Natale: Sei Tu… l’atteso?

Il Natale ripropone la domanda di Giovanni a Gesù: Sei Tu… l’atteso?   Giovanni il battista ci ha mandati da te per domandarti ‘Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?’ (Lc.
7, 20).
  Figura rude e altera questa di Giovanni il Battista.
La sua parola tagliente e persuasiva irrompe nella travagliata vicenda di un popolo, che custodisce da secoli un’attesa tenace e ne proclama il compimento.
Annuncia il Messia, l’Atteso; risponde ad un’esigenza irriducibile nella vita di ogni uomo, in attesa di colui che sappia darvi pieno compimento.
Come di fatto si verifica quando sulla scena appare una misteriosa figura  che s’impone con piena autorità.
E’ interessante  notare come il racconto evangelico lo vada progressivamente imponendo all’ammirazione delle folle e dei singoli.
Un rapido accenno ad alcuni episodi ne offre precisa conferma.
L’adultera lo contempla ergersi con sorana autorità, salvatore insperato, sui suoi accusatori, più grande perfino della legge che la condanna ( Gio.
8, 11); Zaccheo, il pubblicano, lo vede imporsi alla sua vita, attraversare la soglia della sua casa e inondarla di gioia (Lc.
19,5); La povera vedova nel tempio neppure s’accorge che il Suo sguardo silenzioso l’ha seguita ed ha contato i due spiccioli, messi nel salvadanaio, graditi a Dio più di ogni altra offerta: Lui solo ha saputo misurare lo spazio della sua illimitata fiducia (Lc.
21, 3).
E qui la figura sconcertante del Battista, il profeta che ha salutato in Gesù il liberatore ed è finito in carcere per la perentoria franchezza della sua parola; ora guarda con comprensibile sconcerto ai gesti che Egli va compiendo.
Perciò manda una delegazione a chiedergli: Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?   Suggestiva figura questa del Battezzatore, il più grande fra i nati di donna.
E’ vissuto per Lui, lo ha proclamato alle folle, lo ha additato ai suoi stessi discepoli, che sull’autorità della sua parola lo hanno seguito.
Il suo operare lo sorprende: Sei Tu?…
E’ la domanda che s’impone nella vicenda singolare e incomparabile di ogni uomo, che aspira ad un gesto di superiore comprensione e di misericordia, quando ha tradito perfino se stesso, come avviene nell’adultera; o intende ritrovare dignità e considerazione anche in una situazione compromessa, come in Zaccheo; o attende che un gesto apparentemente insignificante non cancelli la grandezza d’animo con cui è compiuto, quella che Dio solo misura, come nel caso della povera vedova.
Attese diverse che attraversano la vita, la fermentano.
Sei Tu la risposta all’attesa segreta di ogni uomo lungo la pista accidentata della propria esistenza? Oltre le innumerevoli attese che segnano la vita c’è un’attesa senza nome né volto ma profonda e persistente.  Presagita in tutte le situazioni che costellano il vivere quotidiano, affioranti ed effimere, tenace richiamo a quella presenza misteriosa e sovrana che Cristo interpreta.
Sei Tu… colui che attendo? Il tuo lungo pellegrinare lungo le strade assolate della Palestina – non ha mostrato sollecitudine per tutti? – non ha rinfrancato i più deboli? – non ha assolto chi era condannato? – non ha ridato gioia al deluso, serena sicurezza al naufrago? Venite a me voi tutti che mi avete atteso, che mi state aspettando, perché riempirò di conforto e di gioia la vostra attesa…     La domanda di Giovanni rappresenta un’occasione preziosa per interrogarci:             Quale l’attesa che fermenta, magari poco avvertita, la nostra vita?             Nella stessa scelta di consacrazione quale figura di Cristo ci ha orientati?             Negli anni della maturità religiosa ci sono aspetti                                     – che ci sconcertano?                                     – che ci appassionano?             Ho scoperto nel Vangelo ‘una verità per me’?

La svolta mariana degli Stati Uniti

L’orgoglio degli americani soffriva di una mancanza: già avevano fatto venire Gesù nei futuri States (così affermano i 6 milioni di Mormoni) ma la Madonna, almeno ufficialmente, non era mai stata  tra loro.
Ma ecco che l’8 dicembre, nel giorno dell’Immacolata Concezione, la Chiesa ha  sentenziato in modo solenne, per voce del vescovo di Green Bay nel Wisconsin, che Maria è davvero apparsa nell’America del Nord.
È la prima volta che una apparizione negli Usa è  riconosciuta ufficialmente come autentica.
Il Messico, nel 1531, ha avuto Guadalupe, che provocò la nascita del santuario forse più frequentato del mondo.
Per stare nelle Americhe, autentici pure, secondo la Chiesa, i fatti che diedero vita a un altro enorme santuario, quello brasiliano dell’Aparecida (1717).
Il Venezuela vide riconosciute le apparizioni della Finca Betania, avvenute nel 1976.
Per non parlare della Francia, che ha il primato (Le Laus, 1664; La Salette, 1846; Lourdes, 1858; Pontmain, 1871).
Anche il Giappone (Akita, 1973) e la Polonia (Gietrzwald, 1877), ebbero Maria tra loro.
Persino l’Africa Nera (Kibeho, nel Rwanda, 1981) ha goduto di una apparizione mariana dichiarata soprannaturale.
Nulla, invece, per gli yankee.
Sinora, lo dicevamo, milioni di statunitensi credevano che le popolazioni originarie della loro terra fossero i discendenti di tribù emigrate da Israele prima di Cristo.
E Gesù stesso, dopo la Risurrezione, sarebbe venuto nel territorio dei futuri Stati Uniti.
Anzi, proprio qui avrebbe dato il meglio del suo insegnamento.
È questo, in effetti, il Credo di quella religione tipicamente made in Usa che è il mormonismo, ufficialmente «Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni».
Quanto alle presunte apparizioni di Maria, sono state numerose, ma nessuna ha superato le severe inchieste della gerarchia cattolica.
Adesso la svolta, anche se sono occorsi 151 anni per giungere alla decisione.
I fatti, in effetti, si svolsero a Champion, sobborgo di Green Bay, nel 1859, cioè un anno dopo Lourdes.
Anche nel Wisconsin la protagonista fu una ragazzina, figlia di immigrati belgi.
Per tre volte, una Signora radiosa, vestita di bianco, le apparve e le disse: «Sono la Regina del Cielo che prega per i peccatori e desidero che tu faccia lo stesso».
Aggiunse poi: «Riunisci i figli di questo Paese selvaggio e insegna loro ciò che devono sapere per salvarsi».
Il comando della Signora fu preso radicalmente sul serio, tanto che Adele Brise — questo il nome della veggente — aiutata da un’amica che era presente alle apparizioni e che aveva lei stessa visto e sentito, fondò una Congregazione per l’educazione dei figli dei poveri immigrati.
Morì nel 1896 in odore di santità e sul luogo dell’Incontro sorse un santuario ancora oggi molto frequentato: la Chiesa vi permetteva il culto, però non si pronunciava sulla verità delle origini.
L’attuale vescovo di Green Bay, monsignor David Ricken, ha ripreso il dossier storico, impressionato soprattutto dal fervore dei pellegrini e basandosi, dunque, sul criterio dato da Gesù stesso: «Dai frutti conoscerete l’albero».
Tanta devozione, durata un secolo e mezzo, poteva avere solo origini genuine.
Così, nel giorno della Immacolata, nella sua cattedrale, ha letto solennemente un decreto: «Dichiaro con certezza morale e in base alle norme della Chiesa che le apparizioni e i discorsi ricevuti dalla serva di Dio Adele Brise nell’ottobre del 1859 hanno verità di carattere soprannaturale.
Io, con la presente, approvo queste apparizioni della Vergine Maria come degne di fede».
Il vescovo precisa che accettare questa verità «non è obbligatorio» per i credenti, ma questa è la norma che sempre vale per questi eventi.
Grande esultanza, comunque, non solo nel Wisconsin ma in tutto il Paese, dove — malgrado tutto — quella cattolica è la comunità religiosa con il maggior numero di aderenti.
Come ha osservato Massimo Introvigne, sociologo delle religioni: «Anche questo è un segno che la Chiesa americana è molto cambiata.
Dopo l’ubriacatura progressista e la crisi dei preti pedofili, i credenti si sono stretti attorno ai vescovi e al loro insegnamento: anche nel rilancio della devozione mariana».
in “Corriere della Sera” del 13 dicembre 2010

