Nella periferia di Lione, cattolici e musulmani cercano le vie del dialogo

Da quando è stato intervistato alla TV locale per esprimere la sua passione per il calcio, Régis Charre, prete a Vaulx-en-Velin, viene regolarmente interpellato da dei giovani del quartiere.
“Dei giovani musulmani, che non avrebbero mai rivolto la parola a un prete, vengono a parlare con il tifoso!”, si rallegra questo cinquantenne convinto della necessità del dialogo tra le comunità dei quartieri popolari della periferia di Lione.
Impegnato in questi scambi nel quotidiano, questo prete energico partecipa agli incontri organizzati nel quadro della settimana cristiano-islamica.
Ha assistito, martedì 17 novembre, a Villeurbanne, ad una conferenza del cardinale Jean-Louis Tauran, responsabile del dialogo interreligioso in Vaticano, e si recherà sabato ad un incontro dove ci si aspetta la partecipazione di più di 100 preti ed imam.
A Lione, due uomini, il presidente del Consiglio regionale del culto musulmano, Azzedine Gaci e il cardinale Philippe Barbarin, hanno ridato vita al dialogo interreligioso.
“Quando si fa il prete in periferia non si può avere un atteggiamento di disprezzo nei confronti dell’islam”, dichiara Régis Charre, che vive da solo nell’imponente canonica di Vaulx-Village.
Questo ex disegnatore industriale “gestisce” quattro chiese, che riuniscono il 2% della popolazione, in un ambiente caratterizzato da una forte pratica dell’islam.
Come tutti i preti e imam militanti del dialogo interreligioso, difende l’importanza di questi momenti di scambio per la qualità del “vivere insieme” e per l’approfondimento della fede di ciascuno.
“Spiegandoci l’un l’altro come ci avviciniamo a Dio, ci arricchiamo”, testimonia come un’eco Faouzi Hamdi, il responsabile musulmano di Vaulx-en-Velin.
“Difficile coabitazione” I due uomini animano conferenze comuni su “Gesù nella Bibbia e nel Corano, l’elemosina e il digiuno nelle due religioni”, esempio meritorio di un inizio di dialogo teologico più che balbettante.
“Il lavoro sui testi permette di andare al di là del folklore attorno ad un cus-cus”, ritiene Hafid Zekhri, responsabile di una associazione multireligiosa.
“Durante il ramadan, io partecipo al termine del digiuno con una decina di parrocchiani”, si rallegra il prete di Vaulx-en-Velin.
“Per Natale, il responsabile musulmano ci ha augurato buona festa in chiesa; è stato applaudito”, testimonia anche Jacques Purpan, prete a Saint-Fons.
Convinto dell’importanza di “conoscere l’altro”, ha fatto visitare la moschea agli studenti del liceo privato…
e aspetta che quelli della scuola coranica vengano a vedere la chiesa…
“Siamo uniti anche nel sostegno agli immigrati in situazione irregolare”, aggiunge Régis Charre.
Invece, per l’azione sociale e caritativa, non c’è cooperazione.
Se le relazioni tra responsabili cattolici e musulmani sono, a parere di tutti, “buone e basate sulla fiducia”, ciascuno è ben cosciente delle reticenze che, da entrambe le parti, frenano l’incontro tra credenti.
“La concentrazione di maghrebini nei quartiei popolari non facilita gli incontri con i cattolici in generale”, dice padre Charre.
Questi ultimi non vedono di buon occhio i matrimoni misti nei quali l’islam si impone, soprattutto alla nascita dei figli.
“Negli ambienti popolari, si constata una difficile coabitazione”, riconosce il prete di Saint-Fons.
“Che non si possa più comperare del salame nelle macellerie del quartiere ha come risultato di indispettire i “Galli”, racconta l’ex prete operaio.
“È vero che i fedeli musulmani non sono dei militanti del dialogo interreligioso”, riconosce Kamel Kabtane, rettore della moschea di Lione.
“L’islam manca ancora di quadri per organizzarlo”, spiega Azzedine Gaci che ritiene che “molti musulmani, convinti di possedere la verità, non vedono l’interesse del dialogo”.
Una convinzione condivisa da certi cattolici: alla conferenza di monsignor Tauran, dei giovani integralisti hanno invitato alla “conversione” di tutti e fustigato il “relativismo” indotto secondo loro dal dialogo interreligioso.
in “Le Monde” del 20 novembre 2009 (traduzione: www.finesettimana.org)

1,5 miliardi di persone vivono senza energia elettrica

Quasi un quarto della popolazione mondiale – un miliardo e mezzo di persone – vive al buio, mentre tre miliardi di persone sono costrette a usare combustibili solidi per cucinare o riscaldarsi.
Combustibili che provocano gravi malattie polmonari che in moltissimi casi portano alla morte.
Secondo il rapporto Undp, l’agenzia Onu per lo sviluppo, sulla ‘Situazione dell’accesso all’energia nei Paesi in via di sviluppò (redatto in collaborazione con l’Organizzazione mondiale della Sanità e l’Agenzia internazionale per l’energia), mentre l’Occidente e i Paesi emergenti si stanno adoperando per ridurre i consumi di energia e trovare fonti rinnovabili, nel resto del Pianeta la metà della popolazione non ha accesso a servizi energetici di base, come la corrente elettrica o i moderni combustibili.
E sono, ancora una volta, i Paesi più poveri dell’Africa sub-sahariana e dell’Asia meridionale a soffrire del gap più ampio: in queste regioni vive infatti l’80% delle persone che non hanno accesso all’elettricità.
Un dato che si aggrava anche tra un Paese e l’altro: basti pensare che in Burundi, Liberia e Ciad solo il 3% della popolazione dispone di energia elettrica; il 5% in Ruanda, Repubblica centrafricana e Sierra Leone, fino al 75% del Sudafrica.
La conseguenza è che, per esempio, le persone sono costrette a trasportare pesanti carichi di acqua e cibo sulla schiena perchè non hanno energia (gas o petrolio) per far camminare i mezzi di trasporto, specialmente nelle aree rurali, le più isolate e svantaggiate.
O che dipendono da combustibili solidi inquinanti (carbone, legno, letame) per cucinare o riscaldare le loro case.
L’uso di questi combustibili negli ambienti chiusi, inoltre, causa il cancro ai polmoni, la polmonite e altre malattie respiratore che ogni anno causano 2 milioni di morti, di cui il 99% (praticamente il totale) vive nei Paesi in via di sviluppo e quasi la metà (il 44%) sono bambini.
“Estendere l’accesso all’energia è essenziale per combattere la povertà globale.
E questo deve avvenire nel modo più sostenibile, economico e pulito possibile.
Dobbiamo assicurare che i bisogni energetici di queste persone sia centrale nel nuovo accordo sul clima” alla Conferenza di dicembre a Copenaghen, ha detto Olav Kjorven, responsabile Sviluppo dell’Undp.
Il rapporto sottolinea infatti che per dimezzare il numero di coloro che vivono in povertà entro il 2015 (il primo degli Obiettivi del Millennio) oltre 1,2 miliardi di persone avranno bisogno di accedere all’elettricità e oltre due miliardi a combustibili moderni come gas naturale e propano (Gpl).
Per questo invita i governi a mettere in campo sforzi di più ampio respiro.

La Costituzione più bella è quella scritta nel cuore

Così non posso non chiedermi, quali sono le cose che concorrono davvero, nell’educazione, a fare di un bambino un essere capace del vivere civile? Sono forse la grande quantità di corsi e discorsi che invadono da anni la scuola italiana — sulla tolleranza, sul multiculturalismo, su un generico irenismo, ed ora anche sulla Costituzione? Lo dubito, anzi ho la sensazione che tutta questa marea di ossessivo buonismo rischi di produrre effetti opposti.
Per quale ragione si deve rispettare il diverso, si deve preferire sempre la pace, si deve essere buoni quando è piuttosto evidente che il mondo è dei violenti e che la corruzione paga molto più dell’onestà? Ci salverà forse la conoscenza degli articoli della Costituzione da questo degrado? Credo che tutti questi corsi non siano molto diversi delle guarnizioni di una torta di gesso esposta nella vetrina di una pasticceria.
Ci sono ciliegine, canditi, panna montata, tutto sembra molto appetitoso ma in realtà, sotto quella torta, c’è solo una vuota anima di cartone.
Forse bisogna tornare a considerare il fatto che l’educazione ha bisogno soprattutto di due qualità: di semplicità e di coerenza.
La semplicità è la Cenerentola di tutte le teorie educative partorite negli ultimi decenni dai pedagoghi; come le sorelle della fiaba, l’hanno rinchiusa in un sottoscala e da lì si guardando bene di farla uscire.
La semplicità è guardare in faccia la natura dell’uomo e capire di cosa ha bisogno, questa natura, per crescere il più possibile armoniosamente.
La semplicità è fare capire che la vita è, prima di tutto, politically incorrect e che essere uomini vuol dire sapersi rapportare con la conflittualità e la contraddittorietà dei nostri giorni nei quali non sempre sventola l’iridata bandiera della pace.
In qualsiasi campo si operi, la via semplice è sempre la più difficile perché ci lascia inermi, sforbiciando via tutto ciò che non è essenziale, tutto ciò che allontana dal cuore del problema.
La patina di buonismo, del politically correct, evita di mettere a fuoco ciò che è più importante, e cioè che il male è dentro di noi, è una della nostre possibilità e che, per crescere, dobbiamo decidere in che modo rapportarci ad esso.
Si tratta di una scelta individuale che è in stretta relazione con l’idea di coscienza.
E la coscienza conduce a quel nucleo misterioso dell’uomo che lo rende essere capace di libertà.
È questo che ci differenzia dalle scimmie antropomorfe, con le quali pur condividiamo una gran quantità di codici etologici.
Entrambi abbiamo impressi nei nostri geni i comportamenti che ci consentono di creare una comunità stabile e di mutua assistenza, con la differenza che, da loro, comanda il maschio adulto e più abile nel tenere insieme il gruppo mentre da noi, purtroppo, anzianità di anni e saggezza di governo non vanno sempre di pari passo.
Crescere vuol dire saper scegliere e sapere che, scegliendo, si rinuncia a qualcosa.
Ma sono proprio quelle rinunce a costruire l’impalcatura solida della vita.
In un mondo bulimico che sempre più prospetta l’esistere come una corsa convulsa in cui afferrare più cose e più occasioni possibili, in cui ci viene proposto di essere tutto e il contrario di tutto, e che questo sia conciliabile, il discorso della scelta diventa quanto mai necessario.
La scelta, naturalmente, richiede l’entrata in campo di un’altra grande derelitta di questi tempi, la volontà.
È la volontà che ci permette di scegliere, che ci permette di costruire e di dare un senso preciso ai nostri giorni.
Senza esercizio della volontà, la nostra vita diventa qualcosa di non molto diverso da quella degli oggetti di plastica che cadono nei fiumi e vengono trascinati dalla corrente fino ad arenarsi in un’ansa.
È vero, viviamo in tempi complessi, tempi in cui avvengono mutazioni di portata straordinaria e queste mutazioni ci intimoriscono, ci fanno temere che le vie usuali dell’educazione non siano più in grado di creare gli uomini di domani.
Ed è forse proprio questo timore a far proliferare sistemi educativi sempre più farraginosi e astrusi, sempre più omologanti, volti a inseguire il nuovo, qualunque esso sia.
Quest’ansia, però, ci fa dimenticare che la natura profonda dell’uomo è sempre la stessa e che costruire senza aver prima fissato le fondamenta dell’etica vuol dire innalzare possenti edifici sulla sabbia.
Ricordo una serata trascorsa con un bambino di sette anni.
Tra un discorso sui Gormiti e uno sugli Invincibili, non ricordo come, ci siamo trovati a parlare del bene e del male e del senso che essi avevano nelle nostre vite.
Scegliere il bene vuol dire scegliere la vita, gli ho detto, costruire un mondo in cui le persone imparano, anche sbagliando, a volersi bene, scegliere il male vuol dire invece scegliere la morte, scegliere la menzogna che si insinua nei giorni, falsificando i rapporti e trasformando l’amore nel ghigno di una maschera.
«Io voglio essere buono.
Che cosa devo fare?» mi ha chiesto a un certo punto.
Ci siamo seduti allora sul divano e abbiamo ragionato a lungo su tutto ciò che, nella sua vita di bambino, portava al male o al bene.
«C’è una voce dentro di te», gli ho detto.
«E questa voce ti dice quello che è giusto e quello che è sbagliato.
Tu devi imparare solo ad ascoltarla».
A quel punto lui, altrimenti iperattivo, si è sdraiato, ha chiuso gli occhi e, con un sorriso beato, ha detto: «Questo per me è un momento bellissimo» e si è addormentato.
Sì, è davvero un momento bellissimo per i bambini capire che il bene e il male sono in noi e che, in noi, c’è sempre la voce della coscienza ed è questa voce che ci spinge a scegliere.
in “Corriere della Sera” del 18 novembre 2009 Leggendo, nei giorni scorsi, la notizia e i commenti sull’inserimento » del nuovo corso di «Cittadinanza e Costituzione» nelle scuole di ogni ordine e grado, mi sono trovata a fare alcune riflessioni.
Nei miei anni di scuola si studiava educazione civica, materia in realtà alquanto negletta anche dagli insegnanti che il più delle volte preferivano assorbirla nelle materie più importanti — italiano, storia, latino — sempre in affanno sui tempi nel programma.
Non conosco dunque la Costituzione, e confesso di non averla mai letta neppure in seguito, malgrado ciò mi considero una persona che continua, nonostante le vicende pietose che ci circondano e ci avviliscono, a rispettare le leggi dello Stato, a credere nell’importanza del bene comune e ad amare il mio Paese, pur rattristata dalla vergogna a cui tutti i cittadini per bene — che sono, per fortuna, la maggioranza — vengono sottoposti da una classe politica il cui primo tratto, al di là delle parti, sembra essere quello dell’immaturità.

