Preghiera e solidarietà: 16 maggio, in piazza con il Papa

Sarà il card.
Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ad aprire domenica mattina il grande raduno in Piazza San Pietro per esprimere solidarietà al Papa, nel quale si pregherà anche per le vittime dei preti pedofili.
«La grande presenza è un segno efficace di affetto», ha sottolineato il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, ricordando l’attualità della richiesta di penitenza contenuta nel Messaggio di Fatima.
Per padre Lombardi, «il Papa ha certamente gradito» nei giorni scorsi la partecipazione massiccia dei cattolici portoghesi ai diversi appuntamenti del viaggio che si è appena concluso.
Riferendosi allo scandalo degli abusi che il Pontefice ha letto nei giorni scorsi alla luce del messaggio di Fatima, Lombardi ha sottolineato ancora una volta che per Benedetto XVI «le sofferenze e le difficoltà della Chiesa vengono anche, in particolare, dal nostro interno, cioè dal nostro essere peccatori, e per questo il messaggio di conversione e di penitenza ha una particolare attualità e importanza».
Con questo spirito «pregheremo sicuramente per tutte le vittime», assicura Paola Dal Toso, segretaria delal Consulta Nazionale delle Aggregazioni Laiclai, che ha promosso l’iniziativa.
«È subito emerso questo bisogno – rivela ai microfoni della Radio Vaticana – nel momento in cui abbiamo cominciato a pensare anche a questo tipo d’iniziativa.
Così come vogliamo anche ricordare il tanto bene che non fa rumore, che viene compiuto da tanti sacerdoti, dove si trovano, nell’anonimato, il tanto bene che realizzano e che non fa certamente pubblicità».
La nostra, ricorda, «è un’iniziativa che parte proprio dalla base, cioè proprio dalle associazioni, dalle aggregazioni, alle quali poi si sono unite alcune che non fanno parte della Consulta Nazionale delle Aggregazioni Laicali.
Ma di sicuro ci saranno anche moltissime parrocchie, scuole cattoliche, le famiglie e tutta quella realtà di laici, che anche spontaneamente, sicuramente, saranno presenti, perché sensibili e perchè vogliono condividere».
La vigilia.
Dare voce ai sentimenti, molto diffusi a livello popolare di fedeltà, gratitudine e sostegno filiale a Benedetto XVI.
È l’aria che si respira alla vigilia dell’arrivo a Roma di decine di migliaia di fedeli da tutta Italia che hanno raccolto l’invito della Consulta nazionale delle aggregazioni laicali a ritrovarsi in piazza domani.
La parola d’ordine è arrivare per tempo ben prima della preghiera del Regina Coeli.
Alle 11, infatti, il colonnato del Bernini accoglierà gli aderenti ad associazioni e movimenti ecclesiali che parteciperanno a una celebrazione della Parola presieduta dal cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei.
«Come pastori siamo accanto al laicato cattolico, raccogliendo l’invito delle realtà che aderiscono alla Consulta nazionale delle aggregazioni laicali.
La solidarietà al Papa in questo tempo di prova – sottolinea il vescovo Mariano Crociata, segretario generale della Cei dal sito http://www.cnal.it/ – e l’adesione convinta al suo magistero sono un segno concreto di comunione ecclesiale».
Un gesto di unità che si è venuto costruendo in questi giorni come Avvenire ha puntualmente documentato ospitando le adesioni di numerosi movimenti e associazioni e le testimonianze di chi si prepara a partire.
«Testimoniare l’affetto e la vicinanza a Benedetto XVI è dovere morale per ogni cristiano, e lo è anche per ogni vincenziano», nota Claudia Nodari, presidente nazionale della Federazione della Società di San Vincenzo De Paoli.
«Siamo vicini al Papa – prosegue – anche contro il tentativo di cancellare tutto il bene che la Chiesa ed i suoi ministri hanno fatto e continuano a fare per il bene spirituale e materiale delle persone in ogni parte del mondo».
«Sentiamo il dovere di ringraziare il Pontefice per l’esempio che ci offre e per il suo costante insegnamento a fronteggiare il male non con il male, ma con il bene», sottolinea il presidente nazionale dell’Unione giuristi cattolici italiani, Francesco D’Agostino.
Anche i giuristi cattolici, aggiunge il presidente, saranno in San Pietro domani «per pregare e per dare un segno della comunione che unisce tutti coloro che sono in ascolto della Parola di Dio».
Anche il consiglio esecutivo dell’Assemblea dei dipendenti laici vaticani in un comunicato ha segnalato ai propri associati l’appuntamento di domenica.
«Condividiamo l’iniziativa nel desiderio di far sentire a Benedetto XVI tutto il nostro affetto e supporto in questo momento, come fedeli e come suoi collaboratori» si legge.
E sono decine i comunicati e le segnalazioni di adesione all’iniziativa – pervenuti anche dalle diocesi italiane, molte delle quali hanno anche promosso iniziative specifiche – che stanno giungendo in queste ore alla segreteria della Cnal, disponibili nel sito www.cnal.it.
Il sito della Consulta a partire dalle 10,55 di domani fino alle 12,20 trasmetterà in diretta audio-video il momento di preghiera e di incontro.
Attesi treni speciali e centinaia di autobus da tutta la Penisola provenienti anche da diocesi, parrocchie, scuole e università.
L’incontro sarà seguito in diretta da Tv2000 a partire dalle 10,55 e da «A Sua immagine» (Raiuno) dalle 10,30.
Il blog www.asuaimmagine.blog.rai.it, che ha lanciato l’iniziativa «Il tuo sms al Papa», è stato raggiunto da 15mila contatti al numero 335.1863091.
A conclusione della giornata domani alle 15, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, Bagnasco presiederà una Messa.
Avvenire 15 05 2010

