Skip to main content
img_8482_52485908942_o
IMG_2507
mod2
IMG_1093
mod3
IMG_2125-1
IMG_1976-Copia-1
IMG_1988
IMG_1378-2
IMG_1383-2
IMG_1884-1

“Fratelli tutti”, ecco l’enciclica sociale di Papa Francesco

Fraternità e amicizia sociale sono le vie indicate dal Pontefice per costruire un mondo migliore, più giusto e pacifico, con l’impegno di tutti: popolo e istituzioni. Ribadito con forza il no alla guerra e alla globalizzazione dell’indifferenza

Isabella Piro – Città del Vaticano

Quali sono i grandi ideali ma anche le vie concretamente percorribili per chi vuole costruire un mondo più giusto e fraterno nelle proprie relazioni quotidiane, nel sociale, nella politica, nelle istituzioni? Questa la domanda a cui intende rispondere, principalmente, “Fratelli tutti”: il Papa la definisce una “Enciclica sociale” (6) che mutua il titolo dalle “Ammonizioni” di San Francesco d’Assisi, che usava quelle parole “per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle e proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo” (1).

Sulla tomba di san Francesco il Papa firma “Fratelli tutti”

Il Poverello “non faceva la guerra dialettica imponendo dottrine, ma comunicava l’amore di Dio”, scrive il Papa, ed “è stato un padre fecondo che ha suscitato il sogno di una società fraterna” (2-4). L’Enciclica mira a promuovere un’aspirazione mondiale alla fraternità e all’amicizia sociale. A partire dalla comune appartenenza alla famiglia umana, dal riconoscerci fratelli perché figli di un unico Creatore, tutti sulla stessa barca e dunque bisognosi di prendere coscienza che in un mondo globalizzato e interconnesso ci si può salvare solo insieme. Motivo ispiratore più volte citato è il Documento sulla fratellanza umana firmato da Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar nel febbraio 2019.

La fraternità è da promuovere non solo a parole, ma nei fatti. Fatti che si concretizzano nella “politica migliore”, quella non sottomessa agli interessi della finanza, ma al servizio del bene comune, in grado di porre al centro la dignità di ogni essere umano e di assicurare il lavoro a tutti, affinché ciascuno possa sviluppare le proprie capacità. Una politica che, lontana dai populismi, sappia trovare soluzioni a ciò che attenta contro i diritti umani fondamentali e che punti ad eliminare definitivamente la fame e la tratta. Al contempo, Papa Francesco sottolinea che un mondo più giusto si raggiunge promuovendo la pace, che non è soltanto assenza di guerra, ma una vera e propria opera “artigianale” che coinvolge tutti.

Guardare gli altri come fratelli e sorelle per salvare noi e il mondo

Legate alla verità, la pace e la riconciliazione devono essere “proattive”, puntare alla giustizia attraverso il dialogo, in nome dello sviluppo reciproco. Di qui deriva la condanna che il Pontefice fa della guerra, “negazione di tutti i diritti” e non più pensabile neanche in una ipotetica forma “giusta”, perché ormai le armi nucleari, chimiche e biologiche hanno ricadute enormi sui civili innocenti. Forte anche il rifiuto della pena di morte, definita “inammissibile”, e centrale il richiamo al perdono, connesso al concetto di memoria e di giustizia: perdonare non significa dimenticare, scrive il Pontefice, né rinunciare a difendere i propri diritti per custodire la propria dignità, dono di Dio. Sullo sfondo dell’Enciclica c’è la pandemia da Covid-19 che – rivela Francesco – “ha fatto irruzione in maniera inattesa proprio mentre stavo scrivendo questa lettera”. Ma l’emergenza sanitaria globale è servita a dimostrare che “nessuno si salva da solo” e che è giunta davvero l’ora di “sognare come un’unica umanità” in cui siamo “tutti fratelli” (7-8).

Problemi globali esigono azioni globali, no alla “cultura dei muri”

Aperta da una breve introduzione e articolata in otto capitoli, l’Enciclica raccoglie – come spiega il Papa stesso – molte delle sue riflessioni sulla fraternità e l’amicizia sociale, collocate però “in un contesto più ampio” e integrate da “numerosi documenti e lettere” inviate a Francesco da “tante persone e gruppi di tutto il mondo” (5). Nel primo capitolo, “Le ombre di un mondo chiuso”, il documento si sofferma sulle tante storture dell’epoca contemporanea: la manipolazione e la deformazione di concetti come democrazia, libertà, giustizia; la perdita del senso del sociale e della storia; l’egoismo e il disinteresse per il bene comune; la prevalenza di una logica di mercato fondata sul profitto e la cultura dello scarto; la disoccupazione, il razzismo, la povertà; la disparità dei diritti e le sue aberrazioni come la schiavitù, la tratta, le donne assoggettate e poi forzate ad abortire, il traffico di organi (10-24). Si tratta di problemi globali che esigono azioni globali, sottolinea il Papa, lanciando l’allarme anche contro una “cultura dei muri” che favorisce il proliferare delle mafie, alimentate da paura e solitudine (27-28). Inoltre, oggi si riscontra un deterioramento dell’etica (29) cui contribuiscono, in un certo qual modo, i mass-media che sgretolano il rispetto dell’altro ed eliminano ogni pudore, creando circoli virtuali isolati e autoreferenziali, nei quali la libertà è un’illusione e il dialogo non è costruttivo (42-50).

L’amore costruisce ponti: l’esempio del Buon Samaritano

A tante ombre, tuttavia, l’Enciclica risponde con un esempio luminoso, foriero di speranza: quello del Buon Samaritano. A questa figura è dedicato il secondo capitolo, “Un estraneo sulla strada”, in cui il Papa sottolinea che, in una società malata che volta le spalle al dolore e che è “analfabeta” nella cura dei deboli e dei fragili (64-65), tutti siamo chiamati – proprio come il buon samaritano – a farci prossimi all’altro (81), superando pregiudizi, interessi personali, barriere storiche o culturali. Tutti, infatti, siamo corresponsabili nella costruzione di una società che sappia includere, integrare e sollevare chi è caduto o è sofferente (77). L’amore costruisce ponti e noi “siamo fatti per l’amore” (88), aggiunge il Papa, esortando in particolare i cristiani a riconoscere Cristo nel volto di ogni escluso (85). Il principio della capacità di amare secondo “una dimensione universale” (83) è ripreso anche nel terzo capitolo, “Pensare e generare un mondo aperto”: in esso, Francesco ci esorta ad “uscire da noi stessi” per trovare negli altri “un accrescimento di essere” (88), aprendoci al prossimo secondo il dinamismo della carità che ci fa tendere verso la “comunione universale” (95). In fondo – ricorda l’Enciclica – la statura spirituale della vita umana è definita dall’amore che “è sempre al primo posto” e ci porta a cercare il meglio per la vita dell’altro, lontano da ogni egoismo (92-93).

I diritti non hanno frontiere, serve etica delle relazioni internazionali

Una società fraterna, dunque, sarà quella che promuove l’educazione al dialogo per sconfiggere “il virus dell’individualismo radicale” (105) e per permettere a tutti di dare il meglio di sé. A partire dalla tutela della famiglia e dal rispetto per la sua “missione educativa primaria e imprescindibile” (114). Due, in particolare, gli ‘strumenti’ per realizzare questo tipo di società: la benevolenza, ossia il volere concretamente il bene dell’altro (112), e la solidarietà che ha cura delle fragilità e si esprime nel servizio alle persone e non alle ideologie, lottando contro povertà e disuguaglianze (115). Il diritto a vivere con dignità non può essere negato a nessuno, afferma ancora il Papa, e poiché i diritti sono senza frontiere, nessuno può rimanere escluso, a prescindere da dove sia nato (121). In quest’ottica, il Pontefice richiama anche a pensare ad “un’etica delle relazioni internazionali” (126), perché ogni Paese è anche dello straniero ed i beni del territorio non si possono negare a chi ha bisogno e proviene da un altro luogo. Il diritto naturale alla proprietà privata sarà, quindi, secondario al principio della destinazione universale dei beni creati (120). Una sottolineatura specifica l’Enciclica la fa anche per la questione del debito estero: fermo restando il principio che esso va saldato, si auspica tuttavia che ciò non comprometta la crescita e la sussistenza dei Paesi più poveri (126).

Migranti: governance globale per progetti a lungo termine

Al tema delle migrazioni è, invece, dedicato in parte il secondo e l’intero quarto capitolo, “Un cuore aperto al mondo intero”: con le loro “vite lacerate” (37), in fuga da guerre, persecuzioni, catastrofi naturali, trafficanti senza scrupoli, strappati alle loro comunità di origine, i migranti vanno accolti, protetti, promossi ed integrati. Bisogna evitare le migrazioni non necessarie, afferma il Pontefice, creando nei Paesi di origine possibilità concrete di vivere con dignità. Ma al tempo stesso, bisogna rispettare il diritto a cercare altrove una vita migliore. Nei Paesi destinatari, il giusto equilibrio sarà quello tra la tutela dei diritti dei cittadini e la garanzia di accoglienza e assistenza per i migranti (38-40). Nello specifico, il Papa indica alcune “risposte indispensabili” soprattutto per chi fugge da “gravi crisi umanitarie”: incrementare e semplificare la concessione di visti; aprire corridoi umanitari; assicurare alloggi, sicurezza e servizi essenziali; offrire possibilità di lavoro e formazione; favorire i ricongiungimenti familiari; tutelare i minori; garantire la libertà religiosa e promuovere l’inserimento sociale. Dal Papa anche l’invito a stabilire, nella società, il concetto di “piena cittadinanza”, rinunciando all’uso discriminatorio del termine “minoranze” (129-131). Ciò che occorre soprattutto – si legge nel documento – è una governance globale, una collaborazione internazionale per le migrazioni che avvii progetti a lungo termine, andando oltre le singole emergenze (132), in nome di uno sviluppo solidale di tutti i popoli che sia basato sul principio della gratuità. In tal modo, i Paesi potranno pensare come “una famiglia umana” (139-141). L’altro diverso da noi è un dono ed un arricchimento per tutti, scrive Francesco, perché le differenze rappresentano una possibilità di crescita (133-135). Una cultura sana è una cultura accogliente che sa aprirsi all’altro, senza rinunciare a se stessa, offrendogli qualcosa di autentico. Come in un poliedro – immagine cara al Pontefice – il tutto è più delle singole parti, ma ognuna di esse è rispettata nel suo valore (145-146).

La politica, una delle forme più preziose della carità

Il tema del quinto capitolo è “La migliore politica”, ossia quella che rappresenta una delle forme più preziose della carità perché si pone al servizio del bene comune (180) e conosce l’importanza del popolo, inteso come categoria aperta, disponibile al confronto e al dialogo (160). Questo è, in un certo senso, il popolarismo indicato da Francesco, cui si contrappone quel “populismo” che ignora la legittimità della nozione di ‘popolo’, attraendo consensi per strumentalizzarlo al proprio servizio e fomentando egoismi per accrescere la propria popolarità (159). Ma la migliore politica è anche quella che tutela il lavoro, “dimensione irrinunciabile della vita sociale” e cerca di assicurare a tutti la possibilità di sviluppare le proprie capacità (162). L’aiuto migliore per un povero, spiega il Pontefice, non è solo il denaro, che è un rimedio provvisorio, bensì il consentirgli una vita degna mediante l’attività lavorativa. La vera strategia anti-povertà non mira semplicemente a contenere o a rendere inoffensivi gli indigenti, bensì a promuoverli nell’ottica della solidarietà e della sussidiarietà (187). Compito della politica, inoltre, è trovare una soluzione a tutto ciò che attenta contro i diritti umani fondamentali, come l’esclusione sociale; il traffico di organi, tessuti, armi e droga; lo sfruttamento sessuale; il lavoro schiavo; il terrorismo ed il crimine organizzato. Forte l’appello del Papa ad eliminare definitivamente la tratta, “vergogna per l’umanità”, e la fame, in quanto essa è “criminale” perché l’alimentazione è “un diritto inalienabile” (188-189).

