Il nuovo “Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione”.

LETTERA APOSTOLICA in forma di MOTU PROPRIO UBICUMQUE ET SEMPER del Sommo Pontefice BENEDETTO XVI CON LA QUALE SI ISTITUISCE IL PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA PROMOZIONE DELLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE La Chiesa ha il dovere di annunciare sempre e dovunque il Vangelo di Gesù Cristo.
Egli, il primo e supremo evangelizzatore, nel giorno della sua ascensione al Padre comandò agli Apostoli: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28,19-20).
Fedele a questo comando la Chiesa, popolo che Dio si è acquistato affinché proclami le sue ammirevoli opere (cfr 1Pt 2,9), dal giorno di Pentecoste in cui ha ricevuto in dono lo Spirito Santo (cfr At 2,14), non si è mai stancata di far conoscere al mondo intero la bellezza del Vangelo, annunciando Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, lo stesso “ieri, oggi e sempre” (Eb 13,8), che con la sua morte e risurrezione ha attuato la salvezza, portando a compimento la promessa antica.
Pertanto, la missione evangelizzatrice, continuazione dell’opera voluta dal Signore Gesù, è per la Chiesa necessaria ed insostituibile, espressione della sua stessa natura.
Tale missione ha assunto nella storia forme e modalità sempre nuove a seconda dei luoghi, delle situazioni e dei momenti storici.
Nel nostro tempo, uno dei suoi tratti singolari è stato il misurarsi con il fenomeno del distacco dalla fede, che si è progressivamente manifestato presso società e culture che da secoli apparivano impregnate dal Vangelo.
Le trasformazioni sociali alle quali abbiamo assistito negli ultimi decenni hanno cause complesse, che affondano le loro radici lontano nel tempo e hanno profondamente modificato la percezione del nostro mondo.
Si pensi ai giganteschi progressi della scienza e della tecnica, all’ampliarsi delle possibilità di vita e degli spazi di libertà individuale, ai profondi cambiamenti in campo economico, al processo di mescolamento di etnie e culture causato da massicci fenomeni migratori, alla crescente interdipendenza tra i popoli.
Tutto ciò non è stato senza conseguenze anche per la dimensione religiosa della vita dell’uomo.
E se da un lato l’umanità ha conosciuto innegabili benefici da tali trasformazioni e la Chiesa ha ricevuto ulteriori stimoli per rendere ragione della speranza che porta (cfr 1Pt 3,15), dall’altro si è verificata una preoccupante perdita del senso del sacro, giungendo persino a porre in questione quei fondamenti che apparivano indiscutibili, come la fede in un Dio creatore e provvidente, la rivelazione di Gesù Cristo unico salvatore, e la comune comprensione delle esperienze fondamentali dell’uomo quali il nascere, il morire, il vivere in una famiglia, il riferimento ad una legge morale naturale.
Se tutto ciò è stato salutato da alcuni come una liberazione, ben presto ci si è resi conto del deserto interiore che nasce là dove l’uomo, volendosi unico artefice della propria natura e del proprio destino, si trova privo di ciò che costituisce il fondamento di tutte le cose.
Già il Concilio Ecumenico Vaticano II assunse tra le tematiche centrali la questione della relazione tra la Chiesa e questo mondo contemporaneo.
Sulla scia dell’insegnamento conciliare, i miei Predecessori hanno poi ulteriormente riflettuto sulla necessità di trovare adeguate forme per consentire ai nostri contemporanei di udire ancora la Parola viva ed eterna del Signore.
Con lungimiranza il Servo di Dio Paolo VI osservava che l’impegno dell’evangelizzazione “si dimostra ugualmente sempre più necessario, a causa delle situazioni di scristianizzazione frequenti ai nostri giorni, per moltitudini di persone che hanno ricevuto il battesimo ma vivono completamente al di fuori della vita cristiana, per gente semplice che ha una certa fede ma ne conosce male i fondamenti, per intellettuali che sentono il bisogno di conoscere Gesù Cristo in una luce diversa dall’insegnamento ricevuto nella loro infanzia, e per molti altri” (Esort.
ap.
Evangelii nuntiandi, n.
52).
E, con il pensiero rivolto ai lontani dalla fede, aggiungeva che l’azione evangelizzatrice della Chiesa “deve cercare costantemente i mezzi e il linguaggio adeguati per proporre o riproporre loro la rivelazione di Dio e la fede in Gesù Cristo” (Ibid., n.
56).
Il Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II fece di questo impegnativo compito uno dei cardini del suo vasto Magistero, sintetizzando nel concetto di “nuova evangelizzazione”, che egli approfondì sistematicamente in numerosi interventi, il compito che attende la Chiesa oggi, in particolare nelle regioni di antica cristianizzazione.
Un compito che, se riguarda direttamente il suo modo di relazionarsi verso l’esterno, presuppone però, prima di tutto, un costante rinnovamento al suo interno, un continuo passare, per così dire, da evangelizzata ad evangelizzatrice.
Basti ricordare ciò che si affermava nell’Esortazione postsinodale Christifideles Laici: “Interi paesi e nazioni, dove la religione e la vita cristiana erano un tempo quanto mai fiorenti e capaci di dar origine a comunità di fede viva e operosa, sono ora messi a dura prova, e talvolta sono persino radicalmente trasformati, dal continuo diffondersi dell’indifferentismo, del secolarismo e dell’ateismo.
Si tratta, in particolare, dei paesi e delle nazioni del cosiddetto Primo Mondo, nel quale il benessere economico e il consumismo, anche se frammisti a paurose situazioni di povertà e di miseria, ispirano e sostengono una vita vissuta «come se Dio non esistesse».
Ora l’indifferenza religiosa e la totale insignificanza pratica di Dio per i problemi anche gravi della vita non sono meno preoccupanti ed eversivi rispetto all’ateismo dichiarato.
E anche la fede cristiana, se pure sopravvive in alcune sue manifestazioni tradizionali e ritualistiche, tende ad essere sradicata dai momenti più significativi dell’esistenza, quali sono i momenti del nascere, del soffrire e del morire.
[…] In altre regioni o nazioni, invece, si conservano tuttora molto vive tradizioni di pietà e di religiosità popolare cristiana; ma questo patrimonio morale e spirituale rischia oggi d’essere disperso sotto l’impatto di molteplici processi, tra i quali emergono la secolarizzazione e la diffusione delle sette.
Solo una nuova evangelizzazione può assicurare la crescita di una fede limpida e profonda, capace di fare di queste tradizioni una forza di autentica libertà.
Certamente urge dovunque rifare il tessuto cristiano della società umana.
Ma la condizione è che si rifaccia il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali che vivono in questi paesi e in queste nazioni” (n.
34).
Facendomi dunque carico della preoccupazione dei miei venerati Predecessori, ritengo opportuno offrire delle risposte adeguate perché la Chiesa intera, lasciandosi rigenerare dalla forza dello Spirito Santo, si presenti al mondo contemporaneo con uno slancio missionario in grado di promuovere una nuova evangelizzazione.
Essa fa riferimento soprattutto alle Chiese di antica fondazione, che pure vivono realtà assai differenziate, a cui corrispondono bisogni diversi, che attendono impulsi di evangelizzazione diversi: in alcuni territori, infatti, pur nel progredire del fenomeno della secolarizzazione, la pratica cristiana manifesta ancora una buona vitalità e un profondo radicamento nell’animo di intere popolazioni; in altre regioni, invece, si nota una più chiara presa di distanza della società nel suo insieme dalla fede, con un tessuto ecclesiale più debole, anche se non privo di elementi di vivacità, che lo Spirito Santo non manca di suscitare; conosciamo poi, purtroppo, delle zone che appaiono pressoché completamente scristianizzate, in cui la luce della fede è affidata alla testimonianza di piccole comunità: queste terre, che avrebbero bisogno di un rinnovato primo annuncio del Vangelo, appaiono essere particolarmente refrattarie a molti aspetti del messaggio cristiano.
La diversità delle situazioni esige un attento discernimento; parlare di “nuova evangelizzazione” non significa, infatti, dover elaborare un’unica formula uguale per tutte le circostanze.
