Battesimo del Signore (Anno C).

BATTESIMO DI GESÙ   Lectio Anno c     Prima lettura: Isaia 40,1-5.9-11             «Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio.
– Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati».
Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio.
Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata.
Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato».  Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme.
Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio.
Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede.
Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri».
       v I versetti 1-11 del capitolo 40 di Isaia fungono da prologo all’intera sezione della seconda parte di Isaia formata dai capitoli 40-55.
Il brano è pervaso da una grande letizia, fondata sulla fede esaltante nel Dio guida del popolo, suo liberatore e salvatore.
«Consolate, consolate il mio popolo»: Dio comanda di consolare Israele e l’imperativo ripetuto due volte suggerisce l’idea dell’urgenza e della sovrabbondanza della consolazione.
Dio può infliggere il «doppio per tutti i suoi peccati», ma non si dimentica del suo popolo e della sua città e torna a rivolgergli parole di salvezza, che parlano al cuore.
     «Una voce grida»: la voce misteriosa del versetto 3 e le altre, che seguono, si possono considerare l’equivalente poetico della formula profetica il «Signore ha parlato».
Con maggiore efficacia il secondo Isaia al comando diretto del Signore fa seguire in forma diretta le voci, che ne ripetono il messaggio.
     I sinottici per spiegare il compito profetico di Giovanni Battista adoperano le parole di Isaia 40,3 (cf.
Mt 3,3; Mc 1,3; Lc 3,4).
Egli è una voce, che ripete il comando del Signore.
Il Signore, che aveva abbandonato insieme al popolo la sua dimora e lo aveva seguito in esilio, vi fa ora ritorno: per lui, e quindi anche per il popolo, si deve preparare una strada agevole, percorribile con facilità.
Si tratta di una strada «nel deserto», come nel deserto era stata la strada dalla schiavitù dell’Egitto alla libertà della terra promessa.
«La gloria del Signore» (Is 40,5) si rivelerà di nuovo in tutta la sua potenza, come nell’esodo dall’Egitto, momento fondante tutta la storia di Israele.
     I versetti 6-7, che sono stati tolti dalla liturgia di oggi, incentrata sulla rivelazione di Dio, propongono un intermezzo meditativo sulla distanza fra la fragilità dell’essere umano, paragonato all’erba, e la potenza divina.
Questa meditazione aiuta a capire che l’intervento di Dio nelle vicende umane e in particolare in quelle di Israele, dipende interamente dalla sua scelta misteriosa, dettata dall’amore.
     Il Signore avanza con potenza e domina col suo braccio, ma verso il suo popolo si rivela un pastore amoroso: «egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri» (Is 40,11).
     «Il suo braccio » è l’immagine che esprime il suo intervento di castigo e dominio (cf.
in Esodo l’intervento contro il faraone, ma anche il castigo dell’esilio per il popolo), ma anche di perdono e dono gratuito e sovrabbondante di salvezza.
Dobbiamo sempre tenere insieme nel leggere i profeti per non fraintenderli, i messaggi di salvezza, che dipendono sempre dalla bontà misericordiosa di Dio, da quelli di castigo, che sono volti a riportare Israele sulla via del Signore e non vogliono affatto annientarlo: «I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11,29).
  Seconda lettura: Tito 2,11-14;3,4-7             Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta sal­vezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’em­pietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo.
Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli ap­partenga, pieno di zelo per le opere buone.
Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore no­stro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua mise­ricordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spi­rito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, affinché, giustificati per la sua grazia, diventassimo, nella spe­ranza, eredi della vita eterna.
    v In un breve scritto di occasione, volto ad esortare un pastore e la sua comunità a superare i contrasti interni e a tenere una condotta moralmente irreprensibile, l’autore della lettera a Tito richiama l’insegnamento fondamentale dell’apostolo Paolo: la nostra salvezza dipende interamente da Dio, dalla sua bontà (chrestòtes, amore per gli uomini (philan-tropìa) e misericordia (eléos) (Tt 3,4.5).
     Noi non possiamo vantare nessuna pretesa nei confronti di Dio.
Noi, infatti, eravamo «insensati, disobbedienti, traviati, schiavi di ogni sorta di passioni e di piaceri, vivendo nella malvagità e nell’invidia, degno di odio e odiandoci a vicenda» (Tt 3,3).
Noi dobbiamo solo accogliere con gratitudine il dono di Dio e rispondere con una condotta che sia conforme alla chiamata di Dio e alla nuova vita che Dio ci ha donato gratuitamente.
     «È apparsa (epiphàne Tt 2,11; 3,4) la grazia di Dio» apportatrice di salvezza per tutti gli esseri umani.
Il greco anthropos comprende uomini e donne senza differenze sessuali (a differenza da aner usato solo per uomo e arsen maschio).
Si tratta di una vera e propria rivelazione, di un intervento fattivo di Dio, che, anche se apparentemente lascia tutto come prima, in realtà ha trasformato la situazione.
     L’incontro di Dio con gli uomini è un incontro potente e rinnovante.
L’autore della lettera attribuisce la stessa potenza salvifica dell’«apparizione» di Dio a Gesù Cristo «nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo».
Si rinnova in lui il miracolo più volte avvenuto nella storia dell’umanità primitiva e in particolare in quella del popolo di Israele dell’intervento salvifico di Dio.
     In questo caso, la salvezza, data in dono gratuito, è legata al battesimo «lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo».
I battezzati sono esseri nuovi, che vivono nello Spirito di Dio «effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo».
     La manifestazione della grazia di Dio, effusa per suo volere e senza meriti umani, è, però, strettamente legata all’educazione a fare opere buone.
Questo è un insegnamento tradizionale dell’ebraismo.
La Torà è la «rivelazione-dono» per eccellenza di Dio.
Non possiamo staccare la fede alle opere ammonisce la lettera di Giacomo, che accomuna Abramo che ha creduto, con Raab, la meretrice, salvata per la sua ospitalità (cf.
Ge 2,21-25).
A proposito di Abramo, il modello della fede per eccellenza, fra le diverse parole a lui rivolte da Dio leggiamo: «Io l’ho scelto, perché egli obblighi i suoi figli e la sua famiglia dopo di lui ad osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto, perché il Signore realizzi per Abramo quanto gli ha promesso» (Gen 18,19).
È Dio che ha scelto Abramo, ma tale scelta comporta una risposta pronta e lo «zelo» per i comandi del Signore.
     Il giudizio finale, secondo il Vangelo di Matteo sarà sulle opere compiute, anche senza il riconoscimento del Signore (cf.
Mt 25,31-37), mentre la conoscenza, senza le opere è motivo di condanna: «Non chiunque mi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21).
Dobbiamo tenere insieme i due poli del messaggio biblico: l’insistenza sull’iniziativa gratuita di Dio e il richiamo pressante a mettere in pratica i suoi precetti.
     Fra le tante osservazioni che si possono fare sul brano della lettera a Tito scelto per la liturgia di oggi, merita particolare attenzione l’espressione «nella speranza».
Siamo stati giustificati dalla grazia di Gesù Cristo e siamo diventati eredi della vita eterna, ma secondo la speranza.
     La salvezza rivelata da Gesù non è ancora quella definitiva, che non si può più perdere e che si manifesta in gloria e potenza per tutte le creature.
«I cieli nuovi e la terra nuova» sono ancora sperati.
Il regno del nostro Dio ci è dato nel segno della speranza: la sua manifestazione definitiva è nascosta nel mistero della benevolenza di Dio; a noi spetta il grande compito di testimoniare che il dono del regno ci è stato dato, dobbiamo rendere visibile la nostra speranza.
Dobbiamo comportarci da cittadini del regno secondo la condotta dettata dai comandamenti divini.
  Vangelo: Luca 3,15-16.21-22             In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali.
Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco».
Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».
    Esegesi      Il vangelo di Luca nei versetti 14-16 ci presenta il popolo che è in attesa del messia (l’«unto», christòs in greco).
Coloro che erano accorsi ad ascoltare la predicazione di Giovanni e a ricevere il suo battesimo di purificazione come segno dell’inizio della conversione (metanoia in greco, teshuvà in ebraico), si chiedevano se non fosse proprio lui il Messia.
     Si tratta di una piccola parte degli ebrei di allora, ma Luca parla del popolo in generale e dice «tutti» si ponevano la domanda sul messia e Giovanni risponde a «tutti».
A lui interessa il popolo nella sua dimensione collegiale: al versetto 21 sottolinea: «mentre tutto il popolo veniva battezzato».
È «tutto il popolo» che in analogia all’avvenimento del Sinai forma per così dire il luogo della rivelazione divina.
Gesù, che in Luca è il destinatario della rivelazione: «Tu sei il Figlio mio, l’amato», appare pienamente inserito nel suo popolo Israele.
Senza Israele non c’è la rivelazione del Padre di Gesù Cristo; se stacchiamo Gesù dal suo popolo, suggerisce l’evangelista, non comprendiamo nulla di Lui, perché il Dio, che al battesimo lo consacra «l’amato» con l’investitura dello Spirito Santo, è lo stesso Dio della rivelazione del Sinai a «tutto il popolo», col quale ha stipulato l’alleanza (cf.
Es 24,3; 34,10).
     Giovanni si premura di togliere ogni dubbio sulla sua identità e per chiarire la distanza fra sé e il Messia usa il detto popolare, assai efficace, che egli non è degno neppure di «slegare i lacci dei sandali».
Un’altra caratteristica rilevante del Vangelo di Luca, rispetto al rac-conto analogo degli altri due sinottici, è il legame fatto fra la rivelazione divina e la preghiera di Gesù.
     «Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì…» (Lc 3,21-22).
Il Vangelo di Luca mette spesso in rilievo la preghiera di Gesù: «Ma Gesù si ritirava in luoghi deserti e pregava» (Lc 5,16; cf.
Mc 1,35; Lc 6,12; 9,18; 11,2); «in preda all’angoscia Gesù pregava più intensamente» (Lc 22,44); egli si affida al padre appena prima di esalare l’ultimo respiro (Lc 23,46).
     Prima della trasfigurazione, narrazione che si accosta a quella del battesimo, «Gesù salì sul monte a pregare.
E mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto…» (Lc 9,29).
     La preghiera crea la situazione adatta alla rivelazione e nello stesso tempo ci presenta Gesù nella sua piena umanità, bisognoso di affidarsi al padre per comprendere quale sia la sua missione e per portarla a compimento con coraggio.
     Il battesimo è il momento della consacrazione di Gesù, attraverso la quale egli diviene Cristo, cioè unto, messia: «Dio unse (chriò) in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth, il quale passò benedicendo e risanando tutti coloro che erano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui» (At 10,38).
Questa consacrazione si presenta come una nuova nascita, resa possibile dalla discesa dello Spirito e dalla manifestazione della paternità divina.
Gesù stesso sperimenta una nuova nascita dall’alto per opera dell’acqua e dello Spirito, secondo le parole del vangelo di Giovanni (cf.
Gv 3,3-6).
Egli inizia al Giordano la strada che indicherà a tutti i discepoli, chiamati ad essere figli di Dio attraverso il dono dello Spirito Santo.
     Meditazione      Il racconto di Luca si apre oggi con l’immagine di un popolo ‘in attesa’ (cfr.
Lc 3,15).
Sembra essere stata questa la missione fondamentale del Battista: suscitare un’attesa e nello stesso tempo distoglierla dalla propria persona per orientarla verso il ‘più forte’ che deve venire (cfr.
v.
16).
È l’attesa che si compiano le promesse dei profeti, quelle che ci vengono ad esempio ricordate da Isaia nella prima lettura: che Dio consoli il suo popolo e che ogni uomo possa vedere il rivelarsi della sua gloria.
Solo chi attende può giungere ad ascoltare la voce che annuncia: «Ecco il vostro Dio!» (cfr.
Is 40,9).
     Nello stesso tempo questa attesa deve rimanere disponibile a lasciarsi purificare e convenire dalla parola del Signore.
Dio infatti compie le sue promesse e colma le nostre attese in modo sempre sorprendente, a volte persino sconcertante.
Giovanni aveva annunziato il venire di uno più forte di lui, che avrebbe battezzato non semplicemente con acqua, ma in Spirito Santo e fuoco.
Eppure, la prima immagine che l’evangelista ci offre di Gesù, dopo il vangelo dell’infanzia, ce lo mostra nel momento in cui ha ricevuto, come tutti gli altri, il battesimo d’acqua da Giovanni.
Il più forte è in mezzo al suo popolo, confuso tra i peccatori, insieme ai quali si è sottoposto al medesimo rito di penitenza e di purificazione.
Chi può battezzare in Spirito Santo e fuoco non si sottrae al battesimo d’acqua di Giovanni.
Ma è proprio mentre è in mezzo al suo popolo, disposto a scendere radicalmente nella fraternità dei peccatori, che Gesù vede il cielo aprirsi, accoglie lo Spirito che scende su di lui, ascolta la voce del Padre che lo conferma nella sua singolare identità:  «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento» (v.
22).
     Tutto in questa scena è in discesa.
Gesù discende dal nord della Galilea verso il sud, dove Giovanni battezza.
Discende nella depressione del Giordano, che scorre circa 400 metri sotto il livello del mare, probabilmente il punto più basso della terra che un uomo possa raggiungere camminando sulle sue gambe.
Una volta giunto al Giordano discende nelle sue acque e soprattutto si immerge nella fraternità dei peccatori.
Ed è in questo cammino di umiltà e di discesa che può vedere il cielo aprirsi e ascoltare la voce del Padre.
Nella scena seguente, che racconta la prova nel deserto, il diavolo farà compiere a Gesù il cammino opposto: dapprima lo condurrà «in alto» (cfr.
Lc 4,5), poi a Gerusalemme lo porrà «sul punto più alto del tempio» (cfr.
Lc 4,9), ma in questa altezza, anziché ascoltare la voce di Dio, si rischia di ascoltare soltanto le suggestioni di Satana.
Per ascoltare la voce di Dio occorre invece percorrere un cammino di discesa, nell’umiltà e nell’obbedienza.
Più volte Gesù ripeterà nei vangeli che chi si umilia sarà esaltato, e chi si innalza sarà umiliato.
Sarebbe riduttivo intendere queste espressioni solamente a un livello morale, o peggio moralistico.
Evocano piuttosto l’autenticità dell’esperienza di Dio, che è sempre un’esperienza pasquale.
Quando raggiungi il punto più basso del tuo cammino esistenziale, quando sei gettato a terra o dal tuo stesso peccato, o dalla violenza che puoi subire da altri, allora incontri lì il Dio della Pasqua che ti rialza e ti dona una vita nuova.
Sarà questa l’esperienza pasquale di Gesù: gettato nella polvere della terra e della morte, disceso nell’oscurità del sepolcro, accoglierà la potenza dell’amore del Padre che lo farà risorgere, innalzandolo nel più alto dei cieli.
Nel suo battesimo Gesù anticipa quella che sarà la sua Pasqua.
Immergendosi nella fraternità dei peccatori, scendendo con loro, lui l’unico giusto, nell’esperienza del peccato e dell’umiliazione in cui il peccato ci getta, ascolterà il Padre che gli dice: «Tu sei il mo Figlio, l’amato».
In questo modo Gesù capovolge la logica perversa di Caino, il figlio primogenito che vuole rimanere solo, e per questo elimina Abele.
Al contrario Gesù è il figlio Unigenito che non vuole rimanere solo, ma ci vuole in lui tutti fratelli e figli dello stesso Padre, e per questo dona la sua stessa vita fino alla Croce, nell’attesa di riceverla rigenerata dall’amore di Dio.
     Il cammino pasquale di Gesù è già tutto incluso nelle parole che ascolta presso il Giordano, molto essenziali ma incredibilmente ricche di contenuto.
Almeno tre testi del Primo Testamento vi risuonano.
«Tu sei mio figlio» evoca il Salmo 2: «Egli mi ha detto: “Tu sei mio figlio”» (v.
7).
«L’amato» riprende, nel testo greco, lo stesso termine che nel Primo Testamento risuona solo in Genesi 22 a proposito di Isacco, che viene definito il figlio ‘amato’ di Abramo (cfr.
Gen 22,2).
«In te ho posto il mio compiacimento» cita le espressioni iniziali del primo canto del servo sofferente del Signore che leggiamo in Isaia 42: «Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio.
Ho posto il mio spirito su di lui» (v.
1).
Tutta l’identità di Gesù è qui delineata, l’intero suo cammino storico e pasquale già trat-teggiato.
Gesù è il Figlio unigenito che dovrà vivere la sua identità filiale facendosi servo nella forma di Isacco.
Lui è il vero Isacco di Dio, il figlio che non viene chiesto ad Abramo, ma che Dio stesso offre per la salvezza di tutti.
È lui il vero capretto donato da Dio, l’Agnello di Dio offerto in sacrificio perché ogni uomo possa vedere la salvezza del Signore.
     «Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco», promette Giovanni.
Ci farà condividere, cioè, la sua stessa esperienza pasquale, rendendoci partecipi della sua morte per condividere con noi la potenza della sua risurrezione e la novità della sua vita.
«L’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo», come Paolo definisce il battesimo nella lettera a Tito (3,5), ci consente di ascoltare insieme a Gesù le parole del Padre come rivolte personalmente a ciascuno di noi.
Anche a noi Dio dona il suo Spirito, che è lo Spirito del Figlio, e ci conferma il suo amore di predilezione e il suo compiacimento.
La condizione per ascoltare questa parola di Dio rimane anche per noi la disponibilità a vivere, come Gesù, un cammino di discesa, di umiltà, di obbedienza.
Solo così la nostra attesa sarà colmata, e potremo riconoscere, come sempre Paolo scrive a Tito, che «egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia» (3,5).
  Preghiere e Racconti   Battesimo di Cristo come metafora «Un tentativo di rendermi conto dell’amore di Dio è stato per me la meditazione sul battesimo di Gesù (Lc 3,21s.).
Gesù si cala nel Giordano, nell’acqua che è carica della colpa dei molti che si sono fatti battezzare nel fiume da Giovanni.
Mentre entra in acqua, il cielo si apre sopra di lui.
E Dio gli dice: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto».
Nella meditazione ho sperimentato la realtà di questo amore quando ho sovrapposto consapevolmente la frase «Tu se il mio figlio prediletto» alla paura, all’oscurità, al fallimento, alla mediocrità, alla menzogna esistenziale in me.
Ho tentato di calarmi nell’acqua del mio inconscio, nel regno delle tenebre in cui ho rimosso tutto quanto fugge alla luce del sole, ciò che non mi va di guardare alla luce del giorno.
Per me è una bella immagine del battesimo di Gesù il fatto che il cielo sopra di lui si sia aperto proprio quando egli si è calato nelle profondità del Giordano.
Il cielo vuole aprirsi anche sugli abissi della mia anima.
Ma devo avere il coraggio di calarmi in tali abissi, per percepire là in fondo, con un suono nuovo, le parole: «Tu sei il mio figlio prediletto»; «Tu sei la mia figlia prediletta».
Solo quando ho sovrapposto alla mia esistenza concreta la frase secondo cui sono il figlio prediletto, essa mi ha toccato nell’intimo, donandomi la pace interiore.
Ogni parlare che si fa dell’amore di Dio ci lascia indifferenti se non giunge alle esperienze della nostra vita quotidiana.
Gesù si cala nei flutti della colpa, nell’inconscio, nella pulsionalità, negli elementi della terra, come lo rappresentano sempre le icone.
Calandosi in essi, prega tanto intensamente che il cielo si apre sopra di lui, che quanto è essenziale prorompe e la luce di Dio risplende sopra di lui.
È un profondo desiderio anche mio quello di saper pregare in modo tale che il cielo si apra sopra di me, che l’amore di Dio rifulga nelle profondo del mio inconscio, negli abissi della mia colpa.
E anelo a saper pregare anche per gli altri, in modo tale che il cielo si apra sopra di loro.
Pregare significa aprire il cielo sopra le persone, in modo che sia loro consentito di sentire il rapporto con Dio come la loro unica salvezza.
Gesù sente dal cielo aperto la voce di Dio che è rivolta a lui: «Tu sei il figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (Mc 1,11).
Questo è anche il mio anelito più profondo, l’essere il figlio prediletto di Dio, non essere rispettato, ammirato e amato solo dagli esseri umani, bensì da Dio, la causa prima di ogni esistenza, il creatore del mondo».
(A.
GRÜN, Apri il tuo cuore all’amore, Queriniana, Brescia, 2005, 20-23).
La parola è “Amato” […] Come cristiano, ho scoperto per la prima volta questa parola nella storia del battesimo di Gesù di Nazareth.
«Non appena Gesù uscì dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba.
E sentì una voce dal cielo: “Tu sei mio Figlio, l’Amato, in te mi sono compiaciuto”».
[…] Sì, è quella voce, la voce che parla dall’alto e da dentro i nostri cuori, che sussurra dolcemente o dichiara con forza: “Tu sei il mio Amato, in te mi sono compiaciuto”.
Non è certamente facile ascoltare quella voce in un mondo pieno di altre voci che gridano: “Tu non sei buono, sei brutto; sei indegno; sei da disprezzare, non sei nessuno – e non puoi dimostrare il contrario.”.
Queste voci negative sono così forti e così insistenti che è facile credere loro.
Questa è la grande trappola.
È la trappola del rifiuto di noi stessi.
(Henri J.M.
NOUWEN, Sentirsi amati, Brescia, Queriniana, 2005, 23-24).
  La lotta spirituale come esigenza battesimale La lotta spirituale è organica alla vita cristiana tout-court: essa riguarda tutti i cristiani, non certo solo i monaci o altre “categorie” di iniziati…
La necessità di tale lotta discende dal battesimo, è inerente la vita cristiana in quanto tale, e questo secondo tutto il NT e la tradizione cristiana.
Il NT definisce «bella» questa lotta (1 Timoteo 1,18; 6,12; 2 Timoteo 4,7), cioè positiva, di altro ordine rispetto alle guerre e contese mondane, ma altrettanto dura ed esigente.
È la «lotta della fede» (1 Timoteo 6,12), insita cioè nell’adesione a Cristo e nella sua sequela, e riguarda ogni cristiano: essa infatti è connessa al battesimo, che sigilla la conversione, la rottura con il paganesimo e immette in una nuova vita.
Per Paolo, il rivestirsi di Cristo nel battesimo comporta l’impegno di rivestirsi di un abito di vita rigenerata per entrare nella gloria di Dio, e poiché ciò non è realizzabile senza una continua tensione morale che si può paragonare ad una lotta o ad un combattimento, con il battesimo il cristiano si impegna a rimanere sempre in tenuta militare, ad indossare cioè quelle che Paolo chiama «armi della giustizia» (Romani 6,13-14) e «armi della luce» (Romani 13,12).
Si tratta delle armi della fede, della preghiera, dell’ascolto della Parola di Dio, della docilità all’azione dello Spirito, che consentono al credente di veder agire in sé la forza di Dio stesso.
Come Gesù, appena battezzato, ha affrontato l’assalto di Satana e ha combattuto le tentazioni (cfr.
Matteo 4,1-11; Luca 4,1-13; Marco 1,12-13), così il cristiano dovrà attendersi, dopo il suo battesimo, una dura lotta contro l’Avversario.
Chiamato a entrare per la porta stretta (Luca 13,24), posto di fronte all’impossibilità di servire due padroni (Luca 16,13), il battezzato, cosciente dell’urgenza dell’ora escatologica instaurata dal Signore Gesù, deve attuare una scelta di campo mettendosi a servizio di Dio e non del peccato (Romani 6,12-14).
Il NT definisce il cristiano «soldato di Gesù Cristo» (2 Timoteo 2,3) e afferma che deve sforzarsi di «piacere a chi l’ha arruolato» (2 Timoteo 2,4).
Questa lotta assicura l’incessante dinamismo della vita cristiana ed è diretta contro «il peccato che ci assedia» (Ebrei 12,1), contro «il Maligno» (Efesini 6,16), contro quelle potenze indicate con nomi differenti (Efesini 6,12), ma che designano cumulativamente quelle forze negative, presenti nell’uomo e fuori di lui, che tendono a far ricadere il cristiano nella situazione pre-battesimale.
È dunque una lotta che si combatte con armi spirituali: vigilanza e perseveranza (Efesini 6,18; Ebrei 12,1), sobrietà (1 Tessalonicesi 5,6.8), temperanza (I Corinzi 9,25), rinuncia e dominio di sé (1 Corinzi 9,27), capacità di soffrire per il Signore (Filippesi 1,29-30; Ebrei 10,32-33), pazienza ed esercizio alla pietà (1 Timoteo 4,8), e soprattutto preghiera (Efesini 6,18-20; cfr.
Sapienza 18,21).
Il messaggio neotestamentario è dunque esplicito sul carattere battesimale di questa lotta: vi è un rigoroso aut-aut che accompagna il cristiano nella sua vita e che gli contesta qualsiasi compromesso con la mondanità e con il peccato.
È la vita cristiana stessa che è una battaglia, una lotta: essa esige lotta contro le tentazioni, ascesi della mente e del corpo per acquisire il necessario dominio di sé, la vigilanza costante sulle relazioni con sé e con gli altri, la disciplina del tempo e degli impegni, la purificazione delle relazioni.
Contro che cosa si combatte? Possiamo riprendere le parole di Ilario di Poitiers che, scritte nel corso di quel IV secolo che ha visto il progressivo passaggio del cristianesimo dalla condizione di religione dei martiri a religione ufficiale, di Stato, si adattano molto bene alla nostra attualità: «Combattiamo contro un persecutore insidioso, un nemico che lusinga…
Non ferisce la schiena con la frusta, ma carezza il ventre; non confisca i beni, dandoci così la vita, ma arricchisce, e così ci da la morte; non ci spinge verso la vera libertà imprigionandoci, ma verso la schiavitù onorandoci con il potere nel suo palazzo; non colpisce i fianchi, ma prende possesso del cuore; non taglia la testa con la spada, ma uccide l’anima con l’oro e il denaro» (Ilario di Poitiers , Liber contra Constantium, 5).
(Luciano MANICARDI, La lotta spirituale, in CENTRO REGIONALE VOCAZIONI /PIEMONTE-VALLE D’AOSTA, Corso di avvio all’accompagnamento spirituale.
Atti, a cura di Gian Paolo Cassano, Casale Monferrato, Portalupi, 2007, 139-140.
Il battesimo di Gesù I nuovi tempi sono già iniziati, i tempi nuovi che il mondo attendeva fin dall’origine, gli ultimi tempi: e fu la voce dal cielo a bandirli.
  «Questi è il mio Figlio, l’amato da sempre, nel quale ho posto la mia compiacenza»: così è spuntata l’aurora del mondo e fu l’inizio di nuova creazione.
  Ma tu sei venuto a battezzarci in Spirito santo e fuoco: non vale l’acqua soltanto ma l’acqua e il sangue che sgorga dal tuo costato, Signore: così sia il nostro battesimo affinché i cieli si aprano anche su di noi.
Amen.
  E cielo e fiume insieme si aprirono: è il nuovo esodo e il patto per sempre! Come colomba lo Spirito scese e fu la quiete seguita al silenzio.
  David Maria Turoldo          Preghiera Ancora e sempre sul monte di luce                                    Cristo ci guidi perché comprendiamo                                 il suo mistero di Dio e di uomo, umanità che si apre al divino.
  Ora sappiamo che è il figlio diletto in cui Dio Padre si è compiaciuto; ancor risuona la voce: «Ascoltatelo», perché egli solo ha parole di vita.
  In lui soltanto l’umana natura trasfigurata è in presenza divina, in lui già ora son giunti a pienezza giorni e millenni, e legge e profeti.
  Andiamo dunque al monte di luce, liberi andiamo da ogni possesso; solo dal monte possiamo diffondere luce e speranza per ogni fratello.
  Al Padre, al Figlio, allo Spirito santo gloria cantiamo esultanti per sempre: cantiamo lode perché questo è il tempo in cui fiorisce la luce del mondo.
(D.
M.
Turoldo)   * Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 1997-1998; 2002-2003; 2005-2006.
– COMUNITÀ MONASTICA SS.
TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade.
Tempo D’Avvento e Natale, Milano, Vita e Pensiero, 2009, pp.
68.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
– Don Tonino Bello, Avvento e Natale.
Oltre il futuro, Padova, Messaggero, 2007.
– Carlo Maria MARTINI – Pietro MESSA, L’infinito in una culla.
San Francesco e la gioia del Natale, Assisi, Porziuncola, 2009, 7-13).
 