Ascensione del Signore Anno C

ASCENSIONE DEL SIGNORE   Lectio Anno c     Prima lettura: Atti 1,1-11          Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo.
Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio.
Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo».
Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?».
Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra».
Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi.
Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».
       v I primi tre versetti del libro degli Atti lo collegano strettamente al terzo vangelo: ne riassumono infatti il contenuto e ripetono il nome del personaggio a cui ambedue i libri sono dedicati: Teofilo (che può essere il nome di un personaggio storico o può essere soltanto il titolo dato al prototipo del cristiano: l’amico di Dio).
Il riassunto del terzo vangelo qui proposto si sofferma soprattutto (nell’intero versetto 3) sul fatto che gli Apostoli sperimentarono a lungo e in maniera pienamente convincente che Cristo era tornato a vivere, dopo la sua passione e morte (cioè, era risorto): infatti era apparso a loro ripetutamente, istruendoli sul regno di Dio.
L’espressione «per quaranta giorni» deve avere qui un valore simbolico: deve voler significare che l’esperienza del Cristo risorto fu bensì limitata e conclusa nel tempo, ma sufficiente perché agli Apostoli fosse dato un insegnamento pieno sulla missione a loro affidata.
     Nei vv.
4.8 sono quasi condensati, in un unico episodio, il lungo rapporto intercorso tra Gesù risorto e gli Undici e l’insegnamento che essi da lui ricevettero.
L’espressione «mentre si trovava a tavola con essi» contiene forse una allusione alla verità indiscutibile della sua risurrezione (non era un fantasma!) e alla familiarità conviviale con cui il risorto si intratteneva con i suoi.
Elemento importante dell’insegnamento di Gesù risorto è considerato quello che riguarda lo Spirito Santo, il quale con la sua forza avrebbe portato a compimento la loro formazione di discepoli.
Altro elemento importantissimo di quell’insegnamento è l’orizzonte universale della missione affidata agli Undici da Gesù: «di me sarete testimoni…
fino agli estremi confini della terra».
L’universalità di questa prospettiva è presentata con grande decisione, tale da far apparire quasi insignificante il desiderio di conoscere i tempi e i momenti della ricostruzione del regno di Israele; quel desiderio è destinato quasi ad annegare nella vastità dei disegni del Padre.
     I versi 9-11 contengono diversi messaggi tra loro coordinati.
Il primo è che Gesù ha concluso la sua presenza visibile sulla terra, essendo rientrato nel modo di essere proprio di Dio, come suggerisce la frase: «una nube lo sottrasse ai loro occhi» (la nube è infatti, nell’Antico Testamento, il nascondiglio e insieme il segno della presenza di Dio).
Un altro insegnamento è che ormai la testimonianza su Gesù e del suo vangelo è affidata esclusivamente ai suoi discepoli: questo sembra vogliano suggerire i due misteriosi uomini in bianche vesti, che li invitano a non restarsene lì incantati a cercare con lo sguardo colui che fu elevato in alto.
Un ultimo insegnamento è che quel Gesù che non è più visibile con gli occhi, tornerà un giorno e sarà di nuovo visibile, nella sua veste di giudice supremo e universale.
  Seconda lettura: Ebrei 9,24-28; 10,19-23          Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore.
E non deve offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui: in questo caso egli, fin dalla fondazione del mondo, avrebbe dovuto soffrire molte volte.
Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso.
E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.
Fratelli, poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, e poiché abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura.
Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso.
    v La lettera agli Ebrei, nel brano che costituisce la nostra seconda lettura, pur non facendo alcun riferimento al racconto del libro degli Atti che include il fatto dell’ascensione del Signore, sembra che ne illustri il profondo significato teologico.
     Come nel libro degli Atti, anche qui è detto che Gesù «è entrato…
nel cielo…
per comparire ora al cospetto di Dio» (9,24).
Per poter approfondire il significato dell’ingresso di Gesù nel cielo, che era un elemento comune della predicazione nella Chiesa primitiva, l’ignoto autore della lettera agli Ebrei stabilisce un confronto tra la persona di Gesù e le pratiche cultuali degli Ebrei, concentrate nel tempio di Gerusalemme.
In particolare, qui sembra evocata la festa dell’Espiazione, quella che oggi è per gli ebrei, accanto alla Pasqua, una delle feste religiose più importanti, col nome di iòm Kippùr.
Elemento centrale di questa celebrazione era quello che si può chiamare il rito del sangue: il sommo sacerdote, passando oltre il velo che separava il luogo santissimo dalla zona del sacrificio, ungeva il coperchio dell’Arca (detto in ebraico kappòret e tradotto con il termine propiziatorio) con il sangue del vitello e del capro offerti quel giorno in sacrificio per l’espiazione dei peccati dello stesso sacerdote e di tutti gli israeliti (Vedi Levitico, 16).
Nella nostra lettura, Gesù Cristo è visto come il celebrante di una nuova festa dell’Espiazione: egli è penetrato nel cielo stesso portando il proprio sangue, quello sgorgato dalla sua persona, e ha ottenuto una volta per tutte di togliere i peccati di molti.
Conseguenza grandiosa di questi fatti è che si è aperta una via nuova e vivente, la persona stessa di Gesù Cristo immolatasi per il mondo intero, che consente anche a noi di entrare nel santuario, cioè nella casa di Dio.
Perché questo accada è però necessario avere il cuore purificato e il corpo lavato con acqua pura, nella luce della fede e nella professione della speranza: il che vuol dire avere accolto la testimonianza della predicazione apostolica ed essere entrati a far parte della Chiesa voluta da Gesù.
  Vangelo: Luca 24,46-53        In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme.
Di questo voi siete testimoni.
Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse.
Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo.
Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.
    Esegesi      Chi pensasse di trovare nel vangelo di Luca il racconto circostanziato dell’ascensione al cielo di Gesù, così come in certi apocrifi è raccontata l’ascensione di altri personaggi biblici, resterebbe deluso.
Al fatto in se stesso il testo evangelico dedica solo queste parole: «si staccò da loro e veniva portato su, in cielo».
Queste parole appartengono alla sezione conclusiva del terzo vangelo, che abbraccia l’intero capitolo 24 e lega tra loro strettamente gli avvenimenti che scandirono un’intera giornata, il «primo giorno dopo il sabato» (24,1): le donne scoprirono la tomba vuota e, ricevuto l’annunzio della risurrezione di Gesù, lo comunicarono agli Undici; anche Pietro andò a vedere la tomba vuota e restò «pieno di stupore»; due discepoli che andavano a Emmaus si imbatterono in Gesù, vennero da lui istruiti sul significato delle Scritture e finirono per riconoscerlo nella frazione del pane; finalmente, a tarda sera, Gesù in persona apparve agli apostoli riuniti, diede loro le ultime istruzioni, affidò a loro la missione della testimonianza, li benedisse e si staccò da loro.
     Come si vede, il tema che riempie tutta la durata di questo specialissimo giorno è quello della risurrezione del Signore Gesù, che si conclude con il mandato, affidato agli Undici, di testimoniarla «sino ai confini della terra».
     Diamo qui di seguito il senso globale del brano conclusivo del terzo vangelo, che costituisce la nostra lettura evangelica, senza indugiare sull’analisi dettagliata delle sue singole frasi.
     Poiché Gesù Cristo è realmente risorto, la sua passione e la sua morte non sono e non debbono considerarsi una sconfitta, ma una vittoria sul peccato, sicché a tutti è adesso accessibile il perdono dei peccati.
E se il peccato è stato sconfitto non c’è più ragione che l’umanità continui a camminare nella strada della sua rovina, ma può cambiare strada, può dare inizio alla propria conversione.
È per l’appunto questa la missione che Gesù intende affidare ai suoi discepoli: egli vuole che essi siano i suoi testimoni.
Cominciando da Gerusalemme, la loro testimonianza dovrà arrivare a tutte le genti.
A tutte le nazioni della terra, a tutti i popoli, dovrà arrivare la lieta notizia di Gesù Cristo, che ha predicato il vangelo e per questo è stato inchiodato sulla croce ed è morto, ma il terzo giorno è risorto.
Per intraprendere questa missione, i discepoli di Gesù hanno però bisogno di una forza dall’alto, hanno bisogno cioè che scenda su di loro la forza dello Spirito Santo, secondo la promessa già fatta ai profeti per gli ultimi tempi.
Dopo aver raccomandato loro di restare in Gerusalemme fino alla discesa dello Spirito, con un’ultima benedizione, Gesù «si staccò da loro e veniva portato su, in cielo».
La testimonianza della risurrezione poteva così essere completata con quest’ultimo elemento: l’ingresso di Gesù nella vita divina del cielo.
Egli dunque non doveva essere considerato assente o lontano dalla vita degli uomini sulla terra, ma doveva essere considerato sempre vicino quanto Dio lo è a tutta la sua creazione.
  Meditazione      La liturgia della parola della solennità odierna ci presenta due racconti del medesimo avvenimento – lo staccarsi definitivo di Gesù, in modo fisico, da questa terra e dai discepoli – narrati dallo stesso autore.
Ciò è dovuto alla grande maestria letteraria e teologica dell’evangelista Luca, non certo a una svista! La differenza che salta maggiormente agli occhi è la cronologia: nel brano evangelico l’ascensione avviene la sera stessa di Pasqua (dato storicamente inverosimile, dal momento che nel racconto dei due discepoli di Emmaus siamo già a sera inoltrata), mentre negli Atti degli apostoli si situa alla conclusione di un periodo di quaranta giorni di apparizioni.
Tale diversità si spiega a partire da una diversa prospettiva teologica: nell’evangelo tutta l’attenzione è concentrata su Gesù e sulla novità che il giorno di Pasqua porta, non c’è più tempo e spazio per narrare dei discepoli ed è Gesù che domina l’ultima scena; negli Atti degli apostoli è la comunità dei discepoli che diviene soggetto, il tempo è più disteso e si sviluppa il cammino della Chiesa.
     Comunque sia, il fatto si svolge a Gerusalemme, meta del pellegrinaggio terreno di Gesù (cfr.
Lc 9,51 ss.) e luogo della sua morte e risurrezione.
Lo spazio più sacro della città santa è il tempio, con cui si apre (cfr.
1,8 ss.) e si chiude il racconto evangelico.
Ma ora è Gesù stesso il tempio, il luogo dove abita la presenza di Dio e noi siamo portati, insieme con lui, alla destra dell’Altissimo!      Gerusalemme è anche il luogo dove scenderà lo Spirito santo (cfr.
Lc 24,49; At 1,5), che i discepoli devono attendere: si compie l’ultima e principale promessa di Gesù, che introduce alla comunione trinitaria e che abilita alla missione tra le genti.
L’Ascensione è pertanto momento di passaggio, di attesa tra la Pasqua e la Pentecoste: c’è il tempo per prepararsi a rendere testimonianza al Signore risorto, che ora siede nei cieli.
     Ma qual è dunque il messaggio, l’incarico a cui sono chiamati i discepoli «a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8)? «La conversione e il perdono dei peccati» (Lc 24,47), la possibilità per ogni uomo di veder rinascere la propria esistenza, di vederla segnata dalla misericordia affinché a tutti si rechi nuovamente misericordia.
Il contenuto del messaggio sembra semplice, seppur straordinario; ciononostante, perfino in quel momento, regna l’incomprensione: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?» (At 1,6).
Quanta fatica a staccarsi dai propri progetti, quale conversione chiede tenere insieme il nostro mondo con quello di Dio…
     È lo stesso Gesù a guidare il gruppo nel momento del distacco.
Come i patriarchi, si separa da loro mediante la benedizione, un ultimo gesto di sostegno e vicinanza che sostituisce le parole.
Se la prima reazione dei discepoli è quella dello sconcerto, della perplessità, del disorientamento, forse anche della nostalgia – «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?» (At 1,11) – subito subentra l’azione missionaria e della preghiera, da svolgersi nella lode (cfr.
Lc 24,53) e nell’attesa del ritorno del Signore: «Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo» (At 1,11).
Non c’è pertanto un distacco radicale, una separazione: la tristezza che aveva caratterizzato i discepoli nell’ultima sera trascorsa insieme a Gesù viene rimpiazzata dalla le-tizia di saperlo non nel regno dei morti ma dei viventi, di Dio! Ecco perché l’ultimo gesto nei confronti di Gesù è quello della prostrazione – unico caso in tutto il vangelo di Luca – attraverso il quale si riconosce la divinità del Signore.
     Mi sembra estremamente significativo che il Signore Gesù introduca i discepoli alla predicazione missionaria mediante il richiamo alle Scritture: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno» (Lc 24,46).
Nonostante siano compiute, le Scritture restano determinanti per interpretare e conoscere sempre meglio la persona di Gesù: sono il compagno di viaggio dell’autentico discepolo del Signore.
     Preghiere e Racconti Trasfigurati dalla speranza Come si vede, prima componente della speranza, che io propongo, è il dialogo con Dio, da figlio a padre, da povero peccatore a colui che è misericordia infinita; esso va bene tanto nei momenti della gioia quanto in quelli del dolore;  chi non lo conosce, questo dialogo, o l’avesse da tempo sospeso o tralasciato, dovrebbe riprenderlo quanto prima.  Altra componente della speranza: dare più spazio alla parte migliore di noi, che bisogna saper scoprire, far riemergere dal profondo e valorizzare.  La gente, oggi, mitizza volentieri e cerca modelli di vita nei divi del cinema, nei campioni dello sport, negli uomini che hanno successo.  Questa gente , si direbbe, si ispira a Carlyle, che pensò agli “eroi” come a “uomini superiori”, sorti a guidare i popoli:  Meglio ispirarsi al nostro Giambattista Vico, per il quale l’”eroe” è “qui sublimia appetit”, chi cioè tende a cose alte: alla perfezione morale, all’unione con Dio, a promuovere, secondo le proprie possibilità, l’avanzamento di ogni uomo e di tutto l’uomo.
C’è davvero maggiore speranza in noi, quando sentiamo più cocente la nostalgia di un’autentica grandezza umana.
Quella,  per esempio, che Amleto attribuiva al suo defunto padre, dicendo: “Tutto in lui armonizzava così bene che la natura sembrava alzarsi in punta di piedi e segnarlo a dito dicendo: Quegli era un uomo”.  Oppure l’altra grandezza, di cui un poeta francese: “L’homme est un dieu tombé qui se souvient  des cieux”, l’uomo è un dio decaduto, che ha nostalgia del cielo.
Noi siamo infatti una specie di angelo che non ha più le ali, ma se ricordiamo di averle avute e se crediamo che le riavremo, veniamo trasfigurati dalla speranza.
(Albino Lucani [Giovanni Paolo I], Da “Opera Omnia”, voll.
VII, Padova, Messaggero, 1975-1976, 540-41).
  Racconto Un antico racconto degli ebrei della diaspora così dice: “Cercavo una terra, assai bella, dove non mancano il pane e il lavoro: la terra del cielo.
Cercavo una terra, una terra assai bella, dove non sono dolore e miseria, la terra del cielo.
Cercando questa terra, questa terra assai bella, sono andato a bussare, pregando e piangendo alla porta del cielo…
Una voce mi ha detto, da dietro la porta: “Vattene, vattene perché io mi sono nascosto nella povera gente.
Cercando questa terra, questa terra assai bella, con la povera gente, abbiamo trovato la porta del cielo”.
  Guardarsi dentro Un giorno Dio si rallegrava e si compiaceva più del solito nel vedere quello che aveva creato.
Osservava l’universo con i mondi e le galassie, ed i venti stellari sfioravano la sua lunga barba bianca accompagnati da rumori provenienti da lontanissime costellazioni che finivano per rimbombare nelle sue orecchie.
Le stelle nel firmamento brillavano dando significato all’infinito.
Mentre ammirava tutto ciò, uno stuolo di Angeli gli passò davanti agli occhi ed Egli istintivamente abbassò le palpebre, ma così facendo gli Angeli caddero rovinosamente.
Poveri angioletti, poco tempo prima si trovavano a lodare il Creatore rincorrendosi tra le stelle ed ora si trovavano su di un pianeta a forma di grossa pera! “Che luogo è questo?” chiesero gli Angeli a Dio.
“E’ la Terra.” Rispose il Creatore.
“Dacci una mano per risalire”, chiesero in coro le creature, “perché possiamo ritornare in cielo”.
Dopo una pausa di attesa (secondo i tempi divini!), Egli rispose: “No! Quanto è accaduto non è avvenuto per puro caso.
Da molti secoli odo il lamento dei miei figli e mai hanno permesso che rispondessi loro.
Una volta andai di persona, ma non tutti mi ascoltarono.
Forse ora ascolteranno voi, dopo quello che hanno passato e passano seguendo falsi dei.
Andate creature celesti, amate con il mio cuore, cantate inni di gioia, mischiatevi tra i popoli in ogni luogo della terra e quando avrete compiuto la missione, allora ritornerete e faremo una grande festa nel mio Regno”.
Da allora tutti gli Angeli, felici di quanto si apprestavano a compiere per il bene degli uomini, se ne vanno in giro a toccare i cuori della gente e gioiscono quando un anima trova l’Amore.
Ma la cosa più sorprendente era che, toccando i cuori, scoprirono che molti di essi erano … Angeli che urtando il capo nella caduta avevano perduto la memoria.
E la missione continua anche se ancora ci sono molti Angeli smemorati, che magari alla sera, seduti sul davanzale della propria casa, guardano il cielo stellato in attesa di un significato scritto nel loro cuore.
Se solo si guardassero “dentro”!   Il cielo «Con l’immagine e la parola “cielo”, che si connette al simbolo di quanto significa “in alto”, al simbolo cioè dell’altezza, la tradizione cristiana definisce il compimento, il perfezionamento definitivo dell’esistenza umana mediante la pienezza di quell’amore verso il quale si muove la fede.
Per il cristiano, tale compimento non è semplicemente musica del futuro, ma rappresenta ciò che avviene nell’incontro con Cristo e che, nelle sue componenti essenziali, è già fondamentalmente presente in esso.
Domandarsi dunque che cosa significhi “cielo” non vuol dire perdersi in fantasticherie, ma voler conoscere meglio quella presenza nascosta che ci consente di vivere la nostra esistenza in modo autentico, e che tuttavia ci lasciamo sempre nuovamente sottrarre e coprire da quanto è in superficie.
Il “cielo” è, di conseguenza, innanzi tutto determinato in senso cristologico.
Esso non è un luogo senza storia, “dove” si giunge; l’esistenza del “cielo” si fonda sul fatto che Gesù Cristo come Dio è uomo, sul fatto che egli ha dato all’essere dell’uomo un posto nell’essere stesso di Dio (K.
Rahner, La risurrezione della carne, p.
459).
L’uomo è in cielo quando e nella misura in cui egli è con Cristo e trova quindi il luogo del suo essere uomo nell’essere di Dio.
In questo modo, il cielo è prima di tutto una realtà personale, che rimane per sempre improntata dalla sua origine storica, cioè dal mistero pasquale della morte e risurrezione».
(Joseph Ratzinger [BENEDETTO XVI], Imparare ad amare.
Il cammino di una famiglia cristiana, Milano/Cinisello Balsamo/Città del Vaticano, San Paolo/Editrice Vaticana, 2007, 131).
  «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo» (At 1,11) «[…] Nella risposta a questa domanda è racchiusa la verità fondamentale sulla vita e sul destino dell’uomo.
La domanda in questione si riferisce a due atteggiamenti connessi con le due realtà, nelle quali è inscritta la vita dell’uomo: quella terrena e quella celeste.
Prima la realtà terrena: «Perché state?

