XV Domenica del tempo ordinario (Anno B).

Hanno annunciato “Signore, tieni presenti le loro minacce, e concedi ai tuoi servi di annunciare la tua Parola in tutta franchezza”.
(At 4,29) Hanno annunciato che un sapone fa primavera, hanno proclamato che un tipo di benzina t’assicura il coraggio e formidabile potenza.
Hanno gridato per le piazze e sui tetti le pseudosicurezze dell’uomo robotizzato.
Ma hanno taciuto il Verbo e nelle loro bocche si è spenta perfino la parola: la parola della vera amicizia e del cordiale saluto.
Hanno annunciato che la pace è fatta di tante uova di cioccolata, e della tredicesima, e di molte banconote, di frigoriferi colmi d’ogni bene, e di appartamenti in città con bagni di maiolica.
Ma la violenza è esplosa per le strade e dalle uova di cioccolata sono nati serpenti che celano nella coda mitra e bombe molotov.
O uomini e donne del nostro tempo, noi manchiamo di vero annuncio, perché manchiamo di conoscenza contemplativa.
Ignoriamo la parola che nasce dal Verbo di Dio perché abbiamo smarrito il silenzio, anzi ne abbiamo paura.
E lo uccidiamo perfino al mare e sui monti a colpi di radioline e transistor.
Ma invano noi edifichiamo la città se non è il Signore a costruirla con noi.
Se la sua Parola non ci penetra e non ci cambia invano attendiamo la pace da noi e dai nostri fratelli.
(MARIA PIA GIUDICI, Risonanze della parola).
Ordinò loro che non prendessero nulla per il viaggio Il Signore non solo ammaestra i Dodici, ma li invia due a due perché il loro zelo cresca.
Se infatti ne avesse inviato uno solo, quello da solo avrebbe perduto lo zelo.
Se d’altra parte li avesse inviati in numero maggiore di due, non ci sarebbero stati apostoli sufficienti per tutti i villaggi.
Ne manda dunque due.
«Due sono meglio di uno», dice l’Ecclesiaste (Qp 4,9).
Egli ordina loro di non prendere nulla, né bisaccia, né denaro, né pane, insegnando loro con queste parole il disprezzo delle ricchezze; così meriteranno il rispetto di quelli che li vedranno e, non possedendo nulla di proprio, insegneranno loro la povertà.
Chi al vedere un apostolo senza bisaccia né pane, che è la cosa più necessaria, non resterà confuso e non si spoglierà per vivere nella povertà? Ordina loro di fermarsi in una casa per non acquistare la fama di uomini incostanti.
[…] Dice loro di lasciare quelli che non li accolgono, scuotendo la polvere dai loro piedi.
In tal modo mostreranno loro che hanno percorso un lungo cammino inutilmente, oppure che non trattengono nulla che appartenga loro, nemmeno la polvere, che scuotono a testimonianza contro di loro, cioè in segno di rimprovero.
[…] «Essi partirono e predicavano che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano» (Mc 6,12-13).
Marco è il solo a riferire che gli apostoli facevano unzioni di olio.
Riguardo a questa pratica, Giacomo, il fratello del Signore, dice nella sua lettera cattolica: «Chi è malato chiami a se i presbiteri della chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio» (Gc 5,14).
Così l’olio serve a confortare nella sofferenza.
Esso dona la luce e porta la gioia; è simbolo della bontà di Dio e della grazia dello Spirito santo, grazie alla quale siamo liberati dalle nostre sofferenze e riceviamo la luce, la gioia, la letizia spirituale.
(TEOFILATTO, Commento al vangelo di Marco 6, PG 123,548C-549C).
Il mio sì Io sono creato per fare e per essere qualcuno per cui nessun altro è creato.
Io occupo un posto mio nei consigli di Dio, nel mondo di Dio: un posto da nessun altro occupato.
Poco importa che io sia ricco, povero disprezzato o stimato dagli uomini: Dio mi conosce e mi chiama per nome.
Egli mi ha affidato un lavoro che non ha affidato a nessun altro.
Io ho la mia missione.
In qualche modo sono necessario ai suoi intenti tanto necessario al posto mio quanto un arcangelo al suo.
Egli non ha creato me inutilmente.
Io farò del bene, farò il suo lavoro.
Sarò un angelo di pace un predicatore della verità nel posto che egli mi ha assegnato anche senza che io lo sappia, purché io segua i suoi comandamenti e lo serva nella mia vocazione.
(John Henry Newman).
Portatrici dell’amore di Cristo Cerchiamo di vivere lo spirito delle missionarie della carità fin dall’inizio, spirito di totale abbandono a Dio, di amorevole fiducia reciproca e di gioia in ogni situazione.
Se accettiamo veramente questo spirito, allora saremo sicuramente delle autentiche co-operatrici di Cristo, le portatrici del suo amore.
Questo spirito deve irraggiare dal vostro cuore sulle vostre famiglie, sul vostro vicinato, sulle vostre città, sul vostro paese, sul mondo.
Cerchiamo di aumentare sempre di più il capitale dell’amore, della cortesia, della comprensione e della pace.
Il denaro verrà, se cerchiamo anzitutto il regno di Dio: allora ci sarà dato il resto.
(MADRE TERESA, Sorridere a Dio, Ed.
San Paolo).
Una Chiesa missionaria «Una Chiesa che dalla contemplazione del Verbo della vita si apre al desiderio di con-dividere e comunicare la sua gioia, non leggerà più l’impegno dell’evangelizzazione del mondo come riservato agli “specialisti”, quali potrebbero essere i missionari, ma lo sentirà come proprio in tutta la comunità» (CVMC 46).
«La Chiesa ha bisogno soprattutto di santi, di uomini che diffondano il buon profumo di Cristo con la loro mitezza, mostrando piena consapevolezza di essere servi della misericordia di Dio manifestatasi in Gesù Cristo» (CVMC 63).
Preghiera Signore Gesù Cristo, parola del Padre a te ci rivolgiamo.
Custodisci i nostri propositi, ravviva il nostro servizio ecclesiale, sorreggi le nostre fatiche, guida i nostri passi nella ricerca delle vie più adatte per annunciare il tuo vangelo.
La nostra povertà è grande, noi non confidiamo in noi stessi, ma solo in te: incoraggiaci, assicuraci, donaci la tua benedizione.
Tu che, con il Padre e lo Spirito Santo, vivi e regni in noi nella tua Chiesa, per tutti i secoli dei secoli.
Amen.
(Paolo VI).
Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica – oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006.
– COMUNITÀ MONASTICA SS.
TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade.
Tempo ordinario – Parte prima, Milano, Vita e Pensiero, 2009, pp.
60.
– COMUNITÀ DI BOSE, Eucaristia e Parola.
Testi per le celebrazioni eucaristiche.
Anno B, a cura di Enzo Bianchi, Goffredo Boselli, Lisa Cremaschi e Luciano Manicardi, Milano, Vita e Pensiero, 2008.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
LECTIO – ANNO B Prima lettura: Amos 7,12-15 In quei giorni, Amasìa, [sacerdote di Betel,] disse ad Amos: «Vattene, veggente, ritìrati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno».
Amos rispose ad Amasìa e disse: «Non ero profeta né figlio di profeta; ero un man-driano e coltivavo piante di sicomòro.
Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge.
Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo Israele».
Il brano — unico cenno biografico del libro — riferisce la polemica tra Amos e la classe sacerdotale, legata alla corte e al potere.
Il sacerdote Amasia accusa Amos di cospirazione contro il re, e vuole cacciarlo dal santuario di Betel, ma Amos risponde con la serena con-sapevolezza della propria fedeltà alla missione ricevuta dal Signore.
Non ci sono particolari motivi per negare un fondamento storico all’episodio, anche se non è semplice identificare l’attività e la condizione sociale del profeta nel suo luogo d’origine.
vv.
12-13 – Il discorso di Amasia è ben costruito, con un sapiente uso del parallelismo e una cadenza ritmata, anche se sono tradotti in prosa.
Evidente l’alterigie e il sarcasmo di chi si ritiene investito della funzione ufficiale di vegliare sull’istituzione regale.
Amos è chiamato «veggente» (chozeh) e non profeta (nabi’), ma questo di per sé non ha un accento spregiativo; la terminologia è varia e oscillante, specialmente per i profeti più antichi.
Si sottolinea la contrapposizione fra i due regni: Amos, originario di Giuda, svol-ge il suo ministero in Samaria, e Amasia si ritiene autorizzato a respingerlo al suo paese.
Il santuario di Betel è infatti un «tempio del regno», quasi un’istituzione politica, più che religiosa.
Ritornato nel regno del Sud, Amos potrà tranquillamente guadagnarsi da vive-re; nel Nord invece la sua attività è considerata sovversiva e pericolosa.
vv.
14-15 – Nella sua replica Amos afferma con forza la propria vocazione profetica.
Egli non è stato sempre profeta, né ha mai appartenuto alle confraternite o scuole di profeti che allora abbondavano in Palestina.
Al contrario, era un allevatore o un contadino, aveva un lavoro e forse delle proprietà che gli consentivano di vivere dignitosamente, senza dover ricorrere, come sembra insinuare Amasia, alla carità pubblica presso i santuari.
È il Signore che lo ha chiamato da dietro il gregge — come Mosè: cf.
Es 3,1 —, e alla sua vocazione non si disobbedisce: è fuori discussione quindi che Amos abbandoni la sua missione.
Qualche incertezza nell’identificare esattamente il precedente mestiere di Amos: il v.
14 sembra alludere all’allevamento di bovini, mentre il 15 parla di «gregge», quindi di ovini.
Quanto al sicomoro, la cui corteccia veniva incisa per utilizzarne i succhi, Amos sarebbe stato proprietario delle piante, da cui ricavava il foraggio per il suo bestiame.
Sia che fosse un pastore o un incisore di sicomori, sia che fosse proprietario di terre o bestiame, in ogni caso Amos viveva del suo lavoro e non era profeta prima della vocazione.
Seconda lettura: Efesini 1,3-14 Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.
In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.
In lui, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia.
Egli l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto per il governo della pienezza dei tempi: ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra.
In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà – a essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo.
In lui anche voi, dopo avere ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza, e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria.
La lettera agli Efesini, come quella ai Colossesi cui è molto vicina, fa parte delle cosid-dette deuteropaoline, attribuite a Paolo secondo l’uso antico, ma dovute a una posteriore scuola paolina.
Il brano 1,3-14, inserito tra l’indirizzo e la preghiera di ringraziamento, costituisce un blocco monolitico, quasi un prologo alla lettera.
È una benedizione, secondo la prassi litur-gica giudaica, formata da un unico periodo in cui si susseguono frasi concatenate, quasi senza pause.
Il v.
3 – la formula di benedizione — è introduttivo.
Il verbo benedire (euloghein) è ripetu-to due volte, con sensi diversi: lodare Dio (da parte nostra), beneficare il popolo (da parte di Dio).
Duplice anche il riferimento a Cristo: se ne afferma la relazione singolare con il Padre e la qualifica di Signore, e la sua opera salvifica: siamo salvati per mezzo di Cristo e in quanto incorporati a Lui nella Chiesa.
La prima parte – vv.
4-10 – descrive i contenuti della benedizione, con una serie di verbi con soggetto Dio: 1.
l’elezione e la predestinazione alla filiazione divina (vv.
4-6a) 2.
la grazia della redenzione (vv.
6b-7) 3.
la conoscenza del piano salvifico (vv.
8-10), culmine dell’azione benedicente di Dio.
Dio ha stabilito dall’eternità che Cristo sia l’amministratore dei tempi nuovi della salvez-za, e rappresenti perciò la pienezza del tempo e della storia.
«Ricapitolare» (anakephalaiosasthai) tutto in Lui significa portare all’unità tutto ciò che è frammentato e disperso, e anche sottoporre tutto il creato a Lui come capo di tutta la realtà.
La seconda parte – vv.
11-14 – descrive l’impatto storico della benedizione sulla comunità, con l’alternanza dei soggetti noi/voi: 1.
il primo «noi» indica la comunità giudeo-cristiana, in cui Paolo si identifica, e la sua modalità di accesso alla salvezza: l’elezione divina, per cui la comunità diventa proprietà di Dio, come Israele (vv.
11-12).
2.
il «voi» indica gli etno-cristiani, destinatari della lettera, e la loro modalità di appro-priazione della salvezza (v.
13).
3.
il secondo «noi» è inclusivo delle due componenti.
Lo Spirito è caparra — acconto che garantisce — della salvezza per tutti i credenti (v.
14).
È una benedizione motivata dall’esperienza e dal riconoscimento dell’iniziativa salvifi-ca di Dio, caratterizzata dall’economia trinitaria.
Vangelo: Marco 6,7-13 In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri.
E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì.
Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascol-tassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.
Esegesi La pericope della missione ai Dodici appare slegata dal contesto ed è quindi difficile la sua collocazione storica nella vita di Gesù.
Marco pone l’episodio tra la predicazione a Nazaret e il martirio del Battista, e narra il ritorno dei discepoli prima della moltiplica-zione dei pani (cap.
6).
Si riconoscono molti contatti con i paralleli sinottici, Mt 10,1.5-15 e Lc 9,1-6.
Sembra che Marco desideri limitare al minimo la parte relativa all’insegnamento del ministero degli Apostoli: il contenuto della proclamazione non è infatti precisato, e il v.
12 si limita a un generico invito alla conversione.
L’importanza della missione tuttavia è fuor di dubbio, e sufficientemente testimoniata dalla relazione che ne fanno i tre evangelisti.
v.
7 – L’espressione «i Dodici» è cara a Marco.
Bene attestata nell’ambiente giudaico la pratica di lavorare in coppia (cf.
i discepoli del Battista e Paolo).
Il «potere sugli spiriti im-mondi» è indicato più avanti, quando si dice che i discepoli riescono a operare un esorci-smo (9,18).
vv.
8-9 – Le indicazioni di Gesù sull’equipaggiamento dei discepoli mostrano l’urgenza della missione: non ci si può attardare nei preparativi.
Matteo e Luca vietano, tra l’altro, anche di portare con sé un bastone, permesso invece da Marco: indizio forse dei pericoli che presentava la situazione in cui fu scritto questo vangelo.
Il senso generale è comunque quello di testimoniare distacco dai bisogni terreni e fidu-cia in Dio.
Il discepolo è libero da paure e ansietà per quanto riguarda le necessità quoti-diane della vita: i gigli del campo e gli uccelli del cielo gli sono di esempio.
vv.
10-11 – L’ospitalità ricevuta e semplicemente accettata enfatizza l’importanza e la santità della missione.
Il gesto di «scuotere la terra sotto i piedi» era compiuto dal giudeo al ritorno da una terra pagana, quasi a evitare ogni contatto tra il mondo pagano e la terra d’Israele.
Qui il gesto è rivolto, non ai pagani in quanto tali, ma a chiunque rifiuta di acco-gliere il messaggio evangelico.
L’espressione «a testimonianza per loro» va intesa come una direttiva per un cambia-mento del cuore, della mentalità: una conversione.
Il senso del termine greco non è quello di un giuramento «contro qualcuno», ma piuttosto del «mettere in guardia».
vv.
12-13 -La predicazione è appena accennata, con parole familiari in Marco.
Nuova (solo 3x nel N.T.: Lc 10,34 e Gc 5.14) è l’azione di «ungere (aleipho) con olio (elaion)» i mala-ti, cui Marco attribuisce un’efficacia miracolosa per la guarigione.
Meditazione Dopo l’insuccesso sperimentato da Gesù nella propria patria, l’evangelista Marco ci nar-ra l’invio dei Dodici in missione.
La deludente e fallimentare visita a Nàzaret non distoglie Gesù dalla sua attività missionaria; al contrario, egli sembra voler ancor più ampliare e in-tensificare il suo raggio d’azione chiamando i Dodici a collaborare alla sua opera di evan-gelizzazione.
Ciò che finora ha fatto lui solo, ora è affidato anche alle mani e alla bocca dei suoi collaboratori.
In 3,13-19, riferendo la chiamata e la costituzione del gruppo dei Dodici, Marco ne sottolinea i due scopi principali: «perché stessero con lui e per mandarli a predicare» (Mc 3,14).
Da allora i Dodici hanno sempre accompagnato Gesù, condividendo la sua vita, ascoltando il suo insegnamento e assistendo ai suoi gesti prodigiosi.
Ora è giunto il momento di porre in atto il secondo scopo indicato dal ‘programma’ apostolico: l’invio in missione.
«E prese (lett.
cominciò) a mandarli…» (v.
7).
Abbiamo qui un inizio, una nuova tappa del cammino di sequela dei Dodici.
È la prima volta, infatti, che vengono «mandati» (apostéllein) ed è significativo che solo dopo aver eseguito la loro missione sa-ranno designati con il nome di «apostoli» (apostólous, inviati, mandati: v.
30).
Quando chiama (al v.
7 ricompare, per la seconda volta, lo stesso verbo della prima chiamata: proskaleîtai, «chiama a sé»; cfr.
3,13), Gesù lo fa sempre in vista di una missione, la sua è sempre una chiamata per.
Così che la missione fa intrinsecamente parte della voca-zione apostolica, della vocazione della Chiesa e di ogni vocazione.
Non è qualcosa che si aggiunge in un secondo tempo alla sua struttura costitutiva: ne fa parte sin dall’inizio.
E ciò che va ricordato al riguardo è che Dio sceglie sempre chi vuole, indipendentemente dalle sue qualità umane e spirituali, dalla sua condizione sociale, dal suo livello di preparazione culturale.
Ne è un esempio il profeta Amos (prima lettura), semplice pastore e raccoglitore di sicomori, che il Signore un bel giorno, senza il minimo preavviso, chiama (anzi «prende») e manda a profetizzare al suo popolo (Am 7,14-15).
Anche in questo caso, nel medesimo istante in cui chiama, Dio affida una missione («Va’…»), senza lasciare al chiamato troppo tempo per meditarci sopra…
Marco è l’unico evangelista a riferire che i Dodici sono inviati «a due a due».
Certa-mente questo dato rispecchia la prassi della Chiesa primitiva (cfr.
At 8,14; 13,2; 15,2.22; ecc.) e si fonda sul fatto che, secondo la prospettiva biblica, una testimonianza ha valore solo se convalidata da almeno due testimoni (cfr.
Dt 19,15).
Ma si può vedere in questo tratto qualcosa che non è estraneo alla natura stessa del messaggio che i missionari devono portare.
Essi infatti non annunciano un sistema dottrinale o morale, ma la buona notizia del Regno, la vicinanza e la prossimità di Dio a ogni uomo, la comunione di vita che Egli vuole instaurare con tutti i suoi figli attraverso il Figlio suo.
Per questo è impor-tante vivere in prima persona questo messaggio di comunione, per evangelizzare anzi-tutto con la stessa vita e per rendere più credibile la parola che si proclama.
Due persone formano già una piccola comunità (cfr.
Mt 18,20), uno spazio cioè in cui è possibile vivere la relazione, la condivisione, il mutuo affetto e l’amore reciproco.
Quando si è in due, poi, ci si può sempre aiutare e sostenere vicendevolmente, «infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro…» (Qo 4,9-12).
E questo semplice fatto dell’andare insieme, a due a due, può essere già una ‘buona notizia’ per l’uomo di oggi, tanto afflitto dal male della solitudine e dell’isolamento…
Nelle istruzioni che Gesù dà ai Dodici al momento della loro partenza (ossia come de-vono equipaggiarsi per il viaggio e come devono comportarsi quando arrivano in un de-terminato luogo) non viene precisato né dove essi devono andare, né cosa devono dire: c’è solo questo andare in coppia, con un «potere» ricevuto per delega (quello sugli «spiriti impuri» che, in primo luogo, spetta solo a Gesù) e con un bastone, unico ‘bagaglio’ da avere con sé.
I missionari devono andare ‘nudi’ e ‘leggeri’, consci di non avere nulla da offrire se non la parola stessa di Gesù e il suo potere, necessario per affrontare coraggiosamente la stessa lotta che egli ha ingaggiato contro lo spirito del male.
Questa povertà estrema, questa sobrietà radicale, questa spoliazione assoluta che deve caratterizzare la missione non è un aspetto secondario, anzi: ne è la condizione indi-spensabile.
Perché il vangelo si annuncia anzitutto con uno stile di vita connaturale al vangelo stesso, che insegna ad affidarsi a Dio non confidando in se stessi (perché, co-munque, Lui si prende in ogni caso cura dei suoi figli più che degli uccelli del cielo e dei gigli del campo), che manifesta l’amore privilegiato di Dio per i più poveri (e quindi predilige anche i mezzi poveri), che spinge ad andare incontro a tutti senza fare discriminazioni di sorta (e quindi ad accettare con gratitudine l’ospitalità di chiunque senza cercarne una migliore).
In questo la Chiesa di ogni tempo è sempre chiamata a confrontarsi e a verificarsi.
Il discorso ai missionari si chiude con una nota ‘domestica’ e, altresì, ‘drammatica’.
Il «rimanere in una casa» (v 10) apre uno squarcio sulla dimensione intima, familiare, quoti-diana della vita.
La parola evangelica ha bisogno di incarnarsi in primo luogo lì, nel tessuto più ordinario dell’esistenza, tra le mura dove nasce e cresce l’amore, dove si imparano a vivere le relazioni, ma dove anche cominciano a sorgere le prime sofferenze, le prime incomprensioni, le prime rotture.
«Casa» dice luogo dove si abita, si dimora; così Dio vuole abitare, prendere dimora in ogni nostra casa.
Ma questa stessa «casa» può diventare luogo di rifiuto di non accoglienza.
«Se in qual-che luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero.
» (v.
11).
Sembra quasi che la parola del vangelo abbia difficoltà a trovare un terreno buono in cui porre radici tanto e sottoli-neato, nel nostro testo, il rilievo dato alla chiusura, all’opposizione.
Il rifiuto è messo in preventivo fin dall’inizio.
Ma questo non deve scoraggiare il discepolo (non è stato così anche per il suo Maestro?): egli deve solo portare a termine, con tutto l’impegno possibile, il compito affidatogli, lasciando poi a Dio il risultato.
Nella certezza che la parola di Dio possiede una forza e una efficacia che gli permetteranno comunque di portare frutto.