Martin Rhonheimer: il papa discute in campo aperto

Intervista con Martin Rhonheimer D.
– Alcuni commentatori cattolici considerano le osservazioni del papa un cambiamento totale; altri dicono che non è cambiato assolutamente nulla.
Qual è la posizione giusta? R.
– Né l’una né l’altra.
Comincerei con la seconda: “Niente è cambiato”.
Non è vero.
Papa Benedetto, immagino dopo un’attenta ponderazione, ha fatto affermazioni pubbliche che hanno cambiato la riflessione su queste materie, sia dentro che fuori la Chiesa.
Per la prima volta è stato detto da parte del papa in persona, sia pure non in un formale atto di insegnamento del magistero della Chiesa, che la Chiesa non “proibisce” incondizionatamente l’uso profilattico del condom.
Al contrario, il Santo Padre ha detto che in certi casi (nel commercio del sesso, ad esempio), il loro uso può essere un segno di un primo passo verso la responsabilità (nello stesso tempo chiarendo che questa non è né una soluzione per vincere l’epidemia dell’AIDS né una soluzione morale; la sola soluzione morale è abbandonare uno stile di vita moralmente disordinato, e vivere la sessualità in un modo realmente umanizzato).
Queste considerazioni accendono molte sensibilità su entrambi i versanti, e questo è il motivo per cui spero che il passo compiuto da papa Benedetto possa cambiare il modo con cui discutiamo questi temi, verso un modo meno teso e più aperto.
Ma l’altra posizione, secondo cui ciò che ha detto il papa è un cambiamento totale, è ugualmente inesatta.
Primo, ciò che egli ha detto non cambia in nessun modo la dottrina della Chiesa sulla contraccezione; semmai conferma questa dottrina, come insegnata dalla “Humanae vitae”.
Secondo, le sue affermazioni non dichiarano che l’uso del condom sia privo di problemi morali o sia in genere permesso, anche per finalità profilattiche.
Papa Benedetto parla di “begründete Einzelfälle”, che tradotto letteralmente significa “giustificati singoli casi” – come il caso di una prostituta – nei quali l’uso del condom “può essere un primo passo nella direzione di una moralizzazione, una prima assunzione di responsabilità”.
Ciò che è “giustificato” non è l’uso del condom come tale: non, almeno, nel senso di una “giustificazione morale” da cui consegua una norma permissiva tipo “è moralmente permesso e buono usare in condom in questo e quel caso”.
Ciò che è giustificato, piuttosto, è il giudizio che ciò può essere considerato un “primo passo” e “una prima assunzione di responsabilità”.
Papa Benedetto certamente non ha voluto stabilire una norma morale che giustifichi eccezioni.
Terzo, ciò che papa Benedetto dice non si riferisce a persone sposate.
Parla solo di situazioni che sono in se stesse intrinsecamente disordinate.
Quarto, come ben mette in chiaro, il papa non difende la distribuzione dei condom, che egli crede portino a una “banalizzazione” della sessualità che è la causa primaria della diffusione dell’AIDS.
Egli semplicemente menziona il metodo “ABC”, insistendo sull’importanza di A e B (astinenza e fedeltà, “be faithful”), considerando C (“condom”) un ultimo ripiego (in tedesco “Ausweichpunkt”) nell’eventualità che delle persone rifiutino di seguire A e B.
Inoltre, molto più importante, egli dichiara che quest’ultima soluzione appartiene propriamente alla sfera secolare, cioè a programmi di governo per combattere l’AIDS.
Ciò che il papa ha detto, quindi, non riguarda come le istituzioni sanitarie guidate dalla Chiesa debbano trattare i condom.
Ha dato una valutazione su che cosa pensare riguardo a una prostituta che abitualmente fa uso di condom, non riguardo a coloro che sistematicamente li distribuiscono al fine di contenere l’epidemia, cosa che è nella responsabilità delle autorità di uno stato.
Da parte sua, la Chiesa continuerà a presentare la verità riguardo all’ esercizio pienamente umano della sessualità.
D.
– Nelle sue osservazioni, papa Benedetto non definisce l’uso del condom da parte di persone infette di HIV un “male minore”, eppure è così che alcuni teologi e leader cattolici spiegano ciò che ha detto.
Sono i preservativi in qualche caso un “male minore”? R.
– Descrivere l’uso del preservativo per prevenire il contagio come un male minore è molto ambiguo e può produrre confusione.
Certo, possiamo dire che quando una prostituta usa un condom, ciò diminuisce il male della prostituzione o del turismo sessuale, dato che diminuisce il rischio di trasmettere il virus HIV a più larghi strati della popolazione.
Ma ciò non significa che sia bene scegliere atti cattivi per conseguire una finalità buona.
Fermo restando che un comportamento sessuale immorale dovrebbe essere evitato in tutto, a mio giudizio il punto giustamente messo in luce dal Santo Padre è che quando una persona che già sta compiendo atti immorali usa un preservativo, egli o ella non scelgono propriamente un male minore, ma semplicemente cercano di prevenire un male, il male del contagio.
Dal punto di vista del peccatore questo ovviamente significa scegliere un bene: la salute.
D.
– Se il papa dice che l’uso del preservativo in alcuni casi può essere un segno di risveglio morale, non è che egli dice che la pratica della contraccezione è talvolta accettabile? O che la pratica della contraccezione è preferibile alla trasmissione dell’HIV? R.
– Un condom è fatto per essere un mezzo per impedire ai fluidi maschili di penetrare nel grembo della donna.
Il suo uso corrente è per la contraccezione.
Nel caso di cui parla il papa, invece, la ragione del loro utilizzo non è di impedire il concepimento, ma di prevenire il contagio.
Non dobbiamo confondere gli atti umani, che possono essere intrinsecamente buoni o intrinsecamente cattivi, con delle “cose”.
Non è il condom come tale, ma il suo uso che presenta problemi morali.
Quindi, ciò che il papa dice non si riferisce anche alla questione della contraccezione.
Sappiamo che alcuni teologi morali sostengono che poiché – eccetto nel caso di partner sessuali sterili – l’effetto dei condom è sempre fisicamente contraccettivo e per questa ragione intrinsecamente cattivo, coloro che li usano necessariamente commettono il peccato della contraccezione, anche se non ne fanno uso per questo scopo.
Questo è il motivo per cui essi argomentano che il loro utilizzo rende un atto già immorale ancora peggiore.
Ma ciò che papa Benedetto ha detto ora – tenuto conto che non ha voluto restringere il caso alla sola prostituzione omosessuale maschile, nella quale la questione della contraccezione ovviamente non si pone – indebolisce in modo decisivo questa argomentazione.
Io penso che la sola via per sfuggire dal bizzarro vicolo cieco a cui portano tali argomentazioni – la tesi, ad esempio, che anche da un punto di vista morale sarebbe meglio per una prostituta essere infettata che utilizzare un condom – è avere ben chiaro che i preservativi, considerati come tali, non sono “intrinsecamente contraccettivi” nel senso di un giudizio morale.
È il loro uso, e l’intenzione implicata in questo uso, che determina se l’uso di un condom equivale a un atto di contraccezione.
D.
– Si può presumere che il papa fosse consapevole della confusione che certe parole possono produrre tra i cattolici.
Non le chiedo di fare congetture indebite sulle sue intenzioni, ma che cosa di buono può venir fuori da questo? R.
– È evidente che il Santo Padre ha voluto portare questa materia in campo aperto.
Sicuramente ha previsto il trambusto, i fraintendimenti, la confusione e anche lo scandalo che avrebbe potuto causare.
E credo che egli abbia giudicato che sia necessario, nonostante tutte queste reazioni, parlare di queste cose, nello stesso spirito di apertura e di trasparenza con il quale, da quando era a capo della congregazione per la dottrina della fede, ha trattato i casi di abuso sessuale tra il clero.
Penso che papa Benedetto creda nella forza della ragione, e che dopo un certo tempo le cose diverranno più chiare.
Egli ha cambiato la riflessione pubblica su questi temi e ha preparato il terreno per una più vigorosa e appropriata comprensione e difesa dell’insegnamento della Chiesa sulla contraccezione, come parte di una dottrina dell’amore coniugale e del vero significato della sessualità umana.
__________ Il settimanale cattolico degli Stati Uniti su cui è uscita l’intervista col professor Rhonheimer, raccolta dal suo direttore, John Nort

Tu chi sei?

