la visita del Papa in sinagoga di Roma

“Mi aspetto che con questa visita i rapporti con gli ebrei migliorino, visti i problemi che ci sono qui in Italia a causa di una particolare sensibilità, e spero che sia un segno che il dialogo avanza”.
Il cardinale Walter Kasper, presidente della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, ha incontrato ieri alcuni giornalisti in occasione della visita del Papa alla sinagoga di Roma, domenica.
Teologo autorevole e pastore credibile, il prelato tedesco, che è anche il titolare del dicastero vaticano sull’ecumenismo, in questi anni ha costruito con il mondo ebraico un solido rapporto personale.
Due anni fa fu lui a scrivere sull’Osservatore Romano un chiarimento sul significato della preghiera pro Iudaeis del messale romano del 1962, quello in latino liberalizzato da Benedetto XVI, in cui escludeva ogni intento di proselitismo.
In effetti, la memoria delle conversioni forzate è ancora viva tra gli ebrei che su questo punto sono molto guardinghi.
Kasper ritiene che l’incontro dei prossimi giorni possa rinsaldare i rapporti.
“C’è un’atmosfera nuova, di confidenza reciproca, anche se non mancano le difficoltà, vista la lunga storia che abbiamo alle spalle”.
Questa è la seconda visita di un Papa nella sinagoga di Roma dopo quella di Giovanni Paolo II, il 13 aprile 1986, che passò alla storia per la sua definizione degli ebrei come “fratelli maggiori”.
“Benedetto XVI ne aveva visitata già una a Colonia – ricorda il cardinale – in occasione della Giornata mondiale della gioventù del 2005, e un’altra a New York in occasione del suo viaggio negli Stati Uniti, nel 2008.
Questo incontro vuole confermare i rapporti maturati negli ultimi decenni.
Non si parlerà tanto delle differenze tra cristianesimo ed ebraismo – si sa che ci sono e sono fondamentali – ma di ciò che abbiamo in comune: la fede in un unico Dio.
In un mondo secolarizzato questa vuol dire testimoniare i comandamenti, onorare il nome di Dio e santificare il sabato, cose ormai non più tanto normali.
Ma anche sulla seconda tavola del Decalogo, nelle opere di giustizia sociale e di pace, possiamo dare una testimonianza comune”.
In effetti, la sensazione è che i rapporti cattolici-ebrei abbiano preso una piega molto pragmatica.
“Nei primi anni abbiamo parlato molto del passato, della Shoah e di tutto il resto, poi siamo passati ai problemi concreti, a come possiamo affrontarli insieme.
C’è una forte collaborazione su progetti caritativi ed educativi.
Certo, restano aperti dei problemi, ma credo che lo saranno fino alla fine dei tempi”.
Il nodo teologico fondamentale riguarda ovviamente la figura di Gesù di Nazaret.
Kasper riconosce che “molti ebrei, soprattutto i più ortodossi, su questo punto non vogliono dialogare.
Noi però non nascondiamo le nostre idee.
Il dialogo non è solo uno scambio intellettuale ma è anche cooperazione e testimonianza.
E comunque dialogo non significa sincretismo.
Sui nostri fondamenti siamo chiari.
C’è anche da tener presente che l’ebraismo è plurale.
Noi abbiamo rapporti con ebrei ortodossi e liberal, certo non con i fondamentalisti che si vedono per le strade di Gerusalemme”.
Ma non ci vogliono gli haredim per inciampare in un nome che divide e irrigidisce: Pio XII.
“Eppure ha salvato migliaia di ebrei – ribatte Kasper – ha agito fattivamente, e questo gli è stato riconosciuto da personalità come Golda Meir.
Se avesse parlato troppo forte avrebbe fatto più danni.
Comunque credo che le opinioni del mondo ebraico su Pio XII stiano lentamente cambiando”.
Poco tempo fa, nel bel libro autobiografico “Al cuore della fede.
Le tappe di una vita” (Edizioni Paoline), il cardinale era stato più drastico: “L’opinione pubblica ebraica è ancora molto lontana da un giudizio storico corretto nei confronti di questo grande Papa e del suo impegno in difesa degli ebrei per quel che allora era possibile”.
In effetti, in questi giorni alcuni esponenti delle comunità ebraiche hanno detto chiaro e tondo che il dossier Pio XII resta una pregiudiziale nel rapporto con i cattolici.
Kasper cerca di stemperare i toni, ma ribadisce che la beatificazione di Papa Pacelli “è una questione interna alla chiesa” e che non è possibile alcun “veto”.
E non è nemmeno d’accordo con chi ritiene che con il pontificato di Benedetto XVI ci sia stata una brusca inversione di tendenza dopo l’idillio dell’era Wojtyla.
“I rapporti sono tuttora buoni, puntiamo soprattutto alla cooperazione su progetti concreti”.
E’ un po’ paradossale che un teologo di razza come Kasper insista tanto su aspetti organizzativi, ma certo il ruolo che ha rivestito in questi anni nella curia romana lo obbliga a una continua mediazione politica (non diplomatica, però, visto che l’annosa questione dell’accordo fondamentale tra Santa Sede e stato d’Israele non è di sua competenza).
Abbiamo comunque provato a chiedergli se la difficoltà nel dialogo con gli ebrei non sia più profonda.
Se, cioè, non abbia ragione un suo illustre collega, Elmar Salmann, il quale sostiene che il Novecento è stato dominato dal pensiero ebraico in tutti i campi del sapere, da Freud a Kafka, da Einstein a Derrida.
Un pensiero, sostiene il teologo benedettino in un recente saggio (“Passi e passaggi nel cristianesimo”, Cittadella Editrice), “che determina il nostro inconscio, ci determina in modo totalmente naturale nella nostra visione dei valori del mondo”.
Questo pensiero postmoderno – frammentario, democratico, multipolare – con la sua “impossibilità di un centro della storia” rende ardua la prospettiva di una sola verità (Gesù Cristo) che è ancora la pretesa dei cristiani.
Le vittime dello sterminio sono i vincitori sul piano delle idee e questo il cattolicesimo non può ignorarlo.
Kasper non si scompone: “Abbiamo una verità comune: la fede nell’unico Dio creatore del cielo e della terra.
Possiamo dire che il cristianesimo ha universalizzato la fede ebraica nel solo Dio.
Certo, è vero che grandi pensatori del Novecento erano ebrei, ma costoro hanno avuto grande influsso sulla teologia cristiana.
Basta pensare a Buber o a Lévinas con la loro filosofia dialogica.
D’altra parte gli studiosi ebrei ci hanno aiutato a entrare nella Bibbia e la stessa ricerca su Gesù è cambiata grazie a loro; quando io studiavo teologia il problema era l’ellenizzazione del cristianesimo, Bultmann, oggi si parla del contesto ebraico della Scrittura.
D’altra parte anche gli ebrei hanno subito l’influsso cristiano, basta pensare alla liturgia: la sinagoga di Roma somiglia a una chiesa.
Perciò non vedrei la cosa in termini di competizione”.
Kasper lo dice anche nell’autobiografia: “I cristiani ricordano agli ebrei che l’Alleanza di Dio con Abramo si rivolge a tutti i popoli, che non possiamo chiuderci in un ghetto, ma dobbiamo allargare il monoteismo ebraico a tutto il mondo e testimoniare il Dio unico all’umanità, come ha fatto la missione cristiana… Nel libro del profeta Zaccaria c’è una bella immagine per la relazione tra ebrei e cristiani, a cui anche la ‘Nostra aetate’ fa riferimento: quando il messia arriverà noi saremo spalla a spalla.
Dunque, non uno contro l’altro, ma, per quanto distinti, spalla a spalla, l’uno accanto all’altro solidali nel servizio comune alla pace e alla salvezza del mondo”.
Sarà, ma qualche volta i fratelli fanno a spallate.
in “il Foglio” del 14 gennaio 2010

Il “Codex Pauli”

