Benedetto XVI missionario in Africa

 

Tra quaranta giorni Benedetto XVI farà una puntata in Africa, nel Benin.

L’Africa subsahariana è il continente che nell’ultimo secolo ha registrato il più impressionante aumento dei cristiani. Erano 7 milioni nel 1900, sono 470 milioni oggi. Di essi, più di 170 milioni appartengono alla Chiesa cattolica.

Il 20 novembre, a Cotonou, papa Joseph Ratzinger firmerà l’esortazione apostolica scaturita dal sinodo speciale del 2009 dedicato all’Africa, e la consegnerà ai rappresentanti dei vescovi del continente.

In un pontificato che vuole dare slancio a una “nuova evangelizzazione” soprattutto nelle regioni di antica presenza della Chiesa oggi scristianizzate, continua infatti a essere viva anche la volontà di annunciare la fede cristiana là dove essa non è mai arrivata.

Non è la prima volta che la Chiesa cattolica risponde così – con un rinnovato slancio missionario “fino ai confini della terra” – all’offensiva di una cultura che erode la fede nei paesi di antica cristianità.

Nel saggio riportato più sotto, lo storico Gianpaolo Romanato mostra come l’ultima grande espansione missionaria della Chiesa cattolica in Africa, in Asia e in Oceania sia avvenuta proprio dopo la Rivoluzione francese e in reazione all’incalzare in Europa di una cultura e di poteri ostili al cristianesimo.

Oggi, tuttavia, dentro la stessa Chiesa c’è chi avanza delle obiezioni contro il riandare in missione “secondo il vecchio stile”. Benedetto XVI, nel discorso prenatalizio alla curia romana del 21 dicembre 2007, riassunse così tali obiezioni:

“È lecito ancora oggi ‘evangelizzare’? Non dovrebbero piuttosto tutte le religioni e concezioni del mondo convivere pacificamente e cercare di fare insieme il meglio per l’umanità, ciascuna nel proprio modo?”.

Il papa rispose che sì, è giusta un’azione comune tra le diverse religioni “in difesa dell’effettivo rispetto della dignità di ogni persona umana per l’edificazione di una società più giusta e solidale”. E a questo dedicherà l’incontro di preghiera ad Assisi del prossimo 27 ottobre.

Ma aggiunse subito che ciò non vieta – anzi! – che Gesù sia annunciato a tutti i popoli:

“Chi ha riconosciuto una grande verità, chi ha trovato una grande gioia, deve trasmetterla, non può affatto tenerla per sé. […] In Gesù Cristo è sorta per noi una grande luce, ‘la’ grande Luce: non possiamo metterla sotto il moggio, ma dobbiamo elevarla sul lucerniere, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa”.

Ma ritorniamo all’epopea missionaria dell’Ottocento. Il profilo che ne traccia Romanato può essere una lezione anche per i cattolici d’oggi. Da un evento – l’offensiva laicista – che la Chiesa di quel tempo giudicò catastrofico scaturì un’espansione straordinaria della fede cristiana nel mondo.

Romanato insegna storia contemporanea all’Università di Padova e si definisce “uno studioso laico che è abituato a ragionare laicamente”.

Ha letto questa sua relazione a un convegno a Subiaco, il 6 ottobre 2011. E lo stesso giorno “L’Osservatore Romano” l’ha pubblicata.

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PRIMAVERA MISSIONARIA

di Gianpaolo Romanato

Le missioni furono la grande scoperta e la grande speranza della Chiesa dell’Ottocento.

Scoperta perché la missione in età postrivoluzionaria, rivolta ai popoli nuovi di Africa, Oceania, Asia e delle due Americhe, non garantita dalle strutture del patronato statale in vigore nell’ancien régime, fu sostanzialmente diversa da quella del periodo prerivoluzionario.

Speranza perché di fronte al nuovo nemico rappresentato dalla modernità e dall’organizzazione dello Stato liberale, la conquista di popolazioni sconosciute e mai toccate dal cristianesimo apparve come una nuova frontiera, un’imprevista possibilità di rifondazione del messaggio cristiano, una rivincita dopo le ripetute sconfitte patite in Europa.

Questa proiezione missionaria avvenne sotto l’egida della più rigida cultura controrivoluzionaria, a partire dal papa che per primo se ne fece interprete e banditore, Gregorio XVI, al secolo Bartolomeo Cappellari, monaco camaldolese originario di Belluno, che prima dell’elezione era stato per cinque anni prefetto di Propaganda Fide.

Egli, mentre impostò con le encicliche “Mirari vos” (1832) e “Singulari nos” (1834) le linee portanti di quella che per un cinquantennio sarebbe rimasta l’intransigenza cattolica antimoderna, avviò anche la rinascita delle missioni con una serie di iniziative che vanno dalla fondazione di quarantaquattro vicariati apostolici nelle terre nuove alla promulgazione dell’enciclica “Probe nostis” (1840), il manifesto della nuova missionarietà.

La cosiddetta “primavera missionaria” ottocentesca nasce così da radici culturali opposte a quelle della modernità.

Che lo slancio della Chiesa verso i popoli nuovi derivasse da un desiderio di rivalsa nei confronti dell’ondata laicizzatrice liberale dilagante in Europa, emerge dalle parole stesse di papa Gregorio XVI. L’enciclica iniziava, infatti, ricordando le “sventure” che opprimevano la Chiesa “da ogni parte”, gli “errori” che ne minacciavano la sopravvivenza. Ma, “mentre per un verso dobbiamo piangere – scriveva il papa – dall’altra parte dobbiamo rallegrarci dei frequenti trionfi delle missioni apostoliche”, trionfi che dovrebbero suscitare “maggiore vergogna” in “coloro che la perseguitano”. Questa contrapposizione diventerà uno dei fili conduttori della storia missionaria, conficcata fin dall’inizio nel più tipico filone intransigente, controrivoluzionario.