Apokàlypsis

L’Apocalisse è arrivata in ritardo a Spoleto, preceduta da un temporale che si sarebbe detto appunto superficialmente apocalittico se monsignor Gianfranco Ravasi non avesse spiegato dal palco del 52° Festival dei due mondi – diretto da Giorgio Ferrara con la consulenza di Ernesto Galli della Loggia, Alessandra Ferri e Alessio Vlad – che l’aggettivo non rende del tutto giustizia al testo di Giovanni.
Quello che ha cercato di fare Marcello Panni nella sua moderna sacra rappresentazione Apokàlypsis – eseguita la sera di venerdì 10 in piazza Duomo con lo stesso compositore sul podio – è stato proprio ricalcare il percorso di un libro biblico del quale spesso viene esaltata la parte più severa a scapito del resto.
La chiave del lavoro sembra potersi ritrovare principalmente nelle scelte timbriche.
La banda dell’Esercito italiano, a suo agio anche in un repertorio non consueto, è utilizzata come un gigantesco organo a canne, al quale si aggiunge il commento di quattro percussionisti, chiamati anche ad azionare a vista quattro meccanismi teatrali che riproducono i rumori naturali.
Le due voci recitanti si dividono il testo nella versione italiana, da una parte il visionario Giovanni, affidato all’austero Andrea Giordana, dall’altra la Sposa Celeste che sconfigge Satana e descrive la discesa della Gerusalemme Celeste, una Sonia Bergamasco lievemente sopra le righe.
Gli attori si alternano tra loro entrando anche in rapporto con le voci bianche del Piccolo coro romano, al quale sono risevati i momenti più eterei, e con il Coro da camera Goffredo Petrassi, preparato da Stefano Cucci, che, per fedeltà al testo originario, è diviso in 24 anziani e quattro esseri viventi.
L’attenzione alla componente numerologica appare costante, tanto che il compositore l’ha esplicitata anche nella scelta dell’organico strumentale, utilizzando in tutto 49 elementi (45 fiati e quattro percussionisti): evidente il richiamo al numero sette, evocato dal suo quadrato.
Una elaborazione asciutta e funzionale quella di Panni, che restituisce il testo con grande chiarezza e lancia un richiamo a una sacralità primitiva anche attraverso l’uso di strumenti legati al folklore, come la zampogna che simboleggia l’apparizione dell’Agnello, o il corno naturale di bue che evoca le trombe del giudizio.
Seppure con qualche scollatura nell’alternanza tra ensemble strumentale e parti vocali l’esecuzione ha evidenziato l’arco globale di una forma che, ricollegandosi strettamente al testo, trova nell’esaltazione finale della speranza un momento necessario di approdo.
(marcello filotei) (©L’Osservatore Romano – 12 luglio 2009)

