Il caso Galileo

Il 26 maggio si apre a Firenze, presso la basilica di Santa Croce, il convegno internazionale “Galileo 2009” organizzato dall’Istituto Stensen.
I lavori proseguiranno dal 27 al 29 maggio nel Palazzo dei Congressi e si concluderanno il giorno 30 nella villa Il Gioiello di Arcetri, l’ultima dimora di Galileo.
Uno dei relatori ha sintetizzato per “L’Osservatore Romano” i temi e il significato del convegno.
Il convegno di Firenze si presenta come uno degli eventi salienti dell’International Year of Astronomy, indetto dall’Onu nel dicembre 2007 a seguito di una proposta dell’Unione astronomica internazionale, fatta propria dall’Unesco.
Il 2009 è stato scelto perché segna il quarto centenario dell’introduzione del telescopio nelle osservazioni astronomiche, avvenuta a Padova da parte di Galileo Galilei.
Così, mentre molte iniziative in corso in una pluralità di Paesi, inclusa l’Italia, stanno riguardando lo stato attuale e le prospettive della ricerca astronomica, alcune, doverosamente, sono dedicate all’esame specifico di quel fatto e alle sue ripercussioni nella storia scientifica e, nel senso più ampio, intellettuale.
Com’è ben noto, l’astronomia di Galileo e il contesto fisico-cosmologico innovativo nel quale egli tese a collocarla, facendone uno strumento di grande portata insieme scientifica e filosofica, fu l’oggetto di un intervento degli organi censori della Chiesa, le Congregazioni del sant’Ufficio dell’Inquisizione e dell’Indice.
In un primo momento (1615-1616) l’intervento ebbe un esito esclusivamente dottrinale, la proibizione della teoria eliocentrica copernicana come quadro della realtà fisica – non come schema di calcolo – e di alcune opere che la esponevano e sostenevano: né Galileo né altri sostenitori dell’eliocentrismo furono oggetto di sentenza.
In seguito (1632-1633) venne invece un processo contro di lui, con l’accusa di aver ottenuto l’imprimatur per il suo Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo dissimulandone il contenuto decisamente copernicano e aggirando quindi la proibizione, resagli nota già nel 1616.
In linea di pura cronologia e strettamente scientifica la ricorrenza centenaria riguarda un fatto estraneo alla successiva vicenda censoria, essendo eminentemente tecnico e in sé religiosamente neutro, in quanto connesso molto parzialmente e indirettamente alle valenze cosmologiche dirompenti dell’eliocentrismo.
La visione di maggior dettaglio di corpi o fenomeni già visibili e la visibilità di altri che prima non lo erano – i satelliti di Giove, le fasi di Venere, le “protuberanze” laterali di Saturno interpretate solo in seguito come un anello, e altro – misero in crisi diversi aspetti della cosmologia aristotelica e mostrarono la falsità del geocentrismo tradizionale ma non, su un piano puramente logico, quella del sistema intermedio – geo-eliocentrico – di Tycho Brahe, che era compatibile con la cosmogonia e l’astronomia della Bibbia: perciò non comportarono intrinsecamente un contrasto con queste.
Di fatto, la Chiesa non pensò mai a interdire l’uso del telescopio in astronomia, che crebbe velocemente nei Paesi cattolici non meno che nei protestanti e trovò anzi nel clero molti dei suoi praticanti più assidui e qualificati.
Tuttavia Galileo, che non ritenne plausibile il sistema di Brahe, considerò i nuovi oggetti e fenomeni come inquadrabili esclusivamente nel sistema eliocentrico e come evidenze a suo favore, e dopo aver pubblicato nel 1610, nel Sidereus nuncius, le sue prime osservazioni, potenziò il telescopio e ne focalizzò l’uso soprattutto in funzione della sua battaglia di idee.
Così, se su un piano strettamente scientifico tra gli eventi del 1609 e quelli del 1615-1616 e 1632-1633 v’è una relativa estraneità, su quello di una storia intellettuale generale v’è una quasi continuità ed un nesso ineludibile.
Questo fatto spiega l’impianto del convegno fiorentino, che non intende proporre una riflessione sulla figura complessiva dello scienziato toscano né su aspetti tecnici molto specifici.
Se per il grande pubblico o per molti studiosi non specialisti Galileo è solo o soprattutto l’astronomo del processo e dello “eppur si muove”, nella storia della scienza ha un titolo di gloria forse più grande: la fondazione della cinematica, con la formulazione della legge del moto uniformemente accelerato e l’individuazione di un principio fondante per l’intera meccanica (detto talora “relatività galileiana”).
Non solo gli organizzatori hanno limitato il convegno al tema astronomico, in conformità al ruolo conferito internazionalmente all’anno 2009, ma da esso hanno escluso l’aspetto tecnico, com’è esplicitato nel titolo: “Il caso Galilei.
Una rilettura storica, filosofica, teologica”.
L’oggetto è dunque la vexata quaestio, dibattuta quasi ininterrottamente dal 1633 alla storiografia attuale, attinente a genesi, fondamento, motivazioni, sviluppi e ripercussioni della vicenda dipanatasi tra 1615 e 1633.
È su tale “caso” che verterà la quasi totalità delle ventisette relazioni previste nei giorni 27, 28 e 29 (il 26 sono previste due lectiones magistrales introduttive; il 30 si avrà una tavola rotonda conclusiva nella villa Il Gioiello, sui colli fiorentini, dove Galileo visse in stato di residenza coatta da poco dopo la condanna fino alla morte nel 1642).
Le valenze molteplici del caso – scientifiche, storiche, giuridiche, teologiche, ideologico-politiche – hanno portato a migliaia di trattazioni, il cui numero negli ultimi anni è piuttosto cresciuto che diminuito, con un correlativo incremento di documentazione, accuratezza, specificazione di aspetti.
Il convegno fiorentino, tuttavia, si ripromette di portare gli studi a un nuovo punto di avanzamento.
Neppure esso potrà portare a risultati definitivi, perché certe lacune nella documentazione, la delicatezza delle implicazioni e le forti connotazioni ideali che hanno sempre segnato la riflessione sul tema probabilmente impediranno per sempre una ricostruzione non ipotetica in alcuna sua parte, condivisa e di valore permanente (nei limiti in cui questi attributi sono riferibili al lavoro storiografico).
Tuttavia la vastità d’impianto, l’ambito internazionale di provenienza dei relatori e, ancor prima, il numero e livello degli enti promotori lo rendono senz’altro un evento che ha pochi analoghi nella pur ricca storia organizzativa degli studi galileiani degli ultimi decenni.
All’organizzazione hanno concorso, con ruoli che vanno da un intervento diretto al patrocinio, diciotto istituzioni italiane di alta cultura, dall’Accademia dei Lincei e da quella Pontificia delle Scienze alle università di Firenze, Padova e Pisa, le tre città e sedi accademiche legate alla vita e alle ricerche di Galileo.
Proponente iniziale e perno logistico è però il fiorentino Istituto Stensen, riuscito non solo nel compito difficile di raccordare istituzioni disparate, sollecitare adesioni internazionali, creare una vasta aspettativa, ma in quello più arduo di costruire una cornice unica di dialogo – pur con la certezza di differenze di giudizio anche vivaci – tra gli specialisti circa uno dei temi che, da più tempo e più intrinsecamente, demarcano posizioni religiose, filosofiche e ideologiche profondamente alternative.
La premessa forse più decisiva per questa nuova atmosfera, il discorso del 31 ottobre 1992 ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze nel quale Giovanni Paolo II qualificò la vicenda censoria come “tragica reciproca incomprensione”, sarà anch’essa oggetto di analisi, perché il programma seguirà le fasi storiche della querelle fino al presente.
Le relazioni del 27 maggio riguarderanno gli eventi del 1615-1616 e 1632-1633.
Il 28 si passerà allo sviluppo dei giudizi e dell’immagine storica del “caso” fino al 1820-1822, quando una decisione di Pio vii – che pose termine al cosiddetto “caso Settele” – autorizzò definitivamente l’insegnamento dell’eliocentrismo come verità fisica, anche nello Stato pontificio.
Il 29 saranno sondati sviluppi e valenze del tema dall’età del risorgimento e del positivismo, quando esso assunse valenze anche fortemente anticattoliche e antireligiose e fu usato come evidenza a supporto di elaborazioni filosofiche e ideologiche radicali, fino a un presente in cui esso appare come l’antecedente di questioni, di portata almeno pari, che oggi si pongono nel rapporto tra scienza e fede.
*Università di Padova Pontificio Comitato di Scienze Storiche (©L’Osservatore Romano – 25-26 maggio 2009)