“La cultura di Internet e la comunicazione della Chiesa”

“Ogni contatto della Chiesa con Internet, come con qualsiasi altro strumento di comunicazione di ultima generazione, deve essere teologicamente informato.
Non siamo lì a vendere un messaggio qualunque ma ad annunciare, spiegare, approfondire la Parola di Cristo, che può ancora toccare i cuori di tutti e che ci invita continuamente a un cammino comune di fede e di servizio”.
Lo ha detto monsignor Paul Tighe, segretario del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali, intervenuto questa mattina alla riunione della Commissione episcopale europea per i media (Ceem) che si sta svolgendo in Vaticano.
Monsignor Tighe ha sottolineato l’importanza per qualsiasi persona anche di Chiesa di capire a fondo le capacità, ma anche i potenziali rischi delle nuove tecnologie prima di affidare ad esse il proprio messaggio.
“La sfida per noi uomini di Chiesa – ha spiegato il segretario del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali – è di pensare come possiamo essere presenti in questo mondo in maniera utile e intelligente.
Non è solo un problema tecnologico.
Occorre trovare una strategia, il linguaggio giusto per esprimere i contenuti del nostro ministero, della nostra missione, un linguaggio che non sia solo testuale ma anche visuale, che attragga il visitatore anche con le immagini”.
Tighe ha detto che la sfida più grande da vincere, oggi, è quella al relativismo, atteggiamento di pensiero che rischia di trovare sul web ampio sviluppo:  “Per vincere la sfida è fondamentale dare informazioni vere, corrette, inconfutabili, fornire risposte concrete alle domande più urgenti.
Anche nel mondo dell’interattività – ha ribadito – il relativismo si batte con la certezza, con la verità”.
L’assemblea plenaria della Ceem, che ha come tema “La cultura di Internet e la comunicazione della Chiesa”, aveva questa mattina in programma una tavola rotonda dal titolo “Chi fa la comunicazione oggi? Tra social network, social agent, social news e social encyclopaedia”.
Sono intervenuti Christian Hernandez Gallardo, di Facebook, Christophe Muller, direttore delle società di YouTube in sud ed est Europa, Medio Oriente e Africa, Delphine Ménard, di Wikimedia France, ed Evan Prodromou, di Status.net-identica.ca.
Hanno spiegato la filosofia, la metodologia, il funzionamento degli strumenti che fanno capo alle loro imprese, strumenti che si rivolgono universalmente a tutti.
E tutti, indistintamente, sono gli utenti.
In particolare Hernandez Gallardo ha sottolineato come, negli ultimi tempi, molte parrocchie e alcune diocesi abbiano cominciato ad essere presenti su Facebook e come alcuni utenti inseriscano tra le immagini dei loro “amici” anche le foto di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI.
(giovanni zavatta) (©L’Osservatore Romano – 14 novembre 2009) Rafforzare la presenza cristiana su Internet: l’impegno dei vescovi europei riuniti in Vaticano sui nuovi media La Chiesa non può ignorare Internet: è quanto sta emergendo con forza alla Plenaria della Ceem, la Commissione episcopale europea per i media, in corso in Vaticano sul tema “La cultura di Internet e la comunicazione della Chiesa”.
In un messaggio indirizzato ai partecipanti all’incontro, Benedetto XVI invita i vescovi europei ad esaminare “questa nuova cultura e le sue implicazioni per la missione della Chiesa”.
Nel testo, a firma del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, il Papa sottolinea che la “proclamazione di Cristo richiede una profonda conoscenza della nuova cultura tecnologica”.
Stamani, la Plenaria si è incentrata sui social network.
E’ stata, inoltre, presentata l’attività del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali nel campo di Internet.
Ma torniamo ai discorsi principali della sessione d’apertura di ieri con il servizio di Alessandro Gisotti: “La Chiesa ha bisogno di Internet, perché ha una Buona Novella da comunicare”: ne è convinto il cardinale arcivescovo di Zagabria, Josip Bozanic, che nel suo intervento ha sottolineato che in Internet si sta costruendo “il modello antropologico di domani”.
Del resto, il porporato croato ha osservato che il peso crescente che la Rete sta assumendo nella vita delle persone e dei fedeli impone di annunciare il Vangelo anche nel mondo di Internet.
Ed ha sottolineato che Internet “non è solo un recipiente che raccoglie diverse culture.
Internet è cultura” e produce cultura.
Di fronte a questa realtà, ha detto il vicepresidente del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, bisogna rammentare che la Chiesa ha sempre saputo “cogliere la bontà degli strumenti di comunicazione sociale per l’edificazione del genere umano”.
E, dunque, l’interesse per i media e per Internet nasce dalla natura stessa della Chiesa quale “comunità dialogante”.
Sulla necessità per la Chiesa di entrare nell’agorà di Internet, si è soffermato mons.
Jean-Michel di Falco Léandri, vescovo di Gap e di Embrun, presidente della Commissione episcopale europea per i media.
“Così come la croce ha il suo asse verticale e il suo asse orizzontale – ha detto il presule francese – così deve essere la nostra evangelizzazione nella Rete: orizzontale per la sua estensione, verticale per la sua profondità e la sua qualità”.
Mons.
di Falco Léandri non ha mancato di evidenziare ritardi e difficoltà che la Chiesa incontra nel relazionarsi con il fenomeno Internet.
Un sito web cristiano, ha detto il presule, “deve occuparsi del mondo e non tagliarsi fuori dal mondo.
Deve evitare il politichese, evitare di essere esso stesso un ideologo che cerca di imporre la propria verità”.
Piuttosto, ha soggiunto, “deve accontentarsi di proporre la verità di Cristo in maniera ferma” e “umile”.
Pensando in particolare ai giovani, mons.
di Falco ha quindi ribadito che non essere presenti in Internet “equivale a tagliare fuori una buona parte della vita delle persone”, auspicando quindi che la Chiesa promuova sempre più una presenza cristiana sul web.
All’evento, è intervenuto anche mons.
Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, che al microfono di Philippa Hitchen si sofferma sul tema della Plenaria: “Il Santo Padre ci ha dato un grande incarico, quello della diaconia della cultura.
C’è questo servizio che la Chiesa deve prestare in questa realtà così complessa e ricca che è la cultura digitale.
I vescovi europei si stanno interrogando su questo.
Il grande rischio, alle volte, è che ci si concentri troppo sui media, quindi su questi nuovi mezzi che diventano sempre più sofisticati e che offrono sempre più ampie possibilità di comunicazione, su questo non c’è dubbio.
Tuttavia, credo che la Chiesa debba sempre interrogarsi alla radice della sua azione su cosa sia veramente comunicazione”.
Intanto, oggi pomeriggio, nella Sala Marconi della nostra emittente, il presidente della Ceem, mons.
Jean-Michel Di Falco ha tenuto una conferenza stampa sul tema della Plenaria.
La Chiesa, ha detto mons.
Jean-Michel Di Falco, non può ignorare Internet, una rivoluzione simile all’invenzione della stampa.
Il presule francese ha sottolineato che la riunione in corso in Vaticano serve proprio per mettere a fuoco punti deboli e punti di forza della comunicazione ecclesiale nel web.
Nella parola religione, ha poi osservato, c’è la radice della parola legare, ovvero connettere, che è proprio quanto realizzano i nuovi media.
Ecco perché, ha detto mons.
Di Falco, sono stati invitati alla Plenaria operatori dei social network, di Wikipedia, Google e Youtube.
C’è bisogno di una formazione all’uso responsabile della Rete, ha quindi avvertito, serve un’educazione ed un accompagnamento che la Chiesa può sviluppare in modo positivo.
Anche se ci sono ritardi nell’utilizzo di Internet da parte della Chiesa, ha infine riconosciuto, le cose stanno cambiando in meglio come testimoniano le numerose iniziative prese al riguardo dal Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali.
Radio Vaticana La Chiesa cattolica “esce dai suoi ghetti” con internet di Stéphanie Le Bars in “Le Monde” del 13 novembre 2009 (traduzione: www.finesettimana.org) Papa Benedetto XVI aveva lasciato di sasso molti cattolici attribuendo la peggior stecca del suo pontificato ad un uso insufficiente di internet.
“Mi è stato detto che seguire con attenzione le informazioni a cui si può accedere su internet avrebbe permesso di avere rapidamente conoscenza del problema”, aveva scritto nel marzo 2009 ai vescovi, facendo riferimento alla revoca della scomunica di monsignor Williamson, prelato integralista e notoriamente negazionista.
Concepiti prima di quell’errore di comunicazione, i lavori che si aprono giovedì 12 novembre a Roma, in seno alla Commissione episcopale europea per i media (CEEM), potrebbero contribuire a colmare certe lacune.
Per quattro giorni, un centinaio di persone (vescovi, incaricati stampa delle diocesi) si immergeranno nella cultura della Rete, incontrando dei responsabili della rete sociale Facebook, del motore di ricerca Google, del microblogging (scambi di messaggi brevi) Identi.ca o dell’enciclopedia sociale Wikipedia.
Un hacker svizzero ed uno specialista di Interpol verranno a completare la presentazione delle possibilità esistenti sulla Tela.
“Dobbiamo avere la preoccupazione di continuare a essere là dove è la gente”, insiste monsignor Jean-Michel Di Falco Leandri, vescovo di Gap, presidente della CEEM.
È previsto che giovedì l’ex portavoce dei vescovi francesi faccia una riflessione molto chiara sull’incapacità della Chiesa a cogliere le risorse di internet, in particolare come “strumento di evangelizzazione”.
In filigrana, la sua analisi esprime una critica per una comunicazione troppo caratterizzata dall’organizzazione verticale della Chiesa cattolica.
“Internet ci fa scendere dalla nostra cattedra magistrale, ci fa uscire dai nostri ghetti, dalle nostre sacrestie”, secondo il vescovo francese.
Confrontati con la “web-generation”, i membri della CEEM dovrebbero interrogarsi “sulle conseguenze ecclesiologiche, sugli effetti sul governo stesso della Chiesa, sul posto della religione sul mercato di internet, sui modi di proclamarvi il Vangelo”.
Monsignor Di Falco Leandri sottolinea il vantaggio acquisito dai siti protestanti “evangelisti” in termini di audience.
“I siti cattolici sono centrati su se stessi.
Parlano la lingua degli iniziati ad uso esclusivo degli iniziati.
I siti ‘evangelisti’, al contrario, vogliono raggiungere gli internauti, utilizzando internet come vettore di evangelizzazione.” Certo, ogni diocesi possiede un sito più o meno nutrito, i blog di preti si moltiplicano, le preghiere e i ritiri “on line” si diffondono.
Il Vaticano, il cui sito internet è poco conviviale, ha lanciato in gennaio il proprio canale su Youtube.
Ma questa presenza non è fine a se stessa, insiste monsignor Di Falco Leandri: i siti “cristiani devono essere suscitatori di coscienza”.

