Alcol e giovani, connubio rischioso

Sempre più diffuso in Italia, l’uso e abuso di alcol coinvolge fasce crescenti di giovani e giovanissimi come emerge dalla lettura dei dati raccolti in un recente rapporto che il Governo ha pubblicato sul proprio sito.
Basato su dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità, messi a confronto con dati internazionali forniti dall’OMS e dall’OSSFAD, il rapporto contiene l’analisi delle criticità, delle cause e degli effetti, in rapporto all’età e al genere come emerge dagli esiti dell’indagine “Il Pilota” dell’Osservatorio Nazionale Alcol CNESPS e dai dati dello studio Multiscopo Istat.
L’ubriacatura negli ultimi dieci anni è assurta a modello sociale e di comportamento, spesso nascosta dietro i disvalori  espressi dalla pubblicità che esaltano il valore positivo dell’alcol e in qualche modo favorita da una poco attenta vigilanza da parte della famiglia.
Il 41,7% dei ragazzi ed il 20,8% delle ragazze al di sotto dei 18 anni beve sino ad ubriacarsi, seguiti dai 19-24enni (18,8% dei maschi e 9,4% delle femmine) e dai giovani oltre i 25 anni (7,5% dei maschi e 5,5% delle femmine) tra cui si registra la più elevata percentuale di sobri.
Si beve di più nel fine settimana: al venerdì la percentuale di ragazze che dichiara di aver bevuto è del 37,2%, mentre i ragazzi sono il 52%; al sabato la percentuale di ragazze sale all’86%, mentre quella dei ragazzi aumenta fino all’86,3%; la domenica sera si beve meno con le ragazze attestate al 20,9% e i ragazzi al 20,7%.
In media, si bevono più di tre unità di alcool, considerando come unità un bicchiere da 125 ml di vino o una lattina da 33,3 cl di birra; la percentuale di giovani al di sotto dei 18 anni che beve appare preoccupante: i maschi sono il 41,7% del totale, le femmine sono il 20,8%.
I ragazzi più grandi sembrano più moderati: tra i 19 e i 24 anni bevono il 18,8% dei maschi e il 9,4% delle femmine.
I numeri tendono a diminuire ulteriormente con l’età: oltre i 25 anni beve il 7,5% dei maschi e il 5,5% delle femmine.
Il senso di moderazione che pare crescere con l’età non esime tuttavia le istituzioni e le famiglie dall’intervenire per far conoscere e mettere in guardia i giovani dai rischi dell’alcol che, anche a livello internazionale, è solo al 5° posto fra le droghe più pericolose con una sottovalutazione dei danni correlati.

“La legge morale vale anche per non credenti”

La legge morale naturale “non è esclusivamente o prevalentemente confessionale”, ma si fonda sulla stessa natura umana: lo ha ricordato Benedetto XVI ai partecipanti all’assemblea plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, ricevuti in udienza nella mattina di venerdì 15 gennaio, nella Sala Clementina.
Signori Cardinali, Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, Carissimi fedeli collaboratori, è per me motivo di grande gioia incontrarvi in occasione della Sessione Plenaria e manifestarvi i sentimenti di profonda riconoscenza e di cordiale apprezzamento per il lavoro che svolgete al servizio del Successore di Pietro nel suo ministero di confermare i fratelli nella fede (cfr.
Lc 22, 32).
Ringrazio il Signor Cardinale William Joseph Levada per il suo indirizzo di saluto, nel quale ha richiamato le tematiche che impegnano attualmente la Congregazione, nonché le nuove responsabilità che il Motu Proprio “Ecclesiae Unitatem” le ha affidato, unendo in modo stretto al Dicastero la Pontificia Commissione Ecclesia Dei.
Vorrei ora brevemente soffermarmi su alcuni aspetti che Ella, Signor Cardinale, ha esposto.
Anzitutto, desidero sottolineare come la Vostra Congregazione partecipi del ministero di unità, che è affidato, in special modo, al Romano Pontefice, mediante il suo impegno per la fedeltà dottrinale.
L’unità è infatti primariamente unità di fede, sostenuta dal sacro deposito, di cui il Successore di Pietro è il primo custode e difensore.
Confermare i fratelli nella fede, tenendoli uniti nella confessione del Cristo crocifisso e risorto costituisce per colui che siede sulla Cattedra di Pietro il primo e fondamentale compito conferitogli da Gesù.
È un inderogabile servizio dal quale dipende l’efficacia dell’azione evangelizzatrice della Chiesa fino alla fine dei secoli.
Il Vescovo di Roma, della cui potestas docendi partecipa la Vostra Congregazione, è tenuto costantemente a proclamare: “Dominus Iesus” – “Gesù è il Signore”.
La potestas docendi, infatti, comporta l’obbedienza alla fede, affinché la Verità che è Cristo continui a risplendere nella sua grandezza e a risuonare per tutti gli uomini nella sua integrità e purezza, così che vi sia un unico gregge, radunato attorno all’unico Pastore.
Il raggiungimento della comune testimonianza di fede di tutti i cristiani costituisce pertanto la priorità della Chiesa di ogni tempo, al fine di condurre tutti gli uomini all’incontro con Dio.
In questo spirito confido in particolare nell’impegno del Dicastero perché vengano superati i problemi dottrinali che ancora permangono per il raggiungimento della piena comunione con la Chiesa da parte della Fraternità S.
Pio X.
Desidero inoltre rallegrarmi per l’impegno in favore della piena integrazione di gruppi di fedeli e di singoli, già appartenenti all’Anglicanesimo, nella vita della Chiesa Cattolica, secondo quanto stabilito nella Costituzione Apostolica Anglicanorum coetibus.
La fedele adesione di questi gruppi alla verità ricevuta da Cristo e proposta dal Magistero della Chiesa non è in alcun modo contraria al movimento ecumenico, ma mostra, invece, il suo ultimo scopo che consiste nel giungere alla piena e visibile comunione dei discepoli del Signore.
Nel prezioso servizio che rendete al Vicario di Cristo, mi preme ricordare anche come la Congregazione per la Dottrina della Fede nel settembre 2008 ha pubblicato l’Istruzione Dignitas personae su alcune questioni di bioetica.
Dopo l’Enciclica Evangelium vitae del Servo di Dio Giovanni Paolo ii nel marzo 1995, questo documento dottrinale, centrato sul tema della dignità della persona, creata in Cristo e per Cristo, rappresenta un nuovo punto fermo nell’annuncio del Vangelo, in piena continuità con l’Istruzione Donum vitae, pubblicata da codesto Dicastero nel febbraio 1987.
In temi tanto delicati ed attuali, quali quelli riguardanti la procreazione e le nuove proposte terapeutiche che comportano la manipolazione dell’embrione e del patrimonio genetico umano, l’Istruzione ha ricordato che “il valore etico della scienza biomedica si misura con il riferimento sia al rispetto incondizionato dovuto ad ogni essere umano, in tutti i momenti della sua esistenza, sia alla tutela della specificità degli atti personali che trasmettono la vita” (Istr.
Dignitas personae, n.
10).
In tal modo il Magistero della Chiesa intende offrire il proprio contributo alla formazione della coscienza non solo dei credenti, ma di quanti cercano la verità e intendono dare ascolto ad argomentazioni che vengono dalla fede ma anche dalla stessa ragione.
La Chiesa, nel proporre valutazioni morali per la ricerca biomedica sulla vita umana, attinge infatti alla luce sia della ragione che della fede (cfr.
Ibid., n.
3), in quanto è sua convinzione che “ciò che è umano non solamente è accolto e rispettato dalla fede, ma da essa è anche purificato, innalzato e perfezionato” (Ibid., n.
7).
In questo contesto viene altresì data una risposta alla mentalità diffusa, secondo cui la fede è presentata come ostacolo alla libertà e alla ricerca scientifica, perché sarebbe costituita da un insieme di pregiudizi che vizierebbero la comprensione oggettiva della realtà.
Di fronte a tale atteggiamento, che tende a sostituire la verità con il consenso, fragile e facilmente manipolabile, la fede cristiana offre invece un contributo veritativo anche nell’ambito etico-filosofico, non fornendo soluzioni precostituite a problemi concreti, come la ricerca e la sperimentazione biomedica, ma proponendo prospettive morali affidabili all’interno delle quali la ragione umana può ricercare e trovare valide soluzioni.
Vi sono, infatti, determinati contenuti della rivelazione cristiana che gettano luce sulle problematiche bioetiche: il valore della vita umana, la dimensione relazionale e sociale della persona, la connessione tra l’aspetto unitivo e quello procreativo della sessualità, la centralità della famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna.
Questi contenuti, iscritti nel cuore dell’uomo, sono comprensibili anche razionalmente come elementi della legge morale naturale e possono riscuotere accoglienza anche da coloro che non si riconoscono nella fede cristiana.
La legge morale naturale non è esclusivamente o prevalentemente confessionale, anche se la Rivelazione cristiana e il compimento dell’uomo nel mistero di Cristo ne illumina e sviluppa in pienezza la dottrina.
Come afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica, essa “indica le norme prime ed essenziali che regolano la vita morale” (n.
1955).
Fondata nella stessa natura umana e accessibile ad ogni creatura razionale, la legge morale naturale costituisce così la base per entrare in dialogo con tutti gli uomini che cercano la verità e, più in generale, con la società civile e secolare.
Questa legge, iscritta nel cuore di ogni uomo, tocca uno dei nodi essenziali della stessa riflessione sul diritto e interpella ugualmente la coscienza e la responsabilità dei legislatori.
Nell’incoraggiarvi a proseguire nel Vostro impegnativo e importante servizio, desidero esprimervi anche in questa circostanza la mia spirituale vicinanza, impartendo di cuore a voi tutti, in pegno di affetto e di gratitudine, la Benedizione Apostolica.
(©L’Osservatore Romano – 16 gennaio 2010)

«A Rosarno immigrati accolti come fratelli»

