Con la famiglia paolina, una settimana tutta da vivere

Per portare la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali all’attenzione di un pubblico sempre più ampio, stimolare la riflessione sul tema e creare spazi di condivisione allargata le Paoline e i Paolini organizzano la Settimana della Comunicazione.

In tutta Italia, vengono organizzate una serie di iniziative pastorali e culturali – convegni, concorsi, laboratori, attività nelle librerie Paoline e San Paolo, video proiezioni, eventi musicali, spettacoli e molto altro – che coinvolgono giornalisti e operatori della comunicazione, personalità del mondo ecclesiastico, artisti e personaggi del mondo dello spettacolo.

Grande attenzione viene riservata al mondo della scuola: insegnanti, studenti, educatori e genitori, diventano i protagonisti di concorsi a tema, giochi e laboratori creativi, partecipano agli spettacoli e alle video proiezioni, vengono chiamati a realizzare happy book, testi, video e giornalini. Perché la comunicazione è dialogo, è ascolto, è innovazione, è creatività.

Quest’anno la 14° edizione della Settimana della Comunicazione si tiene dal 26 maggio al 2 giugno.

Ecco tutti gli eventi in calendario.

 

Il festival

Il Festival della Comunicazione è un “focus” collegato alla Settimana della Comunicazione, che si svolge a livello locale, con il sostegno dell’Ufficio Nazionale della Comunicazioni Sociali, il Servizio Nazionale del Progetto Culturale, la Segreteria per la Comunicazione e il Pontificio Consiglio della Cultura. Ogni anno viene organizzato in una Diocesi diversa, con l’intento di coinvolgere in maniera attiva tutta la Chiesa e far emergere le tante valide risorse del territorio. Nascono, così, iniziative originali, molto sentite e partecipate, che spesso rimangono come patrimonio locale ben oltre la durata del Festival.

Nel 2019 la Diocesi che accoglie il Festival è quella di Chioggia, in Veneto.

Fabio Geda – Raccontare il mondo, educare il mondo

30 maggio 2019 – dalle 19:00 alle 21:00 presso Università Salesiana – Aula II
Piazzale dell’Ateneo Salesiano, 1 Roma

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per il quarto appuntamento del ciclo Come un libro aperto Grande come una città incontra Fabio Geda. Dal viaggio di Enaiatollah Akbari dall’Afghanistan all’Italia di Nel Mare ci sono i Coccodrilli a «Un uomo con un piede nel sogno e uno nella realtà», il Don Giovanni Bosco protagonista del suo ultimo libro, la scrittura è per Fabio Geda un modo per indagare le passioni che da sempre lo accompagnano, tra impegno civile, volontariato e lavoro educativo. In Il demonio ha paura della gente allegra. Di don Bosco, di me e dell’educare (Solferino editore, 2019), tra ricostruzione storica, narrazione e reportage, un unico filo luminoso lega le battaglie di don Bosco e le disavventure dell’autore, educatore alle prese con adolescenti difficili delle periferie, sempre alla ricerca di forme più efficaci di integrazione. Un racconto sulla passione per il dialogo tra generazioni e l’importanza di un’educazione che parta dall’abitare la relazione con i ragazzi.

Fabio Geda (Torino, 1972), dopo l’esordio con Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani (Instar, 2007) – in finale al Premio Strega e giudicato Miglior Esordio dalla redazione di Radio Tre Fahrenheit –, pubblica L’esatta sequenza dei gesti (Instar, 2008), con il quale vince il Premio Grinzane Cavour e il Premio dei lettori di Lucca. Di nuovo finalista al Premio Strega con Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbar (Baldini & Castoldi, 2010), nel 2011 esce per Transeuropa La bellezza nonostante. Nel 2014 esce per Einaudi Se la vita che salvi è la tua e, nello stesso anno, il reportage su Tokio Itadakimasu per Edt. Nel 2019 pubblica Il demonio ha paura della gente allegra. Di don Bosco, di me e dell’educare per Solferino editore. Oltre che con la Scuola Holden e il Salone del Libro di Torino, collabora con diversi quotidiani e settimanali nazionali.

 

Per approfondimenti: [http://fabiogeda.it/]

info: grandecomeunacitta@gmail.com
accessibilità – non sono presenti barriere architettoniche
linee ATAC – http://www.atac.roma.it
fermata Pian di Sco – linea 88
fermata Vimercati – linee 80, 90, 93, 350

Vai alla mappa

Come degli sherpa: che cosa significa accompagnare

Taciti, soli, sanza compagnia
n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,
come frati minor vanno per via.
Dante, Commedia, Inferno, XXIII, 1-3