Ma non solo la cultura missionaria, bensì anche il personale che la realizzò provenne da una cultura fondamentalmente “ultramontana”, di scontro, estranea al mito ottocentesco della nazione che fu invece uno dei grandi alvei in cui si sviluppò la rivoluzione della modernità, di cui il colonialismo ottocentesco fu una delle espressioni.

È importante tenere presente questo sfondo intellettuale e teologico, che conferma, se ce n’è bisogno, la complessità e l’imprevedibilità della storia. Nel caso di cui ci stiamo occupando la novità non è figlia della rivoluzione ma della reazione, cioè di una cultura che normalmente non apre al futuro ma induce a rifugiarsi nel passato. L’elemento vincente della cultura missionaria fu, infatti, proprio la sua estraneità al mito della nazione.

UNIVERSALISMO CRISTIANO

I missionari che sciamarono per il mondo possedevano molto più il senso della Chiesa che il senso della patria. Si sentivano figli e difensori di una Chiesa perseguitata e costretta sulla difensiva dal liberalismo, dalle rivoluzioni nazionali. Ciò accentuò la loro estraneità rispetto alle idee politiche ottocentesche e rafforzò l’identificazione con l’universalismo cristiano. Le missioni non nascono italiane, francesi o tedesche, nascono cattoliche, figlie di una Chiesa ricompattata attorno a Roma e ormai distaccata dalle vecchie Chiese nazionali prerivoluzionarie, nascono in rotta di collisione con quegli ideali di grandezza e di potenza che mossero le potenze europee a conquistare e ad annettere i continenti nuovi.

Queste considerazioni valgono in particolare per i missionari italiani, quelli più vicini, anche geograficamente, a Roma e al nuovo spirito della cattolicità.

Il missionario italiano si sentì prevalentemente uomo di Chiesa, portatore di un disegno di evangelizzazione, come diremmo oggi, potenzialmente universale, non condizionato da interessi politici o nazionali. Negli istituti italiani sorti nel XIX secolo e dediti esclusivamente ad attività missionaria – dalle missioni africane di Verona fondate da Daniele Comboni al Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME), dai saveriani ai missionari della Consolata – l’ideologia nazionale, o nazionalistica, è quasi inesistente. Predomina invece l’ansia apostolica, che diventa più forte e impellente quanto più le vicende politiche italiane sembrano riservare alla Chiesa in Italia un futuro incerto e difficile.

Sono proprio queste difficoltà che rafforzano il loro senso di appartenenza alla Chiesa, al di sopra del sentimento patriottico, il desiderio di aprirle strade nuove presso popoli lontani, non ancora toccati dal cristianesimo, l’ansia di trovare una “missione vergine” dove il Vangelo non fosse ancora arrivato, e fosse possibile predicarlo senza contaminarlo con interessi politici, ideologici.

Nelle “Regole” del PIME è detto che “l’Istituto fin dal principio mirò ad avere missioni proprie tra le popolazioni più derelitte e più barbare”. La speranza e l’ideale di questi istituti è quello di rifondare il cristianesimo il più lontano possibile dalla vecchia Europa, dalle sue divisioni e dai suoi interessi.

Analoga l’intenzione di Comboni, che imitò l’istituto lombardo pensando esclusivamente all’Africa come alla “più infelice e certo la più abbandonata parte del mondo”. In lui fu sempre chiarissima la consapevolezza che l’opera missionaria sarebbe stata tanto più efficace quanto più libera da fattori politici. La missione “deve essere cattolica, non già spagnola, o francese o tedesca o italiana”, non si stancava di ripetere. Egli conosceva perfettamente le associazioni e gli istituti missionari europei, per averli visitati e frequentati, e lamentava che in Francia “lo spirito di Dio” fosse ancora troppo condizionato dallo “spirito di nazione”.

Ma neppure in Francia il condizionamento della nazionalità impedì di vedere chiaramente che le missioni dovevano tenersi lontane dalla politica degli Stati cui appartenevano i missionari, come scrisse con grande lucidità il superiore francese della missione in Eritrea al governatore Ferdinando Martini, quando si stava preparando l’espulsione di missionari transalpini dalla nostra colonia: “Per noi non esiste che una sola parola: la Missione Cattolica, siano i membri che la compongono francesi, italiani, tedeschi o inglesi”.

TRA MISSIONE E COLONIZZAZIONE

L’intreccio fra missione e colonialismo è complesso. I due fenomeni sono paralleli, contemporanei e interdipendenti, tanto in età moderna quanto in età contemporanea.

In età moderna i missionari giungono nelle Americhe e in Asia sulle navi dei colonizzatori, protetti dalle medesime leggi, imbrigliati nei vincoli del patronato statale. E la situazione non è diversa nelle aree del globo, in particolare il Nord America oggi canadese, all’epoca sotto controllo francese. Ma tanto la Santa Sede quanto gli ordini religiosi impegnati nelle missioni non tardano a entrare in conflitto con il potere politico e a cercare spazi di autonomia.

Roma fonderà la potente congregazione di Propaganda Fide, nel 1622, proprio allo scopo di riportare, dovunque fosse possibile, le missioni sotto il controllo ecclesiastico, anche tramite abili espedienti canonici come l’istituto dei vicari apostolici, vescovi dipendenti direttamente da Roma, vescovi cioè “in partibus”, che rispondevano del loro operato alla sede apostolica e non all’autorità politica.

I vicari apostolici furono utilizzati in particolare nel tentativo di aggirare il patronato portoghese. Nel caso del patronato spagnolo il modo per sfuggire al vincolo statale consistette nell’avvio di esperimenti di evangelizzazione svincolati dalla giurisdizione della corona di Madrid, in territori posti fuori o ai margini dalla sua giurisdizione.

In questo secondo caso va ricordato l’esperimento delle Riduzioni fra i guaraní del Paraguay (ma in realtà allargato anche ad altre aree e popolazioni sudamericane). Le Riduzioni erano missioni totalmente sotto controllo della Compagnia di Gesù, sulle quali la corona di Spagna non aveva quasi nessun potere. Sappiamo però che esse crollarono quando Spagna e Portogallo riordinarono i confini e privarono le missioni degli spazi di autonomia di cui avevano goduto per un secolo e mezzo. Non sempre Propaganda Fide riuscì a realizzare gli intendimenti per cui era sorta, neppure con l’espediente dei vicari apostolici.