1º GENNAIO 2010: MARIA SS. MADRE DI DIO.

SANTA  MADRE DI DIO   Lectio Anno c     Prima lettura: Numeri 6,22-27        Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla ad Aronne e ai suoi figli dicendo: “Così benedirete gli Israeliti: direte loro: Ti benedica il Signore e ti custodisca.
     Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia.
Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”.
Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò».
       v La formula di benedizione che i sacerdoti devono ripetere è composta da tre stichi ciascuno dei quali comprende due emistichi.
Nella prima parte di ogni verso è ripetuto il nome ineffabile JHWH, che dà solennità al contesto e nello stesso tempo sottolinea che proprio da Dio viene ogni benedizione.
Secondo una tradizione ebraica tutte le volte che nella Bibbia compare questo nome si intende sottolineare l’attributo della misericordia di Dio (cf.
Es 34,5-6).
Nella benedizione la misericordia e la condiscendenza del Signore sono sperimentate in modo eminente.
La benedizione del Signore è un atto della sua grazia misericordiosa, del suo beneplacito.
     Il Signore ha l’iniziativa e «custodisce» il popolo che si è scelto, ma l’avverarsi concreto della benedizione è anche legato strettamente alla risposta degli uomini e delle donne di Israele, che hanno accettato il patto e si sono impegnati a metterne in pratica le norme (cf.
Deut 28,2-14).
     L’auspicio dell’azione favorevole e premurosa del Signore del v.
24 è rafforzato dalle metafore dei due versetti seguenti.
L’immagine della luce del volto come simbolo di felicità in contrapposizione al volto «oscuro», simbolo di lutto di tristezza, di sfiducia è un’immagine comune trasferita a Dio.
Spesso, soprattutto nei Salmi, si usano le immagini del «mostrare il volto» e «nascondere il volto», da parte di Dio per indicare i frutti della felicità o dell’infelicità.
     La faccia, lo sguardo di Dio rivolto in maniera favorevole è portatore di pace (shalom), vale a dire liberazione da ogni male e concordia totale fra gli uomini, le donne, le creature e l’intero creato.
     Il versetto 27 ci mostra come la triplice invocazione divina fa parte di un atto liturgico: i sacerdoti, mentre pronunziano il nome del Signore, alzano le mani verso l’assemblea con un gesto che accompagna e illustra agli occhi del popolo le parole pronunciate: «Voi mettete il mio nome sopra il popolo ed io vi benedirò».
     Il salmo 67 (66) riprende le immagini della benedizione sacerdotale e le mette in bocca ai fedeli come invocazione.
     La pietà e la benedizione del Signore, illustrate con lo splendore del volto del Signore, come nelle parole che Dio mette in bocca ai sacerdoti, sono invocate da Israele come segno per le genti (gojim).
La luce del volto del Signore si trasforma in radice di «conoscenza» per tutte le genti (cf.
Is 11,9).
Questa conoscenza è un’esperienza complessa fatta di intelligenza, di sentimento, di volontà e di azione destinata a tutta la terra; essa ha un oggetto preciso, la via di Dio cioè la sua stessa vita, i suoi progetti, il suo comportamento amoroso e benefico (Sal 77,14; 138,5; 98,2); tale infatti è l’accezione dell’ebraico derek «via» e tale è il senso suggerito dal parallelo « salvezza ».
     La via e la salvezza del Signore operanti in Israele vengono ora profeticamente annunziate al mondo intero.
Israele è perciò il testimone privilegiato e l’apostolo dell’amore divino per l’intera umanità.
Il coro universale dei popoli è invitato ad associarsi al cantico che si leva da Israele.
L’antifona del Salmo presuppone una risposta positiva delle nazioni.
Esse hanno visto la benedizione di Dio ad Israele, ed essa viene riconosciuta come opera di Dio.
Il Dio di Israele è riconosciuto Dio di tutte le nazioni, che egli governa e giudica con giustizia.
Dalla conoscenza di Dio nasce da parte dei popoli la risposta a Dio, risposta di lode, di ringraziamento, di «benedizione», tipica della tradizione di Israele.
     Alla conoscenza e alla lode subentra ora la gioia universale espressa attraverso due verbi classici della felicità quello dell’esultanza interiore (samah) e quello dell’esaltazione frenetica (ranan).
Sembra quasi di assistere all’apertura di un’era messianica (cf.
Is 9,1-2).
Egli è colui che «giudica con rettitudine»; il giudizio giusto è l’attività politica primaria del vero sovrano (Is 11,3-4).
Dio ha nelle sue mani tutta la trama della storia…
L’umanità intera in un entusiasmo universale (Sal 48,12; 97,8) e cosmico (96,11-13; 98,7-9; 99,4; 148) celebra la via storia del Signore, cioè il suo progetto giusto contro cui si accaniscono gli empi.
     L’umanità percepisce il primato trascendente di Dio.
Si potrebbe allegare a commento la mirabile dichiarazione dell’inno a Sion di Is 2,3: «Verranno molti popoli e diranno:.
venite saliamo al monte di JHWH, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri» (cf.
G.
RAVASI, Il Libro dei Salmi, vol.
II, EDB 1983, p.
355s).
  Seconda lettura: Galati 4,4-7     Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli.  E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.
    v I pochi versetti della lettera ai Galati che la liturgia ci fa leggere oggi ci aprono qualche spiraglio nella comprensione del mistero della persona di Gesù e della sua opera di salvezza.
«Quando venne la pienezza del tempo Dio mandò il suo Figlio» (Gal 4,4).
Che significa la «pienezza del tempo»? È un’immagine per esprimere il tempo in cui la storia si incontra con l’azione diretta di Dio.
Siamo di fronte al paradosso dell’incontro del tempo con l’eterno di Dio; c’è un intervento diretto di Dio nella storia, che però lascia che la storia continui ancora con il suo divenire fatto di bene e di male.
Siamo in un momento dentro e fuori del tempo stesso.
Un paradosso strettamente legato all’immanenza di Dio, che però non viene meno alla sua trascendenza, e insito nell’incarnazione del Verbo, Figlio di Dio di cui sta parlando Paolo.
     Dio ha mandato suo Figlio, che è Dio come Lui, ma è «nato da donna» è quindi creatura umana.
È «nato sotto la legge», cioè è nato ebreo, appartenente al popolo di Dio, «per riscattare quelli che erano sotto la Legge» cioè gli ebrei.
     Paolo ha smesso qui i toni polemici verso la legge, che si avverano in altre parti della lettera.
Là infatti si trattava di distogliere i cristiani da interpretazioni indebite dei precetti della legge, qui, invece, egli usa il termine «sotto la legge» come sinonimo di ebreo, la cui identità non è definibile a prescindere dal riferimento alla legge (Torah) di Dio.
Paolo si limita a rilevare dei dati di fatto, senza commentarli.
Dio ha mandato suo Figlio, lo ha fatto nascere ebreo e gli ha dato una missione nei confronti degli ebrei.
Quando si riflette sulla persona di Gesù e la sua missione non si può prescindere da questi dati.
     Il fine ultimo della missione di Gesù «perché ricevessimo l’adozione a figli» passa, per volere di Dio, attraverso il farsi uomo ebreo, per riscattare gli ebrei, da parte del Figlio.
Chi trasforma gli uomini e le donne in figli e figlie di Dio è lo Spirito del Figlio, donato dal Padre.
Si tratta di un mutamento profondo, che Paolo qui sintetizza nella capacità di rivolgersi a Dio come Padre, con completa fiducia e in piena libertà.
  Vangelo: Luca 2,16-21         In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia.
E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori.
Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.          Esegesi      Il brano che leggiamo oggi ci presenta due episodi distinti: l’incontro dei pastori col neonato Gesù (Lc 2,16-20) e la sua circoncisione (21).
Come Maria (Lc 1,39) raggiunta dall’annuncio dell’angelo, i pastori vengono «affrettandosi» (Lc 2,16; cf.
19,5-6); essi hanno intuito che sono stati raggiunti da un invito divino, a cui bisogna rispondere subito, senza indugi.
     I pastori trovano Maria, Giuseppe e il neonato posto in una mangiatoia (brefos keimenon ev te fante Lc 2,16), che è il «segno» indicato dall’angelo; perché potessero riconoscere la verità delle loro parole (Lc 2,12).
     I pastori raggiunti dall’annuncio e avutane la conferma, si fanno a loro volta annunciatori.
Quanti ascoltano sono presi da stupore mentre i pastori, reagiscono lodando Dio per quello che hanno «udito e visto».
     L’ascolto è il modo normale di accostarsi alla rivelazione divina, la fede scaturisce dall’ascolto della parola ed è fede autentica quando c’è la risposta.
     All’«udire» viene da Luca affiancato anche un «vedere», che è un vedere interiore, non l’esperienza di un prodigio strepitoso.
È comunque un’esperienza coinvolgente, e chi la prova sente l’esigenza di condividerla con i vicini.
     Gli atteggiamenti sottolineati nel momento dell’annuncio e conseguenti all’intuizione che si tratta di una rivelazione divina, nei pastori e nei loro uditori sono: lo stupore, il bisogno di condivisione e l’atteggiamento di lode verso il Signore.
     Per riuscire, però, a leggere interiormente quanto si è «udito e visto» bisogna aggiungere l’atteggiamento di Maria, che «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19.
51).
Anche Maria aveva provato stupore, era corsa in fretta a «vedere il segno», che le aveva indicato l’angelo, aveva fatto partecipe Elisabetta della sua rivelazione e aveva innalzato le lodi del Signore.
Tutto questo deve però diventare vita di tutti i giorni e per riuscire a farlo con lo stesso spirito e sicuri di fare la volontà del Signore bisogna meditare continuamente la parola di Dio e applicarla alle nuove situazioni.
     Il versetto 21 ci porta in un’altra scena, di cui è protagonista la famiglia di Gesù: la circoncisione, narrata da Luca come una assoluta normalità.
In base a quanto è prescritto dalla legge (Gen 17,12; 21,4; Lev  12,3) all’ottavo giorno viene circonciso Gesù.
Con questo gesto Gesù viene introdotto a pieno titolo nel popolo della «santa alleanza».
     La circoncisione infatti trae origine dall’alleanza (Gen 17,10-11) ed è il modo con cui essa si prolunga di generazione in generazione: «Così la mia alleanza sussisterà, nella vostra carne quale alleanza perenne» (Gen 17,13).
Alludono a questo significato profondo della circoncisione le parole dell’inno che Luca mette in bocca a Zaccaria, quando riprende la parola in occasione della circoncisione di Giovanni.
     Egli benedicendo il Signore per i suoi doni dice fra l’altro: «Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua alleanza santa (diatheke haghia), del giuramento fatto ad Abramo nostro padre…» (Lc 1,72-73).
     Al momento della circoncisione viene scelto il nome del bambino, che, come per Giovanni (Lc 1,31), è il nome indicato dall’angelo.
Questa annotazione ci indica che si tratta di un bambino sul quale la presenza e l’appartenenza a Dio è particolare e il suo futuro è segnato completamente da questa appartenenza.
I genitori, rinunciando a scegliere il nome, si mostrano pronti a rispettare la volontà di Dio sul bambino.
     Meditazione      Due tematiche confluiscono nella liturgia odierna.
A otto giorni dalla celebrazione del Natale, questa solennità riprende la rivelazione della Parola fatta carne nel mistero della nascita del Figlio di Dio, concentrando in particolare l’attenzione sulla divina maternità di Maria (la Theotokos, secondo l’antica formula coniata dal concilio di Efeso del 431).
Ma collocata all’inizio dell’anno civile, questa festa, attraverso i testi liturgici e scritturistici, assume anche una particolare connotazione ‘augurale’, strappando l’inizio di un nuovo anno ad una pura successione cronologica per collocarlo all’interno del tempo stesso di Dio, tempo di pienezza e di compimento.
Queste due tematiche non sono semplicemente giustapposte; il linguaggio simbolico-liturgico ha la forza di congiungerle e rivelarci così una particolare visione teologica del tempo che ogni credente è chiamato a vivere.
Il tempo di Dio è un tempo di salvezza, un tempo compiuto; ma salvezza e compimento hanno un nome e un volto Gesù Cristo.
Come ci ricorda Paolo: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge…
perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4).
     La liturgia della Parola mette in rilievo un’espressione biblica che rivela in modo sorprendente questa irruzione del tempo di Dio nel tempo dell’uomo.
Si tratta del concetto di benedizione.
«Ti benedica il Signore e ti custodisca…»: così inizia la solenne benedizione di Nm 6,22-27, scelta dalla odierna liturgia come prima lettura.
Nel linguaggio scritturistico, la benedizione di Dio non è un semplice augurio carico di sacralità e neppure comunica solo una particolare appartenenza di una realtà (persona, spazio, tempo) al mondo di Dio (come una ‘consacrazione’).
Indica piuttosto un’azione di Dio che porta l’uomo alla pienezza e alla felicità.
L’uomo benedetto da Dio è colui che sa vivere le relazioni con le varie dimensioni della vita nella prospettiva stessa di Dio e, in un certo senso, è testimone di Dio.
La sua riuscita nella vita è la prova che Dio è con lui, che agisce nel mondo e vuole il pieno sviluppo dell’uomo.
Il testo di Nm 6 usa alcune immagini per esprimere questa relazione positiva tra Dio e uomo.
La benedizione diventa così la consapevolezza di essere custoditi da Dio (v.
24) e di essere guardati nella totale gratuità (v.
25), uno sguardo che è sorgente di vita e di pace (v.
26).
Ed è proprio la pace (altro tema che si inserisce in questa festa liturgica) la pienezza dei beni che Dio offre all’uomo.
     Tuttavia una vita contrassegnata dal successo e dalla felicità non è automaticamente prova decisiva di amicizia con Dio.
Già la Scrittura è consapevole della ambiguità di questi segni (cfr.
tutta la visione presente nel libro di Giobbe).
La benedizione di Dio attraversa tutta la storia di Israele, e dell’umanità intera, aprendo orizzonti sempre più vasti e lasciando intravedere una pienezza che è data dalla scelta di Dio stesso di abitare con l’uomo.
Il frutto maturo dell’alleanza, la pienezza di ogni benedizione è Gesù.
Così si esprime Elisabetta nell’incontro con Maria: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo» (Lc 1,42).
È il frutto del grembo di Maria colui che riceve la pienezza di ogni benedizione.
E in Maria, in colei che ha dato al Figlio di Dio il volto dell’uomo, è l’umanità intera che riceve, nella gratuità, il compimento di ogni dono che scende dall’alto.
Veramente in Cristo, il Padre «ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli» (Ef 1,3).
E, come ci ricorda Paolo in Gal 4,4, il tempo in cui Dio ha pienamente benedetto l’uomo in Gesù (la pienezza del tempo) diventa luogo in cui noi possiamo continuamente fare esperienza di ogni benedizione.
     In questa prospettiva si può allora leggere il testo di Lc 2,21.
Il compimento dell’ottavo giorno, quello prescritto dalla legge di Mosè per la circoncisione, diventa soprattutto il giorno segnato da un nome: «gli fu messo il nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo» (Lc 2,21; cfr.
anche 1,31).
Gesù è un nome che viene dall’alto ed indica il compiersi della salvezza.
E proprio qui è custodita la benedizione di Dio: nella salvezza donata in Cristo, attraverso la quale viene comunicata all’uomo la vita stessa di Dio, anzi viene rivelato all’uomo il suo nome più vero, quello di essere figlio nel Figlio.
L’ottavo giorno è, simbolicamente, il nostro tempo, quella pienezza del tempo con la sua inesauribile carica di benedizione che perdura, nel mistero della Chiesa, sino alla venuta di Cristo.
In questo tempo ogni uomo può entrare in relazione con Dio «nel nome di Gesù» (è la realtà profonda del battesimo) e in lui riceve ogni ‘benedizione’.
     Possiamo allora dire che la liturgia, collocando questa pienezza di benedizione all’inizio dell’anno, quando riprendiamo in qualche modo il cammino di fronte al tempo, ci offre uno sguardo di speranza.
     È anzitutto la speranza in un Dio che ci chiama ad essere suoi figli, che ci accoglie presso di lui e ci dona la sua comunione: ci ha donato ciò che ha di più caro, il Figlio; ci ha donato la sua stessa vita nello Spirito; è continua a farlo a ciascuno di noi, ad ogni uomo, con il suo perdono, con il suo desiderio di vedere tutta l’umanità radunata alla sua mensa, nel suo Regno.
Ma è anche la speranza che hanno saputo vedere i pastori nel volto del bambino a Betlemme e hanno saputo comunicarla nella lode e nella gioia.
I pastori ci insegnano che la speranza che siamo chiamati ad annunciare (l’evangelo) non è così evidente: solo se si va senza indugio e se si hanno occhi per vederla, questa speranza si disvela a noi.
La speranza che dobbiamo cercare è quella di Dio, è quella del bambino di Betlemme.
E Dio preferisce nascondere la sua speranza come un seme: non nella potenza o nella grandezza (questa è la speranza degli uomini), ma nell’umiltà di un inizio che porta in sé tutta la bellezza e la novità di un compimento.
Colui che è benedetto è veramente testimone di questa speranza: «riferirono ciò che del bambino era stato detto loro…
I pastori se ne tornarono glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto» (Lc 2,17.20).
     E, infine, possiamo imparare da Maria a vivere di questa speranza.
«Maria – ci testimonia Luca – custodiva queste cose, meditandole nel suo cuore» (v.
19).
Maria ha saputo raccogliere tutti quei semi di speranza che vedeva e udiva attorno a sé; li ha nascosti nel suo cuore e sono diventati oggetto di lunga e paziente attesa.
Nonostante le sconfitte e le delusioni che ha incontrato nel suo cammino di fede, questi semi di speranza hanno trasfigurato lo sguardo di Maria, esso ha saputo sempre andare oltre ed è per questo che è rimasta presso la croce assieme al discepolo amato, colui che custodisce la speranza dell’amore.
Così nel massimo del fallimento e della esperienza di morte, la croce, Maria, che «custodiva queste cose, meditandole nel suo cuore», ha potuto scorgere ciò che fa nuove tutte le cose, quell’amore di un Dio che ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio.
     