Domenica, in tutte le chiese della diocesi di Oppido-Palmi, verrà letto il messaggio scritto dal vescovo Luciano Bux (che pubblichiamo di seguito) dopo la guerriglia urbana, con agguati e ferimenti, che per alcuni giorni, ha sconvolto la cittadina calabrese di Rosarno, nel cuore della piana di Gioia Tauro, contrapponendo lavoratori stranieri – in maggioranza giovani africani –  e residenti della zona, probabilmente manovrati dalla criminalità organizzata.
Dopo la confusa campagna dei mezzi di comunicazione, specie le tv a livello nazionale, e dopo tante dichiarazioni di personaggi locali e nazionali ritengo di dover dire una parola al clero e ai fedeli della nostra diocesi.
Tralascio ogni considerazione di carattere sociale, civile, politico e culturale: non si addicono a una sacra celebrazione.
Ritengo sia mio grato dovere, di vescovo, dire un grazie al Signore per il comportamento della Chiesa di Oppido-Palmi non solo in questi giorni, ma per tutti i lunghi anni in cui è nato e cresciuto il fenomeno degli immigrati in diocesi, specie a Rosarno.
In tutti questi anni la nostra Chiesa ha dato esempio di come si possa essere “servi inutili” (Lc.
17, 10), a cominciare dal vescovo, ma servi che si sentiranno dire dal Signore: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto» (Mt.
25, 35).
Poi, il Signore dirà a tanti sacerdoti e laici di parrocchie, aggregazioni ecclesiali, organismi diocesani:  «Non vi chiamo più servi… ma vi ho chiamati amici» (Gv.
15, 17).
La misericordia di Dio praticata dal nostro clero e dai nostri laici mi è stata di grande conforto nelle recenti tristi giornate.
Abbiamo accolto gli immigrati non solo come persone umane, ma come nostri fratelli, a cominciare dai fedeli di Rosarno guidati dai sacerdoti operanti nelle tre parrocchie insieme ai diaconi e alle suore, fino a comunità e gruppi operanti in tante altre località della diocesi.
Quando li abbiamo invitati, in anni diversi, a due convegni diocesani per rallegrare con la loro presenza e i loro canti i nostri intervalli di convegno, sono venuti con gioia, e più di uno rinunciando a mezza giornata di lavoro e di guadagno… Ricordo anche dei ragazzi stranieri e musulmani felici di far parte della squadretta di calcio parrocchiale… Dico:  “Grazie”  al Signore e grazie ai preti e ai laici che si sono affaticati con amore generoso per anni, non solo nei giorni passati.
A quei fedeli che sono stati solo a guardare dico:  ogni volta che vedete un essere umano che è nel bisogno, non state solo a guardare e a parlare, ma rimboccatevi le maniche e datevi da fare come potete per alleviare le loro sofferenze.  Questo ci insegna Gesù nella parabola del buon Samaritano (cfr.
Lc.
10, 30 ss.).
Alle persone che vivono con la mente e il cuore lontano da Dio, anche se si mostrano religiosi credenti, ricordate loro che Gesù dice:  «Nessuno può servire due padroni, perché … si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro.  Non potete servire Dio e la ricchezza» (Mt.
6, 24).
Concludo con le parole che il Santo Padre, il Papa, ha pronunciato domenica scorsa, con attenzione anche alla nostra Terra:  «Un immigrato è un essere umano, differente per provenienza, cultura e tradizioni, ma è una persona da rispettare e con diritti e doveri, in particolare nell’ambito del lavoro dove è più facile la tentazione dello sfruttamento, ma anche nell’ambito delle condizioni concrete di vita».  «La violenza non deve essere mai, per nessuno, la via per risolvere le difficoltà.  Il problema è anzitutto umano.  Invito a guardare il volto dell’altro e a scoprire che egli ha un’anima, una storia e una vita:  è una persona e Dio lo ama come ama me».
O Signore, nostro e di tutti i popoli, o Signore della Chiesa e di questa Chiesa particolare che è in Oppido-Palmi, grazie a Te e grazie a voi, sacerdoti e fedeli.
Per il futuro restiamo nella fedeltà al Vangelo di Gesù nostro Signore e alla Sua Chiesa, che è il Suo mistico Corpo.
Luciano Bux vescovo di Oppido-Palmi

Francesco Guccini

Il 7 settembre 2009 è scomparso John T.
Elson, l’autore di una clamorosa inchiesta pubblicata sul “Time” e destinata a fare epoca.
Portava la data dell’8 aprile 1966, una manciata di mesi dopo la conclusione del concilio Vaticano ii e qualcuno in più prima dello scoppio fragoroso di quello che sarebbe stato il – mitico, famigerato, rimpianto, a seconda dei gusti – Sessantotto.
La sua copertina, su sfondo scuro, riportava solo un interrogativo lapidario, in caratteri rossi:  Is God dead? (“Dio è morto?”).
Nel ricordarlo, “L’Osservatore Romano” ha dedicato una riflessione alla canzone di Francesco Guccini ispirata da quel titolo, ancor oggi, per tanti, la sua più famosa:  Dio è morto, appunto.
Che viene presentata come “un’esaltazione di valori umani e naturaliter cristiani; tanto che, al contrario del cieco bacchettonismo dei canali nazionali ufficiali, il pezzo fu messo in onda dalla Radio Vaticana”.
Fra le leggende metropolitane legate al brano ce n’è una, perlomeno verosimile, che racconta di come Paolo vi l’avrebbe definito un lodevole esempio di esortazione alla pace e al ritorno a sani e giusti principi morali.
Siamo andati a parlarne direttamente con Guccini, raggiungendolo nei primi giorni di ottobre nel suo buen retiro di Pàvana, dove da qualche anno ha scelto di abitare nella casa in cui è cresciuto da bambino, e che sta pian piano rimettendo a posto.
A partire da Dio è morto, con lui – modenese di nascita, classe 1940, storico cantautore, scrittore, sceneggiatore di fumetti, linguista e persino attore (per gioco, tiene a precisare) – abbiamo ripercorso la sua vasta produzione musicale, scegliendo il filo rosso della spiritualità.
Non si è tirato indietro, confermando – una volta di più – la sua vocazione a porsi controcorrente rispetto al clima dominante nel Paese, la sua vitalità genuina, il suo impegno civile e la passione per la forza primigenia della parola, in musica e non solo.
Cominciamo con Dio è morto.
Avevo venticinque anni e stavo studiando all’università di Bologna (sembra strano, sono stato giovane anch’io!), i primi sit-in e il Sessantotto erano alle porte, era mia intenzione scrivere qualcosa di generazionale con Dio è morto.
Sta arrivando qualcosa che ci porterà a una nuova primavera, l’idea è questa, giocata su un registro fra l’apocalittico e l’esistenziale.
Oltre allo spunto del “Time”, un altro mi venne da alcuni miei versi vagamente ispirati a Thomas S.
Eliot, intitolati Le tecniche da difendere, che dicevano fra l’altro:  “Non abbiamo tecniche da difendere / né miti da venerare / dei ed eroi”, per concludersi con un’esortazione rivolta ai coetanei:  “Voi della mia generazione:  svegliatevi!” (che poi cambiai, imitando il Paradiso perduto di Milton, quando Satana parla agli angeli che poi decadranno, con “O potentati, principi guerrieri”).
Anche se l’incipit, ovviamente, mi derivò da una famosa poesia di Allen Ginsberg che ispirò la beat generation, Howl (“Urlo”):  “Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia”.
Tutto nasce, comunque, dalla consapevolezza che qualcosa doveva cambiare! Faccio spesso questo esempio:  la scuola che racconta Fellini in Amarcord, dunque di prima della guerra, in pieno fascismo, era identica alla scuola che ho frequentato io, alcuni decenni più tardi, in piena democrazia! I primi versi di Dio è morto sono un’accusa, gli ultimi risentono del pacifismo che c’era allora, ed era una mia risposta a un extraparlamentarismo che sentivo come troppo violento.
Del resto, l’aggiunta finale della speranza non mi venne dalla volontà di trasmettere il canonico happy end, ma dal fatto che all’epoca la speranza covava veramente.
Certo, il “dio” di cui parlavo era un “dio” con la minuscola, un “dio” laico simbolo dell’autenticità…
Anche se il primo recital che ho fatto, quattro brani in tutto, dopo le esibizioni in osteria o con gli amici – era il dicembre 1968 – fu proprio alla Cittadella di Assisi, un luogo simbolo del rinnovamento della Chiesa…
E poco dopo andai anche a Loppiano, e mi esibii, anzi, fui preso di forza e piacevolmente costretto a cantare davanti ai focolarini.
Per evitare problemi (che ci saranno ugualmente), la prima incisione, dei Nomadi, porta nel titolo un punto interrogativo, oltre al sottotitolo fra parentesi “Se Dio muore è per tre giorni e poi risorge”…
Ma c’è un altro aneddoto su Dio è morto…
Quando andavo all’università pensavo a una carriera accademica.
Fortunatamente ho cambiato strada! Avevo fatto tutti gli esami, mancava solo la tesi, ma mi bocciarono in latino, sui paradigmi, e io ricordavo solo i più facili.
Il professore disse all’assistente:  “Lo sa che questo ragazzo ha scritto quella canzone bellissima che si chiama Dio è morto?” (era stata appena incisa dai Nomadi).
“Però, si ricordi, i paradigmi vanno chiesti a tutti”.
E mi dissero di tornare.
La ricomporresti oggi? Dio è morto 2.
La vendetta, come certi film? No, perché, appunto, è una canzone generazionale, che si rivolgeva alla gente di allora, anche se ogni volta che la canto in concerto mi stupisco del fatto che i giovani la conoscano a memoria, dopo tanti anni…
Non riesco a eliminarla dalla scaletta! Il merito però, devo dire, non è del tutto mio, ma degli “sponsor” di queste canzoni (potrei ricordare anche Auschwitz), i razzisti e gli imbecilli che, a quanto pare, tornano periodicamente alla ribalta.
Passerei a Libera nos Domine, da Amerigo, siamo nel 1978, un anno cruciale per il nostro Paese.
Qui c’è la memoria dell’infanzia, con il recupero delle rogazioni, classico genere della tradizione religiosa popolare nostrana.
Con le rogazioni si chiedeva il soccorso divino per ottenere finalmente la pioggia dopo un periodo di siccità, o si supplicava di vedere allontanate le malattie collettive (tipo peste, colera e dintorni).
La nostra era una religiosità popolare, casalinga, piena di credenze paganeggianti.
Io, quando l’ho composta, avevo lasciato da parecchi anni la Chiesa, suppergiù a dodici anni, dopo aver fatto la comunione e la cresima (lo stesso giorno, come usava allora, credo per risparmiare sulle feste) presso la parrocchia di Sant’Agnese, a Modena.
Mentre solo qualche anno dopo avrei fondato, con alcuni amici, sempre a Modena, il Movimento Laico Indipendente, con il quale facemmo uscire due numeri di una rivistina.
Qui si tratta di una preghiera laica, che procede per accumulazione con un vasto elenco di mali epocali da cui trovare liberazione, con accenti che riecheggiano gli scenari della stessa Dio è morto:  “Da tutti gli imbecilli d’ogni razza e colore / dai sacri sanfedisti e da quel loro odore / dai pazzi giacobini e dal loro bruciore / da visionari e martiri dell’odio e del terrore / da chi ti paradisa dicendo “è per amore” / dai manichei che ti urlano “o con noi o traditore” / libera, libera, libera, / libera nos, Domine”.
Ce l’avevo con tutti gli integralisti, con gli ipocriti, di ogni religione! Beh, anche questa canzone funziona ancora, purtroppo.
È il turno di Shomér ma mi-llailah?, del 1983, tratta dal disco intitolato minimalisticamente Guccini.
Lo spunto mi venne da uno squarcio meraviglioso del profeta Isaia (21, 11-12).
Il titolo – letteralmente – si potrebbe tradurre con “Sentinella, che cosa della notte?”.
Mi colpì soprattutto l’invito del profeta a insistere, a ridomandare, a tornare ancora senza stancarsi.
Io sono uno sempre in ricerca, curioso di tutto.
All’epoca stavo leggendo la traduzione di Isaia proposta da Guido Ceronetti, bellissima, uscita per Adelphi.
Non si tratta, però, come qualcuno ha voluto vederci, di un simbolo di carattere sociale e politico, ma piuttosto di un universale antropologico.
Isaia, il profeta che di regola minaccia fuoco e fiamme per quanti non seguono le indicazioni divine, a un certo momento della sua vicenda dimostra in pieno la sua profonda apertura umana, in un paio di versetti pieni di speranza:  sentinella, a che punto stiamo della notte? Vale a dire, non bisogna stancarsi di porsi delle domande:  questa è la cosa più importante fra tutte! Coltivare la curiosità, la sete di ricerca.
Non ci si può mai fermare.
La sentinella risponde:  “La notte sta per finire, ma l’alba non è ancora giunta.
Tornate, domandate, insistete!”.
Potrei avvicinare questo pezzo a Signora Bovary, del 1987, in cui m’interrogo su “cosa c’è in fondo a quest’oggi”, “cosa c’è in fondo a questa notte”, “cosa c’è proprio in fondo in fondo / quando bene o male faremo due conti”…
Qui c’è un’angoscia esistenziale, l’angoscia della notte che non finisce…
Anche se non ci sono ancora arrivato, a fare quei due conti…
Staremo a vedere! Francesco, tu sei e sei sempre stato un gran lettore.
Che rapporto hai con la Bibbia? La Bibbia è un grande libro, assolutamente da leggere.
È pieno di storie affascinanti, di testi poetici.
Da ragazzetti si leggeva soprattutto il Cantico dei Cantici, che era così erotico.
Certo, quando t’imbatti nel Levitico o in quelle interminabili genealogie di personaggi più o meno sconosciuti, l’entusiasmo tende inevitabilmente a scemare, e li salti a piè pari.
Amo in particolare, naturalmente, la Genesi e l’Apocalisse, e sono convinto che ci possa essere una lettura di questi libri non necessariamente confessionale.
Qual è il tuo rapporto con Dio? Beh, parlerei piuttosto del rapporto con un senso religioso delle cose:  in genere mi definisco agnostico, anche se, quando sono soprappensiero, mi scopro vagamente panteista.
Il senso religioso della vita può essere l’avere una morale che hai assunto fin da quando eri bambino.
Poi si è modificato con certe conoscenze, certi incontri e certe cose, ma grosso modo è quello.
E quindi per me il senso religioso della vita è innanzitutto attenersi alla propria morale e poi pensare che tutto sommato anche per me, che sono laico, c’è la parte misteriosa della vita che non può essere schiacciata dal positivismo, dallo scientismo, come poi i secoli hanno sempre dimostrato, e quindi le fughe nell’irrazionale ci sono e ci saranno sempre.
Anzi, sono un po’ non solo la nostra condanna, ma anche, a volte, la nostra fortuna, la nostra possibilità di espansione.
Qualche settimana fa, come sai, è morta mia madre, Ester.
Da qualche tempo, sto pensando a una canzone, che forse però non ultimerò mai, che sarebbe la mia personale Spoon River, e che vorrei intitolare Vignale, dal nome della località in cui si trova il cimitero di Pàvana, in cui vedo i miei passati con cui parlo; se si vive in un paesino come questo, la morte è presente, ogni anno se ne va qualcuno.
Mi viene in mente anche un pezzo di molti anni fa, Gli amici, in cui canto:  “Se e quando moriremo, ma la cosa è insicura, / avremo un paradiso su misura, / in tutto somigliante al solito locale, / ma il bere non si paga e non fa male.
/ E ci andremo di forza, senza pagare il fìo / di coniugare troppo spesso in Dio:  / non voglio mescolarmi in guai o problemi altrui, / ma questo mondo ce l’ha schiaffato Lui”.
Ho scritto, tempo fa, un ricordo per Biggi, un amico che se n’è andato, un farmacista ligure che era stato partigiano assieme a Italo Calvino, per una pubblicazione del Club Tenco, in cui gli dico:  hai presente la mia canzone Gli amici? Immagino sarai sicuramente là – lui era un discreto bevitore – e stapperai le bottiglie di vino:  ci sarà Amilcare del Club Tenco, Augusto dei Nomadi, Victor dell’Equipe 84, il fumettista Bonvi, e poi ora è arrivato anche De André.
Vedrai che un tavolo di carte lo organizzate di certo! Gli dicevo anche che la morte è un fatto del tutto naturale, e che noi uomini siamo come piante, che hanno un’infanzia, una giovinezza, una maturità, poi, a un certo punto, il loro ciclo è finito e se ne vanno:  siamo esseri umani, Biggi, fondamentalmente buoni e retti, con una nostra morale implacabile, ma religiosi il giusto.
Del resto, che noia sarebbe essere immortali…
(©L’Osservatore Romano – 16 gennaio 2010)