Per tutta l’età moderna, insomma, missione e colonizzazione vissero una difficile coabitazione, spesso conflittuale.

In età contemporanea notiamo caratteristiche analoghe. Missioni e colonie vanno insieme, sia pure con sfasature non prive di importanza. In genere la missione precede la colonia e spesso si dirige in territori estranei o ai margini della colonizzazione: l’Oceania dove operò il PIME, la Patagonia dove si insediarono i salesiani.

Ma le coincidenze, nonostante queste sfasature, non devono impedirci di notare le diversità.

Nell’Ottocento e nel Novecento i missionari imparano le lingue locali, operano non sovrapponendosi alle culture autoctone ma penetrandole dall’interno, favoriscono la nascita di clero e gerarchie locali, seguendo le direttive romane emanate fin dalla famosa Iistruzione ai vicari apostolici del Tonchino del lontano 1659 – un documento pontificio lungimirante, più citato che conosciuto –, ribadite in tutte le successive direttive pontificie e riprese dalla enciclica “Maximum illud” di Benedetto XV del 1919. Mentre la colonia è una conquista di territori, spazi e risorse, un’operazione di potere, la missione è un tentativo di innesto del cristianesimo senza alterare le culture locali.

Non sempre l’operazione fu portata avanti con la necessaria chiarezza, ma l’intenzione era questa. Comboni dirà che la presenza missionaria nella “Nigrizia” – come si definiva allora l’Africa – doveva durare fino a quando fosse nata una cattolicità locale, poi sarebbe dovuta cessare. È esattamente ciò che è avvenuto in Sudan, il territorio della sua missione, dove esiste oggi una gerarchia sudanese, alle dipendenze della quale operano i missionari comboniani. “Salvare l’Africa con l’Africa” fu il suo motto, che esprime appunto tale intenzione. Arrivare, cristianizzare, creare una Chiesa locale e poi venire via.

Se osserviamo a posteriori la storia del colonialismo europeo, notiamo più chiaramente la differenza fra colonialismo e missione. Il colonialismo è esploso lasciando macerie che hanno devastato, e continuano a devastare, i continenti extra-europei. La missione non è esplosa, è sopravvissuta all’età coloniale, si è trasformata e ha dato vita alle cosiddette giovani Chiese, con clero e gerarchia indigeni.

Oggi nel sacro collegio sono presenti decine di cardinali provenienti da Paesi africani o asiatici che furono colonie fino al secondo dopoguerra. Le missioni sono servite a dilatare il cattolicesimo su scala planetaria e a inculturarlo nei popoli nuovi.

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Il programma del prossimo viaggio africano di Benedetto XVI:

> Viaggio Apostolico in Benin, 18-20 novembre 2011

“Anno della Fede”

 

ottobre 2012 – novembre 2012 sarà l'”Anno della Fede”

 

Limpide e semplici, come sempre, le parole di Benedetto XVI durante l’omelia della Messa di oggi, celebrata insieme ai partecipanti al convegno sulla Nuova Evangelizzazione:
“La missione della Chiesa, come quella di Cristo, è essenzialmente parlare di Dio, fare memoria della sua sovranità, richiamare a tutti, specialmente ai cristiani che hanno smarrito la propria identità, il diritto di Dio su ciò che gli appartiene, cioè la nostra vita.
Proprio per dare rinnovato impulso alla missione di tutta la Chiesa di condurre gli uomini fuori dal deserto in cui spesso si trovano verso il luogo della vita, l’amicizia con Cristo che ci dona la vita in pienezza, vorrei annunciare in questa Celebrazione eucaristica che ho deciso di indire un “Anno della Fede”, che avrò modo di illustrare con un’apposita Lettera apostolica. Esso inizierà l’11 ottobre 2012, nel 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e terminerà il 24 novembre 2013, Solennità di Cristo Re dell’Universo. Sarà un momento di grazia e di impegno per una sempre più piena conversione a Dio, per rafforzare la nostra fede in Lui e per annunciarLo con gioia all’uomo del nostro tempo.

 

La Chiesa non è una associazione religiosa o culturale, nè un’associzione di volontariato, e nemmeno una fornitrice di servizi preziosi per la società, come i richiami alla morale. No! La Chiesa è il Popolo di Dio, Corpo di Cristo e Tempio dello Spirito Santo: inviata da Dio a proseguire l’opera inaugurata dall’Incarnazione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù. L’annuncio della Fede in Cristo è il primo e l’ultimo dei pensieri e delle preoccupazioni della Chiesa. Semplice e cristallino: C’è un solo Dio e Gesù Cristo, suo Figlio, è il suo Profeta. “Andate e ditelo a tutti”. Il Papa si è accorto da tempo, come era chiaro dai discorsi tenuti in Germania, che l’emergenza per la Chiesa non è l’emergenza morale dei fedeli, il distacco dalla Tradizione e la ricerca di spiritualità alternative, e nemmeno la pedofilia del Clero: sono tutti sintomi di una malattia più profonda e radicale. La mancanza di Fede, l’eliminazione dell’orizzonte ultimo di Dio in Cristo, questo è il colpo mortale alla Chiesa. Questo fa crollare ogni altra struttura, perchè è il fondamento perenne e insostituibile.
Benedetto XVI sta facendo il suo lavoro. Nei momenti di emergenza lo Spirito Santo attiva il Papa perché faccia l’unica cosa che Cristo gli ha domandato: “Tu…conferma nella fede i tuoi fratelli” (cf Lc 22,32).
Quella del Papa è una “chiamata alle armi”, non per una crociata contro l’Islam o un nemico esterno alla Cristianità, ma per combattere il virus che ha destrutturato la vita di fede di milioni di credenti.
Ciò che il Santo Padre sta dicendo è che il dramma della nostra epoca, per parafrasare Evangelii Nuntiandi di Paolo VI, non è la frattura o il distacco tra fede e vita, è proprio il distacco o l’eliminazione della fede stessa.
Una fede a cui serve non solo l’anima, che è il credere e aderire interiormente a Dio, ma anche un “corpo culturale”, e questa è la religione: senza espressione esterna, pubblica e comunitaria, la fede non può essere comunicata da uomo a uomo e da una generazione all’altra e, in definitiva, perde rilevanza e capacità di guidare le scelte, i comportamenti e le azioni degli uomini. Non è più il tempo di una “fede nascosta”, che non vuol dire cadere nella “fede spettacolo”. Il Papa chiama al “mostrare”, senza timore e con orgoglio, la propria fede in Cristo, creduta e vissuta, conosciuta e sperimentata. L’invisibile di Dio può e deve rendersi ancora e sempre visibile e operante in questo mondo attraverso la Chiesa. L’annuncio è la pietra fondamentale: la fede non può nascere se non c’è l’ascolto e l’ascolto non può darsi senza qualcuno che parli. Non di sé stesso, solo di Gesù.