Fiuggi family festival 2009

Esiste una maggioranza silenziosa di italiani – spiega Andrea Piersanti, direttore artistico del festival – che non gode dell’attenzione delle maggiori istituzioni culturali del Paese.
I principali festival cinematografici, infatti, sono concepiti e organizzati pensando esclusivamente agli addetti ai lavori.
È paradossale.
Sono infatti le famiglie a garantire incassi significativi al botteghino.
Solo quando il cinema riesce a convincere il pubblico della generazione dei genitori e quello della generazione dei figli a vedere gli stessi film, la vendita dei biglietti sale in modo rilevante”.
Dieci i film in gara, che saranno giudicati da una giuria presieduta dal regista Alessandro D’Alatri che raccoglie il testimone di Pupi Avati.
Al vincitore andrà il premio che da quest’anno è dedicato a Gianni Astrei, ideatore e anima del festival, morto in un tragico incidente di montagna lo scorso primo maggio.
Alla manifestazione – organizzata con il patrocinio del Forum delle associazioni familiari, e gemellata con Cartoons on the bay, la rassegna dell’animazione internazionale organizzata da Rai Trade e diretta da Roberto Genovesi – si potrà assistere anche alle anteprime di Les Enfants de Timpelbach (“I bambini di Timpelbach”), di Nicola Bary, e di Flash of genius (“Lampi di genio”), di Marc Abraham.
Fra gli altri film in programma, il nuovo lavoro di Michael Winterbottom, Genova, con Colin Firth, Versailles, di Pierre Schöller, e Snijeg (“Neve”), di Aida Begic, vincitore del gran premio della giuria a Cannes.
Oltre a quelle sulla figura paterna è prevista anche un’altra retrospettiva sul tema “Famiglie nei cartoni”.
Ancora in forse la partecipazione di Gabriele Salvatores con il suo documentario sulle scuole di calcio (Inter Campus) che l’Inter ha aperto in tutto il mondo, mentre, dopo le polemiche per la proposta parziale al festival di Venezia, è quasi certa la proiezione dell’edizione integrale di La Rabbia (1963) con entrambi i contributi di Pier Paolo Pasolini e Giovanni Guareschi.
Sulla linea della scorsa edizione, ci saranno inoltre alcuni incontri su temi socialmente rilevanti.
Fra gli altri: “Per un consultorio al servizio della famiglia e della vita”; “Famiglia e fisco”; “Tanti padri, tanti amori”; e “L’anziano, il nonno oggi”.
Un argomento, quest’ultimo sul quale si sofferma D’Alatri.
“Il tema del festival di quest’anno – rileva il regista – è incentrato sulla figura del padre e ho pensato anche ai nonni.
Ho avuto il privilegio di essere cresciuto coi nonni, e questo purtroppo credo sia sempre più raro.
In questo passaggio si è perso un anello importante della nostra tradizione, quello di tramandare le tradizioni orali, le storie, le radici, l’educazione e l’esempio all’interno della famiglia.
Mi auguro che i film selezionati siano uno sprone a un dibattito, perché i festival hanno una funzione importantissima che è quella di animare il confronto”.
“Il successo avuto nel 2008 del ciclo di lectures su temi collegati alla famiglia e alla comunicazione – gli fa eco Armando Fumagalli, responsabile del comitato scientifico del festival – ci ha spinti ad ampliare il numero di incontri con esponenti della cultura, delle istituzioni, della vita sociale e politica del Paese.
In altre parole, il festival prosegue nella sua volontà di essere un incubatore di iniziative nei settori del cinema e della comunicazione in generale”.
Anche per questo, al festival è collegato un premio per la sceneggiatura, con l’intento di portare nuove idee nel cinema italiano e una maggiore attenzione al target family.
Alcune associazioni, come Far Famiglia, Associazione italiana genitori, Associazione famiglie separate cattoliche, Amici dei bambini, nei giorni del festival terranno incontri pomeridiani per illustrare le proprie attività.
Il Movimento italiano genitori presenterà il libro Un Anno di Zapping, mentre l’Associazione famiglie numerose, grazie alla disponibilità di una struttura da quattromila posti nella nuova sede del festival – non più alla Fonte Anticolana ma nella più centrale Fonte di Bonifacio vIII – terrà nei primi due giorni la sua assemblea nazionale.
E quest’anno, grazie agli sponsor, non ci sarà bisogno di acquistare un biglietto d’ingresso.
All’entrata verrà distribuito solo un passi che servirà per prenotare la poltrona per una proiezione, ma anche per ottenere sconti e promozioni in tutta la città.
Un’occasione, dunque, in primo luogo per le famiglie, che avranno l’occasione di trascorrere una settimana di vacanza intelligente, unendo lo svago alla riflessione, ma anche per chi fa televisione e cinema e che a Fiuggi avrà l’opportunità di confrontarsi con gli utenti.
In tal senso, secondo il direttore generale Fabio Fabbi, “la manifestazione potrà dare un contributo alla crescita del sistema cinematografico italiano.
Il cinema, infatti, sempre di più, deve imparare a confrontarsi veramente con i propri spettatori e con la società nel suo insieme allargando i propri confini e il proprio pubblico.
In termini di marketing, si tratta di ampliare il target del prodotto cinematografico”.
(©L’Osservatore Romano – 20 giugno 2009) L’anteprima dell’atteso L’era glaciale 3, un cartoon in grafica computerizzata in 3d, ovvero il meglio della tecnologia cinematografica di oggi, ma anche un piacevole ritorno al passato, con la riproposizione di un classico della tv di ieri come Il giornalino di Gian Burrasca, quello con Rita Pavone e la regia di Lina Wertmüller; e ancora film nuovi dedicati alla famiglia, con le sue attese e le sue problematiche, ma anche due retrospettive sulla figura del padre nel cinema internazionale e nella televisione italiana.
Partendo dal successo della prima edizione, il Fiuggi family festival tornerà dunque quest’anno con lo sguardo al presente, senza però dimenticare il passato e quanto di buono ha regalato al grande e al piccolo schermo.
E con un’attenzione particolare al mondo dei videogiochi, cui sarà dedicata una mattinata per un confronto tra genitori e le maggiori aziende di produzione.
L’appuntamento è dal 25 luglio al primo agosto: una settimana densa di avvenimenti per tutta la famiglia, tra proiezioni e incontri di riflessione per gli adulti; cartoni animati e giochi per i più piccini.
Anche quest’anno non mancherà il concorso internazionale, volto a promuovere pellicole, anche di difficile distribuzione, che rispondono alle esigenze di un pubblico familiare interessato e attento, deciso a diventare un interlocutore importante per gli operatori del mondo del cinema.

Classe prima – Giugno

Unità di Lavoro di approfondimento interdisciplinare (religione, educazione artistica)  OSA di riferimento Conoscenze – Il libro della Bibbia, documento storico-culturale e Parola di Dio.  Abilità – Ricostruire le tappe della storia della Bibbia.
Obiettivi Formativi ipotizzabili Conoscenze e abilità – Conoscere i materiali, gli antichi strumenti scrittori, il passaggio dal rotolo al codice in relazione alla nascita del testo biblico.
– Conoscere alcuni fondamentali ritrovamenti archeologici riguardanti i più antichi testi biblici.  Competenze di riferimento dell’allievo in prospettiva triennale – Possedere essenziali conoscenze bibliche e riconoscere il contributo del pensiero biblico al progresso culturale, artistico e sociale dell’Europa e dell’intera umanità.  3) I ritrovamenti di Qumran  Nel 1947, a qualche decina di chilometri da Gerusalemme, a Qumran, un pastorello di 13 anni, in cerca di una capra che gli era sfuggita, trovò una misteriosa caverna in mezzo a un paesaggio aspro e desertico, presso il grande lago salato del Mar Morto.
In quella grotta scoprì enormi giare stracolme di rotoli manoscritti su cuoio e papiro; si trattava delle più antiche copie dell’Antico Testamento giunte fino a noi.
I monaci Esseni, autori delle copie, facevano parte di una comunità ebraica che attendeva il Messia.
I manoscritti risalgono a un periodo compreso tra il II secolo a.C.
e il I secolo dopo Cristo: si tratta di tutti i libri della Bibbia ebraica tranne uno (Ester).
Il più noto manoscritto è il famoso Rotolo A di Isaia: lungo quasi 7,5 metri, risale a più di 2200 anni fa.
17 pezzi di pelle sono stati cuciti per formare questo rotolo; il testo ebraico è consonantico, senza l’inserimento delle vocali che solo nel Medioevo diverrà usuale.
Gli Esseni avevano consacrato la vita alla trasmissione dell’Antico Testamento, scegliendo di vivere una vita di studi e meditazione, mettendo i beni in comune e vivendo semplicemente in capanne e grotte.
All’avvicinarsi delle legioni romane che li avrebbero sterminati, all’epoca della ribellione giudaica repressa da Tito, nascosero nelle grotte vicine alle loro abitazioni i risultati del loro lavoro.
Prima fase dell’attività Gli insegnanti di religione ed educazione artistica presentano alla classe il testo-guida; l’insegnante di educazione artistica potrà approfondire soprattutto l’affascinante argomento dei “codici miniati”.
2) Dal rotolo al codice  Nell’antichità classica e durante i primi secoli della cristianità, la scrittura e la lettura del rotolo di pergamena o papiro procedevano su colonne orizzontali; per evitare che si deteriorasse o si piegasse, veniva avvolto su due bastoncini di legno o di osso disposti alle due estremità del manufatto.
Durante il trasporto, i rotoli venivano legati e custoditi in casse rettangolari o cilindriche.
Il rotolo era deficitario per conservare lunghe opere letterarie (per il libro degli Atti degli Apostoli sarebbe occorso un rotolo di circa 9 metri!) e per consultarle; nel caso della Bibbia, esso rendeva davvero difficile la ricerca dei passi della Scrittura.
I Cristiani del II secolo furono così indotti a ricercare soluzioni editoriali diverse.
Per i Cristiani non provenienti dall’ebraismo, il ricorso al codice fu anche una scelta finalizzata a differenziarsi dagli Ebrei, staccandosi dalle loro consuetudini.
I codici erano composti da fogli sovrapposti e cuciti di papiro o pergamena; quest’ultima permetteva di scrivere sulle due facciate.
Essi agevolavano la consultazione dei libri biblici; copertine rigide li protessero da agenti atmosferici e dall’usura del tempo.
Seconda fase dell’attività Laboratorio Gli insegnanti propongono alla classe, divisa in gruppi con portavoce, di ricercare a casa, con l’aiuto dei genitori, notizie sui più importanti ritrovamenti archeologici riguardanti la Bibbia.
I gruppi riordineranno i dati reperiti da ciascun allievo con l’aiuto dell’insegnante di educazione artistica, evidenziando con l’insegnante di religione i motivi dell’importanza delle scoperte archeologiche prese in considerazione in relazione a una migliore conoscenza di fatti biblici o della storia del testo.
I gruppi prepareranno semplici relazioni, esposte poi ai compagni dal portavoce.
Rispondi.
1) Confronta: – il papiro e la pergamena; – il rotolo e il codice.
2) Cosa sono i “codici miniati”? Spiega con parole tue.
Per l’inserimento dell’argomento in Unità di Apprendimento articolate, vedere Tiziana Chiamberlando, Sentinelle del Mattino, SEI, Volume per il biennio e Guida I più antichi testi biblici 1) Materiali e strumenti scrittori  Il materiale scrittorio della Bibbia era quello tipico delle diverse epoche antiche: la pietra (le Tavole della Legge), l’argilla, il cuoio, le tavolette spalmate di cera, papiro e pergamena.
Questi ultimi soprattutto vennero utilizzati per i testi letterari e grazie a essi la Bibbia è giunta fino a noi.
– Il papiro    Il papiro è un vegetale palustre che anticamente cresceva spontaneamente presso il Nilo, in Etiopia, in Palestina, in Mesopotamia e anche in Sicilia; il termine significa “ciò che appartiene al re”, infatti la lavorazione e il commercio del papiro, in Egitto, erano monopolio statale.
Esso fu utilizzato come supporto scrittorio per la Bibbia dal III millennio a.C.
fino al 300 d.C.
circa; era abbastanza economico, ma piuttosto delicato soprattutto in condizioni climatiche umide.
Strisce sottili ricavate dal midollo del papiro venivano bagnate e sovrapposte a strati, alternando quelli con strisce orizzontali a quelli con strisce verticali…
Poi gli strati venivano battuti, levigati e fatti essiccare al sole; i papiri più pregiati erano giallo/bianchi anziché giallo/brunastri.
A seconda dell’estensione del testo da trascrivere, incollando opportunamente più fogli di papiro si otteneva un rotolo (il cosiddetto “volumen”); esso veniva conservato in giare o recipienti cilindrici e immerso nell’olio di cedro per tenere lontani i parassiti.
Clamoroso è stato il ritrovamento di un papiro egiziano di oltre 42 metri!  – La pergamena    La pergamena è ricavata dalla lavorazione della pelle degli animali giovani, quali la pecora, la capra, il vitello e l’antilope.
Prevalse sul papiro a partire dal IV secolo d.C.; era più robusta ed era più facile ottenerla, anche se era più costosa.
Per la Bibbia, fu usata fino al X secolo d.C., epoca in cui si iniziò ad adoperare carta ricavata dalla lavorazione di cotone, canapa e lino, diffusa da mercanti arabi che erano venuti a contatto con la civiltà cinese.
Gli artigiani che producevano le pergamene (“percamenarii”) nel Basso Medioevo abitavano un borgo specifico delle città, vicino a una sorgente (l’acqua è un elemento essenziale per la lavorazione delle pelli): i procedimenti per lavare, raschiare, depilare, impermeabilizzare e levigare le pelli erano lunghissimi.
Tinture conclusive con porpora, oro e argento per pergamene di particolare importanza erano costosissime: nel IV secolo d.C., san Gerolamo cercò di opporsi a questi “sprechi” riguardanti soprattutto manoscritti del Nuovo Testamento…
– Strumenti    Ogni scriba dell’antichità doveva sapersi fabbricare le proprie “penne”: il “calamo”, un fusto sottile di legno ricavato da varie piante o in metallo, che fu strumento di scrittura fino al sesto secolo d.C.; la penna d’oca, ricavata dalle piume remiganti dei volatili.
L’inchiostro era di due tipi: una miscela a base di nerofumo e gomma, impiegato dalle classi meno abbienti e una miscela di acido tannico ricavato dalla quercia, solfato di ferro, gomma arabica (resina dell’acacia) e acqua detto inchiostro ferrogallico e adoperato a partire dal III secolo d.C.
Nei monasteri medievali, i monaci copisti (amanuensi), grazie alla cui pazienza possediamo oggi un patrimonio inestimabile di cultura antica, disponevano di un set di strumenti quali il calamaio, antico contenitore portatile in terracotta del calamo, poi sostituito da un corno di toro, spugne bagnate per lavare e cancellare i fogli e un coltello utile per l’immediata cancellatura degli errori.    4) Lo splendore dei codici miniati   Con “codici miniati” ci si riferisce a manoscritti su pergamena abbelliti con decorazioni artistiche.
L’espressione deriva da “minium”, il pigmento rosso ricavato dal piombo, il colore prevalente con cui furono decorati i bordi delle pagine, i titoli e le lettere iniziali dei manoscritti.
L’arte orientale bizantina, dopo il V secolo d.C., influenzò la miniatura italiana; si diffusero colori prevalentemente scuri.
In Francia, l’oro splendeva negli esemplari più sfarzosi, mentre le illustrazioni interne dei codici, raffiguranti scene bibliche e ritratti dei grandi personaggi delle Scritture, tendevano a distorcere le proporzioni delle figure umane per lanciare messaggi simbolici.
Durante il Medioevo, le figure umane risultarono via via più accurate, più piccole e più realistiche.

