V Domenica del tempo ordinario (Anno C).

Preghiere e Racconti   Chiamati a qualcosa di più L’insuccesso mostra all’uomo lo scarto tra l’infinità dei suoi desideri e la possibilità di realizzarli.
La pesca infruttuosa suscita nei discepoli l’amara sensazione che non basta dire di andare a pescare per riuscire a pescare.
C’è uno scarto tra la potenza dei desideri e la loro realizzazione effettiva.
Quanti sogni di gioventù restano castelli in aria proprio per lo scarto tra ciò che noi vorremmo essere nella vita e ciò che poi si realizza! Vorremmo essere come il tale o il tal’altro, il nostro “io ideale” si proietta e alla fine vediamo che c’è una differenza enorme; l’insuccesso mostra la distanza tra l’infinità dei desideri e la possibilità di realizzarli.
La pesca infruttuosa diventa il simbolo di questo scarto, ed è una delusione salutare perché ci permette di riappropriarci con ordine dei nostri desideri.
Ma può essere anche molto pericolosa: scatena reazioni negative e drammatiche.
Ricordo il caso di un uomo molto per bene che non riuscì ad accettare l’umiliazione di essere retrocesso nella carriera e per questo giunse a uccidere.
L’insuccesso aveva provocato in lui lo scatenamento di desideri, che c’erano ma che prima riusciva a dominare perfettamente.
È un’immagine di ciò che l’insuccesso provoca, per la violenza delle forze che si agitano dentro di noi, e che gli antichi chiamavano le passioni dell’uomo.
Le passioni non sono soltanto la sensualità; sono anche l’invidia, l’ambizione, l’orgoglio e i risentimenti più forti; come pure sono passioni l’amore, la fedeltà, l’impegno, il coraggio, l’entusiasmo e la perseveranza.
Queste sono le forze dell’uomo che dobbiamo imparare a conoscere e a dominare.
Anche se non arriviamo a casi drammatici, dobbiamo però dire che la pesca infruttuosa si ripete spesso nella nostra vita.
Viene ad esempio, magari in giovanissima età, una malattia che immobilizza ed ecco tutta una serie di sogni che crollano.
E uno passa due, tre, quattro anni prima di riuscire, se riesce, a ricomporre la profondità dei suoi desideri con la realtà che sta vivendo.
Conosco situazioni in cui da questa ricomposizione è venuta fuori una forza speculare formidabile.
Ma quanta fatica per arrivare a questa ricomposizione! Anche un’amicizia che sfuma è spesso fonte di grande delusione; un posto non ottenuto, un posto di lavoro sul quale avevamo puntato, soprattutto in situazioni in cui c’è una carriera quasi obbligata.
È la notte sul lago di Tiberiade.
E il Vangelo non dice tutto; ma quando cominciavano a tirar su la rete vuota, sarà cominciata la litania delle colpe: «È colpa tua, quanto mai siamo venuti, chi ci ha fatto uscire, chi ha avuto questa idea».
Cioè vengono fuori tutti i sentimenti negativi.
Dobbiamo riflettere per capire, come gli apostoli, che in fondo l’importante non è “andare a pescare”, che si è chiamati a qualcosa di più grande e che il Signore può farci conoscere quel “qualcosa di più” attraverso l’insuccesso.
(Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009, 42-43).
  Da peccatore a pescatore (Lc 5,1-11) Quando finisce di parlare, Gesù da un ordine a Simone: « Prendi il largo e calate le reti per la pesca » (Lc 5, 4).
E Simone risponde: «Signore, avendo faticato tutta la notte nulla abbiamo preso» (Lc 5,5): il verbo usato da Luca è kopiasantes (part.
aor.
di kopiao), che in Atti si riferisce alla fatica apostolica, la fatica di annunciare il Vangelo.
È la fatica di chi, pur avendo speso molte energie, pur avendo messo in opera tutte le proprie forze, non ottiene alcun risultato.
E Simone decide di rischiare ancora una volta, di ignorare la fatica che lo opprime, di rischiare il ridicolo: «ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5, 5).
È l’immagine dell’Apostolo che supera la prova di fiducia, che non cade nella delusione e nella disperazione, ma trova la forza di provarci ancora una volta…
«sulla tua parola».
Simone diventa immagine dell’uomo che rischia se stesso anche in situazioni piccole ma che esigono decisione e coraggio.
Santo è colui che sa rischiare, che si butta fuori, che non agisce in base a ragionamenti soltanto di convenienza.
Non  sarà la sola fatica umana, neanche il calcolo o gli interessi ma l’amore che permetterà a Pietro di buttarsi, di andare fuori, di saper rischiare con e per Gesù.
E Gesù ripaga la fatica di Simone: «E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano» (Lc 5,6).
Giunti a riva, Simone davanti a tutta la folla «si gettò alle ginocchia di Gesù dicendo: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore”» (Lc 5,8).
La potenza della parola di Gesù gli ha aperto gli occhi sulla propria condizione di peccatore.
Posto dinanzi alla potenza di Gesù, Simone riconosce la propria fragilità e trova la sua autorealizzazione.
E Gesù, accogliendo il peccatore, lo trasfigura in…
pescatore di uomini! Butto la rete Signore, la mia sola sicurezza sei tu, come il mare che ho davanti e nel quale butto la rete della mia vita.
Anche se finora non ho pescato nulla, anche se a volte non ne ho la voglia, io so, Signore, che se avrò la forza di buttare continuamente questa rete, troverò il senso della verità.
(E.
OLIVERO, L’amore ha già vinto  Pensieri e lettre spirituali, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005).
  Sono pronta a partire «Sono pronta a partire, e il mio desiderio con vele spiegate aspetta il vento.
Solo un altro respiro respirerò in quest’aria calma, solo un altro sguardo d’amore volgerò all’indietro, e poi sarò tra voi, un navigante tra naviganti.
E tu vasto mare, madre insonne, unica pace e libertà per fiumi e rivi solo un’altra svolta farà questa corrente, solo un altro mormorio in questa radura, e poi io verrò da te, una goccia sconfinata in uno sconfinato oceano»   Tuffati profondo!   La perla di gran prezzo giace nascosta giù nel profondo.
Come un pescatore di perle, anima mia, tuffati, tuffati profondo, tuffati ancora più profondo e cerca!   Può darsi che non trovi nulla la prima volta, Come un pescatore di perle, anima mia, senza stancarti, persisti e persisti ancora, tuffati profondo, sempre più profondo, e cerca!   Quelli che non conoscono il segreto si prenderanno gioco di te e tu ne sarai rattristata.
Ma non perderti di coraggio, pescatore di perle, anima mia!   La perla di gran prezzo è proprio nascosta là nascosta proprio in fondo.
E’ la tua fede che ti aiuterà a trovare il tesoro, è essa che permetterà che ciò che era nascosto sia finalmente rivelato.
  Tuffati profondo, tuffati ancora più profondo, come un pescatore di perle, anima mia, e cerca, cerca senza stancarti.
(Swami Parmánanda).
  «Amore» Il Signore ha bisbigliato una parola all’orecchio di un fiore e questo si è aperto in tanti petali colorati.
Il Signore ha bisbigliato una parola ad una pietra, e questa ha assunto i colori iridescenti e le sfumature del diamante.
Il Signore ha bisbigliato una parola al ruscello, ed esso è sgorgato con la freschezza di una sorgente d’acqua viva e perenne.
Il Signore, alla fine, si è chinato all’orecchio dell’uomo e gli ha sussurrato dolcemente una sola parola: amore.
(Gilal Ed-Din Rumi, monaco sufita del XIII secolo).
  Solo Gesù può liberarmi totalmente   Nel Nuovo Testamento la presenza di Gesù con le sue parole e i suoi gesti diviene una fonte inesauribile d’ispirazione per la preghiera: è Gesù che mi si accosta e m’interpella.
Gesù è il Buon Pastore alla ricerca della pecora smarrita, e io lo seguo.
Gesù è la vigna; Dio, il vignaiolo, mi monda dei rami malati perché io possa dare buoni frutti.
Alla moltiplicazione dei pani, è Gesù che m’invita a offrirgli la mia povertà – cinque pani e due pesci – perché egli se ne serva per compiere meraviglie.
Alla pesca miracolosa, è Gesù che mi chiede una fiducia assoluta nella sua parola più che nei miei mezzi umani.
In occasione di numerose guarigioni, Gesù mi rammenta                                             che lui solo può liberarmi totalmente.
(Jean -Jacques Gareau).
  Preghiera Signore Gesù,                                            Tu ci chiami a seguirTi,                                     nel Tuo cammino di croce;                                      Tu sconvolgi i nostri sogni                                            e i nostri progetti:                                                    eppure, Tu sei la nostra pace…                                         Accettaci con le nostre paure e le esitazioni del cuore; accogli il nostro umile amore, capace di darTi soltanto il poco che siamo.
ConvertiTi a noi, Signore, e noi ci convertiremo a Te, lasciandoci condurre dove forse non avremmo voluto, ma dove Tu ci precedi e ci attendi, perforo delle povere storie della nostra vita e del nostro dolore la Tua storia con noi.
Amen.
Alleluia.
(Bruno Forte)     * Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 1997-1998; 2002-2003; 2005-2006.
– COMUNITÀ MONASTICA SS.
TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade.
Tempo D’Avvento e Natale, Milano, Vita e Pensiero, 2009, pp.
68.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
           V DOMENICA TEMPO ORDINARIO   Lectio Anno c                                                                                    Prima lettura: Isaia 6,1-2.3-8          Nell’anno in cui morì il re Ozìa, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio.
Sopra di lui stavano dei serafini; ognuno aveva sei ali.
Proclamavano l’uno all’altro, dicendo: «Santo, santo, santo il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria».
Vibravano gli stipiti delle porte al risuonare di quella voce, mentre il tempio si riempiva di fumo.
E dissi: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti».
Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare.
Egli mi toccò la bocca e disse: «Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato».
Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?».
E io risposi: «Eccomi, manda me!».
    v Vocazione e mandato, ovvero affidamento di un compito da svolgere, nell’Antico Testamento sono sempre strettamente congiunti.
Talvolta tuttavia la chiamata è semplicemente supposta ed è indicato solo il mandato di Dio all’uomo: è questo ciò che accade ad Abramo (Gn 12,1).
Nel caso di Mosè, la chiamata e il mandato vengono ampiamente e di-stintamente descritti, nella lunga e drammatica cornice di una teofania (Es 3,2-4,17).
Altre volte la vocazione non è affatto descritta, ma è soltanto ricordata dall’interessato (Amos 7,14-15) oppure dallo stesso Dio, p.
es., nella scena che descrive ampiamente il mandato affidato al profeta Geremia (1,4-5: «La parola del Signore mi fu rivolta in questi termini: Prima che io ti formassi nel grembo, ti ho conosciuto…»).
     La chiamata di Isaia al ministero profetico richiama in qualche modo la chiamata e il mandato di Mosè descritti nel libro dell’Esodo, ma con un ritmo e un linguaggio molto più concentrati ed essenziali.
Nell’uno e nell’altro caso, tutto comincia con una teofania, che sorprende gli interessati.
Essi si dichiarano profondamente turbati dalla manifestazione di Dio e consapevoli della loro personale indegnità.
Da questo punto in poi, le due situazioni hanno però un diverso sviluppo: Mosè continua a protestare la sua incapacità di assolvere il mandato, mentre Isaia, purificato dai carboni ardenti dell’altare, si offre con slancio come inviato del Signore.
Diverso anche, nei due casi, è il contenuto del mandato: in quello di Mosè sta in primo piano l’annunzio della vicina liberazione dalla schiavitù, in quello di Isaia sta in primo piano un annunzio di sventura, mentre è solo appena intravista la fine della sventura medesima.
     Nel v.
1, il profeta ci dice che il suo ministero profetico ebbe inizio «Nell’anno in cui morì il re Ozìa (nelle traduzioni dato talvolta come Uzzia e nel libro dei Re è chiamato Azaria), cioè probabilmente tra il 740-739.
Subito dopo è descritta la teofania, fino al v.
4.
Emerge in questa descrizione la santità di Dio, cioè la sua trascendenza, sperimentata come incommensurabilità (i lembi del suo manto riempivano il tempio), maestà reale (seduto su un trono) e santità proclamata a cori alterni dai misteriosi serafini.
Il termine «santità», oltre l’idea della trascendenza, include anche l’idea della suprema rettitudine.
Ciò è indicato esplicitamente dal v.
5, nel quale è descritta la reazione del profeta, il quale dalla stessa visione di Dio è indotto a riconoscere la sua indegnità di peccatore, partecipe dei peccati del suo popolo.
     Se la teofania si chiudesse con la confessione del peccato, suo effetto sarebbe la disperazione.
Essa invece prosegue, nei vv.
5-7, con la descrizione di una purificazione, che è anche una santificazione aperta alla speranza.
     Nel v.
8, è detto come è bastato al profeta purificato sentire che Dio cercava qualcuno da inviare come suo portavoce, perché egli si offrisse con slancio per quel compito.
     Non sono poche le analogie tra questo testo del profeta Isaia e la nostra lettura evangelica.
  Seconda lettura: 1Corinzi 15,1-11          Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato.
A meno che non abbiate creduto invano! A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti.
Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli.
Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.
Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio.
Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana.
Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me.
Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.
    v Il brano della prima lettera ai Corinzi che costituisce la nostra seconda lettura contiene l’inizio della risposta di Paolo a quello che probabilmente era l’ultimo quesito postogli da quella comunità, riguardante il problema della risurrezione dei morti.
     Nei vv.
1-2 c’è un moderato elogio dei Corinzi, per avere essi accolto il vangelo che egli stesso aveva loro presentato e per avere resistito a quelli che avrebbero voluto corromperlo o deformarlo.
Essi hanno anche sperimentato la forza salvifica che c’è in quel vangelo.
     Nei vv.
3-7, l’apostolo riassume l’insegnamento centrale del Vangelo, che egli predica, in piena concordia con la predicazione della Chiesa: che Gesù Cristo è morto per la remissione dei peccati, che fu sepolto e fu risuscitato, conformemente alle affermazioni delle Scritture, che finalmente è apparso a quelli che poi hanno testimoniato quella risurrezione: rispettando l’ordine gerarchico, vengono nominati Cefa, i Dodici, più di cinquecento fratelli e Giacomo (rappresentante dei «fratelli del Signore»).
Per questo condensato del kèrigma primitivo, sono adoperati i termini tecnici ricevere e trasmettere.
A questo patrimonio comune, nei vv.
8-10, Paolo aggiunge la sua personale testimonianza: anch’egli, ultimo (quasi un aborto, avendo egli prima perseguitato la Chiesa), ha visto il Signore risorto e questa apparizione ha radicalmente cambiato la sua vita, facendolo diventare un apostolo infaticabile.
     La conclusione del brano, nel v.
11, è brevissima e solenne: questa e non altra è la fede di tutta la Chiesa, la fede che ha reso cristiani i destinatari della lettera di Paolo.
Solo partendo da questa fede egli potrà affrontare e discutere il problema della risurrezione dei morti.
  Vangelo: Luca 5,1-11          In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda.
I pescatori erano scesi e lavavano le reti.
Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra.
Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca».
Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti».
Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano.
Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli.
Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore».
Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone.
Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.
    Esegesi      Questo testo di Luca utilizza certamente il racconto della chiamata dei primi discepoli di Gesù, che si trova in Mc 16-20 e Mt 18-22, ma non è semplicemente lo stesso racconto con qualche variazione.
Direttamente, il tema del nostro brano è preannunzio del ministero apostolico di Pietro, che egli avrebbe poi svolto insieme agli altri apostoli, qui rappresentati da Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo.
In tal modo, il terzo vangelo ci assicura che il ministero apostolico, guidato dal gruppo dei dodici, è stato voluto e preordinato da Gesù fin dall’inizio della sua vita pubblica e non è scaturito solo dall’entusiasmo del tempo post-pasquale.
Si può pensare che sia questo il motivo per cui nel terzo vangelo non si trova il mandato con cui il Signore risorto affida agli undici la diffusione del vangelo nel mondo (Mt 28,19-20; cf.
Mc 16,15) e il potere di rimettere i peccati (Gv 20,21-23).                                                                Le parole con cui Gesù esprime la sua volontà e preannunzia il ministero apostolico di Pietro e dei suoi collaboratori sono preparate da una scena d’insegnamento dello stesso Gesù e dal racconto di un miracolo.
     Nella scena di insegnamento (vv.
1-3), Gesù è presentato circondato dalla folla, che vuole ascoltare da lui «la parola di Dio».
Perché a tutti più facilmente arrivi quella «parola», Gesù chiede a Simone di poter utilizzare la sua barca.
     Nei vv.
4-7 è raccontato il miracolo di una pesca straordinaria ottenuta su indicazione di Gesù.
Il fatto appare come prodigioso, perché avvenuto su semplice segnalazione di Gesù, in condizioni normalmente sfavorevoli, cioè in pieno giorno (mentre di solito la pesca si fa di notte) e in quantità del tutto inusuale: in tal modo Gesù dimostra di avere autorità sul mare e sui pesci.
Non pare che l’evangelista abbia voluto dare un valore simbolico all’avvenimento della pesca, q