E, tuttavia, non è difficile scorgere come ciò di cui hanno bisogno tutte le Chiese che vivono in territori tradizionalmente cristiani sia un rinnovato slancio missionario, espressione di una nuova generosa apertura al dono della grazia.
Infatti, non possiamo dimenticare che il primo compito sarà sempre quello di rendersi docili all’opera gratuita dello Spirito del Risorto, che accompagna quanti sono portatori del Vangelo e apre il cuore di coloro che ascoltano.
Per proclamare in modo fecondo la Parola del Vangelo, è richiesto anzitutto che si faccia profonda esperienza di Dio.
Come ho avuto modo di affermare nella mia prima Enciclica Deus caritas est: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (n.
1).
Similmente, alla radice di ogni evangelizzazione non vi è un progetto umano di espansione, bensì il desiderio di condividere l’inestimabile dono che Dio ha voluto farci, partecipandoci la sua stessa vita.
Pertanto, alla luce di queste riflessioni, dopo avere esaminato con cura ogni cosa e aver richiesto il parere di persone esperte, stabilisco e decreto quanto segue: Art.
1.
§ 1.
È costituito il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, quale Dicastero della Curia Romana, ai sensi della Costituzione apostolica Pastor bonus.
§ 2.
Il Consiglio persegue .la propria finalità sia stimolando la riflessione sui temi della nuova evangelizzazione, sia individuando e promuovendo le forme e gli strumenti atti a realizzarla.
Art.
2.
L’azione del Consiglio, che si svolge in collaborazione con gli altri Dicasteri ed Organismi della Curia Romana, nel rispetto delle relative competenze, è al servizio delle Chiese particolari, specialmente in quei territori di tradizione cristiana dove con maggiore evidenza si manifesta il fenomeno della secolarizzazione.
Art.
3.
Tra i compiti specifici del Consiglio si segnalano: 1°.
approfondire il significato teologico e pastorale della nuova evangelizzazione; 2°.
promuovere e favorire, in stretta collaborazione con le Conferenze Episcopali interessate, che potranno avere un organismo ad hoc, lo studio, la diffusione e l’attuazione del Magistero pontificio relativo alle tematiche connesse con la nuova evangelizzazione; 3°.
far conoscere e sostenere iniziative legate alla nuova evangelizzazione già in atto nelle diverse Chiese particolari e promuoverne la realizzazione di nuove, coinvolgendo attivamente anche le risorse presenti negli Istituti di Vita Consacrata e nelle Società di Vita Apostolica, come pure nelle aggregazioni di fedeli e nelle nuove comunità; 4°.
studiare e favorire l’utilizzo delle moderne forme di comunicazione, come strumenti per la nuova evangelizzazione; 5°.
promuovere l’uso del Catechismo della Chiesa Cattolica, quale formulazione essenziale e completa del contenuto della fede per gli uomini del nostro tempo.
Art.4 § 1.
Il Consiglio è retto da un Arcivescovo Presidente, coadiuvato da un Segretario, da un Sotto-Segretario e da un congruo numero di Officiali, secondo le norme stabilite dalla Costituzione apostolica Pastor bonus e dal Regolamento Generale della Curia Romana.
§ 2.
Il Consiglio ha propri Membri e può disporre di propri Consultori.
Tutto ciò che è stato deliberato con il presente Motu proprio, ordino che abbia pieno e stabile valore, nonostante qualsiasi cosa contraria, anche se degna di particolare menzione, e stabilisco che venga promulgato mediante la pubblicazione nel quotidiano “L’Osservatore Romano” e che entri in vigore il giorno della promulgazione.
Dato a Castel Gandolfo, il giorno 21 settembre 2010, Festa di san Matteo, Apostolo ed Evangelista, anno sesto di Pontificato.
BENEDICTUS PP.
XVI Un dicastero per la dottrina Ratzinger di Massimo Faggioli Papa Benedetto XVI ha pubblicato il motu proprio Ubicumque et semper che istituisce il nuovo “Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione”.
Il documento era atteso, e la sorpresa potrebbe riguardare la struttura data dal papa al nuovo organismo della Curia romana, che al momento prevede alla sua guida “un Arcivescovo Presidente” e non (come invece ci si attendeva per mons.
Fisichella) la porpora di un cardinale.
Il linguaggio usato dal motu proprio dice molto dell’impostazione data a questo nuovo strumento di evangelizzazione della Curia romana.
Benedetto XVI parla di “fenomeno del distacco della fede”, di “perdita del senso del sacro”, e coniuga al negativo (come liberazione dalla fede, dalla morale naturale, dalla rivelazione divina) il termine “liberazione” – un termine che nella storia della politica dottrinale di Ratzinger ricopre un ruolo preciso, specialmente negli anni Ottanta della repressione della teologia latinoamericana postconciliare.
Benedetto XVI fa un implicito accenno alla Gaudium et spes del Vaticano II “per la questione della relazione tra la Chiesa e questo mondo contemporaneo”, e ricostruisce la storia dell’idea di una “nuova evangelizzazione” tra i pontificati di Paolo VI e di Giovanni Paolo II.
Quanto all’ambito della missione di questo nuovo Pontificio Consiglio, il motu proprio del papa indica “le chiese di antica fondazione” e “che vivono in territori tradizionalmente cristiani”.
Il nuovo organismo è presieduto da un arcivescovo (e non da un cardinale, diversamente dalle altre Congregazioni e Consigli della Curia romana) e dovrà lavorare “in stretta collaborazione con le Conferenze Episcopali interessate”.
Non molte indicazioni in più sono venute da mons.
Fisichella, che ha presentato il motu proprio del papa rimarcando gli elementi dell’analisi della situazione della chiesa oggi in Occidente: distacco dalla fede, indifferenza religiosa, ateismo di fatto, relativismo, secolarismo, individualismo, soggettivismo.
In risposta a questa situazione, che coinvolge specialmente “soprattutto le chiese di antica tradizione” ma non solo, il nuovo Pontificio Consiglio dovrà “elaborare un pensiero forte in grado di sostenere un’azione pastorale corrispondente”, in particolare facendo ricorso ai “contenuti teologici e pastorali del magistero degli ultimi decenni” e al Catechismo della Chiesa Cattolica, definito “uno dei frutti più maturi delle indicazioni conciliari”.
Alcune domande rimangono per ora senza una chiara risposta.
La prima riguarda le coordinate geografiche di questo “nuovo slancio missionario”: solo le chiese d’Occidente (Europa, Americhe, Australia?), così da creare un contrappeso al ruolo storico della Congregazione di Propaganda Fide creata da Gregorio XV nel 1622? La struttura in dote al nuovo Pontificio Consiglio per ora non sembra paragonabile alla potenza di Propaganda Fide.
Una seconda questione riguarda il rapporto tra il nuovo organismo e le conferenze episcopali nazionali e i vescovi locali, dato che il magistero papale di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI ha limitato  drasticamente (specialmente dal motu proprio del 1998 Apostolos Suos in poi) la voce degli episcopati locali: sarà interessante vedere come questo nuovo organismo inciderà su episcopati (come quello degli Stati Uniti) teologicamente in linea con la lettura dell’Occidente data da Benedetto XVI, ma non sempre felici di vedere la  propria autorità ulteriormente limitata da quella di Roma.
Indicativa è la citazione del 2012 non come il cinquantesimo anniversario del Vaticano II, ma il ventennale del Catechismo universale.
La proposta di un nuovo Catechismo era stata ignorata dal concilio, e ripresa da Giovanni Paolo II dopo il Sinodo straordinario del 1985, che contribuì ad elevare la “dottrina Ratzinger” a caposaldo della politica dottrinale della chiesa post-conciliare.
In attesa del nuovo libro-intervista di Benedetto XVI con Peter Seewald, per ora basti rileggere un passaggio di un articolo del teologo Ratzinger del 1975: “La mancanza di chiarezza circa il vero significato del Vaticano II è strettamente legata alla diagnosi del mondo moderno data dalla costituzione Gaudium et spes”.
Il motu proprio papale sottende questa lettura di Gaudium et spes e fa del Catechismo universale (per tramite del nuovo Pontificio Consiglio) la reazione contro “l’ingenuo ottimismo” che Ratzinger ha sempre rimproverato a Gaudium et spes.
Il giovane Karol Wojtyła fu uno dei più importanti autori di quel documento conciliare: da oggi hanno altra materia da romanzo i cultori del dibattito su cattolicesimo ed “ermeneutica della continuità/discontinuità in “Europa” del 13 ottobre 2010

