Per una corretta interpretazione del Concilio Vaticano II

 

 

Un ampio dibattito  sulla corretta interpretazione dei documenti del Concilio Vaticano II  ha coinvolto, in questi ultimi tempi, personalità significative, dell’area conservatrice e di quella progressista, del mondo cattolico.

 

Le critiche di alcuni tradizionalisti si concentrano in particolare su come Benedetto XVI interpreta il Concilio Vaticano II e il postconcilio. Il papa sbaglia – a loro giudizio – quando limita la sua critica alle degenerazioni del postconcilio. Il Vaticano II, infatti – sempre a loro giudizio –, non è stato solo male interpretato e applicato: fu esso stesso portatore di errori, il primo dei quali fu la rinuncia delle autorità della Chiesa ad esercitare, quando necessario, un magistero di definizione e di condanna; la rinuncia, cioè, all’anatema, a vantaggio del dialogo.

La stessa giornata di “riflessione, dialogo e preghiera” assieme a cristiani di altre confessioni, a esponenti di altre religioni e a “uomini di buona volontà” che Benedetto XVI presiederà ad Assisi il prossimo 27 ottobre dovrebbe  segnare una svolta e ripulire da ogni ombra di assimilazione della Chiesa cattolica alle altre fedi.
Un aspetto di quella più generale confusione che ha avuto origine dal Concilio Vaticano II e sta disgregando, secondo alcuni,  la dottrina cattolica.

Possiamo citare a questo proposito  il volume recentemente pubblicato dal professor Roberto de Mattei: “Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta”. Sul piano teologico, invece, il volume  “Concilio Vaticano II. Un discorso da fare”, di Brunero Gherardini, professore emerito della Pontificia Università Lateranense e direttore della rivista di teologia tomista “Divinitas”. Di Gherardini è uscito ora un nuovo libro intitolato: “Concilio Vaticano II. Il discorso mancato”.  A questi testi possiamo aggiungere  il saggio “Ingresso alla bellezza” del 2007, di Enrico Maria Radaelli, filosofo e teologo, discepolo del maggior pensatore tradizionalista del secolo XX, Romano Amerio. Di Radaelli è  uscito in questi giorni l’edizione di un secondo saggio altrettanto rimarchevole, dal titolo: “La bellezza che ci salva”.

Per tutti loto fonte di confuzione è la convocazione dell’incontro interreligioso ad Assisi e l’aver dato vita al “Cortile dei gentili”. La colpa maggiore addebitata a papa Ratzinger è quella di essersi “reso drammaticamente disponibile a essere anche criticato, non pretendendo alcuna infallibilità”, come ha scritto lui stesso nella prefazione ai suoi libri su Gesù. Errore, questo, capitale del Concilio Vaticano II: la rinuncia alle definizioni dogmatiche, a vantaggio di un linguaggio “pastorale” e quindi inevitabilmente equivoco. A queste voci si uniscono anche quelli di auterevoli presuli quali quelle del Cardinale, Albert Malcolm Ranjith, arcivescovo di Colombo, di Mario Olivieri vescovo di Albenga-Imperia

Lo scorso dicembre si è tenuto a Roma un convegno, “per una giusta ermeneutica del Concilio alla luce della Tradizione della Chiesa” in cui sono intervenuti tra gli altri De Mattei, Gherardini, Radaelli ed  hanno tenuto relazioni anche il cardinale Velasio de Paolis, il vescovo di San Marino e Montefeltro Luigi Negri e monsignor Florian Kolfhaus della segreteria di stato vaticana. E un altro vescovo molto stimato, l’ausiliare di Astana nel Kazakistan, Athanasius Schneider, ha concluso il suo intervento con la proposta al papa di emanare un “Syllabus” contro gli errori dottrinali di interpretazione del Concilio Vaticano II.

Il vescovo Schneider, però, come quasi tutti i partecipanti al convegno non ritiene che vi siano nei documenti del Vaticano II effettivi punti di rottura con la grande tradizione della Chiesa. L’ermeneutica con la quale egli interpreta i documenti del Concilio è quella definita da Benedetto XVI nel suo memorabile discorso alla curia romana del 22 dicembre 2005: “l’ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa”. È un’ermeneutica sicuramente compatibile con l’attaccamento alla tradizione della Chiesa. Ed è anche l’unica capace di vincere la contrarietà di alcuni tradizionalisti riguardo alle “novità” del Concilio Vaticano II.

 

Riportiamo di seguito una significativa documentazione del dibattito intercorso:

 

26.5.2011

Libertà religiosa. La Chiesa era nel giusto anche quando la condannava?

Nella disputa sul Concilio Vaticano II interviene il teologo benedettino Basile Valuet. Contro i tradizionalisti Gherardini e de Mattei. Ma anche contro il “ratzingeriano” Rhonheimer. Che in un Post Scriptum replica. E replicano anche Cavalcoli, Introvigne… Con la controreplica di Valuet

 

11.5.2011:  Benedetto XVI “riformista”. La parola alla difesa

Introvigne replica a de Mattei, capofila degli anticonciliaristi. E il professor Rhonheimer torna a spiegare come e perché il Vaticano II va capito e accettato. Nel modo indicato dal papa

 

5.5.2011: La Chiesa è infallibile, ma il Vaticano II no

E ha commesso errori, sostiene lo storico tradizionalista Roberto de Mattei. Continua la disputa pro e contro i papi che hanno guidato il Concilio e mettono in pratica le sue innovazioni

 

28.4.2011: Chi tradisce la tradizione. La grande disputa

Si infiamma la discussione su come interpretare le novità del Concilio Vaticano II, soprattutto sulla libertà di religione. I tradizionalisti contro Benedetto XVI. Un saggio del filosofo Martin Rhonheimer a sostegno del papa.

 

18.4.2011: I delusi hanno parlato. Il Vaticano risponde

Inos Biffi e Agostino Marchetto replicano su “L’Osservatore Romano” ai tradizionalisti Brunero Gherardini e Roberto de Mattei, che rimproverano all’attuale papa di non aver corretto gli “errori” del Concilio Vaticano II.

 

8.4.2011:I grandi delusi da papa Benedetto

Sono alcuni dei maggiori pensatori tradizionalisti. Avevano scommesso su di lui e ora si sentono traditi. Ultime delusioni: il Cortile dei gentili e l’incontro di Assisi. L’accusa che fanno a Ratzinger è la stessa che fanno al Concilio: aver sostituito la condanna col dialogo

 

 

 

 

 

La Settimana Sociale sul passo dei giovani

concluso il forum nazionale dei giovani  che si è svolto a Milano il 21 e 22 maggio con la partecipazione di più di 90 giovani provenienti da tutte le regioni d’Italia e da molte aggregazioni laicali nazionali.

 

Non dobbiamo lasciarci strumentalizzare come semplici portatori di acqua verso mulini che spesso macinano grano inquinato; dobbiamo essere portatori di vino, di quell’acqua trasformata da Gesù a Cana, il buon vino del Vangelo; dobbiamo essere capaci di assumerci nuove responsabilità sociopolitiche, cominciando dai livelli più bassi, nei comuni, nei municipi, nelle istituzioni, nelle piccole associazioni.

 

Così il vescovo Mons. Miglio ha introdotto il Forum nazionale dei giovani dopo le Settimane Sociali di Reggio Calabria che si è svolto a Milano il 21 e 22 maggio; al Forum hanno partecipato più di 90 giovani provenienti da tutte le regioni d’Italia e da molte aggregazioni laicali di livello nazionale.