Un’opera monumentale, unica nel suo genere, concepita sullo stile degli antichi codici monastici ed arricchita da una minuziosa selezione di fregi, miniature e illustrazioni, provenienti da manoscritti di datazione diversa dell’Abbazia di San Paolo fuori le Mura.
Si tratta del “Codex Pauli”.
L’opera, un tomo unico di 424 pagine di alto valore ecumenico, è dedicata a Benedetto XVI, che ha indetto le celebrazioni per il bimillenario della nascita di san Paolo.
La tiratura è limitata a 998 copie numerate.
Per il Codex Pauli è stato creato, inoltre, il font originale “Paulus 2008”, che rispecchia la grafia dell’amanuense della Bibbia Carolingia (IX sec.).
  Il Codex Pauli ospita i contributi inediti, appositamente preparati, del Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I; del Patriarca di Mosca e di Tutte le Russie, Kirill; di Gregorios III Laham; del dr.
Rowan Williams, Primate della Comunione Anglicana; del dr.
Eduard Lohse, Vescovo emerito della Chiesa Evangelica di Hannover; e di molti altri.
L’opera si apre con un’articolata parte introduttiva, organizzata secondo alcune sezioni.
Nella prima, Annus Pauli, viene ripercorsa l’avventura dell’Anno dedicato al bimillenario della nascita dell’Apostolo.
Ne sono testimoni privilegiati i Cardinali Tarcisio Bertone, Ennio Antonelli, Raffaele Martino, Jean Louis Tauran, Jozef Tomko, Antonio Rouco Varela, André Vingt-Trois e Walter Kasper.
Nella sezione Roma Pauli viene ripercorsa la ricca tradizione spirituale, liturgica e artistica dei monaci benedettini, che da tredici secoli custodiscono il sepolcro di san Paolo sulla via Ostiense.
Evangelium Pauli è il titolo della terza parte, che presenta la figura e il messaggio del grande Apostolo in dialogo con le culture e con la sensibilità dei nostri giorni.
Il Cardinal Kasper legge san Paolo tra Est ed Ovest; il dottor Antonio Paolucci lo ricolloca tra le radici cristiane dell’Europa; il professor M.D.
Nanos lo rapporta con l’ebraismo, il professor D.A.
Madigan con l’Islam.
Ma molti altri sono gli approfondimenti: san Paolo come cosmopolita, viaggiatore, missionario, apostolo, e modello di dialogo interreligioso.
Nell’ultima parte, Vita Pauli, si affronta l’interrogativo sull’identità di Saulo/Paolo dopo duemila anni di interpretazione, esaltazione, avversione, strumentalizzazione dell’Apostolo e del suo messaggio.
Sfogliando le pagine del Codex, il Paolo di ieri, presente con il testo originale greco, ci raggiunge attraverso la traduzione in lingua corrente.
Accanto al corpus paulinum integrale, comprendente le tredici Lettere dell’Apostolo, l’opera offre anche il testo italiano-greco degli Atti degli Apostoli e della Lettera agli Ebrei.
Un’ultima sezione raccoglie un’accurata selezione dei poco conosciuti Apocrifi riguardanti Paolo (Atti di Paolo; Lettere di Paolo e dei Corinzi; Martirio del santo Apostolo Paolo; Atti di Paolo e Tecla; Lettera ai Laodicesi; Corrispondenza tra Paolo e Seneca; Apocalisse di Paolo).
Ogni singolo testo si apre con una presentazione curata dai più noti esegeti di san Paolo e si conclude con una pagina di Lectio divina, secondo la millenaria tradizione monastica.
La presentazione e le introduzioni agli scritti paolini sono di mons.
Gianfranco Ravasi, affiancato da autorevoli studiosi, biblisti e teologi, quali il cardinale Carlo Maria Martini, Romano Penna, Rinaldo Fabris, Primo Gironi, Antonio Pitta, Stefano Romanello, Giuseppe Pulcinelli, Paolo Garuti e Marco Valerio Fabbri.
“Il Codex Pauli – spiega padre Edmund Power nella presentazione – è primariamente un atto di venerazione alla Parola di Dio.
È la Parola che dà la vita.
Questo libro trae la propria ispirazione dalla figura del Dottore delle Genti, figura complessa e spiccata, incapace di nascondersi: le sue Lettere, le sue parole, mostrano in maniera eloquente la sua personalità energica e dinamica”.
“Un uomo che sa essere ironico, perfino sarcastico, eppure mai privo di una parte affettuosa, ispirata, maestosa, che ci fa vedere in lui un uomo ‘ossessionato dal Cristo’ – spiega –.
Così anche il corpus del Codex Pauli è un magma di creatività umana, da cui scaturiscono bellezza e amore”.
“Secondo la tradizione monastica, l’arte è lo sforzo d’incarnare una visione interiore ricorrendo alla forma espressiva di una Bellezza in se stessa inesprimibile – continua l’Abate di San Paolo fuori le Mura –.
Non tutti riescono a percepirla chiaramente: ecco perché l’opera artistica cerca di spingere ciascun contemplante a orientarsi verso l’unico Dio, quale fonte di ogni bellezza”.
“Chi cerca e ama la bellezza mediante il linguaggio dell’arte si indirizza verso il Divino – sottolinea –.
Quest’opera si propone lo stesso fine”.
[Per maggiori informazioni: www.codexpauli.itpaolo.pegoraro@codexpauli.it] (ZENIT.org)