Intervista a René Frydman: “La fecondazione in provetta è il simbolo di una grande trasgressione”

intervista a René Frydman, a cura di Catherine Vincent René Frydman, capo del servizio ostetrico-ginecologico dell’ospedale Antoine-Béclère (AP-HP) è, con il biologo Jacques Testart, il “padre” scientifico di Amandine, primo bebè in provetta francese nato nel 1982.
Come accoglie questo Nobel? Con grande soddisfazione.
Bob Edwards è sempre stato una persona calorosa, direi gioviale, soprattutto aveva uno spirito di apertura abbastanza sorprendente.
Pensare fin dal 1965 alla possibilità delle cellule staminali, non è da tutti! Era molto avanti sul piano scientifico, e ha sempre sostenuto i giovani ricercatori.
Quando sono andato da lui nel 1977, mi ha subito dato dei consigli per cominciare a lavorare.
È quindi tutto un cammino che viene riconosciuto con questo premio Nobel.
Un premio, che, a mio avviso, arriva un po’ tardi.
Perché così tardi? Perché la fecondazione in vitro, e tutte le tecniche che ne sono derivate, ha sempre suscitato molte reticenze.
Ancor oggi, gli sviluppi della procreazione medicalmente assistita, alcuni dei quali non sono del resto sempre giustificati, continuano ad avere odore di zolfo.
Ciò che era invisibile è divenuto visibile, ciò che era intoccabile è divenuto toccabile: in questo, la fecondazione in provetta costituisce il simbolo di una grande trasgressione umana.
Col passare dei decenni, secondo la propria religione o la propria filosofia, questa trasgressione è divenuta più o meno ammessa.
Ma resta tale.
Come spiega la pugnacità di cui Robert Edwards ha dato prova? Credo che fosse animato da una convinzione profonda: aiutare le coppie sterili, era quello che gli importava veramente.
Inoltre era affascinato dai meccanismi che cercava di dominare.
Quando tentava le sue prime fecondazioni in vitro con Patrick Steptoe, il ginecologo della banda, questi faceva i prelievi di ovuli in un ospedale che era a 50 km dal laboratorio.
Ora, all’epoca, le ovulazioni non erano stimolate da trattamento.
Potevano avvenire di giorno o di notte, e bisognava quindi, di giorno e di notte, correre all’ospedale a prelevare un ovulo, poi portarlo d’urgenza a Cambridge…
Era una vera saga! Nel 1978, lei era presente al convegno in cui è stata annunciata la nascita imminente di Louise Brown, primo bebè al mondo ad esser stato concepito in una provetta…
Era un grande convegno di gineco-ostetricia, e quando Bob Edwards ha fatto questa presentazione, nessuno riusciva a crederci! Mentre era l’inizio di una favolosa avventura! Quattro anni dopo, l’ho ritrovato ad un congresso sulla riproduzione umana, con un centinaio di partecipanti.
Ha lanciato allora l’idea di creare un’associazione europea di medici con il suo giornale, Human Reproduction, e l’ultimo congresso equivalente a quello del 1982 ha riunito circa 7000 partecipanti…
Tenuto conto delle legislazioni che inquadrano la ricerca sugli embrioni umani, i lavori che hanno portato alla nascita di Louise Brown e di Amandine sarebbero possibili oggi? Non credo.
All’epoca, ci bastava avere l’accordo del nostro capo-servizio, Emile Papiernik! Certo, lavoravamo contro venti e maree, dovevamo rispondere all’opposizione della Chiesa cattolica e a quella di alcuni scienziati, ma non c’erano divieti.
Oggi, non penso ci sia un sufficiente spirito di apertura e di innovazione perché tale progresso sia possibile.
La filosofia di Bob Edwards non è d’attualità.
in “Le Monde” del 6 ottobre 2010 (traduzione: www.finesettimana.org)