 

Edoardo Patriarca, Segretario del Comitato scientifico per le Settimane sociali della CEI, ha concluso i lavori nelle conclusioni, ha presentando l’Italia come un paese da “stappare”; in Italia ci sono troppi “tappi”, ben sigillati.; ha quindi chiesto ai giovani presenti di impegnarsi per levare il tappo alla bottiglia “Italia” affinchè possano uscire un po’ di “bollicine”, di entusiasmo, di brio, di novità. Patriarca ha incoraggiato i giovani a non lasciarsi intimorire qualora fosse necessario dire parole o fare gesti scomodi.

 

La scelta di Milano va a completare il percorso attraverso l’Italia che ha toccato precedentemente Roma e Reggio Calabria. Al Forum sono intervenuti sei adulti esperti, alcuni provenienti da associazioni ecclesiali, che hanno animato i lavori delle aree tematiche medico-sanitaria, imprenditoriale-commerciale, giudirico-legislativa, culturale-massmediale, artistico-urbanistica, educativa-formativa; un modo concreto di realizzare quell’incontro intergenerazionale auspicato dagli Orientamenti pastorali “educare alla vita buona del Vangelo”. Il Forum si inserisce in un impegno che il Servizio nazionale per la pastorale giovanile sta portando avanti per la conoscenza presso i giovani della Dottrina sociale della chiesa. Il Santo padre Benedetto XVI, il card Bagnasco ed altri vescovi italiano ripetutamente hanno chiesto ai giovani un rinnovato impegno nel servizio al bene comune, auspicando la nascita di “una nuova generazione di politici italiani”.

 

Il cammino, dice don Nicolò Anselmi, continuerà certamente negli anni a venire, già a partire dal 2012; molte diocesi e associazioni si stanno già muovendo; i giovani si stanno riavvicinando alla politica, desiderano prendere in mano il proprio futuro; siamo fiduciosi che il mondo adulto li aiuterà a crescere anche in questo ambito e, a tempo opportuno lascerà loro spazio. L’Italia ha bisogno della freschezza e della passione dei giovani, soprattutto della loro capacità di costruire comunione, rete, senza prevenzioni ideologiche.

 

Nei prossimi giorni sarà possibile trovare il materiale del Forum su www.chiesacattolica.it/giovani in cui c’è un link al Sito delle Settimane Sociali.

L’Assemblea generale dei Vescovi

 

la prolusione del Cardinale Presidente, Angelo Bagnasco, all’Assemblea generale dei vescovi italiani

 

 

“In un tempo facilmente catturabile dall’apparenza e dall’effimero, si è assistito all’esaltazione di un autentico uomo di Dio, la cui santità è stata riconosciuta col dovuto rigore dall’autorità della Chiesa, la quale ha così intercettato un consenso sorprendente, più ampio dei confini cattolici”.

 

Il primo pensiero del Cardinale Presidente è stato per Giovanni Paolo II; alla luce della sua testimonianza ha riletto, tra l’altro, la stessa responsabilità che è affidata ad ogni Vescovo: “Egli ha accettato il pontificato ma non ha chiesto di scendere dalla croce… Giovanni Paolo II ha cesellato la propria vita secondo la forma pasquale, e dimostrando a tutti che cosa può diventare l’esistenza di una persona quando si lascia afferrare da Cristo”. Ha quindi evidenziato “il legame spirituale intenso e amico che correva, benefico per la Chiesa intera, tra Giovanni Paolo II e colui che − nel disegno della Provvidenza – sarebbe stato il suo successore”; un legame che è più della semplice continuità: “C’è una perdurante ammirazione spirituale che diventa stupefacente lezione di stile, di umiltà e di candore, dalla quale noi sentiamo di dover imparare”.

 

Tra i motivi di gratitudine a Benedetto XVI, il Cardinale ha posto anche “la «lettera circolare», inviata ad ogni Vescovo dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, in vista della preparazione di necessarie «linee guida» per i casi di abusi sessuali perpetrati da chierici ai danni di minori”. Tali abusi costituiscono, secondo il Presidente, “un’infame emergenza non ancora superata, la quale causa danni incalcolabili a giovani vite e alle loro famiglie, cui non cessiamo di presentare il nostro dolore e la nostra incondizionata solidarietà”. Tra le iniziative messe in campo dalla Chiesa ha annunciato che “da oltre un anno, su mandato della Presidenza CEI, è al lavoro un gruppo interdisciplinare di esperti proprio con l’obiettivo di “tradurre” per il nostro Paese le indicazioni provenienti dalla Congregazione”.

 

Tra gli altri temi affrontati nella Prolusione, la Giornata Mondiale della Gioventù che si svolgerà a Madrid, dal 16 al 21 agosto (“La formula ha dato tono a tutta la pastorale, inducendola ad uscire allo scoperto, andare incontro alle persone, adottare i loro linguaggi, per far comprendere a tutti, specialmente ai giovani, che Cristo c’entra con la vita, con tutti i suoi ambiti”) e il Congresso Eucaristico Nazionale, in programma ad Ancona dal 3 all’11 settembre (“il suo tema, «Signore, da chi andremo?», vuol rigenerare il nostro sguardo grazie all’energia del Risorto”).

 

Sulla situazione nazionale il Presidente dei Vescovi italiani ha sottolineato che “l’Italia non è solo certa vita pubblica” e che “se, nonostante tutto, il Paese regge è perché ci sono arcate, magari non immediatamente percepibili, che lo tengono in piedi”. Sono “arcate” gettate sopra “un individualismo indiscriminato” che sta determinando “in alcuni ambienti, che forse si ritengono per altri versi i più emancipati ed evoluti, la tendenza ad una chiusura ermetica rispetto all’istanza sociale”. Dopo aver ricordato che “dalla crisi oggettiva in cui si trova, il Paese non si salva con le esibizioni di corto respiro, né con le slabbrature dei ruoli o delle funzioni, né col paternalismo variamente vestito, ma solo con un soprassalto diffuso di responsabilità che privilegi il raccordo tra i soggetti diversi e il dialogo costruttivo”, ha risposto indirettamente ad una critica diffusa: “Se non parliamo ad ogni piè sospinto, non è perché siamo assenti, anzi, ma perché le cose che contano spesso sono già state dette… Crediamo che vi siano tante forze positive all’opera, che non vanno schiacciate su letture universalmente negative o pessimistiche”.

 

Il Card. Bagnasco ha dedicato l’ultima parte della Prolusione ad alcune urgenze: la legge sul fine vita (“Ci si augura cordialmente che il provvedimento − al di là dei tatticismi che finirebbero per dare un’impressione errata di strumentalità − non si imbatta in ulteriori ostacoli, ottenendo piuttosto il consenso più largo da parte del Parlamento”), la famiglia (“sull’analisi delle carenze e delle debolezze che riguardano l’assetto dell’istituto familiare ci sia ormai nel Paese una larga convergenza. Ciò che serve, ed è quanto mai urgente, è passare alla parte propositiva, agli interventi strutturali efficaci per dare dignità e robustezza a questa esperienza decisiva per la tenuta del Paese e il suo futuro. Nulla è davvero garantito se a perdere è la famiglia”), l’occupazione (“Il lavoro che manca, o è precario in maniera eccedente ogni ragionevole parametro, è motivo di angoscia”). L’analisi non ha concesso spazio ad alcun catastrofismo: “nell’animo degli italiani non sta venendo meno la voglia di migliorarsi, di crescere, di impegnarsi. La maggioranza non si è staccata dalla vita concreta, ha resistito al canto delle sirene che continuano a veicolare modelli di vita facile, di successo effimero, di mondi virtuali, del tutto e subito”).