Tu quis es? Tu chi sei? È una domanda sull’ identità di un’altra persona.
Chi la pone sul serio, tuttavia, sperimenta in sé gli stessi interrogativi: Tu quis es? Chi pensi di essere? Quale definizione dai di te stesso? Da questa domanda si apre una via all’interiorità.
Di fatto, noi vorremmo conoscere a fondo che cosa muove il nostro fratello o sorella ad agire in un certo modo.
Questo rifluire della domanda su noi stessi ci coglie soprattutto quando interroghiamo le persone che ci sono care o con cui abbiamo una comunità di vita.
Quando poi si tratta di qualcuno da cui dipende la nostra vita e il nostro futuro, questa ricerca può assumere anche un carattere drammatico.
La Scrittura è particolarmente conscia di quanto questa domanda ci interpelli e ci mostra, in particolare nei Vangeli, esempi di questo cammino interiore che può anche giungere a una prova, come quella di Giacobbe con l’angelo (Gen 32) o l’agonia di Gesù nell’Orto degli Ulivi (Mc 14,32- 42).
Questo atteggiamento fondamentale di domanda si pone fin dagli inizi della predicazione di Gesù.
Chi viene a contatto con il suo ministero si stupisce di come Egli possieda la forza del dire, connessa con il potere di fare miracoli.
Il quarto Vangelo ha nella sua prima pagina la domanda «tu quis es?» posta a Giovanni il Battista.
La sua risposta è molto chiara: «Egli confessò e non negò.
Confessò: “Io non sono il Cristo”.
Allora gli chiesero: “Chi sei, dunque? Sei tu Elia?”.
“Non lo sono” disse.
“Sei tu il profeta?”.
“No” rispose.
Gli dissero allora: “Chi sei perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato.
Che cosa dici di te stesso?”» (Gv 1,20-22).
Occorreva una grande umiltà per rispondere così.
Con questo il Vangelo di Giovanni ci fa comprendere come per conoscere il Cristo sia necessario anzitutto sapere chi non si è, ed essere molto sinceri sulle cose che non abbiamo.
I primi che si pongono questa domanda rispetto a Gesù sono i due discepoli dello stesso Giovanni.
Secondo il quarto Vangelo, non osano essere espliciti, ma chiedono timidamente: «Maestro, dove abiti?» e Gesù risponde con una proposta: «Venite e vedrete» (Gv 1,39).
Dunque, per rispondere alla domanda «tu quis es?» occorre avere la capacità di ascoltare e comprendere il mondo della persona in questione.
Natanaele poi viene colpito da grande stupore perché, incontrandolo, Gesù gli dice di averlo visto sotto il fico.
A questo stupore Gesù risponde: «Vedrai cose più grandi di queste» (Gv 1,50).
I capitoli terzo e quarto di Giovanni ci fanno comprendere che è attraverso dubbi e fatiche che si arriva a conoscere l’altro.
Nel terzo Gesù cerca di chiarire le idee a un uomo fondamentalmente buono ma legato da difficoltà e fatiche.
Di fronte alla Samaritana Egli afferma: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice dammi da bere, tu avresti chiesto a lui e lui ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 4,10).
La donna, quindi, non è ancora giunta a riconoscere chi gli sta di fronte, ma arriverà alla conoscenza di Gesù evocando la questione messianica e sentendosi rispondere: il Messia «sono io che parlo con te».
Nel capitolo quinto Gesù viene rimproverato dai giudei per aver compiuto un miracolo nel giorno di sabato, e le resistenze alla sua missione si fanno via via più forti.
Chi vuole conoscere intimamente il mistero di Cristo deve pagare un duro prezzo.
Da qui in avanti si ripeteranno queste auto-affermazioni di Gesù con l’uso di termini metaforici.
Egli si presenta come luce del mondo che dona la luce della vita.
In questi capitoli prevalgono le diatribe di coloro che non sono disposti ad accettare la sua testimonianza.
Gesù guarisce il cieco nato e il quarto Vangelo ne trae occasione per esprimere tutte le difficoltà a riconoscere che Gesù sia il Messia.
In seguito Egli paragona se stesso alla porta delle pecore e soprattutto al buon pastore.
Finalmente Gesù si dichiara come la risurrezione e la vita (Gv 11,10-25).
Intanto si sono già formati a proposito della sua persona due schieramenti opposti: quelli che gli credono e valutano positivamente i suoi gesti e, dall’altra parte, quelli che prendono scandalo dalle sue parole e dal suo modo di agire.
Si vede di qui che nella formazione del giudizio su una persona vengono fuori molte ragioni emotive ed è quindi necessario un cuore puro.
In conclusione, per rispondere al «tu quis es?» bisogna: primo, riconoscere coraggiosamente ciò che io non sono; secondo, incontrare l’altro nel suo ambiente e nella sua storia; terzo, avere il senso dello stupore, ossia la capacità di meravigliarsi che suscita la ricerca; quarto, essere disponibili ad andare oltre il visibile; quinto, accettare insieme anche il reale nelle sue manifestazioni meno appariscenti.
Infine, per conoscere un’altra persona bisogna essere disposti a lasciarsi mangiare per dare vita e riceverla.
La domanda «tu quis es?» coinvolge tutta la persona ed è una domanda primaria: conoscersi e conoscere significa lasciarsi attraversare e insieme condurre dall’altro.
in “Corriere della Sera” del 7 dicembre 2010

Protestanti in Francia: famiglia ricomposta.

Protestanti sono tra il 2,5% e il 2,8% dei francesi.
Vent’anni fa erano circa il 2%.
Questa crescita si spiega con l’esplosione delle Chiese evangeliche.
È vero che gli evangelici fanno più discepoli dei luterano-riformati, ma questi ultimi restano ancora nettamente la maggioranza (56%).
Come succede per molti giovani cattolici, i luterano-riformati si ispirano sempre più ai modi di  espressione degli evangelici, al loro senso della comunità e si impegnano in campagne di evangelizzazione.
Il che potrebbe delineare un futuro molto diverso dagli scenari tratteggiati negli anni ’80 sotto il regno assoluto del paradigma della secolarizzazione e dell’ineluttabile scomparsa del religioso.
Questi sono in poche parole i principali insegnamenti del convegno “I protestanti in Francia, una famiglia ricomposta.
Analisi e punti di riferimento”, che si è svolto a Parigi dal 18 al 20 novembre.
Era organizzato dal Groupe Sociétés Religions Laïcités (Ecole pratique des hautes études et CNRS) con il sostegno dell’Institut européen en Sciences des religions e sotto il patrocinio della Fédération protestante de France.
Un convegno particolarmente vivace, con decine di interventi limitati a venti minuti, dibattiti con la sala e talvolta tra relatori.
Tra questi ultimi: Claude Baty, presidente della Federazione protestante, Etienne Lhermeneault, presidente del Consiglio nazionale degli evangelici francesi e Laurent Schlumberger, presidente del Consiglio nazionale della Chiesa riformata.
La “religione come memoria in una discendenze di credenti”, caratteristica di una certa cultura luterano-riformata, sembra lasciare il posto alla “religione per la speranza con pellegrini e convertiti”.
Sembra anche che si vada verso una nuova situazione ecumenica, poiché gli incontri tra i cristiani di Chiese diverse, ad esempio attraverso il parcours Alpha, si moltiplicano.
In altri termini,: la tesi del “blocco dell’ecumenismo” non sta proprio più in piedi.
Ora, questo nuovo “cristianesimo di convinzione” e assertivo che corrisponderebbe all’individualizzazione si sviluppa in una società in cui il numero di atei e di non cristiani tende ad aumentare in questi ultimi trent’anni.
La ricomposizione del protestantesimo si inscriverebbe quindi nella ricomposizione della società.
Queste sono alcune delle formule utilizzate dai due responsabili scientifici del convegno: Sébastien Fath, ricercatore al CNRS al Groupe Sociétés Religions Laïcités, et Jean-Paul Willaime, direttore di studi alla sezione delle Sciences religieuses de l’école pratique des hautes études.
Numeri Per avere un quadro generale delle nuove tendenze, la cosa migliore è consultare un sondaggio effettuato dall’Ifop per Réforme e La Croix: “I protestanti fotografati dalle inchieste IFOP del 2010”.
Il documento è particolarmente ricco, tanto per i risultati grezzi, che per l’originalità del metodo.
I sondaggisti hanno interrogato per telefono negli scorsi mesi di maggio e di giugno 702 persone selezionate dall’Ifop.
Quest’ultimo, guidato dal gruppo GSRL, ha preso in considerazione le persone che si sono dichiarate “protestanti” e quelle che si sono dichiarate “cristiani evangelici”.
A molti evangelici – in questo caso il 18% degli intervistati – non piace presentarsi come “protestanti”.
Un fatto che gli istituti di sondaggio ignoravano fino a quel momento.
E che cambia notevolmente i risultati.
Inoltre, non si parla più qui di “persone vicine al protestantesimo”, un’espressione simpatica ma inadatta.
Secondo Sébastien Fath permette a molti cattolici liberali di esprimere la loro prossimità a ciò che percepiscono del protestantesimo (che raramente corrisponde alla realtà).
Ma queste persone sono cattoliche, non protestanti.
I risultati del sondaggio sono dunque, ai nostri occhi, molto sorprendenti.
Citiamo ad esempio il fatto che il 39% dei protestanti è “praticante regolare” (si reca al culto almeno una volta al mese).
Confrontiamo questa cifra con il 7% dei cattolici praticanti regolari (cioè che vanno a messa almeno una volta al mese).
Citiamo un altro indicatore, molto protestante: il 46% dei protestanti francesi legge la Bibbia almeno una volta al mese.
Quasi la metà! Ma i numeri più spettacolari, a nostro avviso, sono quelli che si ottengono confrontando il profilo dei luterano-riformati e quello degli evangelici.
Il 60% degli evangelici si reca al culto una volta alla settimana, contro…
il 9% dei luterano-riformati.
Il 74% degli evangelici legge la Bibbia almeno una volta alla settimana, contro il 17% dei luterano-riformati.
Una differenza che si ritrova in ambito teologico.
Il 70% degli evangelici dice di contare su guarigioni miracolose contro il 13% dei luterano-riformati.
Si può anche citare il profilo demografico dell’evangelico tipo: è più giovane e più cittadino del riformato tipo.
Il suo statuto sociale è generalmente meno elevato di quello del riformato.
In materia di etica sessuale (e bioetica), le differenze sono importanti (non è necessariamente una sorpresa), ma meno caratterizzanti di quanto si pensava.
Il 46% dei luterano-riformati è a favore della benedizione delle coppie omosessuali da parte delle Chiese, ma una maggioranza – il 54% – è contraria.
Questa opinione è condivisa per il 14% degli evangelici, mentre l’85% è contrario.
Quanto alle convergenze, evidentemente numerose, e sottolineate in particolare dai responsabili della Federazione protestante, si possono citare le preferenze in materia di etica sociale e di politica.
Il 61% dei luterano-riformati è contrario all’affermazione: “Ci sono troppi immigrati in Francia”.
Esattamente come il 62% degli evangelici.
Ci sarebbe anche una correlazione positiva tra atteggiamento favorevole all’accoglienza degli immigrati e lettura della Bibbia.
A rifiutare l’affermazione che ci sono troppi immigrati in Francia è il 71% dei lettori settimanali della Bibbia.
Ecumenismo Destra o sinistra? Alla pari.
Il 53% dei luterano-riformati sono di sinistra (PS e Verdi) e di sinistra si dice anche il 46% degli evangelici.
Il 34% dei luterano-riformati sono di destra (UMP e FN), tale opinione è condivisa “solo” dal 32% degli evangelici.
Si può pensare (e altri sondaggi lo confermano) che i partiti centristi siano molto popolari tra i protestanti.
In ogni caso, come precisa Jean-Paul Willaime nel documento consegnato ai giornalisti, bisogna abbandonare un preconcetto: “Gli orientamenti politici dei luterano-riformati e degli evangelici non differiscono molto.
La contrapposizione corrente tra riformati di sinistra ed evangelici di destra non corrisponde alla realtà.” Altro preconcetto che occorrerebbe rivedere: “l’ecumenismo” attira ancora un numero di luteranoriformati un po’ più alto rispetto agli evangelici.
Ma quando si osservano gli scambi concreti tra cristiani, si scopre che gli evangelici partecipano a incontri ecumenici proporzionalmente più dei luterano-riformati! La differenza è marginale, e si può invece notare la convergenza.
Gli evangelici sono “aperti” al dialogo con gli altri cristiani quasi quanto i luterano-riformati.
Al termine del convegno che aveva lui stesso aperto, Claude Baty ci ha manifestato la sua reazione rispetto ai numeri e alle analisi presentate.
Ha refutato sicuramente la tesi della polarizzazione tra evangelici e luterano-riformati e insistito al contrario su tutto ciò che unisce i protestanti.
“A mio avviso è sbagliato spiegare il protestantesimo diviso in fratture e in blocchi contrapposti.
E in queste condizioni, credo che la mia responsabilità sia di non voler fratturare per esistere, ma al contrario gestire la diversità per dare all’esterno una testimonianza che sia coerente”, ci dice.
Una cosa è certa: durante questi tre giorni di convegno, ci sono stati dibattiti, ma non aprioristicamente tra evangelici e luterano-riformati.
O tra carismatici e tradizionalisti.
Ci sono stati degli scambi tra scienziati, pastori e teologi su fatti osservabili, non dibattiti sterili.
“Non ci si è accontentati di commemorare Calvino”, si rallegra Claude Baty.
E manifesta un punto di vista che sembra nettamente condiviso dagli altri attori del protestantesimo contemporaneo: “Bisogna uscire da una identità storica che ha come finalità solo la commemorazione.
Bisogna uscire da una storia ideale, per entrare in un ritratto realistico”.
in “www.temoignagechretien.fr” del 22 novembre 2010 (traduzione: www.finesettimana.org)

