luce taborica. Questa immagine manifesta lo splendore divino e rispecchia il principio per cui un’icona non si guarda, ma si contempla. Anticamente, questa era la prima icona che un allievo iconografo scriveva per apprendere il segreto della sua missione: penetrare nel Mistero di Dio e dischiudere gli occhi alla sua luce, al fine di rendere gli altri partecipi di questa grazia.

Nell’episodio della Trasfigurazione Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li porta sopra il monte alto dove Dio si fa conoscere dall’uomo. Al centro dell’icona Gesù risplende, è avvolto in vesti candide ed è circondato da una nube luminosa. Egli benedice i discepoli e li introduce nell’esodo pasquale che compirà a Gerusalemme. In basso, quasi alle falde del monte, gli apostoli, costretti al suolo e incapaci di sostenere il bagliore della divinità, sono estasiati e turbati spettatori della Gloria di Dio.

Lo splendore e la magnificenza di Gesù ci rendono consapevoli della nostra meschinità e dell’infinita distanza che ci separa da Lui; possiamo, però, essere fiduciosi e sereni: la sua luce accompagna i nostri passi mentre scendiamo dal monte e riprendiamo il quotidiano cammino. L’evento della Trasfigurazione, custodito e meditato in cuore, ci aiuterà ad affrontare le difficoltà della strada: la Gloria che gli apostoli hanno visto è la meta bellissima che ci attende!

Lasciare che il mio cuore

si sciolga

alla dolce tua presenza,

contemplare il tuo volto

e perdermi…

La tua bellezza mi trasfiguri

la tua luce mi invada

il tuo amore mi trasformi

così potrò percorrere le strade

della terra

irradiando Te.

Così sarà meno duro vivere

nell’attesa di essere con te

per sempre.

La Trasfigurazione di Gesù

Gesù voleva che i suoi discepoli in particolare quelli che avrebbero avuto la responsabilità di guidare la Chiesa nascente facessero un esperienza diretta della sua gloria divina per affrontare lo scandalo della croce. In effetti quando verrà l’ora del tradimento e Gesù si ritirerà a pregare nel Getsemani terrà vicini gli stessi Pietro Giacomo e Giovanni chiedendo loro di vegliare e pregare con Lui (cfr Mt 26 38). Essi non ce la faranno, ma la grazia di Cristo li sosterrà e li aiuterà a credere nella Risurrezione. Mi preme sottolineare che la Trasfigurazione di Gesù è stata sostanzialmente un’esperienza di preghiera (cfr. Lc 9, 28-29). La preghiera infatti raggiunge il suo culmine e perciò diventa fonte di luce interiore quando lo spirito dell’uomo aderisce a quello di Dio e le loro volontà si fondono quasi a formare un tutt’uno. Quando Gesù salì sul monte si immerse nella contemplazione del disegno d’amore del Padre che l’aveva mandato nel mondo per salvare l’umanità. […] Cari fratelli e sorelle vi esorto a trovare in questo tempo di Quaresima prolungati momenti di silenzio possibilmente di ritiro per rivedere la propria vita alla luce del disegno d’amore del Padre celeste. Lasciatevi guidare in questo più intenso ascolto di Dio dalla Vergine Maria maestra e modello di preghiera. Lei anche nel buio fitto della passione di Cristo non perse ma custodì nel suo animo la luce del Figlio divino. Per questo la invochiamo Madre della fiducia e della speranza.

(Benedetto XVI, Parole prima dell’Angelus, 08. 03. 2009).

Per fondare la nostra speranza

Era necessario che gli apostoli concepissero con tutto il cuore quella forte e beata fermezza e non tremassero davanti all’asprezza della croce che dovevano prendere; era necessario che non arrossissero del supplizio di Cristo, né che stimassero vergognosa per lui la pazienza con la quale doveva subire le sofferenze della passione senza perdere la gloria del suo potere. Così Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello (Lc 9,28), salì con loro su una montagna in disparte e manifestò loro lo splendore della sua gloria […] Senza dubbio la trasfigurazione aveva quale primo scopo quello di rimuovere dal cuore dei suoi discepoli lo scandalo della croce, affinché l’umiltà della Passione liberamente subita non turbasse la fede di coloro ai quali era stata rivelata la sublimità della dignità nascosta. Ma con non minore previdenza veniva fondata la speranza della santa chiesa, in modo che l’intero corpo di Cristo conoscesse quale trasformazione avrebbe ricevuto in dono e i mèmbri si ripromettessero di partecipare all’onore che aveva rifulso sul capo del corpo.

A questo proposito il Signore stesso aveva detto, parlando della maestosità della sua venuta: Allora i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro (Mt 13,43), e il beato Paolo afferma la stessa cosa quando dice: «Io ritengo, infatti, che le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi (Rm 8,18) […] Pietro disse: Signore, è bello per noi stare qui. Se vuoi, facciamo tre tende, una per te, una per Mosè, una per Elia» (Mt 17,4). Il Signore non risponde a tale proposta, volendo mostrare non che era cattiva, ma che era fuori luogo, perché il mondo non poteva essere salvato se non dalla morte di Cristo e la fede dei credenti era chiamata dall’esempio di Cristo a comprendere che, senza giungere a dubitare della felicità promessa, dobbiamo tuttavia in mezzo alle tentazioni di questa vita, chiedere la pazienza prima della gloria, perché la felicità del regno non può precedere il tempo della sofferenza.

(LEONE MAGNO, Discorsi 38,2-3.5, SC 74, pp. 16-19).

Il Tabor e il Getsemani

Quanto più la preghiera diventa preghiera del cuore tanto più si ama e si soffre, si vedono più luce e più tenebre, più grazia e più peccato, più Dio e più umanità. Quanto più si scende nel profondo del cuore estendendosi di laggiù fino a Dio, tanto più la solitudine parlerà alla solitudine, l’abisso all’abisso, il cuore al cuore. Laggiù amore e dolore si fondono.                                                    

Per due volte Gesù invitò gli amici più cari, Pietro, Giovanni e Giacomo, a condividere la sua preghiera più segreta. La prima volta li portò sulla vetta del monte Tabor e lassù essi videro il suo volto brillare come il sole e le sue vesti divenire candide come la luce (Mt 17,2). La seconda volta egli li condusse nel giardino di Getsemani dove essi videro il suo volto angosciato e il sudore fluire come gocce di sangue che cadevano a terra (Lc 22,44). La preghiera del cuore conduce al Tabor ma anche al Getsemani. Dopo aver visto Dio nella gloria lo si vedrà anche nel tormento e dopo aver sentito l’abiezione della sua umiliazione si sperimenterà la bellezza della sua trasfigurazione.

(Henri J.M. NOUWEN, Viaggio spirituale per l’uomo contemporaneo, Brescia,1980,140).

Pregare cambia il cuore, diventi ciò che ami

Dal deserto al Tabor; dalla domenica dell’ombra che ci minaccia, alla domenica della luce che ci abita. Ciò che è avvenuto in Cristo avverrà in ciascuno, lui è il volto ultimo e alto dell’uomo, icona di Dio dipinta, come le antiche icone greche, su di un fondo d’oro, che traspare dalle ferite e dai graffi della vita, come da misteriose feritoie.

Il racconto della trasfigurazione è collocato in un contesto duro e difficile: Gesù ha appena consegnato ai suoi il primo annuncio della passione: il figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato, venire ucciso. E subito, dentro quel momento di oscurità, il vangelo ci regala il volto di Cristo che gronda luce, su cui tenere fissi gli occhi per affrontare il momento in cui la vita gronda sangue, per tutti, come per Gesù nell’orto degli ulivi.

Gesù salì su di un alto monte a pregare. I monti sono come indici puntati verso il cielo, verso il mistero di Dio e la sua salvezza, raccontano che la vita è un ascendere silenzioso e tenace verso più luce, più orizzonti, più cielo. Gesù sale per pregare. La preghiera è mettersi in viaggio: destinazione Tabor, un battesimo di luce e di silenzio; destinazione futuro, un futuro più buono; approdo è il cuore di luce di Dio.

Mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto. Pregare trasforma. Pregare cambia il cuore, tu diventi ciò che contempli, ciò che ascolti, ciò che ami, Colui che preghi: è nel contatto con il Padre che la nostra realtà si illumina, e appare in tutta la sua lucentezza e profondità.

In qualche momento privilegiato, toccati dalla gioia, dalla dolcezza di Dio, forse ci è capitato di dire, come Pietro: Signore, che bello! Vorrei che questo momento durasse per sempre. Facciamo qui tre tende? E una voce interiore diceva: è bello stare su questa terra, gravida di luce. È bello essere uomini, dentro questa umanità che pian piano si libera, cresce, ascende. È bello vivere.

Le parole di Pietro trasmettono una esperienza precisa: Dio è bello. Invece la nostra predicazione ha ridotto Dio in miseria, relegato a rovistare nel passato e nel peccato dell’uomo. Ora sta a noi restituirgli il suo volto solare, testimoniare un Dio bello, desiderabile, interessante. Il Dio del futuro, delle fioriture, un Dio da gustare e da godere. Come san Francesco quando prega: tu sei bellezza, tu sei bellezza. Come sant’Agostino: tardi ti ho amato bellezza tanto antica e tanto nuova. Sarà come bere alle sorgenti della luce, agli orli dell’infinito.

Davvero il cristianesimo è proprio la religione della penitenza, della mortificazione, del sacrificio, come molti pensano? No, il vangelo è la bella notizia che Dio regala vita a chi produce amore.

(Ermes Ronchi)

La trascendenza

1. Questo racconto riveste un’importanza singolare nei tre vangeli sinottici (Mt 9,2-8; Mt 17,1-8; Lc 9,28b-36). Prova ne è il fatto che la letteratura teologica prodotta per spiegare quest’episodio è enorme (F. Bovon).

Basti pensare che siamo di fronte ad un racconto del quale è molto difficile precisare il genere letterario nel quale è stato redatto (H. Riesenfeld, M. Sabbe, R.H. Gause….). Questo è comprensibile. Perché in esso ci si rende conto di un’esperienza nella quale si sfiorano “l’umano” ed “il divino”, “l’immanente” ed “il trascendente”.

2. Dio (trascendente) si è comunicato a noi in Gesù (immanente). Ma essere “trascendente” non significa essere “infinitamente superiore”, ma semplicemente “essere incommensurabile”, cioè “di un ordine assolutamente diverso”. Questo significa che, se la trascendenza fosse oggetto di un’esperienza possibile, a partire da questo momento effettivamente smetterebbe di essere trascendente (S. Nordmann).

Ebbene, stando così le cose, Gesù (quell’umile contadino di Galilea) è l’anello di congiunzione della realtà che ci trascende (Dio) con la nostra limitata realtà (noi uomini). Ossia, in Gesù (e solo in lui) sappiamo di Dio, quello che dice Dio e quello che Dio vuole o non vuole. Per questo il racconto termina con la voce trascendente che indica Gesù e diceva “ascoltatelo”. E allora restò “solo Gesù”.

3. Per sapere di Dio e per parlare di Dio non ci resta null’altro che Gesù. Né Mosè ed Elia. Né la Legge ed i Profeti. Solo la vita e la parola di Gesù. In questa vita ed in questa parola dobbiamo cercare e trovare il senso della vita.

(José María Castillo)

Ancora e sempre sul monte di luce 

Ancora e sempre sul monte di luce                                   

Cristo ci guidi perché comprendiamo                                

il suo mistero di Dio e di uomo,

umanità che si apre al divino.

Ora sappiamo che è il figlio diletto

in cui Dio Padre si è compiaciuto;

ancor risuona la voce: «Ascoltatelo»,

perché egli solo ha parole di vita.

In lui soltanto l’umana natura

trasfigurata è in presenza divina,

in lui già ora son giunti a pienezza

giorni e millenni, e legge e profeti.

Andiamo dunque al monte di luce,

liberi andiamo da ogni possesso;

solo dal monte possiamo diffondere

luce e speranza per ogni fratello.

Al Padre, al Figlio, allo Spirito santo

gloria cantiamo esultanti per sempre:

cantiamo lode perché questo è il tempo

in cui fiorisce la luce del mondo.

(D.M. Turoldo).

La Settimana con don Bosco

9-15 marzo

9. (S. Francesca Romana) Questa santa vedeva l’Angelo custode “colle mani incrocicchiate sul petto, e cogli occhi rivolti al cielo; ma per ogni leggier mancamento l’Angelo coprivasi, come per vergogna, il volto colle mani” (OE1 145s).

10. “Fa che tutti quelli con cui parli, diventino tuoi amici” (MB10 1183).

11. “Chi non cerca altro che di essere lodato e onorato dagli uomini è vero segnale che è una testa vuota, che si pasce di vento; egli non avrà mai pace, e sarà incostante in tutte le sue cose” (OE24 480).

12. “Se alcuno visita un amico bisogna che osservi le convenienze (come le chiamano) di società, ma siccome anche coi libri si possono visitare gli amici, perciò anche essi devono sottostare a quelle leggi” (OE36 141).

13. “Vi sono cose che adesso sembrano spine, che Dio cangerà in fiori. […] Un guardo al crocifisso ed un fiat voluntas tua, è quello che Dio vuole da Lei” (E3 133).

14. “Si rompa quella fatale barriera della diffidenza e sottentri la confidenza cordiale” (MB17 111).

15. “La castità è necessaria in tutti, ma specialmente a chi si dedica al bene della gioventù” (MB9 705).

(Morand Wirth)

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

M. FERRARI, monaco di Camaldoli, «Oggi di è adempiuta questa scrittura». Tempo di Quaresima e Tempo di Pasqua, Milano, Vita e Pensiero, 2013.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.

– C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.

– J.M. NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003.

Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.

PER L’APPROFONDIMENTO:

I DOMENICA DI QUARESIMA

Lectio – Anno C

Prima lettura: Deuteronomio 26,4-10

          Mosè parlò al popolo e disse: «Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani e la deporrà davanti all’altare del Signore, tuo Dio, e tu pronuncerai queste parole davanti al Signore, tuo Dio: “Mio padre era un Aramèo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa. Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi. Ci condusse in questo luogo e ci diede questa terra, dove scorrono latte e miele. Ora, ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato”. Le deporrai davanti al Signore, tuo Dio, e ti prostrerai davanti al Signore, tuo Dio».             
  • La bella professione di fede recitata dal singolo israelita, quando si presenta al sacerdote presso l’altare per offrire le primizie dei frutti della terra, rievoca sinteticamente la storia passata, scandita da quattro momenti fondamentali, nei quali si alterna per due volte il momento negativo con quello positivo (vv: 5-9): l) mancanza di una terra propria (neg.); 2) discesa in Egitto e crescita demografica (pos.); 3) oppressione da parte degli egiziani (neg.), liberazione con il conseguente dono della terra promessa (pos.). Così si passa dalla terra non ancora posseduta alla terra ora abitata e coltivata, per dare una motivazione all’offerta dei frutti che da essa si sono ricavati. 

     La tentazione poteva essere ora per Israele quella di dimenticare il Signore, che ha dato la terra e i frutti che essa produce; con l’offerta che se ne fa si riconosce questa dipendenza. «Guardati dunque dal pensare: la mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze. Ricordati invece del Signore tuo Dio perché egli ti dà la forza per acquistare ricchezze, al fine di mantenere, come fa oggi, l’alleanza che ha giurato ai tuoi padri» (Dt 8,17-18).

Seconda lettura: Romani 10,8-13

          Fratelli, che cosa dice [Mosè]? «Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore», cioè la parola della fede che noi predichiamo. Perché se con la tua bocca proclamerai: «Gesù è il Signore!», e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia, e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. Dice infatti la Scrittura: «Chiunque crede in lui non sarà deluso». Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato».  
  • Questo brano è stato scelto perché si parla della «professione di fede» (v. 10) cristiana, in analogia con la professione di fede israelita vista nella Prima lettura. Il contenuto ora cambia, perché essa si impernia sulla risurrezione di Gesù e sulla sua attuale e definitiva signoria, ma la sua struttura fondamentale è simile. Si tratta anche ora di un evento che accade nella storia, che è un’opera compiuta in essa da Dio («Dio lo ha risuscitato dai morti», v. 9; cfr. «il Signore ci fece uscireci condusseci diede», Dt 26,8-9).

     La professione di fede deve essere concepita nel cuore e proclamata con la bocca. Questo concetto viene scandito, ancora una volta, con la citazione di tre passi dell’AT: Dt 30,14, che parla insieme della «bocca» e del «cuore» (v. 8); Is 28,18, che accenna al «credere», che si concepisce nel cuore (v. 11); Gl 3,5, che menziona l’«invocare», che si esprime con la bocca (v. 13). È la totalità della persona che così si manifesta nell’atto di fede.

Vangelo: Luca 4,1-13

         In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”». Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.  

Esegesi

     La tentazione di Gesù è situata unanimemente dai tre Sinottici subito dopo il battesimo, e tutti e tre mettono questa dimora di Gesù nel deserto in rapporto con il dono dello Spirito Santo, ricevuto da lui immediatamente prima nello stesso battesimo (v. 1). Ma nel modo di parlarne gli evangelisti presentano delle significative differenze. Mc riporta in due soli versetti la notizia del digiuno dei quaranta giorni che costituiscono pure, globalmente, tutto il tempo in cui Gesù è tentato (Mc 1,12- 13). Solo Mt (4,1-11) e Lc (4,1-13) parlano di tre speciali tentazioni che si verificano soltanto alla fine dei quaranta giorni di digiuno, ma rispetto a Mt solo Lc sottolinea che Gesù era tentato anche prima (v. 2), durante i quaranta giorni, come dice pure Mc. Ma la differenza più significativa tra Mt e Lc consiste nell’inversione che Lc presenta tra la seconda e la terza tentazione rispetto a Mt, la cui sequenza sembra la più logica e la più primitiva. Infatti, l’adorazione dell’unico Signore a cui si appella Gesù nel respingere l’offerta dei regni della terra si presta meglio a formare l’apice di tutto il racconto che non il rifiuto di tentare Dio, che Lc pone nella terza tentazione. Con questa inversione Lc conferisce più importanza alla città di Gerusalemme (v. 8), sede dell’ultima tentazione, indicando così in essa il preludio alla suprema tentazione di Gesù nella sua passione. Ma nello stesso tempo, con questa inversione Lc dà più importanza al tema della tentazione stessa, come si vede dalla sua conclusione dell’episodio (v. 13): «Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato».

     Al di là di questo episodio, il verbo «tentare» o «mettere alla prova» (peirazo) ricorre ancora in Mt 16,1; 19,3; 22,18.35, ma nel significato più scialbo della tentazione o prova a cui i farisei sottopongono Gesù rivolgendogli delle domande capziose; qui Lc riprende l’espressione soltanto nel primo e nell’ultimo caso (Lc 11,16; 10,25, con un ordine diverso rispetto a Mt). Invece l’importanza di questo tema in Lc la si vede meglio se consideriamo l’uso del sostantivo (peirasmos), che lui ha usato già in 4,13. In parallelo con Mt, il termine ricorre nel Padre nostro (Lc 11,4 = Mt 6,13) e nell’ammonizione di Gesù ai tre discepoli nel Getsemani (Lc 22,46; Mt 26,41; Mc 14,38). Al di là di questi casi in comune con Mt, Lc introduce il termine di sua iniziativa nella spiegazione della parabola del seminatore (Mt 13,21; Mc 4,17: «tribolazione o persecuzione»; Lc 8,13: «nel tempo della tentazione»). Ma l’uso forse più interessante del sostantivo in Lc, lo troviamo in queste parole di Gesù ai discepoli dopo l’istituzione dell’eucaristia nell’ultima cena: «Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie tentazioni (BC: prove) e io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno» (Lc 22,28-30a). In questo detto, tutto il ministero pubblico di Gesù, passato in compagnia dei discepoli, è considerato come un continuo periodo di tentazione, nel quale lui ha avuto il confronto della loro compagnia e della loro condivisione; essa trova il suo culmine nella celebrazione dell’eucaristia, prefigurazione della sua mensa nella pasqua del cielo.

     Ma la suprema tentazione di Gesù doveva aver luogo nel tempo della sua passione. Nel Getsemani, dopo la preghiera rivolta al Padre perché allontanasse da lui il calice della sua dolorosa morte imminente, Gesù dice a quelli che sono venuti ad arrestarlo: «Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre» (Lc 22,53).

     Nell’AT il tema della tentazione affiora nel definire lo stretto rapporto che intercorre tra Dio ed Israele, specialmente nel tempo del deserto. Dio «tenta» o «mette alla prova» (ebr. nissah) Israele, per far emergere quello che c’è nel cuore del suo popolo, come si può vedere da questi passi: «Io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina secondo la mia legge o no» (Es 16,4); «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi» (Dt 8,2; cfr. anche il v. 16). Ma questa prova o tentazione continua anche dopo, nella terra promessa: «Tu non dovrai ascoltare le parole di quel profeta o di quel sognatore (che ti vogliono far rivolgere agli dèi stranieri); perché il Signore vostro Dio vi mette alla prova per sapere se amate il Signore vostro Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima» (Dt 13,4).

     Come si vede, si aggiunge sempre, con una proposizione finale, il motivo positivo di questa prolungata tentazione a cui il Signore sottopone il suo popolo, che consiste nel desiderio di appurare la consistenza del suo rapporto con lui. È questo un tipico elemento della parenesi deuteronomica, per cui non ci stupisce che nelle risposte di Gesù a Satana vengano citati tre passi, ripresi tutti dal Deuteronomio. Vale la pena considerarli ora separatamente, inquadrandoli nel loro contesto originario.

     a) In Lc 4,4 si cita Dt 8,3: «Egli (il Signore) dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore». Il tempo del deserto consentiva ad Israele di sperimentare la sua dipendenza da Dio, che provvede il cibo della manna con il comando dato dalla sua bocca. Citato da Gesù, questo detto vuol dire che egli, anche se compirà la moltiplicazione dei pani, attirerà le folle non tanto con il cibo materiale, quanto piuttosto con l’annunzio del regno di Dio e con l’invito alla conversione.

     b) La corrispondenza di Lc 4,8 con il Dt non è evidente: «Guardati dal dimenticare il Signore, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile. Temerai il Signore Dio tuo, lo servirai e giurerai per il suo nome» (Dt 6,12-13); qui, «ti presterai» e «adorerai» corrispondono a «temerai» e «servirai» di Dt 6,13. Si noti come queste diverse ingiunzioni

sono precedute dalla raccomandazione a non dimenticare quanto il Signore ha già fatto: ciò che Israele deve fare, è una risposta a quanto Dio ha fatto prima.

     c) Nell’ultima citazione (v. 12) appare l’uso inverso del tema della tentazione, in quanto ora è Israele che tenta Dio, quando lo abbandona e così lo costringe a dargli una punizione: «Non seguirete altri dèi… L’ira del Signore tuo Dio si accenderebbe contro di te e ti distruggerebbe dalla terra. Non tenterete il Signore vostro Dio come lo tentaste a Massa. Os-serverete diligentemente i comandi del Signore vostro Dio…» (6,14-17). Rilette sullo sfondo dell’AT, le tentazioni di Gesù ci appaiono come la dimostrazione della sua totale adesione a Dio, in contrasto con la condotta indocile d’Israele, cosicché i suoi quaranta giorni di digiuno nel deserto corrispondono ai quaranta anni trascorsi da Israele nel deserto dopo l’uscita dall’Egitto. Ma in maniera più specifica, con queste tre tentazioni satana cerca di distogliere Gesù dalla sua missione messianica, che, rifuggendo dai facili e fallaci successi mondani di una popolarità ottenuta con miracoli molto spettacolari, consiste nell’adesione alla via della croce.

Don Bosco commenta il Vangelo

I DOMENICA di Quaresima

Come vincere le tentazioni 

“Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo” (Lc 4,1-2).

Nel Giovane provveduto di don Bosco troviamo un articolo sul “modo di portarsi nelle tentazioni.

Prima di tutto, dice il santo ai giovani, dovete sapere che “anche nella vostra tenera età il demonio vi tende lacci per rubare l’anima vostra; perciò dovete star bene attenti per non cadere quando siete tentati, ossia quando il demonio vi suggerisce di fare del male”.

Ai suoi ragazzi don Bosco indica poi cinque rimedi:

– Rimanete “lontani dalle occasioni, dalle conversazioni scandalose, dai pubblici spettacoli, dove non c’è niente di bene, e per lo più s’impara sempre qualche cosa di cattivo”.

– Cercate “di star sempre occupati, e quando non sapete che fare, […] andate a passare qualche tempo in onesto divertimento”.

– Quando siete tentati “non fermatevi aspettando che il demonio prenda possesso del vostro cuore, ma fate subito qualche cosa per liberarvene, o per mezzo del lavoro, o per mezzo delta preghiera”.

– Se la tentazione continua “fate il segno della santa croce, baciate qualche cosa benedetta”.

– Imitate san Luigi Gonzaga “nella mortificazione dei sensi, soprattutto nella modestia, e vi raccomanderete di cuore a lui quando foste per essere tentati” (OE2 206).

Nel Giovane provveduto del 1885 don Bosco ha voluto inserire anche il racconto della tentazione del giovane Francesco di Sales, studente a Parigi:

“Quivi, mentre attendeva agli studi, venne dal nemico d’ogni bene assalito da gravissima tentazione. Il demonio gli rappresentava alla mente che quanto faceva per rendersi caro a Dio, tutto era inutile; che la sua irreparabile perdizione era decisa; che il suo nome era già scritto nel numero dei dannati. Questo funesto pensiero lo consumava sensibilmente anche nel corpo, di modo che non poteva più nutrirsi; e trovandosi immerso in estrema tristezza, si sentiva pure spossato per continuo languore. Così la durò circa un mese; sino a che, per mezzo della Santissima Vergine Maria, piacque al Signore di far succedere alla procella la calma. Dimorando a Parigi, Francesco andava spesso a pregare nella chiesa di Santo Stefano dei Grès, siccome quella che si trovava più appartata dai rumori della città; e in questa chiesa egli aveva fatto voto di perpetua verginità, ponendosi sotto la protezione dell’Immacolata Madre di Dio. Fu pertanto in questa chiesa che, entrato un giorno nel colmo delle sue gravi afflizioni, si prostrò innanzi all’altare della Beatissima Vergine, e caldamente la pregò a fare in modo che, se pure per qualche passata sua colpa doveva essere nell’eternità diviso da Dio e da Lei, potesse almeno professar loro adesso la più fedele servitù ed il più tenero amore. Né pago di questo, tornò a consacrarle la sua verginità; le promise di onorarla ogni giorno di sua vita colla recita del Santo Rosario; e, scongiurandola ad essergli Avvocata ed Ausiliatrice in così gravi distrette, con filiale confidenza e cogli occhi molli di lacrime le recitò la tanto devota orazione di san Bernardo Memorare, che comincia: Ricordatevi, o Piissima Vergine Maria, che non si è mai udito al mondo che alcuno, ricorrendo alla vostra protezione, implorando il vostro aiuto e chiedendo il vostro patrocinio sia rimasto da Voi abbandonato.  L’aveva finita appena, che il pio giovane, come se una fosca nebbia gli si fosse dileguata d’intorno, si trovò d’un tratto rasserenata la mente e pieno il cuore di contento e di pace” (OE35 263s).

 (Morand Wirth)

Tra parentesi il lettore troverà i riferimenti principali dei testi citati nelle opere di o su don Bosco: – nei 38 volumi delle Opere edite di G. Bosco (OE1-38, a cura del Centro Studi Don Bosco dell’Università Pontificia Salesiana); – nei 19 volumi delle Memorie biografiche di don G. Bosco (MB1-19, a cura di G.B. Lemoyne, A. Amadei e E. Ceria); – nelle sue Memorie dell’Oratorio (MO, a cura di A. Giraudo); – nei 10 volumi del suo Epistolario (E1-10, a cura di F. Motto). La seconda cifra indica la pagina del volume.

L’immagine della domenica

Duomo di Milano     –      2022  

«Non c’è virtù più importante, che fare semplicemente, ciò che dobbiamo fare».

(José María Pemán)

Casella di testo:  Deuteronomio 26,4-10
Romani 10,8-13
Luca 4,1-13

Questa prima domenica celebra lo scontro vittorioso di Cristo sul maligno. 

Si tratta di un racconto chiave che presenta la condizione pienamente umana nella quale Gesù vive la sua relazione con il Padre. Tra il battessimo del Giordano e il battesimo della Croce si apre così un cammino di progressiva fedeltà alla vocazione ricevuta.

La tentazione va proprio alla radice della condizione filiale di Gesù. Gesù nel battesimo: "Tu sei il mio Figlio". Adesso nel deserto: "se sei il figlio di Dio...". Per essere Dio, Gesù ha scelto la strada della povertà e ha respinto la scorciatoia del successo facile...nel fondo questa è la tentazione di ogni uomo.

Riviviamo in questa quaresima il nostro cammino battesimale: viviamo la nostra condizione di Figli di Dio. Allontaniamoci degli idoli (avere, potere, valere) che si propongono come pienezza e realizzazione dell'uomo e che generano chiusura, delusione, e vuoto. Tutti conosciamo gli effetti prodotti dalla sete di denaro, dall'ambizione e dal potere: ingiustizia, menzogna, odio, violenza, incomprensione tra genitori e figli...
Meditazione

     Quaresima. Quaranta giorni per ricalibrare la nostra vita e le sue relazioni: con Dio, con gli altri, con il creato, con se stessi. L’esigenza di mettere ordine nella propria esistenza è diffusa, a molti livelli. I testi biblici che ci vengono oggi proposti offrono alcuni criteri per perseguire tale fine.

     Il celeberrimo e impressionante brano delle tentazioni di Gesù nel deserto si apre con una duplice significativa annotazione: Gesù entra in questa esperienza guidato dallo Spirito – non è altro che il nostro desiderio di ‘riprendere in mano’ la vita – e rifiutando di nutrirsi.