Strategie per gestire i comportamenti di disturbo

Riprendo il contributo di questo lavoro, partendo dalla conclusione dell’articolo precedente, dove ho evidenziato alcuni comportamenti di disturbo.
Dicevo che il clima comunicativo del gruppo comprende anche i momenti di noia e di disturbo: sono tutti stimoli che se adeguatamente rilevati possono consentire al gruppo di evolvere verso il compito: fare del disturbo un motivo di apprendimento, utilizzare il segnale della noia per riorientare i lavori.
  Per la gestione dei gruppi si possono utilizzare due strumenti fondamentali:   a)      lo strumento della parola, pensando agli stili di comunicazione efficace b)      lo strumento ancora più efficace: l’intervento sul e con il “non verbale”, molte volte infatti i disturbi si gestiscono con movimenti del corpo, avvicinamento alla persona che parla e inoltre con giochi/esercizi centrati sul non verbale.
  Nella comunicazione efficace è presente in maniera sinergica il mondo verbale e non verbale delle persone.
La distinzione qui riportata è solo per motivi didattici.
  Il contenuto che segue è un tentativo di riflettere su quello che spesso osservo e faccio durante la conduzione di gruppi di lavoro.
Questo è il resoconto di una mia riflessione sulla pratica di conduzione dei gruppi.
Questa esperienza non ha un intento di tipo teorico, ma semplicemente narrativo.
Tale dimensione narrativa però, nel prossimo articolo, sarà inserita all’interno di un modello teorico di riferimento.
Infatti, nel prossimo articolo affronteremo il tema del team building secondo l’approccio del costruttivismo.
    IL TRATTAMENTO DEI DISTURBI CON IL PRIMATO DELLA VOCE     La nostra voce è uno strumento di espressione molto differenziato, che orchestra e interpreta il nostro discorso: il timbro della voce, l’altezza del suono, il volume, il modo di usare il respiro, il ritmo dell’articolazione, la risonanza, la velocità e la lentezza nel parlare: tutto questo dice parecchio di chi parla, a volte più che non il contenuto del messaggio.
Si possono comprendere anche aspetti della personalità di chi parla, se si fa attenzione alla sua voce.
  – Come gestire chi parla troppo   Quando nel gruppo ci troviamo di fronte ad una persona che parla tanto e velocemente, un modo per aiutarla a contenersi e modellizzare un nuovo comportamento è quello di rispondere con un timbro molto basso e lentamente.
Certo, il limite di questa considerazione, che qui facciamo, sta nel fatto che non possiamo vedere quello che realmente succede.
Se provate però ad avvicinarvi alla persona che parla troppo veloce e provate a rispondere in maniera lenta, vedrete gli effetti.
A bassa voce potreste dire: “Mi chiedo qual è l’obiettivo di questa tua considerazione.
Ti chiedo di fermarti, perché faccio fatica a seguirti e voglio dare spazio anche agli altri”.
  –          Come gestire il tacere   Talvolta capita che all’inizio di un incontro, la persona più timida per evitare di esplorare lo spazio della stanza si siede sulla prima sedia che trova libera e cioè quella più vicina alla porta.
Questa persona osserva, ascolta, ma in silenzio.
Un primo modo per aiutarla ad entrare nella relazione con il gruppo è quello di avvicinarsi e, mentre si parla, mettere la mano sulla spalla in modo tale che sul piano non verbale lo si include nel processo comunicativo.
Sul piano della comunicazione verbale si può chiedere un parere su quello che si dice, mostrandogli così stima e considerazione.
Naturalmente tutto questo dovrà essere fatto con autenticità: se facciamo finta di includere una persona taciturna, l’effetto di questa azione sarà il rinforzo delle sue resistenze.
Il silenzio dell’intero gruppo può indicare che le idee di base di una discussione non sono chiare.
In questo caso il facilitatore può essere di aiuto collegando le idee dei singoli partecipanti e facendo, per esempio, uno schema di sintesi.
Inoltre il silenzio può provenire dalla paura di impegnarsi e di esporsi, se c’è poca fiducia negli altri membri del gruppo.
Il silenzio può inoltre esprimere noia se i partecipanti pensano che si pretende troppo poco nel gruppo o se le loro aspettative non corrispondono all’azione del momento del gruppo.
Il facilitatore per tentare di risolvere la situazione di silenzio nel gruppo può chiedere cosa si pensa del silenzio e che cosa si è pensato e sentito durante tale periodo.
Il silenzio del singolo partecipante inoltre può essere un’azione consapevole del soggetto per “punire” il facilitatore o altri partecipanti.
Il silenzio inoltre può essere una fuga per contattare, per via immaginativa, altre scene primarie della storia personale.
Il silenzio può dunque esprimere aspetti molti diversi della situazione del gruppo.
Non c’è uno schema prestabilito secondo il quale il facilitatore potrebbe agire, ma rispetto al silenzio il facilitatore dovrà essere lucido, prendersi del tempo e porsi alcune domande:   –          se e in quale misura il facilitatore è preoccupato per tale silenzio e quale sia la sua reazione emozionale; –          se e in quale misura il gruppo sia preoccupato del silenzio stesso; –          se un certo partecipante con il silenzio esprima una ritirata improduttiva; –          quale sia il messaggio specifico del silenzio; –          e in ultimo, il fattore più importante, quali segnali non verbali del gruppo “commentano” il silenzio…   Ecco alcune vie verbali per entrare in contatto: il facilitatore potrebbe dire: “Al momento ho poco contatto con te e vorrei sapere che cosa ci comunichi con il tuo silenzio”.
Se tace tutto il gruppo invece, il facilitatore potrebbe dire: “Non sono sicuro di che cosa voglia dire il vostro silenzio.
Che cosa volete esprimere con questo silenzio?”   –          Come gestire il generalizzare   Di solito una comunicazione efficace con le persone che generalizzano si esprime con una domanda: “Ti chiedo, per favore, di fare un esempio concreto.
Prova ad immaginare di parlare ad un bimbo di sei anni”.
In tal modo, chi di solito generalizza apprende gradualmente l’importanza di essere concreto e circostanziato.
Non sono gli altri che devono capire o gli altri che non ascoltano.
Il punto è quanto io ascolto, quanto capisco gli altri, quanto mi assumo la responsabilità di farmi capire.
Chi generalizza non parla di persone, parla di oggetti (loro, quelli, sempre…).
  –          Come gestire chi fa domande in continuazione   Il punto è individuare che tipo di domanda fa il componente del gruppo e perché la fa.
Dalla mia esperienza le domande evidenziano spesso un attacco verso il leader, sono un tentativo di far capire che si conosce bene l’argomento, quasi a intendere che il leader è un sapiente onnisciente che ha ricevuto il “Verbo”.
Con queste persone, se il leader evidenzia che a quella domanda non sa rispondere e dice di prendersi del tempo per studiare la risposta, si modellizza in questo modo l’idea che il leader non è la persona che sa tutto ma al contrario quella che è disposta ad imparare.
  –          Come gestire il frequente interpretare   Ci sono persone che nel gruppo di solito sono influenzate da modelli, teorie, punti di vista, esperienze che talvolta vengono assolutizzati e attraverso i quali si leggono le situazioni, i fatti, le persone, quello che si dice ecc.
Questi modelli vengono applicati senza criterio ad ogni situazione comunicativa e quindi ci si può sentir dire: “Siccome non mi hai guardato negli occhi, tu non mi ascolti” e magari questa comunicazione arriva da uno che sta in fondo alla sala, mentre si lavora in gruppo! Il punto di fondo del frequente interpretare sta nel fatto che molte volte non siamo consapevoli di proiettare il nostro vissuto emotivo e cognitivo sulla vita degli altri.
  –          Come gestire i colloqui “fuori la porta”   Molti partecipanti, durante il lavoro di gruppo, tendono a bisbigliare con il loro vicino mentre sta parlando un’altra persona.
Se il facilitatore non interviene, la coesione del gruppo ne soffrirà notevolmente, perché questi colloqui possono provocare diffidenza e irritazione.
Il facilitatore in questo caso domanderà a coloro che fanno il colloquio a parte se siano disposti a comunicare il contenuto del colloquio a tutto il gruppo.
  –          Come gestire ritardi e assenze   Spesso succede che i singoli partecipanti tardano o non vengono ai gruppi di lavoro, esprimendo così la loro opposizione all’attività di gruppo o nei confronti del facilitatore.
In alcuni casi l’assenza evidenzia il fatto che c’è un’attività che procura paura.
In altri casi alcune esigenze personali sembrano non rispettate.
Cosa deve fare il facilitatore? Una prima ipotesi potrebbe essere la seguente: “Che cosa vuol dire per voi il fatto che questa persona non c’è”.
Il facilitatore dovrà anche parlare del fatto che ognuno ha il diritto di ritirarsi in ogni momento dell’interazione di gruppo, ma è importante che avverta di volersi ritirare.
E’ una indicazione di adultità l’assumersi la responsabilità di non voler lavorare con questo gruppo perché non risponde né ai bisogni personali e nemmeno a quelli professionali.
    PER CONCLUDERE     Gestire i disturbi: non ci sono ricette o procedure standard, è necessario fare esperienze, riflettere e provare nuove strategie.
L’esperienza, l’ascolto e soprattutto la supervisione ci consentono di imparare nuove modalità di aiutare il gruppo a sviluppare le risorse personali e quelle professionali.
Nel prossimo articolo svilupperemo la dimensione teorica di questo approccio al lavoro di gruppo.
Parleremo di costruttivismo.