Quel che è di Cesare

ROSY BINDI – GIOVANNA CASADIO, Quel che è di Cesare, Laterza, Bari, 2009,  pp.127,  € 10.00 “Quel che è di Cesare” è una lunga intervista di Giovanna Casadio a Rosy Bindi, in cui la vicepresidente della Camera, incalzata dalle domande della giornalista, riflette sul rapporto tra fede, politica e religione nel tentativo di superare quel reciproco pregiudizio tra credenti e non credenti che ruota intorno al valore della laicità.
«Un pregiudizio – dice Rosy Bindi – che è tempo di archiviare, originato dal conflitto tra potere temporale e potere spirituale, che la storia ha già superato e la cui permanenza, tutta ideologica, rende più difficile affrontare le sfide della modernità.
La contrapposizione tra laici e credenti nasce da qui: i credenti sono sempre sospettati della loro laicità e i non credenti sono sempre sospettati della loro eticità».
Nel libro, edito da Laterza, Rosy Bindi racconta il suo impegno di cattolica che ha scelto la politica e va al cuore del principio di laicità.
In un colloquio franco e diretto affronta le questioni cruciali della nostra democrazia.
Scommette sul dialogo tra credenti e non credenti per superare reciproche scomuniche e afferma l’attualità del cattolicesimo democratico.
Rilancia la dimensione etica della politica come servizio e ricerca del bene comune.
Rosy Bindi, la sciabola laica e il vizio del compromesso di Michele Ainis Rosy Bindi non è donna che le mandi a dire.
Lei cattolica, che da giovane fu sul punto d’entrare in monastero, non ha mai parlato la lingua velata e un po’ allusiva della Curia.
Lei giurista, allieva di Vittorio Bachelet, ha sempre rifiutato gli alambicchi lessicali così familiari a chi maneggia codici e pandette.
Lei politica di lungo corso, e adesso fresca di nomina come presidente del Partito democratico, non ha mai amato il linguaggio involuto dei politici.
La schiettezza è una virtù evangelica («Sia il vostro dire: Sì sì, no no; il di più viene dal maligno»: Matteo 5, 37).
Ma in Italia è anche scarsamente praticata, vuoi per l’impero del politically correct, vuoi per opportunismo, per non farsi nemici.
Eppure se non sei franco – con gli altri e con te stesso – ti sarà impossibile mettere a profitto le tue relazioni con il mondo.
Perché chi canta in falsetto rifiuta a ben vedere il dialogo, si rende muto e sordo.
E invece il dialogo è sempre necessario, probabilmente oggi più di ieri.
Nelle guerre di religione che divampano su e giù lungo la penisola, nella rinnovata sfida tra guelfi e ghibellini, ciò vale innanzitutto sul fronte della laicità.
E alla laicità Rosy Bindi, intervistata da Giovanna Casadio, ha appena dedicato un libro (Quel che è di Cesare, Laterza, pp.
127, euro 10).
Lo sfogli, e incontri giudizi taglienti come altrettante sciabolate.
La posizione dell’Osservatore Romano contro la morte cerebrale? Oscurantista.
I divieti papali sull’uso della contraccezione? Già da ministro del governo Prodi, Bindi confezionò uno slogan: «Se non usi la testa, usa almeno il preservativo».
La battaglia sui Dico, creatura poi abortita di Rosy Bindi e Barbara Pollastrini? Davanti alla prospettiva di riscattare le coppie di fatto dalla clandestinità giuridica, i vescovi risposero: «Non possumus».
E lei disse a sua volta che un ministro della Repubblica italiana non è tenuto a conoscere il latino.
L’opposizione del Vaticano alla proposta – formulata in un consesso delle Nazioni Unite – di depenalizzare l’omosessualità? Una pagina triste.
Il ruolo del cardinal Ruini? Un panettiere al lavoro su due forni, destra e sinistra, che professava la «cultura dello scambio».
Inalberando la bandiera d’una Chiesa giudicante, che assolve nel confessionale e spara veti in piazza.
Non che Bindi sia diventata all’improvviso un’accanita mangiapreti.
Se è per questo, difende l’ortodossia cattolica su molte altre questioni, dall’eutanasia alla fecondazione assistita, e più in generale all’indisponibilità della vita per ogni essere vivente.
Arriva perfino a spalleggiare le pretese più mondane delle gerarchie ecclesiastiche, dall’8 per mille (un sistema «trasparente») al finanziamento delle scuole private (benché una norma costituzionale lo precluda).
Anche in questi casi usa parole nette, senza infingimenti.
Nel merito, potremo senz’altro dissentire.
Non però nel metodo: dopo tutto fu proprio il nitore delle rispettive posizioni – come ricorda Bindi – a permettere l’incontro fra laici e cattolici in Assemblea costituente.
Un miracolo che non si è poi ripetuto, nella storia della Repubblica italiana.
Qui c’è il punto cruciale di questo volumetto, però c’è anche il suo punto critico.
Perché vi si teorizza che ogni idea debba sempre stemperarsi nell’idea dell’altro, sino a forgiare un «meticciato», una contaminazione sistematica tra fede e ragione.
Ma davvero il compromesso su ogni singola questione è la nostra via d’uscita? E davvero per siglarlo dobbiamo rinunziare alla cultura del conflitto? Tuttavia quest’ultima costituisce il sale dei sistemi liberali; non per nulla la nostra Carta regola l’istituto del conflitto tra i poteri dello Stato, affidando alla Consulta ogni giudizio sulle ragioni e i torti.
D’altra parte non sempre è possibile raggiungere un’intesa.
Per esempio sul crocifisso nelle scuole: o lo espongo o non lo espongo, non posso appenderlo al muro e poi coprirlo con un velo.
Il compromesso, casomai, deriva dall’insieme, dal fatto che non tutte le decisioni soddisfino il medesimo uditorio.
Esattamente come avvenne all’atto di redigere la Costituzione, dove s’incontrano disposizioni di matrice liberale (per esempio quella sulla libertà d’impresa) accanto ad altre di marca socialista (il veto ai latifondi).
E quando viceversa i nostri padri fondatori misero il diavolo insieme all’acqua santa – come nell’art.
7 sui Patti lateranensi, che Rosy Bindi indica a modello – timbrarono «un errore logico e uno scandalo giuridico», per usare le parole di Benedetto Croce.
Oggi come allora, meglio un bisticcio di un pasticcio.
in “La Stampa” del 12 novembre 2009

