Le più belle vacanze del cinefilo

Tempo di vacanze, finalmente.
Tempo di mare e di giornate all’aria aperta.
Ma, anziché continuare a godere egoisticamente di cotanto idillio, immaginiamo, per qualche minuto, di trovarci nei panni dell’unico personaggio che al contrario non può che risentire, alla lunga, d’una tale riconciliazione bucolica – il cinefilo incallito – e di seguirlo nel filo un po’ frustrato dei suoi pensieri.
Sono il cinefilo modello.
L’astinenza da quel minimo di tecnologia che mi consente di dedicarmi alla mia passione, mi spinge ad arrovellarmi – anche qui, sotto l’ombrellone – attorno a un crogiolo di titoli e di nomi famosi.
Finché non mi passa per la testa che, per assomigliare un pochino di più agli altri villeggianti, ed evitare quindi di destare in loro preoccupazione, potrei trasformare il mio rovello in un passatempo.
Sì, insomma, in una specie di sudoku del grande schermo.
Scopo del mio giochino sarà allora trovare dieci film che parlano di vacanze.
Non è così facile come sembra, soprattutto se decido di prendere in considerazione soltanto grandi film.
Niente “cine-ombrelloni”, insomma, come li chiamano adesso.
Eh sì, perché se non si contano nemmeno i film che parlano di viaggi – soprattutto nell’ambito del cinema americano, essendo il concetto stesso di viaggio una fondamentale matrice storica e culturale degli Stati Uniti – non è così scontato trovare film importanti che abbiano come tema centrale proprio le vacanze.
L’unica regola sarà la semplice associazione di idee.
Il primo film che mi viene in mente, quindi, non può che contenere le vacanze già nel titolo:  più che Roman Holiday (“Vacanze romane”, 1953) lontano dal meritarsi di entrare nella mia top ten malgrado una Audrey Hepburn indimenticabile, direi Les vacances de M.
Hulot di Jacques Tati (1953); il grande comico francese nei panni del suo alter ego preferito trova nelle spiaggie assolate e nelle pensioncine affollate terreno fertile per aggiungere un fondamentale tassello alla sua commedia umana, riempiendo come al solito lo schermo di dettagli esilaranti e spesso quasi impercettibili, in una sfida lanciata allo sguardo dello spettatore che ricorda proprio i giochi enigmistici da fare sotto l’ombrellone.
Sempre nell’ambito del cinema francese mi sovviene lo splendido Une partie de campagne (“Una gita in campagna”, 1946) di Jean Renoir, cronaca agrodolce di una giornata all’aria aperta che la giovane protagonista, anni dopo, si ritroverà a dover rimpiangere; sulla tela di un montaggio libero di seguire gli stati d’animo dei personaggi, Renoir confeziona uno dei suoi film visivamente più belli e anarchici, probabilmente con un occhio alla sensibilità impressionista di suo padre Pierre-Auguste.
Scorrendo la lista degli altri grandi nomi del cinema d’autore, faccio fatica a trovare un omologo, finché non approdo al primo film che sarebbe dovuto venirmi in mente:  Tokyo monogatari (“Viaggio a Tokyo”, 1953) di Yasujiro Ozu; il maestro giapponese affronta ancora una volta il suo tema prediletto, le dolorose distanze generazionali, con la storia di una coppia di anziani coniugi che vanno a passare qualche giorno dai loro figli in città, salvo ricevere da questi una fredda accoglienza.
L’associazione stavolta è semplice:  anche se pochi lo sanno, infatti, il film di Ozu è quasi un remake di una pellicola americana ormai completamente dimenticata:  Make way for tomorrow (“Cupo tramonto”, 1937) di Leo McCarey, un regista specializzato in trame che si sviluppano sul delicato crinale fra dramma e commedia, e che qui dà il meglio di sé con una storia tanto commovente quanto lungi da ogni tentazione ricattatoria:  una coppia avanti con gli anni, costretta per motivi economici a lasciare la propria casa, si ritrova a passare un giorno a New York, e a rivivere i luoghi e i momenti della propria giovinezza come in un secondo viaggio di nozze.
Un giorno a New York…
è una frase che mi dice qualcosa:  sì, certo, l’omonimo titolo del film d’esordio di Stanley Donen (On the Town, 1949), l’opera con cui il regista rivoluzionò il musical portandolo sulle strade, per di più in esterni reali, attraverso la cronaca d’una giornata di libera uscita di tre marinai.
Non un capolavoro assoluto, ma comunque un film che ha fatto la storia del cinema.
E siamo già a metà strada.
Ma le vacanze come momento di bilancio della propria vita, e come occasione, spesso mancata, di riallacciare rapporti familiari, in fondo è anche alla base di un film apparentemente più scanzonato – almeno fino all’epilogo – come Il sorpasso di Dino Risi (1962); raro esempio di vicenda on the road italiana all’ombra del boom economico e di un’euforia collettiva spesso superficiale.
Sempre nell’Italia di quegli anni si svolge un altro film per il resto diversissimo:  L’avventura di Michelangelo Antonioni (1960); l’ennesimo giallo decostruito del regista dell’incomunicabilità, in cui il mistero circa la scomparsa di una donna durante una vacanza fa da contrappunto al disorientamento esistenziale dei due protagonisti superstiti.
Anche in un bellissimo quanto misconosciuto film americano, Husbands di John Cassavetes (“Mariti”, 1970) , la vicenda si innesca con la scomparsa di un amico, sviluppandosi poi fra viaggi, ricordi, bevute e rimpianti, il tutto sorretto dalla recitazione come al solito semimprovvisata imposta dal regista-attore.
(©L’Osservatore Romano – 31 luglio 2009) La mia memoria comincia a pescare sempre più disordinatamente; sto quasi per gettare la spugna, quando comincio a riflettere sul fatto che i film che parlano di vacanze in fondo sono anche quelli in cui il protagonista rimane in città mentre gli altri vanno a divertirsi.  Dopo questa illuminante constatazione, mi viene subito in mente The Seven Year Itch (“Quando la moglie è in vacanza”, 1955); forse non il miglior Billy Wilder, però.
Allora opto per un film che a pensarci bene ha quasi lo stesso soggetto, anche se declinato nei toni cupi e angosciosi del noir anni quaranta:  The Woman in the Window (“La donna del ritratto, 1944) firmato da Fritz Lang durante la sua lunghissima trasferta hollywoodiana; lasciato solo da moglie e figli, un uomo viene tentato da una donna misteriosa.
Ma i suoi sogni di rispolverare la giovinezza perduta si trasformeranno presto in un incubo:  ancora una volta il maestro tedesco affronta il tema della doppiezza dell’individuo, tema caro ai suoi trascorsi espressionisti.