The Road (La Strada)

Un futuro da paura Per uno  strano caso,  il film impressionante e  deprimente come pochi: The Road di John Hillcoat, presentato alla 66.ma Mostra di Venezia, accolto con applausi s John Hillcoat,croscianti da chi ha avuto la fortuna di vederlo, ma subito sparito non essendo una pellicola che lascia speranze, grazie alla  VIDEA-C.D.E, è uscito nei cinema il 28 maggio 2010, quasi in contemporanea con il disastro ambientale americano, contro cui stanno combattendo la Louisiana, il Mississippi,la Florida e l’Alabama, non escludendo il Golfo del Messico dove vivono più di mille delfini.
La pressione degli ambientalisti sta diventando sempre più forte presso tutti i governi e le previsioni degli scienziati che non danno al nostro pianeta più di 80 anni di vita, non sono più qualcosa di fantascientifico di cui non tenerne alcun conto.
La terra è destinata a scomparire: non si sa come avverrà l’apocalissi, ma avverrà.
Ed ecco che un film come The Road di John Hillcoat, vuole preparare la gente al peggio.
Anche se molti preferiscono  tordirsi con gli infimi spettacoli televisivi..
Maria & Elisa Marotta         L’intervista      

Cardinale Philippe Barbarin, vescovo di Lione: “Questo choc è destabilizzante, ma sarà proficuo”

L’intervista Come vive l’accumularsi, da qualche settimana, di rivelazioni su casi di preti pedofili? Come un ascesso che bisognava far scoppiare.
È una buona cosa che tutto ciò possa alla fine venire a galla, perché per le vittime si tratta di una ferita gravissima.
Finalmente riescono ad esprimere quella sofferenza, ad uscire dalla prigione interiore nella quale erano rinchiuse.
È un primo passo verso la libertà.
Anche per la Chiesa era necessario far scoppiare l’ascesso, e altri ambiti della società avviano decisamente lo stesso percorso.
Se questo potesse permettere di mostrare la verità sul disastro della pedofilia, sarebbe una buona cosa per tutti.
Questo fenomeno è intollerabile e le sue conseguenze sono molto più profonde e durature di quanto si immaginava.
È terribile pensare che le vittime abbiano tenuto così a lungo questo dramma nel cuore.
Se le cose fossero state dette prima, quelle persone avrebbero potuto costruire una vita coniugale, affettiva e familiare tranquilla ed equilibrata.
Quanto ai colpevoli, è bene anche per loro che le cose vengano alla luce.
Guardi che cosa è successo ad uno degli ultimi preti accusati: la sua reazione, dopo aver riconosciuto i fatti, è stata di dire quanto tale ammissione fosse stata per lui un sollievo.
Lo stesso per il vescovo di Bruges.
Il peso della colpa diventava insopportabile e minava tutta la loro vita.
  Lei ha la sensazione che la Chiesa sia perseguitata dai media, in questa faccenda? No, credo piuttosto che sia umiliata sotto lo choc.
Le persone sono veramente scandalizzate quando i pedofili sono dei preti, e hanno ragione! Tali atti sono sempre ripugnanti, che siano commessi in famiglia, a scuola o nell’ambiente dello sport…, ma lo sono doppiamente quando i colpevoli sono dei preti, la cui missione è di annunciare Cristo e la gioia del Vangelo.
Certo, per il peccatore ci sarà sempre una porta di misericordia, ma prete e pedofilo sono due parole incompatibili.
  La Chiesa è “umiliata”, lei dice.
È una grave crisi? Ripensi alla frase usata da Benedetto XVI nella Lettera ai cattolici irlandesi: parla di quei casi di pedofilia che “hanno oscurato la luce del Vangelo ad un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione”.
È eloquente…
ed effettivamente, è spaventoso; eppure ce ne sono stati, di tradimenti e di contro-testimonianze, nella Chiesa, in venti secoli di storia! Ma si percepisce quanto il papa sia colpito, vive questi avvenimenti come una prova terribile.
A Lione, parlando durante un consiglio episcopale, uno di noi faceva notare che è peggio della serie di crisi che si sono succedute lo scorso anno, dove comunque eravamo già notevolmente sconvolti.
Perché? Perché, questa volta, viene introdotto un sospetto profondo sulla totalità del corpo sacerdotale: i genitori pensano ai loro figli, evidentemente, e certi hanno perso la fiducia nella Chiesa.
Eppure, constato che ciò non cambia niente sul territorio: quando vado in visita pastorale, le persone mi dicono quanto amino il loro parroco, come siano contenti di ricevere il vescovo, perché la Chiesa è veramente per loro una famiglia.
  Lei ricorda di aver già conosciuto personalmente dei periodi così bui per la Chiesa? Nella mia storia, mi sembra che la crisi degli anni ’70, in cui un numero notevole di preti se ne sono andati, è stata anch’essa molto dolorosa.
Non si osa ancora parlarne, perché si tratta di una ferita profonda.
In Francia c’erano circa 40 000 preti e, in dieci anni, tra gli 8000 e i 10000 hanno lasciato il ministero.
Un salasso incredibile! Io sono stato ordinato prete in quel periodo e avevo la sensazione che certi mi guardassero chiedendosi: “E quello lì, resisterà o no?”   Che cosa dice ai preti che incontra oggi, su questi temi? Dobbiamo ritrovare una parola di verità nella fraternità dei preti e con i seminaristi.
Chi può vantarsi di avere una sessualità perfetta? Come il denaro e il potere, anche la sessualità è un luogo di vita fondamentale, ma anche un campo fragile e spesso incasinato.
Ora, la perversione della pedofilia risveglia tutto ciò che non è chiaro in noi.
E, improvvisamente, abbiamo paura.
Penso che si debba parlare con semplicità e in verità.
Sta a noi considerare in maniera nuova, alla luce del Vangelo, il rapporto con il nostro corpo e con il corpo degli altri, e di darci dei punti di riferimento concreti.
Quando si vive un grosso choc, tutti i problemi di fondo vengono a galla; è una cosa destabilizzante, ma sarà proficua.
Per noi preti, che collaboriamo e viviamo in una grande prossimità con uomini, donne e giovani, è essenziale essere realisti sul coinvolgimento affettivo di tutti questi contatti.
Siamo lucidi sui tumulti della nostra sessualità, e prudenti con noi stessi? Ritrovare le parole per parlare “del coraggio della castità” – è il titolo di un libro recente – , è un bel cantiere di riflessione e di preghiera.
  Non pensa che i preti siano troppo soli? Il Vangelo chiama alla solitudine.
Ma questo non ha nulla a che vedere con l’isolamento, le cui conseguenze sono spesso nefaste.
Attenzione a non confondere le cose.
Sì, bisogna proporre ai preti di vivere in gruppi di fraternità per combattere l’isolamento.
Ma quando si parla di pedofilia, si sa purtroppo che i colpevoli vivono sia soli che con altri, ad esempio in famiglia.
Coloro che stavano con loro ogni giorno non sospettavano quello che vivevano né i crimini che commettevano.
Il vero perverso inganna le persone del suo ambiente…
Se si vede quello che è successo con padre Maciel, il fondatore dei Legionari di Cristo, è inimmaginabile! Come hanno potuto le persone a lui vicine essere ingannate a quel punto e non vedere niente? Eppure, è così; era venerato come “un santo padre fondatore”!   Come possiamo comprendere il silenzio di cui spesso si è resa colpevole la Chiesa per questi casi di preti pedofili? Non pensa che tutta la società si trovava in questa situazione? I vari corpi sociali hanno reagito in maniera diversa su queste faccende? Oggi, tutti si svegliano, ma solo qualche decennio fa, non si aveva idea del disastro che questo provocava per le vittime.
Sono ferite fin dall’infanzia e per tutta una vita; è la radice profonda del loro essere che è stata colpita.
Tutto ciò veniva coperto con un gran velo di silenzio, accontentandosi di fare degli spostamenti di qui o di là.
Nella Chiesa francese, questo tabù è caduto dieci anni fa, quando la Conferenza episcopale ha affrontato il problema a Lourdes, nel novembre del 2000.
È là che ho capito che non era un peccato come gli altri, che questi atti lasciavano poi un disgusto di se stessi, una ferita incredibilmente intima e duratura.
  In questa occasione è stato nuovamente posto il problema del celibato dei preti.
Non bisogna collegare celibato e pedofilia.
Trovo indecenti che certi si servano di certi drammi per rimettere di nuovo in discussione il celibato dei preti.
Tutti sanno che l’immensa maggioranza dei casi di pedofilia avviene all’interno delle famiglie.
È molto doloroso, ma non per questo si sopprimeranno il matrimonio e la famiglia! Quanto al celibato – e il cardinal Bertone lo ha ridetto alcuni giorni fa a Barcellona – il problema può essere posto.
Del resto lo è stato, fin dal primo Sinodo presieduto da Benedetto XVI, nel 2005.
Se la Chiesa riterrà opportuno cambiare la disciplina attuale, non sarà per la pressione sociale o mediatica.