Il benessere scolastico

Il mondo della scuola, ci viene detto da più parti e ce ne accorgiamo più o meno direttamente, sta cambiando e sta diventando più complesso.
Stare bene in classe sembra si stia rivelando sempre più difficile, sia per l’adulto che insegna sia per il giovane che impara.
La promozione di una condizione di benessere è una questione sentita e molto attuale; lavorando nelle scuole ci rendiamo conto della complessità e delle difficoltà che insegnanti ed alunni incontrano nel quotidiano.
In quest’ottica emerge l’esigenza di creare una cultura del benessere all’interno della scuola, che passi attraverso le persone che abitualmente vivono l’ambiente scolastico.
Cosa le fa stare bene? Cosa le fa vivere a disagio? Questi interrogativi non hanno un’unica risposta, non possono essere generalizzati ma devono essere calati in quella specifica realtà che ci interessa osservare.
Occorre dar voce ai soggetti e mettersi in ascolto.
Queste considerazioni hanno portato la nostra equipe di lavoro (composta da pedagogisti e psicologi) a riflettere su tale fenomeno per cercare di definirne meglio i contorni.
In conclusione, dobbiamo far notare che questo contributo si inserisce all’interno della cornice dell’approccio preventivo promozionale, che attua progetti di intervento finalizzati a ridurre i fattori potenziali di disagio o a limitarne i possibili effetti, incrementando i fattori ambientali e le risorse in grado di produrre salute nel singolo e nel gruppo (Becciu e Colasanti, 2003).
La prevenzione, intesa in tal senso, è la ricerca di possibilità di sviluppo e crescita più che una strategia per evitare un problema e/o rispondere a esigenze di controllo e di conservazione: è, quindi, promozione del benessere.
L’attenzione è spostata da una logica dell’”arrivare prima” per “evitare” un pericolo imminente a quella di una cultura e un’educazione che sostengano le risorse che ciascun individuo mette o può mettere in gioco nell’affrontare gli ostacoli e gli stress della vita quotidiana: “L’ottica della promozione (…) persegue obiettivi che effettivamente favoriscono la qualità della vita, le risorse sane e positive.
Non nega il disagio, ma, anche, non si fissa su di esso” (Maggi, 1996, pag.
90).
Dal punto di vista strettamente tecnico e pragmatico, occorre, quindi, spostare l’asse dell’intervento dal fare prevenzione al favorire lo sviluppo di capacità individuali e collettive di autoprotezione dal disagio.
La scuola, in quest’ottica, è responsabile, insieme ad altri attori dello sviluppo della personalità sociale, che matura nello spazio delle relazioni, che avvengono sia nei momenti formali di lavoro che in quelli informali (Girelli, 1999).
La nostra ricerca rileva, infatti, che la maggioranza degli studenti attribuisce la propria percezione di benessere a un contesto favorevole, che fa risaltare le relazioni sociali.
La cura della dimensione socio-affettiva è quindi essenziale non solo per la crescita del benessere dei ragazzi ma anche per lo stesso apprendimento.
In altre parole, quando la scuola si fa accogliente, è più facile che gli studenti acquisiscano conoscenze proprio perché coinvolti attivamente (Girelli, 1999).
Star bene a scuola, come è emerso anche nella ricerca presentata in questo contributo, implica sia per gli alunni che per gli insegnanti una sintesi di benessere soggettivo (avere competenze interne necessarie per vivere in modo soddisfacente nel presente e, soprattutto, nel futuro), relazionale (instaurare gratificanti rapporti con gli altri) e cognitivo (provare piacere nell’apprendere).
Stare bene in classe (con i propri compagni e con i propri insegnanti) è fondamentale non solo per la psiche dell’individuo, ma anche per il suo rendimento scolastico: “In ogni situazione di apprendimento esiste … osmosi tra la sfera affettiva e quella cognitiva”(Montesissa, 2000).
E’ utile, quindi, che nella scuola si propongano percorsi che aiutino gli alunni a conoscere e sviluppare la conoscenza di sé ed a migliorare la loro vita di gruppo favorendo un clima di collaborazione.
In classe bisogna star bene emotivamente per apprendere bene e per insegnare bene! Per la consultazione dell’intero intervento scarica i materiali collegati nella colonna di destra Definire il termine “benessere” non è semplice: per lungo tempo l’attenzione della ricerca si è orientata ad analizzare le situazioni ove il benessere manca, occupandosi dell’infelicità e della sofferenza umana (Myers – Diener, 1995; Ryff, 1989, Argyle, 1987).
La presenza di stati di benessere era infatti definita come “assenza di sintomi di malessere”, cioè emozioni negative e disturbi ad esse collegati, quali depressione, ansia, inquietudine, sintomi fisici di varia entità.
Ryff, nel 1989, mise in evidenza come gran parte delle ricerche si fondassero su concezioni riduttive del benessere in quanto privilegiavano le dimensioni del funzionamento psicologico negativo, trascurando importanti aspetti di quello positivo.
Solo recentemente l’attenzione si è spostata sulla condizione di benessere intesa nelle sue dimensioni positive con particolare riferimento agli indicatori oggettivi; limitandosi a questi ultimi indicatori infatti, il benessere viene interpretato come condizione di vita ottimale ed ideale, derivante dal possesso di qualche qualità desiderabile (la soddisfazione dei bisogni primari, la salute, il successo, la realizzazione professionale ecc.) in relazione ad un sistema valoriale condiviso all’interno di una determinata comunità.
I risultati di alcune ricerche (Diener – Suh – Oishi, 1997; Csikszentmihalyi – Wong, 1991) dimostrano però che il grado di benessere percepito può essere ricondotto solo in minima parte alle condizioni oggettive in cui si vive (si pensi ad alcuni settori specifici quali la salute mentale e la gerontologia) poiché si deve far riferimento anche alla personale attribuzione di significato agli eventi e alle esperienze.
Nasce così un filone di ricerca che si è concentrata sull’analisi dell’esperienza soggettiva del benessere o benessere soggettivo (Andrews – Robinson, 1991); soprattutto negli ultimi anni, negli Stati Uniti, si è sviluppato un ambito di indagine noto come SWB (Subjective Well-Being) che vuole differenziarsi dalla psicologia tradizionale perché va ad esaminare l’”esperienza interna” del benessere e cerca di “comprendere come le persone valutano la loro vita”(Diener, 1994).
Si tratta di un ambito interdisciplinare collegato ma distinto da quello più ampio relativo alla “Qualità della Vita”(Quality of Life: QoL).
Mentre il primo si riferisce all’esperienza del “sentirsi bene”, espressa in termini affettivi, il secondo comprende tutte le componenti che intervengono nella percezione che un individuo ha della propria posizione nella vita, nel contesto di una cultura e di un insieme di valori nel quale egli vive, anche in relazione ai propri obiettivi, aspettative, interessi.
La letteratura sul benessere soggettivo propone una mole di tradizionali studi correlazionali che connettono la “variabile” benessere ad altre variabili: tratti di personalità (Bostic – Ptacek, 2001), reddito (Cummins, 2000), qualità delle relazioni familiari (Sastre – Ferriere, 2000), riferimento ai valori e alla spiritualità (Daaleman, 1999), attività sociali e fisiche (Cooper – Okamura – Gurka, 1992), autostima (Schimmack – Diener, 2003) e adattabilità (Wrosch et al., 2003).
Le ricerche fino ad ora sviluppate hanno preso in considerazione prevalentemente campioni di popolazione di interesse clinico: le minoranze etniche e gli anziani.
Solo recentemente sono stati intensificati gli studi sugli adolescenti: una rassegna delle ricerche sul SWB nella popolazione giovanile si trova in Gilman – Huebner (2003); tali autori si sono anche occupati di una raccolta di strumenti specifici (vedi Gilman – Huebner 2000).
Queste ricerche indagano la relazione tra SWB e: realizzazione dei valori (Rask et al., 2002), soddisfazione scolastica (Katja et al., 2002), relazioni sociali (Hendry – Reid, 2000), dinamiche familiari (Rask et al., 2003), attività (Lowe, 2003), oppure misurano il livello generale di soddisfazione (Light, 2000).
In Italia, mentre le ricerche dedicate alla Qualità della Vita sono ormai diffuse (Inghilleri, 2003), il settore d’indagine sul benessere soggettivo è ancora poco sviluppato.
Anche nel nostro paese i contributi sono stati rivolti soprattutto alle problematiche adolescenziali (Cicognani – Zani, 1999), proprio perché considerata un’età difficile di costruzione della personalità, che coinvolge più agenti di sviluppo e di socializzazione, come la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari (Palmonari, 1997) l’adolescenza è stata individuata come fase evolutiva determinante per la promozione del benessere.
Gli studi si sono concentrati soprattutto sull’importanza che, per gli adolescenti, assumono le relazioni con gli altri significativi: i familiari (Bonino, 1997) e i coetanei (Ardone, 1998).
La famiglia e la scuola vengono di conseguenza identificati come i contesti più appropriati per lo studio e la promozione del benessere giovanile (Bonino – Cattelino, 2002).
Tali studi costituiranno la base teorica della ricerca da noi condotta.

Testimoni del nostro tempo: Giuseppe Lazzati

Lazzati, il mistico della concretezza Si prova sempre una certa emo¬zione quando si incontra una persona importante, di cui per anni si è letto sui quotidiani, una per¬sona vista e rivista in tv, di cui si co¬noscono le opere, una persona che si ammira e che, appunto, si vorreb¬be incontrare un giorno.
E questo incontro alla fine anche per me fu possibile e fu l’occasione gra¬dita e preziosa per vedere innanzi¬tutto in faccia l’uomo — occhi chia¬ri, penetranti, sereni — e quindi sco¬prirne l’indole, lo spirito, le aspira¬zioni di cristiano impegnato.
Era Giuseppe Lazzati, allora rettore del¬l’Università Cattolica.
L’incontro av¬venne durante una cena, in casa di un mio amico scrittore, scomparso nel 1999, Luigi Santucci, al quale spesso ho riconosciuto questo me¬rito.  L’argomento della nostra con¬versazione era a prima vista sempli¬cissimo, ma per il mio interlocutore molto appassionato e tormentato: la Chiesa.
Giuseppe Lazzati amava la Chiesa, di un amore — per dirla con Baudelaire — autentico e lacerante.
Quel giorno, vicino a lui, compresi che questo suo amore era drammatico nel senso più elevato del termine, ma anche nel senso quasi di ferita e tensione che il termine stesso contiene in sé.
Rivelava l’«incisione» che ti lascia nella vita l’amore quando diventa esigente; amore che può addirittura artigliarti la coscienza.
In Lazzati io riuscii a scorgere quella che gli antichi greci definivano orghé, ossia «ira», «passione impellente», intesa, però, nel suo senso primario come stato di necessità a parlare, che nasce da un’emozione interiore e dura finché non si coagula nella forza della comunicazione.
E l’amore per la Chiesa in Lazzati era proprio una necessità interiore, che si muoveva di continuo nel groviglio del nodo in¬teriore della persona, della coscien¬za, e poi alla fine riusciva a esplode¬re e a diventare comunicazione e, quindi, a entrare nella storia, nell’esistenza, nella società.
Allora trovava la quiete por¬tando con sé tutte le scaglie di luce e di tenebra che tale amore presenta.
Ebbi ancora modo di incon¬trare l’allora rettore all’ere¬mo di San Salvatore, sopra Erba (Co), dove vidi nel vol¬to di Lazzati un altro tratto fondamentale, che possono testimoniare coloro che l’hanno co¬nosciuto.
Ero lì per un ritiro ai gio¬vani di Azione cattolica e la sera Laz¬zati aveva partecipato alla messa da me celebrata; l’avevo proprio di fronte.
Mentre celebravo, di lui qualcosa mi catturava e addirittura mi distraeva: il suo particolare modo di essere in comunione con l’Infinito e con l’Eterno.
E provo soddisfazione al pensiero che egli sia ora sulla strada della beatificazione, in quanto, avendolo conosciuto, posso affermare di aver avuto — soprattutto in quel momento liturgico — un’impressio¬ne diretta della sua santità.
In lui si realizzavano pienamente le parole di sant’Agostino: Nolite quae¬rere a Deo nisi Deum («Non chiede¬te nulla a Dio se non Dio stesso»).
In quegli istanti, vedendolo tutto concentrato e preso dal divino, Lazzati rappresentava la definizione della preghiera formulata da Kierkegaard, secondo la quale pregare è come respirare: «È sciocco cercare un perché.
Perché respiro? Perché altrimenti morirei.
Lo stesso discorso vale per la preghiera».
E in Lazzati la preghiera era respiro, un respiro spontaneo.
E qui vorrei mettere in particolare risalto quest’aspetto, che rientra nell’area interiore, mistica dell’uomo, uno di quegli aspetti che spesso si preferisce trascurare parlando di persone illustri di cui amia¬mo soprattutto sottolineare, se non solo ricordare, l’attività pubblica.
Un altro tratto caratteristico, il più personale e il più diretto, ebbi la ventura di coglierlo poco tempo prima della sua morte.
Era il febbraio 1986 e ci eravamo trovati insieme a una tavola rotonda televisiva.
Alla fine lo accompagnai a casa e lì rimanemmo a parlare fino a tarda notte.
Il discorso cadde su La Pira, sul loro sodalizio, sulla loro visione utopica.
«È l’utopia che salva, non l’ordinaria amministrazione! – esclamava Lazzati –.
L’unica visione veramente feconda».
Ciò che notai in particolare fu la sua fiducia e speranza nel dialogo, nel dialogo con le culture e con gli orizzonti diversi.
Era un tema tanto caro a quel grande cristiano laico.
In quell’occasione gli citai alcune battute di un testo orientale che, secondo me, rappresentava bene il cammino del dialogo.
Lazzati ne rimase conquistato.
Un uomo, nel deserto di Giuda, se ne va per una valle pietrosa, ed ecco vede in lontananza un essere che si arrampica su una montagna, forse un animale.
L’uomo, dato il posto in cui si trova, pensa subito a qualcosa di pericoloso.
Tuttavia, avanza per riuscire a individuarlo meglio.
Intanto si accorge che anche l’altro si è avvicinato un poco e così scopre che non si tratta di un animale, bensì di un uomo.
Allora il cuore comincia ad allargarsi, anche se rimane un certo sospetto, perché questo è il deserto: un luogo di rischi e di insidie.
Alla fine i due si incontrano e si guardano e scoprono di essere fratelli, da tempo separati e lontani.
Un’ultima e conclusiva considerazione.
Soprattutto alla luce del Vaticano II — si ricordi il decreto sull’apostolato dei laici ( Apostolicam actuositatem — oggi si parla tanto di presenza, contributo, azione dei laici nella Chiesa.
Non si può, allora, tacere l’apporto fondamentale di Lazzati nel laicato cattolico italiano.
Egli resta un esempio di cristiano che, in tempi difficili — in particolare negli «anni di piombo» —, ha donato e messo in causa la sua vita per la Chiesa, in un servizio generoso, ma al tempo stesso umile, senza enfasi di circostanza, in un lento, quotidiano travaglio, all’ascolto di ogni voce e nell’accoglienza di ogni i¬stanza, anche diversa e problematica, per sottoporla a un dialogo.
Sono trascorsi vent’anni dalla promulgazione, da parte di Giovanni Paolo II, dell’esortazione apostolica Christifideles laici, sulla vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo.
Ripercorrendo questo testo per giungere poi all’appello finale dove si rinnova l’invito del «padrone di casa» di cui parla il Vangelo: «Andate anche voi nella mia vigna», un invito rivolto a tutti i laici, uomini e donne, si deve ben dire che Giuseppe Lazzati ha veramente incarnato il modello di laico che la Chiesa, nel suo magistero, propone e ripropone perché si mantenga sempre viva quella coscienza ecclesiale, la coscienza cioè di essere membri della Chiesa di Cristo con dignità, nella partecipazione alla vita della Chiesa in piena corresponsabilità.
Pertanto, è giusto e doveroso collocare la figura di Lazzati tra i grandi laici impegnati del Novecento.
Ma direi non tanto per cercarvi un «maestro » (titolo che egli avrebbe certamente respinto), quanto un «testimone ».
Una testimonianza che poteva essere definita — per usare le parole di un grande amico di Lazzati, Paolo VI, nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi — come «il primo mezzo di evangelizzazione», poiché «l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni».
Questa fu la testimonianza di Lazzati, uomo immerso nel mondo e totalmente presente nell’impegno secolare, senza mai rinunciare a una profonda vita interiore: continuo contatto col mondo, con l’uomo, con la terra nell’azione, ma, nello stesso tempo, continuo contatto con Dio nella preghiera, nella vita sacramentale e liturgica e nella contemplazione.
Gianfranco Ravasi