E siamo a nove.
A un solo passo dalla vittoria, quindi, ripenso mentalmente alla mia lista di film.
Mi accorgo di aver inserito soltanto titoli che risalgono a molti anni fa.
Sì, d’accordo, probabilmente il cinema non è più quello di una volta.
Tuttavia vorrei terminare con un messaggio di speranza, inserendo anche un titolo molto più recente, magari pure italiano.
E allora, rimanendo sul tema delle vacanze vissute da chi rimane a casa, penso a un piccolo film dello scorso anno, lontano di certo dal poter reggere il confronto con quelli citati finora, ma che in quanto a sincerità e poesia non ha nulla da invidiargli:  Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio (2008), esordiente alla regia dopo una lunga carriera nelle retrovie del nostro cinema, e anche protagonista assieme a uno stuolo di memorabili vecchine ansiose di compagnia.

Vacanze Romane

Per amore si può anche rinunciare a uno scoop giornalistico.
E se il cuore batte per la principessa Audrey Hepburn – simbolo di grazia, classe e femminilità – si può ben capire quanto sia dolorosa la successiva, forzata rinuncia a questo amore, sacrificato all’altare della ragion di Stato.
Gregory Peck, nei panni del reporter statunitense Joe Bradley, incarna in Roman Holiday il dramma di un amore impossibile a causa della differenza di ceto.
Del film, diretto da William Wyler nel 1953, e vincitore di tre Oscar (Hepburn quale miglior attrice, soggetto, costumi bianco e nero), generalmente si ricordano solo le scene più leggere e spensierate, come per esempio la mano dei due protagonisti nella Bocca della Verità, il radicale taglio di capelli della principessa Anna durante il suo allegro vagabondare – anche a bordo di una Vespa – per le vie di una Roma popolare e sorridente.
Ma c’è molto di più, e di più profondo nel film, comunicato con tocco leggiadro.
Vacanze Romane fa parte di quella ristretta élite di pellicole che, riviste più volte, si apprezzano ancora meglio, perché – parafrasando Italo Calvino a proposito dei capolavori letterari – non finiscono mai di dire quello che hanno da dire.
E più si rivede Vacanze Romane più ci si accorge di dettagli e sfumature che, a una prima pur attenta visione, potrebbero sfuggire.
Girato in un periodo in cui si stavano sempre più affermando pellicole sentimentali molto “parlate”, quello tra Audrey Hepburn e Gregory Peck è un amore fatto soprattutto di sguardi, di silenzi, di frasi solo accennate, ma quanto mai eloquenti.
Una lezione di cinema sempre valida dunque, considerando la mai domata tensione, nel mondo della celluloide, alla verbosità e al didascalico, alla quale, in questo film, si sottraggono anche le figure dei coprotagonisti, delineate con sapiente misura.
Dal film di Wyler si trae poi una lezione di discrezione.
Difficile infatti immaginare un rapporto più casto tra i due protagonisti: eppure che intensità e che ardore in quegli abbracci, a indicare un sentimento che nasce e a sancire l’addio a questo amore.
La fuga dalla realtà della principessa Anna, insofferente delle pastoie del protocollo, è destinata a fallire sin dall’inizio; come pure non ha scampo il sogno del giornalista americano di strappare, dal suo mondo, una testa coronata.
Lungo il solco di questo incolmabile divario si dipana il film, che sa unire sorriso e lacrima, spensieratezza e amara riflessione sui capricci della sorte.
Ai dignitari che le fanno notare che, con la fuga, era venuta meno ai suoi doveri, la principessa risponde, con esemplare fermezza, che se fosse stato veramente così, non sarebbe più tornata – “né ora, né mai” – al ruolo che il destino le aveva riservato.
E quando alla fine del film – durante l’incontro con la stampa estera – Anna capisce, tutto in un attimo, la nobile verità sul giornalista da lei amato, la sensazione è che questo colpo di scena già pone il film nel novero dei capolavori.
E la sensazione diventa certezza quando, dopo aver visto per l’ultima volta la principessa, il giornalista, tornando sui suoi passi, soffoca il suo grande amore in un tormentato singhiozzo: il gozzo di Gregory Peck, che impercettibilmente, ma quanto mai significativamente, va, per una frazione di secondo, su e giù, è tra le scene più semplici e rivelatrici della storia del cinema.
(©L’Osservatore Romano – 31 luglio 2009)

LIBERTà

libertà da……………………………………
libertà per……………………………………
libertà con………………………………….

XVII Domenica del tempo ordinario (Anno B).

LECTIO – ANNO B Prima lettura: 2Re 4,42-44 In quei giorni, da Baal Salisà venne un uomo, che portò pane di primizie all’uomo di Dio: venti pani d’orzo e grano novello che aveva nella bisaccia.
Eliseo disse: «Dallo da mangiare alla gente».
Ma il suo servitore disse: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?».
Egli replicò: «Dallo da mangiare alla gente.
Poi-ché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare”».
Lo pose davanti a quelli, che mangiarono e ne fecero avanzare, secondo la parola del Signore.
Il brano fa parte del ciclo di Eliseo (2Re 2,1-9,10; 13,14-21), del quale si narrano l’inter-vento negli affari politici del tempo, il ruolo da lui svolto nella rivolta di Iehu e i prodigi, fra cui questo della moltiplicazione delle primizie offerte all’uomo di Dio.
Il possidente terriero proveniente da Baal Salisa (l’attuale Ketr-Tilt distante 26 km a o-vest di Galgala), porta, secondo le prescrizioni di Levitico 23,17-18 («Porterete dai luoghi do-ve abiterete due pani per offerta con rito di agitazione, i quali saranno di due decimi di efa di fior di farina e li farete cuocere lievitati; sono le primizie in onore del Signore»), «il pane di primizia», fatto cioè con il raccolto dell’anno e destinato a Dio.
Con la sua offerta esso vuole onorare l’uomo di Dio, che dal contesto risulta essere chiaramente Eliseo.
La pietà del profeta verso la folla che soffre la fame a causa della carestia (v.
38) spinge Eliseo a dividere generosamente l’offerta con i cento discepoli dei profeti che lo seguiva-no.
La quantità è sufficiente solo per venti dei presenti.
L’obiezione del servo è motivata: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?» (v.
43a).
Ma più forte della ragione umana è la fede del profeta nell’intervento di Dio: «Dallo da mangiare alla gente.
Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare”» (v.
43b).
Dio non delude chi confida nel suo nome e dona ai suoi eletti più di quanto sia necessa-rio: «Dallo da mangiare alla gente.
Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avan-zare» (v.
44).
Seconda lettura: Efesini 4,1-6 Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.
Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo.
Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti.