     Perché questo digiuno? Cosa c’entra l’alimentazione con i nostri problemi etici, politici, religiosi, di gestione del tempo e del denaro, degli affetti e delle relazioni? L’odierno imperativo sociale, che richiede un corpo palestrato a tutte le età, già può orientarci verso il ‘sospetto’ che forse uno stato complessivo di benessere della persona non è separabile dalle condizioni del corpo. Ma Gesù va ben oltre: un digiuno prolungato, di quaranta giorni, segnala l’intenzione di sondare la propria verità, la propria identità ben oltre la percezione superficiale e puntuale di un’esperienza ‘curiosa’. La testimonianza unanime della pratica ascetica del digiuno, comune a tutte le tradizioni religiose e filosofiche, conferma che la persona che si sottopone ad esso, si apre ad una conoscenza di sé nuova e sorprendente: provare per credere…! Rinunciare ad assumere cibo, quanto cioè ci è di più basilare e necessario per la stessa sussistenza, modifica inevitabilmente la percezione dei nostri valori di riferimento. E se primissima conseguenza potrebbe risultare la limpida precisazione – e distinzione! – dei termini appetito e fame, che noi, nel nostro opulento occidente, impieghiamo impropriamente come sinonimi, perseverare in un regime alimentare misurato, regolare e sobrio –  questo il contenuto autentico del digiuno – riattiva la sensibilità e la capacità di scelta e chiama in causa i valori più profondi. L’essenzialità  a cui si è indirizzati rende la persona più attenta e vigile. È pertanto nella condizione ideale per… riprendere in mano la propria vita e compiere delle scelte nuove! Giungendo così al fine che ci si era proposti e da cui eravamo partiti. L’«ebbe fame» (Lc 4,2) che Gesù stesso avverte dopo quaranta giorni di digiuno conferma questo stato psichico percettivo, dove si conosce, in modo sensibilmente nuovo, la dipendenza dall’esterno per la propria sopravvivenza: nessuno di noi basta a se stesso! La mia vita dipende da qualcosa al di fuori di me. Sorgono allora domande nuove: di cosa ho veramente bisogno? Cosa desidero veramente?

     Gesù, che nel battesimo (cfr. Lc 3,21-22) è appena stato riconosciuto come Figlio di Dio, è spinto ora dal diavolo a indagare su come ‘giocare’ la sua identità. Vuole custodire l’oggettività della gratuità e del dono, che lo lega al Padre e alla storia degli uomini, oppure preferisce rifiutare questa dipendenza e utilizzare le proprie energie per imporsi sulla natura e sugli altri? Significativamente, tra il battesimo e il nostro brano, l’evangelista Luca inserisce una sorprendente genealogia risalente fino ad «Adamo, figlio di Dio» (cfr. 3,23-38), che evidenzia e imprime all’identità di Gesù anche la qualifica di fratello dell’uomo. Il suo essere figlio di Dio non cancella né ‘divora’ l’essere fratello dell’uomo ma, con genialità compassionevole, si coniuga in una sintesi esigente ma feconda, fonte di vita e di libertà infinita per sé e per tutti. Gesù non utilizza la propria divinità per opportunità per opprimere gli uomini né si piega ad un umanesimo gaudente che si riconosce come assoluto e svincolato da ogni solidità. Egli è invece il Figlio di Dio che resta consapevolmente nella dipendenza e nel legame per rinnovare dal di dentro ogni figlio dell’uomo. Con amore.

     Per resistere alla tentazione dell’individualismo egoistico Gesù si nutre – qualcosa si deve pur mangiare! – della parola di Dio, sapientemente interpretata. La prima lettura ci  ricorda di richiamare alla nostra mente tutto quanto si è già ricevuto nel passato per continuare a sostenere la lotta verso una libertà sempre più profonda. Le nostre forze sono, infatti, sempre fragili e quando si è nel digiuno si è ancor più bisognosi di sostegno. Quale dunque il nostro cibo per orientare e compiere le nostre scelte?

Preghiere e racconti

Prima domenica di Quaresima

In Terra Santa, ad ovest del fiume Giordano e dell’oasi di Gerico, si trova il deserto di Giuda, che per valli pietrose, superando un dislivello di circa mille metri, sale fino a Gerusalemme. Dopo aver ricevuto il battesimo da Giovanni, Gesù si addentrò in quella solitudine condotto dallo stesso Spirito Santo, che si era posato su di Lui consacrandolo e rivelandolo quale Figlio di Dio.

Nel deserto, luogo della prova, come mostra l’esperienza del popolo d’Israele, appare con viva drammaticità la realtà della kenosi, dello svuotamento di Cristo, che si è spogliato della forma di Dio (cfr. Fil 2,6-7).

Lui, che non ha peccato e non può peccare, si sottomette alla prova e perciò può compatire la nostra infermità (cfr. Eb 4,15). Si lascia tentare da Satana, l’avversario, che fin dal principio si è opposto al disegno salvifico di Dio in favore degli uomini.

(BENEDETTO XVI, nell’introdurre la preghiera mariana dell’Angelus: 01.03.2009).

Due re aspirano a regnare

Tanto il Figlio di Dio quanto l’Anticristo aspirano a regnare, ma l’Anticristo desidera regnare per uccidere quelli che avrà sottomesso, Cristo regna per salvare. E su ognuno di noi, se è fedele, regna Cristo, che è la Parola, la Sapienza, la Giustizia, la Verità. Se invece amiamo i desideri disordinati più di quanto amiamo Dio, su noi regna il peccato di cui l’Apostolo dice: II peccato non regni sul vostro corpo mortale (Rm 6,12). Due re dunque si affrontano per regnare: il re del peccato, il diavolo sui peccatori; il re della giustizia, Cristo, sui giusti.

Il diavolo sapeva che Cristo sarebbe venuto per sottrargli il suo regno e per cominciare a sottomettere al suo potere quelli che erano sottomessi al potere del diavolo. Così gli mostra tutti i regni del mondo e degli uomini di questo mondo, gli mostra come su alcuni regna la lussuria, su altri l’avarizia e come alcuni sono trascinati dal soffio della celebrità, altri sono prigionieri delle seduzioni della bellezza. Non dobbiamo pensare che mostrandogli i regni del mondo gli abbia mostrato il regno della Persia o quello delle Indie; ma gli mostra tutti i regni del mondo, cioè il suo regno, il suo modo di dominare il mondo per invitarlo a fare la sua volontà e cominciare così ad assoggettare Cristo […].

Allora il diavolo disse al Signore: «Sei venuto per lottare contro di me e per strappare al mio potere tutti quelli che io ho soggiogato? Non voglio contendere con te, non voglio che tu ti affatichi, che ti sottoponga alle difficoltà della lotta. Chiedo una cosa sola: prosternati ai miei piedi e adorami, ricevo l’intero mio regno». Senza dubbio il nostro Signore e Salvatore desidera regnare e desidera che tutti i popoli gli siano sottomessi perché servano la giustizia, la verità e le altre virtù, ma vuole regnare in quanto è la Giustizia, senza peccato e senza malizia […] Ecco perché risponde: Sta scritto: adorerai il Signore tuo Dio e lui solo servirai (Lc 4,8). Voglio che tutti costoro mi siano sottomessi perché adorino il Signore Dio e servano lui solo. Così desidero regnare. Tu vorresti che il peccato cominciasse da me, quel peccato che sono venuto a distruggere, da cui desidero liberare anche gli altri. Sappi e riconosci che rimango fedele a ciò che ho detto: che sia adorato solo il Signore Dio e che tutti questi uomini siano sottomessi al mio potere nel mio regno». Quanto a noi rallegriamoci di essere sottomessi a lui e preghiamo Dio che faccia morire il peccato che regna nel nostro corpo (Rm 6,12) e che solo Cristo Gesù regni in noi. A lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli ( I Pt 4,11).

(ORIGENE, Omelie sul vangelo di Luca 30,1.3-4, SC 37, pp. 370-374).

Autenticità e verità

Per essere autentici occorre essere fedeli a se stessi ma, nello stesso tempo, diffidare di sé. C’è un necessario legame con se stessi, ma un’altrettanta necessaria esigenza di superarsi. Il cammino versa la vita autentica consiste quindi nel procedere su una specie di crinale, nel suscitare la libertà ma anche nel disciplinarla, nel voler essere pienamente liberi perché solo così si è uomini e non servi, ma nel voler altresì che la prima vera libertà sia di tipo interiore e corrisponda al dominio sulle menzogne di cui ognuno si sa capace “in pensieri, parole, opere e omissioni”. […] La libertà si compie solo nella misura in cui ci si dedica a qualcosa di più grande di sé o, meglio, del sé: una grandezza che il pensiero umano nomina in vari modi, di cui i principali sono giustizia, bene, verità. Io sostengo che l’uomo autentico è l’uomo giusto, è l’uomo che vive per attuare il bene dentro e fuori di sé, è l’uomo che ama sopra ogni cosa la verità.

(Vito MANCUSO, La vita autentica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009, 15-16).

Non ci indurre in tentazione

«Nostro Signore mi fa fare questa domanda nel Pater perché essa mi è necessaria in tutte le ore, perché deve trovarsi come grido dell’anima cento volte in ogni preghiera, e per insegnarmi a lanciare incessantemente verso di Lui, in tutte le ore, questo grido: “Aiuto”».

(CHARLES DE FOUCAULD, Opere spirituali, Roma, Pauline, 1984).

Non è strano che Antonio e i monaci suoi compagni considerassero un disastro spirituale l’accettare passivamente i principi e i valori della loro società. Essi erano riusciti a capire quanto fosse difficile non solo per il singolo cristiano, ma anche per la chiesa stessa, resistere alle seducenti imposizioni del mondo. Quale fu la loro reazione? Fuggirono dalla nave che stava per affondare e nuotarono verso la vita. E il luogo della salvezza è chiamato deserto, il luogo della solitudine…

La solitudine è la fornace della trasformazione. Senza solitudine, rimaniamo vittime della nostra società e continuiamo a restare impigliati nelle illusioni del falso io. Anche Gesù è entrato in questa fornace. Fu tentato con le tre seduzioni del mondo: essere importante («trasforma le pietre in pane»), essere spettacolare («gettati dalla torre»), essere potente («ti darò tutti questi regni»). Gesù ha affermato Dio come unica sorgente della sua identità («Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto»). La solitudine è il luogo della grande lotta e del grande incontro – lotta contro le imposizioni del falso io e incontro con il Dio dell’amore che offre se stesso come sostanza del nuovo io.

(J.M. Nouwen, La via del cuore, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003, 94).

Deserto

«L’esperienza del deserto è stata per me dominante. Tra cielo e sabbia, fra il Tutto e il Nulla, la domanda diventa bruciante. Come il roveto ardente, essa brucia e non si consuma. Brucia per se stessa, nel vuoto. L’esperienza del deserto è anche l’ascolto, l’estremo ascolto» (Edmond Jabès). Forse è questo legame con l’ascolto che fa sì che nella Bibbia il deserto, presenza sempre pregna di significato spirituale, sia così importante. Certo, esso è anzitutto un luogo, e un luogo che nell’ebraico biblico ha diversi nomi: aravah, luogo arido e incolto, che designa la zona che si estende dal Mar Morto fino al Golfo di Aqaba; chorbah, designazione più psicologica che geografica che indica il luogo desolato, devastato, abitato da rovine dimenticate; jeshimon, luogo selvaggio e di solitudine, senza piste, senz’acqua; ma soprattutto midbar, luogo disabitato, landa inospitale abitata da animali selvaggi, dove non crescono se non arbusti, rovi e cardi. Il deserto biblico non è quasi mai il deserto di sabbia, ma è frutto dell’erosione del vento, dell’azione dell’acqua dovuta alle piogge rare ma violente, ed è caratterizzato da brusche escursioni termiche fra il giorno e la notte.

Refrattario alla presenza umana e ostile alla vita (Numeri 20,5), il deserto, questo luogo di morte, rappresenta nella Bibbia la necessaria pedagogia del credente, l’iniziazione attraverso cui la massa di schiavi usciti dall’Egitto diviene il popolo di Dio. È in sostanza luogo di rinascita. E, del resto, la nascita del mondo come cosmo ordinato non avviene forse a partire dal caos informe del deserto degli inizi? La terra segnata da mancanza e negatività («Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra»: Genesi 2,4b5) diviene il giardino apprestato per l’uomo nell’opera creazionale (Genesi 2,815). E la nuova creazione, l’era messianica, non sarà forse un far fiorire il deserto? «Si rallegreranno il deserto e la terra arida, esulterà e fiorirà la steppa, fiorirà come fiore di narciso» (Isaia 35,12). Ma tra prima creazione e nuova creazione si stende l’opera di creatio continua, l’intervento salvifico di Dio nella storia. Ed è in quella storia che il deserto appare come luogo delle grandi rivelazioni di Dio: nel midbar (deserto), dice il Talmud, Dio si fa sentire come medabber (colui che parla). È nel deserto che Mosè vede il roveto ardente e riceve la rivelazione del Nome (Esodo 3,114); è nel deserto che Dio dona la Legge al suo popolo, lo incontra e si lega a lui in alleanza (Esodo 1924); è nel deserto che colma di doni il suo popolo (la manna, le quaglie, l’acqua dalla roccia); è nel deserto che si fa presente a Elia nella «voce di un silenzio sottile» (I Re 19,12); è nel deserto che attirerà nuovamente a sé la sua sposa Israele dopo il tradimento di quest’ultima (Osea 2,16) per rinnovare l’alleanza nuziale…

Ecco dunque abbozzata, tra negatività e positività, la fondamentale bipolarità semantica del deserto nella Bibbia che abbraccia i tre grandi ambiti simbolici a cui il deserto stesso rinvia: lo spazio, il tempo, il cammino. Spazio ostile da attraversare per giungere alla terra promessa; tempo lungo ma a termine, con una fine, tempo intermedio di un’attesa, di una speranza; cammino faticoso, duro, tra un’uscita da un grembo di schiavitù e l’ingresso in una terra accogliente, «che stilla latte e miele»: ecco il deserto dell’esodo! La spazialità arida, monotona, fatta silenzio, del deserto si riverbera nel paesaggio interiore del credente come prova, come tentazione. Valeva la pena l’esodo? Non era meglio rimanere in Egitto? Che salvezza è mai quella in cui si patiscono la fame e la sete, in cui ogni giorno porta in dote agli umani la visione del medesimo orizzonte? Non è facile accettare che il deserto sia parte integrante della salvezza! Nel deserto allora Israele tenta Dio, e il luogo desertico si mostra essere un terribile vaglio, un rivelatore di ciò che abita il cuore umano. «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore» (Deuteronomio 8,2). Il deserto è un’educazione alla conoscenza di sé, e forse il viaggio intrapreso dal padre dei credenti, Abramo, in risposta all’invito di Dio «Va’ verso te stesso!» (Genesi 12,1), coglie il senso spirituale del viaggio nel deserto. Il deserto è il luogo delle ribellioni a Dio, delle mormorazioni, delle contestazioni (Esodo 14,1112; 15,24; 16,2-3.20.27; 17,2-3.7; Numeri 12,1-2; 14,2-4; 16,3-4; 20,2-5; 21,4-5). Anche Gesù vivrà il deserto come noviziato essenziale al suo ministero: il faccia a faccia con il potere dell’illusione satanica e con il fascino della tentazione svelerà in Gesù un cuore attaccato alla nuda Parola di Dio (Matteo 4,1-11). Fortificato dalla lotta nel deserto, Gesù può intraprendere il suo ministero pubblico!

Il deserto appare anche come tempo intermedio: non ci si installa nel deserto, lo si traversa. Quaranta anni; quaranta giorni: è il tempo del deserto per tutto Israele, ma anche per Mosè, per Elia, per Gesù. Tempo che può essere vissuto solo imparando la pazienza, l’attesa, la perseveranza, accettando il caro prezzo della speranza. E, forse, l’immensità del tempo del deserto è già esperienza e pregustazione di eternità! Ma il deserto è anche cammino: nel deserto occorre avanzare, non è consentito «disertare», ma la tentazione è la regressione, la paura che spinge a tornare indietro, a preferire la sicurezza della schiavitù egiziana al rischio dell’avventura della libertà. Una libertà che non è situata al termine del cammino, ma che si vive nel cammino. Però per compiere questo cammino occorre essere leggeri, con pochi bagagli: il deserto insegna l’essenzialità, è apprendistato di sottrazione e di spoliazione. Il deserto è magistero di fede: esso aguzza lo sguardo interiore e fa dell’uomo un vigilante, un uomo dall’occhio penetrante. L’uomo del deserto può così riconoscere la presenza di Dio e denunciare l’idolatria. Giovanni Battista, uomo del deserto per eccellenza, mostra che in lui tutto è essenziale: egli è voce che grida chiedendo conversione, è mano che indica il Messia, è occhio che scruta e discerne il peccato, è corpo scolpito dal deserto, è esistenza che si fa cammino per il Signore («nel deserto preparate la via del Signore!», Isaia 40,3). Il suo cibo è parco, il suo abito lo dichiara profeta, egli stesso diminuisce di fronte a colui che viene dopo di lui: ha imparato fino in fondo l’economia di diminuzione del deserto. Ma ha vissuto anche il deserto come luogo di incontro, di amicizia, di amore: egli è l’amico dello sposo che sta accanto allo sposo e gioisce quando ne sente la voce.

Sì, è a questa ambivalenza che ci pone di fronte il deserto biblico, e, così esso diviene cifra dell’ambivalenza della vita umana, dell’esperienza quotidiana del credente, della stessa contraddittoria esperienza di Dio. Forse ha ragione Henri le Saux quando scrive che «Dio non è nel deserto. È il deserto che è il mistero stesso di Dio».

(Enzo BIANCHI, Le parole di spiritualità. Per un lessico della vita interiore, Milano, Rizzoli, 21999, 47-51).

Solitudine

La solitudine è un elemento antropologico costitutivo: l’uomo nasce solo e muore solo. Egli è certamente un «essere sociale», fatto «per la relazione», ma l’esperienza mostra che soltanto chi sa vivere solo sa anche vivere pienamente le relazioni. Di più: la relazione, per essere tale e non cadere nella fusione o nell’assorbimento, implica la solitudine. Solo chi non teme di scendere nella propria interiorità sa anche affrontare l’incontro con 1’alterità. Ed è significativo che molti dei disagi e delle malattie «moderne», che riguardano la soggettività, arrivino anche a inficiare la qualità della vita relazionale: per esempio, l’incapacità di interiorizzazione, di abitare la propria vita interiore, diviene anche incapacità di creare e vivere relazioni solide, profonde e durature con gli altri. Certo, non ogni solitudine è positiva: vi sono forme di fuga dagli altri che sono patologiche, vi è soprattutto quella «cattiva solitudine» che è l’isolamento, il quale implica la chiusura agli altri, il rigetto del desiderio degli altri, la paura dell’alterità. Ma tra isolamento, chiusura, mutismo, da un lato, e bisogno della presenza fisica degli altri, dissipazione nel continuo parlare, attivismo smodato, dall’altro, la solitudine è equilibrio e armonia, forza e saldezza.

Chi assume la solitudine è colui che mostra il coraggio di guardare in faccia se stesso, di riconoscere e accettare come proprio compito quello di «divenire se stesso»; è l’uomo umile che vede nella propria unicità il compito che lui e solo lui può realizzare. E non si sottrae a tale compito rifugiandosi nel «branco», nell’anonimato della folla, e neppure nella deriva solipsistica della chiusura in sé. Sì, la solitudine guida l’uomo alla conoscenza di sé, e gli richiede molto coraggio.

La solitudine allora è essenziale alla relazione,consente la verità della relazione e si comprende proprio all’interno della relazione. Capacità di solitudine e capacità di amore sono proporzionali. Forse, la solitudine è uno dei grandi segni dell’autenticità dell’amore. Scrive Simone Weil: «Preserva la tua solitudine. Se mai verrà il giorno in cui ti sarà dato un vero affetto, non ci sarà contrasto fra la solitudine interiore e l’amicizia; anzi, proprio da questo segno infallibile la riconoscerai».La solitudine è il crogiuolo dell’amore: le grandi realizzazioni umane e spirituali non possono non attraversare la solitudine. Anzi, proprio la solitudine diviene la beatitudine di chi la sa abitare. Facendo eco al medievale «beata solitudo, sola beatitudo», scrive MarieMadeleine Davy: «La solitudine è faticosa solo per coloro che non han sete della loro intimità e che, di conseguenza, l’ignorano; ma essa costituisce la felicità suprema per coloro che ne hanno gustato il sapore».

In verità, la solitudine, certamente temibile perché ci ricorda la solitudine radicale della morte, è sempre solitudo pluralis, è spazio di unificazione del proprio cuore e di comunione con gli altri, è assunzione dell’altro nella sua assenza, è purificazione delle relazioni che nel continuo commercio con la gente rischiano di divenire insignificanti. E per il cristiano è luogo di comunione con il Signore che gli ha chiesto di seguirlo là dove lui si è trovato: quanta parte della vita di Gesù si è svolta nella solitudine! Gesù che si ritira nel deserto dove conosce il combattimento con il Tentatore, Gesù che se ne va in luoghi in disparte a pregare, che cerca la solitudine per vivere l’intimità con 1’abba e per discernere la sua volontà. Certo, come Gesù, il cristiano deve riempire la sua solitudine con la preghiera, con la lotta spirituale, con il discernimento della volontà di Dio, con la ricerca del suo volto.

Commentando Giovanni 5,13 che dice: «L’uomo che era stato guarito non sapeva chi fosse [colui che l’aveva guarito]; Gesù infatti era scomparso tra la folla», Agostino scrive: «È difficile vedere Cristo in mezzo alla folla; ci è necessaria la solitudine. Nella solitudine, infatti, se l’anima è attenta, Dio si lascia vedere. La folla è chiassosa; per vedere Dio ti è necessario il silenzio». II Cristo in cui diciamo di credere e che diciamo di amare si fa presente a noi nello Spirito santo per inabitare in noi e per fare di noi la sua dimora. La solitudine è lo spazio che apprestiamo al discernimento di questa presenza in noi e alla celebrazione della liturgia del cuore.

Il Cristo poi, che ha vissuto la solitudine del tradimento dei discepoli, dell’allontanamento degli amici, del rigetto della sua gente, e perfino dell’abbandono di Dio, ci indica la via dell’assunzione anche delle solitudini subite, delle solitudini imposte, delle solitudini «negative». Colui che sulla croce ha vissuto la piena intimità con Dio conoscendo l’abbandono di Dio, ricorda al cristiano che la croce è mistero di solitudine e di comunione. Essa, infatti, è mistero di amore!

(Enzo BIANCHI, Le parole di spiritualità. Per un lessico della vita interiore, Milano, Rizzoli, 21999).

Preghiera

Signore Gesù, domani inizia il tempo di quaresima. È un periodo per stare con te in modo speciale, per pregare, per digiunare, seguendoti così nel tuo cammino verso Gerusalemme, verso il Golgota e verso la vittoria finale sulla morte.

Sono ancora così diviso! Voglio veramente seguirti, ma nel contempo voglio anche seguire i miei desideri e prestare orecchio alle voci che parlano di prestigio, di successo, di rispetto umano, di piacere, di potere e d’influenza. Aiutami a diventare sordo a queste voci e più attento alla tua voce, che mi chiama a scegliere la via stretta verso la vita.

So che la Quaresima sarà un periodo difficile per me. La scelta della tua via dev’essere fatta in ogni momento della mia vita. Devo scegliere pensieri che siano i tuoi pensieri, parole che siano le tue parole, azioni che siano le tue azioni. Non vi sono tempi o luoghi senza scelte. E io so quanto profondamente resisto a scegliere te.

Ti prego, Signore: sii con me in ogni momento e in ogni luogo. Dammi la forza e il coraggio di vivere questo periodo con fedeltà, affinché, quando verrà la Pasqua, io possa gustare con gioia la vita nuova che tu hai preparato per me. Amen.

(J.M. NOUWEN, In cammino verso l’alba, in ID., La sola cosa necessaria: Vivere una vita di preghiera, Brescia, Queriniana, 2002, 237-238).

La Settimana con don Bosco

2-8 marzo

2. “Andai alle catacombe, andai al Colosseo santificato dal sangue di tanti martiri, e non mi ricordo di aver altra volta pianto con tanta consolazione del mio cuore. Sì, ho proprio pianto!” (OE18 318).

3. “Gli amici quando sono per separarsi, raddoppiano i segni della benevolenza. Anche i muti, anche gli indifferenti diventano loquaci e starei per dire eloquenti” (OE18 321).

4. (S. Casimiro) “Ecco alcuni tratti di singolare affezione a Pio IX, che ci sono dati da quei figli dell’eroica Polonia […]. Fortunato il re, fortunato il padre che sa inspirare cotanto amore e che in ogni luogo del mondo enumera figliuoli così affezionati” (OE23 234s).

5. “Bisogna osservare attentamente che il Vangelo dice chiaro: Date e vi sarà dato, e non già: Promettete e vi sarà dato” (E7 421).

6. “Mentre mi professo sacerdote cattolico ed affezionato al capo della cattolica religione, mi sono pur sempre mostrato affezionatissimo al Governo” (E3 398).

7. (Ss. Perpetua e Felicita) Queste due martiri “andarono alla morte con una gioia, che non poteva essere ispirata se non da quel Dio per amor di cui davan la vita” (OE1 227).

8. (S. Giovanni di Dio)Questo santo, per mantenere i poveri infermi, “andava questuando e gridando ad alta voce: Fate bene, o fratelli, a voi stessi. Di qui ebbe il nome l’ordine ospitaliero dei Fate bene Fratelli” (OE24 279).

(Morand Wirth)

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

M. FERRARI, monaco di Camaldoli, «Oggi di è adempiuta questa scrittura». Tempo di Quaresima e Tempo di Pasqua, Milano, Vita e Pensiero, 2013.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.

– C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.

– J.M. NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003.

Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.

PER L’APPROFONDIMENTO:

VIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Lectio – Anno C

Prima lettura: Siracide 27, 5-8 (NV) [gr. 27, 4-7]

 Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti; così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti. I vasi del ceramista li mette a prova la fornace, così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo. Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela i pensieri del cuore. Non lodare nessuno prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini. 

Il testo dei Siracide, ricco di saggezza umana ci aiuta a riflettere su come conoscere gli uomini e come valutare i loro comportamenti e la loro condotta di vita, senza escludere la conoscenza di se stessi. L’uomo, infatti, manifesta la sua vera identità attraverso il suo agire e il suo parlare. II brano biblico, di stile gnomico, ci offre cosi dei criteri molto validi su questo punto attraverso immagini simboliche cariche di significato: quella del vaglio, quella del forno e quella dell’albero fruttuoso.

Come il vaglio separa il grano dalla pula cosi la bontà e la cattiveria degli uomini si manifestano nelle loro riflessioni e nei le loro parole. Come le imperfezioni e le scorie di oggetti e vasi si possono controllare nel momento in cui sono in lavorazione nel forno, così le intenzioni segrete e le passioni umane si rivelano nella discussione appassionata. Infine, come la qualità degli alberi si riconosce dai loro frutti, così i pensieri nascosti e gli orientamenti di vita dell’uomo sono messi in luce dalle parole e dalle azioni. In conclusione, per conoscere bene l’uomo bisogna prima valutare il suo parlare, il suo modo di pensare e il suo agire, senza mai escludere una giusta dose di prudenza, perché la vita intima e segreta di ciascuno solo Dio la conosce a perfezione.

Seconda lettura: 1 Corinzi 15, 54-58

   Fratelli, quando questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: «La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?». Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge. Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!  Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.   

Dopo aver approfondito con vari argomenti il tema della risurrezione di Cristo e quello della nostra risurrezione, Paolo ci riconduce al centro della sua riflessione: la vittoria di Cristo sulla morte e sul peccato. Sappiamo che Gesù è già risorto, ma è ancora in lotta con il peccato del mondo e con la morte. È certo però che, alla fine, le potenze del male e della morte saranno sconfitte e il Cristo potrà così consegnare il suo regno al Padre. È questa una visione di grande speranza che coinvolge ogni singolo credente e tutta la chiesa. Cristo risorto, cioè, nel suo trionfo sulla morte non ha voluto rimanere solo, ma ha condiviso il suo ‘segreto’ con la chiesa, invitandola a vincere – solidale con tutta l’umanità – il male sotto ogni forma: l’odio, la paura e la morte.

L’Apostolo per questo esorta ogni credente a rimanere saldi e irremovibili, prodigandosi sempre nell’opera del Signore» (v. 58), perché è fortemente convinto che ogni fatica umana in questo campo non è vana e la speranza della risurrezione è un caposaldo della nostra fede cristiana. La lotta che il cristiano deve ingaggiare con il male a volte potrà recare perdite dolorose ma la certezza della vittoria finale sulla morte e sul peccato è una realtà per noi certa e già ora anticipata nella persona di Cristo.

Vangelo: Dal Vangelo secondo Luca 6, 39-45

  In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:  «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmiauva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».       

Esegesi

Il testo evangelico mette in luce, facendolo in parabole, la condotta di chi si pone a guida dei propri fratelli. L’insegnamento dì Gesù verte su forti contrasti e si rivolge ai suoi uditori per metterli in guardia contro il pericolo della presunzione che conduce alla rovina, proprio sull’esempio dei farisei che, in fatto di presunzione, non conoscevano rivali. Queste sue parole Gesù le rivolge ai discepoli: si tratta di una parabola – scrive Luca – la quale non ha certo bisogno di spiegazioni perché smantella chiaramente un possibile atteggiamento interiore in chi si trova a esercitare un ministero di guida verso i suoi fratelli. In controluce emerge un forte invito di Gesù all’umiltà, quella vera, per la quale chi è guida non si pone come giudice dei fratelli, ma semmai si espone volentieri alla reciproca correzione fraterna.

Dal discorso parabolico Gesù passa gradualmente a un discorso propositivo: «Il discepolo non è da più del maestro», e a un discorso provocatorio: «Perché guardi la pagliuzza… Come puoi dire al tuo fratello… Ipocrita!» (vv. 41s.), illuminato, infine, dal contrasto tra «l’albero buono» e l’«albero cattivo» (v. 43). L’intendimento di Gesù è quello di suscitare atteggiamenti di vita comunitaria in coloro ai quali egli affida il suo vangelo, cioè la sua proposta di vita nuova. Non si dà vera spiritualità cristiana se non nella pratica dei comandamenti e, ancor più, nell’adesione totale alla novità evangelica.

L’insegnamento di Gesù va dunque dal cuore agli atti esterni e da questi all’intimo del cuore, cioè la condotta esteriore deve coincidere con l’intenzione interiore, che procede da un cuore rinnovato e buono.

Prima di ascoltare questa pagina di Vangelo, l’Acclamazione al Vangelo, ci ha messo sulle labbra una breve preghiera: «Apri, Signore, il nostro cuore e comprenderemo le parole del Figlio tuo». Premessa necessaria! Abbiamo ascoltato alcune parole del Signore apparentemente molto chiare: un cieco non può guidare un altro cieco; perché guardi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello? Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi. Mai come oggi il Vangelo ci sembra tanto comprensibile e ovvio. Ma la comprensione che la liturgia ci ha fatto invocare è un’altra: non è tanto a livello di intelligenza, quanto di cuore; non è tanto un capire quanto un comprendere, cioè un abbracciare con tutto il nostro essere, un fare nostre le parole.