La certificazione delle competenze

Le disposizioni legislative (legge 169/2008 e decreto legislativo 59/2004) prevedono che al termine della scuola primaria e della scuola secondaria di I grado sia rilasciata allo studente la certificazione delle competenze.
Una certificazione che riguarda più di un milione e 200 mila ragazzi.
Finora questo non è ancora avvenuto, soprattutto per il fatto che deve essere predisposto un modello nazionale di certificazione, definito da un decreto del ministro dell’istruzione.
Sia il ministro Moratti che il ministro Fioroni hanno rinviato l’emanazione di questo decreto in considerazione del fatto che la materia è molto complessa e ingarbugliata, a cominciare dalla mancanza di una definizione condivisa di competenza.
Da un paio d’anni le scuole sperimentano in proprio la certificazione delle competenze ispirandosi ad un modello suggerito da una circolare ministeriale.
Quest’anno la legge 169/2008 non solo ha ribadito che la certificazione va rilasciata al termine della scuola elementare e della scuola media, ma ha anche disposto che sia accompagnata da un voto in decimi.
Una decisione che, anziché chiarire, ha complicato ancor di più la questione.
Il ministero, in attesa di dipanare la matassa, ha pensato bene di rinviare anche per quest’anno il varo ufficiale del modello di certificazione, prolungando la fase sperimentale precedente.
La domanda delle scuole, a questo punto, è diventata questa: vi è obbligo o facoltà di sperimentare? La circolare n.
50 prevede che “le istituzioni scolastiche dispongono in modo autonomo forme e modalità della certificazione”: una formula un po’ criptica che può fare intendere che la sperimentazione è dovuta.
Ma la circolare successiva, la n.
51 dà, in proposito, una interpretazione autentica della precedente, affermando, infatti, che “le istituzioni scolastiche potranno procedere alla sperimentazione di propri modelli sulla base delle esperienze condotte negli anni precedenti.” Si dice potranno anziché dovranno, un termine che non lascia dubbi interpretativi sulla facoltà delle scuole di procedere alla certificazione delle competenze per quest’anno.
tuttoscuola.com

Scuola primaria – Giugno

Ormai si avvicina la fine della scuola ed è bene ripercorrere velocemente le varie tappe del percorso “Per i diritti di tutti” che è stato il filo conduttore per la programmazione di quest’anno scolastico.
Gli insegnanti potranno riguardare la sintesi della programmazione mensile e i riferimenti al tema che si trovano al fondo di ogni unità di apprendimento.
Sarebbe opportuno riprendere anche i momenti principali del percorso svolto con i bambini per renderli maggiormente consapevoli degli argomenti trattati.
Si può realizzare quest’attività oralmente  o costruendo un semplice cartellone.  In una delle ultime lezioni ricordarsi di consegnare a ogni bambino il diploma “I diritti dei bambini” che contiene i diritti dell’infanzia  riassunti con  alcune frasi e scritti in un linguaggio semplice.
In fondo al foglio del diploma, ogni insegnante porrà la propria firma per “certificare” il percorso fatto.
Sarebbe significativo organizzare una festa per la consegna dei diplomi, in ogni singola classe, o una cerimonia collettiva di tutte le classi coinvolte nella scuola.

Livelli di responsabilità e autonomia delle scuole in Europa

Il  bollettino, oltre ad includere un quadro politico e storico delle riforme a livello europeo sull’autonomia scolastica, si sofferma ad analizzare i livelli di responsabilità delle scuole nella gestione dei finanziamenti e delle risorse umane.
<!– /* Style Definitions */ p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal {mso-style-parent:""; margin:0cm; margin-bottom:.0001pt; mso-pagination:widow-orphan; font-size:12.0pt; font-family:"Times New Roman"; mso-fareast-font-family:"Times New Roman";} @page Section1 {size:612.0pt 792.0pt; margin:70.85pt 2.0cm 2.0cm 2.0cm; mso-header-margin:36.0pt; mso-footer-margin:36.0pt; mso-paper-source:0;} div.Section1 {page:Section1;} — L’attenzione si sposta poi sull’autonomia didattica degli insegnanti per quanto concerne i contenuti curricolari, i metodi di insegnamento e la valutazione degli alunni.
La parte finale presenta, inoltre, i principali modelli di valutazione delle scuole e degli insegnanti nei sistemi scolastici europei.
SCARICA PDF:  bollettino_autonomia_scolastica (1.22 MB) Nello studio dell’Unità Italiana di Eurydice Livelli di responsabilità e autonomia delle scuole in Europa (questo il link diretto allo studio e questo alla nostra presentazione dello studio) emergono dunque confronti con Paesi europei che possono farci capire meglio la scuola che viviamo e quella che potremmo vivere.
Per quello che riguarda l’utilizzo dei fondi pubblici, lo studio ci inserisce nel gruppo di paesi per cui il grado di autonomia cambia a seconda della categoria di spesa.
Le scuole italiane, ancorché vincolate dai livelli di trasferimento dei fondi da parte del Ministero e dai provvedimenti in tema di centralizzazione degli acquisti, sarebbero autonome per le spese di funzionamento, e per l’acquisto di attrezzature informatiche, mentre non sono autonome per le spese e/o acquisizioni di beni immobili (pag.
7).
Nell’utilizzo dei fondi privati (da donazioni, sponsorizzazioni, affitto di locali scolastici, prestiti), le scuole italiane sarebbero completamente autonome per ogni uso (pag.
8).
A nostro avviso, è giusto usare il condizionale per queste fattispecie, dato che l’apporto di risorse private è ancora poco diffuso nel sistema scolastico italiano.
Un capitolo interessante è dato dalla comparazione con gli altri Paesi circa l’autonomia delle scuole nella gestione delle risorse umane.
In Italia le scuole non svolgono selezioni per i posti vacanti o per le sostituzioni di insegnanti assenti, non licenziano docenti, non definiscono compiti e responsabilità, e possono comminare tuttalpiù sanzioni disciplinari.
Lo studio accomuna, con profili leggermente differenti, la nostra situazione a quella di Irlanda, Grecia, Francia, Cipro, Malta, Belgio,Germania, Lussemburgo e Portogallo, e ci distingue dunque dal resto dei paesi europei (pagg.
9-11).
Più avanti nello studio (pag.
15), il Bollettino commenta che “in circa la metà dei paesi europei, la selezione degli insegnanti non rientra nella responsabilità degli istituti scolastici.
Tuttavia, quando la selezione spetta a questi ultimi, il capo di istituto partecipa sempre alla decisione”.
Per quello che riguarda la definizione del curriculo minimo obbligatorio, la scuola italiana, al pari di quelle della maggioranza dei Paesi, non ha nessuna autonomia, mentre è completamente autonoma (qui la situazione europea è più variegata) per quanto riguarda la definizione delle materie opzionali e la scelta dei libri di testo (pagg.
16-21).
Anche per quello che riguarda la valutazione degli alunni, l’autonomia scolastica in Italia è totale.
Infine per quello che riguarda la cosiddetta accountability (definita non solo come “l’assunzione di responsabilità, ma più specificamente un sistema di regole e criteri trasparente, secondo il quale un soggetto accetta anticipatamente di «render conto» ad altri di proprie azioni o risultati specificati”), l’Italia si distingue da praticamente tutto il resto di Europa per l’assenza di valutazione.
Assenza di valutazione esterna dei i singoli istituti scolastici (pag.
28), e assenza di valutazione individuale o collettiva degli insegnanti, effettuata in qualsiasi maniera (pag.
29).
Insomma, c’è di che riflettere.
——————————————————————————– tuttoscuola.com martedì 19 maggio 2009