Questo brano della lettera agli Efesini presenta un discorso parenetico che ha per contenuto l’esortazione all’unità per mezzo dell’amore.
Quello di Paolo è un premuroso incoraggiamento.
È Paolo stesso, infatti, che invita in prima persona, presentandosi non solo come «l’Apostolo di Cristo», ma anche come «prigioniero a motivo del Signore».
Per effetto della sua esperienza di sofferenza ha acquistato una sapienza delle cose divine e quindi può esortare i membri della comunità a una vita che corrisponda alla beneficenza divina.
La condotta corrispondente si attua soltanto se i membri della Chiesa, rinunciando alla superbia, si lasciano guidare dall’umiltà collaborando col prossimo.
Accanto all’umiltà si trova la mansuetudine o mitezza che consiste in un comportamen-to pacifico e paziente, dolce e amichevole che trae origine dal timore di Dio e dall’amore.
All’umile mansuetudine si accompagna la magnanimità, dono dello Spirito, che è sop-portazione paziente e longanime del prossimo e che sgorga dalla carità.
Paolo completa e precisa il suo pensiero esortando i fedeli a sopportarsi nell’amore che avviene quando si perdonano reciprocamente, mantenendo e custodendo la pace.
Ciò che i cristiani devono custodire, però, non è stato prodotto da essi, né deve essere da essi acquisito, ma è stato loro concesso e devono semplicemente custodirlo.
Ciò che devono custodire è l’unità dello spirito: il pneuma (lo spirito), infatti, è la forza che produce e conserva l’unità.
Chi è anche solo pigro nel custodire l’unità tiene una condotta indegna della sua vocazione, dimostrando di mancare di umiltà e mansuetudine, di pazienza e magnanimità, di libertà d’amore.
L’unità si custodisce nel vincolo della pace, nella pace alla quale i fedeli sono stati am-messi quando hanno accolto la chiamata di Dio.
L’esortazione a custodire l’unità è fondata e giustificata dal fatto che uno è il corpo, uno lo spirito ed unica anche la speranza.
Non custodire l’unità dell’unico corpo significherebbe negare l’unità dell’unico spirito, ledere la nuova natura in cui i credenti vivono dal momento del battesimo.
Significherebbe negare l’unità dell’unico Signore, della sola fede, del solo battesimo.
Dall’unica Chiesa, attraverso l’unico Signore, lo sguardo dell’Apostolo giunge all’unico Dio, che è il supremo e più intimo fondamento dell’unità.
In definitiva l’unità si fonda sul fatto che nei cristiani abita l’unico Dio.
Vangelo: Giovanni 6,1-15 In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi.
Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli.
Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?».
Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere.
Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?».
Rispose Gesù: «Fateli sedere».
C’era molta erba in quel luogo.
Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto».
Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!».
Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.
Esegesi Con una indicazione generica di tempo (v.
1: «Dopo questi fatti»), l’evangelista racconta un trasferimento di Gesù all’altra riva del lago di Galilea, cioè a quella orientale, e lo colloca lontano dalla città santa.
Da dove venga la folla, che compare improvvisamente (v.
2: «…
e lo seguiva una grande folla »), qui non è detto.
Di un seguito di tanta gente non si fa mai parola nel Vangelo di Giovanni.
Le folle inizialmente seguono Gesù per i segni che egli compie sugli infermi, ma ora partecipano al prodigio straordinario della moltipli-cazione dei pani.
Tuttavia, il giorno seguente, rifiuteranno la rivelazione del Figlio di Dio e non lo riconosceranno (6,26ss).
Il monte (v.
3: «Gesù salì sul monte»), su cui Gesù si reca con i suoi discepoli, non è una montagna qualsiasi, ma il monte della Galilea.
Monte teologico e punto fondamentale di interesse per i Sinottici che vi collocano i fatti più importanti della vita di Gesù.
L’inte-resse di Giovanni è anch’esso teologico e non geografico e segue la tradizione biblica che presenta Dio che si rivela sul monte (il Sinai).
Anche l’annotazione sull’imminenza della Pasqua ha un significato teologico e corri-sponde pienamente allo stile dell’evangelista che inquadra i vari episodi della vita di Ge-sù nelle principali feste giudaiche (2,13; 7,2; 11,15).
C’è però molto di più: Gv 6,4 sembra, infatti, porre la moltiplicazione dei pani sotto il segno della pasqua cristiana, l’Eucaristia.
L’esplicitazione che la pasqua è la festa dei giudei sembra insinuare che al tempo dell’e-vangelista si celebrava un’altra pasqua (quella cristiana), riattualizzata nel sacramento dell’Eucaristia.
Giovanni non si sofferma a sottolineare la compassione di Gesù per la folla.
A differen-za dei Sinottici, è Gesù che rivolge a Filippo la domanda per metterlo alla prova (v.
5: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?») e non i discepoli.
Un acquisto rilevante di pane, quanto si sarebbe potuto comprare con un denaro (il salario giornaliero di un operaio), sarebbe stato ugualmente insufficiente.
Lo sforzo umano, infatti, anche se generoso, è sempre insufficiente a saziare, mentre l’intervento del Verbo incarnato appaga non solo i bisogni dei presenti, ma di tutto il mondo, come insinua la raccolta dei dodici pezzi avanzati.
L’informazione data da Andrea sul ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci è pro-pria del quarto vangelo: solo Giovanni scrive che i pani erano d’orzo, per indicare che si tratta di cibo dei poveri e per rievocare l’analogo prodigio operato dal profeta Eliseo (2Re 4,42-44).
Giovanni (ma anche i Sinottici) sottolinea che sul posto c’era molta erba tipico della pri-mavera in Palestina.
Questa osservazione concorda con quella di 6,4 sulla vicinanza della Pasqua.
Il numero dei commensali, come la menzione dei gesti del Maestro, fanno parte della tradizione comune e sono riferiti allo stesso modo dai Sinottici.
Le particolarità più rilevanti del quarto vangelo si trovano nell’uso del verbo euchari-stéin (rendere grazie) che sostituisce eulogéin (benedire) dei Sinottici, nella presenza del participio anakéimenois (seduti) e nella distribuzione dei pani fatta da Gesù in persona.
Nella moltiplicazione dei pesci adopera òpsos invece di ichthys.
Anche l’ordine di radunare i pezzi avanzati è proprio di Giovanni.
I Sinottici, infatti, non riportano questo ordine del Maestro.
L’annotazione finale, sui dodici cesti di pezzi avanzati, dopo che le cinquemila persone si erano saziate, sottolinea per contrasto l’abbondanza e la ricchezza del dono di Gesù, co-me avviene alle nozze di Cana per il vino (Gv 2,1-11).
