Costituzione, religione, scuola

SERGIO CICATELLI, Costituizione religione, scuola.
L’insegnamento della religione cattolica nella giurisprudenza costituizionale, Lateran University Press, Roma 2009, pp.118, Euro 10,00.
Presentazione Linsegnamento della religione cattolica (IRC) è spesso motivo di contestazioni o discussioni per l’evidente significato ideale e valoriale ad esso legato.
Nel 1984 l’Accordo di revisione del Concordato lateranense ha motivato autorevolmente la presenza dell’IRC nelle scuole italiane con il valore della cultura religiosa e con il peso che i principi del cattolicesimo hanno nel patrimonio storico del popolo italiano, collocando altresì tale insegnamento nel quadro delle finalità della scuola.
L’attuazione della nuova normativa concordataria è stata accompagnata da un ampio e vivace dibattito nel Parlamento e nell’opinione pubblica, sfociando infine anche nelle aule dei tribunali.
Data la delicatezza della materia, che im¬pegna da un lato i rapporti istituzionali tra Stato e Chiesa e dall’altro le respon¬sabilità educative della sede scolastica, più volte è stata chiamata ad intervenire la Corte Costituzionale, sia per dare un giudizio di legittimità dello stesso assetto concordatario, sia per risolvere questioni più particolari che comunque pote¬vano avere una rilevanza costituzionale.
Il presente volume raccoglie tutti i pronunciamenti della Corte Costituzio¬nale sull’IRC per offrire una documentazione completa e corretta ad un pub¬blico di non specialisti.
Di fronte a controversie suscettibili di ripresentarsi periodicamente per motivi strumentali o per passione ideale, è sembrato op¬portuno invitare alla lettura dei testi prodotti dalla Corte, che rappresentano un riferimento ultimativo e sono lezioni imprescindibili di alta cultura giuri¬dica e civile.  I  testi delle ordinanze e sentenze riprodotti in questo volume sono ripresi, con la sola correzione di qualche refuso, dal sito web della Corte Costituzionale (www.cortecostituzionale.it).
Nel suo intento divulgativo, il sintetico saggio introduttivo rifugge da tecnicismi giuridici e si rivolge principalmente ad operatori della scuola, in particolare agli insegnanti di religione, per fornire un utile strumento di riflessione ed una fondazione autorevole per la natura dell’IRC e per la vita dell’intera scuola.
Riper¬correre gli interventi della Corte Costituzionale diventa così un punto di osserva¬zione privilegiato per ricostruire la storia recente dell’IRC e fissare le coordinate – non solo dal punto di vista giuridico – del suo statuto epistemologico.
Roma, dicembre 2008 Sergio Cicatelli

Pasqua di Resurrezione anno B

Il sole di giustizia Il sole di giustizia scomparso da tre giorni si leva oggi e illumina tutta la creazione: Cristo nella tomba da tre giorni ed esistente da prima dei secoli.
È germogliato come una vigna e riempie di gioia tutta la terra abitata.
Volgiamo i nostri occhi alla luce senza tra-monto e lasciamoci riempire della gioia di questa luce.
Le porte degli inferi sono spezzate da Cristo, i morti si levano come dal sonno; è risorto il Cristo, resurrezione dei morti, e ha destato Adamo.
È risorto Cristo, resurrezione di tutti, e ha liberato Eva dalla maledizione.
È risorto Cristo, la resurrezione, e ha trasfigurato in bellezza ciò che era privo di bellezza e di splendore.
Il Signore si è risvegliato come dal sonno e ha confuso i suoi nemici calpe-standoli sotto i piedi.
Cristo è risorto e ha dato gioia a tutta la creazione; è risorto e la pri-gione degli inferi è stata svuotata; è risorto e ha trasformato il corruttibile in incorruttibile.
Cristo è risorto e ha ristabilito Adamo nell’antica dignità dell’immortalità.
Chiunque è una nuova creatura in Cristo sia rinnovato dalla resurrezione.
[…] La chiesa che è in Cristo diventa oggi un cielo nuovo, cielo più bello di quello che vediamo.
Non ha bisogno della luce di un sole che tramonta ogni sera, perché ha per luce quel Sole che il sole della terra ha temuto quando lo ha visto sospeso alla croce.
Di questo sole il pro-feta ha detto: «Si leva il sole di giustizia per quelli che temono il Signore» (Ml 3,20).
(EPIFANIO DI CIPRO, Omelia sulla santa resurrezione di Cristo, PG 43,465A-C Cantiamo: Alleluia! Bisogna che «questo corpo corruttibile» – non un altro – «si rivesta di incorruttibilità, e questo corpo mortale» – non un altro – «si rivesta di immortalità.
Allora s’avvererà la paro-la della Scrittura: La morte è stata inghiottita nella vittoria».
Cantiamo: Alleluia! «Allora si av-vererà la parola della Scrittura», parola di gente non più in lotta, ma in trionfo: «La morte è stata inghiottita nella vittoria».
Cantiamo: Alleluia! «Dov’è, o morte, il tuo pungi-glione?».
Cantiamo: Alleluia! (cfr.
1Cor 15,53-55).
[…] Cantiamo «Alleluia» anche adesso, sebbene in mezzo a pericoli e a prove che ci provengono sia dagli altri sia da noi stessi.
Di-ce l’Apostolo: «Dio è fedele e non permetterà che siate tentati al di sopra delle vostre for-ze» (1Cor 10,13).
Anche adesso, dunque, cantiamo «Alleluia».
L’uomo resta ancora preda del peccato, ma Dio è fedele.
E non si dice che Dio non permetterà che siate tentati, ma: «Non permetterà che siate tentati al di sopra delle vostre forze; al contrario, insieme con la tentazione, vi farà trovare una via d’uscita perché possiate reggere».
Sei in balìa della ten-tazione, ma Dio ti farà trovare una via per uscirne e non perire nella tentazione.
[…] Oh! Felice alleluia quello di lassù! Alleluia pronunciato in piena sicurezza, senza alcun avversario! Lassù non ci saranno nemici, non si temerà la perdita degli amici.
Qui e lassù si cantano le lodi di Dio, ma qui da gente tribolata, là da gente libera da ogni turbamento; qui da gente che avanza verso la morte, lassù da gente viva per l’eternità; qui nella speran-za, lassù nella realtà; qui in via, lassù in patria.
Cantiamo dunque adesso, fratelli miei, non per esprimere la gioia del riposo, ma per procurarci un sollievo nella fatica.
Come sogliono cantare i viandanti, canta ma cammina; cantando consolati della fatica, ma non amare la pigrizia.
Canta e cammina! Cosa vuol dire: cammina? Avanza, avanza nel bene, nella retta fede, in una vita buona.
(AGOSTINO DI IPPONA, Discorsi 256,2-3, NBA XXXII/2, pp.
816-818).
Imparare a riconoscere Gesù Qualche volta noi ci crogioliamo un po’, ci lamentiamo col Signore, che non si manife-sta in maniera chiara, che non ci dice come fare.
Adagio adagio, però, si capisce che il Si-gnore vuole che noi cerchiamo, che cresciamo in questa ricerca.
Noi diventiamo veri ricer-catori di Dio cercando la sua volontà, cercandola in questa Chiesa, in questo mondo, in questa società, in queste situazioni difficili, crescendo nel dialogo, nella pazienza, nella sopportazione, nell’ascolto.
Così cresciamo.
Se no saremmo degli automi; se ogni mattina ci risvegliassimo col pro-gramma già fatto da Dio, allora non ci sarebbe più problema.
Invece siamo degli operatori attivi e cresciamo responsabilmente nel Regno di Dio, ricercando umilmente la sua volontà e purificandoci in questa ricerca.
Ciò vale anche per la ricerca di Dio in se stesso, che è cre-scita purificante, faticosa, e se molti arrivano a non credere in Dio, non è perché abbiano più o meno argomenti di noi, ma perché si sono stancati di cercarlo, cioè hanno finito di fare il vero mestiere di uomo che è mettersi di fronte alla verità.
(Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009, 57-58).
Pasqua è…   Credere che anche i ladroni possono andare in Paradiso.
Dico ladroni perché mi pare che aggiungere “buoni” sia pleonastico.
È credere che in tre giorni possono accadere cose che non sono accadute in trenta secoli.
È credere che i soldi non comprano mai nessuno e se lo comprano è per distruggerlo.
È credere che anche gli amici veri possono tradire altri amici veri.
La causa: troppa si-curezza nel reputarsi “veri”.
È accettare di iscrivere il dolore dentro la storia della nostra vita, accettarlo come com-pagno.
C’è un dolore che annulla l’uomo e c’è un dolore che annulla gli errori dell’uomo.
È uscire dalla metropoli e percorrere i sentieri oltre le mura: sentieri di silenzio, faticosi, scoscesi, puliti, stretti.
È credersi Giuda e Pietro, cireneo e soldato, Pilato e Maddalena, sepolcro e giardino, terremoto e sindone, legno e sangue, mors e alleluja.
È smettere di farsi parola per incominciare a farsi pane, vino, mensa, cenacolo, fuoco, amore.
È incontrarsi con il giardiniere e scoprirlo Cristo; incontrarsi con un viandante e sco-prirlo Cristo; incontrarsi con i vecchi compagni e scoprirli Cristo; incontrarsi con i pescato-ri e …mangiare con Cristo.
È asciguarsi il volto pieno di lacrime e …meravigliarsi che dalle lacrime possano nasce-re …le risurrezioni.
(Antonio Mazzi).
Andate presto, andate a dire… Voi che l’avete intuito per grazia correte su tutte le piazze a svelare il grande segreto di Dio.
Andate a dire che la notte è passata.
Andate a dire che per tutto c’è un senso.
Andate a dire che l’inverno è fecondo.
Andate a dire che il sangue è un lavacro.
Andate a dire che il pianto è rugiada.
Andate a dire che ogni stilla è una stella.
Andate a dire: le piaghe risanano.
Andate a dire: per aspera ad astra.
Andate a dire: per crucem ad lucem.
Voi, che lo avete intuito per grazia, correte di porta in porta a svelare il grande segreto di Dio.
Andate a dire che il deserto fiorisce.
Andate a dire che l’Amore ha ormai vinto.
Andate a dire che la gioia non è sogno.
Andate a dire che la festa è già pronta.
Andate a dire che il bello è anche vero.
Andate a dire che è a portata di mano.
Andate a dire che è qui, Pasqua nostra.
Andate a dire che la storia ha uno sbocco.
Andate a dire: liberate, lottate.
Andate a dire che ogni impegno è un culto.
Voi, che lo avete intuito per grazia, correte, correte per tutta la terra a svelare il grande segreto di Dio.
Andate a dire che ogni croce è un trono.
Andate a dire che ogni tomba è una culla.
Andate a dire che il dolore è salvezza.
Andate a dire che il povero è in testa.
Andate a dire che il mondo ha un futuro.
Andate a dire che il cosmo è un tempio.
Andate a dire che ogni bimbo sorride.
Andate a dire che è possibile l’uomo.
Andate a dire, voi tribolati.
Andate a dire, voi torturati.
Andate a dire, voi ammalati.
Andate a dire, voi perseguitati.
Andate a dire, voi prostrati.
Andate a dire, voi disperati.
Andate a dire, comunque sofferenti.
Andate a dire, offerenti-sorridenti.
Andate a dire su tutte le piazze.
Andate a dire di porta in porta.
Andate a dire in fondo alle strade.
Andate a dire per tutta la terra.
Andate a dire gridandolo agli astri.
Andate a dire che la gioia ha un volto.
Proprio quello sfigurato dalla morte.
Proprio quello trasfigurato nella Pasqua.
Oggi, proprio ora, qui andate a dire.
Andate a dire.
Ed è subito pace.
Perché è subito Pasqua.
(Sabino Palumbieri, Via Paschalis, Elledici, 2000, pp.
28-29) Quelli che fanno suonare le campane Qualche mese fa, concludendo la visita pastorale in una parrocchia della mia diocesi, l’ultimo giorno andai in una scuola materna.
C’erano tantissimi bambini di tre o quattro anni che si affollavano stupiti intorno a me: non mi conoscevano, mi vedevano come un personaggio esotico.
La maestra chiese: “Bambini, sapete chi è il vescovo?”.
Tutti diedero delle risposte.
Uno disse: “E’ quello che porta il cappello lungo in testa”; un altro, chissà per quale associazione di immagini, disse una cosa bellissima che a me piacque tanto: “il Vescovo è quello che fa suonare le campane”.
Forse mi aveva visto in processione, al suo paese, in qualche festa accompagnata dal tripudio delle campane.
Il vescovo come colui che fa suonare le campane: è una definizione bellissima, forse poco teologica ma profon-damente umana.
Sarebbe bello che i vostri fedeli, i vostri amici, coloro che vi conoscono, potessero dare di voi una definizione così.
Sarebbe bello che la gente dicesse di tutti noi che siamo “quelli che fanno suonare le campane”: le campane della gioia di Pasqua, le campane della speranza.
(Don Tonino Bello, Parabole e metafore).
I macigni rotolati Ricorrerò alla suggestione del macigno che la mattina di Pasqua le donne, giunte nel-l’orto, videro rimosso dal sepolcro.
Ognuno di noi ha il suo macigno.
Una pietra enorme, messa all’imboccatura dell’anima, che non lascia filtrare l’ossigeno, che opprime in una morsa di gelo, che blocca ogni lama di luce, che impedisce la comunicazione con l’altro.
E’ il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell’odio, della disperazione, del peccato.
Siamo tombe alienate.
Ognuna col suo sigillo di morte.
Pasqua, allora, sia per tutti il rotolare del macigno, la fine degli incubi, l’inizio della luce, la primavera di rapporti nuovi, e se ognuno di noi, uscito dal suo sepolcro, si adopererà per rimuovere il macigno del sepolcro accanto, si ripeterà finalmente il miracolo del terremoto che contrassegnò la prima Pasqua di cristo.
Pasqua è la festa dei macigni rotolati.
E’ la festa del terremoto.
(Don Tonino Bello, Parabole e metafore).
L’affidamento dell’uomo a Dio Nella Pasqua Gesù, da un lato, rivela il mistero dell’amore di Dio per l’uomo; dall’altro, celebra e attua nel modo umanamente più perfetto l’amore, l’obbedienza, l’affidamento dell’uomo a Dio.
L’aspetto singolare, eccezionale, unico del sacrificio pasquale è che la ri-velazione e la celebrazione – attuazione sono una sola cosa, così come nell’essere di Gesù, Dio e l’uomo, pur rimanendo distinti, diventano una sola cosa.
La Pasqua di Gesù, proprio perché è quella manifestazione-celebrazione dell’amore di Dio ora descritta, tende a raggiungere ogni uomo, sia per manifestargli l’amore di Dio, per annunciargli che il suo peccato è perdonato, per dargli speranza di vita e di gioia oltre la sofferenza e la morte, sia per attrarre ogni uomo nello stesso movimento di celebrazione del mistero, di adorazione di Dio, di conformazione alla volontà del Padre che ha animato tutta la vita di Gesù suggellata nella Pasqua.
L’eucaristia è appunto la modalità istituita da Gesù nell’ultima cena per attuare questa intrinseca intenzione salvifica della Pasqua.
(Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, vol.
II: Dalla croce alla gloria, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2007, 91-94).
Questo giorno fatto dal Signore penetra tutte le cose In questo giorno, per opera della risurrezione di Cristo gli inferi aperti restituiscono i morti, la terra rinnovata fa germogliare risorti, il cielo dischiuso accoglie chi sale.
Il ladro-ne sale in paradiso (cfr.
Lc 23,43), i corpi dei santi entrano nella città santa (cfr.
Mt 27,53), i morti ritornano tra i vivi (cfr.
Mt 27,52) e in certo senso tutti gli elementi alla risurrezione di Cristo progrediscono e si innalzano.
Gli inferi rinviano in alto quanti racchiudono, la terra invia al cielo quelli che li ha sepolti, il cielo presenta al Signore quelli che accoglie e, con una sola operazione, la passione del Salvatore innalza dal profondo, solleva dalla terra e colloca nell’alto dei cieli.
La risurrezione di Cristo è infatti vita per i morti, perdono per i peccatori, gloria per i santi.
Il santo David invita dunque ogni creatura a festeggiare la ri-surrezione di Cristo, poiché dice che bisogna esultare in questo giorno fatto dal Signore e rallegrarsi [Sal 117 (118) ,24].
[…] Questo giorno fatto dal Signore penetra tutte le cose, con-tiene il cielo, abbraccia la terra e gli inferi.
La luce di Cristo infatti non è fermata da pareti, non è divisa da elementi, non è oscurata dalle tenebre.
La luce di Cristo, voglio dire, è giorno senza notte, giorno senza fine, splende in ogni luogo, si irradia ovunque, non viene meno in alcun luogo.
Che questo giorno sia Cristo lo dice l’Apostolo: «La notte è avanzata, il giorno è vicino» (Rm 13,12).
La notte è avanzata, è detto e non si dice che segue il giorno; questo affinché tu capisca che al sopraggiungere della luce di Cristo le tenebre del Diviso-re sono messe in fuga e non giunge l’oscurità dei peccati e un perenne splendore scaccia le nebbie del passato, arresta il male che cerca di farsi spazio.
La Scrittura attesta che questo giorno, cioè il Cristo, illumina cielo, terra e gli inferi.
Che risplenda sopra la terra lo dice Giovanni: «Era la vera luce, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo» (Gv 1,9).
Che risplenda negli inferi, lo dice il profeta: «Una luce è sorta per quelli che sedevano nel-l’ombra di morte» (Is 9,2).
Che questo giorno duri in eterno nei cieli, lo dice David: «Stabi-lirò per sempre la sua discendenza e il suo trono come i giorni del cielo» [Sal 88 (89),30].