XXV GiornataMondiale della Gioventù

I tre momenti a- Il momento della domanda E’ a tre fasi: il giovane a Gesù, Gesù al giovane, il giovane a Gesù e Gesù al giovane.
* Inizia il giovane (v.
17): non sappiamo il nome, in certo modo porta il nome di ciascuno di noi: Maurizio, Paola, Andrea, Elena… Non comincia con un “buongiorno, Rabbi…Bel tempo oggi” Si tratta di una cosa che sta pienamente nel cuore del giovane: lo si vede dal gesto di fiducia totale: si butta in ginocchio davanti a Gesù, tanto lo stima e lo qualifica come “Maestro buono”,  maestro valido, eccellente.
 * Ed ecco la domanda: “Che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”, ossia raggiungere il traguardo positivo della mia vita così come Dio vuole per me?   Due annotazioni al volo: -Occorre avere il coraggio di farsi e fare domande, non dare per scontato di sapere già tutto.
Non è vero, se ci guardiamo dentro.
Tanto più di fronte a Gesù che è il Maestro insuperabile che parla a nome di Dio.
-Le domande possono essere tante, ma quello che conta è che siano sincere, e sono sincere se toccano il profondo della nostra esistenza.
Domande sulla vita che vogliamo bella, buona, felice, per sempre,  il che è l’equivalente di ‘vita eterna’ in bocca a Gesù!     Una traccia di riflessione  Tu che domande vorresti fare a Gesù? Domande vere, che riguardano la vita? A chi ti rivolgi quando hai bisogno di risposte serie e convincenti?     * Contro domanda di Gesù (vv.18-19) Prima Gesù vuol metter in chiaro che la sua ”bontà” di maestro non è di origine umana, frutto di  studi universitari, ma viene da Dio, perché solo Dio può dare e dà la vita eterna.
Egli intende  farlo tramite di Gesù, che afferma: “Io sono venuto perché (tutti) abbiano la vita e l’abbiano  in abbondanza” (Gv 10,10).
E subito Gesù  propone un griglia di verifica: i 10 comandamenti.
    Traccia di riflessione  Gesù provoca, è da attenderselo, con due precisi compiti, che fanno riflettere   -Prima riflessione: io ho una religione vera, so unire Gesù a Dio, o la bontà di Gesù la scambio con l’utile che mi dà? -Una pronta verifica:  i comandamenti di Dio, tutti e 10, senza sconti, li tratto come buone esortazioni o linee-guida normative che vengono dal Dio della vita e  garantiscono  la mia e nostra vita eterna?     * Risposta del giovane a Gesù e di Gesù al giovane (vv.20-21) E’ un sì chiaro, solare, a tutto tondo.
Si può quasi vedere il volto  luminoso del giovane.
 A lui risponde Gesù non con un occhiata di sfuggita, ma lo inquadra nel suo sguardo intenso, continuato, ammirato, commosso  che sfocia in un verbo straordinario: “lo amò”.
E’ usato il verbo agapao, che vuol dire gratuità, dedizione piena, fiducia da parte di Gesù, e quindi apertura di nuovi orizzonti da chi è amato così da Gesù, certamente vi rientra il dono della vita eterna.
Non si può mai dimenticare che dove vi è una condotta retta, perché si osserva il decalogo che Gesù stesso sintetizza nel  precetto dell’amore di Dio e al prossimo (Mc 12,29), ebbene lì Gesù si commuove di gioia, è felice e con il suo affetto abbraccia letteralmente  la persona.
Gesù è sensibilissimo a chi obbedisce a Dio, al Padre che è nei cieli.
    Traccia per una  riflessione  Tu, ti trovi in sintonia  con  questo giovane del Vangelo? I comandamenti ti fanno da strada per realizzare quell’incontro con Cristo che desiderate entrambi, Lui con te e tu con Lui? Oppure ci cammini ai margini?   b- Il momento della proposta * Verrebbe da pensare che a questo punto il giovane si congeda da Gesù e Gesù dal giovane, il quale magari fischiettando torna a casa con  la “ vita eterna” in tasca! Ma non è proprio così.
Quello sguardo intenso di amore di Gesù  penetra dentro il cuore del giovane.
Gesù vi vede due cose: questo giovane è veramente bravo; e però dentro di lui vi può essere un filo nero, una sorta di finestra chiusa a Dio, che pure sta onorevolmente servendo, una chiusura di cui lui stesso non sa rendersi conto.
Vi può essere  ‘mammona’,  l’idolo del “possesso  di molti beni”.  * Gesù vuol verificare e lancia la sua  proposta, audace, radicale: “Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!” (v.21).  E’ la condizione fatta  al giovane per  diventare suo discepolo, di andare a stare con  Gesù.
* La richiesta è triplice – primo: liberarsi dall’idolo di tanti, troppi beni che (come si vede dalla reazione del giovane) gli stanno “intristendo” il cuore; – secondo: non c’é da  buttar via niente, ma donare ai poveri perché abbiano la loro dignità di persone, la dignità che Dio vuole per tutti i suoi figli a partire dagli ultimi; – terzo: seguire Gesù, farlo  guida  sicura e costante della propria esistenza.
* Sono le parole di chiamata dei discepoli: Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni (Mc 1,16-20), di Levi o Matteo (Mc 2,14): abbandono di ciò che non è Gesù per avere tutto Gesù.
  Le conseguenze sono forti e chiare: –     Gesù prima di chiederci qualcosa di nostro, ci offre sempre qualcosa di suo: un’amicizia, anzi un amore generoso e totale.
Accogliendolo diventiamo suoi discepoli amati, illuminati, protetti, ed anzi  ci fa suoi testimoni.
–     Perché questo avvenga, Gesù fa una richiesta coraggiosa che Lui ha vissuto per primo: “Va, vendi quello che hai e dallo ai poveri”.  Si noterà che il Maestro non vuole che disprezziamo le ricchezze o che non ci impegniamo nel produrre beni, non chiede di buttare via i soldi o le cose che ci stanno a cuore, non ci manda a vivere da miserabili… –     Ci impegna invece a fare una grande impresa di ingegneria, più grande ancora del  ponte di Messina: con le proprie ricchezze  (salute, comodità, sicurezze, talenti) costruire  un ponte  che vada sull’altra riva della vita, nel mondo dei poveri (malati, sofferenti, orfani, persone sole, stranieri, mendicanti, emarginati…) per stringere loro la mano da amici: salutarli, parlare con loro, aiutarli a poter avere ciò di cui hanno bisogno (medicine, lavoro, cibo, vestito, soldi per l’affitto, compagnia …).
E in questo modo realizzare il bellissimo ‘miracolo’ promesso da Gesù quando facciamo del bene ad un povero: incontriamo Lui (cfr Mt 25, 31-46).  –     Poi rimane una cosa sola da fare: continuare la strada cominciata, seguire Gesù (è il  verbo che egli preferiva).
Vuol dire che Lui sta davanti come il capocordata in una scalata e noi dietro, condividendo in tutto la sua vita.
–          Questo non  ci porta  via dal nostro mondo, dai nostri interessi e aspirazioni, ma ci fa vivere tutto in modo nuovo.
Gesù lo definisce “un tesoro in cielo” che rende liberi e felici già in terra.
Purtroppo non è stato così per il giovane ricco, con cui si chiude l’incontro.
    Traccia per una riflessione Ho mai pensato: –  che Gesù  ama ogni persona che lo cerca?  – che aiutare i poveri nelle diverse forme è incontrare Gesù, come nella Messa? – che Gesù, il suo insegnamento, tutta la sua persona, merita di essere  ascoltato e seguito fedelmente come il più sicuro Maestro di vita ?     c- Il momento della decisione  Purtroppo sappiamo che l’incontro, iniziato così bene, è finito in uno scontro.
E non per colpa di Gesù.
Perché? Osserviamo la stringente logica del vangelo.
* Gesù pone il giovane di fronte ad una decisione: accettare di restare con Lui o andarsene.
O sì o no, o con me o contro di me (Mt 12,30).  E’ il suo stile di sempre.
La ragione è intuibile: Gesù solo è il salvatore della persona.
 *  Il giovane, pur amato da Gesù, dice di no; invece i discepoli, tra cui Pietro, subito dopo questo  spiacevole episodio, mostrano di avere detto di sì: “Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (Mc 10,28).
* La  decisione del no si accompagna alla tristezza e diventa allontanamento da Gesù.
Si può pensare che anche Gesù sia diventato triste e pensieroso, tanto che riprende il discorso con i la gente e in particolare con i suoi discepoli (Mc 10,23-31).
– Mette in guardia con gravi affermazioni coloro che hanno un  possesso avido ed egoista delle ricchezze: “Quanto è difficile per quelli che possiedono ricchezze entrare nel regno di Dio” (Mc 10, 23).
Mentre ai discepoli che gli hanno detto sì,  ripete con altre parole la splendida promessa del “tesoro in cielo”, bruciata dal giovane ricco: “In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratello o sorella o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà” (Mc 10,29-30).
  Notiamo le indicazioni che Gesù dà alla vita di una persona che lo voglia seguire.
* Mettiamoci bene in testa: incontra Gesù veramente, non superficialmente, non chi si limita a constatarlo, magari sentendolo un gran bravo, simpatico personaggio, ma chi dall’ammirazione e dall’attrazione passa alla decisione di  fare una scelta, naturalmente la scelta di Lui totalmente e con la gioia di seguirlo sempre perché è un amico sempre presente, 24 ore su 24.
Capitasse che mi allontano, Lui non si allontana, mi segue come l’ombra, come lo Sconosciuto con i due fuggiaschi  di Emmaus (Lc 24,13-36).
* Gesù soltanto ha parole di vita eterna (cfr Gv 6, 68), è cioè capace di venire incontro alle aspirazioni profonde della persona: verità, giustizia, pace, gioia, amore gratuito e sincero, libertà, coraggio di diventare volontario per gli altri, speranza di futuro, progettualità…  *  Gesù provoca  chi lo incontra e  alla luce dell’esperienza  fatta con il giovane ricco, afferma chiaramente che con il possedere ricchezze si rischia fatalmente di venire posseduti da esse, esserne imprigionati, diventare  schiavi, perdere la libertà e la serenità, minati dalla paura di essere derubati.  Concretamente Gesù invita a superare la barriera dell’ego-centrismo con tutti i pesi che trascinano giù: l’attaccamento esagerato alle cose terrene, l’orgoglio, la prepotenza,  la cura di star bene da solo, farsi la strada della felicità con la droga, l’alcol, il sesso  facile,  il pensare di avere sempre ragione, fare il bullo… In termini positivi Gesù invita a fare delle proprie risorse un intelligente investimento di amore operoso per i poveri.
Come abbiamo visto sopra.
  * L’incontro con Gesù  non può limitarsi a rimanere un racconto evangelico di ieri.  Noi siamo giovani oggi e Gesù, il risorto dai morti, è il Signore che vuole incontrarci oggi.
Vi è la triplice via che porta ad un incontro valido e bello con il Signore: – La via dell’incontro con Gesù nella preghiera, che vuol dire soprattutto la Messa domenicale e la Confessione, la lettura della Parola di Dio; – La via di prestare un servizio a chi è nel bisogno, fare un volontariato  in cui ci mettiamo le nostre ‘ricchezze’: un po’ del nostro tempo,  la nostra amicizia, un aiuto concreto di sostegno, in famiglia e fuori (compagni malati, anziani, disabili, emigrati, barboni…); – La via della riflessione personale per ritirare le decisioni aperte o nascoste dei nostri no a Gesù e maturare quelle del sì, per qualche settore della propria vita (famiglia, scuola, tempo libero, parrocchia, relazione con il ragazzo/a…).
  Se ci prepariamo seguendo questa triplice via, allora l’incontro con il Papa sarà un grande momento di libertà, la libertà di dire sì a Cristo,  riparando il no triste del giovane ricco.
    Un’ultima traccia di riflessione * Gesù invita a fare una scelta nei suoi confronti.
Tu da che parte stai? Gesù è per te una ‘cosa’ che serve al momento opportuno, o una brava persona da contattare ogni tanto, o una persona viva grande come Dio, amico vero cui posso legare la mia vita, il mio futuro? * La ragione del rifiuto fatto dal giovane ricco è  logica.
Il suo cuore era già occupato dalle ricchezze materiali, non c’era posto per Gesù  e la sua visione di realtà così attenta al mondo dei poveri.
Per questo Gesù disse un giorno: “Non potete servire Dio e la ricchezza” (Mt  6,24).
Cosa posso dire di me? Quali sono le mie ‘ ricchezze’, quelle che fanno i miei desideri, che mi occupano di più (soldi, divertimento, prestigio, facebook, sms…)? Il loro uso è compatibile con le parole di Gesù al giovane ricco? Quanto sono ‘ricco’ di solidarietà, di gratuità, di altruismo, di volontariato? *  Qual’é la mia effettiva relazione con Gesù? Lo incontro nella lettura del vangelo, nei sacramenti, specie l’Eucaristia domenicale, nell’aiuto ai poveri?        www.chiesagiovane.it pastoralegiovanile@vicariatusurbis.org        Servizio Diocesano per la Pastorale Giovanile di Roma   “MAESTRO BUONO, CHE COSA DEVO FARE PER AVERE IN EREDITA’ LA VITA ETERNA?” (Mc 10,17) In CAMMINO VERSO PIAZZA SAN PIETRO Incontro dei giovani con Benedetto XVI 25 marzo  2010     1.
“Poter incontrare Gesù, fare un dialogo con Lui è possibile? Come?” * Sì, è possibile.
Ed è facile, non occorrono visti speciali come quando si va all’estero in certi paesi.
Gesù non vive all’estero, non è un estraneo, sta in mezzo a noi come un amico vivo e giovane.
L’ha detto Lui: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io, in mezzo a loro” (Mt 18,20).
* Viene subito in mente Tor Vergata, quella meravigliosa notte, al tempo della GMG del 2000, eravamo due milioni.
E Gesù c’era, lo sentivamo tutti, in particolare nella persona del Servo di Dio Giovanni Paolo II.
* Ebbene, noi saremo diverse migliaia in Piazza S.
Pietro il prossimo 25 marzo intorno a Benedetto XVI che ci ha convocati in vista della Giornata Mondiale della Gioventù di quest’anno.
E Gesù ci aspetta là, accanto al Papa!   2.
La procedura per l’incontro con Gesù è semplice.
E’contenuta nel libro-guida dei cristiani: il Vangelo.
Lì abbiamo la scaletta sicura, il format di ogni incontro con Lui.
* Vi sono diversi incontri di Gesù con i giovani.
Di due si dice che li ha risuscitati: una ragazza, la figlia di Giairo a Cafarnao (Lc 8,49-50), e un ragazzo, il figlio di una vedova di Naim (Lc 7,11-17).
E’ chiaro: Gesù vuole giovani vivi e li rende tali!   * Ma Gesù ha incontrato anche giovani vivi che erano affascinati dalla sua personalità.
Si racconta di uno che ha aiutato Gesù a moltiplicare il pane e il pesce per la gente mettendogli generosamente a disposizione il suo cestino quotidiano (Gv 6,9).
E’ stato ancora un giovane a stargli coraggiosamente accanto nel momento terribile dell’arresto (Mc 14,51).
Tra Gesù e i giovani vi è un feeling speciale, indimenticabile, ieri, oggi e sempre.
  3.
Ma qui diventa necessario andare al fondo dei fatti.
Tra amici non basta incontrarsi, è necessario parlarsi, aprirsi l’uno all’altro.
E’ quanto sarà avvenuto sovente nella vita di Gesù.
Ed infatti nel Vangelo è riferito proprio un dialogo prolungato che Gesù ha avuto con un giovane.
Lo riportiamo qui prendendolo dal vangelo secondo Marco al capitolo 10, versetti 17-22.
  17 Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”.
18 Gesù gli disse:“Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.
19 Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”.
20  Il giovane (Mt 19,20) allora gli disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”.
21 Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”.
22 Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.      Forse e senza forse la lettura lascia un po’ di amaro in bocca perché questo giovane ha detto di no a Gesù.
E’ la realtà, anche nostra, di certe volte.
Ma non è fatale che sia così.
Molti giovani hanno detto sì: Agnese, Tarcisio, Maria Goretti, Domenico Savio, Piergiorgio Frassati… In un certo modo tocca a noi adesso risarcire lo sgarbo fatto al Maestro.
E’ importante capire bene il contenuto del dialogo.
Ognuno di noi dica: Adesso sono io colui che incontra Gesù ed è incontrato da Lui!   4.
Il racconto comprende tre momenti che dicono la trama di ogni incontro con Gesù.
Il momento della domanda, il momento della proposta, il momento della decisione.
Sono tre tempi tra loro indissolubili e con cui fare i conti.
   