Le domande che i ragazzi rivolgono a Gesù

Oggi la teologia e la predicazione della Chiesa sono concentrate sul Gesù storico, sulla sua esistenza, la sua predicazione, il suo messaggio, la sua morte e la sua risurrezione.
I corsi biblici organizzati dalle parrocchie non si contano più.
Ma queste domande mostrano chiaramente che l’interesse degli uomini d’oggi non è per una storia lontana, destinata ogni anno a divenire sempre più lontana, ma per il senso di questa vita qui e ora.
Gesù non interessa come singolo personaggio storico a cui accadono delle cose speciali (emblematico che nessuno tra i giovani gli avrebbe chiesto lumi sul suo concepimento verginale, sulla veridicità dei suoi miracoli, sui responsabili della sua morte, sulla realtà della sua risurrezione) ma interessa come il maestro a cui chiedere spiegazioni su questa vita e sui suoi conti che faticano a tornare.
Una risposta di un ragazzo di quindici anni metteva addirittura in crisi il sacrificio espiatorio di Gesù, o meglio la teologia tradizionale che interpreta Gesù quale «vittima immolata per la nostra redenzione» (come viene definito da alcune parole del canone della Messa).
Che cosa appare allora da queste domande dei giovani? Appare quello che già Hegel vedeva come il limite della coscienza cristiana tradizionale, cioè l’essere una «coscienza infelice».
Da questi giovani emerge chiaramente un disorientamento sulla loro identità di uomini, segno dell’inefficacia delle risposte tradizionali della fede ascoltate nelle lezioni di catechismo.
A differenza di quanto avveniva al tempo di sant’Agostino e di san Tommaso d’Aquino, dalla fede cristiana di oggi non emerge più una veritiera e affidabile visione del mondo.
Da qui il senso diffuso di infelicità, da qui il disagio rispetto al proprio essere al mondo.
I credenti adulti suppliscono questa incertezza teoretica con il ricorso al principio di autorità (è così perché è stato sempre insegnato che è così), ma con i giovani questo principio (se purtroppo o se per fortuna, non lo so) non funziona.
C’è un detto medievale che dice: «Vengo non so da dove; sono non so chi; muoio non so quando; vado non so dove; mi stupisco di essere lieto».
Il filosofo Karl Jaspers, che lo cita all’inizio del libro La fede filosofica di fronte alla rivelazione, dice che per questa unione di ignoranza e di gioia tale detto non può essere cristiano.
E poi aggiunge un affondo terribile, affermando che, al contrario, la coscienza cristiana ha sì le risposte a tutte le questioni perché sa da dove viene, perché sa chi è, perché sa che morirà quando lo deciderà Dio (non prima e non dopo), perché sa dove andrà, ma, sapendo tutto ciò, non è per nulla lieta, per nulla serena, ma è immersa nella macerazione e in una continua tensione con il mondo con cui non riesce a riconciliarsi.
A mio avviso ha ragione: la coscienza cristiana troppo spesso appare come una coscienza infelice, a tratti risulta persino aggressiva, soprattutto in coloro che coltivano sopra ogni cosa l’adesione alla dottrina stabilita dalle gerarchie ecclesiastiche e che coniugano il verbo “credere” sempre accanto a “obbedire e combattere”.
Da dove nascono invece quell’essere lieti in profondità, quella gioia inestirpabile verso la vita, quella quiete dello spirito e della mente, che sono il contrassegno di una autentica esperienza spirituale e che sole possono dare risposte convincenti alle inquietudini dei giovani? Nascono dal sapere di essere a casa in questo mondo di Dio, dal senso di intima comunione con l’essere e con la natura che portò Francesco d’Assisi a scrivere il “Cantico delle creature”, e dalla certezza che l’incarnazione di Dio non riguarda solo un giorno lontano di tanti anni fa ma è la dinamica che si avvera ogni giorno, in tutti gli uomini che amano il bene e la giustizia.
Gesù è l’uomo che cessa di fare di se stesso il centro del mondo e si pone al servizio di una realtà più importante di sé.
Anche la Chiesa deve cessare di fare di se stessa il centro del mondo e si deve porre al servizio di qualcosa di più grande di sé, del bene comune e di ogni singolo individuo di questa nostra società, credente o non credente, bianco o nero, etero o omosessuale.
in “la Repubblica” del 12 gennaio 2010 Il Sermig di Torino, movimento cattolico fondato da Ernesto Olivero, ha sottoposto un esteso questionario a migliaia di giovani sulla figura di Gesù.
Alla domanda numero 7, che chiedeva «Cosa diresti a Gesù se potessi parlare con lui oggi?», le principali risposte dei giovani furono le seguenti: Perché si deve morire? Che senso ha la mia vita? Perché esiste il male? Perché muoiono tanti giovani? Cosa mi aspetta dopo la morte? Perché mi hai creato? Queste domande dei giovani a Gesù (ipotetiche quanto alla possibilità di raggiungere il destinatario, ma assolutamente reali quanto a valore esistenziale) mostrano un intenso bisogno di significato, si potrebbe dire di filosofia.
Più che a Gesù quale singolo personaggio storico, le interpellanze dei giovani si rivolgono al Cristo, al Figlio di Dio in quanto Dio, a Dio, all’Assoluto.
Sono tre infatti le questioni capitali: 1) chi sono io e perché sono qui; 2) perché questo mondo è colmo di ingiustizia; 3) che cosa ne sarà di me dopo la morte.