Il cardinale John Henry Newman

Parlando di Newman, Leone XIII lo chiamava “il mio cardinale”, e aggiungeva “non è stato facile, non è stato facile.
Dicevano che fosse troppo liberale, ma io avevo deciso di onorare la Chiesa onorando Newman.
Ho sempre avuto un culto per lui.
Ho dato prova che ero capace di onorare un tale uomo”.
Il Papa lo diceva a Lord Selborne che, in una udienza del 26 gennaio 1888, gli consegnava un messaggio da parte di Newman.
Infatti già da nunzio in Belgio (dagli inizi del 1843 agli inizi del 1846), Pecci era ben informato sul movimento di Oxford.
Ed è interessante che l’affermazione:  “Ho sempre avuto un culto per lui” venga dal Papa dell’Aeterni Patris e della rinascita del tomismo.
Quella nomina, auspicata particolarmente dal laicato cattolico inglese e di cui già si vociferava, era stata piuttosto laboriosa per il fraintendimento della sua difficoltà a lasciare l’oratorio di Birmingham:  intenderlo e presentarlo al Papa come un rifiuto non era dispiaciuto troppo al cardinale Manning, nel quale la porpora di Newman non suscitava un eccessivo entusiasmo.
Newman poi precisò che non si trattava di un rifiuto, e il Papa stesso era disposto a una deroga.  Il duca di Norfolk, che sosteneva fortemente quella nomina, già nel dicembre del 1878 l’aveva prospettata a Leone XIII, trovando che il Papa non aveva nessun pregiudizio contro Newman e nessuna avversione nei confronti dei suoi scritti.
La questione venne risolta con la lettera del Segretario di Stato, il cardinale Lorenzo Nina, che  il  15 marzo 1879 comunicava ufficialmente a Newman la decisione di Leone XIII di conferirgli la porpora.
Newman giunse a Roma il 24 aprile e vi rimase fino al 4 giugno, presso l’Hotel Bristol, in via Sistina 48, in uno stato di salute estremamente precario.
Scrivendo al suo vescovo Ullathorne, il 3 luglio, mentre ricordava la “simpatia” e “gli onori” smisurati di cui era stato fatto oggetto, e in particolare la “tenerezza”, l'”affettuosa tenerezza” del Papa, lo informava di non aver potuto celebrare l’Eucaristia più di tre volte, e del resto alcune sue lettere le aveva dettate dal letto.
Durante quelle settimane venne ricevuto due volte da Leone XIII, che si informava continuamente della salute del “suo” cardinale.
La prima udienza avvenne il 27 aprile.
Ricordandola in una lettera del 2 maggio all’oratoriano Henry Bittleston, Newman scrive:  “Il Santo Padre mi ha ricevuto molto affettuosamente, stringendo la mia mano nella sua.
Mi ha chiesto:  “Intende continuare a guidare la Casa di Birmingham?”.
Risposi:  “Dipende dal Santo Padre”.
Egli riprese:  “Bene.
Desidero che continuiate a dirigerla”, e parlò a lungo di questo”.
Il Papa gli rivolge ancora “diverse domande” sulla casa di Birmingham, se fosse bella, sulla chiesa, sul numero dei religiosi, sulla loro età, su dove avesse studiato teologia.
Prima di congedarsi, Newman fece omaggio a Leone XIII di una copia dell’edizione romana delle sue quattro Dissertazioni Latine, e aggiunge, nella stessa lettera a Bittleston, d’aver rilevato la larga bocca del Papa, il suo ampio e gradevole sorriso, la sua “carnagione molto chiara” e il suo “parlare lento e nitido all’italiana”.
La seconda udienza, di congedo, avvenne il 2 giugno, nell’imminenza del ritorno in Inghilterra.
Newman sottopose al Papa varie richieste, e il 4 lasciò Roma per Livorno, dove rimase, malato, fino al 20 giugno, per arrivare a Birmingham il primo luglio.
Aveva ricevuto il Biglietto, recatogli da monsignor Romagnoli, la mattina del lunedì 12 maggio, presso il Palazzo della Pigna.
Il giorno dopo il Papa gli avrebbe imposto la berretta cardinalizia, e nel concistoro pubblico del 15 seguente il galero.
Insieme, tra gli altri, con Giuseppe Pecci, fratello del Papa, Tommaso Maria Zigliara, domenicano – tutt’e due eminenti studiosi di filosofia e teologia tomista – e il celebre storico Joseph Hergenröther.
Come cardinale diacono gli era stato assegnato il titolo di San Giorgio al Velabro.
Il motto dello stemma, attinto a san Francesco di Sales, era suggestivo ed eloquente, Cor ad cor loquitur, e rendeva perfettamente lo spirito di Newman, per il quale la parola non si comunica per pura ed esclusiva via astratta ma per i rapporti concretamente creati da una interiore affinità; d’altra parte, si conosce non solo con la mente, ma con tutta la persona, e quindi con l’affectus, secondo l’affermazione di Gregorio Magno:  Amor ipse notitia, l’amore è in se stesso fonte e principio di conoscenza, ossia amare è conoscere.
I testimoni di quel concistoro pubblico hanno riportato l’impressione e il commento che la figura diafana di Newman, dai capelli bianchi e dal marcato profilo, avvolta nella porpora, suscitava nelle dame di Roma:  “Che bel vecchio! Che figura! Pallido sì, ma bellissimo!” (cfr.
Sheridan Gilley, Newman and his age, p.
402).
Un oratoriano della comunità, parlando di Newman, tornato a Birmingham e presente alle celebrazioni nella chiesa di Edgbaston, osservava:  “Il suo aspetto era magnifico, mentre stava seduto di fronte ai fedeli che riempivano il tempio.
Il suo volto sembrava quello di un angelo, con i suoi lineamenti, ormai familiari per noi, addolciti e spiritualizzati adesso dalla salute fragile, e con la sua delicata costituzione e i capelli argentei, che contrastavano con le sfumature rosse dei suoi splendidi e insoliti vestiti” (citato da José Morales Marín, John Henry Newman.
La vita).
Il cardinalato e l’accoglienza di Leone XIII, oltre che una riparazione per la diffidenza che per anni aveva circondato la vita e l’opera di Newman, erano soprattutto il riconoscimento del valore del suo ampio e lungo magistero.
Ed è molto significativo che “L’Osservatore Romano” del 14 maggio, la vigilia del concistoro pubblico, pubblicasse in prima pagina il discorso pronunziato da Newman dopo la consegna del Biglietto di nomina, il 12 maggio, dove faceva un rapido bilancio della sua vita e dove trattava di un tema che appare ancora di impressionante attualità:  quello del liberalismo religioso.
Newman, dopo aver iniziato a parlare “nell’armoniosa lingua” italiana, continuando in inglese, manifestava la sua “meraviglia e gratitudine profonda” per la sua nomina, dichiarando di sentirsi sopraffatto dall'”indulgenza e dall’amore del Santo Padre” nell’eleggerlo a un “onore tanto smisurato”:  “È stata una grande sorpresa.
Siffatta esaltazione non mi era mai venuta in mente e pareva non avere attinenza alcuna con il mio passato.
Avevo incontrato molte traversie, ma erano finite, e ormai era quasi giunto per me il termine di ogni cosa.
Stavo in pace”.
“Il Santo Padre ebbe simpatia per me, e mi disse perché mi sollevava a sì alto posto.
Egli giudicava questo atto un riconoscimento del mio zelo e del mio servizio per tanti anni nella Chiesa cattolica; riteneva inoltre che qualche attestato del suo favore avrebbe fatto piacere ai cattolici inglesi e anche all’Inghilterra protestante”.
Aggiungeva il neoeletto cardinale:  “In un lungo corso di anni ho fatto molti sbagli.
Sono lontano da quell’alta perfezione che è propria degli scritti dei santi (…) ma ciò che confido di potermi attribuire in quanto ho scritto è questo:  la retta intenzione, l’immunità da interessi privati, la disposizione all’obbedienza, la prontezza a essere corretto, il grande timore di sbagliare, la brama di servire la Santa Chiesa, e, per divina misericordia, sufficiente buon successo”.
E proseguiva:  “Godo nel dire che a un gran male mi sono opposto fin dal principio.
Per trenta, quaranta, cinquant’anni anni ho resistito, con tutte le mie forze, allo spirito del liberalismo religioso, e mai la Chiesa ebbe come oggi più urgentemente bisogno di oppositori contro di esso, mentre, ahimé, questo errore si stende come una rete su tutta la terra”.
“Il liberalismo religioso è la dottrina secondo la quale non esiste nessuna verità positiva in campo religioso, ma che qualsiasi credo è buono come qualunque altro; e questa è la dottrina che, di giorno in giorno, acquista consistenza e vigore.
Questa posizione è incompatibile con ogni riconoscimento di una religione come vera.
Esso insegna che tutte sono da tollerare, in quanto sono tutte materia di opinione.
La religione rivelata non è verità, ma sentimento e gusto, non fatto obiettivo (…) Ogni individuo ha diritto a interpretarla a modo suo (…) Si può andare nelle chiese protestanti e in quelle cattoliche; si può ristorare lo spirito in ambedue e non appartenere a nessuna.
Si può fraternizzare insieme in pensieri e affari spirituali, senza avere dottrina comune o vederne la necessità.
Poiché la religione è un fatto personale e un bene esclusivamente privato, la dobbiamo ignorare nei rapporti reciproci”.
Newman aggiungeva:  “La bella struttura della società che è l’opera del cristianesimo, sta ripudiando il cristianesimo”; “Filosofi e politici vorrebbero surrogare anzitutto un’educazione universale, affatto secolare (…
che) provvede le ampie verità etiche fondamentali di giustizia, benevolenza, veracità e simili”; sennonché – osserva Newman – un tale progetto è diretto “a rimuovere e ad escludere la religione”.
È difficile non riconoscere la rovinosa attualità di questo liberalismo religioso, che preoccupava Newman nel 1879:  oggi si sta esattamente e largamente avverando e diffondendo la persuasione che le religioni siano equivalenti, che sia indifferente e non pertinente la questione della loro verità, che una confessione o una Chiesa si equivalgono.
E che, in ogni caso, la religione appartiene esclusivamente all’ambito privato e personale, senza riflessi sociali.
A non mancare di equivocità è talora lo stesso dialogo interreligioso:  quando cioè dovesse attutire la coscienza che, alla fine, a importare è la religione vera.
La confusione che al riguardo si sta creando, all’interno stesso di esperienze cristiane elitarie, e “profetiche”, come le chiamano, è mirabile e singolare, ma è assolutamente contraria al Vangelo e alla tradizione ecclesiale.
Parlano del Popolo di Dio e ne annebbiano le certezze.
Anche l’altro, e connesso, rilievo di Newman appare di sorprendente attualità:  quello relativo allo smantellamento della “cultura” cristiana e delle sue risorse educative, con il pretesto della “laicità” e dei valori “laici”, come diciamo oggi:  il neocardinale parlava di “giustizia, benevolenza”, noi solitamente di “solidarietà”.
Ma una pura educazione “laica” condotta nell’indifferenza religiosa è incapace di fondare un’etica ed è fatalmente destinata a educare al nulla.
Oggi chi afferma una cosa stramba o antiecclesiale si autofregia del titolo di profeta; lo fu invece davvero Newman, le cui opere con la loro finezza storica e psicologica, con la loro bellezza poetica, e con lo splendore della loro verità, hanno impreziosito per sempre la Chiesa.
(©L’Osservatore Romano – 20 maggio 2009)

Lettera ai cercatori di Dio

La “Lettera ai cercatori di Dio” è stata preparata per iniziativa della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi della Conferenza Episcopale Italiana, come sussidio offerto a chiunque voglia farne oggetto di lettura personale, oltre che come punto di partenza per dialoghi destinati al primo annuncio della fede in Gesù Cristo, all’interno di un itinerario che possa introdurre all’esperienza della vita cristiana nella Chiesa.
Il Consiglio Episcopale Permanente ne ha approvato la pubblicazione nella sessione del 22-25 settembre 2008.
“Frutto di un lavoro collegiale che ha coinvolto vescovi, teologi, pastoralisti, catecheti ed esperti nella comunicazione, la Lettera si rivolge ai “cercatori di Dio”, a tutti coloro, cioè, che sono alla ricerca del volto del Dio vivente.
Lo sono i credenti, che crescono nella conoscenza della fede proprio a partire da domande sempre nuove, e quanti – pur non credendo – avvertono la profondità degli interrogativi su Dio e sulle cose ultime” scrive nella presentazione S.E.
Mons.
Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto e Presidente della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi.
La Lettera vorrebbe suscitare attenzione e interesse anche in chi non si sente in ricerca, nel pieno rispetto della coscienza di ciascuno, con amicizia e simpatia verso tutti.
Il testo parte da alcune domande che ci sembrano diffuse nel vissuto di molti, per poi proporre l’annuncio cristiano e rispondere alla richiesta: dove e come incontrare il Dio di Gesù Cristo? Ovviamente, la Lettera non intende dire tutto: essa vuole piuttosto suggerire, evocare, attrarre a un successivo approfondimento, per il quale si rimanda a strumenti più adatti e completi, fra cui spiccano il Catechismo della Chiesa Cattolica e i Catechismi della Conferenza Episcopale Italiana.
“La Commissione Episcopale si augura che la Lettera possa raggiungere tanti e suscitare reazioni, risposte, nuove domande, che aiutino ciascuno a interrogarsi sul Dio di Gesù Cristo e a lasciarsi interrogare da Lui – aggiunge Monsignor Forte -.
Affida perciò al Signore queste pagine e chi le leggerà, perché sia Lui a farne strumento della Sua grazia”.
Documenti allegati:Lettera.doc