IV Domenica del tempo ordinario anno C

  Parabola orientale Il maestro non amava i discorsi eruditi che gli altri chiamavano invece “perle di saggezza”.
I discepoli gli chiesero: Se sono parole perché le disprezzi? Il maestro replicò: Avete mai visto perle che crescono se seminate in un campo? Questi è davvero il profeta Furono riempite dodici ceste.
Questo fatto è mirabile per la sua grandezza, utile per il suo carattere spirituale.
Quelli che erano presenti si entusiasmarono, mentre noi, al sentirne parlare, rimaniamo freddi.
Questo è stato compiuto affinché quelli lo vedessero ed è stato scritto affinché noi lo ascoltassimo.
Quello che essi poterono vedere con gli occhi, noi possiamo vederlo con la fede.
Noi contempliamo spiritualmente ciò che non abbiamo potuto vedere con gli occhi.
Noi ci troviamo in vantaggio rispetto a loro, perché a noi è stato detto: Beati quelli che non vedono e credono (Gv 20,29).
Aggiungo che forse a noi è concesso di capire ciò che quella folla non riuscì a capire.
Ci siamo così veramente saziati, in quanto siamo riusciti ad arrivare al midollo dell’orzo.
Insomma, come reagì la gente di fronte al miracolo? Quelli, vedendo il miracolo che Gesù aveva fatto, dicevano: Questi è davvero il profeta (Gv 6,14).
[…] Ma Gesù era il Signore dei profeti, l’ispiratore e il santificatore dei profeti, e tuttavia un profeta, secondo quanto a Mosè era stato annunciato: Susciterò per loro un profeta simile a te (Dt 18,18).
Simile secondo la carne, superiore secondo la maestà.
E che quella promessa del Signore si riferisse a Cristo, noi lo apprendiamo chiaramente dagli Atti degli apostoli.
Lo stesso Signore dice di se stesso: Un profeta non riceve onore nella sua patria (Gv 4,44).
Il Signore è profeta, il Signore è il Verbo di Dio e nessun profeta può profetare senza il Verbo di Dio; il Verbo di Dio profetizza per bocca dei profeti, ed è egli stesso profeta.
Cristo è profeta e Signore dei profeti, così come è angelo e Signore degli angeli.
Egli stesso è detto angelo del grande consiglio (cfr.
Is 9,6).
E del resto, che dice altrove il profeta? Non un inviato né un angelo, ma egli stesso verrà a salvarci (cfr.
Is 35,4); cioè a salvarci non manderà un messaggero, non manderà un angelo, ma verrà egli stesso.
(AGOSTINO, Omelie sul vangelo di Giovanni 24,6-7, in Opere di sant’Agostino, pp.
564-566).
  Essere profeti Il profeta, Signore, non è un depositario di verità, ma un testimone di bene.
Non sa dire cose sublimi, ma le compie.
Annuncia la speranza nella disperazione, la misericordia nel peccato, l’intervento di Dio dove tutto sembra morto.
  Il profeta è consapevole dei suoli limiti, delle sue debolezza, dei suoi dubbi, delle sue incapacità, della sua inesperienza, ma è anche sereno e coraggioso, perché Dio lo ha scelto e amato.
  Il profeta fa la scelta di Dio, vive la comunione intima con lui.
  Essere profeti oggi, significa passare da una pastorale di conversazione ad una pastorale missionaria, significa essere presenti là dove la gente vive, lavora, soffre, gioisce.
  Tu, Signore, sei il profeta per eccellenza che dobbiamo ascoltare e accogliere.
Tua chiesa erano le piazze, le rive dei fiumi, i monti, le strade.
  Ogni cristiano è profeta, è la tua bocca che evangelizza, che parla davanti agli uomini, al mondo, alla storia.
  Signore, aiutaci ad essere profeti di frontiera là dove scorre la vita della gente.
(A.
Merico)   Preghiera Tu ci parli.
Signore, attraverso profeti pienamente inseriti nelle vicende del loro popolo e del loro tempo e insieme capaci di restare in solitudine o di andare nel deserto per fare riascoltare la tua Parola a coloro che li seguono.
Tu ci parli, Signore, attraverso testimoni in grado di condividere le angosce dei loro fratelli, le paure e i drammi degli uomini e insieme pieni di fede nell’indicare la tua presenza già operante, la tua promessa suscitatrice di vita.
Tu ci parli, Signore, attraverso uomini che sanno contestare coraggiosamente le mode, le abitudini, i pregiudizi, i luoghi comuni dei loro contemporanei e insieme profondamente solidali con loro nel ricercare il tuo volto che salva, nel parlare al cuore di chi dispera.
Guarda, ti preghiamo, alla tua Chiesa, alla Chiesa del nostro tempo, a noi che siamo il tuo popolo, costituiti per tua grazia profeti e testimoni della tua verità: donaci di essere mediatori della tua consolazione nel momento stesso in cui denunciamo le nostre e le altrui ipocrisie.
Nei deserti della nostra società fa’ risuonare la tua Parola, perché anche noi ‘usciamo’, confessando i nostri peccati per essere di nuovo immersi nella grazia del tuo Spirito.
    * Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 1997-1998; 2002-2003; 2005-2006.
– COMUNITÀ MONASTICA SS.
TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade.
Tempo D’Avvento e Natale, Milano, Vita e Pensiero, 2009, pp.
68.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
             IV DOMENICA TEMPO ORDINARIO   Lectio Anno c                                                                                    Prima lettura: Geremia 1,4-5.17-19          Nei giorni del re Giosìa, mi fu rivolta questa parola del Signore: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni.
Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi, àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro.
Ed ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese.
Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti».
    v La lettura di oggi contiene la chiamata e la missione del profeta Geremia in un «racconto autobiografico» (in prima persona).
La pericope liturgica decurta il testo biblico di circa dieci versetti (mancano i vv.
6-16).
I redattori delle letture di questa domenica hanno voluto ritenere solo quelle parti in cui si esprime il conflitto tra il profeta ed i suoi avversari, in vista del Vangelo di oggi, nel quale assistiamo ad un contrasto analogo tra Gesù ed i suoi ascoltatori nella sinagoga di Nazaret.
— vv.
4-5: «Prima di formarti nel grembo materno…».
Con queste parole ben note Dio rivela al profeta la sua vocazione: esse manifestano l’assoluta, sovrana potenza di Dio nel costituire Geremia profeta in vista della sua futura missione.
Il profeta venne all’esistenza proprio per realizzare la sua missione: in certo senso il suo esistere ed il suo essere mandato formano un’unica ed identica realtà.
Inoltre la chiamata di Dio è come una consacrazione («ti ho consacrato»), una speciale investitura che abbraccia tutta la persona del profeta.
Anche se occorre molto coraggio per essere l’inviato di Dio, la sua forza deriva da questa investitura da parte del Signore.
— vv.
18-19: «una colonna di ferro e un muro di bronzo…».
Il profeta viene paragonato ad una città fortificata, che i nemici assediano senza poterla espugnare.
Immagine (o metafora) marziale, impiegata per mettere in risalto anche la dura battaglia che il profeta è chiamato a sostenere.
—v.
19: «sono con te per salvarti».
Ecco l’unica certezza che sorregge il profeta.
Questa «formula di assistenza», con cui il Signore o il suo angelo promettono l’assistenza indefettibile di Dio agli inviati («Io sono con te…», «Il Signore è con te»), ricorre spesso nella Sacra Scrittura, ad esempio in Es 3,12; Rut 2,4; Lc 1,28, e nella nostra liturgia.
È un invito, rivolto alle persona inviate, ad aver fiducia in Dio.
Costoro devono affidare a Dio la loro missione, e non cercare altrove le loro certezze.
  Seconda lettura: 1Corinzi 12,31-13,13          Fratelli, desiderate intensamente i carismi più grandi.
E allora, vi mostro la via più sublime.
Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita.
E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla.
E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo, per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.
La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità.
Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
La carità non avrà mai fine.
Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà.
Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo.
Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.
Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino.
Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.
Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia.
Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.
Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità.
Ma la più grande di tutte è la carità!        v Solitamente si ama definire la lettura di oggi «l’inno alla carità», uno dei testi più celebri del Nuovo Testamento.
Il brano liturgico va riposto esattamente nel contesto in cui Paolo (nella 1 Cor.) parla dei carismi.
È lo stesso contesto della II Lettura di domenica scorsa.
— vv.
12-31: «desiderate intensamente i carismi più grandi».
I cristiani di Corinto mostrano grande interesse per i doni o carismi, specie quelli più spettacolari, che attirano ed alimentano il loro orgoglio, rappresentando qualcosa di speciale.
Paolo ristabilisce il giusto ordine nella realtà di questi doni.
In tale ordine il posto centrale lo detiene il dono dell’amore.
Chi ha ricevuto questo carisma dell’amore, ha ricevuto il più grande dei doni.
— vv.
1-3: «le lingue degli uomini e degli angeli, ecc.».
Perché il dono dell’amore è realtà centrale rispetto ad ogni altro dono? Paolo ne spiega il motivo, affermando che esso è la condizione che garantisce l’autenticità di tutti gli altri carismi.
Il parlare in lingue misteriose (v.
1), l’esercitare la profezia (v.
2), l’avere la scienza di tutte le realtà più misteriose, come pure l’aver fede e capacità di trasportare le montagne (v.
2), la stessa grazia del martirio non sono valori assoluti e a sé stanti; valgono soltanto se trovano la loro profonda motivazione nel dono dell’amore.
— vv.
4-7: «Magnanima, benevola, non è invidiosa ecc.».
L’Apostolo enumera ben 15 qualità: inizia con due caratteristiche positive, continua con otto negative (ciò che l’amore non è, e non fa), e conclude con cinque positive.
Questo elogio diligentemente strutturato dell’amore mira a sottolineare quelle virtù, opposte alla vanagloria ed alla ricerca di sé, che sono appunto all’origine di quelle spinte segrete che portano molti cristiani di Corinto a desiderare i carismi per sé.
Vogliono avere i carismi per essere diversi e superiori agli altri.
— vv.
8-12: «La carità non avrà mai fine…».
A differenza dei carismi, che prima o poi hanno fine, la carità dura per sempre.
Lo stesso carisma della conoscenza, che pure è permanente, è da considerare provvisorio nel senso che nel tempo presente non può essere che parziale e frammentario, incompleto.
Per questo la conoscenza è paragonata all’immagine sfocata e approssimativa che si vede in uno specchio metallico usato nell’antichità; oppure, è paragonata alla capacità conoscitiva che ha un bambino rispetto a quella di un adulto.
La carità invece si prolunga nell’eternità, senza alterazioni o limitazioni di sorta.
Inoltre, la carità è come un legame che ci congiunge con la vita eterna.
— v.
13: «Ma la più grande di tutte è la carità!».
Fede, speranza e carità in quanto appartengono al rapporto dell’uomo con Dio, sono importanti.
 Ma di queste tre, è l’amore a valere di più, perché ci avvicina maggiormente a Dio, da lui verrà maggiormente stimata e ricambiata e resterà in eterno.
  Vangelo: Luca 4,21-30          In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?».
Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso.
Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”».
Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria.
Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne.
C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno.
Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù.
Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.
    Esegesi      Il brano del vangelo odierno è la seconda parte della cosiddetta «pericope di Nazaret», ad immediato seguito della prima parte, letta domenica scorsa.
Mentre nella I parte si riferiva l’accoglienza positiva di Gesù da parte dei suoi compaesani (elogi, stupore), nella II parte ci troviamo invece di fronte all’aspetto negativo di tale accoglienza: rifiuto e ostilità.
L’evangelista Luca ha voluto fare di questo episodio un momento emblematico della missione di Gesù, presentando fin d’ora la divisione degli spiriti che si opera di fonte a lui, sempre.
— v.
22: «Non è costui il figlio di Giuseppe?».
La meraviglia si traduce in delusione e ostilità.
In realtà la sua persona «delude» le aspettative dei presenti, perché egli socialmente non appare diverso da loro.
Ma anche il suo messaggio li delude, in quanto non prospetta alcun benessere terreno, alcun cambiamento politico e neanche l’esaltazione di Israele.
Inoltre a Nazaret Gesù non compie i miracoli che ha compiuto altrove, specie a Cafarnao.
— v.
23: «Medico, cura te stesso».
Cosciente di tale delusione, dovuta in particolare all’assenza di segni spettacolari, Gesù mette in bocca ai compaesani il proverbio, noto anche presso i rabbini: « Medico, cura te stesso ».
La sua potenza taumaturgica, Gesù avrebbe dovuto metterla in mostra specialmente nella sua patria, e non lontano da essa.
— v.
24: «Nessun profeta è bene accetto nella sua patria».
Al proverbio che rispecchia il pensiero dei suoi ascoltatori, Gesù ne contrappone un altro, che spiega perché egli non compia miracoli a Nazaret.
Se, come tutti i profeti, non è riconosciuto e accettato nella sua patria, non può compiere prodigi semplicemente per avvalorare la sua identità e indurli a credere.
La fede che esige miracoli non è vera fede.
— vv.
25-27: «C’erano molte vedove…
molti lebbrosi».
Con i due esempi veterotestamentari, la vedova di Zarepta e Naaman il Siro, Gesù esprime due dimensioni essenziali della sua missione: a) la sua patria, per volere divino, passa in secondo ordine di fronte agli stranieri; b) la elezione di Dio non si ferma a vincoli di patria o familiari, ma è rivolta a tutti.
— vv.
28: «Si riempirono di sdegno».
Gli esempi addotti da Gesù, con l’universalismo che dichiarano, determinano sdegno e rifiuto ostile da parte dei compaesani.
Se quel profeta non compie nulla per la sua patria, anzi mostra di offrire agli stranieri i suoi benefici, non appartiene più ad essa: va ripudiato.
Stando al testo del Dt.
13,2, un profeta che non vuole garantire la sua missione con segni, merita la morte.
Perciò lo conducono fuori, per ucciderlo.
— v.
30: «si mise in cammino».
Come spesso il Vangelo di Giovanni sottolinea il fatto che i Giudei non poterono catturare Gesù «perché non era ancora giunta la sua ora» (Gv 7,30; 8,20:10,39), così qui Luca vuol dire che Gesù passa liberamente in mezzo a coloro che lo hanno condotto fuori della città non tanto per fare un miracolo (che finora ha rifiutato) quanto per affermare la sua sovrana libertà di fronte alla morte.
Tale «momento» arriverà, non per fatalità, per effetto di complotti umani o sdegno di popolo, ma per sua libera scelta.
Alla luce di ciò, acquista particolare spessore teologico il verbo finale: «si mise in cammino».
Respinto e rifiutato dalla sua patria, Gesù a sua volta se ne va, le volta le spalle, la ripudia, per portare altrove l’annuncio di salvezza.
  Meditazione      La liturgia ci fa ascoltare in due domeniche successive quanto avviene nella sinagoga di Nazaret.
Domenica scorsa abbiamo interrotto la narrazione di Luca nel momento in cui Gesù, dopo aver proclamato la lettura dal rotolo del profeta Isaia, ne afferma il suo compimento oggi.
In questa domenica leggiamo la seconda parte del racconto, che si sofferma sulla reazione dei suoi concittadini presenti alla preghiera sinagogale.
La meraviglia iniziale si trasforma presto in sdegno, sino al punto di cacciarlo fuori dalla città e tentare di ucciderlo buttandolo giù da precipizio (cfr.
v.
29).
La meraviglia dei nazaretani diventa così lo stupore di noi ascoltatori: come mai questo diverso e addirittura contrapposto atteggiamento? Cosa fa passare dalla meraviglia allo sdegno? Diversamente da quanto accade nel racconto degli altri Sinottici, in Luca queste contrastanti reazioni nascono entrambe dall’ascolto della parola di Gesù.
Descrivono due opposte conseguenze dell’ascoltare, o meglio due differenti modi di ascoltare.
Non soltanto la meraviglia per le parole di grazia che escono dalla bocca di Gesù, ma anche lo sdegno nasce «all’udire queste cose» (v.
28).
C’è dunque un aspetto di questa parola che affascina e stupisce, e che siamo disposti ad accogliere volentieri; ma c’è anche un altro taglio più duro da accettare, che esige una conversione delle nostre attese, perché la Parola si compie sempre nel modo che non immaginavamo.
Di conseguenza, o siamo disposti a lasciarci sorprendere e convertire, o altrimenti ne restiamo scandalizzati.
     Gesù discerne cosa c’è nel cuore dei suoi concittadini, lo intuisce e lo porta in piena luce.
«Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso.
Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”» (v.
23).
Innanzitutto tra i tuoi, per quelli della tua casa.
Tu che sei il figlio di Giuseppe, uno di noi, guarda anzitutto ai nostri bisogni.
Nel cuore dei nazaretani c’è la tentazione di requisire e circoscrivere l’azione di Gesù.
Ciò che si manifesta in questa pretesa non è soltanto il rifiuto del carattere universale della salvezza.
Che Gesù compia prodigi a Cafarnao o altrove ai nazaretani sta anche bene, purché li compia anzitutto ‘nella sua patria’.
La tentazione più grave consiste nel non riconoscere i segni della salvezza là dove germogliano perché essi non sono il soddisfacimento immediato del proprio bisogno personale.
Occorre invece rallegrasi per i segni della salvezza anche se sono per altri perché comunque testimoniano la vicinanza di Dio al suo popolo; annunciano che la misericordia del Signore diviene un oggi nella nostra storia.
     Gesù cita due proverbi: «Medico, cura te stesso» e subito dopo «Nessun profeta è ben accetto nella sua patria».
Vi risuonano due appellativi, entrambi riferiti a Gesù: ‘medico’ e ‘profeta’.
Il primo sembra più esprimere il punto di vista dei nazaretani e l’idea che hanno maturato di Gesù, o l’attesa che nutrono nei suoi confronti.
Il secondo indica piuttosto come Gesù interpreta la propria missione e desidera compierla.
Per i cittadini di Nazareth Gesù è il medico che deve curare le loro infermità e colmare i loro bisogni.
Gesù invece afferma di essere anzitutto un profeta, vale a dire un uomo che compie sì segni e guarigioni, ma non semplicemente per appagare un bisogno, ma per rivelare che la promessa di Dio, custodita dalla sua Parola, ha iniziato ad attuarsi nella storia.
Per il profeta il segno rinvia alla Parola, la quale a sua volta esige un affidamento e un atto di fede che oltrepassa il segno stesso.
Si riconosce il segno, ma per credere nella Parola.
     I nazaretani, al contrario, hanno saputo dei segni già operati da Gesù, ma essi, anziché nutrire la fede nella sua persona, li conducono a pretendere altri segni che risolvano i loro problemi.
Questa è la tua casa, la tua patria, qui c’è la tua gente e i tuoi parenti: tutto ciò ci offre un diritto e una pretesa nei tuoi confronti.
Fa’ anche qui, nella tua patria, quanto vai facendo altrove.
Tra questi nazaretani ci sono certamente molti bisogni veri,  numerose infermità da guarire e oppressioni da liberare, le stesse che Gesù incontrerà e sanerà altrove; il problema è che tutto ciò viene vissuto nella forma della pretesa e non in quella dell’affidamento.
Con l’atteggiamento dei ricchi, dunque, e non con il cuore dei poveri.
Ma è ai poveri che viene annunciato l’evangelo della salvezza, come Gesù ha appena affermato citando il profeta Isaia.
     Gesù legge nei cuori dei nazaretani l’invito a compiere «anche qui, nella tua patria, quanto hai fatto a Cafarnao» (cfr.
v.
23).
Luca, in verità, non lo ha ancora raccontato, lo racconterà nei capitoli seguenti del suo vangelo.
Ma forse questa non è tanto una svista narrativa, quanto un modo raffinato per invitare il suo lettore ad andare a vedere ciò che Gesù opera a Cafarnao.
Tra i vari miracoli si staglia la guarigione del servo del centurione narrata all’inizio del capitolo settimo (vv.
1-10).
Un episodio che aiuta a capire, in un gioco di contrasti, proprio ciò che accade nella sinagoga di Nazaret.
Il centurione è un pagano che si riconosce indegno di ricevere Gesù nella sua casa.
Il suo è un atteggiamento completamente diverso da quello dei concittadini di Gesù.
Questi ultimi vantano dei diritti su Gesù, perché era uno di loro.
Questo pagano non solo non avanza pretese, ma per ben due volte, con insistenza, afferma di non essere degno, mentre al contrario i Giudei presentano a Gesù le sue credenziali: «egli merita che tu gli conceda quello che chiede – dicevano – perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga» (vv.
4-5).
«Egli merita» – «Io non sono degno»: davvero forte è il contrasto tra il punto di vista dei G

Prego Dio che mi liberi da Dio.