Testo preso da: Benedetto XVI indice l’anno della Fede. Una scossa alla missione della Chiesa http://www.cantualeantonianum.com/2011/10/benedetto-xvi-indice-lanno-della-fede.html#ixzz1bEppQZEn
http://www.cantualeantonianum.com

 

ARTICOLI E COMMENTI

Benedetto XVI: un anno alla riscoperta della fede (Cardinale)
Mons. Bruno Forte sull’Anno della Fede indetto da Benedetto XVI: chi si estrania dalla storia non è un vero cristiano (Radio Vaticana)

L’anno della fede secondo Papa Ratzinger (Lucetta Scaraffia)

Motu proprio del Papa: c’è l’esigenza di riscoprire la fede (Chirri)

La lettera apostolica di Benedetto XVI. Noi come Lidia, apriamo la nostra casa alla fede (Sequeri)

Il Papa indice l’Anno della Fede (Rome Reports)

Benedetto XVI è troppo cattolico? (Jean-Marie Guénois)

Nel motu proprio Benedetto XVI rafforza la necessità della riscoperta della fede collegandola alle celebrazioni per l’anniversario del Concilio (Magistrelli)

La porta della fede è sempre aperta: pubblicato il Motu proprio che indice l’ Anno della Fede (Angela Ambrogetti)

Domenica mattina la Messa nella Basilica Vaticana. Benedetto XVI ha annunciato un Anno della fede «per dare rinnovato impulso alla missione della Chiesa» (O.R.)

Motu proprio “Porta fidei”, il Papa: tutti i vescovi si uniscano a me per celebrare l’Anno della Fede. La Chiesa non deve temere la scienza. La fede resta aperta, ma gli uomini di oggi pensano ad altro. Non diventare pigri nella fede, riscoprire il Vaticano II (Izzo)

Motu proprio sull’Anno della Fede, il Papa: serve testimonianza pubblica. Riscoprire il Catechismo. Alla Lettera Apostolica seguirà una nota della CDF (Izzo)

Benedetto XVI rilancia l’evangelizzazione (Guénois)

Nuova Evangelizzazione, la Santa Messa e l’Angelus nei servizi di Rome Reports

Anno della fede. Un cammino che dura tutta la vita (Vian)

Il Papa annuncia l’anno della fede (Gaeta)

L’Anno della Fede e il martirio di p. Fausto Tentorio. Il commento di Bernardo Cervellera

Il Papa: «Nessuno diventi pigro nella fede» (Vatican Insider)

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L’Anno della Fede e il martirio di p. Fausto Tentorio. Il commento di Bernardo Cervellera

Il Papa: «Nessuno diventi pigro nella fede» (Vatican Insider)

Il Papa abbraccia Suor Veronica Berzosa, fondatrice di Iesu Communio (Rome Reports)

L’Anno della fede (Aurelio Molé)

Pubblicata la Lettera apostolica di Benedetto XVI per l’indizione dell’Anno della fede: credere in Gesù è la via per giungere alla salvezza (Radio Vaticana)

Il Papa indice l’Anno della Fede (Asca)

Attraversare la porta. Dall’11 ottobre 2012 al 24 novembre 2013 l’Anno della Fede (Sir)

Il credo, la Verità e la ragionevolezza. Quell’Araldo e l’annuncio dei primi Cristiani (Messori)

Il Papa annuncia l’Anno della Fede (Vecchi)

Il Papa: dall’11 ottobre 2012 comincerà l’«Anno della fede» (Ugolotti)

Un “Anno della Fede” per proporre agli uomini del nostro tempo “uno sguardo complessivo sul mondo e sul tempo, uno sguardo veramente libero, pacifico” (Izzo)

L’Anno della Fede partirà l’11 ottobre 2012. 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II

Santa Messa ed Angelus: servizio di Lucio Brunelli

Un anno della fede per rievangelizzare il mondo (Angela Ambrogetti)

Presentato il nuovo sito “www.aleteia.org”, on line dal 19 ottobre, aperto a tutti i cercatori della verità (R.V.)

La via della verità. Le parole alla messa per i “nuovi evangelizzatori” e all’Angelus (Sir)

Anno della fede 2012-2013 (Galeazzi)

Suor Veronica, la fondatrice di Jesu Communio, stringe il Papa in un lungo abbraccio (Vidal)

Il Papa: Anno della Fede per affermarne la centralità a 50 anni dal Concilio. Dare a Cesare ma anche a Dio. Cristo è stato ridotto a semplice personaggio storico (Izzo)

“Il 2012 sarà l’Anno della Fede” (Vatican Insider)

Benedetto XVI indice l’anno della Fede. Una scossa alla missione della Chiesa (Cantuale Antonianum)

Papa Ratzinger vuole dare una scrollata ad un certo torpore. La Chiesa si rimette in marcia (Giansoldati)

Missionari generosi e audaci per i nostri tempi: così il Papa all’Angelus (Radio Vaticana)