La profezia di Raimon Panikkar

Credo sia doveroso da parte della Cittadella ricordare l’amico Raimon Panikkar morto il 27 agosto sulla soglia dei 92 anni (li avrebbe compiuti il prossimo 3 novembre).
Alla Cittadella aveva affidato la traduzione di un libro prezioso: Dialogo intrareligioso (NY 1978, Assisi 1988), che resta una fedele testimonianza della sua esperienza spirituale.
Egli ha lasciato l’impronta del suo passaggio dove ha sostato nel suo cammino di pensatore profondo e versatile scrittore.
Penso, tuttavia, che il valore più grande della sua vita stia nell’esperienza multi religiosa e multi culturale che è riuscito a compiere.
Una strada aperta che nel futuro dovrà essere battuta da molti altri.
La sua vastissima cultura, la conoscenza e la pratica di molte lingue, la duttilità dell’intelligenza, la finezza dell’intuito gli ha consentito di intessere rapporti e di affrontare esperienze straordinariamente varie.
Quando andò in pensione (1987) gli chiesi cosa pensava di fare: mi guardò con lo sguardo trasparente di chi è abituato a osservare il silenzio e rispose lentamente: «ora semplicemente sono».
Aveva ancora molto da vivere.
Si era stabilito a Tavertet (Osona), un piccolo centro dei pre-Pirenei catalani, dove fondò un centro di studi interculturali chiamato Vivarium e portò a maturazione la sua visione del mondo, espressione della profonda esperienza mistica che stava compiendo.
È stata soprattutto la ricchezza della vita spirituale a consentirgli quella che costituirà certamente la eredità più preziosa lasciata ai posteri.
Egli ha vissuto con profondità e illustrato con la sua intelligenza tre mondi religiosi in contemporanea.
In modo non sincretista o confusionario bensì mantenendo la specificità e la ricchezza delle distinte spiritualità.
Negli ultimi mesi già colpito dal disturbo cardiaco che l’ha condotto alla morte, a Raffaele Luise che lo interrogava attestava: «Io mi sono innamorato di Cristo dalla prima giovinezza e non l’ho mai tradito…
non l’ho mai lasciato» (Un grande maestro del nostro tempo, in L’altro come esperienza di rivelazione, L’altrapagina, Città di Castello 2008, p.
73).
Nella esperienza multireligiosa era stato preceduto da persone profetiche, che egli aveva incontrato.
In particolare egli era stato «il più grande amico di Henri Le Saux» (1910-1973) come ha più volte testimoniato (L’altro.., o.
c., p.
52).
Con lui aveva compiuto diversi pellegrinaggi in luoghi sacri induisti e gli aveva anche affidato una sua casetta sull’Hymalaya, poi travolta da una piena del Gange.
Poteva attestare: «Le Saux si è liberato lentamente, senza rivoluzione, benché con un trauma interiore, da una formazione ristretta, microdossica, per acquistare totalmente la libertà totale.
…Si è sempre considerato cristiano, monaco, benedettino, ma ha lavorato appassionatamente per non essere un cristiano chiuso, un benedettino fanatico, un monaco retrivo» (ib.).
Aveva frequentato anche il monaco Jules Monchanin (1895-1957) che con Le Saux aveva fondato l’asram Satcitananda e più tardi il benedettino Bede Griffits, che ne aveva continuato la tradizione e aveva poi affidato l’asram ai PP.
Camaldolesi, che ora ne garantiscono la continuità nella esperienza del dialogo e della spiritualità multireligiosa.
L’aspetto più significativo della esistenza di Raimon Panikkar è l’esperienza mistica compiuta, la sintesi che egli ha operato tra spiritualità cristiana, induista e buddhista.
Panikkar aveva conoscenza dottrinale approfondita anche di altre religioni, soprattutto dell’ebraismo e dell’Islam, ma dell’induismo e del buddhismo aveva conoscenza vitale, sperimentale.
Egli era giunto a viverle dal di dentro.
Ciò gli era stato reso possibile per il livello spirituale raggiunto, nel quale le differenze dei modelli interpretativi e delle strutture religiose si erano in modo progressivo compenetrate.
Il processo non si è realizzato per sincretismo o per giustapposizione di pratiche diverse, bensì per lo sviluppo di un livello spirituale nel quale le differenze sono divenute compatibili perché la vita si svolge in forma più pura e più sostanziale.
Le modalità contingenti appaiono secondarie e compatibili.
Credo che Panikkar sia stato l’unico nel nostro tempo a immergersi in modo autentico in tre esperienze religiose e sentirsi in grado di farle, parlare dal di dentro.
Era cristiano e sacerdote cattolico ed è rimasto fedele alla sua scelta proprio perché in virtù di questa ha raggiunto l’apertura che gli ha consentito di vivere realmente anche l’esperienza induista e buddhista.
Credo che valga anche per lui quello che aveva detto dell’esperienza dell’amico Henri Le Saux: «È un fenomeno straordinariamente positivo.
Il suo itinerario personale è stato un itinerario di liberazione da una cosa dopo l’altra, senza distruggere nessuna delle sue fedeltà» (ib.).
È frutto di un’autentica esperienza mistica, aperta a tutti coloro che intendono vivere oggi il dialogo interreligioso.
La mistica, come egli la definisce, è: «l’esperienza della Vita» (Vita e Parola.
La mia opera, Jaca Book 2010, p.
12), «l’esperienza integrale della Vita» (ib., p.14), «l’esperienza suprema della realtà» (ib.,p.
21).
La «spiritualità va intesa come cammino per giungere a tale esperienza» (ib., p.
21).
Il termine vita in queste definizioni deve essere inteso nel senso di esistenza, ed appartiene ad ogni essere anche materiale.
Vita e realtà si corrispondono.
Egli spiega: «Abbiamo scritto Vita con la maiuscola per non escludere a priori che la vita può avere altre dimensioni oltre a quelle inerenti ai suoi aspetti fisiologici e psichici.
Esiste anche una vita spirituale: esiste la Vita dell’Essere e quindi la vita della materia» (ib., p.
14).
In questa prospettiva Panikkar distingueva la sostanza della realtà o della vita che è perenne dalle sue forme limitate e transitorie.
Egli chiariva questa distinzione con l’esempio che spesso portava del rapporto tra la goccia (l’uomo) e l’oceano (Dio o la totalità).
«Ognuno di noi è una goccia d’acqua.
Quest’acqua a un certo momento o evapora nel nulla o cade nel mare…
Quando noi moriamo cosa capita alla mia goccia d’acqua? Dipende da chi sono io: la goccia d’acqua o l’acqua della goccia? Se sono la goccia d’acqua, la goccia d’acqua sparisce, muore; se durante la mia vita ho superato il mio individualismo, il mio egoismo e mi sono scoperto acqua e non soltanto goccia, non mi capita niente, anzi divento più acqua, non muoio…
È la tensione superficiale che fa la goccia, è la nostra sostanza che fa l’acqua.
Abbiamo tutti la possibilità di scoprirci acqua» (L’altro come esperienza.., o.
c., p.
59).
Il lavoro spirituale tende appunto a «scoprirci acqua e non accontentarsi di essere soltanto goccia» (ib).
Giunti a questa scoperta l’interpretazione dell’esistenza personale, degli altri, della storia, cambia completamente.
Si apre quello che egli stesso chiama «il terzo occhio».
A questo sguardo la propria esistenza si configura come l’ambito dove la Vita stessa prende coscienza di una sua modalità di apparizione; l’altro, ogni altro, appare come la rivelazione di una modalità della Vita; la storia come il suo dispiegarsi nel tempo.
Panikkar riconosce che «a volte ci costa lasciare che la Vita prenda coscienza di se stessa, proprio per la [nostra] superficialità…
Questa coscienza della vita non è nostra proprietà privata, non appartiene al nostro ego; per questo la mistica ci dirà che, se non si supera l’egoismo, se non si muore all’ego (egoista), non si può godere di questa esperienza» (Vita e Parola, o.
c., p.
14).
In noi la «Vita fa esperienza di se stessa e ognuno di noi partecipa a questa esperienza con maggiore o minore chiarezza e profondità».
Egli precisa: «Quando dico esperienza della Vita non intendo l’esperienza della mia vita, ma della Vita, quella vita che non è mia benché sia in me; quella vita, che, come dicono i Veda, non muore, che è infinita, che alcuni definirebbero divina, Vita tuttavia che si sente palpitare, o per meglio dire, semplicemente vivere in noi.
Le interpretazioni che se ne danno naturalmente spaziano da ciò che è definito sentimento oceanico fino alla sensazione biologica di vivere, passando attraverso l’esperienza di Dio, di Cristo, dell’Amore o anche dell’Essere» (ib., p.
15).
Panikkar introducendo Mistica pienezza di vita, il primo volume dell’Opera Omnia, poteva attestare che esso «tratta del tema più importante della mia vita, che ha ispirato in forma discreta tutti i miei scritti, così da diventarne una chiave ermeneutica indispensabile» (Vita e Parola, o.
c., p.
11).
Ha ispirato tutti i suoi scritti perché rappresentava la sostanza, la trama della sua esistenza.
Il dialogo ormai non può avvenire e svilupparsi che in questa prospettiva.
«Quando le mura delle proprie costruzioni interiori crollano perché esposte al vento del dialogo intrareligioso si può rimanere sepolti sotto le macerie…
ma si può cominciare a costruire la propria dimora in modo che altri possano entrare e uscire» (A.
Rossi, Un artista del dialogo, in L’altro…, o.
c., p.
19).
Allora veramente «la ricerca diventa una preghiera aperta verso tutte le direzioni; aperta anche alle direzioni del prossimo e persino a quelle del lontano’» (R.
Panikkar, Il dialogo intrareligioso, Cittadella 1988, p.
17).
Panikkar ha percorso questi cammini in modo esemplare.
Ora che egli è tornato alla Vita ha affidato a noi la consegna di diffondere la pratica e la spiritualità del dialogo in “Rocca” n.
18 del 15 settembre 2010

“A parola è parola”