Così San Francesco inventò il Presepio

Il simbolo più popolare del Natale è il presepe, cioè quella rappresentazione visiva di quanto si legge nel Vangelo di San Luca al capitolo secondo: la nascita di Gesù che “viene adagiato in una mangiatoia perché non vi era posto per loro nell’albergo”, ma gli angeli trasformano la notte in una festa meravigliosa, invitando i pastori a rendere omaggio a quel bambino.
In questi giorni, il presepe è presente in milioni e milioni di famiglie in tutto il mondo, non solo cattoliche.
Si tratta di una tradizione che affonda le sue radici in uno specifico fatto storico della vita di San Francesco.
Fu lui, il poverello d’Assisi, a dar vita per la prima volta a un presepe, e lo fece a Greccio, in Umbria, il 25 dicembre 1223.
Ne abbiamo parlato con un frate francescano, che si chiama Padre Francesco Rossi e che per vent’anni è vissuto a Greccio, addetto ad accompagnare i pellegrini sul luogo dove avvenne il primo presepe e spiegare loro la storia e quali significati profondi volle dare ad essa il Santo di Assisi.
L’intervista Ci ha detto Padre Rossi <<Nel 1220, Francesco era riuscito a realizzare un grande desiderio, andare a visitare i luoghi della vita terrena di Gesù.
Fu anche a Betlemme e si fermò a lungo a pregare e meditare sul luogo dove il Salvatore nacque.
Tornato in Italia, continuava a ripensare a quel viaggio.
E la sua mente era affascinata soprattutto dall’evento della nascita di Gesù.
Dio che si fa uomo.
Dio che diventa bambino, umile, fragile, indigente.
Francesco si commuoveva fino a piangere facendo queste considerazioni.
E nel Natale del 1223, decise di organizzare una “rappresentazione viva” della nascita di Gesù, convinto che, potendo “vedere” con i suoi occhi, avrebbe avuto modo di comprendere ancora più a fondo>>.
Perché scelse Greccio per quella rappresentazione e non Assisi, sua città natale, dove abitualmente viveva? << Probabilmente perché Greccio gli richiamava alla mente il paesaggio di Betlemme, che aveva visitato tre anni prima Conosceva Greccio.
La sua prima visita a quei luoghi risale al 1208.
Allora si era stabilito, con alcuni suoi compagni, sulla montagna.
Ma in seguito, gli abitanti che stavano giù a valle lo pregarono di andare a vivere vicino a loro.
E Francesco scese dalla montagna e si stabilì in alcune grotte nei pressi del borgo.
Greccio era un piccolo agglomerato di povere abitazioni intorno al castello.
Forse contava un centinaio circa di abitanti.
La zona era paludosa, malsana, e anche per questo poco abitata.
Ma aveva quell’aspetto di povertà assoluta, di silenzio, di sofferenza anche fisica della natura, che a Francesco piacevano, perché lo aiutavano a meditare, a sentirsi umile, povero.
Tornando dai suoi viaggi in giro per l’Italia, amava sostare a Greccio.
E quando pensò di “rivivere” la nascita di Gesù, volle che questo avvenisse a Greccio>>.
Ci sono documenti storici di quell’evento? <<I primi biografi, contemporanei a Francesco, quindi testimoni diretti, in particolare Tommaso da Celano e San Bonaventura, ne fanno un resoconto dettagliato.
<<Tommaso da Celano, nella sua “Vita prima di San Francesco d’Assisi”, al capitolo XXX, dedicato appunto al racconto del Presepio di Greccio, dice che il Santo pensava continuamente alla vita di Gesù e soprattutto “all’umiltà dell’Incarnazione e alla carità della Passione”.
Cioè, ai due aspetti più umani e anche più sconvolgenti della vita terrena del Cristo.
<<Francesco ha fama, tra la gente, di essere un santo romantico, un poeta, l’autore del “Cantico delle creature”, l’amante degli animali, della natura, insomma un santo in un certo senso un po’astratto, immerso in una realtà mistica lontana dalla concretezza della vita.
Immagine completamente sbagliata.
<<San Francesco era sì un tipo romantico, un vero poeta e un autentico mistico, ma con una “concretezza” granitica.
La sua imitazione del Cristo era “alla lettera”, senza sbavature.
Gesù ha insegnato che siamo tutti fratelli, figli dello stesso Padre e che egli si nasconde nei più miseri, negli ammalati, nei carcerati.
E Francesco, per “vivere” alla lettera questo insegnamento, andava a visitare i carcerati, abbracciava e serviva i lebbrosi.
Gesù era povero, non aveva niente, e Francesco, che apparteneva a una famiglia ricca, volle rinunciare a tutto, perfino ai vestiti che indossava.
L’Incarnazione, la nascita e la morte di Gesù erano, come scrisse il Celano, argomenti fissi delle meditazioni di Francesco voleva assimilarne il significato più profondo, immedesimandosi in essi fino a “viverli”.
E per riuscire in questo, si ritirava sui monti, in luoghi deserti, in modo che la sua meditazione fosse profonda.
Nel 1223 era tutto concentrato sulla nascita di Gesù e volle celebrare il Natale di quell’anno con una “rappresentazione realistica” di quell’evento.
L’anno successivo, 1224, andrà sul monte Verna per meditare sulla passione e morte di Gesù e avrà l’impressione delle stigmate di Cristo sul proprio corpo>>.
Come si svolse quella “rappresentazione” del Natale? <<Francesco la preparò con meticolosità.
Chiese aiuto a un amico, un certo Giovanni da Greccio, signore della zona, che il santo stimava molto perché, come scrive il Celano, “pur essendo nobile e molto onorato nella sua regione, stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne”.
All’amico disse di voler organizzare, per la notte di Natale, una “rappresentazione” della nascita di Gesù.
Non, però, uno “spettacolo” da far vedere ai curiosi.
Ma una “ricostruzione visiva e vera”.
Tommaso da Celano riporta le parole esatte che Francesco disse a Giovanni: “Vorrei rappresentare il bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia, e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello”.
Francesco aborriva lo spettacolo.
Lo riteneva irrispettoso nei confronti del grande mistero religioso.
E temeva che la sua iniziativa venisse male interpretata.
Per questo, come informa San Bonaventura, (anche lui contemporaneo di Francesco e quindi testimone diretto), prima di mettere in atto quel suo progetto chiese il permesso al Papa>>.
Cosa accadde nel corso di quella notte? <<Giovanni di Greccio organizzò ogni cosa come Francesco aveva chiesto.
La notizia era stata diffusa e la gente del luogo si radunò presso la grotta dove Francesco e i frati andavano a pregare.
Arrivarono pellegrini anche da altri borghi.
Scrisse il Celano: “Arrivarono uomini, donne festanti, portando ciascuno, secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte”.
<<Alla fine arrivò anche Francesco e, vedendo che tutto era predisposto secondo il suo desiderio, era raggiante di letizia.
Il Celano precisa che, a quel punto, “si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello”.
Da questa annotazione si comprende chiaramente che Francesco vuole ricostruire la scena della nascita di Gesù, ma non vuole dare spettacolo.
Infatti, nessuno dei presenti prende il posto della Madonna, di San Giuseppe, del bambino.
Se così si fosse fatto, sarebbe stato spettacolo.
No, Francesco vuole vedere la scena reale su cui pensare e riflettere nel corso della Messa che sarebbe stata celebrata, perché la Messa avrebbe richiamato la presenza reale di Gesù in quel luogo.
<<E’ questo un dettaglio importantissimo.
La liturgia eucaristica richiama sull’altare la presenza “vera, reale e sostanziale” di Gesù.
Francesco voleva rivivere la nascita di Gesù in forma reale nel contesto della Messa.
Quando parlava dei sacerdoti, li paragonava alla Vergine Maria, perché nella Messa i sacerdoti fanno rinascere sull’altare Gesù.
E diceva anche che i fedeli, quando fanno la Comunione, sono come Maria che ha portato Gesù dentro di sé.
Quindi, la Liturgia eucaristica di quella notte di Natale avrebbe portato Gesù in quel luogo allestito come la capanna di Betlemme>>.
Francesco era diacono: partecipò alla Messa? <<Certamente.
Indossò i paramenti solenni e lesse il Vangelo, tenendo poi una predica.
Il Celano dice che quando pronunciava le parole “Bambino di Betlemme” la sua voce tremava di tenerezza e di commozione.
Il Celano aggiunge che, nel corso della celebrazione eucaristica, si manifestarono “in abbondanza i doni dell’Onnipotente”, cioè fatti prodigiosi.
E riporta la testimonianza, che viene riferita anche da San Bonaventura, di ciò che vide Giovanni da Greccio.
“Egli affermò”, scrisse San Bonaventura “di aver veduto, dentro la mangiatoia, un bellissimo fanciullo addormentato, che il beato Francesco, stringendolo con ambedue le braccia, sembrava destare dal sonno”.
E una chiara indicazione di ciò che potrebbe essere accaduto e che la tradizione ha sempre tramandato: Gesù si fece realmente vivo “apparendo” nelle sembianze di un bambino sul fieno di quella mangiatoia>>.

