TUTTI I SANTI (Anno B)

Preghiere e Racconti La santità è sempre giovane «Cari amici, la Chiesa oggi guarda a voi con fiducia e attende che diventiate il popolo delle beatitudini”.
“Beati voi, afferma il papa, se sarete come Gesù poveri in spirito, buoni e misericordiosi; se saprete cercare ciò che è giusto e retto; se sarete puri di cuore, operatori di pace, amanti e servitori dei poveri.
Beati voi!”.
E’ questo il cammino percorrendo il quale, dice il papa vecchio ma ancora giovane, si può conquistare la gioia, “quella vera!”, e trovare la felicità.
Un cammino da percorrere ora, subito, con tutto l’entusiasmo che è tipico degli anni giovanili: “Non aspettate di avere più anni per avventurarvi sulla via della santità! La santità è sempre giovane, così come eterna è la giovinezza di Dio.
Comunicate a tutti la bellezza dell’incontro con Dio che dà senso alla vostra vita.
Nella ricerca della giustizia, nella promozione della pace, nell’impegno di fratellanza e di solidarietà non siate secondi a nessuno!”.
“Quello che voi erediterete”, continua il papa in quelle che sono parole sempre attuali, “è un mondo che ha un disperato bisogno di un rinnovato senso di fratellanza e di solidarietà umana.
È un mondo che necessita di essere toccato e guarito dalla bellezza e dalla ricchezza dell’amore di Dio.
Il mondo odierno ha bisogno di testimoni di quell’amore.
Ha bisogno che voi siate il sale della terra e la luce del mondo.
(…) Nei momenti difficili della storia della Chiesa il dovere della santità diviene ancor più urgente.
E la santità non è questione di età.
La santità è vivere nello Spirito Santo”.
Una scelta di vita, una scelta che dà senso, una scelta per vivere e testimoniare ciò che ogni cristiano sa: “Solo Cristo è la ‘pietra angolare’ su cui è possibile costruire saldamente l’edificio della propria esistenza.
Solo Cristo, conosciuto, contemplato e amato, è l’amico fedele che non delude”.
(Giovanni Paolo II, a Toronto, nella  la GMG 2002).
Ciò che ho scritto di noi Ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia è la mia nostalgia cresciuta sul ramo inaccessibile è la mia sete tirata su dal pozzo dei miei sogni è il disegno tracciato su un raggio di sole ciò che ho scritto di noi è tutta verità è la tua grazia cesta colma di frutti rovesciata sull’erba è la tua assenza quando divento l’ultima luce all’ultimo angolo della via è la mia gelosia quando corro di notte fra i treni con gli occhi bendati è la mia felicità fiume soleggiato che irrompe sulle dighe ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia ciò che ho scritto di noi è tutta verità.
(Nazim Hikmet) Le beatitudini bibliche Fra i dieci gruppi in cui si possono distribuire e raccogliere le diverse beatitudini bibliche, uno solo riguarda il possesso dei beni materiali.
È la beatitudine di un padre che, per merito della fecondità della moglie, si trova provvisto di un certo numero di figli, sani e robusti, e che, perciò, passa onorato e riverito tra la gente della sua città.
Ma altre beatitudini di ordine materiale non esistono.
Né i ricchi, né i potenti, dominatori, eroi, né, molto meno, i gaudenti, fecero parte, direttamente, per le beatitudini bibliche, del numero dei beati.
Anche la ricchezza, certamente, rientrò nella visione biblica antico-testamentaria, tra i beni desiderabili per la vita di ogni uomo.
La povertà e l’indigenza non ebbero mai buona accoglienza.
A differenza, però, delle beatitudini sia egiziane che greche, le beatitudini bibliche non credettero mai che la ricchezza, da sola, bastasse a dare felicità.
E neppure, quindi, la gloria, la potenza, il prestigio.
Anche questi, certamente, apparvero e furono stimati beni altamente desiderabili.
Ma non vennero ritenuti affatto costitutivi della felicità umana.
Furono cioè dei beni integrativi, ma non costitutivi.
Servendoci, quindi, di questa distinzione fra beni costitutivi e beni integrativi, l’unico grande bene costitutivo non fu, in realtà, secondo nove dei dieci gruppi di beatitudini, che Dio; ovvero, meglio, il possesso, da parte dell’uomo, di tutti gli atteggiamenti più genuini e autentici verso la realtà divina: la fede in un unico Dio (gruppo I); piena confidenza e speranza nella sua azione salvifica (II); rispetto profondo, timore e amore (III); umile confessione delle proprie colpe e desiderio di perdono (IV); stima e attiva partecipazione all’incremento del culto e la liturgia del tempio (V); attento sguardo sapienziale e attento ascolto alla presenza di Dio nel mondo e nella storia (VI); stima della Legge come riflesso e testimonianza della manifestazione dell’azione salvifica di Dio (VII); rispettoso comportamento verso l’ordine della giustizia (VIII); e, infine, umile accettazione anche di una qualche menomazione fisica, di uno stato di sofferenza (X).
Siamo, quindi, come si vede, di fronte a un complesso di atteggiamenti religiosi, per i quali l’uomo, consapevole delle sue incapacità, limitatezze, non si chiude orgogliosamente in se stesso, ma riconosce che solo in Dio trova la sua completezza.
(A.
MATTIOLI, Beatitudini e felicità nella Bibbia d’Israele, Prato, 1992, 542s.).
  Il paese della felicità Se la felicità si trovasse anche solo nel paese più lontano e il viaggio per raggiungerlo comportasse i più grandi rischi e potesse essere intrapreso solo a prezzo dei peggiori sacrifici, partiremmo comunque subito.
Perché sarebbe in ogni caso più facile raggiungerla là che non nell’unico posto dove si trova davvero, il posto che è più vicino del paese più vicino eppure è più lontano del paese più lontano, perché questo posto non si trova fuori, ma dentro di noi.
(Thorkild Hansen)   Perché dovrei aiutare soprattutto i deboli? Friedrich Nietzsche ha rimproverato al cristianesimo di glorificare la dimensione della debolezza e di condannare la dimensione della forza.
Il cristianesimo sarebbe diventato, quindi, una religione dei gretti, nella quale la forza non ha posto e dalla quale le personalità forti si sentono respinte.
Anche se Nietzsche esagera nella sua critica al cristianesimo, ha sottolineato tuttavia un aspetto importante: il cristianesimo non può diventare una religione della debolezza, altrimenti alla lunga non può dispiegare nessuna forza in questo mondo.
San Benedetto lo sapeva.
Ammonisce l’abate a trattare i confratelli in modo tale che i forti vengano sollecitati e i deboli non vengano umiliati.
Questa è per me una regola fondamentale e saggia.
I forti hanno bisogno di una sfida per crescere e mettere i loro punti forti al servizio della comunità.
Una comunità che glorifichi i deboli può togliere il respiro anche ai forti.
In questo modo danneggerebbe se stessa.
C’è bisogno di un buon equilibrio fra forti e deboli.
Entrambi dovrebbero essere sfidati e dovrebbero poter vivere nella comunità in modo tale da crescere in essa.
(Anselm GRÜN, Il libro delle risposte, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2008, 145).
Posso vivere basandomi sui valori e tuttavia avere successo? I valori ci conferiscono valore e dignità.
La vita di chi fa attenzione ai valori nella sua sfera personale acquisterà valore.
Chi non si orienta più ai valori perde il rispetto per se stesso e per gli altri.
La sua vita avrà sempre meno valore.
Lo tirerà giù.
La parola “valore” viene dal latino valere, che significa “essere forte e sano”.
I valori ci danno, quindi, una forza interiore.
Rendono sana la nostra vita.
Se costruisco sui valori, quello che creo con la mia vita avrà un fondamento solido.
Non crollerà con facilità, come si può osservare con le persone che costruiscono la loro casa di vita sulla sabbia delle loro illusioni o delle immagini ingannevoli.
Alla lunga può resistere solo chi costruisce la sua casa su un terreno solido.
E tale terreno solido sono i valori o gli atteggiamenti fondati sui valori, le virtù note fin dall’antichità: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, e gli atteggiamenti cristiani come la fede, la speranza e la carità.
Solo che rende giustizia alla propria essenza e chi rimane fedele con coraggio a quello che è importante per lui, chi accetta la propria dimensione e non segue continuamente esigenze smisurate, solo chi è saggio e valuta correttamente la situazione concreta, potrà vivere bene a lungo.
E a lungo termine avrà anche successo nella vita.
(Anselm GRÜN, Il libro delle risposte, San paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2008, 149).
Preghiera Signore Gesù Cristo, custodisci questi giovani nel tuo amore.
Fa’ che odano la tua voce e credano a ciò che tu dici, poiché tu solo hai parole di vita eterna.
Insegna loro come professare la propria fede, come donare il proprio amore, come comunicare la propria speranza agli altri.
Rendili testimoni convincenti del tuo Vangelo, in un mondo che ha tanto bisogno della tua grazia che salva.
Fa’ di loro il nuovo popolo delle Beatitudini, perché siano sale della terra e luce del mondo all’inizio del terzo millennio cristiano.
Maria, Madre della Chiesa, proteggi e guida questi giovani uomini e giovani donne del ventunesimo secolo.
Tienili tutti stretti al tuo materno cuore.
Amen.
(Preghiera del Papa, al termine della Giornata della Gioventù di Toronto).
  Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006.
– COMUNITÀ MONASTICA SS.
TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade.
Tempo ordinario – Parte prima, Milano, Vita e Pensiero, 2009, pp.
60.
– COMUNITÀ DI BOSE, Eucaristia e Parola.
Testi per le celebrazioni eucaristiche.
Anno B, a cura di Enzo Bianchi, Goffredo Boselli, Lisa Cremaschi e Luciano Manicardi, Milano, Vita e Pensiero, 2008.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
   Lectio – Anno B   Prima lettura: Apocalisse 7,2-4.9-14          Io, Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente.
E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio».
E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele.
Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua.
Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani.
E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello».
E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli.
Amen».
Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?».
Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai».
E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».
       Davvero il santo è merce rara, come qualcuno va pessimisticamente dicendo? La prima lettura risponde abbattendo statistiche tendenti al ribasso.
     Dopo la solenne scenografia celeste (cf.
cap.
4) e la migliore comprensione del senso della vita e della storia grazie all’intervento dell’Agnello (cf.
cap.
5), inizia la progressiva apertura dei sette sigilli che rendevano finora inaccessibile il libro (cf.
cap.
6).
La storia è striata di sangue e di sofferenza, ma non affidata ad un cieco destino di morte.
Coloro che stanno dalla parte di Dio e dell’Agnello non sono risparmiati dalla sofferenza e neppure dalla morte fisica, sono però risparmiati dalla distruzione totale e dall’annientamento.
La loro vita non cade nell’oblio, perché accolta e trasfigurata.
     Tre tappe scandiscono il brano: il sigillo impresso al gruppo dei 144.000 (vv.
2-4), il gruppo internazionale dei salvati (vv.
9-12) e la loro identità (vv.
13-14).
All’inizio viene ritardato l’intervento punitivo dei 4 angeli, per permettere a un quinto di segnare il numero degli eletti.
Rielaborando una scena del profeta Ezechiele (cf.
Ez 8-10), l’autore proclama la salvezza che raggiunge il resto di Israele, computato in 144.000, cioè 12.000 per tribù (elencate nei vv.
5-8, tralasciati dal testo liturgico).
Il numero, più qualitativo che quantitativo, viene dal prodotto di 12 (numero delle tribù di Israele), per 12 (numero degli apostoli, continuatori dell’antico popolo ma anche fondamento del nuovo), per 1.000 (numero di grandezza divina); esso designa una grande quantità di salvati provenienti dal giudaismo.
(Per alcuni autori — per esempio Prigent — si tratterebbe dei cristiani nella loro totalità; Ap 14,3 ripropone il numero e parla di «i redenti della terra»).
     Distinto dal precedente si pone un altro gruppo, questa volta internazionale, impossibile a quantificarsi perché «moltitudine immensa, che nessuno poteva contare».
Alcune precisazioni valgono per una loro prima identificazione (cf.
v.
9: stanno in piedi, perché sono vivi come l’Agnello con il quale sono posti in relazione (gli stanno davanti), indossano vesti bianche (colore che li accomuna al mondo del divino e in modo particolare alla risurrezione di Cristo) e reggono delle palme (segno che condividono con Lui la vittoria sul male e godono della pienezza della vita); in seguito saranno identificati con maggior precisione.
Di loro viene riferito il canto celebrativo che accomuna Dio e Agnello, segno evidente di una perfetta comunione esistente tra i due esseri, cui viene attribuito il merito della salvezza.
Alla celebrazione si associa praticamente tutta la corte celeste in una dossologia che comprende 7 titoli (numero della pienezza).
Infine, l’espediente della domanda del vegliardo, elemento tipico del genere letterario apocalittico, favorisce la piena decodificazione dei salvati: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello» (v.
14).
I salvati sono pertanto coloro che traggono origine (ieri, oggi e sempre) dalla morte redentrice di Gesù (la «grande tribolazione»).
Sono i santi che partecipano ora alla liturgia celeste, condividendo una vita di piena comunione, dopo aver partecipato, durante la vita mortale, alla passione di Cristo.
  Seconda lettura: 1 Giovanni 3,1-3         Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui.
Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato.
Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.
Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.
       La santità è amore.
La lettera che celebra l’amore di Dio e dell’uomo ci propone la fonte dell’amore e, di conseguenza, la fonte della santità.
     I vv.
1-2 sono il canto entusiastico della comunità che si scopre già fin d’ora figlia del Padre che sta nei cieli: «quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!».
Il testo non parla di Cristo, ma di lui hanno trattato i due capitoli precedenti e non si dà amore del Padre se non in Cristo.
Il legame a lui stacca e isola la comunità dal mondo, qui inteso come la realtà negativa che si oppone a Dio; il mondo è principio di non-amore, di non-santità.
Esiste quindi una incompatibilità radicale, perché i credenti sono abilitati ad una dignità di figli che li nobilita.
L’amore divino è realtà che previene e che investe l’uomo, recandogli un dono inatteso e impensabile.
Dio è sorgente dell’amore e quindi di ogni santità che è nell’uomo il riflesso di Dio.
Se i vv.
1-2 suscitano e alimentano la nostalgia della santità, ad un impegno personalizzato sollecita il versetto successivo.
     Infatti, proprio alla possibilità di rendere efficace tale riflesso, pensa il v.
3 che completa il quadro indicando l’impegno della comunità per rispondere al dono divino.
Così dalla contemplazione stupita ed ammirata di quello che Dio è e fa, si passa alla collaborazione dell’uomo che accoglie responsabilmente il dono.
Uno strumento privilegiato di accoglienza è la continua purificazione, atteggiamento di conversione necessario per lasciarsi invadere da Dio: «Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro» (v.
3).
Al gloriarsi della propria dignità di figli ricevuta in dono, segue l’adeguamento che è lo sforzo continuo fatto di piccole trasformazioni.
Conversione è l’imperativo affidato all’uomo, dopo che gli è stato comunicato l’indicativo (realtà) della sua condizione di figlio: «purificare se stesso» vuole dire rendersi pronti alla sequela di Cristo, andare con lui incontro al Padre.
Adottato questo principio di vita, si capisce il seguito, non registrato dalla lettura odierna, del cristiano che non pecca, ovviamente perché si sviluppa in lui quel «germe divino» (v.
9) che è il principio di santità, la vita stessa di Dio, che lo rende figlio nel Figlio.
  Vangelo: Matteo 5,1-12a          In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli.
Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
    Esegesi      Il brano delle beatitudini elettrizza la odierna liturgia della parola.
Esso inaugura il discorso del monte, il primo dei cinque grandi discorsi che strutturano il vangelo di Matteo.
È la prima parte del primo discorso, cioè l’intonazione di tutte le parole di Gesù.
Si comprende subito l’importanza attribuita dall’evangelista a questo proclama, chiamato senza troppa enfasi la magna charta, del cristianesimo.
Lo potremmo quindi intendere come il suo manifesto, la sua carta costituzionale.
E come in ogni stato la Costituzione è l’elemento sorgivo e strutturante delle varie componenti, una stella polare cui fare sempre riferimento, così il brano delle beatitudini caratterizza lo statuto cristiano.
Il richiamo ad esso dovrà essere continuo e costante per non smarrire mai la bussola della propria identità.
L’evangelista Matteo prepara il lettore con una concentrazione di particolari: è sulla montagna che Gesù presenta il suo pensiero, esattamente come Mosè aveva ricevuto le disposizioni divine sul monte Sinai; Gesù si pone a sedere assumendo l’atteggiamento dell’autorità che legifera; attorno sta il gruppo dei discepoli che non ricevono una informazione o una comunicazione, ma un insegnamento che dovrà poi trasformarsi in vita vissuta (cf.
Mt 5,1.2).
     Se già la presentazione era solenne, l’impressione di maestosa autorevolezza promana ora dal messaggio, ritmato da una serie di «beati».
Il termine ‘felice’ ‘beato’ (makàrios in greco, da cui il nome proprio Macario e il termine ‘macarismo’ per indicare la beatitudine o felicità) si trova 50 volte nel NT, ma collegato in forma litania compare solo nel nostro brano e nel passo parallelo di Luca che crea il contrasto tra 4 beatitudini e 4 guai (cf.
Lc 6,20-26).
Proclamando le beatitudini, Gesù riprende in parte lo stile dell’AT: sono dichiarati felici gli uomini che vivono secondo le regole dettate dalla sapienza (cf.
Sir 25,7-10); nei salmi è proclamato beato l’uomo che teme (= ama) il Signore, dimostrando tale amore con l’osservanza della sua volontà espressa nella sua legge (cf.
Sal 128,1; 1,1).
Difficilmente si trovano due beatitudini insieme e mai sono ad esse associati i guai come nella combinazione di Luca.
     Nel giudaismo di poco anteriore a Gesù è dato trovare, come nel nostro caso, la presenza di una sequenza di beatitudini e anche la loro combinazione con i ‘guai’: questi si spiegano forse per la viva speranza dei tempi ultimi.
Sempre in tale contesto si incontra il discorso diretto («voi»), sconosciuto all’AT e presente in Mt 5,11.
A differenza dell’AT, non ci sono frasi secondarie che specificano le beatitudini.
     Pur con qualche somiglianza letteraria con l’AT e con il giudaismo, possiamo affermare l’originalità della presentazione di Matteo.
Troviamo infatti due gruppi di quattro beatitudini che si corrispondono anche nel numero delle parole.
Nel primo gruppo si presenta per lo più una condizione di sofferenza, nel secondo un determinato comportamento.
I vv.
11-12 sono diversi: in essi compare il discorso diretto e forse sono una rielaborazione redazionale in forma di beatitudine di un detto di Gesù.
Dobbiamo senz’altro riconoscere la novità assoluta e senza precedenti del contenuto.
Diversamente dalla prospettiva della letteratura sapienziale che additava una salvezza futura e terrena.
Gesù annuncia una salvezza presente e senza restrizioni: tutti hanno accesso alla felicità, a condizione che siano legati a lui.
Sganciati da lui, le beatitudini non hanno senso.
È lui ad inserire coloro che lo seguono nella condizione di cittadini del regno, di figli di Dio.
     Le beatitudini sono piccole frasi che si intrecciano come una litania per proclamare una felicità davvero strana: «Beati i poveri in spirito…
beati gli afflitti…».
Dopo averle ascoltate, non sarà difficile essere presi da uno shock.
Proclamare la felicità dei poveri, degli affamati, dei perseguitati sembra una evidente e sconcertante falsità che cozza contro la più elementare esperienza.
Sarebbe come dichiarare che la loro disgrazia vale una benedizione: da qui alla mistificazione il passo è breve, perché sembra una buona soluzione per mantenere le cose allo stato di fissità, senza tentarne un miglioramento.
L’accusa di conservatorismo arriva subito e facilmente.
Si potrebbe aggiungere pure la volontà di sottrarre l’uomo alle responsabilità e agli impegni che lo ancorano al presente.
Così, ad una prima reazione, il proclama delle beatitudini diventa il manifesto di una mortificante sclerosi che certo non onora Dio e che impoverisce l’uomo.
Sotto la bandiera di un sublime ideale si fa passare un ordine invertito di valori umani.
     Che cosa possiamo rispondere?      Le beatitudini sono proclamate da Gesù che annuncia solo quello che vive.
Sarebbe sorprendente che un uomo che tutti riconoscono di una inimitabile coerenza abbia iniziato la sua predicazione (così in Matteo) con un clamoroso bluff.
Le beatitudini sono il prisma che rinfrange non solo l’attitudine, ma anche i veri atteggiamenti di Lui.
     La prima cosa da sapere e da imparare consiste nella convinzione che la felicità attinge al mondo interiore.
La felicità nasce dall’anima stessa; non si trova per strada, non si compra né si vende.
Essa è un’attitudine interiore che risveglia un comportamento visibile.
Le beatitudini sono un appello a cambiare vita e prima ancora a modificare sensibilmente la propria mentalità.
E questo avviene orientandosi verso Dio: ecco la realtà del «regno dei cieli» che apre la prima e la più importante delle beatitudini; ecco il passivo divino «saranno consolati» che andrebbe reso meglio «Dio li consolerà», mostrando anche nella traduzione che la fonte della consolazione è Dio stesso.
Così di seguito, tutto rimanda a Dio.
     La forza sta tutta qui: Gesù annuncia quello che egli vive.
In lui si riscontra identità tra messaggio e messaggero, tra il dire, l’agire e l’essere.
Il segreto dell’efficacia della sua missione sta nella totale identificazione col messaggio che annuncia: egli proclama la ‘buona novella’ non solo con quello che dice o fa, ma con quello che è.
Ed egli è in perfetta comunione con il Padre, di cui esegue pienamente la volontà.
Allora anche le difficoltà (o disgrazie) che accompagnano e segnano inesorabilmente la vita di ogni uomo, assumono un significato diverso prendono senso perché integrate in una vita che parte da Dio e che a Lui arriva.
Questa è la santità.
       Meditaz