I Dieci Comandamenti anche per chi non crede

Decalogo è un termine greco.
Vuol dire dieci (déka) parole (lógos).
In molti hanno scelto di tradurlo con «I Dieci Comandamenti», anche perché in ebraico «parola» (davar) è sinonimo di comandamento.
La Bibbia riporta due versioni, sostanzialmente omogenee, delle frasi che Mosè ascoltò sul Sinai e che furono incise sulle Tavole della Legge.
Si trovano in Esodo 20, 1-6 e in Deuteronomio 5, 6-10.
Nella tradizione cattolica — che si discosta da quella ebraica e, tra l’altro, anche dalla protestante, più aderenti al testo biblico — Agostino distinse i tre Comandamenti iniziali dai successivi sette, attribuendo ai primi i doveri verso Dio e agli altri quelli verso gli uomini.
Ma la codificazione del Decalogo dei catechismi cattolici venne formulata, dopo diverse proposte scolastiche (Pietro Lombardo, Tommaso d’Aquino eccetera), da Alfonso Maria de’ Liguori nel Settecento.
Il santo napoletano scelse i Comandamenti come sommario di tutta la teologia morale e cercò di riassumere in ogni proposizione un settore di vita.
Per esempio il sesto, «non commettere adulterio», non figura nella sua sistemazione ma viene allargato con il «non commettere atti impuri», comprendendo in tal modo tutta la morale sessuale.
Rileggere il Decalogo e interpretarlo nell’epoca che si sta vivendo, è stato un bisogno continuo dell’Occidente; era naturale che lo si dovesse fare anche nel nuovo millennio.
Per tal motivo il progetto de il Mulino, di rimeditare attraverso un duplice intervento i Comandamenti (compreso quello dell’amore per il prossimo, già enunciato in Levitico 19,18), merita la massima attenzione.
Il primo volume, dedicato a Io sono il Signore Dio tuo, frase che non può essere equiparata alle successive e introduce le Tavole della Legge, è firmato da Piero Coda e Massimo Cacciari.
Il percorso offerto dai due autori in queste pagine parte dalla semantica originaria del Nome per giungere alle riflessioni sul Deus-Trinitas.
Infinite le suggestioni e le riflessioni.
Se da un lato ci si deve confrontare con l’autopresentazione di Dio di Esodo 3,14 «Io sono colui che sono» (’ehjeh asher ’ehjeh), e che Piero Coda mostra in innumerevoli interpretazioni compresa quella che nacque dalla versione greca dei Settanta (ego eimi o on: si potrebbe rendere sino a «Io sono l’Essente»), dall’altro lato ci si chiede chi sia «l’Uno dell’Esodo».
E qui Massimo Cacciari sa dare il meglio di sé indicando le vie che consentono di avvicinarsi al «segreto del Nome divino», anche se resta «inafferrabile e ineffabile».
Sottolinea: «Non interessa tanto il Nome ma ciò che l’Essere di Dio può.
La sua natura è di essere, non di essere nominato, e di essere ponendo “fuori” di sé tutta la propria potenza».
Sulla frase «Non avere altri dei di fronte a me» (Esodo 20,3; Deuteronomio 5,7), il primo ordine di Dio del Decalogo, c’è una letteratura infinita.
Coda ricorda tra l’altro che Jhwh irrompe nella storia attraverso Israele e si propone come «l’imprescindibile garanzia della libertà dell’uomo»; Cacciari comincia il suo saggio chiarendo gli equivoci dei possibili politeismi e notando che anche quello pagano «ci appare ormai testimonianza di un passato irripetibile, capace al più di esercitare un fascino antiquario-letterario privo di qualsiasi valore religioso o filosofico».
C’è un’osservazione di Martin Buber che merita di essere ricordata: «La dottrina della unicità ha la sua ragione vitale non nel fatto che ci si formi un giudizio sul numero di dèi che ci sono e si cerchi magari di verificarlo, bensì nella esclusività che regge il rapporto di fede, come esso regge il vero amore tra uomo e uomo; più esattamente: nel valore e nella capacità totale insito nel carattere esclusivo…
L’unicità nel “monoteismo” non è, dunque, quella di un “esemplare”, ma è quella del partner nella relazione interpersonale, finché questa non viene rinnegata nell’insieme della vita vissuta» (Königtum Gottes, Opere II, München 1964).
Coda, inoltre, verifica la frase di apertura dei Comandamenti nel Nuovo Testamento; Cacciari dedica due attente riflessioni all’ Uno Essere e a L’Uno Signore dell’Essere utilizzando una notevole conoscenza dei testi filosofici e teologici.
Da Rosenzweig a Spinoza, da Nietzsche a Hegel, da Kant a Weber si muove indicando la lettura più vicina a noi.
Che aggiungere? Forse un’immagine che molti ricordano e che potrebbe essere una didascalia per questo primo volume.
Nel film hollywoodiano I dieci comandamenti del 1956, diretto da Cecil B.
De Mille, Ramesse (Yul Brynner) dice a Nefertari (Anne Baxter) al suo ritorno dal Mar Rosso, dopo aver inseguito gli ebrei e Mosè: «Il suo dio…
è Dio».
Coda e Cacciari ci aiutano a comprendere meglio queste parole.
in “Corriere della Sera” del 1° maggio 2010 Il progetto della casa editrice il Mulino dedicato a I Comandamenti sarà realizzato in 11 volumi.
Si tratta di una scelta che tiene conto anche dell’invito ad amare il prossimo, non presente nel Decalogo del Sinai ricevuto da Mosé, ma raccomandato già nel libro del Levitico (19,18) e ribadito con forza da Gesù nel Nuovo Testamento.
Oltre il libro che inaugura la serie di Massimo Cacciari e Piero Coda Io sono il Signore Dio tuo (pp.
164, € 12), che sarà in libreria il 6 maggio ed è presentato in questa pagina con un estratto dei due saggi (si intitolano rispettivamente Il pensiero più alto e Questo Dio per la libertà), sono previste le seguenti uscite: Non ti fari idolo né immagine con Salvatore Natoli e Pierangelo Sequeri, Non nominare il nome di Dio invano con Carlo Galli e Piero Stefani, Santificare la Festa con Massimo Donà e Stefano Levi della Torre, Onora il padre e la madre con Giuseppe Laras e Chiara Saraceno, Non uccidere con Adriana Cavarero e Angelo Scola, Non commettere adulterio con Eva Cantarella e Paolo Ricca, Non rubare con Paolo Prodi e Guido Rossi, Non dire falsa testimonianza con Tullio Padovani e Vincenzo Vitiello, Non desiderare la donna e la roba d’altri con Gianfranco Ravasi e Andrea Tagliapietra.
Chiuderà Ama il prossimo tuo con Enzo Bianchi e Massimo Cacciari.
Piero Coda: Il nome rivelato è come la sua firma Nella costruzione raddoppiata: «Io sono colui che Io sono», il predicato è identico al soggetto.
Essa può sottolineare un rafforzamento dell’ auto presentazione di Jhwh: «Io sono proprio chi Io sono».
Ma, più profondamente, insinua anche una riaffermazione della trascendenza e dell’incognito di Dio nel momento stesso del suo farsi presente: «Solo Io so chi Io sono».
È un invito a non fermarsi al Nome così come suona e che pure esprime quanto detto, ma a passarvi attraverso per lasciare che sia Dio a stabilire, mediante la memoria verbale del suo Nome, un rapporto vivo e personale di sé con noi.
Altrimenti si cade nella tentazione di volersi impadronire del Nome di Dio, e addirittura di farsene un idolo.
Per questo Jhwh comanda di non pronunciare invano il suo Nome e di non farsi di Lui immagine alcuna.
Dio si rivela – precisa Paul Beauchamp – mediante un significante che non fa parte dell’organizzazione interna al discorso, ma lo fonda come una firma.
«Io sono chi Io sono»: firma esterna al testo, dunque, benché ricorrente nel testo stesso.
Queste parole bucano la pagina, hanno cioè un risalto eccezionale.
Il Nome rivelato a Mosè mette così tutta la Bibbia sotto un’istanza alla prima persona, quella di Dio come soggetto libero e incatturabile che viene graziosamente incontro all’uomo chiedendogli a sua volta affidamento e fedeltà.
Massimo Cacciari: Non un precetto ma un’affermazione La prima Parola (il primo dei «deka logoi ») non si presenta nella forma di un precetto («miswa »), ma di un’affermazione, di una perentoria autoaffermazione: «Io sono Jhwh, tuo Elohim» (Esodo, 20,2).
Non si tratta di un comandamento, ma del necessario presupposto di tutta la Legge.
È infatti impossibile comandare di credere nell’esistenza di Jhwh.
E che senso avrebbe obbedire a ciò che venisse ritenuto un puro nome, cui nulla di reale corrisponde? Lo stesso Maimonide, che pure fonda sui principi dell’esistenza di Dio e della sua unità l’insieme della Legge, non li concepisce affatto come oggetto di fede, ma, anzi, come il risultato cui perviene la sana ragione, oggetto cioè di dimostrazione.
Questo «Io, proprio Io, Jhwh», creduto o riconosciuto che sia, non potrà mai essere il contenuto di un comando, e tuttavia la Legge, l’unica Legge (legge assolutamente universale, a tutti rivolta – tanto che l’antica tradizione rabbinica diceva essere stata dettata dal Signore in 76 lingue, così che ogni gente potesse comprenderla), divina tutta in quanto giusta in tutte le sue parti, nel suo stesso interno differenziarsi e articolarsi, la Legge che stabilisce le forme della relazione tra uomo e Dio, ne presuppone la Rivelazione.
Se la forza di quell’Io venisse meno, il Decalogo si ridurrebbe a «legge morale in noi», la Legge divina perderebbe il significato che deve assumere anche per la perfezione del vivere civile.
Le stesse norme che suonano semplicemente etiche o cultuali debbono sempre essere comprese alla luce della Rivelazione del Nome.