(MASSIMO DI TORINO, Discorsi 53,1-2, Scrittori dell’area santambrosiana, pp.
250-252).
Auguri di Pasqua Fa’ di me, Signore, un arcobaleno di bene, di speranza e di pace.
Un arcobaleno che per nessun motivo annunci ingannevoli bontà, speranze vane e false immagini di pace.
Un arcobaleno sospeso da Te nel cielo, che annunci il tuo amore di Padre, la risurrezione del tuo Figlio, la meravigliosa azione del tuo Spirito Santo.
(H.
Camera).
LECTIO – ANNO B Prima lettura: Atti 10,34a.37-43 In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «Voi sa-pete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti colo-ro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui.
E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme.
Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai mor-ti.
E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimo-niare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costitui-to da Dio.
A lui tutti i profeti danno questa testimonian-za: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome».
Il brano di oggi inizia con le prime parole del versetto 34 del capitolo 10 e continua col versetto 37 fino al 43, togliendo le parole di Pietro dal loro contesto.
Pietro sta parlando a Cornelio ai suoi congiunti e amici intimi (At 10,24), che lo avevano mandato a chiamare, per ispirazione divina.
Pietro risponde prontamente all’invito, per-ché, per grazia divina, ha capito che i disegni di Dio sulle persone non corrispondono agli schemi umani e che «chi teme e pratica la giustizia è a lui accetto» (At 10,35).
Si tratta quindi di un discorso a dei pagani, ai quali viene annunciato il Cristo morto e risorto, nucleo essenziale della predicazione apostolica.
La missione di Gesù comincia a partire dal battesimo di Giovanni ed è compiuta in Giudea a partire dalla Galilea.
L’autore degli Atti pone la Galilea come una regione della Giudea, che viene intesa come tutto il territorio abitato dagli ebrei.
Politicamente Galilea e Giudea erano separate, pur facendo parte entrambe della provincia romana.
Dio è protagonista della vicenda di Gesù.
Dio stesso ha consacrato (echrisen) in Spirito Santo Gesù (At 10,38 cf.
Is 61,l; Mt 3,16; Lc 4,18).
La parola greca «consacrare» richiama l’appellativo «Cristo» unto, messia in ebraico.
La potenza dello Spirito conferito da Dio fa sì che Gesù passi «beneficando e risanando» (At 10,38).
Più che le parole di Gesù importano i suoi gesti, che rivelano che Dio è con lui.
Gli apostoli e i discepoli, che devono annunciare Gesù morto e risorto, sono investiti del dovere della testimonianza «di tutte le cose da lui compiute» (At 10,39).
«Essi lo uccisero, appendendolo alla croce».
La versione usata dalla liturgia sembra dare per scontato che gli uccisori di Gesù sono stati i giudei, mentre i responsabili ultimi della sua morte erano i capi romani, i soli che potevano comminare la pena di morte, come Cor-nelio, che era un centurione romano, ben sapeva.
E i Romani non avevano nessuna inten-zione di derogare alle loro prerogative o il loro potere; essi avevano tutta la forza per deci-dere anche contro il parere dei giudei.
Per amore di quieto vivere e per una certa intelli-genza politica, essi cercavano la collaborazione in loco; essi lasciavano una certa libertà al Sinedrio, a patto naturalmente che non fosse di intralcio, ma servisse da intermediario fra il potere e il popolo.
È molto importante aver presente la reale situazione storica, per non ricadere anche involontariamente nell’assurda denuncia dei giudei «deicidi», denunciata apertamente come erronea dalla chiesa cattolica a partire dal concilio Vaticano II (cf.
Nostra Aetate n.
4 e relativi documenti di applicazione della commissione pontificia per i rapporti religiosi con gli ebrei del Segretariato per l’unità dei cristiani — ora consiglio pontificio — Orientamenti …e sussidi).
Dio ha risuscitato Gesù il terzo giorno ed è sua volontà che non apparisse a tutto il po-polo, ma solo ad alcuni testimoni particolari, da lui stesso scelti (At 10,41).
A questi pochi è stato concesso di mangiare e bere con lui, dopo la risurrezione dei morti.
Essi e coloro che credono sulla loro parola formano la catena della tradizione e, di generazione in genera-zione, predicano la sua risurrezione.
«Vi ho trasmesso, quello che ho ricevuto, dice Paolo, che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, e che fu sepolto, e fu risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e poi ai dodici…
(1 Cor 15,3,5).
Gesù è costituito, grazie alla sua risurrezione e glorificazione, «giudee dei vivi e dei morti».
Coloro a cui egli è apparso dopo la risurrezione hanno il dovere di predicarlo.
A questo annuncio si riallaccia la predicazione della conversione (cf.
Mc 1,15) a cui sono invi-tati coloro che crederanno nel suo nome e che in suo nome riceveranno per dono di Dio la remissione dei peccati.
«A lui tutti i profeti danno questa testimonianza» (At 20,43): si fa un breve accenno all’ar-gomento della testimonianza profetica, che però non viene svolto, trattandosi di un udito-rio pagano.
Tuttavia è sintomatico che non venga omessa del tutto la menzione della con-tinuità tra l’Antico Testamento e il Nuovo, assicurata dalle predizioni profetiche» (CARLO MARIA MARTINI, Nuovissima versione della Bibbia, 37, edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 199510 174, n.
17).
Seconda lettura: Colossesi 3,1-4 Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra.
Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifesta-to, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.
I versetti che leggiamo oggi danno inizio alla parte parenetica della lettera.
I cristiani col battesimo (Col 2,11-13,20) sono «risorti con Cristo», sono rinati a vita nuova, devono quindi vivere secondo questa nuova situazione.
«Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù» (Col 3,1).
Queste cose sono le virtù con-trarie ai vizi, che vengono enumerati dopo (Col 3,5-6.9).
I cristiani, infatti, sono già risorti col Cristo e sono là dove egli è, ma in modo nascosto; la loro gloria, come quella del Cristo si manifesterà nel giorno della rivelazione definitiva.
Per ora vale l’esortazione a manife-stare questa gloria attraverso una vita di rettitudine e di carità (Col 3,12-14).
Vangelo: Giovanni 20,1-9 Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e an-dò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal se-polcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recaro-no al sepolcro.
Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro.
Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma av-volto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro di-scepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.
Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Esegesi Gli evangelisti sinottici parlano delle donne che si recano al sepolcro di buon mattino per compiere i riti sul cadavere di Gesù; Giovanni incentra l’attenzione su una donna par-ticolare: Maria di Magdala.
Ella trova la pietra rimossa e ne deduce che il corpo è stato tra-fugato e corre ad avvertire Pietro e il discepolo prediletto, che la tradizione identifica con l’evangelista Giovanni.
Questi si portano immediatamente al sepolcro, al quale giunge per primo il discepolo più giovane.
Egli da uno sguardo fugace all’interno, vede le bende abbandonate, ma, per deferenza verso il più anziano, non entra e lo aspetta sulla soglia.
Pietro entra nella cella mortuaria e vede le bende e il sudario «avvolto» a parte.
Il vangelo di Giovanni non parla delle sue reazioni.
Luca (24,12) dice che tornò indietro pieno di stupore (thaumazo in greco, verbo che indica grande perplessità).
«Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette» (Gv 20,8).
Che cosa vide? non è il vedere di Tommaso (Gv 21,29), ma il vedere interiore.
Egli di fronte al sepolcro vuoto non pensa, come la Maddalena, che hanno trafugato il cadavere o non sospende il giudizio come Pietro, ma crede sulla Parola di Gesù, a sua volta fondata sulla tradizione delle Scritture ebraiche.
Il frutto della comprensione delle Scritture è il credere; non, però, un frutto «automatico», ma dono dello Spirito, che raggiunge le perso-ne in modo misterioso ed è accolto da ciascuno in maniera diversa.
Anche la Maddalena e Pietro avevano avuto comunanza con Gesù e conoscevano le Scritture, ma a loro non basta ancora per credere dinanzi al sepolcro vuoto.
Essi «non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti» (Gv 20,9).
Meditazione Può sorprendere la scelta della liturgia di interrompere la lettura dell’evangelo secondo Giovanni al v.
9.
In tal modo, in questa domenica di Pasqua non viene proclamato il rac-conto di una manifestazione personale del Risorto.
Eppure il capitolo 20 di Giovanni de-scriverà nei versetti seguenti alcuni di questi incontri: dapprima la manifestazione a Maria di Màgdala, poi quella ai discepoli nel Cenacolo, infine, otto giorni dopo, ancora nel Cena-colo, il riconoscimento da parte dell’incredulo Tommaso.
Tuttavia, nel brano scelto per questa domenica di Risurrezione, il Signore ancora non si rivela e non viene ricono-sciuto.
Nonostante questa reticenza, la scena, avvolta ancora in una misteriosa penombra (è già mattino, ma ancora buio, v.
1), inizia a essere rischiarata dalla fede del discepolo che Gesù amava (v.
2), il quale «vide e credette» (v.
8).
Basta davvero poco alla fede e all’amore di questo discepolo per giungere a credere.
Egli gode già della beatitudine di coloro che «non hanno visto e hanno creduto» (Gv 20,29).
O meglio, credono perché sanno vedere dei segni e interpretarli nella luce delle Scritture, come ricorderà la finale di questo capitolo, che con ogni probabilità è anche la conclusione della redazione più antica del quarto vangelo: «Ge-sù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro.
Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e per-ché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,30-31).
Per credere e avere vita nel nome di Gesù occorre riconoscere dei ‘segni’ che sono ‘scrit-ti’, dunque mediati e interpretati da una parola, oltre che dalla fede di coloro che ce li han-no consegnati attraverso la loro testimonianza.
La disponibilità a interpretare dei segni nella luce delle Scritture, come pure, circolarmente, ad ascoltare le Scritture lasciando che siano interrogate dai segni, conduce alla fede.
Tale è anche l’esperienza del Discepolo ama-to: vede alcuni segni, che da soli però non sono sufficienti ad accendere la fede nella risur-rezione; occorre anche ascoltare e comprendere la Scrittura (v.
9).
D’altro canto, si com-prende davvero la Scrittura quando le si consente di interpretare i segni e di farceli leggere in modo nuovo.
Quelli che in primo momento potevano sembrare nient’altro che la testi-monianza di un’assenza o di un trafugamento, sono al contrario l’annuncio di una presen-za definitiva, che nulla e nessuno potrà più eliminare dall’orizzonte della nostra esperien-za.
Non un trafugamento, ma un dono.
«Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto», grida la disperazione di Maria di Màgdala.
Anche lei do-vrà giungere a vedere e a credere che Gesù non è stato portato via, ma ci è stato donato in modo nuovo e definitivo.
Ora è ‘posto’ nella sua vera dimora: la comunione di vita con il Padre e con tutti i suoi fratelli.
Là potrà essere di nuovo incontrato e riconosciuto, non per trattenerlo per sé, ma per accoglierlo e testimoniarlo come dono di perdono, di riconcilia-zione, di vita per tutti.
Non soltanto un sepolcro di morte, ma nessun altro ‘posto’ potrà ora rinchiudere il Risorto, che è consegnato a tutti, come il Vivente e il Signore di ogni cre-atura che in lui trova vita, senso, libertà.
Iniziamo così a intuire la bellezza e la profondità della scelta operata dalla liturgia della parola in questa domenica.
Anche noi, insieme a Maria, a Pietro, al Discepolo amato, sia-mo condotti a vedere alcuni segni e ad ascoltare alcune parole affinché possiamo aprirci alla fede e riconoscere la presenza del Vivente in mezzo a noi.
Il vangelo non ci racconta un incontro, ci offre però una traccia preziosa per giungere a una relazione personale con il Risorto.
L’incontro che non viene narrato dischiude così lo spazio per il nostro incontro personale.
Come giungere dunque, insieme al Discepolo amato, a vedere e a credere? Occorre anzitutto mantenere vivo un legame di amore con il Signore, una memoria gra-ta della sua parola e dei suo gesti, della rivelazione del volto di Dio e del volto dell’uomo che egli ci ha offerto nella concretezza della sua vita e della sua storia.
Il verbo ‘correre’ ri-torna con frequenza nel racconto: corre Maria, corrono soprattutto Pietro e l’altro discepo-lo.
Non è solo la sorpresa, la curiosità o l’incapacità di comprendere a farli correre; più an-cora è il legame d’amore che, nonostante la morte, continua ad attrarli verso il loro Signo-re.
Sperimentano un’assenza, a motivo di quel corpo privo di vita che sanno rinchiuso in un sepolcro di morte, ma non viene meno la loro appartenenza a quell’uomo e alla sua sto-ria.
Che sia proprio l’amore e non altro a farli correre, l’evangelista ce lo ri-corda mostran-do che è il Discepolo amato a correre più veloce e a giungere prima di Pietro.
Giunti al sepolcro la prima cosa che si scorge è la pietra ribaltata.
Più che una tomba vuota, vedono un sepolcro ‘aperto’.
Il termine greco che Giovanni usa per designare il se-polcro – mnemeion – deriva dal verbo mimnesko, «ricordare».
È un memoriale, ma ora ‘aper-to’.
Anziché custodire un passato, si apre al futuro.
Ben oltre il legame del ricordo, d’ora in poi dovrà essere una relazione viva e personale a unire i discepoli al loro Signore.
Ne po-tranno riconoscere il volto e penetrare appieno l’identità solo comprendendo che egli è co-lui che apre i sepolcri, che vince la morte, che garantisce un futuro di speran-za.
Le sue pa-role, i suoi gesti, la sua vicenda storica potranno essere ora ricordati in modo del tutto di-verso; non semplicemente come una sapienza umana o religiosa, ma come la promessa di una vita che ci viene donata in modo definitivo, senza che nulla più ce la possa sottrarre, senza che niente possa più separarci dal Vivente! Entrando in quel sepolcro, come fanno Pietro e Giovanni, non si trova più un corpo pri-vo di vita, ma i teli e il sudario che lo avevano avvolto, senza poterlo imprigionare per sempre nella loro morsa senza speranza.
Non solo in quel sepolcro, ma ogni volta che una persona entrerà nel mistero della morte, incontrerà ora, grazie al dono del Risorto, dei teli e un sudario dai quali sarà liberata, che potrà lasciare lì, senza rimanerne avvin-ghiata per sempre.
Certo, in prima battuta quei panni piegati testimoniano che il corpo di Gesù è assente dal sepolcro non perché trafugato, come in un primo momento aveva pensato Maria.
Non si può portare via un corpo e lasciare ben piegata la sindone che lo avvolgeva.
Annunciano però un mistero più profondo, che solo una fede alimentata dall’amore e illuminata dall’a-scolto delle Scritture giunge a vedere.
Ogni vero discepolo ama, vede, ascolta le Scritture e crede.
«La Scrittura da un corpo al Risorto.
Origene l’aveva compreso quando aveva indi-viduato quattro incorporazioni del Logos: in Gesù di Nazaret, nella Scrittura, nell’eucari-stia e nella Chiesa.
Scomparso il corpo di Gesù di Nazaret, il corpo della Scrittura intervie-ne per primo a conferirgli il suo contenuto intelligibile e simbolico per la fede» (Y.
Simo-ens).
Siamo anche noi sollecitati a vivere questo cammino: amare e cercare il Signore, anche quando sembra farsi assente; mantenere vivo il legame con lui attraverso il ricordo delle sue parole e dei suoi gesti; lasciarci attrarre e condurre in una fedele appartenenza; aprire il ricordo e trasformarlo nell’attualità di una presenza; ascoltare le Scritture per interpreta-re i segni dello Spirito nella nostra vita e della nostra storia.
Vivendo una ricerca nutrita di questi atteggiamenti dischiuderemo lo spazio perché il Risorto stesso possa venire, incon-trarci personalmente, chiamarci per nome.
Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica   – oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006.
– Comunità monastica Ss.
Trinità di Dumenza, La voce, il volto, la casa e le strade.
Quaresima e tempo di Pasqua, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009, pp.
71.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
– J.M.
NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino.
Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003.