II Domenica dopo Natale anno C

II DOMENICA DI NATALE   Lectio Anno c     Prima lettura: Siracide 24,1-4.8-12, neo-vulg.24,1-4.12-16             La sapienza fa il proprio elogio, in Dio trova il proprio vanto, in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria.
Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca, dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria, in mezzo al suo popolo viene esaltata, nella santa assemblea viene ammirata, nella moltitudine degli eletti trova la sua lode e tra i benedetti è benedetta, mentre dice: «Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti” .
      Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato, per tutta l’eternità non verrò meno.
Nella tenda santa davanti a lui ho officiato e così mi sono stabilita in Sion.
Nella città che egli ama mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio potere.
Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità, nell’assemblea dei santi ho preso dimora».
       v Il capitolo 24 del Siracide è un poema con protagonista la sapienza, che presenta se stessa, come in Proverbi 8.
    Nel brano che leggiamo oggi la presentazione è su due piani: la terra e il cielo.
La sapienza loda se stessa e si glorifica (kauchaomai) in mezzo al suo popolo e nell’assemblea dell’Altissimo.
I verbi greci sono al futuro uno di questi: kauchesetai è uguale sia in mezzo al popolo che nell’assemblea dell’Altissimo.
L’autopresentazione su due piani è tipica di una certa letteratura del medio giudaismo, che personalizza la Sapienza e la Legge, che il Siracide identifica come un’unica realtà, e ne pone la preesistenza presso Dio, prima della creazione del mondo.
    La Sapienza può lodare se stessa, perché è uscita «dalla bocca dell’Altissimo».
L’origine della sapienza è da Dio e il suo insegnamento viene da Lui.
    È da Dio che la Sapienza riceve il mandato in mezzo ad Israele.
Essa partecipa della potenza divina, è una mediatrice privilegiata, che partecipa direttamente di alcune qualità dell’Altissimo.
Le immagini per dire il suo essere vicina a Dio e nello stesso tempo in Israele riprendono quelle dell’Esodo: «ho ricoperto come nube la terra…
il mio trono era una colonna di nubi» (Sir 24,3-4; cf Es 13 21-22; 14,19-20; 33,9-11; 40,38).                La Sapienza cerca un luogo fra tutti i popoli, come dimora; il creatore le comanda: «fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele».
      L’immagine della tenda rimanda di nuovo ad Esodo, come la nube (cf.
Es 25,8-9; 26,1-37).
Nella tenda la sapienza diventa «sacerdote di Dio», e in questa veste si stabilisce in «Gerusalemme» (Sir 24,11 cf 1Re 8,10-13; Is 6,1-4, la città amata (cf.
Sal 50,2).
Israele, popolo glorioso, eredità del Signore (Sir 24,12 cf.
Deut 32,9; Zac 2,16) diventa dimora privilegiata della «sapienza» divina.
La Sofia (sapienza in greco) acquista i tratti della shekinà ebraica, vale a dire l’immanenza di Dio nel suo popolo, di cui condivide le sorti.
  Seconda lettura: Efesini 1,3-6.15-18           Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.
In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.
Perciò anch’io [Paolo], avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere, affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi.
    v «Benedetto sia il Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione…» (Ef l,3).
Innalzare un inno di benedizione a Dio per i doni che ci ha concesso è tipico della tradizione ebraica seguita anche da Luca che mette in bocca a Maria il «Magnificat» e a Zaccaria un inno dall’inizio molto simile a questo: «Benedetto il Signore Dio di Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo» (Lc 1,68).
     Il verbo greco eulogeo, che traduciamo con benedire, significa nella letteratura extrabiblica: dire bene di qualcuno, sinonimo di ringraziare glorificare, cantare gli elogi.
Nel LXX e nel NT è usato nel senso del verbo ebraico, barak che ricorre sia per Dio che benedice, sia per l’uomo che canta le lodi di Dio.
     Il Padre del nostro Signore Gesù Cristo è il Dio di Israele, che si può benedire, perché egli stesso ha preso l’iniziativa di benedire.
L’inno paolino è costruito su questa circolarità: da Dio agli uomini in Cristo e dagli uomini in Cristo a Dio.
     L’iniziativa divina è sottolineata con forza; la scelta di farci diventare «figli» nel «figlio» e la conseguente possibilità di «essere puri e immacolati al cospetto di Dio» è atto di pura grazia divina.
Come Cristo è in Dio preesistente alla creazione, così noi siamo scelti da lui «prima della creazione del mondo».
Tutto quello che siamo, tutto quanto compiamo dipende dal beneplacito (eudokía) della volontà divina.
    Il termine greco eudokía è lontano da qualsiasi idea di arbitrarietà; esso veicola l’idea del piacere e del desiderio buoni.
Dio è per così dire «affettivamente» coinvolto nella scelta degli uomini e delle donne, che nel Figlio Gesù diventano figli e figlie adottive.
Il Dio biblico non è un Dio distaccato, ma un Dio, se così si può dire, che si compiace, gioisce, è geloso, si adira, si pente…
Egli è infinitamente superiore alle creature, ma si china su di loro con lo sguardo amoroso e compiacente di un padre e una madre.
Consci di questa vicinanza e resi figli in Cristo eleviamo il nostro inno di benedizione «a lode dello splendore della sua grazia» (Ef 1,6).
    L’inno prosegue fino al v.
14, ma la liturgia ne sospende la lettura alla prima strofa e la riprende al v.
15 fino al 18, nei quali Paolo esprime le motivazioni che lo inducono ad elevare continui ringraziamenti e suppliche al Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria.
Egli ringrazia per la fede e l’amore verso «tutti i santi» (i cristiani) dei destinatari della sua lettera.
Egli invoca per loro lo spirito di sapienza e di rivelazione, che li renda capaci di una sempre maggiore conoscenza di Dio.
  Vangelo: Giovanni 1,1-18         In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me».
Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.
       Esegesi      «In principio» richiama l’inizio di tutte le Scritture (bereshit, greco ev archè Gen 1,1, Gv 1,1) e fa da inclusione ai primi due versetti del prologo di Giovanni, che formano così una strofa.
L’accostamento alle Scritture continua con l’insistenza di Giovanni sui termini luce e tenebre (Gv 1,4-5 – Gen 12-5).
Il «principio» di cui parla Giovanni allude sicuramente all’inizio delle Scritture, ma allude a una dimensione ancora più profonda di quella a cui si riferisce la Genesi, perché si pone prima dell’inizio del creare di Dio.
«In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio».
Il titolo «il Verbo» (o logos) per indicare la persona di Gesù è usato in forma assoluta solo nel prologo e con delle specificazioni solo nella letteratura giovannea (Il Verbo della vita in 1Gv 1,1 e il Verbo di Dio in Ap 19,13).
     Gli esegeti non sono d’accordo sull’origine di questo titolo.
Il contenuto teologico del Logos giovanneo è molto vicino alla riflessione giudaica sulla Sapienza, che è presentata come mediatrice della creazione e della salvezza (Pv 8,22; Sap 9,1; Sir 24,1-7).
La terminologia sapienziale era già in uso nella chiesa primitiva (cf.
Mt 11,19; 1Co 1,30), ma Giovanni evita il termine «Sapienza» e sceglie «Logos».
     L’esclusione di sapienza è dettata, dicono alcuni studiosi di Giovanni, prima di tutto dal fatto che si tratta di un termine femminile che sarebbe suonato male in ambiente ellenistico, dove invece era corrente il termine Logos, diffuso anche in ambiente giudeo-ellenistico attraverso l’opera di Filone Alessandrino, che presenta il Logos come mediatore della creazione e della salvezza, una specie di causa esemplare del mondo (cf.
G.
Segalla, Giovanni, Nuovissima Versione della Bibbia Paoline, p.
141).
     La riscoperta del termine Sofia come titolo cristologico è recente e frutto della riflessione femminista e può, se non usato in maniera acritica ed esclusiva, aiutare a scoprire gli attributi per così dire «femminili» di Dio, presentati dalle Scritture.
     Il «Verbo era presso Dio»: il greco esprime la vicinanza a Dio del Verbo con una preposizione pros che non indica la posizione statica di vicinanza, ma l’orientamento verso.
Il «Verbo era Dio» è il punto di arrivo delle tre affermazioni sul Verbo, che portano a contemplare il mistero intradivino.
     Il Verbo era rivolto verso Dio, il suo sguardo e la sua vita erano tutte intradivine, ma Giovanni, affermando che «il mondo è stato fatto per mezzo di lui» (Gv 1,3; cf.
Gn 1,1; Col 1,15-16; Eb 1,2-3), spezza la «circolarità» intradivina per orientare lo sguardo di Dio, anzi la sua parola, verso l’altro da sé.
Il Verbo di Dio diviene così la parola creatrice (Gn  1,1.3.6.9.14.20.24.26; Sal 33,6-9), cioè parola capace di uscire dalla fecondità di Dio per dare vita al mondo.
     Il primo capitolo di Giovanni ricorre all’immagine della luce e delle tenebre (collegata dalla Genesi all’origine del mondo) anche per «attualizzare» drammaticamente nel tempo le «opere del principio».
Luce e tenebre divengono infatti il luogo dell’accoglimento o, all’opposto, il luogo del rifiuto (Gv 1,5.10)».
(Piero Stefanini, Sia santificato il tuo nome.
Commento ai Vangeli della domenica.
Anno A, p.
44).
     Il Verbo deve fare i conti con il rifiuto, perché è una «luce» particolare, che non abbaglia, ma lascia alle «tenebre» la possibilità di non scomparire; fuor di metafora il Verbo si rivela come vita e rivela il Padre (Gv 1,18), ma in modo da lasciare la libertà di accoglierlo o di rifiutarlo.
     La risposta deve essere libera, perché il risultato dell’accoglienza è diventare «figli di Dio» (Gv 1,12-13; cf 1Gv 5,13; Ga 3,26).
Per questo il Verbo «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).
     Dentro al quadro di accoglimento e rifiuto fatto in termini generali, l’evangelista richiama la figura di Giovanni il Battista, come modello di accoglienza della luce, che si è rivelata ed è venuta nel mondo.
Egli ha accolto il mandato di Dio ed è diventato testimone della luce (Gv 1,6- 8.15; cf.
Mt 3,1; Mc 1,4.7; Lc 1,13-17.57-80).
  Meditazione      Torniamo in questa domenica a fissare lo sguardo sul mistero dell’incarnazione aiutati dal Prologo di Giovanni, che la liturgia, dopo averlo proclamato nella Messa del giorno di Natale, ci fa ascoltare anche oggi, questa volta alla luce della Sapienza di Dio, come viene descritta dal Siracide (prima lettura).
Di fatto, il capitolo 24 del Siracide, insieme al capitolo 8 del libro dei Proverbi, costituiscono il principale punto di riferimento antico-testamentario per l’inno con cui si apre il Quarto Vangelo.
     L’origine della Sapienza è in Dio; creata fin dal principio, rimane in eterno.
Dopo aver riempito di sé l’intera creazione, dall’alto dei cieli fino agli abissi della terra, ha fissato la sua tenda in Israele, ha posto le sue radici nella storia di questo popolo.
Presente nel cosmo e nella storia, rivela il mistero di Dio, mostrandone tanto la trascendenza quanto la prossimità alle vicende degli uomini.
Colei che ha la sua dimora lassù, e il suo trono su una colonna di nubi, è la stessa Sapienza che abita in Gerusalemme, e pone la sua tenda tra le tende degli uomini.
Dio è il Trascendente e il Prossimo, l’Altro e il Somigliante, lo Straniero e il Vicino.
La sua Parola discende dall’alto dei cieli e nello stesso tempo sale dall’esperienza storica dei figli dell’uomo.
     Secondo la tradizione giudaica, la rivelazione fondamentale di Dio, la Torah contenuta nei cinque libri di Mosè (il nostro Pentateuco, dalla Genesi al Deuteronomio), trova il suo commento e la sua interpretazione nei Profeti e negli Scritti sapienziali.
La Profezia è spesso paragonata alla manna del deserto, un pane che discende dal cielo; la Sapienza all’acqua che sgorga dalla roccia, dalla terra.
C’è una parola di Dio che viene dall’alto e che possiamo ascoltare perché c’è un profeta che ce l’annuncia in suo nome, così come c’è una parola di Dio che sale e matura dal di dentro dell’esperienza umana, e che possiamo riconoscere a condizione di saper rileggere con sapienza e discernimento la nostra vita e la nostra storia.
     Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo prega per gli Efesini, chiedendo che «il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui» (v.
18).
Possiamo forse intendere così queste parole: abbiamo bisogno dello spirito di rivelazione, che ci consenta di ascoltare e comprendere ciò che Dio ci rivela dall’alto, e che spesso rimane indeducibile dall’esperienza che viviamo.
È allora indispensabile un annuncio profetico, una parola che ci colpisce e ci sorprende, che ci dona uno sguardo diverso su noi, sugli altri, sulla realtà nel suo insieme e su tutto ciò che accade.
La rivelazione di Dio è sempre un’illuminazione, che consente a una luce diversa di abitare nei nostri occhi e nel nostro sguardo.
Nello stesso tempo, abbiamo bisogno di uno spirito di sapienza, che ci permetta di discernere quei segni di Dio nascosti nelle pieghe ordinarie della nostra vita.
Per vivere e per credere necessitiamo sia della manna che scende dal cielo, sia dell’acqua che sgorga dalla roccia.
     In Gesù di Nazaret queste due linee, quella discendente della manna e quella ascendente dell’acqua, si incontrano e si unificano.
Non per nulla spesso i testi del Nuovo Testamento ce lo presentano come l’ultimo e definitivo profeta, ma anche come la sapienza incarnata.
Un solo esempio fra i tanti: all’inizio del vangelo di Matteo, nel suo primo grande discorso, «Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli.
Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: beati…» (Mt 5,1-2).
Gesù sale su ‘il monte’ (con l’articolo, non è un monte qualsiasi) come il nuovo Mosè, e si mette a parlare, ma più esattamente il testo greco narra che ‘aprì la sua bocca’, con un tipico modo di dire sapienziale.
Nella grande proclamazione delle beatitudini, segno della prossimità del Regno, Gesù parla come il compimento insuperabile di tutta la Profezia e di tutta la Sapienza di Israele, e la sua parola non abolisce, ma porta a compimento la Torah di Mosè.
     Su questi aspetti insiste anche il prologo giovanneo.
Gesù è il Figlio Unigenito, colui che dal principio è rivolto verso il seno del Padre; solo lui lo conosce e può rivelarcelo.
Non possiamo fare a meno della sua rivelazione per conoscere in verità il volto di Dio.
Non ci è dato di giungervi per altre vie, che presumano di poter fare a meno di lui e della sua parola, della sua persona, della sua storia.
È lui la vera manna, il pane vero che discende dal cielo per dare la vita al mondo (cfr.
Gv 6).
     Nello stesso tempo, come fa la Sapienza descritta dal Siracide, Gesù pone la sua tenda in mezzo a noi.
Anche se traduciamo «venne ad abitare in mezzo a noi» (v.
14), il testo greco evoca espressamente questo suo attendarsi tra noi.
Non solo tra noi, ma in noi, perché ora la tenda di Dio è la carne di un uomo.
Ed è proprio nella debolezza, nella fragilità, nella mortalità di questa carne (sarx in greco), che noi possiamo contemplare tutta la gloria di Dio.
Anche la carne dell’uomo, ciò che nell’uomo appartiene maggiormente alla terra, dalla terra viene e alla terra ritorna, diventa luogo epifanico di Dio.
Non solo l’acqua sgorga dalla roccia, ma potremmo dire simbolicamente che la roccia stessa diviene acqua.
E Gesù, se è manna che scende dal cielo, per Giovanni è anche roccia, pozzo che può donare alla nostra vita l’acqua vera che ci disseta in eterno (cfr.
Gv 4).
Innalzato sulla Croce e percosso dal colpo di lancia, così come Mosè aveva percosso la roccia, Gesù dona alla nostra sete l’acqua viva nel suo Spirito e nel suo sangue.
     È lui la luce vera, quella che illumina ogni uomo (cfr.
Gv 1,9).
Non solo per orientare il nostro cammino, ma per consentirci di riconoscere anche nella nostra carne i segni discreti della presenza gloriosa di Dio in noi.
     In principio era il Verbo, scrive Giovanni, era il Logos, la Parola.
Al principio di tutto, nel disegno originario di Dio, c’è il desiderio di comunicarsi, di rivelarsi, di dialogare.
E Dio sa ricorrere a molteplici linguaggi per entrare in relazione con noi: il linguaggio della storia e quello della natura, il linguaggio profetico della rivelazione e quello più universale della sapienza, il linguaggio della memoria e quello dell’attesa.
Che ci sia davvero donato, come prega Paolo, uno spirito di rivelazione e uno spirito di sapienza, perché possiamo imparare ad ascoltare e a capire questi molteplici modi con cui Dio parla e si rivela, e impariamo a nostra volta a parlarli per divenire, come Giovanni, testimoni credibili della luce vera che viene nel mondo, illumina ogni uomo, senza esclusioni o restrizioni di sorta, e non è vinta, neppure quando pare che le tenebre siano incapaci di accoglierla.
    Preghiere e Racconti IN MEZZO A NOI «Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi».
(Ef 1, 18)   «Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto.
A quanti però l’hanno accolto, ha dato il potere Di diventare figli di Dio».
(Gv 1, 11-12)   Dobbiamo rimeditare il mistero del Natale in termini forse meno emotivi e più sapienziali.
Vengono adoperati, infatti, testi biblici pacati e solenni, frutto essi stessi di elaborate sedimentazioni tecnologiche teologiche.
Sembra quasi che la chiesa, preoccupata che le feste natalizie abbiano preso una piega un tantino più allegra del dovuto, voglia provocarci a supplementi di riflessione, a scavi interiori e a più esigenti prese di posizione.
Non possiamo, ovviamente, consumare tutte le vivande che ci vengono approntate sulla tavola della Parola.
C’è ne sono in abbondanza come non mai: non per nulla siamo ancora nel clima del Natale! Faremo perciò una selezione, resa obbligatoria dall’esigenza di dovercene andare con un forte tema generatore nella mente, che non ci lasci disorientati in mezzo a tanta ricchezza e ci nutra per l’intera settimana.
Svilupperemo, allora, questo messaggio: «Gente, Dio ha posto la sua tenda in mezzo a noi.
Siamo liberi di accoglierlo o di rifiutarlo.
Se lo accogliamo, però, la vita finalmente acquisterà senso per tutti!».
  Dio ha posto la sua tenda in mezzo a noi   È un messaggio che, se non ci fa trasalire più, è perché non scorre sulle coordinate del coinvolgimento esistenziale, della carica emotiva e dell’intuizione del dono.
Diciamocelo con franchezza: quello della coabitazione, anzi della «inabitazione» di Dio tra gli uomini, è un annuncio spento per molti cristiani.
Se una comunità di sieropositivi si insedia tra i palazzi dei ricchi, si scatena il rifiuto.
Un centro di accoglienza per tossicodipendenti provoca reazioni per chi vi abita accanto.
Quando una famiglia di marocchini viene ad abitare in un condominio, spesso è tutto il palazzo che si ribella.
Quando gli zingari impiantano i carrozzoni nelle adiacenze di ville appartenenti a persone «perbene», è un’iradiddio generale.
Per il verso contrario, si fa a gara per accaparrarsi, accanto alle proprie abitazioni i servizi più importanti; si specula al limite della illegalità pur di avere un impianto che valorizzi la zona dove si abita.
A chi chiede l’indirizzo di casa si aggiunge con fierezza che a pochi metri di distanza c’è la villa di Gianni Morandi o il residence di Maradona.
Ma la notizia che Dio diventa nostro coinquilino non ci fa organizzare ne cortei di protesta né i fuochi d’artificio per la gioia.
Perché questa apatia? Come ricogliere lo stupore dell’annuncio che Dio «ha posto la sua tenda in mezzo a noi»? Oggi è il momento buono per far comprendere tutto lo spessore di questa notizia che rasenta l’assurdo, anzi lo sorpassa.
  Liberi di accoglierlo o di rifiutarlo   Ecco che all’improvviso siamo posti con le spalle al muro, nella crocifissione della scelta più radicale della nostra vita: accogliere o rifiutare che Dio collochi la sua «tenda in mezzo a noi».
Stringi stringi, è il vero «caso serio» dell’esistenza.
Che fare di fronte a questa provocazione? Denunciare Gesù come abusivo? Aizzargli contro il malumore popolare perché disturba la quiete pubblica? Rimetterlo in croce o metterlo in ridicolo? Far finta di niente, tanto prima o poi si stancherà e andrà via? Oppure accoglierlo con i segni della festa e sperimentare con lui i misteri gaudiosi, gloriosi e dolorosi della vita? Oggi, di fronte al macigno che ci ruzzola addosso le parole di Giovanni: «Venne tra la sua gente, ma i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11) tutto ci è permesso fuorché rimanere neutrali.
  Se lo si accoglie, la vita acquisterà senso A quanti lo hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio».
È in questa accoglienza che si gioca il senso del vivere.
Più che senso, è meglio dire sapienza.
Cioè sapore, gusto.
Il sale nella minestra: quello che manca oggi.
Se Maria presenziasse con Gesù, come un giorno in Cana di Galilea, ai nostri banchetti, non direbbe più: «Figlio, non hanno più vino» (Gv 2,3), ma direbbe: «Figlio, non hanno più sale».
Si recupera a questo punto tutto il messaggio sulla sapienza.
Essa è un dono che Dio manda sulla terra perché, «dopo aver officiato nella tenda santa davanti a lui», venga finalmente a fare compagnia agli uomini e «fissi la tenda in Giacobbe» (Sir 24,8).
Di questo senso, di questo orientamento decisivo, di questo intimo significato delle cose, di questo profondo perché, oggi sentiamo tutti un incredibile bisogno.
 Scoprire, sotto lo scorrere dei grani del tempo, il filo nascosto che articola i giorni, senza frantumarli in monadi chiuse.
Leggere, sotto la scorza degli avvenimenti, tristi o luttuosi, la tensione ultima che li lega al Regno.
Udire la voce segreta che geme nell’universo, sofferente per i travagli del parto.
Intuire che i frammenti di gioia che si sperimentano quaggiù fanno parte di un mare di felicità, in cui un giorno faremo tutti naufragio.
Percepire che il nostro vuoto può essere riempito solo «dalla sua pienezza» (Gv 1, 16).
È così grande il dono, che san Paolo sente il bisogno di chiedere per tutti da Dio questo «spirito di sapienza» (Et 1, 17).
A noi non resta che augurarci che «possa egli davvero illuminare gli occhi della nostra mente per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati».
Se le cose stanno così, benvenuta «tenda di Dio in mezzo a noi» !   (Don Tonino Bello, Avvento.
Natale.
Oltre il futuro, Padova, Messaggero, 2007, 91-96).
È Natale É Natale ogni volta che sorridi a un fratello e gli tendi la mano; ogni volta che rimani in silenzio per ascoltare un altro; ogni volta che riconosci con umiltà i tuoi limiti e la tua debolezza.
È Natale ogni volta che permetti al Signore di amare gli altri  attraverso di te.
Preghiamo di essere capaci di accogliere Gesù a Natale non nella fredda mangiatoia del nostro cuore, ma in un cuore pieno di amore e di umiltà, un cuore caldo di amore reciproco.
(Madre Teresa di Calcutta) Il giovane e il vecchio C’era una volta un uomo seduto all’ingresso di una città….
un giovane si avvicinò e gli chiese: –     “sono nuovo di qui, com’è la gente che abita in questa città?”  Il vecchio rispose: –     “dimmi, com’era la gente nella città da dove vieni?” –     “egoista e cattiva, ed è perciò che ero contento di andare via” –     “Troverai la stessa gente anche qui”  rispose il vecchio.
Qualche tempo dopo, un altro giovane si avvicinò e fece la stessa domanda: –    “sono appena arrivato, dimmi com’è la gente di questa città?”.
Il vecchio rispose allo stesso modo: –     “dimmi, ragazzo, com’era  la gente della città da dove vieni?” –     “era gente buona, accogliente, benevola e onesta.
Ho molti amici là e ho fatto fatica a lasciarli”.
–     “Troverai la stessa gente anche qui”   – rispose il vecchio.
Un mercante che aveva ascoltato le due conversazioni, appena il secondo giovane si allontanò, rimproverò il vecchio: –     “come puoi dare risposte così diverse alla stessa domanda posta da due persone?” Il vecchio rispose: “figlio mio, ognuno porta il proprio universo nel cuore: Non importa da dove provenga: colui che non ha trovato nulla di buono nel passato, non troverà niente neanche qui.
Inoltre colui che aveva amici nell’altra città, troverà qui amici leali e fedeli.
Perché, vedi, le persone sono nei nostri confronti ciò che noi troviamo in loro”.
  Preghiera al padre della verità, della sapienza e della felicità “O Dio, creatore dell’universo, concedimi prima di tutto che io ti preghi bene, quindi che mi renda degno di essere esaudito, e infine di ottenere da te la redenzione.
O Dio, per la cui potenza tutte le cose che da sé non sarebbero, si muovono verso l’essere; o Dio, che non permetti che cessi d’essere neanche quella realtà i cui elementi hanno in sé le condizioni di distruggersi a vicenda; o Dio, che hai creato dal nulla questo mondo, di cui gli occhi di tutti avvertono l’alta armonia; o Dio, che non fai il male ma lo permetti perché non avvenga il male peggiore; o Dio, che manifesti a pochi, i quali si rivolgono a ciò che veramente è, che il male non è reale; o Dio, per la cui potenza l’universo, nonostante la parte non adatta al fine, egualmente lo raggiunge; o Dio, dal quale la dissimilitudine non produce l’estrema dissoluzione, poiché le cose peggiori si armonizzano con le migliori; o Dio, che sei amato da ogni essere che può amare, ne sia esso cosciente o no; o Dio, nel quale sono tutte le cose, ma che la deformità esistente nell’universo non rende deforme, né il male meno perfetto, né l’errore meno vero; o Dio, che hai voluto che soltanto gli spiriti puri conoscessero il vero; o Dio, padre della verità, padre della sapienza, padre della vera e somma vita, padre della felicità, padre del buono e del bello, padre della luce intelligibile, padre del nostro risveglio e della nostra illuminazione, padre del pegno che ci ammonisce di tornare a te! Te invoco, Dio verità, fondamento, principio e ordinatore della verità di tutti gli esseri che sono veri; o Dio sapienza, fondamento, principio e ordinatore della sapienza di tutti gli esseri che posseggono sapienza, o Dio vera e somma vita, fondamento, principio e ordinatore della vita degli esseri che hanno vera e somma vita; Dio beatitudine, fondamento, principio e ordinatore della beatitudine di tutti gli esseri che sono beati; o Dio bene e bellezza, fondamento, principio e ordinatore del bene e della bellezza di tutti gli esseri che sono buoni e belli; o Dio luce intelligibile, fondamento, principio e ordinatore della luce intelligibile di tutti gli esseri che partecipano alla luce intelligibile; o Dio, il cui regno è tutto il mondo che è nascosto al senso; o Dio, dal cui regno deriva la legge per i regni della natura; o Dio, dal quale allontanarsi è cadere, verso cui voltarsi è risorgere, nel quale rimanere è avere sicurezza; o Dio, dal quale uscire è morire, al quale avviarsi è tornare a vivere, nel quale abitare è vivere; o Dio, che non si smarrisce se non si è ingannati, che non si cerca se non si è chiamati, che non si trova se non si è purificati; o Dio, che abbandonare è andare in rovina, a cui tendere è amare, che vedere è possedere; o Dio, al quale ci stimola la fede, ci innalza la speranza, ci unisce la carità; o Dio, per mezzo del quale trionfiamo dell’avversario: ti scongiuro! O Dio, che abbiamo accolto per non soggiacere a morte totale; o Dio, da cui siamo stimolati alla vigilanza; o Dio, col cui aiuto sappiamo distinguere il bene dal male; o Dio, col cui aiuto fuggiamo il male e operiamo il bene; o Dio, col cui aiuto non cediamo ai perturbamenti; o Dio, col cui aiuto siamo soggetti con rettitudine al potere e con rettitudine l’esercitiamo; o Dio, col cui aiuto apprendiamo che sono anche di altri le cose che una volta reputavamo nostre e sono anche nostre le cose che una volta reputavamo di altri; o Dio, col cui aiuto non ci attacchiamo agli adescamenti e irretimenti delle passioni; o Dio, col cui aiuto la soggezione al plurimo non ci toglie l’essere uno; o Dio, col cui aiuto il nostro essere migliore non è soggetto al peggiore; o Dio, col cui aiuto la morte è annullata nella vittoria; o Dio, che ci volgi verso di te; o Dio, che ci spogli di ciò che non è e ci rivesti di ciò che è; o Dio, che ci rendi degni di essere esauditi; o Dio, che ci unisci; o Dio, che ci induci alla verità piena; o Dio, che ci manifesti la pienezza del bene e non ci rendi incapaci di seguirlo né permetti che altri lo faccia; o Dio, che ci richiami sulla vita; o Dio, che ci accompagni alla porta; o Dio, che fai sì che si apra a coloro che picchiano; o Dio, che ci dai il pane della vita; o Dio, che ci asseti di quella bevanda, sorbendo la quale non avremo più sete; o Dio, che accusi il mondo sul peccato, la giustizia e il giudizio; o Dio, col cui aiuto non siamo influenzati da coloro che non credono; o Dio, col cui aiuto riproviamo coloro i quali affermano che le anime non possiedono alcun merito dinanzi a te; o Dio, col cui aiuto non diveniamo adoratori degli elementi inetti e impotenti; o Dio, che ci purifichi e ci prepari ai premi divini: viemmi incontro benevolo! In qualsiasi modo io possa averti pensato, il Dio uno sei tu, e tu vieni in mio aiuto, una eterna e vera essenza, dove non ci sono discordia, oscurità, cangiamento, bisogno, morte, ma somma concordia, somma chiarezza, somma costanza e durata, somma pienezza, somma vita; dove nulla manca, nulla ridonda, dove colui che genera e colui che è generato sono una medesima cosa; Dio, cui sono soggette tutte le cose prive di autosufficienza, cui obbedisce ogni anima buona; per le cui leggi ruotano i poli, le stelle compiono le loro orbite, il sole rinnova il giorno, la luna mitiga la notte, e tutto il mondo, mediante le successioni e i ritorni dei tempi, conserva, per quanto la materia sensibile lo comporta, la grande uniformità dei fenomeni, attraverso i giorni con l’alternarsi del giorno e della notte, attraverso i mesi con le lunazioni, attraverso gli anni con i ritorni di primavera, estate, autunno e inverno, attraverso i lustri col compimento del corso solare, attraverso i secoli col ritorno delle stelle alle loro origini; o Dio, per le cui leggi esistenti per tutta la durata della realtà non si permette che il movimento difforme delle cose mutevoli sia turbato, ma che venga ripetuto, sempre secondo uniformità, nella dimensione rotante dei tempi; per le cui leggi è libera la scelta dell’anima e sono stati stabiliti premi per i buoni e pene per i cattivi con leggi fisse e universali; o Dio, da cui provengono a noi tutti i beni e sono allontanati tutti i mali; o Dio, sopra del quale, fuori del quale e senza il quale non c’è nulla; o Dio, sotto il quale è il tutto, nel quale è il tutto, col quale è il tutto; che hai fatto l’uomo a tua immagine e somiglianza, il che può comprendere chi conosce te stesso: ascolta, ascolta, ascolta me, mio Dio, mio Signore, mio re, mio padre, mio fattore, mia speranza, mia realtà, mio onore, mia casa, mia patria, mia salvezza, mia luce, mia vita; ascolta, ascolta, ascolta me nella maniera tua, soltanto a pochi ben nota!” (Agostino, Soliloqui, 1,1.2-4)     * Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 1997-1998; 2002-2003; 2005-2006.
– COMUNITÀ MONASTICA SS.
TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade.
Tempo D’Avvento e Natale, Milano, Vita e Pensiero, 2009, pp.
68.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
– Don Tonino Bello, Avvento e Natale.
Oltre il futuro, Padova, Messaggero, 2007.
– Carlo Maria MARTINI – Pietro MESSA, L’infinito in una culla.
San Francesco e la gioia del Natale, Assisi, Porziuncola, 2009, 7-13).
 