Testimoni: Il vescovo Pinardi

“Servo fedele, prudente e buono”.
Queste fondamentali caratteristiche del ministero episcopale ricordate in un’omelia lo scorso 12 settembre da Benedetto XVI si attagliano perfettamente anche alla figura di monsignor Giovanni Battista Pinardi, vescovo ausiliare di Torino nella prima metà del Novecento.
Pinardi nasce a Castagnole Piemonte nel 1880, nel giorno dell’Assunzione di Maria, da una famiglia contadina, profondamente religiosa.
Il piccolo Giovanni Battista, quintogenito di sei fratelli, regolarmente, alle 5 del mattino, raggiunge la chiesa parrocchiale per servire la prima messa: qui nasce la sua vocazione al sacerdozio, maturata nell’ambiente salesiano di Alessandria e nei seminari diocesani di Torino.
Sarà ordinato sacerdote il 29 giugno 1903, con 51 compagni di studi, nella chiesa dell’Immacolata, annessa all’arcivescovado.
Nominato parroco di San Secondo in Torino nel 1912, accetta “per obbedienza” la nomina a vescovo titolare di Eudossiade e ausiliare del cardinale Richelmy il 24 gennaio 1916.
“Un uomo pio, d’una pietà che traspariva dal suo volto”, così lo descrive il vescovo coadiutore Tinivella nell’omelia per la traslazione delle sue spoglie dal cimitero di Castagnole Piemonte alla chiesa di San Secondo in Torino, avvenuta nel dicembre 1964.
A chiunque lo incontrava, monsignor Pinardi dava l’impressione d’essere costantemente in unione con Dio e di cercare unicamente nella Sapienza divina la soluzione di tanti gravosi problemi che gli si presentavano ogni giorno.
Per lunghe ore rimaneva in adorazione davanti al Tabernacolo, e chi l’ha visto pregare – annota un confratello parroco – ne ha certamente riportato sentimenti indelebili di edificazione.
Uomo coraggioso e intrepido, affrontò la buona battaglia della fede in tempi difficili, meritò dal suo arcivescovo Maurilio Fossati, piuttosto parco negli elogi, la lusinghiera definizione di bonus miles Christi.
Non poche furono le battaglie del Pinardi, seriamente impegnato sul versante sociale, amico fraterno di don Luigi Sturzo, che in incognito gli rese visita a San Secondo, durante il viaggio che lo portava esule nel nord d’Europa.
In tempi socialmente complessi, come lo fu il periodo tra le due guerre, monsignor Pinardi seppe attenersi rigorosamente alle indicazioni della dottrina sociale della Chiesa, che tracciava nella Rerum novarum e nei successivi documenti la via sicura da seguire.
La via della povertà e della giustizia nella misericordia.
Effettivamente, come si scrisse, monsignor Pinardi non è mai stato “anti-qualcuno”, diffondendo e difendendo l’ideale evangelico del pastore d’anime, fedele esecutore delle direttive del magistero.
Attento e sollecito nel “servizio della parola”, caratteristica propria e irrinunciabile del munus docendi, ricevuto dallo Spirito Santo, sapeva essere nella predicazione “totalmente relativo a Dio”.
Egli preparava minuziosamente le istruzioni parrocchiali – come s’usava allora durante la celebrazione pomeridiana dei vespri domenicali – le omelie e i molti discorsi d’occasione, dove tutto è riferito all’unico Assoluto: “Il Signore fa tutto bene, non chiediamogli mai perché.
La sua volontà è il nostro paradiso in terra, prima di essere la nostra beatitudine eterna”, era la frase ricorrente a ogni evento fausto o infelice che fosse.
Dopo il Vaticano II, quando stavano per entrare in vigore le nuove norme liturgiche, pur accusando la comprensibile fatica d’un aggiornamento così articolato e profondo, in una delle sue ultime istruzioni parrocchiali diceva: “Verranno indicazioni nuove e noi le metteremo in pratica”.
E aggiungeva un’espressione ricorrente nelle sue catechesi: “Lo ha detto il Papa, lo dicono i vescovi, dunque è così”.
La piena sintonia di Pinardi con il suo vescovo e con il magistero della Chiesa erano proverbiali.
Ricorrendo il suo giubileo sacerdotale, nel 1953, un noto giornalista e politico formatosi all’oratorio di San Secondo, nel discorso d’occasione ricordava: “Noi giovani ardenti uscivamo da quei colloqui con il cuore pieno di entusiasmo: era con noi un vescovo che intendeva il senso sociale del cristianesimo”.
Un vescovo che “conosceva quali doveri il mondo ha verso l’operaio e quali le strade da percorrere per redimerlo”.
L’immagine di monsignor Pinardi è inscindibilmente legata al sacerdozio, che egli non soltanto ha tenuto in grande onore, ma ha esemplarmente incarnato in tutta la sua vita.
La figura del sacerdote, nei suoi tratti essenziali, che attingono all’unico ed eterno sacerdozio di Cristo e rimangono invariati nel tempo, è caratterizzata dalla sua funzione pastorale.
Il sacerdote è anzitutto pastore e la sua spiritualità è profondamente segnata dalla carità pastorale.
Pinardi ne era profondamente consapevole.
Non si spiega altrimenti la sua quasi angosciosa resistenza ad assumere la “croce” dell’episcopato, in cui si concentra la pienezza del mandato divino.
Quanto monsignor Pinardi apprezzasse il sacerdozio risulta dalla sua profonda devozione eucaristica, ma non solo, se si pensa che dalla parrocchia di San Secondo sono sbocciate in quegli anni una quarantina di vocazioni sacerdotali e, cosa meno nota, molti sacerdoti in difficoltà hanno trovato in lui comprensione, conforto, sostegno spirituale e concreta accoglienza in spirito di vera fraternità sacerdotale.
Ripensando la bella figura del Pinardi, acquistano particolare splendore le parole di Benedetto XVI, richiamate in precedenza, a illustrare la prima caratteristica che il Signore chiede al suo servitore, la fedeltà: “Gli è stato affidato un grande bene, che non gli appartiene.
La Chiesa non è la Chiesa nostra, ma la sua Chiesa, la Chiesa di Dio…
Conduciamo gli uomini verso Gesù Cristo e così verso il Dio vivente…
La fedeltà è altruismo, e proprio così è liberatrice per il ministro stesso e per quanti gli sono affidati”.
È lo splendore della verità, vissuta nella libertà che ne deriva, che ha illuminato i passi di Pinardi, in tutti i campi della sua intensa attività pastorale, dal ministero parrocchiale in senso proprio, ai problemi sociali della prima immigrazione verso Torino, della comunicazione con una tipografia e un giornale, della tutela dei diritti dei lavoratori, per sfiorare i più vasti ambiti della politica del Paese, aprendo nuovi orizzonti sul fronte della carità vissuta, tradotta in opere ancora oggi fiorenti, come la “Casa della misericordia”.
Tutti i suoi interventi in campo sociale – dall’assistenza al sindacato e alla politica – mai miravano al consenso popolare, dal quale monsignor Pinardi era per sua natura schivo, ma anzitutto al bene dei fedeli.
Monsignor Pinardi era uomo “di poche parole, ma di saggi consigli”, che sapeva comprendere e ascoltare, accoglieva tutti con signorilità e cortesia e quanti ricorrevano a lui – ed erano molti – se ne tornavano sempre con grande sollievo, Questa dote era frutto anzitutto d’una, profonda e autentica, umiltà, virtù preclara del Pinardi, unanimemente riconosciutagli e frequentemente sottolineata da quanti hanno scritto di lui.
“La sua fu un’umiltà magnanima, che lo rendeva né timido né incerto nei suoi interventi e nelle sue decisioni quando fosse in gioco la giustizia o la verità”, scriveva, dopo la sua morte, il direttore del settimanale diocesano.
In effetti Pinardi ricoprì in diocesi incarichi molto importanti in quel momento storico, come quello di presidente della Società “Buona Stampa”, combattivo e irriducibile avversario “di coloro – come scriveva l’arcivescovo Fossati – che si fanno paladini di una falsa libertà e concorrono alla diffusione di quei fogli che sono per sistema nemici della Chiesa e avversari della buona causa”.
Monsignor Pinardi, ben conscio della sua totale consacrazione, svolse con coerente fedeltà la sua missione, dedicandovi tutte le sue energie.
Appena superati i sessant’anni la sua salute cominciò a essere malferma.
“Monsignor Pinardi – scrive un confratello – non era vecchio, ma era logoro”.
Ciononostante riuscirà a superare la soglia degli ottant’anni, traguardo ragguardevole all’epoca, conservando lo spirito dei tempi migliori fino al tramonto, con invidiabile serena lucidità e il solo rammarico di non poter più lavorare come un tempo, nel totale abbandono alla volontà del suo Signore e nel distacco dalle cose del mondo.
Ciò faceva dire all’arcivescovo Fossati, di fronte alla sua salma composta in San Secondo: “Ecce quomodo moritur vir iustus: qualis vita, finis ita!”.
La carità pastorale, virtù con la quale s’imita Gesù Buon Pastore, che dona la propria vita, si realizza anzitutto nel servizio.
Infatti l’episcopato è più un servizio che un onore, recita la Pastores dabo vobis (n.
23).
E, come ricorda Benedetto XVI nell’omelia citata sopra, Gesù venuto per servire e dare la vita in riscatto di molti “ha reso il termine “servo” il suo più alto titolo d’onore.
Con ciò ha compiuto un capovolgimento dei valori”.
Ma la carità pastorale trova il suo fondamento anche nella virtù della prudenza (Presbiterorum ordinis, 14, Ecclesiae imago, 22), virtù cardinale che rappresenta, dice Benedetto XVI, “la seconda caratteristica” del servo.
Essa indica la ricerca incessante della verità, anche la verità scomoda.
Il servo prudente è innanzitutto un uomo di verità, è un uomo dalla ragione sincera.
In tal senso Pinardi fu un uomo veramente ragionevole e saggio, capace di guardare il mondo e gli uomini e riconoscere così ciò che conta nella vita, senza lasciarsi abbagliare da pregiudizi.
Uomo di “verità e di comunione”, come sottolinea il direttorio sul ministero e la vita dei presbiteri (Tota Ecclesia, n.
30).
Spesso nelle discussioni interloquiva: “No, non voglio che prevalga chi è più tenace nelle sue idee, ma chi ha più ragione.
Riprendiamo a discutere”.
La prudenza, che suppone la saggezza, fu certamente una delle doti più in mostra e apprezzate del Pinardi, al cui consiglio molti ricorrevano proprio per la sua riservatezza e segretezza.
Anche dopo il suo “ritiro nell’ombra”, non si contavano i sacerdoti che ricorrevano a lui per un consiglio, sapendo di poter contare sulla sua prudente saggezza oltre che sulla sua riservatezza.
La sua bontà si traduceva anzitutto nell’amore ai poveri.
Ed erano centinaia quelli che gravitavano attorno alla chiesa di San Secondo.
Soleva, dire: “Anche se c’imbrogliano, amateli i poveri, Dio non ha dato loro quello che ha dato a noi”.
Messaggero di bontà – “l’unica cosa davanti alla quale il mondo è ancora capace d’inginocchiarsi”, per usare un’espressione del grande educatore salesiano don Cojazzi – monsignor Pinardi, già vescovo, saliva quattro piani di scale per raggiungere le soffitte di via San Secondo a portare conforto ai malati più poveri e abbandonati.
Tutti lo conoscevano per il suo tratto affabile e rispettoso, a ognuno rivolgeva una parola scoprendosi il capo per salutare, con ammirazione della gente più semplice.
Ma il segreto della sua bontà, da tutti riconosciuta, non può avere altra sorgente che Dio stesso, come il Signore afferma nel noto racconto evangelico: “Perché mi chiami buono, nessuno è buono se non Dio soltanto” (Marco, 10, 18).
E Benedetto XVI rammenta che “la bontà presuppone soprattutto una viva comunione con Dio…
se la nostra vita si svolge nel dialogo con Cristo…
se le sue caratteristiche penetrano in noi e ci plasmano, possiamo diventare servi veramente buoni”.
Monsignor Pinardi, sia per temperamento che per formazione, fu “un solitario” nel senso che non faceva parte di allegre combriccole di preti che dedicavano ore e ore al gioco delle carte, o a altri frivoli trattenimenti; situazione diffusa quanto mal tollerata dall’arcivescovo Richelmy, al quale il vicario generale con un certo humor replicava: “Eminenza, meglio i tarocchi (inteso come il gioco delle carte, ndr.) che passare il tempo a tagliare i panni all’arcivescovo!”.
Ma monsignor Pinardi non era certamente un prete “isolato” nella sua solitudine, che amasse non essere “disturbato”, cosa che lamentava soltanto quando stava recitando le Ore o si stava preparando alla celebrazione dell’Eucaristia.
La sua giornata scorreva continuamente a contatto con i fedeli, specialmente i più bisognosi, che prediligeva, ma anche con i confratelli, alle cui riunioni era sempre presente.
La fraternità sacerdotale, oggi tanto invocata, forse perché è diventata cosa rara, esigenza profonda della misteriosa realtà comunionale della Chiesa, era al vertice dei suoi pensieri e si manifestava nella sua cordiale accoglienza verso i confratelli, sublimandosi in una amicizia sincera, che trascende le categorie sociologiche mondane – incomprensione, solitudine, emarginazione – e supera le inevitabili difficoltà contingenti.
Lo confermano molti sacerdoti da lui aiutati e beneficati, che ospitava nella spaziosa residenza parrocchiale, fino ad averne in casa contemporaneamente una dozzina.
L’arcivescovo di Vercelli, Imberti, dava atto di questa sua disponibilità, scrivendo come “l’arcidiocesi di Torino non sarà mai abbastanza riconoscente a quest’uomo integerrimo pieno di bontà e di carità, specie con i sacerdoti”.
Scrive uno dei suoi viceparroci, oggi quasi centenario: “Per i confratelli poveri ebbe finezze squisite d’assistenza; per molti, vicini all’ultimo passo, fu l’informatore delicato e sollecito della gravità del male e del momento che suggeriva gli ultimi sacramenti; per delusi, calunniati, percossi o sviati fu l’angelo del conforto, il braccio di sostegno: sono pagine di soavità e di amore paterno e fraterno che si leggono solo nei libri dell’aldilà…”.
Indipendentemente da quale sarà il giudizio della Chiesa sulla eroicità delle virtù di monsignor Pinardi, del quale è stata introdotta la causa di canonizzazione nel 1999, l’esame delle circostanze storiche in cui visse e operò mette in risalto la grandezza dei doni che Dio gli ha fatto e la sua esemplare dedizione al ministero sacerdotale, che s’impone ancor oggi e offre in questo Anno sacerdotale un impareggiabile modello.
Con ragione hanno scritto di monsignor Pinardi: “Era sempre un vescovo: nella visione soprannaturale ed equilibrata delle cose, nella ponderatezza e decisione delle parole, nella carità e generosità delle opere”.
Nessun miglior elogio si sarebbe potuto fare di un pastore zelante, secondo il cuore di Dio, come seppe essere il Pinardi, guida dinamica e discreta nel cammino della vita, secondo la vocazione universale dei fedeli, verso la santità.
(©L’Osservatore Romano – 12 novembre 2009)