La settimana in Terra Santa di Benedetto XVI

Qui di seguito è riprodotto il discorso con cui Benedetto XVI ha concluso il suo viaggio, venerdì 15 maggio.
Ma più sotto è riportato anche il discorso pronunciato la stessa mattina dal papa a Gerusalemme, nella basilica del Santo Sepolcro, ultima tappa del suo pellegrinaggio nei Luoghi Santi.
Benedetto XVI l’ha pronunciato subito dopo aver pregato in ginocchio sulla tomba vuota di Gesù, quella della risurrezione.
E fin dall’inizio ha tenuto a proclamare che all’infuori di Gesù risorto “non vi è sotto il cielo altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati”.
Queste parole non sono una citazione della “Dominus Iesus”, la dichiarazione “sull’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa” emessa nel 2000 dall’allora cardinale Joseph Ratzinger e criticata anche da molti ebrei.
Ma sono la predicazione di Pietro, nel capitolo quarto degli Atti degli Apostoli.
E oggi del suo successore.
A tutti coloro che soffrono nella terra che fu di Gesù, siano essi ebrei o arabi, cristiani o musulmani, Benedetto XVI ha voluto dare questa consegna, davanti alla tomba vuota del Risorto: “La tomba vuota ci parla di speranza, quella stessa che non ci delude, poiché è dono dello Spirito della vita.
Questo è il messaggio che oggi desidero lasciarvi, a conclusione del mio pellegrinaggio nella Terra Santa”.
__________ Discorso di congedo all’aeroporto di Tel Aviv, 15 maggio 2009 di Benedetto XVI Signor presidente, signor primo ministro, eccellenze, signore e signori, mentre mi dispongo a ritornare a Roma, vorrei condividere con voi alcune delle forti impressioni che il mio pellegrinaggio in Terra Santa ha lasciato dentro di me.
[…] Signor presidente, lei ed io abbiamo piantato un albero di ulivo nella sua residenza, nel giorno del mio arrivo in Israele.
L’albero di ulivo, come ella sa, è un’immagine usata da san Paolo per descrivere le relazioni molto strette tra cristiani ed ebrei.
Nella sua lettera ai Romani, Paolo descrive come la Chiesa dei gentili sia come un germoglio di ulivo selvatico, innestato nell’albero di ulivo buono che è il popolo dell’alleanza (cfr.
11, 17-24).
Traiamo il nostro nutrimento dalle medesime radici spirituali.
Ci incontriamo come fratelli, fratelli che in certi momenti della storia comune hanno avuto un rapporto teso, ma sono adesso fermamente impegnati nella costruzione di ponti di duratura amicizia.
La cerimonia al palazzo presidenziale è stata seguita da uno dei momenti più solenni della mia permanenza in Israele – la mia visita al Memoriale dell’Olocausto a Yad Vashem, dove ho reso omaggio alle vittime della Shoah.
Lì ho anche incontrato alcuni dei sopravvissuti.
Quegli incontri profondamente commoventi hanno rinnovato ricordi della mia visita di tre anni fa al campo della morte di Auschwitz, dove così tanti ebrei – madri, padri, mariti, mogli, figli, figlie, fratelli, sorelle, amici – furono brutalmente sterminati sotto un regime senza Dio che propagava un’ideologia di antisemitismo e odio.
Quello spaventoso capitolo della storia non deve essere mai dimenticato o negato.
Al contrario, quelle buie memorie devono rafforzare la nostra determinazione ad avvicinarci ancor più gli uni agli altri come rami dello stesso ulivo, nutriti dalle stesse radici e uniti da amore fraterno.
Signor presidente, la ringrazio per il calore della sua ospitalità, molto apprezzata, e desidero che consti il fatto che sono venuto a visitare questo paese da amico degli israeliani, così come sono amico del popolo palestinese.
Gli amici amano trascorrere del tempo in reciproca compagnia e si affliggono profondamente nel vedere l’altro soffrire.
Nessun amico degli israeliani e dei palestinesi può evitare di rattristarsi per la continua tensione fra i vostri due popoli.
Nessun amico può fare a meno di piangere per le sofferenze e le perdite di vite umane che entrambi i popoli hanno subito negli ultimi sei decenni.
Mi consenta di rivolgere questo appello a tutto il popolo di queste terre: Non più spargimento di sangue! Non più scontri! Non più terrorismo! Non più guerra! Rompiamo invece il circolo vizioso della violenza.
Possa instaurarsi una pace duratura basata sulla giustizia, vi sia vera riconciliazione e risanamento.
Sia universalmente riconosciuto che lo Stato di Israele ha il diritto di esistere e di godere pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti.
Sia ugualmente riconosciuto che il popolo palestinese ha il diritto a una patria indipendente sovrana, a vivere con dignità e a viaggiare liberamente.
Che la “two-State solution”, la soluzione di due Stati, divenga realtà e non rimanga un sogno.
E che la pace possa diffondersi da queste terre; possano essere “luce per le nazioni” (Isaia 42, 6), recando speranza alle molte altre regioni che sono colpite da conflitti.
Una delle visioni più tristi per me durante la mia visita a queste terre è stato il muro.
Mentre lo costeggiavo, ho pregato per un futuro in cui i popoli della Terra Santa possano vivere insieme in pace e armonia senza la necessità di simili strumenti di sicurezza e di separazione, ma rispettandosi e fidandosi l’uno dell’altro, nella rinuncia ad ogni forma di violenza e di aggressione.
Signor presidente, so quanto sarà difficile raggiungere quell’obiettivo.
So quanto sia difficile il suo compito e quello dell’autorità palestinese.
Ma le assicuro che le mie preghiere e le preghiere dei cattolici di tutto il mondo la accompagnano mentre ella prosegue nello sforzo di costruire una pace giusta e duratura in questa regione.
[…] A tutti dico: grazie e che il Signore sia con voi.
Shalom! Quanto al muro che divide Israele dai Territori, la critica che molti ebrei fanno alla Santa Sede è di trascurarne la finalità di barriera di sicurezza, contro le incursioni terroristiche, e di parteggiare più per i palestinesi che per gli israeliani.
Nel suo discorso finale, il papa si è così espresso in proposito: “Una delle visioni più tristi per me durante la mia visita a queste terre è stato il muro.
Mentre lo costeggiavo, ho pregato per un futuro in cui i popoli della Terra Santa possano vivere insieme in pace e armonia senza la necessità di simili strumenti di sicurezza e di separazione, ma rispettandosi e fidandosi l’uno dell’altro, nella rinuncia ad ogni forma di violenza e di aggressione”.
Dicendo così, Benedetto XVI ha riconosciuto da un lato le afflizioni che la barriera infligge al popolo palestinese ma dall’altro – esplicitamente – anche la sua natura di “strumento di sicurezza” per Israele.
E ha invitato tutti, affinché questo muro possa cadere, a coniugare sicurezza e fiducia reciproca, come già aveva fatto lunedì 11 maggio a Gerusalemme, durante la visita “dell’ulivo” al palazzo presidenziale, riflettendo sul doppio significato della parola biblica “betah”.
Inoltre, sempre nel discorso finale all’aeroporto di Tel Aviv, nell’invocare la fine della guerra e del terrorismo e nell’auspicare una “two-State solution”, il papa ha ribadito la necessità che “sia universalmente riconosciuto che lo Stato di Israele ha il diritto di esistere e di godere pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti”.
Con ciò papa Ratzinger è andato incontro alla richiesta che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu gli aveva fatto il giorno precedente a Nazaret, in un colloquio a porte chiuse: quella di condannare le posizioni negazioniste dell’Iran circa l’esistenza dello Stato d’Israele Aveva iniziato il suo viaggio dal Monte Nebo ricordando “l’inseparabile vincolo che unisce la Chiesa al popolo ebreo” ed esprimendo “il desiderio di superare ogni ostacolo che si frappone alla riconciliazione fra cristiani ed ebrei”.
L’ha concluso, venerdì 15 maggio all’aeroporto di Tel Aviv, di nuovo all’insegna di questa prossimità tra i due popoli.
Nel salutare il presidente di Israele prima di ripartire per Roma, Benedetto XVI ha tenuto a dire che l’ulivo piantato da loro assieme nel giardino del palazzo presidenziale è “l’immagine usata da san Paolo per descrivere le relazioni molto strette tra cristiani ed ebrei”.
La Chiesa delle genti è l’ulivo selvatico innestato sull’ulivo buono che è il popolo dell’alleanza.
Si nutrono dalla stessa radice.
Curiosamente, nel suo discorso finale, questa dell’ulivo ebraico-cristiano è stata la prima immagine richiamata da Benedetto XVI nel rivelare i momenti del viaggio che hanno lasciato dentro di lui “le più forti impressioni”.
A questa immagine egli ha fatto seguire due altre istantanee salienti: il memoriale di Yad Vashem e il muro divisorio tra Israele e i Territori.
Entrambi questi momenti avevano procurato al papa delle critiche.
A Yad Vashem lo si era rimproverato d’essere stato elusivo e freddo nel descrivere e condannare la Shoah, quando in realtà Benedetto XVI – come sempre impolitico – si era distaccato dalle formule usuali per svolgere piuttosto una riflessione originale e profonda sul “nome” di tutte le vittime di allora e di sempre, fin dal tempo di Abele.
Nome indelebile non tanto perché impresso nella memoria degli uomini, ma perchè custodito in vita irrevocabilmente in Dio.
Nome che nella Bibbia coincide con la persona e la missione di ogni creatura.
Su questo punto, nel discorso finale, papa Joseph Ratzinger ha implicitamente risposto ai critici ricordando la sua visita del 2006 ad Auschwitz, “dove così tanti ebrei – madri, padri, mariti, mogli, figli, figlie, fratelli, sorelle, amici – furono brutalmente sterminati sotto un regime senza Dio che propagava un’ideologia di antisemitismo e odio.
Quello spaventoso capitolo della storia non deve essere mai dimenticato o negato”.
Ma soprattutto il papa ha voluto incoraggiare a ricavare dalla riflessione sulla Shoah un motivo in più di rappacificazione tra cristiani ed ebrei, di nuovo ricorrendo al simbolo dell’ulivo: “Quelle buie memorie devono rafforzare la nostra determinazione ad avvicinarci ancor più gli uni agli altri come rami dello stesso ulivo, nutriti dalle stesse radici e uniti da amore fraterno”.
Benedetto XVI l’ha pronunciato subito dopo aver pregato in ginocchio sulla tomba vuota di Gesù, quella della risurrezione.
E fin dall’inizio ha tenuto a proclamare che all’infuori di Gesù risorto “non vi è sotto il cielo altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati”.
Queste parole non sono una citazione della “Dominus Iesus”, la dichiarazione “sull’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa” emessa nel 2000 dall’allora cardinale Joseph Ratzinger e criticata anche da molti ebrei.
Ma sono la predicazione di Pietro, nel capitolo quarto degli Atti degli Apostoli.
E oggi del suo successore.
A tutti coloro che soffrono nella terra che fu di Gesù, siano essi ebrei o arabi, cristiani o musulmani, Benedetto XVI ha voluto dare questa consegna, davanti alla tomba vuota del Risorto: “La tomba vuota ci parla di speranza, quella stessa che non ci delude, poiché è dono dello Spirito della vita.
Questo è il messaggio che oggi desidero lasciarvi, a conclusione del mio pellegrinaggio nella Terra Santa”.
Discorso nella basilica del Santo Sepolcro, Gerusalemme, 15 maggio 2009 di Benedetto XVI Cari amici in Cristo, l’inno di lode che abbiamo appena cantato ci unisce alle schiere angeliche ed alla Chiesa di ogni tempo e luogo – “il glorioso coro degli apostoli, la nobile compagnia dei profeti e la candida schiera dei martiri” – mentre diamo gloria a Dio per l’opera della nostra redenzione, compiuta nella passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo.