I nostri figli senza maestri

Della politica, di ogni suo minimo sussulto, controversia o screzio, si discute per giorni, si ragiona, si polemizza.
Dei giovani e giovanissimi, dei loro problemi, dei loro allarmi, della loro violenza, dei terrificanti crimini che riescono a commettere quando ancora, almeno in teoria, devono rispettare l’orario di rientro dettato dai genitori, dopo un momentaneo commento incredulo e sbigottito, si tende, invece, a tacere.
E così gli accoltellamenti, le rapine, le aggressioni, gli stupri di gruppo, gli assassini per opera di adolescenti o poco più transitano veloci, giorno dopo giorno, negli spazi delle cronache nere senza che ci prendiamo la briga di riflettere davvero su cosa sta succedendo nella nostra società.
Di loro, dei ragazzi, quando li arrestano, si coglie per lo più la freddezza e l’indifferenza, non solo per le vittime ma anche per i propri cari e il proprio destino, quasi che qualsiasi cosa—compreso il carcere — fosse preferibile all’insopportabile noia che li affligge.
E sembra specchiarsi, quest’indifferenza, nel loro abbigliamento, sempre uguale, jeans, scarpe sportive e felpa, del tutto indifferente a diversi luoghi e occasioni: casa, scuola, lavoro, pub, sport oppure discoteca.
Vanno e rubano, vanno e accoltellano, vanno e dan fuoco a un barbone, vanno e uccidono un compagno di scorribande, quasi sempre in gruppo, per farsi forza, naturalmente, perché da soli forse non oserebbero; e noi ce la sbrighiamo parlando di «fenomeno delle baby gang», come se il termine straniero minimizzasse la tragicità dei fatti.
Ma da dove vengono e chi sono questi alieni crudeli e indifferenti? Da case normali per lo più; anche dal degrado, dalla miseria e dall’emarginazione, ma altrettanto, da case belle, quartieri buoni e famiglie per bene.
Potrebbero essere figli di tutti noi, incappati per insicurezza, per solitudine, per noia nell’amico più forte, nel gruppo sbagliato; e si sa che il gruppo ormai conta più della famiglia, per il semplice fatto che la famiglia, nonostante il gran parlare che se ne fa, è oggi più debole che mai.
Oltre a essere spesso dimezzata, per cui i ragazzi sono privi della costante ed equilibrante presenza di entrambi i genitori, non è più come un tempo affiancata e sostenuta nel suo magistero dagli insegnanti e da altre figure di educatori come, per esempio, i parroci, per ragioni che a volte risalgono paradossalmente proprio alla famiglia.
Se, infatti, padri e madri—come spesso succede — prendono sistematicamente le parti dei figli contro maestri e professori, è difficile che si crei quell’alleanza di intenti preziosa per l’educazione.
E rinunciare a qualsiasi forma di istruzione religiosa è, ovviamente, una scelta rispettabilissima che però priva la famiglia di un supporto non indifferente.
Moltissimi sono naturalmente i padri e le madri forti abbastanza per farcela da soli a insegnare ai figli cos’è bene e cos’è male, ma molti sono anche quelli che, invece, non ce la fanno.
Ma c’è dell’altro, ed è la profondissima infelicità dei giovani.
Perché è certo che sono infelici, lo gridano dietro i loro indecifrabili silenzi, che non sempre riflettono soltanto il comodo, rilassante oppure stanco silenzio degli adulti.
È un’infelicità chiusa e senza desideri, peraltro, secondo il geniale titolo del romanzo di Peter Handke, perché non può esserci desiderio dove non c’è speranza.
Ecco, quel che atterra i nostri figli, quel che toglie loro qualsiasi energia positiva, quel che li rende tetri e annoiati e, dunque, disponibili alle trasgressioni più atroci, è la mancanza di speranze condivise.
Speranze che molto prima di essere di natura economica sono di natura ideale, nutrimento e carburante indispensabile per i giovani.
Anche per noi adulti, ovviamente, perché l’uomo non può vivere senza aspettarsi per domani una sia pur minuscola luce, ma in modo molto meno assoluto e radicale, perché abbiamo ormai imparato bene a difenderci dal vuoto.
Speranze —condivise — che una volta riguardavano la politica, per esempio, oppure la religione o la cultura e che adesso, mediamente, s’innalzano fino ai successi della squadra di calcio del cuore o al sogno di finire in tv oppure alla conquista di un certo tipo di abbigliamento firmato e uniforme.
Poveri ragazzi, viene da dire, però è questo il piatto che abbiamo preparato per loro, gli esempi che abbiamo fornito, i modelli che abbiamo fabbricato.
Ed è un serpente che si morde la coda perché se famiglia, scuola e istituzioni varie oggi si rivelano così deboli, così inascoltate e incapaci di educare è anche perché per prime sembrano aver smarrito nel tempo le ragioni forti del loro essere.
I maestri, insomma, i tanto invocati maestri grandemente scarseggiano perché non credono più al loro magistero.
Corriere della Sera 30 aprile 2009

Maestri e testimoni

MASSIMO BORGHESI, Maestri e testimoni.
Profili filosofico-teologici del ‘900, , Messaggero, Padova 2009,  EAN 9788825022544, pp.
124, euro 13,90 Il XX secolo, l’era dell’ateismo, del nichilismo e del totalitarismo politico, è stato un periodo profondamente tragico.
Esso ha visto gli intellettuali ora schierati a favore del potere, ora coraggiosi testimoni della verità.
Tra questi ultimi emergono figure luminose di autori cristiani, ebrei, laici che non hanno rinnegato la dimensione religiosa, l’unica che consentiva di non arrendersi alle seduzioni della potenza, e che hanno pagato spesso un duro prezzo per la loro fedeltà all’ideale.
Alcuni tra loro sono tra i protagonisti del pensiero e della vita spirituale del ‘900.
Il volume presenta una «galleria» di autori significativi come Camus, Buber, Bonhoeffer, Guardini, Stein, de Lubac, Giussani.
Completano il quadro le interviste a tre grandi del ‘900: Gadamer, Del Noce, Leclercq.
La loro memoria assume un valore particolare in un contesto, quello attuale, in cui i grandi maestri sono scomparsi e la vita, dei credenti come dei non credenti, chiede nuovi testimoni della verità.
Autore MASSIMO BORGHESI, è professore ordinario di filosofia morale presso la Facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Perugia.
Profondo esperto di filosofia contemporanea, sensibile ai fenomeni sociali e culturali del Novecento e del terzo millennio, da una prospettiva umana ed evangelica, è autore di numerosi libri pubblicati e tradotti da case editrici italiane ed estere.

