Un popolo e una fede da riconoscere


Il Papa incontra i rom in Vaticano, alla vigilia della Pentecoste.

 

È un incontro storico. Mentre oggi cresce anche nell’opinione pubblica la marginalizzazione sociale di questo popolo, ancora non riconosciuto tra le minoranze linguistiche in diversi Paesi europei compreso il nostro, il Papa apre le braccia a una rappresentanza di almeno 1.400 persone rom, ma anche sinti, caminanti e di altre tradizioni, provenienti da dieci regioni e da una cinquantina di città italiane. I rom vengono da Roma e Milano, Cosenza, Torino, Firenze, Messina, Reggio Calabria, Pescara, Avezzano che sono alcune delle città da cui sono emerse – in questi ultimi mesi – storie di discriminazione, di sgomberi, di violenze e purtroppo anche di tragiche morti innocenti, ma anche storie belle di prossimità, di percorsi educativi e sociali straordinari, che vedono spesso protagoniste tra i rom altre famiglie italiane, parrocchie, insegnanti e associazioni. Il cosiddetto popolo ‘nomade’ – una galassia di popoli e un mondo di mondi diversi – in Italia è composto da circa 170mila persone, almeno la metà delle quali bambini e ragazzi. Spesso si sottovaluta il fatto che più o meno il 70% di loro è italiano, un buon gruppo è europeo (soprattutto originario della Romania) e solo una minoranza è di provenienza extracomunitaria. Meno del 20% vive nei campi, la stragrande maggioranza vive nei condomini, nelle case rurali, in paesi e in città. In prevalenza sono di fede cristiana (il 70%), soprattutto cattolici, presenti in 100 città italiane, seguito da oltre 180 operatori pastorali, molti dei quali provenienti dalle stesse famiglie rom e sinti. Ci sono anche comunità di evangelici e ortodossi.


Si tratta di un’esperienza cristiana che alcune volte sa anche interpretare in maniera originale la liturgia, la festa, la vita familiare, il ricordo dei defunti, la devozione mariana. Le migrazioni più recenti dalla Bosnia, Romania, Serbia, Macedonia e dai Paesi dell’est in genere, ha portato alla formazione di comunità musulmane. Non sempre si conosce e riconosce questo popolo complesso e la sua storia, la sua tradizione di fede aperta anche al dialogo ecumenico e interreligioso. È importante cogliere questa ricchezza di esperienza religiosa, perché alla marginalizzazione sociale dei rom non si accompagni anche un’impensabile marginalità sul piano ecclesiale. La figura del beato Zefirino, il rom spagnolo massacrato e ucciso durante la guerra civile solo perché osò difendere un prete e la propria fede semplice e popolare. Il suo rosario – a 150 anni dalla sua nascita e a 75 anni dal suo martirio – ci ricorda l’importanza e il valore di tutti nella Chiesa, anche le persone più semplici e ‘differenti’. A Pentecoste, con il dono dello Spirito, che aiuta a parlarsi, a conoscersi, a capirsi il Papa invita a riconoscere il popolo rom come Chiesa. Ci chiede di guardare a queste persone – uomini e donne – che oggi faticano più di altre a ‘entrare’ dentro la città, e ad accompagnare il loro cammino con la fantasia dell’amore, della carità. A Pentecoste, il Papa chiede a noi un ‘supplemento d’anima’, perché evitiamo l’omologazione che politica, cultura, mezzi di comunicazione talora rischiano di insinuare nella lettura di storie e mondi differenti e altri.

A Pentecoste, Benedetto XVI ha scelto di invitare a riconoscere l’altro come la persona da cui ripartire in questo cammino di nuova evangelizzazione, che fugge da ogni forma di chiusura, di distanza, di separazione, di esclusione. L’incontro del Papa con i rom ci ricorda che non si può pensare di costruire Chiesa e città senza di loro. Tutti siamo responsabili di tutti. Nessuno escluso.

 

* Direttore generale Migrantes.


in “Avvenire” dell’11 giugno 2011

Perseverare nella speranza


Cari amici e ospiti,


quanti di voi ci frequentano con maggiore assiduità o seguono gli interventi del Priore su giornali e periodici avranno notato una nostra crescente preoccupazione per la situazione ecclesiale, italiana ma non solo. Avvertiamo un clima di stanchezza, di fatica, di scoramento che qualcuno ha riassunto in un’espressione molto efficace: “Manca il respiro”. Quello che già anni fa era stato definito uno “scisma sommerso” ha assunto più i tratti di un sofferto silenzio, di un ritrarsi in disparte riflettendo su un grigiore che come nebbia autunnale sembra avvolgere e intridere tutto. Anche tra di noi, i più anziani, che han conosciuto lo slancio della primavera conciliare, vedono sfuocarsi sempre più le speranze nate allora dalla fede salda e dall’audacia profetica non di singole figure ma della massima autorità magisteriale cattolica: un concilio ecumenico cum Petro et sub Petro. I più giovani risentono del clima da orizzonte chiuso con cui deve quotidianamente confrontarsi la loro
generazione cui viene negata la credibilità stessa di un possibile futuro migliore. Sì, dire che “manca il respiro” non significa solo avvertire l’affanno di polmoni affaticati o non irrorati da aria fresca, ma vuol dire anche constatare che “il nostro respiro” di credenti, lo Spirito del Signore risorto trova ostacoli nell’aprire mente e cuore alla sua volontà di pace e vita piena.


Assistiamo alla voce sempre più soffocata di quella che nella chiesa non si dovrebbe chiamare “opinione pubblica” ma piuttosto sensus fidelium: la sensibilità, la percezione della fede e delle sue implicazioni che ogni battezzato è abilitato dallo Spirito santo a esercitare e ad alimentare attraverso il confronto con i fratelli e le sorelle nella fede, attraverso la correzione fraterna, l’ascolto reciproco, la comune edificazione di quell’edificio spirituale di cui siamo chiamati a essere “pietre vive” (cf. 1Pt 2,5). Oggi, nel torpore dominante, molte delle stesse guide della comunità cristiana paiono incapaci di una parola convinta, decisa, obbediente al “sì sì, no no” evangelico, una parola in grado cioè di far risuonare con vigore nell’oggi della storia le assolute esigenze cristiane. Quando anche la voce di un pastore si leva con parresia, questa cade senza ulteriori risonanze perché il paradossale intreccio di mutismo e frastuono, unito all’assuefazione alla menzogna, la soffocano sul nascere o la relegano nel campo delle buone intenzioni di un personaggio “singolare”.