Si è ora conclusa festosamente la missione che per una settimana, dal 15 al 22 agosto, ha visto frati, suore, con saio e sandali in puro stile del Poverello d’Assisi, e giovani laici missionari riempire le spiagge, le strade, le piazze , i bar,  le discoteche di Marzamemi ad incontrare i giovani, di giorno e di notte,  allo slogan “A parola è parola”.
                   Marzamemi  è un piccolo borgo marinaro del siracusano, all’estrema punta della Sicilia orientale , ad alta valenza turistica; in estate a Marzamemi si “vive” anche e sopratutto di  “notte”: spettacoli, manifestazioni, attrattive    e   incontri diversi intrattengono i turisti, e i giovani, tra una birra e l’altra, talvolta   anche di troppo, si ritrovano nei bar, nelle discoteche , nei pab o lungo il mare; e così trascorrono la notte fino alla prima colazione del giorno successivo!                    Sembrerebbe questo un panorama che non lascia spazio a nessuna altra intromissione che non sia lo “sballo” , come d’altronte dovunque nei luoghi turistici, soprattutto in estate.
                   E questa è stata infatti la resistenza delle autorità locali quando i frati minori di Sicilia hanno proposto la realizzazione di una missione per i giovani a partire dal 15 agosto   ( clou della stagione estiva) per una settimana.
                   E le resistenze non erano solo delle autorità!                    Un po’ tutti  mostravamo perplessità: non si pensava che l’iniziativa avrebbe potuto avere seguito se non nell’indifferenza e anche forse nel disturbo che poteva portare a un ritmo di vita già ben consolidato, soprattutto in agosto!                                Avanzava quindi la paura del rifiuto e del fallimento della proposta!                             I frati, però, con le suore e tanti laici giovani missionari, reclutati in loco nel corso dell’iniziativa con apposita formazione,  hanno saputo focalizzare l’attenzione ed è stato particolarmente sorprendente come al clima festoso che hanno saputo creare, la gente, (non più solo giovani!) si è raccolta intorno  a loro nel divertimento, nella testimonianza, nella riflessione, …
nell’ascolto della “parola”!                            E’ stato un tripudio di canti, balli, e…
preghiera!                            E ancora è stato più sorprendente quando, a sorpresa, a chiusura della missione,  in piena notte, ore 02,30, hanno proposto  una processione per raggiungere la chiesa per  fare  l’adorazione!                   E la gente (tantissima!), praticanti e non, si è mossa con loro per una lunga processione a discapito delle mille iniziative di divertimento e distrazione che pullulavano intorno a loro; c’è stata, infatti,  una sola recriminazione: quella di alcuni commercianti del posto ai quali l’evento intralciava la loro attività!                   Che dire?  Al di là della spettacolarità dell’iniziativa , l’esperienza è stata vincente e pone delle domande.
                   Come è possibile che in un contesto così desacralizzato, così profano, potremmo dire, in un  momento (il 15 agosto!) in cui l’attenzione, soprattutto dei giovani, è rivolta a tutt’altri interessi  che certamente non si sposano con  proposte religiose, i frati abbiano avuto così tanta partecipazione e coinvolgimento?                   Che cosa è stato vincente?                   Forse l’approccio che i frati hanno avuto con i giovani nei luoghi  e nei tempi a loro consueti!                   Forse hanno percepito che la proposta religiosa non è altro…            dalla loro  vita!                            Forse hanno sentito che la proposta religiosa non è loro estranea,  non li sovrasta, fa parte del loro stesso mondo, è  il loro stesso mondo!                            Forse hanno avvertito che non c’è frattura con la loro vita!                            Forse hanno avvertito che la proposta religiosa…
può interpetrarli!                            E per dirla con Vito Mancuso:  “Perché si possa pronunciare un armonioso noi ogni singolo io deve modulare la sua musica interiore con quella degli altri”.
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Il cattolico post moderno e lo scarso peso in politica

A chi frequenta la realtà cattolica italiana desta un po’ di sconcerto la superficialità con cui di essa si parla e con essa si vuole dialogare.
La persistente diaspora elettorale, seguita alla fine della Dc, istiga qualcuno a tentativi di nuova unità o convergenza, magari di stampo minoritario; ma ne istiga molti di più a tentativi di appropriazione, di alleanze, di consonanze programmatiche e/o etiche nei confronti delle sue diverse componenti.
Tutti tentativi, però, che, al di là della loro reiterazione e del loro rifiuto, declinano verso una evidente confusione.
Per tentare di fare un passo in avanti occorre partire dalla considerazione che in ogni realtà complessa (e quella cattolica lo è più di quanto sembri) bisogna privilegiare una linea interpretativa che parta non dall’alto dei principi ideologici o di alleanze politiche, ma dal basso, cioè dalla fenomenologia quotidiana del popolo cattolico.
È qui, in questa fenomenologia quotidiana, che sta maturando un’evoluzione profonda e importante anche se ancora senza esiti di incisività sociopolitica.
È una maturazione che parte dalla tradizionale ma non scontata consistenza quantitativa del popolo cattolico, dalla sua diffusione capillare sul territorio, dal suo costante vivere in orizzontale senza coazioni di verticismo mediatico.
Chi lo frequenta e lo «conta» verifica ogni domenica che i partecipanti alle funzioni di quattro-cinque parrocchie dell’Umbria (regione non solo piccolissima, ma da sempre segnata da forte tradizione comunista e massonica) equivalgono ai numeri dei rumorosi cortei che in varie occasioni attraversano Roma; e coloro che in quelle funzioni «fanno la comunione» sono più numerosi dei partecipanti ai vari reclamizzati raduni che ogni tanto occupano le piazze romane.
Facendo la somma delle 25.000 parrocchie italiane, si riscontra una totale copertura del territorio e delle sue dinamiche; non c’è gara rispetto alle ambizioni di metter su circoli e squadre da parte di chi sente di non avere un suo quotidiano radicamento nel reale quotidiano.
Ma l’importanza sempre più centrale del popolo cattolico la si riscontra specialmente sul piano qualitativo, quasi socio-antropologico: per la sua eredità e testimonianza di fede, visto che «credere» in qualcosa è oggi cosa rara e forse essenziale; per la sua quotidiana capacità di vivere non facendosi prendere dalla bulimia di quell’edonismo banale e facile (per cui delle cose si gode anche senza averne avuto il desiderio); per la sua quotidiana capacità di vivere il territorio (la terra, l’ambiente, il paesaggio) come un valore aggiunto, rispetto alla pura localizzazione del vivere; per la sua quotidiana capacità di produrre significative relazioni interpersonali e una tendenziale vita comunitaria; per la sua quotidiana capacità di fare integrazione e coesione sociale (con gli anziani non meno che con i lavoratori stranieri, con gli emarginati non meno che con i depressi più o meno soli); per la sua capacità di fare cittadinanza attiva (nel volontariato, come nelle iniziative culturali, come nell’associazionismo di vario tipo).
Si tratta, in ultima analisi e interpretazione, della emergente capacità del popolo cattolico di essere post moderno, cioè post industriale, post urbano, post mediatico, anche post secolarizzato; peraltro senza cadere in tentazione di una regressione verso nostalgie del passato, modelli identitari consolidati, antiche prigionie archetipiche.
È quindi verosimile che si sia di fronte a una importanza del popolo cattolico più interessante di quanto pensano coloro che con esso vogliono far politica.
Ma perché tale sommersa importanza non riesce a esprimersi nella dialettica socio-politica? La risposta più immediata potrebbero essere quella che si tratta di un obiettivo che la maggior parte dei cattolici italiani non ritiene più meritevole d’impegno; ma sarebbe una risposta parziale.
La verità è che mancano al popolo cattolico i livelli intermedi prima di condensazione della propria forza poi di finalizzazione allo sviluppo collettivo del Paese.
Non è che manchino in proposito  movimenti, associazioni, gruppi di aggregazione intermedia; ma si tratta di strutture dove il fondo identitario è più religioso e spirituale che d’impegno civile; e dove quindi si formano carismi «caldi» ma non spendibili sul piano sociopolitico.
E anche sul piano più tradizionalmente ecclesiastico non è che manchino diocesi capaci di guidare il cammino dei propri fedeli, ma in genere i loro vescovi restano incapaci (per propria carenza personale e/o perché abituati a «far fare» ai superiori gerarchici) di elaborare il collegamento delle dinamiche del loro popolo con le grandi tematiche del momento sociopolitico.
Non essendoci dunque un tessuto e una dinamica di tipo intermedio, si capisce come su tali tematiche gli orientamenti della base cattolica non arrivino affatto; o arrivino distorti dalle convinzioni di chi presume di parlare in suo nome; o arrivino sì corrette, ma quasi casuali e quindi senza adeguato seguito (si pensi all’ultima presa di posizione del Papa sul problema dell’immigrazione).
Chi voglia allora far partecipe il popolo cattolico dello sviluppo complessivo della nostra società deve lavorare sulla crescita del suo tessuto intermedio e delle sue dinamiche intermedie; vale per le gerarchie ecclesiastiche e per l’associazionismo ecclesiale, ma vale anche per chi vuole chiamarlo a responsabilità collettive, magari anche politiche.
Altrimenti rischiamo le chiacchiere inutili e confuse che oggi occupano titoli, articoli, dichiarazioni, annunci, siti e circuiti mediatici, verso cui il popolo cattolico si dimostra progressivamente indifferente.
in “Corriere della Sera” del 31 agosto 2010