Capire la situazione in Iran

La loro religione: lo sciismo Il termine sciita deriva da shi’a (= partito).
Sono seguaci di Alì, cugino e genero di Maometto.
Essi considerano i primi tre califfi usurpatori, perché Maometto designa Alì come suo successore; pertanto può essere imam (= califfo, ma anche teologo e giurista autorevole) solo un discendente di Maometto attraverso la figlia Fatima e suo marito Alì, dopo che Alì fu assassinato nel 661.
Nella dottrina sciita l’Imam è il capo della comunità, dotato dell’Isma cioè l’infallibilità e l’impeccabilità.
Al contrario, non ravvisano l’autorità della Sunna.
Per loro il Corano è il testo sacro immodificabile ed intoccabile, perché parola di Dio.
Essi formano la confessione islamica ufficiale dell’Iran, si dividono in ismailiti, imamiti e in altri gruppi minori.
Respingono la Sunna e professano dottrine segrete e misteriose.
Così, ad esempio, la setta sciita degli imamiti duodecimani ammette l’esistenza storica di 12 imam legittimi, discendenti maschili di Alì e Fatima, impeccabili, infallibili e unici interpreti della legge religiosa.
Il dodicesimo imam MUHAMMAD AL-MAHDI, scomparso nell’878, non sarebbe morto, ma occultato in un luogo misterioso, per ricomparire prima della fine del mondo.
La sua presenza attiva in mezzo ai fedeli avviene attraverso i dottori della legge (= mugtahidun), i più autorevoli dei quali in Iran sono gli ayatollah(e pare che Mahmud Ahmadinejad creda ciecamente nella sua prossima venuta, tanto che “progetta” un’ampia autostrada per accoglierlo: Cfr quotidiani italiani del 19- 20 giugno 2009)) La repubblica islamica La Rivoluzione iraniana del 1979 trasformò la millenaria monarchia persiana in una Repubblica Islamica la cui costituzione si ispira alla legge coranica, la sharia.
Khomeini, capo del consiglio rivoluzionario, assunse di fatto il potere, mentre gli uomini del vecchio regime venivano sommariamente processati e giustiziati a centinaia, il 30 marzo un referendum sancì la nascita della Repubblica Islamica dell’Iran con il 98% dei voti; vennero banditi bevande alcoliche, gioco d’azzardo e prostituzione, iniziarono le persecuzioni contro gli omosessuali e chiunque assumesse comportamenti non conformi alla sharia.
La nuova costituzione prevedeva l’esistenza parallela di due ordini di poteri: quello politico tradizionale rappresentato dal Presidente della Repubblica e dal Parlamento, a cui furono riservati compiti puramente gestionali, e quello di ispirazione religiosa affidato a una Guida Suprema (faqih) coadiuvata da un Consiglio dei Saggi (velayat-e faqih), cui fu demandato l’effettivo esercizio del potere e che riconosceva nell’Islam e non nelle istituzioni il vertice dello Stato(Teocrazia) Venne istituito anche un corpo di guardiani della rivoluzione (pasdaran).
Tra le prime decisioni del Consiglio ci fu l’avvio di massicce espropriazioni e nazionalizzazioni che cambiarono radicalmente la struttura economico-produttiva dell’Iran(M.
Emiliani, M.
Ranuzzi de’ Bianchi, E.
Atzori, Nel nome di Omar.
Rivoluzione, clero e potere in Iran, Bologna, Odoya, 2008).
I poteri in Iran: La Guida Suprema L’architettura istituzionale uscita dalla rivoluzione del 1979 è complessa.
Il punto di riferimento è la Guida Suprema, un religioso, che viene eletto dall’Assemblea degli Esperti, 86 religiosi, a loro volta prescelti a suffragio universale sulla base di liste preparate dal governo.
La Guida Suprema ha un incarico a vita, anche se può essere rimosso in casi eccezionali dall’Assemblea degli Esperti.
Essi hanno un mandato di otto anni, rinnovabile.
Il loro presidente è l’uomo più potente dopo la Guida Suprema ora è ancora Ali Khamenei.
Egli nomina metà dei 12 membri del Consiglio dei Guardiani (gli altri sono laici nominati dal Parlamento), una specie di Corte Costituzionale, che vigila sul rispetto delle regole e seleziona i candidati alla presidenza della Repubblica.
La Guida Suprema designa i comandanti delle forze armate, il capo supremo della Giustizia, i direttori di radio e tv, insedia il presidente della Repubblica dopo le elezioni.
Dopo la morte di Khomeini, nel 1989, la Guida Suprema è sempre stato Ali Khamenei.
Il presidente dell’Assemblea degli Esperti è il suo rivale Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, che comanda anche lo strategico Consiglio per il Discernimento del Sistema (ma è stato rimosso).
In sintesi, la Guida Suprema ha questi compiti: 1.
Delineare le politiche generali della Repubblica islamica dell’Iran, a seguito di consultazioni con il Consiglio nazionale di discernimento delle opportunità.
2.
Supervisione sulla corretta esecuzione delle politiche generali del sistema.
3.
Emanazione dei decreti per i referendum nazionali.
4.
Assunzione del comando supremo delle forze armate.
5.
Dichiarazioni di guerra e pace, e mobilitazione delle forze armate.
6.
Nomina, destituzione e accettazione delle dimissioni di: 1.
i fuqaha’ del consiglio dei Guardiani.
2.
la suprema autorità giudiziaria del paese.
3.
il capo della radio e televisione della Repubblica islamica dell’Iran.
4.
il capo dello stato maggiore.
5.
il comandante in capo del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche.
6.
i comandanti supremi delle forze armate.
7.
Risolvere le differenze tra le tre armi delle forze armate e regolare le loro relazioni.
8.
Risolvere i problemi che non possono essere risolti con metodi convenzionali, attraverso il Consiglio nazionale delle emergenze.
9.
Firmare i decreti che formalizzano le elezioni popolari per il presidente della repubblica.
10.
Destituzione del presidente della repubblica, con dovuto riguardo agli interessi del paese, dopo che la Corte Suprema lo ha ritenuto colpevole della violazione dei suoi obblighi costituzionali, o dopo un voto dell’Assemblea Consultiva Islamica (il Majles) che ne certifica l’incompetenza in base all’articolo 89 della costituzione.
11.
Condonare o ridurre le sentenze degli incarcerati, all’interno dei criteri islamici, su raccomandazione del capo del sistema giudiziario.
Il capo può delegare parte dei suoi doveri e poteri ad altre persone.
I poteri dello Stato: il Presidente della Repubblica e il Parlamento.
Il Presidente della Repubblica, eletto ogni quattro, anni è il capo dell’esecutivo.
È la più alta carica istituzionale dopo la Guida Suprema.
Ha un ruolo di governo più che di rappresentanza.
Ha in mano la politica economica ed estera, presiede il consiglio dei ministri , ma non controlla le forze armate (che si richiamano alla Guida Suprema).
Mahmud Ahmadinejad, il primo laico dal 1981, è legato fortemente a Khamenei e ai religiosi conservatori.
Ha favorito gli interessi economici del corpo paramilitare dei Guardiani della Rivoluzione, soprattutto nel settore petrolifero, e moltiplicato per 15 i finanziamenti al Consiglio dei Guardiani.
Il Parlamento (Majles) ha 290 membri e conta poco.
Ma può costringere alle dimissioni un ministro.
I Guardiani della Rivoluzione e i Basiji.
I Guardiani della rivoluzione (o Pasdaran) sono uno dei due corpi delle forze armate, sotto un unico comando assieme alle forze regolari.
Ma di fatto bilanciano a favore dei religiosi l’esercito regolare (largamente confitto nella rivoluzione).
Hanno 125 mila uomini.
Il comandante è nominato da Khamenei, che ha consentito, assieme ad Ahmadinejad, la loro espansione nei settori economici statali: di fatto controllano un terzo del Pil.
I Basiji, o difensori degli oppressi, sono una milizia di volontari (una specie di pattuglia all’ennesima potenza).
L’organico è di 90 mila uomini, ma possono mobilitarne un milione.
Sono il braccio armato (di bastoni e coltelli) dei religiosi in caso di repressioni.
I riformisti e Mousavi.
I due uomini forti dell’assetto istituzionale sono la Guida Suprema Khamenei e il presidente dell’Assemblea degli Esperti Rafsanjani.
Entrambi hanno servito come presidenti della Repubblica e si sono costruiti una rete di consenso e di interessi economici.
Khamenei è legato ai Pasdaran e al clero più intransigente, Rafsanjani alle classi commerciali borghesi: ha fatto arricchire parecchi oltre a essersi arricchito.
Rafsanjani venne sconfitto da Ahmadinejad nel 2005, dopo che aveva servito per due mandati negli Anni Novanta.
Gli succedette Mohammad Khatami, la grande speranza dei riformatori.
Hossein Mousavi fu primo ministro tra il 1985 e il 1989, gli anni della guerra con l’Iraq, sotto la presidenza Khamenei.
Ma è poi passato nel campo dei riformatori, facendo riferimento a Khatami e allo stesso Rafsanjani.
Il ruolo degli studenti nelle proteste.
Il 70% della popolazione iraniana ha meno di 30 anni.
Gli universitari di Teheran rappresentano la fascia sociale più occidentalizzata e informata del Paese.
Nel 1999 scatenarono una rivolta repressa nel sangue (decine di morti, moltissimi scomparsi o messi a tacere con minacce).
Il loro obiettivo erano i conservatori e le loro restrizioni (specie nei costumi e nei diritti delle donne).
Presidente della Repubblica era il riformatore Khatami, che però non poteva seguire il programma troppo filo-occidentale degli universitari.
Infatti, prontamente fu tolto di mezzo e rimanere solamente una “bella figura” dell’apparato restrittivo ed indicibilmente oppressivo di qualsiasi giovanile richiesta come cantare, ballare, ritrovarsi in gruppi, truccarsi, liberi di vestire e sposare come si desidera…) Come e cosa succederà nello scacchiere regionale e internazionale.
Ahmadinejad ha ribaltato la politica di appeasement di Khatami con l’Occidente.
La sfida a Israele a gli Stati Uniti, in chiave interna, cementa il consenso tra i Pasdaran (dai quali proviene) le milizie, i religiosi, che a loro volta distribuiscono le prebende statali attraverso la rete di moschee con le loro appendici associative e di mutuo soccorso.
I finanziamenti a Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza servono a tenere sotto pressione Israele.
Il nucleare è fonte di orgoglio nazionale e vasto consenso.
Ma Ahmadinejad si è avvicinato al Patto di Shanghai che unisce Russia, Cina e i Paesi dell’Asia centrale (in Tagikistan e Uzbekistan tra l’altro si parla largamente il persiano), ma ha anche stretto rapporti amichevoli con Afghanistan (altro Paese di lingua persiana) e Pakistan.
Il suo viaggio al vertice di Ekaterinburg ha suggellato questo nuovo asse che dovrebbe fornire sbocchi alle esportazioni e mettere a disposizione alta tecnologia Mahmud Ahmadinejad Nato con il nome di Mahmoud Saborjhian nel 1956 nel villaggio di Arādān, vicino Garmsar, figlio di un fabbro, si trasferì con la famiglia a Tehrān quando aveva un anno.
Il cognome di famiglia fu successivamente cambiato in Ahmadinejad, che significa “della razza di Maometto” ovvero “della razza virtuosa”.
E’ sesto e attuale Presidente della Repubblica islamica dell’Iran dal 3 agosto 2005.
E’ stato sindaco di Teheran dal 3 maggio 2003 fino al 28 giugno 2005, ed è un conservatore religioso; prima di diventare sindaco era un ingegnere civile e un professore all’Università Iraniana di Scienza e Tecnologia.
È stato eletto presidente dell’Iran il 24 giugno 2005, al secondo turno delle elezioni presidenziali, battendo il rivale, l’ex-presidente Ali Akhbar Hāshemi Rafsanjāni.
Aḥmadinejād ha spesso mandato segnali discordanti all’opinione pubblica internazionale circa i suoi progetti presidenziali.
Secondo alcuni osservatori negli Stati Uniti, questa linea sarebbe stata studiata per ottenere i consensi sia dei conservatori religiosi, sia delle classi meno agiate.
Il motto usato nella sua campagna elettorale fu: “è possibile e possiamo farlo”.
Nella sua campagna presidenziale ha avuto un approccio populista, con grande enfasi data dal suo semplice stile di vita.
Si è paragonato a Moḥammad ʿAli Rajāi — il secondo Presidente dell’Iran — dichiarazione che ha sollevato obiezioni da parte della stessa famiglia di Rajāi.
Aḥmadinejād sostenne di voler creare in Iran un “governo esemplare per i popoli del mondo”.
Si autodefinisce un “fondamentalista”, ovvero un politico che si ispira ai fondamenti dell’Islam e della originaria rivoluzione islamica in Iran.
Uno dei suoi obiettivi sarebbe quello di “mettere sulle tavole del popolo i profitti del petrolio”, ovvero quello di operare per una redistribuzione delle ricchezze derivanti dalla vendita del petrolio.
Ma non è stato così.
Si è invece espresso apertamente contro gli Stati Uniti d’America.
Ha inoltre dichiarato che le Nazioni Unite sono “unilateralmente schierate contro l’Islam” e si è chiaramente opposto al potere di veto che hanno i cinque Stati membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dichiarando che “non è giusto che pochi Stati possano imporre il loro veto a decisioni di carattere globale.
Se un tale privilegio deve continuare ad esistere, allora deve essere esteso anche al mondo dell’Islam, la cui popolazione ha raggiunto quasi il miliardo e mezzo di persone”.
Egli é molto noto sin dal tempo della sua elezione come il protetto di Khāmenei.
Durante la conferenza internazionale Il mondo senza sionismo, nell’ottobre 2005, Mahmud Ahmadinejād, citando Āyatollāh Khomeyni (il vecchio leader supremo di Iran) ha detto: «…questo regime occupante Gerusalemme è destinato a scomparire dalla pagina del tempo…», con riferimento allo Stato di Israele (http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/esteri/moriente21/moriente21/moriente21.html).
L’inizio dell’avversione del governo iraniano nei confronti di quello israeliano e la messa della parola fine alle relazioni tra i due paesi vanno collocati nel periodo immediatamente successivo alla Rivoluzione islamica (detta anche “khomeinista”) del 1979.
In occasione del congresso della FAO svoltosi a Romail 3 giugno 2008ha ribadito le sue accuse contro Israele(http://www2.irna.ir/en/news/view/line-17/0806023503151017.htm), suscitando proteste di varie parti politiche in Italia e all’estero.
Non dimentichiamo poi discriminazioni amministrative per gli ebrei che vivono in Iran, come l’assegnazione delle case popolari, gli avanzamenti di carriera, ecc.) e quelle nel diritto penale e civile (la testimonianza in tribunale di un non-musulmano vale la metà di quella di un fedele islamico; se un non-musulmano si converte all’islam incamera l’intera eredità paterna, ecc.).
Molti cittadini iraniani di religione ebraica per sfuggire da questa situazione di emarginazione cercano di lasciare il paese attraverso l’ambasciata israeliana in Turchia (in Iran non ci sono rappresentanze diplomatiche israeliane o americane).
In Israele sono presenti circa 150,000 ebrei di origini persiane, i cosiddetti parsim.).
Durante la Conferenza internazionale sul razzismo denominata “Durban II” e tenutasi a Ginevra il 20 aprile 2009, fu proprio l’esordio dei lavori dell’assise dei delegati ONU che si sciolse in una plateale diserzione dei rappresentanti di alcuni Paesi occidentali (gli Stati Uniti, Israele, il Canada, l’Australia e l’Ita¬lia avevano già deciso di non partecipare alla Conferenza, anche quale effetto della prima conferenza di Durban del 2001 -Conferenza mondiale contro il razzismo- e delle ridotte garanzie offerte in sede di lavori preparatori nella seconda assise).
La pubblica accusa di Ahmadinejād contro Israele (senza citarlo direttamente) fu quella di aver consolidato un governo razzista in Medio Oriente dopo il 1945, utilizzando l’ “aggressione militare per privare della terra un’intera nazione, sotto il pretesto della sofferenza degli ebrei”, e invitando “immigrati dall’Europa, dagli Stati Uniti e dal mondo dell’Olocausto per stabilire un governo razzista nella Palestina occupata”.
Attualmente, egli ha avviato migliori relazioni con la Russia Però il suo non vive una buona situazione interna.
Nonostante Khomeini volesse instaurare una “democrazia islamica”, le milizie popolari del regime e i pasdaran esercitano uno stretto controllo sulla radio e sulla stampa.
Inoltre numerose dimostrazioni di studenti sono state represse.
Come se non bastasse, l’applicazione della legge islamica limita fortemente i diritti delle donne (ad esempio in un tribunale la testimonianza di una donna vale metà di quella di un uomo).
Le minoranze sono perseguitate (adesso perseguita i Curdi, dopo averli sostenuti contro Saddam.
Sotto il profilo economico, la politica di Ahmadinejad è stata finora fallimentare: a causa delle sanzioni, molti generi di prima necessità e beni di lusso scarseggiano.
A causa di ciò, l’inflazione,che al tempo dello Scià Reza Pahlavi era del 12-15% ora arriva al 25-30%.
I pasdaran ormai controllano in pieno la vita del paese; oltre a ispezionare il parlamento, verificano anche i costumi della gente; numerose ditte a loro legate hanno il monopolio degli appalti e delle commesse governative .
All’interno dei guardiani vi è anche una corruzione molto vasta, e molti di essi sono coinvolti nell’importazione clandestina di beni che non possono arrivare legalmente in Iran per via delle sanzioni.
La sua politica finanziaria è sotto attacco ed il presidente è accusato di aver condotto la Repubblica islamica alla rovina finanziaria.
Nel dicembre 2008, Ahmadinejad aveva annunciato che il suo governo aveva stabilito un piano di salvataggio che avrebbe consentito alle classi socio-economiche più deboli di rimettersi in piedi.
Inoltre, a causa del blocco degli scambi iraniani causati dai toni anti-occidentali e anti-israeliani del presidente, l’Iran, quarto estrattore di petrolio al mondo, raziona la benzina perché, vista la mancanza in patria di tecnologie adeguate alla lavorazione del pesante greggio iraniano, s’incontrano difficoltà non di poco conto nel farla raffinare all’estero(Cfr.
: :  Pier Luigi Petrillo, Iran, Il Mulino 2008 http://www.mulino.it/edizioni/foreign_rights/scheda_volume.php?isbnart=12603&id_sezione=815 M.
Emiliani, M.
Ranuzzi de’ Bianchi, E.
Atzori, Nel nome di Omar.
Rivoluzione, clero e potere in Iran, Bologna, Odoya, 2008 ISBN 978-88-6288-000-8.).
Mahmud Ahmadinejad, il piccolo uomo con il vestito grigio e l’aspetto tuttaltro che attraente che ha già governato l’Iran dal 1995 con mano di ferro, pare sia stato eletto come presidente di questo spettacolare Paese, per altri quattro anni.
Si grida ai brogli elettorali( può essere), si manifesta per strade e piazze, anche a costo di pagare con la vita.
L’occidente resta sconcertato di fronte ai tumulti, ai morti, alle inarrendevoli dimostrazioni di non accettazione dei risultati delle elezioni in Iran che vedono “confermato” dall’Autorità Suprema Khamenei, Mahmoud Ahmadinejad che di certo non raccoglie molte simpatie né nei Paesi più sviluppati del mondo, né tra gli stessi iraniani.
Infatti , dalla richiesta della guida suprema della Rivoluzione islamica iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, di porre fine alle manifestazioni e di accettare i risultati delle elezioni «limpide e trasparenti, l’opposizione è tornata in piazza a Teheran e la tensione cresce con il passare dei minuti.
Non si sa come andrà a finire, anche per la semplice ragione che lì vige una ferrea teocrazia(Ali Khamenei, può essere paragonato al papa: le sue parole sono decisive ed intoccabili) e le nazioni fortemente democratiche non si permettono di avanzare critiche, non avendo un quadro completo e certo degli esiti.
Ma una cosa è sicura: sebbene siano stati chiusi con violenza molte vie di comunicazione con l’esterno; le coraggiose blogger( tante ragazze tutte in gamba e senza paura dello spauracchio del rigidismo sciita che proibisce qualsiasi innocente manifestazione, come cantare, ballare, mostrare il viso senza velo…), continuano a mantenere i contatti con Twitter, Facebook e altri social network che sicuramente , stavolta, hanno avuto un grande impatto su quello che sta succedendo nel loro paese.
Di fatto, i sostenitori di Mir Hossein Mousavi, il principale opponente di Mahmoud Ahmadinejad, si sono organizzati online per le elezioni dei giorni scorsi.
Facebook, in particolare sta diventando uno strumento fondamentale nelle campagne elettorali: è diventato un modo per eludere i mass media controllati dallo stato, che ovviamente lì sostengono l’attuale amministrazione.
Attualmente Mousavi ha più di 36,000 amici su Facebook, grazie ai quali ha mobilitato i votanti al di sotto dei 30 anni, ossia circa il 50 per cento degli elettori.
I suoi sostenitori gli hanno inoltre creato una pagina Twitter e un canale su YouTube(Cfr.: quotidiani italiani del 20 giugno 2009 e ss.).
Non è- tuttavia- semplice per gli occidentali riuscire a districarsi in questo “groviglio” di feroce religiosità(lo sciismo), di ricchezza(petrolio e pistacchi), di povertà( la maggior parte del popolo vive con pochi euro).
La storia dell’Iran dalla fine dell’Ottocento a oggi, è – soprattutto- la storia dell’ascesa del potere religioso, il racconto della nascita di una teocrazia senza uguali nel mondo.
Il racconto delle repressioni, rivoluzioni, opportunità democratiche e derive tiranniche di un paese che mette a rischio gli equilibri mondiali, minacciando l’Occidente con lo sviluppo della tecnologia atomica nelle mani del fanatismo religioso.
Ma per capire qualcosa di più di questo Paese così lontano, ma così vicino a noi sia per la frequenza dei suoi molti cineasti a Venezia(Kiarostami, Makhmalbaf,…) che per artisti spesso presenti come tuttora alla 53.
ma Biennale d’arte, cercheremo di “riassumere” sinteticamente la loro storia.

Natale del Signore Gesù (anno C)