Il Papa: Ritengo che, trascorso mezzo secolo dall’apertura del Concilio, sia opportuno richiamare la bellezza e la centralità della fede

Criminali a Roma, Santa Sede: “Ferma condanna”. “Offesa la sensibilità dei credenti”

Il Papa annuncia “l’Anno della Fede”. Benedetto XVI: gli uomini di oggi hanno bisogno di Dio e di pace. La certezza della fede non è dato soggettivo ma fatto concreto (Izzo)

Il Papa: 2012 anno della fede (Tg1)

Il Papa indice un “Anno della Fede” per la Nuova Evangelizzazione e la missione ad gentes (AsiaNews)

Il Papa: paesi di antica tradizione cristiana che sembrano diventati indifferenti, se non addirittura ostili alla parola di Dio

Individuati sette ambiti per la nuova evangelizzazione. Lanciato il sito “Aleteia” (Izzo)

Parola sempre viva. I “nuovi evangelizzatori” con il Papa (Sir)

Il Papa ai nuovi evangelizzatori: “Comunicate a tutti la gioia della fede” (Andrea Gagliarducci)

Il Papa: gli uomini di oggi spesso confusi, preferiscono l’effimero alla fede. Mi rallegra vedere tanti mobilitati per la rievangelizzazione (Izzo)

Il Papa e la Nuova Evangelizzazione: La Parola di Dio continua a crescere e a diffondersi (AsiaNews)

Il Papa ai nuovi evangelizzatori: i cristiani siano segni di speranza, testimoni della vera felicità che porta Cristo (Radio Vaticana)

Il Papa: “Mobilitazione straordinaria per la nuova evangelizzazione” (Rolandi)

Aperto in Vaticano il primo incontro internazionale dei responsabili della nuova evangelizzazione (Biccini)

 

La Chiesa che non tace


Domenico Mogavero con Giacomo Galeazzi, La Chiesa che non tace, BUR-Saggi, pp. 206, € 14.

Ci sono libri che hanno la fortuna, o la virtù, di essere segnali di un passaggio d’epoca. Insieme, sintomi della malattia e medicine per curarla, proprio nell’accezione etimologica della parola «crisi». La lunga intervista di Giacomo Galeazzi al vescovo siciliano Domenico Mogavero, edita dalla Rizzoli nella collana «Bur-saggi» ne è un buon esempio. Perché è la testimonianza di come il disagio della Chiesa italiana nell’era del post-ruinismo non sia più relegato tra quei preti del dissenso, ai margini dell’ortodossia confessionale e della disobbedienza ecclesiastica, ma pervada ormai i vertici dell’episcopato e, persino, gli antichi e fedeli collaboratori dell’ex carismatico capo dei vescovi del nostro Paese.
Domenico Mogavero, infatti, è stato per circa 15 anni il «numero tre» della Chiesa italiana, affiancando Camillo Ruini come sottosegretario alla Cei. Un’esperienza che l’attuale vescovo di Mazara  del Vallo non rinnega affatto, ma che, al confronto con la realtà dei problemi di una diocesi di frontiera, viene profondamente ripensata e trasformata dal protagonista del libro con accenti di apprezzabile sincerità e di grande apertura, anche autocritica. Così, stimolato dalle domande tutt’altro che compiacenti di Galeazzi, anzi talvolta consapevolmente provocatorie, il presule siciliano si fa portabandiera di «una Chiesa che non tace», come s’intitola significativamente l’intervista-confessione.
La lettura del testo, alla vigilia dell’importante raduno dei cattolici a Todi fissato per lunedì prossimo, autorizza a pensare come il passaggio del testimone tra Ruini e Bagnasco a capo della Conferenza episcopale italiana annunci un vero e proprio «rompete le righe» in quella specie di militarizzazione dell’episcopato che aveva consentito al cardinale emiliano di guidare con mano fermissima la condotta della Chiesa. Al prezzo, però, di spegnere le voci più innovative e anticonformiste o, perlomeno, di indurle a troppe prudenze diplomatiche.
Indicativa è l’ammissione di Mogavero sul motivo di questo suo spostamento da posizioni «centriste», come le definisce lui stesso, a visioni assimilabili a quelle progressiste, per usare un lessico  mutuato dalla politica: il contatto con la realtà dell’immigrazione maghrebina nella sua diocesi. Un fenomeno che ha fatto di quel territorio un avamposto di pacificazione nel Mediterraneo, un  luogo di cerniera tra cristianesimo e islam, un esempio di come sia possibile la sperimentazione di una convivenza non solo senza grossi traumi, ma capace di produrre un vero arricchimento  reciproco, culturale, sociale e, perché no, anche religioso.
La parabola personale del vescovo di Mazara, perciò, può suggerire anche dove e come potrebbe cominciare il rinnovamento della Chiesa nell’era Bagnasco. Non più dal centralismo illuminato di un cardinale di grande carisma e intelligenza come Camillo Ruini, ma dall’apertura della comunità cattolica a quelle «voci dal fondo» che, dalla concreta esperienza pastorale, riescono più  facilmente a percepire una sensibilità nuova, quella di un mondo che cammina più in fretta della testa degli uomini.