Gv 6,14 descrive la reazione della folla dinanzi al prodigio straordinario e ricorda l’en-tusiasmo del popolo ebreo in attesa del Messia.
Il Maestro è riconosciuto come il profeta atteso per la fine dei tempi dalla folla sfamata, ma il passo finale ci fa capire che l’entusia-smo messianico della folla è di carattere politico (6,15).
La folla vuole rapire Gesù per far-lo re, ma siccome la sua regalità è fraintesa dalla folla egli fugge sul monte (6,15), per sottrarsi al loro sguardo.
Meditazione «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?» (v.
9).
Effettivamente, davanti ad una folla di cinquemila uomini – senza contare le donne e i bambini – chi non si porrebbe una simile domanda? Che chiede, peraltro, risoluzione pressoché immediata! Ma, a ben pensarci, a ogni livello, da quello economico a quello educativo, da quello religioso a quello relazionale, chi si sente certo di poter offrire a ognuno ciò che gli è necessario per una crescita sana e completa? Chi non si sente inadeguato dinanzi al compito di diventare adulto, a qualunque epoca, situazione, cultura appartenga? Questa cruda constatazione non è conferma del detto ‘mal comune, mezzo gaudio’, ma forse ci aiuta a relativizzare le affermazioni spavalde di chi, magari politico, assicura la risoluzione di ogni problema in scioltezza…
Ma torniamo al nostro brano, che ci pone drammaticamente dinanzi alla dimensione più essenziale della nostra stessa sussistenza: il cibo.
Il pane, evidente immagine simbolica dell’elemento più elementare e necessario per la nostra vita, non c’è.
O almeno, non c’è per tutti.
La nostra superficialità e la nostra ricchezza occidentale ci permettono di riuscire a dimenticare che ogni giorno nel mondo migliaia di persone muoiono di fame e di sete.
Le ragioni sono molteplici e il vangelo non è un testo di strategia socio-politico-economica (anche se questa dimensione non è esclusa).
Eppure ci può aiutare ad affrontare in modo più corretto la totalità della nostra – e altrui – vita.
Si può, ad esempio, osservare che se cinque pani e due pesci non sono praticamente nulla per un’immensa folla come quella che Gesù aveva raccolto attorno a sé, è altrettanto vero che sono tanti per una sola persona.
Perché i beni essenziali sono nelle mani di pochi, di pochissimi? Una riflessione sulla nostra sobrietà e sulla nostra volontà di condivisione di quei beni che per essenza non possono diventare strumento di ricatto e di schiavitù ver-so altre persone meno fortunate di noi – perché solo di fortuna si tratta: che merito c’è nell’essere nato in una zona del mondo piuttosto che in un’altra? – si impone.
Ma poi, ci poniamo questa domanda – «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» (v 5) – oppure resta un optional per ‘anime belle’? Quale prezzo siamo disposti a pagare perché vi sia oggettivamente una migliore giustizia per tutti? Non a caso la domanda viene posta da Gesù.
Il racconto di questo grande segno, riportato – unico caso nei vangeli, segno che effettivamente il fatto è storico e ha stupito non poco – anche da Matteo, Marco e Luca, ci svela impietosamente quale fu il suggerimento dato dai discepoli al Signore: «Congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare» (Mt 14,15).
Detto altrimenti, ‘si arrangino’! Cosa fa allora Gesù? Innanzi tutto non fa un discorso: di ottimi e unanimemente condi-visi principi morali e spirituali.
Non lo fa nemmeno per prendere tempo.
O meglio, il di-scorso lo tara, bellissimo e profondo, il più lungo mai riportato nei vangeli, capace di far interrogare tutti i presenti sul senso di quanto appena avvenuto (cfr.
vv.
22-59).
Ma, ap-punto, lo farà solo dopo aver agito, solo dopo aver preso a cuore questa impellente urgenza alimentare.
E per prima cosa fa sedere i presenti (cfr v.
10), li mette comodi: c’è un desiderio e uno stile di qualità dietro questo particolare.
Non si vuole ‘fare la carità’ – intendendo quest’espressione nel peggior modo possibile, ovvero mantenendo ben evidenti le distanze tra chi dona e chi riceve esasperando l’umiliazione degli indigenti – ma raggiungere una relazionalità accogliente, attenta, umana.
Successivamente si parte da quello che si possiede, da quanto – seppur pochissimo che sia – viene messo a disposizione di Gesù.
La rinuncia a trattenere solo per sé, con il rischio che tolga al possessore la propria sicurezza, è una forza inestimabile di condivisione.
E Gesù ringrazia, il Padre e – certamente – anche l’offerente.
E nelle mani di Gesù avviene la possibilità che ognuno trovi nutrimento sufficiente, anzi abbondante (cfr.
vv.
11-13).
Era già successo nei tempi antichi, quando un altro ragazzo, Davide, offrendo anch’egli la disponibilità a giocare tutta la sua vita e affidandosi alla forza di Dio, aveva vinto Golia con una fionda e qualche ciottolo di fiume (cfr.
1Sam 17).
Solo Gesù è in grado di colmare la nostra fame e sete di vita, di una vita piena.
Lui de-sidera nutrire la nostra esistenza, essere il cibo che rende bella e giusta la nostra vita.
Ma lo vuole per tutti, proprio tutti.
 Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica – oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006.
– COMUNITÀ MONASTICA SS.
TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade.
Tempo ordinario – Parte prima, Milano, Vita e Pensiero, 2009, pp.
60.
– COMUNITÀ DI BOSE, Eucaristia e Parola.
Testi per le celebrazioni eucaristiche.
Anno B, a cura di Enzo Bianchi, Goffredo Boselli, Lisa Cremaschi e Luciano Manicardi, Milano, Vita e Pensiero, 2008.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
Sofferenza Se qualche volta la nostra povera gente è morta di fame, ciò non è avvenuto perché Dio non si è preso cura di loro, ma perché voi ed io non abbiamo dato, perché non siamo stati uno strumento di amore nelle sue mani per far giungere loro il pane e il vestito ne-cessario, perché non abbiamo riconosciuto Cristo quand’egli è venuto, ancora una volta, miseramente travestito nei panni dell’uomo affamato, dell’uomo solo, del bambino senza casa e alla ricerca di un tetto.
Dio ha identificato se stesso con l’affamato, l’infermo, l’ignudo, il senza tetto; fame non solo di pane, ma anche di amore, di cure, di considerazione da parte di qualcuno; nudità non solo di abiti, ma anche di quella compassione che veramente pochi sentono per l’individuo anonimo; mancanza di tetto non solo per il fatto di non possedere un riparo di pietra, bensì per non aver nessuno da poter chiamare proprio caro.