Natale, venduti più e-book che libri

E’ stato un Natale con il botto per Kindle, e al quartier generale di Amazon possono certamente stappare lo champagne.
Il lettore di e-book è stato infatti l’oggetto più regalato nella storia dell’azienda di e-commerce.
Ma – dato forse ancora più interessante – il 25 dicembre sulla piattaforma creata da Jeff Bezos sono stati comprati più libri di bit che di carta.
Un sorpasso forse motivato dall’urgenza di ricevere immediatamente il titolo in questione, ma che nel contempo è la spia di un mercato in crescita: quello, appunto, dell’editoria digitale.
LE VENDITE – In generale sembra che le vendite in occasione delle feste siano andate particolarmente bene per Amazon, anche se l’azienda non ha fornito dati chiari e precisi: il giorno di picco è stato il 14 dicembre, quando i clienti hanno comprato 9,5 milioni di prodotti in 178 paesi, per una media di 110 al secondo.
Non si tratta ovviamente solo di libri, ma anche dvd, gadget tecnologici, e oggetti di vario genere, perfino dolci.
Sul fronte elettronico, dopo il Kindle, i prodotti più acquistati tra il 15 novembre e il 19 dicembre sono stati l’iPod Touch da 8GB della Apple e il Gps Garmin Nuvi 260W.
Nella categoria videogiochi troneggia invece la Wii Fit Plus con Balance Board, seguita da New Super Mario Bros e Call of Duty: Modern Warfare 2.
Molti i computer impacchettati: anche qui, i dirigenti Amazon, più che dare numeri, preferiscono affidarsi a immagini poetiche: e dunque i pc venduti sono tanti che in pila uno sull’altro sarebbero alti quanto due volte l’Everest.
DIETRO I PACCHETTI – Sul fronte della velocità nelle consegne va segnalato il caso di un cliente di Seattle che ha ordinato un Kindle alle 13 e 43 della vigilia di Natale e ha ricevuto il pacchetto alle 16 e 57 dello stesso giorno.
In tempo insomma per metterlo sotto l’albero.
Ma a questo proposito vale la pena ricordare che dietro il sistema di e-commerce di Amazon non ci sono solo byte e fibre ottiche, bensì anche muscoli e sudore umano.
Come quelli delle centinaia di persone reclutate in occasione delle festività presso Coffeyville, in Kansas, dove si trova il più grande centro di smistamento dell’azienda americana.
Quest’anno Jeff Bezos ha deciso di assoldare il popolo dei camper, di chi vive su 4 ruote, offrendo parcheggio gratuito a poche miglia dallo stabilimento e un lavoro di magazziniere e impacchettatore per circa 10 dollari all’ora.
Turni di 8-10 ore continuamente in piedi, camminate da 15 miglia al giorno, sollevamento pesi e un deciso effetto palestra assicurato a fine giornata.
Carola Frediani Corriere della sera 28 dicembre 2009

Benedetto XVI ai diplomatici

Come ad ogni inizio d’anno, papa Benedetto XVI ha rivolto stamane al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede il suo discorso sullo stato del mondo.
Il discorso ha lo stile e le prudenze della diplomazia vaticana.
Non vi si fa parola, ad esempio, né della Cina né dell’India, le due superpotenze emergenti, dove la Chiesa cattolica è per motivi diversi schiacciata e aggredita.
Ciò non toglie, però, che il discorso trasmetta dei messaggi volutamente alternativi a quelli correnti.
In particolare tre.
1.
ECOLOGIA DELLA NATURA, MA SOPRATTUTTO DELL’UOMO Il primo messaggio coincide con quello già lanciato da Benedetto XVI per la Giornata Mondiale della Pace, celebrata a Capodanno: “Se vuoi coltivare la pace, coltiva il creato”.
Con una sottolineatura decisiva e controcorrente: il primato dato alla salvaguardia integrale dell’uomo.
Ecco tre passaggi del discorso che svolgono questo tema: “Vent’anni fa, quando cadde il Muro di Berlino e quando crollarono i regimi materialisti ed atei che avevano dominato lungo diversi decenni una parte di questo continente, si è potuta avere la misura delle profonde ferite che un sistema economico privo di riferimenti fondati sulla verità dell’uomo aveva inferto, non solo alla dignità e alla libertà delle persone e dei popoli, ma anche alla natura, con l’inquinamento del suolo, delle acque e dell’aria.
La negazione di Dio sfigura la libertà della persona umana, ma devasta anche la creazione! Ne consegue che la salvaguardia del creato non risponde in primo luogo ad un’esigenza estetica, ma anzitutto a un’esigenza morale, perché la natura esprime un disegno di amore e di verità che ci precede e che viene da Dio”.
[…] “Se si vuole edificare una vera pace, come sarebbe possibile separare, o addirittura contrapporre la salvaguardia dell’ambiente a quella della vita umana, compresa la vita prima della nascita? È nel rispetto che la persona umana nutre per se stessa che si manifesta il suo senso di responsabilità verso il creato”.
[…] “Le creature sono differenti le une dalle altre e possono essere protette, o al contrario messe in pericolo, in modi diversi, come ci mostra l’esperienza quotidiana.
Uno di tali attacchi proviene da leggi o progetti, che, in nome della lotta contro la discriminazione, colpiscono il fondamento biologico della differenza fra i sessi.
Mi riferisco, per esempio, ad alcuni paesi europei o del continente americano.
‘Se togli la libertà, togli la dignità’, come disse san Colombano.
Tuttavia, la libertà non può essere assoluta, perché l’uomo non è Dio, ma immagine di Dio, sua creatura.
Per l’uomo, il cammino da seguire non può quindi essere l’arbitrio, o il desiderio, ma deve consistere, piuttosto, nel corrispondere alla struttura voluta dal Creatore”.
2.
LAICITÀ POSITIVA Un secondo messaggio controcorrente è rivolto principalmente all’Europa e all’Occidente.
Rivendica il ruolo pubblico della Chiesa.
Ecco in che senso: “Le radici della situazione che è sotto gli occhi di tutti sono di ordine morale e la questione deve essere affrontata nel quadro di un grande sforzo educativo, per promuovere un effettivo cambiamento di mentalità ed instaurare nuovi stili di vita.
Di ciò può e vuole essere partecipe la comunità dei credenti, ma perché ciò sia possibile, bisogna che se ne riconosca il ruolo pubblico.
Purtroppo, in alcuni paesi, soprattutto occidentali, si diffondono, negli ambienti politici e culturali, come pure nei mezzi di comunicazione, un sentimento di scarsa considerazione, e, talvolta, di ostilità, per non dire di disprezzo verso la religione, in particolare quella cristiana.
È chiaro che, se il relativismo è concepito come un elemento costitutivo essenziale della democrazia, si rischia di concepire la laicità unicamente in termini di esclusione o, meglio, di rifiuto dell’importanza sociale del fatto religioso.
Un tale approccio crea tuttavia scontro e divisione, ferisce la pace, inquina la ‘ecologia umana’ e, rifiutando, per principio, le attitudini diverse dalla propria, si trasforma in una strada senza uscita.
“Urge, pertanto, definire una laicità positiva, aperta, che, fondata su una giusta autonomia tra l’ordine temporale e quello spirituale, favorisca una sana collaborazione e un senso di responsabilità condivisa.
In questa prospettiva, io penso all’Europa, che con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha iniziato una nuova fase del suo processo di integrazione, che la Santa Sede continuerà a seguire con rispetto e con benevola attenzione.
Nel rilevare con soddisfazione che il Trattato prevede che l’Unione Europea mantenga con le Chiese un dialogo ‘aperto, trasparente e regolare’ (art.
17), auspico che, nella costruzione del proprio avvenire, l’Europa sappia sempre attingere alle fonti della propria identità cristiana”.
3.
LIBERTÀ DI RELIGIONE Infine, un terzo messaggio è di rivendicazione della libertà di religione e di denuncia delle situazioni nelle quali tale libertà è conculcata.
Benedetto XVI cita alcuni casi che vedono come vittime i cristiani: Iraq, Pakistan, Egitto, Medio Oriente.
Dell’islam non fa parola, ma in tutti i casi citati gli aggressori sono musulmani: “Per amore del dialogo e della pace, che salvaguardano la creazione, esorto i governanti e i cittadini dell’Iraq ad oltrepassare le divisione, la tentazione della violenza e l’intolleranza, per costruire insieme l’avvenire del loro paese.
Anche le comunità cristiane vogliono dare il loro contributo, ma perché ciò sia possibile, bisogna che sia loro assicurato rispetto, sicurezza e libertà.
Anche il Pakistan è stato duramente colpito dalla violenza in questi ultimi mesi e alcuni episodi hanno preso di mira direttamente la minoranza cristiana.
Domando che si compia ogni sforzo affinché tali aggressioni non si ripetano e i cristiani possano sentirsi pienamente integrati nella vita del loro paese.
Trattando delle violenze contro i cristiani, non posso non menzionare, peraltro, i deplorevoli attentati di cui sono state vittime le Comunità copte egiziane in questi ultimi giorni, proprio quando stavano celebrando il Natale.
[…] “Le gravi violenze che ho appena evocato, unite ai flagelli della povertà e della fame, come pure alle catastrofi naturali ed al degrado ambientale, contribuiscono ad ingrossare le fila di quanti abbandonano la propria terra.
Di fronte a tale esodo, invito le autorità civili, che vi sono coinvolte a diverso titolo, ad agire con giustizia, solidarietà e lungimiranza.
In particolare, vorrei menzionare i cristiani in Medio Oriente: colpiti in varie maniere, fin nell’esercizio della loro libertà religiosa, essi lasciano la terra dei loro padri in cui si è sviluppata la Chiesa dei primi secoli.
È per offrire loro un sostegno e per far loro sentire la vicinanza dei fratelli nella fede che ho convocato, per l’autunno prossimo, l’assemblea speciale del sinodo dei vescovi sul Medio Oriente”.
* Come negli anni passati, anche questa volta il testo del discorso è stato preparato negli uffici della segreteria di Stato.
Ma anche questa volta Benedetto XVI non ha mancato di lasciarvi la sua impronta.
La “firma” personale di Joseph Ratzinger è nelle righe d’inizio, nelle quali egli ha immediatamente offerto ai diplomatici presenti, molti dei quali estranei alla fede cristiana, la contemplazione della nascita del Verbo incarnato, annunciata dagli angeli ai pastori.
E ha citato il prefazio della seconda messa di Natale: “Nel mistero adorabile del Natale, Egli, Verbo invisibile, apparve visibilmente nella nostra carne, e generato prima dei secoli, cominciò ad esistere nel tempo, per assumere in sé tutto il creato e sollevarlo dalla sua caduta”.
Sandro Magister www.chiesa,it Per leggere il testo integrale del discorso del papa al corpo diplomatico: > “È per me motivo di grande gioia…”