Siamo in quella parte del Vangelo di Luca che si apre con le beatitudini e abbraccia i grandi discorsi sulla legge nuova; non se ne può prendere solo un frammento, come facciamo noi durante la Messa, perché è piuttosto dall’insieme che emerge lo spirito di Gesù, la novità evangelica. Al «fu detto», Gesù oppone ora il suo rivoluzionario «ma io vi dico», che compie e trasforma, nello stesso tempo, la legge antica.

«A voi che ascoltate, io dico…»: così cominciò a parlare quel giorno Gesù (cf. Lc 6, 27) e così dice adesso anche a noi. Che cosa ci dice esattamente?

Si tratta di tre temi: primo, un cieco non può guidare un altro cieco; secondo, è zelo sbagliato voler togliere la pagliuzza dall’occhio del fratello quando si ha addirittura una trave nell’occhio proprio; terzo, ogni albero si riconosce dai frutti, cioè ogni uomo si riconosce per quello che è veramente, non dalle parole che dice ma dalle opere che compie. Cosa singolare: Gesù mostra di rivolgere, qui, ai suoi discepoli una serie di ammonimenti che, altrove, aveva rivolto, sotto forma di rimprovero, ai farisei. È contro i farisei che aveva esclamato: Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso! (Mt. 15, 14); è ai farisei, soprattutto, che, a più riprese, Gesù aveva gridato il suo «Ipocriti!». Ed ecco che oggi questa terribile esclamazione «Ipocrita!» la ritroviamo in un discorso rivolto ai suoi discepoli e, quindi, anche a noi: Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.

Intorno a questa parola dobbiamo organizzare oggi coraggiosamente un nostro esame di coscienza e lasciarci giudicare dal Vangelo. Forse per la prima volta, saremo costretti ad ammettere, per quanto ci dispiaccia, che siamo tutti degli ipocriti.

Come quasi tutti i discorsi di Cristo, anche questo sull’ipocrisia può avere due applicazioni: una all’intera comunità cristiana e una al singolo credente. Non sono pochi oggi quelli che si sentono chiamati a denunciare la ipocrisia della Chiesa, specie della Chiesa istituzionale, noi sacerdoti compresi. La Chiesa — si afferma — dice e non fa; si scandalizza di certi mali e ne tace altri; denuncia i peccati della società civile, come quelli dell’ingiustizia sociale, senza avere, essa stessa, le mani del tutto pulite; si preoccupa di salvare la vita non nata, ma non fa altrettanto per salvare la vita e la sopravvivenza di chi è già nato.

Quando questa critica non è pura polemica astiosa e interessata, ma viene da gruppi e da istanze profetiche che vogliono sinceramente migliorare la Chiesa, noi dobbiamo prenderle sul serio e lasciarcene interpellare. Attraverso queste cose, è Cristo stesso che chiama la Chiesa a purificarsi sempre più per adeguarsi alla sua parola. Uno dei motivi che indusse Gesù a gridare ai capi del giudaismo del suo tempo il suo terribile «Ipocriti!» fu che essi non sapevano, o non volevano, riconoscere i segni dei tempi (cf. Lc 12, 54ss.). «La Chiesa — si legge in un testo del Vaticano II — confessa che molto giovamento le è venuto e le può venire perfino dall’opposizione di quanti la avversano e la perseguitano» (GS 44).

Noi cristiani però non faremmo che perpetuare l’errore di voler togliere la pagliuzza dall’occhio altrui, senza rimuovere la trave dal nostro, se ci limitassimo a fare un discorso sull’ipocrisia della società o della Chiesa, senza scendere mai a noi stessi e alla nostra multiforme ipocrisia: una società ipocrita è il risultato di individui ipocriti, come un lago inquinato è il prodotto di tante gocce d’acqua sporche. Il Siracide, nella prima lettura, ci ha esortati oggi proprio a questa autocritica personalissima: Quando si agita un vaglio, restano i rifiuti; così quando un uomo riflette, gli appaiono i suoi difetti. Scorriamo, dunque, un po’ il Vangelo per vedere quali sono, secondo Gesù, le manifestazioni principali dell’ipocrisia e se esse non si riscontrano, per caso, tutte quante, quale più quale meno, nella nostra vita.

Il primo caso è quello ascoltato nel brano odierno: ipocrita è chi trova continuamente da ridire sugli altri, a cominciare forse dall’amico o dall’amica più intimi, e non si pone mai la domanda se ciò che detesta negli altri la vanità, l’egoismo, l’avarizia, l’insincerità, la grettezza — non si trovano, in misura ancora maggiore, in lui stesso. Ipocrita — dice Gesù in un altro contesto — è chi impone agli altri fardelli morali gravissimi, chi pretende che gli altri non si lamentino, non si inquietino mai, che non avanzino mai rivendicazioni, che non dicano mai di essere stanchi, salvo poi a riconoscere, ogni momento, tutti questi diritti a se stessi (c£. Mt. 23, 4). Ipocrita — dice ancora Gesù — è chi paga la decima dei piccoli raccolti, ma non dà alcun peso alle cose veramente importanti della legge: la giustizia verso i poveri, la misericordia e la fedeltà (cf. Mt. 23, 23). Qui davvero ci scopriamo tutti quanti parenti stretti dei farisei. Quanti cristiani credono di essere a posto davanti a Dio, perché pagano la decima della menta e dell’aneto, cioè perché danno un’offerta, magari miserabile, al parroco che passa a benedire la casa, perché accendono ogni tanto una candela a sant’Antonio, perché finanziano un’opera pia, ma non si pongono mai il problema se sono giusti con la famiglia, con i propri dipendenti, se non divorano anch’essi le case delle vedove, imponendo canoni di affitto intollerabili, se esercitano davvero la misericordia con gli uomini e la fedeltà con Dio.

Sugli ipocriti, il Vangelo pronuncia la più terribile delle minacce: Hanno già ricevuto la loro ricompensa! (Mt 6, 2). Come dire: Dio non deve loro più nulla. Quando questo è atteggiamento cosciente e voluto (ma questo avviene raramente), esso è davvero un terribile peccato; è, in pratica, un ateismo, perché significa credere in un Dio che ha occhi ma non vede, ha orecchi ma non sente; è un dimenticare che il Dio biblico è un Dio vivente e santo che scruta i cuori e legge i pensieri prima che si formino nella mente.

La parola di Dio ci ha condotto attraverso una salutare autocritica; da essa deve sbocciare in noi un desiderio intenso di essere davvero «onesti con Dio», di camminare davanti a lui «in azzimi di sincerità e di verità» (cf. 1 Cor 5, 8). Quando, alla fine del «Padre nostro», diciamo oggi: «Liberaci dal male», è da questo male che dobbiamo chiedere la liberazione: dal male dell’ipocrisia.

Ma non è da noi che possiamo ottenere questo: Gesù è l’azzimo per eccellenza di sincerità e di verità: venendo in noi egli può renderci trasparenti nelle intenzioni e puri nel cuore; può fare di noi una nuova pasta; per questo, infatti, Cristo nostra Pasqua è stato immolato (1 Cor 5, 7).

Meditazione

      Il paragone dell’albero e dei suoi frutti è un filo conduttore che attraversa le letture d’oggi, compreso il salmo responsoriale. E pure presente molte altre volte nella Bibbia, a cominciare dall’albero della vita e della morte (Gen 2,16s.; 3,1-24). In realtà, in esse è il cuore dell’uomo quello che trasforma l’albero «della conoscenza del bene e del male», di per sé fonte di vita, in un albero di morte. Nel vangelo d’oggi Gesù intreccia i due temi, per farci capire che solo chi ha un cuore buono può essere l’albero buono che produce frutti buoni.

È notevole l’insistenza di Gesù sul bisogno di puntare sull’interiorità dell’uomo, ossia sul suo cuore, e di superare il mero esteriorismo, tipico dei farisei, che egli spesso denuncia (Mt 5,20; 12,2-7; 15,1-20; 23,2-8 ecc.). Nel cuore, infatti, inteso biblicamente, si giocano, secondo lui, le decisioni più profonde dell’uomo, quelle che determinano l’orientamento radicale della vita. Se esso è profondamente radicato in Dio e nella sua parola, non può produrle che frutti buoni. Il cuore si converte così nella sorgente dalla quale sgorgano gli atteggiamenti, le parole e le azioni veramente ‘buoni’. Sant’Agostino aveva capito bene quest’orientamento evangelico quando scriveva: «Ama e fa’ ciò che vuoi». Da un cuore che ama sul serio, che vuole cioè veramente il bene, non può scaturire effettivamente che il bene.

«Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore», gridò ai quattro venti Gesù nel suo discorso della montagna (Mt 6,21). Il suo cuore era certamente in Dio e nel suo gran de progetto d’amore a favore degli uomini. Perciò egli fu l’albero buono per eccellenza, che produsse i migliori frutti di vita per sé e per l’umanità intera. C’è da domandarci se anche il nostro cuore è dove era il suo e non altrove, nelle mille esteriorità della vita. Se facciamo nostro il suo stesso tesoro, certamente la nostra fatica non sarà vana, secondo l’augurio di Paolo (1 Cor 15,58), per ché produrremo gli stessi frutti che egli produsse.

Don Bosco commenta il Vangelo

VIII domenica del tempo ordinario

La Chiesa è un grande albero 

Gesù disse loro anche una parabola: “Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo” (Lc 6,43-44).

Nel 1853 don Bosco pubblicò Il cattolico istruito nella sua religione che contiene diversi “Trattenimenti di un padre coi suoi figliuoli secondo i bisogni del tempo”.

Nel Trattenimento 19 prende l’immagine dell’albero per parlare della Chiesa e dei rami che se ne staccano. Comincia il padre al quale risponderà il figlio:

P. – Quando in una tempesta si rompe un ramoscello da un grande albero, si dirà che il ramoscello si è staccato dall’albero, o l’albero dal ramoscello? […] Separato il ramoscello, può essere che esso diventi albero, e che il grande albero cessi di essere tale per la sola perdita di uno degli innumerevoli suoi ramoscelli?

F. – Nemmeno questo: l’albero sarà sempre albero, e non cesserà di essere tale per la perdita di uno dei suoi ramoscelli.

P. – Comprendete che cosa sia questo grande albero, e questo piccolo ramoscello?

F. – Sì, sì, capisco: questo grande albero, ce lo avete già detto, questo grande albero è la Chiesa Cattolica; il ramoscello sono [quelli] che si separarono dal vero albero della vita che è Gesù Cristo.

P. – Appunto così. La Chiesa Romana, sola ed unica vera Chiesa di Gesù Cristo, è quel grande albero contro di cui sollevaronsi in ogni tempo le più furiose tempeste: ella tutto soffrì, e sempre si sostenne immobile senza variare. Sono ormai diciannove secoli che ella mostrasi visibile a tutti gli uomini del mondo (OE4 401).

Nell’opuscolo uscito nel 1866 con il titolo Chi è D. Ambrogio?! don Bosco presenta un vivace dialogo tra un teologo e un barbiere, in cui il teologo spiega al barbiere l’errore di don Ambrogio, un “prete disgraziato” che non può portare buoni frutti. A un certo momento il teologo risponde al barbiere che non capisce bene:

Teol. – Mi spiegherò con una similitudine: prendiamo a modo di esempio un albero. Esso ha, 1° la radice, 2° il fusto, 3° i branchi maggiori, 4° i branchi minori, 5° i ramoscelli: cosi è di S. Chiesa; essa ha 1° la radice che è Gesù Cristo capo invisibile, 2° il fusto che è il Papa, 3° i branchi maggiori attaccati al fusto, cioè i vescovi uniti al Papa, 4° i branchi minori, cioè i sacerdoti e specialmente i parroci, 5° i ramoscelli cioè i fedeli cristiani.

     Barb. – Benissimo mi piace questo esempio, ma che cosa vuoi tu da ciò dedurre?

     Teol. – Voglio dedurre che se tu o l’aria, od altra causa stacca un ramo dall’ albero, questo ramo non gode più il sugo dell’albero, non vive più della vita di esso, e non fa più i suoi frutti.

     Barb. – Ciò è vero.

     Teol. – E così è se un fedele od un sacerdote si stacca dalla dipendenza e dall’essere unito all’albero di S. Chiesa, esso non può più godere del sugo di santa Chiesa che vien da Gesù Cristo radice e capo invisibile, non può più viverne la vita, e fare i suoi frutti (OE17 252s).

Nel 1869, alla vigilia del concilio Vaticano I, don Bosco pubblicò La Chiesa Cattolica e la sua Gerarchia in cui racconta i meravigliosi esiti della predicazione degli apostoli che produsse nel tempo il magnifico albero della Chiesa cattolica:

Fondarono numerose chiese sulla faccia della terra; crearono vescovi, sacerdoti e altri sacri ministri, e considerando queste chiese come altrettante piante del giardino del Signore, non si contentarono di bagnarle e farle crescere col loro sudore, ma bensì col proprio sangue. Dopo la loro morte le chiese da loro fondate si accrebbero, si dilatarono, e così vennero unite nella medesima fede formando quel magnifico e grandiosissimo albero della chiesa cattolica, il quale avendo le sue radici in Roma s’innalza sublime e frondoso al Cielo, si stende sopra tutta la terra, raccogliendo sotto i suoi rami, sotto l’ombra sua benefica tutti i popoli della terra (OE21 249s). 

 (Morand Wirth)

Tra parentesi il lettore troverà i riferimenti principali dei testi citati nelle opere di o su don Bosco: – nei 38 volumi delle Opere edite di G. Bosco (OE1-38, a cura del Centro Studi Don Bosco dell’Università Pontificia Salesiana); – nei 19 volumi delle Memorie biografiche di don G. Bosco (MB1-19, a cura di G.B. Lemoyne, A. Amadei e E. Ceria); – nelle sue Memorie dell’Oratorio (MO, a cura di A. Giraudo); – nei 10 volumi del suo Epistolario (E1-10, a cura di F. Motto). La seconda cifra indica la pagina del volume.

L’immagine della domenica

Murales a Sarria (Lugo-Spagna)   –   Cammino di Santiago 2018  

AMA LA VITA

Ama la vita così com’è…
Ma non amare mai senza amore.
Non vivere mai senza vita!

(Madre Teresa di Calcutta)

Casella di testo: Siracide 27, 5-8 (NV) [gr. 27, 4-7]
1 Corinzi 15, 54-58
 Luca 6, 39-45

Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi. La morale evangelica è un’etica della fecondità, di frutti buoni, di sterilità vinta e non di perfezione. Dio non cerca alberi senza difetti, con nessun ramo spezzato dalla bufera o contorto di fatica o bucato dal picchio o dall’insetto. L’albero ultimato, giunto a perfezione, non è quello senza difetti, ma quello piegato dal peso di tanti frutti gonfi di sole e di succhi buoni. Così, nell’ultimo giorno, quello della verità di ogni cuore (Mt 25), lo sguardo del Signore non si poserà sul male ma sul bene; non sulle mani pulite o no, ma sui frutti di cui saranno cariche, spighe e pane, grappoli, sorrisi, lacrime asciugate. La legge della vita è dare. È scritto negli alberi: non crescono tra terra e cielo per decine d’anni per se stessi, semplicemente per riprodursi: alla quercia e al castagno basterebbe una ghianda, un riccio ogni 30 anni.

Invece ad ogni autunno offrono lo spettacolo di uno scialo di frutti, uno spreco di semi, un eccesso di raccolto, ben più che riprodursi. È vita a servizio della vita, degli uccelli del cielo, degli insetti affamati, dei figli dell’uomo, di madre terra. Le leggi della realtà fisica e quelle dello spirito coincidono. Anche la persona, per star bene, deve dare, è la legge della vita: deve farlo il figlio, il marito, la moglie, la mamma con il suo bambino, l’anziano con i suoi ricordi. Ogni uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore. Noi tutti abbiamo un tesoro, è il cuore: da coltivare come un Eden; da spendere come un pane, da custodire con ogni cura perché è la fonte della vita (Proverbi, 4, 23). Allora, non essere avaro del tuo cuore: donalo.
(Ermes Ronchi)

Preghiere e racconti

Assemblea nella falegnameria

Raccontano che nella falegnameria si ebbe una volta una strana assemblea. Fu una riunione di utensili (attrezzi) per risolvere le loro differenze. Il martello esercitò la presidenza, ma l’assemblea gli notificò che doveva rinunciare. La causa? Faceva troppo rumore! E, inoltre, passava il tempo battendo. – Il martello accettò la sua colpa, ma chiese che fosse anche espulsa la vite; disse che era necessario dare molti giri perché servisse per qualche cosa. – Davanti a questo attacco, la vite accettò anche, ma a sua volta chiese l’espulsione della lima. Fece vedere che era molto aspra e aveva sempre frizioni con gli altri. – E la lima fu d’accordo, a condizione che fosse espulso il metro che passava il tempo misurando gli altri come se lui fosse l’unico perfetto.

Stando così le cose entrò il falegname, si mise il grembiale e iniziò il suo lavoro. Utilizzò il martello, la lima, il metro e la vite. Finalmente, l’aspro legno iniziale diventò un bellissimo mobile.

Quando la falegnameria restò di nuovo vuota, l’assemblea riprese la deliberazione. Fu allora che prese la parola la sega e disse: “Signori, è rimasto chiaro che abbiamo difetti, ma il falegname lavora con le nostre qualità. È questo che ci fa preziosi. Dunque non dobbiamo pensare ai nostri punti cattivi e concentriamoci nell’utilità dei nostri punti buoni.”

L’assemblea trovò allora che il martello era forte, la vite univa e dava forza, la lima era speciale per affinare e limare le asprezze e osservarono che il metro era preciso ed esatto. Si sentirono tutti un’equipe capace di produrre mobili di qualità. Si sentirono orgogliosi delle loro fortezze e di lavorare insieme.

Correzione con amore

Il padre di Mardocheo – il futuro celebre rabbi di Lechowitz – si lamentava della pigrizia del figlio nello studio. In città giunse un santo rabbino. Il padre gli condusse Mardocheo perché lo correggesse. Il rabbino volle rimanere solo col ragazzo, lo strinse al cuore e se lo tenne a lungo affettuosamente vicino. Quando il padre ritornò, il rabbino gli disse: «Ho fatto a Mardocheo un po’ di morale; d’ora in poi la costanza non gli mancherà». Quando, ormai adulto e famoso, Mardocheo, divenuto rabbi di Lechowitz, raccontava questo episodio, diceva: «Ho imparato allora come si convertono gli uomini».

(Racconto ebraico)

Chi è carico di colpe non deve ergersi a giudice severo degli altri

Come si può constatare, Gesù non vieta in senso assoluto di giudicare: ci ordina però di togliere prima la trave dal nostro occhio, poi di correggere gli sbagli del nostro fratello. È evidente, infatti, che ognuno di noi conosce meglio le sue condizioni che quelle degli altri: è certo, inoltre, che ognuno di noi vede meglio le cose più grandi che quelle più piccole e ama più se stesso che il prossimo. Se per sollecitudine tu fai questo, abbi cura di te stesso, là dove è più visibile e più grande il peccato. Se invece tu trascuri te stesso, è evidente che tu giudichi tuo fratello non tanto perché egli ti stia a cuore, ma perché hai avversione per lui e vuoi disonorarlo.

Non solo non togli la trave che è nel tuo occhio, ma neppure riesci a vederla; mentre non solo vedi la pagliuzza nell’occhio del fratello, ma l’esamini e pretendi di togliergliela.

II Signore ordina insomma, con questo precetto, che chi è carico di colpe non deve ergersi a giudice severo degli altri, soprattutto quando le colpe di costoro sono trascurabili. Non è che vieti genericamente di giudicare e di correggere, ma ci proibisce di trascurare le nostre colpe e di balzar su ad accusare con rigore gli altri. Agire così non può che aumentare la nostra malvagità, rendendoci doppiamente colpevoli. Chi per abitudine trascura le proprie colpe, benché siano grandi, e si preoccupa, invece, di ricercare e di sindacare con asprezza quelle degli altri, anche se sono piccole e lievi, si danneggia in due modi: prima perché trascura e minimizza i propri peccati, poi perché attira inimicizia e odio su tutti con i suoi giudizi insolenti, e ogni giorno diventa sempre più disumano e crudele.

(Giovanni Crisostomo, Omelie sul vangelo di Matteo XXIII, 2ss.).

Con grande misericordia e discrezione

Quelli cui è stata affidata la guida di molti con la loro mediazione devono far progredire i più deboli nel cammino di assimilazione a Cristo, come dice il beato Paolo: «Fatevi miei imitatori, come anch’io lo sono di Cristo» (1 Cor 1,1). Conviene dunque che essi per primi diventino un esempio perfetto praticando quella misura di umiltà che ci è stata consegnata dal Signore nostro Gesù Cristo. Egli dice infatti: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). La mitezza nell’agire e l’umiltà di cuore siano quindi i caratteri propri di chi presiede la comunità. Se infatti il Signore non si è vergognato di servire i suoi servi, ma ha acconsentito a farsi servo della terra e del fango, che egli stesso ha plasmato e cui ha dato forma umana – dice infatti: «Io sono in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27) – che cosa non dovremo fare noi per i nostri simili prima di crederci giunti a imitarlo? Questa è dunque la prima qualità che deve possedere in così grande misura chi presiede. Sia inoltre misericordioso e sopporti pazientemente quelli che mancano al loro dovere per inesperienza, non passi sotto silenzio i peccati ma sopporti con mitezza chi si comporta come un bambino e gli offra le sue cure con grande misericordia e discrezione. Dev’essere infatti capace di trovare il modo appropriato per curare ogni passione, senza rimproverare con arroganza, ma ammonendo e correggendo con mitezza, come sta scritto (cfr. 2Tm 2,25); sia attento all’oggi, previdente per il domani, capace di lottare con i forti e di portare le infermità dei deboli, di fare e dire ogni cosa per guidare alla perfezione quanti vivono con lui.

(BASILIO DI CESAREA, Regole diffuse 43,1-2, in ID., Le regole, Bose, 1993, pp. 192-193).

Un perdonato in mezzo ad altri perdonati

Il Signore è luce, e questo sarà per noi un mezzo impareggiabile per un più intimo incontro con lui. Una cosa è sicura ed è che l’amore di Dio mette il nostro cuore a dura prova. Perché il nostro cuore diventi capace di questo amore, è necessario che sia incessantemente convertito da Cristo. Durante tale conversione, forse fino al temine della nostra vita, dovremo soffrire ora per grettezze, ora per parzialità, ora per errori del nostro amore.

E tenero è il cuore capace di misericordia per tutti gli uomini, compresi noi stessi. La tenerezza ‘battezzata’ resta tenerezza e diventa misericordia. Gesù è interamente questa tenerezza: è la tenerezza per tutto ciò che è bello e buono, perché creazione di Dio; ma, ai tempi stesso, è misericordia, un cuore cioè che conosce la miseria degli splendori creati…, malati di peccato, devastati dal male. Bisogna che non si abbia mai da rimproverare a sé una fermezza che non sia come ‘raddoppiata da un vero calore del cuore e da un’esigente carità. Amiamoci gli uni gli altri nella nostra povertà, nei nostri limiti: essi sono il segno visibile delle misericordie di Dio su di noi. Questa è la fede in spirito e verità. Pensiamo che noi siamo tutti dei poveri e che il Signore ama i poveri, e che noi amiamo proprio lui nei poveri. Per essere vera, questa sensazione interiore della nostra miseria e della misericordia onnipotente, deve essere accompagnata dalla disposizione esteriore di persone che sono largamente perdonate, anche se, un giorno o l’altro, è loro chiesto di essere un pochettino dei ‘perdonanti’. È assumere davanti agli altri l’atteggiamento che assumiamo davanti a Dio. E ciò semplicemente perché noi non siamo altro tra di noi che un peccatore davanti ad altri peccatori, un perdonato in mezzo ad altri perdonati.

(M. Delbrél, Indivisibile amore, Casale Monferrato, 1994,100-102).

Correzione fraterna

Ciascuno deve rispondere del fratello, ciascuno è custode del fratello. Un’espressione tipica di questa corresponsabilità è data appunto dalla correzione fraterna. A proposito della quale sarà opportuno fare alcune precisazioni fondamentali:

1. Essere custode non significa comportarsi da spia o poliziotto dell’altro.

2. “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te…”. Bisogna accertare la colpa, prima di tutto. E vedere di che colpa si tratta. Il fratello non pecca contro di te se non ha le tue stesse idee, non condivide le tue simpatie o antipatie, non si arruola per le tue cause. Il fratello non va ripreso per la colpa di non essere a tua immagine e somiglianza, a portare in giro la “sua” faccia, che non coincide con la tua.

Attenti, perciò, a non confondere il peccato con il diverso. A non definire “male” ciò che semplicemente non rientra nei nostri gusti e nei nostri schemi. Attenti, soprattutto, a non intervenire continuamente per delle sciocchezze, per delle cose assolutamente marginali. Certe persone religiose pare possiedano l’arte di “asfissiare”, più che liberare, aiutare, promuovere.

3. La procedura indicata da Matteo (Mt 18,15-20) non va confusa con un processo. Si tratta piuttosto di una mano tesa ostinatamente ma con delicatezza estrema verso l’altro che minaccia di allontanarsi, di separarsi. E non è detto che le fasi debbano essere rigidamente tre. Possono e devono essere molte di più, con tutte le iniziative suggerite dalla fantasia e dal cuore che non si arrende mai, malgrado i ripetuti insuccessi.

4. Prima ancora di far capire al fratello che ha sbagliato, occorre dimostrargli e convincerlo che è amato, nonostante tutto. La carità, la pazienza, la misericordia, la sensibilità, sono la luce indispensabile attraverso la quale il deviante può scoprire il proprio errore di rotta. Più che richiamano all’ordine, occorre richiamarlo a lasciarsi amare.

5. La correzione fraterna implica, oltre che la carità, anche l’umiltà. Umiltà che si traduce nell’abbandono di qualsiasi atteggiamento di superiorità. Il peccatore deve comprendere che chi lo ammonisce è peccatore quanto e più di lui, uno che condivide la sua stessa fragilità e miseria. Non: «Guarda che cosa hai fatto!», ma: «Guarda che cosa siamo capaci di fare…».

6. Il metodo più efficace per far capire l’errore, non è l’impiego delle parole e delle dimostrazioni teoriche o le citazioni di un codice, ma l’illustrazione pratica, personale, della virtù dimenticata, del valore disatteso, dell’ideale calpestato. Meglio sempre gli “annunci” che le “denunce”. Anche perché le denunce possono essere sospette per il fatto stesso che non costano niente. Sovente parliamo e gridiamo troppo, perché la nostra condotta non è abbastanza eloquente. Siamo predicatori implacabili e moralisti insopportabili perché la santità della nostra vita non è tale da costituire una silenziosa condanna di certi difetti e deviazioni. Si può insegnare in maniera efficace anche col silenzio. Sempre che la vita parli, naturalmente.

7. I ruoli non sono mai definiti, ma risultano intercambiabili. Per cui non ti è consentito rivendicare il dovere di criticare l’altro, se non gli concedi il diritto di criticare, a sua volta, i tuoi comportamenti poco corretti.

8. La scomunica e l’esclusione, più che un elemento punitivo, devono costituire un motivo di riflessione e uno stimolo alla conversione. Devono avere una funzione pedagogica, non vendicativa. Non è tanto la comunità che decreta l’esclusione, quanto il fratello, peccatore ostinato, che si pone automaticamente, e pervicacemente, in stato di separazione, fuori dalla comunione. E lui che si scomunica. La comunità non fa altro che prendere atto, dolorosamente. Si tratta, perciò, di «aiutare il fratello a prendere coscienza del suo stato di separazione, perché possa, di conseguenza, ravvedersi. Lo scopo è quello di creare nel peccatore uno stato di disagio, perché è proprio in una situazione di disagio che spesso Dio si inserisce e spinge al ritorno» (B. Maggioni). Illuminante, a questo proposito, risulta la cosiddetta “parabola del figliol prodigo”. Comunque, la comunità non deve mai alzare il ponte levatoio. Deve sempre tenere la porta aperta, la luce accesa. Una comunità si rivela cristiana quando non si rassegna alla perdita definitiva di un membro, ma si dimostra sempre pronta ad accogliere, perdonare, riconciliare. E fa tutti i passi possibili e impossibili perché avvenga il ritorno atteso. E ci dovrebbe sempre essere aria di festa, non musi lunghi, quando il fratello, lo sbandato, ricompare all’orizzonte. Teniamo pronta la musica, la tavola imbandita, non i rimbrotti, le accuse.

Tutti siamo al sicuro soltanto quando nessuno è fuori.

9. …E anche quando l’altro si pone fuori dalla comunità, si autoesclude, non per questo hai esaurito il tuo compito. Gli “devi” ancora più amore.

(A. Pronzato, “Tu solo hai parole. Incontri con Gesù nei vangeli”, vol. III, Torino, Gribaudi, 264-269). 

Correzione fraterna: la correzione evangelica        

Quando vuoi ammonire qualcuno alle cose belle, prima da’ ristoro al suo corpo e onoralo con una parola colma di amore. Non c’è nulla che renda modesto un uomo e lo persuada a convertirsi dalle cose cattive a quelle buone, come il bene corporale e l’onore dimostratogli da qualcuno.

Un secondo strumento di persuasione è lo sforzo di un uomo a essere lui stesso uno spettacolo lodevole. Colui che ha ottenuto di possedere se stesso per mezzo della preghiera e della vigilanza, potrà facilmente avvicinare il suo compagno alla vita, anche senza la fatica delle parole o l’ammonizione esplicita. Colui che prende le difese dell’oppresso, trova un difensore nel suo Creatore. Colui che presta il suo braccio per aiutare il suo prossimo, riceve il braccio di Dio per lui. Colui che accusa suo fratello per i suoi mali, troverà Dio come suo accusatore. Colui che raddrizza suo fratello nel segreto di una stanza, cura il suo male; ma colui che lo accusa nell’assemblea, rinsalda le sue ferite.

Colui che cura suo fratello in privato, rivela la forza del suo amore; ma colui che lo espone all’occhio dei suoi compagni, fa conoscere la forza della sua propria invidia. L’amico che cura nel segreto, è un medico sapiente; ma colui che cura all’occhio di molti, in verità è uno che ingiuria. Il segno della misericordia è il perdono di qualsiasi offesa, e il segno di una cattiva intelligenza è che si mutino le parole rivolte al peccatore. Colui che accosta la medicina alla correzione, corregge con amore, ma colui che cerca la vendetta è vuoto di amore. Dio corregge nell’amore e non per amore di vendetta. Non sia mai! Perché egli cerca di guarire la sua immagine e non conserva la sua collera. Se sei adirato contro qualcuno, o ardi di zelo a motivo della fede o a motivo delle sue opere cattive, o lo accusi o lo ammonisci, vigila sulla tua anima, perché tutti abbiamo nei cieli un giudice giusto.