 

Per una Chiesa che non taccia
di Luigi La Spina
in “La Stampa” del 15 ottobre 2011

Ritorna il Cortile dei gentili

Il Cortile dei Gentili ritorna in un autunno ricco di incontri. Innanzitutto con l’appuntamento di Bucarest l’11 e il 12 ottobre. Il cardinale Gianfranco Ravasi, in visita in Romania come ministro della cultura del Vaticano, oltre i colloqui e dibattiti previsti riceverà un dottorato honoris causa all’università della capitale rumena. Alla sua lectio magistralis seguirà un dialogo con il fisico  e filosofo Horia-Roman Patapievici. E poi, il 12, vi saranno cinque interventi di intellettuali rumeni sull’argomento «Umanesimo e spiritualità». Il sottotitolo di queste relazioni è una domanda stimolante: «È possibile un dialogo sulla trascendenza?».
Ravasi ci confida: «Ho intenzione a Bucarest di intervenire in questi grandi eventi su Cioran e Ionesco, figure ideali di un agnosticismo o ateismo segnato profondamente dalla domanda». Si sofferma su una frase di Cioran: «Mi sono sempre aggirato attorno a Dio come un delatore.
Incapace di invocarlo, l’ho spiato». E precisa: «Vorrei presentare la figura di colui che si aggira attorno al cortile dei credenti e ne cerca quasi il centro. Anche se in un altro suo testo giunge al paradosso secondo cui “il nome di Dio è il Nulla, cioè Tutto”. Lui per tutta la vita quell’opera di spionaggio l’ha condotta». Inoltre, dicevamo, Ionesco. Il cardinale aggiunge: «Lo presenterei cominciando da una dichiarazione che ha fatto in una intervista. Questa: “Ogni volta che il telefono suona mi precipito nella speranza, ogni volta delusa, che possa essere Dio che mi telefona. O almeno uno dei suoi angeli di segreteria”. In lui c’era continuamente la speranza di una epifania del divino. E poco prima della morte, alla fine del suo Diario, nell’ultima riga c’è una frase  folgorante.
È la risposta a quell’attesa: “Pregare Non So Chi. Spero: Gesù Cristo”».
Si ritorna con il Cortile dei Gentili a Firenze, il 17 ottobre. È una tappa obbligatoria di questo progetto. Del resto, sulle rive dell’Arno si realizzò un miracolo culturale, all’epoca di Lorenzo il Magnifico, che è paragonato a quello che avvenne nell’Atene di Pericle. In Palazzo Vecchio, nel Salone dei Cinquecento, Antonio Paolucci, Moni Ovadia, Sergio Givone, Erri De Luca, Antonio Natali e, ovviamente, il cardinal Ravasi, parleranno di «Umanesimo e bellezza ieri e oggi». Sua eminenza ricorda la caratteristica di tale incontro: «L’impegno principale che vorrei realizzare tra arte e  fede è il ritrovare la loro radicale sororità, secondo la convinzione espressa da Paul Klee: “L’arte non rappresenta il visibile, ma l’Invisibile che si cela nel visibile”». E dopo una breve pausa il  porporato precisa: «Questa è anche la meta della fede».
Il 26 ottobre, il giorno precedente l’incontro di Assisi tra il Papa e i rappresentanti delle grandi religioni (al quale sono invitati anche dei non credenti, siano essi atei e agnostici) il Cortile dei Gentili organizza una tavola rotonda all’Università di Roma Tre con Giacomo Marramao. Il tema è legato all’iniziativa del Pontefice. Per tale motivo si risponderà alla domanda: «Perché gli atei  hanno accettato l’invito del Papa?». Interverranno Julia Kristeva, Remo Bodei, il filosofo messicano Guillermo Hurtado, Anthony Graylings (dell’Accademia Reale inglese), Walter Baier (che ha  avuto incarichi nel mondo comunista) oltre al cardinale Ravasi. Il giorno 27 i relatori del Cortile dei Gentili «preparatorio» parteciperanno alla giornata con Benedetto XVI. Quest’anno gli  incontri interreligiosi di Assisi compiono il loro venticinquesimo. Con il tempo sono cresciuti, anzi rappresentano ormai un riferimento non soltanto per il mondo della fede. Il titolo scelto per il  2011 è «Pellegrini della verità, pellegrini della pace».
Il 14 e il 15 novembre sarà la volta di Tirana, ovvero l’inizio di un dialogo con l’Albania. Il Cortile dei Gentili comincerà la sera sul sagrato della cattedrale — un po’ come si era fatto lo scorso  marzo a Notre Dame a Parigi — e affronterà tre temi: «Lavoro», «Spiritualità», «Informazione e comunicazione». Le relazioni, il giorno seguente, si terranno all’Università statale di Tirana e nel pomeriggio in un ateneo privato, l’Università Europea. Tra i nomi non mancheranno lo scrittore Ismail Kadare e l’accademico e scienziato Luan Omari. Ai quali va aggiunto anche uno specialista di storia religiosa, oltre che deputato al parlamento: Mark Marku.
Ravasi riassume il senso dell’incontro: «Ho accettato l’invito che giungeva direttamente dall’Albania per una ragione storica: in epoca moderna questa nazione rappresenta probabilmente l’unico  Stato che poneva l’ateismo come articolo fondante della Costituzione. La richiesta è venuta dal docente di ateismo dell’Università di Tirana. Il quale insegna ancora questa materia, ma egli è  cattolico e teologo». Che dire? Anche nei Paesi dell’ex blocco comunista casi del genere non sono eccezionali.
Ravasi precisa a tale proposito: «Avendo continuamente contatti con persone che ignorano o rifiutano la fede, rimango sempre più convinto della dichiarazione dello scrittore francese Pierre Reverdy, il quale affermava: “Ci sono atei di una asprezza feroce che, tutto sommato, si interessano di Dio molto più di certi credenti frivoli e leggeri”». Ci accommiatiamo da sua eminenza mentre proferisce un’ultima frase, che sarà anch’essa oggetto di riflessione. È di Giorgio Caproni: «Mio Dio perché non esisti? A furia di insistere, cerca di esistere».

 

da: Il dubbio e la fede, la scommessa di Ravasi
in “Corriere della Sera” dell’8 ottobre 2011

Testimoni di Dio

Testimoni di Dio è la proposta per l’Ottobre Missionario e la Giornata Missionaria Mondiale 2011 (domenica 23)

“L’enfasi non è solo sul dovere di essere testimoni – spiega don Gianni Cesena, direttore nazionale di Missio –: senza una personale esperienza di fede e di preghiera, senza una ricezione grata della Buona Notizia e senza la disponibilità ad accogliere misericordia e perdono, non c’è testimonianza. Si è testimoni sì, ma di Dio. Il Dio riconosciuto nella figura di Gesù, segno della misericordia da lui avvertita nell’indignazione per le fragilità, le miserie, le ingiustizie degli uomini, e distribuita a piene mani nelle strade e nei villaggi della sua terra fino al momento supremo della Croce”.