Pedofilia

Nella “giornata di riflessione e preghiera” che ha preceduto il concistoro di oggi, Benedetto XVI ha proposto ai cardinali cinque temi di discussione.
Uno di questi è stato “a risposta della Chiesa ai casi di abusi sessuali”.
Era la prima volta che se ne discuteva a un così alto livello, da parte di un collegio di cardinali rappresentativo della Chiesa universale, attorno al papa.
La discussione è stata introdotta dal cardinale William J.
Levada, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, e si è protratta per circa un’ora, a porte rigorosamente chiuse.
La congregazione invierà presto una lettera circolare alle conferenze episcopali con indicazioni “per un programma coordinato ed efficace”.
Si sa però che la linea adottata in quest’ultimo decennio dalle massime autorità della Chiesa – con un crescendo di rigore culminato nel 2010 con le nuove “Norme sui delitti più gravi” – si presta a serie obiezioni e offre il fianco a vari rischi.
* Le obiezioni sono anzitutto di tipo giuridico.
Il 1 dicembre prossimo la facoltà di diritto canonico della Pontificia Università Urbaniana dedicherà un convegno di studio proprio alle nuove norme riguardanti i casi più gravi di abuso sessuale, in particolare con una relazione del professor John Paul Kimes del Pontificio Istituto Orientale.
Un elemento chiave delle innovazioni normative è stato, a partire dal 2001, l’assegnazione della competenza esclusiva sui delitti di pedofilia alla congregazione per la dottrina della fede.
In pratica, quando un vescovo si trova in presenza di un caso di pedofilia, dopo una prima verifica dell’attendibilità della denuncia deve rimettere la causa a Roma.
Questa centralizzazione è stata fermamente voluta da Joseph Ratzinger sia prima che dopo la sua nomina a papa.
E ha avuto il suo braccio esecutivo nel promotore di giustizia della congregazione per la dottrina delle fede, monsignor Charles J.
Scicluna.
La ragione principale che ha spinto in questa direzione è l’inaffidabilità di cui molte diocesi hanno dato prova nell’affrontare simili casi.
E in effetti, da quando la congregazione per la dottrina della fede ha assunto il pieno controllo della materia, l’opera di “pulizia” ha prodotto risultati.
Questa centralizzazione ha però un rischio.
Presta il fianco – retorico se non sostanziale – a chi vorrebbe trascinare in tribunale persino il papa, per delitti commessi da suoi “dipendenti”.
Negli Stati Uniti sono in corso processi nei quali l’accusa tratta la Chiesa alla pari di una “corporation” e pretende che a rispondere di ogni atto siano anche i suoi massimi titolari, dai quali si pretenderebbe anche il risarcimento in danaro delle vittime.
* Altre obiezioni, più fondate, riguardano non la centralizzazione delle cause di pedofilia, ma le modalità con cui sono affrontate.
Stando a quanto riferito da monsignor Scicluna, dei 3000 casi di sacerdoti e religiosi accusati di pedofilia trattati dalla congregazione per la dottrina della fede negli ultimi dieci anni, solo 20 su cento hanno avuto un processo canonico vero e proprio, giudiziario o amministrativo.
Tutti gli altri casi sono stati affrontati in via extraprocessuale.
Un caso clamoroso di procedura extraprocessuale ha riguardato, ad esempio, il fondatore dei Legionari di Cristo, padre Marcial Maciel.
La congregazione per la dottrina della fede semplicemente svolse un’investigazione per verificare le accuse.
Dopo di che, con l’approvazione esplicita del papa, il 19 maggio 2006 emise un comunicato per “invitare il padre a una vita riservata di preghiera e di penitenza, rinunciando a ogni ministero pubblico”.
“Facciamo così per una maggiore speditezza dell’iter”, ha detto monsignor Scicluna per giustificare questa rinuncia alla via processuale.
Ma per gli esperti di diritto, questo vantaggio pratico mette in pericolo principi cardine dell’ordinamento canonico della Chiesa e la stessa esigenza di un giusto processo.
Tra gli esperti di diritto vi sono anche illustri cardinali della curia romana: l’americano Raymond L.
Burke, prefetto del supremo tribunale della segnatura apostolica; lo spagnolo Julián Herranz, presidente emerito del pontificio consiglio per i testi legislativi; il polacco Zenon Grocholewski, prefetto della congragazione per l’educazione cattolica; l’italiano Velasio De Paolis, presidente della prefettura degli affari economici della Santa Sede e delegato papale per il “salvataggio” dei Legionari di Cristo.
Per questi e altri cultori del diritto, in curia e fuori, l’aggiramento del processo canonico limita seriamente le possibilità di difesa dell’imputato.
Non solo.
Anche quando un caso di pedofilia è sottoposto a processo canonico, la tendenza prevalente è sempre più quella di procedere non per via giudiziaria ma per via amministrativa.
Il diritto canonico prevede entrambe le vie.
Ma rispetto a quanto avviene negli ordinamenti di molti stati, il giudice canonico gode di maggiore discrezionalità, col rischio che questa si trasformi in arbitrio.
Compete al giudice canonico – cioè in definitiva al vescovo del luogo, salvi i casi, come quelli di pedofilia, in cui la competenza è della congregazione per la dottrina della fede – scegliere se avviare un processo giudiziale oppure amministrativo mediante decreto.
In questo secondo caso, e non per sua scelta, l’imputato si trova così ad essere giudicato dalla stessa persona che è anche il suo pubblico accusatore.
Ne esce quindi svuotato il suo diritto a un giudice “terzo”, cioè equidistante da accusa e difesa.
All’imputato sono comunicate le accuse mosse a suo carico, ma non le fonti e i nomi degli accusatori, che devono restare segreti.
Inoltre, a differenza del processo amministrativo in uso in molti stati, ove la pena è solo pecuniaria, il processo amministrativo canonico può concludersi con pene anche gravissime, come la dimissione dallo stato clericale, emesse con un semplice decreto.
Il ricorso in appello è consentito.
Ma nel processo amministrativo l’autorità a cui spetta il giudizio finale sarà ancora la stessa che in precedenza è stata sia accusatore che giudice.
Non solo.
Capita talvolta che a un sacerdote uscito assolto dall’accusa di pedofilia sia ugualmente comminata dal suo vescovo o dalla congregazione per la dottrina della fede una pubblica ammonizione, o una penitenza, o un’altra pena.
È ciò che consente il canone 1348 del codice di diritto canonico, secondo taluni canonisti “per la salvezza dell’individuo e il bene della comunità”.
Ma è anche qualcosa che fa a pugni con il rispetto della norma giuridica, con i diritti della persona e con la distinzione tra foro esterno ed interno.
Rispetto a tutti questi arbitrii, il processo giudiziario canonico è molto più rispettoso dei diritti dell’imputato.
Ma nei casi di pedofilia è raramente praticato.
Si procede quasi sempre per decreto o per sanzioni extraprocessuali.
* In un paese come gli Stati Uniti d’America si è passati da una fase di lassismo nel trattare il fenomeno pedofilia, sia in campo civile che in campo ecclesiastico, a una fase di “tolleranza zero” generalizzata, di impronta puritana.
Nella Chiesa è avvenuto qualcosa di simile.
Il fenomeno pedofilia è sempre più percepito come uno stato di emergenza.
Al quale si ritiene doveroso reagire con una normativa anch’essa di emergenza, la più rapida e sbrigativa possibile.
Una normativa di emergenza dovrebbe cessare una volta superata la fase critica.
Ma questo esito appare lontano, nel caso della pedofilia.
Insomma, era questo lo sfondo giuridico della discussione tra i cardinali e papa Benedetto su “la risposta della Chiesa ai casi di abusi sessuali”, ieri, venerdì 19 novembre, vigilia del terzo concistoro di questo pontificato.
C’è motivo di credere che questa discussione continuerà.