Il mercato da solo non risolve tutto. Occorre riforma dell’ONU

La politica di cui c’è bisogno, sottolinea ancora Francesco, è quella che dice no alla corruzione, all’inefficienza, al cattivo uso del potere, alla mancanza di rispetto delle leggi (177). È una politica incentrata sulla dignità umana e non sottomessa alla finanza perché “il mercato da solo non risolve tutto”: le “stragi” provocate dalle speculazioni finanziarie lo hanno dimostrato (168). Assumono, quindi, particolare rilevanza i movimenti popolari: veri “poeti sociali” e “torrenti di energia morale”, essi devono essere coinvolti nella partecipazione sociale, politica ed economica, previo però un maggior coordinamento. In tal modo – afferma il Papa – si potrà passare da una politica “verso” i poveri ad una politica “con” e “dei” poveri (169). Un altro auspicio presente nell’Enciclica riguarda la riforma dell’Onu: di fronte al predominio della dimensione economica che annulla il potere del singolo Stato, infatti, il compito delle Nazioni Unite sarà quello di dare concretezza al concetto di “famiglia di nazioni” lavorando per il bene comune, lo sradicamento dell’indigenza e la tutela dei diritti umani. Ricorrendo instancabilmente “al negoziato, ai buoni uffici e all’arbitrato” – afferma il documento pontificio – l’Onu deve promuovere la forza del diritto sul diritto della forza, favorendo accordi multilaterali che tutelino al meglio anche gli Stati più deboli (173-175).

Il miracolo della gentilezza

Dal sesto capitolo, “Dialogo e amicizia sociale”, emerge inoltre il concetto di vita come “arte dell’incontro” con tutti, anche con le periferie del mondo e con i popoli originari, perché “da tutti si può imparare qualcosa e nessuno è inutile” (215). Il vero dialogo, infatti, è quello che permette di rispettare il punto di vista dell’altro, i suoi interessi legittimi e, soprattutto, la verità della dignità umana. Il relativismo non è una soluzione– si legge nell’Enciclica – perché senza principi universali e norme morali che proibiscono il male intrinseco, le leggi diventano solo imposizioni arbitrarie (206). In quest’ottica, un ruolo particolare spetta ai media che, senza sfruttare le debolezze umane o tirare fuori il peggio di noi, devono orientarsi all’incontro generoso e alla vicinanza agli ultimi, promuovendo la prossimità ed il senso di famiglia umana (205). Particolare, poi, il richiamo del Papa al “miracolo della gentilezza”, un’attitudine da recuperare perché è “una stella nell’oscurità” e una “liberazione dalla crudeltà, dall’ansietà e dall’urgenza distratta” che prevalgono in epoca contemporanea. Una persona gentile, scrive Francesco, crea una sana convivenza ed apre le strade là dove l’esasperazione distrugge i ponti (222-224).

L’artigianato della pace e l’importanza del perdono

Riflette sul valore e la promozione della pace, invece, il settimo capitolo, “Percorsi di un nuovo incontro”, in cui il Papa sottolinea che la pace è legata alla verità, alla giustizia ed alla misericordia. Lontana dal desiderio di vendetta, essa è “proattiva” e mira a formare una società basata sul servizio agli altri e sul perseguimento della riconciliazione e dello sviluppo reciproco (227-229). In una società, ognuno deve sentirsi “a casa” – scrive il Papa – Per questo, la pace è un “artigianato” che coinvolge e riguarda tutti e in cui ciascuno deve fare la sua parte. Il compito della pace non dà tregua e non ha mai fine, continua il Pontefice, ed occorre quindi porre al centro di ogni azione la persona umana, la sua dignità ed il bene comune (230-232). Legato alla pace c’è il perdono: bisogna amare tutti, senza eccezioni – si legge nell’Enciclica – ma amare un oppressore significa aiutarlo a cambiare e non permettergli di continuare ad opprimere il prossimo. Anzi: chi patisce un’ingiustizia deve difendere con forza i propri diritti per custodire la propria dignità, dono di Dio (241-242). Perdono non vuol dire impunità, bensì giustizia e memoria, perché perdonare non significa dimenticare, ma rinunciare alla forza distruttiva del male ed al desiderio di vendetta. Mai dimenticare “orrori” come la Shoah, i bombardamenti atomici a Hiroshima e Nagasaki, le persecuzioni ed i massacri etnici – esorta il Papa – Essi vanno ricordati sempre, nuovamente, per non anestetizzarci e mantenere viva la fiamma della coscienza collettiva. Altrettanto importante è fare memoria del bene, di chi ha scelto il perdono e la fraternità (246-252).

Mai più la guerra, fallimento dell’umanità!

Una parte del settimo capitolo si sofferma, poi, sulla guerra: essa non è “un fantasma del passato” – sottolinea Francesco – bensì “una minaccia costante” e rappresenta la “negazione di tutti i diritti”, “il fallimento della politica e dell’umanità”, “la resa vergognosa alle forze del male” ed al loro “abisso”. Inoltre, a causa delle armi nucleari, chimiche e biologiche che colpiscono molti civili innocenti, oggi non si può più pensare, come in passato, ad una possibile “guerra giusta”, ma bisogna riaffermare con forza “Mai più la guerra!” E considerando che viviamo “una terza guerra mondiale a pezzi”, perché tutti i conflitti sono connessi tra loro, l’eliminazione totale delle armi nucleari è “un imperativo morale ed umanitario”. Piuttosto – suggerisce il Papa – con il denaro che si investe negli armamenti, si costituisca un Fondo mondiale per eliminare la fame (255-262).

Pena di morte è inammissibile, abolirla in tutto il mondo

Una posizione altrettanto netta Francesco la esprime a proposito della pena di morte: è inammissibile e deve essere abolita in tutto il mondo. “L’omicida non perde la sua dignità personale – scrive il Papa – Dio ne è garante”. Di qui, due esortazioni: non vedere la pena come una vendetta, bensì come parte di un processo di guarigione e di reinserimento sociale, e migliorare le condizioni delle carceri, nel rispetto della dignità umana dei detenuti, pensando anche che l’ergastolo “è una pena di morte nascosta” (263-269). Viene ribadita la necessità di rispettare “la sacralità della vita” (283) laddove oggi “certe parti dell’umanità sembrano sacrificabili”, come i nascituri, i poveri, i disabili, gli anziani (18).

Garantire libertà religiosa, diritto umano fondamentale

Nell’ottavo e ultimo capitolo, il Pontefice si sofferma su “Le religioni al servizio della fraternità nel mondo” e ribadisce che la violenza non trova base alcuna nelle convinzioni religiose, bensì nelle loro deformazioni. Atti “esecrabili” come quelli terroristici, dunque, non sono dovuti alla religione, ma ad interpretazioni errate dei testi religiosi, nonché a politiche di fame, povertà, ingiustizia, oppressione. Il terrorismo non va sostenuto né con il denaro, né con le armi, né tanto meno con la copertura mediatica perché è un crimine internazionale contro la sicurezza e la pace mondiale e come tale va condannato (282-283). Al contempo, il Papa sottolinea che un cammino di pace tra le religioni è possibile e che è, dunque, necessario garantire la libertà religiosa, diritto umano fondamentale per tutti i credenti (279). Una riflessione, in particolare, l’Enciclica la fa sul ruolo della Chiesa: essa non relega la propria missione nel privato – afferma – non sta ai margini della società e, pur non facendo politica, tuttavia non rinuncia alla dimensione politica dell’esistenza. L’attenzione al bene comune e la preoccupazione allo sviluppo umano integrale, infatti, riguardano l’umanità e tutto ciò che è umano riguarda la Chiesa, secondo i principî evangelici (276-278). Infine, richiamando i leader religiosi al loro ruolo di “mediatori autentici” che si spendono per costruire la pace, Francesco cita il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza”, da lui stesso firmato il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi, insieme al Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyib: da tale pietra miliare del dialogo interreligioso, il Pontefice riprende l’appello affinché, in nome della fratellanza umana, si adotti il dialogo come via, la collaborazione comune come condotta e la conoscenza reciproca come metodo e criterio (285).

Il Beato Charles de Foucauld, “il fratello universale”

L’Enciclica si conclude con il ricordo di Martin Luther King, Desmond Tutu, il Mahatma Gandhi e soprattutto il Beato Charles de Foucauld, un modello per tutti di cosa significhi identificarsi con gli ultimi per divenire “il fratello universale” (286-287). Le ultime righe del documento sono affidate a due preghiere: una “al Creatore” e l’altra “cristiana ecumenica”, affinché nel cuore degli uomini alberghi “uno spirito di fratelli”.

 

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2020-10/enciclica-fratelli-tutti-papa-francesco-sintesi-fraternita.html

 

SCARICA:

 

Fratelli tutti Lettera Enciclica Francesco

Conferenza sulla Lettera Enciclica Fratelli tutti

 

Convegno Nazionale UCN online

È stato il primo Convegno online per i Direttori degli Uffici Catechistici Diocesani e tutti i catechisti delle parrocchie italiane, ed è stato un successo: grazie a tutti voi. Un ringraziamento particolare va a S.E. Mons. Erio Castellucci, a don Roberto Repole, al prof. Pier Cesare Rivoltella e al prof. Pierpaolo Triani per i qualificati e preziosissimi interventi, offrendo ulteriori spunti per approfondire e continuare ad arricchire le linee guida della Commissione Episcopale per la Dottrina della Fede, l’Annuncio e la Catechesi.

“Ripartiamo insieme” è stato un successo! Oltre 40.000 collegamenti per la diretta streaming del primo Convegno Nazionale online dell’Ufficio Catechistico Nazionale, tenutosi venerdì 25 settembre 2020, dalle 17:30 alle 20:00. L’evento era rivolto a tutti i direttori degli uffici catechistici diocesani, ma anche a tutti i catechisti e collaboratori pastorali delle parrocchie italiane.

L’incontro si è svolto con una doppia modalità di partecipazione: i direttori diocesani avevano a disposizione un collegamento riservato in videocall, attraverso le piattaforme di Cisco Webex Events; mentre tutti i catechisti e collaboratori diocesani impegnati sul territorio potevano seguire i lavori in diretta streaming tramite i canali social Facebook e Youtube della Conferenza Episcopale Italiana.

Ecco il link per rivedere la registrazione dell’incontro:

FACEBOOK
Intero evento: https://www.facebook.com/conferenzaepiscopaleitaliana

YOUTUBE
Intero evento: https://m.youtube.com/ChiesaCattolicaItaliana

Video dei relatori:

  1. Relazione di S.E. Mons. Erio Castellucci
  2. Relazione di don Roberto Repole
  3. Relazione del prof. Pier Cesare Rivoltella
  4. Relazione del prof. Pierpaolo Triani
  5. Risposte di S.E. Mons. Castellucci
  6. Risposte di don Roberto Repole
  7. Risposte di Pier Cesare Rivoltella
  8. Risposte di Pierpaolo Triani

Video Interviste:

  1. S. Em. Card. Gualtiero Bassetti – Arcivescovo metropolita di Perugia-Città della Pieve – Presidente della Cei
  2. Cristina Mastrantonio – Segretaria dell’Ufficio Catechistico Diocesano di Albano
  3. Virginio Mancini – Catechista della Pastorale Familiare – Diocesi di Albano
  4. Sonia Paolo – Neofita – Diocesi di Roma
  5. don Massimiliano Parrella – Parroco di Santa Maria Assunta e San Giuseppe – Diocesi di Roma
  6. Famiglia – Genitori catechisti – Vanessa ed Emanuele Crociani – Diocesi di Albano
  7. S.E. Mons. Marcello Semeraro – Vescovo di Albano e membro della CEDAC
  8. Nicoletta Scialpi – Catechista e accompagnatrice catecumeni – Diocesi di Roma
  9. S.E. Mons. Rino Fisichella – Presenta il Nuovo Direttorio per la Catechesi e Saluta i Convegnisti (versione breve)
  10. S.E. Mons. Rino Fisichella – Presenta il Nuovo Direttorio per la Catechesi e Saluta i Convegnisti (versione integrale)

Sono intervenuti:

  • S. E. Mons. Erio Castellucci, arcivescovo-abate di Modena-Nonantola e Presidente della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi, che ha introdotto il convegno e presieduto i lavori.
  • Roberto Repole, presbitero docente di Teologia sistematica presso la sezione di Torino della Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale, docente di Teologia sistematica presso la Facoltà teologica del Triveneto e Presidente dell’Associazione Teologica Italiana (A.T.I.). Don Roberto ci ha aiutato a riflettere sul volto della comunità oggi, in tempo di pandemia.
  • Pier Cesare Rivoltella, professore ordinario presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore; Presidente del SIREM (Società Italiana di Ricerca sull’Educazione Mediale) e Direttore del CREMIT, ove, nel 2013, ha inaugurato l’Osservatorio sui Media e i Contenuti digitali nella scuola nell’ambito delle attività del progetto SMART FUTURE. Membro del Consiglio Direttivo dell’Associazione WeCa (Web Cattolici).  Il professore Rivoltella ha approfondito il tema dal punto di vista della comunicazione e dei linguaggi.
  • Pierpaolo Triani, professore ordinario e Direttore del Centro studi per l’Educazione alla legalità presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. É stato direttore della Rivista Scuola e Didattica e membro dell’Osservatorio Nazionale dell’Infanzia e dell’Adolescenza. Il professore Triani ci ha dato una lettura ed una prospettiva sulle linee guida.