Classe seconda – Giugno

Unità di Lavoro interdisciplinare di educazione alla mondialità (religione, italiano) OSA di riferimento (Irc) Conoscenze – L’opera di Gesù e la missione della Chiesa del mondo.  Abilità – Documentare come le parole e le opere di Gesù abbiano ispirato scelte di vita fraterna, di carità e di riconciliazione nella storia dell’Europa e del mondo.   OSA di riferimento per l’Educazione alla convivenza civile Conoscenze – Consapevolezza delle modalità relazionali da attivare con coetanei e adulti.  Abilità – Leggere e produrre testi e condurre discussioni argomentate su esperienze di relazioni interpersonali significative.
Obiettivi Formativi trasversali ipotizzabili Conoscenze e abilità – Conoscere e descrivere con parole proprie il concetto di educazione e auto-educazione alla mondialità, di accoglienza del diverso e di dialogo; di “responsabilità a vasto raggio”.  Conoscenze e abilità per l’IRC – Conoscere e descrivere le motivazioni e le risorse che fanno di un Cristiano un “abitante del mondo”.  Competenze di riferimento dell’allievo in prospettiva triennale (considerabili come trasversali) – Sviluppare, sul piano della crescita umano-relazionale, capacità di ascolto, dialogo, conoscenza e rispetto dell’altro, condivisione e accoglienza.  – Voler distinguere, sul piano morale, tra bene e male.   – Riconoscere il contributo del pensiero cristiano al progresso culturale e sociale dell’Europa e dell’intera umanità.  Prima fase dell’attività  Gli insegnanti presentano agli allievi il primo testo-guida, che introduce il concetto di “mondialità” come scelta di “orizzonti illimitati” nel cui ambito vivere.   1) Mondialità.
«La mondialità è innanzitutto un sentimento che porta un uomo a sentirsi parte di un tutto umano e ambientale-ecologico.
Essa è inoltre una visione del mondo caratterizzata anche dal valore della diversità, in cui la famiglia umana è intesa come una comunità di popoli diversi (fratellanza universale).
Per mondialità s’intende un complesso di comportamenti informati al principio della responsabilità: agire nel presente con la coscienza di essere responsabili del futuro del mondo» (C.
Nanni, Educare alla convivialità, Ed.
EMI, p.
9).
Educare (per genitori e insegnanti) e “autoeducarsi” (per giovani alla ricerca del loro modo di abitare il mondo) alla mondialità può significare:  • far conoscere ‒ e voler conoscere ‒ i problemi e le ingiustizie planetari legati a un uso sbagliato delle risorse naturali, ai soprusi politici ed economici a danno dei poveri, alla violazione dei diritti umani, alla mancanza di pace, a una tecnologia esasperata che compromette l’ambiente naturale…  • fornire e trovare motivazioni per decidere di partecipare al “miglioramento del mondo” come si può, certi che l’oceano…
sia fatto di gocce.
Gradualmente, crescendo, un ragazzo della tua età potrà decidere di buttarsi nella mischia, di non stare a guardare il mondo come uno spettatore critico e, dopo un po’ di vita trascorsa, fatalmente annoiato…
Senza rischi, senza l’indignazione per le ingiustizie, senza tentativi appassionati perché qualcosa “vada meglio”…
che vita sarebbe? Abbiamo tutti un gran bisogno di appartenenza a una realtà umana di cui essere elementi attivi, di contribuire a un lavoro di squadra che crei quei legami insostituibili tra persone che ben conosce chiunque abbia “faticato insieme” per raggiungere un obiettivo importante: in un’orchestra, in un’equipe medica…
In quest’ottica, come non avvertire un legame con l’intera umanità, sulla base delle esigenze, delle gioie, dei dolori e delle fatiche che condividiamo tutti, quel legame che il Cristiano vive come una vera e propria fratellanza? Il Cristiano ha una risorsa particolare: si sente sostenuto da Cristo risorto lungo il suo cammino; se sa di non poter cambiare il mondo con le proprie forze, si sente di affermare, con san Paolo: «Tutto posso, in Colui che mi dà forza».
La comunità dei credenti, la Chiesa, è chiamata a insegnare con l’esempio e la diffusione della Parola un amore illimitato per il mondo, patria e casa comune dei figli di Dio.
Come migliorarlo e curarlo, il mondo, se lo sentiamo casa nostra, abitato da tanti fratelli diversi per convinzioni e abitudini, ma uguali per esigenze e sentimenti “di base”? Abbiamo tutti bisogno di libertà e tenerezza, di cibo e di istruzione…
Possono sorgere in noi pressanti interrogativi.
Che cosa potrei fare per il coetaneo che è nato in una baraccopoli indiana, che è intelligente forse più di me, ma che non potrà mai avere un’opportunità? Cosa c’entro io con le guerre, la fame, il terrorismo? Occorrerà, per rispondere a domande come queste,  • cercare, conoscere gli “operatori di giustizia” (pensiamo all’enorme lavoro dei missionari nel Terzo Mondo) per imitarli, capire le loro motivazioni, i mezzi che adoperano…
Sarà un’imitazione che dovrà nascere soprattutto da piccole occasioni quotidiane.
Ciò potrà voler dire leggere libri o articoli su grandi uomini, ma soprattutto cercare di comprendere a fondo l’amico più grande che nel tempo libero fa animazione tra i piccoli lungodegenti di un ospedale pediatrico, o semplicemente la propria mamma che ha instaurato un dialogo con l’immigrato, senza lavoro, che tenta di sopravvivere portando le buste della spesa fino all’auto dei clienti, al supermercato, sperando in qualche mancia…  • Sarà essenziale, per aprirsi al mondo, considerare la diversità culturale e religiosa come occasione di dialogo e quindi di arricchimento reciproco, ricercando i valori condivisibili (sentimenti, comportamenti, idee) nel rispetto delle inevitabili divergenze, per poi costruire senza pregiudizi rapporti interpersonali che uniscano, nella ricerca di un bene comune…
Si inizia a cambiare il mondo partendo da se stessi, dilatando gli orizzonti del cuore.
Chi si rende conto del problema della fame può scegliere di evitare gli sprechi, chi riflette sulla sofferenza portata dalla guerra può diventare un costruttore di pace tra i suoi amici, chi prende coscienza del dramma dei poveri potrà entrare nel mondo del volontariato…
Terza fase dell’attività Gli insegnanti potranno impegnare la classe in uno dei seguenti laboratori interdisciplinari.
a) La classe si divide in gruppi.
Ogni gruppo dovrà inventare un racconto breve (a scelta realistico, fantastico, di fantascienza…) per esprimere una riflessione su un tema a scelta tra quelli proposti: – l’accoglienza del diverso; – l’importanza del dialogo; – l’importanza del senso di responsabilità.
Gli insegnanti potranno ipotizzare una valutazione comune dei racconti; l’insegnante di religione terrà conto soprattutto della “profondità di pensiero” nell’esprimere valori.
b) I gruppi inventeranno scenette della durata di cinque-dieci minuti sulle tematiche precedenti, “in positivo” (accoglienza e dialogo realizzati, un’assunzione di responsabilità…) oppure “in negativo” (dialogo fallito ecc.) La classe rifletterà così sui messaggi ricavati dalla drammatizzazione, sulle caratteristiche concrete dell’accoglienza, del dialogo e del senso di responsabilità.
La domanda – Come ci si può “auto-educare” alla mondialità? Oltre alle vie proposte, hai in mente altri comportamenti e scelte possibili? Quali risorse particolari e motivazioni possiede il Cristiano? Per l’inserimento dell’argomento in Unità di Apprendimento articolate, vedere Tiziana Chiamberlando, Sentinelle del Mattino, SEI, Volume per il biennio e Guida Seconda fase dell’attività Gli insegnanti propongono l’esperienza di una giovane donna, un esempio illuminante di amore per l’intera umanità.
2) L’infermiera Cristina 9 dicembre 1993.
Maria Cristina è al lavoro, puntuale e dolce come sempre, nel suo ambulatorio di Mogadiscio.
All’improvviso sulla porta si presenta un somalo con due pistole in pugno.
Pretende dei soldi.
L’infermiera non ne ha.
Per reazione e in preda a un raptus di follia, il bandito le scarica addosso 9 colpi.
La rosa dei proiettili colpisce in pieno la giovane volontaria.
Maria Cristina Luinetti stramazza a terra ferita gravemente.
Morirà poco dopo il ricovero nell’ospedale da campo.
Si chiudeva per sempre la felice parentesi africana di questa ragazza ventiquattrenne, dai lunghi capelli neri e dal sorriso incantevole.
Era arrivata in Somalia il 20 novembre come crocerossina, per salvare vite umane, “arruolata” in quel corpo speciale a carattere umanitario che è la Croce Rossa.
In cambio, lasciava su questa terra la sua vita e il rimpianto di un servizio generoso e sereno.
A giorni sarebbe tornata in Italia, felice di aver regalato energie e cure alle vittime della guerra tribale che insanguinava da mesi l’incantevole paese africano.
La sua non voleva essere una semplice avventura giovanile.
Era la risposta al profondo desiderio di aiutare chi soffre.
Il giorno prima della partenza da Cesate, un piccolo paese della cintura industriale milanese, per Mogadiscio aveva indirizzato alla zia Maria Rosa una lettera che sapeva di testamento.
Scriveva che in caso di un suo “ritorno in bara” non avrebbe voluto fiori e cerimonie ufficiali, ma solo una funzione religiosa e l’alta uniforme da crocerossina.
È stata accontentata.
Forse presentiva ciò che si è fatalmente verificato.
Il parroco don Carlo che la vedeva tutte le domeniche mattina a messa ricorda: «Era felice, entusiasta del compito che andava a svolgere in Africa.
Da tanto tempo aspettava questa occasione.
Cesate le andava un po’ stretta: il suo cuore, il suo desiderio di servire l’umanità richiedeva spazi più ampi».
Questi spazi li ha trovati nella terra sabbiosa e assolata di Mogadiscio.
Avrebbe voluto incontrarli anche in una seconda tappa, in Mozambico, dove sarebbe andata dopo questa prima missione ufficiale.
Non ha fatto in tempo.
I colpi di pistola di uno squilibrato hanno spento per sempre la sua voglia di rendersi utile agli altri.
Il volontariato era la passione di Maria Cristina, un’autentica vocazione: «Voleva andare ad aiutare la gente, non parlava d’altro», ripete oggi il fratello Massimiliano, 22 anni.
Un ideale che le era cresciuto dentro molto presto.
A quindici anni, il tempo in cui normalmente le ragazze pensano al divertimento e alla bella vita, Maria Cristina decide di diventare crocerossina.
Una scelta che orienta sempre di più il suo futuro.
In attesa di realizzare il suo sogno, alterna gli studi di danza e di informatica a quelli da infermiera e alla pratica: lascia la sua abitazione e si trasferisce a casa del nonno novantenne, infermo e bisognoso di attenzioni e di cure.
Nel giugno 1992 ottiene il diploma di infermiera volontaria.
Passa l’estate nell’ospedale di Saronno, in quell’anticamera di emergenze e dolore che è il Pronto soccorso.
Ha fretta di imparare al meglio la professione per ottenere quanto prima il visto di partenza per le frontiere più difficili.
Le viene concesso nel novembre 1993.
Un visto per un biglietto di andata senza ritorno.