(MADRE TERESA, Sorridere a Dio, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1998, 28-29).
Questi è davvero il profeta Furono riempite dodici ceste.
Questo fatto è mirabile per la sua grandezza, utile per il suo carattere spirituale.
Quelli che erano presenti si entusiasmarono, mentre noi, al sentir-ne parlare, rimaniamo freddi.
Questo è stato compiuto affinché quelli lo vedessero ed è stato scritto affinché noi lo ascoltassimo.
Quello che essi poterono vedere con gli occhi, noi possiamo vederlo con la fede.
Noi contempliamo spiritualmente ciò che non abbiamo potuto vedere con gli occhi.
Noi ci troviamo in vantaggio rispetto a loro, perché a noi è stato detto: «Beati quelli che non vedono e credono» (Gv 20,29).
Aggiungo che forse a noi è concesso di capire ciò che quella folla non riuscì a capire.
Ci siamo così veramente sa-ziati, in quanto siamo riusciti ad arrivare al midollo dell’orzo.
Insomma, come reagì la gente di fronte al miracolo? «Quelli, vedendo il miracolo che Gesù aveva fatto, dicevano: Questi è davvero il profeta» (Gv 6,14).
[…] Ma Gesù era il Signore dei profeti, l’ispiratore e il santificatore dei profeti, e tuttavia un profeta, secondo quanto a Mosè era stato annunciato: «Susciterò per loro un profeta simile a te» (Dt 18,18).
Simile secondo la carne, superiore secondo la maestà.
E che quella promessa del Signore si riferisse a Cristo, noi lo apprendiamo chiaramente dagli Atti degli apostoli.
Lo stesso Signore dice di se stesso: «Un profeta non riceve onore nella sua patria» ( Gv 4,44).
Il Signore è profeta, il Signore è il Verbo di Dio e nessun profeta può profetare senza il Verbo di Dio; il Verbo di Dio profetizza per bocca dei profeti, ed è egli stesso profeta.
Cristo è profeta e Signore dei profeti, così come è angelo e Signore degli angeli.
Egli stesso è detto angelo del grande consiglio.
E del resto, che dice altrove il profeta? Non un inviato né un angelo, ma egli stesso verrà a salvarci (cfr.
Is 35,4); cioè a salvarci non manderà un messaggero, non manderà un angelo, ma verrà egli stesso.
(AGOSTINO DI IPPONA, Commento al vangelo di Giovanni 24,6-7, NBA XXIV, pp.
564-566).
Il pane venga da noi spezzato e offerto a un altro «Anche se ormai pochi ci fanno caso, ogni volta che le comunità cristiane si riuniscono per celebrare il grande mistero della loro fede lo fanno con il pane e il vino disposti su una mensa che i cristiani chiamano la «tavola del Signore».
È così che mettono davanti a Dio tutta la creazione, tutto l’universo fisico, sintesi di ciò che vive, e insieme il lavoro dell’uomo, sintesi della fatica, della tecnica, della scienza, della capacità di abitare il mondo.
E con spirito di profezia compiono sul pane e sul vino il gesto compiuto da Gesù, promessa di trasfigurazione di questo mondo e delle loro vite nella vita del loro Signore: al cuore della vita spirituale più intensa, il pane con la sua ma-terialità e il suo significato appare come la realtà, il cibo capace di narrare il più grande mistero cristiano.
Anche cosi si illumina la capacità del pane di essere simbolo della condivisione: chi mangia il pane con un altro non condivide solo lo sfamarsi, ma inizia con il condividere la fame, il desiderio di mangiare, che è anche il primo impulso dell’essere umano verso la felicità.
Noi uomini abbiamo fame, siamo esseri di desiderio e il pane esprime la possibilità di trovare vita e felicità: da bambini mendichiamo il pane, divenuti adulti ce lo guadagniamo con il lavoro quotidiano, vivendo con gli altri siamo chiamati a condividerlo.
E in tutto questo impariamo che la nostra fame non è solo di pane ma anche di parole che escono dalla bocca dell’altro: abbiamo bisogno che il pane venga da noi spezzato e offerto a un altro, che un altro ci offra a sua volta il pane, che insieme possiamo consumarlo e gioire, abbiamo soprattutto bisogno che un Altro ci dica che vuole che noi viviamo, che vuole non la nostra morte ma, al contrario, salvarci dalla morte».
(Enzo BIANCHI, Il pane di ieri, Torino, Einaudi, 2008, 44-45).
Offerta la mondo Noi cittadini e cittadine del mondo, gente del cammino, gente che cerca, eredi del legato di antiche tradizioni, vogliamo proclamare: – che la vita umana è, per se stessa, una meraviglia; che la natura è la nostra madre e il nostro focolare, e che dev’essere amata e preservata; – che la pace dev’essere costruita con sforzo, con la giustizia, col perdono e la generosità; – che la diversità di culture è una grande ricchezza e non un ostacolo; – che il mondo ci si presenta come un tesoro se lo viviamo in profondità, e le religioni vogliono essere dei cammini verso tale profondità; – che, nella loro ricerca, le religioni trovano forza e senso nell’apertura al Mistero inafferrabile; – che fare comunità ci aiuta in questa esperienza; – che le religioni possono essere un punto di accesso alla pace interiore, all’armonia con se stesso e col mondo, ciò che si traduce in uno sguardo ammirato, gioioso e grato; – che noi che apparteniamo a diverse tradizioni religiose vogliamo dialogare tra di noi; – che vogliamo condividere con tutti la lotta per fare un mondo migliore, per risolvere i gravi problemi dell’umanità: la fame e la povertà, la guerra e la violenza, la distruzione dell’ambiente naturale, la mancanza di accesso ad un’esperienza profonda di vita, la mancanza di rispetto per la libertà e la differenza; – e che vogliamo condividere con tutti i frutti della nostra ricerca delle aspirazioni più alte dell’essere umano, nel rispetto più radicale di ciò che ciascuno è e col proposito di poter vivere tutti insieme una vita degna di essere vissuta.
(Testo elaborato dalle diverse tradizioni religiose radunate per il IV Parlamento delle Religioni del Mondo, a Barcellona nel 2004).
Rese grazie per insegnarci a rendere grazie Il fatto che Gesù sollevasse gli occhi e vedesse venire la moltitudine è segno della compassione divina, perché egli è solito andare incontro con il dono della misericordia celeste a tutti quelli che desiderano venire a lui.
E perché non si perdano nel cercarlo, è solito aprire la luce del suo spirito a coloro che corrono a lui.
Che gli occhi di Gesù indichino spiritualmente i doni dello Spirito, lo testimonia Giovanni nell’Apocalisse; costui, parlando di Gesù simbolicamente, dice: «Vidi un agnello che stava in piedi, come sgozzato, con sette corna e sette occhi, che sono gli spiriti di Dio mandati su tutta la terra» (Ap 5,6).