 

In conclusione, lo sguardo del Cardinale Presidente si è soffermato su alcuni contesti nazionali di crisi: la Siria, il Libano, l’Egitto e, in particolare, la Libia. In merito a quest’ultima ha osservato: “la non chiarezza emersa al momento dell’ingaggio, ha continuato a pesare sullo sviluppo temporale e strategico delle operazioni che avrebbero dovuto avere la forma dell’ingerenza umanitaria, e hanno ugualmente causato gravissime perdite umane, anche tra i civili. Difficile oggi non convenire che nel concreto non esistono interventi armati “puliti”. È, questo, allora un motivo in più per intensificare gli sforzi che portino ad un cessate il fuoco, e quindi a sveltire la strada della diplomazia”.

 

 

Prolusione.doc

 

 

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“All’assemblea generale dei vescovi, il presidente della Cei, Angelo Bagnasco propone alla vita pubblica una serie di accorati «vorremmo», chiede alla politica un soprassalto di responsabilità, lancia l’allarme-disoccupazione giovanile e critica le strategie sull’immigrazione («soldi per i missili e non per i profughi»)… Perciò rilancia l’appello papale per una nuova generazione di politici cattolici e indica i temi chiave: biotestamento, scuola, famiglia… Con l’auspicio che la legge sul fine vita… non trovi ulteriori ostacoli” [ndr…….]

 

“«da oltre un anno, su mandato della presidenza Cei, è al lavoro un gruppo interdisciplinare di esperti proprio con l’obiettivo di “tradurre” per il nostro Paese le indicazioni provenienti dalla Congregazione della Dottrina della Fede». Un obiettivo che… «oggi viene autorevolmente richiesto a tutte le Conferenze episcopali del mondo»… anche con la necessità di raccogliere dati e informazioni a livello nazionale. Fino all’anno scorso i vescovi italiani non avevano ritenuto di procedere in tal senso”

 

 

Shahabz Bhatti: il testamento spirituale di un martire

Una lezione di santità

“Fino all’ultimo respiro continuerò a servire Gesù

e questa povera, sofferente umanità”.

 

Lo scorso 2 marzo è stato ucciso, da terroristi islamici, Shahbaz Bhatti,  perché “cristiano, infedele e bestemmiatore”. Era il ministro delle minoranze religiose.

Un mese dopo, al termine dell’udienza generale di mercoledì 6 aprile, Benedetto XVI ha ricevuto suo fratello, Paul Bhatti, medico, per molti anni in Italia, rientrato in patria proprio per proseguire la sua missione e nominato consigliere speciale del primo ministro del Pakistan per le minoranze religiose.

Con Paul ha incontrato il papa anche il grande imam di Lahore, Khabior Azad, amico personale di Shahbaz.

La Bibbia che Shahbaz aveva sempre con sé è ora a Roma nel memoriale dei martiri dell’ultimo secolo, nella basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina.

In Pakistan, su una popolazione di 185 milioni di abitanti, i cristiani sono il 2 per cento, un milione dei quali sono cattolici. Ma anche tra i musulmani vi sono delle minoranze in pericolo: sciiti, sufi, ismailiti, ahmadi.

La legge contro la bestemmia è un’arma impugnata contro le minoranze. Fu introdotta dagli inglesi nel 1927 e mantenuta in vigore nel 1947, dopo l’indipendenza e la separazione del Pakistan dall’India. Per trent’anni non fu applicata. Ma a partire dal 1977, dopo il colpo di stato militare di Zia-ul-Haq, in Pakistan l’islamizzazione è andata crescendo e alla legge contro la bestemmia – rimessa in auge con aggravanti – si sono aggiunte altre norme basate sulla sharia. Ad esempio, occorrono quattro testimoni perché sia provata la violenza sessuale su una donna, che altrimenti è considerata adultera. Oppure, altro esempio, un musulmano che violenta una cristiana, ma poi la obbliga a sposarlo e a convertirsi all’islam, non è più perseguibile per stupro.

Per chi bestemmia Maometto è stata introdotta la pena di morte, e per la profanazione del Corano l’ergastolo. La commissione Giustizia e Pace dei vescovi cattolici del Pakistan ha calcolato che dal 1987 al 2009 sono state 1032 le persone ingiustamente colpite dalla legge contro la bestemmia.

Una di queste è Asia Bibi, una cattolica di 45 anni madre di cinque figli, condannata all’impiccagione nel novembre 2010 e in attesa della sentenza di appello. Fu accusata da altre donne del suo villaggio che erano al lavoro con lei nei campi, tra le quali era scoppiata una lite per l’utilizzo dell’acqua. Anche se venisse assolta o graziata, Asia non si sentirebbe al sicuro, perché vari esponenti musulmani l’hanno minacciata comunque di morte.

Un nuovo caso definito dai vescovi pakistani “di abuso della legge contro la bestemmia per vendette personali” ha colpito nei giorni scorsi un altro cristiano, Arif Masih, nel villaggio di Chak Jhumra.

Una giornata di preghiera per Asia Bibi, Arif Masih e tutte le altre persone arrestate per la medesima accusa sarà celebrata il 20 aprile, mercoledì santo, in Pakistan e in altri paesi. A Roma, nella cappella del parlamento italiano, il cardinale Jean-Louis Tauran celebrerà una messa, che sarà anche in memoria di Shahbaz Bhatti.

Le denunce di bestemmia si fondano sulla parola dell’accusatore, che non può però riferire i contenuti precisi dell’offesa per non essere imputato del medesimo delitto. I giudici temono a loro volta di essere uccisi, come talora è già avvenuto, se assolvono un imputato. Quindi tendono spesso a ritardare la sentenza, senza però concedere la libertà su cauzione. Inoltre, come regola generale, un non islamico, in tribunale, deve avere avvocato e giudice dei musulmani.

Su ciò che la sua uccisione ha significato in Pakistan e nel mondo intero, uno degli articoli più informati e allarmati è senz’altro quello uscito su “La Civiltà Cattolica” con la data del 2 aprile 2011.

 

 

 

 

 

L’ASSASSINIO DI SHAHBAZ BHATTI

di Luciano Larivera S.I.

 



[…] C’è uno stato, il Pakistan, il cui arsenale atomico continua a crescere. Ma la cui stabilità politica è minacciata ogni giorno, e in modo sistematico, da violenza e odio etnico e religioso. Il suo tragico esempio è l’avvertimento, per altri paesi islamici, di come il virus dell’intolleranza religiosa possa andare fuori controllo e condurre progressivamente una democrazia al collasso. […] Per questo non si può dimenticare un eroico e generoso politico pakistano, Shahbaz Bhatti. Un cristiano mite e serio.

*

“Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia. Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio e nella crocifissione di Gesù. Fu il suo amore che mi indusse a offrire il mio servizio alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo soltanto tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico.

“Mi è stato chiesto di porre fine alla mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solamente un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino di me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considero un privilegiato qualora – in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan – Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese. Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia.

“Io dico che, finché avrò vita, fino all’ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri. Credo che i cristiani del mondo che hanno teso la mano ai musulmani colpiti dalla tragedia del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, di amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: la gente non odierà, non ucciderà nel nome della religione, ma si ameranno gli uni gli altri, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione.

“Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani, qualunque sia la loro religione, vadano considerati innanzitutto come esseri umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù e io potrò guardarlo senza provare vergogna”.