Anglicanorum cœtibus

Il testo integrale della costituzione apostolica “Anglicanorum cœtibus” che regola l’ingresso nella Chiesa cattolica di gruppi provenienti dalla Comunione anglicana di Benedetto XVI   In questi ultimi tempi lo Spirito Santo ha spinto gruppi anglicani a chiedere più volte e insistentemente di essere ricevuti, anche corporativamente, nella piena comunione cattolica e questa Sede Apostolica ha benevolmente accolto la loro richiesta.
Il Successore di Pietro infatti, che dal Signore Gesù ha il mandato di garantire l’unità dell’episcopato e di presiedere e tutelare la comunione universale di tutte le Chiese, (1) non può non predisporre i mezzi perché tale santo desiderio possa essere realizzato.
La Chiesa, popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, (2) è stata infatti istituita da Nostro Signore Gesù Cristo come “il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano.” (3) Ogni divisione fra i battezzati in Gesù Cristo è una ferita a ciò che la Chiesa è e a ciò per cui la Chiesa esiste; infatti “non solo si oppone apertamente alla volontà di Cristo, ma è anche di scandalo al mondo e danneggia la più santa delle cause: la predicazione del Vangelo ad ogni creatura”.
(4) Proprio per questo, prima di spargere il suo sangue per la salvezza del mondo, il Signore Gesù ha pregato il Padre per l’unità dei suoi discepoli.
(5) È lo Spirito Santo, principio di unità, che costituisce la Chiesa come comunione.
(6) Egli è il principio dell’unità dei fedeli nell’insegnamento degli Apostoli, nella frazione del pane e nella preghiera.
(7) Tuttavia la Chiesa, per analogia al mistero del Verbo incarnato, non è solo una comunione invisibile, spirituale, ma anche visibile; (8) infatti, “la società costituita di organi gerarchici e il corpo mistico di Cristo, l’assemblea visibile e la comunità spirituale, la Chiesa terrestre e la Chiesa arricchita di beni celesti, non si devono considerare come due cose diverse; esse formano piuttosto una sola complessa realtà risultante di un duplice elemento, umano e divino.” (9) La comunione dei battezzati nell’insegnamento degli Apostoli e nella frazione del pane eucaristico si manifesta visibilmente nei vincoli della professione dell’integrità della fede, della celebrazione di tutti i sacramenti istituiti da Cristo e del governo del Collegio dei Vescovi uniti con il proprio capo, il Romano Pontefice.
(10) L’unica Chiesa di Cristo infatti, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica, “sussiste nella Chiesa Cattolica governata dal successore di Pietro, e dai Vescovi in comunione con lui, ancorché al di fuori del suo organismo si trovino parecchi elementi di santificazione e di verità, che, quali doni propri della Chiesa di Cristo, spingono verso l’unità cattolica.” (11) Alla luce di tali principi ecclesiologici, con questa Costituzione Apostolica si provvede ad una normativa generale che regoli l’istituzione e la vita di Ordinariati Personali per quei fedeli anglicani che desiderano entrare corporativamente in piena comunione con la Chiesa Cattolica.
Tale normativa è integrata da Norme Complementari emanate dalla Sede Apostolica.
I.
§ 1.
Gli Ordinariati Personali per Anglicani che entrano nella piena comunione con la Chiesa Cattolica vengono eretti dalla Congregazione per la Dottrina della Fede all’interno dei confini territoriali di una determinata Conferenza Episcopale, dopo aver consultato la Conferenza stessa.
§ 2.
Nel territorio di una Conferenza dei Vescovi, uno o più Ordinariati possono essere eretti, a seconda delle necessità.
§ 3.
Ciascun Ordinariato “ipso iure” gode di personalità giuridica pubblica; è giuridicamente assimilato ad una diocesi.
(12) § 4.
L’Ordinariato è formato da fedeli laici, chierici e membri d’Istituti di Vita Consacrata o di Società di Vita Apostolica, originariamente appartenenti alla Comunione Anglicana e ora in piena comunione con la Chiesa Cattolica, oppure che ricevono i Sacramenti dell’Iniziazione nella giurisdizione dell’Ordinariato stesso.
§ 5.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica è l’espressione autentica della fede cattolica professata dai membri dell’Ordinariato.
II.
L’Ordinariato Personale è retto dalle norme del diritto universale e dalla presente Costituzione Apostolica ed è soggetto alla Congregazione per la Dottrina della Fede e agli altri Dicasteri della Curia Romana secondo le loro competenze.
Per esso valgono anche le suddette Norme Complementari ed altre eventuali Norme specifiche date per ciascun Ordinariato.
III.
Senza escludere le celebrazioni liturgiche secondo il Rito Romano, l’Ordinariato ha la facoltà di celebrare l’Eucaristia e gli altri Sacramenti, la Liturgia delle Ore e le altre azioni liturgiche secondo i libri liturgici propri della tradizione anglicana approvati dalla Santa Sede, in modo da mantenere vive all’interno della Chiesa Cattolica le tradizioni spirituali, liturgiche e pastorali della Comunione Anglicana, quale dono prezioso per alimentare la fede dei suoi membri e ricchezza da condividere.
IV.
Un Ordinariato Personale è affidato alla cura pastorale di un Ordinario nominato dal Romano Pontefice.
V.
La potestà (potestas) dell’Ordinario è: a.
ordinaria: annessa per il diritto stesso all’ufficio conferitogli dal Romano Pontefice, per il foro interno e per il foro esterno; b.
vicaria: esercitata in nome del Romano Pontefice; c.
personale: esercitata su tutti coloro che appartengono all’Ordinariato.
Essa è esercitata in modo congiunto con quella del Vescovo diocesano locale nei casi previsti dalle Norme Complementari.
VI.
§ 1.
Coloro che hanno esercitato il ministero di diaconi, presbiteri o vescovi anglicani, che rispondono ai requisiti stabiliti dal diritto canonico (13) e non sono impediti da irregolarità o altri impedimenti, (14) possono essere accettati dall’Ordinario come candidati ai Sacri Ordini nella Chiesa Cattolica.
Per i ministri coniugati devono essere osservate le norme dell’Enciclica di Paolo VI “Sacerdotalis coelibatus”, n.
42 (15) e della Dichiarazione “In June”.
(16) I ministri non coniugati debbono sottostare alla norma del celibato clericale secondo il can.
277, §1.
§ 2.
L’Ordinario, in piena osservanza della disciplina sul celibato clericale nella Chiesa Latina, “pro regula” ammetterà all’ordine del presbiterato solo uomini celibi.
Potrà rivolgere petizione al Romano Pontefice, in deroga al can.
277, § 1, di ammettere caso per caso all’Ordine Sacro del presbiterato anche uomini coniugati, secondo i criteri oggettivi approvati dalla Santa Sede.
§ 3.
L’incardinazione dei chierici sarà regolata secondo le norme del diritto canonico.
§ 4.
I presbiteri incardinati in un Ordinariato, che costituiscono il suo presbiterio, debbono anche coltivare un vincolo di unità con il presbiterio della Diocesi nel cui territorio svolgono il loro ministero; essi dovranno favorire iniziative e attività pastorali e caritative congiunte, che potranno essere oggetto di convenzioni stipulate tra l’Ordinario e il Vescovo diocesano locale.
§ 5.
I candidati agli Ordini Sacri in un Ordinariato saranno formati insieme agli altri seminaristi, specialmente negli ambiti dottrinale e pastorale.
Per tener conto delle particolari necessità dei seminaristi dell’Ordinariato e della loro formazione nel patrimonio anglicano, l’Ordinario può stabilire programmi da svolgere nel seminario o anche erigere case di formazione, connesse con già esistenti facoltà di teologia cattoliche.
VII.
L’Ordinario, con l’approvazione della Santa Sede, può erigere nuovi Istituti di Vita Consacrata e Società di Vita Apostolica e promuoverne i membri agli Ordini Sacri, secondo le norme del diritto canonico.
Istituti di Vita Consacrata provenienti dall’Anglicanesimo e ora in piena comunione con la Chiesa Cattolica per mutuo consenso possono essere sottoposti alla giurisdizione dell’Ordinario.
VIII.
§ 1.
L’Ordinario, a norma del diritto, dopo aver sentito il parere del Vescovo diocesano del luogo, può, con il consenso della Santa Sede, erigere parrocchie personali, per la cura pastorale dei fedeli appartenenti all’Ordinariato.
§ 2.
I parroci dell’Ordinariato godono di tutti i diritti e sono tenuti a tutti gli obblighi previsti nel Codice di Diritto Canonico, che, nei casi stabiliti nelle Norme Complementari, sono esercitati in mutuo aiuto pastorale con i parroci della Diocesi nel cui territorio si trova la parrocchia personale dell’Ordinariato.
IX.
Sia i fedeli laici che gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, che provengono dall’Anglicanesimo e desiderano far parte dell’Ordinariato Personale, devono manifestare questa volontà per iscritto.
X.
§ 1.
L’Ordinario nel suo governo è assistito da un Consiglio di governo regolato da Statuti approvati dall’Ordinario e confermati dalla Santa Sede.
(17) § 2.
Il Consiglio di governo, presieduto dall’Ordinario, è composto di almeno sei sacerdoti ed esercita le funzioni stabilite nel Codice di Diritto Canonico per il Consiglio Presbiterale e il Collegio dei Consultori e quelle specificate nelle Norme Complementari.
§ 3.
L’Ordinario deve costituire un Consiglio per gli affari economici a norma del Codice di Diritto Canonico e con i compiti da questo stabiliti.
(18) § 4.
Per favorire la consultazione dei fedeli nell’Ordinariato deve essere costituito un Consiglio Pastorale.
(19) XI.
L’Ordinario ogni cinque anni si deve recare a Roma per la visita “ad limina Apostolorum” e tramite la Congregazione per la Dottrina della Fede, in rapporto anche con la Congregazione per i Vescovi e la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, deve presentare al Romano Pontefice una relazione sullo stato dell’Ordinariato.
XII.
Per le cause giudiziali il tribunale competente è quello della Diocesi in cui una delle parti ha il domicilio, a meno che l’Ordinariato non abbia costituito un suo tribunale, nel qual caso il tribunale d’appello sarà quello designato dall’Ordinariato e approvato dalla Santa Sede.
XIII.
Il Decreto che erigerà un Ordinariato determinerà il luogo della sede dell’Ordinariato stesso e, se lo si ritiene opportuno, anche quale sarà la sua chiesa principale.
Vogliamo che queste nostre disposizioni e norme siano valide ed efficaci ora e in futuro, nonostante, se fosse necessario, le Costituzioni e le Ordinanze apostoliche emanate dai nostri predecessori, e ogni altra prescrizione anche degna di particolare menzione o deroga.
Dato a Roma, presso San Pietro, il 4 novembre 2009, Memoria di San Carlo Borromeo.
BENEDICTUS PP XVI __________ (1) Cf.
Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost.
dogm.
“Lumen gentium”, 23; Congregazione per la Dottrina della Fede, Lett.
“Communionis notio”, 12; 13.
(2) Cf.
Cost.
dogm.
“Lumen gentium”, 4; Decr.
“Unitatis redintegratio”, 2.
(3) Cost.
dogm.
“Lumen gentium” 1.
(4) Decr.
“Unitatis redintegratio”, 1.
(5) Cf.
Gv 17,20-21; Decr.
“Unitatis redintegratio”, 2.
(6) Cf.
Cost.
dogm.
“Lumen gentium”, 13.
(7) Cf.
Ibidem; At 2,42.
(8) Cf.
Cost.
dogm.
“Lumen gentium”, 8; Lett.
“Communionis notio”, 4.
(9) Cost.
dogm.
“Lumen gentium”, 8.
(10) Cf.
CIC, can.
205; Cost.
dogm.
“Lumen gentium”, 13; 14; 21; 22; Decr.
“Unitatis redintegratio”, 2; 3; 4; 15; 20; Decr.