[…] Il Signore diede i pani e i pesci ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla.
Il mistero dell’umana salvezza iniziò a narrarlo il Signore e dai suoi ascoltatori è stato confermato fino a noi.
Spezzò i cinque pani e i due pesci e li distribuì ai discepoli quando svelò loro il senso per comprendere ciò che su di lui era stato scritto nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi (cfr.
Lc 24,44-45).
I discepoli li offrirono alla folla quando «predicarono dovunque con l’aiuto del Signore, che confermava la parola coi miracoli che l’accompagnavano» (Mc 16,20).
[…] E non bisogna trascurare che quando fu sul punto di rifocillare la folla, Gesù rese grazie.
Rese grazie per insegnare anche a noi a rendere sempre grazie per i doni celesti che riceviamo e per mostrarci quanto egli stesso gioisce dei nostri progressi, della nostra rigenerazione spirituale.
[…] Saziata la moltitudine, Gesù comandò ai discepoli di raccogliere gli avanzi perché non andassero perduti.
«Li raccolsero e riempirono dodici canestri di avanzi» (cfr.
Mc 6,43).
Poiché con il numero dodici si è soliti indicare la somma della perfezione, con i dodici canestri pieni di avanzi si intende tutto il coro dei dottori spirituali, ai quali viene ordinato di radunare, meditare, consegnare allo scritto e conservare per uso proprio e del popolo i passi oscuri delle Scritture che il popolo da sé non riesce a comprendere.
Così hanno fatto gli apostoli e gli evangelisti inserendo nelle loro opere non poche citazioni della Legge e dei Profeti da loro interpretate in modo spirituale.
Così hanno fatto alcuni loro discepoli, maestri della chiesa su tutta la terra studiando accuratamente interi libri dell’Antico Testamento, e anche se sono strati disprezzati dagli uomini, sono ricchi del pane della grazia celeste.
(BEDA IL VENERABILE, Omelie sul vangelo 2,2, CCL 122, pp.
195-198).
Preghiera Con i tuoi segni, Gesù, vuoi farmi conoscere la tua identità di Figlio di Dio e introdurmi nel mistero della tua persona e della tua missione.
Perdona il mio pragmatismo che si ferma all’interesse immediato, alla superficie della realtà.
Non so darti il poco che possiedo; ma poi, quando con quel poco tu operi grandi cose, vi resto abbarbicato e non vado più in profondità, dove tu mi vuoi condurre.
Un Dio che risolve i problemi contingenti della vita mi va bene, ma un Dio che mi propone di es-sere sempre dono totale e gratuito per gli altri mi scandalizza.
Tu mi ripeti, Gesù, che pro-prio questa, invece, è la mia vocazione di figlio del Padre.
Ancora una volta, alla tua scuola, che io impari ad amare.

Il cielo in una stanza

L’approccio post-romantico al paesaggio, colto e talvolta sottilmente ironico che ha caratterizzato molta della nostra produzione fotografica dagli anni Settanta fino ai primi Novanta, è andato progressivamente trasformandosi e dilatandosi in un sempre più evidente e aggressivo lavoro di documentazione e manifestazione delle mutazioni ambientali, industriali e post-industriali in atto nel nostro Paese.
Come ovunque del resto, ricerche sovente proposte in forma di racconto o di raccolta di immagini quasi inaspettatamente obbligavano il pubblico a riflettere, a domandarsi la ragione dei contenuti, e non solo a contemplare gli scatti riprodotti.
  Con una selezione di giovani autori della scena fotografica italiana, la rassegna IL CIELO IN UNA STANZA tenta la codificazione di un linguaggio differente, frutto di una ricerca che nasce da un gioco tra continuità e rottura e pertanto volta ad un confronto critico e dialettico con la tradizione.
Non vi sono sinergie fra le opere presentate ma una comune capacità di intenti, un dialogo fra inquadrature apparentemente differenti ma concepite su un comune sentire, basate su una rinnovata fiducia nella sintesi della narrazione.
A conferma della sua natura aperta, il dialogo si evolve e modifica  rispondendo alle varie sollecitazioni: a dispetto dell’attuale crisi vi è la necessità di elaborare una risposta sì perturbativa ma fondativa, che immagini un diverso atteggiamento nei confronti del futuro prossimo.
  Al di là dei segni espressivi che connotano il concetto stesso di Natura, gli autori invitati nella mostra esprimono un’acuta sensibilità nelle loro opere, una passione nel descrivere che, memore di un profondo cambiamento in atto, estromette di fatto lasciti tardo-postmoderni a favore di una fenomenologia emotiva rinnovata.
  La mostra è organizzata all’interno del progetto Aeson – Arti nella Natura che si svolge in concomitanza presso la Riserva Naturale Regionale Foce dell’Isonzo in collaborazione con l’Associazione Ecopark.
Aeson – Arti nella natura è un festival di ricerca e sperimentazione artistica, una proposta per vivere la natura in modo creativo e dinamico, un percorso per riscoprire paesaggi e luoghi di confine.
  GC.
AC – Galleria Comunale d’Arte Contemporanea di Monfalcone, piazza Cavour 44 IL CIELO IN UNA STANZA .
Per una osservazione eccentrica del paesaggio Inaugurazione venerdì 17 luglio 2009, ore 19 Apertura 17 luglio > 2 agosto 2009, Orario dal mercoledì alla domenica, 17.00 > 20.00 Info tel.
0481 494 360 – 46262 / galleria@comune.monfalcone.go.it / www.galleriamonfalcone.it Ingresso libero   AESON .
Arti nella natura Un The con gli Artisti sabato 18 luglio 2009, ore 17.30 Apertura 12 luglio > settembre 2009 Info tel.
349 1530844 / www.aeson.it / www.isoladellacona.it Ingresso libero Quando sei qui con me / questa stanza non ha più pareti / ma alberi, alberi infiniti quando sei qui vicino a me / questo soffitto viola / no, non esiste più.  Io vedo il cielo sopra noi / che restiamo qui / abbandonati / come se non ci fosse più / niente, più niente al mondo.
(Gino Paoli, Mogol, Il cielo in una stanza, 1960).
  La Galleria Comunale d’Arte Contemporanea di Monfalcone presenta, venerdì 17 luglio 2009 una nuova importante mostra dedicata alla fotografia di paesaggio nella sua accezione più contemporanea.
Il Cielo in una Stanza espone 27 fotografi che hanno saputo interpretare in maniera nuova e personale una delle discipline da sempre più praticate della fotografia.