“Diventare grandi insieme”

Diventare grandi significa essere capaci di amare Diventare grandi vuol dire trasformare la propria vita in “un dono agli altri”:  in altre parole, essere capaci di amare.
Lo ha detto il Papa ai centomila tra ragazzi e giovanissimi dell’Azione cattolica italiana incontrati sabato mattina, 30 ottobre, in piazza San Pietro.
Domanda del ragazzo Acr:  Santità, cosa significa diventare grandi? Cosa devo fare per crescere seguendo Gesù? Chi mi può aiutare? Cari amici dell’Azione Cattolica Italiana! Sono semplicemente felice di incontrarvi, così numerosi, su questa bella piazza e vi ringrazio di cuore per il vostro affetto! A tutti voi rivolgo il mio benvenuto.
In particolare, saluto il Presidente, Prof.
Franco Miano, e l’Assistente Generale, Mons.
Domenico Sigalini.
Saluto il Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, gli altri Vescovi, i sacerdoti, gli educatori e i genitori che hanno voluto accompagnarvi.
 Allora, ho ascoltato la domanda del ragazzo dell’Acr.
La risposta più bella su che cosa significa diventare grandi la portate scritta voi tutti sulle vostre magliette, sui cappellini, sui cartelloni:  “C’è di più”.
Questo vostro motto, che non conoscevo, mi fa riflettere.
Che cosa fa un bambino per vedere se diventa grande? Confronta la sua altezza con quella dei compagni; e immagina di diventare più alto, per sentirsi più grande.
Io, quando sono stato ragazzo, alla vostra età, nella mia classe ero uno dei più piccoli, e tanto più ho avuto il desiderio di essere un giorno molto grande; e non solo grande di misura, ma volevo fare qualcosa di grande, di più nella mia vita, anche se non conoscevo questa parola “c’è di più”.
Crescere in altezza implica questo “c’è di più”.
Ve lo dice il vostro cuore, che desidera avere tanti amici, che è contento quando si comporta bene, quando sa dare gioia al papà e alla mamma, ma soprattutto quando incontra un amico insuperabile, buonissimo e unico che è Gesù.
Voi sapete quanto Gesù voleva bene ai bambini e ai ragazzi! Un giorno tanti bambini come voi si avvicinarono a Gesù, perché si era stabilita una bella intesa, e nel suo sguardo coglievano il riflesso dell’amore di Dio; ma c’erano anche degli adulti che invece si sentivano disturbati da quei bambini.
Capita anche a voi che qualche volta, mentre giocate, vi divertite con gli amici, i grandi vi dicono di non disturbare…
Ebbene, Gesù rimprovera proprio quegli adulti e dice loro:  Lasciate qui tutti questi ragazzi, perché hanno nel cuore il segreto del Regno di Dio.
Così Gesù ha insegnato agli adulti che anche voi siete “grandi” e che gli adulti devono custodire questa grandezza, che è quella di avere un cuore che vuole bene a Gesù.
Cari bambini, cari ragazzi:  essere “grandi” vuol dire amare tanto Gesù, ascoltarlo e parlare con Lui nella preghiera, incontrarlo nei Sacramenti, nella Santa Messa, nella Confessione; vuole dire conoscerlo sempre di più e anche farlo conoscere agli altri, vuol dire stare con gli amici, anche i più poveri, gli ammalati, per crescere insieme.
E l’Acr è proprio parte di quel “di più”, perché non siete soli a voler bene a Gesù – siete in tanti, lo vediamo anche questa mattina! -, ma vi aiutate gli uni gli altri; perché non volete lasciare che nessun amico sia solo, ma a tutti volete dire forte che è bello avere Gesù come amico ed è bello essere amici di Gesù; ed è bello esserlo insieme, aiutati dai vostri genitori, sacerdoti, animatori! Così diventate grandi davvero, non solo perché la vostra altezza aumenta, ma perché il vostro cuore si apre alla gioia e all’amore che Gesù vi dona.
E così si apre alla vera grandezza, stare nel grande amore di Dio, che è anche sempre amore degli amici.
Speriamo e preghiamo di crescere in questo senso, di trovare il “di più” e di essere veramente persone con un cuore grande, con un Amico grande che dà la sua grandezza anche a noi.
Grazie.
Domanda della giovanissima:  Santità, i nostri educatori dell’Azione Cattolica ci dicono che per diventare grandi occorre imparare ad amare, ma spesso noi ci perdiamo e soffriamo nelle nostre relazioni, nelle nostre amicizie, nei nostri primi amori.
Ma cosa significa amare fino in fondo? Come possiamo  imparare  ad  amare  davvero? Una grande questione.
È molto importante, direi fondamentale imparare ad amare, amare veramente, imparare l’arte del vero amore! Nell’adolescenza ci si ferma davanti allo specchio e ci si accorge che si sta cambiando.
Ma fino a quando si continua a guardare se stessi, non si diventa mai grandi! Diventate grandi quando non permettete più allo specchio di essere l’unica verità di voi stessi, ma quando la lasciate dire a quelli che vi sono amici.
Diventate grandi se siete capaci di fare della vostra vita un dono agli altri, non di cercare se stessi, ma di dare se stessi agli altri:  questa è la scuola dell’amore.
Questo amore, però, deve portarsi dentro quel “di più” che oggi gridate a tutti.
“C’è di più”! Come vi ho già detto, anch’io nella mia giovinezza volevo qualcosa di più di quello che mi presentava la società e la mentalità del tempo.
Volevo respirare aria pura, soprattutto desideravo un mondo bello e buono, come lo aveva voluto per tutti il nostro Dio, il Padre di Gesù.
E ho capito sempre di più che il mondo diventa bello e diventa buono se si conosce questa volontà di Dio e se il mondo è in corrispondenza con questa volontà di Dio, che è la vera luce, la bellezza, l’amore che dà senso al mondo.
È proprio vero:  voi non potete e non dovete adattarvi ad un amore ridotto a merce di scambio, da consumare senza rispetto per sé e per gli altri, incapace di castità e di purezza.
Questa non è libertà.
Molto “amore” proposto dai media, in internet, non è amore, ma è egoismo, chiusura, vi dà l’illusione di un momento, ma non vi rende felici, non vi fa grandi, vi lega come una catena che soffoca i pensieri e i sentimenti più belli, gli slanci veri del cuore, quella forza insopprimibile che è l’amore e che trova in Gesù la sua massima espressione e nello Spirito Santo la forza e il fuoco che incendia le vostre vite, i vostri pensieri, i vostri affetti.
Certo costa anche sacrificio vivere in modo vero l’amore – senza rinunce non si arriva a questa strada – ma sono sicuro che voi non avete paura della fatica di un amore impegnativo e autentico.
È l’unico che, in fin dei conti, dà la vera gioia! C’è una prova che vi dice se il vostro amore sta crescendo bene:  se non escludete dalla vostra vita gli altri, soprattutto i vostri amici che soffrono e sono soli, le persone in difficoltà, e se aprite il vostro cuore al grande Amico che è Gesù.
Anche l’Azione Cattolica vi insegna le strade per imparare l’amore autentico:  la partecipazione alla vita della Chiesa, della vostra comunità cristiana, il voler bene ai vostri amici del gruppo di ACR, di AC, la disponibilità verso i coetanei che incontrate a scuola, in parrocchia o in altri ambienti, la compagnia della Madre di Gesù, Maria, che sa custodire il vostro cuore e guidarvi nella via del bene.
Del resto, nell’Azione Cattolica, avete tanti esempi di amore genuino, bello, vero:  il beato Pier Giorgio Frassati, il beato Alberto Marvelli; amore che arriva anche al sacrificio della vita, come la beata Pierina Morosini e la beata Antonia Mesina.
Giovanissimi di Azione Cattolica, aspirate a mete grandi, perché Dio ve ne dà la forza.
Il “di più” è essere ragazzi e giovanissimi che decidono di amare come Gesù, di essere protagonisti della propria vita, protagonisti nella Chiesa, testimoni della fede tra i vostri coetanei.
Il “di più” è la formazione umana e cristiana che sperimentate in AC, che unisce la vita spirituale, la fraternità, la testimonianza pubblica della fede, la comunione ecclesiale, l’amore per la Chiesa, la collaborazione con i Vescovi e i sacerdoti, l’amicizia spirituale.
“Diventare grandi insieme” dice l’importanza di far parte di un gruppo e di una comunità che vi aiutano a crescere, a scoprire la vostra vocazione e a imparare il vero amore.
Grazie.
Domanda dell’educatrice:  Santità, cosa significa oggi essere educatori? Come affrontare le difficoltà che incontriamo nel nostro servizio? E come fare in modo che siano tutti a prendersi cura del presente e del futuro delle nuove generazioni? Grazie.
Una grande domanda.
Lo vediamo in questa situazione del problema dell’educazione.
Direi che essere educatori significa avere una gioia nel cuore e comunicarla a tutti per rendere bella e buona la vita; significa offrire ragioni e traguardi per il cammino della vita, offrire la bellezza della persona di Gesù e far innamorare di Lui, del suo stile di vita, della sua libertà, del suo grande amore pieno di fiducia in Dio Padre.
Significa soprattutto tenere sempre alta la meta di ogni esistenza verso quel “di più” che ci viene da Dio.