È il testamento spirituale di Shahbaz Bhatti, ministro federale delle minoranze religiose del Pakistan, nato il 9 settembre 1968 e assassinato lo scorso 2 marzo da un commando estremista nella capitale Islamabad. Era membro del principale partito di governo, il PPP, Partito Pakistano del Popolo. Poche settimane prima aveva chiesto: “Pregate per me. Sono un uomo che ha bruciato le sue navi alle sue spalle: non posso e non voglio tornare indietro in questo impegno. Combatterò l’estremismo e mi batterò a difesa dei cristiani fino alla morte”. Bhatti abitava con la madre e altri familiari. Aveva deciso di non sposarsi per consacrarsi alla sua missione. Non aveva scelto il sacerdozio “perché voleva stare in mezzo alla gente, a contatto diretto con le persone e le loro difficoltà, cosa che spesso i sacerdoti non riescono a fare nel suo paese”.

Il 2 marzo il ministro si trovava con l’autista e una nipote nell’auto di servizio, non blindata nonostante le richieste. Il commando terrorista ha strappato Bhatti fuori dalla vettura e lo ha massacrato con 30 colpi di arma da fuoco. L’assassinio è da attribuire ai talebani pakistani del Punjab. Hanno agito indisturbati e hanno lasciato sul luogo del delitto alcuni volantini firmati Tehrik-e-Taliban-Punjab. Il ministro non aveva voluto la scorta, memore che il suo amico e collega di partito Salmaan Taseer, governatore del Punjab e musulmano, era stato ucciso proprio da un membro della sua scorta, senza che gli altri uomini a sua protezione intervenissero. Era avvenuto due mesi prima, il 4 gennaio. E il suo assassino è stato trasformato in eroe, con una gara tra avvocati per difenderlo gratis.

*

Taseer e Bhatti perseguivano l’ideale di Muhammad Ali Jinnah, padre fondatore del Pakistan, di un paese dove, rispetto ai musulmani sunniti, le minoranze religiose (sciiti, musulmani sufi, ismailiti, ahmadi, cristiani, sikh, indù, zoroastriani, bahai…) godano di uguali diritti. Entrambi sono stati “puniti” per aver lottato per l’abolizione o almeno la riforma della legge sulla blasfemia, la radice dei problemi dei cristiani pakistani. Voci estremiste chiedono che venga considerata blasfemia qualsiasi richiesta di modificare la “legge nera”. Tale legge sembra intoccabile. E se ne fa un uso strumentale, soprattutto nel più popoloso Punjab, per dirimere controversie personali anche tra musulmani. C’è l’impunità per chi la fa applicare in forme extragiudiziali. Ma come ha osservato di recente il direttore della sala stampa vaticana, p. Federico Lombardi, questa legge “in sé è veramente blasfema, perché in nome di Dio è causa di ingiustizia e morte”. […] Bhatti voleva tenere in vita la commissione per la revisione della legge sulla blasfemia, voluta dal presidente Asif Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto, e presente nel suo programma elettorale per il voto del 6 novembre 2008.

Un’ulteriore colpa del governatore musulmano e del ministro cattolico è di aver chiesto la liberazione di Asia Bibi, una cattolica di 45 anni madre di cinque figli, condannata all’impiccagione nel novembre 2010 per avere offeso il Profeta Maometto, ma in attesa della sentenza di appello. Bhatti non alimentava clamore mediatico sulla vicenda di Asia Bibi, per non rinfocolare la reazione fondamentalista. E, in generale, i cattolici si dissociano dalle iniziative che tendono a innescare un conflitto con le istituzioni pakistane. Ciò nonostante, in occasione dell’8 marzo, giornata internazionale della donna, la Chiesa cattolica pakistana e i cristiani indiani hanno lanciato l’ennesimo appello per la liberazione di Asia Bibi, che rischia di essere uccisa in carcere. Inoltre hanno affermato che questa donna simboleggia tutte le altre, dietro le sbarre o in apparente libertà, oppresse da disparità, intolleranza e violenza a causa del sesso o della fede professata.

Dopo i funerali di stato nella capitale, il “martire” Bhatti è stato sepolto, alla presenza di 10.000 persone di ogni credo, a Khushpur nei pressi di Faisalabad, in Punjab. In questo villaggio cattolico fondato dai domenicani, il ministro passò la sua fanciullezza. Con l’ultimo rimpasto di governo, il premier Yousaf Raza Gilani del PPP aveva confermato l’incarico a Bhatti, viste anche le insistenze occidentali, nonostante il taglio dei ministri da 60 a 22 per contenere la spesa pubblica, e le pressioni dei partiti islamici di coalizione per eliminare quel dicastero. Bhatti era, inoltre, il solo non musulmano nel governo federale del Pakistan.

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Benedetto XVI, lo scorso settembre, lo aveva incontrato nella sua qualità di ministro; e, nel discorso al corpo diplomatico del 10 gennaio, il pontefice aveva menzionato la legge contro la blasfemia in Pakistan, incoraggiando “di nuovo le autorità di quel paese a compiere gli sforzi necessari per abrogarla”. Inoltre aveva reso omaggio al sacrificio coraggioso del governatore Taseer. Ma una parte dei pakistani non intende ascoltare le parole del papa. In particolare, i partiti religiosi considerano gli interventi di Benedetto XVI un’ingerenza nella politica interna. I fondamentalisti controllano la mente dei loro seguaci, fomentando odio e violenza. Eppure i cristiani hanno buoni rapporti con la maggioranza dei musulmani. Dopo l’Angelus dello scorso 6 marzo, il papa ha rivolto questo appello e ulteriori gesti per confortare i cattolici pakistani traumatizzati dall’omicidio: “Chiedo al Signore Gesù che il commovente sacrificio della vita del ministro pakistano Shahbaz Bhatti svegli nelle coscienze il coraggio e l’impegno a tutelare la libertà religiosa di tutti gli uomini e, in tal modo, a promuovere la loro uguale dignità”.

La gigantografia di Bhatti dal 5 marzo è esposta sulla facciata del ministero degli esteri italiano, per non dimenticare l’uomo e per affermare l’impegno della diplomazia italiana a difesa della libertà religiosa nel mondo. Il ministro degli esteri Franco Frattini, intervistato da “Avvenire” il 3 marzo, ha riferito una confidenza avuta da Bhatti, nel suo modesto ufficio di Islamabad lo scorso novembre: “Mi disse che i suoi avversari stavano cercando di togliere i fondi al ministero per le minoranze religiose, un modo per ridurlo all’insignificanza e, quindi, alla chiusura. E mi disse di aiutarlo a far conoscere il suo lavoro nella comunità internazionale, perché soltanto così avrebbe potuto salvare il suo ministero”. Frattini ha poi aggiunto: “Adesso i codardi di quell’Europa che rifugge dalla condanna del fondamentalismo religioso verseranno le loro lacrime di coccodrillo, alleati di quei codardi che in Pakistan conoscono solamente il sangue degli attentati […]. Penso a coloro che in Europa sono molto attenti al ‘politically correct’, fino al punto di non utilizzare mai, nei documenti ufficiali, le parole ‘cristiani perseguitati’. La ritengo una codardia politica che oggi, di fronte a un nuovo martire, è ancor più scandalosa”. […]

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Davanti a questo crimine terroristico, i vescovi pakistani hanno subito dichiarato e confermato che “si tratta di un perfetto, tragico esempio dell’insostenibile clima di intolleranza che viviamo in Pakistan. Chiediamo al governo, alle istituzioni, a tutto il paese, di riconoscere e affrontare con decisione tale questione perché si ponga fine a questo stato di cose in cui la violenza trionfa”. Essi hanno anche inviato la richiesta alla Santa Sede perché Bhatti sia proclamato martire, ucciso “in odium fidei”. Lo stesso imam della moschea Badshahi a Lahore, Khabior Mohammad Azad, sconvolto per la morte del suo “buon amico” Bhatti, ha denunciato che “la gente non ha più il diritto di esprimere le proprie opinioni” e che “quanti hanno rivendicato l’assassinio non sono musulmani, né esseri umani”, perché “l’islam è una religione di pace, che insegna a rispettare le minoranze”.