Le virtù di don Rua e il modello di don Bosco

Dal 28 ottobre al 1 novembre si tiene a Torino-Valdocco il convegno internazionale di studi dedicato a “Don Michele Rua, primo successore di don Bosco”, alla vigilia del centenario della morte del beato, avvenuta il 6 aprile 1910, e dell’anno speciale che il Rettor maggiore salesiano ha indetto nella sua memoria (31 gennaio 2010 – 31 gennaio 2011).
Al convegno, organizzato dall’Associazione cultori di storia salesiana e dall’Istituto storico salesiano, partecipano un centinaio di studiosi provenienti da trentatré nazioni.
Pubblichiamo la sintesi della prima relazione, tenuta dal postulatore generale delle Cause dei santi della famiglia salesiana.
”Don Michele Rua, fedele discepolo di don Bosco” è espressione che ricorre come un leitmotiv nelle biografie del beato.
Di fronte a simili stereotipi, il dovere dello storico è quello di un’indagine rigorosa, che illustri la verità e le approssimazioni del caso.
È ciò che mi propongo di fare, avviando un confronto tra la Positio sulle virtù di don Bosco e quella di don Rua.
In effetti, ritengo che sia questa la via più sicura – perché la più ricca di documentazione, generalmente affidabile – per affrontare la questione.
La causa di canonizzazione di don Bosco Il 1° aprile 1934 – domenica di Pasqua e solenne chiusura del Giubileo straordinario della redenzione – il Papa Pio XI proclamava santo il sacerdote torinese Giovanni Bosco (1815-1888).
Giungeva così al termine la sua causa di beatificazione e di canonizzazione, iniziata a Torino il 4 giugno 1890.
La prima fase – cioè il “processo ordinario”, così chiamato perché condotto sotto la responsabilità del vescovo ordinario del luogo – venne chiusa il 1° giugno 1897.
Dieci anni dopo, il 24 luglio 1907, iniziò a Roma il “processo apostolico” sotto la responsabilità diretta della Santa Sede – precisamente della Sacra Congregazione dei Riti.
Questa seconda fase durò vent’anni, fino all’8 febbraio 1927, e conobbe esiti alterni.
Basti dire che al termine di una sessione preparatoria – precisamente quella del 20 luglio 1926 – sembrò ad alcuni che la causa non potesse più procedere.
Ma l’interessamento autorevole di Pio XI – che da giovane prete aveva conosciuto personalmente don Bosco (“Noi siamo con profonda compiacenza tra i più antichi amici personali del venerabile don Bosco”:  così aveva detto il neoeletto Pontefice nell’allocuzione rivolta ai giovani collegiali salesiani l’8 giugno 1922) e ne aveva conservato un ricordo altissimo – fece ripetere la medesima sessione pochi mesi più tardi, il 14 dicembre 1926.
L’esito positivo di questa nuova sessione spianò la strada agli adempimenti ulteriori, in primo luogo alla cosiddetta congregazione generale coram sanctissimo – cioè davanti al Papa – l’8 febbraio 1927, e finalmente alla promulgazione del decreto sull’eroicità della vita e delle virtù del venerabile Giovanni Bosco (20 febbraio 1927).
Così, dopo il riconoscimento dei quattro miracoli allora prescritti – due per la beatificazione e due per la canonizzazione – il Papa Pio XI poté procedere il 2 giugno 1929 alla beatificazione di don Bosco, e poi alla sua canonizzazione, precisamente il 1° aprile 1934.
Soprattutto il “processo apostolico” – i cui atti confluiscono nella Positio super virtutibus – intende illustrare al meglio, pur con i limiti delle ricerche umane, il peculiare modello di santità incarnato da quella persona, di cui si discute.
Così il confronto tra le rispettive Positiones – di don Bosco e di don Rua – consente di verificare le tangenze e le distanze dei due modelli.
Secondo la procedura allora vigente – sostanzialmente modificata dai successivi interventi pontifici, fino alla costituzione Divinus perfectionis Magister di Giovanni Paolo II (1983) – il processo apostolico era condotto con il metodo delle “obiezioni” – le cosiddette animadversiones proposte dall’ufficio del Promotore della Fede, cioè dal “pubblico ministero” della Sacra Congregazione, volgarmente chiamato “avvocato del diavolo”) e delle “risposte” (le responsiones preparate dall’avvocato [difensore] designato dalla Postulazione).
Le obiezioni alla santità di don Bosco, che emergono dalla lettura della Positio, sono abbastanza note.
Si tratta soprattutto della sua “astuzia”, orientata, secondo l'”avvocato del diavolo”, a un’ardente passione di successo personale e di guadagno economico.
Vi entra anche, per gli stessi motivi, l’accusa di un certo “plagio” nei confronti dei ragazzi, con rilievi pesanti riguardo al mancato esercizio della prudenza, specialmente nei racconti di sogni e di premonizioni terrificanti; di “non trasparenza” – per usare il vocabolario di oggi – nella ricerca e nella gestione d’elemosine e d’eredità; di scarsa sobrietà nella mensa; e, finalmente, di disubbidienza pressoché sistematica all’arcivescovo di Torino, Lorenzo Gastaldi.
La causa di canonizzazione di don Michele Rua La prima fase della causa di beatificazione e di canonizzazione del servo di Dio Michele Rua, cioè il cosiddetto “processo ordinario”, si svolse a Torino dal 2 maggio 1922 al 20 novembre 1928.
In duecentoventisei sessioni furono ascoltati ventidue testimoni, tra cui due testi ex officio – così detti perché convocati direttamente dal tribunale, al di là della lista dei testimoni presentata all’inizio del processo.
Otto anni dopo, il 10 novembre 1936 – quando la canonizzazione di don Bosco era ormai avvenuta da più di due anni – iniziò la seconda fase della causa, cioè il “processo apostolico”.
Ma il periodo bellico rallentò sensibilmente l’andamento della causa:  così il decreto sull’eroicità delle virtù fu promulgato soltanto il 21 aprile 1953.
Trascorsero ancora diciassette anni per il riconoscimento dei due miracoli prescritti per la beatificazione – il relativo Decreto è del 19 novembre 1970 – e finalmente il 29 ottobre 1972 il venerabile Michele Rua fu solennemente beatificato a Roma, nella basilica di San Pietro, dal Papa Paolo VI.
La procedura introdotta da Giovanni Paolo II nel 1983 – tuttora vigente – richiede un altro miracolo, e non due, per la canonizzazione.
Tuttavia, benché la Postulazione abbia raccolto un lungo elenco di “grazie” attribuite all’intercessione di don Rua, al momento presente nessuna d’esse si configura in maniera tale da consentire l’apertura di un processo sul miracolo.
Quando questo processo sarà celebrato – a tale scopo è necessario promuovere nel popolo di Dio la conoscenza del beato, diffonderne il culto e raccomandarne l’intercessione – e se il giudizio degli organismi giudicanti sarà positivo, il Papa potrà procedere alla canonizzazione di don Michele Rua.
Lo studio del “processo apostolico” e l’esame della Positio super virtutibus di don Rua sono decisivi per il confronto – che qui ci interessa – tra il modello di santità rappresentato da don Bosco e quello incarnato da don Rua.
In verità, questo studio e questo esame sono già stati compiuti da storici e biografi del calibro di Agostino Auffray, Eugenio Ceria e Joseph Aubry, e sono stati ricondotti in sintesi efficace da Francis Desramaut nelle pagine conclusive della sua recentissima Vita di don Michele Rua primo successore di don Bosco, pubblicata in francese, di prossima edizione in lingua italiana.
Volendo riferirci a quest’ultima sintesi, appare evidente che la prudenza, la temperanza e la povertà sono le virtù che caratterizzano maggiormente il profilo spirituale di don Rua tracciato nella Positio.
Ovviamente nessuna delle tre virtù rimane fine a se stessa.
Tutte e tre concorrono a delineare la carità eroica di don Rua – sia la carità verso Dio, sia la carità verso il prossimo, con particolare riferimento ai giovani poveri e abbandonati.
Resta il fatto che l’itinerario di santità percorso da Michele Rua trascorre attraverso queste tre virtù in maniera del tutto privilegiata.
Così noi le prenderemo ordinatamente in esame, riferendoci sempre al testo della Positio e alla sintesi proposta da Desramaut.
Anzitutto – scrive il padre Desramaut – don Rua era souverainement prudent, tanto che la prudenza è sottolineata con un’enfasi speciale anche nel decreto sull’eroicità delle virtù.
Di fatto, nella Positio si legge che don Rua praticò puntualmente la prudenza, e così, con l’aiuto di Dio, egli fece crescere dovunque la società salesiana; promosse nei confratelli la pietà e lo zelo per le anime; moltiplicò le spedizioni missionarie; approvò e sostenne i salesiani che desideravano dedicarsi all’apostolato dei lebbrosi; fece in modo che nei collegi si coltivassero la pietà, lo studio e la disciplina; e con grande energia – mai disgiunta dall’amorevolezza – non trascurò nulla, secondo gli insegnamenti del fondatore, che potesse contribuire alla maggior gloria di Dio.
Come si vede, la prudenza appare la sigla distintiva dell’immensa opera di governo e di animazione pastorale svolta dal beato Michele Rua.
Quanto alla temperanza, egli riempì di contenuti pratici – con una ricchezza straordinaria – il programma consegnato da don Bosco ai suoi figli:  “Lavoro e temperanza”.
In particolare, la temperanza si traduceva per lui nel “culto della regola”.
Si dice che don Bosco ripetesse:  “Don Rua è la regola vivente”.
Sorvegliava attentamente se stesso per concedere al corpo solo ciò che era strettamente necessario.
Mai si concesse la siesta pomeridiana.
Ogni giorno, dopo il pranzo, partecipava alla ricreazione con i confratelli, secondo le indicazioni della regola, mentre alla sera, dopo le preghiere, manteneva il religioso silenzio.
Così pure osservava e faceva osservare tutte le prescrizioni, anche le più piccole, della sacra liturgia.
Era temperante pure nel cibo.
Non lo si vide mai assumere alcun alimento fuori dai pasti, e alla sua mensa di rettor maggiore non tollerava alcun privilegio.
Per il sonno, al termine della sua estenuante giornata, si stendeva per cinque o sei ore su un divano trasformato in letto.
Insomma, aveva imparato fin da ragazzo a “non ascoltarsi mai”, non certo per il gusto della mortificazione in se stessa, ma per rendere il corpo più docile al servizio della carità.
Riguardo infine alla povertà, don Rua ne fece la sua compagna prediletta.
Non aveva che due talari, una per l’estate e una per l’inverno, tutt’e due usate fino a logorarne la stoffa, ma sempre perfettamente ordinate.
Per ventidue anni abitò la camera che era stata di don Bosco, e non permise mai che qualche cosa ne fosse cambiata.
Forse la sua lettera circolare più ispirata è quella del 31 gennaio 1907, dedicata appunto al tema della povertà, da lui definita “il primo dei consigli evangelici”.
“La povertà, in se stessa, non è una virtù”, si legge nella medesima lettera.
“La povertà diventa virtù solo quando è volontariamente abbracciata per amor di Dio, come fanno coloro che si danno alla vita religiosa.
Tuttavia anche allora la povertà non cessa di essere amara; anche ai religiosi la pratica della povertà impone dei gravi sacrifici, come noi stessi ne abbiamo fatto mille volte l’esperienza.
Non è perciò da stupire se la povertà sia sempre il punto più delicato della vita religiosa, se ella sia come la pietra di paragone per distinguere una comunità fiorente da una rilassata, un religioso zelante da uno negligente…
Di qui la necessità per parte dei superiori di parlarne sovente e per parte di tutti i membri della famiglia salesiana di mantenerne vivo l’amore e intiera la pratica”.
Più avanti, illustrando la motivazione carismatica della povertà salesiana, don Rua aggiunge:  “Chiunque non vivesse secondo il voto di povertà, chi nel vitto, nel vestito, nell’alloggio, nei viaggi, nelle agiatezze della vita valicasse i limiti che c’impone il nostro stato, dovrebbe sentir rimorso d’aver sottratto alla congregazione quel denaro che era stato destinato a dar pane agli orfani, favorire qualche vocazione, estendere il regno di Gesù Cristo.
Pensi che ne dovrà rendere conto al tribunale di Dio”.
Confronto tra due profili spirituali Può destare qualche sorpresa e perplessità la conclusione più evidente a cui approda il confronto tra le due Positiones, cioè il fatto che le stesse virtù maggiormente invocate per delineare la santità di don Rua sono quelle costantemente impugnate per contestare la santità di don Bosco.
È vero infatti che proprio la prudenza, la temperanza e la povertà sono i “cavalli di battaglia” delle animadversiones raccolte nella Positio del fondatore.
Si può vedere, al riguardo, come abbiano resistito tenacemente – fino alla Novissima positio super virtutibus, stampata per la congregazione generale coram sanctissimo dell’8 febbraio 1927 – le obiezioni alla prudenza di don Bosco – oltre che alla sua obbedienza – specialmente a causa della vicenda con monsignor Gastaldi; e le obiezioni alla sua povertà, soprattutto a causa di una certa transazione di beni dei Servi di Maria.
La risposta a queste e alle altre obiezioni giunse finalmente – oltre che dagli avvocati difensori – dall’autorità suprema del Papa.
Al termine della medesima congregazione generale dell’8 febbraio 1927, che chiuse il processo apostolico, Pio XI ebbe a dire:  “Il venerabile don Bosco appartiene alla magnifica categoria di uomini scelti in tutta l’umanità, a questi colossi di grandezza benefica, e la sua figura facilmente si ricompone, se all’analisi minuta, rigorosa delle sue virtù, quale venne fatta nelle precedenti discussioni lunghe e reiterate, succede la sintesi che, riunendone le sparse linee, la restituisce bella e grande:  una magnifica figura, che l’immensa, insondabile umiltà, non riusciva a nascondere”.
E qualche anno dopo, nell’omelia della canonizzazione, il Santo Padre avrebbe solennemente definito quella “magnifica figura” come l'”apostolo della gioventù, interamente dedito alla gloria di Dio e alla salute delle anime”, distintosi per arditezza di concetti e modernità di mezzi in ordine all’educazione completa dell’uomo.
Educazione che – secondo il pensiero del Papa, in polemica non troppo velata con la cultura fascista del tempo – non doveva limitarsi soltanto a corroborare il corpo, ma doveva mirare a tutto il suo essere, e a promuovere la formazione delle scienze, senza però trascurare mai le verità divine e soprannaturali.
Il riconoscimento delle virtù di don Bosco non poteva essere più pieno né più autorevole.
D’altra parte, la pratica delle medesime virtù aveva in lui quel tanto d’inedito e di “ardimentoso” – per riecheggiare il linguaggio di Pio XI – che può spiegare, almeno in parte, le animadversiones citate.
Ebbene, la ricezione assai differente della santità di don Rua rispetto a quella del fondatore – come attesta con sufficiente chiarezza il confronto tra le due Positiones – dimostra che egli non fu la “copia” di don Bosco.
Se lo stereotipo del “fedele discepolo” dovesse significare questo, sarebbe certamente da rigettare.
In ogni caso, è da preferire l’espressione adottata dal Rettor maggiore nella sua lettera del 24 giugno 2009, con la quale egli indice un anno dedicato alla memoria del beato Michele Rua nel primo centenario della sua scomparsa:  qui infatti don Chávez parla di don Rua come di un “discepolo fedele di Gesù sui passi di don Bosco”.
In realtà, assai più che una semplice “copia” del fondatore, il primo successore di don Bosco appare – anche nella vita spirituale e nell’itinerario della santità salesiana – come colui che “ha fatto della sorgente, una corrente, un fiume”.
Conservando intatta la propria irripetibile personalità – che era ben diversa da quella di don Bosco – egli ha approfondito e sistematizzato in un progetto di vita personale e comunitaria il cammino di perfezione di san Giovanni Bosco, percorrendo una via propria, originale.
In questo senso va interpretata l’affermazione di Angelo Amadei – che cita a sua volta don Paolo Albera – là dove si legge che don Rua “riuscì a riprodurre in se stesso nel modo più perfetto il modello” del fondatore.
Per questo motivo, infine, il beato Michele Rua rappresenta la “chiave di lettura” migliore – e quasi obbligatoria – per comprendere a fondo il modello di santità  realizzato  da  san  Giovanni Bosco.
(©L’Osservatore Romano – 28 ottobre 2009)