VANNINI MARCO,  Prego Dio che mi liberi da Dio.
La religione come verità e come menzogna, Bompiani, Milano, 2010, ISBN: 8845264130, pp.192, € 16.00 Il dibattito tra credenti e non credenti, atei e cristiani, laici e laicisti infiamma tutti i settori della società.
Eppure esso si svolge per lo più a un livello di superficie, tanto che si ha l’impressione che i ruoli si confondano: che i veri credenti siano gli atei, che i laici portino avanti ragioni che i chierici dimenticano e che le motivazioni dei laicisti combacino, per una strana alchimia, con quelle dei cattolici più ortodossi.
Questi paradossi, come mostra Marco Vannini in questa riflessione, hanno radici profonde e non sono per nulla casuali: consistono nella dimenticanza di una serie di categorie che hanno attraversato la tradizione più alta dell’Occidente, a partire dalla filosofia greca, attraverso i mistici e i filosofi della modernità, sino a personalità come Simone Weil.
Che Dio sia Spirito; che la religione sia essenzialmente un rapporto nello Spirito in cui Dio e uomo si muovono l’uno verso l’altro, l’uno nell’altro; che la vera religione sia uno spogliarsi della propria volontà, liberarsi dalla costrizione delle cose del mondo per entrare in una dimensione di libertà, di grazia.
Questi concetti si sono via via eclissati a favore di rappresentazioni più comode di Dio e della religione, spesso ridotta a una dottrina morale, a una serie di precetti fisici, addirittura sessuali.
E di questo oblio colpevoli non sono tanto i laici o gli atei ma, piuttosto, chi di questa tradizione doveva farsi depositario e custode: la Chiesa.
 Se il mistico cristiano non ama gli ebrei di Vito Mancuso Ciò che più colpisce nell’ultimo libro di Marco Vannini è la violenza.
Convinto che «ai nostri giorni la religione sia tornata a essere oggetto di grande interesse», in Prego Dio che mi liberi da Dio (Bompiani) l’insigne studioso della mistica occidentale intende separare all’interno della religione la verità dalla menzogna, e lo fa sostenendo che il cristianesimo è frutto di due componenti, una buona che è quella greca e più precisamente platonica, e una cattiva che è quella ebraica.
Infatti mentre «il platonismo dà il regno di Dio, ossia verità e giustizia», «la mitologia biblica dà un Dio esteriore, creatore e signore – un Dio speculare a un’idolatria del corpo, del sangue, della razza», da cui occorre liberarsi per giungere a «un cristianesimo purificato dall’eredità di Israele».
Con tale obiettivo Vannini attacca duramente la teologia, la Bibbia e ogni dimensione istituzionale: «teologie, cerimonie, sinagoghe, chiese, con le loro implicite ma non troppo implicazioni razziste di popolo eletto, comunità di santi ecc., fonte continua di discriminazione e di odio».
Spesso lo fa con un livore che contrasta con quel “distacco” da lui posto al cuore dell’esperienza mistica, come quando dice che la teologia «è menzogna e peccato, anzi qualcosa di animalesco», un «prodotto della gula spiritualis con una finalità appropriativa, goditiva, golosa».
Il discorso raggiunge toni da invettiva soprattutto contro la Bibbia ebraica, per Vannini «serie di falsità create per un’ideologia razziale».
Vi sono persino parole che non dovrebbero essere più scritte dopo la Shoah, come quelle secondo cui «gli ebrei, dopo aver fatto uccidere Gesù, perseguitarono sin dall’inizio i suoi seguaci»; oppure quelle secondo cui «figli del demonio, che è padre della menzogna, sono chiamati i giudei da Gesù».
In realtà basta leggere i vangeli con attenzione per vedere che Gesù non ha mai definito gli ebrei in quanto tali “figli del demonio”, perché il testo precisa che si rivolgeva così a quegli ebrei «che avevano creduto in lui» (Gv 8,31), non al popolo ebraico in quanto tale.
Né è lecito dire che furono “gli ebrei” a uccidere Gesù, perché è noto che fu l’aristocrazia sacerdotale del tempio, del partito collaborazionista dei sadducei, a consegnare Gesù al potere romano, che poi giustiziò Gesù in quanto minaccia allo status quo.
A uccidere Gesù non furono “gli ebrei”, ma il potere religioso e il potere politico uniti in comuni interessi (come spesso accade nella storia).
Ma come si fa, ancora oggi, a far ricadere la responsabilità della morte di Gesù su un intero popolo dicendo che “gli ebrei” fecero uccidere Gesù? E sarebbe questo il cristianesimo purificato? In realtà ripetere questi stereotipi, i medesimi dell’antigiudaismo religioso alla base dell’antisemitismo etnico che ha prodotto Auschwitz, è (come minimo) un errore, significa ignorare del tutto i risultati della più accreditata storiografia ed esegesi storico-critica.
Ma è tutta l’impostazione di Vannini a lasciare perplessi, non solo il suo sinistro antigiudaismo.
Parlare di teologia, di Bibbia, di Chiesa al singolare, è sbagliato.
Vi sono diverse teologie, diversi aspetti delle chiese, diversi libri biblici.
E che tra queste variegate realtà ve ne siano di negative è vero, verissimo, e occorre criticarle, guai a non farlo.
Ma non esercitare la sapienza della distinzione facendo di ogni erba un fascio, significa venir meno al principale compito del pensiero, significa non consegnare alla società ciò che solo il pensiero può darle, cioè la decantazione delle passioni e la luce calma dell’intelligenza.
Dire che la teologia in quanto tale è «negazione della religione vera» significa ignorare la storia della teologia del ‘900, nella quale vi sono stati uomini di una grandezza spirituale unica, non inferiori ai maestri medievali cari a Vannini, si pensi a Florenskij, Bonhoeffer, Teilhard de Chardin, teologi che hanno pagato con la vita (martirio rosso e martirio verde) la loro dedizione alla ricerca e al bene del mondo.
Come si fa, dimenticandoli, a parlare della teologia nei modi spregiativi e sommari di Vannini? Ma la vera radice del suo errore consiste, a mio avviso, nel concetto di spirito.
Spirito per Vannini è correttamente inteso solo come opposizione ad anima, sorge solo come “distacco”, come “rimozione di tutti i contenuti-legami psichici”, come “morte dell’anima”: perché un uomo possa vivere l’esperienza dello spirito, deve morire nella sua individualità psichica.
In questa opposizione tra spirito e anima, e tra anima e corpo, rivive la tradizione dell’agostinismo radicale col suo disprezzo del mondo, in particolare della natura umana.
Così Vannini: «La natura umana è la fonte da cui derivano tutti i mali dell’uomo, per cui chi si fonda esclusivamente sull’umano non può essere altro che malvagio»; e ancora, l’uomo deve sapere che «tutto quello che procede da se stesso, dalla volontà propria, è menzogna e procede dal demonio».
In fondo per lui la vera menzogna, ben oltre teologia chiesa ebraismo, è la natura umana.
Attualizzando il gelido pessimismo antropologico del tardo Agostino che faceva dell’umanità una “massa dannata” e collocava tutti i non battezzati all’inferno, Vannini sostiene mediante il concetto di “distacco” che si entra nell’esperienza dello spirito solo negando la natura umana.
Se il cristianesimo fosse davvero così, Nietzsche avrebbe ragione a definirlo odio verso la salute, la forza, la bellezza dell’esistenza naturale.
E che vi siano elementi in tal senso è vero, l’agostinismo radicale lo mostra.
Ma per Gesù l’anima non deve morire, ma deve essere salvata, custodita, coltivata; e tutto ciò va fatto in amore con il mondo e con ogni frammento di essere, non nel distacco ma nella comunione (unione-con), con la gioia della fratellanza verso ogni forma di vita, perché, come insegna la Bibbia ebraica, viviamo all’interno di «un’alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne» (Genesi 9,16).
in “la Repubblica” del 19 gennaio 2010 ”Io, la religione e la lettura biblica” di Marco Vannini Repubblica del 19 gennaio, ha pubblicato un articolo di Vito Mancuso sul mio Prego Dio che mi liberi da Dio, in cui mi si accusa, tra l’altro, di antigiudaismo.
È un’accusa che respingo fermamente, chiamando a testimonianza la mia intera vita di studioso, che ha passato anni a tradurre commentarii biblici: in Israele, nella foresta Giovanni XXIII-Jules Isaac, ci sono cinque alberi piantati in mio onore dall’Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma (Keren Kayemeth Leisrael).
Tale accusa si fonda infatti sul metodo di citare frasi mutile, avulse dal contesto, o addirittura di attribuire a me quelle che sono invece citazioni di ben più alte autorità.
Quest’ultimo è, ad esempio, il caso della teologia definita come “animalesca”: non da me, ma da Meister Eckhart (da cui il libro stesso prende il titolo), e il contesto spiega bene in che senso: bestialità in quanto ignoranza, giacché la teologia è presuntuoso discorso su Dio, che è invece al di là di ogni possibile discorso.
È anche il caso del «cristianesimo purificato dall’eredità di Israele»: citazione, questa, di Simone Weil, altro punto di riferimento fondamentale del libro – e meraviglia che Mancuso lo taccia, visto che le ha dedicato un suo libro: forse teme l’accusa di “sinistro antigiudaismo”? Mi viene soprattutto rimproverato, a proposito della condanna di Gesù, l’errore di parlare di “ebrei”, senza specificare che si trattava dei soli sadducei collaborazionisti, mentre invece proprio nella riga precedente a quella incriminata si dice che Gesù fu condannato dal «potere sacerdotale ebraico, alleato di quello politico dei romani», ovvero lo stessa tesi che sostiene Mancuso.
È comunque evidente da tutto il contesto che non intendo affatto attribuire assurde responsabilità storiche collettive, ma solo sottolineare che il cristianesimo si è costituito sull’affermazione della identità tra Gesù e il Padre – bestemmia, questa, per l’ebraismo, che marcava in modo netto l’opposizione tra le due religioni.
Che la storia biblica sia costruita su falsità – invenzione i Patriarchi, invenzione l’Esodo, invenzione il Tempio, invenzione la Legge, ecc.
– e che ciò sia stato fatto per fini politici, è un dato acquisito dalla più moderna ricerca storico-critica (nel mio libro si cita tra gli altri Mario Liverani, Oltre la Bibbia.
Storia antica di Israele, Laterza), e che si sia così costruita «una comunità chiusa non solo per religione ma anche per razza» (ibid.
p.
391), lo è altrettanto.
Perché non si tratta infatti di criticare un libro biblico piuttosto che un altro, accettando ciò che piace e rifiutando quel che dispiace, ma di riconoscere che «la vera suprema bestemmia è chiamare sacro ciò che proviene da mano umana», come diceva l’umanista Cornelio Agrippa.
Nel momento in cui il maggiore editore cattolico italiano presenta la Bibbia come «via, verità, vita» attribuendo a un libro ciò che Cristo dice di se stesso, credo sia legittimo parlare di religione come menzogna, accanto a religione come verità.
Di questo, e non d’altro, tratta il mio libro, che perciò rivendica l’importanza della fonte greca, e del platonismo in particolare, nella formazione del cristianesimo.
Platonismo significa il primato dell’interiorità contro l’esteriorità; significa non costruire teologie/mitologie, ma cercare di “farsi simili a Dio” nella giustizia.
Significa conoscenza della malizia insita nell’io, nel suo quasi insopprimibile egoismo, e dunque della necessità di una conversione, di una “morte dell’anima”, ossia di un radicale distacco dall’egoità.
Significa, in conclusione, l’esperienza tanto della natura quanto della grazia, e del primato di quest’ultima – ed è su questo che il cristianesimo si è fondato – e che la mistica – unica vera erede della filosofia greca – ha mantenuto nei secoli.
Non si tratta quindi di me o di Agostino, col suo “gelido pessimismo”, come vuole Mancuso, quanto e soprattutto di Cristo stesso: odiare la propria anima/vita, rinunciare a se stessi, morire a se stessi come muore il chicco di grano e esperimentare la rinascita e la nuova vita nello spirito, sono infatti i passi e i tratti essenziali del messaggio evangelico e le condizioni della sequela Christi.
Se si cancellano questi, Gesù, ormai solo uomo, viene ridotto a un maestro new-age, e il cristianesimo (ma ha senso chiamarlo così?) a una melassa insulsa e insignificante.
in “la Repubblica” del 26 gennaio 2010 Il dibattito tra credenti e non credenti è sempre più vivo, specialmente in questi ultimi anni.
Marco Vannini esce nelle librerie con un nuovo libro che si aggiunge a questo eterno dibattito “Prego Dio che mi liberi da Dio.
La religione come verità e come menzogna”.
La quarta di copertina: “Il dibattito tra credenti e non credenti, atei e cristiani, laici e laicisti infiamma tutti i settori della società.
Eppure esso si svolge per lo più a un livello di superficie, tanto che si ha l’impressione che i ruoli si confondano: che i veri credenti siano gli atei, che i laici portino avanti ragioni che i chierici dimenticano e che le motivazioni dei laicisti combacino, per una strana alchimia, con quelle dei cattolici più ortodossi.
Questi paradossi, come mostra Marco Vannini in questa riflessione, hanno radici profonde e non sono per nulla casuali: consistono nella dimenticanza di una serie di categorie che hanno attraversato la tradizione più alta dell’occidente, a partire dalla filosofia greca, attraverso i mistici e i filosofi della modernità, sino a personalità come Simone Weil.
Che Dio sia Spirito; che la religione sia essenzialmente un rapporto nello Spirito in cui Dio e uomo si muovono l’uno verso l’altro, l’uno nell’altro; che la vera religione sia uno spogliarsi della propria volontà, liberarsi dalla costrizione delle cose del mondo per entrare in una dimensione di libertà, di grazia.
Questi concetti si sono via via eclissati a favore di rappresentazioni più comode di Dio e della religione, spesso ridotta a una dottrina morale, a una serie di precetti fisici, adirittura sessuali.
E di questo oblio colpevoli non sono tanto i laici o gli atei ma, piuttosto, chi di questa tradizione doveva farsi depositario e custode: la Chiesa”.

II Domenica del tempo ordinario (Anno C).