La “generazione 20 parole”

Scorrendo la lista delle venti parole che costituiscono un terzo delle conversazioni online tra i giovani inglesi si trovano termini banali, come “yeah” (sì), “but” (ma) e “no”, ma anche vocaboli misteriosi come “chenzed”, che può significare “stanco” o “ubriaco”, oppure “spong”, traducibile in “stupido”.
E poi ovviamente ci sono le abbreviazioni tipiche dei dialoghi su internet, come “lol”, acronimo di “laugh out loud” (“rido a crepapelle”).
Applicando gli stessi criteri alle comunicazioni elettroniche tra ragazzi italiani emergerebbero verosimilmente gli ormai proverbiali “xke” al posto di “perché”, “tvb” per “ti voglio bene” o “cmq” invece di “comunque”.
Ma anche nuove forme di saluto, come “bella”, rivisitazione del vecchio “ciao”.
O slittamenti del significato, come nel caso di “pisciare”, ormai usato come sinonimo di “lasciare”, “abbandonare”.
Oppure “accollarsi”, sostituto di “mettersi in mezzo”, “dare fastidio”.
Termini che spesso nascono per esigenze di spazio, per rispettare gli angusti limiti degli sms o dei cinguettii su Twitter.
E che altre volte vengono scelti per marcare una distanza da chi guarda da fuori ed è abituato ad esprimersi in un altro modo.
Un gergo che dall’esterno può sembrare un codice misterioso e in qualche modo persino ostile, ma che secondo gli esperti non completa l’universo linguistico delle nuove generazioni.
E così, mentre il governo inglese si prepara a lanciare per l’anno prossimo una campagna nazionale per arricchire il linguaggio dei teenager, c’è chi ridimensiona gli allarmi e preferisce ricondurre tutto a un problema di gap generazionale: “Tanta gente non capisce come i giovani possano avere un vocabolario per parlare di hip-hop e non per discorrere di politica”, ha detto al Times il linguista David Crystal.
“Il fatto è che i ragazzi sviluppano un frasario articolato per parlare di ciò che piace a loro.
Ed è un vocabolario che gli studiosi non sono ancora riusciti a misurare”.
Repubblica 12 gennaio 2010 SI PUÒ comunicare con 20 parole? Sì, stando a una ricerca inglese che analizza il linguaggio dei ragazzi sul web e che ha fatto inorridire il governo di sua maestà: anche se i teenager hanno un vocabolario di 40 mila termini, quando parlano con i coetanei tramite Internet o il telefonino ne usano solo 800.
Ma non basta: in un terzo delle conversazioni le parole ricorrenti sarebbero appena venti.
Lo sostiene Tony McEnery, professore di Linguistica alla Lancaster University, la cui ricerca ha messo in allarme Jean Gross, appena nominata consulente del governo britannico per le politiche sulla comunicazione giovanile.
La Gross teme che l’abitudine a parlarsi attraverso il computer e i cellulari possa trasformarsi in un handicap insuperabile per il futuro dei teenager: “I ragazzi passano sempre più tempo comunicando attraverso gli sms e altri strumenti elettronici, con messaggi brevi e diretti”, ha detto.
“Ma devono capire che ottocento parole non sono sufficienti per conquistare un lavoro e avere successo nella vita”.