L’Equipe dell’UCN vi ringrazia per la evidente e numerosa adesione all’incontro.

«Ripartiamo insieme». Linee guida per la catechesi in Italia in tempo di Covid19

Il contributo ripercorre il percorso storico che ha portato all’elaborazione del documento dell’UCN «Ripartiamo insieme» (pubblicato il 5 settembre 2020) e si sofferma poi a presentare i principali orientamenti pastorali contenuti nel testo, con la carica di novità e insieme problematicità che essi portano in sé. La riflessione si avvantaggia del fatto che chi scrive è membro della Consulta dell’UCN e, in questo ruolo, è stato testimone diretto della realizzazione dell’iniziativa.

 

 

«Ripartiamo insieme». Linee guida per la catechesi in Italia in tempo di Covid19

Ubaldo Montisci

Durante la pandemia che ha colpito duramente il nostro Paese, le attività catechistiche non si sono mai interrotte del tutto. L’Ufficio Catechistico Nazionale (UCN) ha voluto accompagnare la fatica delle catechiste e dei catechisti impegnati nei diversi percorsi di educazione alla fede con una serie di iniziative a loro favore. È nato così, ad esempio, il progetto «Catechesi: proposte per il Tempo Pasquale», una raccolta di buone pratiche inerenti la catechesi, con i ragazzi, in famiglia, con gli adolescenti e giovani, di commenti alla Parola per adulti, di indicazioni per l’iniziazione cristiana. Nello stesso periodo, i Vescovi hanno manifestato la loro premura pastorale con la traccia di riflessione «È risorto il terzo giorno. Una lettura biblico spirituale dell’esperienza della pandemia» (questa documentazione, come pure quella che seguirà, è reperibile in https://catechistico.chiesacattolica.it/).

 

  1. Alle origini del documento

Progressivamente è emersa sempre più forte – da più parti – la domanda sul che cosa fare dopo l’estate, quando riprendono ordinariamente le attività pastorali parrocchiali. Da subito, ci si è resi conto che a quest’interrogativo non è possibile dare le “solite” risposte o escogitare soluzioni semplicistiche, perché la pandemia ha reso evidente che le proposte del passato non intercettano più le esigenze spirituali e pastorali del tempo presente. Pertanto l’UCN, tramite la sua Consulta, ha promosso nel periodo estivo una serie di “tavoli di lavoro” che hanno coinvolto numerosi interlocutori su scala nazionale. L’iniziativa ha preso il nome di «Laboratorio sull’annuncio».

Le tappe del percorso ipotizzato sono state illustrate dal Direttore dell’UCN, Mons. Valentino Bulgarelli, durante i lavori della Consulta dell’UCN dell’11 giugno 2020. Al termine dell’incontro, egli sintetizzava così il significato dell’iniziativa: il laboratorio dell’annuncio vuol essere un modo diverso di agire ecclesialmente, motivato dalla constatazione che qualsiasi proposta partita “dall’alto” durante la pandemia ha generato una frattura nelle comunità; l’impegno prioritario è sostenere le comunità cristiane; alla base di tutto sta lo sforzo di un ascolto attento e prolungato.

Gli incontri – rigorosamente online – sono avvenuti a due livelli: da un lato sono stati consultati gli altri Uffici della CEI e alcune Associazioni cattoliche, con l’obiettivo di tentare di concordare insieme delle linee operative comuni per l’annuncio e la catechesi; dall’altro è stato avviato il confronto con i Direttori degli Uffici catechistici regionali e diocesani e le loro equipe.

I lavori a questo secondo livello hanno seguito dinamiche partecipative usate raramente nella elaborazione dei documenti ecclesiali. Si è voluti partire “dal basso”, cioè dall’ascolto dei reali protagonisti dell’attività catechistica, di coloro che quotidianamente e direttamente s’impegnano nell’educazione alla fede soprattutto delle nuove generazioni. Perciò, il primo momento è stato dedicato all’ascolto del vissuto. Con quest’obiettivo sono stati attivati dieci gruppi di lavoro costituiti ciascuno di 25 persone (Direttori di Uffici catechistici, membri delle loro equipe, alcuni membri della Consulta). In due sessioni di due ore ciascuna nella seconda e quarta settimana di luglio, seguite entrambe da un tempo di condivisione dei risultati degli incontri con i catechisti delle proprie diocesi, si è riflettuto sull’impatto che ha avuto la pandemia sulla vita personale e parrocchiale e sono state fornite delle indicazioni generali per ridare slancio alla catechesi al momento della ripresa dell’attività in autunno (si veda l’organizzazione del processo nell’Allegato 1).

All’inizio di agosto c’è stata la raccolta delle sintesi degli incontri online e poi una Commissione ristretta ha elaborato una prima bozza del testo che, sottoposta all’esame degli organismi episcopali deputati, degli Uffici CEI e Associazioni coinvolti, dei membri della Consulta, è stata progressivamente “raffinata” fino a costituire il testo «Ripartiamo insieme. Linee guida per la catechesi in Italia in tempo di Covid».

 

  1. Presentazione del documento

Il documento, volutamente sintetico, è composto di tre parti distinte: un’introduzione; la sintesi dei lavori laboratoriali; una riflessione di carattere sapienziale sul discernimento pastorale.

 

  1. Introduzione

La pagina introduttiva, firmata dal Direttore dell’UCN, contiene due affermazioni importanti per comprendere il significato dei due testi che seguono. La prima riguarda lo stile di lavoro: una modalità “sinodale” e “dal basso”, che ha inteso coinvolgere il maggior numero di persone possibile e che ha permesso di scattare una foto realistica dell’esistente, individuando problemi concreti e vie di soluzione praticabili. La seconda si riferisce al fatto che l’UCN, con questo documento, non vuole principalmente dare soluzione alle urgenze pastorali (pure prese in considerazione), ma avviare dei “processi” di rinnovamento catechistico di largo respiro.

 

  1. Sintesi sui “Laboratori ecclesiali sulla catechesi”

Nell’Introduzione alla sezione c’è una riflessione sulla pandemia e le sue conseguenze sui ritmi quotidiani e sulla vita di fede. Dei titoletti posti a margine della pagina, sulla sinistra, consentono di seguire l’articolazione del pensiero che si va sviluppando. Ogni paragrafo contiene non solo degli elementi che permettono di riflettere su quanto è capitato e sta ancora accadendo, ma pure delle indicazioni generali che riguardano la catechesi.

Nel rispetto dell’autonomia delle Chiese locali, il documento non fornisce indicazioni dettagliate ma prospetta ambiti di impegno e iniziative per qualificare sempre più le attività di educazione alla fede. Così, ad esempio, dopo aver constatato una certa disaffezione alla pratica liturgica domenicale, si suggerisce di rinnovare le catechesi che mettono in risalto la centralità dell’Eucaristia nella vita cristiana, alla luce anche di una più attenta cura delle celebrazioni; se poi è la carità l’attività ecclesiale che ha riscosso il massimo di apprezzamento tra la gente, il testo invita i catechisti a tenere maggiormente in considerazione questa dimensione; per quanto riguarda la comunicazione digitale – vera protagonista nella fase che stiamo vivendo – si propone una formazione specifica sul valore e l’utilizzo degli ambienti digitali.

Alla fine dell’introduzione è posta una domanda cruciale: si tratta di ricominciare o ripartire? Di fronte al sentito bisogno di riprendere la catechesi nelle parrocchie, il documento invita a distinguere tra l’urgente e l’importante e opta decisamente per un intervento di tipo “strutturale”: «È importante rifuggire la tentazione di soluzioni immediate e cercare di discernere una nuova gerarchia pastorale» (p. 4).

In questa linea, si identificano quattro punti su cui porre l’accento, strettamente collegati tra loro: l’ascolto, che mette al centro le persone; la narrazione, la forma di comunicazione privilegiata di chi si percepisce amato da Dio e vive da discepolo di Gesù; la comunità, che favorisce una rete di relazioni; la creatività, una sfida che richiede ingegno e realismo da parte di tutti i soggetti ecclesiali impegnati nell’evangelizzazione.

Come operare, quindi, in questo tempo di ripresa delle attività? Sotto il titolo Trasformazioni pastorali vengono date cinque indicazioni che richiedono un deciso cambio di mentalità:

  • Ai responsabili e agli operatori pastorali viene suggerito di agire con calma sapiente, riservando cioè del tempo disteso per l’ascolto di tutti e una formazione che portino a processi decisionali che coinvolgano le intere comunità.
  • Il coinvolgimento delle famiglie è necessario: «Abbiamo compreso di dover assumere la catechesi nelle famiglie» (p. 7). Quest’affermazione di principio è di per sé scontata, ma è resa concreta dalla consapevolezza di dover rispettare i ritmi e le risorse reali, valorizzando le famiglie per quello che possono dare. Le parrocchie e i catechisti si mettono al servizio delle famiglie, fornendo sussidi e accompagnando e sostenendo il loro sforzo di educazione nella fede.
  • La cura dei legami è un’azione essenziale per le comunità. Durante la pandemia, l’isolamento forzato è stato in qualche modo reso meno duro dall’utilizzo degli strumenti di comunicazione; si tratta ora di riflettere e formare a un loro utilizzo non ingenuo. Non c’è contrapposizione tra reale e online, bisogna favorire una sana integrazione tra le due forme di comunicazione. La catechesi, viene sottolineato, deve assumere un carattere “inclusivo”.
  • I tempi della catechesi attualmente sono dettati dall’anno scolastico. Il testo afferma con forza che quest’impostazione va modificata facendo riferimento all’anno liturgico, che offre alla catechesi un respiro diverso imperniato intorno allo sviluppo progressivo del kerygma. Occorre anche restituire alla domenica la centralità che le spetta nella vita del cristiano.
  • Nelle pratiche formative è necessario valorizzare il vissuto personale, dedicando del tempo all’ascolto e alle narrazioni di vita. Una particolare attenzione va posta alla catechesi degli adulti e degli adolescenti e giovani.

 

  1. Per dirci nuovamente “cristiani”

Quest’ultimo testo è stato elaborato dall’Équipe dell’UCN. L’idea sottostante, che forse poteva essere meglio espressa nel titolo, è quella di fornire degli spunti per il necessario discernimento pastorale in vista di una vita cristiana di qualità, rinnovata alla luce del Vangelo.

Il tempo che stiamo vivendo è interpretato come opportunità, come occasione favorevole per un cambio di mentalità, per un’autentica conversione pastorale: «Pensare che la pastorale e la catechesi possa riprendere come prima del lockdown sarebbe un’ingenuità e un’occasione sprecata» (p. 10).