Per contro, quasi ogni giorno vi è chi vuol far apparire la chiesa come un’arena in cui si fronteggiano fazioni contrapposte, incapaci di ascoltarsi e di ricercare insieme un cammino di comunione e tese invece a tacitare “l’altro”, a prevalere negli organigrammi, a “vincere” chissà quale conflitto ideologico. Eppure Gesù ha ammonito con forza i suoi discepoli. “Non così tra voi!” (Mc 10,43). E “non così” si erano comportati i padri conciliari al Vaticano II, che avevano saputo confrontare le loro diverse visioni di chiesa per sottometterle al giudizio della parola di Dio e del suo farsi storia nell’oggi dell’umanità, fino a farle convergere in una lettura condivisa perché docile allo Spirito.


Questo nostro tempo si sta rivelando tempo di prova e di sofferenza. Certo, non la prova estrema della persecuzione e del martirio, cui tanti nostri fratelli e sorelle nella fede vanno incontro, ma la prova della perseveranza, della fedeltà a scrutare “come se si vedesse l’invisibile”. Anche dopo la vittoria di Cristo, dopo la sua resurrezione e la trasmissione delle energie del Risorto al cristiano, resta infatti ancora operante l’influsso del “principe di questo mondo” (2 Cor 4,4), sicché il tempo del cristiano permane tempo di esilio, di pellegrinaggio, in attesa della realtà escatologica in cui Dio sarà tutto in tutti. Il cristiano infatti sa – e non ci stancheremo mai di ripeterlo in un’epoca che non ha più il coraggio di parlare né di perseveranza né tanto meno di eternità, in un’epoca appiattita sull’immediato e sull’attualità – che il tempo è aperto all’eternità, alla vita eterna, a un tempo riempito solo da Dio: questa è la meta di tutti i tempi, in cui “Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre”
(Ebr 13,8). Il télos delle nostre vite è la vita eterna e quindi i nostri giorni sono attesa di questo incontro con il Dio che viene.


Risuonano quanto mai attuali le parole di Dietrich Bonhoeffer, testimone di Cristo in mezzo ai suoi fratelli in una stagione di martirio per quei cristiani che avevano rifiutato ogni compromesso con la barbarie nazista: “La perdita della memoria morale non è forse il motivo dello sfaldarsi di tutti i vincoli, dell’amore, del matrimonio, dell’amicizia, della fedeltà? Niente resta, niente si radica. Tutto è a breve termine, tutto ha breve respiro. Ma beni come la giustizia, la verità, la bellezza e in generale tutte le grandi realizzazioni richiedono tempo, stabilità, ‘memoria’, altrimenti degenerano.


Chi non è disposto a portare la responsabilità di un passato e a dare forma a un futuro, costui è uno ‘smemorato’, e io non so come si possa colpire, affrontare, far riflettere una persona simile”. Scritte quasi settant’anni fa, queste parole pongono il problema della fedeltà e della perseveranza: realtà oggi rare, parole che non sappiamo più declinare, dimensione a volte sentite perfino come sospette o sorpassate e di cui – si pensa – solo qualche nostalgico dei “valori di una volta” potrebbe auspicare un ritorno.


Ora, se la fedeltà è virtù essenziale a ogni relazione interpersonale, la perseveranza è la virtù specifica del tempo: esse pertanto ci interpellano sulla relazione con l’altro. Non solo, i valori che tutti proclamiamo grandi e assoluti esistono e prendono forma solo grazie ad esse: che cos’è la
giustizia senza la fedeltà di uomini giusti? Che cos’è la libertà senza la perseveranza di persone libere? Non esiste valore né virtù senza  perseveranza e fedeltà! Oggi, nel tempo frantumato e senza vincoli, queste realtà si configurano come una sfida per ogni essere umano e, in particolare, per il cristiano. Ma come riconoscere la propria fedeltà se non a partire dalla fede in Colui che è fedele?
In questo senso il cristiano “fedele” è colui che è capace di memoria Dei, che ricorda l’agire del Signore: la memoria sempre rinnovata della fedeltà divina è ciò che può suscitare e sostenere la fedeltà del credente nel momento stesso in cui gli rivela la propria infedeltà. E questo è esattamente ciò che, al cuore della vita della chiesa, avviene nell’anamnesi eucaristica.


È lì, al cuore della nostra fede, che dobbiamo tornare per ritrovare speranza contro ogni speranza, per ritrovare un respiro capace di riaprirci orizzonti di vita piena, perché nulla mai potrà separarci dall’amore di Dio e dal Vangelo che ce lo ha narrato I fratelli e le sorelle di Bose


in “ lettera agli amici” n. 52 (http://www.monasterodibose.it) del 12 giugno 2011

Caro Papa, ti scrivo

 

Scienza e fede Prove di dialogo

Caro Papa, ti scrivo. Un matematico ateo a confronto con il papa teologo (Mondadori, pagine 190, € 17,50).

 

 

«Aspetto la dissoluzione della morte, ma non un’altra vita in un mondo che non verrà»: così termina il «Credo laico» che Piergiorgio Odifreddi, matematico e ateo combattente, propone a pagina 182 di Caro Papa, ti scrivo. Un matematico ateo a confronto con il papa teologo (Mondadori, pagine 190, € 17,50). Non sorprenderebbe granché se un giorno Piergiorgio Odifreddi si convertisse al cristianesimo, al quale appartenne da giovane: raramente si era visto un ateo dichiarato dedicare tanto tempo a discutere con i credenti. Dopo Il Vangelo secondo la Scienza (Einaudi, 1999) e Perché non possiamo essere cristiani (Longanesi, 2007), si era impegnato a dibattere per un mese intero, facendo a piedi il Cammino di Santiago, le ragioni della fede e della scienza con Sergio Valzania e Franco Cardini (La via lattea, pubblicato da Longanesi nel 2008). Ora alza il tiro e incrocia le armi con Papa Ratzinger.