Se infatti tu hai pietà e cerchi di convertirlo alla verità, soffrirai sofferenza a causa sua. Con lacrime e con amore gli dirai una o due parole, senza ardere d’ira contro di lui, allontanando da te i segni dell’inimicizia.

L’amore non sa adirarsi, non si irrita, non rimprovera con passione. Il segno dell’amore e della conoscenza è una profonda umiltà che proviene dall’intelligenza dell’intimo. Guarda di non essere dominato dalla passione di coloro che sono ammalati del desiderio di correggere gli altri e che da se stessi vogliono essere i censori e i correttori di tutte le infermità degli uomini. Questa è una dura passione …

In verità, è meglio per te trovarti a cadere nella lussuria, piuttosto che in questa malattia.

(ISACCO DI NINIVE, Un umile speranza, Magnano, Qiqajon, 1999, 198 -200).

L’uomo semplice e retto, timorato di Dio

C’è un genere di semplicità che meglio sarebbe chiamare ignoranza. Essa consiste nel non sapere neppure che cosa sia rettitudine. Molti abbandonano l’innocenza della vera semplicità, proprio perché non sanno elevarsi alla virtù e all’onestà. Poiché sono privi della vera prudenza che consiste nella vita buona, la loro semplicità non sarà mai sinonimo di innocenza. 
Perciò Paolo ammonisce i discepoli: «Voglio che siate saggi nel bene e immuni dal male» (Rm 10, 19). E soggiunge: «Non comportatevi da bambini nei giudizi; siate come bambini quanto a malizia (1 Cor 14, 20).

Per questo anche la stessa Verità ingiunge ai discepoli: «Siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10, 16). Ha unito necessariamente l’una e l’altra cosa nel suo ammonimento, in modo che l’astuzia del serpente ammaestri la semplicità della colomba, e la semplicità della colomba moderi l’astuzia del serpente.

Per questo lo Spirito Santo ha manifestato la sua presenza agli uomini sotto forma non soltanto di colomba, ma anche di fuoco. Nella colomba viene indicata la semplicità, nel fuoco l’entusiasmo per il bene. Si mostra nella forma di colomba e nel fuoco perché quanti sono ricolmi di lui, praticano una forma tale di mitezza e di semplicità da infiammarsi d’entusiasmo per le cose sante e belle e di odio per il male.

«Uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male» (Gb 1, 1). Chiunque tende alla patria eterna vive indubbiamente con semplicità e rettitudine: è semplice cioè nell’operare, retto nella fede; semplice nel bene materiale che compie, retto nei beni spirituali che percepisce nel suo intimo. Vi sono infatti certuni che non sono semplici nel bene che fanno, poiché ricercano in esso non la ricompensa all’interno, ma il plauso all’esterno. Perciò ha detto bene un sapiente: «Guai al peccatore che cammina su due strade!» (Sir 2,12). Ora il peccatore cammina su due strade, quando compie quello che è di Dio, ma desidera e cerca quello che è del mondo.

Bene anche è detto: «Temeva Dio ed era alieno dal male»; perché la santa Chiesa degli eletti intraprende nel timore le strade della sua semplicità e rettitudine, ma le conduce a termine nella carità. Uno si allontana completamente dal male, quando per amore di Dio comincia a non voler più peccare. Se invece fa ancora il bene per timore, non si è del tutto allontanato dal male; e pecca per questo, perché sarebbe disposto a peccare, se lo potesse fare impunemente.

Perciò quando si dice che Giobbe teme Dio, giustamente è detto anche che si teneva lontano dal male, poiché mentre la carità sostituisce il timore, la colpa che viene abbandonata dalla coscienza, viene pure calpestata dal proposito della volontà.

(Dal «Commento al libro di Giobbe» di san Gregorio Magno, papa: Lib. 1, 2. 36; PL 75, 529-530. 543-544).

Preghiera

Grande è il tuo amore, o Dio!

Tu vuoi aver bisogno di uomini

per farti conoscere agli uomini,

e così leghi la tua azione e la tua parola divine

all’agire e al parlare di persone

né perfette né migliori degli altri.

Grande è il tuo amore, o Dio!

Non hai timore della nostra fragilità

e neppure del nostro peccato: l’hai fatto tuo,

perché fosse nostra la tua vita

che guarisce ogni male.

Grande è il tuo amore, o Dio!

Ancora rinnovi la tua alleanza

grazie a chi tra noi spezza il Pane di vita,

a chi pronuncia le parole del perdono,

a chi fa risuonare annunci di vangelo,

a chi si fa servo dei fratelli,

testimoni del tuo amore infinito

che rendono visibile il Regno.

Ti preghiamo, o Dio: fa’ che queste persone

non vengano mai meno!

La Settimana con don Bosco

23 febbraio – 2 marzo

23. (S. Policarpo) – “Discepolo dell’apostolo san Giovanni e vescovo di Smirne, fu condannato ad essere bruciato vivo, rendendo così una gloriosa testimonianza alla divinità di Gesù Cristo” (OE1 221).

24. Durante la quaresima bisogna “far digiunare la lingua, con proibirle ogni parola che possa dare scandalo, astenendovi sempre dal dire motti pungenti contro qualche compagno, rifuggendo dal parlare male di chicchessia” (MB12 143).

25. (SS. LUIGI VERSIGLIA E CALLISTO CARAVARIO) – Martiri vuol dire “testimoni, perché davano la loro vita per testificare in mezzo ai tormenti la divinità della religione di Gesù Cristo” (OE7 111).

26. “Non contentatevi di amare i vostri compagni colle sole parole; aiutateli con ogni sorta di servizi quanto potete. È carità ancora il condiscendere alle oneste domande dei fratelli; ma il miglior atto di carità è l’aver zelo del bene spirituale del prossimo” (OE29 234).

27. (S. Gregorio di Narek) – “Fedeli alle disposizioni del Cielo [gli Apostoli] andarono a portar la luce del Vangelo alle regioni da tanti secoli immerse nelle tenebre della cieca idolatria. […] San Bartolomeo [annunziò Gesù Cristo] nella grand’Armenia” (OE1 204s).

28. “Allora vidi una stupenda ed alta chiesa. Un’orchestra, una musica strumentale e vocale mi invitavano a cantar messa. Nell’interno di quella chiesa era una fascia bianca, in cui a caratteri cubitali era scritto: Hic domus mea, inde gloria mea” (MO 135).

29. “Siccome la manna ogni giorno servì di cibo corporale agli ebrei in tutto il tempo che vissero nel deserto, finché furono con-dotti nella terra promessa, così la santa comunione dovrebbe essere il nostro conforto, il cibo quotidiano nei pericoli di questo mondo per guidarci alla vera terra pro-messa del paradiso” (OE13 20).

 Marzo

 1. “Prete nel secolo, prete nella religione, prete nelle missioni estere sono i tre campi in cui gli evangelici operai sono chiamati a lavorare ed a promuovere la gloria di Dio” (E6 394s).

2. “Andai alle catacombe, andai al Colosseo santificato dal sangue di tanti martiri, e non mi ricordo di aver altra volta pianto con tanta consolazione del mio cuore. Sì, ho proprio pianto!” (OE18 318).

 (Morand Wirth)

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

COMUNITÀ DI S. EGIDIO, La Parola e la storia,Milano, Vita e Pensiero, 2012.

COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

M. FERRARI, «Oggi di è adempiuta questa scrittura». Avvento, Tempo di Natale e Tempo ordinario (prima parte), Milano, Vita e Pensiero, 2012.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.

Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.

PER L’APPROFONDIMENTO:

VII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Lectio – Anno C

Prima lettura: 1 Samuele 26,2.7-9.12-13.22s.

  In quei giorni, Saul si mosse e scese nel deserto di Zif, conducendo con sé tremila uomini scelti d’Israele, per ricercare Davide nel deserto di Zif.
Davide e Abisài scesero tra quella gente di notte ed ecco, Saul dormiva profondamente tra i carriaggi e la sua lancia era infissa a terra presso il suo capo, mentre Abner con la truppa dormiva all’intorno. Abisài disse a Davide: «Oggi Dio ti ha messo nelle mani il tuo nemico. Lascia dunque che io l’inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo». Ma Davide disse ad Abisài: «Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?».
Davide portò via la lancia e la brocca dell’acqua che era presso il capo di Saul e tutti e due se ne andarono; nessuno vide, nessuno se ne accorse, nessuno si svegliò: tutti dormivano, perché era venuto su di loro un torpore mandato dal Signore.
Davide passò dall’altro lato e si fermò lontano sulla cima del monte; vi era una grande distanza tra loro. Davide gridò: «Ecco la lancia del re: passi qui uno dei servitori e la prenda! Il Signore renderà a ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà, dal momento che oggi il Signore ti aveva messo nelle mie mani e non ho voluto stendere la mano sul consacrato del Signore».

Gesù porta a piena fioritura il comandamento dell’amore dei nemici, offrendo anche il suo incomparabile esempio. Il testo della prima lettura mostra un antecedente veterotestamentario: Davide, risparmiando la vita di Saul che lo sta perseguitando, anticipa la nobiltà del perdono. Di più, mostra che esso è possibile, anche se oltremodo impegnativo.

     Il cap. 26 è forse un doppione del cap. 24 che ripropone un analogo episodio di magnanimità di Davide verso il suo nemico. I fatti in breve: l’astro nascente di Davide che ha già dato prova di sé vincendo numerosi nemici, tra cui il gigante Golia, ha scatenato l’incontenibile gelosia di Saul che non tralascia occasione per tentare di eliminare colui che ora considera un minaccioso rivale. La loro amicizia di un tempo si è frantumata, miserevolmente annientata da quella specie di schiacciasassi che si chiama invidia e gelosia. Davide è costretto a fuggire e a vivere di espedienti, diventando un capobanda.

L’episodio del brano odierno, ambientato nel deserto di Zif (una specie del deserto di Giuda), offre a Davide l’occasione di sbarazzarsi del suo persecutore. Il testo liturgico ha abbreviato il racconto selezionando i passi principali: ambientazione (v. 2), occasione propizia che mette Saul nelle mani di Davide; al suggerimento di uccidere il re, Davide oppone una motivazione religiosa (vv. 7-9), furto di lancia e brocca che si trovavano presso Saul, segno che Davide poteva eliminare il re (vv. 12-13), dichiarazione di Davide della sua volontà di non uccidere (vv. 22-23).

     Il racconto presenta un gesto di rara magnanimità, ai limiti dell’eroismo. Davide costretto a vivere da fuggiasco, perseguitato politico e praticamente condannato a morte. Un’occasione propizia lo mette in condizione di eliminare il suo persecutore e tale è il suggerimento di Abisai, suo compagno d’armi: «oggi Dio ti ha messo nelle mani il tuo nemico. Lascia dunque che io l’inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo» (v. 8). Per Abisai la situazione è ‘provvidenziale’, voluta da Dio; lo documenterebbe anche il sonno che grava su tutti nell’accampamento (l’ebraico tardemah è lo stesso termine usato in Gn 2,21 per designare il sonno mandato da Dio su Adamo).

     Davide da una lettura diversa: Saul non è nemico, anche se gli è ostile, e soprattutto resta il «consacrato del Signore», cioè colui che Dio ha unto (‘ungere’ e ‘consacrare’ sono lo stesso verbo e da qui viene anche il termine ‘messia’) con l’unzione della preferenza, scegliendolo tra molti altri, la motivazione teologica lo trattiene dal compiere un atto che, secondo il codice militare, rientrava nel lecito. Asportando la lancia (fino a poco tempo fa, presso i nomadi la lancia piantata indicava la presenza del capo) e la brocca d’acqua che si trovavano presso la testa di Saul, Davide documenta che il re era nelle sue mani e poteva ucciderlo. Le sue parole ribadiscono ed ampliano il concetto già espresso ad Abisai: egli rimette tutto nelle mani di Dio che renderà a ciascuno secondo le sue opere.

     Davide rifugge da una giustizia sommaria o da un rischioso ‘fai da te’: è giustizia non attentare al consacrato di Dio, è lealtà rispettare il sovrano. Un bell’esempio di ‘amore per i nemici’, una rara perla nel mondo dell’AT tanto ricco di truculenta vendetta, una confortante assicurazione che, in nome di Dio e con il suo aiuto, è possibile orientarsi verso la strada impervia, ma redditizia, del perdono.

Seconda lettura: 1 Corinzi 15,45-49

  Fratelli, il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita.
Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale.
Il primo uomo, tratto dalla terra, è fatto di terra; il secondo uomo viene dal cielo. Come è l’uomo terreno, così sono quelli di terra; e come è l’uomo celeste, così anche i celesti.
E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste.

Concluso con le due domeniche precedenti la questione sulla realtà della risurrezione, si inizia oggi ad affrontare il secondo problema, quello del modo della risurrezione. L’inizio, fuori dal testo liturgico, aveva adotto l’esempio del seme che non lascia presagire ciò che verrà; se esiste una continuità tra il seme e il suo frutto, esiste altresì una sostanziosa differenza (cf. vv.. 35-37). Paolo insite di più sull’alterità che sulla continuità.

     Tale insistenza si riflette anche nel nostro brano che mette a confronto, in una sorta di giustapposizione, il primo e l’ultimo Adamo e, di conseguenza, il corpo animale e quello spirituale (prima parte: vv. 45-47). Poi il confronto passa ai discendenti, quelli della terra e quelli celesti (seconda parte: vv. 48-49).

     Quello animale (gr. psychikós) è quello animato dallo Spirito vivificatore. L’idea di corpo richiama la continuità con la realtà precedente, ma l’essere spirituale denota una sorprendente novità, consistente nell’essere risorti e quindi nell’essere partecipi della potenza dello Spirito di Dio e di Cristo (cf. Ez 37,1-14; Rm 1,4; 8,11).

     Con un gigantesco arco capace di inglobare tutta la storia della salvezza, vengono ora messi a confronto Adamo, il primo uomo, con Cristo, uomo nuovo e novello Adamo. Pur restando nello stupendo miracolo della vita, la sproporzione balza evidente: mentre «il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente» (v.45a) «ultimo Adamo divenne spirito datore di vita» (v. 45b). Dall’ultima frase emergono due note cristologiche interessanti: la prima riguarda Cristo come «ultimo Adamo», quasi a dire che con lui la storia ha raggiunto il suo punto massimo; la seconda definisce, unico caso, Gesù come «spirito datore di vita». Il titolo è originalissimo. La definizione vale per Gesù a partire dalla sua risurrezione e significa, più che una semplice identificazione dinamica con lo Spirito Santo, una sua partecipazione alla più caratteristica funzione dello Spirito che è quella appunto di suscitare la vita, come attestato in numerosi passi (cf. Sal 104,30; Ez 37; Rm 1,4; 2Cor 3,6). Per questo lo Spirito non è più solo di Dio, ma anche di Cristo (cf. Gal 4,6; Rm 8,9). La capacità di donare lo Spirito denota la sua origine divina, diversa da quella puramente umana.

     È Gesù risorto, uomo nuovo perché celeste, a ripristinare quell’immagine divina che il peccato aveva fatto sbiadire lasciando solo l’immagine dell’uomo della terra. La nostra vocazione e il nostro luminoso destino consistono nel conformarci alla «immagine dell’uomo celeste» (v. 49). Risuona il concetto di deificazione, tanto cara ai Padri della Chiesa: «se dunque l’uomo è divenuto immortale, sarà anche dio. Se nell’acqua e nello Spirito Santo diviene dio attraverso la rigenerazione del battesimo, dopo la risurrezione dai morti viene a trovarsi coerede di Cristo» (Discorso sull’Epifania, attribuito a s. Ippolito).

     Nel contesto delle letture odierne, il brano indica che la capacità di amare i nemici e di perdonare attinge solo alla sorgente celeste dell’uomo nuovo, quello risorto, che, a imitazione di Cristo, diventa «datore di vita».

Vangelo: Luca 6,27-38

  In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.
E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».
 

Esegesi

     Il cristiano che segue regolarmente il ciclo liturgico si accorge che il testo evangelico odierno continua la scia tracciata domenica scorsa: siamo nel contesto del discorso della pianura, omologo al discorso del monte di Matteo. Lo stralcio di oggi si potrebbe rappresentare come un’ellisse con due fuochi: «amate i vostri nemici» e «siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro». Sono due imperativi che, segnando le due partenze, smembrano e articolano il testo odierno (vv. 27-35 e vv. 36-38). Le due parti rispondono rispettivamente alle domande: che cosa? perché?

     Alla domanda sul «che cosa»? risponde il primo imperativo: «amate i nemici»; esso inaugura una serie di frizzanti imperativi che alleggeriscono la vita cristiana, nel senso che le tolgono quel fardello che la rende tante volte invivibile. Il principio minimale «ciò che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (v. 31) è un principio etico comune, di tipo ‘razionale’ che non fa una grinza. Gesù lo accoglie per dilatarlo all’infinito, per riempirlo di contenuto così originale da renderlo un principio nuovo. È solo Luca, rispetto a Mt 5,44, ad aggiungere: «fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono» (vv. 27-28). Il cristiano amplia enormemente il suo orizzonte, fino a comprendere la zona off limits dei nemici.

     La formula «amare i nemici» può essere sostituita dal verbo «perdonare». Un fremito attraversa il nostro corpo quando sentiamo questo verbo. Un campo immenso si spalanca davanti agli occhi. Per aiutare la retta comprensione, ricordiamo che perdonare non è semplice rimozione, né dimenticanza, né ignoranza di quanto è accaduto, né falsa etichetta appiccicata alle cose. Il perdono è capace di guardare in faccia la realtà, anche quella più cruda e ripugnante. Molto di più, l’amore/perdono opera sul versante positivo e il brano evangelico elenca concretamente una serie di interventi possibili: «fate del bene», «benedite», «pregate» (vv. 27-28).

     Sorge immediatamente la domanda che rispecchia una comune e abituale difficoltà: non è istintivo amare i nemici. Perdonare è innaturale, bisogna riconoscerlo. Se uno mi ha fatto un torto o mi ha offeso, nasce in me l’antipatia, la rottura, l’allontanamento. E tutto viene naturalmente, senza il minimo sforzo. Il rancore e l’antipatia salgono dalle radici del nostro essere e sono alimentate dalla linfa maligna della nostra cattiveria. Senza essere pessimisti, sappiamo che il peccato ha lasciato tracce profonde nella nostra vita. Esistono poi ragioni psicologiche e sociali per non perdonare: «che figura ci faccio?», «che cosa diranno gli altri»…

     Gesù richiede che si vada oltre il sentire comune, psicologico e sociale; di più, richiede che si vada oltre ‘il buon senso’, almeno quello comune della gente. Seguire Gesù richiede che siamo un po’ diversi dagli altri, da quelli che non conoscono e che non praticano il Vangelo. Non vogliamo distinguerci ad ogni costo. Dobbiamo tuttavia riconoscere con sincerità e con chiarezza che sul perdono si gioca uno dei tratti più tipici della nostra identità di cristiani. Il perdono è l’amore senza frontiere, il rischio di mettersi nelle mani dell’altro.

La seconda domanda è conseguenza immediata della prima: «Perché devo perdonare?». Abbiamo visto che le ragioni umane scarseggiano e addirittura sciamano. Occorre attingere a una fonte diversa che Gesù addita nel Padre celeste. Il motivo che adduce è squisitamente teologico: «siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro» (v. 36). La ragione ultima e profonda, praticamente l’unica accettabile, consiste nell’imitazione del Padre che perdona sempre e comunque, senza ‘ma’ e senza ‘se’.

     L’invito poi a non giudicare riguarda non l’attività giudiziaria e forense, ma la critica al prossimo e la sua condanna, come lascia intendere il v. 37. È l’invito a compiere quella sottile ma necessaria distinzione tra peccato e peccatore: il primo è da denunciare e da condannare, il secondo da accogliere, senza diventare però conniventi. Suggerisce saggiamente un testo conciliare: «il rispetto e l’amore deve estendersi pure a coloro che pensano e operano diversamente da noi […]. Certamente tale amore e amabilità non devono in alcun modo renderci indifferenti verso la verità e il bene» (Gaudium et spes, 28). L’invito al perdono è invito alla magnanimità, al dono senza riserve, all’imitazione della generosità divina.

     L’abbondanza e la generosità del perdono sono fissate nella icona del v. 38. Esso ricorre ad un’immagine che si capisce nel mondo orientale: il vestito, molto largo e chiuso in vita dalla cintura, diventa un comodo ricettacolo di «cose». Ancora oggi in oriente mettono ogni sorta di oggetti nel seno; da qui la raccomandazione: «Date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, poiché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio» (v. 38). Il perdono è la misura traboccante dell’amore e non dobbiamo temere a riversarla a piene mani sugli altri.

     Non neghiamo la difficoltà di attuazione. Il perdono totale e irreversibile è solo di Dio. Invece l’uomo, anche quando riesce a perdonare conserva una specie di ruggine, o almeno, il ricordo negativo. Tante volte si sente dire: «non ci riesco, è più forte di me». Effettivamente il perdono non è istintivo e quando lo pratichiamo dobbiamo esercitare una non piccola violenza su di noi, o meglio, su una parte di noi stessi. Esistono meccanismi che rendono difficile il perdono: l’aggressività che c’è nell’uomo sembra frustata dal perdono, l’istinto di dominio non più gratificato, l’immagine positiva di noi stessi offuscata. Insomma, perdonando ci sembra di perdere qualcosa di noi stessi.

     Pur con tutte queste difficoltà che non sono certo da sottovalutare, ribadiamo l’urgenza, la necessità e la bellezza del perdono. Il vero perdono è rinascita, liberazione, salvezza. Perdonare significa perdere qualcosa che ci è dovuto, dare parte di noi stessi agli altri, fare qualcosa non di superfluo, ma di necessario.

Dobbiamo sottoporci ad una vera e propria rieducazione all’amore, accettare di vivere una ‘illogica logica del perdono’. Saremo degni figli di quel Padre, prodigo di amore.

Meditazione

     La liturgia odierna è molto esigente, dal momento che ci mette di fronte a questioni radicali, dal rispondere alle quali noi ci esimeremmo volentieri.

     Il Vangelo affronta due problemi: perché amare? Come amare? Amare perché si è figli del Padre misericordioso («Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro») e si diventa veramente figli attraverso il cammino dell’amore. Tale amore non si dirige solo verso la cerchia ristretta di coloro che ci corrispondono, ma si dilata fino a raggiungere i nemici. Non possiamo pretendere che un altro smetta di essere nostro nemico, ma possiamo noi imparare a considerarlo con occhi diversi. Così facendo si spezza la spirale della violenza e dell’odio che tende a riprodursi in maniera simmetrica e si inserisce un elemento nuovo che è il riferimento alla fraternità misericordiosa di Dio che chiama tutti all’unità dell’amore. Oltre a essere così universale da abbracciare tutti, compresi i nemici, l’amore è presentato come assolutamente gratuito («Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete?»). Si sente in questa frase un’eco della cosiddetta legge del taglione, che suggerisce una sorta di proporzione tra il male che si riceve e quello che si restituisce all’altro di conseguenza. Analogamente si potrebbe supporre l’esistenza di una sorta di proporzione tra il bene ricevuto e quello che si restituisce. E invece no: il criterio dell’amore non è dare per ricevere, ma dare in maniera totalmente gratuita. Occorre ricordare che questa morale del Regno non si presenta prima di tutto come un imperativo, ma come un indicativo. Non è un imperativo categorico, ma prima di tutto Buona Novella, Vangelo, dono gratuito contenuto nel dono del Figlio.

            La prima lettura ci insegna che un modo concreto per amare i nemici è quello di non diventare a nostra volta nemici di quelli che ci sono ostili. Come si diceva, non posso cambiare l’altro, ma posso lavorare su di me, sulle mie emozioni, sui miei sentimenti e risentimenti, per non incattivirmi, magari a ragione, nei confronti dell’altro. Davide, nel racconto tratto dal primo libro di Samuele, è vittima di un odio che Saul nutre senza motivo nei suoi confronti, quindi avrebbe esercitato il suo diritto se avesse reagito almeno in modo proporzionato. E invece Davide fa prevalere in sé la fede, cioè la relazione con Dio, e, di conseguenza, il rispetto e addirittura l’amore per il consacrato del Signore che lo sta cercando per ucciderlo. Paolo nella seconda lettura esprime a sua volta un concetto analogo parlando dello Spirito vivificante che ci permette di diventare in pienezza immagine e somiglianza di Dio.


Don Bosco commenta il Vangelo

Settima domenica del tempo ordinario

Don Bosco chiede l’elemosina  

Don Bosco ha citato molto spesso le parole di Gesù: “Date e vi sarà dato”, applicando il dare di solito all’aspetto economico. Nel suo Mese di maggio in cui una delle “considerazioni” è dedicata all’elemosina, chiamata “un mezzo per assicurarsi il Paradiso”, don Bosco non manca di sottolineare anche la ricompensa sul piano materiale:

Il dare qualche cosa ai poveri nella vita presente è un moltiplicare […] anche nella vita presente, riserbandoci poi Iddio la piena ricompensa nell’altra vita. Ecco la ragione per cui si vedono tante famiglie dare copiose limosine in tutte parti, e crescere sempre di ricchezze in ricchezze e di prosperità in prosperità. La ragione la dice Iddio: Date ai poveri, e ne sarà dato a voi. Date, et dabitur vobis (OE10 461s).

Nel romanzo storico intitolato Severino ovvero avventure di un giovane alpigiano, don Bosco riferisce le parole di questo giovane che fa l’elogio della generosità di suo padre che ha praticato una grande generosità verso il prossimo:

Niun mendico bussava alla porta di nostra casa senza che ottenesse, se non danaro, almeno minestra o pane. Presso di lui lo stanco trovava riposo, il debole era ristorato, il cencioso veniva vestito, il pellegrino bene accolto. Che più? Giunse talvolta a dare ricetto in casa sua a poveri ammalati che faceva assistere e curare a proprie spese. Non parlo delle sollecitudini che si dava per soccorrere famiglie indigenti, specialmente quelle in cui si trovassero infermi. La limosina, soleva dire, non fa diventar povero; i miei affari cominciarono ad andar bene quando ho cominciato a largheggiare in limosine. Il Salvatore disse: Date ai poveri, e Dio ne darà a voi (OE20 10s).

L’espressione lucana è solitamente usata da don Bosco per stimolare la carità dei benefattori. Con una punta di ironia e anche con una certa audacia don Bosco scriveva ad una ricca marchesa belga:

Io accetto l’offerta promessa di 25000 franchi. Però bisogna osservare attentamente che il Vangelo dice chiaro “date e vi sarà dato”, e non già “promettete e vi sarà dato”. Io credo quindi che sarebbe ottima cosa cominciar a dare qualche somma in anticipo (E7 421).

Le parole di Gesù meritano una profonda riflessione. Don Bosco lo ricorda nella circolare ai cooperatori salesiani: “Mentre mettiamo confidenza illimitata nella bontà del Signore, non ricusiamo la nostra cooperazione. Ciascuno rifletta un momento sul precetto del Salvatore quando disse: Date e vi sarà ricambiato con abbondante misura” (E7 250).

La ricompensa per la generosità del dono sarà soprattutto nella vita eterna. A un signore che aveva promesso di dare per i poveri ragazzi precisa che “Dio darà largamente in questa vita e nell’altra ci darà il gran premio, il vero premio nella vita eterna” (E9 385). A una benefattrice scrive: “Io raccomando i nostri poveri giovanetti alla generosa carità della Signoria Vostra e prego Nostro Signore che disse: Date e vi sarà dato” (E7 353). A un benefattore che aveva già mandato un’offerta risponde:

Ho ricevuto la generosa offerta che V. S. e la caritatevole sua zia fanno per continuare i lavori della chiesa e dell’ospizio del Sacro Cuore a Roma. Sia benedetto Iddio che loro ispirò opera così bella! Egli dice nel Vangelo: Date et dabitur vobis […]. Ma la Vostra Signoria ha già donato, dunque ora tocca a Dio dare a Lei ed alla signora zia larga ricompensa” (E8 276).

Non si stanca di “far osservare che Dio disse più volte: Date e vi sarà dato” (E9 150). Alla superiora del Carmelo di Parigi non esita a chiedere di “far costatare con una felice esperienza la verità di questa divina parola” (E9 167). A un generoso canonico e alla sua zia don Bosco ricorda che “il Signore è fedele alle sue promesse. Egli ha detto: Date e vi sarà dato, e perciò ho fermissima fiducia che Maria Ausiliatrice ne impetrerà per Vostra Signoria e per la carissima signora De Camilli grazie specialissime che spanderà copiose su di loro e su tutti i loro cari” (E9 81).

 (Morand Wirth)

Tra parentesi il lettore troverà i riferimenti principali dei testi citati nelle opere di o su don Bosco: – nei 38 volumi delle Opere edite di G. Bosco (OE1-38, a cura del Centro Studi Don Bosco dell’Università Pontificia Salesiana); – nei 19 volumi delle Memorie biografiche di don G. Bosco (MB1-19, a cura di G.B. Lemoyne, A. Amadei e E. Ceria); – nelle sue Memorie dell’Oratorio (MO, a cura di A. Giraudo); – nei 10 volumi del suo Epistolario (E1-10, a cura di F. Motto). La seconda cifra indica la pagina del volume.

L’immagine della domenica

Ermita de la Virgen de Hornuez (Moral de Hornuez-Segovia)    –    2024  

«Pace interiore è quando ciò che dici, ciò che pensi, ciò che fai, sono in perfetta armonia».

(Mahatma Gandhi)

Casella di testo: 1 Samuele 26,2.7-9.12-13.22s.
1 Corinzi 15,45-49
Luca 6,27-38

Gesù ha appena proiettato nel cielo della pianura umana il sogno e la rivolta del Vangelo. Ora pronuncia il primo dei suoi “amate”. Amate i vostri nemici. Gesù contesta la sapienza umana: amatevi altrimenti vi distruggerete. Avvicinatevi ai vostri nemici, e capovolge la paura in custodia amorosa, perché la paura non libera dal male.

E indica otto gradini dell’amore, attraverso l’incalzare di verbi concreti: quattro rivolti a tutti: amate, fate, benedite, pregate; e quattro indirizzati al singolo, a me: offri, non rifiutare, da’, non chiedere indietro. Amore fattivo quello di Gesù, amore di mani, di tuniche, di prestiti, di verbi concreti, perché amore vero non c’è senza un fare. 