La testimonianza – aggiunge il direttore – è elemento fondante dell’identità del cristiano: Battesimo, Cresima ed Eucaristia lo costituiscono capace di “annunciare la morte del Signore, proclamare la sua risurrezione, finché egli venga”. I missionari e le missionarie a loro volta non possono che essere e sentirsi testimoni di Dio tra i popoli e le culture, confrontandosi spesso con volti di Dio incarnati in altre e diverse espressioni religiose.
Missio intende così partecipare al cammino decennale della Chiesa in Italia sul tema dell’educazione: in ascolto del vero Maestro, tutti sono discepoli e tutti diventano testimoni.
“Non ignorando chi nella Chiesa inquina la testimonianza con scandali ingiustificabili – conclude don Cesena – ricordiamo anche quanti in vari Paesi hanno versato il loro sangue a causa della fede fino al martirio. Mentre diamo sostegno alle Chiese di missione, non mancheremo di leggere nelle loro vicende la forza limpida della testimonianza che esse ci restituiscono giorno per giorno”.

Scarica i sussidi e le proposte di animazione.
dal sito www.missioitalia.it nella sezione “Area download”.

La politica riscopra i valori cristiani

Non è mai stato facile essere un cattolico impegnato in politica se si prendono sul serio i tre termini: «cattolico», «impegnato» e «politica». Ma nella ormai lunga stagione della cosiddetta Seconda Repubblica tutto è sembrato complicarsi ancor di più: non perché è venuto meno il partito dei cattolici, ma perché da quasi due decenni sono stati dimenticati o contraddetti alcuni dati fondamentali che avevano guidato i laici cattolici nel loro servizio alla polis, almeno a partire dalla feconda stagione costituzionale repubblicana. Penso all’autonomia delle scelte politiche, da assumersi rispondendo alla propria coscienza, formatasi alla scuola della dottrina sociale cattolica e alle indicazioni provenienti dai documenti conciliari; o alla perdita di eloquenza dei cristiani adulti, ignorati quando non zittiti o irrisi da chi non perdeva occasione per esprimersi in loro vece; o ancora alla messa in discussione del concetto stesso di attività politica: la mediazione, la negoziazione, la convergenza verso il bene comune che sovente deve accontentarsi di denunciare il male e porvi un limite, scegliendo il bene possibile sempre in obbedienza ai principi della democrazia e della pluralità della società che può esprimersi solo con il criterio della maggioranza.
Ora che le chiare parole della presidenza della Conferenza episcopale italiana – ancora una volta accolte da alcuni come tardive, considerate da altri come interferenze indebite, strumentalizzate  a proprio beneficio da altri ancora – hanno aperto scenari più movimentati, il pensiero di molti commentatori è parso appiattirsi su una sola domanda: si va o no verso un nuovo partito cattolico? Credo che a insistere solo su questo interrogativo si faccia un torto sia ai vescovi, che hanno volutamente mantenuto il discorso in termini prepolitici, sia ad alcuni, pochi invero, laici cattolici che in tutti questi anni non hanno smesso di ricercare una sintesi concreta e affidabile tra la loro fede cristiana e le scelte politiche ed economiche da proporre al Paese intero per una migliore convivenza civile. Questo non nega un’afonia di molti cattolici, incapaci di esprimersi e di mostrarsi come ispirati dal vangelo, non nega la grave incoerenza tra vita politica ed etica cristiana  mostrata da altri cattolici, e soprattutto non nega che molti di essi avrebbero potuto già da tempo uscire dal silenzio con eloquente parresia. Che tristezza sentir confessare solo in questi giorni: «Tre parole in più forse noi cattolici avremmo potuto dirle!».
Il problema è ben più ampio di una scelta di schieramento o di alleanze strategiche: si tratta di una rinnovata assunzione di responsabilità verso la collettività, che tenga conto delle mutate condizioni sociali, economiche, demografiche e storiche in Italia e in occidente, ben lontane dall’essersi stabilizzate. Di fronte alle nuove sfide che la politica in senso alto – cioè la gestione della  polis nel presente con lo sguardo proteso alle future generazioni e la mente memore delle lezioni del passato – pone non solo al nostro Paese ma al villaggio globale di cui ormai siamo parte  consapevole, pare necessario più che mai uno spazio organico di confronto tra cristiani – magari anche non solo cattolici… – in cui cercare di discernere come coniugare le istanze evangeliche con il vissuto quotidiano di una società che ormai è ben lungi dall’essere cristiana nella sua totalità. Un luogo in cui quanti hanno a cuore il bene comune e ritengono di avere delle capacità per servirlo, possano formarsi in vista dell’indispensabile dialogo con chi non condivide le stesse convinzione di fede e dell’altrettanto ineludibile azione comune nella società e per il suo benessere morale e materiale.
Quando il cardinal Bagnasco auspica «un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica che – coniugando strettamente l’etica sociale con l’etica della vita – sia promettente grembo di futuro, senza nostalgie né ingenue illusioni», dovrebbe essere abbastanza chiaro dalle sue stesse parole che non sta propugnando un partito tanto meno progettando un governo ma, appunto, un interlocutore con la politica: una voce cristiana che, come tale, possa anche manifestarsi articolata e modulata, farsi voce dei senza voce, porre parole e gesti profetici, anche a costo di risultare  sgradita a molti. Da anni segnalo l’esigenza sempre più diffusa tra molti laici cattolici di un «forum», di uno strumento organico dei credenti in cui fare insieme opera di discernimento di  problemi, situazioni critiche e urgenze presenti nella polis, per verificarle alla luce del vangelo e per smascherare al contempo gli «idoli» che sovente seducono anche i cristiani.
Una riflessione che resti tuttavia nell’ambito pre-politico, pre-economico, pre-giuridico: tradurre poi gli aneliti evangelici – realtà ben più esigente dei «valori», a volte così mutevoli nelle loro priorità – in concrete opzioni attraverso leggi e norme spetterà a quanti si impegnano all’interno delle diverse forze politiche, in modo conforme alla propria coscienza, alla storia personale e alla lettura delle vicende che hanno contribuito a rendere il nostro Paese quello che oggi è.
Forse in questo dovremmo essere anche più attenti alle esperienze di altri paesi, europei in particolare, dove la presenza e l’influenza dei cristiani in politica è meno preoccupata di etichette o di certificati di garanzia e più sollecita nell’esprimere i propri convincimenti con un linguaggio e un’azione capaci di essere compresi e condivisi anche al di fuori delle mura confessionali. Non si tratta di ricreare le scuole-quadri, ma di fornire opportunità di riflessione e di formazione di un’opinione il più possibile aderente al messaggio evangelico e al suo farsi carico di ogni essere umano, a partire dal più debole, povero e indifeso.
Sì, per tornare ai tre termini da cui abbiamo preso spunto, il rapporto tra un cattolico e la politica – basato sull’imprescindibile riconoscimento della laicità dello stato – comporta l’impegno, l’assunzione di responsabilità, la scelta consapevole di non ricercare successi o vantaggi personali, di non perseguire privilegi di sorta, nemmeno per conto terzi, ma piuttosto di percorrere giorno dopo giorno, magari mutando il passo e scegliendo nuovi sentieri, il faticoso eppur appassionante «camminare insieme» con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, per il bene anche di chi volontà buona ne ha poca o nulla.