Questo esige una conoscenza personale di Gesù, un contatto personale, quotidiano, amorevole con Lui nella preghiera, nella meditazione sulla Parola di Dio, nella fedeltà ai Sacramenti, all’Eucaristia, alla Confessione; esige di comunicare la gioia di essere nella Chiesa, di avere amici con cui condividere non solo le difficoltà, ma anche le bellezze e le sorprese della vita di fede.
Voi sapete bene che non siete padroni dei ragazzi, ma servitori della loro gioia a nome di Gesù, guide verso di Lui.
Avete ricevuto il mandato dalla Chiesa per questo compito.
Quando aderite all’Azione Cattolica dite a voi stessi e a tutti che amate la Chiesa, che siete disposti ad essere corresponsabili con i Pastori della sua vita e della sua missione, in un’associazione che si spende per il bene delle persone, per i loro e vostri cammini di santità, per la vita delle comunità cristiane nella quotidianità della loro missione.
Voi siete dei buoni educatori se sapete coinvolgere tutti per il bene dei più giovani.
Non potete essere autosufficienti, ma dovete far sentire l’urgenza dell’educazione delle giovani generazioni a tutti i livelli.
Senza la presenza della famiglia, ad esempio, rischiate di costruire sulla sabbia; senza una collaborazione con la scuola non si forma un’intelligenza profonda della fede; senza un coinvolgimento dei vari operatori del tempo libero e della comunicazione la vostra opera paziente rischia di non essere efficace, di non incidere sulla vita quotidiana.
Io sono sicuro che l’Azione Cattolica è ben radicata nel territorio e ha il coraggio di essere sale e luce.
La vostra presenza qui, stamattina, dice non solo a me, ma a tutti che è possibile educare, che è faticoso ma bello dare entusiasmo ai ragazzi e ai giovanissimi.
Abbiate il coraggio, vorrei dire l’audacia di non lasciare nessun ambiente privo di Gesù, della sua tenerezza che fate sperimentare a tutti, anche ai più bisognosi e abbandonati, con la vostra missione di educatori.
Cari amici, alla fine vi ringrazio per aver partecipato a questo incontro.
Mi piacerebbe fermarmi ancora con voi, perché quando sono in mezzo a tanta gioia ed entusiasmo, anche io sono pieno di gioia, mi sento ringiovanito! Ma purtroppo il tempo passa veloce, mi aspettano altri.
Ma col cuore sono con voi e rimango con voi! E vi invito, cari amici, a continuare nel vostro cammino, ad essere fedeli all’identità e alla finalità dell’Azione Cattolica.
La forza dell’amore di Dio può compiere in voi grandi cose.
Vi assicuro che mi ricordo di tutti nella mia preghiera e vi affido alla materna intercessione della Vergine Maria, Madre della Chiesa, perché come lei possiate testimoniare che “c’è di più”, la gioia della vita piena della presenza del Signore.
Grazie a tutti voi di cuore! (©L’Osservatore Romano – 31 ottobre 2010) Zaino in spalla, felpe colorate, foulard al vento, libretto delle preghiere in mano:  oltre centomila ragazzi e giovanissimi dell’Azione cattolica italiana hanno gremito piazza San Pietro stamane, sabato 30 ottobre, per il loro incontro nazionale e soprattutto per dialogare con Benedetto XVI e vivere una giornata di condivisione, di festa e di riflessione.
Accompagnati da genitori, educatori, sacerdoti e vescovi – una trentina – hanno gridato al mondo la loro voglia di “diventare grandi insieme”, come recita il tema della manifestazione; forti della consapevolezza che anche nelle loro giovani vite di bambini e di adolescenti “c’è di più”, per dirla ancora con lo slogan dell’avvenimento; e che quel “di più” si chiama Gesù Cristo.
E non è un caso che nel logo dell’iniziativa il “+” sia rappresentato da una croce stilizzata.
Sono il volto giovane della Chiesa.
Il volto sorridente e gioioso con cui hanno atteso l’arrivo del Pontefice tra cori e coreografie, musiche e canti.
Poi, guidati dall’assistente generale, il vescovo Domenico Sigalini, hanno pregato insieme.
Quindi hanno presentato l’annuale iniziativa di solidarietà che l’Azione cattolica ragazzi promuove per il mese della pace, a gennaio:  il finanziamento di due progetti in Russia, uno a favore dei bambini di strada di San Pietroburgo e uno per gli orfani della Siberia, realtà gestite insieme da cattolici e ortodossi.
È seguito il momento delle testimonianze:  quelle raccontate in piazza da quanti hanno portato aiuti alle popolazioni dell’Aquila devastata dal terremoto dell’aprile 2009; e quelle trasmesse sui maxischermi, con le videostorie di chi ha scelto di seguire Gesù ogni giorno, come la piccola Nennolina, il beato Pier Giorgio Frassati e Armida Barelli, figure di riferimento per tutta l’Azione cattolica, in particolare per le nuove generazioni.
Giunti da tutta Italia – soprattutto dalla Puglia, come si poteva leggere dagli striscioni visibili fino all’inizio di via della Conciliazione – hanno ascoltato i messaggi augurali fatti pervenire loro dal presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, dal cardinale vicario di Roma Agostino Vallini e dal nunzio apostolico in Italia arcivescovo Giuseppe Bertello; e hanno applaudito le parole di incoraggiamento rivolte dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, che li ha salutati a nome di tutti i vescovi italiani.
“L’essere in questa piazza – ha detto – ci fa sentire parte di un grande popolo.
Siamo qui in attesa del Santo Padre, che guida la Chiesa indicando la strada per seguire Gesù.
Voi desiderate crescere nella sua amicizia; con lo slancio dei vostri anni volete correre verso di Lui e con Lui, perché Egli è la perla preziosa, il tesoro del campo, l’olio per le nostre ferite, il vino della speranza, il pane per la nostra fame d’amore”.
Quindi il porporato ha esortato i presenti a servire le parrocchie, pregando tutti i giorni e partecipando con fedeltà alla messa e alla confessione.
Allora – ha spiegato – “i vostri gruppi associativi diventeranno cenacoli di bontà intelligente e contagiosa, l’amicizia sarà più vera perché ognuno aiuterà l’altro a scoprire Cristo.
Solo così – ha continuato – non sarete timidi nel testimoniare il Signore nei vostri ambienti:  dalla famiglia alla scuola, allo sport, al tempo libero”.
“Tra poco – ha concluso il cardinale Bagnasco – ascolteremo Benedetto XVI, guarderemo la sua figura bianca che ci rimanda al Cielo, a Dio”.
E quando il Pontefice è giunto sul sagrato della basilica Vaticana, dopo aver percorso in papamobile tutta la piazza tra gli applausi dei presenti, i centomila lo hanno accolto con un’ovazione da stadio.
A nome di tutti Francesco Poddo, undicenne dell’Acr di Nuoro, Anna Bulgarelli, sedicenne della sezione giovanissimi di Carpi, e Milena Marrocco, educatrice dell’arcidiocesi di Gaeta, hanno rivolto a Benedetto XVI tre domande sulle problematiche legate al diventare grandi, alle relazioni e alla vita affettiva e alla sfida di educare oggi.
Poi, in silenzio, hanno ascoltato le risposte del Papa, che dopo aver spiegato il suo punto di vista sulle varie tematiche, aggiungendo a braccio ricordi personali della sua infanzia, ha confidato loro:  “Quando sono in mezzo a tanta gioia ed entusiasmo, anch’io sono pieno di gioia”.
In precedenza si erano rivolti al Papa il vescovo Sigalini e il presidente nazionale dell’Associazione Franco Miano.
Il vescovo ha sottolineato come non sia vero “che le chiese sono abbandonate dai giovani”.
Al contrario “quando essi percepiscono che c’è gente che vuole il loro bene e che nell’incontro con Gesù c’è una risposta alla loro esigenza di volere di più, ne siamo assediati”.
Perché i giovani – ha aggiunto – “non vogliono mediocrità o adattamenti, ma sogni e voli alti.
La misura che proponiamo è la santità, niente di meno.
Hanno possibilità di incontrarla nella storia dell’Azione cattolica e di vederla in quanti li hanno preceduti, nei preti, negli adulti e nei giovani educatori che si dedicano a loro”.
Il presidente, da parte sua, ha detto al Pontefice che tutta l’Azione cattolica vuole ringraziarlo “per la sua testimonianza di sostegno ai deboli e ai poveri della terra.
La sua parola – ha aggiunto – ci aiuta ad avere fiducia e a credere, anche nei momenti più difficili, che la speranza continua a essere l’orizzonte più degno dell’uomo”.
Dopo aver ricordato il precedente incontro del 4 maggio 2008, per i 140 anni dell’Associazione, Miano ha concluso ribadendo che “i ragazzi e i giovanissimi dell’Azione cattolica continuano a pensare che è possibile diventare grandi insieme:  nell’Associazione, con la Chiesa, con le famiglie e gli educatori a tutti i livelli.
Mai da soli”.
Nel pomeriggio l’incontro nazionale è proseguito nelle strade del centro di Roma:  i giovanissimi si sono dati appuntamento a Piazza del Popolo, i ragazzi nel parco di Villa Borghese.
(©L’Osservatore Romano – 31 ottobre 2010)