Che cosa significa accompagnare spiritualmente ed educativamente un ragazzo o un adolescente? Si sa che la parola “accompagnare” deriva dal latino “cum+panis”: compagno è colui che mangia il pane insieme a me, che mangia il mio pane o che condivide il suo fino a che le parole “mio” e “suo” perdono di senso; e non può non venire in mente la narrazione dei discepoli di Emmaus nella quale proprio il pane spezzato trasforma lo sconosciuto pellegrino da casuale percorritore della stessa strada a vero accompagnatore spirituale, al quale i discepoli (che adesso si sanno tali) hanno appena chiesto di prolungare il piacere della sua compagnia: “quando fu a tavola con loro prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro. Allora i loro occhi furono aperti e lo riconobbero” (Lc 24, 30.31). “Accompagnare” significa diventare compagni e spezzare il pane insieme, ri-conoscersi, dunque, conoscersi di nuovo sulla strada che si sceglie di percorrere insieme.
Condividere il pane ricorda anche il gusto del fermarsi a fare merenda al sacco in certe gite, quando si è stanchi e ognuno mette a disposizione del gruppo quello che ha: “c’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cosa sono per tanta gente?” (Gv 6,9) Accompagnare significa condividere, e fare comunità, realizzare insieme un nuovo modo di vivere: “tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le proprietà e i beni, e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno” (At 2, 44-45).
La relazione educativa è sempre un faccia-a-faccia, un rapporto tra un “io” e un “tu”, ma è anche sempre questione comunitaria. Accompagnando un allievo si accompagna un mondo e si accompagna se stessi dentro il mondo. Non esiste relazione educativa che possa pensarsi sull’isola di Robinson, perché anche Robinson non era solo, aveva rapporti di memoria, ricordo, attesa che lo riguardavano anche da lontano. Questo è il mistero dell’accompagnamento educativo: porto te, proprio te, in mezzo al mondo, al “tuo” mondo che però cessa subito di essere solo “tuo” per diventare “nostro”, “di altri”, “di tutti”.
Una prima osservazione dunque è che per accompagnare i ragazzi occorrono gesti fisici di riconoscimento; e in quest’epoca nella quale la gestualità corporea e fisica è sostituita dai simboli virtuali è difficile trovare riti e gesti che ci aiutino a riconoscere i nostri compagni di strada; spezzare il pane è diventato difficile anche perché al supermercato lo vendono già affettato, nel tentativo di alleviare ogni sforzo, ogni fatica, ogni atto corporeo. Anche la fatica di alzare un pollice per dire “sono d’accordo” (un significato socialmente determinato e non universale) è sostituita da un click su un social. Chissà se coloro che usano mille volte al giorno questo “like” sanno che, dagli ultimi studi, pare che il pollice rivolto verso l’alto indicasse, negli agoni romani, non la salvezza del gladiatore sconfitto ma la sua morte. Amara ironia per il mondo destoricizzato e banalizzante dei social!
L’accompagnamento è sempre fisico, non è mai virtuale. Non si accompagna l’anima se al contempo non si accompagna anche il corpo. Non ci dispiace nemmeno troppo sottrarci dall’allucinata enfasi che da ogni dove si pone sulle cosiddette “nuove tecnologie” e soprattutto sull’ossimoro “insegnamento a distanza” (che potrebbe essere simile a “cielo liquido” se quest’ultima espressione non fosse infinitamente più poetica). Certo accompagnare significa giocare con le distanze: lasciar andare, contemplare da lontano, eclissarsi, ma il tutto in una prossimità che è fisica anche quando il corpo sceglie di stare un po’ in disparte, come Virgilio quando Dante parla con i suicidi. Accompagnare significa prendere in carico il corpo del ragazzo o della ragazza, con la sua fatica, con il suo piacere e anche con il suo dolore. Un dolore che rimane privato, intimo, anche indicibile a volte, ma che nel momento in cui viene accolto viene anche accompagnato a una possibile soluzione. Dante e Virgilio faticano per le erte vie dell’Inferno e a tratti il lettore si dimentica che uno solo dei due è portatore di un corpo. Stare fisicamente di fianco ai ragazzi, saperli abbracciare senza essere invasivi, sapere quando compiere un gesto e quando astenersene, saper leggere i messaggi del corpo senza trasformarsi in psicoanalisti improvvisati: tutto questo rientra nel bagaglio dell’accompagnatore educativo, tutto questo si può e si deve imparare se si vuole stare realmente a fianco dei ragazzi. Accompagnare è un’arte, ma anche le arti si imparano. Lasciare tutto a un indefinito “talento” educativo significa non considerare gli educatori come dei professionisti.