         Preghiere e Racconti Il vino della festa Sí, il vino: è lui, non l’uva, il vero”frutto” della vigna.
E come la vigna è ricco di doni concreti e, al contempo, denso di rimandi simbolici.
Da sempre, “dai tempi di Noè” appunto, accanto al pane del bisogno, al pane quotidiano necessario per vivere, l’uomo ha avuto il vino della gratuità e della festa: una bevanda non necessaria alla sopravvivenza, ma preziosa per la consolazione, la gioia condivisa, l’amicizia ritrovata… Il vino: bevanda che, bevuta in solitudine, ne stordisce l’amarezza solo per accentuarne la tristezza, ma anche bevanda che, gustata nell’intimità di un’amicizia, ne esalta il sapore e ne affina il piacere.
Bevanda esigente, anche, perché richiede a chi la beve lo sforzo di liberarsi dalla schiavitù dell’efficienza esasperata per abbandonarsi alla gratuità senza la quale la vita è priva di sapore: bevanda che invita a cantare la vita, a immettere nella consapevolezza della morte la volontà di dire sí alla vita.
Forse è per tutti questi aspetti – oltre che per il discernimento che richiede nel conoscere se stessi, i propri limiti e quelli degli altri -, è per questa lettura dell’esistenza nel segno della gratuità e della gioia condivisa che il vino è divenuto nella Bibbia e in altre tradizioni spirituali il simbolo della sapienza.
Sapienza perché dà “sapore” alla vita, ma anche perché il vino sa sciogliere il cuore e farne emergere ciò che davvero lo abita, sa trasformare la semplice assunzione di cibo in un banchetto, così come la fermentazione ha trasfigurato l’umile succo d’uva in bevanda inebriante.
[…] non a caso Gesù stesso porrà il suo primo “segno” alle nozze di Cana sotto il sigillo di una gioia condivisa grazie al vino migliore e lascerà ai suoi discepoli il comandamento nuovo dell’amore attorno al “segno” di un pane spezzato e di una coppa di vino versato perché tutti abbiano la vita in pienezza.
(Enzo BIANCHI, Il Pane di ieri, Torino, Einaudi, 2008, 50-51).
  La fonte divina dell’amore Di questa fonte inesauribile parla Giovanni nel racconto delle nozze di Cana (Gv 2,1-12).
Il nostro vino, il nostro tentativo di amare, vede molto presto la fine.
Non possiamo dare nessuna garanzia delle nostre emozioni.
Prima o poi i nostri sentimenti di amore si volatilizzano e allora crediamo di non riuscire più ad amare l’altro.
Questo capita a molti coniugi che assistano stupiti all’esaurirsi del loro amore.
Questo capita anche alla coppia che celebra le nozze a Cana.
Viene a mancare il vino, il loro amore viene a mancare, già il terzo giorno essi non hanno più né vino, né amore.
Allora Gesù trasforma in vino sei otri d’acqua, in modo che il vino non abbia più a finire.
Sei è il numero dell’imperfezione e gli otri di pietra rimandano a quanto di duro e di impietrito vi è in noi.
Nella loro incapacità di amare veramente, nelle loro durezze e nei loro blocchi, Gesù mostra agli sposi un’altra fonte d’amore, la fonte divina, che mai smette di sgorgare.
Gesù pronuncia la sua parola d’amore in quanto in noi è divenuto sciapo e senza sentimento, in quanto in noi è imperfetto e indurito.
Se noi ci fidiamo di questa parola, anche in noi tutto può mutarsi in amore.
D’improvviso noi possiamo amare con le nostre forze e le nostre debolezze, con le nostre imperfezioni e i nostri errori, con le nostre contrazioni e i nostri indurimenti.
Tutto in noi può irradiare l’amore divino, così che intorno a noi possa svolgersi la festa della vita.
(A.
GRÜN, Abitare nella casa dell’amore, Brescia, Queriniana, 2000, 67-68).
  Riempi d’acqua il tuo otre vuoto Adesso sono un otre vuoto! Bisogna consumare tutto il proprio vino per accorgersi che non era vino buono.
Bisogna consumare tutto il proprio vino per desiderare, finalmente, il vino di Gesù.
Madre della compassione, Madre che ti accorgi da sempre, anche per me, dici a Gesù: “non ha più gioia!”.
Non ho più gioia.
Otre vuoto io sono, anche di speranza.
E tu, sicura come chi ha già ottenuto, con gli occhi che tradiscono una gioia più grande di quella che sarà la mia, supplichi: “fa tutto quello che Lui ti dirà!”.
E Lui: “riempi d’acqua il tuo otre!”.
Da dove attingere, Signore, per colmare fino all’orlo? Dalla mia mente deserta? Dal mio cuore inaridito? Dalla mia innocenza consumata? Fammi, Signore, il dono delle lacrime: siano esse l’acqua che con abbondanza tu trasformi, e mentre bevo a piene mani, sento che Le dici: “Donna, ecco tuo figlio!”.
  «Non hanno più vino» Il vino è la gioia di vivere che non può essere comprata ne fabbricata ed è difficile starne senza.
È Gesù, questo vino, di cui gli sposi hanno bisogno, ma che non potrebbero mai darsi, questo vino Gesù lo ‘crea’ dall’acqua, perché si tratta di un vino nuovo.
Giovanni vuole dirci che il vino nuovo e buono, mai gustato prima, è Gesù stesso.
Il vino è significativo come dono di Gesù:  esso è alla fine; è buono; è abbondante.
È segno del tempo della salvezza.
Il vino è così il «sangue versato» da Cristo per noi, è il segno della carità, del dono di sé, così importante per poter vivere da cristiani.
Il vino delle nozze di Cana, questo buon vino atteso, è il dono della carità di Cristo, il segno della gioia che la venuta del Messia realizza.
Le feste degli uomini hanno la conclusione ben descritta dal maestro di tavola: la tristezza del lunedì.
Gesù, invece, è «il sabato senza sera», come diceva sant’Agostino: quando si pensa che la festa finisca – «Non hanno più vino» -, salta fuori il vino buono, conservato fino allora, il vino nuovo mai gustato prima (Cf.
A.S.
BESSONE, Prediche della domenica, Anno C, Biella, 1992, 185-190).
  Maria, donna del vino nuovo Santa Maria, donna del vino nuovo, quante volte sperimentiamo pure noi che il banchetto della vita languisce e la felicità si spegne sul volto dei commensali! È il vino della festa che vien meno.
Sulla tavola non ci manca nulla: ma, senza il succo della vite, abbiamo perso il gusto del pane che sa di grano.
Mastichiamo annoiati i prodotti dell’opulenza: ma con l’ingordigia degli epuloni e con la rabbia di chi non ha fame.
Le pietanze della cucina nostrana hanno smarrito gli antichi sapori: ma anche i frutti esotici hanno ormai poco da dirci.
Tu lo sai bene da che cosa deriva questa inflazione di tedio.
Le scorte di senso si sono esaurite.
Non abbiamo più vino.
Gli odori asprigni del mosto non ci deliziano l’anima da tempo.
Le vecchie cantine non fermentano più.
E le botti vuote danno solo spurghi d’aceto.
Muoviti, allora, a compassione di noi, e ridonaci il gusto delle cose.
Solo così, le giare della nostra esistenza si riempiranno fino all’orlo di significati ultimi.
E l’ebbrezza di vivere e di far vivere ci farà finalmente provare le vertigini.
Santa Maria, donna del vino nuovo, fautrice così impaziente del cambio, che a Cana di Galilea provocasti anzitempo il più grandioso esodo della storia, obbligando Gesù alle prove generali della Pasqua definitiva, tu resti per noi il simbolo imperituro della giovinezza.
Perché è proprio dei giovani percepire l’usura dei moduli che non reggono più, e invocare rinascite che si ottengono solo con radicali rovesciamenti di fronte, e non con impercettibili restauri di laboratorio.
Liberaci, ti preghiamo, dagli appagamenti facili.
Dalle piccole conversioni sottocosto.
Dai rattoppi di comodo.
Preservaci dalle false sicurezze del recinto, dalla noia della ripetitività rituale, dalla fiducia incondizionata negli schemi, dall’uso idolatrico della tradizione.
Quando ci coglie il sospetto che il vino nuovo rompa gli otri vecchi, donaci l’avvedutezza di sostituire i contenitori.
Quando prevale in noi il fascino dello «status quo», rendici tanto risoluti da abbandonare gli accampamenti.
Se accusiamo cadute di tensione, accendi nel nostro cuore il coraggio dei passi.
E facci comprendere che la chiusura alla novità dello Spirito e l’adattamento agli orizzonti dai bassi profili ci offrono solo la malinconia della senescenza precoce.
Santa Maria, donna del vino nuovo, noi ti ringraziamo, infine, perché con le parole: «Fate tutto quello che egli vi dirà» tu ci sveli il misterioso segreto della giovinezza.
E ci affidi il potere di svegliare l’aurora anche nel cuore della notte.
(Tonino Bello, Maria donna dei nostri giorni, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2000, 66-68).
  Preghiera Padre, che hai voluto fare del tuo Figlio l’Uomo nuovo, ricolmo del tuo Spirito, e per mezzo suo lo effondi nei cuori degli uomini rinnovandoli radicalmente, ti chiediamo con fiducia e insistenza, come egli stesso ci ha insegnato a farlo, di voler riempire i nostri cuori della sua presenza e della sua forza.
Se tu ce lo doni, noi potremo uscire dalla condizione di uomini vecchi, mossi dall’egoismo che ci rinchiude in noi stessi, e potremo diventare davvero uomini nuovi.
Saremo capaci di amare te come figli e gli altri uomini e donne come fratelli e sorelle.
E la gioia profonda della nostra nuova condizione riempirà ogni momento della nostra giornata.
Non lasciare che altri spiriti entrino nei nostri cuori: lo spirito dell’orgoglio, della vanità, dell’invidia, dell’avidità…
Essi sono spiriti del mondo vecchio che portano alla morte e noi vogliamo vivere.
Tu, che sei «amante della vita», strappa da noi tali spiriti perché possa occupare tutto il nostro spazio interiore lo Spirito vivificante che viene da te attraverso il tuo Figlio diletto.
      * Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 1997-1998; 2002-2003; 2005-2006.
– COMUNITÀ MONASTICA SS.
TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade.
Tempo D’Avvento e Natale, Milano, Vita e Pensiero, 2009, pp.
68.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.


Omelie sul Vangelo di Luca

UNIVERSITÀ PONTIFICIA SALESIANA con la collaborazione del GRUPPO ITALIANO DI RICERCA SU “ORIGENE E LA TRADIZIONE ALESSANDRINA” XIV LETTURA DI ORIGENE – 2010 OMELIE SUL VANGELO DI LUCA Lunedì 11 gennaio  2010, ore 17.00 presso Istituto Salesiano Sacro Cuore, Via Marsala 42 – ROMA Enrico dal Covolo Il “Magnificat” di Maria (HLc.
VIII) Presiede la Prof.ssa Emanuela Prinzivalli, coordinatrice del GIROTA (= GRUPPO ITALIANO DI RICERCA SU “ORIGENE E LA TRADIZIONE ALESSANDRINA Prossime riunioni: Lunedì 15 marzo 2010, ore 17,00 Istituto Sacro Cuore, Via  Marsala 42 – ROMA XVII omelia, Simeone e Anna incontrano Gesù: Stefano Tampellini Lunedì 15 febbraio 2010, ore  17,00: Istituto Sacro Cuore, Via Marsala 42 – ROMA XIII omelia, La nascita di Gesù: Leonardo Lugaresi Martedì 13 aprile 2010, ore  19,30: Sant’ Ivo alla Sapienza, Corso Rinascimento 40 – ROMA XVIII e XIX omelia Quando Gesù ebbe dodici anni: Antonio Grappone Martedì 4 maggio 2010, ore 19,30: Sant’ Ivo alla Sapienza, Corso Rinascimento 40 – ROMA XXXIX omelia, Insegnamenti di Gesù: Emanuela Prinzivalli Coordinatori: Mario Maritano, Enrico dal Covolo, Emanuela Prinzivalli Università Pontificia Salesiana – P.za dell’Ateneo Salesiano, 1 – 00139 Roma – tel.
06/872901 Dipartimento di Studi Storico-Religiosi, P.zale A.
Moro 5 -000185 ROMA–Tel.
06/49913705 e-mail: maritano@unisal.it;   enrico@unisal.it; prinzivalli@iol.it; I primi tre incontri si tengono presso l’Istituto «Sacro Cuore», via Marsala 42 – ROMA , Roma (accanto alla Stazione Termini; alloggio su prenotazione: tel.
06/44.63.353, ospitalità; 49.27.221, centralino), gli ultimi due  a Sant’ Ivo alla Sapienza, Corso Rinascimento 40 – ROMA (per eventuali informazioni ulteriori, riguardo a questi due ultimi incontri, rivolgersi al prof.
don Mauro Mantovani: <mantovani@unisal.it>).
I tempi della lettura rispecchiano l’originalità e l’impegno dell’iniziativa.
Ogni incontro sarà di almeno un’ora piena, e consterà di tre momenti: a) breve sintesi del testo in esame; b) lettura e commento dei passi più importanti; c) discussione.
 ü  Si farà riferimento alla traduzione italiana: Origene, Commento al Vangelo di Luca di Origene, a cura di S Aliquò – C.
Failla, Città Nuova, Roma 1969, rist.
1974.

Italo-marocchina.