Il triduo Pasquale:

LECTIO – ANNO B Prima lettura: Isaia 52,13-53,12 Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente.
Come molti si stupirono di lui – tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo –, così si meraviglieranno di lui molte nazioni; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, poiché vedranno un fatto mai a essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito.
Chi avrebbe creduto al nostro annuncio? A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore? È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere.
Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca.
Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua posterità? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per la colpa del mio popolo fu percosso a morte.
Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza né vi fosse inganno nella sua bocca.
Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità.
Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha spogliato se stesso fino alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli.
I carmi del «Servo di JHWH» segnano una svolta nel messianismo biblico.
L’affermazione monarchica aveva fatto pensare che la salvezza escatologica potesse venire da un eventuale discendente della famiglia regale (cf 2Sam 7,12-14).
La figura del re davidico compare nei salmi e nei profeti e servirà ad accendere l’immaginazione popolare verso un grande futuro, che si rivelerà ben presto illusorio.
Con l’esilio le speranza riposte nella dinastia e nel dinasta davidico vanno attenuandosi e al suo posto subentra la figura di un martire ideale che sopporta afflizioni e pene per l’intera nazione.
Una figura insolita che non farà mostra di potenza ma di umiltà e di mansuetudine; non trionferà sui nemici con la forza delle armi anzi sarà deriso umiliato, sconfitto.
Egli ritrae in concreto le sofferenze del popolo d’Israele nella sua amara esperienza dell’esilio.
Sulle rive del Chebar, in terra straniera nasce una nuova scuola di spiritualità, un nuovo modo di pensare e di impostare i rapporti con Dio e con i propri simili, i connazionali e gli altri, fatto di remissività, di abbandono e di perdono.
Occorreva farsi umili davanti a Dio come lo si era diventati davanti alle genti e con tale atteggiamento da poveri, mendichi alzare il volto verso l’alto con fiducia.
Non era importante offrire a Dio doni, quanto semmai mostrargli le proprie mani vuote e, bisognose di essere riempite dalle sue elargizioni.
I «poveri in spirito» sono nati nell’esilio e fanno sentire la loro voce in molti salmi (I salmi dei poveri) e tra di essi vi sono anche i «Carmi del servo di JHWH», l’ideale che Gesù ritiene dovere incarnare nella sua vita più che quello del discendente davidico.
Infatti respingerà le insinuazioni di grandezza, di potenze come istigazioni salamene (Mt 4,1-11), fuggirà quando vorranno farlo re (Gv 6,15), e respingerà come diabolico il suggerimento di Pietro di evitare a scansare la passione (Mt l6,23).
Perché umile e indifeso, sarà facilmente catturato e vinto, ma per questa sconfitta conseguirà la vittoria.
«Non doveva il Cristo patire è così, cioè e per questo motivo, entrare nella gloria», ricorda il misterioso viandante ai discepoli di Emmaus (Lc 24,26).
Perché si è umiliato fino alla morte di croce Dio l’ha esaltato al di sopra di ogni potestà, ribadisce l’autore dell’inno presente nella lettera agli Efesini (2,1-11).
Seconda lettura: Ebrei 4,14-16; 5,7-9 Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede.
Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato.
Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno.
[Cristo, infatti,] nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito.
Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.
Il testo di Ebr 5,7-9 riassume l’esperienza del Getsemani nei termini più drammatici di tutto il nuovo Testamento.
L’autore chiama la passione di Gesù «i giorni della sua carne».
Nel linguaggio biblico il termine basar (carne) denota l’aspetto maggiormente precario più vulnerabile dell’essere umano: uno stato di «debolezza» (5,2) più che di forza, simboleggiata quest’ultima dallo «spirito».
La «carne è debole» ricorda Gesù nel Getsemani (Mt 26,41) e intendeva far riferimento anche alla condizione di panico e di ansietà che stava attraversando nel suo animo.
La passione metteva alla prova anche Gesù.
La sconfitta imminente, l’abbandono degli amici e, sembrava, anche del Padre (Mc 15,34) provocavano uno stato di insicurezza interiore che lo facevano tremare.
Per questo, l’autore parla di «preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime» per ridire il suo stato di vera, estrema angoscia.
Le semplici parole dei sinottici «passi da me questo calice» lo esprimono con maggiore concretezza e forse obiettività.
Davanti allo spettro della morte Gesù non rimane impavido, ma atterrito e non trova altro scampo che volgere il pensiero al Padre.
L’autore non ricorda che cosa egli dice ma certamente parole di comprensione e di soccorso.
La frase «Dio che poteva salvarlo da morte» lascia capire quale possa essere stato l’oggetto della sua preghiera.
La morte sopraggiungerà egualmente, ma l’autore afferma che ciò nonostante «venne esaudito».
La vera vittoria non era quella di evitare la morte, ma di saperla accettare; l’importante non era sconfiggere i nemici, ma superare le reazioni che si annidavano nel suo animo: la volontà di fuga davanti al dolore e alla croce, la possibilità di cedere e di arrendersi.
Era ciò che a Gesù stava a cuore; non di evitare ma di superare la dura prova che la missione profetica gli stava riservando.
E Gesù fu esaudito per la sua riverenza, pietà, fiducia in Dio.
Pregare è un atto di fede, ma occorre anche essere pronti ad accogliere qualsiasi risposta, sapendo che tutto ciò che Dio dispone è tutto quello che egli può dare, quello che è più opportuno per la creatura, maggiormente rispondente al suo disegno.
Gesù è stato sempre un «figlio» ubbidiente, ma ha dovuto anche apprendere a quale prezzo a volte l’ubbidienza è subordinata.
Vangelo: Giovanni 18,1-19,42 – Catturarono Gesù e lo legarono In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cèdron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli.
Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli.
Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi.
Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?».
Gli risposero: «Gesù, il Nazareno».
Disse loro Gesù: «Sono io!».
Vi era con loro anche Giuda, il traditore.
Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra.
Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?».
Risposero: «Gesù, il Nazareno».
Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io.
Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato».
Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro.
Quel servo si chiamava Malco.
Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?».
– Lo condussero prima da Anna Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno.
Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo».
Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo.
Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote.
Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta.
Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro.
E la giovane portinaia disse a Pietro: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?».
Egli rispose: «Non lo sono».
Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.
Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento.
Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto.
Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto».
Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?».
Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male.
Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?».
Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.
– Non sei anche tu uno dei suoi discepoli? Non lo sono! Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi.
Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?».
Egli lo negò e disse: «Non lo sono».
Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?».
Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.
– Il mio regno non è di questo mondo Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio.
Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua.
Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?».
Gli risposero: «Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato».
Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra Legge!».
Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno».
Così si compivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire.
Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?».
Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?».
Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me.
Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?».
Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re.
Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità.
Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?».
E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna.
Vi è tra voi l’usanza che, in occasione della Pasqua, io rimetta uno in libertà per voi: volete dunque che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?».
Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!».
Barabba era un brigante.
– Salve, re dei Giudei! Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare.
E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora.
Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!».
E gli davano schiaffi.
Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna».
Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora.
E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».
Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!».
Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa».
Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».
All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura.
Entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: «Di dove sei tu?».
Ma Gesù non gli diede risposta.
Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?».
Gli rispose Gesù: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto.
Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande».
– Via! Via! Crocifiggilo! Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà.
Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare».
Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà.
Era la Parascève della Pasqua, verso mezzogiorno.
Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!».
Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!».
Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?».
Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare».
Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.
– Lo crocifissero e con lui altri due Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo.
Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei».
Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco.
I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”».
Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto».
– Si sono divisi tra loro le mie vesti I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato –, e la tunica.
Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo.
Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca».
Così si compiva la Scrittura, che dice: «Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte».
E i soldati fecero così.
– Ecco tuo figlio! Ecco tua madre! Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!».
Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!».
E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete».
Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca.
Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!».
E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
– E subito ne uscì sangue e acqua Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via.
Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui.
Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.
Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate.
Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso».
E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».
– Presero il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli insieme ad aromi Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù.
Pilato lo concesse.
Allora egli andò e prese il corpo di Gesù.
Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di áloe.
Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura.
Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto.
Là dunque, poiché era il giorno della Parascève dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.
Esegesi Il «racconto» della passione secondo Giovanni è totalmente diverso da quello dei sinottici (Mc-Mt-Lc).
Il quarto evangelista ricorda occasionalmente i patimenti di Gesù; di fatti descrive il suo cammino trionfale verso il trono della sua gloria.
Il titolo è dato già in 12,32: «quando sarò esaltato da terra trarrò tutti a me».
Nel Getsemani invece di essere prostrato dal dolore, sopraffatto dall’agonia (cf.
Mc 14,33-34) Gesù si erge contro i suoi avversari prostrandoli a terra (18,6).
In Marco è lui a cadere su se stesso sopraffatto dal dolore e dallo spavento; qui sono i suoi nemici folgorati dalla sua maestà.
Un’intera corte e le guardie dei giudei indietreggiano e finiscono a terra quando dice: «Sono io».
Gesù accetta sì il «calice» che il padre gli ha preparato ma da «Signore» più che da vittima.
Il processo davanti ad Anna (18,18-24) e a Pilato (18,28-40) è sostenuto da Gesù dignitosamente.
Sembra egli il giudice più che il reo.
Pur incatenato è sempre a testa alta di fronte agli accusatori e alle accuse.
Non ha paura di rispondere al sommo sacerdote come il reagire contro il servo che l’ha ingiustamente schiaffeggiato mentre i sinottici riferiscono solo gli scherni e gli insulti che ha ricevuto e danno più rilievo al comportamento degli avversari che all’atteggiamento di Gesù.
L’interrogatorio da parte di Pilato serve a mettere in rilievo l’innocenza di Gesù e la sua supremazia sul giudice e sugli accusatori.
Egli è la «verità» in persona e cerca di raggiungere persino lo stesso procuratore romano e quelli che l’attorniano dato che quelli a cui era prima di tutti destinata la rifiutano come rifiutano il loro re per sottostare a Cesare.
Il «re dei giudei» di cui i soldati mettono in scena una sua simbolica intronizzazione è proposto a Barabba, un rivoltoso quindi un partigiano, ma per Giovanni è semplicemente un «ladro».
La scena centrale del racconto della passione di Giovanni è quando il funzionario romano fa uscire Gesù dall’interno del pretorio, lo fa sedere su uno sgabello alla vista di tutto il popolo e pronuncia le fatidiche parole: «Ecco l’uomo!» ( 19,14).
L’evangelista nota il giorno (la «parasceve» ossia della preparazione alla Pasqua), l’ora «sesta», ossia verso le dodici) e il luogo (Lithostron).
Pilato non si rende conto di ciò che sta facendo; senza volerlo egli sta compiendo un gesto altamente profetico: emette un pronunciamento che avrebbero dovuto emettere le autorità religiose d’Israele.
In tutti i modi è un riconoscimento ufficiale della messianità di Gesù che viene più sicuramente da Dio quanto più è estraneo alle intenzioni di chi lo pronuncia.
Quando Caifa aveva proclamato che era opportuna la morte di Gesù per salvare tutta la nazione, Giovanni commenta che pronunciò una profezia a sua insaputa (11,51); la stessa cosa pensa ora, anche se non lo dice espressamente, del gesto di Pilato.
Solo così si spiega il rilievo che gli accorda.
La maggior parte degli esegeti interpretano il verbo ekathisen in senso intransitivo e quindi lo riferiscono a Pilato che si «siede» sul seggio del giudice; solo che il termine bêma (seggio) è senza articolo e sta più per «uno scanno» qualunque che per la sedia del tribuno.
In tutti i modi con questo simbolico insediamento o senza di esso è indiscutibile per Giovanni che Gesù più che processato è riconosciuto persino dal procuratore il re messianico che gli israeliti attendevano.
Non solo non c’è alcuna condanna sul suo conto, ma c’è il pubblico riconoscimento della sua reale dignità da parte della persona più impreparata a farlo, quindi è ancora più autentico.
Il viaggio di Gesù al luogo del supplizio è senza traumi; egli avanza «portandosi la croce» come uno stendardo.
Non c’è alcun cireneo ad aiutarlo; come non ci sono segni di sofferenza o di stanchezza quando è sulla croce, non riceve alcuna droga («vino e mirra», non grida, non si raccomanda al Padre ma conserva il pieno dominio di sé e il controllo della situazione.
La croce non può essere né cancellata né dimenticata, ma è più un trono, un luogo regale che un luogo di tormenti.
La scritta che Pilato ha fatto apporre al vertice lo conferma.
Gesù è il re dei giudei e già fa sentire il peso della sua autorità; da le sue ultime disposizioni; consegna alla madre il discepolo prediletto e viceversa (19,26-27); dà compimento agli ultimi oracoli profetici (la spartizione delle vesti, il sorteggiamento della tunica, il dissetamento mediante l’aceto invece che con l’acqua, come aveva predetto il Sal 69,22) e quando aveva portato tutto a compimento, attuata quindi in pieno la sua missione, come un martire ma anche come un eroe vittorioso, lascia partire il suo spirito.
La frase giovannea «consegnò lo spirito» è volutamente ambivalente.
Dietro il significato abituale, morire, ce n’è uno più recondito: trasmise lo Spirito sugli stanti, quindi dà corso alla sua attività salvifica.
Poco dopo, in occasione della trafittura del costato, l’evangelista annota che ne «uscì sangue ed acqua».
Se il sangue richiama la passione, la morte, l’acqua riporta alla promessa dello Spirito santo fatta nel giorno della festa dei tabernacoli (Gv 7,39).
«Chi ha sete venga a me e beva.
Disse questo dello Spirito che stavano per ricevere quelli che avevano creduto in lui, ma lo Spirito non veniva ancora accordato perché Gesù non era stato ancora glorificato» (ivi).
Ma ora dalla croce lo può già effondere, anche se la donazione piena, ufficiale comincia la sera di pasqua quando nel cenacolo si presenta ai suoi, alita su di loro e dice: «Ricevete lo Spirito santo» (20,22).
I corpi dei condannati a morte venivano gettati nella fossa comune dei malfattori, ma gli evangelisti si sono preoccupati di evitare a Gesù questa umiliazione e gli accordano una onorata sepoltura.
Anzi Giovanni menziona la bende, gli aromi e prima ancora la mirra recata in abbondanza da Nicodemo; la sepoltura non è affrettata, ma secondo tutte le regole giudaiche.
I sinottici parlano del sepolcro nuovo (Mt 27,60) Giovanni aggiunge che era in un «giardino», traduzione dell’ebraico gan, il luogo dove Dio aveva collocato il primo uomo dopo la creazione avvenuta nell’adamah o terra arida.
Gesù non è entrato perciò nel regno della morte, ma della vera vita; il paradiso delle origini da cui l’uomo era stato espulso si è finalmente riaperto grazie alla sua opera.
La storia stava riprendendo il corso impostale dal creatore.
Meditazione La liturgia del Venerdì santo, celebrando la passione del Signore, mette al centro dello sguardo credente la Croce, che viene svelata e mostrata.
Alla sua estensione segue l’adorazione.
Questa terminologia, per quanto tradizionale, non è del tutto esatta; può rischiare anzi di essere fuorviante.
Non si adora infatti né la Croce, né la morte di Cristo in se stessa, ma la sua persona e ciò che la sua persona crocifissa significa per noi: la rivelazione insuperabile dell’amore di Dio che ci salva.
Il racconto della Passione, che ogni anno in questo giorno ascoltiamo secondo il vangelo di Giovanni, ci offre lo sguardo giusto con cui guardare alla Croce, posta al centro di questa celebrazione liturgica.
I tre annunci della passione, che nei sinottici scandiscono il cammino di Gesù verso Gerusalemme, nel quarto vangelo sono sostituiti dai tre annunci dell’’innalzamento’ (Gv 3,14-15; 8,28; 12,32).
Il Cristo crocifisso è ‘elevato’ e la sua elevazione significa per Giovanni che gli uomini dispersi sono nuovamente riuniti, perché attratti insieme verso di lui.
Riletti in modo sintetico, questi annunci consentono di individuare almeno tre doni che Colui che è innalzato sulla Croce offre agli uomini nella sua Pasqua.
Perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna: l’Innalzato comunica la vita eterna, cioè la vita stessa di Dio, il mistero di amore e di comunione che nello Spirito sussiste tra il Padre e il Figlio.
Essere attratti a lui significa perciò entrare nel mistero della vita stessa di Dio che ci vie- ne donata.
Saprete che Io Sono: l’Innalzato costituisce la piena rivelazione del volto di Dio che traspare nella carne umiliata di Gesù.
Essere attratti a lui significa perciò giungere a una conoscenza più profonda del mistero di Dio che proprio nella Pasqua si rivela.
Attirerò tutti a me: l’Innalzato consente di vincere ogni nostra dispersione, creando legami di comunione con Dio e tra di noi.
Essere attratti significa perciò entrare in comunione con il Crocifisso perché da questa fonte possano scaturire anche rapporti di riconciliazione e di amore tra di noi.
Potremmo ridire tutto ciò con un’immagine.
La liturgia mostra oggi la Croce invitandoci a contemplarla.
Fissiamo così lo sguardo sulla verticalità del Crocifisso, innalzato tra cielo e terra, con le braccia distese orizzontalmente in un ampio abbraccio.
Nell’incrocio di questa verticalità e di questa orizzontalità la Croce disegna il duplice slancio con cui Gesù ha vissuto la sua ora.
Nel movimento verticale possiamo riconoscere una caduta/abbassamento cui corrisponde un innalzamento (a essere elevato da terra è infatti proprio colui che ha accettato di cadere nella terra per morirvi come un seme, secondo Gv 12,20-33); nel movimento orizzontale c’è un dono, o una consegna di sé, cui corrisponde un’attrazione.
O meglio, più che corrispondersi, i diversi movimenti avvengono l’uno dentro l’altro.
Il Cristo è innalzato perché ha accettato di essere umiliato; il Cristo ci attrae a sé perché ha consegnato per noi la sua vita.
È questo dono di sé che diventa la vera ‘calamità’ che ci attrae, così come l’accettazione di vivere un cammino di abbassamento, di umiliazione, fino alla croce, addirittura fino agli inferi, diviene la grande ‘calamità’ che lo innalza verso l’alto e verso il Padre.
A essere elevato dalla terra è proprio il seme che vi è caduto per marcirvi.
Muore nella terra per non rimanere solo; viene elevato dalla terra per attrarre tutti a sé.
Morte e vita, umiliazione e innalzamento, solitudine e comunione costituiscono sempre un unico e indivisibile movimento.
L’unica ora di Gesù.
Il racconto della Passione secondo Giovanni ci ricorda con forza che il luogo di questa attrazione è il costato aperto, il fianco trafitto da cui sgorga sangue e acqua.
«Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19, 37).
Nei racconti sinottici è il velo del tempio a squarciarsi per significare il pieno accesso al mistero di Dio, reso possibile anche per il peccatore.
Non sussiste più separazione di sorta: siamo in comunione con Dio.
In Giovanni non quello del tempio, ma è il velo stesso della carne di Gesù a essere squarciato.
Essere attratti significa entrare nello spazio di questo costato aperto, che è lo spazio dell’amore che si consegna, dello Spirito che si effonde.
Come ha scritto von Balthasar, l’ultimo grande segno nell’evangelo di Giovanni è il cuore aperto che diviene insieme spazio di rivelazione e di comunione.
Sulla croce la rivelazione di Dio diviene un cuore aperto in cui dimorare.
Nel Cristo di Velàzquez Miguel de Unamuno commenta con questi versi il costato trafitto: Ecco la bocca che la lancia aperse perché col sangue la passione parlasse, serrata l’altra bocca.
Quando la bocca di Gesù viene serrata dalla morte è il suo costato a divenire bocca aperta, da cui esce la parola definitiva di Dio, che salva, attrae, ci consegna, crea comunione.
Giovanni scrive con precisione: «volgeranno lo sguardo verso colui che hanno trafitto».
Questo futuro ci coinvolge in prima persona.
Il testo greco ha una sfumatura da non lasciar cadere.
«Guardare verso» è detto con una preposizione che suggerisce l’idea di un guardare ‘dentro’, un ‘entrare in’.
Alcuni anni fa il Cardinale Martini, nella sua lettera pastorale Quale bellezza salverà il mondo?, suggeriva di entrare nei sentimenti del Figlio, e da qui, dal segreto della sua vita, conoscere veramente il volto del Padre.
Il cuore della esistenza di Gesù è tutto racchiuso in quel sangue e in quell’acqua che fuoriescono dal suo costato trafitto, segno di una vita che si dona totalmente per comunicare anche a noi la vita stessa di Dio, il suo Spirito, il suo amore, che rimane in noi e diviene possibilità di amarci come lui ci ha amati.
Sangue e acqua, insieme, inseparabilmente.
C’è un famoso detto di un padre del deserto, Longino, che afferma: «Da’ il sangue e prendi lo Spirito».
Dare sangue allude a ogni gesto della nostra vita in cui sappiamo far vivere in noi l’amore di Cristo, divenendo disponili al dono di noi stessi, unificando in questa logica la no-stra obbedienza, la nostra libertà, il nostro desiderio.
Solo dimorando in questo mistero, avendo in noi gli stessi sentimenti del Figlio, possiamo vedere il volto del Padre e ricevere il dono del suo Spirito.
Nel suo essere frutto della terra e del lavoro dell’uomo, della natura e della cultura, il pane esprime il bisogno, ciò che davvero è necessario per vivere.
Non a caso la parola «pane» indica cibo essenziale e non superfluo: quando diciamo che «non c’è pane», evochiamo fame e carestia, cosi come del fenomeno migratorio non c’è spiegazione più tragicamente semplice dell’evidenza che sempre gli affamati corrono verso il pane perché il pane non corre dove c’è la fame.
Una corsa, quella cui assistiamo oggi – dalle sponde meridionali a quelle settentrionali del Mediterraneo – che segue il percorso compiuto proprio dalla cultura del pane quasi cinquemila anni fa.
Pane, allora, anche come cifra della nostra capacità di condivisione, della nostra disponibilità o meno a spezzarlo perché tutti ne possano avere, pane che, secondo i racconti evangelici, basta per tutti solo quando è spezzato e condiviso.
E la civiltà del Mediterraneo ha sempre accostato al pane un altro frutto della terra e del lavoro umano: il vino.
Anche qui, il gratuito accanto all’essenziale, il dono accanto al necessario, la gioia accanto alla sostanza: il pane fa vivere, il vino dà gusto alla vita; il pane ritempra le forze, il vino rallegra il cuore; il pane fa corpo con il lavoro, il vino ne addolcisce le fatiche.
Pane e vino sulla tavola sono lì a ricordarci la grandezza dell’uomo e a interpellare la nostra sensibilità: quanta fatica e quanta speranza sono raccolti in quei due semplici alimenti, quanti volti appaiono dietro di loro! Il contadino e il mugnaio, il fornaio e il vignaiolo, e poi il bottaio e il mercante, le loro famiglie e i loro bambini, le ansie e le speranze di un anno, le grida della vendemmia e i canti della mietitura, il silenzio delle cantine e dei granai, il rumore della mola e il pigiare nei tini …
E ora sono lì, raccolti sulla nostra tavola, a narrarci la qualità della nostra umanizzazione, a interpellarci su chi siamo e su come desideriamo che sia il nostro mondo.