Qualcosa di così personale

Pubblichiamo la Prefazione di “Qualcosa di così personale.
Meditazioni sulla preghiera” del cardinale Martini Ho ben 82 anni di vita e la malattia di Parkison e gli acciacchi dell’età si fanno sentire.
Ma probabilmente, per quanto riguarda la preghiera, sono ancora a metà del guado.
Sento che la mia preghiera dovrebbe trasformarsi, ma non so bene in che modo, e sento anche una certa resistenza a compiere un salto decisivo.
So che posso dire come Isacco: «Io sono vecchio e ignoro il giorno della mia morte» (Gen 27,2), ma di questo non ho ancora tratto le conclusioni.
Cerco comunque di chiarirmi le idee riflettendo un po’ sull’argomento.
Mi pare che si possa parlare in due modi della preghiera dell’anziano.
Si può considerare l’anziano nella sua crescente debolezza e fragilità, secondo la descrizione metaforica (ed elegante) del Qohèlet: «Ricordati del tuo Creatore / nei giorni della tua giovinezza / prima che vengano i giorni tristi / e giungano gli anni di cui dovrai dire: non ci trovo alcun gusto.
/ Prima che si oscurino il sole, / la luna, la luce e le stelle / e tornino ancora le nubi dopo la pioggia; quando tremeranno i custodi della casa / e si curveranno i gagliardi / e cesseranno di lavorare le donne che macinano, / perché rimaste poche / e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre / e si chiuderanno i battenti sulla strada: / quando si abbasserà il rumore della mola / e si attenuerà il cinguettio degli uccelli / e si affievoliranno tutti i toni del canto» (12,1-4.
Ma anche fino al verso 8).
In questo caso il tema sarà la preghiera (qui evocata dalle parole «Ricordati del tuo Creatore») di colui che è debole e fragile, di colui che sente il peso della fatica fisica e mentale e si stanca facilmente.
La salute e l’età non consentono più di dedicare alla preghiera i tempi lunghi di una volta: si sonnecchia facilmente e ci si appisola.
Mi pare quindi sia necessario imparare a utilizzare al meglio il poco tempo di preghiera di cui si è in grado di disporre.
Non riuscendo più a dedicare alla preghiera lo stesso tempo di quando si avevano più energie, e sentendola spesso come un po’ distante e poco consolante, è possibile che il proprio spirito venga catturato da un certo senso di scoraggiamento.
Allora la tentazione sarà di accorciare ulteriormente i tempi da consacrare alla preghiera, limitandosi allo strettamente necessario.
Tuttavia questo accorciare i tempi dell’orazione potrebbe essere molto pericoloso.
Infatti la preghiera, per dare qualche conforto, deve essere di norma un po’ prolungata.
Se si restringe il tempo, anche le consolazioni sorgeranno con maggiore difficoltà e si creerà una sorta di circolo vizioso, che porterà a pregare sempre meno.
Ma la preghiera dell’anziano potrebbe anche essere considerata la preghiera di qualcuno che ha raggiunto una certa sintesi interiore tra messaggio cristiano e vita, tra fede e quotidianità.
Quali saranno allora le caratteristiche di questa preghiera? Non è facile stabilirlo in astratto e aprioristicamente: occorrerebbe piuttosto riflettere sull’esperienza dei santi, in particolare dei santi anziani.
Perciò bisognerebbe dedicare, con pazienza, un po’ di tempo alla ricerca.
Anzitutto nella Bibbia.
In molti Salmi si parla apertamente dell’anziano e della sua condizione con espressioni molto significative e suggestive.
Ad esempio: «Sono stato fanciullo e ora sono vecchio; non ho mai visto il giusto abbandonato né i suoi figli mendicare il pane» (Sal 36,25).
Si veda anche l’esortazione del Salmo 148,12: «I vecchi insieme ai bambini lodino il nome del Signore».
La Scrittura ci offre anche preghiere tipiche di un anziano.
La più nota è la preghiera dell’anziano Simeone al tempio quando prende tra le sue deboli braccia il piccolo Gesù: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli» (Lc 2,29 ss.).
La ricerca dovrebbe allargarsi ai Padri apostolici, come Ignazio e Policarpo, quindi ai Padri del deserto e ai grandi oranti di tutti i secoli.
Non essendo qui possibile percorrere una tale via analitica, mi limiterò ad alcune riflessioni generali, aiutato anche dalla testimonianza di qualche confratello più anziano di me.
Mi chiederò, cioè, quali potrebbero essere alcune caratteristiche positive nella preghiera di un anziano.
Mi pare che possano emergere tre aspetti: un’insistenza sulla preghiera di ringraziamento; uno sguardo di carattere sintetico sulla propria vita ed esperienza; infine una forma di preghiera più contemplativa e affettiva, una prevalenza della preghiera vocale sulla preghiera mentale.
Sul primo di questi tre punti riporto la testimonianza di un confratello: «Riguardo ai contenuti della mia preghiera in questi anni di vecchiaia – ho 85 anni – si distingue la preghiera di ringraziamento.
Si sono sviluppati due motivi per ringraziare Dio: anzitutto per avermi concesso un tempo in cui mi posso dedicare (vorrei quasi dire “a tempo pieno”) a prepararmi alla morte.
E ciò non è dato a tutti.
In secondo luogo per avermi mantenuto finora nel pieno dominio delle risorse mentali e, largamente, anche di quelle fisiche».
Là dove invece non c’è questo vigore fisico e/o mentale la preghiera si colorerà soprattutto di pazienza e di abbandono nelle mani di Dio, sull’esempio di Gesù che muore dicendo: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46).
È così che i Salmi ci insegnano a pregare: «Tu salvi dai nemici chi si affida alla tua destra» (Sal 16,7); «Mi affido alle tue mani: tu mi riscatti, Signore, Dio fedele» (Sal 30,6); «Lo salverò, perché a me si è affidato» (Sal 90,14).
Chi ha raggiunto una certa età è anche nelle condizioni di volgere uno sguardo sintetico sulla propria vita, riconoscendo i doni di Dio, pur attraverso le inevitabili sofferenze.
Veniamo quindi invitati a una lettura sapienziale della nostra storia e di quella del mondo da noi conosciuto.
E beati coloro che riescono a leggere il proprio vissuto come un dono di Dio, non lasciandosi andare a giudizi negativi sui tempi vissuti o anche sul tempo presente in confronto con quelli passati! La terza caratteristica della preghiera dell’anziano dovrebbe essere un crescere della preghiera vocale (e quindi una diminuzione della preghiera mentale) insieme a un inizio di semplice contemplazione che esprime con mezzi molto poveri la propria dedizione al Signore.
Diminuisce la preghiera mentale per la minore capacità di concentrazione dell’anziano.
Ma contemporaneamente bisogna aver cura di aumentare la preghiera vocale.
Anche se un po’ assonnata o distratta, essa è comunque un mezzo per avvicinarci al Dio vivente.
Sarebbe ideale arrivare a contemplare molto semplicemente il Signore che ci guarda con amore, oppure pensare a Gesù che ha bisogno di noi per rendere piena la sua lode al Padre.
Ma qui sarà lo Spirito Santo che si farà nostro maestro interiore.
A noi non resterà che seguirlo docilmente.
 CARLO MARIA MARTINI, Qualcosa di così personale, Mondadori, Milano 2009, pp.
159, Euro 17.50   “La preghiera è qualcosa di estremamente semplice, qualcosa che nasce dal cuore.” Con queste parole il cardinale Martini ci introduce nel tema del suo nuovo libro, dedicato a uno degli aspetti più intimi e delicati del rapporto con Dio: la preghiera.
“È la risposta immediata che sale dal profondo quando ci mettiamo di fronte alla verità dell’essere.
” Il che può avvenire in molti modi, diversi per ciascuno di noi: davanti a un paesaggio di montagna, in un momento di solitudine nel bosco, ascoltando una musica.
Sono momenti di verità dell’essere, nei quali ci sentiamo come tratti fuori dalla schiavitù delle invadenze quotidiane, che ci sollecitano continuamente.

Spiritualità secolare

Nel grigiore invadente del cielo “pesante come un coperchio” – secondo le parole di Charles Baudelaire, che ha sempre ragione – con le litanie continue di crisi, di epidemie, di indici negativi, di cupe prospettive, si fatica a tirare avanti.
La natura è allo stremo, si dice, e gli specialisti suonano già la campana a morto di un degrado “irreversibile”, senza speranza di recupero.
Il mondo è malato, gli uomini lo hanno asservito alle loro comodità, da incoscienti.
Abbiamo svuotato il sottosuolo delle sue risorse, carbone, petrolio, per soddisfare i bisogni crescenti delle società dell’opulenza, abbiamo proiettato nell’atmosfera sempre più scorie gassose ed emissioni elettriche di cui il cielo non sa più che fare.
I nostri organismi sono sottoposti alla stessa follia.
Le nostre terre e i nostri cieli sono esauriti! Visito un amico malato.
Da diversi giorni, sono una passante di un luogo divenuto familiare, l’Institut Curie.
Potrebbe essere il luogo della desolazione, è invece quello dello stupore.
Nei corridoi dell’ospedale specializzato nel trattamento del cancro, ci sono molteplici occasioni per rallegrarsi.
I sorrisi e l’attenzione all’altro sono di una qualità speciale, sono di quelli che sanno che la vita è fugace, e reale il legame tra gli uomini.
Il medico radiologo di fronte al mio amico, a cui occorre salvare la vita, è, per un caso del destino, mio fratello.
Paradossalmente, scopro di non conoscere l’essere di cui ho condiviso l’intimità per molti anni.
Mio fratello si è spogliato di tutto ciò che una persona a vent’anni costruisce del suo ego per mostrare agli altri una certa immagine di sé.
Ha lasciato emergere ciò che era profondamente nascosto, tra molte altre possibilità del suo carattere: l’empatia.
– Vedi, mi dice, trascinandomi fuori a bere un caffè, sono diventato un prete! Sorrido a colui che di solito si diverte a stuzzicarmi per il mio gusto per le interpretazioni religiose.
Che cosa lo separa oggi da un essere che ha la fede? Me lo chiedo mentre lo vedo chinarsi sull’altro per portarlo verso la vita.
C’è molto di più nella sua mano che si attarda sulla spalla che nell’attenzione al corpo.
Le ore passate a cercare, a rispondere senza dar peso al tempo, a rimettere il camice che si è appena tolto perché c’è un paziente di cui vorrebbe essere sicuro che non ha niente.
– Ah, eccoti qua, aspettami che finisco un’ecografia e torno a casa con te.
Vincent detta il suo rapporto osservando ogni parte di quel polmone che la vecchia signora teme di vedere malato.
Constata con piacere che non c’è niente di sospetto.
– Ah, mammina! dice con aria scherzosa alla paziente, lei mi fa perdere tempo.
Non ha niente.
Ha ottant’anni e fa ottanta mila cose al giorno.
Altro che affaticata! Forza, torni a casa.
Non la voglio più vedere.
La vecchia signora se ne va, felice di aver rivisto il medico dai capelli rossi.
– Le voglio bene.
È una suora.
Fa delle conferenze molto profonde.
Una testa! E tu, come stai? – Sono felice di veder risplendere le luci nella notte di Natale.
– Ancora con le tue interpretazioni religiose! di Paule Amblard in “Témoignage chrétien” n° 3374 del 10 dicembre 2009 (traduzione: www.finesettimana.org) “Beati i poveri in spirito, di essi è il Regno dei Cieli” (Mt 5, discorso della montagna).
C’era di che scioccare gli ascoltatori.
Aspettavano con impazienza da secoli il ritorno di un re che avrebbe ridato forza e potenza al popolo d’Israele, ed ecco che parlava di un Regno di poveri…
Quello sguardo sulla povertà ci urta ancora oggi, assetati come siamo di ricchezze, di potere, di consumi.
Padre Dominique Barthélémy, domenicano, che è stato membro della Pontificia Commissione biblica, propone in un libro postumo di aprire la Bibbia e di scoprire nelle sue pagine che cos’è il povero.
Non la povertà, ma il povero.
“Lo Spirito del Signore è su di me, perché il Signore mi ha unto.
Mi ha inviato a portare la buona notizia ai poveri, a consolare i cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la liberazione dei prigionieri” (Is, 61, 1-2): già per Isaia, il povero è colui che è l’Emmanuele, “Dio con loro”, “un neonato avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia” (Lc 2,12).
La sua ricchezza è un cuore puro e libero che si dona (“Questo è il mio Corpo offerto per voi”, Lc 22, 19), e il cui regno culminerà nell’annientamento della Croce, perdonando l’umanità per le sue infedeltà, annunciando al buon ladrone, povero tra i peccatori, “fin da oggi sarai con me in Paradiso” (Lc 23, 35-43).
Il povero Lazzaro (Lc 16, 19-31), spiega anche a lungo padre Barthélémy, è colui che è piccolo, umile, che subisce la povertà (il povero passivo) e “fu portato dagli angeli nel seno di Abramo”.
Diverso è il povero attivo, colui che si riconosce peccatore, con cuore ingombro dei suoi desideri, ma decide un cambiamento di vita (la metanoia, il pentimento, un passo verso la guarigione) e che “sarà innalzato, perché si è abbassato” (Lc 18, 9).
I visi dei poveri sono legione: li incontriamo tra noi, tra gli immigrati respinti, gli stranieri che bussano alle porte dei paesi ricchi, gli analfabeti, quelli buttati fuori dalla loro famiglia o dal lavoro, le migliaia di emarginati sradicati.
Solo la giustizia e la solidarietà, l’“esser con” senza miserabilismo, possono addolcire le ferite di queste povertà sulle strade umane.
Il diritto e gli Stati che raddrizzano i torti e rendono giustizia agli oppressi, da un lato, il perdono evangelico che offre a tutti i poveri dei percorsi di speranza, dall’altro, apriranno la via verso una maggiore equità sulla terra e saranno, così, insieme, promessa e realtà di salvezza.
Questo Dio che è, che era e che viene trascende il tempo con la sua presenza nella nostra attualità: la salvezza annunciata, per noi uomini, per un “dopo” è in realtà una salvezza presente da ricevere e da accogliere ogni istante.
Il povero è volto del Signore, ci porta al Signore povero, sofferente (Is 42, 1-6).
La parola biblica invita ognuno a fare un posto alla povertà, alla spogliazione e a convertirsi.
Ad impegnarsi in questo, con gioia, per vivere.
di Bernard Rivière in “Témoignage chrétien” n° 3374 del 10 dicembre 2009 (traduzione: www.finesettimana.org)