L’accompagnamento educativo non è uno strumento retorico: non annulla le differenze, non è un pacchetto turistico che vende lo stesso itinerario ad anonimi clienti. Anzitutto ogni ragazzo ha un suo modo di essere accompagnato, e questo pone all’educatore una grande sfida. “Trattare tutti allo stesso modo” è una ovvietà se parliamo di diritti, è falso se ci riferiamo alla relazione educativa, che semmai fornisce a tutti le stesse opportunità ma proprio attraverso relazioni che non sono mai le stesse perché declinate a partire dal singolo. La strada può essere la stessa per tutti, e a volte deve esserlo, ma non è mai lo stesso il passo che si utilizza per percorrerla. L’educatore sa stare al passo di ogni ragazzo, ma soprattutto sa sintonizzarsi sul ritmo degli ultimi: “il mio signore passi prima del suo servo, mentre io mi sposterò a tutto mio agio, al passo di questo bestiame che mi precede e al passo dei fanciulli, finché arriverò presso il mio signore a Seir” (Gen 33,14). Abituati alla retorica dei capi che guidano le masse ponendosi davanti a loro (e magari non accorgendosi che ormai nessuno li segue) abbiamo scordato che la vera guida è quella che prende in braccio un bambino che fatica o un agnellino azzoppato. Accompagnare significa certo stimolare il passo, motivare al cammino, ma non deve trasformarsi in una sfrenata corsa nel quale chi resta indietro è una “perdita collaterale”. Le parole “educazione” e “competizione” non possono vivere insieme, si respingono, si escludono a vicenda. Uno dei tratti più angoscianti della scuola oggi è proprio questo importare al proprio interno categorie competitive che sono deleterie già nell’ambito del mercato e dell’azienda, figurarsi in campo educativo. Ancora una volta la pedagogia ha aperto le porte al cavallo di Troia, e sono sempre meno numerose le Cassandre che cercano di evitare il peggio.
Ma la principale retorica che l’accompagnamento educativo sgretola è quella della presunta uguaglianza di educatore ed educando; non nel senso dei diritti, ovviamente, ma in quello delle responsabilità. Essi non viaggiano paralleli, ma “l’un dinanzi e l’altro dietro”, perché uno conosce la strada e ha la responsabilità di guidare, l’altro deve scoprirla. Spesso sentiamo educatori dire “io non so quale sia la strada da proporre ai ragazzi”, oppure insegnanti affermare “io non ho niente da insegnare”. Aspettiamo che qualche medico dica che non ha nessuna terapia da prescrivere così il cerchio della banale retorica sarà chiuso. Quando un ragazzo si affida a un educatore, chiede che gli si mostri una strada; da percorrere, da abbandonare, sulla quale sdraiarsi, ma comunque una via. E’ sano che l’educatore nutra continuamente dubbi sul senso e sulla direzione del suo lavoro; è un antidoto alla presunzione, all’arroganza o all’abitudine. Ma i dubbi si pongono e si risolvono in equipe, non tra i ragazzi.
Questo significa che la relazione educativa non è democratica? E’ proprio questo il paradosso: educare alla democrazia è possibile anche (non solo: pensiamo alle pratiche di peer education) attraverso una relazione che formalmente non è democratica, perché c’è chi decide e chi no. E anche quando è l’educando a decidere, è l’educatore che “decide chi decide”. Indicare una strada significa assumersi una responsabilità, cosa che chi traveste la relazione educativa in relazione tra pari si guarda bene dal fare. Ovviamente un educatore deve imparare dai propri ragazzi, anzi questa è una delle sue principali qualità professionali. Ma la differenza consiste nel fatto che l’educatore ha tutto il carico delle relazione educativa, e quando impara dai suoi allievi in realtà sta insegnando qualcosa a se stesso. La nostra è un’idea molto forte di educatore, visto che i pensieri deboli hanno portato alla dissoluzione del pensiero, e con esso della pedagogia e dell’educazione.
Nessuna meta è mai certa in un mondo di cambiamenti repentini, nessun cammino è mai tracciato per sempre e definitivamente; ma come educatori non possiamo far naufragare i nostri ragazzi nella retorica per cui la strada si traccia solo percorrendola. “Caminante no hay camino” è uno splendido verso del grandissimo Antonio Machado, ma se lo vogliamo leggere in chiave educativa (come abbiamo sentito fare più volte e spesso senza nemmeno conoscere l’autore della poesia e la sua conclusione) allora occorre chiedersi se sia etico esporre i ragazzi all’”alto mar aperto” dell’assoluta incertezza che confina spesso con il più ancora assoluto relativismo (che è molto meno relativista di quanto sembri, facendo della relatività dei punti di vista il vero assoluto). I due poli opposti dell’arroganza del capo e della disperazione del naufrago non hanno cittadinanza nella relazione educativa. L’educatore è sfuggito al naufragio, è “fuor del pelago”, conosce l’Inferno e cerca di guidare il ragazzo a una qualche strada di salvezza; può darsi che non conosca del tutto la strada, che abbia paura delle sue buche e delle curve cieche, ma sa che una strada esiste.
In questo senso è possibile iniziare il cammino, in questo senso l’accompagnatore è qualcosa di diverso da un dittatore, da un amico, da un’anima sperduta. Occorre saper accendere di speranza e di fiducia l’anima di un ragazzo perché questi possa davvero iniziare il cammino insieme a noi e possa poi raccontare l’inizio dell’avventura educativa: “allor si mosse, e io li tenni dietro” (Inferno, 1, 136)