Purtroppo gli omicidi motivati dalla religione sono perorati pubblicamente da estremisti islamici come atti che fanno piacere ad Allah e che garantiscono l’immediata salvezza. Ma lo stato pakistano non riesce a prevenire e a sanzionare la violenza contro le minoranze. Anzi, l’odio religioso è alimentato addirittura nelle scuole pubbliche pakistane. Nei testi ufficiali di studio sono esclusi i riferimenti alle minoranze religiose, non considerate parte della nazione. Oltre alla istruzione deformata, ci sono predicatori nelle moschee, in televisione e su internet che proclamano la lista dei nemici da abbattere e così alimentano la “cultura” dell’intolleranza religiosa. Adesso all’indice c’è la deputata Sherry Rehmam, che nel 2010 aveva proposto una modifica della legge sulla blasfemia, senza ricevere l’appoggio del suo partito, il PPP, che l’ha costretta a ritirare l’iniziativa. Vive semi-nascosta e riceve continue minacce di morte. Per altri non resta che cercare asilo all’estero.

Oltre ai cristiani, in Pakistan, sono legalmente discriminati gli ahmadi in quanto non-musulmani ma eretici, e per questo boicottano le elezioni. Ci sono tensioni tra le due scuole sunnite dei Deobandi e dei Barelvi. E la violenza religiosa è sistematica e può colpire tutti. Così, ad esempio, il 4 marzo dieci musulmani sufi, in quanto considerati eretici da altri musulmani, sono stati uccisi nei pressi di un loro luogo sacro vicino a Peshawar. Ma le manifestazioni di piazza delle minoranze o dei musulmani moderati non fanno paura, e la loro voce si perde, oltre che essere esposte ad attentati suicidi. Il 5 marzo, un musulmano, Mohammad Imran, è stato assassinato in un villaggio vicino a Rawalpindi. Era stato scarcerato per mancanza di prove con l’accusa di aver offeso Maometto. Il 15 marzo è morto in carcere Qamar David, un cristiano condannato ingiustamente all’ergastolo per blasfemia. Aveva ricevuto percosse e maltrattamenti dalle guardie penitenziarie. E la sua morte, per arresto cardiaco, desta molti dubbi tra i cristiani. Cadono vittime degli estremisti anche gli attivisti dei diritti umani, come Naeem Sabir, ucciso nella provincia del Beluchistan lo scorso 1° marzo.

*

Il Pakistan soffre di innumerevoli lacerazioni etniche e politiche. Il clima di intolleranza è alimentato dagli estremisti omicidi e da leader religiosi radicali, ma anche da avvocati, giornalisti, politici per loro fini egemonici. Nel Beluchistan sono ancora attivi i movimenti separatisti, anche perché la distribuzione della ricchezza è molto disuguale sul territorio pakistano. L’etnia pasthun, pur non cercando la secessione e l’annessione con una parte del territorio afghano, è sempre più dominata dall’ideologia fondamentalista e antigovernativa. Poi ci sono le tensioni con l’India per il Kashmir. C’è inoltre insofferenza nei confronti del governo filoindiano di Hamid Karzai in Afghanistan. Con Pechino, l’alleato più stretto di Islamabad in chiave anti-indiana, si è rafforzata la cooperazione per costruire centrali nucleari. La relazione del Pakistan con gli Stati Uniti è invece sempre più difficile. E il sentimento antiamericano è diffuso anche perché, in territorio pakistano, l’azione della CIA è parzialmente indipendente dalle autorità nazionali, e proseguono gli attacchi dei droni statunitensi contro i talebani afghani e i membri di Al-Qaeda nel Pakistan occidentale.

Inoltre gli estremisti religiosi si sono infiltrati nelle forze armate e nei servizi segreti, che sostengono i talebani afghani ma sono in conflitto con parte dei talebani pakistani, coordinati a loro volta con gli jihadisti che lottano per l’annessione del Kashmir indiano al Pakistan. La costellazione dei gruppi estremisti è ampia e nebulosa. Dietro il paravento di attività educative e caritative, il loro reclutamento si rafforza nelle madrasse, le scuole coraniche, e nei campi dei profughi afghani o degli sfollati dopo le alluvioni della scorsa estate. Per di più le forze armate hanno un forte potere di veto sul governo; ma non sembrano disposte a un colpo di stato, magari su ispirazione islamista, perché la soluzione dei problemi sociali ed economici del paese è fuori della loro portata, e i militari non vogliono rischiare l’impopolarità. Purtroppo il governo e la magistratura spesso sembrano aver capitolato davanti alle ingerenze degli estremisti e dei servizi segreti pakistani. La legge antiblasfemia, nelle sue varie applicazioni, giustifica il terrore politico e scoraggia i pakistani liberali. I musulmani moderati sono stritolati dall’autorità delle forze armate, dal fanatismo religioso e dall’ingerenza dei paesi stranieri, quando favoriscono corruzione, abuso di potere e crimini contro i diritti umani, come la tortura. Le rivendicazioni sociali stanno quindi diventando appannaggio dei fondamentalisti, che però non hanno gli strumenti culturali, tecnici e burocratici per risolvere i problemi di cronico sottosviluppo economico del paese.

L’intimidazione e l’impunità delle violenze estremiste e delle rappresaglie militari sono i cardini su cui si regge il caos pakistano. La stessa fragile identità nazionale rischierebbe di svaporare se queste due pratiche guidassero la costituzione materiale del paese. Inoltre, benché improbabile, non si può escludere che la crescente anarchia pakistana permetta a gruppi jihadisti di impossessarsi di materiale e armi atomiche, di cui gli USA non sembrano conoscere interamente l’allocazione. È il Pakistan il boccone più ghiotto per al-Qaeda, che sta nutrendo ideologicamente l’estremismo interno, affermando che il governo civile di Islamabad è illegittimo, perché irreligioso, e andrebbe distrutto. Così, purtroppo, l’esecutivo e il PPP sembrano ostaggio dei partiti fondamentalisti e degli estremisti.

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Tuttavia Paul Bhatti, fratello dell’ucciso, è stato nominato consigliere speciale del premier per le minoranze religiose. Se nella “Terra dei puri” arriverà quello che resta della “primavera democratica” araba, il nuovo patto sociale pakistano, per bloccare la spirale autodistruttiva, richiede il rapido ristabilimento di un sistema giudiziario penale funzionante. Ciò include necessariamente la riforma radicale della legge antiblasfemia, che giustifica l’uso extragiudiziale della violenza, anche contro chi si converte dall’islam. Nel medio e lungo periodo è indispensabile un sistema scolastico pubblico universale e aperto a un’educazione più moderna, anche per creare valide competenze lavorative. Nuove idee di giustizia e veritiere ricostruzioni della storia del paese possono fare capitalizzare la ricchezza del pluriforme popolo pakistano. Ciò impone che la spesa pubblica non possa essere drenata in modo sproporzionato dalle spese militari, e che la pace con l’India e in Afghanistan sia ritenuta necessaria per lo sviluppo sostenibile del Pakistan. Nel paese non è in atto un conflitto religioso ma politico, col rischio di guerra civile. E il dialogo interreligioso è impotente quando una religione è usata come strumento di potere, di oppressione e di sottosviluppo.

 

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La rivista da cui è stato ripreso l’articolo, stampata con il previo controllo e l’autorizzazione della segreteria di stato vaticana:

> La Civiltà Cattolica

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Khushpur, il villaggio natale di Shahbaz Bhatti, nella fertile pianura del Punjab, è stato fondato da missionari cattolici un secolo fa e i suoi 5 mila abitanti sono quasi tutti battezzati.