NATALE DEL SIGNORE   Lectio Anno c     Prima lettura: Isaia 52,7-10          Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio».
Una voce! Le tue sentinelle alzano la voce, insieme esultano, poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore a Sion.
Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme.
Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutte le nazioni; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio.
    v Il nostro brano, appartenente al così detto secondo Isaia, immagina di descrivere la gioia entusiasta del popolo esiliato, che ascolta un divino messaggero, annunziante che l’esilio è finito e Dio è tornato nella santa città, dimostrandosi salvatore potente.
La nostra liturgia interpreta il brano in chiave messianica.
                                                                      Seconda lettura: Ebrei 1,1-6          Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo.
Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente.
Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell’alto dei cieli, divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.
Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato»? e ancora: «Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio»? Quando invece introduce il primogenito nel mondo, dice: «Lo adorino tutti gli angeli di Dio».
    v L’introduzione della anonima lettera agli Ebrei si armonizza assai bene con la lettura evangelica.
Anch’essa infatti sembra volerci svelare la misteriosa identità di Gesù Cristo.
Prima di tutto, ci è detto egli è il Figlio di Dio ed è venuto nel mondo per parlarci (come si vede, anche questo testo è vicino a definire Gesù Cristo Verbo di Dio), in qualità di creatore e signore (in quanto erede) di tutte le cose (vv.
1-2).
In secondo luogo, di questo Figlio di Dio, del quale si magnifica ancora la potenza della parola, è detto che, avendo realizzato la purificazione del mondo è assiso alla destra di Dio, superando in dignità gli stessi angeli (vv.
3-6).
  Vangelo: Giovanni 1,1-18          In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me».
Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.
    Esegesi      I primi 18 versetti del c.
I del quarto vangelo contengono certamente una composizione poetica, che non segue le norme della metrica greca, ma le cadenze e le regole della poesia semitica, basata su vari tipi di parallelismo e antitesi cadenzati.
Nella composizione poetica sono però inseriti dei brani in prosa di tipo narrativo o esplicativo.
Le due inserzioni narrative riguardano la testimonianza storica resa da Giovanni Battista al Verbo di Dio: vv.
6-8 e v.
15.
L’inserzione esplicativa del v.
13 sembra ampliare la descrizione dei figli di Dio del v.
12; quella del v.
17 commenta l’accenno alla grazia, fatta nel verso precedente, ricordando che questa è propria di Gesù Cristo, così come la legge è propria di Mosè; il v.
18 fa certamente da conclusione all’intero inno e potrebbe anche farne parte.
È probabile che l’inno a Gesù come Verbo (cioè parola) di Dio esistesse, nelle comunità formatesi attorno all’apostolo Giovanni, come inno liturgico e che il redattore del quarto vangelo lo abbia utilizzato, così come pare abbia fatto Paolo in Fil 2,5ss e in Col l,12ss e altri agiografi in altri libri del Nuovo Testamento.
     La ricchezza delle idee espresse nell’inno, velate per di più dal linguaggio allusivo e fluttuante che è proprio della poesia, non ci consente di farne qui l’intera analisi.
Ci contentiamo di sottolineare i motivi che lo hanno fatto scegliere come lettura evangelica della terza Messa di Natale.
     Ci sono due problemi che la primitiva predicazione cristiana ha dovuto affrontare e che tutt’ora sono ineludibili: il primo è quello della identità personale di Gesù Cristo (chi è costui?); il secondo è quello del rifiuto opposto a Gesù Cristo e al suo vangelo, a cominciare dal suo stesso popolo.
Ambedue i problemi li hanno tenuti presenti i nostri quattro vangeli e, in particolare, i vangeli dell’infanzia di Matteo e Luca.
Si ha l’impressione che il prologo del vangelo di Giovanni voglia rispondere soprattutto a questi due problemi.
     Risponde al primo problema la denominazione di Gesù Cristo come Verbo, ossia Parola di Dio: in quanto Parola di Dio egli appartiene all’area di Dio ed è al di fuori o al di sopra del tempo, in principio (vv.
1-2); l’intera creazione dipende da lui, perché è opera sua (v.
3) e, in particolare da lui deriva la vita, che è lo splendore della creazione ed è in se stessa rivelazione o manifestazione di Dio, vale a dire luce degli uomini (v.
4), contrastata ma non vinta dalle tenebre, cioè dall’ignoranza e dal peccato degli uomini (v.
5): finalmente, questo verbo di Dio, preannunciato dalla testimonianza dell’inviato divino Giovanni Battista (vv.
6-5), si fece carne e prese la sua dimora fra gli uomini, rivelando a loro la gloria del Padre (v.
14).
Questa è la densa e articolata risposta data al problema della identità di Gesù.
     Il secondo problema, quello del rifiuto patito da Gesù nella sua stessa patria, non riceve una spiegazione semplicistica, ma è svelato in tutta la sua dimensione cosmica e universale: esso va riportato cioè al rifiuto che sempre le tenebre hanno opposto alla luce (vv.
5.10-11).
Più che fare infiniti discorsi sull’argomento, occorre vedere ciò che accade a quelli che accolgono il Verbo di Dio fatto uomo: diventano figli di Dio e vengono riempiti dalla grazia, cioè dall’amore del Padre (vv.
12.16).
  Meditazione      «Un giorno santo è spuntato per noi…
oggi una splendida luce è discesa sulla terra».
Il canto al vangelo di questa eucaristia bene ci introduce nello spirito di questo giorno, giorno reso santo da quella «splendida luce» che ha illuminato la notte oscura dell’umanità e ora brilla nella pienezza del suo fulgore.
Il prologo del vangelo di Giovanni (Gv 1,1-18), che con felice intuizione la Chiesa fa proclamare nella Messa del giorno, descrive l’itinerario di questa «luce» che dalle ‘origini’ e dalle ‘altezze’ di Dio ‘scende’ nel mondo per rischiarare le sue tenebre e ridonargli nuova vita.
Là infatti dove arriva la luce, la vita può diffondersi e rifiorire; al contrario, dove tutto è avvolto dal buio, c’è solo il deserto e la morte.
All’inizio della creazione, quando «la terra era informe e deserta» e in essa tutto era ancora tenebra, la prima realtà che Dio fece sorgere dalla potenza della sua parola fu proprio la luce: «Dio disse: “Sia la luce!”.
E la luce fu» (Gen 1,1-3).
La vita prende avvio dalla luce e la luce, a sua volta, simboleggia la vita nel suo dilatarsi e crescere, prendendo forma e colore: «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini» (Gv l,4).
     Il tema della luce attraversa tutto il quarto vangelo e costituisce uno dei motivi fondamentali dell’intera narrazione, costruita appunto sul dualismo e sul contrasto luce/tenebre.
Gesù stesso, durante il suo ministero, non esiterà a dichiarare: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12).
Ma il motivo della luce è strettamente legato anche a tutta la tematica del ‘vedere’: senza luce è infatti preclusa ogni possibilità di visione delle realtà di questo mondo (il buio rende tutti in qualche modo ‘ciechi’).
La prima lettura e il salmo responsoriale insistono sul fatto che «la salvezza del nostro Dio» giunta a noi in questi giorni ultimi (cfr.
Eb 1,2) è stata veduta da «tutti i confini della terra» (Is 52,10; Sal 97,3).
Allo stesso modo l’evangelista Giovanni, al culmine del suo prologo, dove con poche e incisive parole narra il momento cruciale e irripetibile dell’incarnazione del Verbo («E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi»), introduce il ‘noi’ della comunità credente proprio con l’azione del ‘vedere’: «e noi abbiamo contemplato la sua gloria» (Gv 1,14).
Nessuno può vedere Dio, dice tutta la Scrittura, e Giovanni dal canto suo ripete: «Dio nessuno lo ha mai visto», ma, aggiunge subito: «il Figlio unigenito…
è lui che lo ha rivelato» (v.
18).
Noi vediamo «la gloria di Dio» nella «carne» dell’uomo Gesù, nell’umanità fragile e debole che il Verbo ha assunto venendo in questo mondo.
Ancora una volta, il contrasto si fa stridente: la carne, questa realtà caduca e mortale (erba che secca e fiore che appassisce, dicono i profeti: cfr.
Is 40,6-7) diventa epifania di Dio, luogo che irradia lo splendore della sua gloria (cfr.
Eb 1,3).
     La celebrazione del Natale non cessa di accrescere il nostro stupore mostrandoci che quel «bambino nato per noi» (antifona d’ingresso, che riprende Is 9,5) non è altro che il Verbo di Dio, la Parola eterna che è divenuta carne, la Salvezza che tutti i popoli attendevano di vedere.
È in questo piccolo e inerme bambino che «il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutte le nazioni» (Is 52,10), come ci dice il profeta Isaia con un’immagine plastica e incisiva.
‘Snudare il braccio’ vuol dire mostrare tutta la propria forza e potenza, esibire la propria grandezza nella capacità di compiere prodigi che non temono confronti.
Certamente, sentire proclamare questa parola con lo sguardo ancorato al presepe di Betlemme, a quel bimbo «avvolto in fasce che giace nella mangiatoia», non può non suscitare in noi una sorta di meraviglia confusa, di grato smarrimento, di pensoso palpitare del cuore…
     Nel prologo della lettera agli Ebrei (seconda lettura) ci imbattiamo nella solenne affermazione che «Dio ha parlato a noi nel Figlio» (Eb 1,2).
Se «in principio» (Gen 1,1; cfr.
Gv 1,1) Dio aveva già fatto risuonare la sua parola creatrice e, nel corso del tempo, aveva continuato a parlare «molte volte e in diversi modi» attraverso i profeti (Eb 1,1), è soltanto ora, «in questi giorni», che dice la sua parola ultima e definitiva nel suo Figlio amato.
Gesù è la Parola, «il Verbo», attraverso cui Dio dice veramente e fino in fondo se stesso.
Se Dio non ha mai smesso di parlare – cioè di comunicarsi attraverso il fragile mezzo della parola, mai imposta e sempre esposta al possibile rifiuto -, è però negli ultimi tempi che la sua parola acquista una nuova e più radicale dimensione, assumendo tutto lo spessore e la concretezza della ‘carne’.
È a questa carne che Dio affida il suo incontenibile desiderio di comunicazione e di comunione con l’uomo, prendendo su di sé il rischio di una condivisione piena e totale della nostra condizione umana.
Forse è a questo che allude la colletta di questa eucaristia quando dice che «in modo mirabile ci hai creati a tua immagine, e in modo più mirabile ci hai rinnovati e redenti…».
Il «modo» di parlare nella carne del Figlio diventa «più mirabile» del modo con cui la parola potente di Dio ha creato l’uomo e il mondo intero.
Ed è solamente per questa via, segnatamente (o mirabilmente) ‘carnale’, che a noi è data la possibilità di accogliere fino in fondo questa parola, ricevendo così in dono la grazia di «diventare figli di Dio» (Gv 1,12).
  Preghiere e Racconti Quella volta che Francesco… Amico, questo Natale del Signore voglio vederlo!».
Così disse, all’inizio del dicembre 1223, Francesco di Assisi all’amico Giovanni Velita, un possidente di terreni collinosi a Greccio, presso Rieti.
E il Santo spiegò all’amico cosa intendesse per “vedere” il Natale.
Nacque, da quel’intesa, il presepio com’è conosciuto nella cultura cristiana, nella pietà e nell’arte dei paesi latini.
Francesco è un credente dal cuore di fanciullo e dalla fervida e festosa fantasia.
La sua fede “vede” ciò che crede, ma le mancava l’“oggetto” da vedere nella figura e nella forma concreta; il Poverello, in quel secolo di ferro e di fuoco, ma anche di grandi santi, poeti e profeti della fede, non era soddisfatto di una “lacuna” costante nella rappresentazione della nascita del Figlio di Dio.
Conosceva, grazie ai suoi pellegrinaggi a Roma, la Natività nei mosaici delle grandi basiliche, ma non gli bastava.
In quei sublimi cicli pittorici, il Figlio di Dio pur avvolto in fasce, è quasi sempre raffigurato come un principe, dalla faccia seria, senza splendore d’innocenza e d’infanzia.
Francesco deve aver coltivato a lungo la speranza di “vedere” realmente la presenza di Cristo neonato, e ha cercato un’immagine viva del Bambino di Betlemme, fatta di carne, di uno sguardo, un gemito, un sorriso.
Il discorso di Francesco a Giovanni Velita non è riferito certo alla lettera, ma il senso è preciso: “Preparami, per questo Natale del Signore, una grotta, della paglia, un asino, un bue, dei pastori e una mangiatoia, vuota però.
La cornice è nostra, ma la presenza è soltanto quella che a lui piacerà mostrarci.
E un sacerdote celebri, nella notte, il sacrificio eucaristico.
A tutto il resto penserà il Signore”.
Giovanni Velita obbedisce felice.
La collina boscosa, nella notte, si riempie di gente, di canti, di grida di bambini, di animali, pecore e agnelli.
Dopo aver proclamato il Vangelo, Francesco parla alla gente stupefatta, curiosa, trepida davanti a quella mangiatoia vuota.
La voce del Poverello trema, raccontano i suoi biografi: sembra un belato d’agnello e ogni volta che pronuncia il nome di Gesù, si commuove fino alle lacrime.
Alla consacrazione, nella mangiatoia si manifesta la presenza di un bambino vivo.
Sta lì, e dorme, come quello di Betlemme, come tutti i bambini della terra.
Chi è? Chi l’ha posto in quel luogo? Da dove è venuto? Dove sono Maria e Giuseppe? Francesco non ha bisogno di dare risposte.
Ha già detto tutto: “Stanotte la carne dell’uomo è stata glorificata per sempre.
Il Figlio di Dio l’ha assunta, vi è nato un uomo come noi, per restarci accanto fino alla fine del tempo.
E il nostro Signore povero, figlio di Maria.
Adoriamolo”.
Si piega sulla mangiatoia e solleva tra le braccia il bambino, per mostrarlo alla gente incredula e felice.
Poi le fiaccole, i fuochi e le voci si spengono.
Ma nella teologia e nel folclore, nella pietà e nell’arte, quel rito strano e a suo modo inaudito, resterà per sempre indelebile.
Francesco con questo semplice rito, ha ricreato il Natale di Betlemme e ha “inventato” il presepio.
Ha messo in circolo, nell’arte di tutti i secoli, “il volto” di Cristo bambino, annullando la “maschera” di un Dio giudice severo e senza pietà.
Il Santo di Assisi, da profeta e poeta dell’innocenza, con il Presepio di Greccio ha riacceso e fortificato la “memoria” della natività di Betlemme, dalla quale la cristianità può recuperare innocenza e coraggio, fedeltà ed amore.
È il senso stimolante di due versi di Thomas Merton: «E finalmente io apprendo d’essere nato — oramai non più in Francia — ma a Betlemme».
(Carlo Maria MARTINI – Pietro MESSA, L’infinito in una culla.
San Francesco e la gioia del Natale, Assisi, Porziuncola, 2009, 7-13).
  Trovato neonato in una stalla   Trovato neonato in una stalla: polizia e servizi sociali indagano «Arrestati un falegname e una minorenne».
  Betlemme, Giudea   L’allarme è scattato nelle prime ore del mattino, grazie alla segnalazione di un comune cittadino che aveva scoperto una famiglia accampata in una stalla.
Al loro arrivo gli agenti di polizia, accompagnati da assistenti sociali, si sono trovati di fronte ad un neonato avvolto in uno scialle e depositato in una mangiatoia dalla madre, tale Maria H.
di Nazareth, appena quattordicenne.
Al tentativo della polizia e degli operatori sociali di far salire la madre e il bambino sui mezzi blindati delle forze dell’ordine, un uomo, successivamente identificato come Giuseppe H.
di Nazareth, ha opposto resistenza, spalleggiato da alcuni pastori e tre stranieri presenti sul posto.
Sia Giuseppe H.
che i tre stranieri, risultati sprovvisti di documenti di identificazione e permesso di soggiorno, sono stati tratti in arresto.
Il Ministero degli Interni e la Guardia di Finanza stanno indagando per scoprire il Paese di provenienza dei tre clandestini.
Secondo fonti di polizia i tre potrebbero essere degli spacciatori internazionali, dato che erano in possesso di un ingente quantitativo d’oro e di sostanze presumibilmente illecite.
Nel corso del primo interrogatorio in questura gli arrestati hanno riferito di agire in nome di Dio, per cui non si escludono legami con Al Quaeda.
Le sostanze chimiche rinvenute sono state inviate al laboratorio per le analisi.
La polizia mantiene uno stretto riserbo sul luogo in cui è stato portato il neonato.
Si prevedono indagini lunghe e difficili.
Un breve comunicato stampa dei servizi sociali, diffuso in mattinata, si limita a rilevare che il padre del bambino è un adulto di mezza età, mentre la madre è ancora adolescente.
Gli operatori si sono messi in contatto con le autorità di Nazareth per scoprire quale sia il rapporto tra i due.
Nel frattempo Maria H.
è stata ricoverata presso l’ospedale di Betlemme e sottoposta a visite cliniche e psichiatriche.
Sul suo capo pende l’accusa di maltrattamento e tentativo di abbandono di minore.
  (Dario Guerini, in <http://www.facebook.com/notes/dario-guerini/buon-natale/190558089997>, 10 dicembre 2009).
    «Sia questo per voi il segno; troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Lc 2, 12).
Fissiamo l’attenzione su alcuni punti.
 I pastori Un primo spunto di riflessione è offerto proprio dai destinatari del messaggio dell’angelo del Natale: i pastori.
Essi vengono privilegiati da questa primizia di annuncio non tanto perché poveri – come sempre abbiamo pensato -, quanto perché ritenuti inaffidabili, abituati com’erano a non andare troppo per il sottile nella distinzione tra il proprio e l’altrui.
Inadatti alla testimonianza come i pubblicani e gli esattori delle tasse, sono, però, credibili per Dio, che sceglie i disprezzati e li giudica idonei ad accogliere una straordinaria rivelazione.
Ed ecco delinearsi una prima indicazione per noi, figli fedeli della casa paterna: Dio non richiede credenziali ne affida le verità che lo riguardano a chi esibisce il certificato di buona condotta.
Nelle nostre comunità hanno peso le parole di coloro che hanno l’unica colpa di non essere nessuno? Che non sanno parlare perché non c’è stato mai chi ha tentato di ascoltarli? Quanto risuonano in chiesa le voci della piazza, accanto al gregoriano? Quanto sono credibili per noi le verità testimoniate da chi è al di fuori della nostra cerchia, della confraternita a cui apparteniamo, della sacrestia che frequentiamo?   L’angelo del Natale Un secondo spunto viene offerto dal messaggio.
Contiene una promessa, indicata da un verbo di movimento: «Troverete» (Lc 2,12).
Il trovare presuppone una ricerca, un cammino, un esodo.
Per i pastori si trattò solo di abbandonare i fuochi del bivacco e le capanne di fronde erette a difesa dalle intemperie.
Per noi le partenze sono molto più laceranti: ci viene chiesto di abbandonare i recinti delle nostre sicurezze, i calcoli delle nostre prudenze, il patrimonio culturale di cui siamo solerti conservatori.
È un viaggio lungo e faticoso, quasi un salto nel buio.
Si tratta infatti di ripercorrere, a ritroso, secoli e secoli di storia; di rileggere, con occhi diversi, le varie tappe della civiltà, per ritrovare le origini del cristianesimo nella grotta di Betlemme.
E non è detto che la meta della nostra ricerca sia un Dio glorioso.
Ci vengono garantiti solo dei segni: un bambino, le fasce, la mangiatoia: i segni della debolezza, del nascimento e della povertà di Dio.
Un bambino inerme.
Simbolo di chi non può vantare alcuna prestazione.
Di chi può solo mostrare, piangendo, la propria indigenza.
A questo punto il discorso sulla debolezza di i Dio, più che assumere le cadenze del moralismo (tale, cioè, da spingerci ad amare i deboli, gli indifesi, i non garantiti), dovrebbe stimolare la riflessione teologica sul perché Dio ha deciso di spiazzare tutti manifestando la sua gloria nei segni del non-potere, della non-violenza.
  La veste del bambino Le fasce sono simbolo del nascondimento di Dio, velano la sua presenza perché la sua luce non ciechi i nostri occhi.
Saranno ritrovate nel sepolcro, per terra, quando lui, il Signore, avrà sconfitto la morte e dichiarato abolite tutte le croci.
Ma da quando Maria le ha utilizzate per la prima volta quella notte, suo Figlio non ha mai smesso di riutilizzarle.
Ancora oggi continua a giacere avvolto in fasce.
Qui, se per poco ci mettiamo a «sbendare», le coperte s’infittiscono paurosamente: migliaia di volti spauriti a cui nessuno ha mai sorriso; membra sofferenti che nessuno ha accarezzato; lacrime mai asciugate; solitudini mai riempite; porte a cui mai nessuno ha bussato.
E si potrebbe continuare all’infinito, in un interminabile rosario di sofferenze.
È qui che Dio continua a vivere da clandestino.
A noi il compito di cercarlo; di cominciare a bazzicare certi ambienti non troppo piacevoli; di lasciarci ferire dall’oppressione dei poveri, prima di cantare le nenie natalizie davanti al presepio.
Guardare oltre le fasce, riconoscere un volto, trovare trasparenze perdute, coltivare sogni innocenti: non è un andare incontro alla felicità?   La culla del neonato La mangiatoia è il simbolo della povertà di tutti i tempi; vertice, insieme alla croce, della carriera rovesciata di Dio che non trova posto quaggiù.
È inutile cercarlo nei prestigiosi palazzi del potere dove si decidono le sorti dell’umanità: non è lì.
È vicino di tenda dei senza-casa, dei senza-patria, di tutti coloro che la nostra durezza di cuore classifica come intrusi, estranei, abusivi.
La mangiatoia è però anche il simbolo del nostro rifiuto «È venuto nella sua casa, ma i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1, 11).
È l’epigrafe della nostra non accoglienza.
La greppia di Betlemme interpella, in ultima analisi, la nostra libertà.
Gesù non compie mai violazioni di domicilio: bussa e chiede ospitalità in punta di piedi.
Possiamo chiudergli la porta in faccia.
Possiamo, cioè, condannarlo alla mangiatoia: che è un atteggiamento gravissimo nei confronti di Dio.
Sì, è molto meno grave condannare alla croce, che condannare alla mangiatoia.
Se però gli apriremo con cordialità la nostra casa e non rifiuteremo la sua inquietante presenza ha da offrirci qualcosa di straordinario: il senso della vita, il gusto dell’essenziale, il sapore delle cose semplici, la gioia del servizio, lo stupore della vera libertà, la voglia dell’impegno.
Lui solo può restituire al nostro cuore, indurito dalle amarezze e dalle delusioni, rigogli di nuova speranza.
  (Don Tonino Bello, Avvento.
Natale.
Oltre il futuro, Padova, Messaggero, 2007, 79-84).
Che cosa significa “tempo compiuto” o “vita compiuta”       I mistici hanno riflettuto su questo concetto della pienezza del tempo.
Per Meister Eckhart il tempo è stato compiuto con l’incarnazione di Dio.
Il tempo è il luogo nel quale l’uomo diviene uno con Dio.
Se siamo uno con il Dio eterno, allora il tempo è compiuto.
Agostino riprende l’espressione di san Paolo della pienezza del tempo: “Ma quando giunse la pienezza del tempo, apparve anche colui che voleva liberarci dal tempo.
Infatti, liberati dal tempo, dovremmo giungere a quella eternità dove non c’è nessun tempo”.
Per Paolo la pienezza del tempo consiste nel fatto che Dio ha inviato suo Figlio nel mondo (Gal 4,4).
In Gesù è uno Dio e uomo, tempo ed eternità.
Se siamo in Cristo, prendiamo parte a Dio e alla sua pienezza, alla sua eternità.
(Anselm GRÜN, Il libro delle risposte, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2008, 185).
    * Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 1997-1998; 2002-2003; 2005-2006.
– COMUNITÀ MONASTICA SS.
TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade.
Tempo D’Avvento e Natale, Milano, Vita e Pensiero, 2009, pp.
68.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
– Don Tonino Bello, Avvento e Natale.
Oltre il futuro, Padova, Messaggero, 2007.
– Carlo Maria MARTINI – Pietro MESSA, L’infinito in una culla.
San Francesco e la gioia del Natale, Assisi, Porziuncola, 2009, 7-13).
 

Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe (Anno C).