A single man

E’ notizia recente che  Barack Obama ha annunciato la fine della politica del “non chiedere, non dire”, che permetteva ai gay di arruolarsi nelle forze armate soltanto a patto di non dichiarare il proprio orientamento sessuale, come è di pochi giorni fa la manifestazione svoltasi a Roma per il giorno degli “Uguali” che fa riferimento all’articolo 3 della Costituzione che recita: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Purtroppo, i casi di razzismo contro gli omosessuali si verificano troppo spesso e neppure lo struggente film di Tom Ford “A single Man”( 66.
ma Mostra di Venezia) che ha meritato la Coppa Volpi all’elegante Colin Firth per la sua interpretazione di George, il protagonista, farà cambiare idea agli incalliti persecutori che sempre a Roma hanno picchiato a sangue due gay portando in giro uno striscione con questa scritta: Il Colosseo ai Gay? Con i leoni dentro (Cfr.La Stampa, 12 ottobre 2009 ed altri quotidiani nazionali).
Naturalmente si parla di diritti, non di differenze di genere che esistono e si vedono: una donna è donna e un uomo è un uomo e il matrimonio tra un uomo ed una donna non è paragonabile a quello tra due omosex, per le molte ragioni di ordine scientifico, sociali, religiose che qui è inutile elencare, perché ci interessa il sentimento universale: l’amore che può nascere e legare i cuori  di due persone senza troppo badare al genere.
E allora, diciamo che A single Man avrebbe meritato il Leone d’oro per la bellezza  di ogni inquadratura, la misurata e toccante recitazione degli interpreti, specie quella di Colin Firth cui, come abbiamo già scritto- è stata assegnata la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile.
Questo film ha ricevuto così tanti applausi come nessun altro.
Ma la Giuria- prudente- ha ritenuto opportuno attribuire un premio, ma non il maggiore per non suscitare altri vespai, critiche, grida di “aiuto, adesso ratificano con il Leone d’oro il rapporto omosex”! E qui in Italia è pericolosissimo, per via di tanti scalmanati ignoranti che sono omofobi a tutto spiano, senza rendersi conto che –in questo modo diventano razzisti e vanno contro la Costituzione.
E non chiamiamo in causa il Vaticano che pure in questo campo avrebbe molto da farsi “perdonare” per la strenua difesa dei preti pedofili e così via.
Parlare di omosessualità è stato difficile sin dal tempo della Bibbia e non è diventato più facile discuterne nel nostro tempo(basti attenersi alla confusione creatisi in Parlamento per l’approvazione della legge contro l’omofobia).
A noi interessa- ora- presentare il film, da vedere assolutamente.
.La sua uscita dovrebbe essere il prossimo 22 gennaio 2010.
Il film – vincitore del Queer Lion 2009 e della Coppa Volpi a Colin Firth – sarà distribuito dall’Archibald Film di Vania Taxler( Cfr.: www.queerblog.it).
Il romanzo A single Man di Christopher Isherwood(cfr.: Wikipedia, l’enciclopedia libera).Vai a: Navigazione, cerca Christopher William Bradshaw-Isherwood (Wybersley Hall, 26 agosto 1904Santa Monica, 4 gennaio 1986) è stato uno scrittore inglese.
Era nato a Wybersley Hall, High Lane, nel nordovest dell’Inghilterra, figlio di proprietari terrieri.
Suo padre, ufficiale dell’esercito, era stato ucciso nella prima guerra mondiale.
A scuola incontrò Wystan Hugh Auden, che divenne inizialmente suo amante, e poi il suo amico più caro per tutto il resto della sua vita.
Studiò successivamente al Corpus Christi College di Cambridge, e alla University of Cambridge, dove incontrò Stephen Spender, che era alla Oxford University con Auden. Rifiutando le sue origini sociali e attratto dai ragazzi delle classi sociali più basse, Isherwood si trasferì a Berlino, capitale della giovane Repubblica di Weimar, attrattovi dalla sua meritata reputazione di libertà sessuale (e omosessuale).
Qui lavorò come insegnante privato mentre scriveva il romanzo Mr.
Norris se ne va
e una serie di racconti editi sotto il titolo Addio a Berlino, che avrebbero fornito l’ispirazione per la commedia I Am a Camera e al musical, che ne fu tratto, Cabaret.
Nel settembre 1931 il poeta William Plomer gli presentò lo scrittore Edward Morgan Forster; divennero intimi amici e Forster fece da mentore al giovane scrittore.
Auden e Isherwood viaggiarono prima in Cina nel 1938, poi emigrarono negli Usa nel 1939.
Isherwood si stabilì in California, dove si convertì all’Induismo.
Assieme a Swami Prabhavananda produsse diverse traduzioni scritturali induiste, saggi sui Vedānta, la biografia Ramakrishna and his Followers, e romanzi, opere teatrali e sceneggiature, tutte farcite di temi e personaggi del Vedānta, karma, reincarnazione e ricercaUpanishadica.
Arrivando a Hollywood nel 1939, egli incontrò Gerald Heard, il mistico-storico che fondò un suo proprio monastero a Trabuco Canyon che infine donò alla Vedānta Society.
Attraverso Heard, che fu il primo a scoprire Swami Prabhavananda e il Vedānta, Isherwood si unì ad uno straordinario gruppo di esploratori mistici che comprendeva Aldous Huxley, Bertrand Russell, Chris Wood, John Yale e J.
Krishnamurti
.
Tramite Huxley, Isherwood strinse amicizia con il compositore russo Igor Stravinsky.
Egli ottenne la cittadinanza statunitense nel 1946.
Nel 1964 pubblica il romanzo A single man (edito in Italia da Guanda con il titolo Un uomo solo), dedicandolo all’amico Gore Vidal.
Il romanzo rievoca la giornata qualsiasi di un anziano professore californiano, alle prese con se stesso, i suoi studenti, e l’entusiasmo per una notte passata assieme a un giovane universitario incontrato per caso durante la giornata.
Dal 1953 fino alla morte, Isherwood ha vissuto col suo compagno, il pittore e ritrattista Don Bachardy.
Bibliografia Norman Page, Auden and Isherwood: the Berlin years (2000) Peter Parker, “Isherwood: the biography” (2004) Dennis Altman, Omosessuale, oppressione e liberazione, Arcana, Roma 1974.
“La bellezza salverà il mondo”, scriveva Fyodor Dostoyevsky.
E il film di Tom Ford, “A Single Man”, dimostra la verità di questa affermazione.
Una pellicola attesa dato che uno dei creatori di moda più geniali e importanti del mondo ha diretto una storia tanto personale quanto universale.
Liberamente adattato dal toccante romanzo di Christopher Isherwood, “A Single Man” è una storia d’amore, segnata da un lutto e da un uomo che, nonostante abbia tutto nella vita, non trova più le ragioni per continuare.
Fino a quando, grazie ad una vecchia amicizia con una donna e ad un giovane ragazzo attratto da lui, capirà che le piccole cose sono importanti.
E che la bellezza che ci circonda ci può riconciliare anche con la fine.
La morte fa parte della vita, ed è l’unico aspetto che accomuna l’esistenza di ogni essere umano.
Ambientato a Los Angeles nel 1962 durante la crisi dei missili successiva all’invasione USA a Cuba, “A Single Man” è la storia di George Falconer, un professore inglese di 52 anni che cerca di dare un senso alla propria vita dopo la morte del suo compagno Jim.
Egli indugia nel passato e non riesce a immaginarsi un futuro, ma una serie di eventi e di incontri lo porteranno a decidere se ci sia o no un significato nel vivere senza Jim.
George viene confortato da una cara amica, Charley, una bella donna di 48 anni a sua volta assalita da dubbi sul futuro.
Kenny, un giovane studente di George alla ricerca di una ragione che giustifichi la sua natura omosessuale, perseguita il professore identificandolo come anima gemella.
A Single Man Titolo originale:          A Single Man Nazione:         U.S.A.
Anno: 2009 Genere:           Drammatico Durata:            99′ Regia: Tom Ford Cast:    Colin Firth, Julianne Moore, Matthew Goode, Ginnifer Goodwin, Nicholas Hoult, Paulette Lamori, Lee Pace, Keri Lynn Pratt, Ryan Simpkins, Teddy Sears, Ridge Canipe Produzione:    Artina Films, Depth of Field, Fade to Black Productions Distribuzione: – Archibald Film di Vania Taxler, nel gennaio 2010 Data di uscita:            Venezia 2009 Nei cinema: gennaio 2010 Colin Firth, divenuto famoso grazie al film “Il Diario di Bridget Jones”, è nato il 10 Settembre 1960 a Grayshott, Hampshire, in Inghilterra.
I genitori sono entrambi insegnanti, i nonni, invece, erano missionari metodisti.
Colin ha una sorella, Kate, che insegna canto, ed un fratello Jonathan, anche lui attore, (“Luther”).
Dopo aver trascorso i primi cinque anni della sua vita in Nigeria torna in Inghilterra per frequentare le scuole a Winchester.
A causa degli impegni di lavoro del padre per un anno si trasferisce in America, a St.
Louis, nel Missouri, dove è soprannominato dai suoi compagni l’inglese.
Poi, quando torna in Inghilterra, i suoi amici inglesi lo chiamano lo yankee.
La sua passione per la recitazione nasce fin dalle elementari, quando interpreta Jack Frost in una recita di Natale.
All’età di 14 anni decide di diventare un attore, e si iscrive al Drama Centre a Chalk Farm, a Londra.
Qui viene notato il suo talento, ed è grazie alla sua interpretazione di Amleto nella rappresentazione scolastica di fine anno, che decolla la sua carriera.
Notato nello spettacolo, infatti, Colin viene chiamato per interpretare il ruolo del protagonista, Guy Bennett, nel dramma teatrale “Another Country”, rappresentato al West End.
Curiosamente il suo debutto cinematografico, nel 1984, è nella trasposizione cinematografica della stessa opera, dove, questa volta, veste i panni di Tommy Judd, l’amico del protagonista, che invece è interpretato da Rupert Everett.
Nonostante la confidenza trasmessa sul grande schermo, tra i due non c’è molta simpatia, anche se, a detta dello stesso Colin, pare che con gli anni, i due siano riusciti ad appianare le divergenze, tanto da riuscire a divertirsi quando si ritrovano sul set di “L’importanza di chiamarsi Ernesto” nel 2002.
Durante le riprese del film “Valmont” di Milos Forman, 1989, incontra Meg Tilly, e dal loro amore, nel 1990, nasce il loro primo figlio, William.
Dopo cinque anni, però, la loro relazione finisce.
I rapporti rimangono comunque amichevoli anche per via del piccolo Will, che attualmente vive negli Stati Uniti con la mamma.
Il 21 Giugno del 1997 sposa Livia Giuggioli, produttrice italiana, conosciuta durante le riprese di “Nostromo”.
La coppia ha due figli, Luca e Matteo, nati rispettivamente nel 2001 e 2003.
La famigliola passa il suo tempo tra Londra e Roma, dove i coniugi Firth hanno comprato una casa.
L’attore ama molto l’Italia e durante un’intervista ha espresso il desiderio di recitare sotto la regia di Gabriele Muccino.
Filmografia  (2009) A Single Man – George (2009) Dorian Gray – Lord Henry Wotton (2009) A Christmas Carol – Fred (voce) (2008) Genova – Joe (2008) Un matrimonio all’inglese – Jim Whittaker (2007) St.
Trinian’s
– Geoffrey Thwaites (2008) Un marito di troppo – Richard Bratton (2008) Mamma Mia! – Harry Bright (2007) Quando tutto cambia – Frank (2007) And When Did You Last See Your Father? – Blake Morrison (2007) L’ultima legione – Aurelio (2005) Nanny McPhee (Tata Matilda) – Mr.
Brown (2005) False verità – Where the truth lies – Vince Collins (2004) Che pasticcio, Bridget Jones – Mark Darcy…… 

XXIX Domenica del tempo ordinario (anno B).