Classe terza – Giugno

Seconda fase dell’attività Gli insegnanti presentano l’ultimo testo-guida, riguardante il termine della vita umana.
4) La conclusione dell’avventura Quale “buona morte”? – Morire con dignità Il termine “eutanasia” ha, di per sé, un significato positivo: “buona morte”.
Morire con dignità significa, per ogni essere umano, affrontare questo inevitabile momento, per quanto possibile, in modo sereno…
cosa può significare? In un contesto fortemente “tecnologico”, accettare la dimensione di un mistero non riducibile alla nostra misura diviene sempre più difficile: si vorrebbe poter controllare razionalmente anche la propria morte, poterla gestire…
Questa tendenza, nella visione materialistica prevalente oggi, può condurre alla convinzione di essere padroni assoluti della propria vita, di poter scegliere, al limite, quando e come interromperla; questo potere su di sé, questo voler essere il Dio di se stessi sembra rientrare in un’ottica di lotta disperata per “salvare il salvabile”, soffrendo il meno possibile in un’esistenza fondamentalmente inspiegabile, forse priva di senso, forse frutto soltanto di un caso che condanna gli esseri umani a vivere come animali troppo intelligenti e consapevoli.
Il Cristiano ritiene di non poter in nessun caso disporre della vita altrui e propria, che è dono di Dio: soltanto Lui può decidere quando debba iniziare e finire, per il bene di ciascuno dei suoi figli; Egli soltanto conosce il mistero di ogni esistenza, unica e irripetibile, donata perché l’amore venga appreso e vissuto.
Ogni essere umano può trovare il senso della vita anche attraverso la sofferenza, che può essere un mezzo di crescita eccezionale per scoprire ciò che realmente conta: l’assoluta esigenza dell’amore dato e ricevuto come unico senso possibile dell’avventura terrena.
Si comprende il significato del “darsi” nella solidarietà e del ricevere e l’incommensurabile valore di ogni persona, a partire dai propri cari, quando si farebbe qualsiasi cosa ‒ e si perde così ogni egoismo ‒ per evitare a qualcuno la sofferenza, quando ci si accorge sulla propria pelle che l’amore soltanto l’allevia realmente…
È evidente come le gravi difficoltà ci offrano occasioni ineguagliabili per diventare ciò che possiamo realmente essere…
al massimo grado: responsabili, pronti ad apprezzare i valori autentici.
Secondo l’uomo di fede, l’avventura più importante e conclusiva dell’esistenza terrena, il passaggio alla vita piena con Dio attraverso l’oscuro tunnel della morte, può essere affrontata serenamente con il suo aiuto e il sostegno dei propri cari.
Le sofferenze conclusive della vita possono avere senso come tutte le altre, se vissute insieme a un Padre che non permette nulla che non conduca a varcare una “nuova soglia”.
Il nostro stesso coraggio, quando viene a galla, non manca di spalancare nuovi orizzonti, di farci evolvere e diventare nuovi.
Lo stato di malattia grave, anche cronico e irreversibile, rappresenta comunque una condizione di vita, delicata e misteriosa: secondo i Cristiani, ipotizzare un’interruzione della vita “per pietà” rappresenta un pericoloso arbitrio.
L’essere umano è imperfetto: può agire per sottile egoismo e non per amore, per il desiderio inconscio di eliminare i problemi troppo grossi ‒ come occuparsi per anni di un lungodegente, o di una persona in coma o comunque in stato di incoscienza…
‒ In sintesi, gestire con dignità morte e malattia può comportare, secondo una certa ottica, il diritto illimitato all’autogestione della propria esistenza, fino al suicidio assistito chiamato eutanasia; in un’altra ottica, la persona umana non può avere questo diritto, né chiedere ad altri di essere suoi complici: il suicidio assistito comporta l’intervento medico.
Anche molti non cristiani condividono con i credenti l’idea che il rifiuto dell’eutanasia non rientri in una questione di opinioni, ma che esprima la difesa di un principio universalmente condivisibile: quello del rispetto assoluto del mistero della vita, della “sacralità” della vita.
«Perché lasciare ai soli cristiani l’onere e l’onore di difendere il valore della vita?» affermava il filosofo torinese Norberto Bobbio, non credente.
– L’eutanasia L’eutanasia è un intervento medico indolore mirato ad abbreviare o decisamente sopprimere la vita, su richiesta di un malato cosciente.
Si può verificare soprattutto in situazioni-limite di malattia terminale mortale, dolorosa e causa di degrado della persona.
Sembrerebbe particolarmente legata a un pericolo di abuso tale scelta da parte di un “tutore” che decida al posto di un malato incosciente.
«L’esperienza dimostra che molti malati terminali temono più la sofferenza o il dover dipendere dagli altri, che la morte» osserva Daniel Kevles, esperto in bioetica.
Il più delle volte, l’eliminazione del dolore e l’assistenza psicologica fanno scomparire questa richiesta.
Chiedere di morire è spesso una disperata richiesta di aiuto, a cui in campo medico è doveroso rispondere con i massimi sforzi nell’ambito innanzitutto della terapia del dolore! Leggi che autorizzassero l’eliminazione di un malato con enormi esigenze potrebbero significare una pericolosa tendenza al disimpegno nei confronti della ricerca di una sempre migliore assistenza.
Afferma l’anziano senatore Giulio Andreotti: «Mi preoccupa la deriva disumana cui si andrebbe incontro, ho paura degli scivolamenti.
Se si afferma che l’eutanasia è lecita giuridicamente, temo che ci si avvii verso una china di disumanità, per cui si rischia di discutere se la malattia è curabile o no, se i vecchi sono necessari o inutili…».
La Chiesa cattolica, nel corso di tutta la sua tradizione, ha sempre condannato l’eutanasia vera e propria in quanto «uccisione deliberata, moralmente inaccettabile, di una persona umana» (EV, 65).
– L’accanimento terapeutico «È lo sforzo di prolungare a oltranza e con ogni mezzo fornito dalla tecnologia medica, la vita dei malati terminali, nonostante la loro sofferenza e impotenza.
Si tratta di interventi sproporzionati ai risultati che si potrebbero ottenere in situazioni in cui la morte si preannuncia imminente e inevitabile.
Certo, curarsi è un dovere.
Ma la rinuncia a mezzi straordinari sproporzionati non equivale certo al suicidio o all’eutanasia» (Carlo Fiore in Etica per giovani, ElleDiCi, p.
301).
Tali mezzi potrebbero essere per esempio interventi chirurgici effettuati senza speranza di guarigione, unicamente prolungando l’esistenza per breve tempo, con sofferenze aggiuntive.
Anche l’accanimento terapeutico è inaccettabile per il cristiano: può essere un voler “forzare la mano di Dio” in modo opposto all’eutanasia, ma altrettanto poco rispettoso della vita nel suo naturale concludersi.
– Le cure palliative Esse sono attente alla qualità della vita che resta; si basano sulle migliori terapie antidolorifiche possibili, ma anche sull’atteggiamento di presenza costante di chi assiste e di attenzione alle esigenze di un malato mai solo; sull’“umanizzazione” del ricovero ospedaliero e del rapporto tra medico e paziente.
Secondo lo studioso di bioetica G.
Russo, l’eutanasia è dunque «una risposta semplicistica e sbrigativa nei confronti di sentimenti umani come il dolore e lo smarrimento angoscioso della sofferenza.
La richiesta di eutanasia, da qualunque parte venga (paziente, medico, società), è soltanto l’evidenziarsi di una triste realtà di mancanza di effetti, mancanza di cure, solitudine».
Terza fase dell’attività L’insegnante di scienze potrà approfondire alcuni aspetti fondamentali a sua scelta; l’insegnante di religione proporrà il seguente questionario agli allievi, perché sintetizzino le conoscenze ed elaborino opinioni personali, dopo aver letto con attenzione tutti i testi-guida.
1) Definisci con parole tue i seguenti concetti.
– Bioetica.
– Embrione e cellule staminali.
– Eutanasia.
– Accanimento terapeutico.
– Cure palliative.
2) Secondo te, è giusto ricercare “principi universali” validi per tutti gli esseri umani? La difesa della vita fa parte di questi principi? Se sì, in quali modi condivisibili da tutti la vita può essere tutelata? 3) Secondo un determinato modo di intendere l’esistenza, la persona umana può disporre della vita: la propria, anche decidendo di porvi fine, e anche quella altrui, con l’interruzione volontaria di gravidanza o decidendo, al posto di un malato non cosciente, di interromperne l’esistenza per il suo bene.
Secondo questa posizione, il medico dovrebbe poter accondiscendere legittimamente alle richieste.
Un’altra ottica ritiene che la vita umana, al contrario, sia indisponibile; che le richieste di morte siano in realtà richieste di aiuto a cui è doveroso rispondere con il massimo della solidarietà umana e con le cure palliative, non agendo come chi, per rispettare la libertà di un uomo che scavalca il parapetto per buttarsi nel fiume, gli darebbe una spinta per aiutarlo…
– Quali sono le motivazioni di chi aderisce alle due diverse visioni sulla disponibilità della vita? – Qual è la posizione della Chiesa cattolica? – Esprimi, se te la senti, una tua opinione, motivandola.
Per l’inserimento dell’argomento in Unità di Apprendimento articolate, vedere Tiziana Chiamberlando, Sentinelle del Mattino, SEI, Volume per la classe terza e Guida.
Unità di lavoro interdisciplinare (religione, scienze)  Seconda parte OSA di riferimento per l’Irc Conoscenze  – Fede e scienza, letture distinte ma non conflittuali dell’uomo e del mondo.
– Vita e morte nella visione di fede cristiana.  Abilità  – Confrontare spiegazioni religiose e scientifiche del mondo e della vita.
– Descrivere l’insegnamento cristiano sui rapporti interpersonali, l’affettività e la sessualità.
– Motivare le risposte del Cristianesimo ai problemi della società di oggi.
– Confrontare criticamente comportamenti e aspetti della cultura attuale con la proposta cristiana.  Obiettivi Formativi ipotizzabili Conoscenze e abilità – Conoscere e descrivere:  termini e concetti fondamentali riguardanti la bioetica; la posizione della Chiesa cattolica su alcune questioni di bioetica, nel confronto con opinioni diverse.
– Esprimere opinioni motivate sui “vincoli morali” che la scienza dovrebbe avere e sul concetto di “tutela della vita umana”.
Competenze di riferimento dell’allievo in prospettiva triennale  – Saper prendere in considerazione il progetto di vita cristiano e la visione cristiana dell’esistenza.
– Sviluppare interesse alla distinzione tra bene e male, alla ricerca della verità.  1) Dalla Dichiarazione sull’eutanasia della “Congregazione per la dottrina della fede” della Chiesa cattolica.
«Bisogna ribadire con tutta fermezza che nessuno può autorizzare l’uccisione di un essere umano, feto o embrione, bambino o adulto, vecchio malato incurabile o agonizzante.
Nessuno può richiedere questo gesto omicida per se stesso o per un altro affidato la sua responsabilità, né può acconsentirvi.
Nessuna autorità può imporlo o permetterlo.
Si tratta infatti della violazione di una legge divina, di una offesa alla dignità della persona umana, di un crimine contro la vita, di un attentato contro l’umanità».
2) Dal Manifesto dell’eutanasia firmato, nel 1973, da 37 personalità del mondo culturale.
«È crudele e barbaro esigere che una persona venga mantenuta in vita contro il suo volere, che le si rifiuti l’auspicata liberazione quando la sua vita ha perduto qualsiasi dignità, bellezza, significato, prospettiva di avvenire…
Ogni individuo ha diritto di vivere con dignità, ha anche il diritto di morire con dignità».
3) Da un documento della Pontificia Accademia per la Vita.
«È dichiarando curabile il dolore e proponendo come impegno di solidarietà l’assistenza verso colui che soffre, che si afferma un vero umanesimo: il dolore richiede amore e condivisione solidale, non la sbrigativa violenza della morte anticipata.
Il cosiddetto principio di autonomia, con cui si vuole talvolta esasperare il concetto di libertà individuale, non può certo giustificare la soppressione della vita propria o altrui: l’autonomia personale, infatti, ha come presupposto primo l’essere vivi, e reclama la responsabilità dell’individuo, libero per fare il bene secondo verità…».
4) Sull’accanimento terapeutico.
«Sappiamo che non è facile tracciare una linea netta di demarcazione tra la cura dell’ammalato e l’accanimento terapeutico, cioè quando un trattamento non è più una cura ma diventa una violenza contro la persona.
Però sappiamo anche che la persona, nel prendere una decisione, deve tener presenti i seguenti elementi oggettivi.
Anzitutto che la vita non è in potere dell’uomo.
L’uomo porta in sé il dovere di vivere la sua vita in tutta la sua estensione.
È un talento che deve far fruttificare e di cui dovrà rendere conto.
Ma se non ha diritto alla morte, non ha neppure il dovere di conservare la sua vita a ogni costo.
C’è un limite oltre il quale può decidere di non essere più curato.
Quando? Possiamo cercare di offrire dei criteri oggettivi che servono da guida nella formulazione di questo giudizio.
Si possono rifiutare le cure quando si constata che la terapia è inefficace o inutile; quando è penosa e procura sofferenza e umiliazione, senza produrre risultati significativi; quando si utilizzano mezzi terapeutici sproporzionati ed eccezionali, senza previsioni di miglioramento.
Sospendere le cure sproporzionate non significa interrompere le cure ordinarie.
E tra le cure ordinarie dobbiamo mettere l’alimentazione e l’idratazione, anche quando sono realizzate in modo diverso da quello comune.
E dobbiamo contemplare adeguate terapie contro il dolore, anche se possono accorciare la vita» (Giordano Muraro).