V domenica dopo Pasqua Anno C

V DOMENICA DI PASQUA   Lectio Anno c     Prima lettura: Atti 14,21-27          In quei giorni, Paolo e Bàrnaba ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni».
Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto.
Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; di qui fecero vela per Antiòchia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto.
Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.
       v Paolo e i suoi collaboratori sono presentati come missionari itineranti, che predicano la parola di Dio.
Essi non prendono dimora stabile in nessuna comunità, ma vanno di paese in paese.
     Quando è necessario essi ritornano nelle comunità evangelizzate per «fortificare» (lett.
confermare) nella fede i discepoli.
«Confermare» è un termine che diventa tipico nel linguaggio missionario delle primitive comunità cristiane (cf.
At 15,32-41; 16,5; Rom 1,11; 1 Ts 3,2.13).
Il tema della conferma della fede si trova già nel Vangelo lucano: «confermare i fratelli» è la missione affidata da Gesù a Pietro (cf.
Lc 22,32).
     Le tribolazioni sono la grande tentazione della fede per i discepoli.
Le sofferenze possono portare alla disperazione e indurre a non avere più fiducia nell’avvento del regno di Dio e a rinunciare a lavorare per esso.
     Il regno di Dio è indicato qui come una realtà escatologica, nella quale si entra «attraverso molte tribolazioni».
È presentato come realtà futura, nella quale i discepoli devono ancora entrare.
Chiesa e regno non si identificano: essi sono nella Chiesa, ma non ancora nel Regno.
Sono ancora nel regime della «fede» e della «speranza», che si possono perdere a causa delle tribolazioni…
     Paolo e Barnaba si preoccupano di dare una struttura stabile alla comunità e costituiscono degli «anziani», che le governino, mentre loro continuano ad andare in nuovi paesi a predicare la parola di Dio.
Paolo e Barnaba stanno compiendo la missione fra i pagani, che numerosi hanno abbracciato la fede.
Il giungere alla fede nel Signore è un dono gratuito di Dio, come essi riconoscono e dichiarano davanti alla comunità (cf.
At 14,27).
  Seconda lettura: Apocalisse 21,1-5            Io, Giovanni, vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più.
E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.  Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.
E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate».
E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».
    v  La sezione dell’apocalisse che inizia col capitolo 21 e termina a 22,5, è l’ultimo grande affresco della profezia di Giovanni.
Si tratta di una conclusione radiosa, conseguenza di un intervento diretto e creatore di Dio.
I versetti che leggiamo oggi sono l’introduzione a questa sezione.
Essi vanno letti non come una previsione del futuro, ma come una esortazione alla speranza e all’attesa dell’intervento definitivo di salvezza di Dio.
     Giovanni ha la visione di un cielo nuovo e una terra nuova.
Si tratta di una novità dovuta all’intervento creatore di Dio, come lo era stato all’inizio, non solo di una trasformazione, infatti il cielo e la terra di prima «erano scomparsi».
Il riferimento è ad Isaia (65,17; cf.
66,22).
«Ecco, infatti, io creo nuovi cieli e nuova terra».
     La visione continua con quella della «Gerusalemme nuova».
In Isaia Dio promette «farò di Gerusalemme una gioia del suo popolo, un gaudio».
La salvezza escatologica della visione di Giovanni è universale e particolare al tempo stesso.
Rispecchia il movimento creatore e salvatore di Dio che attraversa tutta la rivelazione biblica.
Dio è creatore dell’universo e Padre di tutte le creature che popolano la terra, ma Dio al tempo stesso si sceglie un popolo, Israele, e una città, Gerusalemme, come possesso e dimora amati e riservati in modo particolare per sé.
     La nuova Gerusalemme è presentata nella visione «come una sposa adorna per il suo sposo» (cf.
Is 52,1; 61,10).
     Nella terra e cielo nuovi Dio ha la sua dimora stabile.
Questo fa la differenza con il cielo e la terra di prima dove Dio aveva dimora, ma nascosta «dalla tenda».
Solo in visione e da parte di alcuni scelti da lui per delle missioni particolari, come Mosé, ci poteva essere un contatto per così dire, più diretto.
La dimora definitiva di Dio fra gli uomini sarà lo svelamento di quella stessa presenza di Dio nella tenda in mezzo o alla guida del suo popolo in questo mondo che deve passare.
La dimora, in greco skené, ha le stesse consonanti della parola ebraica skekinà, che indica l’immanenza di Dio che sta insieme al suo popolo e condivide, se così si può dire, la sua stessa vita tanto da andare in esilio con lui.
     Il segno della dimora definitiva di Dio col suo popolo e l’umanità “giusta” sarà l’assenza di ogni sofferenza, morte, lutto, dolore (cf.
Is 35,10; 65,19; Ger 31,16).
  Vangelo: Giovanni 13,31-33a.34-35          Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui.
Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.
Figlioli, ancora per poco sono con voi.
Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri.
Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».
    Esegesi      Nei primi due versetti della pericope che leggiamo oggi Gesù parla della glorificazione del «Figlio dell’uomo» ormai avvenuta e annuncia che Dio è glorificato in lui.
     Giovanni collega il discorso della glorificazione di Gesù con il dono dello Spirito.
In 7,39 afferma che non c’era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato.
I credenti ricevono lo Spirito del Signore glorificato, e solo dopo questo dono «si ricordano» (12,16) e capiscono le parole di Gesù.
     La glorificazione del Figlio è opera del Padre, al quale appartiene la gloria.
I segni miracolosi compiuti da Gesù presentano questo movimento dinamico: essi avvengono a gloria di Dio e le persone che vi assistono lodano il Padre, Dio di Israele (cf.
Mt 9,8; 15,31; Mc 2,12;).
Gesù insiste su questa dinamica intrinseca alla glorificazione del Padre, che a sua volta glorifica il Figlio e che è glorificato attraverso il Figlio (Gv 8,54).
C’è un intreccio inestricabile fra le due glorificazioni, ma il termine ultimo è sempre il Padre.
«Padre glorifica il tuo nome» (Gv 12,28).
«Padre è giunta l’ora, glorifica il Figlio, perché il Figlio glorifichi te» (17,1).
     Per Giovanni la glorificazione di Gesù è strettamente legata alla passione.
Egli dice infatti all’annuncio della passione: «È venuta l’ora che il figlio dell’uomo sia glorificato» (Gv 12,23).
Gesù si sottomette a passione per amore, in obbedienza al Padre.
Egli dà l’esempio dell’amore più grande: «dare la vita».
«Nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).
Questa è la misura dell’amore che i discepoli debbono avere gli uni verso gli altri.
     «Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati».
Gesù propone sé stesso come esempio di adempimento in misura totale del comandamento grande di Lev 19,18: «Ama il prossimo tuo come te stesso».
Ne sottolinea l’attualità ai discepoli: «Vi do’ un comandamento nuovo», un comandamento che va messo in pratica sempre in forma nuova a seconda delle circostanze in cui una persona si trova.
La novità per i discepoli è il dovere di imitare Gesù nel suo dono senza misura.
     Gesù si rivolge ai discepoli chiamandoli affettuosamente «figlioletti» (tekvìa).
Questo termine ricorre solo qui nel vangelo di Giovanni, ma è un’espressione tipica della Prima Lettera a lui attribuita (1Gv 2,12.28; 3,7.18; 4,4; 5,21), che ravvicina al genere letterario sapienziale dei Proverbi (cf.
Pv 1,8; 2,1; 3,1; 4,1; 8,32): un padre-maestro si rivolge ai suoi discepoli-figli e con affetto e passione dà loro gli insegnamenti.
Il diminutivo «figlioletti», anziché il più usuale «figli», indica l’interesse e l’amore di chi parla o scrive verso i destinatari del suo insegnamento.
  Meditazione      Il passo evangelico di questa domenica inizia facendo menzione dell’uscita di scena di Giuda, il traditore.
Poco prima, al versetto immediatamente precedente, Giovanni annota in maniera icastica: «Ed era notte» (13,30).
È scesa la notte del rifiuto e del tradimento e Giuda, uscito dalla sala del banchetto, esce anche dallo spazio di quell’amore che tutto avvolge, che tutto illumina, che tutto in sé integra.
La luce dell’amore di Gesù è troppo forte per Giuda ed egli, non potendola sopportare, preferisce ‘tuffarsi’ nel buio della notte, là dove le tenebre ricoprono ogni cosa e stendono un velo anche sulla verità del proprio cuore (cfr.
Gv 3,19-20!).
     Può sorprendere che proprio nel momento in cui Giuda esce per consumare il suo tradimento Gesù dica: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui» (13,31).
Come può Gesù parlare di ‘glorificazione’ di fronte alla tragica perdita di un discepolo? Non bisognerebbe forse parlare di sconfitta e di fallimento? È infatti uno dei Dodici che se ne va, uno del gruppo per il quale Gesù aveva speso le sue migliori energie cercando di farne una comunità di fratelli, una comunità che fosse segno esemplare di un nuovo modo di tessere relazioni, di un nuovo modo di agire e di vivere.
Il tradimento di Giuda intacca profondamente la coesione e il legame che Gesù si era da tempo impegnato a costruire e, certamente, per lo stesso Gesù non deve essere stato facile accettarlo.
Al riguardo, Giovanni ci fa notare che «Gesù fu profondamente turbato» (13,21), rimane sconvolto, allo stesso modo con cui lo era stato per la perdita dell’amico Lazzaro (cfr.
11,33, dove ricorre lo stesso verbo: tarássō).
Ogni volta che un’amicizia viene tradita, ogni volta che una comunione viene infranta, ogni volta che una relazione viene ferita mortalmente, si sta davvero male e grande è il dolore da portare…
Eppure Gesù, anche in questa situazione di profonda sofferenza e tristezza, continua a porgere la mano, continua a mostrare la sua amicizia a Giuda offrendogli il boccone dell’accoglienza e della comunione (cfr.
13,26), continua ad amare fino in fondo.
È in questo che sta la glorificazione: in quest’amore capace perfino di integrare il tradimento, di assumerlo in sé e di avvolgerlo dentro un orizzonte più ampio e più forte.
La gloria di Gesù è la luce del suo amore che attraversa anche la notte del tradimento.