La Sindone dal 1992 a oggi

Nel 1992 l’arcivescovo di Torino e custode pontificio della Sindone, il cardinale Giovanni Saldarini, nominò una commissione scientifica internazionale composta da alcuni tra i maggiori esperti di tessuti antichi e da eminenti studiosi, con l’incarico di avviare un ampio e articolato piano di studio per affrontare e risolvere il delicato e importante problema della conservazione della Sindone.
I lavori ebbero inizio nel 1992 con un’ostensione privata alla presenza della commissione e si conclusero nel 1996 con la consegna alla Santa Sede, proprietaria della reliquia, di una relazione finale.
In tale relazione la commissione di esperti faceva il punto sullo stato di conservazione della Sindone e suggeriva una serie di indicazioni e condizioni irrinunciabili per la sua conservazione ottimale che si possono così riassumere: a) la Sindone deve essere conservata in posizione distesa, piana e orizzontale.
b) La Sindone deve essere liberata dagli accessori che servivano alle vecchie modalità di conservazione e di ostensione, ovvero il cilindro di legno, il telo rosso che la ricopriva quando veniva arrotolata, il nastro di seta azzurra cucito lungo il perimetro e le bandelle d’argento cucite all’interno del nastro azzurro lungo i due lati più corti.
c) La Sindone deve essere conservata in una teca di vetro antiproiettile, a tenuta stagna, in assenza di aria e in presenza di un gas inerte, al fine di interrompere il progressivo ingiallimento del tessuto dovuto al naturale processo di ossidazione e che è responsabile della progressiva riduzione di visibilità dell’immagine.
La teca deve essere protetta dalla luce e mantenuta in condizioni climatiche (pressione, temperatura, umidità, e così via) costanti.
d) È necessario studiare a fondo il problema dell’eventuale sostituzione del telo d’Olanda con un nuovo telo e dell’eventuale asportazione o sostituzione dei rattoppi per migliorare le condizioni di conservazione.
Poco mancò che tutti questi studi si rivelassero vani, in quanto il 12 aprile dell’anno successivo un terribile incendio danneggiò seriamente la cappella della Sindone.
Fortunatamente il lenzuolo, che era stato spostato nel duomo per permettere i restauri della cappella stessa, fu risparmiato sia dal fuoco, sia dall’acqua, sia dai crolli di materiale.
Le indicazioni suggerite dalla commissione imponevano ovviamente una modalità di conservazione radicalmente diversa da quella utilizzata negli ultimi tre secoli – l’arrotolamento su di un cilindro – e soprattutto la necessità di costruire una teca di dimensioni ben maggiori.
L’intera operazione si presentava naturalmente molto complessa e delicata poiché numerose erano le difficoltà da superare tanto in fase progettuale quanto in fase esecutiva.
Nonostante le non poche difficoltà incontrate, la costruzione della teca fu completata nei tempi previsti e il 17 aprile 1998 la Sindone venne per la prima volta ospitata nella nuova teca e in essa esposta al pubblico durante l’ostensione tenutasi in quell’anno.
La teca è un parallelepipedo dal peso di 2.500 chilogrammi, le cui superfici laterali e inferiore sono realizzate con un doppio strato di acciaio balistico e la cui superficie superiore è fatta di uno spesso vetro laminato a prova di proiettile.
La teca è sorretta da un carrello mobile che consente di effettuare gli spostamenti e le rotazioni necessarie in occasione delle ostensioni.
All’interno della teca la Sindone è cucita su di un mollettone non trattato e appoggiata su di un supporto di alluminio scorrevole su rotaia.
Al termine dell’ostensione del 2000 la Sindone fu trasferita dalla teca utilizzata per le ostensioni in una nuova teca, più leggera e maneggevole, destinata alla conservazione ordinaria.
All’interno della teca a tenuta stagna è stata introdotta una miscela di argon (99,5 per cento) e di ossigeno (0,5 per cento).
La presenza di un gas inerte come l’argon – che non reagisce con i più comuni elementi chimici – miscelato a una piccola quantità di ossigeno è indispensabile per impedire lo sviluppo di batteri sia aerobici che anaerobici e, come si è detto, per interrompere il progressivo ingiallimento del tessuto.
La nuova teca è provvista di un sistema di controllo della pressione interna costituito da una batteria di soffietti mobili (posizionati al di sotto della teca) che garantiscono un costante equilibrio tra pressione interna ed esterna alla teca, necessario per evitare rischi di rotture del vetro.
Al termine di una lunga e delicata fase di preparazione, il 20 giugno 2002 ebbe inizio l’ultima fase dei lavori, consistente in un importante e indispensabile intervento di restauro conservativo che si concluse il successivo 23 luglio.
Sotto la guida di Mechthild Flury Lemberg, esperta di fama internazionale di restauri di tessuti antichi, la Sindone venne scucita dal vecchio telo d’Olanda e successivamente furono scucite tutte le toppe al di sotto delle quali fu trovata una notevolissima quantità di materiale inquinante – costituito soprattutto da residui di tessuto carbonizzato durante l’incendio di Chambéry e polverizzatosi durante i secoli successivi – che costituiva ovviamente un notevole rischio per la conservazione del tessuto sindonico.
Tale materiale fu asportato, raccolto in appositi contenitori sigillati, catalogato e consegnato al cardinale Severino Poletto, arcivescovo di Torino e custode pontificio della Sindone Prima di provvedere alla cucitura di un nuovo telo di sostegno sul retro della Sindone venne effettuato un completo rilievo fotografico e tramite scanner, oltre a rilievi fotografici in fluorescenza e registrazioni spettroscopiche Uv-Vis e Raman a diverse lunghezze d’onda in siti con diverse caratteristiche – al di sotto di siti senza immagine, con la sola immagine, con il solo sangue, con sangue e immagine, e così via.
Fu inoltre effettuata un’analisi microscopica in alcuni siti con l’utilizzo di un videomicroscopio con ingrandimenti.
Infine vennero inoltre effettuati, sempre sul retro, alcuni prelievi microscopici con i metodi della suzione e del nastro adesivo.
Tutti i dati ottenuti e il materiale raccolto furono consegnati al custode pontificio della Sindone e, se e quando la Santa Sede lo riterrà opportuno, potranno essere messi a disposizione degli scienziati per studi e ricerche.
L’esame del retro della Sindone – rimasto coperto, e quindi non visibile, dal 1534 al 2002 – permise di confermare pienamente l’ipotesi avanzata nel 1978 dagli scienziati dello Sturp relativa al fatto che sul retro appaiono ben evidenti le macchie di sangue presenti sulla faccia visibile della Sindone, mentre è assente ogni traccia dell’immagine corporea perché possiede uno spessore solo di qualche centesimo di millimetro.
La Sindone è stata poi ricucita su di un nuovo telo di supporto, anch’esso tessuto in Olanda e preventivamente testato e analizzato per garantirne le caratteristiche chimico-fisiche.
Infine i bordi delle bruciature furono cuciti al nuovo telo d’Olanda in quanto si è ritenuto non più necessario coprirli con nuove toppe, sia perché la Sindone è ora conservata completamente distesa in posizione orizzontale e quindi non più sottoposta a tensioni meccaniche, sia per rendere del tutto visibili l’immagine sindonica e le macchie ematiche.
Al termine dei lavori la Sindone è tornata nella sua teca, nel transetto sinistro della cattedrale di Torino, protetta e monitorata da sistemi moderni e sofisticati.
Il futuro della ricerca sul misterioso lenzuolo è stato tracciato dal simposio “La Sindone: passato, presente e futuro” svoltosi a Torino nel 2000, che ha visto la partecipazione, su invito, di 40 tra i maggiori esperti a livello internazionale di studi sulla Sindone e dei campi di ricerca a essa connessi, provenienti da dieci Paesi.
Al termine del simposio è stato deciso di raccogliere nuove proposte di ricerca al fine di avviare nuovi studi e una raccolta di nuovi dati.
Negli anni successivi al simposio sono pervenute a Torino, da scienziati di tutto il mondo, nuove proposte e progetti di ricerca che sono stati sottoposti all’esame di una commissione internazionale di esperti, per valutare la possibilità di avviare una nuova campagna coordinata di studi e di ricerche.
Al momento attuale tutto il materiale raccolto è stato consegnato alla Santa Sede.
Sarà la Santa Sede, proprietaria della Sindone, a decidere se e quando avviare una nuova campagna di ricerche dirette.
La nuova e affascinante sfida che la Sindone lancia alla scienza per il nuovo millennio è già iniziata.
di Bruno Barberis e Gian Maria Zaccone ”Muoio, dice il Signore, per vivificare tutti per mezzo mio”.
Queste parole, che un Padre della Chiesa, san Cirillo d’Alessandria, s’immaginava sulla bocca di Cristo, suggeriscono il vero significato della Santa Sindone nella vita della Chiesa: non tanto una reliquia di sofferenza e mortalità, ma il segno della vittoria: della tomba vuota, del sudario abbandonato, della vita che trionfa sulla morte.
Tale vittoria coinvolge poi ogni uomo, non solo il Salvatore: “Con la mia carne ho redento la carne di tutti”, prosegue Cristo nel testo di san Cirillo, spiegando che “la morte infatti morrà nella mia morte e la natura umana, che era caduta, risorgerà insieme con me”.
Questa universale e definitiva vittoria è visualizzata in un capolavoro del Rinascimento d’oltralpe: un pannello dell’altare di Isenheim, opera del tedesco Matthias Grunewald, dove Cristo esplode dal sepolcro ancora avvolto dalla Sindone, la quale viene gradualmente impregnata della sua nuova condizione, colorata dalla luce che lo circonda.
In questa composizione divisa in due parti, Cristo risorto in alto e i soldati messi a sorvegliare il sepolcro sotto di lui, è infatti la Sindone a collegare la terra e il cielo; e laddove nella parte inferiore i militi sono supini o curvi – intorpiditi dal sonno e spaventati – in alto Cristo sorge eretto e libero, il suo corpo nudo sotto la Sindone sciolta mentre le guardie rimangono imprigionate nelle pesanti armature; libero è anche il volto del salvatore – schietto e gioioso – in contrasto alle facce coperte e ombreggiate delle guardie.
Numerosi dettagli, e soprattutto le armi inutilmente impugnate dai militi evocano lo scontro celebrato nell’antica sequenza pasquale, dove si narra che “morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello.
Il Signore della vita era morto, ma ora, vivo, trionfa”.
Gonfalone e reliquia di questo trionfo è la Sindone.
Il tema della Sindone come reliquia della Pasqua era stato elaborato in un altro dipinto nordico, una Risurrezione attribuita a Michael Wolgemut, trent’anni prima.
Nella versione di Wolgemut, il primo maestro di Albrecht Dürer, l’attenzione viene attirata da affascinanti dettagli: l’alba del nuovo giorno su cui si staglia Gerusalemme, sullo sfondo a destra; nella media distanza, poi, le donne che varcano la soglia del giardino murato; e in primo piano i militi assopiti al piede del sepolcro.
S’impongono tuttavia i due elementi narrativi principali, posti al centro della composizione: il Risorto in piedi davanti alla tomba, con lo scettro in mano e un regale manto scarlatto, e, appena dietro di lui, la Sindone, sistemata da un angelo metà dentro il sepolcro, metà fuori.