Comunità alternativa «La Chiesa si sente spinta non solo a formare i suoi figli, ma a lasciarsi formare essa stessa vivendo al suo interno secondo modelli e relazioni fondate sul vangelo, secondo quelle modalità che sono capaci di esprimere una comunità alternativa.
Cioè una comunità che, in una società connotata da relazioni fragili, conflittuali e di tipo consumistico, espri-ma la possibilità di relazioni gratuite, forti e durature, cementante dalla mutua accettazio-ne e dal perdono reciproco».
(Card.
C.M.
Martini) Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date Ti offro, Signore, il mio servizio lo affronto serenamente con il Tuo aiuto, per la Tua gloria, come collaborazione all’opera creatrice del Padre per il benessere di tutti.
Cristo, insegnami a pensare al mio servizio, non soltanto come una fatica, ma come occasione per servire amando il mio prossimo e così incontrare Te, che mi hai redento e vegli su di me.
Spirito Santo, aiutami a rendere l’ambiente del servizio più umano e cristiano perché aiuti tutti a ritrovarci fratelli.
(Card.
Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI).
Preghiera per il servizio Signore, mettici al servizio dei nostri fratelli che vivono e muoiono nella povertà e nella fame di tutto il mondo.
Affidali a noi oggi; dà loro il pane quotidiano insieme al nostro amore pieno di comprensione, di pace, di gioia.
Signore, fa di me uno strumento della tua pace, affinché io possa portare l’amore dove c’è l’odio, lo spirito del perdono dove c’è l’ingiustizia, l’armonia dove c’è la discordia, la verità dove c’è l’errore, la fede dove c’è il dubbio, la speranza dove c’è la disperazione, la luce dove ci sono ombre, e la gioia dove c’è la tristezza.
Signore, fa che io cerchi di confortare e di non essere confortata, di capire, e non di essere capita, e di amare e non di essere amata, perché dimenticando se stessi ci si ritrova, perdonando si viene perdonati e morendo ci si risveglia alla vita eterna.
(Madre Teresa di Calcutta) Rinascere dalle ceneri del tuo dolore Non biasimare altri per la tua sorte, perché tu e soltanto tu hai preso la decisione di vi-vere la vita che volevi.
La vita non ti appartiene, e se, per qualche ragione, ti sfida, non dimenticare che il dolore e la sofferenza sono la base della crescita spirituale.
Il vero suc-cesso, per gli uomini, inizia dagli errori e dalle esperienze del passato.
Le circostanze in cui ti trovi possono essere a tuo favore o contro, ma è il tuo atteggiamento verso ciò che ti ca-pita quello che ti darà la forza di essere chiunque tu voglia essere, se comprendi la lezione.
Impara a trasformare una situazione difficile in un’arma a tuo favore.
Non sentirti sopraf-fatto dalla pena per la tua salute o per le situazioni in cui ti getta la vita: queste non sono altro che sfide, ed è il tuo atteggiamento verso queste sfide che fa la differenza.
Impara a rinascere ancora una volta dalle ceneri del tuo dolore, a essere superiore al più grande de-gli ostacoli in cui tu possa mai imbatterti per gli scherzi del destino.
Dentro di te c’è un es-sere capace di ogni cosa.
Guardati allo specchio.
Riconosci il tuo coraggio e i tuoi sogni, e non asserragliarti dietro alle tue debolezze per giustificare le tue sfortune.
Se impari a co-noscerti, se alla fine hai imparato chi tu sei veramente, diventerai libero e forte, e non sarai mai più un burattino nelle mani di altri.
Tu sei il tuo destino, e nessuno può cambiarlo, se tu non lo consenti.
Lascia che il tuo spirito si risvegli, cammina, lotta, prendi delle decisio-ni, e raggiungerai le mete che ti sei prefissato in vita tua.
Sei parte della forza della vita stessa.
Perché quando nella tua esistenza c’è una ragione per andare avanti, le difficoltà che la vita ti pone possono essere oggetto di conquista personale, non importa quali esse siano.
Ricordati queste parole: “Lo scopo della fede è l’amore, lo scopo dell’amore è il ser-vizio”.
(Sergio BAMBARÉN, La musica del silenzio, Sperling & Kupfer, 2006, 114-116).
Non sapevano che cosa chiedevano Marco afferma che soltanto Giacomo e Giovanni si avvicinarono al Signore e lo prega-rono, perché vede che erano soprattutto loro che volevano porre quella domanda al Signo-re e sa che essi avevano spinto la madre a chiedere.
Bisogna credere che l’affetto femminile della madre e l’animo ancora carnale dei discepoli siano stati spinti a domandare, soprat-tutto perché essi ricordavano le parole del Signore: «Quando il Figlio dell’uomo sederà nel luogo della sua maestà, anche voi sederete sui dodici troni per giudicare le dodici tribù di Israele» (Mt 19,28) e sapevano di essere amati in modo speciale dal Signore a confronto con gli altri discepoli, e più volte, insieme con Pietro, erano stati fatti partecipi di misteri che agli altri rimanevano nascosti, come ricorda il vangelo.
Per questo, infatti, anche a loro, come a Pietro, era stato imposto un nome nuovo; come Pietro, che prima si chiamava Si-mone, per la fortezza e la stabilità della fede inespugnabile meritò il nome di Pietro, così essi furono chiamati Boanerghés, cioè figli del tuono (cfr.
Mc 3,16-17), perché avevano u-dito insieme con Pietro la voce gloriosa del Padre che scendeva sul Signore (cfr.
Mt 17,5), conoscevano i segreti dei misteri più che gli altri discepoli e, cosa più essenziale, sentiva-no di aderire con cuore integro al Signore e di amarlo col più grande affetto.
Perciò crede-vano che sarebbe stato possibile per loro sedergli più da vicino nel Regno, soprattutto per-ché vedevano che Giovanni per la singolare purezza di cuore e di corpo era tanto amato da lui da posare il capo sul suo petto durante la cena (cfr.
Gv 13,23).
[…] Non sapevano che cosa chiedevano perché pensavano che ciascuno potesse sce-gliere a proprio arbitrio quale posto e quale ricompensa avrebbe ottenuto in dono nella vi-ta futura e non pregavano invece il Signore di condurre a buon fine, ben meritandolo, la fiducia e la speranza che avevano, consapevoli che qualsiasi cosa di buono avessero fatto, egli li avrebbe ricompensati in misura infinitamente più grande.
Certo è lodevole la loro semplicità, per cui con devota fiducia chiedevano di sedere nel Regno vicino al Signore, ma molto sarà lodata la sapiente umiltà di chi, consapevole della propria fragilità, diceva: «Ho scelto di essere disprezzato nella casa di Dio piuttosto che abitare sotto le tende dei peccatori» (Sal 83 [84],11).
Non sapevano quel che chiedevano essi che domandavano al Signore i pre-mi sublimi piuttosto che la perfezione delle opere.
Ma il maestro celeste, in-dicando che cosa anzitutto dovevano chiedere, li richiama alla via della fatica con la quale avrebbero conseguito il premio della ricompensa.
Dice: «Potete voi bere il calice che io sto per bere?» (Mc 10,38).
[…] Che tutti i fedeli debbano seguire quest’ordine nella vita lo inse-gna l’Apostolo quando dice: «Se siamo diventati come una medesima pianta con lui in conformità alla sua morte, così lo saremo anche per conformità alla sua resurrezione» (Rm 6,5).
(BEDA IL VENERABILE, Omelie sui vangeli 2,21, CCL 122, pp.
336-338).
Preghiera Signore Gesù, come Giacomo e Giovanni anche noi spesso «vogliamo che tu ci faccia quel-lo che ti chiediamo».
Non siamo infatti migliori dei due discepoli.
Come loro abbiamo però ascoltato il tuo insegnamento e vorremmo ricevere da te la forza per attuarlo; quella forza che ha poi condotto i figli di Zebedeo a testimoniarti con la vita.
Gesù, aiutaci a comprendere l’amore che ti ha spinto a bere il calice della sofferenza al nostro posto, a immergerti nei flutti del dolore e della morte per strappare dalla morte e-terna noi, peccatori.
Aiutaci a contemplare nel tuo estremo abbassamento l’umiltà di Dio.
Liberaci dalla stolta presunzione di asservire gli altri a noi stessi e infondici nel cuore la carità vera, che ci farà lieti di servire ogni fratello con il dono della nostra vita.
Mite Servo sofferente, che con il tuo sacrificio di espiazione sei divenuto il vero sommo sacerdote misericordioso, tu ben conosci le infermità del nostro spirito e le pesanti catene dei nostri peccati: tu che per noi hai versato il tuo sangue, purificaci da ogni colpa.
Tu che ora siedi alla destra del Padre, rendici umili servi di tutti!  Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica   – oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006.
– COMUNITÀ MONASTICA SS.
TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le stra-de.
Tempo ordinario – Parte prima, Milano, Vita e Pensiero, 2009, pp.
60.
– COMUNITÀ DI BOSE, Eucaristia e Parola.
Testi per le celebrazioni eucaristiche.
Anno B, a cu-ra di Enzo Bianchi, Goffredo Boselli, Lisa Cremaschi e Luciano Manicardi, Milano, Vita e Pensiero, 2008.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
LECTIO – ANNO B Prima lettura: Isaia 53,10-11 Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la vo-lontà del Signore.
Dopo il suo intimo tormento vedrà la lu-ce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità.
Il presente brano dell’A.T.
è stato scelto come prima lettura in considerazione del Van-gelo di oggi, nel quale i figli di Zebedeo vogliono mettersi al di sopra degli altri, a diffe-renza del Figlio dell’uomo che si abbassa volontariamente.
Is 53 costituisce il quarto carme del Servo sofferente di JHWH, e fa parte della seconda parte del Libro di Isaia (il cosiddet-to Deuteroisaia, capitoli 40-55, databili attorno agli anni 550-530 a.C.).
Dal carme sono stati scelti quei versi che esprimono la libera e volontaria umiliazione del Servo di JHWH.
Il v.
2, letto per intero, contiene questa parte, omessa nel brano liturgico: «Non ha né apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui dilet-to».
In linea con questa descrizione, il Servo del Signore è paragonato ad una pianta che a motivo dell’aridità del suolo presenta l’aspetto non bello di un arbusto spuntato in mezzo al deserto.
—Ecco perché è «reietto», tenuto lontano e in poco conto da parte degli uomini (v.
3), e lui stesso è «uomo dei dolori», soffrendo in mezzo al disprezzo, all’aridità, alla solitudine.
— I vv.
10-11 formano una strofa del carme, nella quale vengono evidenziate due di-mensioni: da una parte l’espiazione, nel senso che il Servo soffre per gli altri, per i loro peccati (v.
110); dall’altra l’esaltazione, nel senso che Dio gli darà gloria perché ha preso su di sé tale sofferenza per gli altri.
I due versi costituiscono un prezioso commento o spiega-zione della parola sul riscatto pagato dal Figlio dell’uomo, alla fine del Vangelo di oggi (Mc 10,15).
Seconda lettura: Ebrei 4,14-16 Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede.
Infatti non ab-biamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato.
Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno.
In questo brano la Lettera agli Ebrei introduce il paragone di Gesù col sommo sacerdote dell’Antica Alleanza.
Paragone molto importante per i destinatari e lettori della lettera, perché a quell’epoca c’era ancora il tempio, nel quale il sommo sacerdote celebrava i riti.
Del resto il sommo sacerdote era chiamato anche «Christos», unto (Lev 1,3).
Sua funzione liturgica è principalmente quella del perdono dei peccati di Israele nel giorno dell’espia-zione (yom hakippourim).
La Lettera agli Ebrei stabilisce un confronto tra Cristo ed il som-mo sacerdote alla luce del giorno di espiazione e del perdono dei peccati, che in esso veni-va accordato a tutto il popolo.
Gesù, attraverso la risurrezione e la glorificazione «è passato attraverso i cieli» (v.
14), vale a dire è entrato nel tempio celeste, come il sommo sacerdote entra in quello terreno nel giorno dell’espiazione.
Questa è la nostra confessione (homologia), corrisponde cioè alla so-stanza di quello che decidiamo di credere.
— «Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze…» (v.
15).
A questo punto la Lett.
agli Ebrei tocca il mysterium compassionis: l’incarnazione è, fon-damentalmente, la com-passione, il soffrire di Dio con noi.
Il nostro sommo sacerdote ha voluto soffrire con noi ed essere messo alla prova insieme a noi.
— «Accostiamoci…al trono della grazia» (v.
16).
Il Santo dei santi nasconde il «trono della grazia», chiamato in ebraico kapporet (cf.
Rm 3,25: «hilasterion», propiziatorio), vale a dire il coperchio di oro che si trova sull’arca dell’Alleanza con i Cherubini, sui quali Dio è presen-te come re assiso sul trono.
La presenza di Dio è soprattutto presenza di grazia.
Per questo noi possiamo avvicinarci a tale trono pieni di gioia.
Vangelo: Marco 10,35-45 In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Gio-vanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo».
Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?».
Gli rispo-sero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete.
Pote-te bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel bat-tesimo in cui io sono battezzato?».
Gli risposero: «Lo pos-siamo».
E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati.
Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni.
Allora [Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i go-vernanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono.
Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti.
Anche il Figlio del-l’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per ser-vire e dare la propria vita in riscatto per molti».] Esegesi Gesù ha annunziato per la terza volta la sua passione e morte ai Dodici in disparte (Mc 10,32-34), usando toni molto duri e realistici: lo condanneranno a morte, lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo uccideranno.
Nel vangelo odierno, ad immediato seguito di quelle dichiarazioni, i due figli di Zebedeo avanzano a Gesù un’ambiziosa domanda (vv.
35 ss): questa gli dà l’occasione di approfondire ed esplicitare il tema della passione, asso-ciando ad essa la sorte dei suoi discepoli.
«Nella tua gloria» (v.
37).
Giacomo e Giovanni, che furono tra i primi ad accettare la chiamata del Maestro, sono persuasi di avere un titolo in più per occupare i primi posti in quel regno messianico glorioso che, secondo la comune convinzione dei discepoli, Gesù va ad inaugurare a Gerusalemme.
Nonostante i ripetuti annunci di Gesù, coltivano ancora questa aspettativa terrena di gloria e vogliono accaparrarsene i posti di onore (a destra e a sinistra del re).
Non è da escludere che nell’atteggiamento dei figli di Zebedeo si riflettano anche tensioni della chiesa nascente.
— Il calice, il battesimo (v.
38).
In molti testi dell’Antico Testamento e del giudaismo il «calice» era metafora delle «vertigini» e sofferenze che Dio faceva provare ai peccatori (cf.
Ger 25,15; Sal 11,6: 65,9 ecc.): Nella sua preghiera al Getsemani Gesù userà la medesima immagine (14,36).
Lo stesso senso evoca la parola «battesimo», ossia immersione nelle on-de della sofferenza (cf.
Le 12,50).
Gesù coinvolge i discepoli nella sua missione di sofferen-za.
— «Per coloro per i quali è stato preparato» (v.
40).
Alla risposta affermativa dei due disce-poli (dovuta sempre alla loro intenzione di partecipare alla gloria, anche se attraverso le prove), il Maestro replica che essi sono sì chiamati a partecipare alla sua intronizzazione messianica, ma non in base a diritti di umana precedenza, bensì per libera e gratuita inizia-tiva del Padre: il verbo preparare al passivo rimanda, come spesso nei testi biblici, alla so-vrana volontà di Dio.
— «Dare la propria vita in riscatto per molti» (v.
45).
Gesù prende spunto dalla «indigna-zione» umana degli altri discepoli (v.
41), per dichiarare lo statuto fondamentale che deve regolare i rapporti della comunità ecclesiale.
Egli contesta radicalmente il modello di auto-rità dispotico che vige tra le genti, nel mondo pagano; e propone paradossalmente come modello di autorità due figure che sono agli antipodi: il servitore e lo schiavo.
Queste due immagini, però, non sono generiche.
Rappresentano concretamente la scelta di Gesù: per lui «servire» vuol dire essere fino in fondo obbediente e fedele alla volontà del Padre, sulla stessa linea del «servo del Signore» di Isaia (vedi I Lett.), che si fa solidale col peccato degli uomini.
Dicendo che è venuto «per dare la sua vita in riscatto» per molti, il Cristo dichiara il carattere soteriologico della sua morte: la parola «riscatto» (in greco lytron, «mezzo per sciogliere») indicava, tra le altre realtà, il prezzo pagato per liberare uno schiavo.
Accet-tando la sua morte come atto di amore e liberazione degli uomini dalla schiavitù del pec-cato, Gesù consegna alla comunità dei discepoli un modello di amore supremo, che essa è chiamata a inverare e prolungare nella vita.
Meditazione Tra le resistenze che il discepolo incontra nel suo cammino di sequela del Signore Gesù, una in particolare emerge con forza nei capitoli centrali del racconto di Marco: è la resi-stenza alla logica della diakonia, logica che anima in profondità la via di Gesù e attraverso la quale il Figlio rivela la sua obbedienza al Padre e il suo amore senza limiti per gli uomi-ni.
Per ben due volte Gesù deve ritornare sul tema del servizio per educare i discepoli ri-luttanti a questa prospettiva e affascinati maggiormente dalla ricerca e dalla conquista di un primo posto da cui poter emergere e dominare sugli altri (cfr.
Mc 9,33.35 e 10,42-45).
E questo intervento di Gesù sul servizio, che mira a correggere la tentazione in cui i discepoli si lasciano facilmente coinvolgere avviene significativamente dopo il secondo e il terzo annuncio della passione, morte e risurrezione (cfr.
Mc 9,30-32 e 10 32-34); il discepolo fati-ca ad accogliere questa parola dura, fatica ad andare al di là di un paradosso che tuttavia apre lo sguardo sul mistero del dono del Figlio dell’uomo, sul mistero di Colui che «non e venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (10, 45).
In fondo il discepolo rimane estraneo alla stessa Scrittura che già aveva tratteggiato il volto di questo umile Servo che attraversa l’esperienza della sofferenza e del disprezzo per apri-re agli uomini il cammino della vita.
Questo «uomo dei dolori», come dice il Deutero-Isaia (prima lettura), la cui esistenza assurda e segnata dalla sofferenza sembra una contraddi-zione di una umanità amata da Dio è in realtà il cammino che Dio stesso sceglie per rivela-re tutta la sua solidarietà con l’uomo; anzi attraverso questa umiliante via crucis questo mi-sterioso servo, in cui «si compie la volontà del Signore», diventa offerta «in sacrificio di ri-parazione».
Ecco perché il Deutero-Isaia, con quello sguardo profetico che va al di là di una drammatica vicenda di dolore, può annunciare: «dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza…
il giusto mio servo giustificherà molti, egli si ad-dosserà le loro iniquità» (Is 53,11).
Non è forse questo il cammino che Gesù prospetta ai di-scepoli nel secondo annuncio della passione? Ma il cuore del discepolo è altrove; non può accogliere questa parola, chiuso nella sua incomprensione e nella sua paura.
Ecco perché Marco nota: «Camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti» (10,32).
Proprio in questo contesto di ‘lontananza’ tra Gesù e i discepoli, che pur stanno cammi-nando con lui, si colloca la sorprendente domanda dei figli di Zebedeo.
Essa rivela quale è la logica che stanno inseguendo questi due discepoli: essi vogliono (è la pretesa del potere) che Gesù favorisca la loro sete di carriera: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra» (10,37).
Dunque, con una disinvoltura che irrita gli altri dieci discepoli, Giacomo e Giovanni domandano di avere i primi posti, di essere i primi ministri nel regno istaurato dal Messia glorioso.
Nella loro richiesta emerge ancora una volta il rifiuto alla sequela della croce: vi è la paura di guardare in faccia quella realtà u-manamente scandalosa e incomprensibile che segna il passaggio attraverso cui Gesù rea-lizza il dono della sua vita.
E proprio su questo passaggio Gesù insiste nella sua risposta ai discepoli: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete e nel battesimo in cui io sono battezza-to anche voi sarete battezzati…» (10,39).
Prendere parte alla gloria di questo Messia umilia-to è possibile solo condividendo come lui l’esperienza della pasqua, rimanendo come lui solidale all’uomo peccatore nell’obbedienza al Padre che ha scelto questa via per rivelare la sua misericordia e per liberare l’uomo dalla morte.
E con forza, le due immagini del calice che deve essere bevuto (immagine che ritorna al Getsèmani: cfr.
Mc 14,36) e delle acque in cui è necessario immergersi esprimono sia il cammino di umiliazione e di morte che Gesù sta percorrendo, sia la piena condivisione della realtà umana che il Figlio di Dio si assume totalmente in comunione con il volere del Padre.
Questa è la tensione che anima la via di Gesù e questo è ciò che deve importare al discepolo, scelto «per stare con lui» (Mc 3,15).
Tutto il resto è libera azione del Padre: sarà lui a scegliere chi far sedere alla destra e alla sinistra di questo Messia umanamente poco glorioso: «Con lui crocefissero anche due la-droni, uno a destra e uno alla sua sinistra» (15,27).
Ciò che Gesù dice ai figli di Zebedeo, si trasforma in una parola rivolta a tutta la comu-nità.
In fondo, la tentazione di questi due discepoli è la tentazione di tutta la comunità dei discepoli.
La logica del potere (espressa da questa smaccata richiesta) fa scattare una ten-sione tra gli altri, i quali «avendo sentito, cominciarono ad indignarsi» (10,41); una indi-gnazione che, purtroppo, maschera lo stesso desiderio di un primo posto.
Nella comunità dei discepoli (la Chiesa) c’è il rischio che si instauri la stessa logica di dominio che caratte-rizza le relazioni in prospettiva ‘mondana’ (siano esse politiche, economiche, sociali e an-che religiose).
La comunità dei discepoli non ha altre vie da seguire se non quella di Gesù.
E qui Gesù ripropone nuovamente il suo cammino e il suo esser in mezzo ai discepoli at-traverso l’icona del servo: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servi-re e dare la propria vita in riscatto per molti» (10, 45).
La comunità dei discepoli si trova sempre di fronte a queste due possibilità: o seguire la logica del mondo o seguire con umil-tà il cammino della diakonia, il cammino del dono di sé, la via di Gesù (quel Messia che po-co dopo entrerà in Gerusalemme a dorso di un puledro d’asina: cfr.
Mc 11,1-10).
La prima strada è chiara («voi sapete…»): è quella percorsa da chi domina, da chi esercita un potere, illudendosi di avere così l’autorità e il diritto di farsi chiamare capo.
Ma è una via di op-pressione e non di reale dono e servizio, poiché non libera, non fa maturare e crescere l’al-tro (non è una reale auctoritas).
Il cammino di Gesù permette di realizzare autenticamente il desiderio che il discepolo, e ogni uomo custodisce nel cuore: ‘esser grande’ cioè realizza-re pienamente la propria umanità.
La via che Gesù propone è l’anti-potere per eccellenza: «Chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti» (10,44).
Colui che è senza ruolo e senza prestigio, lo schiavo, colui che ha il coraggio di mettersi ai piedi dei fratelli e di di-minuire perché l’altro possa crescere, colui che veramente serve i fratelli donando sé stesso e la sua vita, questi è veramente grande, è il primo, esercita una reale autorità.
E in questa prospettiva l’autorità nella comunità dei discepoli diventa luogo di rivelazione in cui deve trasparire maggiormente la logica della Croce e solo in questa logica l’autorità trova giusti-ficazione.
La parola di Gesù non può essere ridotta ad un vaga esortazione all’umiltà; essa è, di fatto, criterio di discernimento per lo stile di ogni comunità cristiana, della Chiesa di ogni tempo.
Relazioni tra discepoli, strutture e ministeri, stili di vita e di annuncio, tutto nella comunità deve confrontarsi con questa parola.
Perché Gesù lo dice chiaramente: «Tra voi non è così…» (10,43).
Tra i discepoli non ci può essere spazio per la logica del potere; la vita di una comunità cristiana deve essere l’alternativa vivificante a questo cammino di morte a cui conduce la sete del potere, il luogo in cui al centro c’è la vita e la persona di Gesù (è la misteriosa forza dei due sacramenti che fanno la Chiesa, il battesimo e l’eucaristia), il luogo in cui si rivela il dono che conduce alla salvezza.
Questo è il cuore della sequela che ogni discepolo deve vivere e, in primo luogo, colui che tra i fratelli è chiamato ad esser servo della comunione.