Andate e battezzate.

Due giorni fa Benedetto XVI ha ricevuto le presidenti dell’Argentina, Cristina Fernández de Kirchner, e del Cile, Michelle Bachelet, arrivate con le rispettive delegazioni a ringraziare la Santa Sede per la soluzione pacifica data venticinque anni fa dalla diplomazia vaticana alla controversia territoriale tra i due paesi circa la sovranità sulle isole a sud del canale di Beagle.
L’Argentina e il Cile, assieme alla Colombia, sono le nazioni dell’America meridionale in cui la Chiesa cattolica è più saldamente impiantata.
Ma sono anche quelle in cui è più incalzante la sfida della secolarizzazione: nella mentalità, nel costume e nelle norme giuridiche.
Il 13 novembre un giudice di Buenos Aires ha autorizzato un “matrimonio” tra persone dello stesso sesso, dichiarando incostituzionali gli articoli del codice civile che lo vietano.
Il capo del governo di Buenos Aires ha preso le parti del giudice.
E ciò ha provocato la vigorosa reazione dell’arcivescovo della città, il cardinale Jorge Bergoglio, che è anche presidente della conferenza episcopale argentina, persona molto amata e stimata.
La risposta della Chiesa alla sfida della secolarizzazione è un test decisivo per verificare la riuscita o meno delle indicazioni pastorali elaborate per il subcontinente dalla conferenza degli episcopati latinoamericani tenuta nel 2007 ad Aparecida.
La secolarizzazione, infatti, erode quello che è un carattere tipico della Chiesa cattolica in questi paesi: quello di essere Chiesa di popolo, con la famiglia come struttura portante e con il battesimo dei bambini come pratica generale.
In alcune regioni d’Europa battezzare un bambino è già divenuto un atto di minoranza, che per essere compiuto esige una decisione controcorrente.
Ma ora anche in Argentina cresce il numero di bambini, ragazzi, giovani, adulti che non sono battezzati.
Questo calo della pratica del battesimo consegue a un indebolimento dei legami familiari e a un allontanamento dalla Chiesa.
Tra il clero c’è chi ne ha tratto questa conseguenza: là dove vede spegnersi i segni della fede, ritiene giusto neppure amministrare i sacramenti.
In Argentina, oggi le autorità della Chiesa si muovono invece in direzione opposta.
Già nel 2002 l’arcidiocesi di Buenos Aires e le diocesi del circondario avevano pubblicato un’istruzione che raccomandava vivamente di battezzare sia i bambini che gli adulti e spiegava come superare le resistenze alla celebrazione del rito.
Ma ora i vescovi della regione sono tornati alla carica con un libretto dal titolo “El bautismo en clave misionera”, che riproduce l’istruzione del 2002 e la integra con altre indicazioni orientative per i parroci.
Così da quest’anno i parroci più solerti indicono periodicamente delle “giornate del battesimo”, nelle quali amministrano il sacramento a bambini e ad adulti in situazioni di povertà o con famiglie divise, aiutati a superare le diffidenze proprie e del vicinato.
Il senso di tutto ciò il cardinale Bergoglio l’ha spiegato in una intervista alla rivista internazionale “30 Giorni”: “Il bambino non ha alcuna responsabilità dello stato del matrimonio dei suoi genitori.
Il battesimo dei bambini può anzi diventare per i genitori un nuovo inizio.
Io stesso qualche tempo fa ho battezzato sette figli di una donna sola, una povera vedova, che fa la donna di servizio e li aveva avuti da due uomini differenti.
L’avevo incontrata alla festa di San Cayetano.
Mi aveva detto: padre, sono in peccato mortale, ho sette figli e non li ho mai fatti battezzare, non ho i soldi per i padrini e per la festa…
Ci siamo rivisti e dopo una piccola catechesi li ho battezzati nella cappella dell’arcivescovado.
La donna mi ha detto: padre, non posso crederci, lei mi fa sentire importante.
Le ho risposto: ma signora, che c’entro io?, è Gesù che la fa importante”.
A Bergoglio preme non far spegnere una tradizione tipica delle aree più remote dell’Argentina, in quei paesi e villaggi dove il prete arriva solo poche volte all’anno: “Lì la pietà popolare sente che i bambini devono essere battezzati il prima possibile, e allora c’è un uomo o una donna conosciuti da tutti come ‘bautizadores’ che battezzano i bambini quando nascono, in attesa che giunga il prete.
E quando questo arriva, gli portano i bambini perché lui li segni con l’olio santo, terminando il rito.
Quando ci penso, mi viene in mente la storia di quelle comunità cristiane del Giappone che erano rimaste senza sacerdoti per più di duecento anni.
Quando i missionari tornarono, li trovarono tutti battezzati e tutti sacramentalmente sposati”.
Dice ancora il cardinale: “La conferenza di Aparecida ci ha incitati ad annunciare il Vangelo andando a trovare la gente, non rimanendo ad aspettare che la gente venga da noi.
Il fervore missionario non richiede eventi straordinari.
È nella vita ordinaria che si fa missione.
E il battesimo, in questo, è paradigmatico.
I sacramenti sono per la vita degli uomini e delle donne così come sono.
I quali magari non fanno tanti discorsi, eppure il loro ‘sensus fidei’ coglie la realtà dei sacramenti con più chiarezza di quanto succede a tanti specialisti”.
Riaffiora qui l’antica e mai risolta disputa tra Chiesa di élite e Chiesa di popolo, tra Chiesa pura, di minoranza, e Chiesa di massa, popolata quest’ultima anche da quell’immensa marea umana per la quale il cristianesimo è fatto di poche cose elementari.
In Italia, ad esempio, la disputa si è riproposta in occasione dell’ultimo grande convegno nazionale della Chiesa, tenuto a Verona nell’ottobre del 2006.
In quell’occasione, una tesi sostenuta dai “rigoristi” era proprio quella di rifiutare il battesimo e altri sacramenti ai richiedenti ritenuti non idonei perché non praticanti.
È un dilemma che lo stesso Joseph Ratzinger visse da giovane in prima persona, e infine risolse nella stessa direzione indicata dal cardinale Bergoglio.
Questo è ciò che, da papa, lo stesso Ratzinger ha detto rispondendo alla domanda di un sacerdote di Bressanone, in un pubblico botta e risposta con il clero di quella diocesi, il 6 agosto del 2008.
Il sacerdote, di nome Paolo Rizzi, parroco e docente di teologia, chiese in quell’occasione a Benedetto XVI, a proposito di battesimi, cresime e prime comunioni: “Santo Padre, trenta-trentacinque anni fa io pensavo che ci stessimo avviando ad essere un piccolo gregge, una comunità di minoranza più o meno in tutta l’Europa.
Che si dovesse quindi donare i sacramenti solo a chi si impegna veramente nella vita cristiana.
Poi, anche per lo stile del pontificato di Giovanni Paolo II, ho riconsiderato le cose.
Se è possibile fare previsioni per il futuro, lei cosa pensa? Quali atteggiamenti pastorali ci può indicare?”.
Rispose papa Ratzinger: “Devo dire che io ho percorso una strada simile alla sua.
Quando ero più giovane ero piuttosto severo.
Dicevo: i sacramenti sono i sacramenti della fede, e quindi dove la fede non c’è, dove non c’è prassi di fede, anche il sacramento non può essere conferito.
E poi ho sempre discusso quando ero arcivescovo di Monaco con i miei parroci: anche qui vi erano due fazioni, una severa e una larga.
E anch’io nel corso dei tempi ho capito che dobbiamo seguire piuttosto l’esempio del Signore, che era molto aperto anche con le persone ai margini dell’Israele di quel tempo, era un Signore della misericordia, troppo aperto – secondo molte autorità ufficiali – con i peccatori, accogliendoli o lasciandosi accogliere da loro nelle loro cene, attraendoli a sé nella sua comunione.
“Quindi io direi sostanzialmente che i sacramenti sono naturalmente sacramenti della fede: dove non ci fosse nessun elemento di fede, dove la prima comunione fosse soltanto una festa con un grande pranzo, bei vestiti, bei doni, allora non sarebbe più un sacramento della fede.
Ma, dall’altra parte, se possiamo vedere ancora una piccola fiamma di desiderio della comunione nella Chiesa, un desiderio anche di questi bambini che vogliono entrare in comunione con Gesù, mi sembra che sia giusto essere piuttosto larghi.
“Naturalmente, certo, deve essere un aspetto della nostra catechesi far capire che la comunione, la prima comunione, non è un fatto ‘puntuale’, ma esige una continuità di amicizia con Gesù, un cammino con Gesù.
Io so che i bambini spesso avrebbero intenzione e desiderio di andare la domenica a Messa, ma i genitori non rendono possibile questo desiderio.
Se vediamo che i bambini lo vogliono, che hanno il desiderio di andare, mi sembra sia quasi un sacramento di desiderio, il ‘voto’ di una partecipazione alla messa domenicale.
In questo senso dovremmo naturalmente fare il possibile nel contesto della preparazione ai sacramenti, per arrivare anche ai genitori e – diciamo – così svegliare anche in loro la sensibilità per il cammino che fanno i bambini.
Dovrebbero aiutare i loro bambini a seguire il proprio desiderio di entrare in amicizia con Gesù, che è forma della vita, del futuro.
Se i genitori hanno il desiderio che i loro bambini possano fare la prima comunione, questo loro desiderio piuttosto sociale dovrebbe allargarsi in un desiderio religioso, per rendere possibile un cammino con Gesù.
“Direi quindi che, nel contesto della catechesi dei bambini, sempre il lavoro con i genitori è molto importante.
E proprio questa è una delle occasioni di incontrarsi con i genitori, rendendo presente la vita della fede anche agli adulti, perché dai bambini – mi sembra – possono reimparare loro stessi la fede e capire che questa grande solennità ha senso soltanto, ed è vera ed autentica soltanto, se si realizza nel contesto di un cammino con Gesù, nel contesto di una vita di fede.
Quindi convincere un po’, tramite i bambini, i genitori della necessità di un cammino preparatorio, che si mostra nella partecipazione ai misteri e comincia a far amare questi misteri.
“Direi che questa è certamente una risposta abbastanza insufficiente, ma la pedagogia della fede è sempre un cammino e noi dobbiamo accettare le situazioni di oggi, ma anche aprirle a un di più, perché non rimanga alla fine solo qualche ricordo esteriore di cose, ma sia veramente toccato il cuore.
Nel momento nel quale veniamo convinti, nel quale il cuore è toccato, ha sentito un po’ l’amore di Gesù, ha provato un po’ il desiderio di muoversi in questa linea e in questa direzione, in quel momento, mi sembra, possiamo dire di aver fatto una vera catechesi.
Il senso proprio della catechesi, infatti, dovrebbe essere questo: portare la fiamma dell’amore di Gesù, anche se piccola, ai cuori dei bambini e tramite i bambini ai loro genitori, aprendo così di nuovo i luoghi della fede nel nostro tempo”.