Forse anche per questo, come ha giustamente osservato Predrag Matvejevié, «la storia della fede e quella del pane hanno spesso strade parallele o contigue o simili».
Non a caso nell’ebraismo e nel cristianesimo il pane e il vino sono elementi essenziali della liturgia per eccellenza, il memoriale della Pasqua.
Anche se ormai pochi ci fanno caso, ogni volta che le comunità cristiane si riuniscono per celebrare il grande mistero della loro fede lo fanno con il pane e il vino disposti su una mensa che i cristiani chiamano la «tavola del Signore».
È cosi che mettono davanti a Dio tutta la creazione, tutto l’universo fisico, sintesi di ciò che vive, e insieme il lavoro dell’uomo, sintesi della fatica, della tecnica, della scienza, della capacità di abitare il mondo.
E con spirito di profezia compiono sul pane e sul vino il gesto compiuto da Gesù, promessa di trasfigurazione di questo mondo e delle loro vite nella vita del loro Signore: al cuore della vita spirituale più intensa, il pane con la sua materialità e il suo significato appare come la realtà, il cibo capace di narrare il più grande mistero cristiano.
(Enzo BIANCHI, Il Pane di ieri, Einaudi, Torino, 2008, 42-44) Vi ho dato un esempio «Quando ebbe lavato i loro piedi e riprese le sue vesti e si fu adagiato di nuovo a mensa, disse loro: Comprendete ciò che vi ho fatto?» (Gv 13,12).
È giunta l’ora di mantenere la promessa che aveva fatto al beato Pietro e che aveva differita quando a lui che si era spaventato e gli aveva detto: «Non mi laverai i piedi in eterno», il Signore aveva risposto: «Quello che io faccio, tu adesso non lo comprendi, lo comprenderai più tardi» (Gv 13,7).
[…] Ora, dunque, comincia a spiegare il significato del suo gesto, come aveva promesso dicendo: «Lo capirai più tardi».
[…] «Se dunque», dice, «io il Signore e il maestro vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi a vicenda.
Vi ho dato infatti un esempio, affinché anche voi facciate come ho fatto io» (Gv 13,14-15).
Questo, o beato Pietro, è ciò che tu non comprendevi, quando non volevi lasciarti lavare i piedi.
Egli ti promise che l’avresti compreso più tardi, quando il tuo Signore e Maestro ti spaventò affinché tu gli lasciassi lavare i tuoi piedi.
[…] Non disdegni il cristiano di fare quanto fece Cristo.
Poiché quando il corpo si piega fino ai piedi del fratello, anche nel cuore si accende, o se già c’era, si alimenta il sentimento di umiltà.
[…] «Vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come ho fatto io».
Dobbiamo forse dire che anche il fratello può purificare il fratello dal contagio del peccato? Certamente; questo sublime gesto del Signore costituisce per noi un grande impegno: quello di confessarci a vicenda le nostre colpe e di pregare gli uni per gli altri, così come Cristo per tutti noi intercede.
Ascoltiamo l’apostolo Giacomo, che ci indica questo impegno con molta chiarezza: «Confessatevi gli uni agli altri i peccati e pregate gli uni per gli altri» (Gc 5,16).
È questo l’esempio che ci ha dato il Signore.
Se colui che non ha, che ha avuto e non avrà mai alcun peccato, prega per i nostri peccati, non dobbiamo tanto più noi pregare gli uni per gli altri? E se ci perdona i peccati colui che non ha niente da farsi perdonare da noi, non dovremo a maggior ragione perdonare a vicenda i nostri peccati, noi che non riusciamo a vivere su questa terra senza peccato? Che altro vuol farci intendere il Signore, con un gesto così significativo, quando dice: «Vi ho dato un esempio affinché anche voi facciate come ho fatto io», se non quanto l’Apostolo dice in modo esplicito: «Perdonatevi a vicenda qualora qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri; come il Signore ha perdonato a voi, fate anche voi» (Col 3,13).
(AGOSTINO DI IPPONA, Commento al vangelo di Giovanni 58,24-25, NBA XXIV, pp.
1094.1098-1100) Pane della condivisione Anche cosi si illumina la capacità del pane di essere simbolo della condivisione: chi mangia il pane con un altro non condivide solo lo sfamarsi, ma inizia con il condividere la fame, il desiderio di mangiare, che è anche il primo impulso dell’essere umano verso la felicità.
Noi uomini abbiamo fame, siamo esseri di desiderio e il pane esprime la possibilità di trovare vita e felicità: da bambini mendichiamo il pane, divenuti adulti ce lo guadagniamo con il lavoro quotidiano, vivendo con gli altri siamo chiamati a condividerlo.
E in tutto questo impariamo che la nostra fame non è solo di pane ma anche di parole che escono dalla bocca dell’altro: abbiamo bisogno che il pane venga da noi spezzato e offerto a un altro, che un altro ci offra a sua volta il pane, che insieme possiamo consumarlo e gioire, abbiamo soprattutto bisogno che un Altro ci dica che vuole che noi viviamo, che vuole non la nostra morte ma, al contrario, salvarci dalla morte».
(Enzo BIANCHI, Il pane di ieri, Torino, Einaudi, 2008, 44-45).
Un giorno unico Felici coloro che mangiarono, un giorno, un giorno unico, un giorno tra tutti i giorni, felici di una gioia unica, felici coloro che mangiarono un giorno, un giorno, quel Giovedì Santo, felici coloro che mangiarono il pane del tuo corpo; te stesso consacrato da te stesso; con una consacrazione unica; un giorno che mai ricomincerà; quando tu stesso dicesti la prima messa; sul tuo stesso corpo; quando celebrasti la prima messa; quando consacrasti te stesso; quando di quel pane, davanti ai Dodici, e davanti al dodicesimo, facesti il tuo corpo; e quando di quel vino facesti il tuo sangue; quel giorno in cui fosti insieme la vittima e il sacrificatore, il medesimo la vittima e il sacrificatore, l’offerta e l’offerente, il pane e il panettiere, il vino e il coppiere; il pane e colui che dà il pane; il vino e colui che versa il vino; la carne e il sangue, il pane e il vino.
Quella volta che tu fosti il prete ed essi erano i fedeli, quella volta che tu fosti il prete che operava, che sacrificava per la prima volta.
Quella volta che tu fosti l’invenzione del prete, il primo prete a operare, a sacrificare per la prima volta.
Ed eri contemporaneamente il prete e la vittima.
Quella volta che facesti il primo sacrificio.
Che tu fosti il primo sacrificato, la prima ostia.
La prima vittima.
(Ch.
PÉGUY, I Misteri, Milano, Jaca Book, 1994, 53-54).
Giovedì Santo Gesù depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita.
Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui era cinto.
Disse: «Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13,4-5.15).
Poco prima di avviarsi per la strada della sua passione, Gesù lavò i piedi ai suoi discepoli e offrì loro il suo corpo e il suo sangue come cibo e bevanda.
Questi due gesti sono intimamente uniti.
Sono ambedue un’espressione della determinazione di Dio di mostrarci la pienezza del suo amore.
Per questo, Giovanni introduce il racconto della lavanda dei piedi con queste parole: «Gesù dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1).
Ma c’è una cosa ancora più sorprendente: in ambedue le occasioni, Gesù ci comanda di fare lo stesso.
Dopo aver lavato i piedi ai discepoli, Gesù dice: «Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io facciate anche voi» (Gv 13,15).
Dopo aver offerto se stesso come cibo e come bevanda, egli afferma: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19).
Gesù ci chiama a continuare la sua missione di rivelare il perfetto amore di Dio in questo mondo.
Ci chiama a una totale autodonazione.
Vuole che non ci teniamo niente per noi stessi.
Piuttosto, vuole che il nostro amore sia tanto pieno, tanto radicale, tanto completo quanto il suo.
Vuole che ci chiniamo a terra e ci tocchiamo a vicenda le parti che hanno più bisogno di essere lavate.
E vuole anche che ci diciamo gli uni gli altri: «Mangia di me, e bevi di me».
Con questo nutrirci a vicenda e in modo così completo, egli vuole che diventiamo un solo corpo e un solo spirito, uniti dall’amore di Dio.
(H.J.M.
NOUWEN, In cammino verso la luce).
O Signore, dove mai potrei andare? Io volgo il mio sguardo a te, o Signore.
Tu hai pronunciato parole così piene di amore.
Il tuo cuore ha parlato così chiaro.
Adesso mi vuoi far vedere ancora più chiaramente quanto mi ami.
Sapendo che il Padre tuo ha messo tutto nelle tue mani, che sei venuto da Dio e ritorni a Dio, ti togli le vesti e, preso un asciugatoio, te lo cingi alla vita, versi dell’acqua in un catino e cominci a lavare i miei piedi, e poi li asciughi con l’asciugatoio di cui ti eri cinto…
Volgi il tuo sguardo su di me con la massima tenerezza, e mi dici: «Io voglio che tu stia con me.
Voglio che tu condivida in pieno la mia vita.
Voglio che tu mi appartenga come io appartengo al Padre.
Ti voglio lavare così da renderti completamente puro, in modo che tu e io possiamo essere una sola cosa e tu possa fare agli altri ciò che io ho fatto a te».
Ti sto di nuovo guardando, o Signore.
Tu ti alzi e mi inviti alla mensa.
Mentre mangiamo, prendi il pane, reciti la benedizione e lo dai a me.
«Prendi e mangia – dici – questo è il mio corpo dato per te».
Poi prendi una coppa e dopo aver reso grazie, me la porgi, dicendo: «Questo è il mio sangue, il sangue della nuova alleanza sparso per te».
Sapendo che è giunta la tua ora di passare da questo mondo al Padre tuo, e avendomi amato, adesso mi ami fino alla fine.
Mi dai tutto ciò che hai e tutto ciò che sei.
Mi doni il tuo stesso io.
Tutto l’amore che hai per me nel tuo cuore ora diventa manifesto.
Mi lavi i piedi e poi mi dai il tuo corpo e il tuo sangue come cibo e bevanda.
O Signore, dove mai potrei andare, se non da te, per trovare l’amore che desidero tanto? (H.J.M.
NOUWEN, Da cuore a cuore).
Ogni volta Ogni volta che celebriamo l’eucaristia e riceviamo il pane e il vino, il corpo e il sangue di Gesù, la sua sofferenza e la sua morte diventano sofferenza e morte per noi.
Siamo incorporati in Gesù.
La passione diventa compassione, per noi.
Veniamo incorporati a Gesù.
Diventiamo parte del suo ‘corpo’ e in questa via quanto mai compassionevole, veniamo liberati dalla nostra più profonda solitudine.
Per mezzo dell’eucaristia riusciamo ad appartenere a Gesù nella maniera più intima a lui che ha sofferto per noi, è morto per noi ed è di nuovo risorto, così che possiamo soffrire, morire e di nuovo risorgere con lui.
(H.J.M.
NOUWEN, Lettere a un giovane).
Preghiera Dio onnipotente ed eterno la sera prima di soffrire, il tuo figlio prediletto affidò alla chiesa il sacrifico della nuova ed eterna alleanza e istituì il convito del suo amore.
Fa’ che da questo mistero possiamo ricevere la pienezza di vita e di amore.
Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore LECTIO – ANNO B Prima lettura: Esodo 12,1-8.11-14 Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno.
Parlate a tutta la comunità d’Israele e dite: “Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa.
Se la famiglia fosse troppo piccola per un agnello, si unirà al vicino, il più prossimo alla sua casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l’agnello secondo quanto ciascuno può mangiarne.
Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell’anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre e lo conserverete fino al quattordici di questo mese: allora tutta l’assemblea della comunità d’Israele lo immolerà al tramonto.
Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case nelle quali lo mangeranno.
In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare.
Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta.
È la Pasqua del Signore! In quella notte io passerò per la terra d’Egitto e colpirò ogni primogenito nella terra d’Egitto, uomo o animale; così farò giustizia di tutti gli dèi dell’Egitto.
Io sono il Signore! Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore: io vedrò il sangue e passerò oltre; non vi sarà tra voi flagello di sterminio quando io colpirò la terra d’Egitto.
Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne”.
La Pasqua è la grande solennità del calendario giudaico.
Indipendentemente dal suo significato originario si ricollegava con la liberazione egiziana, il soggiorno sinaitico, l’alleanza.
Soprattutto era il ricordo della partenza miracolosa dalla terra della schiavitù verso la libertà.
«Pasqua» significa infatti «passaggio» (Es 12,11), sia dell’angelo di JHWH nella notte dell’esodo, sia del popolo di Dio dalla servitù dei faraoni al servizio del vero Dio, sia l’ingresso d’Israele nell’alleanza con il Signore del cielo e della terra.
Ritualmente la celebrazione era legata all’immolazione dell’agnello e al banchetto conviviale dei membri della comunità che si raccoglieva per rivivere l’esperienza dei padri e riassorbirne i benefici.
Ognuno si doveva sentire come liberato personalmente dall’antica e da qualsiasi altra forma di schiavitù presente.
E tutti erano invitati a sentire la gioia della liberazione.
Il banchetto a cui tutti i gruppi di dodici persone sedevano, i cibi simbolici che venivano apprestati (l’agnello di un anno, intatto e senza macchia perché rappresentava tutto intero Israele, le erbe amare per ricordare le sofferenze sopportate, il dolce color mattone per rievocare i lavori forzati a cui furono costretti) commemorava la fine dell’esilio e la gioia della conseguita liberazione.
Un «trapasso» che doveva quasi inorgoglire tutti i membri del popolo eletto fino agli ultimi discendenti e rallegrarli dal profondo del cuore.
Essi avevano sperimentato la presenza di Dio in modo tangibile e spettacolare, una presenza e assistenza che non era venuta mai meno e costituiva il vanto e l’esultanza di ogni israelita.
Non c’è altra «grande nazione che abbia la divinità così vicina a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi», sottolinea il deuteronomista (4,7).
Israele è un popolo missionario chiamato a segnalare alle genti l’unico vero Dio creatore di tutte le cose e ad attendere la piena manifestazione della sua benevolenza (salvezza) in mezzo agli uomini, ma è caduto in un grave abbaglio quando si è ritenuto destinatario esclusivo delle «benedizioni» divine che oltre ad Abramo erano destinate a «tutte le nazioni» (Gn 12,3).
Seconda lettura: 1 Corinzi 11,23-26 Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me».
Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me».
Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.
L’apostolo Paolo è un testimone della tradizione primitiva della Chiesa, in questo caso della «cena del Signore» che è il momento culminante della convocazione assembleare.
I cristiani (di Gerusalemme) si radunano per pregare (At 1,14), per ascoltare l’istruzione degli apostoli, prender parte all’agape e alla frazione del pane (At 2,42; 20,7,11; 27,35).
Frequentavano la liturgia del tempio e poi nelle case «spezzavano il pane prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore» (ivi).
È quanto fanno i cristiani di Corinto.
Anche se con certi gravi abusi anch’essi si ritrovano insieme per la condivisione del cibo con i più poveri e per la frazione del pane, solo che alcuni consumavano quello che avevano portato prima che arrivassero gli altri, gli ultimi, in genere servi o operai che non potevano lasciare il lavoro a piacimento.
Quindi oltre che eran più stanchi di tutti trovano poco o nulla per rifocillarsi.
Questa prima refezione ordinata al nutrimento del corpo era il contesto in cui si ripeteva, si commemorava l’ultima cena di Gesù con i suoi, nella stessa notte in cui stava per essere tradito, consegnato cioè nelle mani dei nemici ed essere ucciso.
Gesù compì un rito che doveva tenere desta nella memoria, quindi nella mente e nel cuore dei suoi, quello che egli aveva sopportato per il loro bene e il bene di tutti gli uomini.
Aveva costituito un «memoriale», voluto cioè ritualizzare l’atto della sua morte affinché i suoi seguaci potessero più agevolmente tenerlo presente e assumersi tutto l’onere che un tale «ricordo» comportava.
Ogni volta infatti che il cristiano si apprestava a ricevere gli alimenti, il pane e il vino, sui quali erano state ripetute le formule di benedizione: «Questo è il mio corpo (spezzato) per voi», «Questo è il calice del mio sangue (versato per voi)» intendeva compiere una commemorazione (anamnesis) e quindi un «”annunzio” della morte e risurrezione del Signore».
Alla vigilia della sua morte Gesù ha voluto lasciare ai suoi un segno permanente del suo amore.
Egli da lì a poco avrebbe finito i suoi giorni sul patibolo, ma quella morte era il prezzo della sua dedizione al volere del Padre e del suo bene ai fratelli.
Si lascerà spezzare, verserà fino alla sua ultima goccia il suo sangue ma non si arrenderà alle pressioni e angherie delle potestà terrene, ossia del potere ingiustamente costituito.
Gesù moriva martire di ubbidienza e di carità e lasciava ricapitolato il suo sacrificio nel simbolico rito dello spezzamento del pane e nel versamento del vino nel calice.
Chiunque avesse preso parte a tale banchetto commemorativo e avesse assunto gli alimenti offerti dichiarava agli astanti e più ancora a se stesso che anche lui era pronto come Gesù ad accogliere la proposta del Padre mettendo la propria vita a servizio dei fratelli fino a perderla per il loro bene.
Vangelo: Giovanni 13,1-15 Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine.
Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita.
Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?».
Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo».
Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!».
Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me».
Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!».
Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti».
Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».
Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono.
Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri.
Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».
Esegesi La lavanda dei piedi è la testimonianza estrema che Gesù lascia del suo amore ai discepoli e in essi a tutti gli uomini.
L’evangelista Giovanni non parla dell’autorità intesa come puro servizio, della scelta dell’ultimo posto per chi desidera porsi al primo (cf.
Mc 10,41-45; Mt 20,24-28; Lc 22,22-27), ma è l’unico a ricordare questa alta prova di umiltà che Gesù lascia ai suoi nelle ore precedenti al suo commiato.
È un gesto che vale più per il suo significato che per se stesso, per il beneficio cioè che apporta a coloro che lo ricevono.
La lavanda dei piedi era un’operazione che compiva non un comune domestico ma solo lo schiavo.
Era addirittura indegna da parte di un uomo libero.
Gesù pur definendosi «signore e maestro», anche se verosimilmente è dubbio che una tale dichiarazione sia uscita dalle sue labbra, non trova impossibile o irriverente compiere un tale atto.
Lo stupore di Pietro e dei suoi colleghi è più che plausibile.
Anche se gli altri discepoli non parlano, sentono dentro di sé lo stesso disagio.
Ma Gesù è irremovibile, non perché i dodici hanno bisogno di una particolare mondezza fisica prima della cena, ma perché debbono imparare ad assumere un particolare atteggiamento interiore davanti a Dio e ai propri fratelli.
Gesù lavando i piedi ai discepoli segnala una sua scelta e collocazione sociale, una chiara opzione messianica.
Tutti attendevano il prestigioso, potente discendente davidico, egli invece opta per l’ideale del «Servo sofferente» (Is 53) pronto agli scherni, alle derisioni, alle sofferenze al martirio.
È quanto Pietro e i suoi colleghi debbono capire e accettare.
O al seguito di un salvatore senza titolature e aureole, anzi disprezzato e vilipeso come uno schiavo o ritirarsi dalla sua sequela.
Le due strade erano inconciliabili: quella della liberazione degli uomini poveri e affranti e quella della propria esaltazione.
Se si doveva scegliere la prima era impraticabile la seconda, poiché le moltitudini fatte di gente senza dignità e onore avevano bisogno di un salvatore del loro rango, non di un altro oppressore.
Gesù sarà un messia mite ed umile di cuore (Mt 11,29), passerà senza spezzare la canna incrinata e spegnere il lucignolo fumigante, senza gridare sulle piazze (Mt 12,18-19), andrà incontro a una fine ignominiosa per difendere la causa dei peccatori, ma anche dei poveri e oppressi.
Cingersi i fianchi con un grembiule, prendere in mano un catino e mettersi a lavare i piedi dei suoi discepoli era una conferma delle scelte, dei comportamenti assunti sino allora, per questo diventava un gesto altamente significativo.
Essenziale come la morte sul legno della croce; che era oggetto di sofferenza e insieme di maledizione.
Gesù non ha assunto atteggiamenti guerrieri, né trionfalistici; è fuggito quando volevano farlo re (Gv 6,15) ed entra a Gerusalemme su un giumento invece che su un destriere e ha esortato i suoi a portare la croce più che lo scettro.
E Luca aggiunge quotidianamente (9.13).
Egli era venuto per servire e non per essere servito (Mt 20.28) per questo non trova inopportuno il gesto che compie.
Le parole conclusive esplicitano il significato e tutta la portata che l’operazione compiuta ha nella vita cristiana.
Non è una scelta e un atteggiamento che riguarda la sua persona, ma indistintamente tutti coloro che desiderano essere suoi discepoli.
«Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (v.
15).
Anche per loro valeva l’alternativa posta a Pietro o accettare un messia servo e assumere un comportamento dimesso e umile o rinunciare a proclamarsi cristiani.
Bisognava sentirsi pronti a lavare i piedi degli altri, degli amici e persino dei nemici, aggiungeranno Matteo (5,48) e Luca (6,35) senza tirarsi indietro.
La lavanda dei piedi è un gesto reale ed emblematico poiché in pratica abbraccia qualsiasi tipo di servizio, persino spiacevole e ripugnante se qualcuno ne ha bisogno.
Lavare i piedi è il sacramento fondamentale del cristiano poiché è la prova inconfondibile della sua identità e della sua conformità a Cristo.
È il segno di quella carità che rende l’uomo «figlio di Dio», «perfetto» come lui (cf.
Mt 5,48; Lc 6,35).
Meditazione Il Giovedì santo costituisce un grande portale di ingresso al Triduo pasquale della morte, sepoltura e risurrezione del Signore.
La memoria rituale della cena del Signore fornisce infatti la corretta chiave per entrare nel Triduo, suggerendo come interpretarlo e viverlo.
Celebrando il memoriale dei due gesti che Gesù pone nella vigilia della sua passione – la consegna del pane e del vino secondo la tradizione sinottica e la lavanda dei piedi secondo la tradizione giovannea – la liturgia ci introduce nell’atteggiamento stesso con cui Gesù è andato incontro alla sua morte, dandole un senso diverso, secondo la volontà del Padre e non secondo quella degli uomini.
I gesti e le parole sono differenti, ma tutti rivelano il modo con cui Gesù ha interpretato la sua morte e più ancora il significato che nella sua libertà obbediente e nel suo amore radicale – «fino alla fine» (Gv 13,1) – ha voluto conferirle.
Il racconto evangelico di Giovanni si apre con quattro versetti molto densi, che nell’originale greco costituiscono un’unica frase, nei quali per due volte risuona il verbo ‘sapere’ (vv.
1.3).
L’evangelista dischiude in tal modo un piccolo squarcio nel ‘sentire’ stesso con cui Gesù si appresta a vivere gli eventi decisivi della sua Pasqua.
Se il racconto della Passione narra quanto accadrà lungo la via della Croce, il racconto della cena svela l’atteggiamento interiore con cui Gesù ha vissuto quel cammino.
In particolare il quarto evangelo insiste sulla sua consapevolezza: egli sa che è giunta l’ora di passare da questo mondo al Padre, ma sa anche che il Padre ha posto tutto nelle sue mani.
È consapevole dunque degli avvenimenti tragici che si stanno profilando davanti a lui, del destino che lo attende, di ciò che gli uomini, in primis uno dei suoi discepoli, Giuda, stanno ordendo contro la sua persona; ma è consapevole che tutto è stato messo dal Padre nelle sue mani: rimane dunque libero e signore degli eventi.
Conosce la situazione, non è lui a determinarla, sono altri a farlo; nello stesso tempo non la subisce passivamente.
Negli eventi della passione sta per manifestarsi la volontà peccaminosa degli uomini; Gesù li vivrà per trasformarli in luogo in cui si manifesterà compiutamente l’amore misericordioso del Padre.
Con i gesti che compie e le parole che pronuncia durante questa cena Gesù anticipa quello che sta per accadere e gli dona un significato nuovo e diverso attraverso la consegna di se stesso nell’amore, in obbedienza libera all’amore stesso del Padre che consegna il proprio Figlio.
Quando subito dopo lo arresteranno nel Getsemani, o nel ‘giardino’, come lo definisce Giovanni, si impossesseranno di una vita che si era già liberamente consegnata nell’amore.
Il suo è infatti un corpo offerto per noi, un sangue versato per noi e per la nostra salvezza.
Anche il gesto della lavanda dei piedi racchiude simbolicamente il medesimo significato.
Gesù inverte i ruoli: lui, il Maestro e Signore, compie il gesto dello schiavo.
Addirittura, se possibile, si pone un gradino sotto lo schiavo, perché uno schiavo ebreo mai avrebbe lavato i piedi a un altro ebreo.
Si fa schiavo e servo dei suoi discepoli, e il servizio che vive è quello di chi giunge a donare la vita per loro, in modo del tutto gratuito, perché i piedi Gesù li lava anche a Giuda, colui che sta per consegnarlo e al quale invece è Gesù stesso a consegnarsi in un amore più forte e radicale, che previene il peccato di chi lo tradisce.
I verbi con i quali l’evangelista narra che Gesù depone le vesti (v.
4) per poi riprenderle di nuovo (v.
12), in greco sono i medesimi con cui al capitolo decimo, nel cosiddetto «discorso del buon pastore», Gesù dichiara di deporre la propria vita nella morte per poi riprenderla di nuovo nella risurrezione (cfr.
Gv 10,17).
Appare chiaro che con questo gesto Gesù non solo si fa servo, ma vive il servizio di chi dona la propria vita per poi riprenderla di nuovo, affinché gli uomini possano «avere parte con lui» (v.
8).
Possano, in altri termini, divenire partecipi della sua stessa vita e di quell’amore che ne costituisce il segreto più intimo e profondo.
Il gesto della lavanda dei piedi, infatti, come anche il pane spezzato e il vino versato, sono espressione di un amore «fino alla fine».
Dovremmo tradurre meglio: «fino al compimento».
Gesù, morendo sulla croce, esclamerà «tutto è compiuto» (Gv 19,30), con il verbo greco tetélestai in cui risuona il termine télos (‘fine’, ‘compimento’) che Giovanni usa qui, in apertura del capitolo tredicesimo.
L’amore di Gesù giunge al suo compimento non solo perché giunge a donare tutto, fino all’ultimo respiro, non solo perché è un amore definitivo, ma anche perché è un amore che si «compie in noi».
Non arresta la sua corsa pri-ma di giungere a questo traguardo, che è il suo amore in noi, la nostra possibilità di amarci come lui ci ha amati.
Il compimento dell’amore di Gesù, che la lavanda dei piedi simbolicamente rivela, è il comandamento nuovo, che Gesù consegna in questa stessa cena, in versetti che la lectio liturgica omette ma che è utile richiamare alla memoria: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri.
Come io ho amato voi, così ama-tevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34).
Il comandamento nuovo è il dono di un ‘come’, da intendersi però non nella prospettiva dell’imitazione, ma di una ‘fondazione’: sul fondamento di come io vi ho amati, ora potete amarvi gli uni gli altri.
Lo s