“Christus Dominus”, 4; Decr.
“Ad gentes”, 22.
(11) Cost.
dogm.
“Lumen gentium”, 8; Decr.
“Unitatis redintegratio”, 1; 3; 4; Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich.
“Dominus Iesus”, 16.
(12) Cf.
Giovanni Paolo II, Cost.
Ap.
“Spirituali militum curae”, 21 aprile 1986, I § 1.
(13) Cf.
CIC, cann.
1026-1032.
(14) Cf.
CIC, cann.
1040-1049.
(15) Cf.
AAS 59 (1967) 674.
(16) Cf.
Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione del 1° aprile 1981, in Enchiridion Vaticanum 7, 1213.
(17) Cf.
CIC, cann.
495-502.
(18) Cf.
CIC, cann.
492-494.
(19) Cf.
CIC, can.
511.
__________ NORME COMPLEMENTARI Dipendenza dalla Santa Sede I.
Ciascun Ordinariato dipende dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e mantiene stretti rapporti con gli altri Dicasteri Romani a seconda della loro competenza.
Rapporti con le Conferenze Episcopali e i Vescovi diocesani II.
§ 1.
L’Ordinario segue le direttive della Conferenza Episcopale nazionale in quanto compatibili con le norme contenute nella Costituzione Apostolica “Anglicanorum coetibus”.
§ 2.
L’Ordinario è membro della rispettiva Conferenza Episcopale.
III.
L’Ordinario, nell’esercizio del suo ufficio, deve mantenere stretti legami di comunione con il Vescovo della Diocesi in cui l’Ordinariato è presente per coordinare la sua azione pastorale con il piano pastorale della Diocesi.
L’Ordinario IV.
§ 1.
L’Ordinario può essere un vescovo o un presbitero nominato dal Romano Pontefice “ad nutum Sanctae Sedis”, in base ad una terna presentata dal Consiglio di governo.
Per lui si applicano i cann.
383-388, 392-394 e 396-398 del Codice di Diritto Canonico.
§ 2.
L’Ordinario ha la facoltà di incardinare nell’Ordinariato i ministri anglicani entrati nella piena comunione con la Chiesa Cattolica e i candidati appartenenti all’Ordinariato da lui promossi agli Ordini Sacri.
§ 3.
Sentita la Conferenza Episcopale e ottenuto il consenso del Consiglio di governo e l’approvazione della Santa Sede, l’Ordinario, se ne vede la necessità, può erigere decanati territoriali, sotto la guida di un delegato dell’Ordinario e comprendenti i fedeli di più parrocchie personali.
I fedeli dell’Ordinariato V.
§ 1.
I fedeli laici provenienti dall’Anglicanesimo che desiderano appartenere all’Ordinariato, dopo aver fatto la Professione di fede e, tenuto conto del can.
845, aver ricevuto i Sacramenti dell’Iniziazione, debbono essere iscritti in un apposito registro dell’Ordinariato.
Coloro che sono stati battezzati nel passato come cattolici fuori dall’Ordinariato non possono ordinariamente essere ammessi come membri, a meno che siano congiunti di una famiglia appartenente all’Ordinariato.
§ 2.
I fedeli laici e i membri di Istituti di Vita Consacrata e di Società di Vita Apostolica, quando collaborano in attività pastorali o caritative, diocesane o parrocchiali, dipendono dal Vescovo diocesano o dal parroco del luogo, per cui in questo caso la potestà di questi ultimi è esercitata in modo congiunto con quella dell’Ordinario e del parroco dell’Ordinariato.
Il clero VI.
§ 1.
L’Ordinario, per ammettere candidati agli Ordini Sacri deve ottenere il consenso del Consiglio di governo.
In considerazione della tradizione ed esperienza ecclesiale anglicana, l’Ordinario può presentare al Santo Padre la richiesta di ammissione di uomini sposati all’ordinazione presbiterale nell’Ordinariato, dopo un processo di discernimento basato su criteri oggettivi e le necessità dell’Ordinariato.
Tali criteri oggettivi sono determinati dall’Ordinario, dopo aver consultato la Conferenza Episcopale locale, e debbono essere approvati dalla Santa Sede.
§ 2.
Coloro che erano stati ordinati nella Chiesa Cattolica e in seguito hanno aderito alla Comunione Anglicana, non possono essere ammessi all’esercizio del ministero sacro nell’Ordinariato.
I chierici anglicani che si trovano in situazioni matrimoniali irregolari non possono essere ammessi agli Ordini Sacri nell’Ordinariato.
§ 3.
I presbiteri incardinati nell’Ordinariato ricevono le necessarie facoltà dall’Ordinario.
VII.
§ 1.
L’Ordinario deve assicurare un’adeguata remunerazione ai chierici incardinati nell’Ordinariato e provvedere alla previdenza sociale per sovvenire alle loro necessità in caso di malattia, di invalidità o vecchiaia.
§ 2.
L’Ordinario potrà convenire con la Conferenza Episcopale eventuali risorse o fondi disponibili per il sostentamento del clero dell’Ordinariato.
§ 3.
In caso di necessità, i presbiteri, con il permesso dell’Ordinario, potranno esercitare una professione secolare, compatibile con l’esercizio del ministero sacerdotale (cf.
CIC, can.
286).
VIII.
§ 1.
I presbiteri, pur costituendo il presbiterio dell’Ordinariato, possono essere eletti membri del Consiglio Presbiterale della Diocesi nel cui territorio esercitano la cura pastorale dei fedeli dell’Ordinariato (cf.
CIC, can.
498, § 2).
§ 2.
I presbiteri e i diaconi incardinati nell’Ordinariato possono essere, secondo il modo determinato dal Vescovo diocesano, membri del Consiglio Pastorale della Diocesi nel cui territorio esercitano il loro ministero (cf.
CIC, can.
512, § 1).
IX.
§ 1.
I chierici incardinati nell’Ordinariato devono essere disponibili a prestare aiuto alla Diocesi in cui hanno il domicilio o il quasi-domicilio, dovunque sia ritenuto opportuno per la cura pastorale dei fedeli.
In questo caso dipendono dal Vescovo diocesano per quello che riguarda l’incarico pastorale o l’ufficio che ricevono.
§ 2.
Dove e quando sia ritenuto opportuno, i chierici incardinati in una Diocesi o in un Istituto di Vita Consacrata o in una Società di Vita Apostolica, col consenso scritto rispettivamente del loro Vescovo diocesano o del loro Superiore, possono collaborare alla cura pastorale dell’Ordinariato.
In questo caso dipendono dall’Ordinario per quello che riguarda l’incarico pastorale o l’ufficio che ricevono.
§ 3.
Nei casi previsti nei paragrafi precedenti deve intervenire una convenzione scritta tra l’Ordinario e il Vescovo diocesano o il Superiore dell’Istituto di Vita Consacrata o il Moderatore della Società di Vita Apostolica, in cui siano chiaramente stabiliti i termini della collaborazione e tutto ciò che riguarda il sostentamento.
X.
§ 1.
La formazione del clero dell’Ordinariato deve raggiungere due obiettivi: 1) una formazione congiunta con i seminaristi diocesani secondo le circostanze locali; 2) una formazione, in piena armonia con la tradizione cattolica, in quegli aspetti del patrimonio anglicano di particolare valore.
§ 2.
I candidati al sacerdozio riceveranno la loro formazione teologica con gli altri seminaristi in un seminario o in una facoltà teologica, sulla base di un accordo intervenuto tra l’Ordinario e il Vescovo diocesano o i Vescovi interessati.
I candidati possono ricevere una particolare formazione sacerdotale secondo un programma specifico nello stesso seminario o in una casa di formazione appositamente eretta, col consenso del Consiglio di governo, per la trasmissione del patrimonio anglicano.
§ 3.
L’Ordinariato deve avere una sua “Ratio institutionis sacerdotalis”, approvata dalla Santa Sede; ogni casa di formazione dovrà redigere un proprio Regolamento, approvato dall’Ordinario (cf.
CIC, can.
242, §1).
§ 4.
L’Ordinario può accettare come seminaristi solo i fedeli che fanno parte di una parrocchia personale dell’Ordinariato o coloro che provengono dall’Anglicanesimo e hanno ristabilito la piena comunione con la Chiesa Cattolica.
§ 5.
L’Ordinariato cura la formazione permanente dei suoi chierici, partecipando anche a quanto predispongono a questo scopo a livello locale la Conferenza Episcopale e il Vescovo diocesano.
I Vescovi già anglicani XI.
§ 1.
Un Vescovo già anglicano e coniugato è eleggibile per essere nominato Ordinario.
In tal caso è ordinato presbitero nella Chiesa cattolica ed esercita nell’Ordinariato il ministero pastorale e sacramentale con piena autorità giurisdizionale.
§ 2.
Un Vescovo già anglicano che appartiene all’Ordinariato può essere chiamato ad assistere l’Ordinario nell’amministrazione dell’Ordinariato.
§ 3.
Un Vescovo già anglicano che appartiene all’Ordinariato può essere invitato a partecipare agli incontri della Conferenza dei Vescovi del rispettivo territorio, nello stesso modo di un vescovo emerito.
§ 4.
Un Vescovo già anglicano che appartiene all’Ordinariato e che non è stato ordinato vescovo nella Chiesa Cattolica, può chiedere alla Santa Sede il permesso di usare le insegne episcopali.
Il Consiglio di governo XII.
§ 1.
Il Consiglio di governo, in accordo con gli Statuti approvati dall’Ordinario, ha i diritti e le competenze che secondo il Codice di Diritto Canonico sono propri del Consiglio Presbiterale e del Collegio dei Consultori.
§ 2.
Oltre tali competenze, l’Ordinario ha bisogno del consenso del Consiglio di governo per: a.
ammettere un candidato agli Ordini Sacri; b.
erigere o sopprimere una parrocchia personale; c.
erigere o sopprimere una casa di formazione; d.
approvare un programma formativo.
§ 3.
L’Ordinario deve inoltre sentire il parere del Consiglio di governo circa gli indirizzi pastorali dell’Ordinariato e i principi ispiratori della formazione dei chierici.
§ 4.
Il Consiglio di governo ha voto deliberativo: a.
per formare la terna di nomi da inviare alla Santa Sede per la nomina dell’Ordinario; b.
nell’elaborare le proposte di cambiamento delle Norme Complementari dell’Ordinariato da presentare alla Santa Sede; c.
nella redazione degli Statuti del Consiglio di governo, degli Statuti del Consiglio Pastorale e del Regolamento delle case di formazione.
§ 5.
Il Consiglio di governo è composto secondo gli Statuti del Consiglio.
La metà dei membri è eletta dai presbiteri dell’Ordinariato.
Il Consiglio Pastorale XIII.
§ 1.
Il Consiglio Pastorale, istituito dall’Ordinario, esprime il suo parere circa l’attività pastorale dell’Ordinariato.
§ 2.
Il Consiglio Pastorale, presieduto dall’Ordinario, è retto dagli Statuti approvati dall’Ordinario.
Le parrocchie personali XIV.
§ 1.
Il parroco può essere assistito nella cura pastorale della parrocchia da un vicario parrocchiale, nominato dall’Ordinario; nella parrocchia dev’essere costituito un Consiglio pastorale e un Consiglio per gli affari economici.
§ 2.
Se non c’è un vicario, in caso di assenza, d’impedimento o di morte del parroco, il parroco del territorio in cui si trova la chiesa della parrocchia personale, può esercitare, se necessario, le sue facoltà di parroco in modo suppletivo.
§ 3.
Per la cura pastorale dei fedeli che si trovano nel territorio di Diocesi in cui non è stata eretta una parrocchia personale, sentito il parere del Vescovo diocesano, l’Ordinario può provvedere con una quasi-parrocchia (cf.
CIC, can.
516, § 1).
Il Sommo Pontefice Benedetto XVI, nell’Udienza concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato le presenti Norme Complementari alla Costituzione Apostolica “Anglicanorum coetibus”, decise dalla Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato le pubblicazione.
Roma, dalla Sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 4 novembre 2009, Memoria di San Carlo Borromeo.
William Card.
Levada Prefetto Luis.
F.
Ladaria, S.I.
Arcivescovo tit.
di Thibica Segretario __________