Inserito in NPG annata 2019.

Pedagogia dell’accompagnamento educativo /1

Raffaele Mantegazza

(NPG 2019-04-64)

“Dare casa al futuro”: il convegno di Pastorale Giovanile della CEI e l’invito a guardare alle “cose alte”

Si è concluso a Terrasini il XVI Convegno nazionale PG con la presentazione delle Linee guida per la pastorale giovanile, una cassetta degli attrezzi con gli strumenti che servono per lavorare insieme. Qui le slides di don Michele Falabretti.
Don Michele Falabretti ha presentato le nuove linee progettuali, “una cassetta degli attrezzi nella quale ci sono gli strumenti per lavorare e con i quali adesso ci si mette all’opera”. «Abitare questo tempo è possibile» – ha detto don Michele. E non bisogna avere paura di «avere pochi giovani» perché se «si costruisce comunione, la comunità si allargherà sempre più, è sempre stato così».
Le linee sono state pensate come “complementari” ai tre volumi della “piccola biblioteca del Sinodo” consegnate a tutti i partecipanti, “ma il nostro lavoro – ha detto Falabretti – è complementare alle linee: occorre ragionare per piccoli progetti, magari progetti che crescono un po’ per volta, e fare piccoli passi. Abitare questo tempo – ha aggiunto – richiede fatica, ma va fatto, in libertà, con coraggio e insieme”.

 

“Tutti parlano di tutto”. 

Il XVI Convegno Servizio Nazionale per la Pastorale Giovanile della CEI – Dare casa al futuro – è cominciato con queste parole di Silvano Petrosino ed io non so che altro potrei dire rispetto a quanto giornalisti autorevoli, grandi filosofi e teologi hanno già detto durante e alla luce questo convegno. Vorrei però condividere, da giovane, da appartenente al Movimento Giovanile Salesiano, la bellezza di questa esperienza di Chiesa.

Sì, di Chiesa. A volte noi giovani ci dimentichiamo che nei nostri oratori, nei nostri gruppi, siamo parte di questa grande famiglia.
Noi, Cristiani, siamo chiamati a un compito incredibile: annunciare che c’è dell’Altro.
Noi, salesiani, in particolare ad annunciarlo ai giovani.

Cos’è che abbiamo visto e ascoltato? Cos’è che ha cambiato il nostro cuore così tanto da farci innamorare di Cristo? Ecco, questo dobbiamo annunciare: l’Infinitamente Bello che abbiamo incontrato.

Molte sono state le provocazioni ispirate dall’attenta analisi del percorso sinodale.

Si è parlato di giovani e ai giovani.

Abbiamo parlato di vocazione, una vocazione di cui non bisogna avere paura, perché possiamo starne certi, Dio ci chiama al Bene. Compito degli educatori, compito nostro, parlare della ricerca della volontà del Padre, parlarne con coraggio! Rendendo coscienti i nostri giovani che si diventa uomini e donne adulti nel limite, nella sofferenza, nella fatica della ricerca. Tutto questo tenendo a mente il vero significato di educare, ovvero rendere capace il prossimo di compiere scelte libere e buone.

Questo sinodo ci ha donato tre documenti, l’Instrumentum Laboris, il Documento Finale e l’esortazione apostolica Christus Vivit. In essi gli strumenti per il cammino dei prossimi anni. Abbiamo gettato le fondamenta, ora dobbiamo costruire, per dare davvero casa al futuro. Per costruire servono basi, che devono aiutarci a sviluppare identità, identità di Chiesa secondo il modello della vera giovinezza, quella di Gesù.

Le nostre parrocchie, scuole, oratori, devono essere casa. In una generazione di orfani, come dice Papa Francesco, noi dobbiamo essere casa. Per imparare a esserlo il consiglio è uno solo: convivere con i giovani. Sono loro che con il loro essere ci rimettono al nostro posto, danno il senso al nostro essere per loro.

Non dobbiamo avere paura di parlare di cose alte, ogni giovane contiene in sé la grandezza, grandi sogni e grandi speranze. In questo tempo ricco di novità, di scoperte, di avanzamenti tecnologici, manca qualcuno che parli di Vangelo, che parli di Dio, d’Amore. Noi Educatori non dobbiamo avere paura.

Chiediamo ai giovani cosa pensano, chiedeteci cosa sogniamo!

Cari Adulti, aiutateci a creare nuove strade! Sapete, noi corriamo veloci, ma spesso non sappiamo dove andare. Guidateci, così che quando arriveremo alla meta, lì vi aspetteremo con gioia.

Elena S. Marcandella
Coordinatrice Nazionale MGS

Viaggio di studio – Istituto di Catechetica

 

Gli studenti iscritti al «Tirocinio di Catechetica», accompagnati dai professori J.L. Moral e A. Romano, hanno realizzato il classico «viaggio di studio» con cui si chiudono le attività del tirocinio.

 

In questa occasione, il viaggio aveva l’obiettivo di fare un’immersione nella vita reale di tre diocesi – Como, Cremona e Milano – per comprendere l’organizzazione dei loro uffici catechistici.

 

Partito da Roma il 25 aprile, il gruppo ha alloggiato a Como e ha poi lavorato a Milano la giornata del 26 con i Direttori degli Uffici Diocesani di Catechesi di Milano e Cremona; sabato 27 e domenica 28, invece, sono state giornate di studio presso l’Ufficio Diocesano di Como (il cui direttore – F. Vanotti – ha anche collaborato direttamente nell’organizzazione generale del viaggio), così come tempo per conoscere la città e fare anche un piccolo giro in barca nel primo bacino del «Lago di Como».

 

Infine, la foto che accompagna la notizia ricorda la celebrazione eucaristica del gruppo presieduta dal Vescovo di Como, Mons. Oscar Cantoni.