Benedetto XVI per ora non l’ha incontrato, ma non è da escludere che un giorno l’incontro avvenga. La lettera che gli scrive prende come «riferimento» il
capolavoro giovanile del Papa teologo, Introduzione al cristianesimo (Queriniana, 1969). Ratzinger in quel lavoro si confrontava con la scienza ed ecco Odifreddi che affronta le opinioni affermate dal teologo e si adopera a confutarle da matematico. Tende insomma a realizzare — così si esprime il risvolto di copertina — un’introduzione all’ateismo speculare a quella di Ratzinger al cristianesimo.

Lamenta Odifreddi il fatto che il Papa non abbia ricevuto nel 2008 i partecipanti al Festival di Matematica — come egli gli aveva chiesto per lettera — e lamenta che il cardinale Gianfranco Ravasi non abbia invitato lui, Odifreddi, alle prime tornate del «cortile dei gentili». La lettera al Papa sembra porsi come un appello diretto alla massima istanza per avere un’interlocuzione. Ora è vero che Odifreddi — come lo accusa Ravasi — guarda al cristianesimo «con ironia e sarcasmo», ma è vero anche che il confronto a modo suo lo svolge. Questo libro conferma l’atteggiamento già noto con una qualche correzione in direzione di un maggiore rispetto, forse a motivo dell’interlocutore che si è scelto, o forse proprio per propiziare un futuro incontro. Più volte Odifreddi «prende atto» di argomentazioni valide che incontra nel volume ratzingeriano e gli rende «l’onore delle armi», sia per il «coraggio» di affrontare gli «enormi problemi» che la modernità pone alla fede cristiana, sia per il «tentativo» di far incontrare il credente e il non credente «sul terreno dei reciproci dubbi». E questo terreno Odifreddi l’accetta. Ma anche gli muove, nei venti capitoli, una decina di radicali contestazioni.

Sul «progetto intelligente» e l’evoluzionismo, che il Papa condannerebbe senza averne una vera «conoscenza». Così come mostrerebbe di avere «un’immagine disinformata e inadeguata dell’intera impresa scientifica». Sull’indebita fiducia che Ratzinger presta ad Heidegger, che lo indurrebbe a ritenere che «la scienza non pensa». Sul «concetto di verità e di realtà» della scienza di oggi, che il Papa segnalerebbe come depotenziato, mentre è «esattamente» quello dell’antichità. Sulla poligamia e l’omosessualità, sulla castità e la legge del celibato: sostenendo che «contro natura» sono le ultime e non le prime. Sulla «storicità dei Vangeli» e sulla possibilità per noi di accedere al «Gesù storico». Sul «messaggio» di Gesù, che a Odifreddi appare «come una strana mistura di ingenua sapienza, sciocca ciarlataneria e infatuata aggressività». Se il Papa o Ravasi accetteranno il confronto vorrà dire che sono buoni incassatori.



in “Corriere della Sera” del 14 giugno 2011

Padre Jean-Pierre, priore dei monaci dell’Atlante

 

 

Padre Jean-Pierre, 60 anni, è il priore di Notre-Dame de l’Atlas – unico monastero cristiano maschile nell’Africa del Nord – installato da più di dieci anni a Midelt, in Marocco.

 

 

Quando contempla il paesaggio dal giardino del monastero, padre Jean-Pierre vi legge tre dimensioni della vita che condivide con i suoi fratelli. Ai suoi piedi, il giardino, coltivato a meli e mandorli, che è uno dei luoghi di lavoro della comunità, gli ricorda che “fratello” è una parola da vivere concretamente ogni giorno. Un po’ oltre, le case in cui vivono – a volte con difficoltà – delle famiglie musulmane gli ricordano che lui è ospite del popolo marocchino accanto al quale vorrebbe testimoniare che “la fraternità e la pace sono un dono di Dio fatto agli uomini”. Infine, linea scura all’orizzonte, l’Alto Atlante dominato dal monte Ayache (3757 metri) lo invita “al silenzio, all’ascesi, alla contemplazione, all’assoluto”. Ma, precisa, ci sono anche le nuvole! “Mi ricordano che il mio io troppo chiacchierone mi impedisce di ascoltare gli altri, il totalmente Altro.”


Padre Jean-Pierre, 60 anni, è il priore di Notre-Dame de l’Atlas – unico monastero cristiano maschile nell’Africa del Nord – installato da più di dieci anni a Midelt, in Marocco (1). C’entra forse qualcosa il fatto che egli sia nato a due chilometri dall’abbazia di Aiguebelle à Montjoyer, nella Drôme, abbazia madre dell’Atlas. “È vedendo vivere Frère Gabriel che ho deciso di diventare monaco, conferma. Non aveva niente, ma aveva trovato la vera felicità.”


A quell’epoca, Jean lavorava alla distilleria dell’abbazia. Durante la pausa di mezzogiorno correva dai 15 ai 20 chilometri, sognava di fondare una famiglia felice e di seguire una carriera sportiva.
Eppure, a 23 anni, quello che allora a Montjoyer chiamavano “il comico” divenne “l’inclassificabile”. Qualificato per i campionati francesi, rinunciò al desiderio di diventare maratoneta, alla casa e ai capelli lunghi per entrare – malgrado l’opposizione della sua famiglia – all’abbazia di Aiguebelle, prima tappa di un’esistenza che lo avrebbe portato a diverse riprese sul continente africano.