Sessantesima assemblea generale della Conferenza episcopale italiana

Il messaggio del Papa alla sessantesima assemblea generale della Conferenza episcopale italiana Nel suo impegno per portare il “lievito del Vangelo nella cultura e nel tessuto della società” la Chiesa italiana è chiamata a farsi “voce e carico delle esigenze di un Paese che non crescerà se non insieme”.
È quanto scrive Benedetto XVI nel messaggio ai partecipanti alla sessantesima assemblea generale della Cei, in corso ad Assisi.
Al Venerato Fratello Il Signor Cardinale Angelo Bagnasco Presidente della Conferenza Episcopale Italiana In occasione dei lavori della 60 Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, mi è particolarmente gradito inviare il mio affettuoso saluto a Lei, al Segretario della cei e a tutti i Pastori della Chiesa che è in Italia, riuniti in Assisi, città simbolo di quella vita cristiana condotta “secondo la forma” del Vangelo, incarnata nell’esistenza di san Francesco e santa Chiara, che continuano ad esercitare in Italia e nel mondo un irresistibile fascino spirituale.
Idealmente presente esprimo a tutti la mia vicinanza spirituale, ben conoscendo lo zelo con cui voi, venerati e cari Fratelli, operate quotidianamente al servizio delle comunità affidate alle vostre cure pastorali.
Nei viaggi apostolici che vado compiendo nelle diocesi italiane, come pure in altre occasioni che mi portano a contatto con l’amata Chiesa che è in Italia, incontro comunità vive, salde nel loro legame col Successore di Pietro e nella comunione reciproca.
Per questo, “continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere” (Ef 1, 16), insieme ai presbiteri, vostri primi collaboratori nelle fatiche apostoliche, insieme ai diaconi, ai religiosi e alle religiose e ai fedeli laici che condividono la vostra gioia e la vostra responsabilità di testimoni di Cristo in ogni ambito della società italiana.
Questi periodici incontri – ne sono certo – alimentano la vostra reciproca cooperazione indispensabile per realizzare il mandato, che contraddistingue la vostra azione apostolica, di incrementare nel popolo cristiano la fede, la speranza e la carità, di alimentare i rapporti con le altre comunità religiose e le autorità civili, di operare per la presenza del lievito del Vangelo nella cultura e nel tessuto della società italiana, per la tutela della vita umana, per la promozione della pace e della giustizia e per la difesa del creato.
Lo scambio e la fraternità che caratterizzano i vostri lavori assembleari danno forza e vivacità all’impegno comune per l’unica Chiesa di Cristo e per la crescita del tessuto umano della società.
Sono trascorsi pochi mesi dal nostro incontro in occasione dell’Assemblea Generale svoltasi a maggio, nel corso della quale è stata individuata nell’educazione la prospettiva di fondo degli orientamenti pastorali per il prossimo decennio.
L’emergere dell’istanza educativa è un segno dei tempi che provoca l’Italia intera a porre la formazione delle nuove generazioni al centro dell’attenzione e dell’impegno di ciascuno, secondo le rispettive responsabilità e nel quadro di un’ampia convergenza di intenti.
Come ricordavo nel mio intervento del 28 maggio scorso, l’educazione è “una esigenza costitutiva e permanente della vita della Chiesa” e si colloca nel cuore della sua missione, volta a far sì che ogni persona possa incontrare e seguire il Signore Gesù, Via che conduce all’autenticità dell’amore, Verità che ci viene incontro e Vita del mondo.
La sfida educativa attraversa tutti i settori della Chiesa ed esige che siano affrontate con decisione le grandi questioni del tempo contemporaneo: quella relativa alla natura dell’uomo e alla sua dignità – elemento decisivo per una formazione completa della persona – e la “questione di Dio”, che sembra quanto mai urgente nella nostra epoca.
Vorrei richiamare, in proposito, ciò che ebbi a dire, il 24 luglio scorso, durante la celebrazione dei Vespri nella Cattedrale di Aosta: “Se la relazione fondamentale – la relazione con Dio – non è viva, non è vissuta, anche tutte le altre relazioni non possono trovare la loro forma giusta.
Ma questo vale anche per la società, per l’umanità come tale.
Anche qui, se Dio manca, se si prescinde da Dio, se Dio è assente, manca la bussola per mostrare l’insieme di tutte le relazioni per trovare la strada, l’orientamento dove andare.
Dio! Dobbiamo di nuovo portare in questo nostro mondo la realtà di Dio, farlo conoscere e farlo presente” (L’Osservatore Romano, 26 luglio 2009, p.
8) Perché ciò si realizzi occorre che noi per primi, cari Fratelli Vescovi, con tutto il nostro essere, diventiamo adorazione vivente, dono che trasforma il mondo e lo restituisce a Dio.
È questo il messaggio profondo dell’Anno Sacerdotale, che costituisce una straordinaria occasione per andare al cuore del ministero ordinato, riconducendo a unità, in ciascun sacerdote, l’identità e la missione.
Sono contento di vedere come, nelle vostre Diocesi, questa speciale proposta stia generando non poche iniziative soprattutto di carattere spirituale e vocazionale, e contribuisca a mettere in luce il cammino di santità tracciato nel tempo da tanti Vescovi e presbiteri italiani.
La storia d’Italia, infatti, è anche la storia di un’innumerevole schiera di sacerdoti che si sono chinati sulle ferite di un’umanità smarrita e sofferente, facendo di se stessi un’offerta di salvezza.
Mi auguro che possiate raccogliere abbondanti frutti da questa corale preghiera e meditazione sul dono del sacerdozio, scaturito dal cuore di Cristo per la salvezza del mondo.
Un altro tema al quale sarà dedicato ampio spazio nei lavori della vostra Assemblea, è la “questione meridionale”.
A vent’anni dalla pubblicazione del documento “Sviluppo nella solidarietà.
Chiesa italiana e Mezzogiorno”, avvertite il bisogno di farvi voce e carico delle esigenze di un Paese che non crescerà se non insieme.
Nelle terre del Sud la presenza della Chiesa è germe di rinnovamento, personale e sociale, e di sviluppo integrale.
Possa il Signore benedire gli sforzi di coloro che operano, con la tenace forza del bene, per la trasformazione delle coscienze e la difesa della verità dell’uomo e della società.
Nel corso della vostra Assemblea, inoltre, verrà esaminata la nuova edizione italiana del Rito delle esequie.
Essa risponde alla necessità di coniugare la fedeltà all’originale latino con gli opportuni adattamenti alla situazione nazionale, facendo tesoro dell’esperienza maturata dopo il Concilio Vaticano II, con sguardo attento al mutato contesto socio-culturale e alle esigenze della nuova evangelizzazione.
Il momento delle esequie costituisce un’importante occasione per annunciare il Vangelo della speranza e manifestare la maternità della Chiesa.
Il Dio che “verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”, è Colui che “asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno” (Ap 21, 4).
In una cultura che tende a rimuovere il pensiero della morte, quando addirittura non cerca di esorcizzarla riducendola a spettacolo o trasformandola in un diritto, è compito dei credenti gettare su tale mistero la luce della rivelazione cristiana, certi “che l’amore possa giungere fin nell’aldilà, che sia possibile un vicendevole dare e ricevere, nel quale rimaniamo legati gli uni agli altri con vincoli di affetto” (Spe salvi, 48).
Signor Cardinale e venerati Fratelli nell’Episcopato, cinquant’anni fa, al termine del XVI Congresso Eucaristico Nazionale e dopo una straordinaria Peregrinatio Mariae, i Vescovi italiani vollero consacrare l’Italia al Cuore Immacolato di Maria.
Di tale atto così significativo e fecondo, voi rinnoverete la memoria, confermando il particolarissimo legame di affetto e devozione che unisce il popolo italiano alla celeste Madre del Signore.
Volentieri mi unisco a questo ricordo, affidando i lavori della vostra Assemblea, la Chiesa che è in Italia e l’intera Nazione alla materna protezione della Vergine Maria, Regina degli Angeli e immagine purissima della Chiesa.
Invoco la sua intercessione, con quella dei santi Francesco e Chiara d’Assisi e di tutti i santi e le sante della terra italiana.
Con tali sentimenti imparto di cuore a Lei, ai Vescovi, ai loro collaboratori e a tutti i presenti la Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 4 novembre 2009 (©L’Osservatore Romano – 11 novembre 2009) La 60ª Assemblea Generale della CEI si aprirà nel pomeriggio del 9 novembre 2009, ad Assisi, con la prolusione del Card.
Angelo Bagnasco, Presidente della CEI.
Il giorno seguente, dopo la Celebrazione Eucaristica nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, il Nunzio Apostolico in Italia, S.E.
Mons.
Giuseppe Bertello, saluterà i Vescovi Italiani.
Sono quattro i principali argomenti che saranno al centro dei lavori dell’Assemblea dopo l’elezione del Vice Presidente della CEI (Italia centrale): l’approvazione della nuova edizione italiana del Rito delle Esequie; l’approvazione della Nota su Chiesa e Mezzogiorno; la riflessione sulla questione antropologica alla luce del nesso fra etica della vita ed etica sociale, secondo la Caritas in veritate; l’approfondimento del rapporto fra l’immagine della Chiesa e la comunicazione dei media.
Nel contesto dei lavori assembleari particolare rilievo avranno le iniziative di carattere nazionale in occasione dell’Anno Sacerdotale.
Sono inoltre previste la comunicazione sulla rilevazione delle opere sanitarie e sociali ecclesiali in Italia e alcune informazioni sull’Ostensione della Sindone (Torino, 10 aprile -23 maggio 2010) e sul Convegno “Testimoni digitali” (Roma, 22-24 aprile 2010).
Documenti allegati:Prolusione card.
Bagnasco Prolusione card.
Bagnasco

In Usa boom dei libri elettronici

SCOMPARSA – Scrive il Washington Post: «I tomi pesanti che ci portavano dietro sembrano destinati a scomparire».
Al momento, le vendite dei libri elettronici sono solo l’1,5 per cento del totale.
Ma Steve Haber, un dirigente della Sony, ritiene che raggiungeranno presto il 50 per cento: «I miei nipoti», riferisce, «non prendono più in mano un libro.
Accade in tutte le famiglie dei miei amici».
E aggiunge che in America si compra ormai il 20 per cento dei libri online.
Conclude Haber: «Le mega catene di librerie sanno quale sarà il mercato del futuro, stanno lanciando i loro lettori elettronici, stanno mettendo a disposizione dell’acquirente i titoli di cui dispongono».
PREZZI – Il prezzo non è modico, va dai 200 dollari in su, ma l’iniziativa ha un successo enorme.
Un’analista, Sarah Rotman Epps, ha detto al Washington Post che con Kindle la Amazon ha innescato un trend che rivoluzionerà l’editoria.
«È anche questione di soldi: in media un nuovo best seller costa 15 dollari se stampato, ma solo 8 dollari se elettronico, una differenza sostanziosa».
Ne soffrono persino i tascabili, le cui vendite allo scorso agosto sono scese del 9 per cento.
Secondo l’analista, gli entusiasti dei libri elettronici ne leggono 3–4 al mese, hanno dai 40 ai 50 anni, un reddito annuo di oltre 100 mila dollari, e usano quotidianamente’internet: «I loro figli», afferma, «ne seguiranno in massa l’esempio.
Avremo un boom simile a quello delle foto digitali».
Il re del settore è l’ultimo Kindle, che contiene 1.500 titoli, ciascuno dei quali può essere scaricato in appena 60 secondi.
Ginny Wolfe, una private contractor che lavora in Afganistan, lo ha voluto con sé: «Una volta partendo mi riempivo una valigia di libri.
Adesso il Kindle mi offre più di quanto abbia bisogno».
È la fine della editoria tradizionale? Non secondo lettori come Hilton Henderson: «Per me leggere un libro su uno schermo à come fare sesso cibernetico», protesta Henderson.
Haber, il dirigente della Sony, lo contesta: «Prendete in mano un lettore elettronico e vedrete che qualche ragazza vi avvicinerà subito».
Ennio Caretto 05 novembre 2009 È il boom dei libri elettronici.
L’anno scorso, nonostante la crisi finanziaria ed economica, le loro vendite sono salite del 68,4 per cento e quest’anno, allo scorso agosto, di ben il 177 per cento.
Inoltre i libri elettronici hanno invaso le biblioteche pubbliche, e quella di Amazon, Kindle, è diventata la favorita dei giovani.
Mentre l’editoria tradizionale ha registrato una battuta d’arresto, quella elettronica prevede di arrivare a 10 milioni di lettori.
È una parte modesta del mercato, ma l’unica in inarrestabile espansione.