Il libro: Anna Mahjar-Barducci, “Italo-marocchina.
Storie di immigrati marocchini in Europa”, prefazione di Vittorio Dan Segre, Diabasis, Reggio Emilia, 2009.
__________ Anna Mahjar-Barducci ha fondato e presiede in Italia l’Associazione Arabi Democratici Liberali, il cui sito è anche in inglese: > www.arabidemocraticiliberali.com L’Associazione opera assieme a un istituto di ricerca di Erbil, nel Kurdistan iracheno, nato per promuovere il dialogo religioso e inter-etnico: > www.tolerancy.org Gli scritti prodotti dall’Associazione Arabi Democratici Liberali escono su media arabi come la tv Al-Arabiya, il quotidiano saudita con base a Londra “Al-Awsat”, il settimanale marocchino “Tel Quel”, il libanese “Daily Star” e il settimanale iracheno “Al-Ahali”- __________ Lo scorso 21 ottobre, sul settimanale “Tempi”, Anna Mahjar-Barducci è intervenuta a proposito delle discussioni in corso in Italia sull’integrazione degli immigrati e sulla concessione in tempi più brevi della cittadinanza: > “Sono italo-marocchina…” L’articolo termina così: “Quando leggo sulle pagine dei quotidiani italiani il dibattito sulla concessione della cittadinanza agli immigrati dopo soli cinque anni di residenza, rimango un po’ attonita.
Infatti, dalle dichiarazioni di questi giorni sembra che dimezzare il tempo di attesa sia di per sé un elemento che faciliti automaticamente l’integrazione dell’immigrato.
Ma forse altro non è che un escamotage per non trattare in maniera appropriata vere politiche di integrazione, che ancora mancano.
C’è invece la necessità, per esempio, di promuovere corsi di italiano e di alfabetizzazione gratuiti, di creare modelli e attività sociali per i figli di immigrati, di istituire centri di aiuto e di empowerment per le donne immigrate, di controllare le moschee, di formare imam che abbraccino scuole di pensiero moderno, eccetera.
Senza l’adozione di politiche reali che permettano all’immigrato di fare propria l’identità italiana, tutto rimarrà uguale, non importa che la cittadinanza venga data prima o dopo.
Continueremo soltanto a vantarci inutilmente di vivere in un’Italia ‘multiculturale’, quando il multiculturalismo senza integrazione ha sempre creato soltanto ghettizzazione.
E avremo altri padri come quello di Sanaa, che uccideranno le loro figlie, ma questa volta con la cittadinanza italiana”.
__________ Sul riconoscimento del “volto” dell’altro, che può essere anche il musulmano, Benedetto XVI ha impostato la sua omelia di Capodanno: > “Nel primo giorno del nuovo anno…” ANNA MAHJAR-BARDUCCI, “Italo-marocchina.
Storie di immigrati marocchini in Europa”, prefazione di Vittorio Dan Segre, Diabasis, Reggio Emilia, 2009, ISBN 978-88-8103-610-3,  pp.
160, Euro 12,00 Un viaggio estivo in Marocco – la terra della madre, della nonna materna e di molti altri parenti – è il pretesto che dà l’avvio al racconto autobiografico di Anna Mahjar-Barducci.
L’autrice ricostruisce le vicende della propria famiglia attraverso il doppio filtro della sua identità culturale, araba ed europea, italiana e marocchina, alla luce di ciò che accade durante il suo soggiorno.
Amori, tradimenti, disgrazie, rovine economiche e umane sono lo sfondo di questo breve romanzo sulle radici culturali: radici che si perdono e troppo tardi si riscoprono (la “nonna” che muore portandosi via un pezzo di storia sconosciuto) o che si ricercano nel posto sbagliato (lo zio Karim che simpatizza con i fondamentalisti).
Con uno stile fresco e lineare l’autrice, che sposa un israeliano, fornisce ai lettori una testimonianza importante del melting pot mediterraneo contribuendo a comprendere i motivi e le difficoltà dell’immigrazione.
L’autrice Anna Mahjar-Barducci è una scrittrice e giornalista italomarocchina.
Ha studiato in Pakistan ed è cresciuta tra la Versilia, il Marocco e la Tunisia.
Ha anche vissuto parte della sua infanzia in Zimbabwe e Senegal.
Ha lavorato per il redattore capo del quotidiano panarabo «Asharq Al-Awsat» negli Stati Uniti, e i suoi articoli sono apparsi su vari media mediorientali tra cui il «Daily Star» (Libano) e «Al-Arabiya» (Dubai).
Ha intervistato leader politici internazionali, incluso l’ex premier pakistana Benazir Bhutto poco prima del suo assassinio.
I suoi quadri secondo la tradizione dell’arte islamica sono stati esposti in vari paesi africani.
Nel 2007, ha fondato l’Associazione Arabi Democratici Liberali, con sede a Roma.
È sposata con un israeliano, ex consigliere per il premier Yitzhak Rabin.
Questo è il suo primo romanzo.
Islam individuale di Anna Mahjar-Barducci (Da “Italo-marocchina.
Storie di immigrati marocchini in Europa”, pp.
91-94) La mattina, Zaynab mi svegliò con un urlo.
Era andata presto a comperare i biglietti per il concerto di Cheb Khaled a Casablanca.
Sicuramente una delle notizie migliori della giornata.
Non vedevo l’ora di vederlo dal vivo.
Lamia andò fuori casa a parlare al cellulare.
Zaynab mi disse che stava chiamando Fahd: si trovava a Casablanca per qualche giorno e avrebbe potuto rivederlo al concerto.
Quando tornò in camera, non ci raccontò nulla.
Poi la vidi indossare la jillabah sopra la maglietta di Zinedine Zidane e mettersi il velo.
Andò nella stanza accanto e iniziò a pregare.
Ero confusa.
Suo padre poteva averla contagiata.
Nessuno nella mia famiglia aveva mai pregato, a parte Karim, che non era certo un esempio da seguire.
Rachid, quando la vide, fece una faccia perplessa: “Lamia!”, urlò lo zio dal divano.
“Stai pregando verso l’America! La Mecca è dall’altra parte”.
Scoppiammo tutti in una risata.
La mia famiglia era composta principalmente da donne.
Tutte noi ci consideravamo musulmane; ma ognuna aveva il suo modo di interpretare la religione.
Ognuna, infatti, aveva il suo islam personale.
Per mia madre, essere musulmana significava semplicemente credere in Dio.
Per mia zia Samia, significava avere un’identità.
Per Zaynab e Maryiam voleva dire non dimenticare le proprie origini.
Osservare i precetti religiosi per noi era secondario.
Eppure, vedere Lamia pregare mi aveva impressionato.
Rispettavo la sua scelta personale, ma, dopo la visita del marabut, avevo paura che si chiudesse al mondo, come aveva fatto suo padre.
Rachid, invece, era un panarabista, e la religione non gli interessava.
Diceva di essere musulmano per nascita e ateo per scelta.
Pochi anni prima, avevo incontrato a Venezia Abdennour Bidar, un professore francese di filosofia, di fede islamica.
Mesi dopo, mia cugina Zaynab mi spedì dalla Francia un libro di Bidar, intitolato “Self Islam”: ovvero l’islam dell’individuo, come io stessa lo definivo.
Cominciai immediatamente a leggerlo, sicura che vi avrei trovato la descrizione della mia famiglia.
[…] Leila e le mie cugine rispettavano il Ramadan.
Mia zia Samia, invece, durante quel periodo continuava a mangiare; ma nessuno della mia famiglia avrebbe osato dirle che per questo non era musulmana.
Dopo tutto, la maggior parte dei nostri vicini, a Groupe Six, formalmente digiunavano durante il Ramadan, ma poi mangiavano di nascosto tappati in casa.
Prima di uscire, però, con molta ipocrisia si grattavano leggermente la lingua con le unghie per farla diventare bianca, come se avessero digiunato.
C’era invece chi il Ramadan lo rispettava per tutto il mese; e poi durante gli altri giorni dell’anno beveva vino e superalcolici.
Nella mia famiglia, inoltre, la umma non sapevano nemmeno che cosa fosse.
Zaynab, presa a volte da pulsioni panarabiste, diceva “noi arabi”; ma l’unico “noi” che era sempre esistito a casa mia era la nostra famiglia.
In Marocco eravamo tutti sunniti; e a Groupe Six non sapevano nemmeno cosa fossero gli sciiti.
Quando ero piccola, però, il giorno dell’ashura, a Kenitra sembrava di essere a Teheran.
Uomini vestiti di bianco si battevano la testa con coltelli fino a quando non usciva loro il sangue, come facevano i seguaci di Ali.
Pensai che forse eravamo anche noi sciiti senza saperlo.
Non ne avevo le prove, ma mi piaceva quella combinazione di tradizioni.
Mia madre, però, quando vedeva un uomo con la barba da fondamentalista, lo chiamava Ayatollah.
Quella, era per lei il massimo dell’offesa.
Mio zio Rachid, alzandosi dal divano per uscire a fumare, guardò nuovamente Lamia pregare con l’indice puntato verso l’alto.
Poi si avvicinò verso di me in cucina, per parlarmi.
“Tu mi accusi sempre di aver sostenuto Oufkir.
Sei anche convinta che, se Ben Barka fosse stato vivo, la storia del Marocco sarebbe stata migliore”, mi disse sottovoce.
“Il vero pericolo per il paese ce l’abbiamo in casa.
Quelli come quell’asino di tuo zio Karim prima rovinano la vita alla famiglia, poi si fanno un bernoccolo in fronte pregando, e per redimersi pensano di poterci togliere le nostre libertà.
Non lo vedi?”.
Quella fu la conversazione più lunga che ebbi mai con mio zio Rachid.
Lo guardai uscire dalla porta, sedersi sullo scalino e accendersi nervosamente una sigaretta con un fiammifero, guardandosi intorno pensieroso.
__________  Il nuovo anno si apre con l’ansia di nuovi attacchi terroristici di musulmani all’Occidente.
Anche ad opera di nemici cresciuti in casa, in quell’Europa nella quale si sono stabiliti, ma senza integrarsi.
Nell’opinione diffusa, islam e islamismo rischiano sempre più di diventare sinonimi.
Il “volto” pubblico dell’immigrato musulmano finisce schiacciato su un profilo radicale e violento.
Ma che la realtà del mondo musulmano sia molto diversa, ci vien detto e mostrato in modo convincente da questo stesso mondo, se appena lo si guarda e ascolta senza pregiudizi.
Una delle voci musulmane più significative è, tra le tante, quella di Khaled Fouad Allam, italo-algerino, professore alle università di Trieste e di Urbino.
In un editoriale dello scorso 9 settembre sul quotidiano dei vescovi italiani, “Avvenire”, Allam ha scritto che l’islamismo violento non è affatto in espansione, oggi, tra i musulmani, nemmeno in un paese come l’Algeria dove pure negli scorsi decenni ha fatto migliaia di vittime: “Certo, esiste la frangia magrebina di Al Qaeda, capace sempre di colpire.
Ma oggi, rispetto al passato, questo e altri movimenti sono divenuti movimenti di élite, formati da intellettuali precarizzati o da giovani attratti dalla narrazione ideologica, e non hanno più la base sociale di cui godevano quindici anni fa.
Oggi  i ragazzi algerini sognano l’Occidente e l’Europa non solo perché cercano una vita agiata, come i loro genitori negli anni Sessanta e Settanta, ma in quanto libertà.
E mentre in vari Stati musulmani i governi spingono a una reislamizzazione in senso ortodosso, in questi stessi Stati avanzano i processi di secolarizzazione, che investono la fede religiosa.
La Turchia è esemplare in questo senso”.
Khaled Fouad Allam è un analista e interprete di notevole acutezza di ciò che avviene nella cultura e nella pratica musulmana.
Un anno fa fu sul punto di diventare una firma regolare de “L’Osservatore Romano” proprio per scrivere di questi temi.
Ma a un primo articolo, pubblicato il 30 novembre 2008, non ne seguirono più altri.
* Un’altra voce musulmana assolutamente da ascoltare è quella di Anna Mahjar-Barducci (nella foto), residente in Italia, giornalista e scrittrice, nata da madre marocchina e da padre italiano, sposata a un ebreo israeliano di nome David.
Agli occhi dell’islam ortodosso, il matrimonio suo e quello di sua madre con un uomo di altra religione sono inaccettabili, un’apostasia.
Ma in Marocco l’opinione prevalente non è affatto così rigida.
Nel 2006, il film più visto in quel paese fu “Marock”, una storia d’amore tra una giovane musulmana che vuole liberarsi dai dogmi religiosi e un attraente ragazzo ebreo.
Da poche settimane è in libreria in Italia un racconto autobiografico, scritto da Anna Mahjar-Barducci, dal titolo “Italo-marocchina.
Storie di immigrati marocchini in Europa”.
Il libro è un vivido affresco del quartiere della città del Marocco in cui abitano i numerosi famigliari della scrittrice, di cui si raccontano le storie.
Alcuni di questi suoi parenti vanno e vengono tra il Marocco e l’Europa.
Ma ciò che più sorprende del racconto è che nessuno di loro assomiglia a un altro.
Sono tutti musulmani, ma diversissimi.
Il breve capitolo riprodotto più sotto mostra nel modo più efficace la realtà di questo multiforme “islam individuale”.
Tutti sognano l’Europa.
Ma nessuno di loro riesce a integrarsi nel paese in cui emigra.
Neppure l’autrice, che pure è cittadina italiana.
In un altro capitolo del libro, ella racconta che in Italia, ad aggravare questa separatezza, sono proprio altri suoi correligionari immigrati: “Quando vedo un magrebino per la strada, mi tocca cambiare tragitto.
Comincia a salutarmi in arabo e mi fissa come se fossi di sua proprietà.
Una volta che ero in una pizzeria con un compagno di scuola, un marocchino mi chiamò ‘sharmuta’, prostituta, e mi disse che non potevo uscire con un italiano.
Dovette intervenire il padrone del locale, per mandarlo via.
In Marocco non succederebbe mai una cosa del genere”.
In altri suoi scritti, Anna Mahjar-Barducci ha spiegato che le difficoltà ad integrarsi nei paesi europei provocano in molti musulmani emigrati una “perdita d’identità”.
E questo li può far cadere nella rete degli islamisti radicali, che offrono loro proprio una identità forte e sicura, che li fa sentire non più soli, ma parte di grande comunità.
“Così si possono vedere a Milano ragazzi di origine magrebina che neppure parlano più l’arabo, ma con barbe lunghe e con abiti che in Marocco nessuno di loro indosserebbe”.
Il capitolo qui riprodotto di “Italo-marocchina” mostra anche questo.
Tra i personaggi descritti, il solo che si è fatto islamista radicale lo è diventato per contraccolpo di una disordinata vita da emigrato in Francia.
Ma ecco altri dettagli per seguire con più facilità il racconto.
Le sorelle Zaynab e Lamia sono due giovani cugine dell’autrice del libro.
Leila è la loro madre.
Loro padre, Karim, dopo una vita dissoluta si è convertito al fondamentalismo.
Rachid, altro zio dell’autrice, è un ex militare del generale Oufkir, autore nel 1972 di un fallito rovesciamento della monarchia in Marocco e prima ancora, nel 1965, dell’eliminazione del leader socialista Ben Barka.
Groupe Six è il quartiere della città marocchina di Kenitra ove l’autrice del libro è tornata a incontrare i suoi parenti.
La jillabah è una tunica larga indossata in vari paesi arabi, che in Marocco ha il cappuccio.
L’ashura è la principale festa dei musulmani sciiti.
I marabut sono guide religiose che vanno di casa in casa.
La umma è l’insieme di tutti i musulmani del mondo.
Sandro Magister