 

 

 

«IRC e prospettive culturali e teologiche contemporanee»

Il corso estivo (IRC, e prospettive culturali e teologiche contemporanee) persegue l’obiettivo, da un lato, di identificare e analizzare alcuni degli elementi fondamentali che configurano l’orizzonte culturale e teologico odierno; dall’altro, di concretizzare le implicazioni di questi elementi tanto nella formazione degli IDR come nello sviluppo dell’IRC.

Iscrizioni aperte

CEstivoIRC.2019

Corso Residenziale Estivo 2019: programma

Scheda Iscrizione Corso Estivo 2019

 

Lettera d’invito

 

Dal 31 giugno al 6 luglio prossimi realizzeremo il Corso Estivo residenziale per Insegnanti di Religione in servizio a Chianciano Terme (SI). Abbiamo iniziato il nuovo Progetto triennale 2017-2020 del titolo: «Giovani generazioni e ricostruzione del cristianesimo».

Voglio dare alcune indicazioni utili per le persone che desiderano iscriversi e partecipare a questo corso.

Il Progetto è stato presentato al Servizio per l’Insegnamento della Religione Cattolica della CEI il 25 marzo, che l’ha portato al MIUR il giorno 26 marzo. è ora in fase di studio da parte della Commissione Ministeriale. È stato chiesto il finanziamento al MIUR.

Quest’anno è stato scelto l’Hotel Sole di Chianciano Terme (SI).

Sono stati chiesti 50 posti. Quindi il finanziamento andrà alle prime 50 persone che si iscrivano. Giunti a quel numero si elaborerà una lista di attesa.

Il finanziamento del MIUR prevede il vitto e l’alloggio dal 30 giugno al 6 luglio (6 giorni) in camera doppia. Copre anche la tassa di soggiorno. Chi, per motivi personali, voglia usufruire di camera singola dovrà pagare la differenza. Così come chi desidera arrivare un giorno prima o partire un giorno dopo.

È previsto pure un rimborso spese per il viaggio, ma a condizioni molto precise e restrittive.

Si devono utilizzare i mezzi pubblici e quelli più economici (treni, pullman, aereo). Si deve consegnare la documentazione originale (biglietti, carte d’imbarco). Deve essere lo stesso il luogo di partenza e di ritorno. Il passeggero può partire un giorno prima dell’inizio del corso e rientrare un giorno dopo la conclusione. Si deve dimostrare che i biglietti sono stati utilizzati. Per i viaggi in aereo non basta la prenotazione del viaggio, è necessaria la carta di imbarco. Non si possono fare soste intermedie di qualche giorno durante il viaggio di andata o di ritorno. Non è previsto il rimborso per chi sceglie di utilizzare i mezzi propri.

Vi chiedo di far conoscere l’iniziativa ad altre/i nuove/i colleghe/i e di invitarli a partecipare.

Trovate la scheda di iscrizione e il programma nella pagina web rivistadipedagogiareligiosa.it

 

Iscrizioni e informazioni

 

Segreteria Istituto di Catechetica

Tel. 06 87290651   Fax 06 87290.354   E-mail: catechetica@unisal.it

Orario di ufficio: Martedì e Giovedì, dalle 9 alle 12.30.

Le iscrizioni al Corso Estivo devono pervenire via Mail o Fax entro il 15 giugno 2019.

 

Corrado Pastore

Direttore Istituto di Catechetica

Università Pontificia Salesiana, Roma     

30º VIAGGIO DI STUDIO IN TERRA SANTA

Il viaggio ha come primi destinatari gli studenti dell’Istituto di Teologia Pastorale e dell’Istituto di Catechetica dell’Università Pontificia Salesiana (Facoltà di Teologia e Facoltà di Scienze dell’Educazione).

Ma è aperto anche alla partecipazione di studenti delle altre Facoltà e degli altri Istituti della stessa Università. E di studenti delle altre Università Pontificie, nonché di altre persone interessate.

 

 

2. Caratteristiche

  • È soprattutto un viaggio di studio con obiettivi specifici.
  • Include pure la dimensione del pellegrinaggio ai luoghi santi delle fede.
  • Ha anche interesse culturale.

 

3. Gli obiettivi

Mediante la visita diretta e approfondita dei principali luoghi visitati e un’accurata riflessione si mira a procurare ai partecipanti:

1. Un aggiornamento biblico: storico, esegetico, archeologico.

2. Un approfondimento e un’ulteriore qualifica della propria formazione (teologico-pastorale-catechetica) a contatto con i luoghi biblici della storia della salvezza.

3. Un arricchimento della propria vita personale di fede.

 

4. Note tecniche

  • La partecipazione al Viaggio di studio è condizionata alla condivisione degli obiettivi sopra indicati e delle dinamiche corrispondenti.
  • Durata del viaggio: tredici giorni (dal 1° al 13 settembre). Si soggiornerà in case religiose e in alberghi. In genere si alloggerà in camere doppie (qualche eccezionale camera singola, se c’è, dovrà venire ulteriormente pagata).
  • Spesa globale: biglietto aereo di andata e ritorno, assicurazione, soggiorno di tredici giorni in Giordania, Palestina, Israele, (camera doppia, vitto, non incluse le bevande), i viaggi al loro interno, le conferenze e l’ingresso ai numerosi luoghi da visitare, le tasse di frontiera, le mance da dare, ecc.: € 1.950.00 (soggetto alle variazioni dell’€ rispetto al $). La camera singola costa € 420 in più.