Domenica delle Palme anno B

Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica – oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006.
– Comunità monastica Ss.
Trinità di Dumenza, La voce, il volto, la casa e le strade.
Quaresima e tempo di Pasqua, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009, pp.
71.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
– J.M.
NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino.
Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003.
LECTIO – ANNO B Prima lettura: Isaia 50,4-7 Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato.
Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli.
Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro.
Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a colo-ro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.
Il Si-gnore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia fac-cia dura come pietra, sapendo di non restare confuso.
Il brano apre il terzo dei «Canti del Servo».
Il personaggio che parla non è nominato, e non viene usata la parola «servo»; si esprime come un profeta, e presenta le caratteristiche del discepolo, docilità e fedeltà.
Alcuni commentatori lo identificano con Zorobabele, il di-scendente di Davide che aveva acceso le speranze messianiche nel post-esilio.
Le difficoltà che si oppongono alla sua missione, già presenti nel secondo canto (49,1-9), si fanno qui più concrete: gli insulti e gli oltraggi di cui il Servo è fatto segno rientrano in ciò che ci si aspettava dalla vocazione profetica (cf.
le Confessioni di Geremia).
Il testo del v.
4, è molto tormentato, alcuni vocaboli dell’ebraico sono di difficile inter-pretazione, la «lingua da discepolo» (o «discepoli», limûdîm: parola rara nell’AT) potrebbe alludere a una scuola di discepoli che accoglie una tradizione di cui il Secondo e il terzo I-saia sarebbero i continuatori.
Enigmatico anche il termine lacût, tradotto con «indirizzare (una parola)», «sostenere», o anche «rispondere» (sulla base del testo greco della Settanta), allo «sfiduciato», o «stanco» (jacef).
Il senso può essere «indirizzare una parola allo sfidu-ciato», o anche «sostenere colui che non ha più parole».
L’orecchio (v.
4 e v.
5) è anche la facoltà di intendere.
Il Servo è quindi un maestro di sapienza, fedele ascoltatore della Parola, che trasmette l’insegnamento divino ai discepoli.
I vv.
6-7 mostrano la persecuzione, conseguenza di questa docilità alla Parola.
È la con-dizione degli Israeliti, anche dopo il ritorno dall’esilio.
Il Servo oppone alla persecuzione la sua fermezza, o anche ostinazione: la «faccia dura come pietra».
La sua sicurezza viene dal-l’aiuto del Signore Dio d’Israele (nominato ben tre volte in questi quattro versetti).
Seconda lettura: Filippesi 2,6-11 Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventan-do simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pie-ghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.
In un contesto parenetico, introdotto dal v.
5 — «abbiate fra voi gli stessi sentimenti che in Cristo Gesù» —, Paolo inserisce un inno di alto contenuto cristologico.
Si tratta di un te-sto prepaolino nella sostanza, che si può far risalire agli anni 50, e che ripercorre l’intero cammino di Gesù: pre-esistenza, incarnazione, vita terrena, croce, esaltazione.
Seguendo lo schema abbassamento/esaltazione, risponde alla domanda «chi è Gesù»?.
Due strofe consequenziali (vv.
6-8; 9-11, la seconda introdotta da «Per questo») espon-gono la storia di Gesù in cinque tappe, scandite da cinque verbi: tre con soggetto Gesù nel-la prima strofa, due con soggetto Dio nella seconda.
1a strofa – I tre verbi all’indicativo aoristo dicono le azioni e si riferiscono a fatti circoscritti, accompagnati da participi che ne esprimono le modalità: a) non ritenne (ouk egesato, v.
6) bottino l’essere simile a Dio, pur essendo radicato di diritto (yparchon) nella forma (morfè) divina: il ragionamento che prelude all’incarnazione è fatto nella condizione di Dio, all’interno della Trinità: la decisione di donarsi è la legge stessa dell’esistenza di Dio.
b) ma svuotò (ekénosen, v.
7) se stesso…
La rinuncia globale è scandita da una serie di parti-cipi che sottolineano la normalità dell’essere uomo: prendendo la condizione (morfe) di ser-vo, divenuto simile all’uomo, comportandosi alla maniera degli uomini.
c) Umiliò (etapeinosen, v.
8) se stesso, sottoponendosi alle modalità del vivere terreno e di-venendo obbediente (ypèkoos = colui che ascolta dal basso) fino a condividere l’esperienza del-l’uomo di fronte alla morte.
2a strofa – A queste tre tappe fa riscontro la risposta del Padre: la logica divina della dona-zione incondizionata è confermata, la croce manifesta il suo carattere rivelativo.
a) Per questo (diò kai) Dio lo esaltò (yperypsosen, v.
9).
La via dell’amore si mostra vittoriosa nella sconfitta.
b) L’esaltazione è la conseguenza, il frutto dell’amore, e tuttavia è dono: gli ha donato (echa-rìsato) un Nome al di sopra di ogni altro nome.
La storia di Gesù si risolve a gloria universale di Dio Padre: ogni ginocchio si pieghi (v.
10) e ogni lingua proclami (v.
11) Gesù Cristo Signore, a gloria (dòxa) di Dio Padre.
Alcune corrispondenze sottolineano l’antitesi: isa theò (v.
6) contrapposto a homoiòmati anthròpon (v.
7), servo (v.
7) contrapposto a Signore (v.11), svuotare-umiliare (vv.
7-8) con-trapposti a esaltare (v.
9).
Vangelo: Marco 14,1-15,47 Cercavano il modo di impadronirsi di lui per ucciderlo Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Àzzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturare Gesù con un inganno per farlo morire.
Dicevano infat-ti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo».
Ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso.
Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore.
Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo.
Ci fu-rono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? Si pote-va venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!».
Ed erano infuriati contro di lei.
Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me.
I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me.
Ella ha fatto ciò che era in suo po-tere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura.
In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto».
Promisero a Giuda Iscariota di dargli denaro Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù.
Quelli, all’udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro.
Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno.
Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uo-mo con una brocca d’acqua; seguitelo.
Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei disce-poli?”.
Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi».
I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come a-veva detto loro e prepararono la Pasqua.
Uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà Venuta la sera, egli arrivò con i Dodici.
Ora, mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà».
Co-minciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l’altro: «Sono forse io?».
Egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto.
Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradi-to! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!».
Questo è il mio corpo.
Questo è il mio sangue dell’alleanza E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo».
Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti.
E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è ver-sato per molti.
In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al gior-no in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.
Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: “Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”.
Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea».
Pietro gli disse: «An-che se tutti si scandalizzeranno, io no!».
Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai».
Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò».
Lo stesso dicevano pure tutti gli altri.
Cominciò a sentire paura e angoscia Giunsero a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego».
Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia.
Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte.
Restate qui e ve-gliate».
Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora.
E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allonta-na da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu».
Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione.
Lo spirito è pronto, ma la carne è debole».
Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole.
Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapeva-no che cosa rispondergli.
Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e ripo-satevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori.
Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».
Arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani.
Il tra-ditore aveva dato loro un segno convenuto, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arre-statelo e conducetelo via sotto buona scorta».
Appena giunto, gli si avvicinò e disse: «Rabbì» e lo baciò.
Quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono.
Uno dei pre-senti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio.
Allora Gesù disse loro: «Come se fossi un brigante siete venuti a prendermi con spade e bastoni.
Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato.
Si compiano dunque le Scritture!».
Allora tutti lo abbandonarono e fuggi-rono.
Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo affer-rarono.
Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo.
Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto? Condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi.
Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del palazzo del sommo sacerdote, e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco.
I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano.
Molti infatti testimoniavano il falso contro di lui e le loro testimonianze non erano concordi.
Alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui, dicendo: «Lo abbiamo udito mentre diceva: “Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo”».
Ma nemmeno così la loro testimonianza era concorde.
Il sommo sacerdote, alzatosi in mez-zo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi nulla? Che cosa testimonia-no costoro contro di te?».
Ma egli taceva e non rispondeva nulla.
Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?».
Gesù rispose: «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo».
Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Avete udito la bestemmia; che ve ne pa-re?».
Tutti sentenziarono che era reo di morte.
Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: «Fa’ il profeta!».
E i servi lo schiaffeggiava-no.
Non conosco quest’uomo di cui parlate Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle giovani serve del sommo sacerdote e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo guardò in faccia e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù».
Ma egli negò, dicendo: «Non so e non capisco che cosa di-ci».
Poi uscì fuori verso l’ingresso e un gallo cantò.
E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è uno di loro».
Ma egli di nuovo negava.
Poco dopo i presen-ti dicevano di nuovo a Pietro: «È vero, tu certo sei uno di loro; infatti sei Galileo».
Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quest’uomo di cui parlate».
E subito, per la seconda volta, un gallo cantò.
E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai».
E scoppiò in pianto.
Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei? E subito, al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnaro-no a Pilato.
Pilato gli domandò: «Tu sei il re dei Giudei?».
Ed egli rispose: «Tu lo di-ci».
I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose.
Pilato lo interrogò di nuovo di-cendo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!».
Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito.
A ogni festa, egli era solito rimettere in liber-tà per loro un carcerato, a loro richiesta.
Un tale, chiamato Barabba, si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio.
La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere.
Pilato rispose loro: «Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?».
Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia.
Ma i capi dei sacerdoti inci-tarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba.
Pilato disse loro di nuovo: «Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?».
Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!».
Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?».
Ma essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!».
Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto fla-gellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.
Intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa.
Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo.
Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!».
E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui.
Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.
Condussero Gesù al luogo del Gòlgota Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo.
Condussero Gesù al luo-go del Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», e gli davano vino mescolato con mir-ra, ma egli non ne prese.
Con lui crocifissero anche due ladroni Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso.
Erano le nove del mattino quando lo crocifissero.
La scritta con il mo-tivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei».
Con lui crocifissero anche due la-droni, uno a destra e uno alla sua sinistra.
Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!».
Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e diceva-no: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!».
E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.
Gesù, dando un forte grido, spirò Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio.
Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».
Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!».
Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scende-re».
Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.
Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo.
Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Fi-glio di Dio!».
Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.
Giuseppe fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro Venuta ormai la sera, poiché era la Parascève, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù.
Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo.
Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe.
Egli allora, comprato un lenzuolo, lo de-pose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia.
Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro.
Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto.
Esegesi Introdotto da due versetti che svelano l’intenzione omicida di scribi e sacerdoti, tenuta nascosta per timore della folla (è un primo accenno alla Passione), la lunga lettura evange-lica di oggi è racchiusa tra due momenti — anticipo e conclusione del dramma — che ve-dono protagoniste le donne: l’unzione di Betania (14,3-9) e la presenza delle donne ai piedi della croce e al sepolcro (15,40-41.47).
Unzione di Betania (14,3-9) A differenza del testo di Giovanni la donna qui (come in Matteo) è anonima, mentre è nominato il padrone di casa, un certo Simone, e il luogo, Betania, il villaggio presso Geru-salemme dove Gesù si ritirava la notte per non essere catturato.
Comuni gli elementi es-senziali del racconto: la sottolineatura dello spreco, con l’indicazione del prezioso alaba-stro e del costosissimo profumo, oggetti di lusso che sembrano contrastare con lo stile di vita di Gesù; lo scandalo, più o meno sincero, dei discepoli, con l’accenno (forse strumenta-le?) ai poveri; la sorprendente reazione di Gesù, che accetta l’omaggio e rimprovera i di-scepoli: la donna ha compiuto una buona opera (kalòn ergon, v.
6); i poveri sono una scusa, infatti ci sarà sempre tempo per far loro del bene (v.
7); il gesto della donna ha soprattutto significato profetico, annuncia la sepoltura di Gesù (secondo accenno alla Passione, v.
8).
Il valore perenne del gesto è sancito dalla consegna alla memoria («sarà narrato in memoria di lei»: presente in Matteo, non in Giovanni).
Al terzo accenno della Passione (racconto del tradimento di Giuda, vv.
10-11) seguono i preparativi della Cena pasquale (vv.
12-16); tutto appare già predisposto, come in un dise-gno dall’alto, fin nei minimi particolari, e questa Pasqua si preannuncia già con un caratte-re di unicità.
Ultima Cena (14,17-31) Il grande quadro della Cena racchiude il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia (vv.
22-25) fra due annunci di Gesù che si corrispondono: il tradimento di Giuda (vv.
17-21), indi-cato senza nominarlo come «colui che mangia con me», e il rinnegamento di Pietro (vv.
26-31).
Quarto e quinto accenno alla Passione, quest’ultimo contiene anche un primo accenno alla resurrezione (v.
28) che passa quasi inosservato, non compreso dai discepoli.
L’istituzione dell’Eucaristia corrisponde sostanzialmente al testo di Matteo, manca però la motivazione «in remissione dei peccati» (Mt 26,28).
Diversa, com’è noto, la relazione di Luca (22,15-20) e di Paolo (1Cor 11,23-25): in Marco e Matteo l’alleanza non è chiamata «nuova».
Come in Matteo e in Luca, in Marco si parla del compimento escatologico nel Regno, e questo è detto «nuovo»: «non berrò mai più del frutto della vite…».
Getsemani e arresto (14,32-52) Il racconto appare molto tormentato quanto alla formazione.
Si possono riconoscere due tradizioni intrecciate: una cristologica, in risposta alla domanda «chi è Gesù»?; una mora-leggiante, che propone un modello di comportamento per i discepoli.
Intorno a un nucleo antichissimo — «il Figlio dell’uomo viene consegnato» (v.
41) — si svi-luppa una lettura in profondità, un racconto in cui Gesù manifesta il suo sentimento, e che fa inclusione con il culmine della Passione («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», 15,34).
Si susseguono cinque brevi discorsi di Gesù (quattro ai discepoli, quello centrale al Padre).
L’azione ha una struttura ternaria: tre volte Gesù prega, tre volte i discepoli dor-mono, tre volte Gesù va e viene.
Anche i verbi si ripetono: pregare (4x), dormire (4x), vegliare (3x).
Protagonista è Gesù, il Padre è presente nell’ombra.
Gli altri personaggi, poco più che comparse, sono in concentrazione successiva: i discepoli, i tre, Pietro; più tardi il quadro si allarga: Giuda, i Dodici, la folla.
Gesù sceglie i tre, come altre volte prima di compiere un gesto importante (cf.
5,37; 9.2).
È rappresentato totalmente dalla parte dell’uomo: si prostra (v.
35), la sua preghiera (v.
36) ha lo svolgimento classico dei salmi (invocazione, professione di fede, supplica, accetta-zione della volontà di Dio; manca il ringraziamento).
La sua tristezza è scandita da due immagini: l’ora e il calice.
L’insistenza sul sonno dei discepoli mette in luce la loro lonta-nanza e debolezza.
L’invito a pregare per non soccombere alla tentazione, rivolto non solo a Pietro, contrappone la carne e lo spirito non come due sostanze, ma come due tendenze che coinvolgono l’uomo intero: la lacerazione tra volontà e debolezza è interna al cuore dell’uomo (v.
38).
Infine, l’accettazione, con una espressione curiosa e rara: apéchei (v.
41), «basta», si trova in calce alle fatture nei papiri, con il senso di «saldato, pagato».
L’ora è venuta: il Figlio è consegnato, agli uomini e al compimento del disegno di Dio.
Tra i due imperativi: «restate qui» (v.
32) e «andiamo» (v.
42), gli altri personaggi sono immobili e pas-sivi, solo Gesù è in piena luce.
Gesù è protagonista assoluto anche nella scena dell’arresto (vv.
43-52).
Giuda crede di condurre l’azione, in realtà è una pedina, come i soldati e lo stesso discepolo che ferisce il servo del sommo sacerdote.
È Gesù che domina, mostrando di conoscere tutto da principio e che tutto si svolge secondo il progetto annunciato dalle Scritture (v.
49).
Rimane a con-clusione l’immagine del giovinetto che fugge nudo (51-52): secondo la tradizione lo stesso evangelista Marco, in realtà figura di tutti noi, nudi come Adamo ed Eva di fronte al mo-mentaneo trionfo del peccato (Gn 3,7), inermi e affidati solo alla gratuita misericordia di Dio.
Gesù davanti al sinedrio (14,53-65) Due racconti si annunciano nel primo versetto, con uno svolgimento parallelo: Gesù è portato davanti al sinedrio, Pietro si scalda al fuoco in cortile.
La prima scena si apre con l’affannosa ricerca dei falsi testimoni, confusi e contraddittori (vv.
55-59).
Segue l’interrogatorio, cui Gesù oppone prima il silenzio (v.
61), poi la citazio-ne di Dan 7,13.
La testimonianza di Gesù, a differenza di quella dei suoi avversari, è chiara e inequivocabile, e la sentenza di condanna — del resto già decisa — è immediata.
La seconda scena, contemporanea, vede snodarsi il dramma di Pietro: la prima nega-zione, il primo canto del gallo (v.