Alla luce dell’episodio di At 11,19-26, che descrive la nascita della Chiesa di Antiochia, vengono suggerite quattro piste per ricominciare. Si tratta di due auspici e di due orientamenti concreti per l’annata catechistica che ci attende. Tra i primi, l’attesa di vescovi e presbiteri capaci di «svolgere lietamente e con larghezza di vedute il compito di “esortare”», come Barnaba (p. 12), e di catechisti, formatori ed educatori «che abbiano orizzonti grandi e il coraggio di percorrere nuove vie di evangelizzazione», come Saulo (p. 13). Tra i secondi, la spinta verso una catechesi biblica: «Nel prossimo anno pastorale immaginiamo una catechesi sempre più squisitamente biblica, che parta dal cuore del kerygma cristiano: “Il Signore è risorto”» (p. 12), e una maggiore attenzione all’azione dello Spirito: «Il nuovo anno pastorale potrebbe essere il tempo in cui sviluppare il tema dell’opera dello Spirito nella vita dei cristiani» (p. 13).

 

  1. Alcune battute conclusive

Il documento «Ripartiamo insieme» segna una tappa importante per la catechesi italiana. Non ha certo l’ambizione di sostituirsi al «Documento Base» (1970; 1988) o a «Incontriamo Gesù» (2014); eppure, nella sua essenzialità, ha probabilità non piccole di incidere in maniera notevole sulle prassi ordinarie di educazione alla fede. Rappresenta, pertanto, un’opportunità da cogliere per favorire un cambio di mentalità e imprimere una svolta nella pratica catechistica.

I suoi punti di forza sono dati dal coinvolgimento, il più ampio possibile, dei soggetti che a diverso titolo operano nella pastorale: è un progetto operativo realmente “condiviso”; e dal fatto che non si limita a tentare di dare soluzioni sull’immediato ma intende avviare “processi”, di cui però traccia già le coordinate essenziali. Tra queste, si segnalano: l’importanza dell’ascolto in vista del discernimento; la centralità delle persone e delle loro relazioni nell’azione educativa; il riferimento paradigmatico alla catechesi missionaria, fondata sul kerygma; l’ancoraggio dei ritmi della catechesi intorno all’anno liturgico e non al calendario scolastico; il riferimento privilegiato alla Bibbia per favorire il discepolato; il ruolo determinante delle famiglie, al cui servizio e sostegno si pone l’opera dei catechisti; il riconoscimento della rilevanza e allo stesso tempo insufficienza dei mezzi di comunicazione sociale per la condivisione della fede; la valorizzazione di linguaggi nuovi o comunque diversi da affiancare a quello prevalentemente dottrinale ancora utilizzato nella catechesi; la creatività nell’organizzare le riunioni dei piccoli gruppi.

Quali gli ostacoli più rilevanti per l’azione trasformatrice insita nel testo dell’UCN?

Sicuramente l’abitudinarietà, la forza frenante del “sì è sempre fatto così”, unita alla frettolosità di ritornare quanto prima alle cose di sempre, come se nulla fosse successo in questi mesi. Ecco allora che proposte come quella di «attendere l’inizio dell’anno liturgico ed iniziare gli incontri con l’Avvento, dedicando i mesi precedenti alla formazione, all’ascolto, alla cura dei legami» (p. 8), potrebbero trovare resistenze o persino avversione in chi ha già previsto il riavvio delle attività nel proprio ambiente o paventa il rischio della perdita dei catechizzandi. Ci vuole da parte di tutti un sano senso della realtà unita, però, alla cura di una certa idealità e una determina volontà di dialogo e collaborazione, senza mai trascurare il bene delle persone per le quali si è inviati a evangelizzare.

Un possibile ulteriore ostacolo può essere costituito dal non pervenire in tempi ragionevoli a dare applicazione sufficientemente dettagliata a queste che rimangono ancora delle semplici linee guida. Un esempio tra i diversi che si potrebbero citare: che cosa comporta concretamente l’affermazione: «Il servizio dei catechisti non sostituisce, ma sostiene il mandato missionario degli sposi e dei genitori» (p. 7)? Quale funzione assumono a questo punto i catechisti nei confronti delle famiglie nell’educazione dei loro figli? Per questo e altri punti critici ci sarà bisogno dello sforzo di riflessione degli esperti unito alla competenza maturata sul campo dai responsabili locali e dagli operatori di base. Un luogo privilegiato per il confronto è la Consulta dell’UCN, in sinergia con gli altri Uffici e Associazioni: la attende sicuramente un periodo di lavoro intenso per dare continuità all’iniziativa, individuando priorità e strategie.

Un’occasione per cominciare a dare attuazione a questo progetto affascinante è costituita dal Convegno annuale dei Direttori degli Uffici catechistici diocesani aperto anche a tutti i catechisti, che si terrà online il prossimo 25 settembre (ore 17:30-20:00). Sarà un momento significativo per ripartire davvero “insieme”.

 

SCARICA ALLEGATI:

 

Ripartiamo_insieme

Allegato 1. Laboratorio sull’Annuncio

LetturaBiblicoSpiritualePandemia

 

per approfondire:

Cei. La catechesi ai tempi del Covid, per ripartire insieme e costruire il futuro


Riccardo Maccioni sabato 5 settembre 2020

Linee orientative per la ripresa della catechesi

In sintonia con i protocolli sanitari della scuola, sono offerte linee orientative per la ripresa dei percorsi educativi in ambito parrocchiale.

 

In allegato anche

 

Dopo la pandemia quale catechesi

La pandemia ha avuto un impatto devastante sulle nostre società su scala mondiale. È ancora è troppo presto per valutare tutte le implicazioni che avrà nei diversi settori della vita pubblica.

Il recente volume (giugno 2020) curato da Javier Díaz Tejo, in edizione digitale e messo a disposizione gratuitamente ai lettori, vuole rispondere sostanzialmente a una domanda: come leggere e interpretare correttamente in prospettiva catechetica le trasformazioni che la pandemia sta causando nel mondo?

Il testo si avvale dei contributi di noti esperti di catechesi latinoamericani, diversi dei quali ex allievi dei percorsi formativi del nostro Istituto. I diversi agili articoli mettono in mostra con chiarezza che, accanto alle minacce, è possibile intravedere delle preziose opportunità per l’educazione alla fede.

 

SCARICA:

Después de la pandemia, qué catequesis

La Chiesa e i linguaggi della pandemia

Che cosa ha imparato la Chiesa dalla pandemia? O, meglio: abbiamo appreso qualcosa
nel periodo del lockdown?
La seconda puntata del convegno “La Chiesa alla prova della pandemia” tenutasi nel monastero di Camaldoli dal 24 al 28 agosto 2020 non ha voluto eludere tale interrogativo scomodo, anche rileggendo esperienze pastorali, provvedimenti assunti e
fecondità inespresse (per la prima parte si veda SettimanaNews).

Le giornate – dedicate rispettivamente a tematiche ecclesiologiche, liturgiche e comunicative – hanno evidenziato l’importanza di una riflessione critica sul momento pandemico, che ha fatto emergere problematiche e potenzialità che già c’erano, come ha premesso il monaco camaldolese Matteo Ferrari, organizzatore dell’incontro, introdotto dal priore Alessandro Barban e dal vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro Riccardo Fontana.

Chiesa

Nella sua prolusione, Giuseppe Angelini – già preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale – ha segnalato come in questo periodo si sia riproposta la frattura tra coscienza e società, espressa soprattutto dalla cancellazione dell’interrogativo morale in ambito pubblico, sostituito da soluzioni tecnico-scientifiche che segnerebbero il trionfo di una mentalità clinico-terapeutica.
La presenza della Chiesa, anziché dar voce alle coscienze personali, è stata declinata «in forme molto ripetitive, litaniche, sostanzialmente gregarie rispetto al dibattito pubblico» come se «non avesse nulla di proprio da dire in proposito»; sarebbe invece di estrema importanza una mediazione nelle profondità culturali della società odierna per trasformare la pandemia in occasione di evangelizzazione.

L’ecclesiologo Dario Vitali (Pontificia Università Gregoriana) ha scelto la categoria paolina di “corpo di Cristo” per indagare gli effetti della pandemia sullo stato di salute della Chiesa; un corpo già «debole, debilitato, sfibrato» ha visto ulteriormente compromesse le proprie capacità di rigenerarsi: come un paziente anziano, ora necessita di una lunga convalescenza, nutrendosi di soluzioni condivise che riattivino le connessioni interne e di consapevolezza di ciò che ha diviso il corpo ecclesiale.

È intervenuto anche il pastore Fulvio Ferrario, decano della Facoltà valdese di teologia, a proposito dell’irrilevanza sistemica della Chiesa. Essa, più che inseguire i criteri di legittimazione della sua presenza sociale sul piano laico che la valorizzano solamente in quanto erogatrice di servizi sociali di prima necessità, potrebbe ripensarsi nella categoria del “non necessario”: non in quanto superfluo, bensì nell’ordine del “più che
necessario”, della gratuità che non può essere imposta ma solamente riconosciuta liberamente.

Di fronte alla pandemia, cattolici romani e protestanti hanno fatto ricorso alle rispettive “specialità della casa”: da un lato, la pietà sacramentale senza accesso diretto ai sacramenti, dall’altro, la predicazione della Parola con eventi domenicali su piattaforme digitali. Tuttavia proprio in questa fase si sono posti nuovi interrogativi: in campo riformato inusuali nostalgie del sacramento sino a proposte di consacrare via webcam, in quello cattolico la consapevolezza che il Vangelo può giungere anche attraverso molteplici canali, pure telematici.

Nella mia relazione ho mostrato la convergenza dei sondaggi degli ultimi mesi – uno dei quali, condotto dall’associazione “Nipoti di Maritain” da me diretta e già presentato in sintesi anche su SettimanaNews – su un aumento complessivo di un terzo, tra gennaio e aprile, delle pratiche religiose dei cattolici italiani. Non solamente quindi “messe in streaming” – le cui riprese audio/video necessitano di inedite attenzioni di estetica liturgica – e che comunque persino sommate insieme non riescono a raggiungere gli ascolti di papa Francesco, ma pure meditazioni del vangelo quotidiano e occasioni di riflessione, soprattutto da parte dei più giovani, sul senso della propria vita.

Inoltre, si è notata la divergenza di letture proprio sulle dirette social delle celebrazioni dei presbiteri: criticate come manie di protagonismo clericale da parte di altri preti che non hanno voluto farle, invece generalmente sono state molto apprezzate dal fedele medio che in esse ha trovato un’espressione di vicinanza e di cura pastorale, dato dal quale partire prima di considerazioni di altro tipo.

A partire da questa constatazione di teologia fondamentale – è vero comunque, come aveva studiato Dario Vitali, che il sensus fidei è in larga parte dipendente dall’impostazione ricevuta – è possibile poi educare il cammino dei fedeli ad una consapevolezza più matura della realtà ecclesiale e sacramentale.

Liturgia

Ma tale apprezzamento laicale per le “messe in streaming” può anche denotare, come ha rilevato nella seconda giornata la liturgista sr. Elena Massimi, docente presso gli istituti “Auxilium” di Roma e “S. Giustina” di Padova, la fatica della recezione dell’ecclesiologia del concilio Vaticano II e l’incomprensione dello statuto stesso della
liturgia, opera di Cristo e del suo corpo che è la Chiesa tutta che fa l’eucaristia, la quale a sua volta costituisce la Chiesa.

L’intervento ha sottolineato alcune criticità dei decreti liturgici adottati in tempo di Covid-19, maggiormente preoccupati per la validità canonica dei sacramenti, e si è interrogata sulla rinnovata attualità di alcune pratiche discutibili come le indulgenze, le messe celebrate dal solo sacerdote e la cosiddetta “comunione spirituale”, nate in ben altri contesti; ad ogni modo si auspica che l’interesse significativo che ha investito recentemente la liturgia non venga sprecato.

Lorenzo Voltolin, presbitero della diocesi di Padova, è partito da un interrogativo: che tipo di comunità si costituisce quando i corpi non possono incontrarsi? Nel suo paradigma interpretativo i new media sono un’estensione del nostro corpo e come esso iniziano a funzionare, attivando anche dal punto di vista chimico gli stessi meccanismi percettivi inter-corporei, con la pompa sodio-potassio e i successivi effetti sulla corteccia cerebrale.
Inoltre funzionano sul corpo e permettono esperienze significative intra-corporee, nella realtà virtuale; sebbene questa non vada confusa con la realtà stessa, si tratta di un ulteriore spazio esistenziale, una realtà a pieno titolo fondata sui sensi corporei, e non sull’immaginazione.