Davanti a questo Santo Sepolcro, dove il Signore “ha vinto l’aculeo della morte e aperto il regno dei cieli ad ogni credente”, vi saluto tutti nella gioia del tempo pasquale.
[…]  Il Vangelo di san Giovanni ci ha trasmesso un suggestivo racconto della visita di Pietro e  del discepolo amato alla tomba vuota nel mattino di Pasqua.
Oggi, a distanza di circa venti secoli, il successore di Pietro, il vescovo di Roma, si trova davanti a quella stessa tomba vuota e contempla il mistero della risurrezione.
Sulle orme dell’Apostolo, desidero ancora una volta proclamare, davanti agli uomini e alle donne del nostro tempo, la salda fede della Chiesa che Gesù Cristo “fu crocifisso, morì e fu sepolto”, e che “il terzo giorno risuscitò dai morti”.
Innalzato alla destra del Padre, egli ci ha mandato il suo Spirito per il perdono dei peccati.
All’infuori di Lui, che Dio ha costituito Signore e Cristo, “non vi è sotto il cielo altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati” (Atti 4, 12).
Trovandoci in questo santo luogo e considerando quel meraviglioso evento, come potremmo  non sentirci “trafiggere il cuore” (cfr.
Atti 2, 37), alla maniera di coloro che per primi udirono la predicazione di Pietro nel giorno di Pentecoste? Qui Cristo morì e risuscitò, per non morire mai più.
Qui la storia dell’umanità fu definitivamente cambiata.
Il lungo dominio del peccato e della morte venne distrutto dal trionfo dell’obbedienza e della vita; il legno della croce svela la verità circa il bene e il male; il giudizio di Dio fu pronunciato su questo mondo e la grazia dello Spirito Santo venne riversata sull’umanità intera.
Qui Cristo, il nuovo Adamo, ci ha insegnato che mai il male ha l’ultima parola, che l’amore è più forte della morte, che il nostro futuro e quello dell’umanità sta nelle mani di un Dio provvido e fedele.
La tomba vuota ci parla di speranza, quella stessa che non ci delude, poiché è dono dello Spirito della vita (cfr.
Romani 5, 5).
Questo è il messaggio che oggi desidero lasciarvi, a conclusione del mio pellegrinaggio nella Terra Santa.
Possa la speranza levarsi sempre di nuovo, per la grazia di Dio, nel cuore di ogni persona che vive in queste terre! Possa radicarsi nei vostri cuori, rimanere nelle vostre famiglie e comunità ed ispirare in ciascuno di voi una testimonianza sempre più fedele al Principe della Pace.
La Chiesa in Terra Santa, che ben spesso ha sperimentato l’oscuro mistero del Golgota, non deve mai cessare di essere un intrepido araldo del luminoso messaggio di speranza che questa tomba vuota proclama.
Il Vangelo ci dice che Dio può far nuove tutte le cose, che la storia non necessariamente si ripete, che le memorie possono essere purificate, che gli amari frutti della recriminazione e dell’ostilità possono essere superati, e che un futuro di giustizia, di pace, di prosperità e di collaborazione può sorgere per ogni uomo e donna, per l’intera famiglia umana, ed in maniera speciale per il popolo che vive in questa terra, così cara al cuore del Salvatore.
Quest’antica chiesa dell’Anastasis reca una sua muta testimonianza sia al peso del nostro  passato, con tutte le sue mancanze, incomprensioni e conflitti, sia alla promessa gloriosa che continua ad irradiare dalla tomba vuota di Cristo.
Questo luogo santo, dove la potenza di Dio si rivelò nella debolezza, e le sofferenze umane furono trasfigurate dalla gloria divina, ci invita a guardare ancora una volta con gli occhi della fede al volto del Signore crocifisso e risorto.
Nel contemplare la sua carne glorificata, completamente trasfigurata dallo Spirito, giungiamo a comprendere più pienamente che anche adesso, mediante il Battesimo, portiamo “sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale” (2 Corinzi 4, 10-11).
Anche ora la grazia della risurrezione è all’opera in noi! Possa la contemplazione di questo mistero spronare i nostri sforzi, sia come individui che come membri della comunità ecclesiale, a crescere nella vita dello Spirito mediante la conversione, la penitenza e la preghiera.
Possa inoltre aiutarci a superare, con la potenza di quello stesso Spirito, ogni conflitto e tensione nati dalla carne e rimuovere ogni ostacolo, sia dentro che fuori, che si frappone alla nostra comune testimonianza a Cristo ed al potere del suo amore che riconcilia.
Con tali parole di incoraggiamento, cari amici, concludo il mio pellegrinaggio ai luoghi  santi della nostra redenzione e rinascita in Cristo.
Prego che la Chiesa in Terra Santa tragga sempre maggiore forza dalla contemplazione della tomba vuota del Redentore.
In quella tomba essa è chiamata a seppellire tutte le sue ansie e paure, per risorgere nuovamente ogni giorno e continuare il suo viaggio per le vie di Gerusalemme, della Galilea ed oltre, proclamando il trionfo del perdono di Cristo e la promessa di una vita nuova.
Come cristiani, sappiamo che la pace alla quale anela questa terra lacerata da conflitti ha un nome: Gesù Cristo.
“Egli è la nostra pace”, che ci ha riconciliati con Dio in un solo corpo mediante la Croce, ponendo fine all’inimicizia (cfr.
Efesini 2, 14).
Nelle sue mani, pertanto, affidiamo tutta la nostra speranza per il futuro, proprio come nell’ora delle tenebre egli affidò il suo spirito nelle mani del Padre.
Permettetemi di concludere con una speciale parola di incoraggiamento ai miei fratelli vescovi e sacerdoti, come pure ai religiosi e alle religiose che servono l’amata Chiesa in Terra Santa.
Qui, davanti alla tomba vuota, al cuore stesso della Chiesa, vi invito a rinnovare l’entusiasmo della vostra consacrazione a Cristo ed il vostro impegno nell’amorevole servizio al suo mistico Corpo.
Immenso è il vostro privilegio di dare testimonianza a Cristo in questa terra che Egli ha santificato mediante la sua presenza terrena e il suo ministero.
Con pastorale carità rendete capaci i vostri fratelli e sorelle e tutti gli abitanti di questa terra di percepire la presenza che guarisce e l’amore che riconcilia del Risorto.
Gesù chiede a ciascuno di noi di essere testimone di unità e di pace per tutti coloro che vivono in questa Città della Pace.
Come nuovo Adamo, Cristo è la sorgente dell’unità alla quale l’intera famiglia umana è chiamata, quella stessa unità della quale la Chiesa è segno e sacramento.
Come Agnello di Dio, egli è la fonte della riconciliazione, che è al contempo dono di Dio e sacro dovere affidato a noi.
Quale Principe della Pace, Egli è la sorgente di quella pace che supera ogni comprensione, la pace della nuova Gerusalemme.
Possa Egli sostenervi nelle vostre prove, confortarvi nelle vostre afflizioni, e confermarvi nei vostri sforzi di annunciare e di estendere il suo Regno.
A voi tutti e a quanti vanno le vostre premure pastorali imparto cordialmente la mia benedizione apostolica, quale pegno della gioia e della pace di Pasqua.
__________ Il programma, i discorsi, le omelie del viaggio di Benedetto XVI: > Pellegrinaggio in Terra Santa, 8-15 maggio 2009 __________ Qui di seguito è riprodotto il discorso con cui Benedetto XVI ha concluso il suo viaggio, venerdì 15 maggio.
Ma più sotto è riportato anche il discorso pronunciato la stessa mattina dal papa a Gerusalemme, nella basilica del Santo Sepolcro, ultima tappa del suo pellegrinaggio nei Luoghi Santi.
__________ Discorso di congedo all’aeroporto di Tel Aviv, 15 maggio 2009 di Benedetto XVI Signor presidente, signor primo ministro, eccellenze, signore e signori, mentre mi dispongo a ritornare a Roma, vorrei condividere con voi alcune delle forti impressioni che il mio pellegrinaggio in Terra Santa ha lasciato dentro di me.
[…] Signor presidente, lei ed io abbiamo piantato un albero di ulivo nella sua residenza, nel giorno del mio arrivo in Israele.
L’albero di ulivo, come ella sa, è un’immagine usata da san Paolo per descrivere le relazioni molto strette tra cristiani ed ebrei.
Nella sua lettera ai Romani, Paolo descrive come la Chiesa dei gentili sia come un germoglio di ulivo selvatico, innestato nell’albero di ulivo buono che è il popolo dell’alleanza (cfr.
11, 17-24).
Traiamo il nostro nutrimento dalle medesime radici spirituali.
Ci incontriamo come fratelli, fratelli che in certi momenti della storia comune hanno avuto un rapporto teso, ma sono adesso fermamente impegnati nella costruzione di ponti di duratura amicizia.
La cerimonia al palazzo presidenziale è stata seguita da uno dei momenti più solenni della mia permanenza in Israele – la mia visita al Memoriale dell’Olocausto a Yad Vashem, dove ho reso omaggio alle vittime della Shoah.
Lì ho anche incontrato alcuni dei sopravvissuti.
Quegli incontri profondamente commoventi hanno rinnovato ricordi della mia visita di tre anni fa al campo della morte di Auschwitz, dove così tanti ebrei – madri, padri, mariti, mogli, figli, figlie, fratelli, sorelle, amici – furono brutalmente sterminati sotto un regime senza Dio che propagava un’ideologia di antisemitismo e odio.
Quello spaventoso capitolo della storia non deve essere mai dimenticato o negato.
Al contrario, quelle buie memorie devono rafforzare la nostra determinazione ad avvicinarci ancor più gli uni agli altri come rami dello stesso ulivo, nutriti dalle stesse radici e uniti da amore fraterno.
Signor presidente, la ringrazio per il calore della sua ospitalità, molto apprezzata, e desidero che consti il fatto che sono venuto a visitare questo paese da amico degli israeliani, così come sono amico del popolo palestinese.
Gli amici amano trascorrere del tempo in reciproca compagnia e si affliggono profondamente nel vedere l’altro soffrire.
Nessun amico degli israeliani e dei palestinesi può evitare di rattristarsi per la continua tensione fra i vostri due popoli.
Nessun amico può fare a meno di piangere per le sofferenze e le perdite di vite umane che entrambi i popoli hanno subito negli ultimi sei decenni.
Mi consenta di rivolgere questo appello a tutto il popolo di queste terre: Non più spargimento di sangue! Non più scontri! Non più terrorismo! Non più guerra! Rompiamo invece il circolo vizioso della violenza.
Possa instaurarsi una pace duratura basata sulla giustizia, vi sia vera riconciliazione e risanamento.
Sia universalmente riconosciuto che lo Stato di Israele ha il diritto di esistere e di godere pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti.
Sia ugualmente riconosciuto che il popolo palestinese ha il diritto a una patria indipendente sovrana, a vivere con dignità e a viaggiare liberamente.
Che la “two-State solution”, la soluzione di due Stati, divenga realtà e non rimanga un sogno.
E che la pace possa diffondersi da queste terre; possano essere “luce per le nazioni” (Isaia 42, 6), recando speranza alle molte altre regioni che sono colpite da conflitti.
Una delle visioni più tristi per me durante la mia visita a queste terre è stato il muro.
Mentre lo costeggiavo, ho pregato per un futuro in cui i popoli della Terra Santa possano vivere insieme in pace e armonia senza la necessità di simili strumenti di sicurezza e di separazione, ma rispettandosi e fidandosi l’uno dell’altro, nella rinuncia ad ogni forma di violenza e di aggressione.
Signor presidente, so quanto sarà difficile raggiungere quell’obiettivo.
So quanto sia difficile il suo compito e quello dell’autorità palestinese.
Ma le assicuro che le mie preghiere e le preghiere dei cattolici di tutto il mondo la accompagnano mentre ella prosegue nello sforzo di costruire una pace giusta e duratura in questa regione.
[…] A tutti dico: grazie e che il Signore sia con voi.
Shalom!