Offri l’altra guancia, abbassa le difese, sii disarmato, non incutere paura, mostra che non hai nulla da difendere, neppure te stesso, e l’altro capirà l’assurdo di esserti nemico. Offri l’altra guancia altrimenti a vincere sarà sempre il più forte, il più armato, e violento, e crudele. Fallo, non per passività morbosa, ma prendendo tu l’iniziativa, riallacciando la relazione, facendo tu il primo passo, perdonando, ricominciando, creando fiducia.

«A chi ti strappa la veste non rifiutare neanche la tunica», incalza il maestro, rivolgendosi a chi, magari, non possiede altro che quello. Come a dire: da’ tutto quello che hai. La salvezza viene dal basso! Chi si fa povero salverà il mondo con Gesù (R. Virgili). 

Ecco il regalo di questo Vangelo: come volete che gli uomini facciano a voi così anche voi fate a loro. 
(E. Ronchi)

Preghiere e racconti

Dimenticare è perdonare

     «Abele e Caino si incontrarono dopo la morte di Abele. Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano. Sedettero in terra, accesero il fuoco e mangiarono. Tacevano, come fa la gente stanca quando declina il giorno. Alla luce della fiamma, Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra, e, lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca, chiese che gli fosse perdonato il suo delitto.

     Abele rispose: Tu mi hai ucciso, io ho ucciso te? Non ricordo più. Stiamo qui insieme come prima. “Ora so che mi hai perdonato davvero, disse Caino, perché dimenticare è perdonare”. Abele disse lentamente: “E’ così, finché dura il rimorso dura la colpa”».

Pregare per i nostri nemici

     I cristiani si ricordano a vicenda nelle preghiere (Rm 1,9; 2; Cor 1,11; Ef 6,8; Col 4,3) e così facendo danno aiuto e forse salvezza a coloro per i quali pregano (Rm 15,30; Fil 1,19). Ma il testo decisivo sulla preghiera di compassione va al di là delle preghiere per i propri fratelli cristiani, per i membri della comunità, per gli amici e i parenti. Gesù dice senza possibilità di equivoci: «Io vi dico: amate vostri nemici e pregate per i vostri persecutori» (Mt 5,44); e nel profondo della sua agonia sulla croce, prega per coloro che lo stanno uccidendo: «Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 25,54). Qui viene reso visibile il vero significato della disciplina della preghiera. Pregare ci fa portare al centro del nostro cuore non solo coloro che ci amano, ma anche quelli che ci odiano. Questo è possibile unicamente se siamo disposti a fare dei nostri nemici parte di noi stessi, convertendoli in tal modo innanzitutto nel nostro cuore. La prima cosa che siamo chiamati a fare quando pensiamo agli altri come a dei nemici, è pregare per loro. Non è davvero cosa facile.

     Ci vuole disciplina per far entrare nel profondo del nostro cuore coloro che ci odiano o coloro verso i quali nutriamo sentimenti di ostilità. Le persone che ci rendono la vita difficile e ci causano frustrazione, dolore e anche danno, sono le ultime ad avere una probabilità di trovare posto nel nostro cuore. Eppure ogni volta che superiamo l’intolleranza nei confronti dei nostri antagonisti e siamo disposti ad ascoltare il grido di coloro che ci perseguitano, riconosciamo anche in loro dei fratelli e delle sorelle.

     Pregare per i nostri nemici è, dunque, un evento concreto, l’evento della riconciliazione. È impossibile innalzare i nostri nemici alla presenza di Dio e contemporaneamente continuare a odiarli. Visti nel contesto della preghiera, anche il dittatore senza scrupoli e il torturatore perverso cessano di apparire come oggetto di paura, di odio e di vendetta, perché quando preghiamo siamo al centro del grande mistero della divina compassione. La preghiera trasforma il nemico in amico e per questo è l’inizio di una nuova relazione. Probabilmente non c’è preghiera tanto potente quanto quella per i nostri nemici. Ma è anche la preghiera più difficile, perché è la più contraria ai nostri moti naturali.

     Questo spiega perché alcuni santi ritengono la preghiera per i nemici il principale criterio di santità.

(J.M. Nouwen, Compassione, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003, 41).

“Io non ce la faccio”

     «Per me Dio esisteva perché gli altri me lo dicevano: io Lo conoscevo con la ragione, ma non con il cuore, e infatti dopo l’uccisione di due miei fratelli ho sperimentato la morte dell’essere. Per anni ho vissuto con l’odio nel cuore e so di avere ucciso molti con l’odio e il rancore. Non credevo che Dio è amore: perché, se Dio è buono, permette questi fatti? Sono arrivata al punto di odiare pure la Chiesa, perché da essa volevo risposte; e proprio qui le ho trovate, durante una predicazione in cui mi si diceva che il Signore poteva darmi un cuore capace di amare i nemici. Ricordo in particolare una celebrazione penitenziale in cui il presbitero dal quale andai per confessare un malessere che in quel giorno avevo, perché avevo visto uno degli assassini dei miei fratelli, mi disse una frase che fu ed è un memoriale per me: “Sorella, la salvezza di quei fratelli dipende da te”. E alla mia risposta: “Io non ce la faccio”, rispose: “Non sei tu che andrai, ma Cristo”. Così è stato: il Signore ha mutato davvero il mio cuore e mi ha dato la gioia di poter stringere quelle mani e di stare anche a tavola con qualcuno di questi fratelli».

(Luigi ACCATTOLI, Cerco fatti di Vangelo, SEI, Torino 1995, 60).

Il vento del perdono

     Racconta una storia che due amici camminavano nel deserto. In qualche momento del viaggio cominciarono a discutere, ed un amico diede uno schiaffo all’altro. Addolorato, ma senza dire nulla, scrisse nella sabbia: «Il mio migliore amico mi ha dato uno schiaffo». Continuarono a camminare, finché trovarono un’oasi, dove decisero di fare un bagno. L’amico che era stato schiaffeggiato rischiò di affogare, ma il suo amico lo salvò. Dopo che si è ripreso, scrisse in una pietra: «Il mio migliore amico oggi mi ha salvato la vita». L’amico che aveva dato lo schiaffo e aveva salvato il suo migliore amico domandò: Quando ti ho ferito hai scritto nella sabbia, e adesso lo fai in una pietra. Perché? L’altro amico rispose: quando qualcuno ci ferisce dobbiamo scriverlo nella sabbia, dove i venti del perdono possano cancellarlo. Ma quando qualcuno fa qualcosa di buono per noi, dobbiamo inciderlo nella pietra, dove nessun vento possa cancellarlo.

     Impara a scrivere le tue ferite nella sabbia ed a incidere in pietra le tue gioie!

Le parole più radicali del Vangelo

     «Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano…» (Lc 6, 27). Queste parole esprimono non solo l’essenza della resistenza non violenta, ma anche il cuore della predicazione di Gesù. Se qualcuno vi chiede quali sono le parole più radicali del Vangelo, dovete rispondere senza esitare: «Amate i vostri nemici». Esse ci rivelano con la massima chiarezza il tipo di amore proclamato da Gesù. In esse abbiamo la più chiara espressione di ciò che significa essere discepoli suoi. L’amore per i propri nemici è la pietra di paragone del cristiano».

(J.M. Nouwen, Lettere a un giovane, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003, 42).

Amore del nemico

     «Amare gli amici lo fanno tutti, i nemici li amano soltanto i cristiani.» Queste parole di Tertulliano (Ad Scapulam 1,3), che vogliono esprimere la differenza cristiana, vertono significativamente sull’amore per i nemici.

     Questo appare come vera e propria sintesi del Vangelo: se tutta la Legge si sintetizza nel comando dell’amore di Dio e del prossimo (Marco 12,28-33; Romani 13,8-10;Giacomo 2,8), la vita secondo il Vangelo trova il suo compimento nelle parole e nei gesti di Gesù che indicano nell’amore del nemico l’orizzonte della prassi cristiana. Dice infatti Gesù: «Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano» (Luca 6,27; cfr. Luca 6,28-29.35; Matteo 5,43-48) e tutta la sua vita – fino al momento della lavanda dei piedi anche a Giuda, colui che si era fatto suo nemico; fino alla croce, luogo del suo amore «fino alla fine» per i suoi (Giovanni 13,1); fino alla preghiera per i suoi carnefici mentre lo crocifiggevano (Luca 23,33-34) – attesta questo amore incondizionato rivolto anche al nemico. Il cristiano, chiamato ad assumere il sentire, il pensare, il volere di Cristo stesso (cfr. Filippesi 2,5), si trova dunque sempre confrontato con questa esigenza.

     Ma occorre chiedersi: è realmente possibile amare il nemico, e amarlo mentre manifesta la sua ostilità e inimicizia, il suo odio e la sua avversione? È umanamente possibile tale scandalosa simultaneità? L’esperienza infatti ci rivela che il fascino per l’assolutezza dell’amore del nemico svanisce in assoluta dimenticanza e diviene incapacità di dargli consistenza esistenziale di fronte alle precise e concrete situazioni di inimicizia. E forse già questo rappresenta un primissimo, e umanamente fondamentale, momento del cammino verso l’amore del nemico. Inoltre il cristiano è portato dal Vangelo a vedere in se stesso il nemico amato da Dio e per cui Cristo è morto: questa è l’esperienza di fede basilare da cui soltanto potrà nascere l’itinerario spirituale che conduce all’amore per il nemico! Scrive Paolo: «Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo peccatori e nemici, Cristo è morto per noi» (cfr. Romani 5,8-10). Su questa esperienza di fede occorre innestare la progressività di una maturazione umana che conduce ad acquisire il senso positivo dell’alterità, la capacità dell’incontro, della relazione e quindi dell’amore. Già l’Antico Testamento, quando invita l’israelita ad amare il prossimo come se stesso, propone una sorta di itinerario: «Io sono il Signore, non coverai odio verso tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore» (Levitico 19,17-18). Anzitutto è richiesta l’adesione di fede a colui che è il Signore, quindi l’israelita è chiamato a impedirsi sentimenti di odio (atteggiamento negativo), poi a correggere colui che fa il male (atteggiamento positivo) proibendosi di farsi vendetta da sé (atteggiamento negativo) e amando così il suo prossimo come se stesso (atteggiamento positivo). All’amore si arriva attraverso un cammino, un esercizio.

     L’amore non è spontaneo: esso richiede disciplina, ascesi, lotta contro l’istinto della collera e contro la tentazione dell’odio. Così si perverrà alla responsabilità di chi ha il coraggio di esercitare una correzione fraterna denunciando «costruttivamente» il male commesso da altri. L’amore del nemico non va confuso con la complicità con il peccatore! Anzi, proprio la libertà di chi sa correggere e ammonire chi compie il male nasce dalla profondità della fede e da un amore per il Signore che sono la necessaria premessa per l’amore del nemico.

     Chi non serba rancore e non si vendica, ma corregge il fratello, è infatti anche in grado di perdonare: e il perdono è la misteriosa maturità di fede e di amore per cui l’offeso sceglie liberamente di rinunciare al proprio diritto nei confronti di chi ha già calpestato i suoi giusti diritti. Chi perdona sacrifica un rapporto giuridico in favore di un rapporto di grazia! Anche Gesù, quando chiede di amare il nemico, immette il credente in una tensione, in un cammino. Dallo sforzo per superare sempre di nuovo la legge del taglione, cioè la tentazione di rendere il male che si è ricevuto, il credente deve pervenire a non opporsi al malvagio, a contrapporre al male l’attivissima passività della non violenza, fidando nel Dio unico Signore e Giudice dei cuori e delle azioni degli uomini. Anzi, mossi dalla convinzione che il nemico è il nostro più grande maestro, colui che può veramente svelare ciò che abita il nostro cuore e che non emerge quando siamo in buoni rapporti con gli altri, i credenti possono obbedire alle parole del loro Signore che invitano a porgere l’altra guancia, a devolvere anche la tunica a chi vuole toglierci il mantello…

     Ma perché tutto questo sia possibile è indispensabile ciò che sempre è ricordato dai Vangeli accanto al comando di amare i nemici, e cioè la preghiera per i persecutori, l’intercessione per gli avversari: «Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori» (Matteo 5,44). Se non si assume l’altro – e in particolare l’altro che si è fatto nostro nemico, che ci contraddice, che ci osteggia, che ci calunnia – nella preghiera, imparando così a vederlo con gli occhi di Dio, nel mistero della sua persona e della sua vocazione, non si potrà mai arrivare ad amarlo! Ma deve essere chiaro che l’amore del nemico è questione di profondità di fede, di «intelligenza del cuore», di ricchezza interiore, di amore per il Signore, e non semplicemente di buona volontà!

(E. BIANCHI, Parole della spiritualità. Per un lessico della vita interiore, Milano, Rizzoli, 21999, 169-172).

La più grande sapienza

     Guardate per quale via Dio va verso gli uomini, verso i suoi nemici. È la via che la Scrittura stessa chiama stoltezza, la via dell’amore sino alla croce. Riconoscere la croce di Gesù Cristo come l’invincibile amore di Dio verso tutti gli uomini, verso di noi come verso i nostri nemici: questa è la più grande sapienza. O crediamo che Dio ami noi più di quanto ama i nostri nemici? Crediamo forse di essere i beniamini di Dio? La croce non è proprietà privata di nessuno: essa appartiene a tutti gli uomini, ha valore per tutti. Dio ama i nostri nemici – ecco quel che ci dice la croce – per loro egli soffre, per loro conosce la miseria e il dolore, per loro ha dato il suo Figlio amato. Per questo è di capitale importanza che dinanzi a ogni nemico che incontriamo, subito pensiamo: Dio lo ama, per lui Dio ha dato tutto. Anche tu, ora, dagli ciò che hai: pane, se ha fame; acqua, se ha sete; aiuto, se è debole; benedizione, misericordia, amore. Ma lo merita? Sì. Chi infatti merita di essere amato, chi è bisognoso del nostro amore più di colui che odia? Chi è più povero di lui? Chi più bisognoso di aiuto, chi più bisognoso di amore del tuo nemico?

     Hai mai provato a considerare il tuo nemico come qualcuno che, in fondo, ti sta dinanzi nella sua estrema povertà, e ti prega, senza poter dar voce alla sua preghiera: «Aiutami, donami quell’unica cosa che mi può ancora essere di aiuto a liberarmi dal mio odio, donami l’amore, l’amore di Dio, l’amore del Salvatore crocifisso»? Tutte le minacce, tutti i pugni protesi sono in definitiva un mendicare l’amore di Dio, la pace, la fraternità. Tu respingi il più povero dei poveri, lo metti alla porta, quando respingi il tuo nemico […]. Il carbone ardente brucia e fa male, quando ci tocca. Anche l’amore può bruciare e far male. Ci insegna a riconoscere quanto miseri siamo. È il dolore bruciante del pentimento quello che si fa sentire in colui che, nonostante l’odio e le minacce, trova solo amore, nient’altro che amore Dio ci ha fatto conoscere questo dolore. Quando lo abbiamo sperimentalo, ecco, è scoccata l’ora della conversione.

(D. BONHOEFFER, Memoria e fedeltà, Magnano, Quiqajon, 1979, 117.123).

Preghiera

O Signore, volgi il tuo sguardo benigno

su di noi, tuo popolo,

e comunicaci il tuo amore:

non come un’idea o un concetto,

ma come un’esperienza vissuta.

Noi possiamo amarci gli uni gli altri

solo perché tu ci hai amati per primo.

Facci conoscere questo primo amore

così che possiamo vedere ogni amore umano

come un riflesso di un più grande amore,

un amore senza condizioni e senza limiti.

Amen.

La Settimana con don Bosco

(16-22 febbraio 2025)

16. “Questo Oratorio è posto sotto la protezione di san Francesco di Sales, perché coloro che intendono dedicarsi a questo genere di occupazione devono proporsi questo Santo per modello nella carità, nelle buone maniere, che sono le fonti da cui derivano i frutti che si sperano dall’Opera degli Oratori” (OE29 34).

17. (Ss. Sette Fondatori dell’Ordine dei Servi della b. Vergine Maria)Mentre don Bosco ha dovuto formare da solo i suoi futuri religiosi, “i fondatori di tutti gli altri ordini religiosi avevano trovati, tra coloro che per i primi si aggregarono alla loro società, uomini maturi per virtù, scienza, esperienza di cose di mondo e di spirito” (MB3 548).

18. “Pensiamo di diminuire qualche spesa domestica per darla ai poveri, specialmente in questi tempi in cui si rende tanto grave il bisogno di soccorrere persone bisognose di ogni età e di ogni condizione” (OE3 480).

19. “Oggi vorrei aver una penna valentissima per iscrivere tutto quello che mi suggerisce il cuore” (OE18 313).

20. “Non tutti possono digiunare, intraprendere lunghi viaggi per la gloria di Dio, non tutti fare ricche elemosine, ma tutti possono amare Dio” (MB5 556).

21. (S. Pier Damiani) Maria, “al dir di san Pier Damiani, non si lascia vincere mai in larghezza ed amore dai suoi figliuoli” (OE18 472).

22. (Cattedra di S. Pietro) Per sede o cattedra di san Pietro “s’intende l’esercizio di quell’autorità conferitagli da Gesù Cristo di pascolare il gregge universale dei fedeli, sostenere e conservare gli altri pastori nell’unità di fede e di dottrina” (OE18 152).

 (Morand Wirth)

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

COMUNITÀ DI S. EGIDIO, La Parola e la storia,Milano, Vita e Pensiero, 2012.

COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

M. FERRARI, «Oggi di è adempiuta questa scrittura». Avvento, Tempo di Natale e Tempo ordinario (prima parte), Milano, Vita e Pensiero, 2012.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.

Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.

PER L’APPROFONDIMENTO:

V DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Lectio – Anno C

Prima lettura: Isaia 6,1-2.3-8


        
Nell’anno in cui morì il re Ozìa, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Sopra di lui stavano dei serafini; ognuno aveva sei ali. Proclamavano l’uno all’altro, dicendo: «Santo, santo, santo il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria». Vibravano gli stipiti delle porte al risuonare di quella voce, mentre il tempio si riempiva di fumo. E dissi: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti». Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e disse: «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato». Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!».  
  • Vocazione e mandato, ovvero affidamento di un compito da svolgere, nell’Antico Testamento sono sempre strettamente congiunti. Talvolta tuttavia la chiamata è semplicemente supposta ed è indicato solo il mandato di Dio all’uomo: è questo ciò che accade ad Abramo (Gn 12,1). Nel caso di Mosè, la chiamata e il mandato vengono ampiamente e di-stintamente descritti, nella lunga e drammatica cornice di una teofania (Es 3,2-4,17). Altre volte la vocazione non è affatto descritta, ma è soltanto ricordata dall’interessato (Amos 7,14-15) oppure dallo stesso Dio, p. es., nella scena che descrive ampiamente il mandato affidato al profeta Geremia (1,4-5: «La parola del Signore mi fu rivolta in questi termini: Prima che io ti formassi nel grembo, ti ho conosciuto…»).

     La chiamata di Isaia al ministero profetico richiama in qualche modo la chiamata e il mandato di Mosè descritti nel libro dell’Esodo, ma con un ritmo e un linguaggio molto più concentrati ed essenziali. Nell’uno e nell’altro caso, tutto comincia con una teofania, che sorprende gli interessati. Essi si dichiarano profondamente turbati dalla manifestazione di Dio e consapevoli della loro personale indegnità. Da questo punto in poi, le due situazioni hanno però un diverso sviluppo: Mosè continua a protestare la sua incapacità di assolvere il mandato, mentre Isaia, purificato dai carboni ardenti dell’altare, si offre con slancio come

inviato del Signore. Diverso anche, nei due casi, è il contenuto del mandato: in quello di Mosè sta in primo piano l’annunzio della vicina liberazione dalla schiavitù, in quello di Isaia sta in primo piano un annunzio di sventura, mentre è solo appena intravista la fine della sventura medesima.

     Nel v. 1, il profeta ci dice che il suo ministero profetico ebbe inizio «Nell’anno in cui morì il re Ozìa (nelle traduzioni dato talvolta come Uzzia e nel libro dei Re è chiamato Azaria), cioè probabilmente tra il 740-739. Subito dopo è descritta la teofania, fino al v. 4. Emerge in questa descrizione la santità di Dio, cioè la sua trascendenza, sperimentata come incommensurabilità (i lembi del suo manto riempivano il tempio), maestà reale (seduto su un trono) e santità proclamata a cori alterni dai misteriosi serafini. Il termine «santità», oltre l’idea della trascendenza, include anche l’idea della suprema rettitudine. Ciò è indicato esplicitamente dal v. 5, nel quale è descritta la reazione del profeta, il quale dalla stessa visione di Dio è indotto a riconoscere la sua indegnità di peccatore, partecipe dei peccati del suo popolo.

     Se la teofania si chiudesse con la confessione del peccato, suo effetto sarebbe la disperazione. Essa invece prosegue, nei vv. 5-7, con la descrizione di una purificazione, che è anche una santificazione aperta alla speranza.

     Nel v. 8, è detto come è bastato al profeta purificato sentire che Dio cercava qualcuno da inviare come suo portavoce, perché egli si offrisse con slancio per quel compito.

     Non sono poche le analogie tra questo testo del profeta Isaia e la nostra lettura evangelica.

Seconda lettura: 1Corinzi 15,1-11

    Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano! A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.          
  • Il brano della prima lettera ai Corinzi che costituisce la nostra seconda lettura contiene l’inizio della risposta di Paolo a quello che probabilmente era l’ultimo quesito postogli da quella comunità, riguardante il problema della risurrezione dei morti.

     Nei vv. 1-2 c’è un moderato elogio dei Corinzi, per avere essi accolto il vangelo che egli stesso aveva loro presentato e per avere resistito a quelli che avrebbero voluto corromperlo o deformarlo. Essi hanno anche sperimentato la forza salvifica che c’è in quel vangelo.

     Nei vv. 3-7, l’apostolo riassume l’insegnamento centrale del Vangelo, che egli predica, in piena concordia con la predicazione della Chiesa: che Gesù Cristo è morto per la remissione dei peccati, che fu sepolto e fu risuscitato, conformemente alle affermazioni delle Scritture, che finalmente è apparso a quelli che poi hanno testimoniato quella risurrezione: rispettando l’ordine gerarchico, vengono nominati Cefa, i Dodici, più di cinquecento fratelli e Giacomo (rappresentante dei «fratelli del Signore»). Per questo condensato del kèrigma primitivo, sono adoperati i termini tecnici ricevere e trasmettere. A questo patrimonio comune, nei vv. 8-10, Paolo aggiunge la sua personale testimonianza: anch’egli, ultimo (quasi un aborto, avendo egli prima perseguitato la Chiesa), ha visto il Signore risorto e questa apparizione ha radicalmente cambiato la sua vita, facendolo diventare un apostolo infaticabile.

     La conclusione del brano, nel v. 11, è brevissima e solenne: questa e non altra è la fede di tutta la Chiesa, la fede che ha reso cristiani i destinatari della lettera di Paolo. Solo partendo da questa fede egli potrà affrontare e discutere il problema della risurrezione dei morti.

Vangelo: Luca 5,1-11

         In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.           

Esegesi

     Questo testo di Luca utilizza certamente il racconto della chiamata dei primi discepoli di Gesù, che si trova in Mc 16-20 e Mt 18-22, ma non è semplicemente lo stesso racconto con qualche variazione. Direttamente, il tema del nostro brano è preannunzio del ministero apostolico di Pietro, che egli avrebbe poi svolto insieme agli altri apostoli, qui rappresentati da Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo. In tal modo, il terzo vangelo ci assicura che il ministero apostolico, guidato dal gruppo dei dodici, è stato voluto e preordinato da Gesù fin dall’inizio della sua vita pubblica e non è scaturito solo dall’entusiasmo del tempo post-pasquale. Si può pensare che sia questo il motivo per cui nel terzo vangelo non si trova il mandato con cui il Signore risorto affida agli undici la diffusione del vangelo nel mondo (Mt 28,19-20; cf. Mc 16,15) e il potere di rimettere i peccati (Gv 20,21-23).                                                          

     Le parole con cui Gesù esprime la sua volontà e preannunzia il ministero apostolico di Pietro e dei suoi collaboratori sono preparate da una scena d’insegnamento dello stesso Gesù e dal racconto di un miracolo.

     Nella scena di insegnamento (vv. 1-3), Gesù è presentato circondato dalla folla, che vuole ascoltare da lui «la parola di Dio». Perché a tutti più facilmente arrivi quella «parola», Gesù chiede a Simone di poter utilizzare la sua barca.

     Nei vv. 4-7 è raccontato il miracolo di una pesca straordinaria ottenuta su indicazione di Gesù. Il fatto appare come prodigioso, perché avvenuto su semplice segnalazione di Gesù, in condizioni normalmente sfavorevoli, cioè in pieno giorno (mentre di solito la pesca si fa di notte) e in quantità del tutto inusuale: in tal modo Gesù dimostra di avere autorità sul mare e sui pesci. Non pare che l’evangelista abbia voluto dare un valore simbolico all’avvenimento della pesca, quasi per assicurare in anticipo la fecondità dell’attività apostolica della Chiesa. Il prodigio sembra avere soltanto lo scopo di dare autorevolezza a Gesù e alle parole che egli, subito dopo, dice a Pietro. Nei vv. 8-10a, è descritto l’effetto che il prodigio produce su Pietro e i suoi collaboratori: tutti avvertono in Gesù il potere misterioso di Dio e prendono coscienza della loro fragilità peccatrice.

     Nel v. l0b il racconto evangelico tocca il suo culmine, nelle parole di Gesù: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». Qui propriamente non è espresso un comando o una chiamata: piuttosto, è pronunziata una profezia. È detto però che essa comincia già a realizzarsi subito, a partire da quel preciso momento. La chiamata appare così inclusa nella profezia, estendendosi anche ai collaboratori di Pietro. Si può anche notare che il termine greco adoperato per pescatore è zogròn, a cui talvolta viene dato il senso di salvare dalla morte: ciò vorrebbe dire che la profezia annunzia per Pietro e i suoi compagni una attività misteriosa al servizio della vita degli uomini.

     Il v. 11 col minimo di parole, descrive l’effetto delle parole sovrane di Gesù: «E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono».

     Non si può evitare di confrontare questo testo di Luca con il racconto della apparizione di Gesù risorto presso il lago di Tiberiade, con relativa pesca prodigiosa e conclusivo mandato pastorale affidato a Pietro, che si trova nel c. 21 di Giovanni. Sono tali e tanti gli elementi di somiglianza tra i due racconti, che si è costretti a pensare di avere davanti due trasmissioni indipendenti dello stesso avvenimento. Pur con persistenti esitazioni, si può pensare che il testo di Giovanni conservi la formulazione più antica del fatto e che sia stato Luca a spostarlo dai racconti di apparizione all’inizio del ministero pubblico di Gesù. Per l’appunto nel testo di Giovanni, alla fine, appare assai chiaramente che il culmine della storia sta nel mandato affidato a Pietro di pascere, cioè curare e custodire i credenti in Cristo.

Meditazione

     Sempre nella storia Dio ha chiamato uomini fragili e peccatori per affidar loro la sua parola da annunciare e per renderli partecipi del suo progetto sull’umanità. I contesti di una chiamata possono essere molto differenti e, in un certo senso, anche le modalità con cui Dio chiama sanno adattarsi all’uomo. Tuttavia nella dinamica di una vocazione ci sono delle costanti e nel narrare una chiamata la Scrittura sembra quasi seguire uno schema. C’è sempre un’esperienza di Dio da parte del chiamato che passa attraverso l’incontro con il suo volto e la sua parola. Questa esperienza, questo ‘contatto’ con Dio coinvolge totalmente colui che è chiamato, il quale sente la sua radicale lontananza da Colui che è il ‘totalmente altro’. Ma Dio quando chiama ha la potenza di cambiare radicalmente il cammino e la vita di una persona: ogni vocazione è sempre una conversione. E questo cambiamento è in vista di una missione. Possiamo scorgere questi elementi, che caratterizzano, secondo la Scrittura, la dinamica di una chiamata, nei due testi che la liturgia della Parola di questa domenica accosta e che ci fa leggere in parallelo. Si tratta del testo di Is 6,1-8, la vocazione profetica di Isaia e il suo invio al popolo di Israele, e del racconto della chiamata dei primi discepoli di Gesù, secondo la narrazione di Lc 5,1-11. In due contesti molto diversi, la stessa parola di Dio entra nella vita dell’uomo, con essa inizia un dialogo che si trasforma in chiamata e in missione. Isaia vede qualcosa allo stesso tempo affascinate e tremendo: «vidi il Signore seduto su un trono alto… i lembi del suo manto riempivano il tempio… Santo, santo, santo il Signore degli eserciti…» (Is 6,1-3). Gesù, tra la folla che «fa ressa attorno a lui per ascoltare la parola di Dio» (Lc 5,l), vede due barche e dei pescatori. Isaia sperimenta smarrimento e lontananza da questo Dio così al di là di ogni possibilità umana: «io sono perduto, perché uomo dalle labbra impure» (Is 6,5). Di fronte alla potenza della parola di Gesù, in Pietro avviene una presa di coscienza della propria povertà, del peccato che abita in lui: «Signore, allontanati da me perché sono un peccatore» (Lc 5,8). L’incontro con Dio cambia in profondità Isaia: è chiamato ad essere profeta e le sue labbra vengono purificate per una missione che Dio stesso gli affida (cfr. 6,6-8). Proprio Pietro, il peccatore, e i suoi compagni sono chiamati a diventare discepoli di Gesù e annunciatori del Regno in mezzo agli uomini: da pescatori di pesci diventano «pescatori di uomini» (Lc 5,10). Di fronte alla potenza e alla gratuità di Dio, Isaia si arrende: «Eccomi, manda me!» (Is 6,8). I quattro pescatori «tirate le barche a terra, lasciarono tutto e seguirono Gesù» (Lc 5,11). Tenendo con-to di questa lettura parallela, ci soffermiamo ora su alcuni elementi del racconto di Luca. Luca inquadra la scena focalizzando l’attenzione su Gesù che insegna, che annuncia la parola di Dio, mentre molta folla si accalca attorno a lui per ascoltarlo. Due barche sulla riva, accanto alle quali ci sono quattro pescatori, attirano l’attenzione di Gesù: possono diventare il mezzo per rendergli più agevole la predicazione. E così sale su una barca e invita il proprietario, Simone, a scostarsi un po’ dalla riva (cfr. Lc 5,1-3). In questa descrizione emergono alcuni elementi che inquadrano la successiva scena, e soprattutto orientano la dinamica della chiamata. Tutto sembra occasionale, ma lo sguardo di Gesù guida invece ogni momento. È lui che vede le barche e i quattro pescatori. Così in mezzo a questa folla anonima, grazie allo sguardo di Gesù emergono quattro volti che entrano in relazione più diretta con lui. E tra questi volti, uno in particolare sembra catturare l’attenzione di Gesù: quello di Simon Pietro. Ma fin da questa prima scena c’è un altro elemento che farà poi da legame a vari momenti dell’episodio: è la parola di Gesù. Gesù infatti sta annunciando la parola di Dio (cfr. v. 1); è sulla parola di Gesù che Simon Pietro getterà le reti al largo (cfr. v. 5); e infine, ancora sulla parola di Gesù i quattro pescatori lasceranno tutto per seguirlo (cfr. vv. 10-11).