Il villaggio è pulito, operoso, ospitale. Ha scuole frequentate. C’è parità tra uomo e donna. Padre Piero Gheddo del Pontificio Istituto Missioni Estere, che l’ha visitato, lo descrive in un articolo su “Tempi” come “un esempio concreto e ben visibile della differenza che passa tra cristianesimo e islam”:

> Ecco perché i cristiani in Pakistan danno fastidio

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Un libro-intervista di Shahbaz Bhatti è uscito in Italia nel 2008, per i tipi di Marcianum Press, l’editrice del patriarcato di Venezia:

Shahbaz Bhatti, “Cristiani in Pakistan. Nelle prove la speranza”, Marcianum Press, Venezia, 2008.

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La scheda sul Pakistan del rapporto internazionale sulla libertà religiosa curato dal dipartimento di stato degli Stati Uniti:

> Pakistan

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La catechesi di Benedetto XVI sui santi non canonizzati, sui santi “semplici”, la cui “bontà di ogni giorno” è però “la più sicura apologia del cristianesimo e il segno di dove sia la verità”:

> Udienza generale di mercoledì 13 aprile 2011

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il cortile dei gentili

 

 

«Un luogo che porti a tutti il contagio della fede»

 

«Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di ‘cortile dei gentili’ dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa. Al dialogo con le religioni deve oggi aggiungersi soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto e che, tuttavia, non vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio, ma avvicinarlo almeno come Sconosciuto». Queste parole di Benedetto XVI hanno prodotto un effetto anche concreto: un dicastero vaticano, il Pontificio Consiglio della Cultura, ha dato il via a un’istituzione, denominata appunto ‘Cortile dei gentili’, per aprire un dialogo serio e rispettoso tra credenti e agnostici o atei.

 

L’evento inaugurale è avvenuto lo scorso marzo a Parigi in contemporanea in più sedi: alla Sorbona, all’Unesco, all’Académie Française e, per i giovani, nel piazzale di Notre-Dame, secondo prospettive diverse. Quel simbolo di apartheid e di separatezza sacrale che era il muro del ‘Cortile dei gentili’ è, quindi, cancellato da Cristo che desidera eliminare le barriere per un incontro nell’armonia tra i due popoli. È con questa ulteriore precisazione paolina che ha senso l’applicazione metaforica del ‘Cortile’ suggerita da Benedetto XVI. Credenti e non credenti stanno su territori differenti, ma non si devono rinserrare in un isolazionismo sacrale o laico, ignorandosi o peggio scagliandosi sberleffi o accuse, come vorrebbero i fondamentalisti di entrambi gli schieramenti. Certo, non si devono appiattire le differenze, liquidare le diverse concezioni, ignorare le discordanze. Ognuno ha i piedi piantati in un ‘cortile’ separato, ma i pensieri e le parole, le opere e le scelte possono confrontarsi e persino incontrarsi, senza per questo rinunciare alla propria identità, senza scolorirsi in un vago sincretismo ideologico.

In questo incontro tra i due ‘Cortili’, una scelta previa è quella della purificazione dei due concetti di base. Da un lato, i ‘gentili’ devono ritrovare una propria concezione dell’essere e dell’esistere così com’era espressa dai grandi sistemi ‘ateistici’ (pensiamo a un Marx o alla celebre parabola sul Dio morto della Gaia scienza di Nietzsche), prima che venissero incapsulati in sistemi politicoideologici o piombassero nello scetticismo e nell’idolatria delle cose o degenerassero nell’ateismo sprezzante, sarcastico e infantilmente dissacratorio. Dall’altro, la fede deve ritrovare la sua grandezza, manifestata in secoli di pensiero alto e in una visione compiuta dell’uomo e del mondo, evitando le scorciatoie del devozionalismo o del fondamentalismo e rivelando che la teologia ha un suo rigoroso statuto metodologico parallelo e specifico rispetto a quello della scienza. Ma oltre a questo, l’incrocio tra le voci diverse può avvenire attorno a temi comuni – anche se affrontati e risolti con esiti eterogenei – come l’etica, l’antropologia, la spiritualità, le domande ‘ultime’ su vita e morte, bene e male, amore e dolore, verità e menzogna, pace e natura, trascendenza e immanenza.

Per questa via si può giungere persino alla domanda sullo Sconosciuto, quell’Ágnostos Theós, il Dio ignoto, a cui faceva cenno san Paolo nel suo celebre discorso all’Areopago di Atene ( Atti degli Apostoli 17, 22-31), e che era ricordato nel brano di Benedetto XVI citato in apertura.
Senza attesa di conversioni o di inversioni di cammini esistenziali, ma soprattutto evitando le diversioni nel vuoto, nella banalità, negli stereotipi, gentili e cristiani – i cui ‘Cortili’ sono contigui nella città moderna possono scoprire consonanze e armonie pur nella loro difformità e possono far alzare lo sguardo a un’umanità spesso troppo curva solo sull’immediato, sulla superficialità, sull’insignificanza, verso l’Essere nella sua pienezza.

 

in “Avvenire” del 5 maggio 2011


Solo uomini nuovi cambieranno i vecchi strumenti

È stato appena pubblicato l’Annale 2010 della Federazione universitaria cattolica italiana (Fuci),

dal titolo Un’economia per l’uomo. Ragioni dell’etica e provocazioni della fede, a cura di Luca Bilardo ed Emanuele Bordello (Roma, Edizioni Studium, 2011, pagine 199, euro 16). Pubblichiamo ampi stralci del contributo del presidente dell’Istituto per le opere di religione.

 