La prima volta fu per raggiungere il monastero di Kutaba, in Camerun. Vi resterà nove anni, prima di diventare eremita nelle Alpi dell’Alta Provenza. “È là che ho saputo della morte dei monaci di Tibhirine, spiega. Non avevo capito nulla del senso della loro presenza, ma il dono della loro vita ha definitivamente chiarito la loro vocazione che era di essere là per amare Dio, l’Algeria, gli algerini. Il cuore del Vangelo, è l’amore fino al dono di sé.” Un anno dopo, riparte quindi, questa volta per il Marocco, dove c’è dal 1988 a Fès una dépendence dell’Atlas, diventata il luogo su cui è ripiegata la comunità. Poi fa parte del piccolo gruppo di frati costituitosi ad Algeri nella speranza di tornare a Tibhirine, prima di essere eletto priore dell’Atlas e formalmente trasferito a Fès.
“A Fès, racconta Jean-Pierre, la comunità stava allo stretto e aveva pochi contatti con la popolazione. Le Suore francescane missionarie di Maria, stabilite a Midelt, 200 chilometri più a sud, desideravano lasciare il convento per vivere in luoghi più adatti a loro. Mi sono quindi recato alla Kasbah Myriem il 2 febbraio 1999. Faceva freddo. Ma sono stato conquistato dal luogo, dove, da allora, godiamo i benefici della lunga presenza delle suore, del capitale di  fiducia che resta acquisito.” La comunità conta oggi tre fratelli. L’altro Jean-Pierre, detto “l’anziano”, 87 anni, radioso e grave, ultimo testimone di Tibhirine; José Luis, 63 anni, dirigente di commercio diventato a 47 anni monaco di Santa Maria de Huerta in Spagna, uomo insieme franco e generoso, a volte percorso dall’urgenza; e Jean-Pierre, semplice e posato, abitato da un’instancabile fiducia. Frère Godefroy, ufficiale di marina diventato monaco di Aiguebelle, dovrebbe presto raggiungerli.


Questi monaci, che vivono secondo la regola dell’ordine cistercense di stretta osservanza, si ritrovano sette volte al giorno, fin dalle quattro del mattino, in cappella per pregare. Tra i molteplici compiti da svolgere, Jean-Pierre, l’unico che può guidare, si occupa degli acquisti, in gran parte al suk e nel negozio di alimentari di Hussein. Jean-Pierre detto “l’anziano” è incaricato della contabilità e fa il portinaio. José Luis, fratello incaricato dell’ospitalità, è anche molto occupato nei lavori intrapresi nel monastero da dieci anni.


Questi lavori devono molto alle qualità di costruttore di Jean-Pierre. A 18 anni, questo innamorato di vecchie pietre aveva comperato nel suo villaggio natale un edificio in rovina che era appartenuto
ad una struttura monastica e l’aveva restaurato. Più tardi, a Notre-Dame de Kutuba, aveva migliorato gli edifici delle piantagioni di caffé. A Midelt, ha trasformato la cappella, chiuso il chiostro, ristrutturato l’insieme del monastero. Ora quello che era il garage ospita la cappella Charles de Foucauld, benedetta da Mons. Vincent Landel, arcivescovo di Rabat, il 21 maggio, giorno del 15° anniversario della morte dei monaci di Tibhirine, ai quali è dedicato un memoriale. Il locale dove si trovavano le vasche per la tintura della lana è diventato la cappella del Padre Albert Payriguère (1883-1959), che vi riposa da circa un anno. Il laboratorio di tessitura ha lasciato il posto ad una comoda foresteria per accogliere i cristiani residenti in Marocco, nonché gli ospiti di passaggio alla ricerca, come dice mons. Landel, di “un luogo-sorgente dove prendersi il tempo di lasciarsi amare da Dio, di lasciarsi spogliare, e di comprendere meglio quanto il contatto con l’islam è un invito ad approfondire la propria fede cristiana”.


Appassionato di archivi, Jean-Pierre ha anche condotto delle ricerche sull’eredità spirituale della Chiesa in Marocco. Ha studiato i rapporti che esistono tra Charles de Foucauld e Notre-Dame de l’Atlas, si è entusiasmato per la testimonianza di quattro testimoni che amerebbe veder uscire dalla dimenticanza: Padre Albert Peyriguère, discepolo di Charles de Foucauld che si stabilì a El-Kbab, in una tribù di Berberi; padre Charles-André Poissonnier (1897-1938), eremita francescano che si stabilì a Tazert, dove morì a 40 anni di tifo; Élisabeth Lafourcade (1903-1958), membro dell’istituto secolare “Gesù operaio”, che divenne la “toubiba” (dottoressa) di Ksar-Es-Souk; Cécile Prouvost (1921-1983), francescana missionaria di Maria, che divenne  nomade tra i nomadi e le cui “sorelle” continuano la missione a Tattioune. I loro ritratti, dipinti da un pittore di Midelt, sono appesi alle pareti della sala del capitolo.
“Questi quattro testimoni ci mostrano quale debba essere la nostra presenza cristiana su questa terra d’islam, spiega Jean-Pierre. Una vita ‘con’, una vita di condivisione, di amicizia, secondo l’ultimo comandamento di Gesù: ‘Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato’ (Gv 15,12). Tutti e quattro hanno servito fino al limite delle loro forze, fino al dono della loro vita, per Amore. Con i sette fratelli di Tibhirine, è la stessa voce che ci giunge, la stessa linea spirituale che ci è tracciata.”


Al loro seguito, i fratelli dell’Atlas proseguono in una dolce austerità e in una reale precarietà la loro ricerca di Dio, aprendosi al contempo al mondo musulmano che li circonda. Vivono un dialogo quotidiano, in costante ricerca del giusto equilibrio tra chiusura ed apertura, con i loro vicini che fanno attenzione a che non siano disturbati nell’ora della preghiera e che chiedono loro talvolta di intercedere per loro. Due volte al giorno, condividono il tè alla menta a cui li invitano Omar e Baha, dipendenti del monastero, e anche un po’ “di casa”. A volte vanno anche nelle famiglie che li invitano a condividere il loro pasto. Il 22 maggio hanno ricevuto gli operai che li avevano aiutati durante i lavori, insieme alle loro famiglie e ai due imam delle moschee vicine.
“Noi siamo, come indica lo stemma di Notre-Dame de l’Atlas, un segno sul monte, conclude Jean- Pierre. Viviamo qui il mistero di Nazareth e quello della Visitazione che Christian de Chergé considerava una festa ‘quasi patronale’ della comunità dell’Atlas. Come Maria che parte per incontrare Elisabetta, noi andiamo ad incontrare ‘l’altro’”…