Custodire il creato, per coltivare la pace

« Ogni volta che la comunità umana crea armonia, costruisce la pace e la salvaguarda.
Anzi rende più vero il creato».
Dal suo eremo di Mosciano, poco fuori Firenze, don Paolo Giannoni legge così la Giornata per la salvaguardia del creato promossa dalla Cei che la Chiesa italiana celebra oggi.
Il tema di quest’anno, Custodire il creato, per coltivare la pace , riprende il messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale della pace 2010.
Un tema che – secondo l’oblato camaldolese, teologo e docente per quaranta anni allo Studio teologico fiorentino – rimanda alla pace-shalom che «nella Bibbia non è assenza di violenza o di turbamenti, ma pienezza di vita.
Appare dunque chiaro che ogni volta che si costruisce la vita, la si risana».
La Giornata di oggi richiama alla teologia della creazione, inizio e fondamento di tutte le opere di Dio.
La creazione più che inizio è principio.
Infatti san Tommaso ricorda che Dio ha creato non le creature, ma la creazione.
Per questo la fede nella creazione non è un discorso sulle origini ma sul progetto intero che Dio ha voluto per una pienezza.
E il tema della pienezza porta in sé il desiderio: tutte le cose desiderano Dio.
Come l’uomo può farsi interprete del gemito della creazione? Prima di tutto vivendo il proprio infinito.
Nessuno potrà mai dire «ho amato abbastanza» e «sono stato amato abbastanza »; ci sarà sempre ancora da amare e da essere amati.
E lo stesso va detto della verità e della bellezza.
Invece dell’«ingiuria delle grandi verità» occorre vivere queste grandi verità facendole.
Ogni lavoro, anche quello casalingo, realizza la verità delle cose: quando un buon piatto rende più bella la creazione! E un computer è un capolavoro di perfezione sempre più perfezionata.
Inoltre una risposta grande e necessaria per interpretare il gemito della creazione è l’educazione.
E la liturgia? È una meravigliosa maniera di portare a compimento la creazione: nell’Eucaristia la materia diventa Cristo, nel Battesimo l’acqua dona la vita per la potenza dello Spirito.
Però l’armonia fra creato ed essere umano è stata infranta dal peccato.
Il peccato ci rimanda alla sua radice che non è la malizia del cuore (le mani di Dio non fanno mai una malizia e il cuore umano viene da lui), ma la limitatezza dell’essere.
Elredo di Rievaulx fa eco a Gesù dicendo che più che peccatori siamo dei grandi ignoranti.
Ogni peccato è un atto di idolatria perché, vedendo la bellezza di una creatura, ci si ferma a essa e non la si vede come segno e rimando alla bellezza piena che è Dio.
Così si falsifica l’universo e noi stessi.
Quindi la Giornata di oggi può essere letta anche come un invito alla purificazione? Certo.
L’ascesi non è una mortificazione, ma l’esercizio con il quale nella fede si fa armonia in noi, con gli altri, nel mondo.
L’armonia ci fa «ritornare» (è il verbo usato dai profeti) alla verità.
L’armonia è il metodo del «cambiamento dell’anima».
Si ritorna al Padre che ha ancora una veste, un anello e nuovi calzari.
Siamo riportati alla bellezza e alla verità.
E insieme abbiamo da essere fratelli e sorelle che cooperano all’armonia della vita e del creato dando loro veste, anello, calzari.
Anche così siamo figli del Padre.
Questo corrisponde al fatto che «Dio vide che era cosa buona ».
Come coltivare una spiritualità della salvaguardia del creato? La spiritualità (non una vita interiore, ma la vita che ci dà lo Spirito Santo) già in se stessa è salvaguardia del creato.
Uno spiritualismo falso dimentica la forma di incarnazione che è tutta la vita.
La falsificazione del Vangelo a codice di morale e la riduzione della Chiesa ad agenzia di morale (mentre è la comunità che rende attuale il mistero, l’evento di salvezza) impedisce di capire questa verità.
È essenziale giungere a una contemplazione che colga la bellezza delle cose, come frammenti che rifrangono l’immensa bellezza di Dio.
Quali vie seguire? Serve una cura che amplifica la perfezione delle creature e un grande rispetto, perché le riconosce come consorti dello stesso disegno di pienezza che coinvolge la nostra umanità.
Per questo l’ascesi è all’opposto dello scialo, del consumo, dell’offesa, della noncuranza.
L’ultima pennellata con la quale Dio termina il proprio autoritratto, ossia la Bibbia, è «rasciugare le lacrime».
Ogni volta che si rasciuga una lacrima o si costruisce una gioia che blocca la strada del pianto, possiamo cogliere quella luce che viene nell’impegno di salvaguardia che fa crescere la vita.
 intervista a Paolo Giannoni a cura di Giacomo Gambassi in “Avvenire” del 1 settembre 2010