Ciò che permette di verificarne l’autenticità è il collegamento con il proprio referente fisico: in altre parole, se vi è un legame biologicamente reale – per esempio quello tra un parroco e la propria comunità – tale percezione performativa può creare partecipazione comunitaria; se invece non vi è alcun nesso con una realtà conosciuta
fisicamente la celebrazione si fa spettacolo.

Morena Baldacci, responsabile della pastorale battesimale della diocesi di Torino, ha parlato di preghiera “in casa” (anziché di preghiera “in famiglia”, per poter includere un maggiore numero di esperienze anche di single e di conviventi) portando esempi, più che di sussidi, di pratiche concrete. Tali liturgie domestiche hanno permesso a una pur sempre esigua minoranza di fedeli già assidui di riscoprire gesti e parole del quotidiano; non un mero “trasloco” dalle chiese alle case, ma piuttosto una piccolezza scelta in cui sperimentare una pluralità di servizi e di ministeri.
In seguito, è stata proposta l’esperienza della Tenda della Parola animata dal parroco parmense Guido Pasini che, in tempo di pandemia, ha inviato a una mailing list un breve sussidio con tracce audio lette e cantate per pregare il vangelo domenicale.

Linguaggi

Nel terzo giorno dedicato alla comunicazione sono intervenuti due presbiteri della diocesi di Bergamo.
In primis Manuel Belli, che ha rilevato gli sforzi da parte delle Chiese per apprendere come stare su un web abitato da nativi digitali che hanno sempre vissuto in tempo di crisi e che possono essere sensibili, più che a spiegazioni causali o a illusori ottimismi, a una pastorale della prossimità al singolo individuo.
Giuliano Zanchi è entrato nel rapporto tra fede e arte, anche a proposito della riproducibilità tecnica dei sacramenti nell’“infosfera” in cui si è inevitabilmente immersi, dell’eloquenza (quasi sacramentale) di alcune immagini circolate durante la pandemia e dell’esigenza della ritualizzazione della vita, nel momento in cui si inventano nuovi riti alternativi personali perché quelli della liturgia non vengono percepiti più come espressivi, a causa di un sostanziale isolamento della Chiesa dal mondo culturale in cui avvengono novità.

Nel pomeriggio si è avuta l’occasione di ascoltare la testimonianza video del salesiano Alfio Pappalardo, autore di Un minuto per pregare sul social dei giovanissimi TikTok, oltre a quella del 23enne Emmanuele Magli (canale Religione 2.0 su YouTube) docente di IRC a Bologna e di Marco Scandelli, parroco di Borgo Maggiore a San Marino, che quotidianamente offre un video di #2minutiDiVangelo.

Responsabilità e vulnerabilità

La mattinata conclusiva, dopo l’esperienza del “pellegrino rosso” Matteo Bergamelli – che con entusiasmo, creatività e ironia testimonia la sua fede soprattutto su instagram – ha visto l’intervento del filosofo Stefano Biancu, docente alla LUMSA e vicepresidente del MEIC.
In quest’ultima relazione si sono rivissute le domande della filosofia morale in tempo di pandemia: abbiamo una conoscenza più limitata di quanto pensassimo anche delle realtà fisiche, non tutto è sotto il nostro controllo, eppure abbiamo una certa responsabilità – rispondere a qualcuno di qualcosa – su ciò che invece dipende da noi,
senza temere quella vulnerabilità che, esponendoci al rischio di poter essere feriti dagli altri, consente di accedere a esperienze più grandi.
Entra così in gioco una dinamica di beni “supererogatori”, cioè non esigibili (come il perdono, l’amore, l’accoglienza) eppure vissuti con la coscienza che siano tali: è il “massimo necessario”, per esempio, del personale sanitario che ha compiuto come atto dovuto il proprio servizio, definito invece da altri nei termini di “eroismo”.

Insomma, dopo la puntata di giugno più “a caldo”, anche con quella di agosto questo convegno ha voluto, su temi più specifici, offrire un aiuto per comprendere l’attuale delicata fase ecclesiale, senza offrire alcuna ricetta preordinata, ma ripensando alle ricchezze e alle debolezze che questo tempo ha fatto scoprire, al fine di investire energie e lavorare con pazienza sui punti nodali affinché i frutti vengano da cammini condivisi, e non da scorciatoie.

http://www.settimananews.it/chiesa/la-chiesa-linguaggi-della-pandemia/

grazie don Carlo

Oggi 19 luglio 2020 alle 6:30 del mattino, il prof. don Carlo Nanni, sdb, Rettore magnifico emerito dell’UPS (2009-2015), si è spento all’età di 75 anni.

A dare il triste annuncio è stato don Alvaro Forcellini, direttore della comunità salesiana della parrocchia Santa Maria della Speranza, adiacente al campus dell’UPS, dove don Carlo era stato trasferito a settembre 2018. Qui, don Carlo si era dedicato primariamente all’impegno pastorale parrocchiale continuando, nel contempo, a prestare il suo servizio all’UPS fino all’inizio del lockdown dovuto all’emergenza sanitaria per la pandemia.

Lo scorso mese di maggio le sue condizioni di salute, a seguito della frattura del femore e del successivo ricovero, hanno cominciato a destare serie preoccupazioni, evidenziando lo stato avanzato di una grave malattia che lo ha condotto, con momenti di intensa sofferenza pur alleviati dalla presenza continua e dall’affetto dei suoi familiari e dei suoi confratelli, a concludere il suo cammino terreno.

I funerali si svolgeranno martedì 21 luglio alle ore 11 nella Chiesa di Santa Maria della Speranza Via Francesco Cocco Ortu, 19 Roma.

 

Don Carlo Nanni, nato a Ischia di Castro (Viterbo) il 3 aprile 1945, era diventato salesiano nel 1962 ed era stato ordinato sacerdote il 18 marzo 1975 a Castelgandolfo (Roma).

Licenziatosi in Filosofia il 27 giugno 1968 presso il Pontificio Ateneo Salesiano, e in Teologia (specializzazione patristica e storia del dogma) presso la Pontificia Università Gregoriana il 12 giugno 1975, don Carlo conseguì anche la Laurea statale italiana in Filosofia il 26 marzo 1973 presso l’Università di Roma La Sapienza con una tesi in antropologia culturale dal titolo “La cultura d’origine nel processo d’inurbazione”.

Nella sua formazione ha sempre sentito fortemente il bisogno di coniugare laicità civile e comunitarietà ecclesiale, incarnazione nel territorio e ricerca dell’universalità cattolica “romana”, appartenenza ecclesiale e cittadinanza attiva, impegno nel sociale e ricerca del Regno di Dio e della sua giustizia, preoccupazione pastorale e vicinanza ai vissuti e ai cammini esistenziali dei giovani, di persone e di famiglie nelle loro concrete condizioni di vita.

Iniziò la sua attività didattica nella Facoltà di Scienze dell’Educazione a partire dall’anno accademico 1976/1977 con le lezioni relative alla parte filosofica del Corso di Teoria generale dell’educazione; da quel momento il suo apprezzato e appassionato insegnamento universitario fu costante fino a questo anno accademico. Don Pietro Braido (Rettore dell’UPS negli anni 1974-1977), indicò don Carlo quale suo successore nella Cattedra di Filosofia dell’Educazione.

Ripercorrendo gli anni della sua vita e in modo particolare quelli della sua attività all’UPS non si può non restare ammirati per la costante e generosa dedizione con cui don Carlo ha svolto il suo servizio accademico di docenza, di ricerca e di impegno istituzionale.

Nel 1980 assunse l’incarico di Codirettore della rivista “Orientamenti Pedagogici” e di Pro-Direttore dell’Istituto di Metodologia Pedagogica, l’anno dopo di Segretario della Facoltà. Nominato docente straordinario l’8 settembre 1984, fu promosso Professore ordinario nella Facoltà di Scienze dell’Educazione l’8 settembre 1989; per molti anni fu il più giovane Professore ordinario dell’Università. Nel 1992 fu nominato Vice-Decano della Facoltà, e il 24 aprile 1995 iniziò il suo primo mandato come Decano, riconfermato poi per un secondo triennio (1998-2001) il 24 aprile 1998. Fu nuovamente nominato Decano della Facoltà di Scienze dell’Educazione durante l’estate del 2008, incarico che lo impegnò solo per un anno, fino a quando con Decreto della Congregazione per l’Educazione Cattolica datato 5 giugno 2009, fu nominato Rettore magnifico dell’UPS dal 1° luglio 2009 fino al 15 luglio 2015.

Oltre agli insegnamenti della sua cattedra, seguitissimi da studenti e studentesse, ed altri incarichi di insegnamento esterni all’UPS presso la Diocesi di Roma e l’Università di Perugia, don Carlo Nanni seguì la riforma curricolare dei Centri di formazione del CNOS/FAP per l’ambito della cultura generale e fece parte di corsi per insegnanti di sostegno, di aggiornamento degli insegnanti delle medie e delle superiori e contribuì alla riforma curriculare dell’Insegnamento di Religione Cattolica nelle Scuole Superiori. Dal 1999 al 2012 fu anche Consulente Ecclesiastico Centrale dell’UCIIM, l’Associazione degli insegnanti cattolici delle medie e delle superiori fondata nel dopoguerra da Gesualdo Nosengo, curandone l’aggiornamento didattico e spirituale. È stato inoltre membro di comitati e scientifici di numerose riviste di pedagogia e di pastorale giovanile, dando il suo personale ed apprezzato apporto scientifico e sapienziale: cosa che del resto si evince dalla sua vastissima produzione di libri, articoli, saggi in volumi collettanei, voci di dizionari, testi di divulgazione filosofica e pedagogica, ricerche sulla storia locale, civile ed ecclesiale, dei suoi luoghi di origine. Egli si è impegnato sempre a leggere in chiave pedagogica ed educativa i problemi e le sfide del nostro tempo, e quelli della condizione giovanile in particolare, sottoponendo a serrata critica i modelli teorico-culturali tradizionali e correnti, facendo interagire ragione filosofica, riflessione di fede e tensione intellettuale per una vita civile e democratica integrale e plenaria aperta alla trascendenza. Egli ha offerto anche un prezioso e competente apporto per l’elaborazione di importanti documenti, quali per esempio gli “Orientamenti pastorali” dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020 (Educare alla vita buona del Vangelo) e il sussidio per la riflessione e l’azione pubblicato dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica pubblicato nell’anno del Giubileo della Misericordia (Misericordiosi educando).

Nonostante i notevoli impegni di docenza e di gestione della vita accademica dell’UPS don Carlo Nanni non ha mai tralasciato la cura pastorale diretta delle persone, attraverso la confessione e la direzione spirituale, l’offerta del ministero presbiterale presso parrocchie, Centri giovanili, Istituti religiosi maschili e femminili, l’aiuto alla sua parrocchia d’origine, la predicazione congiunta alle conferenze formative-culturali, sempre a chiara intenzionalità pastorale-educativa.

Concluso il doppio mandato come Rettore magnifico dell’UPS, ed insignito dal Gran Cancelliere dell’UPS, il 20 ottobre 2015, dopo il compiersi del suo 70.mo compleanno, del titolo di Docente emerito della Facoltà di Scienze dell’Educazione dell’UPS, don Carlo Nanni ha continuato il suo servizio per l’Università attraverso la docenza, la Direzione dell’Archivio storico dell’UPS e la Codirezione della rivista “Orientamenti Pedagogici”.

È unanimemente riconosciuto che il sessennio del Rettorato di don Carlo Nanni è stato caratterizzato da uno stile veramente salesiano, fatto di attenzione agli studenti e alle studentesse, alla vita personale e professionale dei colleghi, alla promozione di stili relazionali e procedurali istituzionalmente corretti e animati da vero spirito di famiglia e da promozione della corresponsabilità a tutti i livelli. Con il contributo di don Carlo Nanni l’UPS non solo si è accresciuta notevolmente dal punto di vista numerico di studenti e si è qualificata sempre più e meglio nella sua proposta formativa e per opportune iniziative culturali, ma ha realizzato anche un complesso mutamento generazionale dei docenti, ha ricercato l’adeguamento della legislazione e regolamentazione statutaria ed ordinamentale, ha rinnovato le infrastrutture di servizio e ristrutturato in più parti l’habitat del campus.