È da quando ho ultimato gli studi universitari, nel 1971, che, alla fine di una crisi economica – e personalmente ne ho viste tante – viene proposta come soluzione l’imposizione di nuove regolamentazioni e di nuovi controlli. La crisi in questo modo diventa ancora più complessa: quando si è in difficoltà e si stabiliscono sistemi di controllo si irrigidisce tutto il sistema. Resta poi una domanda che non trova mai risposta: chi controlla i controllori? Non è lo strumento che fa marciare i processi, ma è l’uomo. Max Weber distinse, in modo opportunistico e machiavellico, l’etica personale della responsabilità dall’etica della convinzione. Secondo il sociologo tedesco vi è quindi un’etica di chi ha la responsabilità di un determinato settore e quella di chi ne è veramente convinto. Come è possibile avere la responsabilità e praticarla, se non si è convinti? Il convincimento, cioè il riferimento a qualcosa di forte, di stabile, di vero, è determinante per poter ottenere risultati. Non esiste l’etica degli strumenti, l’etica del mercato, l’etica del capitalismo: esiste un uomo che dà senso etico ad ogni comportamento.
Le famiglie americane, a causa della crisi, hanno perso circa il 50 per cento dei propri investimenti, percentuale corrispondente al valore del crollo della ricchezza americana. Questo perché negli ultimi venticinque anni è stata gonfiata del 50 per cento tutta l’economia statunitense. Le famiglie hanno avuto il dimezzamento del valore della casa, dei risparmi, del fondo pensione, di fronte ora hanno un futuro fatto di debiti da pagare e di un alto rischio di disoccupazione.
Perché si è dovuto gonfiare per oltre dieci anni il Pil della più grande economia del mondo? La risposta corretta non la si trova di frequente, ma il Papa la fornisce nell’enciclica Caritas in veritate: perché trent’anni fa il sistema del mondo occidentale (Stati Uniti, Canada, Europa e Giappone) ha smesso di fare figli.
Quando si afferma che l’origine della crisi è nell’uso sbagliato di strumenti finanziari, nell’avidità dei banchieri o nella mancanza dei controlli si dicono falsità. Perché l’economia è stata costretta a espandere il credito senza controllarlo? Perché si era inceppata negli anni Ottanta la crescita economica, il Pil dei Paesi occidentali cresceva troppo poco ed era legato alla crescita zero della popolazione. Se la popolazione non cresce, non può crescere l’economia e quindi bisogna accontentarsi. Il mondo occidentale, ricco, avido di cose ed egoista, ha deciso di non accontentarsi e si è quindi inventata la crisi economica.
Benedetto XVI salverà il mondo: lo farà perché sta proponendo un radicale cambiamento culturale per l’uomo. Leggendo l’introduzione alla Caritas in ventate, si coglie come il Papa rimandi al primo comandamento del Decalogo, distinguendo esplicitamente e implicitamente verità e libertà.
Nella cultura dominante la libertà, che dall’Illuminismo si condisce con positivismo, relativismo, fino all’odierno nichilismo, precede la verità. L’uomo deve essere libero di trovare la verità, ma così facendo, non solo non la trova, ma la confonde con la libertà stessa. Benedetto XVI invece ribadisce che occorre cambiare gli uomini, e non gli strumenti. Saranno infatti gli uomini nuovi a cambiare gli strumenti vecchi. La verità precede la libertà e non esiste vera libertà responsabile che non si riferisca ad una verità assoluta. Il Papa distrugge il pensiero nichilista, che porta l’uomo ad essere un animale intelligente, il quale orienta il suo agire solo all’appagamento dei bisogni materiali.
Se l’uomo infatti vivesse solo di questo genere di soddisfazioni oggi dovrebbe esultare, perché le conquiste della scienza e della tecnologia lo hanno portato a livelli mai raggiunti in passato. Se l’uomo è solo figlio del caos o del caso, quale dignità potrà mai pretendere? Quella di vivere il più a lungo possibile, magari senza malattie, ma nulla più. Il Papa può salvare l’uomo, nel senso che gli riapre gli occhi sulla sua reale dignità di Figlio di Dio.
Gli strumenti, in generale, sono tutti neutri. Le grandi iniquità che sono state compiute nel mondo della finanza non sono dovute soltanto a cattive interpretazioni o applicazioni delle regole della finanza. In più occasioni anche i Governi hanno sostenuto l’infrazione di alcune regole. Gli abusi veri ci sono perché si è permesso che ci fossero, non perché mancavano le strutture di controllo. Esistono 23 boards, strutture di regolamentazione dei mercati finanziari, dal Financial stability board fino a quelle più periferiche che riguardano determinate aree geografiche. Un istituto finanziario oggi deve sottoporsi a 23 nuove regolamentazioni immediate con la minaccia di sanzioni fortissime.
Queste regole c’erano anche prima, ma non sono mai state rispettate. È l’uomo infatti che deve crescere da un’etica di responsabilità ad una nella quale crede veramente in quello che compie. Ecco perché oggi si parla di emergenza educativa, perché c’è bisogno di essere formati.
Nel sesto capitolo dalla Caritas in veritate troviamo un passaggio chiave, in modo diverso, ma con lo stesso spirito, già presente nella Sollicitudo rei socialis. Giovanni Paolo II si domandava come può l’uomo tecnologico, che cresce enormemente nella capacità di elaborare tecniche e strumenti sempre più sofisticati, gestire tali conoscenze nell’immaturità che lo caratterizza. Ancora una volta Benedetto XVI mette in guardia l’uomo del nostro tempo dalla deriva etica, la definitiva autonomia morale degli strumenti.

(©L’Osservatore Romano 1° maggio 2011)

Risurrezione


I fatti.

Gesù si ritrova con i Suoi.

Oltre il dramma, la delusione, l’amarezza è la felicità: la corsa al Sepolcro di Pietro e Giovanni, il ritorno concitato dei discepoli da Emmaus, lo stupore dell’ incontro nelle diverse situazioni di vita: in pianto alla tomba, raccolti in preghiera, sul monte  del commiato…

 

Anche più realistica la concreta partecipazione alle consuete esperienze di vita: pace a voi, avete qualcosa da mangiare, avvicinati, tocca il mio costato… E’ Lui, proprio Lui; quello che hanno veduto e toccato per gli anni duri e luminosi della missione.

E se tratta con qualcuno di loro in particolare, è toccante l’intensità dell’incontro.

Giovanni e Luca ne danno la misura.

L’incontro con Maria di Magdala è di una intensità umana incomparabile.

Maria, suona il richiamo affettuoso alle sue spalle;

Rabbunì risponde di slancio appassionato la prima donna che lo vede risorto.

E nessuno sa narrare la felicità di quel momento nella novità di una presenza, che esalta l’attesa di una donna che ama e contemporaneamente sconvolge la vicenda di ogni uomo che dopo di lei è chiamato ad incrociarlo.

Così il ritorno concitato dei due discepoli da Emmaus verso Gerusalemme con in cuore una notizia sconvolgente: E’ risorto; ha cenato con noi!

Come è difficile misurare la forza rinnovatrice del dialogo di Pietro con Gesù sulle sponde del lago di Tiberiade, al momento della Consegna. Dalla consolazione di sentirsi di nuovo interpellato sulla passione che ormai brucia la sua vita: mi ami? All’insistenza garbata da cui affiora l’ombra amara del tradimento, alla consegna che gli restituisce intatta la fiducia del Maestro.

 

Il significato.

Insomma nella risurrezione Cristo ricupera in pienezza la quotidianità dell’esperienza vissuta con i Suoi; anzi la fa vibrare di una intensità singolare.

Rivela finalmente il senso di misteriose allusioni che il discepolo prediletto si è preoccupato di raccoglie e segnalare lungo l’intero arco della sua vita terrena.

Quando sarò elevato attirerò tutti a me.

La morte in croce ha segnato il vertice dell’ascesa umana; il compimento di questo sinuoso e talora atroce percorso che l’uomo va conducendo: a Lui possono guardare tutti coloro che vivono la passione per la propria dignità e realizzazione. Che cercano a tentoni di orientarsi, di cogliere un barlume di verità, che rischiari il proprio cammino: sono venuto per rendere testimonianza alla verità…

La sua risurrezione offre il sigillo della’autenticità a tutta la vicenda terrena: nulla di quanto Gesù ha vissuto va perduto; anzi, tutto assume conferma e splendore.

Nella risurrezione rifulge di nuova e imprevedibile luce  il senso vero dell’esistenza e del travaglio che l’accompagna. Tutti i segni che hanno segnato la vita terrena di Cristo ritornano; erano espressione di una rivelazione iscritta nel tempo, in un certo senso destinati a tramontare con il tempo: il segno della risurrezione si iscrive nell’eternità, supera il tempo e lo redime con una conferma che ha il carattere della definitività.

Dunque la risurrezione porta per eccellenza il suggello della vita, non perché Gesù ritorna alla vita, ma perché imprime nella vita il segno nuovo dell’immortalità.

Nella ridda concitata di incontri che i Vangeli raccontano con sobrietà ed emozione i primi testimoni fanno un’esperienza sconvolgente: sono proiettati nel tempo nell’intronizzazione di Cristo che li ha salvati oltre il tempo.

Cosicché l’esistenza dell’uomo, tutta la sua esistenza, trova il senso che Dio solo è in grado di imprimervi.

 

Una chiesa affaticata e “afflicta” dalle guerre tra fazioni

Non si può certo negare: molte componenti della Chiesa appaiono e si dicono stanche, comunque prive di attesa. Molti presbiteri e religiosi si lamentano sovente, molti semplici fedeli prendono, ogni giorno di più, distanza dalle forme visibili dell’appartenenza alla Chiesa.