La mostra «Astrum 2009»

Nella mattinata di martedì 13 ottobre, nella Sala Stampa della Santa Sede, è stata presentata la mostra “Astrum 2009: astronomia e strumenti.
Il patrimonio storico italiano quattrocento anni dopo Galileo” che sarà aperta presso i Musei Vaticani dal 16 ottobre al 16 gennaio.
Oltre al direttore della Specola Vaticana, il gesuita José Gabriel Funes, al presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, Tommaso Maccacaro, e alla curatrice della mostra, Ileana Chinnici, alla conferenza stampa sono intervenuti il direttore dei Musei Vaticani e il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura che, nell’occasione, hanno scritto per il nostro giornale.
Come ci ricorda in apertura di catalogo padre José Gabriel Funes, direttore della Specola Vaticana, gli indiani del Keat Peak nella riserva dell’Arizona dove sono installati i telescopi più potenti del mondo, chiamano the people with long eyes (“la gente dagli occhi lunghi”) gli scienziati e i tecnici che di notte si ritirano nei loro misteriosi avamposti ipertecnologici a scrutare i limpidi cieli stellati del deserto di altura.
Ci vogliono occhi lunghi per guardare le stelle, per penetrare la profondità dei cieli.
Però, non bastano gli occhi che Dio ci ha dato.
Ci vogliono strumenti assai più efficaci, ausili conoscitivi e tecnici molto più elaborati e affidabili perché lo sguardo diventi davvero lungo.
Gli indiani del Keat Peak lo hanno capito, gli uomini di ogni epoca e di ogni cultura lo hanno sempre saputo.
La mostra che i nostri Musei ospitano nella sala polifunzionale – dal 16 ottobre al 16 gennaio – voluta e promossa dall’Inaf (Istituto nazionale di astrofisica) e dalla Specola Vaticana, intende offrire alla ammirazione e alla riflessione del pubblico una vasta selezione dell’imponente patrimonio di strumentazione astronomica di interesse storico posseduta dagli istituti italiani.
Nell’Anno internazionale dell’astronomia, celebrativo di Galileo e del suo Sidereus nuncius, a quattro secoli dalla scoperta e prima applicazione del telescopio, la mostra curata da Ileana Chinnici con la cooperazione dei Musei Vaticani e, in particolare, di Andrea Carignani, ci racconta la straordinaria avventura.
Come, seguendo quali percorsi conoscitivi e servendosi di quali strumenti – dall’astrolabio arabo di Ibn Sahid el Ibrahim del 1096 al telescopio di ultimissima generazione che la Specola Vaticana utilizza e che è situato a 3200 metri di altezza sul monte Graham in Arizona – la comunità scientifica internazionale, prima e soprattutto dopo Galileo, ha saputo allungare lo sguardo verso cieli sempre più remoti e sempre più incogniti.
Fino ad arrivare un giorno – l’augurio è di Tommaso Maccacaro, presidente dell’Istituto nazionale di astrofisica – a risolvere il mistero della nostra apparente solitudine cosmica.
Questo è l’argomento della mostra che, nell’anno di Galileo, i Musei Vaticani ospitano.
Non c’è chi non veda la straordinaria rilevanza culturale e anche “politica” dell’evento.
Si spiegano così l’alto patronato concesso dal segretario di Stato vaticano e dal presidente della Repubblica italiana, le prestigiose presentazioni in catalogo (Città del Vaticano – Livorno, Musei Vaticani – Sillabe) del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, e del cardinale Giovanni Lajolo, presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, e l’indirizzo di saluto del ministro italiano dell’Istruzione, Università e Ricerca, Mariastella Gelmini.
Due cose hanno mosso gli uomini a scrutare i cieli: la curiosità e lo stupore.
Non si può vivere sulla Terra senza cercare di capire l’infinito incognito che ci circonda e ci sovrasta.
Come spiegare le fasi della Luna e i movimenti degli astri? Perché il Sole sale e discende, stagione dopo stagione, i gradini del cielo? Perché la caduta dei meteoriti che incendiano le notti d’estate e perché l’apparizione delle comete portatrici di prodigi e di presagi? Quanto è grande il firmamento, quanto distano dalla Terra le stelle a noi più vicine? Quali leggi governano – forse immutabili ed eterne, forse in continua evoluzione – l’universo di cui facciamo parte? Sono domande che gli uomini si sono posti da sempre.
Ne abbiamo una rappresentazione splendida nel mosaico del Museo nazionale di Napoli proveniente da Pompei e databile al I secolo prima dell’era cristiana, che ci presenta una pensosa raccolta di filosofi e di scienziati intenti a riflettere e a disputare di fronte a un globo celeste.
Sono domande che per trovare parziali e provvisorie risposte hanno avuto bisogno degli strumenti rari e sofisticati che la mostra ci offre.
Eppure la curiosità o per meglio dire l’ansia di conoscenza è sempre preceduta dalla emozione e l’emozione produce “stupore” che è sentimento profondamente umano, di segno evocativo e fantastico.
Il cuore poetico di una mostra gremita di strumenti che hanno permesso agli uomini di scrutare la infinitudine dei cieli è rappresentato, per me storico dell’arte, dalle otto tele di Donato Creti, gioiello della Pinacoteca Vaticana.
Osservazioni astronomiche si intitola la celebre serie, perché ogni tela raffigura fenomeni celesti: il Sole, le mutazioni della Luna, la cometa, i pianeti Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno.
La cosa per me straordinaria è che protagonista di ogni dipinto è il corpo celeste oggetto di astronomica osservazione ma è anche la persona (o le persone) che lo guardano.
Donato Creti, l’artista che dipinse le otto tele nel 1711 su commissione del conte bolognese Luigi Marsili, il quale volle farne dono a Papa Clemente xi, viene dalla tradizione stilistica di Guido Reni.
Governano la sua pittura gli ideali classici della venustà, della amabilità e della grazia.
Questa volta, di fronte a un soggetto iconografico così inusuale, è lo stupore a guidare il suo pennello.
Noi entriamo con Donato Creti nel blu profondo, nel nero luminoso di una grande notte italiana, entriamo nei tramonti infuocati dell’estate, nella luce grigio-azzurra di un’alba serena e proviamo gioia e stupore di fronte ai prodigi che il cielo ci regala.
Dietro gli strumenti astronomici allineati dalla mostra – cannocchiali e telescopi, sfere armillari e globi celesti – in molti casi veri e propri capolavori di saperi scientifici e di talenti tecnologici, ci sono la curiosità e lo stupore.
Sono i sentimenti che Donato Creti ha messo in figura nelle sue tele.
Grazie a lui possiamo meglio capire le ragioni profonde che sempre hanno guidato l’uomo sulle strade impervie e tuttavia affascinanti e in ogni caso non contrastabili, della conoscenza.
di Antonio Paolucci (©L’Osservatore Romano – 14 ottobre 2009)

XXVIII Domenica del tempo ordinario (Anno B).