 

Ringraziamo il Signore di avere donato don Carlo Nanni all’Università e alla Congregazione Salesiana, e lo affidiamo alla misericordia del Padre.

 

Portale UPS

 

Prof. Carlo NANNI

Il prof. don Carlo Nanni è nato il 3 aprile 1945 a Ischia di Castro (VT). Salesiano di prima professione dal 1962 e con professione perpetua dal 1968. È prete dal 1975.
Ha conseguito la Licenza in Filosofia presso l’Università Sa­lesiana; si è laureato in Filosofia (con specializzazione in Antropologia Culturale) alla Sapienza di Roma e ha conseguito la li­cenza in Teologia Patristica e Storia del Dogma presso l’Università Gregoriana.
Inserito nell’UPS dall’anno accademico 1976-1977, è professore ordinario di Filosofia dell’educazione e pedagogia della scuola nella Facoltà di Scienze dell’Educazione. Da vari anni è anche supplente di Filosofia della comunicazione presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione sociale.
Il 18 giugno 2009 è stato nominato Rettore Magnifico della Pontificia Università Salesiana, in Roma.

Tra le sue molte pubblicazioni, unanimemente apprezzate in ambito ecclesiale e nel mondo pedagogico- educativo civile, si ricordano:

  • Educazione e scienze dell’educazione, Roma, LAS, 1986.
  • L’educazione alla convivenza democratica, Torino, SEI, 1987.
  • L’educazione tra crisi e ricerca di senso, Roma, LAS, 1990.
  • Educazione e pedagogia in una cultura che cambia, Roma, LAS, 1998.
  • Antropologia Pedagogica, Roma, LAS, 2002.
  • Il sistema preventivo di don Bosco, Leumann (Torino), LDC, 2003.
  • La riforma della scuola. Le idee, le leggi, Roma, LAS, 2003.
  • Relazionalità e responsabilità in educazione, Roma, IFREP, 2007.
  • Introduzione alla filosofia dell’educazione, Roma, Las, 2007.
  • Emmanuel Mounier. Il pensiero pedagogico, Roma LAS, 2008.
  • Educare cristianamente, Leumann (Torino), ElleDiCi, 2008.

Ha curato insieme ai Proff. José Manuel Prellezo (Coor­dinatore) ed il Prof. Malizia, il Dizionario di Scienze dell’Educazione, sia nella prima edizione (1997) che nella seconda (Roma, LAS, 2008).
Cultore di studi della propria regione d’origine, l’alta Tuscia, ha pubblicato in quest’ambito Ischia di Castro. Il vecchio e il nuovo, Grotte di C., Ambrosini, 2002; Castro e il suo santo vescovo. San Bernardo Vescovo di Castro, Roma, LAS, 2004.

 

 

Il prof. don Carlo Nanni è nato il 3 aprile 1945 a Ischia di Castro (VT). Salesiano di prima professione dal 1962 e con professione perpetua dal 1968. È prete dal 1975.

Ha conseguito la Licenza in Filosofia presso l’Università Salesiana, si è laureato in Filosofia

(con specializzazione in antropologia culturale) alla Sapienza di Roma e ha conseguiito la

licenza in Teologia Patristica e Storia del Dogma presso l’Università Gregoriana.

Inserito nell’UPS dall’anno accademico 1976-1977, è dal 3 aprile 2015 Professore ordinario emerito di Filosofia dell’educazione e pedagogia della scuola

nella Facoltà di Scienze dell’Educazione dal 1989. Da vari anni è anche supplente di Filosofia della comunicazione presso la Facoltà di Scienze della Comunica-ione sociale.

La sua ricerca pedagogica verte soprattutto sulle 8ra’ioni8 e sulle prospettive di senso dell’educa-ione nell’attuale contesto di accresciuta complessità e di profondo mutamento delle strutture e dei modi di vita. Il suo approccio è caratterizzato dall’impegno di leggere in chiave pedagogica i problemi del nostro tempo e quelli della condizione giovanile in particolare, sottoponendo a serrata critica i modelli teorico-culturali tradizionali e correnti, facendo interagire ragione

Filosofica, riflessione di fede e tensione intellettuale per una vita civile e democratica aperta alla trascendenza, secondo una visione etica e religiosa della vita.

È stato Decano-Preside della Facoltà di Scienze dell’Educazione per due mandati triennali dal 1995-2001 e di nuovo dal 23 aprile 2008 al giugno 2009.

Dal1luglio 2009 è stato Rettore Magnifico dell’Università Salesiana per due mandati triennali, conclusisi il 16 luglio 2015.

Tra le sue molte pubblicazioni, unanimemente apprezzate in ambito ecclesiale e nel mondo pedagogico-educativo civile, si ricordano;

 

 Educazione e scienze dell’educazione, Roma, LAS2 1986;

 L’educazione alla convivenza democratica, Torino, SEI, 1987;

 L’educazione tra crisi e ricerca di senso, Roma, LAS, 1990;

 Educazione e pedagogia in una cultura che cambia, Roma, LAS, 1998;

 Antropologia Pedagogica, Roma, LAS 2002;

 Il sistema preventivo di don Bosco, Leumann (TO), Elledici, 2003;

 La riforma della scuola. Le idee, le leggi, Roma, LAS 2003;

 Relazionalità e responsabilità in educazione, Roma, Ifrep 2007;

 Introduzione alla filosofia dell’educazione, Roma, LAS 2007;

 Emmanuel Mounier. Il pensiero pedagogico, Roma, LAS 2008;

 Educare cristianamente, Leumann (TO), Elledici 2008;

 Educarsi per educare, Roma, LAS 2012;

 Educazione, evangelizzazione, nuova evangelizzazione, Roma, LAS 2012;

 Educare con don Bosco alla vita buona secondo il Vangelo, Roma, LAS 2012;

Immagini. Per pensare e vivere meglio, Roma, LAS 2015.

Carlo Nanni- Quinzi Gabriele – Baggio Guido, Pensare filosoficamente, Roma, LAS 2013;

Malizia Guglielmo – Nanni Carlo, Il sistema educativo Italiano di istruzione e di formazione, Roma, LAS 2010;

Carlo Nanni – Maria Teresa Moscato (a cura), La pedagogia della libertà. La lezione di Gino Corallo, Roma, LAS 2012.

 

Ha curato insieme ai Proff. José Manuel Prellezo (Coordinatore) ed il Prof. Malizia Guglielmo il

Dizionario di Scienze dell’Educazione, sia nella prima edizione (1997) che nella seconda (Roma, LAS 2008).

 

Dal 1999 al 2012 è stato Assistente Ecclesiastico Centrale dell’Uciim.

Dal 2015èAssistente Ecclesiastico Centrale dell’AIDU (Associazione Cattolica Docenti Universitari)

 

 

Cultore di studi della propria regione d’origine, l’alta Tuscia, ha pubblicato in quest’ambito:

Ischia di Castro. Il vecchio e il nuovo, Grotte di C. Ambrosini, 2002;

Castro e il suo santo vescovo. San Bernardo Vescovo di Castro, Roma, LAS 2004;

 All’indomani del Concilio di Trento. Il sinodo del Vescovo di Castro Gerolamo Maccabei (16 novembre 1564), Roma, LAS 2013.

 

 

 

 

La famiglia nella società post-familiare Nuovo Rapporto CISF 2020

Milano, 8 luglio 2020 – Il Rapporto Cisf 2020 mette a tema la società post-familiare, in cui le famiglie si frammentano, scomponendosi e ricomponendosi per dare spazio a un individuo teso a sperimentare tutte le libertà dei “possibili altrimenti” e a creare sempre nuove relazioni, favorite dalle nuove tecnologie comunicative. La recente pandemia del Covid-19 ha accelerato l’alfabetizzazione delle famiglie italiane al nuovo mondo digitale, che presenta molte opportunità ma anche tanti rischi.
Siamo in pieno family warming, un vero e proprio surriscaldamento delle relazioni familiari che rischia di portare a una evaporazione della famiglia, in un mondo proiettato verso il cosiddetto post-umano. Le famiglie stesse, del resto, di fronte alle difficoltà, si sono ritirate nel privato e hanno perduto il senso della trasmissione generazionale, mentre la società le ha abbandonate a loro stesse, in preda al mercato e alle mode che l’accompagnano.
L’alternativa sta nel promuovere una famiglia relazionale, nella quale le relazioni fra uomini e donne, così come fra generazioni, sono caratterizzate da fiducia, cooperazione e reciprocità come progetto riflessivo di vita. Del resto proprio la pandemia ha confermato che la famiglia è ancora un soggetto economico e sociale cruciale per l’intera società, facendoci toccare con mano che le relazioni – in famiglia come altrove – contano più del denaro. Solo una ripresa della solidarietà familiare e del capitale sociale comunitario potrà favorire un modello di autentico sviluppo sociale del Paese.


Centro Internazionale Studi Famiglia, La famiglia nella società post-familiare. Nuovo Rapporto CISF 2020, Edizioni San Paolo 2020, pp. 432, euro 35,00

 

IL CENTRO INTERNAZIONALE STUDI FAMIGLIA (Cisf – www.cisf.it) nasce nel 1974 su iniziativa di don Giuseppe Zilli, storico direttore di Famiglia Cristiana, che decide di istituire un centro di ricerca sulla famiglia, capace di leggerne le trasformazioni e di coglierne le difficoltà e le potenzialità, nel vivo dell’esperienza della società e della Chiesa. Da allora il Cisf ha costantemente promosso eventi e convegni di tipo culturale, con particolare attenzione al dibattito internazionale, iniziative di formazione, attività di documentazione e pubblicazioni di varia natura, tutte orientate alla promozione e al riconoscimento della famiglia come cellula fondamentale della società e come soggetto attivo e generativo, risorsa insostituibile per il benessere di ogni persona e per la società nel suo complesso.
In questa prospettiva, a partire dal 1989 il Cisf ha realizzato il “Rapporto Cisf sulla famiglia in Italia”, pubblicato a cadenza biennale, strumento oggi insostituibile per seguire i cambiamenti attraversati dalla famiglia e dalla società.

 

In allegato:

– il comunicato stampa, disponibile anche online https://www.gruppoeditorialesanpaolo.it/area-stampa/2020/la-famiglia-nella-societa-post-familiare-nuovo-rapporto-cisf-2020 ;

Nuovo Rapporto Cisf 2020_ Abstract capitoli;

Nuovo Rapporto Cisf 2020_Tabelle selezionate

 

 

Cordiali saluti,

Alessandro Fuso

 

La relazione educativa: San Giovanni Bosco e l’«assistenza» ai giovani

Il testo, dell’autore don Bruno Bordignon, SDB, affronta il tema dello stare con i giovani, secondo il vissuto che Don Bosco ha fondamentalmente descritto nei Regolamenti, pubblicati la prima volta nel 1877 insieme alla breve presentazione de Il Sistema Preventivo. La motivazione è fondata sul problema fondamentale: “come stare con i giovani oggi secondo l’esperienza vissuta da Don Bosco?” Viene proposto un approfondimento dell’esperienza del Santo attraverso l’analisi di tutti i manoscritti dei Regolamenti ed un confronto di essi con Il Sistema Preventivo, nel quale emerge come questo scritto riprenda quanto egli aveva proposto nei regolamenti. L’“assistenza” è la base della relazione educativa, nel quale l’educatore deve cercare “esclusivamente” la realizzazione del giovane.

Editrice IF Press, 155 pagine

Presentazione del nuovo Direttorio per la Catechesi

Alle ore 11.30 di ieri mattina, presso l’Aula “Giovanni Paolo II” della Sala Stampa della Santa Sede, in Via della Conciliazione 54, ha avuto luogo una Conferenza Stampa di presentazione del Direttorio per la Catechesi redatto dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione.

Sono intervenuti: S.E. Mons. Rino Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione; S.E. Mons. Octavio Ruiz Arenas, Segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dellaNuova Evangelizzazione; S.E. Mons. Franz-Peter Tebartz-van Elst, Delegato per la Catechesi del medesimo Pontificio Consiglio.