 

5. Iscrizioni

Si fanno presso il prof. Corrado Pastore (vedi sotto) con la consegna della Scheda di iscrizione e il versamento della quota di partecipazione.

 

Responsabili dell’organizzazione del Viaggio:

proff. – Corrado Pastore – Xavier Matoses

 

Prenotazioni: presso prof. Corrado Pastore (tel. 06.87290202; int. 2202;

e-mail: pastore@unisal.it)

 

SCARICA PROGRAMMA:

TS 2019 Programma 1-13 settembre

 

I 15 semplici atti di carità di Papa Francesco

Benedetto XVI, in  prossimità della Quaresima, accogliendo le parole di Papa Francesco nel suo messaggio per questo periodo liturgico, ho voluto raccogliere una serie di atti di carità che spesso trascuriamo , ma che nella loro semplicità sono manifestazioni concrete dell’amore di Dio. Un cuore che Lo ha incontrato non può rimanere indifferente agli altri. Non priviamo gli altri del nostro sorriso, della nostra allegria, della speranza che ci dà Cristo! Il mondo ne ha bisogno.

“Per vivere questa testimonianza della carità, l’incontro con il Signore che trasforma il cuore e lo sguardo dell’uomo è dunque indispensabile. In effetti, è la testimonianza dell’amore di Dio per ognuno dei nostri fratelli in umanità a dare il vero senso della carità cristiana. Questa non si può ridurre a un semplice umanesimo o a un’opera di promozione umana. L’aiuto materiale, per quanto necessario, non è il tutto della carità, che è partecipazione all’amore di Cristo ricevuto e condiviso. Ogni opera di carità autentica è dunque una manifestazione concreta dell’amore di Dio per gli uomini e perciò diviene annuncio del Vangelo. In questo tempo di Quaresima, che i gesti di carità, generosamente compiuti, permettano a ognuno di progredire verso Cristo, Lui che non smette mai di andare incontro agli uomini!”

1 Sorridere. Un cristiano è sempre allegro!
Non ce ne rendiamo conto, ma quando sorridiamo alleggeriamo il carico a chi ci circonda. Quando camminiamo per strada, al lavoro, a casa, all’università… La felicità del cristiano è una benedizione per gli altri e per se stessi. Chi ha Cristo nella vita non può essere triste!

 

2.Ringraziare sempre (anche se non si è tenuti a farlo)
Non abituiamoci mai a ricevere perché abbiamo bisogno di una cosa o perché “abbiamo diritto ”. Tutto viene ricevuto come un dono, nessuno “ce lo deve”, anche se abbiamo pagato per averlo. Ringrazia sempre. Chi è grato è più felice.

3 Ascoltare la storia dell’altro, senza pregiudizi, con amore.
Cosa può renderci più umani del saper ascoltare? Ogni storia che ti viene raccontata ti unisce di più all’altro: i figli, il partner, il capo, il professore, le loro preoccupazioni e le loro gioie… sai che non sono solo parole, ma parti della loro vita che devono essere condivise.

4 Sollevare il morale di qualcuno
Sai che alcune cose non gli vanno bene o che non vanno affatto bene e non sai cosa fare. Decidi di strappargli un sorriso per fargli sapere che non va tutto a rotoli. È sempre bello sapere che c’è qualcuno che ti vuole bene e che ci sarà sempre malgrado le difficoltà.

5 Fermarti ad aiutare. Essere attento a chi ha bisogno di te
Cos’altro possiamo dire? Non importa se è un problema di matematica, una semplice domanda o qualcuno che ha fame, l’aiuto non è mai troppo! Tutti abbiamo bisogno degli altri. Anche se in genere aiuti, ricorda che anche tu hai bisogno di aiuto.

6 Ricordare agli altri quanto li ami
Tu sai che li ami… e loro? Le carezze, gli abbracci e le parole non sono mai troppi. Se Gesù non si fosse fatto carne, non avremmo mai capito che Dio è Amore.

7 Celebrare le qualità o i successi altrui
In genere tacciamo su ciò che ci piace e ci rallegra degli altri: i loro successi, le loro qualità, i loro atteggiamenti positivi. Espressioni semplici come “Auguri!”, “Sono molto felice per te” o “Questo colore ti sta molto bene” rallegrano l’altro e ci aiutano a vederci tra noi come Dio ci vede.

 

8 Salutare con gioia le persone che si incontrano quotidianamente
Parliamo di chi apre la porta, di chi pulisce, di chi risponde alle telefonate. Li vedi ogni giorno e salutandoli ricordi loro che ciò che fanno è importantissimo. Sia il tuo lavoro che il loro si svolgono più volentieri se fai vedere loro che sono preziosi per gli altri, che la loro presenza cambia le cose.