Con il titolo della mostra, il direttore della Galleria Andrea Bruciati, ha voluto donare un primo omaggio a Gino Paoli, un grande artista e poeta dai natali monfalconesi, che riceverà poi ad ottobre dal Comune il prestigioso riconoscimento della Rocca d’Oro.
  Artisti invitati: Marco Campanini, Marco Citron, Emanuele Colombo, Ettore Favini, Michael Fliri, Linda Fregni Nagler, Christian Frosi, Andrea Galvani, Luigi Ghirri, Claudio Gobbi, Andreas Golinski, Stefano Graziani / Giulia Nomis, Teodoro Lupo, Domenico Mangano, Tancredi Mangano, Margherita Morgantin, Giovanni Ozzola, Andrea Pertoldeo, Daniele Pezzi, Alessandro Piangiamore, Claudia Pozzoli, Antonio Rovaldi, Sara Rossi, Richard Sympson, Nicola Uzunovski.

“Iota unum”

 ROMANO AMERIO, Iota unum.
Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX, a cura di Enrico Maria Radaelli, prefazione del card.
Darío Castrillón Hoyos, Lindau, Torino, 2009.
ROMANO AMERIO, Stat veritas.
Séguito a Iota unum, a cura di Enrico Maria Radaelli, Lindau, Torino, 2009.
Da domani fanno ritorno nelle librerie italiane, editi da Lindau, due volumi entrati tra i classici della cultura cattolica, il cui contenuto è in impressionante sintonia col titolo e col fondamento della terza enciclica di Benedetto XVI: “Caritas in veritate”.
I due volumi hanno per autore Romano Amerio, letterato, filosofo e teologo svizzero scomparso nel 1997 a 92 anni di età.
Un suo grande estimatore, il teologo e mistico don Divo Barsotti, ne sintetizzò così il contenuto: “Amerio dice in sostanza che i più gravi mali presenti oggi nel pensiero occidentale, ivi compreso quello cattolico, sono dovuti principalmente a un generale disordine mentale per cui viene messa la ‘caritas’ avanti alla ‘veritas’, senza pensare che questo disordine mette sottosopra anche la giusta concezione che noi dovremmo avere della Santissima Trinità”.
In effetti, Amerio vide proprio in questo rovesciamento del primato del Logos sull’amore – ossia in una carità senza più verità – la radice di molte “variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX”: le variazioni che egli descrisse e sottopose a critica nel primo e più imponente dei due volumi citati: “Iota unum”, scritto tra il 1935 e il 1985; le variazioni che lo portarono a porre la questione se con esse la Chiesa non fosse divenuta altra cosa da sé.
Molte delle variazioni analizzate in “Iota unum” – ma ne basterebbe una sola, uno “iota”, stando a Matteo 5, 18 che dà il titolo al libro – spingerebbero il lettore a pensare che una mutazione d’essenza vi sia stata, nella Chiesa.
Amerio però analizza, non giudica.
O meglio, da cristiano integrale qual è, lascia a Dio il giudizio.
E ricorda che “portae inferi non praevalebunt”, cioè che per fede è impossibile pensare che la Chiesa smarrisca se stessa.
Una continuità con la Tradizione permarrà sempre, pur dentro turbolenze che la oscurano e fanno pensare il contrario.
C’è uno stretto legame tra le questioni poste in “Iota unum” e il discorso di Benedetto XVI del 22 dicembre 2005 alla curia romana, discorso capitale per quanto riguarda l’interpretazione del Concilio Vaticano II e il suo rapporto con la Tradizione.
Ciò non toglie che lo stato della Chiesa descritto da Amerio sia tutt’altro che pacifico.
Benedetto XVI, nel discorso del 22 dicembre 2005, paragonò la babele della Chiesa contemporanea al marasma che nel IV secolo seguì al Concilio di Nicea, descritto da san Basilio, all’epoca, come “una battaglia navale nel buio di una tempesta”.
Nella postfazione che Enrico Maria Radaelli, fedele discepolo di Amerio, pubblica in coda a questa riedizione di “Iota unum”, la situazione attuale è paragonata piuttosto allo scisma d’Occidente, cioè ai quarant’anni tra il XIV e il XV secolo che precedettero il Concilio di Costanza, con la cristianità senza guida e senza una sicura “regola della fede”, divisa tra due o persino tre papi contemporaneamente.
In ogni caso, riedito oggi a distanza di anni, “Iota unum” si conferma libro non solo straordinariamente attuale, ma “costruttivamente cattolico”, in armonia col magistero della Chiesa.
Nella postfazione Radaelli lo mostra in modo inconfutabile.
La conclusione della postfazione è riprodotta più sotto.
Quanto al secondo libro, “Stat veritas”, pubblicato da Amerio nel 1985, esso è in lineare continuità col precedente.
Confronta la dottrina della Tradizione cattolica con le “variazioni” che l’autore ravvisa in due testi del magistero di Giovanni Paolo II: la lettera apostolica “Tertio millennio adveniente” del 10 novembre 1994 e il discorso al Collegium Leoninum di Paderborn del 24 giugno 1996.
Il ritorno in libreria di “Iota unum” e “Stat veritas” rende giustizia sia al loro autore, sia alla censura di fatto che si è abbattuta per lunghi anni su entrambi questi suoi libri capitali.
In Italia, la prima edizione di “Iota unum” fu ristampata tre volte per complessive settemila copie, nonostante le sue quasi settecento pagine impegnative.
Fu poi tradotto in francese, inglese, spagnolo, portoghese, tedesco, olandese.
Raggiunse decine di migliaia di lettori in tutto il mondo.
Ma per gli organi cattolici ufficiali e per le autorità della Chiesa era tabù, oltre che naturalmente per gli avversari.
Caso più unico che raro, questo libro fu un “long seller” clandestino.
Continuò a essere richiesto anche quando si esaurì nelle librerie.
La rottura del tabù è recente.
Convegni, commenti, recensioni.
“La Civiltà Cattolica” e “L’Osservatore Romano” si sono anch’essi svegliati.
All’inizio del 2009 una prima ristampa di “Iota unum” è apparsa in Italia per i tipi di “Fede & Cultura”.
Ma questa nuova edizione del libro ad opera di Lindau, assieme a quella di “Stat veritas”, ha in più il valore della cura filologica, da parte del massimo studioso ed erede intellettuale di Amerio, Radaelli.
Le sue due ampie postfazioni sono veri e propri saggi, indispensabili per capire non solo il senso profondo dei due libri, ma anche la loro perdurante attualità.
Lindau, con Radaelli curatore, ha in animo di pubblicare nei prossimi anni l’imponente “opera omnia” di Amerio.