E Dio è glorificato in Gesù perché in Gesù, nei suoi gesti, nei suoi atteggiamenti, si manifesta il suo volto di Padre, si rivela fino a che punto arriva il suo amore per il mondo (cfr.
3,16).
Questa glorificazione reciproca – del Figlio nel Padre e del Padre nel Figlio – ci dice a che livello giunge la comunione divina: niente è dell’uno che non debba risplendere anche nell’altro e la gloria di uno non può essere che luce per tutti e due.
Gesù non ha mai cercato la propria gloria, ma solo quella che veniva da Dio (cfr.
5,44; 7,18; 8,50) e questo suo ‘lasciarsi glorificare’ è indice della sua apertura e della sua totale obbedienza al Padre, a Colui dal quale tutto riceve e al quale tutto a sua volta si dona.
     Ma se la glorificazione massima di Gesù giunge al momento della sua morte – l’«ora» della Croce -, c’è un altro ‘luogo’ in cui può risplendere la luce della gloria di Dio: una comunità di discepoli in cui regna l’amore: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (13,35).
Là dove alcune persone accolgono l’amore di Dio e si lasciano in tutto plasmare da esso, ivi si rende presente la gloria di Dio.
Nel loro amore e nel loro donarsi vicendevole è riconoscibile il volto di Dio, si conosce chi è veramente Dio.
Non ci sono altri segni o criteri per riconoscere una comunità che ‘appartiene’ a Dio («sapranno che siete miei discepoli») se non il vedere all’opera l’amore stesso con cui Gesù ha amato.
Quel «come io ho amato voi» (v.
34) racchiude tutto il segreto di un’esistenza che vuole essere segno trasparente di un mondo nuovo, di un modo nuovo di pensare e di agire, di guardare la propria e altrui vita, di vivere le relazioni all’interno di una comunità o di una famiglia.
L’amore, quando ‘prende corpo’ in una persona, in una comunità, anche piccola ed esigua, ha la forza di «far nuove tutte le cose» (Ap 21,5), come si dice nella seconda lettura di questa domenica.
     La novità del comandamento dell’amore, che Gesù lascia in eredità ai suoi discepoli come il bene a lui più caro e prezioso, sta proprio in quel «come io».
Il comandamento è nuovo perché nuova è la ‘misura’ dell’amore, perché nuovo è colui che comanda un tale amore.
Vivere e amare «come Gesù»: in questo sta l’essenza e l’originalità dell’esistenza cristiana.
Ma non si tratta qui semplicemente di ‘imitazione’ (è poi possibile ‘imitare’ Gesù? Non è forse una pretesa assurda?): il modo con cui ci è chiesto di amare se rimanda al suo modello – Gesù, appunto – riceve anche da esso la forza e la capacità stessa di farlo.
Quel come, infatti, vuol dire anche perché (il termine greco kathōs è passibile anche di questo ulteriore significato): «Amatevi…
come e perché io ho amato voi».
È il fatto che Gesù ci ha amati per primo, che ci ha inseriti nel flusso vitale e rigenerante del suo amore, che noi, a nostra volta, possiamo «amarci gli uni gli altri».
Senza questa ‘comunicazione’ dell’amore di Gesù in noi e senza questo nostro ‘comunicarci’ a lui, aprendoci all’accoglienza del suo dono, sarebbe vano e irrealistico pensare di ‘osservare’ questo singolare comandamento…
     Da ultimo, una parola sulla peculiarità di un amore espresso in forma di «comandamento».
Perché l’amore ha bisogno di essere ‘comandato’? Non diventa in questo modo una forzatura che rischia di svilire i tratti più belli e liberanti di questa grande – e unica – realtà umana che ci rende simili a Dio? Anzitutto bisogna ricordare che il comandamento dell’amore è un dono (Gesù dice infatti: «Vi do…»: v.
34) e questo semplice fatto contribuisce già a vederlo in una luce nuova e diversa da quella a cui una lunga consuetudine ci ha abituati.
In secondo luogo, se l’amore non entrasse nell’orizzonte umano sotto l’aspetto del comandamento, rischierebbe di perdere la sua qualità divina e diventerebbe solo amore di spontaneità, di affinità, di simpatia, di attrazione.
Il comandamento non si oppone all’amore e neppure è la negazione della sua libertà, ma è «il vero scrigno che lo custodisce» (Carmine Di Sante).
Affinché esso rimanga amore divino, di una misura ‘altra’.
            Preghiere e Racconti Affamati d’amore Oggi non abbiamo più neppure il tempo per guardarci, per parlarci, per darci reciprocamente gioia, e ancor meno per essere ciò che i nostri figli si aspettano da noi, che un marito si aspetta dalla moglie e viceversa.
E così siamo sempre meno in contatto gli uni con gli altri.
Il mondo va in rovina per mancanza di dolcezza e di gentilezza.
La gente è affamata d’amore, perché siamo tutti troppo indaffarati.
(Madre Teresa di Calcutta) «Vi do un comandamento nuovo».
Poiché c’era da aspettarsi che i discepoli, sentendo tali discorsi e considerandosi abbandonati, si lasciassero prendere dalla disperazione, Gesù li consola, munendoli, per la loro difesa e protezione, della virtù che è alla radice di ogni bene, cioè della carità.
È come se dicesse: «Vi rattristate perché io me ne vado? Ma se vi amerete l’un l’altro, sarete più forti».
E perché non disse proprio così? Perché impartì loro un insegnamento molto più utile: «In questo tutti conosceranno che siete miei discepoli».
Con queste parole fece capire che la sua eletta schiera non avrebbe dovuto mai sciogliersi, dopo aver ricevuto da lui questo segno distintivo.
Lui lo rese nuovo, con la maniera stessa in cui lo formulò.
Difatti precisò: «Come io ho amato voi» […].
E, trascurando qualsiasi accenno ai miracoli che essi avrebbero compiuto, dice che sarebbero stati riconosciuti dalla loro carità.
Sai perché? Perché la carità è il più grande segno che distingue i santi: essa è la prova sicura e infallibile di ogni santità.
Soprattutto con la carità noi tutti conseguiamo la salvezza.
In questo soprattutto egli afferma consistere l’essere suoi discepoli.
Proprio a motivo della carità tutti vi loderanno, vedendo che imitate il mio amore.
I pagani certamente non si commuovono tanto di fronte ai miracoli come di fronte alla vita virtuosa.
E niente educa alla virtù come la carità.
Essi infatti chiamarono spesso impostori gli operatori di miracoli, ma non possono mai trovare qualcosa da criticare in una vita integra.
(GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie sul vangelo di Giovanni, 57,3s.).
Ama con umiltà e rispetto La vita spirituale si riassume nell’amare.
E l’amore, è chiaro, significa più che sentimento, più che carità, più che protezione.
L’amore è l’identificazione completa con la persona amata, ma senza alcuna intenzione di ‘fare del bene’ o di ‘aiutare’.
Quando si tenta di fare del bene attraverso l’amore, è solo perché consideriamo il prossimo come un oggetto, mentre noi ci vediamo come esseri generosi, colti e saggi.
Questo, spesse volte, può determinare un atteggiamento duro, dominatore, brusco.
Amare significa comunicare con chi si ama.
Ama il prossimo tuo come te stesso, con umiltà, discrezione e rispetto.
Soltanto così è possibile entrare nel santuario del cuore altrui.
(Thomas Merton).
  «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (cfr.
Mt 22,37-39).
 Comincio a sperimentare che un amore di Dio totale e incondizionato rende possibile un amore del prossimo visibilissimo, sollecito e attento.
Ciò che spesso io definisco ‘amore del prossimo’ si dimostra troppo spesso un’attrazione sperimentale, parziale o provvisoria, di solito molto instabile e fuggevole.
Ma se il mio obiettivo è l’amore di Dio, si può sviluppare anche un profondo amore per il prossimo.
Altre due considerazioni possono spiegarlo meglio.
Prima di tutto, nell’amore di Dio scopro ‘me stesso’ in modo nuovo.
In secondo luogo, non scopriremo solo noi stessi nella nostra individualità, ma scopriremo anche i nostri fratelli umani perché è la gloria stessa di Dio che si manifesta nel suo popolo in una ricca varietà di forme e di modi.
L’unicità del prossimo non si riferisce a quelle qualità peculiari, irrepetibili da individuo a individuo, ma al fatto che l’eterna bellezza e l’eterno amore di Dio divengono visibili in quelle creature umane uniche, insostituibili, finite.
È precisamente nella preziosità dell’individuo che si rifrange l’amore eterno di Dio, diventando la base per una comunità d’amore.
Se scopriremo la nostra stessa unicità nell’amore di Dio e se potremo affermare che possiamo essere amati perché l’amore di Dio dimora in noi, potremo allora arrivare agli altri, in cui scopriremo una nuova ed unica manifestazione dello stesso amore, entrando in intima comunione con loro.
(H.J.M.NOUWEN, Ho ascoltato il silenzio.
Diario da un monastero trappista,  Brescia 1998, 82s.).
  Cogliere il mistero di Dio Fratelli, non temete il peccato degli uomini, amate l’uomo anche nel suo peccato, perché questa immagine dell’amore di Dio è anche il culmine dell’amore sopra la terra.
Amate tutta la creazione divina, nel suo insieme e in ogni granello di sabbia.
Amate ogni fogliuzza, ogni raggio di sole! Amate gli animali, amate le piante, amate ogni cosa! Se amerai tutte le cose, coglierai in esse il mistero di Dio.
Coltolo una volta, comincerai a conoscerlo senza posa ogni giorno di più e più profondamente.
E finirai per amare tutto il mondo di un amore ormai totale e universale.
(Fedor Dostoevskij, da I fratelli Karamazov).
  Cercare la verità…amando Ho cercato la verità, con l’Innominato di Manzoni.
Ho cercato la verità tra le lettere di don Milani.
Ho cercato la verità, curiosando nella vita di Gandhi.
Ho cercato la verità, nelle confessioni di sant’Agostino.
  Ho cercato la verità nelle prediche di don Mazzolari.
Ho cercato la verità, piangendo con Giobbe sul letamaio.
Ho cercato la verità, fuggendo da casa, con la mia parte di eredità, come il Figliol Prodigo.
Ho cercato la verità, nelle poesie di Tagore.
Ho cercato la verità, nei pensieri di Pascal.
  Ho cercato la verità, nei fioretti di san Francesco.
Ho cercato la verità, nell’Allegretto della settima di Beethoven.
Ho cercato la verità, vagando stralunato.
Ho cercato la verità, negli occhi incavati e ormai vitrei di Brambilla, morto di Aids tra le mie braccia.
  Ho cercato la verità, nei rosari che la mia santa madre recitava per me, prete molto diverso dal prete che teneva nella sua testa.
Ho cercato la verità, nel Parco Lambro, negli anni ottanta, assistendo giovani in overdose.
  Ho cercato la verità, nei commenti biblici, stupendi, del mio cardinale di Milano.
Ho cercato la verità, nei viaggi del pellegrino Wojtyla.
Ho cercato la verità, nella filosofia di Tommaso l’Aquinate.