9 Correggere con amore, non tacere per paura
Correggere è un’arte. Spesso ci troviamo in situazioni che non sappiamo gestire. Il metodo migliore è l’amore. L’amore non solo sa correggere, ma sa perdonare, accettare e andare avanti. Non avere paura di correggere e di essere corretto, è una dimostrazione del fatto che gli altri puntano su di te e vogliono che tu sia migliore.

10 Aiutare quando è necessario perché l’altro riposi

Accade in famiglia: quando uno riposa un altro lavora. Non c’è niente di più bello che sapere che qualcun altro ha già iniziato a fare qualcosa di cui avevi bisogno o che puoi sempre chiedere aiuto. Quando ci aiutiamo a farci carico delle responsabilità quotidiane, la vita è più leggera.

11 Selezionare ciò che non usi e regalarlo a chi ne ha bisogno

Hai mai pensato che la maglietta preferita di quando avevi 17 anni ora è la maglietta preferita di un’adolescente che non ha molti vestiti? Se sei un fratello maggiore lo sai. Per questo è bene abituarci a valorizzare ciò che abbiamo, e se abbiamo più di quello che ci serve, donarlo ci riempie il cuore e protegge un altro dal freddo.

12 Avere piccole accortezze nei confronti di chi ci sta accanto
Sai ciò che gli piace più di chiunque altro, perché non approfittarne? Niente fa più piacere di quello che viene donato con amore. L’altro guadagna qualche minuto di riposo e tu un sorriso autentico. Uscire da sé e pensare agli altri è sempre meglio e rallegra il cuore

13 Pulire quello che usi in casa
Se vivi con la tua famiglia o già vivi fuori casa, sai quanto sia importante raccogliere e pulire quello che usi. C’è una voce dentro di te che ti dice che dovresti aiutare un po’ di più… E sorprendentemente ti senti molto bene a farlo.

14 Aiutare gli altri a superare gli ostacoli
Da piccoli lo facevamo, perché non farlo anche ora? Aiutare a raggiungere l’autobus, a caricare le valigie, ad attraversare la strada o regalare qualche moneta per poter pagare. Questi dettagli non si dimenticano mai. Sei la persona strana che crede ancora nell’umanità.

15 Telefonare  ad una persona sola
Essere attento a ciò di cui ha bisogno o semplicemente sapere come sta è qualcosa che non ti costa molto ed è un enorme gesto di gratitudine.

Costruire la comunità.

Costruire la comunità. Dal capitale educativo del gruppo alla vita della comunità

presentazione del libro lunedì 4 marzo ore 14:30 aula II – UPS – Roma

Prefazione:

Un gruppo di persone che lavora per un compito maturando valori comunitari è depositario di un grande tesoro: il capitale educativo, che può essere diffuso e arricchire a sua volta altri gruppi. Ma perché possa avvenire un trasferimento di valori, obiettivi e buone pratiche, è necessario gettare ponti solidi, in base all’assunto che «nessuno educa nessuno, ma tutti insieme ci si educa». In questo volume gli Autori, entrambi esperti di metodi formativi, propongono un modello valido per genitori ed educatori, istituzioni pubbliche e private, aziende e associazioni. Partendo dall’esame di quelle abitudini negative che appesantiscono il lavoro di gruppo, il metodo porta passo dopo passo gli individui a entrare nella mentalità del “noi”, combinando i contenuti teorici con una serie di 35 esercizi pratici che hanno lo scopo di fare da termometro all’interno della vita del gruppo e della comunità. Un libro destinato a tutti coloro che ritengono di poter essere portatori di cambiamento nel proprio gruppo, perché questo si apra alla vita e diventi un tesoro per la comunità.

Come è attuale don Gaffuri, il “prete del cinema”

Negli anni Cinquanta seppe emancipare il cinema dallo sguardo un po’ sospettoso che la Chiesa gli aveva fino ad allora riservato. Attraverso il metodo critico e il cineforum. Così è riassumibile l’opera di don Giuseppe Gaffuri, scomparso 60 anni fa trentottenne. È stato ricordato lo scorso mese  in un convegno all’Università Cattolica organizzato dalla Diocesi di Milano, l’Acec (Associazione cattolica esercenti cinema) e le Sale della Comunità.

L’arcivescovo Mario Delpini ha ricordato come anche il suo paese natale, Jerago con Orago (VA), si fosse «dotato di una delle sale più grandi della provincia di Varese». In diverse parrocchie, questi saloni del cinema sono di recente stati chiusi per i costi e le restrizioni introdotte dalle normative sulla sicurezza, mentre altre sono state trasformate in sale della comunità. Oggi come allora, «il cinema, il campo da calcio, o il bar dell’oratorio – continua l’arcivescovo – possono essere vissuti come cittadelle separate dalla pastorale. Al contrario, don Gaffuri ha coniugato la passione per la cultura con quella per il Vangelo». E per questo è passato alla storia come il “prete del cinema”, l’inventore del Cineforum e della “pedagogia dello spettacolo”.