> Grandi ritorni: Romano Amerio e le variazioni della Chiesa cattolica (15.11.2007) > “La Civiltà Cattolica” rompe il silenzio.
Su Romano Amerio
(23.4.2007) > Fine di un tabù: anche Romano Amerio è “un vero cristiano” (6.2.2006) > Un filosofo, un mistico, un teologo suonano l’allarme alla Chiesa (7.2.2005) __________ Su Enrico Maria Radaelli, discepolo di Amerio, e sul suo libro “Ingresso alla bellezza”: > Tutti a vedere il “sacro teatro dei cieli”.
Un teologo fa da guida
(15.2.2008) Qui di seguito ecco un brevissimo assaggio della postfazione a “Iota unum”: le considerazioni finali.
Tutta la Chiesa in uno “iota” di Enrico Maria Radaelli […] La conclusione è che Romano Amerio si rivela essere il pensatore più attuale e vivificante del momento.
Con il garbo teoretico che contraddistinse tutti i suoi scritti, egli offre con “Iota unum” un pensiero molto costruttivamente cattolico, colmando uno spazio filosofico e teologico altrimenti incerto su interrogativi gravi.
Egli individua e indica che nella Chiesa una crisi c’è, ed è crisi che pare anche sovrastarla, ma mostra che non l’ha sovrastata; che pare rovinarla, ma non l’ha rovinata.
Individua poi e indica con chiarezza la causa prima di questa crisi in una variazione antropologica e prima ancora metafisica.
Individua e indica infine gli strumenti logici (iscritti nel Logos) necessari e sufficienti (eroicamente sufficienti, ma sufficienti) per superarla.
E tutto questo Amerio lo fa sviluppando un “modello di continuità” con la Tradizione, di ordinata e perciò perfetta obbedienza al papa, di intima adesione alla regola prossima della fede, che parrebbe chiarire in tutto come va intesa quella “ermeneutica della continuità” richiesta da papa Benedetto XVI nel discorso alla curia romana del 22 dicembre 2005 per mantenersi sicuri sulla strada della ragione, che è a dire sulla strada della salvezza, ossia sulla strada della Chiesa per perseguire la vita.
Romano Amerio: critico sì, discontinuista mai.
Questo “modello di continuità” tutto ameriano attende solo di essere oggi finalmente riconosciuto, anzi, finalmente apprezzato.
Chissà: magari persino seguìto, per il bene comune (teorico e pratico, filosofico ed etico, dottrinale e liturgico) della Città di Dio, con la semplicità e il coraggio necessari.
Se con l’uso di ambiguità e di contraddizioni si è riusciti a compiere una rivoluzione antropologica verso le più vane fantasie, tanto più si potrà compiere, e con meno sforzo, una più sana rivoluzione antropologica verso la Realtà, giacché è più facile essere semplici che essere complessi.

La resurrezione di Gesù

La risurrezione di Gesù dal sepolcro, la terza notte successiva alla sua morte, non ebbe osservatori diretti e pertanto non è descritta nei Vangeli, i quali riferiscono le testimonianze successive.
I punti essenziali su cui tutti e quattro gli evangelisti concordano sono i seguenti: Maria Maddalena e altre donne si recano al sepolcro, all’alba del quarto giorno, per completare l’imbalsamazione del corpo di Gesù; trovano che la pietra con cui i sommi sacerdoti e i farisei l’avevano fatta sigillare per evitare un eventuale trafugamento del cadavere (vedi Matteo 27,62-66) è stata rimossa e il sepolcro è vuoto; infine, Gesù risorto appare a varie riprese, prima alle donne e successivamente ai discepoli.
Ciascuno di questi punti è stato oggetto di una vastissima iconografia, la quale non ha tuttavia rinunciato a fissare la propria attenzione sul momento fondamentale, quello della risurrezione vera e propria, a causa del suo altissimo contenuto religioso e simbolico.
  Poiché, come abbiamo detto, nessuno dei quattro Vangeli descrive il momento preciso in cui Gesù risorto esce dal sepolcro, riportiamo in forma sintetica le versioni dei quattro Vangeli concernenti la rivelazione dell’avvenuta risurrezione.
  dal Vangelo di Matteo Passato il sabato, al sorgere dell’alba Maria Maddalena e «l’altra Maria» (Maria di Cleofa, madre di Giacomo e di Giuseppe) si recano al sepolcro (28,1).
Vi è «un gran terremoto» e appare un angelo dall’aspetto «come la folgore» che fa rotolare via la pietra.
Nel vederlo, la guardie, sconvolte, diventano «come morte» (28,2-4).
L’angelo annuncia alle donne: «So che cercate Gesù crocifisso; non è qui: è risorto», e le invita a comunicare la notizia ai discepoli (28,5-7).
Mentre le donne si recano dai discepoli, Gesù appare loro dicendo «Rallegratevi!» (28,8-10).
  dal Vangelo di Marco Trascorso il sabato, allo spuntar del sole Maria Maddalena, Maria di Giacomo e Maria di Salome si recano al sepolcro per imbalsamare Gesù (16,1-2).
Trovano che la pietra è rotolata via e all’interno vi è un giovane «rivestito di una veste bianca» che annuncia loro la risurrezione di Gesù, invitandole a comunicarlo ai discepoli e «specialmente a Pietro».
Le donne però, prese dalla paura, «non dissero nulla a nessuno» (16,3-8).
Gesù risorto appare allora a Maria Maddalena, a due discepoli e infine a tutti gli Undici (16,9-14).
  dal Vangelo di Luca Il primo giorno della settimana, di buon mattino, Maria di Magdala (Maddalena), Giovanna (moglie di Chuza, amministratore di Erode, discepola di Gesù), Maria di Giacomo e altre donne si recano al sepolcro «portando gli aromi che avevano preparato» (24,1).
Trovano che la pietra è stata rimossa e il sepolcro è vuoto.
Appaiono due uomini «con vesti splendenti» che annunciano loro la resurrezione di Gesù (24,2-8).
Le donne riferiscono la notizia agli Undici, che però si mostrano increduli.
Pietro corre al sepolcro per verificare di persona, ma trova solo le bende che avvolgevano il corpo di Gesù (24,9-12).
  dal Vangelo di Giovanni Mentre è ancora buio, il primo giorno della settimana Maria Maddalena si reca al sepolcro e vede che la pietra è stata rimossa (20,1).
Va subito ad avvisare Pietro e «l’altro discepolo che Gesù amava» (lo stesso Giovanni evangelista), i quali corrono al sepolcro ove rinvengono le bende e il sudario, quindi ritornano a casa (20,2-10).
Maria invece rimane al sepolcro ove le appaiono due angeli e subito dopo lo stesso Gesù (episodio del «Noli me tangere» (20,11-17).