68), la seconda e la terza negazione, ancor più decisa (vv.
70-71).
Infine, il secondo canto del gallo e il pianto liberatorio di Pietro, ormai consapevole e convertito (v.
72).
Gesù davanti a Pilato (15,1 -20a) Mentre davanti al sommo sacerdote Gesù passa dal silenzio alla parola, davanti a Pila-to, dopo una prima lapidaria risposta — «Tu lo dici» (v.
2) — sceglie il silenzio.
Rimane tut-tavia protagonista della storia, colui che, contro le apparenze, conduce il gioco.
Pilato si af-fanna a cercare una via d’uscita non troppo disonorevole da quella che per lui è solo una seccatura; Barabba è un fantoccio nelle mani dei potenti; la folla, manovrata dai capi, grida senza comprendere ciò che dice.
Da tutta questa pericope (vv.
6-15) Gesù è assente, altri decidono di lui; e tuttavia si intuisce che tutto avviene secondo la sua consonanza con la volontà del Padre.
La scena seguente (vv.
16-20) lo mostra paradossalmente vincitore proprio nella massi-ma umiliazione.
Rivestito di porpora, incoronato di spine (v.
17), salutato re dei Giudei (v.
18), omaggiato per scherno (v.
19): con un procedimento di ironia tragica, appare qui ol-traggiato e torturato, e proprio così, secondo la logica della croce (sub contraria specie), ma-nifesta la sua regalità.
Crocifissione, morte, sepoltura (15,20b- 47) Il racconto si snoda sempre più drammatico, allineando con precisione i particolari.
Per aiutare il condannato viene chiamato un contadino, individuato con nome, provenienza, parentado; il luogo della crocifissione è segnalato con la denominazione aramaica e greca (vv.
21-22).
Il seguito è registrato con una preoccupazione quasi cronachistica: Gesù rifiuta il vino drogato che si dava ai condannati per renderli incoscienti; i soldati sorteggiano le sue vesti; si indicano l’ora — la terza —, l’iscrizione con il motivo della condanna, i brigan-ti compagni di sventura (vv.
23-27).
Da questo primo livello di cronaca il racconto passa a uno stile narrativo più ricco, e ri-porta i commenti sarcastici dei passanti e degli avversari.
Per l’ultima volta, si chiede inu-tilmente a Gesù un segno straordinario che renda obbligata, e quindi inutile, la fede: «scen-da ora dalla croce»! (v.
32).
Ancora una precisazione temporale: l’ora sesta, quando la terra si oscura fino all’ora nona (v.
33).
Ed ecco il grido di Gesù, riportato anche in ebraico: è l’inci-pit del salmo 22, il lamento del giusto perseguitato, che si conclude con la lode e il ringra-ziamento al Dio d’Israele.
In bocca a Gesù, il grido ha probabilmente una duplice valenza: è il lamento profondamente umano e autentico di chi appare veramente abbandonato e vede il fallimento della sua missione, nella fuga dei suoi; ma è difficile negare che ci sia l’e-co del salmo, e quindi la conferma della speranza in Dio.
Infine, con un grido, Gesù muore (v.
37), uomo fino all’ultimo: proprio qui si rivela in lui una potenza riconosciuta proprio dal testimone che sembrerebbe più lontano, il centu-rione pagano cui si deve la più alta professione di fede: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».
Dei seguaci di Gesù sono presenti qui solamente, ma in disparte, le donne, fra cui non è nemmeno nominata la madre (vv.
40-41).
Tolto dalla croce, il corpo viene avvolto in un lenzuolo e deposto in un sepolcro nuovo, in fretta perché il sabato sta per iniziare.
Le donne che osservano da lontano chiudono il racconto, e lo riapriranno, tornando alla tom-ba vuota, all’alba del primo giorno dopo il sabato (16,1).
Meditazione La proclamazione dell’evangelo della Passione ci inserisce direttamente nel clima pa-squale di questa santa settimana.
Nell’ascolto attento e partecipe di questo testo già vivia-mo, in tutta la sua ricchezza, quel mistero di morte e risurrezione che ci apprestiamo a ce-lebrare in modo più solenne nei prossimi giorni.
Il racconto di Marco è sobrio, spoglio, essenziale; i fatti sono presentati nella loro nudità in modo sconcertante.
Il ritmo della narrazione è incalzante e gli episodi si susseguono in una progressione implacabile, quasi come un gioco tragico che procede senza posa verso la sua ineluttabile conclusione.
Marco, per far emergere la sua teologia, non ha bisogno di affidarsi a lunghi discorsi, né di introdurre troppi interventi personali nel corso del testo: gli basta mettere il suo lettore «davanti allo “shock” delle immagini e dei fatti» (M.
Berder).
Il paradosso della croce è fatto risaltare in tutta la sua evidenza semplicemente dalla forza drammatica con cui vengono dispiegati i singoli avvenimenti.
Gli eventi parlano da soli per chi li sa ascoltare…
Un tratto tipico – comune ai quattro evangelisti – del racconto della Passione è lo spazio abbondante dato ai riferimenti scritturistici, in buona parte tratti dal libro dei Salmi.
Al ri-guardo, è emblematico che le rarissime volte in cui si vogliono rendere manifesti i senti-menti di Gesù si ricorra quasi esclusivamente a citazioni di salmi (al Getsèmani Gesù e-sprime la sua tristezza mortale con le parole del Sal 42-43; sulla croce grida il suo abban-dono con le parole del Sal 22).
Per le prime comunità cristiane era importante trovare un senso allo scandalo di un Messia crocifisso e questo lo si poteva fare solamente interrogando le Scritture, cercando di scorgere in esse il piano di Dio.
Come poteva lo scandalo della Croce rientrare nel disegno salvifico di Dio? La fede dei primi cristiani ha trovato luce nel-le pagine del Primo Testamento, soprattutto là dove esse svelano che spesso la riuscita di Dio passa attraverso lo scacco degli uomini da lui eletti, che il suo piano «va sempre a buon fine attraverso il fallimento» (J.
Delorme).
Così i giusti perseguitati, di cui trabocca il Salterio, diventano figure trasparenti attraverso cui guardare il dramma del Giusto perse-guitato per eccellenza.
Così anche il misterioso personaggio del Servo del Signore (di cui ci parla la prima lettura tratta dal profeta Isaia) diventa figura capace di illuminare la vicen-da dolorosa e insondabile del Figlio dell’uomo «consegnato nelle mani dei peccatori» (14,41).
Fin dai primi capitoli del suo vangelo, Marco ci aveva preparati all’eventualità di una fi-ne violenta del Maestro di Nàzaret.
Infatti, già in 3,6, dopo una guarigione operata di saba-to, si dice: «i farisei con gli erodiani tennero consiglio contro di lui per farlo morire».
Ora il momento è inesorabilmente arrivato e Gesù si avvia solo, tradito e abbandonato da tutti (cfr.
14,50!) verso il luogo in cui si consumerà la sua passione.
Egli sa a cosa sta andando incontro, eppure continua, nonostante tutto, a rendere grazie (cfr.
14,22-23), a riaffermare la sua confidenza in Dio, il suo Abbà (cfr.
14,36), a mantenere la fiducia in un al di là vittorioso (cfr.
14,9; 25.28), a confessare la sua grande speranza in un’aurora di luce, quando verrà sulle nubi del cielo «seduto alla destra della Potenza» (14,62).
L’interrogativo che affiora a più riprese nel corso del secondo vangelo («Chi è dunque Gesù?») trova qui una risposta defi-nitiva: Gesù stesso, rispondendo al sommo sacerdote che gli domandava se è il Cristo, il Fi-glio del Benedetto, dichiara: «Io lo sono!» (14,62); e sotto la croce sarà inaspettatamente un pagano a riconoscere in quell’uomo agonizzante il Figlio di Dio: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio» (15,32).
Possiamo dire che, proprio nell’estremo «svuotamento», nell’estrema «umiliazione», nell’estremo «abbassamento» (per usare le parole dell’inno di Fil 2,6-11) di una morte infame e maledetta, si rivela agli occhi della fede l’identità vera di Gesù.
Proprio quella morte (e quel modo di morire) fa alzare il velo sul mistero della sua persona, rende palese il segreto a lungo taciuto.
Il silenzio della croce è più eloquente di molte parole, il buio di quella morte è più luminoso di tante luci…
Ma il racconto della passione non vuol semplicemente informarci sulle ultime ore terre-ne di Gesù, esso vuole soprattutto invitarci a un coinvolgimento personale – il cammino di Gesù deve diventare il nostro cammino – e vuole anche farci riflettere sulla vicenda di al-cuni personaggi che compaiono nel corso della narrazione, con tutto il loro carico di corag-gio e di codardia, di fedeltà e di tradimento, di coerenza e di contraddizione, di amore e di odio.
È utile anche riflettere sulle motivazioni profonde del loro agire (Marco si premura di rendercene note alcune: per esempio, in 15,10, ci dice che i capi del popolo hanno con-segnato Gesù alla morte «per invidia»…).
Significative, a questo proposito, sono le due fi-gure speculari di Giuda e di Pietro.
Entrambi della cerchia dei Dodici, l’uno tradisce il Ma-estro, l’altro lo rinnega; l’uno passa dalla parte degli oppositori, l’altro rivela tutta la fragili-tà e l’inconsistenza della sequela del discepolo.
Essi, in qualche modo, non cessano di rap-presentarci, perché in Giuda riconosciamo il traditore in potenza che è in ciascuno di noi e in Pietro riconosciamo le nostre paure, le nostre debolezze, la nostra poca fede.
Ci sono però altri personaggi minori, più positivi, che, seppure fanno una breve com-parsa sulla scena, lasciano dietro di sé una scia luminosa.
La donna di Betània che, con un solo gesto, mostra di comprendere Gesù più di ogni altro discepolo (cfr.
14,3-9); il miste-rioso ragazzo che segue Gesù dopo che tutti i discepoli lo hanno abbandonato (cfr.
14,51-52); Simone di Cirene che porta la croce di Gesù come un buon discepolo (cfr.
15,21); il centurione che, unico tra i presenti, confessa la sua fede sotto la croce (cfr.
15,39); le donne che, a dispetto dei discepoli, hanno continuato a seguire Gesù e sono salite con lui sul Cal-vario (cfr.
15,40-41); Giuseppe d’Arimatea che, con coraggio e pietà, va a chiedere il corpo di Gesù per assicurargli una degna sepoltura (cfr.
15,43-46).
Figure curiose ed esemplari che, con la loro presenza e il loro atteggiamento, si fanno prossimi e solidali al Crocifisso rendendo, in certa misura, meno cupo il dramma della sua passione.
La processione e la passione Molti furono stupiti della sua gloria, simile a quella di un trionfatore vittorioso, nel momento in cui entrava in Gerusalemme, ma poco dopo, nel momento in cui affrontava la passione, il suo volto era privo di gloria e umiliato.
[…] Se dunque si considera a un tempo la processione di quest’oggi e la passione, Gesù appare sublime e glorioso da una parte e umiliato e sofferente dall’altra.
La processione fa pensare all’onore riservato ai re; la Pas-sione mostra la punizione riservata al ladrone.
Qui lo circondano gloria e onore, là «non ha né forma né bellezza» (Is 53,2).
Qui è la gioia degli uomini e il vanto del popolo, «là l’ob-brobrio degli uomini, l’oggetto di disprezzo del popolo» (Sal 21 [22], 7).
Qui lo si acclama: «Osanna al figlio di David! Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore» (Mc 11,10); là lo si proclama degno di morte e lo si deride perché si è fatto re di Israele.
Qui gli si va incontro con rami di palma; là con le loro mani lo percuotono sul volto e gli colpisco-no la testa con una canna.
Qui è colmo di lodi; là è saziato di insulti.
Qui, a gara, si ricopre la sua via con vesti altrui; là è spogliato delle proprie vesti.
Qui è accolto a Gerusalemme come il re giusto e il Salvatore (cfr.
Zc 9,9) ; là è scacciato da Gerusalemme come un crimi-nale e un impostore.
Qui siede sopra un asino, avvolto di onore; là è appeso al legno della croce, straziato dalle verghe, coperto di piaghe, abbandonato dai suoi.
[…] Fratelli, se vo-gliamo seguire la nostra guida senza vacillare tanto nei momenti felici che in quelli avver-si, contempliamolo avvolto di onore nella processione delle Palme, sottoposto agli oltraggi e alle sofferenze nella passione, ma in tale mutamento di circostanze non mutò i suoi pen-sieri.
[…] Signore Gesù, tutti ti benedicano, tu gioia e salvezza di tutti, sia che ti vedano se-duto sull’asino, sia che ti vedano sospeso al legno della croce.
Vedendoti regnare sul trono ti lodino nei secoli dei secoli.
A te lode e onore per tutti i secoli dei secoli.
(GUERRICO D’IGNY, Terzo discorso sulle Palme 2.5, SC 202, pp.
188-192.198-200) L’esempio di Gesù nel Getsèmani «Giunsero intanto a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: “Se-detevi qui, mentre io prego”.
Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia.
Gesù disse loro: “L’anima mia è triste fino alla morte.
Restate qui e ve-gliate”.
Poi, andato un po’ innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passas-se da lui quell’ora» (Mc 14,32-35).
[…] Che cosa significano questi sentimenti di angoscia che hanno il culmine nella tri-stezza “fino alla morte”?.
[…] Come Gesù reagisce in questa lotta per l’obbedienza della mente, il cui esito, per molti, è di fuggire, di ritirarsi, di abbandonare tutto? Reagisce restando.
Chiede ai discepoli di restare, di non fuggire, di non cambiare situa-zione, ma di affrontare la lotta.
Poi, andato un poco innanzi, si getta a terra e prega perché, se è possibile, passi da lui quell’ora.
È molto bello che Gesù affronti direttamente il male ma, a partire dalla propria debolezza, «che passasse da lui quell’ora» (Mc 14,35).
La sua è una lotta col Padre, ed egli vuole ad ogni costo che sia vittoriosa la volontà del Padre.
Infatti «diceva: “Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu”» (Mc 14,36).
Egli sa di volere altro, di volere che si allontani da lui quel calice, ma la parola decisiva è «ciò che vuoi tu».
È la parola ultima della fede, dell’obbedienza della mente, parola che in-terpreta Abramo, Giobbe, tutti i santi della via della fede nell’Antico Testamento.
Possiamo restare in contemplazione affettiva di Gesù nel Getsèmani e chiedergli: Che cosa dici tu a me? Come vivo io queste realtà? Suggerisco tre riflessioni conclusive.
1.
Se c’è una lotta per l’obbedienza della mente, il modello è Gesù nell’orto, Gesù orante; lui è il modello ultimo che riassume tutto il combattimento di Giobbe nella sua violenza e nella sua vittoria, il luogo migliore per rileggere l’insieme del Libro di Giobbe e coglierne lo sbocco nel disegno divino.
2.
Chi prega per non entrare in tentazione ha già vinto per metà.
Difatti Gesù supplica i suoi apostoli: «Pregate per non entrare in tentazione» e obbliga noi a ripetere questa inces-sante domanda nella preghiera domenicale: domanda di cui non sempre comprendiamo l’importanza e che spesso formuliamo a fior di labbra.
Con essa si chiede al Padre di co-gliere il carattere di lotta e di prova di tante situazioni, di non entrarci a capofitto senza capire che sono una prova, ma di affrontarle nella preghiera.
Quando ci si accorge che una certa realtà, un evento, sono una prova in cui Dio ci pone abbiamo già superato per metà la difficoltà; quando invece li si legge come destino cattivo, come malvagità della gente, della società, come ignoranza dei superiori o pigrizia di quanti ci sono affidati, è assai dif-ficile uscirne se non con discorsi razionali o con provvedimenti di tipo programmatico, che però solo in parte risolvono il problema.
Se colgo l’aspetto di prova emerge il grido: «Signore, non permettere che io cada in tentazione! Fammi comprendere che sto viven-do un momento importante della mia vita e che tu sei con me per provare la mia fede e il mio amore».
3.
La vera vittoria è – come insegnano Abramo, Giobbe e soprattutto Gesù – l’abbandono al mistero inesauribile, creativo, sorprendente di Dio che ha risorse al di là di quanto noi possiamo pensare e capire.
Non dobbiamo mai credere di essere in un vicolo cieco, perché anche quando ne abbiamo l’impressione la Trinità è talmente capace di creatività da acco-glierci; quindi il muro del resistenza, il vicolo cieco in cui ci si sente, viene scavalcato e su-perato da un abbandono che è l’atto supremo di libertà dell’uomo, l’atto in cui l’uomo per- viene a essere maggiormente se stesso, cioè creatura fatta per il dialogo con Dio e che si salva nell’affidamento totale a lui come Padre pieno di amore e di misericordia.
(Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009, 99-102).
“Mai più” Madame Michel è morta stamattina.
È stata investita dal camioncino di una tintoria, vi-cino a rue du Bac.
[…] E io? Io che cosa provo? Chiacchiero dei piccoli eventi del 7 di rue de Grenelle ma non sono molto coraggiosa.
Ho paura di guardare dentro me stessa e ve-dere cosa sta succedendo.
Mi vergogno anche un po’.
Credo che in fondo io volessi morire e far soffrire Colombe, la mamma e papa solo perché ancora non avevo mai soffer-to davvero.
O meglio: soffrivo senza provare dolore, e tutti i miei bei progetti erano un lusso da ragazzina senza problemi.
La lucidità di una bambina ricca che vuole rendersi in-teressante.
Ma ora, per la prima volta, sono stata male, tanto male.
Un pugno nello stomaco, senza respiro, il cuore in poltiglia, lo stomaco completamente spappolato.
Un dolore fisico in-sopportabile.
Mi sono chiesta se mai un giorno potrò rimettermi da dolore.
Volevo urlare dal dolore.
Ma non ho urlato.
Adesso la sofferenza c’è ancora, ma non mi impedisce più di camminare o di parlare, mentre provo una sensazione di impotenza e assurdità totali.
Al-lora è proprio così? Di colpo svaniscono tutte le possibilità? Una vita piena di progetti, di discussioni appena abbozzate, di desideri ancora non esauditi si spegne in un secondo, e non rimane più niente, non c’è più niente da fare, non si può più tornare indietro? Per la prima volta in vita mia ho sperimentato il senso delle parole mai più.
Beh, è una cosa terribile.
Le pronunciamo cento volte al giorno, ma non sappiamo cosa stiamo dicen-do se non ci siamo ancora confrontati con un vero “mai più”.
In fondo ci illudiamo sempre di poter controllare ciò che accade; nulla ci sembra definitivo.
Anche se in queste ultime settimane dicevo che presto mi sarei suicidata, non so se ci credessi veramente.
Ma questa decisione mi faceva davvero provare il senso della parola “mai”? Niente affatto.
Mi faceva provare il mio potere di decidere.
E penso che, qualche istante prima di mettere fine alla mia vita, “finito per sempre” sarebbe rimasta ancora un’espressione vuota.
Ma quando qual-cuno a cui vuoi bene muore…
allora posso dire che capisci cosa significa, ed è una cosa che fa molto molto male.
È come un fuoco d’artificio che si spegne di colpo e tutto diventa ne-ro.
Mi sento sola, malata, ho la nausea e ogni movimento mi costa uno sforzo immane.
[…] Stasera, ripensandoci, con il cuore e lo stomaco in subbuglio, mi dico che forse in fondo la vita è così: molta disperazione, ma anche qualche istante di bellezza dove il tempo non è più lo stesso.
È come se le note musicali creassero un specie di parentesi temporale, una sospensione, un altrove in questo luogo, un sempre nel mai.
Sì, è proprio un sempre nel mai.
Non preoccuparti, Renée, non mi suiciderò e non darò fuoco proprio a un bel niente.
Perché d’ora in poi, per te, andrò alla ricerca dei sempre nel mai.
La bellezza, qui, in questo mondo.
(Mauriel BARBERY, L’eleganza del riccio, Edizione e/o, Roma, 2007, 315-319).
Come vivere la settimana Santa La benedizione delle palme, da cui questa domenica prende il nome, e la processione che ne è seguita vogliono evocare l’ingresso in Gerusalemme di Gesù e la folla che gli va incontro festosa e acclamante.
Forse la nostra processione appare un po’ povera rispetto a ciò che dovrebbe rievocare.
L’importante, tuttavia, non è prendere in mano le palme e gli ulivi e compiere qualche pas-so, ma esprimere la volontà di iniziare un cammino.
Questa scena infatti, che vorrebbe es-sere di entusiasmo, non ha valore in sé: assume piuttosto il suo significato nell’insieme de-gli eventi successivi che culmineranno nella morte e nella risurrezione di Gesù.
Contiene perciò una domanda che è anche un invito: vuoi tu muovere i passi entrando con Gesù a Gerusalemme fino al calvario? Vuoi vedere dove finiscono i passi del tuo Dio, vuoi essere con lui là dove lui è? Solo così sarà tua la gioia di Pasqua.
Entriamo dunque con la domenica delle Palme nella Settimana santa, chiamata anche “autentica” o “grande”.
Grande perché, come dice san Giovanni Crisostomo, «in essa si sono verificati per noi beni infallibili: si è conclusa la lunga guerra, è stata estinta la morte, cancellata la maledizione, rimossa ogni barriera, soppressa la schiavitù del peccato.
In essa il Dio della pace ha pacificato ogni cosa, sia in cielo che in terra».
Sarà dunque una settimana nella quale pregheremo in particolare per la pace a Gerusa-lemme e ci interrogheremo pure sulle condizioni profonde per attuare una reale pace a Gerusalemme e nel resto del mondo.
La liturgia odierna è quindi un preludio alla Pasqua del Signore.
L’entrata in Gerusa-lemme dà il via all’ora storica di Cristo, l’ora verso la quale tende tutta la sua vita, l’ora che è al centro della storia del mondo.
Gesù stesso lo dirà poco dopo ai greci che, avendo sa-puto della sua presenza in città, chiedono di vederlo: «È venuta l’ora in cui sarà glorificato il Figlio dell’uomo» (Gv 12,23).
Gloria che risplenderà quando dalla croce attirerà tutti a sé.
(Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009, 159-160).