Spiega Pier Cesare Rivoltella, direttore del Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, all’Informazione e alla Tecnologia (Cremit – www.cremit.it) della Cattolica: «Aveva intuito che leggere le immagini cinematografiche significa imparare a leggere la semiosfera in cui siamo immersi. E Gaffuri lo ha fatto in prospettiva sociale, proponendo il cineforum come spazio di educazione al pensiero critico, ma anche come scuola di partecipazione civile». Insomma, educare attraverso il cinema significava trasferire le idee del cristianesimo non in modo dogmatico, ma con la capacità di penetrare nel mondo reale della comunicazione di massa.

Il sacerdote, che insegnava religione al Liceo scientifico Vittorio Veneto, arrivò a Milano nel 1947, nella parrocchia di San Paolo. Iniziò a proporre ai parrocchiani la visione di alcuni film, finché nel 1951 il cineforum – un termine coniato dal domenicano padre Felix Morlion, all’Università Pro Deo di Roma, oggi Luiss – si trasferiva nella sala dell’istituto Gonzaga, nei pressi della Stazione Centrale. Dal 1953 divenne il Centro Studi Cinematografici, con oltre 10mila spettatori l’anno e una programmazione che si differenziava in base all’età e al pubblico.

Intanto Gaffuri, direttore del Centro, organizzava corsi di formazione per coloro che conducevano i cineforum, girava l’intera diocesi per supportare le sale parrocchiali. Proprio tornando da una di queste serate, sulla strada tra Como e Milano, morì improvvisamente in un incidente stradale, nel 1958. E commuove la testimonianza del suo autista, sceso pochi minuti prima dalla macchina del sacerdote, nel documentario “Don Gaffuri, il prete del cinema” di Simone Pizzi, proiettato nel convegno alla Cattolica. Racconta il sacerdote attraverso otto voci che costituiscono un’interessante finestra sul mondo cattolico degli anni Cinquanta: dal regista teatrale Paolo Pivetti (padre di Veronica e Irene) alla parrocchiana Maria Pia Massone e collaboratori come l’ex ministro Piero Giarda. «Il primo giorno entrò in classe – racconta un suo allievo al liceo – facendo finta di essere un handicappato, incespicava, non ci vedeva bene. Voleva vedere i comportamenti dei vari alunni».

Paolo Alfieri, esperto di storia degli oratori, ha rievocato quel periodo nella Diocesi guidata dal cardinal Schuster: «Era in corso la riflessione pedagogica sulla necessità di creare “gli oratori per i grandi”, superando una visione paternalistica sui giovani». La cronaca giornalistica, con immagini simili a quelle che anche oggi capita di sentire, restituiva l’immagine – un discorso degli adulti sui giovani – di una generazione perduta, bruciata e svogliata, ben rappresentata ne “I vitelloni” di Fellini (1953) e ne “I vinti” di Antonioni (1952). «In generale – continua Alfieri – i pedagogisti e la Chiesa guardavano con preoccupazione all’affermarsi delle sale cinematografiche a Milano». Lo stesso Schuster sosteneva che per le parrocchie il cinema, «moralmente dubbio», era come «maneggiare una rivoltella», consigliandone un «uso molto cauto».

La risposta di don Gaffuri fu abituare il giovane a sviluppare un giudizio proprio di fronte allo schermo, anche se il soggetto è convolto emotivamente. Da qui il suo metodo, scandito da tre momenti: la presentazione preliminare di un esperto, la visione del film (rigorosamente selezionato) e la proposta di alcune domande a partire dai contenuti. Diverso, ad esempio, dal metodo più direttivo usato dai salesiani, che interrompevano in più punti la visione del film per mantenere vigile lo sguardo dello spettatore.

Intanto l’educazione attraverso il cinema di Gaffuri guadagnava consensi: lo appoggia il quotidiano cattolico L’Italia, Montini che dal ’54 guida la Diocesi, la Federazione degli oratori (Fom), nel 1956 si svolge all’Università Cattolica il primo congresso dell’Acec.

Il “prete del cinema” seppe inoltre non curarsi dei giudizi moralistici di un certo tipo di critica verso film molto discussi, come “La strada” di Fellini, che, messo al bando dal circuito ufficiale, ottenne invece successi nei cineforum cattolici. Da qui lo sguardo al presente: «Ripensare – continua Pier Cesare Rivoltella, docente di Didattica e Tecnologie dell’istruzione – il valore educativo del cinema nell’attuale congiuntura culturale è di grande importanza. Come la letteratura, il cinema ha una forte iscrizione autoriale, consente di sviluppare il senso estetico, risponde alle stesse logiche narrative di cui sono oggi testimonianza i social media». 

Per il direttore del Cremit, al tempo del Web 2.0, della società visuale e della post-verità (la tendenza a far prevalere le emozioni e le convinzioni personali rispetto alla veridicità dei fatti), serve un surplus di lettura critica: «Mediare i media è un compito chiave dell’educazione in una società che ha rimosso qualsiasi mediazione inseguendo la pubblicazione immediata. Apparentemente non c’è più bisogno degli apparati per comunicare, ciascuno può pubblicare video e notizie. In realtà, lavorare nello spazio dei media, attraverso i tutor di comunità e il costrutto delle tecnologie di comunità, vuol dire tornare a ragionare di comunità, costruendo cittadinanza».

16/01/2019