Sappiamo che tra pochi istanti Cristo scomparirà e che le donne, arrivando, non lo vedranno più; rimarrà solo la Sindone come testimonianza della sua Risurrezione.
La Sindone – il lungo telo utilizzato per il trasporto e la sepoltura del Salvatore morto in croce – appare soprattutto in raffigurazioni della sua deposizione e del successivo compianto sul cadavere: una tavola dell’olandese Geertgen tot Sint Jans, assai vicino al linguaggio stilistico e allo spirito pietistico della Risurrezione attribuita al Wolgemut, illustra bene quest’uso iconografico.
La stoffa bianca su cui il corpo rigido di Gesù è steso, alla stregua della corona di spine e dei chiodi disposti appena sotto di essa, viene presentata come veneranda reliquia del sacrificio della croce; Golgotha, luogo del sacrificio, di fatto è visibile sopra il gruppo costituito da Cristo morto e Maria.
Questa immagine suggerisce poi un’altra dimensione di significato della Sindone.
La tavola di Geertgen è quanto rimane di un grande trittico descritto nelle fonti antiche: una pala d’altare databile intorno al 1484, la cui immagine centrale era la Crocifissione, mentre quella a sinistra rappresentava forse la Via Crucis, e quella a destra il Compianto.
Tale programma iconografico serviva da sfondo per l’Eucaristia, celebrata davanti a queste raffigurazioni del sacrificio fisico del Salvatore, e il telo bianco steso sotto il corpo di Cristo nella tavola era pertanto visto appena sopra l’altare rivestito di un analogo tessuto bianco, la tovaglia su cui il sacerdote pone il Corpus Domini sacramentale: l’ostia consacrata.
Nella simbologia liturgica medievale, l’altare era infatti considerato simbolo del sepolcro, e le “deposizioni” ed “elevazioni” dell’ostia immagine del corpo storico di Gesù tra Venerdì Santo e Pasqua.
La stessa mistica allusione all’altare eucaristico è presente in una piccola tavola del Beato Angelico, dove i temi di compianto e sepoltura, sovrapponendosi e fondendosi, suggeriscono un’adorante “comunione spirituale” che è anche un addio.
Il cruciforme corpo di Cristo, sostenuto da Nicodemo, Maria e Giovanni, il discepolo diletto, è poi avvolto nella lunga Sindone che, sull’erba fiorita del giardino, diventa un perfetto rettangolo di stoffa bianca evocante la tovaglia della mensa eucaristica.
Pure in questo caso l’opera era infatti parte di una pala d’altare – il pannello centrale della predella – e anche qui la tovaglia bianca sulla mensa era visibile pochi centimetri sotto la Sindone raffigurata e della stessa forma.
Quest’immagine era al centro della predella della celebre pala angelicana per la chiesa fiorentina di San Marco, oggi conservata nell’attiguo convento domenicano diventato museo.
Leggendo dall’alto verso il basso si capiva quindi che Cristo era prima nato, poi morto e successivamente sepolto; l’elevazione dell’ostia dalla tovaglia-sindone, alla consacrazione della Messa, avrebbe sottolineato che Egli era anche, infine, risorto.
E la stoffa bianca della Sindone raffigurata nella predella – sotto la tavola grande e sopra l’altare – diventava anche allusione al “velo della carne” avuto dalla madre – il velo con cui Gesù Cristo nascose la sua divinità e s’immolò.
Il collegamento tra la Passione del Salvatore e la sua Natività è antico nell’iconografia cristiana, come suggerisce un’opera palestinese del VI secolo, il coperchio di una teca per reliquie.
Il soggetto principale è la Passione, e al centro vediamo Cristo che stende le braccia tra i due ladri, il suo corpo così grande da quasi occultare la croce stessa.
Ma l’anonimo artista ha inserito la crocifissione tra altri momenti della Vita Christi, così che l’immagine si presenta come un sunto in cui la crocifissione è l’atto dominante, occupando l’intero centro del campo visivo – anzi, configurando la composizione in termini cruciformi.
Ecco allora perché i vangeli e la prima arte cristiana hanno trattato con concisione l’evento della crocifissione in sé, capivano cioè che il senso della crocifissione non era limitato all’evento stesso, ma che sulla croce Cristo aveva portato tutta la sua esistenza passata e futura.
Il legame morte-nascita è ancora più esplicito in uno spettacolare oggetto conservato nel Museo Sacro della Biblioteca Vaticana, la Croce di Papa Pasquale i, un capolavoro di smalto cloisonné su lamina d’oro realizzato forse da un maestro siriaco attivo a Costantinopoli nei primi decenni del IX secolo.
Il programma iconografico è focalizzato sul mistero natalizio ma i sette episodi vengono organizzati nelle braccia e al centro di una croce, così che l’Annunciazione, la Visitazione, la Natività, l’Adorazione dei Magi, la Presentazione al Tempio, la Fuga in Egitto e il Battesimo di Cristo devono essere obbligatoriamente letti tutti in rapporto alla futura crocifissione del Salvatore.
Ciò che abbiamo chiamato “croce” è poi in realtà una stauroteca – un contenitore per frammenti della vera croce – sapendo che l’oggetto conteneva il legno su cui Cristo era morto, il credente contemplava queste scene della sua nascita con profonda commozione; non a caso il centro, corrispondente alla testa di Cristo in un crocifisso, è occupato dalla Natività stessa, col bambino in una mangiatoia, allusione alla futura offerta del corpo di Cristo come alimento.
Lo stesso modo di riassumere in un’unica immagine gli estremi esistenziali dell’umanato Figlio di Dio emerge in una piccola tavola trecentesca dove sono raffigurati sia il neonato Gesù, in basso, che il Vir dolorum, in alto, quasi a conferma dell’affermazione di san Leone Magno, secondo cui “l’unico scopo del Figlio di Dio nel nascere era di rendere possibile la crocifissione.
Nel grembo della Vergine egli assunse una carne mortale, e in quella carne mortale ha compiuto la sua passione”.
L’enfasi delle Scritture e dell’arte sul legame tra la nascita di Cristo e la sua morte ha la funzione di presentare la Passione non come un episodio tragico – una conclusione imprevista e indesiderata del racconto esistenziale di Gesù – bensì come il senso stesso della sua vita, la ragione per cui è venuto nel mondo (cfr.
Giovanni, 19, 37).
Ma la morte di Cristo dà senso anche alle nostre vite, come suggerisce un capolavoro assoluto dell’arte occidentale, la grande pala dipinta da Giovanni Bellini per i francescani di Pesaro negli anni 1470, oggi divisa in due parti: la tavola principale al Museo Civico della città adriatica e la cimasa alla Pinacoteca Vaticana.
Un’immagine drammatica che descrive l’unzione del cadavere di Cristo, tenuto sull’orlo del sepolcro da Giuseppe d’Arimatea, Nicodemo e Maria Maddalena, con la Sindone che gli avvolge le gambe; anche qui, nella sistemazione originale sopra l’altare della chiesa, il significato eucaristico della scena doveva essere evidente.
Ma quest’immagine di Cristo morto sovrastava un’altra, più grande, del Salvatore che, risorto, impone la corona a Maria sua madre.
Il messaggio complessivo riguardava quindi la morte e la risurrezione di Cristo; riguardava anche la risurrezione di Maria, seduta accanto a Cristo, e dei quattro santi intorno al trono: Paolo e Pietro, Girolamo e Francesco.
L’insieme d’immagini rappresenta infatti la meta finale di ogni donna e uomo, la vocazione celeste della carne umana; Maria è l’antesignana di questa “sorte beata”, ma con lei ci sono altri e così capiamo che la nuova condizione del Signore morto e risorto si estende anche a noi.
La bianca Sindone, in alto, che si trasforma in sontuoso abito di festa nella figura di Cristo in basso, diventa metafora della trasformazione della nostra mortalità in quella vita eterna promessa da lui, Cristo.
Piuttosto che “abito di festa” dobbiamo poi dire abito nuziale, perché Chi chiama l’umanità accanto a sé è anche Sposo.
Un analogo livello di interpenetrazione dell’umano col divino traspare in alcune raffigurazioni del Cristo morto dei maestri del Cinquecento.
La prima è un disegno eseguito da Michelangelo Buonarroti per Vittoria Colonna: una Pietà in cui lo stupendo Cristo morto sembra nascere dal corpo della madre.
Maria, seduta sotto la croce dalla quale il figlio è stato deposto, con le mani alzate nel gesto antico di preghiera sembra crocifissa anche lei; figura della Chiesa, supplica il Padre di ridare vita al corpo del figlio, anch’esso figura ecclesiale; la Chiesa che chiede dal cielo la risurrezione della Chiesa, si può dire.
La seconda opera, sempre di Michelangelo e strettamente legata al disegno appena citato, è intensamente personale: la monumentale Pietà di marmo iniziata dal Buonarroti nel 1547 e lasciata incompiuta nel 1555, in cui, nella figura del vecchio che sostiene il corpo di Cristo vediamo l’autoritratto dell’artista.
Secondo i suoi biografi contemporanei, Ascanio Condivi e Giorgio Vasari, Michelangelo intendeva collocare questo gruppo scultoreo sull’altare della cappella in cui pensava di essere sepolto, probabilmente nella basilica romana di Santa Maria Maggiore, servendosene come monumento funebre; esso costituisce pertanto una confessio fidei in cui il committente assume il carattere di un personaggio scritturistico.
In questo caso committente e artista sono la stessa persona, e il “personaggio” assunto ha un significato speciale: Michelangelo si presenta come Nicodemo, il vecchio che “andò da Gesù di notte” per chiedergli “come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?” (Giovanni, 3, 2-4).
Secondo una tradizione popolare diffusa in Toscana, Nicodemo era infatti scultore, autore del Volto Santo di Lucca.
Confrontando questa Pietà scolpita e il coevo disegno per Vittoria Colonna, rimaniamo colpiti dall’evidente rapporto tra le due opere.
Nel disegno e nel gruppo scultoreo, il corpo di Cristo, potente anche nella morte, è sorretto da un personaggio che lo sovrasta e che, all’apice della composizione, diventa interprete del senso spirituale dell’evento.
Ma laddove per Vittoria Colonna l’ “interprete” è Maria (in cui dobbiamo forse vedere un ritratto ideale della devota nobildonna) nella Pietà eseguita per Michelangelo stesso – nella veste di Nicodemo – è il vecchio che vuole rinascere a dare il senso.
Nel gruppo marmoreo Michelangelo si sostituisce alla figura di Maria, cioè, mantenendo però l’idea base del disegno in cui il corpo di Cristo “nasce” dal corpo di chi lo sovrasta, così che vediamo Cristo nascere da Michelangelo forse secondo l’intuizione di sant’Ambrogio, per cui “ogni anima che crede concepisce e genera il Verbo di Dio (…) se c’è una sola madre di Cristo secondo la carne, secondo la fede invece Cristo è il frutto di tutti”.
di Timothy Verdon (©L’Osservatore Romano – 10 gennaio 2010) ”La Sindone: provocazione all’intelligenza, specchio del Vangelo” è il tema dell’incontro che si svolgerà lunedì 11 gennaio, nell’Auditorium della chiesa del Santo Volto a Torino, in occasione della presentazione del volume “Sindone” edito dalla Utet.
Dal libro, ancora non in distribuzione, anticipiamo ampi stralci di due saggi.
Il primo è stato scritto rispettivamente dal direttore scientifico del Museo della Sindone e dal direttore del Centro internazionale di sindonologia.
Il secondo ripercorre la fortuna della Sindone nella storia dell’arte.