Apertura dell’Anno Sacerdotale

il Santo Padre Benedetto XVI presiederà la celebrazione dei secondi vespri al cospetto delle reliquie del santo.
L’invito alla partecipazione è rivolto in particolare “ai sacerdoti secolari, ai religiosi, a tutti i seminaristi di Roma, ma anche alle religiose e ai fedeli laici che con la loro fede, preghiera e operosità concorrono a sostenere la vita, il ministero dei sacerdoti e la loro santificazione, a beneficio di tutti.”(L’arcivescovo M.
Piacenza, segretario della Congregazione per il clero).
Presso la Prefettura della casa Pontificia si possono richiedere i biglietti per l’accesso in Basilica, permesso dalle ore 16.
In diretta su Telelazio Rete Blu dalle17.25 l’arrivo delle reliquie di San Giovanni Maria Vianney, patrono dei sacerdoti, in San Pietro e la celebrazione presieduta dal Santo Padre.
Venerdì 19 giugno, ore 21,piazza San Pietro.
Veglia di preghiera per il Papa e il suo Pontificato.
Presiede il card.
Angelo Comastri, vicario generale per la Città del Vaticano.

“Sogni di sabbia”

I migranti, le loro storie ed esperienze in un libro fotografico di Luca Leone Paolo Dieci è il direttore del CISP una ong con sede a Roma che opera a livello nazionale e internazionale attraverso progetti umanitari a favore dei più deboli, in particolare migranti.
“Accogliere la dimensione multiculturale delle nostre società come un’opportunità storica da valorizzare e non come una minaccia, lavorare con le comunità e associazioni di immigrati, responsabilizzandole e identificandole come strumenti essenziali per l’integrazione, rafforzare, la collaborazione tra Europa, Maghreb ed Africa Sub Sahrariana e le politiche di cooperazione internazionale” sono alcune delle strategie da mettere in atto per affrontare in maniera diversa e costruttiva il fenomeno migratorio secondo Paolo Dieci.
Con Paolo Dieci abbiamo approfondito il tema dell’immigrazione in questa intervista.
D.
Direttore, l’importanza e l’urgenza di un libro come “Sogni di sabbia” è data dalla cronaca nazionale e internazionale.
Qual è la posizione del Cisp rispetto alle politiche migratorie europee e nazionali e quali urgenze avete individuato? R.
Alcuni limiti di tali politiche sono così sintetizzabili: scarso coordinamento a livello europeo, tendenza, soprattutto in Italia, a identificare il tema della migrazione con quello della sicurezza e, soprattutto, mancanza di una visione globale dei processi migratori, che vanno compresi e gestiti nel loro insieme, per essere chiari dalla loro origine alla loro destinazione.
Sembra oggi di assistere a una rincorsa al presidio delle frontiere, quasi che queste fossero minacciate da pericolose invasioni.
Questa visione delle cose è ristretta, inefficacie, oltre ché, come vedremo, moralmente discutibile.
Le migrazioni sono processi globali, che nascono dallo squilibrio impressionante tra paesi ricchi e paesi poveri, si alimentano di aspettative per una vita diversa quando non da vere e proprie fughe.
Governare tali processi presidiando le coste è impossibile.
Servono politiche integrate, di accoglienza, cooperazione internazionale, formazione e orientamento delle comunità di immigrati.
Servono chiaramente anche accordi tra stati, ma in questo caso vorrei fare due brevi considerazioni.
La prima è che tali accordi vanno sottoscritti non solo con gli Stati del Maghreb, ma anche con quelli dell’Africa a sud del Sahara, dove spesso migrare significa provare a vincere le catene della povertà.
Esistono esempi concreti ai quali l’Italia può rifarsi; penso, ad esempio, all’accordo siglato tra Unione Europea e Mali per l’attivazione di servizi di informazione e orientamento professionale ai migranti potenziali.
La seconda considerazione è che tali accordi non devono avere come principale o unica finalità il respingimento dei migranti, senza dare loro oltretutto la possibilità di esporre le loro ragioni, di motivare, in molti casi, la richiesta di asilo.
D.
La soluzione giusta alla pressione migratoria dal Sud verso Nord è nei respingimenti o altre dovrebbero essere le risposte, forse tutte più adeguate? R.
Il respingimento indiscriminato è innanzitutto moralmente inaccettabile perché nega la possibilità di richiedere asilo anche a coloro che ne avrebbero diritto.
Inoltre spinge in modo coatto i migranti in situazioni – lontano dai riflettori dei media – che nessun organo internazionale è in grado di monitorare.
Nessuno ha “ricette” o soluzioni a problematiche così imponenti, che – lo ripeto – affondano le loro radici nella disuguaglianza mondiale.
Possiamo però provare a ipotizzare un percorso, un processo verso cui andare.
Provo a sintetizzare alcuni punti: accogliere la dimensione multiculturale delle nostre società come un’opportunità storica da valorizzare e non come una minaccia (non si dovrebbe scordare che uno dei paesi più multiculturali del mondo, gli Usa, sono una grande e solida potenza mondiale, non uno stato frantumato da divisioni e conflitti interni); lavorare con le comunità e associazioni di immigrati, responsabilizzandole e identificandole come strumenti essenziali per l’integrazione; rafforzare, nel senso che ho già provato a chiarire, la collaborazione tra Europa, Maghreb ed Africa Sub Sahrariana; rafforzare le politiche di cooperazione internazionale.
L’intervista è disponibile sul sito della Infinito edizioni (www.infinitoedizioni.it) e può essere ripresa liberamente citando la fonte (Luca Leone ©Infinito edizioni 2009).
Infinito edizioni: 06 93162414 Cell: 320 3524918 (Maria Cecilia Castagna), 347 3807428 (Luca Leone) info@infinitoedizioni.it, www.infinitoedizioni.it CISP ONLUS,  Sogni di sabbia.
Storie di migranti, Infinito Edizioni, 2009,  Isbn: 978-88-89602-58-4, pp.96  Euro 15.00 Libro fotografico a cura di Sandro De Luca, con testi di Gad Lerner e Ubah Cristina Ali Farah “Nessuno considera clandestino lo straniero irregolare che bada a sua madre, gli pota la vigna o fa le pulizie nel condominio.
Clandestini sono sempre gli altri: buttateli fuori!” (Gad Lerner).
Non tutti i viaggi terminano con la destinazione sognata, e non tutti quelli che partono riescono a realizzare il loro progetto.
Per tanti migranti il miraggio diventa un incubo, una trappola da cui non riescono più a uscire.
Lo raccontano i protagonisti di questo libro corredato da splendide foto, che con i loro volti ci raccontano che cosa c’è – in questo caso in Algeria – prima di Lampedusa.
Partiti dal Congo, dal Niger, dal Mali, dal deserto del Sahara, sono tanti, sempre di più, quelli che non vedranno mai l’Europa.
Perché rimangono bloccati nei Paesi del Maghreb, in un limbo da cui non riescono più a uscire.
Scoprire il viaggio prima del viaggio, la loro vita prima della partenza, può aiutarci a comprendere, a smontare pregiudizi e stereotipi.
Prima di diventare migranti, irregolari o clandestini, sono persone.
Come noi.
“Non è vero che questi giovani migranti non hanno nulla da perdere.
Hanno solo il coraggio di rischiare.
Buttarsi a capofitto con quel briciolo di incoscienza necessario per affrontare l’impossibilità” (dalla prefazione di Ubah Cristina Ali Farah).