Una donna a capo dei protestanti tedeschi

Margot Kässmann, piccola donna energica di 51 anni dallo sguardo luminoso, è stata eletta ieri presidente del consiglio della Chiesa protestante della Germania (EKD), succedendo al vescovo Wolfgang Huber, a capo dei 25 milioni di protestanti del suo paese.
Così, è sulle prime pagine dei giornali insieme ad Angela Merkel, anche lei protestante, rieletta cancelliera al Bundestag.
Questa coincidenza sottolinea, secondo gli osservatori, il posto delle donne nella società tedesca.
Il sinodo della Chiesa protestante, organismo che elegge il consiglio della Chiesa, aveva già messo a capo del sinodo stesso, nel maggio scorso, Katrin Göring Eckardt, tra l’altro deputata dei Verdi.
Madre di quattro figlie, Margot Kässmann, fino ad oggi vescovo di Amburgo, era stata designata nel 2006 “donna dell’anno” da una rivista con programmi televisivi di grande tiratura.
Una popolarità a volte fastidiosa, conquistata affrontando apertamente le prove della vita, come l’operazione di cancro al seno nel 2006.
Ma, alcuni mesi dopo, lei affrontava un’altra prova, il suo divorzio dopo ventisei anni di matrimonio.
Anche in quel caso, lei scelse la trasparenza: “Per quanto riguarda la mia unione, non volevo credere che fosse un fallimento, e mi sono stati necessari diversi anni per ammettere che il mio ex-marito ed io non saremmo invecchiati insieme”, scrive in un libro intitolato In der Mitte des Lebens (“Nel mezzo della vita”), pubblicato in settembre.
Dimostra la stessa franchezza rispetto alla sua Chiesa: il giubileo della Chiesa protestante nel 2017 (1) non sarà, assicura, un “culto di Lutero”, figura di cui lei non vuole nascondere le ombre, come i suoi rapporti con gli ebrei, la fine della sua vita che impregnò negativamente la Chiesa o la sua mancanza di solidarietà rispetto ai contadini che si erano ribellati ai principi.
Monsignor Robert Zollitsch, presidente della Conferenza episcopale cattolica tedesca, ha subito salutato con favore l’elezione di Margot Kässmann invitandola a lavorare con i vescovi cattolici.
Una cooperazione che potrebbe tuttavia rendere più complicato questo accesso di una donna a capo dei protestanti, ritengono certi osservatori, alla vigilia del secondo Kirchentag ecumenico nel 2010 a Monaco.
Ma, “al di là dei nostri profili particolari, quello che ci unisce è più importante di quello che ci separa”, afferma Margot Kässmann, che ha dietro di sé una lunga esperienza in seno al Consiglio ecumenico delle Chiese.
in “La Croix” del 29 ottobre 2009 (traduzione: www.finesettimana.org)

“Chiesa e Stato, venti anni dopo il crollo del muro di Berlino”.