Preghiere e Racconti La casa di Nazaret “La casa di Nazaret è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del vangelo.
Qui si impara a osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio, tanto semplice, umile e bella.
Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è il Cristo.
Qui tutto ha una voce, tutto ha un significato.
Qui, a questa scuola certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del vangelo e diventare discepoli del Cristo.
Non lasceremo questo luogo senza aver raccolto, quasi furtivamente alcuni brevi ammonimenti dalla casa di Nazaret.
In primo luogo essa ci insegna il silenzio.
Oh! Silenzio di Nazaret, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri.
Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera che Dio solo vede nel segreto.
Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia.
Nazaret ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro e inviolabile.
Ci faccia vedere com’è dolce e insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale.
Infine impariamo la lezione del lavoro.
Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo, ma redentrice della fatica umana” (Paolo VI, Discorso a Nazaret, 5 gennaio 1965).
  La mamma è qui «Il bambino amato sente che ha qualcosa di bello, di valido, e che esiste per qualcuno perché si sente scelto.
Il bambino si sente scelto solamente quando c’ è una figura femminile affettivamente disponibile, gratuita, permanente, che vive per lui.
Non si può essere madre e padri a ore.
Ogni bambino svegliandosi ha bisogno di vedere il volto della madre che gli sorride e andando a letto vuole il bacio della buona notte, la benedizione di papà e mamma e quando ritorna a casa da scuola ha il desiderio di sentirsi rispondere “la mamma è qui”.
(Oreste BENZI, Per la Famiglia.
La coppia oggi tra libertà dell’uomo e mistero di Dio, Rimini, Guaraldi, 1992, 73).
La Sacra Famiglia Tre Persone e un amato esse sono tutte e tre: in esse un solo amore, un amante le rendeva; l’amato tale amante ove ognuna d’esse vive; perché l’essere che hanno delle tre ognuna tiene e ciascuna d’esse ama chi tal essere possiede.
  Questo esser è ciascuna, questo solo le congiunge in un nodo sì ineffabile che ridire non si può; infinito è per tal modo quell’amore che le unisce, che in tre è un solo amore, lor sostanza essa si dice; e l’amor quanto più uno tanto più amor produce.
  (Giovanni della Croce).
  La famiglia, icona della Trinità Il Signore benedica tutti i vostri progetti, miei cari fratelli.
Il Signore vi dia la gioia di vivere anche l’esperienza parrocchiale in termini di famiglia.
Prendiamo come modello la Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito che si amano, in cui la luce gira dall’uno all’altro, l’amore, la vita, il sangue è sempre lo stesso rigeneratore dal Padre al Figlio allo Spirito, e si vogliono bene.
Il Padre il Figlio e lo Spirito hanno spezzato questo circuito un giorno e hanno voluto inserire pure noi, fratelli di Gesù.
Tutti quanti noi.
Quindi invece che tre lampade, ci siamo tutti quanti noi in questo circuito per cui e la parrocchia e le vostre famiglie prendano a modello la Santissima Trinità.
Difatti la vostra famiglia dovrebbe essere l’icona della Trinità.
La parrocchia, la chiesa dovrebbe essere l’icona della Trinità.
Signore, fammi finire di parlare, ma soprattutto configgi nella mente di tutti questi miei fratelli il bisogno di vivere questa esperienza grande, unica che adesso stiamo sperimentando in modo frammentario, diviso, doloroso, quello della comunione, perché la comunione reca dolore anche, tant’è che quando si spezza, tu ne soffri.
Quando si rompe un’amicizia, si piange.
Quando si rompe una famiglia, ci sono i segni della distruzione.
La comunione adesso è dolorosa, è costosa, è faticosa anche quella più bella, anche quella fra madre e figlio; è contaminata dalla sofferenza.
Un giorno, Signore, questa comunione la vivremo in pienezza.
Saremo tutt’uno con te.
Ti preghiamo, Signore, su questa terra così arida, fa’ che tutti noi possiamo già spargere la semente di quella comunione irreversibile, che un giorno vivremo con te.
(Don Tonino Bello)   Preghiera dinanzi al presepe       Signore Gesù, noi ti vediamo bambino  e crediamo che tu sei il Figlio di Dio e il nostro Salvatore.
Con Maria,con gli angeli e con i pastori noi ti adoriamo.
Ti sei fatto povero per farci ricchi con la tua povertà: concedi a noi di non dimenticarci mai dei poveri e di tutti coloro che soffrono.
Proteggi la nostra famiglia, benedici i nostri piccoli doni, che abbiamo offerto e ricevuto, imitando il tuo amore.
Fa che regni sempre tra noi questo senso di amore che rende più felice la vita.
Dona un Buon Natale a tutti, o Gesù, perché tutti si accorgano che tu oggi sei venuto a portare al mondo la gioia.
  Preghiera per la famiglia O Padre del cielo, fa’ che nella nostra famiglia imitiamo le stesse virtù e lo stesso amore della Santa famiglia di Nazareth, perché, riuniti insieme nella tua casa, possiamo un giorno godere la gioia eterna.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.
(Paolo VI)   * Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 1997-1998; 2002-2003; 2005-2006.
– COMUNITÀ MONASTICA SS.
TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade.
Tempo D’Avvento e Natale, Milano, Vita e Pensiero, 2009, pp.
68.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
– Don Tonino Bello, Avvento e Natale.
Oltre il futuro, Padova, Messaggero, 2007.
– Carlo Maria MARTINI – Pietro MESSA, L’infinito in una culla.
San Francesco e la gioia del Natale, Assisi, Porziuncola, 2009, 7-13).
   SANTA  FAMIGLIA   Lectio Anno c     Prima lettura: 1Samuele 1,20-22.24-28          Al finir dell’anno Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuèle, «perché – diceva – al Signore l’ho richiesto».
Quando poi Elkanà andò con tutta la famiglia a offrire il sacrificio di ogni anno al Signore e a soddisfare il suo voto, Anna non andò, perché disse al marito: «Non verrò, finché il bambino non sia svezzato e io possa condurlo a vedere il volto del Signore; poi resterà là per sempre».
Dopo averlo svezzato, lo portò con sé, con un giovenco di tre anni, un’efa di farina e un otre di vino, e lo introdusse nel tempio del Signore a Silo: era ancora un fanciullo.
Immolato il giovenco, presentarono il fanciullo a Eli e lei disse: «Perdona, mio signore.
Per la tua vita, mio signore, io sono quella donna che era stata qui presso di te a pregare il Signore.
Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho richiesto.
Anch’io lascio che il Signore lo richieda: per tutti i giorni della sua vita egli è richiesto per il Signore».
E si prostrarono là davanti al Signore.
       v L’esperienza di Anna è quella di una maternità sofferta.
La donna è sterile e viene nel santuario di Silo a chiedere a Dio la grazia di un figlio (1Sam 1,9-19).
Il sacerdote che osserva il fervore della sua preghiera si sente autorizzato a darle una risposta rassicuratrice: «Va in pace e il Dio d’Israele ascolti la domanda che gli hai fatto» (1,17).
     Secondo l’attesa nasce il bambino desiderato.
Ma c’è ora da adempiere  l’impegno preso al momento della desolazione.
«Io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita», aveva detto nel dolore (1,11).
Il piccolo Samuele è il figlio della promessa, come il suo stesso nome ricorda «Il Signore ha ascoltato».
    Ora che il bambino è in qualche modo autosufficiente, Anna compie il suo pellegrinaggio verso il santuario di Silo per presentarsi alla faccia del Signore.
E per ricevere sicura udienza offre prima un sacrificio di propiziazione e quindi presenta il bambino per offrirlo al servizio del luogo sacro…
     «Il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho richiesto.
Anch’io lascio che il Signore lo richieda» (1,27-28).
Non è un baratto, ma una coerenza del proprio credo.
Se JHWH dona deve anche ricevere.
    È la logica che ha guidato a suo tempo i passi di Abramo, il padre dei credenti.
Pure lui aveva ricevuto miracolosamente un figlio e cede senza discutere alle richieste di chi glielo aveva accordato, ma la prontezza, quindi la sua fede, è il presupposto per riaverlo nuovamente (Gn 22).
    Samuele è consegnato al Signore e rimarrà nel santuario di Silo alla scuola del gran sacerdote Eli; non ritornerà a Ramataim, nelle montagne di Efraim, con i genitori, ma diventerà presto la guida spirituale di tutto Israele.
«Da Dan a Bersheba», da un estremo all’altro del paese, tutto il popolo seppe «che era stato costituito profeta del Signore» (1Sam 3,20).
Iddio non si era lasciato vincere in generosità.
    E la madre che aveva pianto per la sua sterilità, per la carenza, di un figlio, ora che l’ha perso donandolo al Signore non è afflitta ma, piena di esultanza, intona un canto di gioia e di ringraziamento che sarà l’anticipo del Magnificat di Maria (2,1-10; cf.
Lc 1,46-55).
  Seconda lettura: 1Giovanni 3,1-2.21-24          Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui.
Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato.
Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.
Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito.
Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato.
Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui.
In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.
    v Le «Lettere» di Giovanni fanno parte di quelle chiamate «cattoliche» dirette cioè non a una singola chiesa, ma a una cerchia più ampia di credenti, in pratica alle comunità cristiane di Asia che registrano nel loro interno i primi attriti e le prime divisioni.
    La condizione del cristiano, secondo l’autore della lettera, è unica, poiché in virtù della sua fede e della rigenerazione battesimale è passato realmente in uno stato di vita nuova che è quello dei figli di Dio.
    Il discorso non è propriamente teologico, ma pratico e soprattutto pastorale.
Il «figlio» è colui che è generato dal seno del padre (cf.
Gv 1,13.18) non tanto un prodotto della sua potenza.
Tra le cose, gli esseri e l’uomo c’è per l’autore biblico, davanti a Dio, una grande differenza, poiché solo l’uomo è a sua immagine e somiglianza (cf.
Gn 1,26).
    Il nuovo Testamento fa un passo avanti e stabilisce tra Dio e l’uomo una relazionalità, quasi una parentela che induce il primo a chiamarsi «padre» e il secondo a dirsi «figlio».
È  sempre un linguaggio analogico, mutuato cioè dal mondo degli uomini dove la relazione più intima e più cara che esiste tra persone è quella tra i genitori e i figli.
    Il cristiano è colui che ha accettato la testimonianza di Gesù Cristo, vive secondo le sue proposte, soprattutto si prova ad amare i suoi simili, persino i nemici.
Egli vive secondo una perfezione che solo Dio possiede.
«Se così farete, perdonate cioè anche a quelli che non lo meritano, sarete perfetti come il Padre vostro che è nei cieli» ricordano Matteo e Luca (5,43-48; 6,36:23,34).
     La lettera di Giovanni richiama questa dignità del cristiano che può far propri gli atteggiamenti e i sentimenti di Dio.
Non si tratta di un titolo accademico, di una onorificenza gratuita, ma di una promozione che nasce sì dalla fede in Cristo, soprattutto però dall’assunzione dei suoi insegnamenti a programma di vita.
È l’essere veramente cristiani, cioè il tentativo di imitare il grado di carità di Gesù Cristo che rende un uomo figlio di Dio.
    Il passo centrale di tutta la lettera è sempre 1,3-7, soprattutto la frase «Dio è luce in cui non ci sono tenebre; se camminiamo nella luce come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri».
    La filiazione divina si rivela nel grado di capacità di accoglienza degli uomini, cioè nel grado di amore verso i fratelli.
La comunione con Dio, la dimora in lui, la paternità e la filiazione, temi della lettera, si identificano alla fine con l’imitazione di Cristo, con l’amore degli uni verso gli altri.
    Non sono tanto i sentimenti quanto i comportamenti che rivelano la dignità del cristiano.
  Vangelo: Luca 2,41-52          I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua.
Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa.
Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero.
Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava.
E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo».
Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?».
Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso.
Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore.
E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.
       Esegesi      Luca conclude, con il brano 2,41-52, il racconto dell’infanzia di Gesù.
Dopo il dittico degli annunzi (1,5-55) e delle nascite (1,57-2,20) in cui la persona e la missione di Gesù ha il suo risalto soprattutto nel confronto con la figura di Giovanni (simbolo dell’antica alleanza), quella di Maria (la comunità dei credenti) e con Elisabetta (la sinagoga) seguono due quadri che si possono chiamare delle «ascensioni di Gesù al tempio di Gerusalemme», che costituiscono o meglio anticipano l’apoteosi del Cristo nel luogo dell’antico culto e davanti ai dottori d’Israele che rimangono confusi e ammirati davanti alla sapienza del nuovo rabbi che ormai ha eclissato la loro autorità.
     La storia non era andata così, ma l’evangelista non racconta ciò che era realmente accaduto, ma che avrebbe dovuto o dovrebbe accadere: Israele si convertirà e riconoscerà il messia che Dio ha inviato al suo popolo e nello stesso tempo alle genti (Lc 2,32).
     Il testo di Lc 2,41-52 (come quello di Lc 2,21-40) sotto le parvenze di una cronaca e una pagina di alta teologia o se si vuole di profonda cristologia.
Il figlio del falegname di cui i nazaretani conoscono i familiari, la madre, le sorelle, i fratelli e che per questo rifiutano di ascoltare è il maestro di sapienza, il salvatore di tutti gli uomini      Il racconto di Lc 2,41-52 ha l’aria di un episodio, ma il messaggio supera la sua portata aneddotica; bisogna seguire la sua trama, ma senza perdere di vista le alte intenzioni dell’autore.
    Il pellegrinaggio della S.
Famiglia a Gerusalemme è l’occasione o il pretesto della visita di Gesù al tempio.
    L’evangelista descrive la fase iniziale della manifestazione di Gesù ma sembra che pensi soprattutto all’ultima, quella che compirà pure in occasione della pasqua.
     La separazione di Gesù dai genitori, lo smarrimento può apparire inverosimile, ma è soprattutto misterioso.
Segnala la strada di Cristo che è solitaria.
Gesù è accompagnato dai genitori nella sua infanzia, ma quando deve dar compimento alla sua missione è solo.
Neanche gli apostoli gli sono di grande aiuto, piuttosto di intralcio.
Essi l’abbandonano anche nell’ora del Getsemani che si conclude con la condanna capitale.
     Giuseppe e Maria sono persone reali e simboliche; sono i genitori di Gesù, ma anche i prototipi della comunità credente.
Essi si preoccupano del figlio; lo ricercano, lo ritrovano e si preoccupano di capire le ragioni del suo comportamento.
     La domanda «Figlio, perché ci hai fatto questo?» riassume secoli di teologia.
In altri tempi si dirà: «Cur Deus homo?» (Perché Dio si è fatto uomo?) oppure: «Perché la croce?».
La morte di Cristo è il problema che ha fatto perdere l’orientazione agli apostoli, ha atterrito Paolo e rende perplessi quanti si provano a riflettervi sopra.
«Tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo», dice Maria coinvolgendo nella sua angoscia lo sposo e l’intera comunità.
     I «tre» giorni della sparizione possono contenere un’allusione ai tre giorni della sepoltura, della scomparsa di Gesù dallo sguardo dei suoi fratelli e quindi possono contenere un richiamo alla sua passione e morte.
     La risposta alla domanda di Maria e di quanti ella rappresenta non è una spiegazione ma un invito ad accettare le disposizioni che vengono dall’alto anche se non si comprendono.
Al «Figlio, perché ci hai fatto questo?» segue un «Perché mi cercavate?».
Ogni ricerca sulle scelte di Gesù sfocia in un bivio oltre il quale non è possibile indagare.
C’è un imperativo, un dovere a cui occorre solo sottostare.
     La strada della salvezza è segnata da colui che l’ha decisa; ne ha stabiliti i percorsi e le modalità di attuazione; l’uomo deve solo seguirli.
È quanto Gesù confessa alla madre e a quanti condividono le sue perplessità.
     «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?».
Egli è, come tutti, «nato da donna», ma è anche «figlio» cioè un prediletto di Dio, un suo particolare inviato, incaricato di una speciale missione in mezzo agli uomini che è quella di richiamarli alla loro vera origine, al rapporto familiare o filiale che hanno con Dio.
     L’appellativo «padre» rivolto a Dio è quello che tutti debbono far proprio al posto di altri più solenni (Signore, altissimo, onnipotente) ma meno opportuni.
Gesù tenterà innanzitutto di rinnovare i rapporti dell’uomo con Dio, sottraendolo alla subordinazione e introducendolo nel cuore della sua famiglia.
Una «profanazione» che gli costerà la vita, ma egli non può deflettere da quel «dovere» che segna tutta la sua esistenza: sempre incompreso, sempre frainteso, persino dai propri intimi che vengono a prenderlo perché lo credono fuori di sé (Mc 3,21).
     La strada di Dio non è la strada degli uomini, per accettarla bisogna rinunciare a capire; occorre solo credere.
È quanto Maria sembra suggerire.
L’evangelista nota che «essi non compresero» (2,50) ma non aggiunge che per questo non credettero, come invece asserisce Giovanni a proposito dei «fratelli» (Gv 7,5) o fa capire parlando dei suoi avversari.
     Maria e Giuseppe non compresero, ma anche questa volta riflettono sulle cose udite, le confrontano con altre nel tentativo di riuscire se non a capirle a poterle far proprie, cioè ad accettarle, a credere (cf.
Lc 2 19).
     La prima parte del quadro è offuscato dall’ombra della separazione ma la seconda e mondata dalla luce del ritrovamento e del trionfo (2 46-47).
Sono messe a confronto tra di loro le due fasi della vita di Gesù: quella terrestre che si chiude sulla croce e nella tomba e quella gloriosa che si apre con la vittoria sui nemici e sulla morte (risurrezione).
     La scena di Gesù in mezzo ai dottori è nuova, più che storica è soprattutto simbolica, profetica.
Di fatto Gesù aveva finito la sua esistenza ignominiosamente, con una disfatta, ma è stata una sconfitta che si e trasformata in vittoria.
«Presto vedrete il figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza», aveva detto Gesù ai sinedriti che stavano con-dannandolo (Mc 14,62).
     Il profeta che pochi avevano ascoltato e che pochissimi avevano accettato può parlare ora dal luogo più sacro della terra, accanto alla sede dell’unico e vero Dio e dove le più venerande autorità d’Israele avevano le loro cattedre.
Esse sembrano scomparse e quelli che erano i maestri indiscussi della parola di Dio sono se non ai piedi al fianco del nuovo rabbi.
È lui che fa loro le domande e in qualche modo orienta le loro risposte.
Anche se sembra un ascoltatore, nella mente dell’evangelista è il dottore che ha preso il posto di Mosè ed Elia e dà prova della sua indiscussa autorità (cf.
LC 9,36).
     Quelli che erano stati i più agguerriti avversari di Gesù, appunto gli scribi, i farisei e i dottori della legge, pendono ora dalle sue labbra e quello che è più sorprendente, invece che dall’ira sono pervasi dallo stupore e dalla gioia.
     La situazione si è rovesciata.
L’umile profeta galileo è diventato il maestro che Parla dai cortili del tempio, il luogo ufficiale degli interpreti della Legge, e ad ascoltarlo sono le classi dirigenti, i maestri d’Israele proprio quelli che l’avevano rifiutato e fatto condannare a morte.
     È una proiezione profetica e un auspicio che Luca ha davanti ai suoi occhi e propone ai suoi lettori.
Mentre racconta la prima esistenza di Gesù guarda con ottimismo al futuro della salvezza cristiana e soprattutto al suo rapporto con l’antico Israele.
  Meditazione      Celebriamo oggi la festa della Santa Famiglia di Nazaret.
Anche se normalmente questa piccola comunità viene ritenuta ‘straordinaria’ e non confrontabile con le nostre ordinarie esperienze famigliari, il racconto evangelico odierno può forse farci rivedere tale giudizio, mostrandoci come la vicenda di Giuseppe, Maria e Gesù sia molto più vicina, ‘simpatica’ e addirittura imitabile da una qualsiasi famiglia che voglia davvero far crescere tutti i suoi membri.
     Il brano, riportato dal solo Luca, apre uno squarcio nel silenzio dei trent’anni trascorsi da Gesù in famiglia.
Ci narra una vicenda svoltasi, significativamente, nell’anno in cui Gesù giunge alla maturità religiosa: a dodici anni, infatti, si diviene bar mitzwa, figlio del comandamento, e si è tenuti all’ascolto operoso della parola di Dio.
     In modo esplicitamente ricercato o accogliendo le sollecitazioni della vita, tutti noi abbiamo vissuto degli avvenimenti simbolici che hanno segnato alcune tappe, alcune svolte fondamentali della nostra esistenza: dal non dormire più nella camera dei genitori al ricevere le chiavi di casa, dalla scelta della scuola e del lavoro al primo viaggio in solitudine, dalla ricerca di una autentica amicizia alla prima preghiera fatta liberamente, senza la necessità di compiacere alcuno…
Sono ‘riti’ che si imprimono nella carne, nella memoria profonda di ognuno e ai quali vale la pena talvolta ritornare per ripercorrere il nostro cammino, ritrovando vigore nuovo.
     Queste esperienze presentano e richiedono sempre dei tratti comuni: curiosità esistenziale, ricerca di novità, coraggio di staccarsi dalle relazioni ordinarie, perseveranza…
Ci si potrà dirigere verso qualcosa di proibito o di sconsigliato, di rischioso o di illecito ma anche verso qualcosa di ambito e raccomandato, di consigliato e suggerito.
Potrà essere l’ambito affettivo o quello lavorativo, quello religioso o quello avventuroso…
Comunque sia, lo si farà da soli! A modo proprio.
E difficilmente lo si potrà esprimere e raccontare, giustificare, in modo convenzionale: ma questo può essere garanzia di autenticità.
Quale genitore, seppur nel dolore del distacco, del taglio del ‘cordone ombelicale’, non ha la sua più grande soddisfazione nel vedere i propri figli camminare autonomamente, alla ricerca della verità e dell’autenticità? Non è forse gioia grande osservare nei figli il desiderio di superare le convenzioni per intraprendere un cammino di ricerca personale, la ‘propria via’? Ogni genitore conosce questo passaggio, sa che deve vigilare su di esso con prudenza.
Eppure capita spessissimo che si verifica un’incapacità di leggere e capire le vicende dei propri figli.
Come anche i loro linguaggi e messaggi: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (2,49).
     La famiglia di Nazaret non si sottrae a questa esperienza.
L’angoscia (cfr.
2,48) che arriva a investire Maria e Giuseppe cozza violentemente contro la decisa autonomia – non è una scappatella adolescenziale! – rivendicata con intensità da Gesù.
E scoppia l’incomprensione…
     Come quindi si diceva sopra: niente di nuovo sotto il sole! Oggi come allora.
Un’esperienza di fatica, di frustrazione reciproca ma anche qualcosa di necessario, di liberante.
La festa vera di una famiglia sta proprio nel veder sorgere al proprio interno una personalità adulta, nell’accompagnare la sua crescita con rispetto e discrezione – «sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore» (2,51) -, nel ritrovare la dimensione fondamentale di coppia senza ridursi a quella di genitore, nell’accogliere gli stimoli nuovi immessi dai nuovi linguaggi.
A questo proposito, il nostro testo ci consegna le prime parole di Gesù riportate dal terzo evangelista e sono una formidabile sfida e verifica del nostro cammino di fede: «Perché mi cercavate?» (2,51).
     C’è dunque un mistero di morte e risurrezione dentro ogni famiglia e il nostro brano vi allude ripetutamente: Gesù viene ritrovato nel tempio dopo tre giorni (cfr.
2,46; 24,46); non si comprende la ragione di questa separazione (cfr.
2,48; 24,14); lo si ritrova dove non ci si aspettava (cfr.
2,46; 24,31).
Pasqua in famiglia!  