..
LECTIO – ANNO B Prima lettura: Sapienza 7,7-11 Pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito di sapienza.
La preferii a scettri e a troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto, non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, perché tutto l’oro al suo confronto è come un po’ di sabbia e come fango sarà valutato di fronte a lei l’argento.
L’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta.
Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile.
Il brano appartiene alla seconda parte del libro della Sapienza, là dove viene presentato Salomone, il saggio per antonomasia e la sua ricerca per la sapienza.
Dopo una prima parte che metteva in luce la piccolezza di Salomone (cf.
7,1-6), il nostro brano mette in luce il valore della sapienza.
L’idea madre sta qui: la sapienza è superiore a tutte le ricchezze.
— Il v.
7 da l’intonazione perché qualifica la sapienza come dono di Dio, un bene che si chiede a Lui.
Si tratta quindi di una realtà qualitativamente diversa da tutte quelle che l’uomo può acquisire da sé.
— I vv.
8-10 fanno l’inventario dei beni solitamente ricercati: potere (v.
8), ricchezza (v.
9), salute e bellezza (v.
10).
Viene utilizzata la tecnica del contrasto e della sproporzione: non è neppure ipotizzabile un raffronto tra questi beni e la sapienza, tanto questa li supe-ra di gran lunga.
— Il v.
11 recupera tutti i beni, come corredo della sapienza.
Quindi, sembra suggerire l’autore, non viene snobbato nulla di quanto l’uomo incontra sulla terra.
L’implicita raccomandazione – sull’esempio di Salomone che sceglie e preferisce la sa-pienza – è di ricercare i beni del cielo (tale è appunto la sapienza), sapendo che «tutte que-ste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 7,33).
Seconda lettura: Ebrei 4,12-13 La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.
Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto.
Tra le ricchezze che il cristiano deve ricercare e possedere, va senz’altro annoverata la Parola di Dio.
Il testo è un minuscolo ma prezioso trattato sul suo valore.
La Parola di Dio, presentata sotto la metafora della spada (cf.
Ef 6,17; Ap 1,16), è detta viva (in greco posto enfaticamente all’inizio), forse perché compie azioni importanti, vitali.
È attribuita alla Parola una specie di personificazione (cf.
Is 55,10ss.), che si manifesta anche nella caratteristica dell’essere efficace e tagliente.
Ad esso viene attribuito un potere di discernimento che spesso la coscienza non possiede, perché intrappolata nei meandri di false rappresentazioni.
La Parola di Dio svolge quindi la preziosa funzione di indagare, illuminare, orientare.
Una vera bussola che il Signore pone sul cammino del credente e della comunità, per rendere più sicuro il suo cammino.
Dono di Dio, è una ricchezza offerta agli uomini.
Vangelo: Marco 10,17-30 [In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?».
Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.
Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».
Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!».
Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!».
I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?».
Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».] Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito».
Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».
Esegesi La professione di fede di Pietro divide in due parti il Vangelo secondo Marco: se prima Gesù era impegnato ad annunciare la Buona Novella a tutti, ora, senza rinunciare ad istru-ire la folla, coagula il suo interesse sul gruppo dei Dodici che ha fatto l’opzione per Lui.
Troviamo materiale eterogeneo quanto a genere letterario, perché composto da un rac-conto di vocazione, da un ammonimento e da una risposta all’implicita richiesta di Pietro; però comune è la tematica, quella della ricchezza, una specie di filo conduttore che rinsal-da le diverse parti.
In dettaglio: — Gesù incontra un ricco e lo chiama alla sua sequela, vv.
17-22; il racconto è animato dal movimento iniziale di correre incontro a Gesù in contrasto con quello finale di allonta-namento; il primo movimento sottintende una gioia della ricerca, il secondo è accompa-gnato da tristezza.
— Colloquio di Gesù con i discepoli sulla ricchezza come ostacolo per l’ingresso nel re-gno dei cieli; la difficoltà viene superata dalla potenza divina, vv.
23-27.
— Problema di Pietro circa la ricompensa alla sequela e la conseguente risposta di Gesù; esiste una ricompensa immediata e una futura, vv.
28-31.
L’insegnamento rimbalza dai discepoli a tutti gli uomini che vogliono mettersi alla se-quela di Cristo; esso porta luce e orientamento e, per il cristiano, diventa norma di vita.
Notiamo un inizio elettrizzante di uno che corre incontro a Gesù: si presagisce qualcosa di interessante.
Al movimento spaziale l’evangelista Matteo aggiunge anche un movimen-to temporale: secondo lui si tratta di un giovane: per Marco è chiaramente un adulto per-ché dirà «fin dalla mia giovinezza».
Oltre alla corsa, il mettersi in ginocchio davanti a Gesù, denota la stima verso il maestro di Nazaret.
C’è grande aspettativa.
— «Maestro buono…
Nessuno è buono, se non Dio solo».
L’appellativo, di uso raro e insolito, sembra rifiutato da Gesù.
In realtà, egli aiuta a capire dove sta la vera e unica sorgente della bontà, alla quale tutti devono attingere: il Padre; ce lo rammenta sempre la liturgia: «Padre santo, fonte di ogni santità…» (Prece eucaristica II).
Chi ricerca la vita eterna, deve orientarsi verso quel Dio che ha espresso la sua volontà di santità nel decalogo.
— «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare…».
Gesù cita la quintessenza dell’al-leanza al Sinai: si allinea con la migliore tradizione biblica di cui afferma l’autenticità e di cui conferma la continuità.
La proposta della ‘seconda tavola’, quella che contiene i doveri verso il prossimo, dimostra che qui si gioca la veridicità dell’amore a Dio.
— La risposta piace ma non propone nulla di nuovo: «Maestro, tutte queste cose le ho os-servate fin dalla mia giovinezza».
L’uomo che sta davanti a Gesù sente il bisogno di qualcosa che vada oltre; a lui il merito di aver intuito che Gesù può indicare quel qualcosa.
— Il salto di qualità arriva negli atteggiamenti e nei sentimenti prima ancora che nelle parole.
L’evangelista Marco ha regalato all’umanità il particolare stupendo dello sguardo e dei sentimenti di Gesù: «fissò lo sguardo su di lui, lo amò».
È un dettaglio di toccante tenerez-za, esclusivo del secondo vangelo.
La forza di quello sguardo e la carica di quell’amore spingono ad accogliere il novum che l’uomo aveva vagamente percepito in Gesù e che ora si sente proporre: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un te-soro in cielo; e vieni! Seguimi!».
— Tutto gravita attorno a due poli che bilanciano la risposta: «Va’, vendi» e «Vieni! Se-guimi!».
Sono due coppie di imperativi che vivono un drammatico contrasto: movimento di allontanamento il primo, di avvicinamento il secondo.
L’originalità sta nel prospettare la povertà evangelica e la sequela di Cristo, l’una come condizione dell’altra: «Il vero modo di tesorizzare presso Dio è quello di dare.
Uno non ha quanto ha accumulato, bensì quanto ha donato» (S.
Fausti).
In ogni caso ci si deve allontanare da qualcosa per incamminarsi dietro a Qualcuno.
Idee e progetti che prima si realizzavano in proprio, ora si realizzano in società, meglio, in comunione.
— Gesù chiama quell’uomo a diventare suo discepolo; gli propone l’ideale suggestivo e arduo della sequela.
Scrive Kirkegaard: «Diventare discepolo consiste nell’essere intima-mente coinvolto in un drammatico e salutare confronto di contemporaneità con Cristo, in-vece di mantenersi nello stato di ammiratore disimpegnato».
La vocazione a seguire Gesù esige un legame con la sua persona, perché Gesù non promette altro che se stesso e una rottura con il presente.
Al di fuori di questa comunione saranno solo idee e progetti avventizi e sterili, destinati a vita breve e senza seguito.
Il Cristo non chiede di essere sradicati o isolati, propone invece il legame e la comunione con Lui.
Praticamente Gesù dice al ricco: «Seguimi!».
Lui e Lui solo è la meta dei comandamenti, la loro pienezza Gesù riprende la domanda del suo interlocutore che voleva qualcosa di più.
La risposta è Gesù stesso: è Lui che fa la differenza con la risposta tradizionale, pur valida, ma insufficiente.
— Quell’uomo ha paura dell’ignoto e preferisce l’ancoraggio al presente; perde il suo entusiasmo iniziale, smorzandosi in una tristezza che lo incupisce e lo allontana.
La con-clusione dell’episodio è quanto mai laconica: «Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni».
Con il «se ne andò rattristato» si registra prima la tristezza che si e dipinta sul volto, all’esterno, seguita dalla motivazione «a queste parole»; si dà poi l’analisi psicologica dello stato d’animo con quel «scuro in volto» seguito dalla seconda motivazione «possedeva infatti molti beni».
La tristezza esteriore è più immediata ed è causata dalle parole di Gesù ha valore più transitorio.
L’afflizione invece pesca nel profondo, intacca tutta l’esistenza e proviene dalla ricchezza alla quale l’uomo è schiavisticamente legato.
Dalla corsa iniziale all’allontanamento finale: qui sta la miserevole vicenda di chi si ar-ricchisce davanti agli uomini e non davanti a Dio.
— Sussiste per tutti il pericolo della ricchezza (vv.
23-27).
L’accaduto diventa occasione per un salutare monito a tutta la comunità ecclesiale.
Le parole di Gesù «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!» ghiacciano l’uditorio e gettano nella costernazione i discepoli.
Va ricordato che i discepoli erano cresciuti alla teologia dell’Antico Testamento che considerava la prosperità materiale come il sacramento della benedizione divina.
Non si sa fin dove la predicazione profetica e la teologia dei salmi fossero riuscite a intaccare lo zoccolo duro dell’opinione popolare, del resto ampiamente accolta e propagandata dalla classe dei sadducei.
Di fatto coesistevano l’ideale dei poveri di JHWH che ponevano la loro fiducia esclusivamente in Dio e la prassi dei ricchi che si ritenevano depositari della benevolenza divina perché potevano disporre di beni materiali.
A Gesù spetta il non facile compito di ribaltare un pensiero comune e di profilarne un altro.
Quasi incurante dello shock provocato, rincara la dose: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio!».
Gesù non fa sconti.
Secondo lo stile orientale, l’idea viene sostenuta da un paragone: « È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
È una iperbole cioè una voluta esagerazione per far capire il messaggio (fallaci i tentativi di trasformare kamelos ‘cammello’ in kamilos ‘gomena corda di nave’, oppure di pensare ad una porticina delle mura di Gerusalemme denominata ‘cruna dell’ago’).
Davanti ad una reale e consistente difficoltà, la soluzione viene dal Signore: «tutto è possibile presso Dio»; la frase, presa da Gn 18,14 (Sara e Abramo) ricorda il potere di Dio.
— Se quell’uomo ha fallito, i discepoli hanno lasciato tutto e seguito il Maestro, implicitamente viene chiesto che cosa toccherà loro (cf vv.
28-31).
La risposta di Gesù è inaspettata e, come sempre, profonda: viene promessa una ricompensa futura, definitiva e una immediata, provvisoria.
La prima è la «vita eterna», quella vita che il ricco aveva ricercato ma pure rifiutato, quella nella quale è impossibile entrare se si è ricchi.
Quella provvisoria sta nel fatto che i discepoli di Cristo, rinunciando alla casa, alla famiglia e alla proprietà, ritrovano una nuova famiglia ed una casa nella comunità cristiana.
Il pensiero è ben illustrato da Mc 3,34-35 dove Gesù aiuta a superare i legami familiari giuridici per ritrovare i legami della fede.
Meditazione La sezione centrale del vangelo di Marco (i capitoli 8-10) presenta un tema dominante, quello della sequela, plasticamente raffigurato dalla via che sale a Gerusalemme percorsa da Gesù con i suoi discepoli.
Su questa strada avviene un incontro: un uomo ricco si avvi-cina a Gesù e lo interroga.
E proprio attraverso il dialogo che si intesse tra quest’uomo e Gesù, attraverso la desolante conclusione a cui giunge il cammino di ricerca di quel ricco, attraverso le reazioni dei discepoli, spettatori attoniti di questo episodio, Marco ci offre alcune sfumature che caratterizzano le esigenze della sequela: le condizioni per «avere in eredità la vita eterna» (10,17); la scoperta di quel ‘Maestro buono’ che può insegnare e fare dono della vita; la scelta di seguire questo maestro e le condizioni per essere suo discepolo; il discernimento sui beni terreni e il rapporto tra ricchezza e sequela.
E certamente quest’ultimo aspetto sembra catturare l’attenzione di quell’uomo ricco che, con tanto entusiasmo, era corso da Gesù ponendogli quell’interrogativo esistenziale, l’interrogativo sulla vita vera, la vita ‘senza fine’.
A partire da questa domanda rivolta a quel ‘Maestro buono’ (cfr.
10,17-18) e dalle successive risposte, l’uomo ricco è posto di fronte ad alcune scelte: dove sta la vera vita? I beni terreni possono assicurare la vita? Scegliere la vita o scegliere i beni? Possedere ricchezze o lasciarle per seguire quel ‘Maestro buono’? È dunque necessario un discernimento e questo deve illuminare il rapporto con le ricchezze materiali e la loro relazione con ciò che veramente può dare valore a una esistenza.
In sé la ricchezza non è un male; anzi, nel linguaggio biblico, è segno di benedizione di Dio.
Ma resta pur sempre una realtà ambigua, soprattutto quando cattura il cuore dell’uomo, rendendolo estraneo a Dio, in quanto crea una sorta di dimenticanza nei suoi riguardi e provoca attorno a sé ingiustizia sociale e avidità (si pensi alle parabole del ricco stolto e del ricco gaudente in Lc 12,13.21 e 16,19-31).
Soprattutto di fronte alla vita elargita da Dio, ogni ricchezza materiale assume un valore diverso.
Come suggerisce il testo del libro della Sapienza (prima lettura), una vita illuminata dalla saggezza che viene da Dio non può essere paragonata con nessun bene materiale: «tutto l’oro al suo confronto è come un po’ di sabbia e come fango sarà valutato di fronte a lei l’argento» (Sap 7,9).
Il discernimento per giungere a una scelta ‘sapienziale’ della vita può esser illuminato solo dall’incontro con la parola di Dio, quella parola che – come dice la lettera agli Ebrei (seconda lettura) – «è viva, efficace, più tagliente di ogni spada a doppio taglio» e «che discerne i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12).
E proprio sulla strada che conduce a Gerusalemme, quell’uomo ricco è chiamato a fare questa scelta, in un confronto con la parola di Dio, con quel maestro buono che dona la vita.
Soffermiamoci su alcuni elementi che caratterizzano la dinamica di questo incontro.
Notiamo anzitutto come all’incontro con Gesù, quell’uomo è condotto a partire da una ricerca personale, una ricerca sincera e motivata: «gli corse incontro…e gli domandò: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità al vita eterna?”» (Mc 10,17).
La risposta di Gesù rimanda il ricco semplicemente alla parola di Dio, alla via dei comandamenti (e in particolare quelli che evidenziano le relazioni con il prossimo).
Ed è appunto il cammino a cui quest’uomo ha cercato di essere fedele «fin dalla giovinezza» (10,20).
Ma attraverso la risposta di Gesù, la ricerca di quest’uomo deve aprirsi a un salto di qualità, a un incontro.
Si è rivolto a Gesù, l’ha chiamato ‘Maestro buono’ e ora deve prendere coscienza di ciò che cerca veramente e chi è colui al quale ha rivolto la sua domanda: «perché mi chiami buono?» (10,18).
Per avere «in eredità la vita eterna» (10,17, questo è ciò che aveva chiesto l’uomo ricco a Gesù), è necessario compiere una scelta.
E la scelta per quell’uomo è essere discepolo del ‘Maestro buono’, seguire colui che è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6).
«Una cosa sola ti manca…» (10,21): a quell’uomo non basta essere un giusto (osservare i comandamenti) per avere la vita; deve diventare un discepolo di colui che dona la vita.
Questa è la radicalità della chiamata che Gesù rivolge a quel ricco.
E la radicalità dell’appello è caratterizzata anzitutto dallo sguardo che Gesù rivolge a quell’uomo: «Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò…» (10,21).
Prima di chiamare alla sequela, Gesù ama colui che invita ad essere suo discepolo.
E per quell’uomo, desideroso di fare qualcosa per possedere la vita, anzitutto è richiesto di accogliere un amore gratuito.
Sta qui la radicalità: nella sequela non si è protagonisti, ma si accoglie la gratuità di un dono, l’amore di Cristo.
Ma la scelta di seguire Gesù è radicale anche perché richiede un abbandono di ciò che fino a quel momento ha catturato la vita di quell’uomo, le ricchezze: «Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!» (10,21).
Per seguire Gesù è ri-chiesta una libertà da ciò che ostacola questo cammino; è necessario fare un vuoto, ma che deve esser però riempito da un tesoro vero, l’amore di Cristo e l’amore per Cristo.
A questo punto per quell’uomo si pone il discernimento: che cosa è più importante? Che cosa o chi preferire? E la risposta data dall’uomo ricco è purtroppo un fallimento.
L’incontro si conclude con una scelta mancata, una ricerca e un desiderio di vita frustrati.
Dalla gioia iniziale che aveva portato quell’uomo a correre incontro a Gesù, alla tristezza finale di un cuore incapace di scegliere tra la Vita e le cose che compongono la vita, ma che di fatto non la contengono.
E Marco sembra insistere su questa tristezza: «A queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato…» (10,22).
È la tristezza di un cuore che non riesce a liberarsi e che la parola di Gesù ha fatto emergere (cfr.
Eb 4,12-13); è la tristezza di una ricerca fallita.
«Se ne andò»: è proprio il contrario della sequela.
Ma lo sguardo e la parola che Gesù rivolge ai discepoli sconcertati da ciò che avevano visto, è come un’ultima apertura per comprendere cosa significa seguire Gesù.
In fondo, ricorda Gesù ai discepoli, un ricco non può entrare nel regno di Dio: «Quanto è difficile entrare nel regno di Dio!» (10,24).
E subito aggiunge: è «impossibile agli uomini» (10,27).
Nella prospettiva umana, seguire Gesù, accettare le condizioni di questa sequela, lasciare ciò che ostacola la sequela, è assurdo e impossibile (l’immagine della cruna dell’ago e del cammello).
A meno che l’uomo si affidi radicalmente alla potenza dell’amore di Dio, si af-fidi, in qualche modo, allo sguardo di amore di Gesù.
Allora essere discepolo è possibile per ogni uomo, anche per un ricco (come è capitato a Zaccheo: cfr.
Lc 19,1-10), perché «tut-to è possibile a Dio» (10,27).
Diventare discepoli o entrare nel Regno, non è frutto dell’abilità e degli sforzi umani: è un dono della potenza salvifica di Dio.
A Lui è necessario affidarsi ed accogliere quella parola e quello sguardo di amore (cfr.
10,21) che rendono libero l’uomo e lo cambiano.
Ti mancava una cosa sola Non sappiamo il tuo nome, ma meglio così, sei tutti noi.
Eri ancor giovane, dice qual-cuno, ma avevi già un passato da raccontare e una posizione ce l’avevi, economica e non solo.
Eri anche una persona perbene, un bravo ragazzo, come si dice.
Vorremmo tornare a quel tuo incontro straordinario con Gesù, il giorno che passò dal tuo paese.
Chissà anche tu quante volte ci sarai ritornato su, col pensiero, nella tua vita di poi, nelle notti insonni o nelle pause del giorno.
Dovevi esserne rimasto affascinato.
Dovevi aver detto anche tu: “Nessuno parla come costui!”.
Quel giorno, mentre stava andandosene, non hai voluto perdere l’occasione di incontrarlo.
Ti sei slanciato verso di lui senza ch’egli ti cercasse (o non era forse lui quella nostalgia d’infinito che già bruciava in te?), gli sei caduto alle ginocchia, come i tuoi servi davanti a te, gli ha posto la domanda cui solo lui, ne eri certo, poteva rispondere: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”.
Forse ne avevi sentito parlare da lui, fatto sta che tu ci credevi, che la tua storia non sarebbe finita su questa terra.
Il Maestro t’aveva rimesso, al di là di ogni infatuazione, davanti all’Unico buono.
Lui dunque da amare anzitutto.
E t’aveva snocciolato i comandamenti delle relazioni umane secondo Dio.
Non era facile per te esservi fedele, ma ce l’avevi fatta.
Non avevi ammazza-to nessuno, lasciavi ad ognuno la sua donna e i suoi beni, e mai nessuno avevi danneggia-to con la menzogna e l’inganno.
Tuo padre e tua madre li avevi rispettati, ci mancherebbe altro.
Con che gioia hai detto a Gesù: “Ho sempre obbedito a questi comandamenti”.
Gesù non ti ha guardato, semplicemente, come si guarda uno che parla; ti fissò, dice Marco, che, benché di poche parole, precisa: ti amò.
Era come se volesse per primo offrirti quel più d’amore che stava per chiederti.
“Una sola cosa ti manca: va’ vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”.
Non avresti mai pensato che ti chiedesse tanto.
Forse un’elemosina più consistente, pensavi, una preghiera più lunga, una penitenza.
Ti è mancato il fiato.
In un istante hai ri-visto tutto quello che avevi e quello che speravi di avere.
Il frutto delle fatiche dei tuoi pa-dri e tue a chi non ne aveva diritto? e poi… seguire Gesù: dove? con che prospettive? Inutile chiederti com’è stato che hai scelto liberamente eppure sei rimasto triste.
La co-nosciamo questa tristezza, questa falsa libertà.
Il dramma di non volare alto per godere a bassa quota eppure rimanere infelici.
L’impotenza di vedere il bene, di volerlo anche, sen-za riuscire a sceglierlo.
Eccome, se ti capiamo.
Vorremmo però capire che cosa non ha funzionato nella tua storia, cioè nella nostra.
Anche Simone e Andrea non avevano ancora capito niente di Gesù, anzi, non gli avevano neppure fatto la tua bella domanda, e forse non erano neppure osservanti come te.
Eppu-re, subito, l’hanno seguito.
Perché loro sì e tu no? “Perché aveva molti beni”, sembra aiutarci Marco.
Il mistero della ricchezza! S’attacca al cuore, alla mente, alla volontà come una zavorra.
Uno apre le ali e non sa più volare.
Uno prova ad amare e non dà che qualche battito.
Uno prova a camminare, ma non ce la fa a trascinare tutto.
Ad ascoltare, ma le orecchie sono tappate.
A vedere, ma è come se non vedesse.
Esigenze, esigenze, esigenze.
Guai se manca una cosa, guai se non c’è l’altra.
A differenza di te che almeno te ne sei andato triste e hai misurato l’enorme nostalgia che, chissà, forse un giorno avrebbe potuto spingerti a tornare, noi invece crediamo che si può mettere insieme l’avere molto e la vita eterna, l’accumulo dei beni e la fede in Gesù Cristo.
Credici, amico lontano, siamo ben più disgraziati noi.
Fa’ una cosa, regalaci un po’ della tua tristezza, anzi tutta.
La conoscenza di sé e conoscenza di Dio La tradizione islamica ha conservato un hadît secondo il quale chi conosce se stesso co-nosce il suo Signore.
Un passo neotestamentario è significativo di questa ricerca concomi-tante di sé e di Dio.
In Mc 10,17-22, «un tale», un personaggio anonimo, dunque in cerca della propria identità, corre da Gesù e si getta ai suoi piedi interrogandolo su come ottenere la vita eterna (v.
17).
In questa persona (che non è «un giovane» come in Mt 19,20 e neppure «un capo» come in Lc 18,18, ma appunto solo «un tale») si coniugano dunque ricerca di Dio e ricerca di identità personale.
E questa ricerca si esprime in una domanda: «Che cosa devo fare?» (v.
17).
La risposta di Gesù non è estrinseca, non è rivolta verso l’esterno, non è sbilanciata sul piano del «fare», ma propone un itinerario interiore.
Gesù pone una contro-domanda che conduce il suo interlocutore a interrogarsi sul movente profondo, sul perché di quella ricerca.
Gesù lo fa andare al fondo di se stesso.
L’itinerario che Gesù propone comprende infatti, anzitutto, la conoscenza di sé, l’ordinamento delle relazioni umane con gli altri, con le realtà esterne, con la propria storia famigliare (i comandi etici del decalogo ricordati nel v.
19).
Quindi, la rivelazione della povertà profonda, della mancanza che abita il suo interlocutore («una cosa ti manca»: v.
21), non dopo però avergli apprestato lo spazio di amore al cui interno accogliere tale rivelazione e superarla grazie alla relazione con Gesù stesso (v.
21: «Gesù fissatelo lo amò e gli disse: “…
vieni e seguimi”»).
Conoscenza di Dio e conoscenza di sé, dice questo testo, passano attraverso l’adesione alla persona di Gesù Cristo.
L’anonimo interlocutore di Gesù però rifiuta il rischio del farsi amare e di ricevere la propria identità nella relazione con un altro, e così resta senza nome, senza volto, definito solamente da ciò che ha, da ciò che possiede: «Se ne andò afflitto perché aveva molti beni» (v.
22).
(Luciano MANICARDI, La vita interiore oggi.
Emergenza di un tema e sue ambiguità, Ma-gnano, Qiqajon, 1999, 12-13).
Quello che non abbiamo cercato “Michail […] non si vantò mai delle grandi ricchezze che aveva accumulato.
Diceva che nessuno merita di possedere un centesimo in più di quanto è disposto a cedere a chi ne ha più bisogno di lui.
La notte in cui conobbi Michail mi disse che, per qualche motivo, la vita è solita offrirci quello che non abbiamo cercato.
A lui aveva concesso ricchezza, fama e potere, mentre desiderava soltanto la pace dello spirito e di poter tacitare le ombre che gli tormentavano il cuore…”.
(Carlo Ruiz ZAFÓN, Marina, Mondadori, 2009, 248-249).
Incontrare Cristo «Incontrare Cristo significa mettervi sulla strada dell’esperienza dell’amore, della gioia, della bellezza, della verità.
Decidere di non custodire e di non approfondire il segreto dell’incontro con lui equivarrebbe a condannarsi a una vita senza senso e senza amore.
Vorrei soprattutto dirvi, non abbiate paura, non abbiate timore di aprirvi a Cristo, di entrare nel suo mistero».
(Card.
C.M.
Martini).
«Non potete servire a Dio e a mammona» Pensiamo all’episodio emblematico del giovane ricco che non riesce a staccarsi dal fasto del suo palazzo per seguire Cristo (Matteo 19,16-26).
La frase paradossale che suggella quell’evento è netta: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli».
Luca, che è l’evangelista dei poveri, offre un intero brano centrato sulla ricchezza «disonesta e iniqua» ( 16,1 -13).
In esso ricorre al termine mammona per definire quei tesori materiali che occupano cuore e vita dell’uomo.
Si tratta di un vocabolo aramaico che indica i beni concreti, ma che contiene al suo interno la stessa radice verbale della parola amen, che denota la fede.
La ricchezza diventa, quindi, un idolo che si oppone al Dio vivente e la scelta del discepolo dev’essere netta: «Non potete servire a Dio e a mammona».
Eppure questo non significa un masochismo pauperista.
Gesù si preoccupa dei miseri e invita a sostenerli coi propri mezzi come fa il Buon Samaritano nella celebre parabola.
La ricchezza può diventare una via di salvezza se è investita per i poveri: «Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma» (Lc 12,33).
(Gianfranco Ravasi, La “ricchezza” in «Famiglia cristiana» (2006) 40,131).
Quali sono i criteri per un giusto rapporto con il denaro? Il denaro serve in primo luogo a sostenere le spese necessarie per mantenersi.
Infatti, serve ad assicurarsi il sostentamento anche per il futuro.
È quindi sensato mettere da parte dei soldi e investirli bene, in modo da poter vivere nella vecchiaia senza paura della povertà e della miseria.
Ma nei confronti del denaro dobbiamo sempre essere consapevoli che è a servizio degli uomini e non viceversa.
Il denaro può dispiegare anche una dinamica propria.
Ci sono persone che non ne han-no mai abbastanza.
Vogliono averne sempre di più.
Ed eccedono nel preoccuparsi per la vecchiaia.
In ultima analisi diventano dipendenti dal denaro.
Nel rapporto con il denaro dobbiamo rimanere liberi interiormente e non lasciarci definire sulla base del denaro e nemmeno lasciarci dominare da esso.
Se giustamente si dice che il denaro è al servizio dell’uomo, allora non dovrebbe essere solo al mio servizio, ma anche a quello degli altri.
Con il mio denaro ho sempre una responsabilità nei confronti degli altri.
Le donazioni a favore di una causa buona sono solo una possibilità di concretizzare questa responsabilità.
Da dirigente d’azienda posso creare posti di lavoro sicuri mediante investimenti e, in questo modo, essere al servizio degli altri.
O sostengo progetti che aiutano a vivere in modo più umano.
Importante è l’aspetto del servizio agli altri e della solidarietà: soprattutto l’evangelista Luca ci ammonisce a tenere un atteggiamento di condivisione reciproca.
Ci sono risposte diverse relative al modo di investire bene denaro per il futuro.
Non da ultimo la decisione dipende dalla psiche del singolo.
Uno accetta più rischi, l’altro me-no, perché preferisce dormire sonni tranquilli.
Ma anche qui si tratta di utilizzare i soldi in modo intelligente.
Tuttavia, è necessaria sempre la giusta misura, che argina la nostra avi-dità.
E sono necessari criteri etici.
Non dovremmo depositare i soldi solo dove ottengono gli utili maggiori, ma piuttosto dove vengono tenuti in considerazione criteri etici.
Oramai molte banche offrono fondi etici, che investono solo in aziende che corrispondono alle norme della sostenibilità, del rispetto delle dignità umana e dell’ecologia.
Decisivo per il rapporto, con il denaro: non dobbiamo soccombere all’avidità.
È necessaria soprattutto la libertà interiore.
(Anselm GRÜN, Il libro delle risposte, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2008, 157-158).
Che cosa è tuo? «A chi faccio torto se mi tengo ciò che è mio?», dice l’avaro.
Dimmi: che cosa è tuo? Da dove l’hai preso per farlo entrare nella tua vita? I ricchi sono simili a uno che ha preso po-sto a teatro e vuole poi impedire l’accesso a quelli che vogliono entrare ritenendo riser-vato a sé e soltanto suo quello che è offerto a tutti.
Accaparrano i beni di tutti, se ne appropriano per il fatto di essere arrivati per primi.
Se ciascuno si prendesse ciò che è necessario per il suo bisogno e lasciasse il superfluo al bisognoso, nessuno sarebbe ricco e nessuno sareb-be bisognoso.
Non sei uscito ignudo dal seno di tua madre? E non farai ritorno nudo alla terra? Da dove ti vengono questi beni? Se dici «dal caso», sei privo di fede in Dio, non riconosci il Creatore e non hai riconoscenza per colui che te li ha donati; se invece riconosci che i tuoi beni ti vengono da Dio, spiegaci per quale motivo li hai ricevuti.
Forse l’ingiusto è Dio che ha distribuito in maniera disuguale i beni della vita? Per quale motivo tu sei ricco e l’altro invece è povero? Non è forse perché tu possa ricevere la ricompensa della tua bontà e della tua onesta amministrazione dei beni e lui invece sia onorato con i grandi premi meritati dalla sua pazienza? Ma tu, che tutto avvolgi nell’insaziabile seno della cupidigia, sottraendolo a tanti, credi di non commettere ingiustizie contro nessuno? Chi è l’avaro? Chi non si accontenta del sufficiente.
Chi è il ladro? Chi sottrae ciò che appartiene a ciascuno.
E tu non sei avaro? Non sei ladro? Ti sei appropriato di quello che hai ricevuto perché fosse distribuito.
Chi spoglia un uomo dei suoi vestiti è chiamato ladro, chi non veste l’ignudo pur po-tendolo fare, quale altro nome merita? Il pane che tieni per te è dell’affamato; dell’ignudo il mantello che conservi nell’armadio; dello scalzo i sandali che ammuffiscono in casa tua; del bisognoso il denaro che tieni nascosto sotto terra.
Così commetti ingiustizia contro al-trettante persone quante sono quelle che avresti potuto aiutare.
(BASILIO DI CESAREA, Omelia 6,7, PG 31,276B-277A).
Preghiera Sono io, Signore, Maestro buono, quel tale che tu guardi negli occhi con intensità di amore.
Sono io, lo so, quel tale che tu chiami a un distacco totale da se stesso.
È una sfida.
Ecco, anch’io ogni giorno mi trovo davanti a questo dramma: alla possibilità di rifiutare l’amore.
Se talvolta mi ritrovo stanco e solo, non è forse perché non ti so dare quanto tu mi chiedi? Se talvolta sono triste, non è forse perché tu non sei il tutto per me, non sei veramente il mio unico tesoro, il mio grande amore? Quali sono le ricchezze che mi impediscono di seguirti e di gustare con te e in te la vera sapienza che dona pace al cuore? Tu ogni giorno mi vieni incontro sulla strada per fissarmi negli occhi, per darmi un’al-tra possibilità di risponderti radicalmente e di entrare nella tua gioia.
Se a me questo passo da compiere sembra impossibile, donami l’umile certezza di credere che la tua mano sempre mi sorreggerà e mi guiderà là, oltre ogni confine, oltre ogni misura, dove tu mi attendi per donarmi null’altro che te stesso, unico sommo Bene.
 Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica   – oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006.
– COMUNITÀ MONASTICA SS.
TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade.
Tempo ordinario – Parte prima, Milano, Vita e Pensiero, 2009, pp.
60.
– COMUNITÀ DI BOSE, Eucaristia e Parola.
Testi per le celebrazioni eucaristiche.
Anno B, a cura di Enzo Bianchi, Goffredo Boselli, Lisa Cremaschi e Luciano Manicardi, Milano, Vita e Pensiero, 2008.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