Sua Em.za il Card.
Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha partecipato dal 1° al 4 ottobre, a Parigi (presso la Maison de la Conférence des évêques de France), all’Assemblea Plenaria dei Presidenti delle Conferenze episcopali d’Europa.
Tema dell’incontro è stato “Chiesa e Stato, venti anni dopo il crollo del muro di Berlino”.
In vista di definire i vari modelli e soluzioni giuridiche adottate dai singoli Stati europei per inquadrare giuridicamente la Chiesa cattolica nel proprio paese e regolare i rapporti con essa e le sue strutture, in particolare pastorali, sociali e educative, il Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE) ha promosso un’inchiesta.
Questa deve permettere di rispondere a diverse questioni: qual è l’inquadramento giuridico della Chiesa cattolica negli Stati europei? Quali sono le leggi e i concordati finora abrogati? Come vengono sovvenzionati le istituzioni ecclesiali (scuole, ospedali…) di pubblica utilità? Come influiscono i vari atti, trattati e accordi adottati presso le istituzioni europee nel contesto locale? E quali sono gli aspetti comunitari della religione? Nel corso di questo incontro annuale, i risultati di questa indagine europea saranno presentati ai Presidenti delle Conferenze episcopali d’Europa.
La seconda parte dei lavori si è concentrata invece sul servizio del CCEE alla Chiesa in Europa con la presentazione delle attività delle varie Commissioni CCEE: della CEEM (Commissione Episcopale Europea per i Media); della Commissione “Migrazioni”; della Commissione “Catechesi, scuola e università”; del Servizio Europeo per le Vocazioni (EVS) e della Commissione “Ambiente”).
Parte dei lavori è stata dedicata al tema della collaborazione tra il CCEE ed altri organismi continentali quali il SECAM (Symposium of Episcopal Conferences of Africa and Madagascar) e il CELAM (Consejo Episcopal Latinoamericano).
Riguardo alle attività del CCEE nell’ambito del dialogo ecumenico è stato presentato il programma del 2° Forum cattolico-ortodosso (Isola di Rodi, Grecia, 23-27 novembre 2009) sul tema La relazione Chiesa e Stato.
Nel corso dell’incontro, i presidenti hanno ricevuto inoltre alcune brevi comunicazioni su temi di attualità: la visita di Papa Benedetto XVI in Repubblica Ceca (26-28 settembre 2009); l’Anno Sacerdotale (19 giugno 2009-19 giugno 2010); l’attenzione della Chiesa Cattolica per le popolazioni in Terra Santa; il rapporto Chiesa e Media nell’ultimo anno; l’ideologia dei gender nel panorama legislativo europeo e questioni attuali di bioetica.
Documenti allegati:Intervento Card.
Bagnasco.doc

Cambi importanti

Proprio mentre in Italia, tra agosto e settembre, era in atto la drammatica defenestrazione di Dino Boffo, direttore unico dei media di proprietà della Chiesa cattolica, sull’altra sponda del Tevere si preparava in silenzio e quiete il cambio al vertice di un altro ente chiave, lo IOR, Istituto per le Opere di Religione, la banca vaticana.
Anche lo IOR, propriamente, sta vivendo tempi burrascosi.
Un libro che ne descrive le malefatte, con tanto di documenti inoppugnabili, è da mesi nell’alta classifica dei best seller.
In esso però la brutta figura non è dello IOR in quanto tale, ma delle sue pecore nere di un tempo che fu, i monsignori Paul Marcinkus e Donato De Bonis.
Il banchiere Angelo Caloia, presidente dello IOR negli ultimi quindici anni, esce anzi dal libro con l’aureola del cavaliere bianco, del coraggioso che ha cacciato i ribaldi, ripulito le stalle, restituito alla banca del papa un’immagine virtuosa.
Il suo congedo e la nomina come successore di Ettore Gotti Tedeschi (nella foto) sono stati annunciati in pace e reciproca stima tra i due, la mattina del 23 settembre.
Quello stesso giorno il direttivo della conferenza episcopale italiana, cioè i trenta cardinali e vescovi di prima fila, erano riuniti a Roma a porte chiuse per discutere di tante cose, tra le quali proprio la successione a Boffo.
Ma né da quel summit, né dai conciliaboli dei giorni successivi è finora uscito un orientamento unitario.
Boffo era molto più che un professionista dei media: era il “progetto culturale” del cardinale Camillo Ruini realizzato sul versante della comunicazione, era il tramite attraverso cui il messaggio della Chiesa si faceva “cultura popolare”.
Ruini era stato per sedici anni, dal 1991 al 2007, presidente della CEI e con lui la Chiesa era tornata protagonista dello spazio pubblico come mai in passato.
Il suo progetto era la perfetta trasposizione in Italia della visione planetaria di Giovanni Paolo II.
Via lui, le opposizioni al disegno ruiniano hanno ripreso fiato tra i vescovi, il clero, il laicato cattolico, oltre che nella segreteria di Stato vaticana.
C’era Boffo a tenere la linea di resistenza, dalla cabina di regia del quotidiano “Avvenire”, della tv Sat 2000, delle radio.
Ora che anche lui è saltato, travolto dal “Giornale” di Vittorio Feltri e Silvio Berlusconi, nonché impallinato da cattolici influenti che erano stati tra le sue firme pregiate, da Vittorio Messori a Giovanni Maria Vian, quest’ultimo attuale direttore de “L’Osservatore Romano”, la scelta di chi gli succederà dirà anche la futura direzione di marcia della gerarchia cattolica italiana.
Allo IOR è tutt’altra musica.
Lì il ricambio è già avvenuto e in piena trasparenza, per volontà della segreteria di Stato e con il placet di Benedetto XVI.
Se di Angelo Caloia le biografie erano scarne, rarissime le uscite pubbliche, insondabile il pensiero, tutto l’opposto accade con il suo successore alla testa della banca vaticana.
Di Ettore Gotti Tedeschi si conoscono vita e miracoli, simpatie e frequentazioni, agenda ed idee.
L’ultima sua sortita, prima della nomina, è stata il 19 settembre al Palazzo della Borsa di Genova.
Ha discusso, assieme all’arcivescovo della città e presidente della CEI, cardinale Angelo Bagnasco, l’enciclica “Caritas in veritate” di Benedetto XVI.
Ha detto che l’attuale crisi mondiale dell’economia “ha avuto origine dal non aver seguito le indicazioni della ‘Humanae vitae’, cioè dalla negazione della vita e dal blocco delle nascite”.
Lo stesso concetto Gotti Tedeschi l’aveva espresso anche in un editoriale su “L’Osservatore Romano” dello scorso 6 giugno.
Se l’egemonia economica del mondo passerà dall’Occidente alla Cina, ha scritto, è per i differenti tassi di natalità e di densità di popolazione.
L’andamento demografico determina la crescita o la decrescita della capacità produttiva di un’economia.
Di figli ne ha cinque, Gotti Tedeschi: “e tutti da una moglie sola”, precisa.
Abita nelle campagne di Piacenza, dove è nato 64 anni fa, a Pontenure, non lontano dal grande fiume Po.
La mattina si alza prestissimo, come un monaco.
Con la sua Bmw raggiunge Milano all’alba.
Legge i giornali nel suo ufficio di presidente in Italia del Banco di Santander, la prima banca privata d’Europa, di proprietà di una famiglia laica di Spagna, i Botin.
Poi va a messa tutte le mattine, mai che ne salti una.
Insegna etica della finanza all’Università Cattolica di Milano.
Ma è anche consigliere della Banca San Paolo di Torino e della Cassa Depositi e Prestiti, che è il braccio operativo del ministero del Tesoro.
Il 23 settembre, mentre il Vaticano rendeva pubblica la sua nomina a nuovo presidente dello IOR, Gotti Tedeschi era a Roma proprio a una riunione decisiva della Cassa, ad approvare un piano industriale di 50 miliardi di euro in infrastrutture ed edilizia popolare.
La Cassa Depositi e Prestiti è creatura prediletta di Giulio Tremonti, l’attuale ministro del Tesoro, del quale Gotti Tedeschi è consigliere “per i problemi economici, finanziari ed etici nei sistemi internazionali”, una carica istituita apposta per lui.
Prima della nomina, Gotti Tedeschi non aveva mai messo piede allo IOR, né se n’era mai occupato.
Ma in Vaticano era già da qualche tempo di casa.
Il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, l’aveva chiamato in aiuto un anno fa per raddrizzare la gestione finanziaria del Governatorato della Città del Vaticano, i cui bilanci sono andati in rosso nel 2008 per più di 15 milioni di euro.
La cura pare abbia funzionato.
Il principale responsabile della cattiva gestione, il segretario generale del Governatorato, monsignor Renato Boccardo, è stato spedito a vescovo di Spoleto e Norcia, lui che ambiva a una nunziatura di primissimo ordine e per questo aveva persino rifiutato la sede di Vienna.
Al suo posto c’è ora il lombardo Carlo Maria Viganò, che tra non molto salirà anche al grado più alto del Governatorato, rimpiazzando l’attuale numero uno, il cardinale Giovanni Lajolo.
Come banchiere Gotti Tedeschi si è formato in quella nave scuola della grande finanza internazionale che è l’americana McKinsey.
Come cattolico si è convertito da “superficiale” a fervente negli anni Sessanta, con maestro spirituale Giovanni Cantoni, fondatore di Alleanza Cattolica.
I libri che hanno rivelato il suo pensiero al grande pubblico sono “Denaro e Paradiso”, del 2004, con prefazione del cardinale Giovanni Battista Re, e “Spiriti animali.
La concorrenza giusta”, edito dall’Università Bocconi e con la prefazione di Alessandro Profumo, presidente della prima banca italiana in Europa, Unicredit.
Ma poi vi sono state anche altre sue uscite pubbliche minori, eppure non meno rivelatrici.
Nel 2007 Gotti Tedeschi, lui che è il più cattolico dei banchieri, firmò un manifesto ultraliberista in 13 punti lanciato dall’ex segretario del laicissimo partito radicale, Daniele Capezzone.
Il manifesto proponeva un’unica “flat tax” al 20 per cento, il presidenzialismo sul modello americano o francese, il credito d’imposta per la sanità e la scuola, l’obbligo per il pubblico amministratore di pagare i danni da lui arrecati, la pensione a 65 anni per tutti, la detassazione del lavoro straordinario, l’abolizione degli ordini professionali e del valore legale dei titoli di studio.
Anni fa Gotti Tedeschi propose di assegnare il Nobel per l’economia a Giovanni Paolo II, per l’enciclica “Centesimus annus”.
Più di recente a Benedetto XVI per la “Caritas in veritate”, alla cui stesura egli ha contributo.
Anche al premier inglese Gordon Brown ha quest’anno augurato il Nobel, per aver appoggiato su “L’Osservatore Romano” una sua proposta grandiosa e “vantaggiosa” di investimento nei paesi poveri, a favore di quei due o tre miliardi di persone che attendono solo di migliorare la loro vita.
Lo IOR appare fin troppo stretto per un nuovo presidente dai così vasti ed esplosivi propositi.
Ma l’avventura è appena cominciata.