Benedetto XVI a Gerusalemme e Betlemme.

Benedetto XVI ha trascorso l’intera giornata di mercoledì nei Territori palestinesi: a Betlemme e nel campo profughi di Aida.
E questa è stata, inevitabilmente, la giornata più “politica” del suo viaggio.
Il papa si è incontrato a più riprese con il presidente Abu Mazen, ha tenuto dei discorsi a lui e alla popolazione palestinese, ha camminato in luoghi segnati dal conflitto.
Ad Aida l’alto muro che divide Israele dai Territori era visibilissimo, incombente.
Benedetto XVI non si è sottratto alle aspettative.
Ha invocato un superamento del conflitto all’insegna dei due popoli e due Stati.
Ha reclamato sicurezza per Israele.
Ha detto ai palestinesi di rifiutare il terrorismo.
Ha auspicato l’abbattimento del muro.
Un obiettivo di papa Joseph Ratzinger, in questo viaggio, era di conquistare il consenso dei cattolici arabi, fortemente ostili ad Israele.
In Giordania ci è riuscito.
A ovest del Giordano l’impresa era più difficile.
Ma le tappe di Betlemme e di Aida hanno giovato.
Il papa è stato molto sobrio nel richiamare le ragioni di Israele e molto esplicito e partecipe, invece, nel tratteggiare le ragioni dei palestinesi e soprattutto la loro sofferenza.
Sarebbe però riduttivo e fuorviante interpretare in chiave solo politica il messaggio complessivo che Benedetto XVI ha voluto rivolgere ai cristiani di Terra Santa.
A giudizio del papa la Chiesa sarà influente – anche sul terreno politico – se saprà fare altro: se aiuterà anzitutto a “rimuovere i muri che noi costruiamo attorno ai nostri cuori, le barriere che innalziamo contro il nostro prossimo”.
Benedetto XVI mira primariamente a convertire a Dio i cuori e le menti.
L’ha detto e l’ha scritto più volte.
Ed è rimasto fedelissimo a questa sua “priorità” anche in un viaggio pur così carico di valenza politica come questo in Terra Santa.
Per capirlo, basta ripercorrere i gesti e le parole con cui egli ritma il viaggio.
Qui di seguito è riportata una piccola antologia delle parole da lui dette mercoledì 13 maggio a Betlemme e Aida, e il giorno precedente a Gerusalemme.
I passaggi più direttamente politici sono riportati per primi.
Ma in essi già si coglie che lo sguardo di Benedetto XVI va oltre.
E questo “oltre” egli l’ha esplicitato soprattutto nelle omelie delle messe celebrate il 12 maggio a Gerusalemme nella Valle di Giosafat e il 13 maggio a Betlemme nella Piazza della Mangiatoia, presenti migliaia di fedeli, alcuni dei quali accorsi fin da Gaza.
Ai cristiani ha detto di non abbandonare la Terra Santa, come hanno fatto soprattutto negli ultimi anni.
Ma perché restare? La risposta del papa è sorprendente, assolutamente da leggere.
Rimanda al “vedere” e al “toccare” dei primi discepoli di Gesù.
Al fondamento sensibile della fede.
Altri lampi della visione che Ratzinger vuole trasmettere sono i passaggi dedicati a Gerusalemme e a Betlemme: alla potenza simbolica, profetica, teologica di queste città sante.
E infine è tutto da leggere il discorso tenuto da Benedetto XVI ai capi musulmani la mattina del 12 maggio a Gerusalemme, dopo aver visitato – prima volta assoluta per un papa – la Cupola della Roccia, sul luogo del sacrificio di Abramo e dell’ascesa di Maometto al cielo.
Una magnifica sintesi di come questo papa vede il servizio che ebraismo, cristianesimo ed islam possono dare all’unità della famiglia umana.
Ecco dunque l’antologia, in cinque capitoli: 1.
IL PAPA “POLITICO”.
DAI DISCORSI NEI TERRITORI A Betlemme, la mattina di mercoledì 13 maggio: Signor Presidente, la Santa Sede appoggia il diritto del suo popolo ad una sovrana patria palestinese nella terra dei vostri antenati, sicura e in pace con i suoi vicini, entro confini internazionalmente riconosciuti.
[…] È mia ardente speranza che i gravi problemi riguardanti la sicurezza in Israele e nei Territori palestinesi vengano presto decisamente alleggeriti così da permettere una maggiore libertà di movimento, con speciale riguardo per i contatti tra familiari e per l’accesso ai luoghi santi.
I palestinesi, così come ogni altra persona, hanno un naturale diritto a sposarsi, a formarsi una famiglia e avere accesso al lavoro, all’educazione e all’assistenza sanitaria.
Prego anche perché, con l’assistenza della comunità internazionale, il lavoro di ricostruzione possa procedere rapidamente dovunque case, scuole od ospedali siano stati danneggiati o distrutti, specialmente durante il recente conflitto in Gaza.
Questo è essenziale affinché il popolo di questa terra possa vivere in condizioni che favoriscano pace durevole e benessere.
[…] Rivolgo questo appello ai tanti giovani presenti oggi nei Territori palestinesi: non permettete che le perdite di vite e le distruzioni, delle quali siete stati testimoni suscitino amarezze o risentimento nei vostri cuori.
Abbiate il coraggio di resistere ad ogni tentazione che possiate provare di ricorrere ad atti di violenza o di terrorismo.
Al campo profughi di Aida, nel pomeriggio di mercoledì 13 maggio: Cari amici, la mia visita al campo profughi di Aida questo pomeriggio mi offre la gradita opportunità di esprimere la mia solidarietà a tutti i palestinesi senza casa, che bramano di poter tornare ai luoghi natii, o di vivere permanentemente in una patria propria.
[…] So che molte vostre famiglie sono divise – a causa di imprigionamento di membri della famiglia o di restrizioni alla libertà di  movimento – e che molti tra voi hanno sperimentato perdite nel corso delle ostilità.
Il mio cuore si unisce a quello di coloro che, per tale ragione, soffrono.
Siate certi che tutti i profughi palestinesi nel mondo, specie quelli che hanno perso casa e persone care durante il recente conflitto di Gaza, sono costantemente ricordati nelle mie preghiere.
[…] Quanto le persone di questo campo, di questi Territori e dell’intera regione anelano alla pace! In questi giorni tale desiderio assume una particolare intensità mentre ricordate gli eventi del maggio del 1948 e gli anni di un conflitto tuttora irrisolto, che seguirono a quegli eventi.
Voi ora vivete in condizioni precarie e difficili, con limitate opportunità di occupazione.
È comprensibile che vi sentiate spesso frustrati.
Le vostre legittime aspirazioni ad una patria permanente, ad uno Stato palestinese indipendente, restano incompiute.
E voi, al contrario, vi sentite intrappolati, come molti in questa regione e nel mondo, in una spirale di violenza, di attacchi e contrattacchi, di vendette e di distruzioni continue.
Tutto il mondo desidera fortemente che sia spezzata questa spirale, anela a che la pace metta fine alle perenni ostilità.
Incombente su di noi, mentre siamo qui riuniti questo pomeriggio, è la dura consapevolezza del punto morto a cui sembrano essere giunti i contatti tra israeliani e palestinesi: il muro.
In un mondo in cui le frontiere vengono sempre più aperte – al commercio, ai viaggi, alla mobilità della gente, agli scambi culturali – è tragico vedere che vengono tuttora eretti dei muri.
Quanto aspiriamo a vedere i frutti del ben più difficile compito di edificare la pace! Quanto ardentemente preghiamo perché finiscano le ostilità che hanno causato l’erezione di questo muro! Da entrambe le parti del muro è necessario grande coraggio per superare la paura e la sfiducia, se si vuole contrastare il bisogno di vendetta per perdite o ferimenti.
Occorre magnanimità per ricercare la riconciliazione dopo anni di scontri armati.
E tuttavia la storia ci insegna che la pace viene soltanto quando le parti in conflitto sono disposte ad andare oltre le recriminazioni e a lavorare insieme a fini comuni, prendendo sul serio gli interessi e le preoccupazioni degli altri e cercando decisamente di costruire un’atmosfera di fiducia.
Deve esserci una determinazione ad intraprendere iniziative forti e creative per la riconciliazione: se ciascuno insiste su concessioni preliminari da parte dell’altro, il risultato sarà soltanto lo stallo delle trattative.
L’aiuto umanitario, come quello che viene offerto in questo campo, ha un ruolo essenziale da svolgere, ma la soluzione a lungo termine ad un conflitto come questo non può essere che politica.
Nessuno s’attende che i popoli palestinese e israeliano vi arrivino da soli.
È vitale il sostegno della comunità internazionale.
Rinnovo perciò il mio appello a tutte le parti coinvolte perché esercitino la propria influenza in favore di una soluzione giusta e duratura, nel rispetto delle legittime esigenze di tutte le parti e riconoscendo il loro diritto di vivere in pace e con dignità, secondo il diritto internazionale.
Allo stesso tempo, tuttavia, gli sforzi diplomatici potranno avere successo soltanto se gli stessi palestinesi e israeliani saranno disposti a rompere con il ciclo delle aggressioni.
A Betlemme, la sera di mercoledì 13 maggio: Signor Presidente, cari amici, […] con angoscia ho visto la situazione dei  rifugiati che, come la Santa Famiglia, hanno dovuto abbandonare le loro case.
Ed ho visto il muro che si introduce nei vostri territori, separando i vicini e dividendo le famiglie, circondare il vicino campo e nascondere molta parte di Betlemme.
Anche se i muri possono essere facilmente costruiti, noi tutti sappiamo che non durano per sempre.
Essi possono essere abbattuti.
Innanzitutto però è necessario rimuovere i muri che noi costruiamo attorno ai nostri cuori, le barriere che innalziamo contro il nostro prossimo.
__________ 2.
CRISTIANI NELLA TERRA SANTA.
PERCHÉ RESTARE Dall’omelia della messa nella Valle di Giosafat, martedì 12 maggio: Cari fratelli e sorelle, […] vorrei qui accennare direttamente alla tragica realtà – che non può mai cessare di essere fonte di preoccupazione per tutti coloro che amano questa città e questa terra – della partenza di così numerosi membri della comunità cristiana negli anni recenti.
Benché ragioni comprensibili portino molti, specialmente giovani, ad emigrare, questa decisione reca con sé come conseguenza un grande impoverimento culturale e spirituale della città.
Desidero oggi ripetere quanto ho detto in altre occasioni: nella Terra Santa c’è posto per tutti! Mentre esorto le autorità a rispettare e sostenere la presenza cristiana qui, desidero al tempo stesso assicurarvi della solidarietà, dell’amore e del sostegno di tutta la Chiesa e della Santa Sede.
Cari amici, nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato, san Pietro e san Giovanni corrono alla tomba vuota, e Giovanni, ci è stato detto, “vide e credette” (Giovanni 20, 8), Qui in Terra Santa, con gli occhi della fede, voi insieme con i pellegrini di ogni parte del mondo che affollano le chiese e i santuari, siete felici di vedere i luoghi santificati dalla presenza di Cristo, dal suo ministero terreno, dalla sua passione, morte e risurrezione e dal dono del suo Santo Spirito.
Qui, come all’apostolo san Tommaso, vi è concessa l’opportunità di “toccare” le realtà storiche che stanno alla base della nostra confessione di fede nel Figlio di Dio.