Lebanon

Il regista israeliano ha  descritto con assoluta precisione l’orrore della guerra, raffigurando in modo sconvolgente la paura., facendo emergere sentimenti, angosce, amarezze, tensioni di quattro  giovani attori in uno spazio ristrettissimo, quello di un carro armato Lebanon è un’opera estremamente dolorosa, densa di una devastante inquietudine, come raramente si può vedere nel cinema contemporaneo.
Le vicende narrate da Maoz evocano palesemente le disavventure militari vissute dallo stesso regista durante la prima Guerra del Libano nel 1982.
Egli era un carrista israeliano e a 20 anni si trovò al centro di una battaglia sanguinosa durante la quale gli capitò anche di uccidere.
Questo evento ha segnato la sua vita e solo dopo due decenni dai fatti ha trovato la forza di scrivere la sceneggiatura e di girare il film.
Ma a parte le questioni contenutistiche, l’elemento che fornisce grande forza a questo lungometraggio è il concept registico/espressivo che si trova alla base della sua realizzazione.
Maoz ha infatti ricostruito in studio l’abitacolo di un carro armato.
I quattro interpreti si muovo sempre in questo spazio microscopico, buio e sporco.
Olio che cola dalle pareti, acqua per terra, sangue sulle mani e sugli strumenti, rumori fortissimi, vibrazioni terribili, fumo.
Questo luogo minuscolo comprime e fa scontrare le psicologie dei personaggi, i quali esplodono in crisi di rabbia, di pianto, di angoscia.
L’unico contatto con l’esterno è rappresentato da un “mirino” che permette di rimanere in relazione con la realtà, una realtà fatta di devastazione e morte.
Il regista si concentra soprattutto sull’uso del primo e del primissimo piano e insiste per gran parte del film nell’utilizzazione di, un occhio impazzito che scruta il mondo alla ricerca della salvezza.
L’autore elabora una struttura visiva claustrofobica, opprimente e tragicamente intollerabile.
La macchina da presa isola gli occhi spiritati dei soldati israeliani, i quali non vengono dipinti come mostri cattivi ma come ragazzi giovanissimi impauriti, gettati in maniera irresponsabile nella mischia agghiacciante della guerra.
Lebanon è allo stesso tempo un film catartico, una seduta di psicoanalisi pubblica/privata e un’opera di denuncia.
Il regista  si è liberato evidentemente dai suoi personali ed opprimenti ricordi  e ha raccontato al mondo le atrocità della guerra da un punto di vista che pochi erano stati in grado di mostrare in precedenza.
Il film non risparmia accuse al sistema militare israeliano, mostrando addirittura l’uso di armi illegali.
C’è da dire  che tra gli enti promotori del film c’è l’Israel Film Fund, cioè  l’istituzione che gestisce i soldi pubblici destinati al sostegno del cinema israeliano che non ha rifiutato i fondi  ad un’opera che non mette di certo in buona luce Israele e questo è una seria lezione di democrazia impartita a quei paesi occidentali/europei che spesso sentenziano sul conflitto israelo/palestinese senza conoscere nulla né della società israeliana né di quella palestinese.
        DOMANDE & RISPOSTE Affiancato dal produttore David Silber e dall’attore protagonista Michael Moshonov, il regista Maoz Shmulik  ha presentato alla stampa “Lebanon”, suo primo film di finzione, realizzato a nove anni dal documentario “Total eclipse”.
Questo film è nato dal suo ricordo del primo giorno di guerra in Libano?  Mi sono reso conto del fatto che, per raccontare una storia attraverso una struttura cinematografica classica, occorreva dare al pubblico una sensazione di sperimentazione, in modo che potesse capire nella maniera migliore cosa intendevo dire.
  Che fase sta attraversando oggi il cinema israeliano? Israele è un paese democratico e non crea alcun problema ai suoi cineasti.
Quindi, come un po’ in tutti i paesi, dal punto di vista finanziario è difficile fare un film, ma non dal punto di vista della censura.
  Come mai ha impiegato così tanto tempo per realizzare il film? Perché avevo bisogno di prendere le distanze dagli eventi reali, di fare il film come regista, non come qualcuno che sapeva.
  La visione dei soldati israeliani riportata dal film è quella di persone che sembrano pensare tutt’altro che alla guerra… Ho posto gli attori in un determinato stato mentale, in modo da rendere la realtà della situazione raccontata.
Gli attori si sono preparati moltissimo, in modo che formassero un insieme con i  cameraman e la  troupe.
Lei ha un ricordo spaventoso di quel conflitto, vero? Ho combattuto in quella guerra, ed ho ancora  ricordi sensoriali, come l’odore di carne bruciata dalle bombe al fosforo, e dell’anima, come quello del 6 giugno alle 6.15 del mattino, quando allora 20enne uccisi un uomo, per la prima volta nella mia vita.
 La realtà è che in ogni conflitto devi sopravvivere di fronte alla tua stessa morte: la tua anima è lacerata dal dissidio tra l’istinto di sopravvivenza e la morale.
Lei ha girato Lebanon dopo vent’anni, perché? Per  prendere la giusta distanza dagli eventi.
La sequenza delle scene, l’abbinamento tra immagini iperrealistiche e scorci surreali sono stati frutto di un processo lungo e calcolato, per portare il pubblico ad un viaggio consapevole.
Chi venderà il suo film? La francese Celluloid Dreams venderà il film sul mercato internazionale.
L’inglese Metrodome in partenariato con Rialto Distribution ha già acquisito i diritti del film per il Regno Unito, Irlanda, Australia e Nuova Zelanda ed intende distribuirlo nella primavera 2010.
E per finire, desideriamo informare che fra le molte  storie di confine che il cinema odierno ci narra, quella del film  “Le cerf-volant” (L’aquilone) della libanese Randa Chahal Sabbag, ebbe Il Leone d’argento per il Gran Premio della Giuria a Venezia 60.
  Alla regista chiedemmo: Crede nel  processo di pace in Medio Oriente? Mi spiace dirlo, ma penso che non ci sia nessun processo di pace.
Gli animi di tutti sono sempre inquinati da un modo di comportarsi ideologico che vuole la guerra, la violenza, la separazione.
Israele rifiuta  uno stato ai palestinesi e questi rispondono con i kamikaze.
Ma la cosa più preoccupante è che in questo momento tutto il mondo è posseduto da un’ideologia guerresca.
Mai parole furono più profetiche.
Trama: Prima guerra del Libano, giugno 1982.
Un carro armato e un plotone di paracadutisti vengono inviati a perlustrare una cittadina ostile bombardata dall’aviazione israeliana.
Ma i militari perdono il controllo della missione, che si trasforma in una trappola mortale.
Quando scende la notte i soldati feriti restano rinchiusi nel centro della città, senza poter comunicare con il comando centrale e circondati dalle truppe d’assalto siriane che avanzano da ogni lato.
Gli eroi del film sono una squadra di carristi – Shmulik, l’artigliere, Assi, il comandante, Herzl, l’addetto al caricamento dei fucili, e Yigal, l’autista – quattro ragazzi di vent’anni che azionano una macchina assassina.
Non sono coraggiosi eroi di guerra ansiosi di combattere e di sacrificarsi.
Il carro armato è una macchina di morte e di distruzione la cui natura corazzata protegge chi è all’interno dagli attacchi dal mondo esterno.
Questo mezzo potente è però dotato di un occhio non indifferente che scruta la realtà che lo circonda, uno sguardo che osserva, ma non a senso unico.
La guerra, con la sua crudeltà, scruta nel profondo dell’animo dei carristi, offrendo loro scenari di morte, violenza e desolazione.
Spesso le vittime del carro armato sembrano osservare direttamente i loro carnefici.
E’ un illusione naturalmente, eppure la forza di penetrazione di quello sguardo così lontano e così apparentemente innocuo ha effetti devastanti in cui si rifugia nella falsa protezione di quel ventre di metallo.
Grazie a un montaggio sonoro di rara potenza, che da allo spettatore la sensazione di trovarsi davvero nel carro armato, nell’assordante sferragliare di meccanismi, fuoco e vapore, la pellicola di Maoz diventa, nella sua claustrofobia soffocante, una sorta di esperienza totale.
Lebanon è anche un impressionante spaccato dei risvolti psicologici che caratterizzano la violenza imperante da decenni in medio oriente.
Un film duro, nelle immagini, nei dialoghi e nei suoni, tecnicamente inesorabile ed estremamente scorrevole, pur nel suo orrore.
Il film Lebanon Titolo originale:          Lebanon Nazione:Israele Anno: 2009 Genere: Drammatico Durata: 92′ Regia: Maoz Shmulik Cast:    Oshri Cohen, Zohar Shtrauss, Michael Moshonov, Itay Tiran, Yoav Donat, Reymond Amsalem, Dudu Tassa Sceneggiatura: Samuel Maoz  Fotografia: Giora Bejach  Montaggio: Arik Lahav-Leibovich  Scenografia: Ariel Roshko / Musica: Nicolas Becker Produzione: United King Films, Metro Comunications, Paralite Films, Ariel Films, Arsam International / Israele, 2009  Durata 93 minuti Data di uscita:            Venezia 2009 Lebanon, il film di Samuel Maoz ,è Leone d’Oro della 66a Mostra del Cinema di Venezia Il film di Maoz è ambientato, appunto, nella prima guerra del Libano, nel giugno 1982.
Un carro armato e un plotone di paracadutisti vengono inviati a perlustrare una cittadina ostile bombardata dall’aviazione israeliana ma i militari perdono il controllo della missione, che si trasforma in una trappola mortale.
Gli eroi sono quattro ragazzi di vent’anni ansiosi di combattere e sacrificarsi.
E’ una storia che il regista ha vissuto anche nella realtà: arruolato ventenne, Maoz fu tra i primi soldati israeliani a varcare la frontiera con il Libano nel giugno del 1982.
Coinvolto nei primi scontri, ferito superficialmente a una gamba, il futuro regista avrebbe rimosso quell’episodio fino a quando, due anni fa, non si sarebbe risolto ad affrontare di petto la sua memoria personale e quella collettiva della sua generazione.
Maoz, ritirando il premio, ha detto di voler dedicare la sua vittoria «alle migliaia di persone nel mondo che tornano dalla guerra come me sani e salvi», persone che «si sposano, hanno figli, ma dentro i ricordi rimangono stampati nel cuore».

“Don Luigi Sturzo uomo dello Spirito”

“Don Luigi Sturzo uomo dello Spirito” è il tema del convegno internazionale che si tiene dal 2 al 4 ottobre a Catania e a Caltagirone per i cinquant’anni dalla morte del sacerdote calatino fondatore del Partito popolare italiano.
Pubblichiamo ampi stralci dell’intervento del vescovo Mariano Crociata segretario generale della Conferenza episcopale italiana.  Sono stato colpito dall’opportunità che ci viene data di riflettere sulla figura di don Luigi Sturzo, sulla sua vita, il suo pensiero, le sue opere, mentre è in pieno svolgimento l’Anno sacerdotale voluto dal Santo Padre Benedetto XVI, a 150 anni dalla morte di san Giovanni Maria Vianney.
A uno sguardo non superficiale, infatti, appare un numero imprevisto di analogie tra il cammino del prete di Caltagirone e quello del curato d’Ars.
Davvero una sorpresa: l’amore indefesso per il sacerdozio, la completa dedizione all’eucarestia come sacramento vivificante, l’obbedienza alla Chiesa e ai superiori, la fortezza umana sposata a una infinita umiltà, una salute che faceva penare, il coraggio d’intraprendere cose nuove, il non fermare il proprio ministero sul sagrato dell’edificio di culto…
Ma forse stiamo parlando della verità più profonda del ministero ordinato, la stessa verità che troveremmo in ogni prete vero, che dovremmo poter trovare in ogni prete.
Una verità, quella del servizio presbiterale, che don Sturzo ha illustrato e che in parte non piccola ha contribuito con la sua vita a scoprire, o almeno a rivelare a una porzione significativa di popolo di Dio.
Ci accorgiamo di ciò facilmente se proviamo a guardare al prete con l’aiuto dei documenti del Concilio.
Fin dall’inizio della Presbyterorum Ordinis il prete è definito per il suo dedicarsi al servizio della celebrazione, all’annuncio della parola di Dio, al servizio per l’edificazione del popolo santo.
Tutto quello che sappiamo della vita di don Luigi Sturzo si snoda come una trama dal principio alla fine unificata dal costante primato accordato alla celebrazione della messa.
Egli la visse con una intensità resa possibile da un costante lavoro di distinzione del valore di questa azione sacramentale dal resto delle pratiche di devozione, che non disprezzò ma che seppe dimensionare orientando la propria vita di credente e di prete su ciò che noi oggi, grazie al Concilio, professiamo con rinnovata certezza quale fonte e culmine della vita cristiana.
Quando fu posto di fronte all’alternativa tra servizio ministeriale e altri pur meritevoli e preziosi impegni, don Luigi Sturzo fece ciò che richiedeva il restare ciò che era divenuto: un prete.
Ci insegnò una strada per far crescere la Chiesa e la fede attraverso il provvidenziale crogiolo della modernità e ci insegnò un sentiero di testimonianza della fede nella polis fino ad allora ignorato, se non ritenuto impossibile o addirittura sbagliato.
Se la nostra fede e la nostra Chiesa respirano, se sanno respirare a pieni polmoni della libertà che questi tempi ci consentono e a cui quasi ci obbligano, se la fede non è impaurita dalla coscienza, questo è ancora merito suo.
Come Rosmini, come Manzoni, come Montini, don Luigi ci ha aiutato a sondare nuove dimensioni di quella misura alta di umanità che è la santità, come spesso ci ha ricordato Giovanni Paolo II.
Ed in più, don Luigi ci ha insegnato quanto sia vero che nella Chiesa si può edificare senza primeggiare, si può fare molto con poco potere.
Di quale magistero e di quale edificante testimonianza è stato capace permanendo nel servizio, quello vero e pesante, quello spesso incompreso, non quello che si menziona solo come fosse un soprannome dato a cariche, prestigio, o visibilità! Possiamo chiederci se don Sturzo è stato un modello di prete.
È difficile dirlo.
Certo non credo sia immaginabile né tanto meno auspicabile nelle odierne circostanze un prete segretario di partito.
Ma forse questa domanda non è di particolare utilità.
Posto che fu testimone credibile, e che è ancora, e forse più di allora, testimone credibile, che importa se possa essere o meno anche un modello? Non abbiamo, forse oggi più che mai, bisogno di credenti, e di preti, che sappiano vivere la fedeltà nell’immaginazione, nella scelta, piuttosto che nella mera ripetizione? E se ci poniamo in questa prospettiva, ecco che la memoria di don Luigi si rivela feconda per la vita; ecco che l’istanza di fedeltà al vangelo e alla Chiesa, che sta di fronte a ogni battezzato e a ogni prete, si fa più bella.
Quella di don Luigi è una testimonianza feconda e di grande ammaestramento non per il grado di ripetibilità della sua esperienza, ma per l’intensità che essa raggiunse in alcune dimensioni, e che raggiunse sempre cercando nella vita soprannaturale la verità e la radice di ogni trama e di ogni istante della nostra vita terrena.
Don Luigi ci dà misure d’intensità che ci spronano e ci confortano insieme.
Pensiamo alla intensità della sua vita interiore.
Soprattutto i giovani dovrebbero essere informati sul regime, sul realismo e sulla qualità evangelica della sua vita di preghiera, per la maggior parte nascosta, non spettacolarizzata.
A noi può a volte persino spaventare la durata e la profondità dell’immergersi di don Luigi nel mistero di Dio a partire dalla parola di Dio.
Ma non solo a partire dalle Scritture.
Come potremmo infatti comprendere don Sturzo se separassimo la sua passione militante per lo studio dalla sua vita di preghiera? Forse proprio questa è una delle grandi sfide che ci troviamo dinanzi nell’atto d’accingerci ad affrontare l’emergenza educativa.
Giova alla preghiera cristiana una contrapposizione allo studio? Giova forse allo studio dei credenti una sua contrapposizione alla preghiera? Come per san Tommaso, anche per don Luigi questa contrapposizione non aveva alcuna legittimità, mentre noi, tante volte, ci ostiniamo a costruire tanto devozionalismo e anti-intellettualismo su questa nefasta e fuorviante opposizione! Pensiamo all’intensità con cui don Luigi ha saputo vivere l’obbedienza.
Quante carriere, quanta mondanità d’ogni genere don Sturzo ha saputo evitare o lasciare anche per obbedienza! Un’obbedienza non cieca, un’obbedienza non passiva, un’obbedienza forte, un’obbedienza senza adulazione o abiure.
Quanto conflitto gli ha generato dentro quella obbedienza.
Con la sua vita di libertà mai rinnegata, don Sturzo ci offre una misura d’obbedienza che ci aiuta rendendoci innanzitutto molto, molto umili.
Pensiamo ancora alla intensità con cui don Luigi ha vissuto la lotta, l’agonia del sano agonismo.
Una lotta interiore e pubblica.
Quanta poca ricerca di pace e di consenso a ogni costo nella sua vita spirituale, quale altissima e non infantile idea della comunione ecclesiale, comunione tra persone diverse e libere.
Pensiamo – ed è l’ultimo cenno, che però non posso non fare – alla intensità con cui don Luigi ha sempre cercato la via del rinnovamento, personale, ecclesiale, civile.
Pensiamo a come è riuscito a farsi aprire la mente e il cuore dagli studi romani, a come è riuscito a farsi mutare dall’esperienza pastorale e socio-politica dei primi anni dopo il ritorno in Sicilia, infine a come ha saputo farsi cambiare dall’esperienza durissima dell’esilio – come non attenerci ancora oggi saldamente alla sua dura denuncia delle tre “male bestie”: statalismo assistenzialista, cultura della spesa pubblica, partitocrazia? Forse don Luigi non sarà un modello ripetibile, ma di certo è testimone e sprone a una misura elevatissima d’intensità nella vita interiore, d’intensità nell’obbedienza ecclesiale, di intensità nel coraggio dell’agonismo, e d’intensità nel coraggio del rinnovamento.
(©L’Osservatore Romano – 4 ottobre 2009)