Costruire un gruppo di lavoro di Insegnanti di Religione Cattolica

(1) G.
P.
QUAGLINO, S.
CASAGRANDE, A.
CASTELLANO, Gruppi di lavoro.
Lavori di gruppo, Raffaello Cortina Editore, Milano 1992.
(2) G.
CURSIO, No stress.
Strumenti per la prevenzione del burnout degli Idr, SEI, Torino 2007.
(3) KLAUS W.
VOPEL, Manuale per animatori di gruppo , LDC, Leumann ( Torino) 1998.
(4) KLAUS W.
VOPEL, Op.
Cit., p.
162.
2.
I comportamenti di disturbo nei lavori di gruppo: risorsa e resistenza al cambiamento.
Docenti di religione cattolica di varie regioni italiane si incontrano per la prima volta, talvolta senza conoscersi, con bisogni di ordine socio-relazionale e bisogni di compito che spesso per tanti motivi di ordine organizzativo (tempi stretti, relazioni ecc.) non vengono presi in considerazione.
Talvolta gli strumenti di conoscenza di queste preziose informazioni sono poco conosciuti o svalutati in quanto nell’organizzazione dei corsi di formazione si è spesso preoccupati di far apprendere i contributi degli esperti, tenendo conto però solo dell’aspetto contenutistico.
C’è una preoccupazione di formare il docente dal punto di vista dei contenuti che deve insegnare, dimensione rilevante ma non sufficiente per attivare processi di apprendimento.
La programmazione dei tempi formativi è prevalentemente centrata sulle relazioni di contenuto degli esperti e meno sulle importanti dinamiche relazionali che potrebbero mettere i colleghi nella condizione di condividere bisogni socio-relazionali e bisogni di compito (progetti, ipotesi di lavoro ecc).
Che cosa ho potuto notare nella mia esperienza di facilitatore di gruppi di lavoro? Quando vengono poco ascoltati i bisogni socio-relazionali e vengono sopravvalutati i bisogni di compito (programmare, progettare, ipotizzare ecc.) nei gruppi si evidenziano i seguenti fatti:  i partecipanti rispondono in maniera apatica impegnandosi al minimo, presentando ai colleghi l’eventuale relazione in maniera formale, con la preoccupazione di eseguire un compito non pensato, condiviso, lavorato insieme;  il gruppo si divide in partecipanti che si aspettano qualcosa e da gregari che si sentono frustrati dalla situazione di gruppo;  si creano lotte di potere tra partecipanti particolarmente ambiziosi;  vengono prese decisioni senza la convinzione di tutti;  i conflitti non agiti vengono proiettati sul compito da realizzare;  i partecipanti non si sentono sufficientemente informati e tendono ad ottenere informazioni solo attraverso il pettegolezzo.
Questi segnali sono il risultato di uno squilibrio tra i bisogni di compito ed i bisogni psicosociali come fa rilevare l’autore Klaus W.
Vopel.
Secondo l’esperienza e gli studi dell’autore su citato (3) i partecipanti ad un lavoro di gruppo in particolare nella prima fase mettono in atto in forma inconsapevole i seguenti comportamenti:  evitare lo svolgimento del compito di gruppo  non far mettere in questione l’abituale concetto di sé  respingono le richieste sociali  proteggono la propria individualità  evitano nuovi punti di vista o sentimenti spiacevoli  manipolano altre persone portandole indirettamente a soddisfare desideri che non vengono espressi chiaramente.
Caro collega, ascoltare e accogliere sono i due atteggiamenti che a mio parere è importante avere nel primo periodo del lavoro di gruppo.
Non avere fretta di fare notare subito le resistenze che si mettono in atto per evitare il compito di gruppo.
E’ chiaro che questo risulta assai difficile se il gruppo in pochissimo tempo deve presentare dei lavori all’assemblea durante un convegno.
In questo caso ci sono i colleghi di buona volontà che fanno il lavoro di tutti ma non è un lavoro con tutti.
2.1 I segnali di disturbo dei singoli partecipanti quando iniziano a lavorare orientati verso un obiettivo.
Tacere.
I primi minuti sono quelli più complessi da gestire perchè come facilitatori non sappiamo come interpretare il silenzio.
Si tratta di una esperienza abbastanza frustrante che può essere percepita come una critica indiretta all’operato dello stesso facilitatore.
In brevi attimi possono venire proiettati e attivati tanti ricordi ed esperienze passate riattivate dalla figura stessa del facilitatore oppure di qualche partecipante.
Il silenzio dei singoli partecipanti può essere problematico e bloccante per tutte quelle persone che hanno una esperienza di partecipazione attiva nei lavori di gruppo.
Quando è l’intero gruppo che fa silenzio è probabile – e questo è successo in molte mie attività di lavoro – che gli obiettivi del lavoro da svolgere non sono chiari, e non sono chiare le motivazioni.
Talvolta capita che il lavoro che si fa in gruppo non risponde alle domande/aspettative dei partecipanti.
Mi è capitato di lavorare con colleghi che erano stati “mandati” dai propri responsabili dell’ufficio scuola ritrovandosi completamente fuori luogo, disorientati.
Queste persone nel lavoro di gruppo per timore di sbagliare tendono a rimanere per tutto il tempo in silenzio, oppure se sono abituati a parlare tanto, parlano di tutto senza orientarsi con le riflessioni verso la soluzione del problema ed il raggiungimento degli obiettivi del gruppo.
Adesso tocca a te Il silenzio può dunque esprimere aspetti molto diversi della situazione del gruppo e quindi non c’è un “prontuario” che ci dice come gestirlo.
Il facilitatore rispetto a questi eventi, per poter comprendere, dovrà rintracciare le sue domande interne, ripensare ad una esperienza vissuta …  Come facilitatore ero preoccupato del silenzio? Qual è stata la mia risposta emotiva?  Il gruppo era preoccupato di questo silenzio?  Se ci siamo accorti che il partecipante pensava ad altro che cosa abbiamo fatto?  Qual è stato il messaggio specifico del silenzio?  Quali segnali non verbali nel gruppo commentano il silenzio? Il lavoro che ti invito a fare è importante perché ti consente di prendere contatto con la tua esperienza interna e migliorare il nostro servizio al gruppo nel ruolo di facilitatore.
Dalla mia esperienza questo lavoro di autovalutazione va fatto subito dopo aver lavorato con il gruppo.
Può darsi che in questo momento tu ricordi poco di una esperienza di conduzione del passato.
Il poco che ricordi prova comunque a scriverlo… Parlare troppo “… i partecipanti a gruppi di lavoro e di apprendimento che prendono troppo spesso la parola, spesso non si accorgono che monopolizzano la discussione.
Spesso credono di sapere più degli altri e sopravvalutano le loro capacità.
Altri possono parlare troppo per difendersi e nascondere il loro senso di inferiorità.
Altri vogliono consolidare la loro influenza sul gruppo brillando intellettualmente…” (4) Adesso tocca a te  Come ti sentivi di fronte ad un collega che durante un lavoro di gruppo tendeva a parlare troppo?  Ritieni per la tua esperienza che “cambiare discorso” rispetto all’obiettivo del gruppo sia un fattore di disturbo? Generalizzare Ci possono essere partecipanti nel gruppo di lavoro che tendono a “generalizzare” invece di raccontare il qui e adesso, parlano in modo impersonale usando spesso il “noi”, si riferiscono a principi teorici generali, mentre parlano ci si rende conto che in realtà non sono in contatto con nessun partecipante… parlano a tutti e non comunicano con nessuno.
Preferiscono cioè parlare al gruppo intero anziché rivolgersi ad un singolo partecipante.
Domandare in continuazione  Le domande fatte di continuo possono significare… Adesso tocca a te  Come facilitatore quando ti sei trovato di fronte ad un collega che faceva domande di continuo, cosa hai provato? Come hai gestito la situazione? Frequente interpretare Siamo abituati a interpretare il nostro comportamento e quello degli altri, tendiamo a riflettere più che sentire, cerchiamo cause dei nostri comportamenti, talvolta con il troppo pensare aggrediamo il nostro mondo interno che ha bisogno di essere accolto, ascoltato.
Questo richiede attenzione e capacità di fermarsi.
Con il pensiero e un buon libro che abbiamo letto possiamo fare molte analisi, rischiamo in questo modo però di diventare saggi molto noiosi che hanno le risposte per tutti.
Facilitatori senza contratto Coloro che agiscono come se fossero il “secondo io” del facilitatore.
Questi partecipanti al gruppo di lavoro ripetono quello che il facilitatore dice e fa, sono una cassa di risonanza, tendono a dare ordini, delle volte si possono presentare come servitori diligenti che preparano la sala per l’incontro, vanno in giro a chiamare i ritardatari, escono perché hanno una telefonata urgente, vanno a recuperare carta e matita per il lavoro… tutto questo senza che nessuno del gruppo o il facilitatore stesso glielo abbia chiesto.
“Gli incendiari” Sono persone che possono essere dominate da un pensiero magico: per crescere bisogna svelare sempre il conflitto, pretendono che tutti i partecipanti del gruppo svelino subito i loro interessi e limiti, sono persone che spingono all’apertura e pensano che dopo una “urlata” di gruppo le cose andranno meglio.
Il contatto sereno talvolta può essere percepito come maschera, per queste persone la verità sta nel fare conflitto.
Adesso tocca a te…  Come facilitatore di gruppo come vivi dentro un conflitto?  Quali sono i motivi che di solito generano conflitti?  Che cosa pensi dei conflitti? Bisogna evitarli? Clowns di gruppo Disturbano con scherzi fuori posto e di solito il messaggio che mandano è: “non sono convinto del mio valore, quando scherzo gli altri mi prestano attenzione”.
Mancare e tardare I motivi di questo comportamento possono essere molteplici, il facilitatore deve essere attento a formulare determinate ipotesi che poi dovrà verificare con la persona che fa ritardo o non partecipa al lavoro di gruppo.
Queste persone possono esprimere la loro opposizione all’attività di gruppo o nei confronti del facilitatore oppure può essere che l’attività stessa procura paura.
Colloqui “fuori la porta” E’ tipico di quelle persone che mentre un componente del gruppo parla o parla il facilitatore bisbigliano tra di loro, capita di solito che avviene tra due persone ma può avvenire anche con un numero maggiore.
Sono quelle persone che dicono il loro parere sul lavoro fatto o da fare dopo che l’incontro è finito, al momento dei saluti.
Sono i parlatori del retroscena che decidono come comportarsi per il prossimo incontro mentre escono, oppure al bar, oppure aspettando l’autobus oppure in macchina… Per concludere Il clima comunicativo del gruppo comprende anche i momenti di noia e di disturbo, sono tutti stimoli che se adeguatamente rilevati possono consentire al gruppo di evolvere verso il compito.
Fare del disturbo un motivo di apprendimento, utilizzare il segnale della noia per riorientare i lavori, ecco perché è necessario fare una riflessione clinica sul proprio vissuto di facilitatore per ricercare tutte quelle strategie ed errori che abbiamo individuato nel percorso di gruppo.
Riflettere costantemente sulla propria pratica, fare della propria esperienza una buona pratica.
Termino questi appunti di viaggio dicendoti che la prossima volta presenterò alcune delle strategie per gestire i comportamenti di disturbo di cui abbiamo parlato in questo testo.
Sarei felice se tu inviassi alla redazione di questa rivista le tue esperienze circa l’essere facilitatore in gruppo in particolare come tu hai gestito o gestisci i disturbi nella tua esperienza formativa.
Condividere è l’espressione più piena ed umana del nostro essere professionisti dell’educazione.
1.
Appunti per condividere.
Il metodo.
Caro collega, cara collega, come te anche io insegno, meglio cerco di insegnare religione cattolica nelle scuole superiori di secondo grado e nella della mia esperienza di formazione professionale mi sono talvolta trovato in difficoltà quando si trattava di fare i “lavori di gruppo” nei corsi di formazione.
I convegni che ho frequentato prevedevano i cosiddetti laboratori didattici.
Spesso durante questi “lavori di gruppo” intuivo alcuni nodi problematici che segnalavano una difficoltà a lavorare insieme, forse talvolta condizionati da una idea quasi magica e cioè che tutti riteniamo di sapere lavorare in gruppo mentre in realtà creare – costruire un gruppo di lavoro richiede conoscenza di modelli, procedure ben precise e tanta voglia di mettersi in discussione in prima persona.(1) Da vari anni ricerco e sono curioso per trovare modalità di collaborazione e costruire gruppi di lavoro facendo anche esperienza con colleghi che insegnano religione cattolica.
Ritengo che la pratica della collaborazione sia una via che permette di prevenire quel complesso fenomeno dello stress professionale chiamato burnout.(2) Scopo di questi appunti è quello di condividere con te, i miei interrogativi, le mie curiosità, le strade possibili che possono aprirsi per costruire realmente tra noi una comunità di apprendimento.
Tutto quello che succede in un lavoro di gruppo a livello di dinamiche interne è assai difficile conoscerlo; io condividerò con te la mia esperienza di facilitatore dei lavori di gruppo, cercando di documentare quello che vedo, mi affido alla mia sensibilità, alla mia esperienza ai miei studi per condividere con te un possibile punto di vista che, ripeto, è il mio punto di vista.
Che contributo dà la lettura di questi appunti di viaggio al tuo sviluppo professionale? Imparerai a riconoscere il tuo stile naturale di condurre un gruppo.
Conoscerai alcuni dei principali comportamenti di disturbo da parte dei singoli partecipanti al gruppo di lavoro.
Adesso tocca a te.
La parte più importante di questi appunti ritengo sia proprio questa: a te il compito di esplorare la tua esperienza interna rispetto alla conduzione dei gruppi e provare a renderla esplicita, a darle un nome.
È la dimensione più importante.
Se vuoi diventare facilitatore dovrai costantemente esplorare la tua dimensione interna, fare costante autoanalisi rispetto al tuo modo di lavorare in gruppo.
Di pubblicazioni “fai da te” su come si deve gestire un gruppo ne esistono tantissime e sono importanti, ma quello che è più importante per un formatore è ascoltare la propria dimensione interiore rispetto all’esperienza che sta mettendo in atto.
Diventiamo esperti nella misura in cui ascoltiamo quello che succede dentro di noi.
Dovrai avere con te il taccuino di viaggio e provare a rispondere a queste domande, prima di leggere gli appunti che seguono.
 Per la tua esperienza quali sono i principali disturbi che ostacolano un gruppo di lavoro, formato da insegnanti di religione, a raggiungere gli obiettivi stabiliti?  Quali sono le qualità che ti riconosci in merito alla conduzione dei gruppi?