Se il paesaggio che contempla dal frutteto evoca per Jean-Pierre l’essenziale della vita monastica, allo scriptorium dove va ogni giorno dopo le prime lodi mattutine vi sono segni discreti ma di rara intensità che esprimono bene la sua vocazione. Sulla sua scrivania ha messo un quadretto con tre fotografie, quelle di padre Peyriguère, di padre Gabriel, morto due anni fa, e di Élisabeth Lafourcade. È lì che, nell’oscurità colma di silenzio, si dedica, accanto ai suoi fratelli, alla lectio divina, e ascolta al levar del giorno l’appello alla preghiera del muezzin.


(1) Due libri sono dedicati al monastero: Un signe sur la montagne, di Raymond Mengus, Éd. Salvator, p. 185, € 19.

Un monastère cistercien en terre d’islam, di Étienne d’Escrivian, Éd. Cerf, p. 272, € 20.


in “La Croix” dell’11 giugno 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)

La condizione della musica sacra

 

intervista a Pablo Colino, a cura di Orazio La Rocca

Monsignor Pablo Colino dirige il Coro della Filarmonica Romana

 

«Drammatica, disperata, insignificante». Non usa mezzi termini il maestro don Pablo Colino, nel descrivere lo stato di salute della musica eseguita oggi nelle chiese. Anche se poi tiene a precisare che «c’è ancora la possibilità di capovolgere questa pericolosa tendenza al ribasso, potenziando lo studio della musica sacra e dei canti liturgici, a partire dal gregoriano». Monsignor Colino è universalmente noto come musicista e diretore d’orchestra. Dopo anni di servizio in Vaticano, ora dirige il Coro della Filarmonica Romana. Un’autorità, dunque, in materia di musica religiosa, da anni impegnato a «ripulirla» dalle scorie che, a suo parere, l’hanno compromessa. «È papa Benedetto XVI il primo a chiedercelo e a credere in questo impegno», dice. «Tante volte il pontefice mi ha incoraggiato ad andare avanti, perché la musica sacra è un patrimonio universale, radicato nella più genuina tradizione liturgica».


Maestro Colino, perché la musica sacra e liturgica è in crisi?
«Tutto è precipitato dopo il Concilio Vaticano II, con quella superficiale ondata di pseudorinnovamento che ha fatto tanti danni in quasi tutte le nostre chiese. Basta assistere a una qualsiasi celebrazione liturgica, per sentire orride schitarrate, pianole assordanti e cori superficiali. Il tutto diretto da maestri poco preparati. Anche se non mancano incoraggianti eccezioni che, se coltivate, potrebbero far ben sperare per il futuro».


Potrebbe fare qualche esempio?
«Recentemente, a Terni si è svolto un interessante convegno sulla musica sacra, e, per l’occasione, si sono esibite molte corali giovanili e tanti gruppi di artisti specializzati in musiche liturgiche. È stato bello e interessante sentirli. E anche incoraggiante».



Ma c’è una «ricetta» per rilanciare la musica sacra?
«Occorre tornare allo studio serio, rigoroso e appassionato nelle scholae cantorum, nei conservatori e, magari, nelle scuole. La musica sacra è patrimonio universale, una forma d’arte tra le più alte e immortali. E l’Italia ne è piena, avendo dato i natali ai più grandi autori di musiche liturgiche».


E quali dovrebbero essere i programmi in queste scuole?
«È di fondamentale importanza tornare a diffondere la conoscenza diretta del gregoriano e, parallelamente, affinare la preparazione di musicisti, direttori d’orchestra e di corali. Non si va da nessuna parte senza rigore didattico e senza la conoscenza del gregoriano, la madre della musica sacra, ma oserei dire di tutta la musica, anche di quella contemporanea».


Mai più Sanremo a Messa

 

La Chiesa e la musica di Dio “Mai più Sanremo a messa” Ora il Papa invita a cambiare partitura. Per tornare all’antico

 