La mia preghiera per voi oggi è che continuiate, giorno dopo giorno, a “vedere e credere” nei segni della provvidenza di Dio e della sua inesauribile misericordia, ad “ascoltare” con rinnovata fede e speranza le consolanti parole della predicazione apostolica e a “toccare” le sorgenti della grazia nei sacramenti ed incarnare per gli altri il loro pegno di nuovi inizi, la libertà nata dal perdono, la luce interiore e la pace che possono portare salvezza e speranza anche nelle più oscure realtà umane.
Nella Chiesa del Santo Sepolcro, i pellegrini di ogni secolo hanno venerato la pietra che la tradizione ci dice che stava all’ingresso della tomba la mattina della risurrezione di Cristo.
Torniamo spesso a questa tomba vuota.
Riaffermiamo lì la nostra fede sulla vittoria della vita, e preghiamo affinché ogni “pietra pesante” posta alla porta dei nostri cuori, a bloccare la nostra completa resa alla fede, alla speranza e all’amore per il Signore, possa essere tolta via dalla forza della luce e della vita che da quel primo mattino di Pasqua risplendono da Gerusalemme su tutto il mondo.
Dall’omelia della messa nella Piazza della Mangiatoia, mercoledì 13 maggio: Cari fratelli e sorelle, […] “non abbiate paura!”.
Questo è il messaggio che il successore di San Pietro desidera consegnarvi oggi, facendo eco al messaggio degli angeli e alla consegna che l’amato papa Giovanni Paolo II vi ha lasciato nell’anno del Grande Giubileo della nascita di Cristo.
Contate sulle preghiere e sulla solidarietà dei vostri fratelli e sorelle della Chiesa universale, e adoperatevi con iniziative concrete per consolidare la vostra presenza e per offrire nuove possibilità a quanti sono tentati di partire.
Siate un ponte di dialogo e di collaborazione costruttiva nell’edificare una cultura di pace che superi l’attuale stallo della paura, dell’aggressione e della frustrazione.
Edificate le vostre Chiese locali facendo di esse laboratori di dialogo, di tolleranza e di speranza, come pure di solidarietà e di carità pratica.
Al di sopra di tutto, siate testimoni della potenza della vita, della nuova vita donataci dal Cristo risorto, di quella vita che può illuminare e trasformare anche le più oscure e disperate situazioni umane.
La vostra terra non ha bisogno soltanto di nuove strutture economiche e politiche, ma in modo più importante – potremmo dire – di una nuova infrastruttura “spirituale”, capace di galvanizzare le energie di tutti gli uomini e donne di buona volontà nel servizio dell’educazione, dello sviluppo e della promozione del bene comune.
Avete le risorse umane per edificare la cultura della pace e del rispetto reciproco che potranno garantire un futuro migliore per i vostri figli.
Questa nobile impresa vi attende.
Non abbiate paura! __________ 3.
IL MISTERO DI GERUSALEMME Dall’omelia della messa nella Valle di Giosafat, martedì 12 maggio: Cari fratelli e sorelle, […] l’esortazione di Paolo di “cercare le cose di lassù” (Colossesi 3, 1) deve continuamente risuonare nei nostri cuori.
Le sue parole ci indicano il compimento della visione di fede in quella celeste Gerusalemme dove, in conformità con le antiche profezie, Dio asciugherà le lacrime da ogni occhio e preparerà un banchetto di salvezza per tutti i popoli (cfr.
Isaia 25, 6-8; Apocalisse 21, 2-4).
Questa è la speranza, questa la visione che spinge tutti coloro che amano questa Gerusalemme terrestre a vederla come una profezia e una promessa di quella universale riconciliazione e pace che Dio desidera per tutta l’umana famiglia.
[…] Riuniti sotto le mura di questa città, sacra ai seguaci delle tre grandi religioni, come possiamo non rivolgere i nostri pensieri alla universale vocazione di Gerusalemme? Annunciata dai profeti, questa vocazione appare come un fatto indiscutibile, una realtà irrevocabile fondata nella storia complessa di questa città e del suo popolo.
Ebrei, musulmani e cristiani qualificano insieme questa città come loro patria spirituale.
Quanto bisogna ancora fare per renderla veramente una “città della pace” per tutti i popoli, dove tutti possono venire in pellegrinaggio alla ricerca di Dio, e per ascoltarne la voce, “una voce che parla di pace” (cfr.
Salmo 85, 8)! Gerusalemme in realtà è sempre stata una città nelle cui vie risuonano lingue diverse, le cui pietre sono calpestate da popoli di ogni razza e lingua, le cui mura sono un simbolo della cura provvidente di Dio per l’intera famiglia umana.
Come un microcosmo del nostro mondo globalizzato, questa città, se deve vivere la sua vocazione universale, deve essere un luogo che insegna l’universalità, il rispetto per gli altri, il dialogo e la vicendevole comprensione; un luogo dove il pregiudizio, l’ignoranza e la paura che li alimenta, siano superati dall’onestà, dall’integrità e dalla ricerca della pace.
Non dovrebbe esservi posto tra queste mura per la chiusura, la discriminazione, la violenza e l’ingiustizia.
I credenti in un Dio di misericordia – si qualifichino essi ebrei, cristiani o musulmani –, devono essere i primi a promuovere questa cultura della riconciliazione e della pace, per quanto lento possa essere il processo e gravoso il peso dei ricordi passati.
__________ 4.
IL MISTERO DI BETLEMME Dall’omelia della messa nella Piazza della Mangiatoia, mercoledì 13 maggio: Cari fratelli e sorelle, […] il Signore degli eserciti, “le cui origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti” (Michea 5, 2), volle inaugurare il suo regno nascendo in questa piccola città, entrando nel nostro mondo nel silenzio e nell’umiltà in una grotta, e giacendo, come bimbo bisognoso di tutto, in una mangiatoia.
Qui a Betlemme, nel mezzo di ogni genere di contraddizione, le pietre continuano a gridare questa “buona novella”, il messaggio di redenzione che questa  città, al di sopra di tutte le altre, è chiamata a proclamare a tutto il mondo.
Qui infatti, in un modo che sorpassa tutte le speranze e aspettative umane, Dio si è mostrato fedele alle sue promesse.
Nella nascita del suo Figlio, Egli ha rivelato la venuta di un regno d’amore: un amore divino che si china per portare guarigione e per innalzarci; un amore che si rivela nell’umiliazione e nella debolezza della croce, eppure trionfa nella gloriosa risurrezione a nuova vita.
Cristo ha portato un regno che non è di questo mondo, eppure è un regno capace di cambiare questo mondo, poiché ha il potere di cambiare i cuori, di illuminare le menti e di rafforzare le volontà.
Nell’assumere la nostra carne, con tutte le sue debolezze, e nel trasfigurarla con la potenza del suo Spirito, Gesù ci ha chiamati ad essere testimoni della sua vittoria sul peccato e sulla morte.
E questo è ciò che il messaggio di Betlemme ci chiama ad essere: testimoni del trionfo dell’amore di Dio sull’odio, sull’egoismo, sulla paura e sul rancore che paralizzano i rapporti umani e creano divisione fra fratelli che dovrebbero vivere insieme in unità, distruzioni dove gli uomini dovrebbero edificare, disperazione dove la speranza dovrebbe fiorire! __________ 5.
EBREI, CRISTIANI E MUSULMANI PER L’UNITÀ DELLA FAMIGLIA UMANA Dal discorso dopo la visita della Cupola della Roccia, a Gerusalemme, martedì 12 maggio: La Cupola della Roccia conduce i nostri cuori e le nostre menti a riflettere sul mistero della creazione e sulla fede di Abramo.
Qui le vie delle tre grandi religioni monoteiste mondiali si incontrano, ricordandoci quello che esse hanno in comune.
Ciascuna crede in un solo Dio, creatore e regolatore di tutto.
Ciascuna riconosce Abramo come proprio antenato, un uomo di fede al quale Dio ha concesso una speciale benedizione.
Ciascuna ha raccolto schiere di seguaci nel corso dei secoli ed ha ispirato un ricco patrimonio spirituale, intellettuale e culturale.
[…] Poiché gli insegnamenti delle tradizioni religiose riguardano ultimamente la realtà di Dio, il significato della vita ed il destino comune dell’umanità – vale a dire, tutto ciò che è per noi molto sacro e caro – può esserci la tentazione di impegnarsi in tale dialogo con riluttanza o ambiguità circa le sue possibilità di successo.
Possiamo tuttavia cominciare col credere che l’Unico Dio è l’infinita sorgente della giustizia e della misericordia, perché in Lui entrambe esistono in perfetta unità.
Coloro che confessano il suo nome hanno il compito di impegnarsi decisamente per la rettitudine pur imitando la sua clemenza, poiché ambedue gli atteggiamenti sono intrinsecamente orientati alla pacifica ed armoniosa coesistenza della famiglia umana.
Per questa ragione, è scontato che coloro che adorano l’Unico Dio manifestino essi stessi di essere fondati su ed incamminati verso l’unità dell’intera famiglia umana.
In altre parole, la fedeltà all’Unico Dio, il Creatore, l’Altissimo, conduce a riconoscere che gli esseri umani sono fondamentalmente collegati l’uno all’altro, perché tutti traggono la loro propria esistenza da una sola fonte e sono indirizzati verso una meta comune.
Marcati con l’indelebile immagine del divino, essi sono chiamati a giocare un ruolo attivo nell’appianare le divisioni e nel promuovere la solidarietà umana.
Questo pone una grave responsabilità su di noi.
Coloro che onorano l’Unico Dio credono che Egli riterrà gli esseri umani responsabili delle loro azioni.
I cristiani affermano che i doni divini della ragione e della libertà stanno alla base di questa responsabilità.
La ragione apre la mente per comprendere la natura condivisa e il destino comune della famiglia umana, mentre la libertà spinge il cuore ad accettare l’altro e a servirlo nella carità.
L’indiviso amore per l’Unico Dio e la carità verso il nostro prossimo diventano così il fulcro attorno al quale ruota tutto il resto.
Questa è la ragione perché operiamo instancabilmente per salvaguardare i cuori umani dall’odio, dalla rabbia o dalla vendetta.
Cari amici, sono venuto a Gerusalemme in un pellegrinaggio di fede.
Ringrazio Dio per questa occasione che mi è data di incontrarmi con voi come vescovo di Roma e successore dell’apostolo Pietro, ma anche come figlio di Abramo, nel quale “tutte le famiglie della terra si diranno benedette” (Genesi 12, 3; cfr.
Romani 4, 16-17).
Vi assicuro che è ardente desiderio della Chiesa di cooperare per il benessere dell’umana famiglia.
Essa fermamente crede che la promessa fatta ad Abramo ha una portata universale, che abbraccia tutti gli uomini e le donne indipendentemente dalla loro provenienza o da loro stato sociale.
Mentre musulmani e cristiani continuano il dialogo rispettoso che già hanno iniziato, prego affinché essi possano esplorare come l’Unicità di Dio sia inestricabilmente legata all’unità della famiglia umana.
Sottomettendosi al suo amabile piano della creazione, studiando la legge inscritta nel cosmo ed inserita nel cuore dell’uomo, riflettendo sul misterioso dono dell’autorivelazione di Dio, possano tutti coloro che vi aderiscono continuare a tenere lo sguardo fisso sulla sua bontà assoluta, mai perdendo di vista come essa sia riflessa sul volto degli altri.
__________ Il programma, i discorsi, le omelie del viaggio di Benedetto XVI: > Pellegrinaggio in Terra Santa, 8-15 maggio 2009