Il “progetto culturale” ideato e realizzato dai cardinali Ruini e Scola.

Uno di questi segnali è la diffusione a largo raggio in Italia, a partire dal 17 settembre, di un libro curato dal comitato per il progetto culturale della CEI, dal titolo: “La sfida educativa”.
Il libro si presenta come un rapporto su quella che è stata chiamata, anche da Benedetto XVI, “emergenza educativa”.
Un rapporto, cioè, sulla drammatica incapacità che la società di oggi mostra nell’educare le nuove generazioni.
Ma il libro, oltre che un rapporto descrittivo e analitico, è anche una proposta su come affrontare questa emergenza e vincere la sfida.
Il cardinale Ruini, nella prefazione, scrive che in gioco sono “i fondamentali dell’esistenza dell’uomo e della donna, il senso stesso che attribuiamo all’uomo e alla nostra civiltà”.
La sfida educativa non riguarda dunque solo la famiglia, la scuola, la Chiesa, ma la società nel suo insieme.
Capitolo dopo capitolo, il libro la esamina nei diversi ambiti e ad opera di diversi specialisti: anche nel lavoro, nell’impresa, nei consumi, nei mass media, nello spettacolo, nello sport.
La questione dell’educazione sarà l’asse portante dell’azione pastorale della Chiesa italiana nel decennio 2010-2020, come stabilito dalla conferenza episcopale.
Ma col progetto culturale si vuole arrivare a coinvolgere l’intera nazione.
Una prova è che la stampa de “La sfida educativa” è stata affidata a una casa editrice non cattolica ma “laica” per antonomasia, la Laterza.
E proprio nella sede di Roma della Laterza sarà fatta, martedì 22 settembre, la presentazione ufficiale del libro.
Con il cardinale Ruini, con il ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, con la presidente della confederazione degli industriali, Emma Marcegaglia, e col presidente della casa editrice, Giuseppe Laterza, a fare da moderatore.
Pochi giorni prima, il 10 dicembre, lo stesso Spaemann parlerà a un grande convegno promosso a Roma dal comitato per il progetto culturale della CEI, cioè dallo stesso Ruini.
E siamo a un terzo segnale.
Il convegno avrà per titolo: “Dio oggi.
Con lui o senza di lui cambia tutto”.
Di esso www.chiesa ha già dato notizia.
È impressionante la coincidenza tra il tema di questo convegno e quella che Joseph Ratzinger ha indicato come la “priorità” del suo pontificato: “rendere Dio presente in questo mondo e aprire agli uomini l’accesso a Dio”.
A maggior ragione in un tempo “in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento”.
Lo scorso 9 settembre il cardinale Ruini – presentando a Milano un libro nel quale egli dialoga con l’intellettuale laico Ernesto Galli della Loggia – ha sottolineato l’importanza di questo prossimo convegno su Dio.
In quell’occasione, al suo stesso tavolo, il direttore de “L’Osservatore Romano”, Giovanni Maria Vian, ricordò come al suo inizio, dieci, quindici anni fa, il progetto culturale lanciato da Ruini appariva come “un’araba fenice”, che nessuno capiva cosa fosse, e dove.
Il rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Lorenzo Ornaghi, gli ribatté che in realtà il progetto culturale si è poi rivelato “uno sforzo gigantesco di trasformare il messaggio cristiano in cultura popolare”.
L’Università Cattolica è stata ed è una fucina di questo progetto.
Non a caso la nomina e poi la riconferma del “ruiniano” Ornaghi come suo rettore sono stati tra i capitoli più aspramente combattuti della Chiesa italiana negli ultimi anni.
Un’altro strumento cruciale del progetto culturale è stato ed è “Avvenire”.
Non a caso gli avversari di Ornaghi sono stati gli stessi che in questi anni hanno osteggiato anche Boffo come direttore del giornale dei vescovi, facendo circolare contro entrambi false accuse infamanti.
Anche di questo www.chiesa ha dato conto in recenti servizi.
La scelta del successore di Boffo alla direzione di “Avvenire” sarà quindi rivelatrice della volontà o no della conferenza episcopale italiana di continuare nel solco del progetto di Ruini.
Di certo, il cardinale Ruini ha sempre operato in lampante sintonia e col pieno sostegno dell’attuale papa, oltre che del suo predecessore.
E così l’attuale presidente della CEI, cardinale Angelo Bagnasco.
Che è stato a colloquio venerdì scorso con papa Benedetto XVI, in vista del consiglio permanente che comincia questa sera con la sua attesa prolusione.
La posta in gioco è il “progetto culturale” ideato e realizzato dai cardinali Ruini e Scola.
C’è chi lo dà per morto.
Ma i fatti provano che è più vivo che mai.
Con tre grosse novità: una proposta al paese su “l’emergenza educativa”, una nuova scuola di teologia applicata a una società “plurale”, un convegno internazionale su “Dio oggi” Un secondo segnale ha per epicentro Venezia ed ha anch’esso un cardinale come suo alto ispiratore: non Ruini ma Angelo Scola, patriarca della città.
I due porporati – non a caso – fanno parte del comitato per il progetto culturale istituito dalla CEI nel 2008, con Ruini presidente.
Scola, a Venezia, è la prova vivente di come il progetto culturale può essere realizzato in forme originali, creativamente e con frutto, in una diocesi tipo.
Il 15 settembre il cardinale Scola ha aperto a Venezia un congresso internazionale dal titolo: “La società plurale”, con relatori studiosi italiani e stranieri di diverse discipline, cattolici e non, da Massimo Cacciari a David Novak, da Ottfried Höffe a Cesare Mirabelli, da Ignazio Musu a Steve Schneck.
Il congresso ha segnato l’avvio a Venezia di un nuovo centro di studi denominato “Alta Scuola Società Economia Teologia”, in sigla ASSET, che ha la finalità di far interagire le diverse discipline, teologia compresa, nell’affrontare le questioni cruciali di un mondo culturalmente “plurale”.
Scola, nell’introdurre il congresso, ha invitato i cristiani a individuare e proporre il “terreno comune” sul quale compiere “compromessi nobili” tra posizioni diverse.
Fermo restando il dovere degli stessi cristiani, qualora il compromesso non fosse possibile, come nel caso dell’aborto o della famiglia, di ricorrere all’obiezione di coscienza e comunque di proseguire la loro “narrazione” a voce alta nella società, nella speranza di un mutamento positivo.
La nuova Alta Scuola è l’ultima nata di una costellazione di iniziative promosse negli ultimi cinque anni dal cardinale Scola e raccolte sotto l’egida dello Studium Marcianum, dal nome del santo patrono di Venezia, l’evangelista Marco, tra le quali la rivista internazionale “Oasis”.
Opererà con seminari, laboratori culturali, corsi estivi, pubblicazioni, lezioni annuali.
La lezione inaugurale, il prossimo 17 dicembre, sarà tenuta dal filosofo Robert Spaemann, dell’università di Monaco.