È ora di mettere al bando le «armi di distruzione di messa». Nella Chiesa italiana, spesso divisa, c’è un argomento che mette d’accordo tutti, un po’ più scandalizzati i tradizionalisti, un po’ più ironici i progressisti: le canzoncine devote che si ascoltano ogni domenica in tutte le parrocchie della penisola tra l’introibo e il missa est sono quasi sempre desolanti, banali, lagnose o bizzarre, talora ridicole e a volte perfino sbadatamente eretiche. Tanto che nessuno giurerebbe che lo strepitoso rap che la regista Alice Rohrwacher, appena acclamata a Cannes, fa cantare ai catecumeni nel suo film Corpo celeste («Mi sintonizzo con Dio / è la frequenza giusta / mi sintonizzo proprio io / e lo faccio apposta») sia del tutto inventato, e non magari ascoltato veramente in  qualche oratorio di periferia.
Non si può dire che gli allarmi non siano risuonati, è il caso di dire, molto in alto. Già venticinque anni fa l’allora cardinale Ratzinger fu spietato con la playlist degli altari: «Una Chiesa che si riduca a fare solo della musica “corrente” cade nell’inetto e diviene essa stessa inetta». Oggi, da pontefice
amante della musica, insiste sul concetto in un libro, Lodate Dio con arte, applaudito dal maestro Riccardo Muti, anche lui esasperato da «quelle quattro strimpellate di chitarre su testi inutili e insulsi che si ascoltano nelle chiese, un vero insulto». La questione sta diventando spinosa, anzi esplosiva, perché da anni è sullo stile delle celebrazioni che si gioca l’aspra contesa tra conciliaristi e restauratori, con i secondi al facile attacco di quella «eresia  dell’informe», come la definisce lo scrittore tedesco Martin Mosebach, che corrode la liturgia a colpi di «canti sguaiati». «A che serve avere belle chiese se la musica è penosa?», insorse dieci anni fa l’allora presidente del Pontificio istituto di musica sacra, il catalano Valentino Miserachs Grau.
La Chiesa francese ha risolto la questione da tempo, con piglio gallicano, stilando una lista rigorosa e vincolante di canti ammessi, una sorta di canatur, versione canora dell’imprimatur. Invece in Italia, sede del cattolicesimo ma anche patria del bel canto, l’anarchia del parrocchia’n’roll sembra ingovernabile. Ogni diocesi dovrebbe possedere un Ufficio di musica sacra tenuto a vigilare sulla serietà del sacro pop, ma di fatto quel che finisce per risuonare tra banchi e navate è quasi sempre frutto della creatività improvvisata di qualche catechista munito di iPod, o di certi sacerdoti chitarristi. La scena, un po’ dovunque, dev’essere quella frettolosa e distratta descritta dal bolognese don Riccardo Pane nel suo sconsolato pamphlet Liturgia creativa: «Prima della messa mi piomba immancabilmente in sacrestia qualcuno a chiedere: “Don, che cosa cantiamo?”, e il mio ritornello è inesorabilmente “vatti a leggere le antifone e vedi se trovi un canto che ci azzecca”».
Il risultato è nelle orecchie di tutti. Reperibile a vagonate anche sui canali di YouTube, pure in versioni medley e remix. Motivetti che non ci azzeccano proprio, incongruità (Signore scende la sera cantato alla messa delle 11 di mattina), cascami di musica di consumo, simil-Ramazzotti e para-Baglioni, esotismi world music con bonghi e maracas (come il cantatissimo Osanna-eh «africano») che sconcertano le vecchiette, azzardi stilistici estremi (c’è un Gloria hip-hop), perfino cover da grandi successi (allucinata la parafrasi del Pater sull’aria di The Sound of Silence di Simon & Garfunkel: «Padre Nostro tu che staiiii / in chi ama veritàaaa…»). La ribellione è nell’aria, un gruppo Facebook frequentato da sacerdoti ha stilato perfino la classifica dei canti più disastrosi: ha vinto con 374 nomination l’Alleluja delle lampadine, ribattezzato così perché di solito è accompagnato da gesti delle mani che sembrano mimare il lavoro di un elettricista. L’arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra ha spuntato personalmente a matita rossa dai libretti parrocchiali i canti «che non devono più esserci», come Alleluja la nostra festa, visto che, semmai, la messa è la festa del Signore. Da più parti s’invocano il ripristino d’autorità del Gregoriano e la disciplina monostrumentale dell’organo a canne, o almeno dell’armonium.
Sotto queste pressioni, un paio d’anni fa la Conferenza episcopale chiese al suo consulente don Antonio Parisi, esperto di musica sacra e compositore, di mettere ordine nello sconcertante frastuono. Povero don Antonio, si trovò di fronte un oceano di quindicimila canti, canzoni e canzoncine estratti da quarantacinque anni di raccolte nazionali e locali. E c’era di tutto. Delle musiche abbiamo detto, ma i testi, i testi ancora peggio. Pieni di parole tronche, da poesiola delle elementari («Il nostro mal / sappi perdonar…»), banali, inappropriate, di orrori grammaticali («Te nel centro del mio cuor»), di espressioni rubate a qualche spot televisivo di banche («Tutto ruota intorno a Te»), quando non sono zeppi di ingenuità (definire Maria «l’irraggiungibile» non è incoraggiante per la partecipazione al rosario) e di veri e propri strafalcioni teologici, commessi sicuramente in buona fede, magari per far quadrare un verso: cantare «Tu che sei nell’universo» solo perché «nell’alto dei Cieli» non ci stava, più che riecheggiare una canzone di Mia Martini  significa circoscrivere Dio dentro la sua Creazione, e non va proprio bene.
Un compito immane, defatigante, sconsolante, da cui don Parisi riuscì meritoriamente a far scaturire un Repertorio nazionale di canti per la liturgia che ne seleziona 384 decenti e adeguati, ma che ancora non fa testo: «Non si può procedere per imposizioni», spiega, «bisogna formare, formare persone nelle diocesi, nelle parrocchie, far studiare musica ai presbiteri, agli animatori, ai catechisti, il canto liturgico non è un optional, è un segno sacro».
Giusto non voler guastare l’entusiasmo degli animatori parrocchiali, volonterosi e incolpevoli. Ma il punto è questo, che i canti durante la messa non sono un “accompagnamento”, non sono gli “stacchetti” fra un responsorio e una lettura: fanno parte della liturgia, sono cosa sacra come le parole  dell’Elevazione. Come è possibile che la stessa Chiesa che ripristina la messa in latino chiuda un occhio di fronte alla colonna sonora da X-Factor di quella in italiano? I conservatori hanno una spiegazione storica: la profanazione canora cominciò con «la deflagrazione nucleare» chiamata “Messa Beat”. Chi la ricorda? Anno 1965, Concilio appena terminato, fibrillazione del rinnovamento, il maestro Marcello Giombini accantonò le colonne sonore degli  spaghetti-western e, ispirato, scrisse una messa musicale «per i giovani». Davvero una bomba atomica. Trasmissioni Rai, concerti, tournée internazionali, benedizione del gesuita padre Arrupe, 45 giri pubblicati dall’etichetta discografica delle Edizioni Paoline. Il torrente non si fermò più, proliferarono i «complessi» da scantinato di canonica, alcune band divennero famose, Angel and the Brains, The Bumpers, per non dire delle due formazioni parallele dei Focolarini, Gen Verde e Gen Rosso, le cui audiocassette infestano ancora gli oratori. Ma fu così che la Chiesa non perse l’onda del Sessantotto.
E non fu affatto una sciagura, assicura monsignor Vincenzo De Gregorio, responsabile per la liturgia musicale della Cei: «Prima le messe erano o tutte recitate o tutte cantate, ma cantate solo dal coro, solo da ascoltare. La Messa Beat fu una sana apertura, ed era di qualità, il guaio come sempre  sono gli epigoni. Anzi, il guaio è la cultura musicale inesistente degli italiani. In questo Paese ormai si canta solo a messa».
I tradizionalisti sbagliano. Dare la colpa al Concilio è troppo facile, anche la Chiesa guardinga dell’Ottocento ebbe parecchi problemi con le hit parade da altar maggiore. Sentite come nel 1884 la Sacra congregazione dei riti elencò con disgusto quel che rimbombava tra le navate: «Polcke, valzer, mazurche, minuetti, rondò, scottisch, varsoviennes, quadriglie, galop, controdanze, e pezzi profani come inni nazionali, canzoni popolari, erotiche o buffe,  romanze…». Il difetto della Chiesa post-conciliare semmai fu trovarsi musicalmente impreparata alla sua stessa rivoluzione liturgica.
Con l’abbandono del latino, la Cei predispose il nuovo messale in italiano, ma trascurò il rinnovamento del repertorio canoro. A disposizione c’erano solo un po’ di litanie antiquate, Mira il tuo popolo, T’adoriam ostia divina. «Ai parroci non restò che prendere le canzonette del gruppo rock che faceva le prove in oratorio, o quelle dell’ultimo campeggio scout, e portarle sull’altare», sospira monsignor De Gregorio. Risultato: un’infantilizzazione drastica dei contenuti, degli stili, dei testi.
Eppure ci sono, nel grande mondo ecclesiale, talenti da utilizzare, compositori di qualità. Don Parisi li cita con rispetto: don Marco Frisina, compositore apprezzato anche negli Usa, don Pierangelo Sequeri, autore del diffusissimo Symbolum 77, il gesuita Eugenio Costa, il camilliano Giovanni Maria Rossi, il salesiano Domenico Machetta… «Vedo il bicchiere mezzo pieno: sono passati solo cinquant’anni dalla riforma conciliare, è presto per tirare delle conclusioni». La Cei sta pensando di commissionare a loro un nuovo repertorio, finalmente di qualità. Nell’attesa, quando rintocca la campana della messa, viene ancora il sospetto che le parrocchie d’Italia, come patrono della musica, non invochino santa Cecilia, ma Sanremo.