     L’incontro diretto di Gesù con questi pescatori è caratterizzato da un ordine perentorio e apparentemente assurdo: «Prendete il largo e gettate le vostre reti per la pesca… Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla» (vv. 4-5). Sembra quasi che Gesù voglia fare sperimentare a questi uomini un paradosso, il quale può diventare esperienza e incontro con Dio: ciò che all’uomo è impossibile è invece possibile a Dio. Per entrare in questo ‘paradosso’, all’uomo è richiesta fede radicale e obbedienza. Infatti ciò che viene richiesto a Simon Pietro può avvenire solo sulla parola di Gesù. E il pescatore accetta questa sfida: «sulla tua parola getterò le reti. Fecero così e presero una quantità enorme di pesci» (v. 5-6).

     Questo passaggio dall’impossibile al possibile e, più concretamente, da una pesca senza risultati alla vista di una pesca così abbondante e impensata, provoca una reazione in Simon Pietro: la presa di coscienza della distanza tra lui, peccatore, e Gesù. È il timore di fronte alla santità e alla potenza di Dio che costringe Simone a inginocchiarsi di fronte a Gesù e a riconoscere una sorta di impossibilità a stargli vicino: «si gettò alle ginocchia… allontanati da me; perché sono un peccatore» (v. 8).

     Ma proprio una nuova parola di Gesù supera questa distanza, altrimenti incolmabile per l’uomo. Gesù non solo non si allontana da Simon Pietro, ma si avvicina e con la sua parola lo chiama a stare con lui: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini» (v. 10). La parola di Gesù opera una conversione di Simon Pietro e dei suoi compagni, cambiandone l’identità (‘pescatori di uomini’) e il cammino (‘d’ora in poi sarai’). Anche qui a Pietro e agli altri viene richiesta obbedienza e fede (‘non temere…’) che passano attraverso un radicale distacco da ogni certezza, da un passato conosciuto, per camminare dietro a Gesù fidandosi solo di lui e della sua parola: «e, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono».

     Ma forse uno dei cambiamenti più paradossali sta proprio nella missione che Gesù affida a questi pescatori: «d’ora in poi sarai pescatore di uomini» (v. 10). Simon Pietro e gli altri restano ancora pescatori; ma non cattureranno più pesci ma «prenderanno uomini per la vita» (questo è il significato letterale dell’espressione usata da Luca). Come Gesù e con Gesù, saranno chiamati a incontrare uomini e a comunicare loro la vita mediante l’annuncio dell’evangelo. «A voi infatti ho trasmesso – dirà Paolo ai Corinzi – quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che è apparso a Cefa e quindi ai dodici» (1Cor 15,3-5).

     Questi ‘pescatori di uomini’ dovranno andare sempre di più al largo (e Luca narra questo straordinario viaggio al largo nel libro degli Atti) e continuare a gettare le reti ‘sulla parola di Gesù’. In questo simbolico viaggio in mare aperto, tanti altri uomini e donne si uniranno a questo piccolo gruppo. E questa comunità senza confini non è altro che la Chiesa di ogni tempo che continua a prendere nelle reti della parola l’umanità per consegnarla alla vita.

Don Bosco commenta il Vangelo

Quinta domenica del tempo ordinario

Don Bosco ci parla di Pietro

Gesù sceglie la barca di Pietro per parlare alle folle, nota don Bosco con compiacenza: “Gesù vide due barche accostate alla sponda. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca”. Nella sua Vita di san Pietro, don Bosco racconta che “per dare a Pietro un novello attestato della stima che aveva per la sua persona scelse la barca di lui e non quella di Zebedeo” (OE8 308). Poi continua ricordando che “i santi Padri nella nave di Pietro ravvisano la Chiesa di cui è capo Gesù Cristo, in luogo del quale Pietro doveva essere il primo a farne le veci, e dopo lui tutti i papi suoi successori” (OE8 311).

Spetta al solo Pietro di condurre la nave in alto mare. Infatti, dopo aver insegnato alle folle dalla barca, Gesù disse a Simone: “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca”. Gesù si rivolge prima a Pietro e poi a tutti. Su questa distinzione si basa questo piccolo commento offerto da don Bosco sempre nella sua Vita di san Pietro:

Le parole dette a Pietro “conduci la nave in alto mare”, e le altre dette a lui e a tutta la comitiva “spiegate le vostre reti per prendere pesci”, contengono pure un nobile significato. A tutti gli apostoli, dice sant’Ambrogio, comanda di gettare nelle onde le reti, perciocché tutti gli apostoli e tutti i pastori sono tenuti a predicare la divina parola, e a custodire nella nave, ovvero nella Chiesa, quelle anime che avrebbero guadagnato colla loro predicazione. Al solo Pietro poi si ordina di condurre la nave in alto mare, perché egli solo a preferenza di tutti vien fatto partecipe della profondità dei divini misteri; solo riceve da Cristo l’autorità di sciogliere le difficoltà che possono insorgere in cose di fede. Onde è che nella venuta degli altri pescatori alla nave di lui viene riconosciuto il concorso degli altri pastori, i quali unendosi a Pietro lo aiutano a propagare e conservare la fede nel mondo, e guadagnare anime a Cristo (OE8 311s).

Pietro ebbe fiducia nella parola di Gesù, rileva don Bosco nel capitolo secondo della Vita di san Pietro prima di raccontare la storia della pesca miracolosa:

Dopo la predica ordinò a Pietro di condurre la nave in alto mare, di gettare la rete e pescare. Pietro aveva passata tutta la notte precedente a pescare in quel medesimo luogo, e non aveva preso niente, e quasi pieno di stupore voltosi a Gesù: “Maestro, gli disse, noi ci siamo affaticati tutta la notte pescando e non abbiamo preso neppure un pesce; contuttociò sulla vostra parola getterò in mare la rete”. Così egli fece, e contro ad ogni aspettazione la pesca fu tanto copiosa e la rete così piena di grossi pesci che tentando di trarla fuori dalle acque stava per lacerarsi. Tanto è vero che coloro i quali confidano in Dio non sono mai confusi (OE8 308s).

La pesca miracolosa fatta da Pietro è diventata uno dei simboli della Chiesa. Nel primo capitolo della Vita de sommi pontefici S. Lino, S. Cleto, S. Clemente intitolato “Della Chiesa e dei suoi vari nomi”, don Bosco cita infatti “la pesca copiosa che il Salvatore fece fare ai suoi apostoli”, per significare “la grande estensione della Chiesa, la sua unità, la moltitudine e la differenza dei membri che la compongono, cioè i buoni ed i cattivi” (OE9 343).

In seguito alla reazione di Pietro dopo la pesca miracolosa, don Bosco sottolinea le qualità di quest’uomo apprezzate da Gesù stesso:

Gesù gradì la semplicità di Pietro e l’umiltà dei suoi sentimenti, e volendo che egli aprisse il cuore a più grandi speranze, per confortarlo gli disse: “Deponi ogni timore, da qui innanzi non sarai più pescatore di pesci, ma sarai pescatore di uomini”. A questo parlare Pietro riprese animo e quasi cambiato in un altro uomo condusse la nave al lido, abbandonò ogni cosa, e si pose perfettamente alla sequela del Redentore (OE8 310).

A ciascuno di noi don Bosco sembra voler dire di imitare i sentimenti di Pietro, di seguire Gesù come lui e di aver fiducia nei suoi successori a capo della Chiesa. 

 (Morand Wirth)

Tra parentesi il lettore troverà i riferimenti principali dei testi citati nelle opere di o su don Bosco: – nei 38 volumi delle Opere edite di G. Bosco (OE1-38, a cura del Centro Studi Don Bosco dell’Università Pontificia Salesiana); – nei 19 volumi delle Memorie biografiche di don G. Bosco (MB1-19, a cura di G.B. Lemoyne, A. Amadei e E. Ceria); – nelle sue Memorie dell’Oratorio (MO, a cura di A. Giraudo); – nei 10 volumi del suo Epistolario (E1-10, a cura di F. Motto). La seconda cifra indica la pagina del volume.

L’immagine della domenica

PARCO DELLE VALLI (CONCA D’ORO-ROMA)     –   2021  

«Amami quando meno lo merito, perché sarà quando ne avrò più bisogno».

(Gaio Valerio Catullo)

Casella di testo: Isaia 6,1-2.3-8
1Corinzi 15,1-11
Luca 5,1-11

L’odierna pagina evangelica ci presenta l’incontro di Gesù con alcuni uomini che diverranno suoi discepoli: tra questi Pietro e i due fratelli Giacomo e Giovanni. Non è un racconto di vocazione (sebbene il titolo editoriale di questo episodio nella Bibbia di Gerusalemme parli di “Chiamata dei primi quattro discepoli”). Qui Gesù non dice a nessuno: “Vieni e seguimi”. Siamo invece di fronte a un incontro. Spesso anche per noi la “vocazione” passa attraverso incontri. E l’incontro tra Gesù e Pietro porta quest’ultimo a scoprire dimensioni profonde di sé e a cogliersi davanti al Signore: “Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore” (Lc 5,8). L’incontro con il Signore è al tempo stesso conoscenza di Lui e di sé stessi.

La profondità di questo incontro risalta anche dal fatto che Simone ha già conosciuto Gesù. Nel capitolo precedente, Luca ha mostrato Gesù che parla con autorevolezza nella sinagoga di Nazaret (4,16-30), che insegna, scaccia demoni e compie guarigioni mostrando così la sua potenza di profeta e di inviato escatologico di Dio (4,31-44). Tra le guarigioni che compie vi è anche quella della suocera di Simone, nella cui casa Gesù è entrato (4,38-39). Dunque Simone ha già una conoscenza di Gesù, della potenza della sua parola e della sua azione taumaturgica, e ha confidenza con lui tanto da farlo entrare in casa sua. Eppure non l’ha ancora conosciuto a sufficienza e, soprattutto, non ha ancora conosciuto se stesso alla luce del Signore. Sì, la conoscenza del Signore è un cammino, è in divenire: è il percorso di una vita. È così anche per noi: si è alla sequela di Gesù, magari da tempo, eppure può avvenire che non si conosca ancora a fondo chi è il Signore e che non si sia andati abbastanza in profondità nella conoscenza di sé davanti a Lui.
(Luciano Manicardi)

Preghiere e racconti

Chiamati a qualcosa di più

L’insuccesso mostra all’uomo lo scarto tra l’infinità dei suoi desideri e la possibilità di realizzarli. La pesca infruttuosa suscita nei discepoli l’amara sensazione che non basta dire di andare a pescare per riuscire a pescare. C’è uno scarto tra la potenza dei desideri e la loro realizzazione effettiva. Quanti sogni di gioventù restano castelli in aria proprio per lo scarto tra ciò che noi vorremmo essere nella vita e ciò che poi si realizza! Vorremmo essere come il tale o il tal’altro, il nostro “io ideale” si proietta e alla fine vediamo che c’è una differenza enorme; l’insuccesso mostra la distanza tra l’infinità dei desideri e la possibilità di realizzarli.

La pesca infruttuosa diventa il simbolo di questo scarto, ed è una delusione salutare perché ci permette di riappropriarci con ordine dei nostri desideri. Ma può essere anche molto pericolosa: scatena reazioni negative e drammatiche.

Ricordo il caso di un uomo molto per bene che non riuscì ad accettare l’umiliazione di essere retrocesso nella carriera e per questo giunse a uccidere. L’insuccesso aveva provocato in lui lo scatenamento di desideri, che c’erano ma che prima riusciva a dominare perfettamente. È un’immagine di ciò che l’insuccesso provoca, per la violenza delle forze che si agitano dentro di noi, e che gli antichi chiamavano le passioni dell’uomo. Le passioni non sono soltanto la sensualità; sono anche l’invidia, l’ambizione, l’orgoglio e i risentimenti più forti; come pure sono passioni l’amore, la fedeltà, l’impegno, il coraggio, l’entusiasmo e la perseveranza. Queste sono le forze dell’uomo che dobbiamo imparare a conoscere e a dominare.

Anche se non arriviamo a casi drammatici, dobbiamo però dire che la pesca infruttuosa si ripete spesso nella nostra vita. Viene ad esempio, magari in giovanissima età, una malattia che immobilizza ed ecco tutta una serie di sogni che crollano. E uno passa due, tre, quattro anni prima di riuscire, se riesce, a ricomporre la profondità dei suoi desideri con la realtà che sta vivendo. Conosco situazioni in cui da questa ricomposizione è venuta fuori una forza speculare formidabile. Ma quanta fatica per arrivare a questa ricomposizione! Anche un’amicizia che sfuma è spesso fonte di grande delusione; un posto non ottenuto, un posto di lavoro sul quale avevamo puntato, soprattutto in situazioni in cui c’è una carriera quasi obbligata. È la notte sul lago di Tiberiade. E il Vangelo non dice tutto; ma quando cominciavano a tirar su la rete vuota, sarà cominciata la litania delle colpe: «È colpa tua, quanto mai siamo venuti, chi ci ha fatto uscire, chi ha avuto questa idea». Cioè vengono fuori tutti i sentimenti negativi.

Dobbiamo riflettere per capire, come gli apostoli, che in fondo l’importante non è “andare a pescare”, che si è chiamati a qualcosa di più grande e che il Signore può farci conoscere quel “qualcosa di più” attraverso l’insuccesso.

(Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009, 42-43).

Da peccatore a pescatore (Lc 5,1-11)

Quando finisce di parlare, Gesù da un ordine a Simone: « Prendi il largo e calate le reti per la pesca » (Lc 5, 4). E Simone risponde: «Signore, avendo faticato tutta la notte nulla abbiamo preso» (Lc 5,5): il verbo usato da Luca è kopiasantes (part. aor. di kopiao), che in Atti si riferisce alla fatica apostolica, la fatica di annunciare il Vangelo. È la fatica di chi, pur avendo speso molte energie, pur avendo messo in opera tutte le proprie forze, non ottiene alcun risultato. E Simone decide di rischiare ancora una volta, di ignorare la fatica che lo opprime, di rischiare il ridicolo: «ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5, 5). È l’immagine dell’Apostolo che supera la prova di fiducia, che non cade nella delusione e nella disperazione, ma trova la forza di provarci ancora una volta… «sulla tua parola».

Simone diventa immagine dell’uomo che rischia se stesso anche in situazioni piccole ma che esigono decisione e coraggio. Santo è colui che sa rischiare, che si butta fuori, che non agisce in base a ragionamenti soltanto di convenienza. Non  sarà la sola fatica umana, neanche il calcolo o gli interessi ma l’amore che permetterà a Pietro di buttarsi, di andare fuori, di saper rischiare con e per Gesù. E Gesù ripaga la fatica di Simone: «E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano» (Lc 5,6).

Giunti a riva, Simone davanti a tutta la folla «si gettò alle ginocchia di Gesù dicendo: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore”» (Lc 5,8). La potenza della parola di Gesù gli ha aperto gli occhi sulla propria condizione di peccatore. Posto dinanzi alla potenza di Gesù, Simone riconosce la propria fragilità e trova la sua autorealizzazione. E Gesù, accogliendo il peccatore, lo trasfigura in… pescatore di uomini!

La chiamata dei primi discepoli

Nella liturgia odierna, il Vangelo secondo Luca presenta il racconto della chiamata dei primi discepoli, con una versione originale rispetto agli altri due Sinottici, Matteo e Marco (cfr Mt 4,18-22; Mc 1,16-20). La chiamata, infatti, è preceduta dall’insegnamento di Gesù alla folla e da una pesca miracolosa, compiuta per volontà del Signore (Lc 5,1-6). Mentre infatti la folla si accalca sulla riva del lago di Gennèsaret per ascoltare Gesù, Egli vede Simone sfiduciato per non aver pescato nulla tutta la notte. Dapprima gli chiede di poter salire sulla sua barca per predicare alla gente stando a poca distanza dalla riva; poi, finita la predicazione, gli comanda di uscire al largo con i suoi compagni e di gettare le reti (cfr v. 5). Simone obbedisce, ed essi pescano una quantità incredibile di pesci. In questo modo, l’evangelista fa vedere come i primi discepoli seguirono Gesù fidandosi di Lui, fondandosi sulla sua Parola, accompagnata anche da segni prodigiosi. Osserviamo che, prima di questo segno, Simone si rivolge a Gesù chiamandolo «Maestro» (v. 5), mentre dopo lo chiama «Signore» (v. 7). E’ la pedagogia della chiamata di Dio, che non guarda tanto alle qualità degli eletti, ma alla loro fede, come quella di Simone che dice: «Sulla tua parola getterò le reti» (v. 5).

L’immagine della pesca rimanda alla missione della Chiesa. Commenta al riguardo sant’Agostino: «Due volte i discepoli si misero a pescare dietro comando del Signore: una volta prima della passione e un’altra dopo la risurrezione. Nelle due pesche è raffigurata l’intera Chiesa: la Chiesa come è adesso e come sarà dopo la risurrezione dei morti. Adesso accoglie una moltitudine impossibile a enumerarsi, comprendente i buoni e i cattivi; dopo la risurrezione comprenderà solo i buoni» (Discorso 248,1). L’esperienza di Pietro, certamente singolare, è anche rappresentativa della chiamata di ogni apostolo del Vangelo, che non deve mai scoraggiarsi nell’annunciare Cristo a tutti gli uomini, fino ai confini del mondo. Tuttavia, il testo odierno fa riflettere sulla vocazione al sacerdozio e alla vita consacrata. Essa è opera di Dio. L’uomo non è autore della propria vocazione, ma dà risposta alla proposta divina; e la debolezza umana non deve far paura se Dio chiama. Bisogna avere fiducia nella sua forza che agisce proprio nella nostra povertà; bisogna confidare sempre più nella potenza della sua misericordia, che trasforma e rinnova.

Cari fratelli e sorelle, questa Parola di Dio ravvivi anche in noi e nelle nostre comunità cristiane il coraggio, la fiducia e lo slancio nell’annunciare e testimoniare il Vangelo. Gli insuccessi e le difficoltà non inducano allo scoraggiamento: a noi spetta gettare le reti con fede, il Signore fa il resto. Confidiamo anche nell’intercessione della Vergine Maria, Regina degli Apostoli. Alla chiamata del Signore, Ella, ben consapevole della sua piccolezza, rispose con totale affidamento: «Eccomi». Col suo materno aiuto, rinnoviamo la nostra disponibilità a seguire Gesù, Maestro e Signore.

(Benedetto XVI, Prima dell’Angelus,10.02.2013).

Come Pietro i cristiani credono nell’amore del Signore

Un gruppetto di pescatori delusi da una notte intera di inutile fatica, ma proprio da là dove si erano fermati il Signore li fa ripartire. E così fa con ogni vita: propone a ciascuno una vocazione, con delicatezza e sapienza, come nelle tre parole a Simone:

– lo pregò di scostarsi da riva: Gesù prega Simone, chiede un favore, lui non si impone mai;- non temere: Dio viene come coraggio di vita; libera dalla paura che paralizza il cuore;- tu sarai: lo sguardo di Gesù si dirige subito al futuro, intuisce in me fioriture di domani; per lui nessun uomo coincide con i suoi limiti ma con le sue potenzialità.

Sono parole con le quali Gesù, maestro di umanità, rimette in moto la vita ed è per questo che è legittimato a proporsi all’uomo, perché parla il linguaggio della tenerezza, del coraggio, del futuro. Simone è stanco dopo una notte di inutile fatica, forse vorrebbe solo ritornare a riva e riposare, ma qualcosa gli fa dire: Va bene, sulla tua parola getterò le reti.

Che cosa spinge Pietro a fidarsi? Non ci sono discorsi sulla barca, solo sguardi. Per Gesù guardare una persona e amarla erano la stessa cosa. Pietro in quegli occhi ha visto l’amore per lui. Si è sentito amato, sente che la sua vita è al sicuro accanto a Gesù, che il suo nome è al sicuro su quelle labbra. I cristiani sono quelli che, come Simone, credono nell’amore di Dio (1Gv 4,16). E le reti si riempiono. Simone davanti al prodigio si sente stordito, inadeguato: Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore.

Gesù risponde con una reazione bellissima, una meraviglia che m’incanta. Trasporta Simone su di un piano totalmente diverso, sovranamente indifferente al suo passato e ai suoi peccati, lui non si lascia impressionare dai difetti di nessuno, pronuncia e crea futuro: Non temere. Sarai pescatore di uomini. Li raccoglierai da quel fondo dove credono di vivere e non vivono; mostrerai loro che sono fatti per un altro respiro, un altro cielo, un’altra vita! Li raccoglierai per la vita.

Quando si pescano dei pesci è per la morte. Ma per gli uomini no: pescare significa catturare vivi, è il verbo usato nella Bibbia per indicare coloro che in una battaglia sono salvati dalla morte e lasciati in vita (Gs 2,13; 6,25; 2Sam 8,2… ). Nella battaglia per la vita l’uomo sarà salvato, protetto dall’abisso dove rischia di cadere, portato alla luce.

E abbandonate le barche cariche del loro piccolo tesoro, proprio nel momento in cui avrebbe senso restare, seguono il Maestro verso un altro mare. Senza neppure chiedersi dove li condurrà. Sono i «futuri di cuore». Vanno dietro a lui e vanno verso l’uomo, quella doppia direzione che sola conduce al cuore della vita.

(Ermes Ronchi)

“Duc in altum!”

Siamo sempre agli inizi della predicazione e dell’attività di Gesù e anche Luca colloca in questo esordio del ministero pubblico del profeta di Galilea la chiamata dei primi discepoli. Rispetto però al vangelo secondo Marco (cf. Mc 1,16-20), ripreso negli stessi termini da Matteo (cf. Mt 4,18-22), Luca dà una lettura più teologica della vocazione. Il racconto si arricchisce di particolari, è espresso con un’ottica diversa, sicché già qui vi è un messaggio che riguarda la teologia della chiesa.

Gesù svolgeva il suo ministero soprattutto nelle città e nelle campagne attorno al lago di Tiberiade (o di Gennesaret), quale profeta continuava a dispensare la parola di Dio ad ascoltatori che aumentavano ogni giorno, fino a diventare una vera e propria folla che faceva ressa, premendo per stargli vicino e raccogliere le sue parole. In quella calca, Gesù vede due barche ormeggiate sulla spiaggia, perché i pescatori erano scesi e stavano pulendo le reti dai detriti risaliti dalle acque del lago insieme ai pesci.

Pensa allora di salire su una delle due barche, quella appartenente a Simone, e lo prega di allontanare un po’ la barca da riva, così da farne una sorta di ambone da cui proclamare la parola di Dio. La scena è di per sé eloquente: Gesù “parla la Parola” e come seme la getta verso terra (la spiaggia) nel cuore degli ascoltatori lì radunati (cf. Lc 8,4-15); ciò che nella sinagoga è un ambone solenne, una cattedra, qui è la barca di Simone…

Non appena ha terminato quell’omelia, quell’insegnamento, Gesù passa dalle parole all’evento: chiede a Simone di “prendere il largo” (“Duc in altum!”, nella Vulgata) – cioè di abbandonare con coraggio e speranza le acque quiete dell’insenatura per inoltrarsi in mare aperto – e di gettare le reti in mare. Simone è un pescatore esperto, per tutta la notte ha tentato la pesca senza ottenere risultati.

Tuttavia quel Gesù che ha parlato lo ha impressionato per la sua exousía; è un uomo affidabile – pensa –, che merita obbedienza, dunque gli risponde: “Maestro, … sulla tua parola getterò le reti”. Eccolo dunque avanzare verso le acque profonde, verso l’abisso (eis tò báthos), senza timore, munito solo della fiducia nella parola di quel profeta.

Il risultato è immediato, sbalorditivo: “Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare”. Da dove viene questo successo, se per tutta la notte questi uomini hanno faticato invano? Dalla fede-fiducia nella parola di Gesù!

C’è qui una profezia per ogni “uscita”, per ogni missione della chiesa: deve essere sempre fatta su indicazione di Gesù, va eseguita con fede piena nelle sua parola, altrimenti risulterà sterile e inutile. Non era bastata la loro competenza di pescatori, non era risultata feconda la loro fatica, ma tutto muta se è Gesù a chiedere, a guidare, ad accompagnare la missione.

Questo segno stupisce Simone, che subito cade ai piedi di Gesù in atto di adorazione; nello stesso tempo, percependosi nella condizione di uomo peccatore, chiede a Gesù di stare lontano da lui. Accade cioè nel cuore di Pietro la rivelazione che in Gesù c’è la santità, che Gesù è il Kýrios, il Signore, mentre egli è solo un misero, un peccatore, indegno di tale relazione con Gesù.

È la stessa reazione di Isaia quando nel tempio “vede il Signore” (cf. Is 6,1) e si sente costretto a gridare: “Guai a me, uomo dalle labbra impure!” (Is 6,8; Is 6,1-2a.3-8 è la prima lettura di questa domenica); è la reazione di tanti profeti che hanno visto Dio entrare nelle loro vite, attraverso teofanie, manifestazioni grandiose di Dio stesso.

Qui c’è Gesù, un uomo, un profeta su una barca, eppure Pietro ha compreso la sua identità: Gesù è “il Santo di Dio” – come Pietro stesso confessa esplicitamente altrove (Gv 6,69) –, mentre egli è un peccatore e dovrà sentirsi tale per tutta la vita, in tante occasioni. E quando dimenticherà di essere peccatore, il canto del gallo glielo ricorderà: il gallo canterà tre volte, così come lui tre volte aveva gravemente peccato, dicendo di non avere mai conosciuto né avuto rapporti con l’uomo (cf. Lc 22,54-62) di cui qui riconosce la santità e che più tardi confesserà “Messia di Dio” (Lc 9,20).

Stupore e tremore per Pietro, dunque, ma anche per i suoi compagni, di cui ora Luca svela i nomi: Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo. Si intravede già quel gruppetto di tre che saranno i più vicini a Gesù: erano discepoli amati, non prediletti, non amati più degli altri, perché l’amore, quando è vivo ed è in azione, non è mai uguale nel manifestarsi.

Certo, amati da Gesù come gli altri, ma partecipi all’intimità della sua vita in modo diverso, poiché muniti di doni diversi rispetto agli altri: non a caso saranno scelti da Gesù quali testimoni della resurrezione della figlia di Giairo (cf. Lc 8,51-55), testimoni della gloriosa trasfigurazione dell’aspetto di Gesù sull’altro monte (cf. Lc 9,28-29), testimone della sua de-figurante passione nel giardino degli Ulivi (secondo Mc 14,33 e Mt 26,37).

Saranno coinvolti con Gesù nella sua gloria e nella sua miseria, dunque sempre in ansia, sempre chiamati alla vigilanza, di cui non sono capaci (cf. Lc 22,45-46 e par.), sempre chiamati a una fedeltà che però viene meno, a causa del rinnegamento (cf. Lc 22,54-62) o della fuga (cf. Mc 14,50; Mt 26,56).

Secondo Luca qui Gesù consegna a Pietro la vocazione: “Non temere, d’ora in poi tu prenderai, catturerai vivi degli uomini”. Ovvero, “d’ora in poi è tuo compito andare negli abissi, al largo, per salvare uomini preda del male, per salvarli da abissi infernali, da strade perdute. I pesci muoiono, gli uomini sono invece destinati alla vita eterna!”.

Non si pensi subito alla missione come a un causare la conversione, ma a un annuncio di salvezza, quello che Gesù aveva illustrato di sé nella sinagoga di Nazaret, leggendo un brano del profeta Isaia e dichiarando realizzata quella profezia: liberare i prigionieri, ridare la vista ai ciechi, redimere gli oppressi, annunciare ai poveri la buna notizia del Vangelo (cf. Lc 4,16-21; Is 61,1-2).

La chiesa, quando va in missione, non va innanzitutto per fare cristiani, per aumentare il numero dei suoi membri, per battezzare, ma in primis per un’azione di liberazione dei bisognosi. Se fa questo, annuncerà il Signore Gesù e, se Dio vorrà, ci saranno conversioni e partecipazione ecclesiale. Attenzione però a non capovolgere la realtà determinata dal Signore, cercando risultati, opere visibili delle nostre mani. Ecco allora avvenire il mutamento decisivo:

“Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono”.

Ormai non sono più addetti alla barca, alla pesca, al loro mestiere, ma tutte queste cose sono abbandonate per sempre sulla riva del lago. Ora è avvenuto il “sì”, l’“amen” al profeta Gesù, affidabile e dunque autorevole: vale la pena seguirlo e fondare la propria vita sulla sua parola. Luca ha utilizzato la metafora della pesca – come accade altre volte nei vangeli – per dirci una cosa semplice: quando Gesù chiama, trasforma quello che facciamo, e questa trasformazione richiede un abbandono di ciò che eravamo e una novità di vita, di forma di vita, nel futuro che si apre davanti a noi.

(Enzo Bianchi)

Sono pronta a partire

«Sono pronta a partire,

e il mio desiderio con vele spiegate aspetta il vento.

Solo un altro respiro respirerò in quest’aria calma,

solo un altro sguardo d’amore

volgerò all’indietro,

e poi sarò tra voi, un navigante tra naviganti.

E tu vasto mare, madre insonne,

unica pace e libertà per fiumi e rivi

solo un’altra svolta farà questa corrente,

solo un altro mormorio in questa radura,

e poi io verrò da te,

una goccia sconfinata in uno sconfinato oceano»

Tuffati profondo!

La perla di gran prezzo

giace nascosta giù nel profondo.

Come un pescatore di perle,

anima mia, tuffati,

tuffati profondo,

tuffati ancora più profondo e cerca!

Può darsi che non trovi nulla

la prima volta,

Come un pescatore di perle, anima mia,

senza stancarti, persisti e persisti ancora,

tuffati profondo, sempre più profondo,

e cerca!

Quelli che non conoscono il segreto

si prenderanno gioco di te

e tu ne sarai rattristata.

Ma non perderti di coraggio,

pescatore di perle, anima mia!

La perla di gran prezzo

è proprio nascosta là

nascosta proprio in fondo.

E’ la tua fede

che ti aiuterà a trovare il tesoro,

è essa che permetterà

che ciò che era nascosto

sia finalmente rivelato.