Togliti i sandali dai piedi

Mi succede di chiedermi che cosa sia questa emozione, che mi prende pure il corpo, fino a sentirla spingere negli occhi, ogni volta che due creature, dentro una chiesa o dentro un comune, osano dire, sposandosi, parole tanto assolute e tanto tenere a un tempo.
Mi è accaduto ancora una volta giorni fa dentro il silenzio stupito di una chiesa romanica a cui ti affacci, per scalata di fede, al colmo del biancore di una lunga scalinata.
Mi risposi che a commuovermi è il legame di assolutezza e di tenerezza che abitano queste parole.
Non mi prendono il cuore minimamente le parole assolute se sono intrise di gelo, il gelo del dogmatismo.
Ma queste altre parole che dicono amore incondizionato, che sfidano il futuro senza essere sfrontate, consapevoli di una fragilità, nel dono di una tenerezza infinita, queste sì, mi prendono il cuore.
Forse, ti dirò, è anche stupore, perché le sento pronunciare dentro una stagione, dove nell’aria, tra le mille paure, respiri anche questa paura, strana paura, la paura di amare.
Dentro una stagione come la nostra, in cui si vuole salva e custodita, se possibile, una via di fuga alle spalle.
E non me la sto prendendo, come spesso avviene, con il fenomeno delle convivenze, fenomeno in grande inarrestabile espansione.
Non è detto che abiti lì o sempre lì la paura di amare.
Paura del silenzio Ricordo che anni fa mi capitò di leggere un articolo di Xavier Lacroix, teologo francese, padre di famiglia, direttore dell’Istituto di Scienze della Famiglia a Lione, che invitava a guardare più da vicino il fenomeno: “La situazione non è più quella di trenta anni fa, quando scegliere la convivenza equivaleva a contestare il matrimonio.
Oggi, per esempio, la maggior parte vive un certo senso della fedeltà, e la coabitazione non ha il significato dell’amore libero: ci si augura durata, più dell’80% delle coppie spera di ‘tenere’, si concepiscono bambini e i genitori li riconoscono.
Inoltre, senza saperlo, molti fanno il percorso di storici e etnologi, recuperando e riscoprendo forme antiche di matrimonio in uso prima del XII secolo, prima che la Chiesa istituzionalizzasse il rito con lo scambio di consensi.
(…) Non è che chi non si sposa non si impegna: la promessa può benissimo essere scambiata nell’intimo della coppia ed è questo l’essenziale.
Ma talvolta l’essenziale non basta”.
Il luogo della paura di amare, così mi sembra di capire, non è necessariamente una situazione sociale, è una stanza più interiore, è il cuore di ognuno di noi.
Spesso la paura di amare è paura di uscire da se stessi dove sai, o ti illudi di sapere, paura di abbandonarsi all’altro, paura di rischiare l’avventura delle mani di una donna o di un uomo cui ti stai affidando.
Spesso è anche paura di soffrire.
O di essere ferito.
Una paura che non trattenne il Signore Gesù.
Non lotrattenne dal consegnarsi.
Lui ben consapevole di che cosa può accadere quando sei nelle mani degli uomini.
E furono mani di croce.
Purtroppo della logica del cautelarsi e del non rischiare, della paura di amare con vera e non pallida passione, abbiamo dato ampia dimostrazione lungo i secoli.
Nel suo libro “Equivoci, mondo moderno e Cristo”, padre Bevilacqua ricordava le parole, senza misericordia né reticenze, di alcuni testimoni del nostro tempo, parole che andavano a fotografare volti di credenti.
Secondo Mounier “esseri che pesano e misurano il gesto al millimetro, eroi linfatici, vasi di noia, sacri sillogismi, ombre di ombre”.
Trent’ anni prima Péguy ne aveva smontato il meccanismo psicologico dicendo: “Perché non hanno forza per essere della natura, credono di appartenere alla grazia.
Perché non hanno il coraggio temporale credono di essere penetrati dall’eterno, Perché non possono appartenere al mondo che rifiutano, credono di appartenere a Dio”.
Parole non prive di durezza, in cui senti la delusione per un amore che si dichiara tale ma, per paura di sofferenze o di falsi moralismi, tiene, ad ogni buon conto, una buona riserva di distanza.
Paura di essere invasi A volte è anche, e lo dobbiamo ammettere, paura di essere invasi.
Le storie di amori che furono invasioni non vanno certo a rassicurare il cuore.
Non sarà, mi chiedo, che il segreto per togliere dal cuore dell’altro la paura di amare non stia anche nel vivere amori che non siano per nulla nel segno dell’invasione dell’altro, nel segno dell’occupazione dell’altro, nel segno della riduzione dell’altro a oggetto? Mi ritornano al cuore le parole di un amico, Erri De Luca: un giorno lui si trovò fra le mani il libro della Bibbia e tale fu il fascino che dovette per passione andare al sapore delle parole così come suonavano nell’antico testo e da allora, al chiarore delle luci del mattino, interroga con gli occhi e le dita le grafie sacre.
In un suo testo che mi fecero conoscere anni fa due amici, Federica e Tomaso, mi capitò di leggere una poesia, non più dimenticata, che mi piace qui trascrivere, parola per parola, quasi toccandole: Ho visto l’amore delle frecce, “io amo te”: arco teso contro un bersaglio, dove io è il soggetto e te un complemento, oggetto di una mira, un caso accusativo.
Ho letto in una lingua antica: E amerai “al” tuo compagno come te stesso, (veaavtà lereacà camòca).
Un errore in grammatica, non un errore in cuore.
Porta amore a qualcuno porgi il te stesso ma fino alla soglia.
Fa’ che si chini per alzarlo a sé, mai che debba staccarselo di dosso.
Fa’ che non sia proiettile contro sagoma attinta, ma la deposta offerta.
Quando Federica e Tomaso mi lessero la poesia, che poi trovò posto nel libretto del loro matrimonio, a colpirmi fu da principio la stranezza del dativo.
Nella traduzioni che per lo più abbiamo fra le mani, è scritto: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19 ,1 8).
E la traduzione grammaticalmente funziona.
Nel testo originale, annota Erri De Luca, sta scritto: `Amerai al tuo compagno come te stesso”.
“Al tuo compagno”, al dativo.
“Un errore in grammatica” ma, aggiunge Erri De Luca, “non un errore in cuore”.
Ti dirò che l’allusione di Erri De Luca a un possibile “errore in cuore” ebbe l’effetto di mettermi in allarme, perché se già è doloroso per tutti noi riconoscere di avere errato in qualcosa, dolore dei dolori, dispiacere dei dispiaceri, peso da sfondarti l’anima sarebbe riconoscere di aver errato in cuore, di aver sbagliato in amore.
Ma nella poesia di Erri De Luca a colpirmi non fu solo la sorpresa di quell’inatteso dativo, fu anche la suggestione di una parola che mi è molto cara, la parola “soglia”: “Porta amore a qualcuno/ porgi il te stesso/ ma fino alla soglia./ Fa’ che si chini per alzarlo a sé,/ mai che debba staccarselo di dosso”.
In amore, perché non si generi paura, dovremmo, penso, consumare di venerazione la soglia, guardandoci da parole e gesti che suonino anche lontanamente come invasioni di una intimità, del territorio che sta oltre: al di là la terra è sacra.
Al cuore mi ritorna l’affascinante pagina del roveto dell’Oreb: ardeva per fuoco, ma non si consumava.
Gli occhi di Mosè erano un’interrogazione, mosse alcuni passi a carpire il segreto.
Ma dal roveto un grido: “Non avvicinarti oltre, togliti i sandali dai piedi perché il luogo sul quale stai è suolo santo” (Es 3, 5).
Il grido anche oggi chiede riconoscimento, riconoscimento del mistero dell’altro.
Riconoscimento che ti fa indugiare alla soglia.
Togliti i calzari, riconosci la tua fragilità, levati le tue precomprensioni, sta nudo.
Né Dio né l’altro sono terra di occupazione, terra da invadere, o terra che ti meriti.
Riconosci la distanza.
Anche nell’amore più forte e appassionato, riconosci la distanza.
Togliti i sandali dai piedi.
in “Mosaico di pace” n° 7 del luglio 2010

Dio esiste.