IV Domenica di Avvento

IV DOMENICA DI AVVENTO   Lectio Anno c     Prima lettura: Michea 5,1-4a          Così dice il Signore: «E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me  colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti.
Perciò Dio li metterà in potere altrui, fino a quando partorirà colei che deve partorire; e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli d’Israele.
Egli si leverà e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore, suo Dio.
Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra.
Egli stesso sarà la pace!».
    v Il profeta Michea è un contemporaneo di Isaia (VIII secolo).
In questo passo egli dedica la sua attenzione non a Gerusalemme, ma a Betlemme, la città che ha dato i natali a Davide.
A distanza di anni i discendenti di Davide non hanno ancora assolto alla loro missione.
Occorre che venga un discendente particolare che darà origine a un nuovo inizio.
Da Betlemme infatti verrà il Salvatore, discendente di Davide.
     Il testo profetico non è esplicito, però lo diventa alla luce del NT e anche del vangelo odierno.
Il sussultare di Giovanni nel seno di sua madre alla presenza di un altro feto, si capisce se pensiamo alla identità di Gesù.
Egli viene profeticamente celebrato nella prima lettura.
     Il testo di Michea è un celeberrimo vaticinio messianico.
Il messia è il centro ideale e soggetto logico, anche se non sempre grammaticale.
Di Lui si esalta la patria, Betlemme/Efrata (dal nome di un clan di Efratei che si era stanziato a Betlemme): una modesta borgata assurge al ruolo di protagonista perché da essa «uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele» (v.
1).
     I tempi non sono ancora maturi e, in attesa del grande evento, Israele sarà ancora alla mercé dei suoi nemici (cf.
v.
2).
Tra la profezia di Michea e la sua realizzazione si colloca la speranza, autentico motore della storia di Israele.
     La figura del Messia è caratterizzata come il pastore che «pascerà con la forza del Signore»: affiora un tema a largo spettro biblico (cf.
Ez 34; Gv 10).
La espressione «con la maestà del nome del Signore, suo Dio» suona un po’ barocca, ma serve all’autore a far capire che Dio si impegna personalmente; per noi è facile leggere tra le righe la divinità del Messia (cf.
v.
3).
     Il v.
4 conclude l’oracolo profetico e ne riassume il significato: la pax davidica fu effettivamente vissuta nei primi anni del regno di Salomone.
Ora la storia freme verso il futuro e colui che nascerà porterà la vera pace, lui chiamato «principe della pace» (Is 9,8).
  Seconda: Ebrei 10,5-10          Fratelli, entrando nel mondo, Cristo dice: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato.
Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato.
Allora ho detto: “Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”».
Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», cose che vengono offerte secondo la Legge, soggiunge: «Ecco, io vengo per fare la tua volontà».
Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo.
Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.
       v La Bibbia ha sempre di mira una visione ‘olistica’ della realtà: la sola prospettiva biologica non basta a garantire la grandezza della vita.
Che a colui che doveva nascere fossero riconosciuti indiscussi segni di grandezza morale, lo avevano detto bene le due precedenti letture: sia la muta testimonianza di Giovanni o quella esplicita di Elisabetta, sia il messag-gio della profezia di Michea.
La presente lettura ha il merito di interpretare la piena consapevolezza del Messia e il suo totale ingaggio a favore dell’umanità.
     La lettera agli Ebrei parla della morte di Gesù servendosi del linguaggio cultuale dell’AT.
Gli ordinamenti cultuali antichi avevano funzione preparatoria e quindi transitoria.
Non era ancora giunto quanto Dio desiderava.
Poi arriva Cristo con l’offerta della sua vita.
L’Autore trova un prezioso parallelo nel Sal 40 che egli cita nel testo greco dei LXX.
     La pienezza della vita viene raggiunta con il dono della medesima, perché solo allora si tocca il vertice dell’amore di Dio («Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà») e dell’amore del prossimo («Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» Gv 15,13).
    Vangelo: Luca 1,39-45          In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta.
Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo.
E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
       Esegesi      Troviamo ora insieme due donne, Elisabetta e Maria, che in precedenza Luca aveva presentato separatamente.
Se un filo di soprannaturale comunione le legava già prima, in quanto parte attiva del progetto amoroso di Dio, ora hanno l’opportunità di incontrarsi e di comunicare.
     Il brano si compone di due parti, introdotte da un quadro di riferimento cronologico-geografico: dopo l’evento dell’annunciazione, Maria si trasferisce dal nord (Nazaret) al sud (città di Giuda) (cf.
v.
39).
In tale contesto si colloca dapprima l’incontro delle due madri (vv.
40-45), quindi la preghiera di Maria, il Magnificat, nata in quell’occasione e per quell’occasione (vv.
45-48; in realtà continua fino al v.
55, ma il testo liturgico si interrompe prima).
Dal confronto delle due parti, vediamo che la prima è dominata dalla parola di Elisabetta, mentre la seconda dalla parola di Maria.
Due madri che, ciascuna a proprio modo, cantano un inno alla vita.
     Dopo la stupenda esperienza di Nazaret che la promuoveva a ruolo di ‘Madre di Dio’, Maria non appare una creatura beata in se stessa, isolata nella sua intimità divina, bensì un essere corporeo, fatto di concretezza, di sensibilità e di disponibilità.
Ella lascia la mistica tranquillità della sua casa e si mette in strada.
Non viene detto espressamente il motivo del viaggio; tutto lascia pensare che la causa sia da ricercare nell’annuncio angelico: Maria era stata informata che la parente Elisabetta era al sesto mese di gravidanza (cf.
v.
37).
Il fatto che ella si fermerà tre mesi, giusto il tempo perché il bambino possa nascere, permette di concludere che effettivamente Maria intenda recare aiuto alla futura mamma.
Ella si muove e va là dove la chiama l’urgenza di un bisogno.
«In fretta» esprime la sollecitudine di recare il giovanile aiuto all’anziana parente.
L’amore al prossimo, anche in questo caso, testimonia l’autenticità dell’amore a Dio.
     Non sono fornite indicazioni geografiche, se non un generico «verso la regione montuosa, in una città di Giuda».
Una tradizione del VI secolo identifica il luogo con Ein Karem, la cui scelta è forse dovuta alla bucolica serenità del luogo e al fatto di essere equidistante da Gerusalemme e da Betlemme.
A noi interessa rilevare lo spostamento da Nazaret, al nord, verso la Giudea, al sud, con un percorso di circa 150 Km che richiedeva circa tre giorni di cammino.
Da questo cammino, non privo di fatica e di disagi, verrà la possibilità di un incontro e quindi della lode.
Cammino, incontro e lode sono quindi i tre segmenti che costruiscono l’armonia di questo racconto.
     Maria si mette in cammino.
Grazie a lei anche Gesù, prima ancora di nascere, è in movimento verso gli altri, profetico anticipo della sua missione itinerante che intende portare a tutti la parola che aiuta e che salva.
Luca utilizza l’episodio per mettere alla luce quanto si era compiuto nell’intimità di Nazaret, che solo con il dialogo con un’interlocutrice poteva lasciare la sua segretezza e la sua dimensione individuale.
     La prima scena è dominata da Elisabetta e dalle sue parole; non va dimenticato che queste si sprigionano dal suo animo quando sono sollecitate da Maria.
Due eventi causano e spiegano tali parole.
Il primo, apparentemente ordinario, è l’ingresso di Maria nella casa di Zaccaria con il conseguente saluto rivolto a Elisabetta.
È una felice ‘provocazione’.
Il saluto origina il secondo evento, il sussulto del bambino di Elisabetta che sembra riconoscere la voce di Maria e, più ancora, sembra relazionarsi a colui che ella porta in grembo.
     L’incontro delle due madri è l’occasione per l’incontro dei due figli che portano in grembo, Giovanni e Gesù.
Su di loro riposa lo spessore teologico del brano.
Si instaura ancora a livello di feto quella dipendenza gerarchica, un misto di servizio incondizionato e di gioia piena, che caratterizzerà la vita di Giovanni.
Egli testimonierà: «Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo: Ora questa mia gioia è compiuta.
Egli deve crescere e io invece diminuire» (Gv 3,29-30).
Al presente c’è una percezione che si riverbera in un sussulto di gioia.
Le due madri sono ‘arche sante’, ‘ostensori sacri’ di due esseri destinati l’uno a tratteggiare la via, l’altro ad essere lui stesso via.
La scena, pur dominata dalle due madri, ha il suo fulcro nella percezione che Giovanni ha di Gesù e nell’implicito riconoscimento della sua grandezza.
     Effettivamente le parole di Elisabetta documentano che lo spessore teologico attraversa i ‘concepiti’ più che le madri: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?» (vv.
42-43).
Con una espressione semitica che equivale a un superlativo («fra le donne»), Maria viene celebrata per la sua funzione o carisma (essere «Madre del mio Signore») e per la sua adesione incondizionata a tale vocazione.
A lei vengono riservate una benedizione («benedetta tu») e una beatitudine («beata»).
     La benedizione è una formula tipica dell’AT, dove il verbo ebraico barak e il sostantivo derivato berakah si trovano ben 398 volte.
Secondo diversi studiosi, la radice ebraica brkh è collegata a berekh (= ginocchio) creando il nesso tra la benedizione e l’inginocchiarsi, tipico atto di adorazione e di omaggio alla divinità.
Nella Bibbia le benedizioni si dividono in ‘ascendenti’ quando celebrano Dio per qualche intervento (cf.
Sal 41,14) e ‘discendenti’ quando si invoca la potenza di Dio su qualcuno o su qualcosa (cf.
Nm 6,24-27) o quando è lo stesso Dio a benedire (cf.
Gn 1,28).
La benedizione è un dono che ha rapporto con la vita; possiamo affermare che la ricchezza fondamentale della benedizione è quella della vita e della fecondità: questo vale tanto per la terra, quanto per le persone (cf.
Dt 28,1-14).
Lo vediamo bene nel nostro passo, quando alla benedizione per Maria viene affiancata quella per il figlio: «e benedetto il frutto del tuo grembo!».
Maria viene celebrata proprio per la sua maternità.
Così la benedizione viene da Dio e a Lui ritorna ora sotto forma di invocazione e di preghiera; è un riconoscere quello che Lui ha fatto.
     La beatitudine del v.
45 la prima del vangelo di Luca, certifica l’adesione di Maria alla volontà divina.
Ella quindi non è solo destinataria privilegiata di un arcano disegno che la rende benedetta, ma pure persona responsabile che accetta e aderisce.
Maria non è una creatura che sa, ma una creatura che crede, perché si è aggrappata ad una parola nuda che ella ha rivestito di amore.
Ora Elisabetta le riconosce questo amore, espresso con «ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto», e la celebra come la prima di tutte le donne.
Maria va da Elisabetta per un servizio domestico, Elisabetta le restituisce il servizio liturgico della lode, riconoscendola benedetta come madre e beata come credente.
     Il ‘cantico di Elisabetta’ (cf.
vv.
42-45), dono dello Spirito, pubblicizza per il lettore e per il credente il mistero che Maria pensava affidato alla segretezza della sua intimità.
Non esiste rapporto autentico con Dio che non abbia la possibilità di diventare ‘pubblico’: questo è il concetto fondamentale di carisma e Maria ha in primis il carisma di essere la «madre del mio Signore», come le riconosce la parente.
L’incontro di due madri in attesa, diventa l’incontro del frutto che hanno in grembo; Giovanni percepisce la presenza del suo Signore ed esulta, esprimendo con il suo sussultare la gioia a contatto con la salvezza, che Maria potrà formalizzare nel canto che segue.
  Meditazione      «Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall’alto» (Lc 1,78).
Così aveva profetato Zaccaria nel suo cantico di lode per la nascita prodigiosa del figlio Giovanni.
Ora la visita di Dio si fa prossima; il suo volto si sta intessendo nel grembo di una vergine, Maria; colui che è chiamato «profeta dell’Altissimo», colui che andrà «innanzi al Signore a preparargli le strade» (Lc 1,76), già ne riconosce la presenza e ancora nel seno della madre, Elisabetta, esulta di gioia messianica.
La liturgia della IV domenica di Avvento ci orienta ormai al cuore del mistero: Dio non solo visita il suo popolo, ma sceglie di dimorare stabilmente in mezzo ad esso.
L’irruzione di Dio nella storia dell’umanità ha sempre qualcosa di inatteso e ogni visita di Dio opera una sorta di capovolgimento dei criteri e delle attese dell’uomo.
E così Dio sceglie uno sconosciuto villaggio della Palestina, Betlemme, «così piccolo per essere tra i villaggi di Giuda» per rivelare «colui che deve essere il dominatore di Israele», colui che «pascerà con la forza del Signore», colui che «sarà la pace» (cfr.
Mi 5,1-4).
Lo sguardo di Dio si posa, con infinita gratuità, su una povera ragazza di Nazaret, Maria; sarà lei a dare un corpo e un volto umano all’Emmanuele.
In Maria, il Figlio di Dio può dire: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato» (Eb 10, 5; citazione del Sal 40,7-9).
E così, fedele al suo amore per i piccoli, Dio rivela i primi frutti della sua visita all’umanità nell’incontro tra due donne che portano nel loro grembo la vita e che si accolgono l’un l’altra riconoscendo reciprocamente ciò che Dio ha operato in ciascuna di loro.
Maria ed Elisabetta, custodi del dono di Dio, diventano l’icona dell’umanità visitata dalla misericordia di Dio.
Attraverso il racconto di Luca, cerchiamo allora di cogliere la qualità di questo incontro e i frutti che da esso scaturiscono.                                               Anzitutto dobbiamo riconoscere che l’incontro tra Maria ed Elisabetta è una esperienza della forza della parola di Dio che agisce nella vita di chi sa accoglierla.
Elisabetta dirà a Maria: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Lc 1,45).
È questa la prima beatitudine: credere nell’efficacia della parola di Dio, poggiare la propria vita sulla fedeltà di Dio alla sua promessa come su di una roccia.
È ciò che permette al Signore di vivere ‘oggi’ nel credente che lo ascolta.
A chi proclamava la beatitudine e la gioia della maternità di Maria, Gesù risponderà proprio con questa prima e fondamentale beatitudine: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!» (Lc 11,28).
Ed è per questo che Maria ed Elisabetta non possono fare altro che rileggere tutta la loro esperienza alla luce della parola di Dio che permette una comprensione profonda dei segni di cui sono protagoniste, segni in cui si riconosce l’onnipotenza di Dio.
Ogni parola e ogni gesto di questo incontro portano impresso il sigillo della Scrittura trasformandosi così nell’abbraccio tra la Prima e la Seconda Alleanza, tra la promessa e il compimento.
Davvero solo la parola di Dio può permetterci di riconoscere quando il Signore ci visita e quali frutti ci porta.
               Alla luce della Scrittura, allora noi possiamo cogliere più in profondità il senso di questo incontro.
Esso non è solamente la commozione tra due donne per la gioia della loro maternità così straordinaria e singolare.
Il saluto di Maria (aspasmon, termine che ritorna tre volte) provoca qualcosa di speciale: in Elisabetta che «fu colmata di Spirito Santo» (v.
41) e nel bambino che portava in sé, che «ha sussultato di gioia nel suo grembo» (v.
44).
Lo Spinto santo e la gioia sono due doni tipicamente messianici segni della presenza e dell’incontro con il Signore che visita il suo popolo, doni che Maria ha riconosciuto in se con l’annuncio dell’angelo (cfr.
1, 28.35) e che ora comunica ad Elisabetta (quasi una eco di quella Parola da cui tutto ha avuto inizio e da cui tutto proviene).
Ed è significativo che lo spazio in cui questi doni sono comunicati è l’ascolto: «appena…
ebbe udito il saluto di Maria…
appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi…» (vv.
41.44).
È l’ascolto il luogo in cui si riconosce la presenza del Signore e in cui si accoglie la sua parola; e riconoscere la voce di Dio produce gioia e comunica lo Spirito.
Ci soffermiamo allora su questi due doni che scaturiscono dalla visita di Dio, di quel Dio portato nel grembo di Maria, come nell’arca dell’Alleanza, ad Elisabetta (che riconosce in Maria «la madre del mio Signore», v.
43).
            Alla presenza di Maria e alla voce del suo saluto, Elisabetta «fu colmata di Spirito Santo» (v.
42).
Colei che è «piena di grazia» e sulla quale lo Spirito Santo è sceso, diventa pneumatofora, portatrice di Spirito, capace di comunicare ad altri lo Spirito di Dio.
Ed è lo Spirito, accolto da Elisabetta attraverso l’ascolto della voce di Maria, a permettere di riconoscere la presenza di Dio in questo incontro.
Sembra quasi che Luca abbia voluto anticipare la Pentecoste, che narrerà poi in At 2,1-4 (in cui sarà ancora presente Maria insieme agli apostoli nella camera alta: At 1,13-14).
Elisabetta e Giovanni passano così dall’economia della legge a quella dello Spirito, quasi formando un nucleo iniziale di Chiesa.
                 La potenza dello Spirito Santo, comunicato da Maria, investe anche Giovanni nel grembo di sua madre e lo fa trasalire, saltare e danzare di gioia (vv.
41.44; chiara è l’allusione alla danza di Davide di fronte all’arca in 2Sam 6,14-16).
La gioia, di fatto, investe tutta la scena.
È una gioia ‘viscerale’, profonda, che, attraverso il dono dello Spirito, sgorga dal riconoscimento di una promessa attesa da secoli e che finalmente trova il suo compimento.
Ed è una gioia tanto più intensa quanto più lunga era stata l’attesa; una gioia vissuta dapprima nell’esultanza delle viscere e poi celebrata dal cuore e dalle labbra delle due donne.
In questa gioia, i Padri (in particolare Origene) hanno anche voluto sottolineare l’incontro e il riconoscimento dei due figli ancora nel grembo materno: colui che cammina davanti al Messia ne riconosce la presenza e lo testimonia, lo annuncia (euangelion) non con la voce di chi grida nel deserto, ma con la gioia comunicativa del bambino.
Giovanni prenderà coscienza di questa gioia quando dirà: «L’amico dello sposo, che è presente e lo ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo.
Ora questa mia gioia è piena» (Gv 3,29).
       La semplice gioia di un bambino non ancora nato e comunicata dalle labbra della madre compie il suo corso trovando spazio nel cuore di Maria.
E diventa un canto, il Magnificat.
E in esso Maria riconosce la verità di tutto ciò che Elisabetta e il suo bambino le hanno detto.
Davvero il Signore l’ha visitata, l’ha riempita di Spirito Santo e di gioia: «Il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva» (1, 48).
             Come Maria, il credente che ha saputo riconoscere la visita di Dio nella sua vita attraverso quella parola che ha cercato di ascoltare, custodire, mettere in pratica, diventa missionario: capace di annunciare e comunicare il dono di Dio.
E il dono di Dio è la gioia nello Spirito Santo, la lieta notizia che è Gesù.
  Preghiere e Racconti   Andiamo fino a Betlem Andiamo fino a Betlem, come i pastori.
L’importante è muoversi.
Per Gesù Cristo vale la pena lasciare tutto: ve lo assicuro.
E se, invece di un Dio glorioso, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, con tutte le connotazioni della miseria, non ci venga il dubbio di aver sbagliato percorso.
Perché, da quella notte, le fasce della debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenuti i simboli nuovi dell’onnipotenza di Dio.
Anzi, da quel Natale, il volto spaurito degli oppressi, le membra dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l’amarezza di tutti gli ultimi della terra, sono divenuti il luogo dove egli continua a vivere in clandestinità.
A noi il compito di cercarlo.
E saremo beati se sapremo riconoscere il tempo della sua visita.
Mettiamoci in cammino, senza paura.
Il Natale di quest’anno ci farà trovare Gesù e, con lui, il bandolo della nostra esistenza redenta, la festa di vivere, il gusto dell’essenziale, il sapore delle cose semplici, la fontana della pace, la gioia del dialogo, il piacere della collaborazione, la voglia dell’impegno storico, lo stupore della vera libertà, la tenerezza della preghiera.
Allora, finalmente, non solo il cielo dei nostri presepi, ma anche quello della nostra anima sarà libero di smog, privo di segni di morte, e illuminato di stelle.
E dal nostro cuore, non più pietrificato dalle delusioni, strariperà la speranza.
(don Tonino Bello)   C’era una volta un lupo C’era una volta un lupo che viveva nei dintorni di Betlemme.
I pastori lo temevano e vegliavano l’intera notte per salvare le loro greggi.
C’era sempre qualcuno di sentinella, così il lupo era ogni volta più affamato, scaltro e arrabbiato.
Una strana notte, piena di suoni e luci, mise in subbuglio i campi dei pastori.
L’eco di un meraviglioso canto di angeli era appena svanito nell’aria.
Era nato un bambino, un piccino, un batuffolo rosa, roba da niente.
Il lupo si meravigliò che quei rozzi pastori fossero corsi tutti a vedere un bambino.
“Quante smancerie per un cucciolo d’uomo” pensò il lupo.
Ma incuriosito e soprattutto affamato com’era, li seguì nell’ombra a passi felpati.
Quando li vide entrare in una stalla si fermò nell’ombra e attese.
I pastori portarono dei doni, salutarono l’uomo e la donna, si inchinarono deferenti verso il bambino e poi se ne andarono.
L’uomo e la donna stanchi per le fatiche e le incredibili sorprese della giornata si addormentarono.
Furtivo come sempre, il lupo scivolò nella stalla.
Nessuno avvertì la sua presenza.
Solo il bambino.
Spalancò gli occhioni e guardò l’affilato muso che, passo dopo passo, guardingo, ma inesorabile si avvicinava sempre più.
Il lupo aveva le fauci socchiuse e la lingua fiammeggiante.
Gli occhi erano due fessure crudeli.
Il bambino però non sembrava spaventato.
“Un vero bocconcino” pensò il lupo.
Il suo fiato caldo sfiorò il bambino.
Contrasse i muscoli e si preparò ad azzannare la tenera preda.
In quel momento una mano del bambino, come un piccolo fiore delicato, sfiorò il suo muso in una affettuosa carezza.
Per la prima volta nella vita qualcuno accarezzò il suo ispido e arruffato pelo, e con una voce, che il lupo non aveva mai udito, il bambino disse: “Ti voglio bene, lupo”.
Allora accadde qualcosa di incredibile, nella buia stalla di Betlemme.
La pelle del lupo si lacerò e cadde a terra come un vestito vecchio.
Sotto, apparve un uomo.
Un uomo vero, in carne e ossa.
L’uomo cadde in ginocchio e baciò le mani del bambino e silenziosamente lo pregò.
Poi l’uomo che era stato un lupo uscì dalla stalla a testa alta, e andò per il mondo ad annunciare a tutti: “È nato un bambino divino che può donarvi la vera libertà! Il Messia è arrivato! Egli vi cambierà!”.
La venuta del Signore Noi aspettiamo il giorno anniversario della nascita di Cristo: il nostro spirito dovrebbe come slanciarsi, pazzo di gioia, incontro al Cristo che viene, tutto teso in avanti con un ardore impaziente, quasi incapace di contenersi e di sopportare ritardo…
Chiedo per voi, fratelli, che il Signore, prima di apparire al mondo intero, venga a visitarvi nel vostro intimo.
Questa venuta del Signore, sebbene nascosta, è magnifica, e getta l’anima che contempla nello stupore dolcissimo dell’adorazione.
Lo sanno bene coloro che ne hanno fatto l’esperienza; e piaccia a Dio che quelli che non l’hanno fatta ne provino il desiderio! (GUERRICO D’IGNY, Sermoni per l’avvento del Signore, II, 2-4).
  Quando Dio spera… …non è per lo spazio d’una notte che Dio spera contro speranza.
  Mendicante sconosciuto, instancabilmente percorri i lidi delle notti umane, ombra tra le ombre innumerevoli dei senza speranza.
Nella tua bocca muta si spengono i singhiozzi, ma tu vorresti gridare, anche tu, perché questo grido se ne vada, come un’eco diversa,                       come un richiamo nuovo, a confondersi con il lamento crescente, con le grida degli assetati di luce con il terribile silenzio dei pianti soffocati, e non resta che aprirsi al vuoto dei marosi grigi, all’alba che si accende non veduta.
Sul lido delle notti umane, sei il Dio senza voce.
Poiché la tua Parola fu detta in un giorno del tempo.
L’ hai pronunciata tutta,                             l’hai gridata sino alla fine, sino all’ultimo respiro del tuo Figlio.
Ma quando fu compiuta la tua Parola nella sua pienezza, per te, Dio, venne il tempo della speranza nuda, della speranza muta, della speranza contro ogni speranza.
  Preghiera della quarta domenica di Avvento Dio eterno, Dio sempre nuovo, inafferrabile, Dio di alleanza, Dio di libertà, dove adorarti? dove cercarti? dove attenderti? dove si annuncia la tua venuta? La tua Parola ci rassicuri, o Padre degli uomini, Dio della promessa, ora e sempre.
  Presenza imprevedibile, Dio di lunga pazienza, Signore dell’impossibile, noi non sappiamo ne l’ora ne il luogo della tua venuta.
Ma, sicuri che il tuo amore ci è dato per scoprire, per svelare, per generare, non cessiamo di pregarti: il tuo Spirito ci guidi alle opere del Regno, all’incontro con il tuo Figlio Gesù Cristo, nostro fratello e nostro Signore, per sempre.
(Nicole Berthet).
  * Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 1997-1998; 2002-2003; 2005-2006.
– COMUNITÀ MONASTICA SS.
TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade.
Tempo D’Avvento e Natale, Milano, Vita e Pensiero, 2009, pp.
68.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
– Don Tonino Bello, Avvento e Natale.
Oltre il futuro, Padova, Messaggero, 2007.
   

Spidlík

L’intervista Eminenza, qual è il bilancio dei suoi 90 anni e in sintesi del suo Novecento? «Guardando indietro, sono stupito dei grandi segni della Provvidenza che mi ha protetto nei difficili periodi del Novecento: la crisi dopo la prima guerra mondiale, l’occupazione nazista, il totalitarismo comunista, la ricerca dell’identità nell’esilio.
L’inno nazionale della Cechia comincia con le parole: dov’è la mia patria? La mia risposta è semplice: sono ciò che sono nato e ringrazio tutti gli altri Paesi, soprattutto l’Italia, che mi hanno aiutato a sviluppare attraverso lo studio e la spiritualità ciò che mi fu impedito nella mia terra natale».
Lei ha conosciuto bene uno dei grandi testimoni del Novecento, Giovanni Paolo II.
Qual è il suo ricordo? «Era un Papa slavo e forse anche per questo ci siamo ben compresi, da subito, riguardo al suo amato aforisma “respirare a due polmoni”.
In questo spirito ho cercato di predicare gli esercizi spirituali nel 1995 alla Curia romana, dopo i quali è nata l’idea di costruire la cappella Redemptoris Mater che è stata realizzata nel 1999.
A mio giudizio con la costruzione di questo luogo di culto dentro il Vaticano e l’enciclica di Giovanni Paolo II Redemptor Hominis e le domande di senso racchiuse in quel testo, come ad esempio la parte dedicata ai diritti dell’uomo, si chiude in un certo senso la parabola del Novecento con le sue tragedie».
Si narra che Karol Wojtyla fosse edificato ma anche divertito dalla sua capacità di predicare… «Il Papa rideva e scherzava volentieri.
Una volta ci incontrammo nel corridoio del Palazzo apostolico e voleva benedirmi.
Io gli dissi: Santo Padre non posso inginocchiarmi, ho male alle gambe.
E lui rispose: anch’io.
Meno male, Santo Padre, che cominciamo dalle gambe e non dalla testa, gli feci io…».
Leggendo la sua biografia, salta subito all’occhio il gran numero di lingue nelle quali le sue opere sono state tradotte.
«Ci sono tante traduzioni, è vero, ma non è colpa mia! Ad esempio un mio libro uscì molti anni fa, prima della guerra in Iraq, in arabo col permesso di Saddam Hussein.
Altri volumi sono usciti in Egitto.
In neogreco sono tradotti i manuali, mentre i romeni traducono praticamente tutto.
Prima si usavano i miei libri in francese, come seconda lingua; poi i giovani sono diventati anglofoni, ma ora li traducono in romeno e persino in russo».
Che cosa l’Oriente cristiano può significare e dare come patrimonio culturale all’Europa e all’Occidente di oggi? «Credo che l’Oriente cristiano potrà ora dare un suo contributo veramente efficace.
Il motivo è semplice: gli slavi sono stati gli ultimi ad essere stati battezzati e proprio per questo il loro apporto, rispetto ad altre culture europee, è entrato più tardi nella coscienza universale.
Il grande Solov’ëv riteneva che questo apparente deficit fosse un segno provvidenziale per il ruolo <+corsivo>in fieri<+tondo> che proprio gli slavi avrebbero potuto giocare nella società che verrà ma anche per il futuro del cristianesimo».
Il cardinale Giacomo Biffi nel 2007, durante gli esercizi spirituali alla Curia romana, citando l’«Anticristo» di Solov’ëv, ha detto che esso potrebbe celarsi oggi in un pacifista così come in un ecologista, annacquando così l’essenza del messaggio cristiano.
Qual è la sua opinione a riguardo? «Concordo con la preoccupazione del cardinale Biffi.
L’Anticristo viene presentato come l’uomo ideale, che pensa di risolvere tutti i problemi umani adoperando bene la ragione e la volontà, ma senza Cristo.
Il suo successo finisce in una catastrofe mondiale.
Il rischio, a ben vedere, è in fondo evidente, seppur con connotati diversi, anche nella nostra cultura e mentalità corrente, che vuole vivere senza Dio».
Citando il suo amato Dostoevskij sarà, secondo lei, la bellezza a salvare il mondo? «Credo di sì.
Anche Solov’ëv amava citare questa frase.
Il suo significato più autentico è quello di superare l’aspetto estetico.
Il “bello” è ciò in cui si riesce a vedere un elemento che lo supera, elevandolo.
Il carbone e il diamante, ad esempio, sono chimicamente uguali.
Eppure il carbone è brutto perché in esso non vediamo nient’altro.
Al contrario il diamante è bellissimo perché vi risplende la luce.
I gradi della bellezza sono diversi.
Ma non c’è dubbio che la sintesi e il paradosso di tutto questo è racchiuso nella figura del Cristo, che raccolse su di sé le grandezze ma anche le miserie dell’umanità nell’Incarnazione».
L’opera di questo gesuita sembra una lunga citazione (140 libri e più di 600 articoli, tradotti in tutto il mondo, tra questi gli ultimi due saggi scritti per la Lipa nel 2007 Maranatha.
La vita dopo la morte e Il monachesimo).
Ma dietro al cordiale sorriso e alla flemma di questo cardinale si annida la speranza ecumenica di sempre sul futuro del Vecchio Continente: che la Chiesa di Occidente impari, secondo la celebre frase del poeta russo Vjaceslav Ivanov, a «respirare con ambedue i polmoni».
Dal Centro Ezio Aletti, nel cuore di Roma a pochi passi dalla basilica di Santa Maria Maggiore, il cardinale gesuita Tomás Spidlík, che domani, 17 dicembre, compirà 90 anni rilegge il suo Novecento con grande gratitudine per i doni ricevuti.
Circondato dalle icone della spiritualità orientale e dai dipinti e mosaici del suo confratello Marko Ivan Rupnik tornano alla mente di questo anziano porporato, nato nel 1919 a Boskovice in Moravia, come in un album dei ricordi, i grandi autori, da Pavel Florenskji all’amato Teofane il Recluso, che hanno costellato la sua vita di intellettuale cattolico più studiato nel mondo ortodosso per la sua conoscenza della spiritualità dell’Oriente cristiano.