 

in “La Stampa” del 2 ottobre 2011

La creazione non è un istante ma una trama incompiuta

Pubblichiamo il testo dell’intervento con cui Haim Baharier, studioso ebreo di esegesi biblica, apre oggi il suo dialogo con Alberto Melloni sul tema «Bereshìt / In principio» nell’ambito della giornata conclusiva del festival Torino Spiritualità.

 

Rabbi Zadoq Hakohen, maestro hassidico, sosteneva: «La verità va perseguita e l’intelligenza deve essere al servizio della verità. Quando però l’intelligenza contraddice la verità, l’intelligenza non  va né piegata né soffocata. Occorre dire non so, e studiare». Spaccati tra creazionisti e anticreazionisti, gli studiosi di fine Ottocento non raccolsero la lezione di Zadoq come battuta riconciliante. La diatriba perdura ancora oggi. Ogni serio studioso sa bene che il problema non è considerare il testo biblico verità o meno. È invece scorgere un percorso tra le boe senza mai considerarle punti fermi, acquisiti una volta per tutte. Si può annegare nelle certezze o aprirsi alla pluralità. Nel testo  della Creazione ciò che sorprende è che né Dio né l’uomo si pongono come entità sfumate; anzi, si presentano come due evidenze che si confermano a vicenda. Quasi volessero deviare il nostro interesse verso ciò che la tradizione ebraica considera l’enigma più grande nell’ambito della creazione: il mondo. Un mondo che nasce prima di tutto come tempo, non come luogo. Secondo la Torah,  cieli e terra vengono poi, una materialità successiva a quel «in principio» (Genesi , 1,1) che è innanzitutto accensione del tempo. A contropelo rispetto al primo impulso del pensiero che lega a maglie strette spazio e tempo, la Torah viene a dirci che tra il tempo prima e lo spazio dopo, si annida (o si estende, non lo sappiamo poiché lo spazio è ancora di là da venire!) la volontà creatrice.
Chi crea libera per fare posto, si stringe, si ritira. Perché è lo spazio concesso che permette all’altro di vivere in dignità. Si dona l’essere all’altro da sé. Tra tempo e luogo germina non una legge metafisica, ma un imperativo morale. Potremmo spiegare che la Genesi biblica, Bereshìt in ebraico, custodisce questo principio nella sua lettera iniziale Bet, che ha valore di due: da assumere  prima come un due temporale, poi spaziale, in quanto numero minimo per dare un confine, per avere un vicino… Concetto non facile da digerire e che è anche suggerito da una mishnà secondo la quale il mondo è stato creato con dieci dire. Perché dieci dire, quando – ci immaginiamo – sarebbe bastato un solo colpo d’ interruttore? Si parla del Creatore e Lui non dovrebbe avere di questi  problemi.
Intuiamo dalle parole parsimoniose della Bibbia quanto poco Egli sprechi. La mishnà avverte che questi dire molteplici non esprimono una vicinanza tra la parola e l’effetto di questa parola,  bensì una distanza tra la parola e ciò che succede a seguito di questa parola, una presa di distanza rispetto a quello che si materializza dal dire. In questa distanza che separa il dire dal fare, lì siamo  noi.
Perché? È una forma di protezione della creazione: questa distanza da una parte allontana gli incoscienti, coloro che vogliono distruggere la creazione, costringendoli a percorrere distanze infinite, mentre dall’altra serve ai giusti come percorso: percorso conoscitivo. Distanza che contempla due aspetti: positivo per il giusto che può avvicinarsi alla parola e ai suoi effetti, può interiorizzarli ed elaborarli; cautelativo nei confronti dell’incosciente che, tenuto alla larga, non riesce a combinare tutto il male che vorrebbe. Il nostro habitat è una distanza «di sicurezza». Dunque creare non è mai una gettata a presa rapida; esiste un pensiero che smaglia e allarga le trame in virtù del quale anche ciò che in apparenza è già fatto, già creato, ci appare incompiuto…
Penso a quel mutamento di identità che la Torah attribuisce ad Adamo quando diventa nefesh haià, persona vivente. Dopo che nelle sue narici viene insufflato il vento. Solo allora l’uomo diventa  una persona. Si può essere un uomo e anche un vivente, e non essere una persona, dice la Torah.
Bisogna essere attraversati dal vento. Qui sta secondo me la chiave dell’accoglienza: quando scopro che l’altro non è soltanto un essere vivente ma è una persona, quando conosco l’alito che lo muove,  sogni che lo fanno vivere, solo in quel momento accolgo.

 

in “Corriere della Sera” del 2 ottobre 2011