ANTHONY FLEW- A.
ROY VARGHESE, Dio esiste.
Come l’ateo più famoso del mondo ha cambiato idea, Alfa&Omega, 2010,  ISBN: 8888747915, pp.
206, euro 17,90.
«Credo che l’universo sia stato creato da un’Intelligenza infinita e che le sue intricate leggi manifestino ciò che gli scienziati hanno chiamato la Mente di Dio.
Ritengo che la vita e la riproduzione abbiano origine da una Fonte divina».
Sembrerebbe la solita affermazione teistica di un onesto pensatore in ricerca religiosa il quale, osservando il cosmo, ne deduce la provenienza da un Dio creatore.
Ma se tale frase è uscita dalla penna di quello che per decenni è stato uno degli atei più celebri del pianeta, beh, allora, la faccenda si fa interessante.
È lo stesso Anthony Flew, filosofo inglese nato nel 1923 e morto lo scorso 8 aprile, docente in diverse università (Oxford, Aberdeen, Toronto), ad aver messo nero su bianco che “Dio esiste.
Come l’ateo più famoso del mondo ha cambiato idea” (Alfa&Omega, pp.
206, euro 17,90).
Libro che, richiamando il celebre “Storia di un’anima” di Teresa di Lisieux, potremmo definire «Storia di un cervello che passò dalla negazione granitica di Dio all’adesione “scientifica” ad un Essere superiore».
Volume, quello di Flew, che nella sua versione originale (2007) aveva suscitato un vespaio di polemiche.
Compresa la reprimenda del biologo ateo Richard Dawkins, che nel suo “L’illusione di Dio” aveva attribuito a una decadenza senile la conversione di Flew.
Proprio da tale accusa parte il testo dell’ex anti-Dio, quando afferma che «questi critici giunsero alla conclusione che le previsioni di un imminente ingresso nell’aldilà avessero scatenato una conversione sul letto di morte».
Tutt’altro, replica Flew, e l’andamento del racconto – scritto insieme al filosofo cattolico Roy A.
Varghese – ne è la controprova.
Quasi memore del procedimento filosofico classico, Flew procede prima in chiave destruens e quindi costruens rispetto all’ipotesi che Dio esista.
Si scopre così che l’ateo di Oxford fece la sua prima, pubblica professione di ateismo davanti ad un gigante del pensiero cristiano novecentesco, lo scrittore (e apologeta convertito) Clive S.
Lewis, il narratore delle celebri “Cronache di Narnia”.
Infatti nell’estate del 1951 Flew espresse i suoi principi che avrebbero poi costituito il nucleo del primo dei suoi tre libri fondamentali – 35 le opere da lui vergate – sulla sua mancanza di religiosità, “Theology and Falsification” (poi ripubblicato in “Nuovi saggi di teologia filosofica”, curato da Alasdair MacIntyre), nel contesto del Socratic Club di Oxford, uno spazio di discussione tra atei e cristiani il cui presidente, dal 1942 al ’54, fu appunto Lewis.
Flew quindi fece tesoro del pensiero del filosofo analitico Ludwig Wittgenstein.
E ne interpretò il pensiero in chiave anti-religiosa: «Sfidavo i credenti religiosi a spiegare come dovessero essere comprese le loro assunzioni», ovvero ad affermare la «logica» del dichiarare vera l’esistenza di Dio.
Nel suo iter intellettuale – durante il quale incrociò le lame anche con il pensatore neotomista Ralph McInerny, di recente defunto – Flew produsse altre due opere fondamentali, “God and Philosophy” e “The Presumption of Atheism”, nel quale, rifacendosi a David Hume, sosteneva che «le tesi cosmologiche e morali a favore dell’esistenza di Dio non fossero valide.
[…] Sostenevo che una discussione sull’esistenza di Dio dovesse iniziare col supporre l’ateismo e che l’onore della prova dovesse spettare ai teisti».
Dopo una vita di studi in cui si è anche occupato di scienze sociali, avendo abiurato il marxismo giovanile già all’epoca del patto Ribentropp-Molotov del ’39, ebbene 6 anni fa Flew – l’immagine è sua – cambiò casacca e passò nella squadra dei teisti.
Per l’occasione scelse una platea importante, un convegno a New York: «Annunciai che accettavo l’esistenza di un Dio».
E la motivazione era opposta e speculare alla negazione di un tempo: «Perché credo così, pur avendo esposto e difeso l’ateismo per più di mezzo secolo? È per il quadro del mondo, come lo vedo io, che è emerso dalla scienza moderna».
In particolare, a convincere l’anziano pensatore di Oxford, è lo studio del Dna: «Credo che il materiale del Dna abbia dimostrato, con la complessità quasi incredibile delle disposizioni di cui si necessita per generare la vita, che l’Intelligenza debba essere stata così coinvolta nel far sì che questi elementi diversi operassero insieme».
Flew riconosce di essere sulla scia di altri che, come lui, hanno trovato nella ricerca scientifica una chiave per dimostrare che affidarsi a Dio non è una pia illusione.
L’ex ateo cita, in primis, Charles Darwin, padre della teoria dell’evoluzione, di cui riprende questo passaggio: «La ragione mi parla dell’impossibilità quasi di concepire l’universo e l’uomo come il risultato di un mero caso o di una cieca necessità.
Questo pensiero mi costringe a ricorrere a una Causa Prima dotata di un’intelligenza».
Tra gli altri, Flew cita John Polkinghorne, pastore anglicano e grande filosofo della scienza di Cambridge, e Francis Collins, colui che ha portato a termine la mappatura del genoma umano e autore del fortunato “Il linguaggio di Dio” (Longanesi).
In fin dei conti il percorso di Flew, retrospettivamente, è coerente con quel principio socratico di cui si era abbeverato durante gli studi oxfordiani: «Seguire il ragionamento fin dove porta».
Flew chiude così la sua confessione: «Alcuni sostengono di aver stabilito un contatto con questa Mente.
Io no.
Ma chi lo sa cosa potrebbe accadere in seguito? Un giorno potrei sentire una Voce che dice: Puoi sentirmi adesso?».
Lorenzo Fazzini Avvenire 27 agosto 2010

Educazione e catechesi: binomio inscindibile.

L’educazione è parte integrante della missione della Chiesa.
È con questa convinzione che si sono conclusi, giovedì 17 a Bologna, i lavori del 44° congresso dei direttori degli uffici catechistici diocesani promosso dalla Conferenza episcopale italiana (Cei).
Nella sua relazione di sintesi il direttore dell’Ufficio catechistico nazionale, don Guido Benzi, ha evocato un’immagine che ben riassume i lavori e le prospettive future scaturite dal convegno:  la Chiesa come Mysterium Lunae.
Dopo aver richiamato il suo simbolismo, commentando un passo dell’Exaemeron di sant’Ambrogio, Benzi ha sottolineato i due aspetti che più legano la Chiesa alla sua attività di maestra e madre della fede:  “La Chiesa, come la “Luna crescente” nel rinnovarsi della sua presenza, è soggetta, in forza della Grazia dello Spirito, a una vita sempre nuova, a un rigenerarsi, generando alla luce e alla vita del Cristo i cristiani.
E, infine, la Chiesa, come l'”astro rifulgente”, irraggia nel plenilunio pasquale, la luce del Cristo, e annuncia la verità del Vangelo della morte e risurrezione del Figlio di Dio”.
La Chiesa, oggi come ieri, riceve da Cristo – “colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Ebrei, 12, 2) – tutto ciò che le serve per poter, a sua volta, accompagnare altri nella crescita dell’esperienza di vita cristiana.
La sottolineatura che è stata data nei quattro giorni di convegno, in linea con le indicazioni progettuali della Cei, è stata quella relativa al tema dell’educazione.
Per questo motivo, il convegno si è dato dei momenti di ascolto delle molteplici declinazioni del tema educativo.
La prima è quella pedagogica, tema affrontato da Maria Teresa Moscato dell’Università di Bologna.
Dal suo versante, la Moscato ha ribadito l’importanza del legame intrinseco che esiste tra esperienza religiosa ed educazione, al punto che l’elisione della prima cancella anche la seconda:  “E c’è ancora un elemento essenziale che confluisce nella sparizione dell’idea di educazione, ed è la progressiva riduzione dell’esperienza – e della pratica – religiosa nelle generazioni adulte:  non sto dicendo che dal momento che è sparita l’idea di educazione non educhiamo più alla religiosità.
Sto dicendo che, al contrario, nella misura in cui non siamo più religiosi non riusciamo a percepire la necessità dell’educazione e la responsabilità comune verso di essa”.
Così come la fede è una salvaguardia per la retta ragione, altrettanto l’esperienza religiosa è custode dell’importanza dell’educazione complessiva delle nuove generazioni.
È questo una sorta di leit motiv che è risuonato anche in altre relazioni come, per esempio, nella sottolineatura posta da Paola Bignardi, membro del Comitato per il progetto culturale della Cei, sul ruolo e l’importanza della comunità ecclesiale come comunità educante, così come è stata pensata dal documento base Il rinnovamento della catechesi fino a oggi.
Da queste indicazioni, ha ricordato la Bignardi, deve scaturire un percorso di verifica e ripensamento:  “Oggetto della verifica cui le nostre comunità sono chiamate è il volto attraente che esse sanno mostrare, facendo percepire il valore dell’invito di Papa Benedetto a Verona:  far “emergere soprattutto quel grande “sì’ che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza””.
Particolarmente significativa è stata, infine, la tavola rotonda, condotta da don Carmelo Sciuto, dell’ufficio catechistico nazionale, che ha posto a tema la questione decisiva delle alleanze educative.
Originale ed efficace è stata la modalità scelta che ha visto, mediante l’utilizzo di video e interviste precedentemente preparate, il coinvolgimento dei diversi protagonisti dell’attività educativa ecclesiale, a cominciare dai direttori degli uffici competenti della Cei ma coinvolgendo anche le famiglie, i catecumeni, i parroci, i catechisti, gli insegnanti di religione, i capi scout, gli educatori dei ragazzi di Azione cattolica provenienti da varie realtà italiane.
Oltre all’importanza dei temi trattati, ciò che è emerso è la vera forza di cui dispone la compagine ecclesiale nel raccogliere le impegnative sfide dell’emergenza educativa.
(©L’Osservatore Romano – 20 giugno 2010)