 

Lo sappiamo bene dai vescovi stessi: in Germania, in Austria, in Francia e in Belgio non sono pochi quelli che con rumore lasciano la Chiesa, che addirittura vorrebbero cancellare il loro nome dall’elenco di appartenenza alla parrocchia o persino dai registri del Battesimo. In Italia, con meno clamore, senza più le contestazioni conosciute negli anni ’70 del secolo scorso, si registra il fenomeno di quelli che semplicemente continuano a vivere la loro fede etsi ecclesia non daretur, anche se la Chiesa non ci fosse».

Sì, siamo di fronte a una Chiesa affaticata, anzi, usando un’espressione del magistero papale vorrei parlare di una ecclesia afflicta. Più volte in questi tempi leggo e rileggo san Basilio, il grande padre della Chiesa che nel De iudicio Dei cercava di comprendere la situazione ecclesiale del suo tempo: i suoi giudizi, le sue sofferenze sono simili a quelli che anch’io porto nel cuore, nella preghiera, nel confronto con gli uomini e le donne che incontro. Non è un momento facile per la Chiesa, perché la Chiesa stessa si trova lacerata, divisa: in essa «troppi si mordono a vicenda», come ha scritto Benedetto XVI, trasformando ogni diversità, anche legittima, in aspro conflitto, in condanna, in censura, o addirittura in interventi ossessivi che fanno la caricatura dell’altro – il quale resta pur sempre un fratello o una sorella per il quale Cristo è morto, un appartenente alla Chiesa cattolica – fino al disprezzo e alla delegittimazione… Nell’epoca culturale in cui si è fatto debole e svanisce il senso dell’appartenenza, occorrerebbe vigilare e quindi reagire a questa deriva che può aprire a uno «scisma muto», che non solo indebolisce la Chiesa, ma la riduce a un «movimento», come ha analizzato recentemente con intelligenza il segretario della Cei, monsignor Crociata.

Ma da dove deriva questo affaticamento? Esistono cause leggibili? Certamente la diminutio della comunità cristiana in termini di appartenenti, e in particolare di vocazioni alla vita presbiterale e religiosa – almeno nell’Occidente in cui si colloca l’Italia, perché è a questa realtà che va il nostro sguardo –, anche se non minaccia le convinzioni, rende però più difficile la vita ecclesiale e, soprattutto, affatica i presbiteri – sempre più oberati di servizi e lavoro, con un’età media sempre più alta – ed espone la vita religiosa alla tentazione di non sperare più in sé stessa. Non dimentico
neppure il clima culturale in cui viviamo, o meglio siamo precipitati, sempre più contrassegnato da valori che sono all’opposto di quelli cristiani: l’affievolimento dei principi etici, la scomparsa dell’orizzonte comunitario, l’individualismo crescente, il nichilismo, I’egolatria, la dittatura delle emozioni e dei sentimenti, l’incapacità di perseveranza, la perdita del senso della fedeltà.

Conosciamo ormai tutti bene e a memoria questo elenco che dice la realtà del clima attuale, dell’aria che si respira.
Credo però che occorra riconoscere che anche aspetti di vita interna della Chiesa contribuiscono ad affaticarci. Quando penso allo sforzo che la mia generazione ha fatto in obbedienza alla Chiesa per un rinnovamento attraverso il Concilio, e poi constato che oggi nella Chiesa molti lavorano contro il Vaticano II, criticandolo e prendendone le distanze, operano contro l’ecumenismo e la riforma liturgica, allora osservo che in molti altri si fa largo un sentimento di confusione. Alcuni dicono con molto rispetto: «Non capisco più!»; altri finiscono per soffrire fino alla frustrazione…
Tanta fatica per cambiare, quasi cinquant’anni fa – uno sforzo compiuto con entusiasmo ma a volte anche a prezzo di sofferenza e sottomettendo le nostre nostalgie personali al bene della vita ecclesiale – secondo le indicazioni del Concilio e del Papa: e oggi? Perché ci sono presenze nella Chiesa che vorrebbero spingerci a essere con il Papa contro i vescovi oppure con i vescovi contro il Papa, persino quando si tratta di celebrare l’Eucaristia, luogo per eccellenza della comunione ecclesiale? Si dice che il cammino ecumenico è irreversibile, ma poi vediamo che molti vorrebbero
correggere la sua comprensione consegnataci dal Vaticano II. Papi e vescovi ci hanno insegnato che il vero ecumenismo non significava ritorno alla Chiesa cattolica, bensì cammino verso un’unità che i cattolici confessano essere un principio già presente nella loro Chiesa, ma che deve essere ancora completata, in quanto mai piena nelle diverse forme e convergenze. Abbiamo forse avuto vescovi e Papi come «cattivi maestri»? E i “gesti” così eloquenti compiuti dagli ultimi Papi erano forse temerari, favole da non prendere sul serio?

Ho quasi settant’anni, ho lavorato tutta la mia vita per l’unità delle Chiese e la comunione nella mia Chiesa, ma oggi sento e constato tante contraddizioni. Sì, faccio fatica anch’io, sono stanco di queste guerre tra fazioni ecclesiali combattute sui blog per mezzo di giornalisti compiacenti; sono stanco di accuse che mostrano come non si voglia né ascoltare né conoscere la verità ma soltanto far tacere l’altro. E mi chiedo con molti altri: dove va la Chiesa? Questa nostra Chiesa che abbiamo tanto amato e vogliamo ancora amare in un’appartenenza leale, non adulatrice e che non cerca né privilegi né promozioni… Questa Chiesa che amiamo, più di noi stessi.

 

in “Jesus” dell’aprile 2011

Non chiamarmi straniero

 

Appello dei missionari comboniani

e diapositive

 

 

Noi missionari comboniani, impegnati in Europa nel servizio agli immigrati e riuniti in questi giorni a Roma (31marzo-3 aprile), abbiamo riflettuto sulla grave situazione creatasi in questi giorni a Lampedusa. Siamo testimoni, tramite una piccola presenza comboniana sull’isola, dell’arrivo massiccio di immigrati nord africani e dell’inadeguata risposta del governo italiano. Siamo altresì testimoni della generosità del popolo lampedusano, come dell’impegno della chiesa locale di Agrigento.

Vogliamo esprimere la nostra solidarietà e vicinanza a quanti oggi rendono meno gravosa e meno disumana una tale drammatica situazione.

Come missionari siamo vicini agli immigrati, che da Lampedusa sono stati e saranno trasferiti nelle varie regioni italiane, e chiediamo che vengano accolti come soggetti di diritto.

Facciamo appello alla sensibilità del popolo italiano, alle autorità civili e alla chiesa in Italia, perché sappiano accogliere questi nostri fratelli e sorelle nonché minori (circa 378 minori a Lampedusa), memori delle parole dell’Esodo:”Non molesterai il forestiero, né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto” (Es. 22,20)

Come missionari sentiamo che questa nostra difesa degli immigrati è parte integrante della nostra missione, che diventa oggi sempre più una missione globale.

I missionari comboniani
p. Enrique Sánchez González, superiore Genérale, p. Alberto Pelucchi, vicario Genrale, p. Arlindo Pinto, p. Mariano Tibaldo, p. Jorge Garcia, p. Alejandro Maza Canales, p. Fernando Zolli, p. Franco L. Conrado, p. Claudio Crimi, p. Alexandre Da Rocha Ferreira, p. Frigerio Daniele, p. Carmelo Del Rio Sanz, fr. Enrico Gonzales y Reyero, p. Juan Manuel Rodriguez Martin, fr. Eduard Nagler, p. Antonio Bonato, p. Alex Zanotelli, p. Domenico Guarino.

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