Riscoprire lo spirito del Concilio

Si discute molto su come interpretare il Concilio Vaticano II.
Continuità o discontinuità con la tradizione? Ritengo che si tratti di una polemica sterile.
Non le pare che la vera chiave di lettura del Concilio Vaticano II, quasi cinquant’anni dopo, consista nel rileggere l’esperienza cristiana alla luce delle sue origini contenute nel Nuovo Testamento? (Antonio Meli, Messina) È vero! A ormai quasi cinquant’anni dalla celebrazione del Concilio Vaticano II si discute ancora sulla sua interpretazione.
Io sono d’accordo con lei che si tratta, almeno in parte, di una polemica sterile, ma anche un po’ inevitabile.
Ricordo bene quei giorni, perché, pur non essendo membro del Concilio, vivevo a Roma al Pontificio Istituto Biblico, dove risuonavano in vari modi gli echi suscitati dalle discussioni dei vescovi.
Si temeva che il Concilio promovesse alcune interpretazioni letterali o simboliche della Scrittura che sistematicamente respingevano ogni sorta di lettura storicocritica.
Alcuni sostenevano addirittura che i metodi critici portassero alla perdita della fede.
Di fatto molti esegeti sostenevano invece un’interpretazione dei testi che nutrisse la fede, ma fosse anche attenta agli studi storico-critici.
Fu grande quindi la loro gioia quando, dopo lunghe e accese discussioni, fu approvata la Costituzione Dogmatica sulla Divina Rivelazione.
Ma per molti c’era un motivo di gioia ancora più grande.
I documenti approvati dai Padri conciliari dimostravano nel loro insieme la volontà della Chiesa di entrare in contatto con tutti gli uomini di buona volontà e di porsi in atteggiamento di rispettoso ascolto delle voci e dei desideri di tutti.
Naturalmente non è in questo entusiasmo che troviamo lo spirito del Concilio.
Anche perché in quel periodo, in un’atmosfera di entusiasmo e anche con una certa ingenuità, circolavano tanti progetti per il futuro della Chiesa.
Cosa dunque appartiene o no allo spirito del Concilio? È opportuna la distinzione tra continuità e discontinuità della tradizione.
I sostenitori di un’interpretazione rigida, che guardano con sospetto ad ogni novità, non tengono ben presente che vi possono essere novità nella Chiesa.
Essa è un organismo vivente, che nasce piccolo ma nel tempo si sviluppa come un corpo umano che cresce così da apparire come qualcosa di nuovo.
Tale visione della storia della Chiesa fu sostenuta fin dal secolo V da San Vincenzo di Lerino.
Egli afferma che nella Chiesa vi saranno certamente nel corso degli anni progressi anche molto vistosi.
Non ci si deve spaventare di essi.
Solo quando un organismo si trasforma in un altro bisognerà parlare di cambiamenti e respingerli con forza.
Come scrive San Vincenzo di Lerino: «È necessario dunque che, con il progredire del tempo, crescano e progrediscano quanto più possibile la comprensione, la scienza e la sapienza, così nei singoli come di tutti, tanto di uno solo, quanto di tutta la Chiesa».
Il suggerimento del lettore che parla di «rileggere l’esperienza cristiana alla luce delle sue origini contenute nel Nuovo Testamento» mi pare conforme con quanto abbiamo detto parlando di quali novità possa esprimere la Chiesa nel corso dei secoli.
in “Corriere della Sera” del 21 ottobre 2010

EDUCARE ALLA VITA BUONA DEL VANGELO

PRESENTAZIONE       Gli Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020 intendono offrire alcune linee di fondo per una crescita concorde delle Chiese in Italia nell’arte delicata e sublime dell’educazione.
In essa noi Vescovi riconosciamo una sfida culturale e un segno dei tempi, ma prima ancora una dimensione costitutiva e permanente della nostra missione di rendere Dio presente in questo mondo e di far sì che ogni uomo possa incontrarlo, scoprendo la forza trasformante del suo amore e della sua verità, in una vita nuova caratterizzata da tutto ciò che è bello, buono e vero.
È questo un tema a cui più volte ci ha richiamato Papa Benedetto XVI, il cui magistero costituisce il riferimento sicuro per il nostro cammino ecclesiale e una fonte di ispirazione per la nostra proposta pastorale.
La scelta di dedicare un’attenzione specifica al campo educativo affonda le radici nel IV Convegno ecclesiale nazionale, celebrato a Verona nell’ottobre 2006, con il suo messaggio di speranza fondato sul “sì” di Dio all’uomo attraverso suo Figlio, morto e risorto perché noi avessimo la vita.
Educare alla vita buona del Vangelo significa, infatti, in primo luogo farci discepoli del Signore Gesù, il Maestro che non cessa di educare a una umanità nuova e piena.
Egli parla sempre all’intelligenza e scalda il cuore di coloro che si aprono a lui e accolgono la compagnia dei fratelli per fare esperienza della bellezza del Vangelo.
La Chiesa continua nel tempo la sua opera: la sua storia bimillenaria è un intreccio fecondo di evangelizzazione e di educazione.
Annunciare Cristo, vero Dio e vero uomo, significa portare a pienezza l’umanità e quindi seminare cultura e civiltà.
Non c’è nulla, nella nostra azione, che non abbia una significativa valenza educativa.
La scelta dell’Episcopato italiano per questo decennio è segno di una premura che nasce dalla paternità spirituale di cui siamo rivestiti per grazia e che condividiamo in primo luogo con i sacerdoti.
Siamo ben consapevoli, inoltre, delle energie profuse con tanta generosità nel campo dell’educazione da consacrati e laici, che testimoniano la passione educativa di Dio in ogni campo dell’esistenza umana.
A ciascuno consegniamo con fiducia questi orientamenti, con l’auspicio che le nostre comunità, parte viva del tessuto sociale del Paese, divengano sempre più luoghi fecondi di educazione integrale.
Maria, che accompagnò la crescita di Gesù in sapienza, età e grazia, ci aiuti a testimoniare la vicinanza amorosa della Chiesa a ogni persona, grazie al Vangelo, fermento di crescita e seme di felicità vera.
  Roma, 4 ottobre 2010 Festa di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia                                                                                                      Angelo Card.
Bagnasco                                                                                  Presidente della Conferenza Episcopale Italiana CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA   Orientamenti pastorali 2010.pdf;