La secolarità nell’orizzonte della creazione

TRENTI Z., La secolarità nell’orizzonte della creazione, Leumann, Elledici 2009.
Presentazione L’attenzione alla secolarità ha avuto un momento felice nel recente passato; ora sembra attenuarsi.
Le considerazioni che proponiamo vogliono offrire uno stimolo a ridare risonanza ad una situazione secolare che è la nostra.
Nella prima parte si propongono in un seguito di riflessioni appena organizzate, quasi un itinerario.
Tuttavia non un itinerario già fatto, ma tracce perché ciascuno se lo inventi.
Raccolgono momenti anche occasionali di riflessione, offerti dalle situazioni del vivere quotidiano.
La vita è carica di richiami che la sfiorano appena: perché non fissarli di tanto in tanto, sostarvi con attenzione e lasciarli parlare?…
Possono costituire una breve sospensione all’urgenza delle cose da fare.
C’è qualcosa di più urgente e magari appassionante dell’esplorazione di quello che siamo e più ancora di quello che vogliamo essere? Rappresentano uno spazio e un tempo sottratti al fare, dedicati all’essere per accorgerci che siamo imbarcati, per identificare il porto, per verificare se Qualcuno ci attende all’approdo, per preparare l’incontro.
La seconda parte, più teoretica, sulla creazione è offerta a conferma indispensabile per dare credibilità ad uno stile sereno di abitare il mondo, che Dio ha escogitato ed ha offerto alla nostra fatica, ma anche alla nostra contemplazione.
Collana: Spiritualità secolare – Pasqua 2009 La secolarità nell’orizzonte della creazione (Una pausa di contemplazione nel ritmo della quotidianità) Presentazione Introduzione Parte Prima: Suggestioni dall’esperienza quotidiana 1.
Passaggio all’interiorità 2.
Inquietudine 3.
Il volto 4.
Invocazione 5.
La Secolarità 6.
L’orizzonte della responsabilità.
7.
Quale approdo? Parte seconda: Suggestioni dalla ricerca teologico-biblica 8.
In principio Dio creò 9.
Bibliografia di riferimento Indice

Identità dissolta

In questa pagina pubblichiamo alcuni stralci del capitolo su «Laicità dello Stato e religioni».
L’aggettivo laikós indicava o­riginariamente un membro della Chiesa, che fa parte del laós tou theou, il «popolo di Dio».
Ciò è ancora più evidente se si con­sidera la traduzione latina del ter­mine, che non è il generico popu­lus, bensì plebs, che indicava speci­ficamente la comunità cristiana.
L’inevitabile evoluzione del termine nei secoli successivi è specchio non solo di peculiari condizioni storiche – particolarmente, in questo caso, le divisioni provocate all’interno della comunità cattolica dalla Riforma protestante nel XVI e XVII secolo –, ma anche e soprattutto dell’oriz­zonte culturale a essa sotteso.
Si è così progressivamente giunti a i­dentificare la condizione di «laicità» come uno stato di autonomia della politica dalla sfera religiosa e come indice della possibilità di raggiun­gere la verità tramite la sola ragione, prescindendo dalla fede.
In entrambi i casi, l’autentico signi­ficato del termine, per come si è e­voluto nel corso dei millenni, è sta­to snaturato.
Se da una parte, infat­ti, non si può non concordare sul concetto di distinzione dei poteri e dei ruoli che spettano rispettiva­mente alla Chiesa e allo Stato, è in­vece difficilmente condivisibile la te­si secondo cui uno Stato è «laico» perché nel suo legiferare prescinde completamente dalla religione e dai suoi contenuti.
Questa posizione si può riassumere con la massima di Ugo Grozio, fatta propria, quasi fos­se una formula magica, dal movi­mento secolarista, il quale però ne ha corrotto il significato originale: etsi Deus non daretur, «come se Dio non ci fosse».
Analogamente, è as­surdo temere che la verità della fe­de possa attentare all’autonomia della ragione, oppure teorizzare che solo questa possa raggiungere la ve­rità, e fa meraviglia che i fautori di ta­li posizioni non ne siano coscienti.
Se si è giunti a questa concezione moderna del termine «laicità» – è bene ribadirlo –, in ambito sia filo­sofico sia politico, è solo perché nel cristianesimo si erano precedente­mente sviluppate le forme concet­tuali ed espressive che ne permise­ro il comune riconoscimento, no­nostante l’uso ambiguo e spesso strumentale a cui il termine è sog­getto.
Rivendichiamo, pertanto, la primogenitura di questa concezio­ne, non per orgoglio – anche se a­vremmo tutti i diritti per farlo –, ma esclusivamente perché ci venga ri­conosciuto un diritto di originalità che non ci può essere sottratto, se non altro per rispetto della verità storica.
Ultimamente, si sente parlare sem­pre più spesso di «etica laica».
Cosa si nasconda dietro questa espres­sione è facile immaginarlo, alla luce di quanto abbiamo esposto in pre­cedenza.
Di fatto, si vuole imporre questo concetto per accreditare la tesi di un’autonomia, soprattutto dalla sfera cattolica, in grado di fa­vorire la scienza e così produrre pro­gresso.
Quanto questa visione sia in­genua è evidente.
Per sua stessa na­tura l’etica non ha alcuna colora­zione e ogni sua ulteriore qualifica­zione risulta pleonastica.
L’etica, in­fatti, riconosce il primato della ra­gione e assieme alla ratio giunge ai principi fondamentali che stanno alla base della vita personale.
Difendere in ambito politico l’esi­stenza di un’etica «laica» indipen­dente dalla «morale cattolica» è giu­sto e corretto, ma ciò non implica che i loro contenuti debbano esse­re necessariamente contrapposti.
Significherebbe non percepire il nesso costitutivo che intercorre tra etica e morale cattolica e creare ar­tificiosamente, e con intenti stru­mentali, un’inesistente contrappo­sizione.
Per quanto possa apparire parados­sale, oggi gli Stati hanno urgente bi­sogno di confrontarsi con la que­stione della verità; devono ricercar­la incessantemente e proporla ai cit­tadini soprattutto quando questa ha a che fare con i diritti fondamenta­li della persona, come quelli che ri­guardano la vita e la morte.
Dinan­zi a quei problemi etici particolar­mente controversi, lo Stato deve confrontarsi con la verità e special­mente con quella proposta dalla re­ligione, che più di ogni altra confe­risce valore alla dignità della persona.
Il concetto di tolleranza, applicato oggi ai più sva­riati ambiti – si pensi per esempio alla tolleranza razziale, politica, etnica, sessuale, culturale –, non è di aiuto per risolvere la si­tuazione conflittuale nella quale ci troviamo.
Lo Sta­to non può assestarsi in una sorta di neutralità che tutti accoglie e nes­suno predilige.
Deve senz’altro a­doperarsi per riconoscere e difen­dere le minoranze, anche quelle re­ligiose, ma ciò non può andare a de­trimento della maggioranza pre­sente nel Paese, che ne rappresenta la storia, la tradizione e l’identità.
Infine, riteniamo che in questa sua ricerca e attuazione della verità, lo Stato «democratico» sia chiamato a tenere fede a questo suo fonda­mentale attributo.
In virtù del suo essere democratico, lo Stato non so­lo deve accettare di confrontarsi con la Chiesa, ma deve anche saperne accogliere – solo in un secondo mo­mento temperandole – le eventuali ingerenze.
Non si tratta di una que­stione di laicità ma di democrazia, che dà prova di maturità accettan­do i rischi di tale condizione.
La Chiesa invece, richiamandosi a prin­cipi che hanno un’origine superio­re a quella umana, non potrebbe mai accettare una qualsiasi inge­renza dello Stato riguardo ai propri contenuti.
Ciò non rende una supe­riore all’altro, ma semplicemente ri­conosce l’autonomia e l’autoctonia di entrambe le istituzioni.
La cosa può apparire paradossale, e lo è.
La democrazia, obbligata per sua costituzione ad accogliere in sé elementi che vanno oltre la sfera del­la politica, trova in sé anche i mezzi per neutralizzare eventuali schegge impazzite.
La Chiesa, da parte sua, ben conosce i limiti entro cui può o­perare.
Gli Stati, a volte, ricorrono al Concordato per ratificare i rapporti tra le due istituzioni; si tratta co­munque di uno strumento, non di un fine.
Ciò che caratterizza la pre­senza della Chiesa nel­la società è l’annuncio di un’esistenza che non si esaurisce nelle situazioni e nelle e­ventualità regolamen­tate dalle leggi emana­te dagli Stati, ma va ol­tre.
L’irrilevanza del messaggio cristiano potrebbe sembrare se­gno della laicità acquisita dallo Sta­to, ma in realtà si tratta soltanto di un sintomo della debolezza conge­nita delle strutture che, in tal modo, manifestano la povertà culturale che le minaccia.
I seguaci di Voltaire storceranno il naso, ma, se vorranno essere coe­renti, saranno obbligati, oggi più di ieri, a legittimare la nostra esisten­za all’interno della società; eppure, non potranno esimersi dall’affer­mare che siamo un’anomalia, una presenza fortuita, accidentale, ad­dirittura fastidiosa soprattutto in questi ultimi tempi, perché tanto in­gombrante con le sue certezze e i suoi dogmi.
La pretesa di verità che rechiamo contraddice il loro prin­cipio di tolleranza – espressione ge­nuina di dogmi laicisti – secondo il quale sarebbe meglio per tutti, e per il progresso della società, se fossimo confinati nel privato, senza alcuna possibilità di esprimerci pubblica­mente su questioni di carattere so­ciale ed etico.
Non è lontano da questa stessa ten­tazione anche chi si richiama a una rinnovata comprensione dello Sta­to etico, che legifera non solo pre­scindendo dalla morale presente nella società, ma si arroga la facoltà di presentarsi come istanza morale assoluta, traendo dall’ideologia l’i­spirazione per i propri interventi le­gislativi.
L’apertura degli Stati generali a Versailles il 5 maggio 1789, uno degli atti fondanti della Rivoluzione francese Rino Fisichella RINO FISICHELLA, Identità dissolta.
Il cristianesimo, lingua madre dell’Europa, Mondadori, Milano 2’009, pp.
144, euro17.
Va in libreria da oggi «Identità dissolta», il nuovo libro di monsignor Rino Fisichella su «il cristianesimo, lingua madre dell’Europa» (Mondadori, pp.
144, euro17).
L’arcivescovo rettore dell’Università Lateranense nonché Presidente della Pontificia Accademia per la Vita cerca di rintracciare nella matrice religiosa scaturita dal Vangelo un’«impronta» genetica, quasi un denominatore comune che continua ad essere utile per la crescita anche sociale e civile del Vecchio Continente, soprattutto in questo momento «gravido di sfide» in cui il pluralismo, le migrazioni, il multiculturalismo contribuiscono a rendere più vaga l’identità europea.
L’ultimo capitolo è dedicato all’«emergenza educativa», argomento dell’appena concluso Forum del Progetto culturale della Cei.
Da tempo si assiste, in Europa, a un progressivo distacco della vita e della discussione politica dalle istanze della religione, in particolare quella cristiana.
In un mondo multiculturale e multireligioso e in un contesto europeo in cui sempre più sono gli immigrati che professano fedi non cristiane e sempre più sono i laici che contestano la validità e l’importanza della religione nell’epoca moderna, sembra forse giusto e condivisibile lasciar perdere, come un relitto che viene da un tempo ormai finito, la matrice religiosa cristiana che accomuna tutti i paesi del continente.
Tuttavia, come sostiene il cardinale Fisichella, questo sarebbe un grave errore: proprio perché in difficoltà nella definizione della propria identità, l’Europa dovrebbe fare tesoro delle sue radici che affondano nella religione cristiana.
Attraverso di esse, infatti, laici e credenti di tutti i paesi europei possono rifarsi a un quadro etico e morale condiviso, a una vera concezione di rispetto e tolleranza interreligiosa, a una base filosofica naturale per i diritti umani fondamentali.
Pubblichiamo uno stralcio del primo capitolo del volume Identità dissolta (Milano, Mondadori, 2009, pagine 138, euro 17).
Non mi è stato facile dare un titolo a questo saggio.
Alla fine l’idea vincente si è condensata in due parole: Identità dissolta.
L’aggettivo, però, merita di essere precisato per non dare al lettore l’impressione che l’analisi compiuta nelle pagine seguenti sia permeata di un latente pessimismo che non mi appartiene.
Spesso negli ultimi anni si è parlato giustamente di identità dell’Unione europea.
Una realtà come questa, che nasce sulla base di tradizioni culturali diverse, dovrebbe costruirsi intorno a tratti comuni che lascino percepire chi è il soggetto in questione.
E mia forte convinzione che per poter offrire un contributo significativo a questa tematica sia necessario ripercorrere un cammino che appare spesso offuscato, quando non del tutto sconosciuto.
C’è stato un tempo in cui l’identità dei popoli che costituivano l’attuale Unione europea era evidente, chiara e subito riconoscibile.
Oggi non è più così.
Negli ultimi decenni si è creata progressivamente una condizione di dissolvimento di questa identità, che appare drammatica in quanto a essere in gioco è la sorte delle giovani generazioni.
La ricchezza economica raggiunta, le sofisticate tecnologie disponibili e lo stile di vita acquisito sembrano aver favorito la disgregazione dell’identità conservata per secoli, che si è sciolta come neve al sole.
Le radici su cui era cresciuta la cultura europea sembrano essersi seccate e così la pianta non produce più i frutti sperati.
La storia di generazioni di persone che per secoli hanno vissuto con punti di riferimento normativi per la convivenza sociale viene oggi confutata e contraddetta.
Dunque, l’immagine che se ne ricava è proprio quella di un’identità dissolta.
Non sono, però, un pessimista.
E il sottotitolo del libro lo vuole in qualche modo confermare.
Prendo le mosse da una frase di Goethe: “L’Europa è nata in pellegrinaggio e la sua lingua materna è il cristianesimo”.
L’immagine è limpida e, per alcuni versi, solo un poeta poteva descrivere con un unico verso la complessità della realtà.
L’Europa è nata cristiana, e soltanto nella misura in cui conserverà questa identità potrà realizzare ciò che è stata nel passato e ciò che le permetterà di sopravvivere nel futuro senza dissolversi.
Un popolo privo di religione, infatti, tende a perdere coesione e si indebolisce sempre più fino a smarrire completamente la propria identità.
La frase di Goethe coglie una verità che spesso oggi viene volutamente dimenticata da molti: l’Europa, fin dal suo nascere, ha conosciuto il cristianesimo come suo fondamento.
Le ragioni politiche che hanno portato a un serrato dibattito e al mancato inserimento delle radici cristiane nel Preambolo della nuova Costituzione europea hanno mostrato che spesso, anche contro la verità storica, prevale l’opportunismo che tende a negare perfino l’evidenza.
Non è intenzione di queste pagine entrare nel merito del dibattito politico sulle radici cristiane.
Su questo punto tanto si è parlato e poco si è fatto, preferendo cedere alla prepotenza di pochi.
Le radici cristiane dell’Europa, d’altronde, sono talmente visibili che non meritano lo sforzo di una giustificazione.
Chi è responsabile della loro esclusione dalla magna charta, in qualsiasi parte dell’Europa si trovi, sarà ricordato anche per aver ricevuto una risposta negativa quando le popolazioni sono state giustamente interpellate per dare il loro consenso.
Ciò che a noi preme è non far perdere la memoria storica.
È giusto infatti che quanti si affacciano a considerare il nuovo soggetto in questione sappiano che l’Europa non è stata inventata oggi, ma ha fondamenta radicate nei secoli passati.
In questo contesto non si può dimenticare la grande azione svolta da Papa Giovanni Paolo II.
Tra i suoi numerosi interventi in proposito, uno particolarmente significativo del 3 giugno 1997 (a Gniezno, in Polonia) merita di essere citato: “Il traguardo di un’autentica unità del continente europeo è ancora lontano.
Non ci sarà l’unità dell’Europa fino a quando essa non si fonderà nell’unità dello spirito.
Questo fondamento profondissimo dell’unità fu portato all’Europa e fu consolidato lungo i secoli dal cristianesimo con il suo Vangelo, con la sua comprensione dell’uomo e con il suo contributo allo sviluppo della storia dei popoli e delle nazioni.
Questo non significa volersi appropriare della storia.
La storia d’Europa, infatti, è un grande fiume, nel quale sboccano numerosi affluenti, e la varietà delle tradizioni e delle culture che la formano è la sua grande ricchezza.
Le fondamenta dell’identità dell’Europa sono costruite sul cristianesimo.
E l’attuale mancanza della sua unità spirituale scaturisce principalmente dalla crisi di questa autocoscienza cristiana”.
E necessario, pertanto, cercare di individuare alcune tematiche che possano permettere il mantenimento di un dialogo tra credenti e laici.
In forza della ragione comune, entrambi possono scambiarsi argomentazioni per trovare un cammino da percorrere in questa avventura che tende a ricostituire l’unità dell’Europa.
Come abbiamo ricordato, Goethe afferma che “l’Europa è nata in pellegrinaggio”.
Ma non è il solo.
“Nel paese basco c’è, nel cammino di Santiago, un monte molto alto che si chiama Passo del Cize, o perché li si trova la porta della Spagna, o perché attraverso questo monte si trasportano le cose necessarie da una terra all’altra.
La sua salita conta otto miglia e altre otto la sua discesa.
La sua altezza è tale che sembra giungere al cielo e colui che lo sale crede di poter toccare con la propria mano il cielo.
Dalla sommità si possono vedere il mare britannico e l’occidente e le terre di tre paesi e cioè di Castiglia, di Aragona e di Francia.
Sulla cima dello stesso monte v’è un luogo chiamato la Croce di Carlo, perché lì con asce, con picconi, con zappe e con altri attrezzi aprì una volta un sentiero Carlo Magno quando entrò in Spagna con i suoi eserciti e poi, inginocchiato verso la Galizia, innalzò le sue preghiere a Dio e a san Giacomo.
Per la qual cosa, piegando lì le ginocchia i pellegrini sono soliti pregare rivolti a Santiago e tutti loro piantano ognuno delle croci che lì possono trovarsi a migliaia.
Per questo lì si ha il primo luogo di preghiera a Santiago”.
Il passo è tratto dal Liber Sancti Jacobi (più noto come Codex Calixtinus) e risale al 1150.
Rileggere queste pagine, che riportano minuziosamente nomi di strade, villaggi, ospizi, monti e pianure, di re, vescovi e semplici pellegrini, insomma una vera enciclopedia dell’epoca, permette di compiere un’esperienza non comune: immergersi in un mondo che sembra non esistere più.
Il pellegrino del passato era certamente mosso nel suo intento da motivazioni religiose; eppure, queste erano solo l’inizio.
A partire da lì si aprivano spazi che permettevano di immergersi nella conoscenza della natura, dei luoghi sacri, delle città e delle diverse culture del mondo.
Certamente, arrivare fino a Santiago era un’impresa non da poco ed equivaleva a raggiungere il limite del mondo allora conosciuto, oltre il quale non esistevano altro che mare e spazi ignoti.
Il commento, pervenutoci intatto, di un cavaliere tedesco dell’epoca, Arnold von Harff, che aveva intrapreso un lunghissimo viaggio verso Gerusalemme e il Sinai, poi a Venezia e infine a Santiago, permette di consolidare questa impressione: “Per consolazione e salvezza della mia anima, io, Arnold von Harff, ho deciso di compiere un beneficioso pellegrinaggio (…) ma anche per conoscere le città, i paesi e i costumi dei popoli”.
Come si può notare, il pellegrino viveva un’esperienza religiosa e al contempo culturale di particolare valore.
Raggiungere il santuario era lo scopo ultimo, ma questo consentiva di vivere una serie di esperienze che aprivano lo sguardo e allargavano gli orizzonti.
Pellegrinaggio e cultura non erano contrapposti, ma sintetizzati in una visione armonica della vita che favoriva lo sviluppo e la crescita personale.
Curiosità e piacere di conoscere il mondo rientravano nella normale aspirazione di chi iniziava il pellegrinaggio.
A sostenerlo nella fatica e nell’impegno del viaggio, oltre che davanti ai pericoli, erano certamente motivazioni religiose, che tuttavia non gli impedivano di immergersi in profonde esperienze pienamente “culturali”, quali la conoscenza di costumi, modi di vivere e di pensare tra loro diversi anche se accomunati dalla fede in Gesù Cristo.
Il viaggio conservava per lui il particolare valore religioso, che racchiudeva in sé i tratti peculiari della fede cristiana – la carità, la solidarietà, la comprensione della vita come un passaggio attraverso questo mondo, nel quale rimaniamo, per dirla con le parole dell’apostolo Pietro, “stranieri e pellegrini” (1 Pietro, 2, 11) – ma il pellegrino era anche un uomo fortemente curioso, attento a tutto ciò che incontrava e desideroso di imparare.
In altri termini, era un personaggio che ammirava oggetti sulle bancarelle dei mercati, si incantava davanti a musici e giullari, sostava nelle fiere e ascoltava racconti e leggende di vario genere.
Così, insieme ai miracoli dei santi, imparava anche a conoscere le grandi gesta di Carlo Magno, di Orlando e dei paladini le cui tombe trovava sul suo cammino.
Non si dimentichi che questo pellegrino osservava come si costruivano le chiese e, spesso, prestava la propria opera in cambio di vitto e alloggio; nello stesso tempo, però, vedeva come si tingeva la lana e si intrecciavano i vimini, come si forgiava il ferro e si salava la carne, come cambiava, a seconda delle stagioni, l’abbigliamento delle popolazioni che incontrava o come si allevavano animali che non conosceva.
In una parola, il pellegrino imparava come si organizzavano le corporazioni e i comuni, come si strutturavano i mercati e le fiere, per quali vie si trasportavano i carichi di spezie prelibate che giungevano dall’Oriente o i prodotti in pelle provenienti dai Paesi nordici…
Diventava così, suo malgrado, testimone e interprete, protagonista di una trasmissione di tradizioni e costumi, fondamenti basilari di ogni cultura.
La relativa calma della sua casa, del suo villaggio e della sua città veniva turbata da un flusso di conoscenze, informazioni e linguaggi, che suscitavano una sete insaziabile di conoscenza.
Eppure, proprio questo suo porsi come pellegrino attraverso i vari Paesi che percorreva costituiva il punto di partenza per la formazione di un’identità che andava al di là di quella personale, per realizzarsi come fenomeno culturale che si sarebbe stabilizzato nel corso dei secoli.
In qualche modo, avveniva che il pellegrino entrasse a far parte di una “società” che travalicava la sua appartenenza territoriale e linguistica per costituire una condivisione di vita concreta.
Sentimenti, segni di identificazione, interessi e necessità diventavano un bagaglio comune, un tutt’uno facilmente riconoscibile da chi avesse vissuto la stessa esperienza che andava a formare, di fatto, una civiltà di appartenenza.
Insomma, il pellegrino – italiano o fiammingo, greco o scandinavo, ispanico o irlandese che fosse – si riconosceva in un’unica identità culturale che non teneva conto della nazionalità né della condizione sociale né della lingua.
Ciò che accomunava non era una regola scritta, ma un modo di essere, l’assunzione di consuetudini che si radicavano e di comportamenti che si trasmettevano creando una solida tradizione.
Quel tipo di tradizione che sta alla base di ogni genuina storia, di ogni cultura che voglia essere originale e senza la quale non si può capire il presente.
di Rino Fisichella Arcivescovo Rettore della Pontificia Università Lateranense