Soul Kitchen: La cucina dell’anima

Domande & Risposte   Fatih Akin, regista elegante, si era assicurato una buona fama tra le  giurie internazionali, però voleva “provarci” con la commedia, magari anche triviale, il cui menu prevede finezze estetiche e risate irrefrenabili, battutacce, tripli sensi e sciabolate politicamente ed etnicamente perfette.
Da sentirsi appagati.
Fatih, come l’ha impegnata la scrittura di questo film? E’ stato davvero molto difficile.
Mettere in fila ogni elemento perché tornasse è stato complicatissimo.
Abbiamo lavorato alla sceneggiatura per mesi se non per anni, l’abbiamo rivista innumerevoli volte.
Scrivere in maniera umoristica è molto più difficile rispetto alla scrittura drammatica.
Inoltre scrivere secondo determinate convenzioni è più difficile di quando comunemente si immagini.
Il protagonista soffre di ernia al disco…
Come mai ha scelto proprio l’ernia? Il protagonista secondo la mia visione porta il peso del mondo, quindi la sua infermità è dovuta anche a una dimensione psichica.
E’ un po’ il simbolo del personaggio.
Tra l’altro il sistema “traumatico” che viene usato per curare il personaggio è davvero adoperato, ad esempio in Turchia, e offre autentici benefici.
Posso garantirlo! Come mai è passato alla commedia dopo tanti film d’autore? Avevo l’esigenza di fare un film completamente diverso.
Avevo l’impressione di dover fare un sacrificio per andare oltre, e lo spunto mi è stato dato da un momento doloroso, la morte di un mio caro amico che è stato anche mio produttore.
Lui voleva fortemente che io facessi questo film, ma io resistevo, avevo paura di fare cose che non fossero serissime.
Ma dopo questo triste evento ho capito che dovevo sperimentare.
Del resto mi annoiano i registi che hanno sempre lo stesso stile.
Poi ho capito un’altra cosa, che ridere è parte della vita e non è una cosa da respingere.
Com’è nato il personaggio del cuoco? Questo personaggio è stato ampliato da Birol Uenel, all’inizio non aveva tutta questa importante.
Birol durante le riprese veniva sul set citando Rimbaud, un suo libro che aveva sempre con sè.
E parlava del concetto di svendersi.
Dopo 40-50 volte che ho sentito citazioni di questo genere ho capito che Birol stava parlando del film, del concetto di svendere, svendere cibo, svendere vite.
E ho capito che il cuoco era una specie di Don Chisciotte che combatteva per un mondo migliore.
Com’è stato lavorare con Bousdoukos(l’interprete principale)? E’ l’uomo più forte che conosco: lui è davvero in grado di sollevare il mondo e di giocarci, come Charlot.
La colonna sonora del film Soul Kitchen ,è coinvolgente, come l’avete scelta? Volevamo che la macchina da presa fosse musicale: sul set ascoltavamo sempre le canzoni della colonna sonora, in modo da sentire l’atmosfera giusta per i movimenti di macchina e da sperimentare con essa.
La colonna sonora è composta da molti brani strumentali soul degli anni ’70, come quelli di Quincy Jones e di Kool & The Gang, che danno trasparenza a ogni cosa.
Mi piace usare le canzoni come commento, per inserire un secondo o terzo livello di lettura.
Alla fine del film, quando, durante la vendita all’asta del Soul Kitchen, il concorrente di Zinos si strozza con un bottone, si sente in sottofondo “The Creator Has A Master Plan” di Louis Armstrong.
È una scena comica, ma ha anche qualcosa di divino.
Io credo in questo, credo in un’energia che rende possibili cose di questo genere.
Punti molto sul dialogo e l’incontro, anche tra le culture, cosa possono generare? Uno dei temi principali è proprio quello della comunicazione.
Tutti ne parlano , ma non ce n’è molta.
Quello della comunicazione è davvero un problema in questo mondo globalizzato.
Per questo ho usato tre lingue nel film.
Le tensioni spesso, anche in Turchia, nascono proprio da problemi di comunicazione e io come artista ho cercato solo di usare gli strumenti a mia disposizione per rappresentare il mondo come vorrei.
     È nato il 25/08/1973 ad Amburgo.
Ha studiato Comunicazione Visiva al College of Fine Arts di Amburgo.
I suoi genitori sono emigrati dalla Turchia in Germania nel 1960.
Sposato con Monique, hanno un figlio.
Membro della giuria del Festival del Film Internazionale a Berlino nel 2001, e nel 2005 del Festival di Cannes.
A volte fa il DJ come Superdjango.
Tedesco di seconda generazione, Fatih Akin esprime nelle sue pellicole un mondo delicato, poetico e al tempo stesso ironico e crudo.
Racconta conflitti culturali, identità violate, vite on the road, aspri drammi quotidiani.
Il suo non è solo cinema d’emigrazione, sebbene nelle sue opere il distacco tra la patria d’accoglienza e quella d’origine sia sempre un tema forte e sentito.
Nelle strade affollate della Germania, nei vicoli bui, nei silenzi e nei rumori sconfinati, sembrano rivivere le bellezze e le contraddizioni della Turchia.
Con uno stile che poggia su tregue temporali, stabili impalcature narrative, improvvise esplosioni passionali, spunti satirici al limite del grottesco, frammentazioni dei punti di vista, il regista si impone sin da subito come moderno cantore di tradizioni e differenze, conflitti e integrazioni.
Il primo corto Sensin – Du bist es! (Sensin – You’re the One!, 1995) vince il premio del pubblico al Hamburg International Short Film Festival.
L’esordio nel lungometraggio arriva nel 1997 con Kurz und schmerzlos (Short Sharp Shock), un puzzle denso e colorato sulle vite di tre immigrati (un turco, un serbo e un greco) ad Amburgo.
Il film ottiene il Pardo di Bronzo al Festival di Locarno e il premio come miglior esordiente ai Bavarian Awards di Monaco.
Im Juli (In July, 2000) è un road movie che vede protagonista un professore in viaggio nell’Europa dell’Est, con meta ultima Istanbul.
Obiettivo agognato per riscoprire le proprie origini, porsi uno scopo, ritrovare la coscienza delle radici.
Un filo rosso che unisce tanti emigrati di seconda generazione.
Una rincorsa verso l’identità d’origine che torna prepotente nella terza regia Wir haben vergessen zurückzukehren (I Think About Germany: “We Forgot to Go Back” , 2001), un progetto molto intimo, documentario sul ritorno dei genitori del regista dalla Germania alla Turchia, che diventa pretesto per esplorare sentimenti comuni a tutte le persone lontane dalla propria casa, non necessariamente quella d’origine.
Solino (2002) è un’altra storia di immigrazione, questa volta di una famiglia pugliese trasferitasi a Duisburg negli anni 60.
La Germania vive un profondo cambiamento, è il cinema stesso a guidare i sogni e le aspirazioni dei due fratelli protagonisti.
Conflitti e incomprensioni non potranno scalfire la vita condotta insieme, quando il ritorno al paese natale serve da sguardo e ricognizione verso il passato comune.
Nel 2003 il regista fonda con l’amico Klaus Maek una piccola casa di produzione, la Corazón International.
La società realizza i suoi film ed è il preludio al successo internazionale che Akin ottiene nel 2003: La sposa turca (Gegen die wand, Head-On) vince l’Orso d’Oro al Festival di Berlino.
La completezza formale è raggiunta, nella vicenda di Cahit e Sibel emerge un duro realismo, un sentito mal di vivere, una tensione crescente.
Un dramma interetnico che si muove tra la difficoltà di rimanere fedele alle tradizioni e la voglia di abbracciare il nuovo.
Il tutto è sottolineato dagli intervalli musicali di una immobile banda che suona sulle rive del Bosforo.
Ed è proprio la musica al centro del successivo Crossing the Bridge – The Sound of Istanbul (2004), documentario presentato a Cannes, flusso sonoro sulla scena rock, hip hop e folk della grande città turca.
Il ponte da attraversare è quello tra le due culture che si intrecciano, Oriente e Occidente.
A guidare l’occhio della macchina da presa tra club, dance hall, bar fumosi, periferie e balere, Alexandre Hacke, già autore delle musiche di La sposa turca e membro della industrial band tedesca Einststürzende Neubauten.
Il ritorno alla fiction è del 2007 con Ai confini del Paradiso (Auf der anderei Seite, The Edge of Heaven), seconda parte della trilogia su Amore, Morte & il Diavolo e premiato per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes.
Sei personaggi che si incrociano, ognuno alla ricerca di qualcosa.
Tra Amburgo, Brema, Istanbul, Trabzon, sradicamento, confusione esistenziale, solitudine, compongono un dedalo, una ragnatela di relazioni che ammalia e frastorna, donando soltanto allo spettatore la chiave per ricostruire drammi privati e attrazioni/repulsioni politiche.
Perché si può restare separati dai propri ideali, così come superarli e poi arrivare “dall’altra parte”.
E poi è arrivato: Soul Kitchen , Premio della Giuria internazionale di Venezia’66 L’eccentrico chef di Soul Kitchen, Shayn Weiss, apre le porte della sua cucina e svela i segreti che rendono i suoi piatti così appetitosi: si inizia con il gaspacho andaluso per passare agli gnocchetti di tofu, alle sardine fritte e ai fagottini con salsa allo yogurt.
Per gli amanti della carne non manca l’agnello con ratatouille, mentre chi è goloso di dolci non potrà resistere alla delicatezza della “schiuma di Venere”.
Nonostante si tratti di ricette particolari, Shayn ci dimostra che con gli ingredienti giusti e un pizzico di pazienza anche noi possiamo ricreare un elegante menu soul.
Volete provarci??? (Tutte le ricette del film)   1)Papillon di gaspacho andaluso alla maniera di Shayn Soul-ingredienti 4 fette di pane bianco 600 g di pomodori maturi 2 peperoni 1 cetriolo 3-4 spicchi d’aglio 150 ml di olio d’oliva Sale Pepe macinato fresco 2-3 cucchiai da minestra di aceto di Sherry 2 uova sode 2 scalogni Preparazione Tagliate via la crosta dalle due fette di pane e sbriciolatele grossolanamente, imbevetele d’acqua e lasciate inumidire.
Nel frattempo pelate i pomodori.
Privateli dei semi e tagliateli in piccoli pezzi uniformi.
Fate lo stesso con i peperoni e il cetriolo.
Sbucciate l’aglio e tagliatelo grossolanamente.
Conservate in due piccole ciotole una parte dei pomodori e dei peperoni: vi serviranno più tardi come guarnizione.
Prendete il cetriolo, i pomodori e i peperoni restanti e passateli assieme all’aglio nel mixer.
Aggiungete il pane e 125 ml d’olio, mischiate ulteriormente e passate dunque al setaccio.
Versatevi ora abbastanza acqua (o brodo) fino a ottenere la consistenza desiderata.
Aggiustate di sale e pepe e fate raffreddare per due ore in frigorifero.
Con il pane restante tagliate dei dadini e fateli abbrustolire nell’olio.
Sminuzzate lo scalogno e le uova sode e conservate il pane abbrustolito, lo scalogno e le uova in tre ciotoline separate.
Servite la zuppa molto fredda.
Come accompagnamento porterete in tavola le ciotoline con le verdure e il pane bruscato, così come quelle con le uova e lo scalogno.
Ogni commensale ne aggiungerà a suo piacimento alla zuppa.
  Zuppa del maestro dell’agopuntura Soul-ingredienti Per la minestra: 90 g di burro 30 g di scalogno 250 g di rape rosse 6 dl di brodo chiarificato di pollo o vegetale 1 dl di panna Il succo di mezzo limone Sale, pepe, noce moscata, zucchero   Per gli gnocchetti: 130 g di tofu 35 g di burro 45 g di pane bianco grattugiato 3 rossi d’uovo Sale, pepe, limone Erba cipollina fresca per “agopunturizzare” gli gnocchetti Grattugiate il tofu.
Mescolate il burro ed il rosso d’uovo fino ad ottenere una spuma.
Aggiungete il pane bianco e amalgamate il tofu.
Condite con sale, pepe e limone.
Mettete in freddo.
Tritate finemente lo scalogno.
Lessate le rape rosse pelate e tagliate in piccoli pezzi.
In un pentolino portate ad ebollizione dell’acqua leggermente salata.
Scaldate in una pentola 50 g di burro per poi soffriggere dolcemente lo scalogno.
Aggiungete le rape rosse, fate soffriggere brevemente e stemperate infine versando il brodo nella pentola.
Lasciate cuocere per tre minuti.
Con le mani impastate dei piccoli gnocchetti di tofu che farete cuocere nell’acqua per 5 minuti.
Tagliate l’erba cipollina uniformemente, in “aghi d’agopuntura” delle dimensioni di un fiammifero.
Frullate la zuppa, aggiungetevi la panna, lasciate poi riposare vicino al fornello.
Una volta cotti gli gnocchetti, “agopunturizzateli” con gli steli d’erba cipollina.
Riportate brevemente ad ebollizione la zuppa e, aggiungendo un po’ di burro, rendetela spumosa mescolando.
Servite in un piatto tenuto caldo, adagiando con attenzione nella zuppa gli gnocchetti “agopunturizzati”.
  Sardine fritte “dell’agente immobiliare” su letto di lattuga romana Soul-ingredienti 1 kg di sardine fresche 100 g di farina di mais fina 1 cucchiaino da tè di Pul Biber (fiocchi di paprika macinati grossolanamente) Sale Il succo di un limone Olio di mais per friggere 2 cespi di lattuga romana Un ciuffo di prezzemolo 3 porri 2 scalogni 2 piccoli lime 3 cucchiai da minestra d’olio d’oliva Desquamate (se necessario) le sardine e lavatele in acqua fredda.
Asportate ad ogni pesciolino la testa e praticate un’incisione all’altezza della pancia per ripulire le interiora.
Lasciate i pesci per circa un’ora sotto acqua corrente fredda.
Asciugateli poi su carta da cucina, salate e versatevi sopra alcune gocce di succo di limone.
Spianate su di un piatto la farina di mais, un po’ di sale e il Pul Biber.
Scaldate olio di mais a sufficienza in una padella.
Impanate con cautela i pesci e friggeteli dorati da entrambi i lati.
Assorbite l’unto in eccesso con della carta da cucina.
Lavate i cespi d’insalata in acqua fredda.
Scolate le foglie e tagliatele in piccoli pezzi.
Fate lo stesso con il prezzemolo.
Sbucciate lo scalogno e tagliatelo ad anelli sottili insieme al porro.
Mischiate tutti gli ingredienti in un’insalatiera.
Condite poi con olio d’oliva ed il succo dei lime.
Servite le sardine in un vassoio assieme all’insalata e decorate con il prezzemolo e qualche spicchio di limone.
Accompagnate con del pane.
Fagottini dello “spaccaossa” con salsa allo yogurt Soul-ingredienti   Per l’impasto: 400 g di farina 1 uovo ca.
200 ml di acqua 1 cucchiaino da tè di sale Farina per la lavorazione Per il ripieno: 150 g di macinato magro di agnello 1 cipolla 1 mazzetto di prezzemolo Pepe nero macinato 1 cucchiaino da tè di paprika dolce Una manciata di cumino stellato 1 cucchiaino da tè di sale Per la salsa: 375 g di yogurt greco 2 spicchi d’aglio senza buccia Extra: 80 g di burro 1 cucchiaino da tè di paprika piccante Menta fresca per decorare Impasto: setacciate la farina e mischiatela con il sale, l’uovo e l’acqua.
Lavorate l’impasto fino ad ottenere un composto uniforme e solido.
Ricoprite l’impasto e fate riposare per 20 minuti.
Ripieno: mettete la carne macinata in una ciotola.
Insieme grattugiatevi finemente la cipolla.
Lavate il prezzemolo, asciugatelo e tagliatene finemente le foglie.
Aggiungete alla carne il prezzemolo, la paprika dolce, il cumino, il sale, il pepe macinato e impastate con cura.Salsa: versate lo yogurt in una scodella.
Aggiungete l’aglio spremuto, amalgamate con la frusta fino a rendere lo yogurt cremoso.
Fate raffreddare la salsa in frigorifero.
Dividete l’impasto in quattro parti.
Su di un ripiano che avrete infarinato in precedenza stendete la pasta fino a ottenere una sfoglia molto sottile che taglierete in quadrati di quattro centimetri di lato.
Su ogni quadrato di pasta ponete un cucchiaino da tè del ripieno.
Pressate i quattro angoli della sfoglia ed anche i bordi così da formare dei fagottini ben sigillati.
In una pentola capiente scaldate acqua a sufficienza salandola con un cucchiaio da minestra di sale.
Fate quindi bollire i fagottini a fuoco moderato e senza coperchio per 4-5 minuti.
Scolate con attenzione aiutandovi con un setaccio.
Sciogliete il burro in un pentolino aggiungendovi la polvere di paprika.
Servite i fagottini in piatti fondi, versatevi sopra un po’ della salsa allo yogurt, qualche goccia di burro alla paprika e decorate con della menta fresca.
Prelibatezza d’agnellino da latte “meeh” con ratatouille Soul-ingredienti 12 costolette di agnellino 100 ml di aceto balsamico 5 cucchiai da minestra di olio d’oliva 1 limone Rosmarino Origano Timo 1 spicchio d’aglio 1 piccolo peperoncino Sale, pepe 3 peperoni (rosso, verde, giallo) 1 zucchina Mezza melanzana 2 scalogni 1 spicchio d’aglio 3 pomodori Sale, pepe Olio d’oliva Timo Origano Lavate velocemente le costolette e tamponatele con della carta da cucina.
Incidete con il coltello in più punti il margine di grasso e raschiate via con cura le ossa dalla carne.
Per la marinata versate l’olio, l’aceto balsamico e il succo di limone in una scodella.
Aggiungetevi gli odori lavati e sfilacciati grossolanamente.
Schiacciate poi uno spicchio d’aglio sbucciato.
Dividete a metà il peperoncino, privatelo dei semi e tritatelo finemente.
Mischiate bene aggiungendo pepe e sale.
Mettete le costolette in una padella e ricopritele con la marinata.
Lasciate riposare il tutto ricoperto per circa 3-4 ore in frigorifero, preoccupandovi di voltare più volte le costolette.
Scolate le costolette e rosolatele in una padella con dell’olio caldo oppure sulla griglia tenendole dai 3 ai 5 minuti per lato.
Infine aggiustate di sale e pepe.
Dopo averla cotta, lasciate riposare ancora un po’ la carne.
Per la ratatouille mondate la verdura e tagliatele in pezzi d’uguale grandezza.
Sbucciate gli scalogni e l’aglio e tritate finemente.
Pelate e private i pomodori dei semi per poi tagliarli a loro volta.
Fate appassire a fuoco dolce gli scalogni e l’aglio e aggiungeteci a mano a mano i peperoni, le zucchine e le melanzane.
Insaporite con il timo, l’origano, il sale e il pepe, lasciando cuocere e accertandovi che le verdure mantengano la cottura al dente.
Infine aggiungete i pomodori e fate terminare brevemente la cottura girando bene.
Disponete sul fondo del piatto la ratatouille e adagiatevi sopra tre costolette per porzione.
Decorate con del rosmarino fresco.
Festosa schiuma di Venere su un letto di “soul” uva passa Soul-ingredienti 150 g di glassa bianca 3 uova 1 stecca di vaniglia 2 fogli di gelatina 250 g di panna non troppo montata 0,5 cl di Rum 0,5 cl di Grand Marnier uva passa una ciotola di fragole menta fresca Ammorbidite la gelatina in acqua fredda e sciogliete la glassa a bagnomaria.
Separate poi il bianco di una delle tre uova.
Montatelo a neve con un pizzico di sale assicurandovi che sia sufficientemente compatto da non fuoriuscire dalla ciotola capovolta.
In una seconda ciotola montate la panna lasciandola un po’ lenta.
Fate freddare entrambe in frigorifero.
Fate sciogliere lentamente la glassa tagliata in piccole parti fino a renderla liquida.
Estraete l’essenza dalla stecca di vaniglia recisa in due parti per lungo.
Sbattete quindi le due uova ed il giallo restante assieme alla vaniglia e aiutandovi con del vapore rendetele spumose.
Scaldate il Rum e il Grand Marnier in un pentolino e scioglietevi la gelatina ben strizzata.
Procedete ad amalgamare la glassa e la gelatina sciolta con la spuma d’uova ancora calda.
Rigirate e fate freddare.
Aggiungete con molta cautela prima la panna e poi il bianco d’uovo montato al composto d’uovo liquoroso.
Nel fare ciò abbiate cura di non alterare il volume e la spumosità.
Versate tutto in un recipiente che lascerete freddare in frigorifero fino a ottenere una densa spuma di Venere.
Sciacquate e asciugate le fragole.
Conservate 4-6 fragole che userete dopo come decorazione, mentre passate quelle restanti nel mixer e poi al setaccio.
Arricchite la salsa di fragole con dello zucchero a velo e qualche goccia di Grand Marnier.
Lavate ora l’uva e liberatela dai raspi, asciugate.
Passiamo ora alla presentazione: prendete dei bicchieri da cocktail (Martini) o delle piccole ciotole di vetro.
Adagiatevi uno o più chicchi d’uva (regolatevi in base alla grandezza del vetro).
Aiutandovi con un sac à poche con il beccuccio a stella riempite i bicchieri coprendo delicatamente i chicchi d’uva con la spuma di Venere.
Versate poi in superficie un po’ di salsa di fragole, decorate con le restanti fragole e della menta fresca.
N.B.
La presentazione di queste ricette che sono preparate dal cuoco estroso di Soul Kitchen possono- forse- cancellare anche qualche altro stereotipo, tipo “che schifo, il mangiare tedesco, turco, arabo…”, no???   Soul Kitchen, Premio della Giuria internazionale di Venezia’66 [Soul Kitchen , Germania, 2009, Commedia, durata 99′]   Regia di Fatih Akin Con Moritz Bleibtreu, Birol Ünel, Wotan Wilke Möhring, Jan Fedder, Peter Lohmeyer, Dorka Gryllus, Lukas Gregorowicz, Maria Ketikidou, Catrin Striebeck, Marc Hosemann Zinos (Adam Bousdoukos) è il proprietario di origine greca di un ristorante di Amburgo che sta attraversando un periodo di notevoli difficoltà: la sua fidanzata Nadine si è trasferita a Shanghai e ai suoi clienti il nuovo chef che ha assunto non va affatto a genio, tanto che hanno deciso in massa di boicottare il locale.
Per Zinos si tratterà così di intraprendere una lotta su due fronti: riconquistare la fiducia della clientela e il cuore di Nadine.
Due compiti che però non lo spingono decisamente nelle stessa direzione, mettendolo di fronte a scelte complicate.
 “La musica è il cibo dell’anima!” grida un disperato Zinos all’ispettrice dell’Ufficio Imposte mentre esce dal Soul Kitchen con l’impianto stereo che gli ha confiscato perché non ha pagato le tasse.
Il soul è il cuore di questo ristorante di Wilhelmsburg: dai brani strumentali funky di Kool & The Gang, Quincy Jones o Mongo Santamaría alle classiche tracce R&B di Sam Cooke e Ruth Brown.
Ma non c’è solo la musica soul.
La colonna sonora è un mix di hip-hop e sound elettronico di Amburgo, musica rock dal vivo, rebetiko greco e “La Paloma”.
Un tipico DJ-set di Fatih Akin insomma, e naturalmente non può esserci un heimat film ambientato ad Amburgo senza una canzone di Hans Albers, uno dei più grandi e popolari attori-cantanti tedeschi degli anni ’30 e ’40.
Che cos’è la musica soul? Non appena il rhythm ‘n’ blues si affermò come musica nera, diede vita a nuovi stili: il rock ‘n’ roll negli anni cinquanta, la musica soul negli anni sessanta, la musica disco e funk negli anni settanta.
Dal novembre 1963 al gennaio 65 Billboard non pubblicò la hit-parade della categoria Rhythm ‘n’ Blues, dato che c’erano così tanti brani che potevano essere compresi sia nel rhythm ‘n’ blues che nel pop che sembrava superfluo mantenere le due categorie separate.
Un revival del rhythm ‘n’ blues negli anni sessanta ripristinò questa categoria, che da quel momento in poi incluse la musica soul e altri stili di musica nera.
Mentre i temi dominanti nei testi del rhythm ‘n’ blues erano l’amore e i rapporti umani in generale, le parole cantate dagli interpreti di soul toccavano temi quali l’ingiustizia sociale, l’orgoglio dei neri, la militanza nera e altre forme di protesta; la loro musica di conseguenza era più dura, più intensa e più esplosiva del rhythm ‘n’ blues, con maggior enfasi sugli elementi tradizionali (come il gospel, per esempio) e sulle pratiche interpretative.
Alla pari di altri stili di musica nera, la musica soul eludeva una definizione precisa; la maggior parte dei suoi maggiori esponenti apparteneva anche al mondo del gospel, del blues o del rock.
Certamente una lista comprenderebbe, oltre agli individui già citati, James Brown (1933-2006), Ray Charles (1930-2004), Sam Cooke (1931-1964), Aretha Franklin (1942) e Nina Simone (Eunice Kathleen Waymon, 1933-2003).
James Brown, il cui primo grande successo fu Please, Please, Please nel 1956, nei tardi anni sessanta si era già guadagnato il titolo di «padrino del soul» e «Soul Brother No.
1» e divenne particolarmente famoso per il suo manifesto vocale Black is Beautiful: Say It Loud: l’m Black and l’m Proud (1968).
Aretha Franklin che figurava regolarmente al primo posto nei sondaggi gospel, blues e rhythm ‘n’ blues, fu consacrata «regina del soul», mentre Nina Simone si guadagnò l’appellativo di «sacerdotessa del soul».
Sam Cooke passò dalla apprezzatissima posizione di lead singer del gruppo gospel Soul Stirrers a una posizione di uguale rilievo nell’orbita del soul e del rhythm ‘n’ blues.
Esercitò una grande influenza su cantanti quali Marvin Gaye (1939-1984), Al Green (1946), Otis Redding (194| 1967) e Robert «Bobby» Womack (1944).
Altre figure importanti del soul furono «Little» Anthony and the Imperials, Roy Hamilton, Clyde McPhatter, Jackie Wilson e il gruppo femminile The Shirelles(Da: La musica dei neri americani.
Dai canti degli schiavi ai Public Enemy, di Eileen Southern, edizioni il Saggiatore).