Vita religiosa e secolarizzazione

La vita religiosa si trova oggi sottoposta a notevoli pressioni.
In particolare, due tipi di condizionamento mi sembra meritino attenzione.
Il primo riguarda la secolarizzazione.
Un fenomeno storico nato in Francia a metà del XVIii secolo, che ha finito per investire tutte le società che volevano entrare nella modernità.
Anche l’apertura al mondo, giustamente proclamata dal concilio Vaticano ii, è stata interpretata, sotto la pressione delle ideologie del momento, come un passaggio necessario alla secolarizzazione.
E di fatto, negli ultimi cinquant’anni, abbiamo assistito a una formidabile iniziativa di auto-secolarizzazione all’interno della Chiesa.
Gli esempi non mancano:  i cristiani sono pronti a impegnarsi al servizio della pace, della giustizia e delle cause umanitarie, ma credono ancora alla vita eterna? Le nostre Chiese hanno messo in atto un immenso sforzo per rinnovare la catechesi, ma questa stessa catechesi parla ancora dell’escatologia, della vita dopo la morte? Le nostre Chiese si sono impegnate nella maggior parte dei dibattiti etici del momento, ma discutono del peccato, della grazia e delle virtù teologali? Le nostre Chiese hanno fatto ricorso al meglio del proprio ingegno per migliorare la partecipazione dei fedeli alla liturgia, ma quest’ultima non ha perduto, in gran parte, il senso del sacro, vale a dire quel retrogusto di eternità? La nostra generazione, forse senza rendersene conto, non ha forse sognato una “Chiesa dei puri”, mettendo in guardia contro ogni manifestazione di devozione popolare? Che fine ha fatto, in tale contesto, quella vita religiosa che era stata presentata, in maniera tradizionale, come un segno escatologico e un’anticipazione del Regno a venire? Di fatto, religiosi e religiose hanno presto abbandonato l’abito della propria famiglia per vestirsi come tutti gli altri.
Spesso hanno abbandonato i propri conventi, giudicati troppo vistosi o troppo ricchi, a beneficio di piccole comunità sparse nei villaggi o nei grandi agglomerati urbani.
Hanno scelto mestieri profani, si sono impegnati in attività sociali e caritative, oppure si sono messi al servizio di cause umanitarie.
Si sono fatti simili agli altri e si sono fusi nella massa, talvolta per formare il lievito della pasta, ma anche, in molti casi, perché tale atteggiamento rispondeva al clima dei tempi.
Non dovremmo sottovalutare i meriti di tale impostazione né i benefici che ne ricava la Chiesa ancora oggi.
Quei religiosi e quelle religiose, infatti, si sono fatti più vicini alle persone e, in particolare, ai più svantaggiati, mostrando un volto della Chiesa più umile e più fraterno.
Ciononostante, questa forma di vita religiosa non sembra avere più un futuro, non attira quasi più vocazioni.
La quasi totalità delle congregazioni attive, nate nel xix secolo o all’inizio del xx, si trovano quindi colpite a morte, e la loro scomparsa è solo una questione di tempo.
Le case generalizie e i grandi conventi si sono già trasformati in case di riposo per anziani.
Fra il 1973 e il 1985, 268 congregazioni francesi delle 369 esistenti hanno chiuso il proprio noviziato.
La situazione, da allora, non ha fatto che peggiorare.
L’auto-secolarizzazione ha minato alle fondamenta la vita religiosa.
La crisi ha colpito soprattutto le forme di vita attiva, meno quelle contemplative, perché la secolarizzazione aveva orientato tutto ciò che è religioso verso la militanza o l’impegno sociale.
Il fatto è che il militante o la persona impegnata nel sociale, oggi, ci tengono a rimanere laici.
Eccoci alla seconda tipologia di pressione esercitata sulla vita religiosa.
Per affrontare la sfida della secolarizzazione, il Concilio ha avuto la geniale intuizione di affidare questa missione ai laici.
Coloro che avevano l’avventura di essere gli attori principali della società secolare non erano forse i più appropriati per realizzare tale compito? Il Vaticano ii ha valorizzato – non dico che ha rivalorizzato, poiché una simile impresa non ha mai avuto luogo nel passato – la vocazione dei laici.
Tuttavia, proprio la valorizzazione del laicato ha provocato una sorta di schiacciamento della vita religiosa “attiva”.
Se quest’ultima, infatti, ha riconosciuto a lungo la propria identificazione con un servizio specifico offerto alla Chiesa e alla società – come l’insegnamento nelle scuole o la cura dei malati negli ospedali – dal momento in cui i laici venivano chiamati a fornire gli stessi servizi e a dedicarsi ad attività simili, la vita religiosa attiva perdeva la sua ragion d’essere.
Oggi non è più necessario passare per una consacrazione per fornire gli stessi servizi.
Quando ci troviamo in presenza di una maestra che insegna con passione o di un’infermiera servizievole, desiderose di condurre una vita autenticamente cristiana, potremmo domandarci se la stessa donna, cento o centocinquanta anni fa, non si sarebbe presentata alla porta di una di quelle neonate congregazioni che abbiamo evocato poco fa.
Questo ci porta alla seguente conclusione:  oggi più che mai, la vita religiosa non può essere definita partendo da un “fare”, bensì da un modo di essere e da uno stile di vita.
I due rischi che abbiamo appena descritto in forma sintetica e – non ho difficoltà ad annetterlo – senza troppe sfumature, dell’auto-secolarizzazione e della valorizzazione del laicato, costituiscono un pericolo per la vita religiosa.
La loro combinazione ha provocato in quest’ultima una sorta d’implosione.
Quindi, la situazione attuale della vita religiosa, soprattutto nelle Chiese occidentali, si presenta in modo paradossale.
Da una parte, dopo il Concilio, godiamo dei vantaggi di un importante rinnovamento della teologia della vita religiosa.
Dall’altra, abbiamo assistito al crollo di numerose congregazioni, così come a una fioritura di nuove forme di vita religiosa nella prima metà degli anni Settanta.
Questo carattere paradossale c’invita dunque a tornare all’essenziale.
A cominciare dal fatto che la vita religiosa è unica nella sua essenza e plurale nelle sue forme.
In altri termini, queste molteplici forme nascono tutte da un tronco comune, quello della vita e della tradizione monastica.
Di conseguenza, la prima dimensione è mistica:  la vita religiosa c’immerge nel mistero della morte e della risurrezione di Cristo.
È dunque sbagliato definire un istituto a partire della sua attività.
Anche se è stato in questo modo che sono state concepite le congregazioni nate nei due secoli scorsi.
Questa chiamata a stare con il Signore viene trasmessa a una singola persona – ogni vocazione è molto personalizzata e non esistono due percorsi che siano veramente simili – invitandola però a unirsi a una comunità specifica.
Alcuni sperimentano una sorta di colpo di fulmine nei confronti di una comunità e non gli viene neanche in mente d’andare a bussare a un’altra porta.
Altri, invece, si concedono un lungo tempo di riflessione, durante il quale fanno il giro di molte case e si dedicano a studi comparativi molto accurati.
In ogni epoca ci sono stati matrimoni d’amore e matrimoni di ragione.
Quel che è certo, però, è che l’attrazione è sempre legata alla vita comunitaria.
Infatti, il codice di diritto canonico definisce quella religiosa come una vita essenzialmente comunitaria.
E questa vita comunitaria è eminentemente spirituale nella misura in cui è lo Spirito Santo che la anima e la porta avanti.
Possiamo quindi dedurne che la fede data dallo Spirito rappresenta la chiave di lettura di tutti gli elementi che costituiscono la vita religiosa, a cominciare dai voti e dalla preghiera.
In questo senso, la povertà religiosa non è un concetto sociologico.
Non è fatta per dare l’esempio della povertà.
La parola stessa non ha fatto la sua comparsa se non in epoca tarda; prima, si parlava di sine proprio, oppure di communio, termini molto più suggestivi.
Il voto religioso corrisponde dunque a un atto di fede per mezzo del quale il religioso accetta quel dono dello Spirito che lo impegna a non tenere nulla per sé, al fine di vivere nel modo più intenso possibile la sua comunione con la vita fraterna.
Allo stesso modo, l’obbedienza religiosa non è in primis di natura ascetica o pedagogica.
Indubbiamente, presuppone un’ascesi nella misura in cui implica una certa rinuncia alla propria volontà.
Presenta, inoltre, una dimensione pedagogica, nella misura in cui mira a educare in noi la libertà dei figli di Dio.
La sua natura, però, è essenzialmente mistica:  ci fa entrare in un sistema in cui comanda lo Spirito.
La fede ci porta ad affermare che il comandamento dato non viene innanzitutto dalla volontà del superiore – anche se porta il marchio della sua psicologia, forse anche della sua patologia – ma dallo Spirito, del quale il superiore è, in un certo senso, il rappresentate visibile.
A quel punto, smettiamo di comportarci come singole entità, per diventare un corpo fraterno.
Anche tra l’amore umano e la castità religiosa – che pur possiedono diversi punti in comune – esiste una differenza essenziale.
L’amore umano comporta una scelta e una conquista, si presenta come un amore d’esclusione:  scegliere una donna specifica comporta rinunciare a tutte le altre.
Ora, contrariamente alle apparenze, che ci portano a sostenere che abbiamo scelto noi di diventare carmelitani o domenicani, la vita religiosa non si sceglie:  ci troviamo coinvolti in questa vita sotto l’impulso dello Spirito.
Per ognuno di noi, sarebbe impossibile rimanere fedeli alle promesse del nostro battesimo al di fuori della vita religiosa.
In quest’ultima, non esiste alcuna conquista né alcuna esclusione:  lo Spirito ci rende partecipi di una comunità d’accoglienza in cui tutti debbono imparare a vivere come fratelli.
Infine, è nella fede data dallo Spirito che viviamo la preghiera, non come un’attività come le altre, ovvero solo un’attività in più, né come una minaccia per le diverse attività implicate dallo stile di vita – tutti noi conosciamo bene quella tensione fra il nostro lavoro e il tempo dedicato alla preghiera, che equivale troppo spesso a un tempo residuo.
Nel simbolismo monastico il chiostro, ovvero l’apertura allo Spirito, rappresenta il legame fra la chiesa, luogo di preghiera (Opus Dei) e i diversi luoghi di lavoro (opus hominis) ma  come  una  scuola  in  cui  impariamo a diventare un “mendicante del Signore”.
(©L’Osservatore Romano – 20 ottobre 2010)