2012? Non è mica la fine del mondo

Faremo la stessa fine dei dinosauri? Forse sì.
Ma tranquilli, non nel 2012.
Perciò nessun credito a “improbabili pronostici” o “previsioni” del futuro già stigmatizzati da Benedetto XVI.
La rassicurazione arriva da fratel Guy Consolmagno, astronomo della Specola Vaticana, che di transiti celesti se ne intende, eccome.
Il viso incorniciato da capelli e barba d’altri tempi, questo gesuita statunitense unisce il rigore dello studioso a uno spiccato senso della notizia – ci ha confidato che da giovane provò a fare il giornalista – e alla fede salda dei discepoli di Ignazio di Loyola.
Da lui una lezione ai profeti di sventura che in tempi di crisi fanno affari d’oro:  il colossal 2012 sbanca al botteghino e i nefasti pronostici attribuiti al calendario degli incolpevoli maya hanno riacceso i riflettori sul tema della fine del mondo.
Lo abbiamo raggiunto a Tucson, dove ha trascorso le giornate natalizie tra l’università dell’Arizona e l’osservatorio sul Monte Graham, con l’avveniristico telescopio vaticano a tecnologia avanzata.  L’intervista Che atmosfera si respira da quelle parti? Il Natale qui presenta quelle caratteristiche comuni che conosciamo e amiamo in tutto il resto del mondo…
ma senza la neve.
Io sono cresciuto nel Michigan, proprio vicino al lago canadese Huron, con molta neve e inverni freddi.
Lo stesso clima l’ho ritrovato sul Monte Graham, a 3.200 metri di altitudine, dove ho trascorso la settimana prima di Natale presso il nostro telescopio con la temperatura che ha quasi raggiunto il gelo e il suolo ricoperto di neve.
Come vive la gente il Natale in Arizona? Qui c’è la tradizione della “luminaria”:  candele poste in piccoli involucri di carta, appesantiti da sabbia, che illuminano le strade la sera.
Il giorno di Natale ho partecipato alla messa in una comunità di monache benedettine.
Il celebrante indossava una stola speciale fatta da una donna Navaho e decorata con immagini di stelle e pianeti.
Poi ho fatto visita a numerosi amici e ho assaggiato cibi tradizionali delle varie culture che formano l’America:  äbleskivers danesi, tamales messicani, mincemeat pies inglesi.
Siamo alla vigilia dell’Epifania.
Cosa può dirci oggi l’astronomia della stella che duemila anni fa guidò i magi e i pastori alla grotta di Betlemme? Di certo non sappiamo cosa videro i pastori o i magi nel cielo.
I Vangeli sono molto più interessati a raccontarci di Gesù che a insegnarci l’astronomia.
Forse si trattò di un avvenimento del tutto miracoloso, senza paragoni nell’astronomia comune; o forse di racconti che vogliono rappresentare ed enfatizzare l’evento dell’Incarnazione che ha scosso l’universo.
Oppure, ancora, si è verificato qualche raro fatto astronomico che è coinciso divinamente con la nascita di Gesù.
Ma qualcuno avvistò la cometa? I pastori erano persone semplici che conoscevano le stelle solo perché le vedevano in cielo, ma non erano interessati a calcolare i loro movimenti.
Per converso, si può presumere che i magi fossero astronomi e avessero la capacità di calcolare e prevedere le posizioni dei pianeti.
Tuttavia, in quanto studiosi della loro epoca, pensavano che i movimenti planetari fossero in qualche modo collegati con gli eventi umani, il che li rendeva anche degli astrologi.
Di certo, i pastori potrebbero non aver visto nel cielo le stesse cose dei saggi.
Le Scritture ebraiche proibivano, in modo categorico, qualsiasi tentativo di predire la fortuna mediante l’astrologia.
E questo potrebbe quindi anche spiegare perché la stella, qualunque fosse, non fu “interpretata” a Gerusalemme come la nascita di un re.
A questo proposito, c’è anche chi periodicamente propone di spostare le lancette e “rimettere” l’ora esatta del Natale.
Gli studiosi moderni riconoscono che è leggermente errata la numerazione degli anni a partire dalla nascita di Gesù – il nostro anno Domini – fatta da Dionigi il Piccolo, nel VI secolo.
Basandoci sui Vangeli possiamo collocare la Natività alcuni anni prima dell’anno 4 avanti l’età cristiana, data considerata coincidente con la morte del re Erode.
Parimenti, il riferimento ai pastori che curano le greggi all’aperto di notte implica che essa possa essere forse avvenuta in primavera.
Di altro non possiamo essere certi.
Quindi tutti i fenomeni verificatisi in quel periodo potrebbero essere la stella di Betlemme? Secondo alcune ipotesi si trattò di una cometa, di una nova o di una supernova, oppure di una congiunzione di pianeti particolarmente luminosa.
In realtà, nelle nostre registrazioni nel periodo coincidente con la nascita di Gesù non è emerso un dato univoco; ma queste non sono del tutto esaustive e vi sono altri indizi annotati da astronomi cinesi che potrebbero essere presi in considerazione.
Esistono diverse possibili congiunzioni dei pianeti Saturno e Giove o di quest’ultimo con la stella Regulus, ma non sono così insolite ed è difficile considerarle un evento tale da attrarre astrologi dall’Oriente.
Altre teorie plausibili? C’è quella suggestiva dell’astronomo Michael Molnar, che suggerisce come la “stella d’Oriente” possa essere una congiunzione di pianeti che sorgono con il sole, una cosiddetta levata eliaca.
Egli sottolinea che il 17 aprile dell’anno 6 avanti l’era cristiana i pianeti Venere, Saturno, Giove e la Luna sorsero tutti poco prima del Sole, raggiunti subito dopo da Marte e da Mercurio, al centro della costellazione dell’Ariete.
Molnar ipotizza che ciò potrebbe aver implicato per gli esperti del tempo la nascita di un re, da qualche parte vicino alla Siria.
In tal caso, comunque, non si sarebbero veramente visti i pianeti, ma solo un astrologo molto capace sarebbe stato in grado di calcolarne le posizioni e ricavare un significato.
Non c’è consenso fra astronomi o storici.
Ogni teoria ha i propri ferventi sostenitori e oppositori.
Non sapremo mai la verità con certezza.
E questo è il bello.
Allora ci viene in soccorso la fede.
Il messaggio più profondo della storia dei magi è che la nascita di Gesù ha avuto un significato cosmico.
Per mezzo della sua Incarnazione, Dio non solo redime le anime umane, ma – come disse sant’Atanasio – “purifica e rinvigorisce” tutto il creato.
Si può essere condotti a Dio dallo studio della sua creazione.
Quindi l’impresa stessa di uno scienziato, che cerca la verità nel mondo fisico, è un compito sacro e santo.
“Fides et ratio”, fede e ragione.
Che rapporto ha un teologo come Benedetto XVI con l’astronomia? Tutti i Pontefici più recenti hanno sostenuto la nostra opera presso la Specola, ma il sostegno di Papa Ratzinger è stato speciale.
Nel suo discorso all’Angelus del 21 dicembre 2008 è stato forse il primo leader mondiale a riconoscere e a salutare l’Anno internazionale dell’astronomia.
Nell’omelia per la solennità dell’Epifania del 2009 vi ha fatto di nuovo riferimento.
Il successivo 30 ottobre ci ha reso onore rivolgendo un discorso a un incontro internazionale di astronomi.
Un’attenzione di cui lei ha fatto esperienza diretta.
Per quanto mi riguarda, la prova più concreta del suo interesse per l’astronomia è la nuova sede della Specola nei giardini di Castel Gandolfo, che è stata inaugurata da Benedetto XVI il 16 settembre scorso.
Per una felice coincidenza la visita è avvenuta proprio 75 anni dopo il trasferimento della Specola – voluto dal suo predecessore Pio xi – dall’interno della Città del Vaticano alla residenza pontificia estiva a Castel Gandolfo.
Cosa resterà dell’Anno dell’astronomia che si conclude proprio in questi giorni? È stato un anno molto impegnativo, scandito da numerosi appuntamenti:  dall’inizio a Parigi, fino alle cerimonie conclusive in programma a Padova il 9 e il 10 gennaio prossimi. Tra i più seguiti dal grande pubblico:  la visita guidata in rete al nostro telescopio nell’Arizona meridionale nel corso di un avvenimento denominato “Il giro del mondo in ottanta telescopi”, la serie podcast “I 365 giorni dell’astronomia” e la mostra “Astrum 2009” ai Musei vaticani che proseguirà fino al 16 gennaio.
Insomma, dodici mesi di febbrile attività.
Fra le tante iniziative sono stato particolarmente impegnato nella pubblicazione del libro The heavens proclaim – in italiano L’infinitamente grande – che descrive l’opera della Specola e la storia del sostegno pontificio all’astronomia.
Si tratta di un coffee-table book, un volume in edizione pregiata con immagini magnificamente riprodotte dalla Libreria Editrice Vaticana.
Ora lo stiamo facendo tradurre in altre lingue, perché grazie a quest’opera gli sforzi promozionali proseguiranno ovunque nel mondo anche dopo la fine dell’Anno dell’astronomia.
Quali sono state le maggiori acquisizioni scientifiche in questo periodo? In genere deve trascorrere molto tempo prima di sapere qual è stata la più importante scoperta dell’anno.
Abbiamo bisogno di una certa prospettiva per vedere cosa è stato davvero importante e cosa si è rivelata una falsa pista.
Ci potrebbero volere anni di lavoro per poter apprezzare ciò che abbiamo osservato quest’anno.
Qualche esempio? Consideriamo la scoperta, nell’ottobre 2008, proprio al di sopra dell’atmosfera della Terra, di un piccolo asteroide che siamo riusciti a seguire fino a quando ha colpito il deserto del Sudan settentrionale.
Quest’anno, abbiamo completato e pubblicato i risultati scientifici del rinvenimento dei pezzi nel deserto e della comparazione fra le differenti osservazioni dell’oggetto durante la sua caduta.
Secondo me, si è trattato di uno dei risultati più entusiasmanti nell’astronomia planetaria del 2009, anche se l’evento in sé si è verificato l’anno precedente.
Invece noi profani pensavamo all’acqua sulla Luna…
Quella è stata una scoperta particolarmente eccitante:  un veicolo spaziale inviato dall’India nell’orbita intorno al satellite ha trovato negli spettri a infrarossi riflessi dalla superficie la prova dell’esistenza di tracce di acqua.
Questo rilevamento è stato confermato quando gli scienziati hanno riesaminato gli spettri misurati da un altro veicolo spaziale passato vicino alla Luna l’anno precedente.
Ma attenzione:  la quantità rilevata dal veicolo di passaggio nella polvere della superficie è soltanto una goccia d’acqua per ogni litro di pulviscolo lunare.
Tuttavia, pare ci sia un po’ più di acqua sepolta nei crateri in ombra delle regioni polari della Luna.
Acqua sufficiente ad alimentare futuri insediamenti umani? Probabilmente sì.
Abbiamo ipotizzato che l’acqua potesse essere intrappolata in queste regioni che sono estremamente fredde, perché non sono mai esposte al sole, ma è stato rassicurante trovarla veramente lì, dopo aver fatto schiantare un veicolo in uno di quei crateri e aver osservato il materiale che fuoriusciva alla luce del sole.
Una buona notizia, specie in caso di evacuazione forzata del pianeta.
Del resto film, oroscopi e libri ci ricordano di continuo che dobbiamo prepararci al peggio.
Gli uomini predicono la fine del mondo fin dagli albori dell’umanità.
Finora, nessuna di queste teorie si è rivelata vera.
Non c’è alcun motivo di credere che lo siano quelle relative al 2012.
Ma mentre è facile ridere di queste sciocche paure, c’è un male più serio dietro di esse:  queste credenze proliferano perché noi tutti siamo tentati dal desiderio di possedere una “conoscenza segreta” del futuro, come se ciò ci rendesse più potenti degli altri.
In realtà questo è solo un segnale di cattiva scienza o di cattiva religione.
Ma l’astronomia può prevedere il futuro senza degenerare nell’astrologia? Direi di sì, ma solo nel senso che l’osservazione dei fenomeni celesti permette di ipotizzare possibili catastrofi di cui dovremmo essere consapevoli.
Del resto comete e asteroidi colpiscono continuamente la Terra.
In che senso “continuamente”? Vuol forse iscriversi alla scuola delle cassandre? Per la maggior parte si tratta di corpi piccoli che passano inosservati, ma un grande evento come quello verificatosi nel 1908 in Siberia, nei pressi di Tunguska, causando un’esplosione paragonabile a quella di una bomba atomica, può accadere una volta ogni cento anni.  Quindi per la legge dei grandi numeri…
Finora gli impatti si sono verificati negli oceani o su terre disabitate, ma prima o poi uno di questi corpi colpirà un’area più densamente popolata.
Da una parte, gli impatti più comuni sono i più piccoli, ma dall’altra sono anche quelli più difficili da rilevare prima che si verifichino.
Non è che rischiamo di fare la fine dei dinosauri e non ce ne rendiamo conto? Un impatto dell’entità di quello che spazzò via i dinosauri 65 milioni di anni fa probabilmente avviene soltanto una volta ogni cento milioni di anni.
Allora perché affannarci con telescopi sempre più sofisticati? Possiamo starcene tranquilli per milioni di anni…
Indipendentemente dalla rarità del fenomeno, vale sempre la pena scrutare i cieli e cercare di determinare se qualcuno dei centomila asteroidi conosciuti può incrociare l’orbita della Terra nel futuro prevedibile.
Significa anche che vale la pena impiegare il nostro tempo per comprendere in che modo questi asteroidi e queste comete sono composti, per poter meglio capire come deviarli nel caso dovessero entrare in rotta di collisione con il nostro pianeta.
Comunque prima di preoccuparci di minacce esterne, forse faremmo meglio a preservare la terra dalle devastazioni prodotte dall’uomo.
Di sicuro.
Ma il discorso è complesso.
Man mano che le aree urbane divengono maggiormente affollate dipendiamo sempre di più dalla tecnologia per sopravvivere.
I sistemi idrici e quelli di trattamento delle acque, l’elettricità, il trasporto pubblico sono tutti necessari a tenerci al caldo, nutriti e in salute.
In definitiva dipendiamo gli uni dagli altri.
Non possiamo vivere egoisticamente perché, di fatto, siamo i custodi dei nostri fratelli.
Lo stesso Benedetto XVI ha dedicato la recente Giornata mondiale della pace al tema “Se vuoi la pace, custodisci il creato”.
Il Papa è consapevole che possiamo causare o impedire disastri ambientali a seconda del modo in cui trattiamo la Terra.
Purtroppo, il tema del riscaldamento globale è stato politicizzato e troppi assumono posizioni estreme o basate su motivazioni che prescindono dalla scienza.
È vero che oltre all’attività umana molti fattori possono causare il riscaldamento globale, ma gli unici che possiamo controllare sono quelli che dipendono da noi.
Per questo non dobbiamo abbandonare il cammino intrapreso per ridurre l’emissione di ossido di carbonio nell’atmosfera.
E nel frattempo? Niente panico.
Bastano due misure precauzionali per aumentare le possibilità di una vita lunga e sana:  smettere di fumare e allacciare le cinture di sicurezza.
(©L’Osservatore Romano – 6 gennaio 2010)