“Avatar”

Pubblichiamo quasi integralmente un articolo apparso sul sito in rete della rivista “Mondo e Missione” (www.missionline.org).
La pellicola di James Cameron ha fatto discutere, e molto, anche per il suo rapporto con la religione.
La domanda potrebbe suonare così: di quale religione è Avatar? A dar fuoco alle polveri è stato il commentatore di religious affairs del “New York Times”, Ross Douthat, che dalle colonne del quotidiano liberal l’estate scorsa aveva promosso a pieni voti la Caritas in veritate di Benedetto XVI.
Secondo Douthat, Avatar presenta “un’apologia del panteismo, una fede che rende Dio uguale alla Natura, e chiama l’umanità a una comunione religiosa con il mondo naturale”.
Il commentatore ricorda come questa visione religiosa sia una sorta di cavallo di battaglia dell’Hollywood più recente.
Per Douthat la scelta panteista di Cameron, e dell’industria cinematografica Usa in generale, continua su questa strada perché “milioni di americani vi hanno risposto in maniera positiva”.
E come riconosceva già nell’Ottocento il filosofo francese Alexis de Tocqueville, “il credo americano nell’essenziale unità del genere umano ci porta ad annullare ogni distinzione nella creazione.
Il panteismo apre la strada a un’esperienza del divino per la gente che non si sente a proprio agio con la prospettiva scritturistica delle religioni monoteistiche”.
All’editorialista hanno replicato diversi osservatori.
Sul cliccatissimo giornale online “Huffington Post” Jay Michaelson ha corretto l’interpretazione di panteismo per Avatar, parlando invece di “visione unitaria dell’Essere”.
“I panteisti non pregano, i panessenzialisti sì, come avviene in Avatar”, suona la precisazione di Michaelson.
Un’altra interpretazione viene dal blog “politicsdaily.com”, a firma di Jeffrey Weiss, che invece ha deteologicizzato l’opera di Cameron, affibiandole la qualifica di “allegoria di carattere neurologico, non teologico”: “Il film tende a fare in modo che lo spettatore pensi al modo in cui vuole trattare le persone con cui vive, i valori e le abitudini diverse dalle proprie”.
Dall’Oriente arrivano interpretazioni ancora più “teologiche”.
Il quotidiano “Hindustan Times” ha ospitato una recensione in cui riconosce che i personaggi alieni che abitano Pandora “sono di colore blu, non molto diversi dalle immagini popolari di Shiva”, una delle principali divinità induiste.
A dar man forte all’interpretazione indù del kolossal – che in pratica si sposa bene con la visione panteista del “New York Times” – è anche il sito di “Hinduism Today”, in un articolo dal titolo che più chiaro non si può: “Il nuovo film Avatar getta luce su una parola indù”.
Scrive l’articolista: “La teologia indù elenca dieci tipi di avatar.
Le origini di questa parola vengono dal sanscrito dei sacri testi indù ed è un termine per gli esseri divini mandati a ristabilire la divinità sulla Terra”.
Il sito dà voce a un fedele induista, Anil Dandona: “Il modo in cui la parola avatar viene usata nel film non è una distorsione della mia fede.
È appropriato.
Noi crediamo nell’Essere Supremo mandato presso gli uomini per creare la giustizia.
Questi messaggeri di Dio prendono forme umani, ma hanno qualità divine”.
E il cristianesimo, è assente da Avatar? Mark Silk, sul blog “SpiritualPolitics”, rintraccia il nome “cristiano” di un personaggio del film: Grace Augustine, che per Silk fa riferimento al santo di Ippona e al concetto cristiano di “grazia”.
Sarà Grace a spiegare al protagonista, l’ex marine Jake Sully, i significati nascosti del mondo di Avatar, come quello di “rinascere due volte”, che Silk rilegge cristianamente secondo il dettato evangelico dei born again.
“Per questo – conclude il blogger di “SpiritualPolitics” – è possibile affermare che Cameron ha unito la vecchia teologia cristiana della grazia e della redenzione alla sua parabola anti-imperialista”.
Il dibattito, come si vede, è più aperto che mai.
di Lorenzo Fazzini Tanta stupefacente tecnologia da incantare, ma poche emozioni vere, emozioni umane per intendersi, in un mondo di alieni pur eccezionalmente immaginato e rappresentato.
Tuttavia l’attesissimo film di James Cameron Avatar – che uscirà il 15 gennaio in Italia con un mese di ritardo rispetto al resto del mondo – non deluderà le aspettative degli appassionati del filone fantascientifico.
Infatti con Avatar, la pellicola più costosa della storia (oltre 400 milioni di dollari, lancio compreso), la magia del cinema si rinnova in tutta la sua forza immaginifica.  Del resto la rilevanza del film sta nell’impatto visivo più che nella storia, piuttosto scontata, e nei messaggi peraltro non nuovi, già al centro, talvolta con ben altro spessore, di diverse pellicole alle quali il regista si richiama più o meno apertamente, da Piccolo grande uomo a Balla coi lupi, da Un uomo chiamato cavallo a Pocahontas.
L’innovativo 3D, unito alla rivoluzionaria tecnica performance capturing che coglie anche le espressioni degli attori per trasporle in animazione digitale, porta l’esperienza visiva a livelli mai visti.
A cominciare dalla qualità dell’ambiente in cui si svolge l’azione, con una tridimensionalità che non punta a “bucare” lo schermo, ma a rendere la scena avvolgente, con una profondità che avvicina molto alla realtà e una maggiore nitidezza di dettagli.
D’altra parte Cameron ha tenuto questo progetto nel cassetto per 10 anni – la prima idea è del 1995, la realizzazione è iniziata nel 2005 – proprio perché allora non c’erano i mezzi tecnici per rendere sullo schermo quanto da lui immaginato.
E siccome è uno sperimentatore, il regista non si è limitato a usare tecniche di computer grafica già conosciute, ma ne ha inventate altre.
E il risultato è affascinante.
La storia si svolge nel 2154.
Protagonista è Jake Sully (Sam Worthington), un marine rimasto paralizzato alle gambe spedito sul pianeta Pandora, mondo primordiale ricco di materie prime preziose di cui gli umani vogliono impossessarsi e abitato dai Na’vi, giganteschi uomini blu, razza guerriera determinata a difendere il proprio territorio.
Su Pandora non c’è ossigeno e gli uomini non potrebbero sopravvivere.
Per avvicinare i nativi vengono utilizzati degli “avatar”, Na’vi artificiali creati dalla scienziata Grace Augustine (Sigourney Weaver), che possono essere “indossati” da ospiti umani attraverso un travaso della coscienza.
Per Jake è l’occasione per recuperare l’uso delle gambe e tornare in prima linea.
Presto, però, il marine si innamora dell’indigena Neytiri (Zoë Saldana), comincia a comprendere la sua civiltà e le cose per cui lotta, finendo per passare dalla parte dei Na’vi e a combattere contro gli invasori umani.
Cameron punta, dunque, su un racconto di portata universale, facilmente condivisibile nella sua semplicità ed efficacia, che narra un evento più volte ripetutosi nella storia dell’umanità:  le violenze e i soprusi, non di rado sfociati in genocidio, compiuti da civiltà considerate più avanzate per soppiantare o sottomettere, per smania di potere e ancor più per interesse, le culture indigene.
Un tema che negli Usa si riflette nel mito della frontiera e nella guerra dei bianchi contro le popolazioni dei nativi, ma che può essere fatto risalire ad altre colonizzazioni e adattabile anche a più recenti guerre.
Ma Cameron, più concentrato sulla creazione del fantastico mondo di Pandora, sceglie un approccio blando; racconta senza approfondire e finisce per cadere nel sentimentalismo.
Il tutto si riduce a una parabola antimperialista e antimilitarista facile facile, appena abbozzata, che non ha lo stesso mordente di pellicole più impegnate su questo fronte.
Analogamente il sotteso ecologismo si impantana in uno spiritualismo legato al culto della natura che ammicca non poco a una delle tante mode del tempo.
La stessa identificazione dei distruttori con gli invasori e degli ambientalisti con gli indigeni appare poi una semplificazione che sminuisce la portata del problema.
Ciò detto, resta l’indubbio valore del film per il suo eccezionale impatto visivo.
Se serviva una nuova frontiera per il cinema di fantascienza, Avatar l’ha segnata, spostandola molto in avanti.
E il record di incassi – che peraltro appartiene a un altro lavoro di Cameron, Titanic (1997) – potrebbe essere superato.
Del resto lo spettacolo vale il prezzo del biglietto.
di Gaetano Vallini (©L’Osservatore Romano – 10 gennaio 2010)

La vita benedettina

ROBERTO NARDIN E ALFREDO SIMÓN, La vita benedettina, Roma, Città Nuova Editrice, 2009, pagine 170, euro 10 La vita benedettina: così venne chiamato il documento conclusivo del Congresso degli abati che il 30 settembre 1967 si tenne a Roma, nell’abbazia primaziale di Sant’Anselmo.
Si tratta di un testo ritenuto fondamentale – quasi una magna charta – in quanto in esso fu condensata la prima applicazione del concilio Vaticano II alla vita monastica.
La vita benedettina è diventato così un punto di riferimento per la stesura, richiesta dal rinnovamento conciliare, delle nuove costituzioni delle varie congregazioni monastiche.
La nuova traduzione italiana del documento – che all’epoca venne pubblicato in francese – è ora disponibile in una versione, curata da Enrico Mariani, che tiene anche conto del testo in latino che, poco più di quarant’anni or sono, fu approvato sempre dallo stesso Congresso.
Il testo è contenuto in un volume ( da poco in libreria realizzato da due studiosi benedettini docenti in diverse università ecclesiastiche, tra cui il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo.
Nel libro la nuova versione de La vita benedettina è accompagnata da alcuni studi che ricostruiscono la genesi storica del documento, ne analizzano il testo e sinteticamente ripropongono lo sviluppo della spiritualità monastica dalle lontane origini ai giorni nostri.
Pubblichiamo di seguito la parte conclusiva – intitolata Dal concilio Vaticano II ad oggi – dello studio del primo dei due autori e quasi integralmente la prefazione al volume, a firma dell’abate primate della Confederazione benedettina.
Il concilio Vaticano II presenta la vita monastica in continuità con la sua tradizione:  separata dal mondo e contemplativa.
Al tempo stesso, sono molti e a livelli diversi gli stimoli offerti alla spiritualità monastica dai movimenti di rinnovamento ecclesiale che convergono nel Vaticano II e dal quale si sviluppano.
“Così il movimento biblico ha permesso il recupero della lectio divina come fonte di spiritualità; quello patristico ha stimolato la riscoperta dei Padri come maestri della vita monastica, quello liturgico ha consentito il recupero della centralità e della valenza teologica dell’opus Dei e della celebrazione eucaristica nella vita della comunità e quello ecumenico ha stimolato la comprensione del monachesimo come luogo di comunione e di dialogo” (Robero Nardin, La formazione permanente:  alcune coordinate).
Inoltre, ancora il Vaticano II ha stimolato il monachesimo alla riscoperta delle proprie radici sia in rapporto alla vita ecclesiale, sia attraverso una rilettura attenta delle fonti della vita monastica mediante un’ermeneutica volta all’analisi di tutto un ricco patrimonio documentario agiografico, legislativo ed epistolare alla ricerca del carisma originario, del monachesimo e delle singole tradizioni monastiche.
Si è trattato di un rinnovamento essenziale in quanto “forte era il distacco dalla propria tradizione spirituale e culturale a cui si suppliva mediante una formazione di tipo generico o il ricorso a frasi fatte e a luoghi comuni.
Il ritorno alle proprie fonti auspicato dal Concilio era, specialmente per il monachesimo italiano, un fenomeno ancora lontano e solo grazie all’influsso di dom Jean Leclercq (+ 1993) esso avrebbe avuto inizio a partire dagli anni Settanta” (Gregorio Penco, Monachesimo, chiesa, società alla fine del secondo millennio).
Tra le “frasi fatte” e d’epoca recente la più famosa è ora et labora, espressione questa che, pur non essendo presente nella Regola di san Benedetto, tuttavia ci riporta alle origini del monachesimo in cui per lavoro (labora) s’intendeva il lavoro dell’ascesi e, nel caso specifico, considerato inseparabile dalla preghiera (ora).
Il recupero della lectio divina, quale fonte prioritaria della spiritualità monastica, costituisce il frutto più importante del rinnovamento post conciliare.
La stessa espressione lectio divina, infatti, presente dall’epoca patristica, dal XIII secolo divenne sempre più rara e bisognerà attendere la pubblicazione di due significativi studi degli anni Venti del secolo scorso per riprenderne gradualmente l’uso.
Lo studio del monachesimo antico e medievale, inoltre, permetteva di stimolare sia il recupero della lettura spirituale della Scrittura come fulcro del rinnovamento monastico del Novecento, sia la consapevolezza che la lectio divina costituiva l’elemento essenziale della spiritualità monastica, al di là delle epoche e delle diverse forme con le quali il monachesimo era apparso.
Sembra opportuno, quindi, sintetizzare la vita monastica non tanto nel recente ora et labora, quanto, invece, nell’espressione che ricorda il Liber de modo bene vivendi (1174) del cistercense Tommaso di Froidmont:  ora, lege et labora.
Nella seconda metà del XX secolo, inoltre, il monachesimo rivela la propria fecondità in una duplice direzione.
Da un lato, mostrando la presenza di comunità monastiche in molte Chiese nei Paesi in via di sviluppo, dall’altro, attraverso la nascita di nuove comunità d’ispirazione monastica nei Paesi industrializzati.
In entrambi i casi, pur nelle situazioni diverse, emergono gli stimoli provocati dal Vaticano II.
In particolare la centralità della Parola e l’attenzione ai Padri all’interno d’una rivalutazione della vita monastica quale valore in se stessa e non nella misura in cui è finalizzata a opere particolari:  caritative, educative, pastorali, missionarie, assistenziali o culturali.
Si comprende, pertanto, come il valore della vita monastica non si ponga nei servizi svolti (diakonia), ma nella vitale testimonianza (martyria) della communio quale segno profetico dell’escatologico regno di Dio.
Le nuove comunità monastiche e le diverse collocazioni continentali mettevano e mettono in discussione certezze che venivano considerate assolute nell’ambito del monachesimo, come l’uso dell’abito quale unica veste del monaco, il gregoriano quale unico canto liturgico (ricordo di Cluny), il lavoro manuale, possibilmente agricolo, quale unico lavoro monastico (ricordo di Cîteaux).
Inoltre, l’universale chiamata alla santità ribadita dal Vaticano II faceva emergere la dignità dello stato laicale rispetto a quello clericale, ma anche il valore e la piena dignità della vocazione del monaco rispetto a quella del monaco-sacerdote, con conseguente sempre maggiore consapevolezza della necessità di un unico percorso formativo.
Gli studi sul monachesimo nel Medioevo, poi, mettevano sempre più in luce un sacerdozio monastico, né ministeriale, né missionario.
Più di recente s’è messo in rilievo come la vocazione monastica si ponga nella stessa linea della vocazione cristiana, fondata sul battesimo, e non come una parte migliore di essa.
“Il monaco si rivela insomma anzitutto come un cristiano posto in permanente tensione critica nei confronti del mondo in cui vive senza identificarvisi mai totalmente, perché vive se stesso come un’attesa di pienezza, una tensione che lo apre a un oltre che si realizzerà soltanto nell’escatologia” (Innocenzo Gargano, Spiritualità monastica oggi).
Si tratta d’una tensione verso e nell’eschaton in cui il monaco non solo attende il “non ancora” dell’incontro definitivo, ma vive il “già” della vita in Cristo.
Il monachesimo, allora, realizza nell’oggi del tempo la propria dimensione profetica quale costante epiclesi-epifania invocazione-manifestazione dello Spirito per fecondare segretamente la storia.
Da rilevare, infine, la notevole richiesta di ospitalità monastica degli ultimi decenni.
Si tratta di un fenomeno che, al di là delle mode e del “consumismo spirituale”, manifesta come la spiritualità d’ispirazione monastica sia in sintonia – o si identifichi – con la spiritualità cristiana tout court, in cui le tre dimensioni  evidenziate  per  l’epoca delle origini – conversatio, communio e caritas – appartengono, in realtà, alla spiritualità monastica di tutte le epoche.
(©L’Osservatore Romano – 6 gennaio 2010)