Gli amici del Bar Margherita

TITOLO del film Gli amici del Bar Margherita Regia: Pupi Avati Sceneggiatura: Pupi Avati Attori: Diego Abatantuono, Pierpaolo Zizzi, Laura Chiatti, Fabio De Luigi, Luigi Lo Cascio, Neri Marcorè, Luisa Ranieri, Claudio Botosso, Gianni Ippoliti, Gianni Cavina, Katia Ricciarelli Ruoli ed Interpreti Fotografia: Pasquale Rachini Montaggio: Amedeo Salfa Musiche: Lucio Dalla Produzione: Antonio Avati per Duea Film e Rai Cinema Distribuzione: 01 DistributionPaese: Italia 2008 Uscita Cinema: 03/04/2009 Genere: Commedia Formato: Colore Sito Ufficiale Il «mitico» Bar Margherita, in realtà, non e­siste.
O meglio: ne sono esistiti d’innume­revoli.
«Erano tutti quei bar di una certa pro­vincia italiana degli anni 50, frequentati da un insieme straordinario di sciocchi ‘eroi’, il cui at­teggiamento oggi apparirebbe deplorevole ma che allora attraeva moltissimo i giovani.
I qua­li cercavano d’imitarli investendovi tutta la pro­pria ‘creatività’, nel più assoluto disimpegno e nel totale disinteresse degli adulti, sperperan­do così con disinvoltura un’adolescenza spen­sierata ».
L’adolescente protagonista che fre­quenta questo Bar Margherita viene chiamato «Coso».
Ma potrebbe anche chiamarsi Pupi.
«Questa non è esattamente la mia storia; ma non c’è dubbio che anche in questo personag­gio ci sia molto di me ragazzo – confessa Pupi Avati – So­prattutto per quel cinismo mi­sto alla gioiosità che è tipico di una certa adolescenza.
E che ha messo insieme una stagio­ne nella vita di quelli della mia generazione».
Gli amici del Bar Margherita, insomma – dal 3 aprile in 300 cinema – è il divertito ‘amar­cord’ del grande regista, a confronto coi ‘miti’ della pro­pria giovinezza incontrati e ammirati nel bar di via Sara­gozza, tra le vie della Bologna anni 50.
Testimone-alter ego di Pupi è «Coso» (cioè Taddeo, interpretato da Pierpaolo Zizzi), un diciottenne che sogna di essere ammesso tra i mitici frequentatori del Bar: il misterioso e carismatico Al (Diego Abatantuono), il fanta­sioso Bep (Neri Marcorè) innamorato dell’en­traineuse Marcella (Laura Chiatti), il cantante Gian (Fabio De Luigi), il ladruncolo sessuofo­bo Manuelo (Luigi Lo Cascio); il tutto sotto il paziente sguardo tollerante della mamma (Ka­tia Ricciarelli) e del nonno (Gianni Cavina), in­namorato della prosperosa maestra di pia­noforte (Luisa Ranieri).
«Per raccogliere questo gruppo eterogeneo ho messo insieme ricordi miei e dei miei amici, ri­percorrendoli con sguardo divertito, leggero, collegato a certe mie commedie sentimentali per la tv, come Jazz Band.
Ma sempre attraver­so i miei occhi di oggi.
Gli amici del Bar Mar­gherita, insomma – spiega Avati – è la storia di un dicottenne.
Ma raccontata da un settanten­ne».
Al centro del film, fa notare il regista, c’è pro- prio l’«essere giovani» di allora, così diverso dal­l’esserlo oggi.
«Dalla metà degli anni 60 i giova­ni sono diventati gli interlocutori numero uno della politica e del commercio.
Cinquant’anni fa, invece, i ragazzi vivevano nell’indifferenza to­tale degli adulti, non contavano assolutamen­te nulla.
Così potevano compiere errori, biz­zarrie, stravaganze; trovare un’identità, indivi­duare la propria strada.
Mentre oggi, apparen­temente messi al centro di tutto, si sentono ri­petere continuamente che non hanno pro­spettive, che per loro non c’è futuro».
In un cinema italiano che «al 99,99 per cento parla del presente – considera inoltre il regista – qualcuno dovrà pur fare i conti col passato.
Co­sì oggi mi sento un po’ la ‘vestale’ del tempo che è stato.
E il ci confronto coll’oggi può aiu­tarci capire meglio noi stessi».
Giacomo Vallati  TRAILER E ALTRI VIDEO DEL FILM GLI AMICI DEL BAR MARGHERITA Il trailer del film diretto da Pupi Avati Pupi Avati, presenta a Roma il suo nuovo film Intervista a Diego Abatantuono Il regista, Pupi Avati parla del film Intervista a Laura Chiatti e Luigi Lo Cascio Laura Chiatti e Luigi Lo Cascio, parlano del film ARTICOLI CORRELATI AL FILM GLI AMICI DEL BAR MARGHERITA Gli amici del bar Margherita, intervista al cast e al regista Pupi Avati FOTOGALLERY DEL FILM GLI AMICI DEL BAR MARGHERITA Guarda le foto presenti nella Photogallery Trama del film Gli amici del Bar Margherita Bologna, 1954.
Taddeo (Pierpaolo Zizzi), un ragazzo di 18 anni, sogna di diventare un frequentatore del mitico Bar Margherita che si trova proprio sotto i portici davanti a casa sua.
Con uno stratagemma, il giovane diventa l’autista personale di Al (Diego Abatantuono), l’uomo più carismatico e più misterioso del quartiere.
Attraverso la sua protezione, Taddeo riuscirà ad essere testimone delle avventure di Bep (Neri Marcorè), innamorato della entreneuse Marcella (Laura Chiatti); delle peripezie di Gian (Fabio De Luigi); delle follie di Manuelo (Luigi Lo Cascio); delle cattiverie di Zanchi (Claudio Botosso) e delle stranezze di Sarti (Gianni Ippoliti).
Ma alla fine, Taddeo che tutti chiamavano “Coso” ce la farà ad essere considerato uno del Bar Margherita?

Classe prima – Aprile

 VIII unità di apprendimento:  ”La festa di Pasqua”  OBIETTIVI SPECIFICI DI APPRENDIMENTO  Conoscenze  Abilità  * Gesù di Nazaret, l’Emmanuele “Dio con noi”.   * Cogliere i segni cristiani della Pasqua.
OBIETTIVI FORMATIVI • Individuare i segni di vita nuova presenti nell’ambiente • Scoprire i segni della festa di Pasqua  Suggerimenti operativi   • Riflettere sui segni presenti nella natura che ci fanno capire il cambio di stagione: siamo in primavera! Dare spazio a ogni bambino per esprimersi e raccontare le proprie esperienze.
• Scrivere, con l’ausilio del computer, la parola primavera (con carattere grassetto in modo da poter colorare l’interno delle lettere).
Individuare, insieme ai bambini, i colori che si adattano meglio alla primavera e dare la consegna di utilizzare le tinte appena scelte per colorare la scritta.
Alla fine incollare la scritta sul quaderno e decorare la pagina con altri disegni primaverili.
• Scoprire che si sta avvicinando una festa molto importante per i cristiani e lasciare spazio ai bimbi per far emergere le loro conoscenze pregresse.
Sottolineare la differenza tra i segni cristiani e quelli solo materiali; vedere i collegamenti (ad esempio: dall’uovo segno di vita ed eternità, all’uovo di cioccolato con sorpresa).
• Riprendere il vero significato della Pasqua cristiana: la risurrezione.
Scrivere sul quaderno: “Il giorno di Pasqua i cristiani dicono con gioia: Gesù è risorto”.
Fornire a ogni bambino un’immagine del risorto (si trovano sui quaderni operativi o su molti siti internet di immagini religiose).
Raccordi con altre discipline Informatica, ed.
all’immagine, scienze, italiano.
Riferimento al tema “Per i diritti di tutti” “Convenzione sui diritti dell’infanzia”: Art.
6: ogni bambino ha diritto di vivere.
Art.
14: ogni bambino ha diritto di seguire la propria religione. 

Primo biennio – Aprile

 VIII unità di apprendimento:  ”Pasqua ebraica e cristiana”  OBIETTIVI SPECIFICI DI APPRENDIMENTO  Conoscenze  Abilità  * La festa della Pasqua.  * Rilevare la continuità e la novità della Pasqua cristiana rispetto alla Pasqua ebraica.
OBIETTIVI FORMATIVI • Scoprire la Pasqua di Gesù come il centro della fede cristiana • Conoscere le tradizioni della Pasqua ebraica • Individuare somiglianze e differenze fra la Pasqua ebraica e quella cristiana  Suggerimenti operativi   • Ripercorrere le vicende della storia di Mosè e sottolineare la “nascita” della Pasqua ebraica.
Leggere da una Bibbia per ragazzi il racconto dell’episodio della liberazione dall’Egitto.
• Partire dalle conoscenze pregresse dei bambini sulla festa di Pasqua.
Riconoscere nell’evento della Pasqua di Gesù il centro della fede cristiana, partendo da una discussione collettiva o attuando un brain-storming.
Al termine dell’attività fissare alcune idee sul quaderno.
• Dividere la classe in gruppi e affidare a ognuno la ricerca di somiglianze e differenze fra i racconti biblici ascoltati nelle lezioni precedenti.
Individuare la continuità tra la Pasqua ebraica e quella cristiana; sottolineare il significato di “Pesàh” = passaggio.
Raccogliere le idee emerse dai vari gruppi e fissarle in uno schema sul quaderno.
Raccordi con altre discipline Italiano, storia, ed.
all’immagine, ed.
alla convivenza.
Riferimento al tema “Per i diritti di tutti” “Convenzione sui diritti dell’infanzia”: Art.
7: Ogni bambino ha diritto ad avere un’identità.
Art.
14: Ogni bambino ha diritto di seguire la propria religione.

Secondo biennio – Aprile

 VIII unità di apprendimento:  ”La festa di Pasqua”  OBIETTIVI SPECIFICI DI APPRENDIMENTO  Conoscenze  Abilità  * I segni e i simboli del cristianesimo, anche nell’arte.
* Individuare significative espressioni d’arte cristiana, per rilevare come la fede è stata interpretata dagli artisti nel corso dei secoli.
OBIETTIVI FORMATIVI • Conoscere i luoghi dove si è svolta la Passione di Gesù • Comprendere che nel mondo sono presenti diverse espressioni culturali legate alla Pasqua  Suggerimenti operativi   • Iniziare con un brain storming sui luoghi dove Gesù è vissuto.
Partire da domande che sembrano banali “Dove è nato?”, “Dove è vissuto?” perché spesso i bambini stessi danno per scontato di conoscere queste informazioni, ma spesso non è così o c’è un po’ di confusione.
Fissare alcune notizie sul quaderno, in modo schematico.
• Assegnare a ogni bambino il compito di chiedere ai genitori un aiuto per ricercare, attraverso internet, informazioni e fotografie della Palestina di ieri e di oggi (Israele e i territori palestinesi).
• Organizzare il materiale ricercato in un cartellone da appendere in classe; mettere in evidenza soprattutto i luoghi della Passione, morte e risurrezione di Gesù.
Individuando quale episodio evangelico si è svolto in un determinato luogo.
• Preparare una scheda riassuntiva con alcune tradizioni pasquali diffuse nel mondo, a partire da quelle conosciute dai bambini, in particolare se in classe sono presenti alunni di altri paesi o confessioni cristiane.
Raccordi con altre discipline Italiano, ed.
all’immagine, geografia, storia, ed.
alla convivenza, informatica.
Riferimento al tema “Per i diritti di tutti” “Convenzione sui diritti dell’infanzia”: Art.
13: ogni bambino ha il diritto di imparare e di esprimersi per mezzo della scrittura e dell’arte.
Art.
14: ogni bambino ha il diritto di seguire la propria religione.