Agora

di Maria de falco marotta Alejandro Amenábar, è un regista “difficile”.
Affronta con rigore i temi più controversi del nostro vivere quotidiano, premio Oscar per l’intimista Mare dentro che noi abbiamo visto alla Mostra di Venezia , ponendo poi domande all’autore, dice che il suo film da quasi 50 milioni di euro Agora portato al Festival di Cannes 2009 fuori Concorso, ha l’obiettivo di “far sentire il pubblico come se stesse seguendo una troupe della CNN mentre documenta qualcosa che accade nel IV secolo dopo Cristo”.
Bisogna credergli: E’ talmente serio, giovane e introverso che sicuramente il suo lavoro sarà apprezzato da molti.
Ma non da tutti.
Nell’Egitto del IV secolo a.C, la storia di Hypatia di Alessandria, primo astronomo-filosofo donna dell’Occidente.
Spinto dal desiderio di raccontare una storia su Romani e Cristiani nell’Antico Egitto, il regista spagnolo di origine cilena ha individuato la sua eroina nella figura di Ipazia, figlia di Teone, ultimo direttore della celeberrima biblioteca di Alessandria, e donna simbolo della tolleranza della società greco-romana di quel tempo.
Con la sua Himenóptero, Amenábar ha coinvolto la Mod Producciones di recente creazione e Telecinco Cinema, mettendo assieme un cast internazionale che recitasse in lingua inglese e permettesse di lanciare il film sul mercato internazionale.
A vestire la tunica di Ipazia è la star britannica Rachel Weisz (The Constant Gardener, La Mummia).
La vediamo insegnare astronomia, matematica e filosofia ai suoi allievi, in quel tempio della saggezza che doveva essere allora la Biblioteca alessandrina.
Ma mentre tra quelle mura si discetta di Aristotele e si preconizza l’eliocentrismo, per le strade e le piazze della città governata dall’Impero Romano d’Oriente cresce ed esplode il dissidio tra le religioni: cristiani contro pagani ed ebrei.
Presto i parabalani incappucciati(funzionari romani che disdegnano la propria vita per la causa della Chiesa.
In genere, sono attivisti, monaci, guerrieri e becchini, fanatici, ignoranti, violenti ) spingeranno la folla ad attaccare nel nome di Cristo gli adoratori degli déi e, nonostante la mediazione romana, la Biblioteca verrà saccheggiata e distrutta.
Il resto è storia, con la sola eccezione del servo Davus, personaggio inventato, interpretato dal giovane inglese Max Minghella.
Lo spettatore potrebbe trovare noiose e fintamente intellettuali le numerose discussioni “scientifiche” ma quello che non sfuggirà è la scelta di portare sul grande schermo questa martire del paganesimo che ha tutto l’aspetto di un attacco frontale del regista al Cristianesimo e non genericamente al fanatismo religioso.
All’uscita di Agora difficilmente le stanze del Vaticano apprezzeranno le scene in cui i cristiani sbudellano la gente urlando come invasati o vengono visualizzati come formiche nere che si affrettano sulla preda con una efficace ripresa dall’alto velocizzata.
Chi è il regista Alejandro Amenábar (Santiago del Cile, 1972) è figlio di madre spagnola e di padre cileno.
La sua famiglia si trasferisce in Spagna quando lui ha un anno, facendolo crescere e studiare a Madrid.
Scrive, produce e dirige il suo primo cortometraggio, “La cabeza”, a 19 anni, e ne ha 23 quando debutta nel lungometraggio con “Tesis” che in Spagna riceve molti premi.
Il suo “Apri gli occhi” riscuote in Spagna un enorme successo e viene distribuito in tutto il mondo: è stato ultimamente oggetto di un remake hollywoodiano diretto da Cameron Crowe e intitolato “Vanilla Sky”, con Tom Cruise (che ne è anche il produttore), Penelope Cruz (protagonista anche della versione originale) e Cameron Diaz.
“The Others” – interpretato in modo perfetto da Nicole Kidman e prodotto da Tom Cruise – è il suo primo film girato in lingua inglese, presentato alla Mostra di Venezia, dove ha riscosso un grande successo di pubblico e critica.
Ha realizzato la colonna sonora di tutti i suoi film, nonchè di molti altri, tutti iberici.
Nel 2004 gira “Mare dentro”, un film sulla vita del tetraplegico Ramon Sampedro e il delicato tema dell’eutanasia, che segna una svolta nel suo cinema che riceve premi dal Festival di Venezia, da E.F.A., il premio Goya, e la candidatura al premio Oscar come miglior film straniero.
Presentando a Cannes 2009 Agorà(piazza, assemblea) ha dichiarato: «Il mio Agorà contro ogni fondamentalismo.
Ipazia (Rachel Weisz) filosofa e scienziata, martire del politeismo ad Alessandria, capitale culturale del Mediterraneo nel IV secolo della nostra era, controllata dall’Impero romano d’Oriente e centro di attriti tra il politeismo e i due monoteismi, l’uno frutto dell’eresia dell’altro: giudaismo e cristianesimo.
La vergine Ipazia – aggiunge- era uno spirito aperto, praticava la misericordia e fu torturata e uccisa dai cristiani alla vigilia del tracollo del mondo classico.
La sua vicenda ricorda – in senso opposto – quella di Gesù».
Attorno a lei, gli ex allievi, l’aristocratico (Oscar Isaac), convertito al cristianesimo onde avere la carriera pubblica che si aspettava; e lo schiavo (Max Minghella, figlio di Anthony), fanatico nella nuova fede.
In Agorà i ruoli di buoni e cattivi sono distribuiti per fazione.
Il tragico degli scontri politico-religiosi è che ognuno ha le sue ragioni” Il film: titolo internazionale: Agora titolo originale: Agora paese: Spagna, USA anno: 2009 genere: fiction regia: Alejandro Amenábar data di uscita: ES 02/09/2009 sceneggiatura: Alejandro Amenábar, Mateo Gil cast: Rachel Weisz, Max Minghella, Oscar Isaac, Ashraf Barhom, Michael Lonsdale, Rupert Evans, Homayoun Ershadi fotografia: Xavi Giménez scenografia: Guy Dyas costumi: Gabriella Pescucci musica: Alejandro Amenábar produttore: Fernando Bovaira produzione: Mod Producciones, Himenoptero, Telecinco Cinema distributori: Mars Distribution (FR) rivenditore estero: Focus Features International Chi era questa straordinaria scienziata? Ipazia era l’erede della Scuola alessandrina, la più notevole comunità scientifica della storia dove avevano studiato Archimede, Aristarco di Samo, Eratostene, Ipparco, Euclide, Tolomeo… e i geni che hanno gettato le fondamenta del sapere scientifico universale.
Filosofa neoplatonica, musicologa, medico, scienziata, matematica, astronoma, madre della scienza sperimentale (studiò e realizzò l’astrolabio, l’idroscopio e l’aerometro).… e, come scrisse Pascal, «ultimo fiore meraviglioso della gentilezza e della scienza ellenica».
Nei suoi settecento anni la Scuola alessandrina aveva raggiunto vette talmente elevate nel campo scientifico, che sarebbe bastato lasciar vivi e liberi di studiare Ipazia e i suoi allievi per acquisire 1200 anni in più di progresso.
Ma su Ipazia e sull’intera umanità si abbatté la più grossa delle sventure: l’ascesa al potere della Chiesa cattolica e il patto di sangue stipulato con l’impero romano agonizzante.
Questo patto – oltre alla soppressione del paganesimo – prevedeva la cancellazione delle biblioteche, della scienza e degli scienziati, l’annullamento del libero pensiero, della ricerca scientifica (nei concilî di Cartagine, infatti, fu proibito a tutti – vescovi compresi – di studiare Aristotele, Platone, Euclide, Tolomeo, Pitagora etc.).
Alla donna doveva essere impedito l’accesso alla religione, alla scuola, all’arte, alla scienza.
In poche decine di anni il piano venne quasi interamente realizzato.
Ma Ambrogio, Giovanni Crisostomo, Agostino e Cirillo – i giganti del nascente impero della Chiesa – trovarono, sulla loro strada lastricata di roghi e di sangue, un ultimo impedimento: una giovane bellissima creatura a capo della Scuola alessandrina, una scienziata con una dirittura morale impossibile da piegare la quale, al termine d’una giornata di studio e di ricerca, si gettava sulle spalle il tribon – il mantello dei filosofi – e se ne andava in giro per Alessandria a spiegare alla gente – con ingegno oratorio e straordinaria saggezza – cosa volesse dire libertà di pensiero, l’uso della ragione.
E Cirillo, vescovo e patriarca di Alessandria, ordì il martirio di Ipazia.
Uccidere ingiustamente un qualunque essere umano è troncare una vita, spezzare una possibilità, ma trucidare una creatura come Ipazia è arrecare un danno incalcolabile all’umanità intera, è uccidere la speranza nel progresso umano.
Questo delitto segnò la fine del paganesimo, il tramonto della scienza e della dignità stessa della donna.
Segnò la definitiva affermazione del gruppo più astuto, raffinato, vorace, spietato e feroce prodotto dalla specie umana: da quel marzo del 415 d.C.
la Chiesa Cattolica, oltre a imprigionare, torturare, bruciare vivi popoli interi, incatenò la mente degli uomini per manovrarli, dirigerli, dominarli, alleandosi sempre con il potere e con l’ingiustizia.
Nessun mea culpa potrà mai restituire all’umanità tanto sangue innocente e tanti secoli di progresso mancato.
In quel 415 d.C.
a nulla valse la voce isolata del prefetto Oreste, che cercò inutilmente di difendere e di salvare la scienziata.
Quando giunse ad Alessandria, Oreste si recò a rendere omaggio a Ipazia, astro incontaminato della sapiente cultura.
Da lei apprese che non poteva definirsi realmente pagana perché «qualunque religione, qualunque dogma, è un freno alla libera ricerca, e può rappresentare una gabbia che non permette d’indagare liberamente sulle origini della vita e sul destino dell’uomo».
Ipazia gli raccontò che dopo l’incendio della biblioteca, il prefetto Evagrio le aveva proposto di convertirsi al cristianesimo in cambio di maggiori sovvenzioni per la sua scuola e che lei aveva rifiutato dicendo: «Se mi faccio comprare, non sono più libera.
E non potrò più studiare.
È così che funziona una mente libera: anch’essa ha le sue regole».
Dopo il massacro di Ipazia, il vescovo e patriarca Cirillo governò Alessandria da padrone assoluto per i successivi trent’anni.
I libri di Ipazia e di tutta la Scuola alessandrina furono bruciati (con la sola eccezione del suo commento alla Syntaxis), la sua memoria cancellata.
A parte Ierocle (di cui sono rimaste solo due modeste opere di filosofia neoplatonica) e il poeta Pallada che con i suoi versi cantò l’irreprensibilità dei costumi, l’alto sentire, l’accuratezza e il savio giudicare della filosofa e scienziata alessandrina, tutti i discepoli della scienziata scomparvero e di loro, del loro pensiero, delle loro opere, nulla è rimasto.
Alcuni riuscirono ad emigrare in India (tra cui Paulisa, autore dell’opera astronomica Paulisa siddhānta), importandovi le ultime scoperte di trigonometria ed astronomia.
Ci è pervenuta, però, una parte dell’opera di uno degli allievi preferiti di Ipazia: Sinesio di Cirene, vescovo di Tolemaide.
Dalle sue lettere indirizzate alla maestra, si apprende che Ipazia è stata la madre della scienza moderna in quanto, all’analisi teorica dei problemi di fisica e di astronomia, faceva seguire la sperimentazione pratica (il grande matematico del ‘600 Pierre de Fermat, studiando l’idroscopio realizzato dalla scienziata alessandrina, rese omaggio «alla grande Ipazia, che fu la meraviglia del suo secolo»).
Mentre la sua maestra era ancora in vita, Sinesio scriveva: «L’Egitto tien desti i semi di sapienza ricevuti da Ipazia».
Le testimonianze antiche su Ipazia sono offerte, principalmente, da quattro storici: Socrate Scolastico (Storia Ecclesiastica), Filostorgio (Storia Ecclesiastica), Sozomeno (Storia della Chiesa) – tutti contemporanei di Ipazia -, e Damascio, ultimo direttore dell’Accademia platonica di Atene, che scrisse di lei 50 anni dopo il suo massacro.
Ambrogio, Giovanni Crisostomo, Agostino e Cirillo vennero fatti santi.
Sant’Ambrogio, San Giovanni Crisostomo, Sant’Agostino e San Cirillo d’Alessandria sono stati elevati, inoltre, al rango di dottori e padri della Chiesa universale.
Per i successivi 1200 anni la Chiesa di Roma manovrò principi, re ed imperatori per tenere a freno il suo più acerrimo nemico: il sapere, la conoscenza.