in “la Repubblica” del 16 giugno 2011

Liquidazione della religione?

 

«Il fanatismo scientifico»un libro di Richard Schröder

 

Laureato in teologia, docente di filosofia alla Humboldt-Universität di Berlino, giudice costituzionale del Brandeburgo, presidente del senato della Deutsche nationalforschung di Weimar, membro del Consiglio nazionale di etica e dell’Accademia delle scienze di Berlino, insignito di vari premi e lauree honoris causa e altro ancora: a un auto

“Signore da chi andremo? Pellegrini, cercatori di Dio”


 

 

il Convegno per la pastorale del tempo libero, turismo e sport si svolge da giovedì 2 a sabato 4 giugno a Fano.

 

 

“L’uomo da sempre e ancor di più oggi è alla ricerca di senso, di significato, di andare in profondità. Facendosi pellegrino verso un luogo sacro si riappropria di una modalità di incontro con Dio che lo mette in strada, riscopre la sua minorità, recuperando i valori ad essa connessi: la sobrietà, la semplicità, l’essenzialità, il gusto dell’andare verso la meta, il gusto di incontrarsi e di stare insieme, il raccontare, il pregare, contemplare, ammirare, stupire”.Con queste parole don Mario Lusek, Direttore dall’Ufficio Nazionaleper la pastorale del tempo libero, turismo e sport, presenta il Convegno “Signore da chi andremo? Pellegrini, cercatori di Dio”, che si svolge da giovedì 2 a sabato 4 giugno a Fano. “L’iniziativa – spiega don Mario Lusek, Direttore di uno degli Uffici promotori, unitamente all’Ufficio Liturgico Nazionale, alla Diocesi di Fano, al Collegamento Nazionale Santuari e al Segretariato Pellegrinaggi Italiani (SPI) – vuole recepire gli Orientamenti Pastorali emersi nel 2° Congresso Mondiale della pastorale dei Santuari e dei Pellegrinaggi promosso a Santiago de Compostela dal Pontificio Consiglio dei Migranti nel settembre 2010 e prepararci al Congresso Eucaristico Nazionale del prossimo settembre ad Ancona”.

 

I lavori della tre giorni, che sarà moderata da Giovanni Gazzaneo, coordinatore de “I luoghi dell’Infinito”, si apriranno alle ore 15.30di giovedì 2 giugno con i saluti di S. E. Mons. Armando Trasarti, Vescovo di Fano – Fossombrone – Cagli – Pergola, di Stefano Aguzzi, Sindaco di Fano, di Matteo Ricci, Presidente della Provincia di Pesaro – Urbino, di Gian Mario Spacca, Presidente della Regione Marche e di don Mario Lusek, Direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale del tempo libero, turismo e sport.

 

La prima sessione, intitolata “Camminare, l’homo viator del nostro tempo ed il suo cammino di ricerca” sarà presieduta da Don Luciano Mainini, Segretario Generale dello SPI. Dopo una lectio divina della biblista Rosanna Virgili, S.E. Mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, presenterà la “Lettera ai cercatori di Dio”. In serata, alle 21.30, presso il Teatro della Fortuna avrà luogo la rappresentazione teatrale “Il Giullare Pellegrino”, a cura del Jobel Teatro di Roma.

 

Venerdì 3 giugno alle ore 9.30 avrà inizio la seconda sessione, intitolata “Accogliere, il ministero dell’accoglienza nei Santuari” e presieduta da Mons. Marino Maria Basso, Presidente del Coordinamento Nazionale Santuari. In apertura il Prof. Maurizio Boiocchi, Dottore di ricerca presso l’Università IULM di Milano, offrirà un “Identikit del pellegrino di oggi: una lettura socio pastorale”. Sarà poi affrontato il tema “Educare all’accoglienza e all’incontro: esperienze a confronto”, con gli interventi di P. Enzo Poiana, Rettore della Basilica di Sant’Antonio di Padova, di P. Francesco Biagioli, collaboratore del Rettore del Santuario di San Gabriele dell’Addolorata (Isola Gran Sasso d’Italia – TE) e di Don Ciro Favaro, Rettore del Santuario della Madonna del Pettoruto a San Sosti (CS). A seguire Mons. Giancarlo Perego, Direttore Generale della Fondazione Migrantes, interverrà su “Il Santuario luogo di educazione alla solidarietà”, mentre su “L’accoglienza degli stranieri nel Santuario di Pietralba (BZ)” interverrà il Rettore P. Lino Pachin.