Pubblichiamo il testo italiano:

Testo in lingua italiana

 

La pubblicazione di un Direttorio per la Catechesi rappresenta un felice evento per la vita della Chiesa. Per quanti sono dediti al grande impegno della catechesi, infatti, può segnare una provocazione positiva perché permette di sperimentare la dinamica del movimento catechetico che ha sempre avuto una presenza significativa nella vita della comunità cristiana. Il Direttorio per la Catechesi è un documento della Santa Sede affidato a tutta la Chiesa. Ha richiesto molto tempo e fatica, e giunge a conclusione di una vasta consultazione internazionale.

Oggi si presenta l’edizione ufficiale in lingua italiana. Sono già pronte, comunque, le traduzioni in spagnolo (edizione per l’America Latina e la Spagna), in portoghese (edizione per il Brasile e Portogallo), inglese (edizione per USA e Regno Unito), francese e polacco. È rivolto in primo luogo ai Vescovi, primi catechisti tra il popolo di Dio, perché primi responsabili della trasmissione della fede (cfr. n. 114). Insieme a loro sono coinvolte le Conferenze episcopali, con le rispettive Commissioni per la catechesi, per condividere ed elaborare un auspicato progetto nazionale che sostenga il cammino delle singole diocesi (cfr. n. 413). I più direttamente coinvolti nell’uso del Direttorio, comunque, rimangono i sacerdoti, i diaconi, le persone consacrate, e i milioni di catechisti e catechiste che quotidianamente offrono con gratuità, fatica e speranza il loro ministero nelle differenti comunità. La dedizione con cui operano, soprattutto in un momento di transizione culturale come questo, è il segno tangibile di quanto l’incontro con il Signore possa trasformare un catechista in un genuino evangelizzatore.
A partire dal Concilio Vaticano II questo che oggi presentiamo è il terzo Direttorio.

Il primo del 1971, Direttorio catechistico generale, e il secondo del 1997, Direttorio generale per la catechesi, hanno segnato questi ultimi cinquant’anni di storia della catechesi. Questi testi hanno svolto un ruolo primario. Sono stati un aiuto importante per far compiere un passo decisivo al cammino catechetico, soprattutto rinnovando la metodologia e l’istanza pedagogica. Il processo di inculturazione che caratterizza in particolare la catechesi e che soprattutto ai nostri giorni impone un’attenzione del tutto particolare ha richiesto la composizione di un nuovo Direttorio.

La Chiesa è dinanzi a una grande sfida che si concentra nella nuova cultura con la quale si viene a incontrare, quella digitale. Focalizzare l’attenzione su un fenomeno che si impone come globale, obbliga quanti hanno la responsabilità della formazione a non tergiversare. A differenza del passato, quando la cultura era limitata al contesto geografico, la cultura digitale ha una valenza che risente della globalizzazione in atto e ne determina lo sviluppo. Gli strumenti creati in questo decennio manifestano una radicale trasformazione dei comportamenti che incidono soprattutto nella formazione dell’identità personale e nei rapporti interpersonali. La velocità con cui si modifica il linguaggio, e con esso le relazioni comportamentali, lascia intravedere un nuovo modello di comunicazione e di formazione che tocca inevitabilmente anche la Chiesa nel complesso mondo dell’educazione. La presenza delle varie espressioni ecclesiali nel vasto mondo di internet è certamente un fatto positivo, ma la cultura digitale va ben oltre. Essa tocca in radice la questione antropologica decisiva in ogni contesto formativo, come quello della verità e della libertà. Già porre questa problematica impone di verificare l’adeguatezza della proposta formativa da qualunque parte provenga. Essa diventa, comunque, un confronto imprescindibile per la Chiesa in forza della sua “competenza” sull’uomo e la sua pretesa veritativa.

Forse, solo per questa premessa si rendeva necessario un nuovo Direttorio per la catechesi. Nell’epoca digitale, vent’anni sono paragonabili senza esagerazione ad almeno mezzo secolo. Da qui è derivata l’esigenza di redigere un Direttorio che prendesse in considerazione con grande realismo il nuovo che si affaccia, con il tentativo di proporne una lettura che coinvolgesse la catechesi. È per questo motivo che il Direttorio presenta non solo le problematiche inerenti la culturale digitale, ma suggerisce anche quali percorsi effettuare perché la catechesi diventi una proposta che trova l’interlocutore in grado di comprenderla e di vederne l’adeguatezza con il proprio mondo.

Esiste, comunque, una ragione più di ordine teologico ed ecclesiale che ha convinto a redigere questo Direttorio.

L’invito a vivere sempre più la dimensione sinodale non può far dimenticare gli ultimi Sinodi che la Chiesa ha vissuto. Nel 2005 quello sull’Eucaristia fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa; nel 2008 La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa; nel 2015 La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo; nel 2018 I giovani, la fede e il discernimento vocazionale.

Come si può osservare, ritornano delle costanti in tutte queste assemblee che toccano da vicino il tema dell’evangelizzazione e della catechesi come si può verificare dai documenti che ne hanno fatto seguito. Più in particolare è doveroso far riferimento a due scadenze che in maniera complementare segnano la storia di questo ultimo decennio per quanto riguarda la catechesi: il Sinodo sulla Nuova evangelizzazione e trasmissione della fede nel 2012, con la conseguente Esortazione apostolica di Papa Francesco Evangelii gaudium, e il venticinquesimo anniversario
della pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, ambedue toccano direttamente la competenza del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione.

L’evangelizzazione occupa il posto primario nella vita della Chiesa e nel quotidiano insegnamento di papa Francesco. Non potrebbe essere altrimenti. L’evangelizzazione è il compito che il Signore Risorto ha affidato alla sua Chiesa per essere nel mondo di ogni tempo l’annuncio fedele del suo Vangelo. Prescindere da questo presupposto equivarrebbe a rendere la comunità cristiana una delle tante associazioni benemerite, forte dei suoi duemila anni di storia, ma non la Chiesa di Cristo. La prospettiva di Papa Francesco, tra l’altro, si pone in forte continuità con l’insegnamento di san Paolo VI nella Evangelii nuntiandi del 1975. Ambedue non fanno altro che riferirsi alla ricchezza scaturita dal Vaticano II che, per quanto riguarda la catechesi, ha trovato nella Catechesi tradendae (1979) di san Giovanni Paolo II il suo punto focale.

La catechesi, quindi, va intimamente unita all’opera di evangelizzazione e non può prescindere da essa. Ha bisogno di assumere in sé le caratteristiche stesse dell’evangelizzazione, senza cadere nella tentazione di diventarne un sostituito o di voler imporre all’evangelizzazione le proprie premesse pedagogiche.

In questo rapporto il primato spetta all’evangelizzazione non alla catechesi. Ciò permette di comprendere perché alla luce di Evangelii gaudium, questo Direttorio si qualifica per sostenere una “catechesi kerygmatica”. Cuore della catechesi è l’annuncio della persona di Gesù Cristo, che sorpassa i limiti di spazio e tempo per presentarsi ad ogni generazione come la novità offerta per raggiungere il senso della vita. In questa prospettiva, viene indicata una nota fondamentale che la catechesi deve fare propria: la misericordia. Il kerygma è annuncio della misericordia del Padre che va incontro al peccatore non più considerato come un escluso, ma un invitato privilegiato al banchetto della salvezza che consiste nel perdono dei peccati. Se si vuole, è in questo contesto che prende forza l’esperienza del catecumenato come esperienza del perdono offerto e della vita nuova di comunione con Dio che ne consegue.

La centralità del kerygma, comunque, deve essere recepita in senso qualitativo non temporale. Richiede, infatti, che sia presente in tutte le fasi della catechesi e di ogni catechesi. E’ il “primo annuncio” che sempre viene fatto perché Cristo è l’unico necessario. La fede non è qualcosa di ovvio che si recupera nei momenti del bisogno, ma un atto di libertà che impegna tutta la vita. Il Direttorio, quindi, fa sua la centralità del kerygma che si esprime in senso trinitario come impegno di tutta la Chiesa.

La catechesi come espressa dal Direttorio, si caratterizza per questa dimensione e per le implicanze che porta nella vita delle persone. Tutta la catechesi, in questo orizzonte, acquista una valenza peculiare che si esprime nell’approfondimento costante del messaggio evangelico. La catechesi, insomma, ha lo scopo di far raggiungere la conoscenza dell’amore cristiano che porta quanti l’hanno accolto a divenire discepoli evangelizzatori.
Il Direttorio si snoda toccando diverse tematiche che non fanno altro che rimandare all’obiettivo di fondo.

Una prima dimensione è la mistagogia che viene presentata attraverso due elementi complementari tra loro: anzitutto, una rinnovata valorizzazione dei segni liturgici dell’iniziazione cristiana; inoltre, la progressiva maturazione del processo formativo in cui tutta la comunità è coinvolta. La mistagogia è una via privilegiata da seguire, ma non è facoltativa nel percorso catechetico, rimane come un momento obbligato perché inserisce sempre più nel mistero che si crede e si celebra. È la consapevolezza del primato del mistero che porta la catechesi a non isolare il kerygma dal suo contesto naturale. L’annuncio della fede è pur sempre annuncio del mistero dell’amore di Dio che si fa uomo per la nostra salvezza. La risposta non può esulare dall’accogliere in sé il mistero di Cristo per permettere di fare luce sul mistero della propria esperienza personale (cfr. GS 22).

Un ulteriore tratto di novità del Direttorio è il legame tra evangelizzazione e catecumenato nelle sue varie accezioni (cfr. n.62). È urgente compiere la “conversione pastorale” per liberare la catechesi da alcuni lacci che ne impediscono l’efficacia. Il primo, lo si può identificare nello schema scolastico, secondo il quale la catechesi dell’Iniziazione cristiana è vissuta sul paradigma della scuola. La catechista sostituisce la maestra, all’aula della scuola subentra quella del catechismo, il calendario scolastico è identico a quello catechistico…

Il secondo, è la mentalità secondo la quale si fa la catechesi per ricevere un sacramento. È ovvio che una volta terminata l’Iniziazione si crei il vuoto per la catechesi. Un terzo, è la strumentalizzazione del sacramento a opera della pastorale, per cui i tempi del sacramento della Confermazione sono stabiliti dalla strategia pastorale di non perdere il piccolo gregge di giovani rimasto in parrocchia e non dal significato che il sacramento possiede in se stesso nell’economia della vita cristiana.

Papa Francesco ha scritto che “Annunciare Cristo significa mostrare che credere in Lui e seguirlo non è solamente una cosa vera e giusta, ma anche bella, capace di colmare la vita di un nuovo splendore e di una gioia profonda, anche in mezzo alle prove. In questa prospettiva, tutte le espressioni di autentica bellezza possono essere riconosciute come un sentiero che aiuta ad incontrarsi con il Signore Gesù… Si rende necessario che la formazione nella via pulchritudinis sia inserita nella trasmissione della fede” (Eg 167). Una nota di particolare valenza innovativa per la catechesi può essere espressa dalla via della bellezza soprattutto per permettere di conoscere il grande patrimonio di arte, letteratura e musica che ogni Chiesa locale possiede.
In questo senso, si comprende perché il Direttorio abbia posto la via della bellezza come una delle “fonti” della catechesi (cfr. nn. 106-109).

Un’ultima dimensione offerta dal Direttorio si ritrova nell’aiutare a inserirsi progressivamente nel mistero della fede. Questa connotazione non può essere delegata a una sola dimensione della fede o della catechesi. La teologia indaga con gli strumenti della ragione il mistero rivelato. La liturgia celebra ed evoca il mistero con la vita sacramentale. La carità riconosce il mistero del fratello che tende la mano. La catechesi, alla stessa stregua, introduce progressivamente ad accogliere e vivere globalmente il mistero nell’esistenza quotidiana.

Il Direttorio fa propria questa visione quando chiede di esprimere una catechesi che sappia farsi carico di mantenere unito il mistero pur articolandolo nelle diverse fasi di espressione. Il mistero quando è colto nella sua realtà profonda, richiede il silenzio. Una vera catechesi non sarà mai tentata di dire tutto sul mistero di Dio. Al contrario, essa dovrà introdurre alla via della contemplazione del mistero facendo del silenzio la sua conquista.