Uomovivo

Come il gran vento arrivò a casa Beacon  Il vento si levò alto ad occidente come un’onda d’irragionevole felicità, e si slanciò verso oriente sull’Inghilterra, portando seco il nevoso aroma delle foreste e la gelida ubbriachezza del mare.
In mille buchi e cantucci ristorò la gente come un boccale di vin fresco e la sorprese come una percossa.
Nelle stanze più riposte di case labirintiche e recondite, suscitò come un’esplosione domestica; seminò l’impiantito di fogli professorali, tanto più preziosi quanto più fuggitivi; e spense la candela al lume della quale un ragazzo leggeva l’Isola del Tesoro, avvolgendolo in un’oscurità piena di rombo.
E dappertutto suscitò drammi in esistenze senza dramma, e suonò le trombe della crisi sul mondo.
Più d’una madre meschina, in qualche povero cortile, aveva guardato cinque camicine tese ad asciugare come si guarderebbe una tragedia miseranda; quasi ella avesse impiccato i suoi piccini.
Arrivò il vento: le camicine si gonfiarono e balzarono, come se vi fossero saltati dentro cinque grassi folletti; e nella stanca subcoscienza ella ricordò confusamente le rozze commedie de’ padri, a’ tempi che gli elfi abitavano ancora le case degli uomini.
Più d’una fanciulla derelitta, in un giardino murato e umidiccio, s’era buttata sull’amaca con lo stesso gesto di non poterne più col quale avrebbe potuto buttarsi nel Tamigi; e il vento le squarciò intorno l’ondeggiante muraglia di fogliame, e sollevò l’amaca a guisa di pallone, rivelando strane forme di nuvole in alto, e lontane visioni di villaggi splendenti, quasi che ora ella viaggiasse pel cielo in una magica barca.
Più d’un impiegato o d’un curato scarpinava tutto polveroso per una strada telescopica fiancheggiata di pioppi, rassomigliandoli per la centesima volta a pennacchi d’un carro funebre: quando cotesta forza invisibile li curvò a diadema intorno alla sua testa, e li fece rombare come un saluto d’ali angeliche.
E v’era in tutto ciò qualcosa d’ancor più ispirato e imperativo che non nel vecchio vento del proverbio; perché questo era il buon vento che non fa male a nessuno.
La folata s’abbatté nel punto ove Londra si inerpica sulle alture settentrionali, di terrazza in terrazza, scoscesa come Edimburgo.
Fu press’a poco in cotesto punto che qualche poeta, probabilmente ubriaco, guardò stupefatto tutte quelle strade che salivano verso il cielo, e (pensando vagamente a’ ghiacciai e agli alpinisti legati alle corde) dette alla località quel nome di Villaggio Svizzero che non le è più riuscito di levarsi d’addosso.
A una certa altezza, una fila di case alte e grige, vuote la maggior parte e desolate come i Grampiani, piegava ad arco verso occidente; e l’ultimo edificio, una pensione chiamata “Casa Beacon”, presentava al tramonto uno spigolo tagliente e torreggiante, come la prua d’una nave abbandonata.
Ma la nave non era abbandonata del tutto.
La proprietaria della pensione, certa signora Duke, era di quelle creature imbelli contro le quali il destino s’accanisce invano; ella sorrideva vagamente, avanti e dopo le sue sciagure, troppo molle per restarne colpita.
Con l’aiuto (o piuttosto sotto gli ordini) d’una nergica nipote, tratteneva i resti d’una clientela per la maggior parte giovane e bighellona.
Appunto cinque ospiti stavano ad annoiarsi in giardino, quando la raffica venne a rompere alla base del bastione retrostante, come il mare contro una scogliera.
Tutto il giorno quella collina di case sopra Londra era rimasta sigillata dentro una cupola di fredde nubi.
Malgrado ciò, tre uomini e due ragazze avevano finito per trovar preferibile il giardino, grigio e freddo, alle stanze nere e piene di malinconia.
Il vento giunse, spaccò il cielo, scaricò a destra e a sinistra la nuvolaglia, e spalancò le grandi fornaci radiose dell’oro serotino.
E l’irrompere della luce liberata e l’irrompere del vento, parvero avvenire quasi allo stesso istante; e il vento travolse ogni cosa in una violenza convulsiva.
L’erba corta e lucente si piegò tutta per un verso, come i capelli sotto la spazzola.
storica traduzione di Emilio Cecchi.
 GILBERT KEITH CHESTERTON, Uomovivo, Morganti Editori,  2009, Codice EAN: 9788895916019, pg.
256,  € 15,00 Continua la primavera italiana di Gilbert Keith Chesterton.
Dopo la riedizione di L’uomo eterno (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2008) – era stata fuori commercio per oltre settant’anni – le doppie nuove traduzioni del San Francesco d’Assisi (Mursia e Lindau) e del San Tommaso d’Aquino (Fede&Cultura e Lindau), è tornato anche il suo capolavoro:  Uomovivo (Sona, Morganti, 2009, pagine 256, euro 15).
Era riapparso nel 1997 per Piemme nella memorabile traduzione (1933) di Emilio Cecchi.
In questa nuova versione di Paolo Morganti viene ripristinato il titolo originale Manalive, splendidamente tradotto con Le avventure di un uomo vivo.
E dire che lo stesso Chesterton dava grande importanza al soprannome del suo protagonista, tanto da precisare:  “Dovete scriverlo tutto attaccato, oppure lui si arrabbia davvero”.
Ma chi è, dunque, questo “uomovivo”? È Innocenzo Smith, vitale come una scimmia, fisico colossale e testa piccola, che compare d’improvviso in una locanda dove un pugno di giovani inquilini spreca la propria esistenza nell’indecisione.
Smith è bufera umana.
Al suo passaggio, folle e smisurato, avvengono episodi inspiegabili:  improvvise proposte di matrimonio, furti, rapimenti e pistolettate a chi non festeggia il proprio compleanno.
L’onda di avvenimenti anomali preoccupa le autorità e viene improvvisato un processo surreale per capire chi è Innocenzo Smith.
Un rivoluzionario, uno “che ha spezzato le consuetudini, ma ha conservato i comandamenti”, come vuole la difesa? Oppure – come sostiene l’accusa – uno che “ha lasciato nel mondo, dietro di sé, una lunga scia di sangue e di lacrime”, un “grande diavolo fantastico” da rinchiudere in una fortezza protetta da cannoni? Due posizioni inconciliabili, assolute.
Da teodicea.
E in effetti viene da chiedersi se Innocenzo Smith non sia in una certa misura una figura tipologica di Cristo, l’innocente che non apre bocca mentre lo processano. D’altra parte la metafora del processo metafisico – tanto cara a Dostoevskij, Kafka, Lagerkvist o Wiesel – torna spesso nella narrativa di Chesterton (L’uomo che fu giovedì, la conclusione di Il club dei mestieri stravaganti, Quattro candide canaglie, e così via).
Ma i suoi romanzi finiscono con improvvisi proscioglimenti da ogni accusa.
Allegre assoluzioni.
Chi è, allora, Innocenzo Smith? Certamente non la versione maschile di Mary Poppins in salsa dolciastra.
Perché Smith è innocente, ma non ingenuo.
Anzi, è genuino proprio perché non è ingenuo.
Cani e bimbi – invocati dal suo avvocato nel finale – sono ingenui, perché non possono scegliere il male; mentre Smith è innocente perché ha conosciuto la malattia nichilista, però ha optato coraggiosamente per un’altra strada.
Nelle pagine che raccontano la disputa dell’ancora giovane Smith con il suo professore universitario, il pessimista Emerson Eames, si percepisce un’impellenza straordinaria, palesemente autobiografica.
Perché Smith prende sul serio la filosofia del suo professore:  o, come egli sostiene, la vita è orribile nonsenso, e allora morire è un dono da regalarsi subito; oppure è la filosofia pessimistica a essere un orribile nonsenso, e allora bisogna estirparla con acribia.
Provato che, nonostante i suoi roboanti proclami, il professor Eames si aggrappa alla vita quando gli viene puntata addosso una pistola, Innocenzo si dedicherà con zelo alla seconda alternativa.
Ma le parole che suggellano la sua scelta sono, letteralmente, lapidarie:  “Io dovevo provare che lei aveva torto o dovevo morire”.
L’innocenza di Smith è stata comprata a caro prezzo.
Egli non è irragionevolmente felice perché non ha mai conosciuto la disperazione, ma ragionevolmente entusiasta perché l’ha attraversata a nuoto, guadagnandosi la gioia di vivere bracciata dopo bracciata.
“Fino a che non vediamo lo sfondo di tenebra – scriverà Chesterton in Eretici – non possiamo ammirare la luce anche di una sola cosa creata”.
Solo nel momento in cui ci si rende conto che le cose potrebbero benissimo non esserci, si smette di dare per scontata l’esistenza, nonostante la scandalosa costanza del suo ripetersi.
Il percorso di Smith altro non è che quello dello stesso Chesterton, il quale in gioventù si occupò “superficialmente d’infinite cose”; perfino di spiritismo.
Aveva mille strumenti sparsi attorno a sé, ma inutilizzati; e la sua volontà era paralizzata nello stallo di un’equidistanza intellettualista.
L’iconografia classica del melanconico.
Anche Chesterton, come Smith, affrontò un duello mortale con la disperazione, ma sconfisse la sua novecentesca “malattia dell’infinito” nel momento stesso in cui incontrò il volto dell’Infinito.
E scoprì che esso aveva una faccia umana, naso bocca e due gambe, proprio come l’amabile gente comune, creata a Sua immagine.
Chesterton riconobbe l’Innocente negli occhi dell’uomo comune e volle essere il suo difensore.
(©L’Osservatore Romano – 4 ottobre 2009)

Io sono un sogno di Dio

Don Giò e il desiderio del vero Il desiderio del vero.
Non c’è passo o azione umana che non siano dettati ultimamente da un insopprimibile desiderio di bene, di felicità, di compimento.
Eppure non è frequente oggi incontrare un giovane che viva di questo desiderio: “Voglio diventare sacerdote ed essere santo”.
Altri sono i modelli sociali di riferimento, altre le aspirazioni inculcate e che difficilmente fanno coincidere il sogno della propria realizzazione umana con l’appagamento dei desideri più profondi e veri.
O, almeno, questa è la realtà dipinta e ingigantita dai mass media.
Perché il mondo dei giovani non è poi così piatto e uniforme e, guardando bene, c’è anche chi, come Giò, è “lieto di giocarsi unicamente per il Signore”.
Giò è il nomignolo che gli amici hanno familiarmente affibbiato a Giovanni Bertocchi.
Un ragazzo come tanti, nato nel 1975 in una famiglia cattolica della provincia di Bergamo.
E che a 14 anni entra in seminario per conseguire la maturità classica e vi rimane fino all’ordinazione sacerdotale – il 3 giugno 2000 – divenendo così per tutti don Giò.
Un prete giovane, dedito al proprio ministero, plasmato dalla misericordia del Signore.
Una presenza cristiana tra le famiglie e i giovani della parrocchia.
Senza gesti eclatanti, ma nell’ordinarietà e nella semplicità del lavoro pastorale.
Fino al 30 aprile 2004, quando fatalmente cade sotto gli occhi attoniti dei suoi ragazzi, nella palestra dell’oratorio San Giovanni Bosco di Verdello, centro di settemila anime in provincia di Bergamo.
A cinque anni dalla morte e nel clima dell’Anno sacerdotale indetto da Benedetto XVI, i genitori hanno acconsentito ad aprire una finestra sul mondo interiore di questo giovanissimo sacerdote.
È nato così, grazie al lavoro di Arturo Bellini – sacerdote e giornalista bergamasco – un libro che ne raccoglie il diario spirituale (Giovanni Bertocchi, Io sono un sogno di Dio, Padova, Edizioni Messaggero Padova, 2009, pagine 240, euro 13).
Don Bellini ha conosciuto don Giò nel 1998, due anni prima dell’ordinazione sacerdotale, quando il giovane seminarista – allora ancora senza il don – per la prima volta arrivò a Verdello con i compagni di teologia per la “Missione giovani”.
E lo ricorda così: “Mi colpì per la sua sensibilità e la sua capacità di dare volto alla figura di Gesù e di parlare di Gesù”.
E quando poi, dopo l’ordinazione, don Giò fu destinato proprio all’oratorio di Verdello, “trovai un giovane presbitero preparato e intelligente, creativo e appassionato di Gesù e del Vangelo, contento di essere prete”.
Un sacerdote “attento ai segni di Dio” nella propria storia e nella vita dei ragazzi che gli erano stati affidati, “sensibile al nuovo, ma rispettoso sempre di quel che altri avevano costruito”, un “paziente e fedele lavoratore nel campo di Dio”.
Quella di don Giò è dunque la piccola grande storia di un seminarista e poi di un sacerdote che – spiega don Bellini – “non ha fatto cose straordinarie, ma ha vissuto in modo appassionato l’ordinario della sua vita, la sua relazione con Dio e la relazione con le persone affidate al suo ministero”.
Un itinerario umano fatto di tante piccole tappe, dubbi, indecisioni, entusiasmi e scoperte.
Scrive infatti sulla sua agenda Giò appena diciassettenne: “Oggi ho capito che non c’è bisogno che io faccia grandi cose.
La santità devo costruirla con l’aiuto di Dio nelle piccole cose di ogni giorno.
Le grandezze che il Signore mi darà la grazia di vivere saranno frutto dei miei piccoli passi quotidiani”.
Il diario spirituale di Giò abbraccia un periodo di quindici anni: dall’entrata in seminario nel settembre 1989 – “per me è l’inizio di una nuova bellissima esperienza” – all’improvvisa morte nella primavera del 2004.
Contiene riflessioni tracciate con grafia minuta su agende e quadernetti insieme ad appunti di scuola, disegni e note musicali, impegni da ricordare.
Linguaggio e stile sono espressione di un figlio dell’epoca moderna, di una cultura dell'”io” sempre più invadente.
E anche se non sembra esserci stata la precisa volontà di tenere un diario, di fatto egli scrive in modo rapido ed essenziale i suoi pensieri e le sue domande sulla vocazione, sulla preghiera, sul senso della vita, dell’amore e della sofferenza umana.
Senza nulla censurare.
Talvolta, di fronte alla vocazione che lo chiama a vivere nella verginità, scoprendosi a “rincorrere il proprio cuore che corre più veloce di un motore”.
Altre, denunciando il proprio disimpegno: “Non prego molto, soprattutto non mi confesso…”.
Altre, ancora, manifestando il desiderio di abbandono a Dio: “Voglio essere un libro aperto (aperto come le braccia e le mani di Cristo sulla Croce!).
Voglio migliaia di pagine bianche su cui sia Tu a scrivere il resto della mia storia”.
Don Giò non idealizza e non teorizza la figura del prete.
Sa che il “successo” del sacerdote sta nella fedeltà a ciò che è indispensabile per essere segno della misericordia di Dio.
E dono e gratuità – lo ricorda in primo luogo a se stesso – sono gli unici tratti caratteristici: “La mia scelta di vita come sacerdote implica per se stessa il dono di te all’altro.
Devi essere tutto a tutti.
Tutto per i ragazzi, per i loro bisogni.
Tutto per i genitori, con la fatica dell’educare.
Tutto per la comunità che a volte ha sete di Dio, altre no…
Tutto per i baristi dell’oratorio, per le signore delle pulizie, per i catechisti, per gli anziani, per i malati, per la scuola…”.
Una vocazione vissuta nella consapevolezza e nell’esperienza dell’abbraccio misericordioso di Dio.
Come quella volta che in seminario, confuso e in cerca di conferme, d’improvviso notò sopra la propria testa il volo di una rondine che aveva fatto il nido proprio sopra una finestra del cortile.
Per circa un quarto d’ora rimase a guardare l’andirivieni della rondine che portava il cibo ai suoi piccoli che allungavano il collo con il becco aperto e l’accoglievano con garriti di gioia.
“Uno spettacolo troppo bello per vederlo da solo e così corsi a chiamare alcuni miei compagni per guardarlo insieme.
Rimasi nel cortile con due o tre di loro per una decina di minuti, ma della rondine nessuna traccia e il nido era diventato silenzioso.
I miei compagni rientrarono a studiare e io rimasi ancora lì fuori incantato da quella visione e stranamente sereno e felice: avevo capito che il Signore aveva preparato quello spettacolo apposta per me e per nessun altro.
Anch’io dovevo preparare qualcosa per Lui.
La mia vita doveva essere il mio regalo per Lui”.
di Fabrizio Contessa GIOVANNI BERTOCCHI, Io sono un sogno di Dio, Diario spirituale 1989-2004,  Edizioni Messaggero Padova, 2009, ISBN: 978-88-250-2399-2 , pagine 240, € 13,00 Contenuto Il diario spirituale di don Giò abbraccia un periodo di 15 anni: dal tempo del seminario che culmina con l’ordinazione sacerdotale il 3 giugno 2000, alla morte nel 2004.
Nel diario c’è la «piccola» storia di un giovane che si è ritrovato a pensare di essere un sogno di Dio; vi è la traccia della sua anima che si racconta con sincerità e libertà e che lo ha portato a comunicare con giovanile entusiasmo la speranza che gli bruciava in cuore.
Destinatari Tutti, in particolare i giovani Autore Giovanni Bertocchi nasce nel 1975 e a 14 anni entra in seminario a Bergamo dove consegue il diploma di maturità classica.
Nel 2000 completa gli studi e ottiene il bacellierato in teologia; a giugno dello stesso anno viene ordinato sacerdote.
Il 30 aprile 2004, cadendo nella palestra dell’oratorio parrocchiale, muore sotto gli occhi dei suoi ragazzi.