Alle ore 12.00 S. E. Mons. Luigi Conti, Arcivescovo-Metropolita di Fermo e Presidente della Conferenza Episcopale Marchigiana, presiederà una Celebrazione Eucaristica presso la Basilica di San Paterniano.

Nel pomeriggio avrà luogo la terza sessione, intitolata “Celebrare, il servizio pastorale nei Santuari”, e presieduta da S. E. Mons. Claudio Maniago, Vescovo ausiliare di Firenze e Segretario della Commissione Episcopale per la liturgia. Il primo intervento sarà di Adelindo Giuliani, dell’Ufficio Liturgico del Vicariato di Roma, su “L’animazione nei Santuari: la via dei segni”.

Seguirà quello di Mons. Timothy Verdon, Direttore Diocesano per la catechesi attraverso l’arte, arte sacra e beni culturali di Firenze, su “La via della bellezza”; infine toccherà al Prof. Franco Cardini, Storico e Docente all’Università degli Studi di Firenze, che interverrà su “La via della memoria. Le antiche vie di pellegrinaggio”.

 

Sabato 4 giugno alle ore 9.30 avrà inizio la quarta ed ultima sessione dei lavori, intitolata “Ritornare, un cammino che continua”, e presieduta da Giovanni Gazzaneo.  Su “Il ministero delle Opere Diocesane di Pellegrinaggio” interverrà, in apertura, Don Claudio Zanardini, Responsabile Ecclesiastico di Brevivet, cui farà seguito S. E. Mons. Edoardo Menichelli, Arcivescovo-Metropolita di Ancona-Osimo e Vescovo Delegato Regionale per la pastorale del tempo libero, turismo e sport, che parlerà sul tema “Signore, da chi andremo? Pellegrini verso il Congresso Eucaristico Nazionale”.

Da ultimi, per tracciare le conclusioni (“Il ritorno, un cammino che continua”) prenderanno la parola S. E. Mons. Claudio Giuliodori, Presidente della Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali, e do

Assemblea CEI, il Comunicato finale

“La comunione nello Spirito Santo è la condizione del giusto discernimento”.

Queste parole, pronunciate dal Card. Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi, nell’omelia della Concelebrazione eucaristica in San Pietro, individuano con efficacia i tratti caratterizzanti la 63ª Assemblea Generale della CEI (Roma, 23-27 maggio 2011).
in San Pietro

A essa hanno preso parte 231 membri e 18 Vescovi emeriti, a cui si sono aggiunti 22 rappresentanti di Conferenze Episcopali europee, i delegati dei religiosi, delle religiose, degli Istituti secolari, della Commissione Presbiterale Italiana e della Consulta Nazionale delle aggregazioni laicali, nonché alcuni esperti, in ragione degli argomenti trattati.
Uno spirito di comunione ha contraddistinto anzitutto la prolusione del Presidente, il Card. Angelo Bagnasco, che ha riletto, a partire dalla recente beatificazione, la figura e il magistero di Giovanni Paolo II, riproponendo la forza rigenerante dell’originalità cristiana, anche in un clima culturale segnato dal dilagare del secolarismo e del relativismo. Con fermezza, esprimendo “dolore e incondizionata solidarietà” alle vittime e alle loro famiglie, ha ribadito il dovere di affrontare l’infame piaga degli abusi sessuali perpetrati da sacerdoti; la preoccupazione per la crisi della vita pubblica e per l’individualismo indiscriminato che porta a ignorare le urgenze sociali; il bisogno di tutelare la persona in ogni momento della vita e la famiglia, come nucleo primario della società; la necessità di qualificare la scuola e di una politica del lavoro che abbia a cuore il futuro dei giovani. L’anelito alla comunione ha indotto a varcare i confini del nostro Paese, per soffermarsi sullo situazione del Medio Oriente e del Nordafrica, con particolare attenzione alla Libia, chiedendo un “cessate il fuoco” che apra la strada alla diplomazia e a un diverso coinvolgimento dell’Unione europea.

 

nella Basilica di S. Maria Maggiore

La comunione si è manifestata visibilmente nella celebrazione mariana del 26 maggio nella Basilica di S. Maria Maggiore, nella quale i Vescovi, riuniti in preghiera intorno al Santo Padre, hanno rinnovato l’affidamento dell’Italia alla Vergine Madre, nell’anno in cui ricorre il centocinquantesimo anniversario dell’unità politica.
L’Assemblea Generale ha esercitato il suo discernimento in particolare riflettendo sulle modalità secondo cui articolare nel decennio corrente gli Orientamenti pastorali Educare alla vita buona del Vangelo, approvati nel 2010. In quest’opera i Vescovi sono stati guidati da due relazioni magistrali, l’una volta ad approfondire cosa significhi introdurre e accompagnare all’incontro con Cristo nella comunità ecclesiale, e l’altra imperniata sulla sfida che il secolarismo pone all’universalità cristiana. Continuando l’opera iniziata nella precedente Assemblea Generale, tenuta ad Assisi nel novembre scorso, i Vescovi hanno esaminato e approvato la seconda parte dei materiali della terza edizione italiana del Messale Romano.
Fra gli adempimenti di natura amministrativa, spicca l’approvazione della ripartizione e dell’assegnazione delle somme derivanti dall’otto per mille.
A integrazione dei lavori, sono state svolte comunicazioni e date informazioni su alcune esperienze ecclesiali di rilevanza nazionale e sui prossimi eventi che coinvolgeranno le Chiese in Italia.

 

 

 

Comunicato finale – 27 maggio 2011.doc