Tuffati profondo,

tuffati ancora più profondo,

come un pescatore di perle, anima mia,

e cerca, cerca senza stancarti.

(Swami Parmánanda).

«Amore»

Il Signore ha bisbigliato una parola all’orecchio di un fiore e questo si è aperto in tanti petali colorati.

Il Signore ha bisbigliato una parola ad una pietra, e questa ha assunto i colori iridescenti e le sfumature del diamante.

Il Signore ha bisbigliato una parola al ruscello, ed esso è sgorgato con la freschezza di una sorgente d’acqua viva e perenne.

Il Signore, alla fine, si è chinato all’orecchio dell’uomo e gli ha sussurrato dolcemente una sola parola: amore.

(Gilal Ed-Din Rumi, monaco sufita del XIII secolo).

Solo Gesù può liberarmi totalmente

Nel Nuovo Testamento

la presenza di Gesù

con le sue parole e i suoi gesti

diviene una fonte inesauribile

d’ispirazione per la preghiera:

è Gesù che mi si accosta e m’interpella.

Gesù è il Buon Pastore

alla ricerca della pecora smarrita,

e io lo seguo.

Gesù è la vigna;

Dio, il vignaiolo, mi monda dei rami malati

perché io possa dare buoni frutti.

Alla moltiplicazione dei pani,

è Gesù che m’invita

a offrirgli la mia povertà

– cinque pani e due pesci –

perché egli se ne serva

per compiere meraviglie.

Alla pesca miracolosa,

è Gesù che mi chiede

una fiducia assoluta nella sua parola

più che nei miei mezzi umani.

In occasione di numerose guarigioni,

Gesù mi rammenta                                             

che lui solo può liberarmi totalmente.

(Jean -Jacques Gareau).

Preghiera

Signore Gesù,                                           

Tu ci chiami a seguirTi,                                    

nel Tuo cammino di croce;                                      

Tu sconvolgi i nostri sogni                                           

e i nostri progetti:                                                   

eppure, Tu sei la nostra pace…                                       

Accettaci con le nostre paure

e le esitazioni del cuore;

accogli il nostro umile amore,

capace di darTi soltanto

il poco che siamo.

ConvertiTi a noi, Signore,

e noi ci convertiremo a Te,

lasciandoci condurre

dove forse non avremmo voluto,

ma dove Tu ci precedi

e ci attendi,

perforo delle povere storie

della nostra vita

e del nostro dolore

la Tua storia con noi.

Amen. Alleluia.

(Bruno Forte)

La Settimana con don Bosco

2. (Presentazione del Signore) La festa della Candelara “si celebra il due febbraio in onore della presentazione di Gesù Cristo al tempio; così detta dalle candele che in quel giorno si benedicono e si portano in processione” (OE24 396).

3. (S. Ansgario) (S. Biagio) “Pregate san Biagio che vi liberi da tutti i mali di gola materiali e spirituali” (MB8 32). 

4. “Recitiamo cinque Pater alle piaghe di Gesù Cristo, affine di ottenere che niuno di quelli che muoiono in questo giorno vada all’inferno” (OE3 467).

5. (S. Agata) Questa santa vergine “confessò con gran coraggio la fede di Gesù Cristo, e protestò di non conoscere nobiltà più gloriosa, né libertà più vera di quella di essere serva di Gesù Cristo” (OE12 25).

6. (S. Paolo Miki e comp.) “Sarà sempre caro alla memoria dei fedeli il giorno 8 giugno 1862, nel quale 26 eroi della fede, martirizzati nel Giappone, furono innalzati agli onori degli altari” (OE24 358).

7. (B. Pio IX) “Oh Pio IX! Sublime e cara figura di Pontefice! Chi è di noi che dopo essere stato rapito per lo spazio di quasi trentadue anni allo splendore di tue angeliche virtù, possa ora ripetere il venerato tuo nome senza sentirsi tutto commosso nel più profondo del cuore?” (OE30 434).

8. (S. Giuseppina Bakhita) (S. Girolamo Emiliani) “Chi fu che cominciasse a radunare fanciulli poveri ed abbandonati, a dar loro col pane del corpo il pane dell’intelligenza e dell’anima se non un prete cattolico, san Gerolamo Emiliani?” (OE15 450). 

 (Morand Wirth)

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

COMUNITÀ DI S. EGIDIO, La Parola e la storia,Milano, Vita e Pensiero, 2012.

COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

M. FERRARI, «Oggi di è adempiuta questa scrittura». Avvento, Tempo di Natale e Tempo ordinario (prima parte), Milano, Vita e Pensiero, 2012.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.

Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.

PER L’APPROFONDIMENTO

CHIESA, DOVE VAI?

Recensione a cura di don Cesare Bissoli


Greshake Gisbert, Chiesa dove vai? Guardare al futuro in prospettiva real-utopistica, Queriniana, Brescia 2023, pp. 301, euro 34.

CHIESA, DOVE VAI? È questo titolodi un recente libro del noto teologo tedesco cattolico, Gilbert Greshake che merita un breve approfondimento per capire l’originalità dell’opera. L’Autore ha costantemente mostrato nella sua visione e riflessione teologica una sensibilità pastorale squisita. Le sue opere, tradotte anche in italiano, hanno ricevuto unanime consenso. Tra le più note ricordiamo: il Dio unitrino (2000); La vita più forte della morte. La speranza cristiana (2009); Maria è la Chiesa (2020).

Nel presente volume Greshake riflette sulla Chiesa nell’ attuale situazione allarmante bene espressa dall’interrogativo del titolo Chiesa, dove vai? Badando al resto del titolo, è possibile cogliere anche il taglio originale della risposta espressa nel sottotitolo: Guardare al futuro in prospettiva real-utopistica.

Il volume ne tratta in quattro parti, ciascuna articolata in diversi punti.

Nell prima parte intitolata Prolegomeni, l’A. presenta la sua visuale globale sintetizzabile così: la Chiesa cattolica sta attraversando una fase di radicale indebolimento e di ricostruzione. Ai suoi vertici non sono pochi coloro che si propongono di “salvare il salvabile”: si aggrappano a quel che ancora regge, puntando gli occhi sul passato, con un misto di nostalgia e rassegnazione. Invece, è necessario chiedersi di ricominciare da capo, guidati da una “real-utopia” ecclesiale in cui la riforma sia orientata “non a preservare il passato tramandatoci, ma immaginare il futuro promesso”. In quest’ottica, l’A. sviluppa un’analisi non superficiale, ma approfondita e aperta alla speranza.

            La seconda parte espone I fattori determinanti l’odierna situazione della Chiesa. Sono proposte tre ragioni a loro volta bene articolate. La prima ragione viene espressa come La fine della cosiddetta “chiesa di popolo”, soffocata tra l’altro da una invadente “clericalizzazione”. Come si può notare, si segnala, come dato negativo, una concezione agli antipodi della “chiesa di popolo” di Papa Francesco. La seconda ragione deprimente è vista nelle Sfide della società secolare e post-secolare che spinge alla dittatura del relativismo circa la verità e i valori della vita. Dall’insieme scaturisce la terza pericolosa ragione affermata come Una concezione ristretta della fede, carente di fondazione biblica ed esposta a “processi di riduzione”. Un breve riepilogo esprime con chiarezza i motivi che fanno pensare al problematico e negativo futuro della Chiesa.

Nella terza parte sono proposte Le linee fondamentali di una forma di chiesa futura. Non sono poche né automaticamente realizzabili. Possiamo parlare di una visione di speranza motivata da una serie di riforme anche radicali (in prospettiva real-utopistica). È interessante conoscere i cinque punti della riforma che l’A. propone come i lineamenti-base della Chiesa del futuro. Eccoli in breve, secondo le parole dell’A.:

– “Essere sacramento” sarà il centro permanente della chiesa futura.

– La Chiesa del futuro sarà una piccola minoranza in rappresentanza di tutte le altre.

– La Chiesa del futuro assumerà un aspetto più “spirituale”, non come “gruppo industriale”, connotando così meglio il futuro della vita consacrata.

– La Chiesa del futuro sarà una chiesa dei laici, riconoscendo il sacerdozio comune di tutti i battezzati e la specificità del ministero sacerdotale.

– La Chiesa del futuro assumerà un’altra forma sociale, con nuove forme comunitarie e parrocchiali e con una diversa incidenza nelle nomine vescovili.

Fa da conclusione una citazione biblica presa dall’ avvenimento dell’esodo: Levate l’accampamento e dirigetevi (Dt 1,19s.). Si vuole così esprimere il “futuro della Chiesa” in una visuale per nulla facile, automatica, ma certamente positiva. Merita, infatti, notare che la parte dedicata alla Chiesa del futuro è due volte tanto la parte precedente dedicata all’odierna situazione della chiesa. Non è un caso che l’A. non usi mai la parola “crisi”, semmai fa risuonare la parola “speranza”. Appare così adombrata la figura del cammino sinodale oggi proposto, che esprime bene il desiderio non tanto nascosto dell’Autore.


Collana: Giornale di teologia 456
ISBN: 978-88-399-3456-7 
Formato: 12,3 x 19,3 cm
Pagine: 312
Titolo originale: Kirche wohin? Ein real-utopischer Blick in die Zukunft
© 2023

In breve

«Qui non mi occupo di “leggere il futuro nei fondi di caffè”, di indovinare le condizioni e prevedere la forma ventura della chiesa, di fanstasticare su come essa dovrebbe apparire. L’oggetto a cui mirano le mie riflessioni è, in fondo, il presente della chiesa».

Descrizione

La Chiesa cattolica sta attraversando una fase di radicale indebolimento e di ricostruzione. Ai suoi vertici non sono pochi coloro che si propongono di “salvare il salvabile”: si aggrappano a quel che ancora regge, puntando gli occhi sul passato, con un misto di nostalgia e rassegnazione.
Greshake chiede, invece, di ricominciare da capo, attuando un rinnovamento assolutamente più profondo, radicale, sostanziale. Il teologo tedesco rivendica con fermezza una «real-utopia» ecclesiale, in cui l’agire sia orientato non a preservare il passato tramandatoci, ma a immaginare il futuro promessoci. Egli scopre e fa emergere quelle tendenze che già oggi sono proiettate sul domani, prefigurandolo, ed elabora alcune linee guida di una Chiesa a venire che sia capace di reinventarsi. È la visione di una Chiesa che, in quanto minoranza, prende di nuovo coscienza del suo mandato e della sua forma vitale, una Chiesa dei laici, una Chiesa spirituale con una mutata forma sociale.
Proposte pertinenti, coraggiose, efficaci per affrontare la crisi odierna, senza cedere al pessimismo, ma adottando sempre uno sguardo positivo.

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

Lectio – Anno A

Prima lettura: Malachia 3,1-4

          Così dice il Signore Dio: «Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore degli eserciti. Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare l’argento; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia. Allora l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani».         
  • Malachia, che in ebraico significa «messaggero del Signore», è il profeta che annuncia «il giorno del Signore» (cioè della sua venuta e del suo giudizio di salvezza o di condanna) e che ravviva la speranza messia­nica. Il Messia va atteso con le migliori disposizioni. Il suo avvento e l’incontro con lui vanno preparati. Malachia esprime tutto ciò attraverso le immagini del «preparare la via», del «fuoco» che purifica e «dell’oro e dell’argento affinati».

«Preparare la via» è un tema caro ai profeti. Il secondo Isaia (cc. 40-55) esorta il popolo biblico ad avere fiducia in JHWH, perché egli aprirà a Israele una strada nel deserto per facilitarne il ritorno nella terra promessa dopo l’esilio babilonese. E anche un tema caro ai Vangeli sinottici, che vedono nel Battista colui che «prepara» (con la sua predi­cazione e il suo severo stile di vita) la strada al Messia che viene. Il messaggio di questa immagine è chiaro: per incontrare il Messia occorre convertirsi, cambiare stile di vita, assumere comportamenti e atteggia­menti ispirati alla Parola del Signore, che orienta tutta la vita del cre­dente.

L’immagine del «fuoco» esprime un duplice significato: da una parte esso è il simbolo della presenza di Dio, che illumina e riscalda l’uomo e il suo mondo; dall’altra esprime, con la forza intensa del suo calore, l’incapacità dell’uomo di stare davanti a Dio, quasi venisse respinto dal suo fulgore a motivo della propria indegnità («Chi resisterà al suo ap­parire?»).

L’affinamento dell’oro e dell’argento indica, nel suo simbolismo, il processo di purificazione e di conversione che la Parola di Dio sa operare nel cuore dell’uomo. I peccati, i vizi, le incorrispondenze, le chiusure dell’uomo sono tanti, ma la Parola di Dio come ha la forza di denunciarli, così sa anche eliminarli e annientare come scorie, per far apparire la luminosità dell’uomo che sa vivere secondo Dio.

Il brano si conclude con il richiamo all’«oblazione secondo giusti­zia». Questo è un richiamo frequente nei Profeti. L’uomo che si converte, che prepara la via al Signore, che accoglie il programma di vita a lui offerto dalla Parola di Dio, che agisce per amore e respinge ogni egoismo è veramente in grado di offrire un culto e una preghiera graditi a Dio.

Seconda lettura: Ebrei 2,14-18

      Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova.      
  • La lettera agli Ebrei è una intensa omelia che intende rafforzare nei credenti la fiducia verso il Signore Gesù che, nella sua umanità, è stato in tutto solidale con noi, e, nella sua divinità, ha il potere di vincere tutto il male e tutte le angosce del credente. Secondo l’autore di questo scritto il culmine della solidarietà con la condizione dell’uomo si ha nell’accet­tazione, da parte di Gesù, della morte stessa. Ciò lo ha reso «in tutto simile ai fratelli». È con la sua morte, infatti, che Gesù libera anche noi dalla paura della morte, dalla schiavitù di dover morire, perché con la Pasqua essa non è più un non senso o un qualcosa di fatale e ineludibile, ma è superata e trasformata dalla risurrezione.

Secondo l’autore, inoltre, Gesù incarna l’ideale del «sommo sacer­dote». Questa figura, centrale in Israele, trova la sua pienezza in Gesù, perché la sua morte ha espiato il peccato del mondo definitivamente (mentre in Israele l’espiazione con il sangue degli animali e con i loro sacrifici non era in grado di espiare definitivamente) e perché nella sua sola persona di Sacerdote-Crocifisso-Risorto avviene il vero culto gradito a Dio.

I credenti, perciò, devono dare piena fiducia a Cristo Gesù: egli è in tutto solidale con loro e, solamente sapendosi inserire nella sua persona glorificata, è possibile rendere a Dio il culto più gradito e perfetto.

Vangelo: Luca 2,22-40    

         Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.
 

Esegesi

Nel suo contesto storico il brano evangelico è da collocare nella tradizione religiosa della famiglia ebraica. Come tutte le madri, anche Maria obbedisce alla prescrizione biblica che imponeva un rito di puri­ficazione, dopo 40 giorni dal parto. Infatti si legge in Lv 12,2-5: «Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà im­monda per sette giorni. L’ottavo giorno si circonciderà il bambino. Poi essa resterà ancora trentatrè giorni a purificarsi del suo sangue; non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario, finché non siano compiuti i giorni della sua purificazione. Ma se partorisce una femmina sarà immonda due settimane… resterà sessantasei giorni a purificarsi del suo sangue».

Questo rito è da collegare alla mentalità degli antichi, i quali vede­vano nel parto qualcosa che produceva un impedimento (non morale, ma rituale) al culto.

Al rito della purificazione seguiva il riscatto del primogenito. Se­condo la fede biblica il figlio primogenito era ritenuto proprietà di Dio; i genitori lo «riscattavano» con un sacrificio di un agnello o con l’offerta di una coppia di tortore o giovani colombi, se poveri (Lv 12,6.8: «Quando i giorni della sua purificazione per un figlio o una figlia saranno compiuti, porterà al sacerdote, all’ingresso della tenda del convegno un agnello di un anno come olocausto e un colombo o una tortora in sacri­ficio di espiazione. Se non ha mezzi da offrire un agnello, prenderà due tortore o due colombi: uno per l’olocausto e l’altro per il sacrificio espia­torio»). Così potevano considerare il figlio come loro proprietà (Es 13,12- 13: «Tu riserverai per il Signore ogni primogenito del seno materno; ogni primo parto del bestiame, se di sesso maschile, appartiene al Signore… Riscatterai ogni primogenito dell’uomo tra i suoi figli»).

Applicato a Gesù il termine «primogenito» (protòtokos in greco; mentre Giovanni usa l’inequivocabile monoghenés, «unigenito») non deve far pensare che Maria abbia avuto altri figli, ma rimanda alla grande considerazione che la tradizione ebraica ha per il figlio che avrebbe continuato il nome dei genitori e garantito l’inserimento della famiglia nella linea delle promesse e delle benedizioni messianiche.

Nel contesto del Vangelo di Luca, questo brano è da leggere alla luce di alcuni temi che caratterizzano il terzo evangelista.

Innanzitutto il tempio. Gesù viene offerto da piccolo nel tempio, anticipando così la sua continua offerta al Padre, compiendone sempre la volontà. Poi Gerusalemme, intesa non tanto come luogo geografico, ma come «luogo» della salvezza definitiva, punto di arrivo del nuovo esodo compiuto da Gesù. Vi è inoltre il tema dello Spirito Santo che, nel Vangelo di Luca e negli Atti, è la guida della storia della salvezza e il vero protagonista dei momenti che più la caratterizzano (come i gesti e le parole di Simeone e Anna). E infine il tema della croce. Il Bambino che entra nel tempio è già il Crocifisso e il Risorto, che addita ai discepoli e a Maria per prima la via della croce, del sacrificio e della rinuncia, per entrare nella vita che nasce dalla Pasqua.

Meditazione

La prima lettura dà uno spunto molto importante per leggere in profondità il mistero della Presentazione al tempio di Gerusalemme del Bambino Gesù, da parte di Maria e Giuseppe, in ossequio ai canoni della Legge di Mosè. Il testo, preso dal libro di Malachia, dice: «Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate». Dall’insieme dei Vangeli, noi sappiamo bene chi è il Precursore che Dio ha inviato davanti a Sé per preparare la via: è san Giovanni Battista, del quale sappiamo anche che nacque sei mesi prima di Gesù. Mettendo insieme questi dati evangelici, noi comprendiamo le parole di Malachia in questo modo: il Signore Dio preannuncia che verrà tra noi e che, prima di ciò, manderà un Precursore che gli prepari la via. Siccome tra la nascita di Giovanni e di Gesù trascorrono solo sei mesi, è chiaro che nell’oracolo profetico si dica che subito dopo il Precursore, verrà il Signore stesso. Così, subito dopo la venuta del Battista, Dio è entrato nel suo tempio. Ecco quanto è avvenuto nel giorno della Presentazione al tempio di Gesù. Il Dio fatto uomo entra nel tempio, si rende disponibile a coloro che proprio in quel tempio lo cercavano.

Il Vangelo del giorno ci mette davanti diversi personaggi ed avvenimenti e, con ciò stesso, fornisce numerosi insegnamenti e propone temi per l’ulteriore riflessione. Innanzitutto appaiono Maria e Giuseppe, che rispettano i doveri legali prescritti da Mosè. Il loro sacrificio è quello previsto per i poveri: due tortore o due colombi.

Appaiono anche Simeone ed Anna, due venerandi anziani, dediti alla preghiera ed al digiuno, i quali proprio per questo loro spirito fortemente religioso sono capaci di riconoscere il Messia. In questo senso, possiamo vedere nella Presentazione di Gesù al tempio quasi un prolungamento della Giornata pro orantibus, che si celebra nel giorno della Presentazione di Maria (21 novembre), Giornata in cui la Chiesa manifesta la propria gratitudine a tutti coloro che nella Comunità si dedicano in maniera privilegiata al ministero della preghiera, con particolare distinzione per le vocazioni religiose e di vita contemplativa. Anche la Presentazione di Gesù al tempio ci ricorda, nelle figure dei due pii vegliardi, che la preghiera e la contemplazione non sono affatto una perdita di tempo, un ostacolo alla carità. Al contrario, non c’è tempo speso meglio di quello trascorso in preghiera, come non c’è una vera carità cristiana che non sia conseguenza di una solida vita interiore. Solo chi prega e fa penitenza, come Simeone ed Anna, è aperto al soffio dello Spirito: sa riconoscere perciò il Signore in qualunque circostanza Egli si manifesti, perché possiede un più ampio sguardo interiore e impara ad amare con il cuore di Colui il cui nome è Carità!

Infine, il Vangelo valorizza la profezia di Simeone sulla sofferenza di Maria. San Giovanni Paolo II insegna a questo proposito che «quello di Simeone appare come un secondo annuncio a Maria, poiché le indica la concreta dimensione storica nella quale il Figlio compirà la sua missione, cioè nell’incomprensione e nel dolore» (Redemptoris Mater, n. 16). L’annuncio dell’arcangelo era stato fonte di indicibile gioia, perché riguardava la regalità messianica di Gesù e il carattere sovrannaturale del suo concepimento verginale. L’annuncio dell’anziano nel tempio, invece, parla dell’opera della redenzione, che il Signore compirà associando a Sé, nel suo dolore come già nella sua nascita umana, la Madre sua. La dimensione mariana di questa festa è dunque molto forte, motivo per cui nel calendario liturgico della «forma straordinaria» del Rito Romano essa viene indicata come Purificazione della Beata Vergine Maria, dicitura che mette in evidenza l’altro aspetto della Presentazione, consistente nella purificazione rituale delle donne ebree dopo il parto. Nel caso di Maria, tale purificazione, per Lei non necessaria, indica il rinnovamento della sua offerta totale al piano di Dio.

Simeone, nel suo oracolo profetico, annuncia anche che Cristo sarà segno di contraddizione. In una sua omelia (cf. PG 77, 1044-1049), san Cirillo di Alessandria interpreta le parole del santo anziano in questo modo: «Per “segno di contraddizione” intende la nobile croce, come scrive il sapientissimo Paolo: “Scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani” (1Cor 1,23) […] Ed è segno di contraddizione nel senso che in quelli che si perdono appare come follia, mentre in quelli che riconoscono la sua potenza si rivela salvezza e vita».

La festa della Presentazione nella liturgia attuale

Secondo le indicazioni del Vangelo, allo scadere del quarantesimo giorno dopo Natale, la Chiesa celebra oggi la Festa della Presentazione di Gesù al Tempio. Per molti secoli essa era dedicata alla Purificazione di Maria. Ma la riforma liturgica l’ha ricondotta al suo significato origina­rio, sottolineando l’aspetto cristologico.

Luca racconta: «Quando furono compiuti i giorni della loro purifica­zione, portarono il Bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore» (Lc 2,22). La legge prescriveva, insieme, la purificazione della donna, che aveva dato alla luce un bambino, e l’offerta del bambino, introducendolo nel Tempio del Signore. Quando si trattava del primogenito, era pre­scritto anche un riscatto, con il versamento di cinque sicli d’argento. In tale circostanza era d’obbligo anche un sacrificio a Dio con l’offerta di un agnello di un anno e di una colomba o una tortora, ovvero, per i più poveri, di due colombe, come fece Maria.

La legge non prescriveva la presenza del Bambino. Nel racconto di Luca, invece, Gesù e sua Madre appaiono strettamente congiunti. Egli unisce ambedue nel rito. Tuttavia, invece di descrivere il rito della puri­ficazione, Luca parla della Presentazione del Bambino Gesù e del gesto compiuto per il suo riscatto.

Questa Presentazione ha un significato liturgico e comporta una offerta sacrificale, che aveva il significato di una consacrazione attraverso uno spogliamento. Dunque con il rito del riscatto e dell’offerta per il sacrificio, Maria presenta Gesù al Tempio in quanto lo offre e lo consacra a Dio, spogliandosi dei suoi diritti di proprietà materna sul Figlio (Thu­rian).

Perciò la purificazione, di cui parla Luca e che interessava non solo Maria, ma anche il Figlio, voleva esprimere non tanto la purificazione da una impurità — di cui Maria non aveva bisogno — ma la donazione a Dio, che assumeva l’aspetto di una offerta sacrificale di Gesù tramite la Madre, e coinvolgeva anche Lei.

Il significato profetico svelato nell’incontro con Simeone

Gli incontri, che Luca descrive in questa circostanza all’interno del Tempio, vogliono proiettare una luce su tutto l’evento. I personaggi intro­dotti nella scena sono Simeone, giusto e timorato ad Dio, a Anna fedele nella sua lunga vedovanza alla memoria del marito e dedita alla pre­ghiera e al digiuno.

Questi due spiriti eletti sono in attesa della «consolazione di Israele e della «redenzione di Gerusalemme», cioè del Messia Salvatore. L’attesa o appuntamento era nel Tempio del Signore. Di lui, infatti, Malachia aveva presagito l’ingresso nel Tempio per purificare i sacrifici dei sacer­doti e rendere gradite le loro offerte «secondo giustizia» (cf. Mal 3,1-4; I Lett.). Simeone ed Anna, benché carichi d’anni, sono anime intatte nella fede e colme di speranza.

Simeone aveva avuto assicurazione «che non avrebbe varcato la morte senza prima avere visto li Messia del Signore». Essi erano dotati del carisma profetico, cioè possedevano lo Spirito in sovrabbondanza, quasi a coronamento di una esistenza intensa e sovrabbondante di pietà.

Proprio nel momento in cui Maria e Giuseppe presentano il Bam­bino Gesù nel Tempio, lo Spirito Santo muoveva loro incontro nella persona del santo Simeone. Egli prende in braccio il Bambino e, grato al Signore, esprime i suoi sentimenti in un breve Cantico per dare un sereno addio alla vita, nella esultanza della meta raggiunta.

Saluta il Sole che sorge all’orizzonte del mondo, pago di vederlo spuntare. Questo Sole era Gesù. Il Bambino, che stringe tra le braccia, è la luce di tutti i popoli e la gloria di Israele che gli ha dato i natali. Egli delinea l’identità di quel Bambino e fa intravvedere la sua missione. Le sue parole sono rivelative di un mistero nascosto. Perciò Maria e Giu­seppe restano impressionati e stupiti.

La meraviglia cresce quando Simeone si rivolge in particolare alla Madre per predirgli la sorte del Figlio. Dice: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2,34-35).

Gesù è pietra di contraddizione, al cui urto «i pensieri di molti cuori saranno rivelati». Dinanzi a Cristo, cioè, gli uomini dovranno prendere posizione, con Lui o contro di Lui: per chi lo respinge, diventa pietra di inciampo e di rovinosa caduta; per chi lo accoglie, diventa sostegno e principio di salvezza e di vita.

Le parole del profeta, a questo punto, diventano significative e am­monitrici anche per noi. La presenza di Cristo impegna l’uomo in ma­niera decisiva. Non si può rimanere indifferenti o neutrali. Il dono viene offerto, ma non imposto. Ognuno deve decidersi, andando incontro alle inevitabili conseguenze di tale accoglienza o rifiuto. Gesù è segno di contraddizione in quanto oggetto di contraddizione, cioè infinitamente amato, ovvero infinitamente odiato. Simeone annuncia profeticamente un futuro di opposizione e quindi di sofferenza e di morte. In ciò è coinvolta anche la Madre «Anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,35).

Così, fin dagli inizi della sua esistenza, è delineato il dramma salvi­fico del futuro doloroso e glorioso di Cristo. Maria è presente e ne partecipa.

Il nostro coinvolgimento al dramma salvifico di Cristo

La festa odierna si pone tra il Natale e la Pasqua, e vuole farci comprendere il senso della sua venuta tra noi. Egli viene ed è ricono­sciuto e accolto. A riconoscerlo sono Simeone e Anna, e i loro cuori esultano di gioia. In questi due personaggi ci siamo tutti noi e la gioia di tutta la Chiesa. Ma l’incontro con Cristo non è ancora definitivo. La vita del cristiano è un itinerario salvifico in cui si operano continuamente altri incontri. Essi avvengono nella nostra storia e vicenda umana, nella quale la presenza del peccato non è mai completamente superata. Perciò la venuta del Signore fa esplodere le contraddizioni della nostra esistenza cristiana.

Il Signore è luce e rivela in profondità le nostre situazioni, facendo emergere le nostre concessioni al male e svelando i nostri continui com­promessi e ambiguità. Perciò le contraddizioni si nascondono nella nostra vita e noi rimaniamo delusi e spesso irritati. Le cose non vanno come noi ci attendiamo e gli uomini ci deludono. Siamo, quindi, portati a formu­lare giudizi di condanna contro la vita; diciamo che essa non è giusta e ci rammarichiamo di tutto. Questo giudizio coinvolge Dio, la religione, la fede, Cristo. Vi proiettiamo le contraddizioni e le incoerenze nella vita cristiana di cui facciamo esperienza.

Difronte alla confusione, alle difficoltà e alle ambiguità del nostro esistere, si svelano allora i nostri segreti pensieri. In effetti, se noi ci lasciassimo portare da Cristo, la fede rimarrebbe una forza che ci con­sentirebbe di accettare e di sperare oltre le nostre vedute umane. Ci accorgeremmo, allora, che il torto risiede in noi; e questo perché siamo miopi, interessati, egoisti … Ci manca lo Spirito del Signore e la decisione necessaria per dire un sì totale a Cristo e consegnarci a Lui nell’atteggia­mento di fiducia incondizionata che salva e rinnova.

La giornata delle anime consacrate

La festa della Presentazione è la giornata delle anime consacrate, cioè di coloro che hanno avuta una vocazione particolare nella sequela del Signore. Affascinate dalla sua luce, sono andate incontro a Lui tenendo in mano la fiaccola vibrante della fede, e hanno varcato la soglia del Tempio, accompagnando Gesù a distanza ravvicinata per vivere identifi­cati a Lui, in un totale e irrevocabile consacrazione. Esse si sono impe­gnate, in maniera originale, a donarsi al suo amore e all’amore dei fra­telli.

Don Bosco commenta il Vangelo

Presentazione di Gesù al tempio

Don Bosco raccomanda di offrire i figli a Dio

Nel quarto mistero gaudioso del rosario, insegna il Giovane provveduto, “si contempla come la Vergine Santa presentò Cristo Nostro Signore nel tempio nelle braccia del vecchio Simeone” (OE2 289). Con più dettagli e spiegazioni l’evento della Presentazione viene narrato nella Vita di S. Giuseppe:

Avvicinavasi il quarantesimo giorno dalla nascita del Santo Bambino. La legge di Mosè prescriveva che ogni primogenito venisse portato al tempio per essere offerto a Dio e quindi consacrato, e per essere purificata la madre. Giuseppe in compagnia di Gesù e di Maria moveva verso Gerusalemme per compiere la prescritta cerimonia. Offrì due tortorelle in sacrificio e pagò cinque sicli d’argento (OE17 324s).