Soprattutto la scienza della Scuola alessandrina.Il 17 febbraio dell’Anno Santo 1600 la Chiesa di Roma fece bruciare vivo Giordano Bruno, il filosofo e scienziato che aveva studiato gli atomisti greci e che attraverso le opere di Democrito aveva capito l’essenza di quegli universi infiniti che Ipazia aveva intuito.
Il 22 giugno 1633 la Chiesa di Roma fece imprigionare ed abiurare il padre della scienza moderna Galileo Galilei, il quale aveva proseguito l’opera iniziata dalla Scuola alessandrina e da Ipazia nella sperimentazione della scienza e che, nel Dialogo sui massimi sistemi del mondo, aveva avuto il coraggio di proporre l’ipotesi eliocentrica che Aristarco di Samo aveva formulato nel 280 a.C.
nella Scuola alessandrina e che Ipazia aveva elaborato.
Papa Pio XII nel 1944, per festeggiare i 1500 anni della morte di San Cirillo d’Alessandria (la cui opera teologica è alla base del dogma della Vergine Madre di Dio) promulgò l’enciclica Orientalis Ecclesiae, per «esaltare con somme lodi» e «tributare venerazione a San Cirillo», a colui che aveva cacciato e fatto massacrare ebrei, nestoriani, novaziani (chiamati catari – puri) e pagani da Alessandria d’Egitto.
Il vescovo-patriarca S.
Cirillo aveva studiato per cinque anni – dal 394 al 399 – nel monastero della montagna della Nitria, nel deserto di San Marco, e lì era stato ordinato Lettore.
In questo monastero aveva stretto vincoli di amicizia con gran parte dei monaci parabolani (di cui si servì per sterminare ebrei, nestoriani, novaziani e pagani) e soprattutto con Pietro il Lettore, a cui sedici anni dopo ordinò di trucidare Ipazia… l’ultima voce libera, l’ultima luce femminile di sapienza dell’antichità.
Purtroppo le donne che tentarono di studiare e d’inserirsi nel mondo della scienza dovettero combattere su due fronti: il primo risaliva ai tempi di Platone, che le considerava esseri inferiori per natura (e questo sembra incredibile: Platone, Aristotele e i più grandi pensatori che ha prodotto il genere umano, che hanno dato vita all’attuale libertà di pensiero, ebbene… consideravano la donna inferiore per natura); il secondo… il ruolo secondario assegnatole proprio dai padri fondatori della Chiesa (Sant’Agostino… e San Giovanni Crisostomo che affermò che la donna porta il marchio di Eva e che Dio non le ha concesso il diritto di ricoprire cariche politiche, religiose o intellettuali).
Infatti se Ipazia fosse stata uomo, l’avrebbero solamente uccisa.
Essendo donna, dovevano farla a pezzi, nella cattedrale cristiana, per rendere quel massacro simbolico d’un sacrificio.
Per escludere, nel cammino dei secoli a venire, metà del genere umano.Ipazia ci ha insegnato che la via della ragione – la via dell’esperienza personale non mediata da altri, la ricerca continua della verità sulla nostra vita, verità che racchiude il nostro corpo, la mente, l’universo, l’intelligibile… come direbbero gli antichi filosofi, la metafisica… che vuol dire il raggiungimento d’un principio supremo non creatore, ma che è e che si evolve insieme a noi – è la via a cui ha diritto ogni essere umano.
Naturalmente, colto e rigoroso com’è A.
Amenabar, si è documentato su fonti storiche e su altri studi di cui non citiamo che la minima parte.Eccole: Fonti • Cirillo, Homilia VIII, in J.
P.
Migne, Patrologia Graeca, vol.
LXXVII • Esichio di Mileto, Fragmenta, in «Fragmenta Historicorum Graecorum», Paris, Didot 1841-1870 • Damascio, Vita Isidori, Hildesheim, Olms 1967 • Filostorgio, Historia Ecclesiastica, in J.
P.
Migne, Patrologia Graeca, vol.
LXV; Epitome in Fozio, Bibliotheca, 8 voll., Paris, Les Belles Lettres 1959 • Palladas, in Antologia Palatina, Yorino, Einaudi 1978 • Sinesio, Opere, Torino, UTET 1989 • Socrate Scolastico, Historia Ecclesiastica, in J.
P.
Migne, Patrologia Graeca, vol.
LXVII • Sozomeno, Historia Ecclesiastica, in J.
P.
Migne, Patrologia Graeca, vol.
LXVII • Suda, Lexicon, Lipsia, Teubner 1928 • Teodoreto, Historia Ecclesiastica, Berlin Akademie Verlag 1954 • Teone, Commentaria in Ptolomaei syntaxin mathematicam I-II, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana 1936 • Teone, Commentaria in Ptolomaei syntaxin mathematicam III-IV, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana 1943 • Teone, Le Petit commentare de Théon d’Alexandrie aux Tables faciles de Ptolomée, tr.
da A.
Tihon, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana 1978 Bibliografia • Diodata Saluzzo Roero, Ipazia ovvero Delle Filosofie (romanzo in versi), Torino, Chirio e Mina 1827 • Richard Hoche, Hypatia, die Tochter Theons, in «Philologus» 15, 1860 • Guido Bigoni, Ipazia Alessandrina, Venezia, Antonelli 1887 • Augusto Agabiti, Ipazia: la prima martire della liberta di pensiero, Roma, E.
Voghera 1914 • Karl Praechter, Hypatia in «Real Enzyklopädie der Altertums», IX, Stuttgart 1914 • Christian Lacombrade, Synésios de Cyrène, hellène et chrétien, Paris, Les Belles Lettres 1951 • John M.
Rist, Hypatia, in «Phoenix», 19, 1965 • Joseph Vogt e Matthias Schramm, Synesius vor dem Planisphaerium, in «Das Altertum und jedes neue Gute für Wolfgang Schadewaldt zum 15.
März 1970», Stuttgart-Berlin-Köln-Mainz, Kohlhammer 1970 • Otto Neugebauer, A history of ancient mathematical astronomy, Berlin-Heidelberg-New York, Springer 1975 • Étienne Évrard, A quel titre Hypatie enseigna-t-elle la philosophie?, «Revue des Etudes Grecques», 90, 1977 • Mario Luzi, Libro di Ipazia (poemetto), Milano, Biblioteca Universale Rizzoli 1978 • Jay Bregman, Synesius of Cyrene.
Philosopher Bishop, Berkeley-Los Angeles-London, University of California Press 1982 • Robert J.
Penella, When was Hypatia born?, in «Historia», XXXIII, 1984 • Alessandra Colla, Quella femmina… fatta a pezzi, in «Risguardo IV», Ar, Brindisi 1985 • Margaret Alic, L’eredità di Ipazia, Editori Riuniti, Roma 1989 • Jean Rougé, La politique de Cyrille d’Alexandrie et le meurtre d’Hypatie, in «Cristianesimo nella storia», 11/3, 1990, pp.
485-504 • Maria Dzielska, Ipazia e la sua cerchia intellettuale, in «Paganism in the Later Roman Empire and in Byzantium», Cracovia, Byzantina et Slavica Cracoviensia 1991 • Angela Putino, La signora della Notte stellata, in Diotima, Mettere al mondo il mondo.
L’ordine simbolico della madre, Milano, La Tartaruga 1992 • Gemma Beretta, Ipazia d’Alessandria, Roma, Editori Riuniti 1993 • Silvia Ronchey, Ipazia, l’intellettuale, in «Roma al femminile», a cura di A.
Fraschetti, Roma-Bari, Laterza 1994, pp.
213-258; • Silvia Ronchey, Filosofa e martire: Ipazia tra storia della chiesa e femminismo, in «Vicende e figure femminili in Grecia e a Roma», a cura di R.
Raffaelli, Atti del Convegno di Pesaro, 28-30 aprile 1994, Ancona, Commissione per le Pari Opportunità della Regione Marche 1995 pp.
449-465 • Denis Roques, La famille d’Hipatie (Sinésios, epp.
5 et 16), in «Revue des Études Grecques», CVIII, 1995 • Olivier Masson, Theoteknos, Fils de Dieu, in «Revue des Études Grecques», CX, 1997 • Denis Rocques, Theoteknos, Fils de Dieu, in «Revue des Études Grecques», CXI, 1998 • Morris Kline, Storia del pensiero matematico, 2 voll., Torino, Einaudi 1999 ISBN 88 061 5417 6 • Tassilo Schmitt, Die Bekehrung des Synesios von Kyrene.
Politik und Philosophie, Hof und Provinz als Handlungsräume eines Aristokraten bis zu seiner Wahl zum Metropoliten von Ptolemaïs, München-Leipzig, K.
G.
Saur 2001 ISBN 978 3 598 77695 3 • Antonio Colavito, Adriano Petta, Ipazia, scienziata alessandrina.
8 marzo 415 d.C.
(romanzo), prefazione di Margherita Hack, Milano, Lampi di Stampa 2004 • Aida Stoppa, Ipazia e la rete d’oro (racconto), in Aida Stoppa, Sette universi di passione, Colledara, Andromeda 2004, pp.
20-34 e anche: Nell’Egitto del IV secolo a.C, la storia di Hypatia di Alessandria, primo astronomo-filosofo donna dell’Occidente.
Spinto dal desiderio di raccontare una storia su Romani e Cristiani nell’Antico Egitto, il regista spagnolo di origine cilena ha individuato la sua eroina nella figura di Ipazia, figlia di Teone, ultimo direttore della celeberrima biblioteca di Alessandria, e donna simbolo della tolleranza della società greco-romana di quel tempo.
Con la sua Himenóptero, Amenábar ha coinvolto la Mod Producciones di recente creazione e Telecinco Cinema, mettendo assieme un cast internazionale che recitasse in lingua inglese e permettesse di lanciare il film sul mercato internazionale.
A vestire la tunica di Ipazia è la star britannica Rachel Weisz (The Constant Gardener, La Mummia).
La vediamo insegnare astronomia, matematica e filosofia ai suoi allievi, in quel tempio della saggezza che doveva essere allora la Biblioteca alessandrina.
Ma mentre tra quelle mura si discetta di Aristotele e si preconizza l’eliocentrismo, per le strade e le piazze della città governata dall’Impero Romano d’Oriente cresce ed esplode il dissidio tra le religioni: cristiani contro pagani ed ebrei.
Presto i parabalani incappucciati(funzionari romani che disdegnano la propria vita per la causa della Chiesa.
In genere, sono attivisti, monaci, guerrieri e becchini, fanatici, ignoranti, violenti ) spingeranno la folla ad attaccare nel nome di Cristo gli adoratori degli déi e, nonostante la mediazione romana, la Biblioteca verrà saccheggiata e distrutta.
Il resto è storia, con la sola eccezione del servo Davus, personaggio inventato, interpretato dal giovane inglese Max Minghella.
Lo spettatore potrebbe trovare noiose e fintamente intellettuali le numerose discussioni “scientifiche” ma quello che non sfuggirà è la scelta di portare sul grande schermo questa martire del paganesimo che ha tutto l’aspetto di un attacco frontale del regista al Cristianesimo e non genericamente al fanatismo religioso.
All’uscita di Agora difficilmente le stanze del Vaticano apprezzeranno le scene in cui i cristiani sbudellano la gente urlando come invasati o vengono visualizzati come formiche nere che si affrettano sulla preda con una efficace ripresa dall’alto velocizzata.
Alejandro Amenábar (Santiago del Cile, 1972) è figlio di madre spagnola e di padre cileno.
La sua famiglia si trasferisce in Spagna quando lui ha un anno, facendolo crescere e studiare a Madrid.
Scrive, produce e dirige il suo primo cortometraggio, “La cabeza”, a 19 anni, e ne ha 23 quando debutta nel lungometraggio con “Tesis” che in Spagna riceve molti premi.
Il suo “Apri gli occhi” riscuote in Spagna un enorme successo e viene distribuito in tutto il mondo: è stato ultimamente oggetto di un remake hollywoodiano diretto da Cameron Crowe e intitolato “Vanilla Sky”, con Tom Cruise (che ne è anche il produttore), Penelope Cruz (protagonista anche della versione originale) e Cameron Diaz.
“The Others” – interpretato in modo perfetto da Nicole Kidman e prodotto da Tom Cruise – è il suo primo film girato in lingua inglese, presentato alla Mostra di Venezia, dove ha riscosso un grande successo di pubblico e critica.
Ha realizzato la colonna sonora di tutti i suoi film, nonchè di molti altri, tutti iberici.
Nel 2004 gira “Mare dentro”, un film sulla vita del tetraplegico Ramon Sampedro e il delicato tema dell’eutanasia, che segna una svolta nel suo cinema che riceve premi dal Festival di Venezia, da E.F.A., il premio Goya, e la candidatura al premio Oscar come miglior film straniero.
Presentando a Cannes 2009 Agorà(piazza, assemblea) ha dichiarato: «Il mio Agorà contro ogni fondamentalismo.
Ipazia (Rachel Weisz) filosofa e scienziata, martire del politeismo ad Alessandria, capitale culturale del Mediterraneo nel IV secolo della nostra era, controllata dall’Impero romano d’Oriente e centro di attriti tra il politeismo e i due monoteismi, l’uno frutto dell’eresia dell’altro: giudaismo e cristianesimo.
La vergine Ipazia – aggiunge- era uno spirito aperto, praticava la misericordia e fu torturata e uccisa dai cristiani alla vigilia del tracollo del mondo classico.
La sua vicenda ricorda – in senso opposto – quella di Gesù».
Attorno a lei, gli ex allievi, l’aristocratico (Oscar Isaac), convertito al cristianesimo onde avere la carriera pubblica che si aspettava; e lo schiavo (Max Minghella, figlio di Anthony), fanatico nella nuova fede.
In Agorà i ruoli di buoni e cattivi sono distribuiti per fazione.
Il tragico degli scontri politico-religiosi è che ognuno ha le sue ragioni”