Il Direttorio, pertanto, presenta la catechesi kerygmatica non come una teoria astratta, piuttosto come uno strumento con una forte valenza esistenziale. Questa catechesi trova il suo punto di forza nell’incontro che permette di sperimentare la presenza di Dio nella vita di ognuno. Un Dio vicino che ama e che segue le vicende della nostra storia perché l’incarnazione del Figlio lo impegna in modo diretto.

La catechesi deve coinvolgereognuno, catechista e catechizzando, nell’esperire questa presenza e nel sentirsi coinvolto nell’opera di misericordia. Insomma, una catechesi di questo genere permette di scoprire che la fede è realmente l’incontro con una persona prima di essere una proposta morale, e che il cristianesimo non è una religione del passato, ma un evento del presente. Un’esperienza come questa favorisce la comprensione della libertà personale, perché risulta essere il frutto della scoperta di una verità che rende liberi (cfr. Gv 8,31).

La catechesi che dà il primato al kerygma si pone all’opposto di ogni imposizione, fosse anche quella di un’evidenza che non permette vie di fuga. La scelta di fede, infatti, prima di considerare i contenuti a cui aderire con il proprio assenso, è un atto di libertà perché si scopre di essere amati. In questo ambito, è bene considerare con attenzione quanto il Direttorio propone circa l’importanza dell’atto di fede nella sua duplice articolazione (cfr. n. 18). Per troppo tempo la catechesi ha focalizzato il suo impegno nel far conoscere i contenuti della fede e con quale pedagogia trasmetterli, tralasciando purtroppo il momento più determinante come l’atto di scegliere la fede e dare il proprio assenso.
Ci auguriamo che questo nuovo Direttorio per la Catechesi possa essere di vero aiuto e sostegno al rinnovamento della catechesi nell’unico processo di evangelizzazione che la Chiesa da duemila anni non si stanca di realizzare, perché il mondo possa incontrare Gesù di Nazareth, il figlio di Dio fatto uomo per la nostra
salvezza.

[Testo originale: Italiano]

Ne pubblichiamo di seguito tutti gli interventi:

presentazione del Direttorio per la Catechesi 

 

Articoli correlati:

Vaticano. Nuovo Direttorio per la catechesi. Più attenzione al digitale e ai poveri

L’arcivescovo Fisichella ha presentato il documento, rimandarcandone i punti salienti. Non si fa catechesi solo in vista dei sacramenti, ma per inserirsi nella comunità cristiana

https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/il-nuovo-direttorio

Mimmo Muolo giovedì 25 giugno 2020

 

 

Un nuovo «Direttorio per la Catechesi

Pubblicato dal Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2020-06/un-nuovo-direttorio-per-la-catechesi0.html

25 giugno 2020

Redatto dal Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, il nuovo «Direttorio per la Catechesi» è stato presentato in diretta streaming nella mattina di giovedì 25 giugno, presso la Sala stampa della Santa Sede. Nel link l’intervento dell’arcivescovo presidente.

 

 

Catechesi: un Direttorio molto atteso, “per far conoscere l’amore cristiano”

https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2020-06/nuovo-direttorio-catechesi-sintesi-vangelo-cultura-incontro.html

 

La presentazione del nuovo “Direttorio per la catechesi” in Sala Stampa vaticana, con l’arcivescovo Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, il vescovo segretario Ruiz Arenas e il vescovo delegato per la catechesi Tebartz-van Elst

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Un documento molto atteso nella Chiesa, in tutti i continenti, che ha richiesto dodici bozze e più di 5 anni di lavoro, per il quale anche Papa Francesco ha chiesto, firmandolo, che “si suonino le campane a festa” in segno di gratitudine per l’impegno che ha richiesto. Così l’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione e i suoi principali collaboratori nella preparazione del nuovo “Direttorio per la catechesi”, il segretario del dicastero monsignor Octavio Ruiz Arenas e il delegato per la catechesi monsignor Franz-Peter Tebartz-van Elst, presentano il documento di quasi 300 pagine ai giornalisti di tutto il mondo, in Sala Stampa vaticana. Oggi in italiano, ma già pronto in altre sei lingue e in 10 edizioni, dallo spagnolo per l’America Latina all’inglese per gli Stati Uniti.

Un nuovo Direttorio perché c’è una nuova cultura digitale

Serviva un nuovo Direttorio, chiarisce subito monsignor Fisichella, a quasi 50 anni dal primo, il Direttorio catechistico generale (1971), e a più di 20 dal secondo, il Direttorio generale per la catechesi (1997), perché la catechesi va inculturata, e la cultura in questi vent’anni è profondamente cambiata. La sfida è rappresentata dalla nuova cultura digitale, che coinvolge tutte le Chiese locali per effetto della globalizzazione. La tecnologia creata in questo ultimo decennio, spiega l’arcivescovo lombardo, trasforma i comportamenti “che incidono soprattutto nella formazione dell’identità personale e nei rapporti interpersonali”. La velocità con cui si modifica il linguaggio, e le relazioni, porta ad un “nuovo modello di comunicazione e di formazione che tocca inevitabilmente anche la Chiesa nel complesso mondo dell’educazione”.

 

25/06/2020

Nuovo Direttorio per la catechesi: rendere il Vangelo sempre attuale

Percorsi per far comprendere la proposta

La cultura digitale, sottolinea il presidente del dicastero per la Nuova evangelizzazione, tocca la questione decisiva “della verità e della libertà”, e non basta la presenza, pur molto positiva, di diverse espressioni ecclesiali nel web. Per questo il Direttorio non presenta solo la sfida del digitale, “ma suggerisce anche quali percorsi effettuare perché la catechesi diventi una proposta che trova l’interlocutore in grado di comprenderla” e di vederla adeguata al proprio mondo.

Rivolto ai vescovi ma anche a milioni di catechisti

Il Direttorio si rivolge ai vescovi, “primi catechisti tra il popolo di Dio”, alle conferenze episcopali che dovranno preparare i Direttòri per la Chiese locali, ma anche ai sacerdoti, ai diaconi, alle persone consacrate, “e ai milioni di catechisti e catechiste che quotidianamente offrono con gratuità, fatica e speranza il loro ministero nelle differenti comunità”. E giustifica la sua pubblicazione con le novità teologiche ed ecclesiali portate in questi vent’anni da cinque Sinodi dei vescovi, da quello sull’Eucaristia del 2005 fino all’assemblea sui giovani del 2018, passando per Parola di Dio e famiglia, ma soprattutto per il Sinodo sulla nuova evangelizzazione del 2012, con l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco “Evangelii gaudium”.

 

Quando Benedetto XVI unì la catechesi all’evangelizzazione

Dopo quel Sinodo, Papa Benedetto XVI, come ricorda nel suo intervento monsignor Octavio Ruiz Arenas, ha trasferito la responsabilità della catechesi dalla Congregazione per il Clero al Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, sottolineando così “l’importantissimo ruolo della catechesi nella realizzazione della missione fondamentale della Chiesa: l’evangelizzazione”. Ne aveva parlato alla fine dell’assemblea, e ha concretizzato l’intenzione nella lettera apostolica “Fides per Doctrinam”, del gennaio 2013, nella quale afferma che l’intelligenza della fede “richiede sempre che i suoi contenuti siano espressi con un linguaggio nuovo, capace di presentare la speranza presente nei credenti a tutti coloro che chiedono la loro ragione”.

 

25/06/2020

Fisichella: catechesi del primo annuncio, attenta al digitale e alla globalizzazione

Il primato spetta sempre all’evangelizzazione

L’evangelizzazione, ricorda ancora monsignor Fisichella, “occupa il posto primario nella vita della Chiesa e nel quotidiano insegnamento di Papa Francesco” che si pone in forte continuità con l’insegnamento di san Paolo VI nella “Evangelii nuntiandi” del 1975. I due documenti pontifici sono legati “alla ricchezza scaturita dal Vaticano II che, per quanto riguarda la catechesi, ha trovato nella ‘Catechesi tradendae’ (1979) di san Giovanni Paolo II il suo punto focale”. La catechesi, quindi, “va intimamente unita all’opera di evangelizzazione e non può prescindere da essa”, perché il primato “spetta all’evangelizzazione non alla catechesi”.

 

Kerygma: il cuore è l’annuncio della persona di Cristo

Questo spiega perché alla luce di “Evangelii gaudium”, il nuovo Direttorio “si qualifica per sostenere una ‘catechesi kerygmatica’. Cuore della catechesi è l’annuncio della persona di Gesù Cristo, che sorpassa i limiti di spazio e tempo per presentarsi ad ogni generazione come la novità offerta per raggiungere il senso della vita”. Il kerygma, chiarisce l’arcivescovo, “è annuncio della misericordia del Padre che va incontro al peccatore non più considerato come un escluso, ma un invitato privilegiato al banchetto della salvezza che consiste nel perdono dei peccati”. E’ il “primo annuncio” che sempre viene fatto perché Cristo è l’unico necessario. “La fede non è qualcosa di ovvio che si recupera nei momenti del bisogno, ma un atto di libertà che impegna tutta la vita”.

 

Accogliere l’annuncio, diventare discepoli evangelizzatori

La catechesi, insomma, sottolinea monsignor Fisichella, “ha lo scopo di far raggiungere la conoscenza dell’amore cristiano” che porta quelli che l’hanno accolto “a divenire discepoli evangelizzatori”. Tutte le tematiche del Direttorio portano a questo obiettivo, a partire dalla mistagogia, l’introduzione al mistero di Cristo, che viene presentata innanzitutto attraverso una “rinnovata valorizzazione dei segni liturgici dell’iniziazione cristiana”. L’annuncio della fede, ricorda il presidente del dicastero per la nuova evangelizzazione, “è pur sempre annuncio del mistero dell’amore di Dio che si fa uomo per la nostra salvezza”.

 

No allo schema scolastico e all’obiettivo-sacramento

Nel documento si invita poi a liberare la catechesi “da alcuni lacci che ne impediscono l’efficacia”, dallo “schema scolastico”, secondo il quale la catechesi dell’Iniziazione cristiana è vissuta sul paradigma della scuola, alla mentalità per la quale “si fa la catechesi per ricevere un sacramento”. Fisichella critica anche la “strumentalizzazione del sacramento a opera della pastorale, per cui i tempi del sacramento della Confermazione sono stabiliti dalla strategia pastorale di non perdere il piccolo gregge di giovani rimasto in parrocchia” e non dal significato che il sacramento nell’economia della vita cristiana.

 

La “via della bellezza”, una fonte della catechesi

Nella “Evangeli gaudium”, Papa Francesco chiede che “la formazione nella via pulchritudinis sia inserita nella trasmissione della fede”, e così l’arcivescovo sottolinea che valorizzare nella catechesi la “via della bellezza”, che il Direttorio pone come una delle “fonti” della catechesi stessa, potrà permettere “di conoscere il grande patrimonio di arte, letteratura e musica che ogni Chiesa locale possiede”.

La forza dell’incontro: Dio presente nella nostra vita

In conclusione, il Direttorio, “presenta la catechesi kerygmatica non come una teoria astratta, piuttosto come uno strumento con una forte valenza esistenziale”. La catechesi, infatti, “trova il suo punto di forza nell’incontro che permette di sperimentare la presenza di Dio nella vita di ognuno. Un Dio vicino che ama e che segue le vicende della nostra storia, perché l’incarnazione del Figlio lo impegna in modo diretto”. Una catechesi di questo genere, per Fisichella, “permette di scoprire che la fede è realmente l’incontro con una persona prima di essere una proposta morale, e che il cristianesimo non è una religione del passato, ma un evento del presente”. Anche per questo il documento sottolinea l’importanza dell’atto di fede compiuto in assoluta libertà. “Per troppo tempo – ricorda l’arcivescovo – la catechesi ha focalizzato il suo impegno nel far conoscere i contenuti della fede e con quale pedagogia trasmetterli, tralasciando purtroppo il momento più determinante come l’atto di scegliere la fede e dare il proprio assenso”.