Accettando di consegnare il Bambino nelle braccia di Simeone, Maria manifesta la sua intenzione di offrirlo a Colui a cui il Bambino appartiene. È quella l’interpretazione che don Bosco suggerisce quando scrive nella Storia ecclesiastica: “Toccando Gesù i quaranta giorni, fu da Maria presentato nel tempio fra le braccia del vecchio Simeone” (OE1 181). Simeone lo accolse e benedisse Dio.

Nella Storia sacra, don Bosco mette in evidenza l’immensa gioia di Simeone nel ricevere Gesù tra le braccia: “Come lo ebbe tra le braccia provò tale piena di gioia che esclamò: Ora lascia, o Signore, che il tuo servo se ne muora in pace, poiché i miei occhi hanno veduto il Salvatore da te inviato” (OE3 161).

Giuseppe e Maria sono un modello per i genitori che vogliono offrire i loro figli a Dio. Nel Cattolico provveduto troviamo questa “preghiera di un padre e di una madre pei loro figlioli”:

Io vi ringrazio, Dio mio, di avermi concesso dei figliuoli, affinché siano l’appoggio e la consolazione della mia vecchiaia. Santificate, o Signore, l’amore che loro io porto, concedendomi la grazia di non amarli che in Voi e per Voi, cioè unicamente in riguardo all’eterna loro salute.

Io ve li presento adunque e ve li offro come la santa Vergine già offrì nel tempio il suo amatissimo Figlio Gesù, sottomettendosi interamente alla vostra volontà adorabile a riguardo di lui.

Come lei sottometto io pure il cuor mio a tutti gli ordini della divina Provvidenza sopra di loro, pregandovi di benedirli, di versare sopra del loro capo ogni più squisito favore.

Disponeteli, o Signore, secondo lo stato, a cui nella vostra sapienza e misericordia infinita li avete destinati per la loro salute. Voi siete il loro primo principio, voi l’ultimo loro fine; ordinate di loro come vi piace.

Io mi sottopongo ad ogni sacrificio, a qualsiasi pena, purché si procacci il loro bene. Io non vi domando per essi grandi beni di fortuna; solamente se osassi chiedervi qualche cosa per loro vita temporale, vi domanderei ad esempio di Salomone una modesta facoltà, che li preservasse dai pericoli della ricchezza, e da quelli della miseria.

Quello poi che per essi specialmente vi chiedo, o Dio mio, è il vostro regno, la vostra giustizia.

Conservate la loro anima in tutta la bellezza di cui l’avete adorna nel santo battesimo; vegliate sopra di essi a fine di preservarli dai pericoli, ai quali viene esposta la loro innocenza; proteggeteli contro i funesti esempi e massime del mondo; conservateli sempre nella vostra grazia, nella vostra amicizia.

Non permettete, o mio Signore, che le mie azioni smentiscano questa mia preghiera (OE19 623s).

Anche Margherita, la madre di Giovanni Bosco, ha compiuto un gesto simile. Prima della sua partenza per il seminario fece al figlio un “memorando discorso” nel quale disse al figlio: “Quando sei venuto al mondo ti ho consacrato alla Beata Vergine” (MO 103).

Dopo aver raccontato il sogno che aveva avuto verso le nove anni, Margherita sembrava aver già intuito il futuro del figlio che aveva consacrato alla nascita. Infatti, mentre gli altri membri della famiglia davano la loro interpretazione, ella disse quasi con tono profetico: “Chi sa che non abbi a diventar prete” (MO 63). Per don Bosco, essere sacerdote voleva dire essere al servizio di Dio e della Chiesa, nuovo tempio di Dio.

(Morand Wirth)

Tra parentesi il lettore troverà i riferimenti principali dei testi citati nelle opere di o su don Bosco: – nei 38 volumi delle Opere edite di G. Bosco (OE1-38, a cura del Centro Studi Don Bosco dell’Università Pontificia Salesiana); – nei 19 volumi delle Memorie biografiche di don G. Bosco (MB1-19, a cura di G.B. Lemoyne, A. Amadei e E. Ceria); – nelle sue Memorie dell’Oratorio (MO, a cura di A. Giraudo); – nei 10 volumi del suo Epistolario (E1-10, a cura di F. Motto). La seconda cifra indica la pagina del volume.

Immagine della domenica

COLONNATO DI SAN PIETRO (ROMA)    –    2020   

«Dobbiamo stare disinteressatamente tra gli uomini,

per poter accendere per essi una luce.

Dobbiamo diventare ancora molto più silenziosi

in mezzo al frastuono generale, per poter scoprire

coloro che sono disposti ad ascoltare».

(J. Wanke, Communio un Missio, 23)


Casella di testo: Malachia 3,1-4
Ebrei 2,14-18
Luca 2,22-40   

Nel Vangelo l’evangelista Luca descrive un duplice atteggiamento: atteggiamento di movimento e atteggiamento di stupore.
Il primo atteggiamento è il movimento. Maria e Giuseppe si incamminano verso Gerusalemme; da parte sua, Simeone, mosso dallo Spirito, si reca al tempio, mentre Anna serve Dio giorno e notte senza sosta. In questo modo i quattro protagonisti del brano evangelico ci mostrano che la vita cristiana richiede dinamismo e richiede disponibilità a camminare, lasciandosi guidare dallo Spirito Santo. L’immobilismo non si addice alla testimonianza cristiana e alla missione della Chiesa. Il mondo ha bisogno di cristiani che si lasciano smuovere, che non si stancano di camminare per le strade della vita, per recare a tutti la consolante parola di Gesù. 

Il secondo atteggiamento con cui San Luca presenta i quattro personaggi del racconto è lo stupore. Maria e Giuseppe «si stupivano delle cose che si dicevano di lui [di Gesù]» (v. 33). Lo stupore è una reazione esplicita anche del vecchio Simeone, che nel Bambino Gesù vede con i suoi occhi la salvezza operata da Dio in favore del suo popolo: quella salvezza che lui aspettava da anni. E la stessa cosa vale per Anna, che «si mise anche lei a lodare Dio» (v. 38) e ad andare ad indicare alla gente Gesù. Questa è una santa chiacchierona, chiacchierava bene, chiacchierava di cose buone, non cose brutte. Diceva, annunciava: una santa che andava da una all’altra donna facendo loro vedere Gesù. Queste figure di credenti sono avvolte dallo stupore, perché si sono lasciate catturare e coinvolgere dagli avvenimenti che accadevano sotto i loro occhi. La capacità di stupirsi delle cose che ci circondano favorisce l’esperienza religiosa e rende fecondo l’incontro con il Signore. Al contrario, l’incapacità di stupirci rende indifferenti e allarga le distanze tra il cammino di fede e la vita di ogni giorno. Fratelli e sorelle, in movimento sempre e lasciandoci aperti allo stupore!
(Papa Francesco)

Preghiere e racconti

La Presentazione del Signore e la Giornata mondiale della vita consacrata

Teniamo davanti agli occhi della mente l’icona della Madre Maria che cammina col Bambino Gesù in braccio. Lo introduce nel tempio, lo introduce nel popolo, lo porta ad incontrare il suo popolo. Le braccia della Madre sono come la “scala” sulla quale il Figlio di Dio scende verso di noi, la scala dell’accondiscendenza di Dio. Lo abbiamo ascoltato nella prima Lettura, dalla Lettera agli Ebrei: Cristo si è reso «in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede» (2,17). E’ la duplice via di Gesù: Egli è sceso, si è fatto come noi, per ascendere al Padre insieme con noi, facendoci come Lui.

Possiamo contemplare nel cuore questo movimento immaginando la scena evangelica di Maria che entra nel tempio con il Bambino in braccio. La Madonna cammina, ma è il Figlio che cammina prima di Lei. Lei lo porta, ma è Lui che porta Lei in questo cammino di Dio che viene a noi affinché noi possiamo andare a Lui.

Gesù ha fatto la nostra stessa strada per indicare a noi il cammino nuovo, cioè la “via nuova e vivente” (cfr Eb 10,20) che è Lui stesso. E per noi, consacrati, questa è l’unica strada che, in concreto e senza alternative, dobbiamo percorrere con gioia e perseveranza.

Il Vangelo insiste ben cinque volte sull’obbedienza di Maria e Giuseppe alla “Legge del Signore” (cfr Lc 2,22. 23. 24. 27. 39). Gesù non è venuto a fare la sua volontà, ma la volontà del Padre; e questo – ha detto – era il suo “cibo” (cfr Gv 4, 34). Così chi segue Gesù si mette nella via dell’obbedienza, imitando l’“accondiscendenza” del Signore; abbassandosi e facendo propria la volontà del Padre, anche fino all’annientamento e all’umiliazione di sé stesso (cfr Fil 2,7-8). Per un religioso, progredire significa abbassarsi nel servizio, cioè fare lo stesso cammino di Gesù, che «non ritenne un privilegio l’essere come Dio» (Fil 2,6). Abbassarsi facendosi servo per servire.

E questa via prende la forma della regola, improntata al carisma del fondatore, senza dimenticare che la regola insostituibile, per tutti, è sempre il Vangelo. Lo Spirito Santo, poi, nella sua creatività infinita, lo traduce anche nelle diverse regole di vita consacrata che nascono tutte dalla sequela Christi, e cioè da questo cammino di abbassarsi servendo.

Attraverso questa “legge” i consacrati possono raggiungere la sapienza, che non è un’attitudine astratta ma è opera e dono dello Spirito Santo. E segno evidente di tale sapienza è la gioia. Sì, la letizia evangelica del religioso è conseguenza del cammino di abbassamento con Gesù… E, quando siamo tristi, ci farà bene domandarci: “Come stiamo vivendo questa dimensione kenotica?”.

Nel racconto della Presentazione di Gesù al Tempio la sapienza è rappresentata dai due anziani, Simeone e Anna: persone docili allo Spirito Santo (lo si nomina 3 volte), guidati da Lui, animati da Lui. Il Signore ha dato loro la sapienza attraverso un lungo cammino nella via dell’obbedienza alla sua legge. Obbedienza che, da una parte, umilia e annienta, però, dall’altra accende e custodisce la speranza, facendoli creativi, perché erano pieni di Spirito Santo. Essi celebrano anche una sorta di liturgia attorno al Bambino che entra nel Tempio: Simeone loda il Signore e Anna “predica” la salvezza (cfr Lc 2,28-32.38).

Come nel caso di Maria, anche l’anziano Simeone prende il bambino tra le sue braccia, ma, in realtà, è il bambino che lo afferra e lo conduce. La liturgia dei primi Vespri della Festa odierna lo esprime in modo chiaro e bello: «senex puerum portabat, puer autem senem regebat». Tanto Maria, giovane madre, quanto Simeone, anziano “nonno”, portano il bambino in braccio, ma è il bambino stesso che li conduce entrambi.

È curioso notare che in questa vicenda i creativi non sono i giovani, ma gli anziani. I giovani, come Maria e Giuseppe, seguono la legge del Signore sulla via dell’obbedienza; gli anziani, come Simeone e Anna, vedono nel bambino il compimento della Legge e delle promesse di Dio. E sono capaci di fare festa: sono creativi nella gioia, nella saggezza. Tuttavia, il Signore trasforma l’obbedienza in sapienza, con l’azione del suo Santo Spirito.

A volte Dio può elargire il dono della sapienza anche a un giovane inesperto, basta che sia disponibile a percorrere la via dell’obbedienza e della docilità allo Spirito. Questa obbedienza e questa docilità non sono un fatto teorico, ma sottostanno alla logica dell’incarnazione del Verbo: docilità e obbedienza a un fondatore, docilità e obbedienza a una regola concreta, docilità e obbedienza a un superiore, docilità e obbedienza alla Chiesa. Si tratta di docilità e obbedienza concrete.

Attraverso il cammino perseverante nell’obbedienza, matura la sapienza personale e comunitaria, e così diventa possibile anche rapportare le regole ai tempi: il vero “aggiornamento”, infatti, è opera della sapienza, forgiata nella docilità e obbedienza. Il rinvigorimento e il rinnovamento della vita consacrata avvengono attraverso un amore grande alla regola, e anche attraverso la capacità di contemplare e ascoltare gli anziani della Congregazione. Così il “deposito”, il carisma di ogni famiglia religiosa viene custodito insieme dall’obbedienza e dalla saggezza.

E, attraverso questo cammino, siamo preservati dal vivere la nostra consacrazione in maniera light, in maniera disincarnata, come fosse una gnosi, che ridurrebbe la vita religiosa ad una “caricatura”, una caricatura nella quale si attua una sequela senza rinuncia, una preghiera senza incontro, una vita fraterna senza comunione, un’obbedienza senza fiducia e una carità senza trascendenza.

Anche noi, oggi, come Maria e come Simeone, vogliamo prendere in braccio Gesù perché Egli incontri il suo popolo, e certamente lo otterremo soltanto se ci lasciamo afferrare dal mistero di Cristo. Guidiamo il popolo a Gesù lasciandoci a nostra volta guidare da Lui. Questo è ciò che dobbiamo essere: guide guidate.

Il Signore, per intercessione di Maria nostra Madre, di San Giuseppe e dei Santi Simeone e Anna, ci conceda quanto gli abbiamo domandato nell’Orazione di Colletta: di «essere presentati [a Lui] pienamente rinnovati nello spirito». Così sia.

(Papa Francesco, Omelia, 2015).

Presentazione del Signore

Quaranta giorni dopo Natale celebriamo il Signore che, entrando nel tempio, va incontro al suo popolo. Nell’Oriente cristiano questa festa è detta proprio “Festa dell’incontro”: è l’incontro tra il Dio bambino, che porta novità, e l’umanità in attesa, rappresentata dagli anziani nel tempio. Nel tempio avviene anche un altro incontro, quello tra due coppie: da una parte i giovani Maria e Giuseppe, dall’altra gli anziani Simeone e Anna.

Gli anziani ricevono dai giovani, i giovani attingono dagli anziani. Maria e Giuseppe trovano infatti nel tempio le radici del popolo, ed è importante, perché la promessa di Dio non si realizza individualmente e in un colpo solo, ma insieme e lungo la storia. E trovano pure le radici della fede, perché la fede non è una nozione da imparare su un libro, ma l’arte di vivere con Dio, che si apprende dall’esperienza di chi ci ha preceduto nel cammino.

Così i due giovani, incontrando gli anziani, trovano sé stessi. E i due anziani, verso la fine dei loro giorni, ricevono Gesù, senso della loro vita. Questo episodio compie così la profezia di Gioele: «I vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3,1). In quell’incontro i giovani vedono la loro missione e gli anziani realizzano i loro sogni. Tutto questo perché al centro dell’incontro c’è Gesù.

Guardiamo a noi, cari fratelli e sorelle consacrati. Tutto è cominciato dall’incontro col Signore. Da un incontro e da una chiamata è nato il cammino di consacrazione. Bisogna farne memoria. E se faremo bene memoria vedremo che in quell’incontro non eravamo soli con Gesù: c’era anche il popolo di Dio, la Chiesa, giovani e anziani, come nel Vangelo.

Lì c’è un particolare interessante: mentre i giovani Maria e Giuseppe osservano fedelmente le prescrizioni della Legge – il Vangelo lo dice quattro volte – e non parlano mai, gli anziani Simeone e Anna accorrono e profetizzano. Sembrerebbe dover essere il contrario: in genere sono i giovani a parlare con slancio del futuro, mentre gli anziani custodiscono il passato.

Nel Vangelo accade l’inverso, perché quando ci si incontra nel Signore arrivano puntuali le sorprese di Dio. Per lasciare che accadano nella vita consacrata è bene ricordare che non si può rinnovare l’incontro col Signore senza l’altro: mai lasciare indietro, mai fare scarti generazionali, ma accompagnarsi ogni giorno, col Signore al centro. Perché se i giovani sono chiamati ad aprire nuove porte, gli anziani hanno le chiavi.

E la giovinezza di un istituto sta nell’andare alle radici, ascoltando gli anziani. Non c’è avvenire senza questo incontro tra anziani e giovani; non c’è crescita senza radici e non c’è fioritura senza germogli nuovi. Mai profezia senza memoria, mai memoria senza profezia; e sempre incontrarsi. La vita frenetica di oggi induce a chiudere tante porte all’incontro, spesso per paura dell’altro – sempre aperte rimangono le porte dei centri commerciali e le connessioni di rete –; ma nella vita consacrata non sia così: il fratello e la sorella che Dio mi dà sono parte della mia storia, sono doni da custodire.

Non accada di guardare lo schermo del cellulare più degli occhi del fratello, o di fissarci sui nostri programmi più che nel Signore. Perché quando si mettono al centro i progetti, le tecniche e le strutture, la vita consacrata smette di attrarre e non comunica più; non fiorisce perché dimentica “quello che ha di sotterrato”, cioè le radici.

La vita consacrata nasce e rinasce dall’incontro con Gesù così com’è: povero, casto e obbediente. C’è un doppio binario su cui viaggia: da una parte l’iniziativa d’amore di Dio, da cui tutto parte e a cui dobbiamo sempre tornare; dall’altra la nostra risposta, che è di vero amore quando è senza se e senza ma, quando imita Gesù povero, casto e obbediente. Così, mentre la vita del mondo cerca di accaparrare, la vita consacrata lascia le ricchezze che passano per abbracciare Colui che resta.

La vita del mondo insegue i piaceri e le voglie dell’io, la vita consacrata libera l’affetto da ogni possesso per amare pienamente Dio e gli altri. La vita del mondo s’impunta per fare ciò che vuole, la vita consacrata sceglie l’obbedienza umile come libertà più grande. E mentre la vita del mondo lascia presto vuote le mani e il cuore, la vita secondo Gesù riempie di pace fino alla fine, come nel Vangelo, dove gli anziani arrivano felici al tramonto della vita, con il Signore tra le mani e la gioia nel cuore.

Quanto ci fa bene, come Simeone, tenere il Signore «tra le braccia» (Lc 2,28)! Non solo nella testa e nel cuore, ma tra le mani, in ogni cosa che facciamo: nella preghiera, al lavoro, a tavola, al telefono, a scuola, coi poveri, ovunque. Avere il Signore tra le mani è l’antidoto al misticismo isolato e all’attivismo sfrenato, perché l’incontro reale con Gesù raddrizza sia i sentimentalisti devoti che i faccendieri frenetici.

Vivere l’incontro con Gesù è anche il rimedio alla paralisi della normalità, è aprirsi al quotidiano scompiglio della grazia. Lasciarsi incontrare da Gesù, far incontrare Gesù: è il segreto per mantenere viva la fiamma della vita spirituale. È il modo per non farsi risucchiare in una vita asfittica, dove le lamentele, l’amarezza e le inevitabili delusioni hanno la meglio.

Incontrarsi in Gesù come fratelli e sorelle, giovani e anziani, per superare la sterile retorica dei “bei tempi passati” – quella nostalgia che uccide l’anima –, per mettere a tacere il “qui non va più bene niente”. Se si incontrano ogni giorno Gesù e i fratelli, il cuore non si polarizza verso il passato o verso il futuro, ma vive l’oggi di Dio in pace con tutti.

Alla fine dei Vangeli c’è un altro incontro con Gesù che può ispirare la vita consacrata: quello delle donne al sepolcro. Erano andate a incontrare un morto, il loro cammino sembrava inutile. Anche voi andate nel mondo controcorrente: la vita del mondo facilmente rigetta la povertà, la castità e l’obbedienza. Ma, come quelle donne, andate avanti, nonostante le preoccupazioni per le pesanti pietre da rimuovere (cfr Mc 16,3).

E come quelle donne, per primi incontrate il Signore risorto e vivo, lo stringete a voi (cfr Mt 28,9) e lo annunciate subito ai fratelli, con gli occhi che brillano di gioia grande (cfr v. 8). Siete così l’alba perenne della Chiesa: voi, consacrati e consacrate, siete l’alba perenne della Chiesa! Vi auguro di ravvivare oggi stesso l’incontro con Gesù, camminando insieme verso di Lui: e questo darà luce ai vostri occhi e vigore ai vostri passi.

(Omelia di Papa Francesco per la Festa della presentazione del signore nella XXII Giornata mondiale della vita consacrata, tenutasi presso la Basilica Vaticana, venerdì 2 febbraio 2018).

«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace»

Spiegando il senso della presentazione del Signore al tempio, S. Am­brogio (t 397) intende mettere in risalto il coinvolgimento universale del­l’umanità agli eventi dell’infanzia, per affermare che nessuno è escluso dai disegni salvifici di Dio. La figura dell’anziano Simeone e le parole che egli dice esprimono, per Ambrogio, il carattere decisivo che assume, per ogni uomo, il suo incontro col Cristo.

«La nascita del Signore non è attestata soltanto dagli angeli e dai profeti, dai pastori e dai familiari, ma anche dagli anziani e dai giusti. Tutte le età, tutt’e due i sessi, e i prodigi avvenuti ne fanno fede: una vergine diventa feconda, una sterile partorisce, un muto si mette a par­lare, Elisabetta profetizza, i magi si prostrano in adorazione, un bimbo esulta benché chiuso nel grembo, una vedova loda Dio, un giusto attende. A ragione è chiamato giusto, perché desiderava non la propria, bensì la salvezza del popolo, e, pur anelando di esser liberato dai vincoli del suo fragile corpo, aspettava di vedere il Promesso; sapeva infatti che beati sarebbero stati gli occhi, che l’avrebbero visto.

Ed esclama: «Ora lascia pure andare il tuo servo» (Lc 2,29).

Guarda questo giusto, che vedendosi rinchiuso nel carcere della terrena gravezza, desidera di partire per cominciare a essere con Cristo; «è assai meglio», infatti, «partire e essere con Cristo» (Fil 1,23). Ma chi desidera di essere lasciato andare, venga al tempio, venga in Gerusa­lemme, attenda l’Unto del Signore, prenda tra le sue mani il Verbo di Dio, lo stringa con le braccia della sua fede. Allora sarà lasciato andare, affinché, avendo veduto la vita, non veda mai più la morte.

Osserva che alla nascita del Signore si diffonde una grazia copiosa su ogni persona, mentre il dono della profezia è negato non ai giusti, ma solo a chi non ha fede. E anche Simeone profetizza che il Signore Gesù Cristo è venuto a caduta e a risurrezione di molti (cf. Lc 2,34), per vagliare i meriti dei giusti e degli iniqui, e, in qualità di giudice giusto verace, decretate la punizione o il premio, a seconda delle nostre azioni».

(Expositio in Lucam, L. II, 58-60; trad. it. di G. COPPA, Opere di Sant’Ambrogio, «Classici delle Religioni», Torino, Utet, 1969, 469-70).

La presentazione al Tempio

Certo le porte al vostro incedere

si sono aperte vibrando da sole

e strana luce si accese sugli archi:

il tempio stesso pareva più grande!

Quando si mise a cantare il vegliardo,

a salutare felice la vita,

la lunga vita che ardeva in attesa;

e anche la donna più annosa cantava!

Erano l’anima stessa di Sion

del giusto Israele mai stanco di attendere.

E lui beato che ha visto la luce

se pure in lotta già contro le tenebre.

Oh, le parole che disse, o Madre,

solo a te il profeta le disse!

Così ti chiese il cielo impaziente

pure la gioia di essergli madre.

Nemmeno tu puoi svelare, Maria,

cosa portavi nel puro tuo grembo:

or la Scrittura comincia a svelarsi

e a prender forma la storia del mondo.

(David Maria Turoldo)

La presentazione di Gesù al tempio di Giovanni Bellini

 La presentazione di Gesù al tempio dove il volto della Vergine, ritratto nella pena del primo distacco dal figlio, è semplicemente sublime.

Il veneziano Giambellino, come lo chiamavano, nato intorno al 1438 e morto nel 1516, era notissimo già al tempo suo come il “pittore delle Madonne”. Tante ne dipinse, su ispirazione o su committenza, e in tutte colpisce l’intreccio delle mani di Maria con le manine del bambino, l’eterno gioco tra madre e figlio.

Ma nella Presentazione il gioco non c’è più, il bambino sta stretto dentro le fasce come una piccola mummia, spunta solo una parte della manina che non riesce più a muoversi in cerca della madre. Maria lo stringe a sé come se non volesse lasciarlo, mentre altre mani lo stanno prendendo e sono quelle del barbuto Simeone, tra gli sguardi muti delle figure sullo sfondo.

La scena sconvolge per la sacralità e il presagio della passione. La si osserva commossi, ci si allontana a guardare altri quadri, poi si torna indietro cercando di capirla meglio e ammirarla una volta di più. Di ritorno a casa, si va a rileggere il passo del Vangelo (Lc 2,22-35) che l’ha ispirata.

L’evangelista Luca racconta che Maria e Giuseppe si recarono al tempio di Gerusalemme per l’offerta del neonato e la purificazione della madre, secondo la legge di Mosè: «Ora, c’era in Gerusalemme un uomo chiamato Simeone: era un uomo giusto e pio… Anzi, dallo Spirito Santo gli era stato rivelato che non sarebbe morto prima d’aver visto il Cristo del Signore. Andò dunque al tempio, mosso dallo Spirito; e mentre i genitori portavano il bambino Gesù, egli lo prese tra le braccia e benedì Dio dicendo:

“Ora, o Signore, lascia che il tuo servo se ne vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza”…».

Il vecchio Simeone riconosce in Gesù il Salvatore. Poi unisce nella stessa profezia il figlio e la madre, dicendo a Maria: «Ecco, egli è posto come segno di contraddizione, sicché una spada trapasserà la tua anima».

Molti grandi pittori hanno raffigurato l’episodio della presentazione al tempio. Nell’affresco di Giotto, Simeone ha già in braccio il bambino, mentre la madre tende le mani come per riprenderselo, timorosa di affidare ad altri la sua creatura. Andrea Mantegna, che era il cognato di Giovanni Bellini, aveva dipinto le stesse figure centrali, ma diversi i personaggi che osservano. Nell’arte di Bellini, una luce gentile accarezza i volti, la timidezza pensosa dei gesti esprime il dialogo tra la terra e il cielo. Ma la scena è illuminata soprattutto dalla bellezza di Maria, capolavoro assoluto del “pittore delle Madonne”. Ha scritto Paolo VI: «Con Maria, ci viene aperta una duplice via: la via della verità che riguarda la sua collocazione nei misteri di Cristo e della Chiesa. E una via più accessibile, anche agli umili. La definiamo la via della bellezza». 

Franca Zambonini, Il pittore delle madonne e la bellezza di Maria, in «Famiglia cristiana» (2008) 52, 130.

La Settimana con don Bosco

26 gennaio-1º febbraio

26. (Ss. Timoteo e Tito) – Timoteo fu il “ca-ro discepolo” di san Paolo (OE21 198). – Tito divenne “un modello di virtù, fedele seguace e coadiutore del nostro santo Apostolo” (OE9 201).

27. (S. Angela Merici) – Don Bosco “volle che il primo Oratorio festivo, aperto nel 1876 in Torino dalle Figlie di Maria Ausiliatrice, fosse intitolato a sant’Angela Merici” (MB10 589).

28. (S. Tommaso d’Aquino) – “Sapeva sì ben nascondere l’ingegno, che il suo silenzio passava per istolidezza, e dai suoi condiscepoli egli veniva nominato il bue muto” (OE24 238s).

29. “La fede senza opere vale a niente; fac-ciamo dunque opere di fede” (OE3 340s).

30. (B. Bronislao Markiewicz) – “Il lavoro e la temperanza faranno fiorire la nostra Società” (MB10 102).

31. (S. GIOVANNI BOSCO) – “Miei cari, io vi amo tutti di cuore, e basta che siate gio-vani perché io vi ami assai” (OE2 187).

Febbraio

 1. (Commemorazione di tutti i Confratelli salesiani defunti) – “Ogni anno il giorno dopo la festa di san Francesco di Sales tutti i sacerdoti celebreranno una Messa pei soci defunti” (OE27 89).

(Morand Wirth)

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004;2007-.

Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.

– Comunità domenicana di Santa Maria delle Grazie, La grazia della predicazione. Tempo di Avvento e Natale, in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 94 (2013) 10, 61 pp.

– Comunità monastica SS. Trinità di Dumenza, La voce, il volto, la casa e le strade, «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 91 (2010) 10,  71 pp.

– E. Bianchi et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Tempo ordinario anno A [prima parte], in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 89 (2008) 4, 84 pp.

– Fernando Armelli, Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità, Anno A, Padova, Messaggero, 2001.  

– J. Ratzinger/Benedetto XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.

– J. Ratzinger/Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

– D. Ghidotti, Icone per pregare. 40 immagini di un’iconografia contemporanea, Milano, Ancora, 2003.

Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.

PER L’APPROFONDIMENTO:

Sussidio per il Giubileo

Per la Domenica della Parola di Dio, che si celebra il 26 gennaio, l’Ufficio Catechistico, tramite il Servizio dell’Apostolato Biblico, l’Ufficio Liturgico, l’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro e l’Ufficio per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto hanno preparato un Sussidio per aiutare le comunità diocesane e parrocchiali a celebrare, riflettere e pregare su un tema che solo apparentemente riguarda il passato: il Giubileo.
L’obiettivo, sottolinea nella presentazione Mons. Giuseppe Baturi, Arcivescovo di Cagliari e Segretario Generale della CEI, è “riscoprire nella meditazione della Parola di Dio il senso della libertà biblica e il fondamento solido della speranza che non delude”. “La parola d’ordine, che emerge anche dai testi di questo Sussidio, è libertà”, aggiunge Mons. Baturi evidenziando che “vari sono i soggetti che devono beneficiare di una rinnovata e forse insperata libertà nel tempo giubilare”. “Anzitutto – spiega – le persone: se qualcuno per varie ragioni è caduto in disgrazia ed è diventato schiavo, non deve restare tale per sempre. Viene il tempo in cui recuperare lo status di persona libera. Nessun errore o sciagura del passato sono da considerarsi definitivi. Ma anche la terra deve essere affrancata da ogni potenziale sfruttamento intensivo: astenersi periodicamente dalla semina significa allora ricordare ai proprietari terrieri che la terra è un dono di Dio e come tale va trattata”. Ecco allora che il Giubileo può essere “un tempo speciale, in cui porre gesti concreti di speranza per un futuro nuovo, rispettoso della dignità di tutte le creature di Dio, affrancato dalla schiavitù delle cose materiali e aperto al trascendente”.
Il Sussidio si compone di uno schema per l’animazione liturgica della Domenica della Parola, della proposta di testi biblici e di documenti magisteriali a cui si aggiungono testi teologici e opere d’arte che possono sostenere la riflessione e l’approfondimento.

21 Gennaio 2025