Le religioni vanno a scuola.

UNIVERSITA’ ROMA TRE FACOLTA’ DI LETTERE E FILOSOFIA – FACOLTA’ DI SCIENZE DELLA FORMAZIONE LE RELIGIONI VANNO A SCUOLA Prospettive professionali della laurea in Scienze delle Religioni Mercoledì 28 aprile 2010 Sala del Consiglio del dipartimento di Studi Storici, Geografici e Antropologici La locandina   Programma: Mattina Presiede Carla Lo Cicero – Università di Roma Tre 9.00 Saluti 9.30 Paolo Naso – Università di Roma Sapienza I “Religious studies nella società multiculturale” 10.00 Flavio Pajer – Pontificio Ateneo Salesiano Gli insegnamenti di religione nella UE: tendenze della cultura scolastica 10.30 Pausa Caffè Presiede Gianfanco Bonola – Università Roma Tre 11.00 Alessandro Saggioro – Università di Roma Sapienza Il ruolo dell’Università nella questione ora di religione/i: una sfida aperta 11.30 Maria Chiara Giorda – Università di Torino La didattica storico-religiosa: prospettive italiane 12.30 Discussione 13.00 Pausa Pranzo Pomeriggio Presiede Roberto Rusconi – Università Roma Tre 15.00-17.30 Tavola Rotonda Partecipano: Studenti dell’Università Roma Tre, Studenti della Sapienza Università di Roma, Pasquale Troia (autore di Bibbia Educational), Paola Bisegna (Dirigente del liceo Democrito), Antonia Sani ( Comitato nazionale scuola e costituzione), Carlo Felice Casula (Università Roma Tre), Gaetano Lettieri ( Sapienza, Università di Roma), Francesco Scorza Barcellona ( Università di Roma Tor Vergata) 17.30 Pausa presiede Franca Brezzi ( Università Roma Tre) 18.00 Discussione 19.00 Conclusione dei lavori   Comitato Promotore: G.
Bonola, A.
Bozzo, F.
Brezzi, R.
Cipriani, A.
D’Anna, C.
Lo Cicero, M.
Lupi, R.
Michetti, C.
Noce, G.
L.
Prato, R.
Rusconi e gli studenti della LM in Scienze delle religioni dell’Università Roma Tre.
Facoltà di Lettere e Filosofia – via Ostiense, 236, Roma Per informazioni rivolegersi a: Alberto D’Anna danna@uniroma3.it; 06 57338562

IV Domenica dopo Pasqua Anno C

  IV DOMENICA DI PASQUA   Lectio Anno c     Prima lettura: Atti 13,14.43-52                   In quei giorni, Paolo e Bàrnaba, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisidia, e, entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, sedettero.
Molti Giudei e prosèliti credenti in Dio seguirono Paolo e Bàrnaba ed essi, intrattenendosi con loro, cercavano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio.
Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore.
Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo.
Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani.
Così infatti ci ha ordinato il Signore: “Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”».
Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero.
La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione.
Ma i Giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal loro territorio.
Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio.
I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.
    v La Chiesa nasce con i problemi di tutte le istituzioni.
Il gruppo missionario, partito da Antiochia di Siria (13,1-3), è composto da Barnaba, Saulo e Giovanni Marco; ma a Cipro, evidentemente per dissensi, Giovanni torna indietro e Saulo che prende il nome di Paolo diventa il primo della comitiva (v.
14).
              La nuova meta è Antiochia di Pisidia, una delle più grandi città all’interno dell’Asia minore (Turchia).
La tattica missionaria consiste innanzitutto in un approccio con i giudei del luogo, al primo sabato nella sinagoga.
Le parole dell’apostolo non lasciano indifferenti gli ascoltatori, sia i giudei che i proseliti ossia i pagani in via di conversione al giudaismo e si fissa un appuntamento per il sabato seguente.
              Ma nel frattempo i giudei hanno tempo di riprendersi e consultarsi e organizzano una ferma resistenza ai nuovi arrivati avvalendosi dell’appoggio di persone autorevoli che erano o riuscirono a far schierare dalla loro parte.
              Non è detto che cosa contestassero, ma verosimilmente la posizione egemonica di Gesù rispetto agli altri profeti.
Le loro «bestemmie» non riguardavano certamente Dio, ma Gesù Cristo che essi non accettavano come l’unto del Signore.
È sempre Gesù la pietra di scandalo (cf.
At 4,11), il segno di contraddizione (Lc 2,34).
              I giudei neanche accettano di mettere in discussione il primato di Abramo e di Mosè, non possono perciò prendere in considerazione le attribuzioni assegnate a un falegname nazaretano.
Il Cristo storico non offriva garanzie per essere ritenuto inviato di Dio (cf.
Mc 6,1-6; Lc 4,28-29).
              Il settarismo giudaico trova il suo corrispettivo nell’intransigenza cristiana.
Gli apostoli che provengono anch’essi dal mondo dei loro oppositori non si provano a cercare un punto di contatto con i loro avversari che pur sono loro fratelli, egualmente figli di Abramo e adoratori dello stesso Dio.
Per gli uni la fede in Mosè porta all’esclusione della fede in Cristo, per gli altri l’adesione a Gesù Cristo mette da parte tutti gli altri intermediari tra l’uomo e Dio.
Non c’è altro nome in cui è dato salvarsi, è affermato fin dai primi discorsi degli Atti (4,12).
              Ad Antiochia avviene la rottura ufficiale tra il cristianesimo e il giudaismo della diaspora come a Gerusalemme era avvenuta la separazione con il giudaismo palestinese.
Il cristianesimo nasce dal solco della tradizione giudaica, ma d’ora in avanti perseguirà un cammino tutto proprio e spesso antagonistico con quello della sinagoga.
              La chiesa dei giudei o della circoncisione diventa presto la chiesa dei soli gentili.
Era evidentemente un fatto incomprensibile, uno scandalo si dirà presto.
Bisognava cercare una spiegazione biblico-teologica per renderlo plausibile.
I testi che parlavano della salvezza dei gentili non prevedevano l’esclusione dei giudei.
              La vertenza di Antiochia, si chiude, come spesso accadrà in futuro nella storia cristiana, con il ricorso al braccio secolare.
I giudei, non potendo far tacere gli apostoli con le loro controargomentazioni, mobilitano i notabili della città e con il loro appoggio riescono a far allontanare degli uomini che erano pericolosi per la quiete pubblica.
              Ma la risposta degli apostoli è pari all’ostilità ricevuta: scuotono persino la polvere dai loro calzari in segno di protesta.
È il rifiuto di ogni comunione con quanti quella terra calpestavano.
  Seconda lettura: Apocalisse 7,9.14-17                   Io, Giovanni, vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua.
Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani.
E uno degli anziani disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello.
Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro.
Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita.
E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».
    v     L’Apocalisse trasferisce il lettore sempre in un mondo ideale, quello della risurrezione, di cui tutto si può dire, ma di nulla si può esser certi, salvo la sua realtà.
              L’uomo passa la sua prima esistenza in una realtà opaca, piena di contrasti e di contraddizioni e sogna che l’era futura sia il suo contrario, luminosa, pacifica, accattivante.
Un mondo sempre da desiderare oltre che attendere, in cui le ingiustizie e le sofferenze di quaggiù, la stessa morte scompariranno per sempre.
              La fede è una visione ottimistica del futuro, la proiezione verso una vita senza fine dove non un piccolo numero ma una moltitudine sterminata e plurirazziale entrerà a far parte.
Quella di Ap 7 è una scena consolante ed esaltante.
              La vita terrena è una grande tribolazione in particolare per i credenti.
Essi spesso soccombono sotto il peso dei tiranni, ma la loro fine segna l’inizio di una vita nuova.
Sono caduti sotto i ferri degli aguzzini, ma si sono rialzati, indossano tuniche bianche che simboleggiano la luce da cui sono avvolti e nelle loro mani stringono la palma della vittoria.
Erano degli sconfitti, ora sono dei vincitori!               La vita del cielo è per l’ebreo l’idealizzazione della sua esperienza religiosa sulla terra.
Gerusalemme e il suo tempio sono trasferiti negli al di là e lo stesso rituale liturgico si ritrova davanti al trono di Dio e l’Agnello.
              L’Agnello è il simbolo di Gesù Cristo morto e risorto; infatti anch’egli è «come immolato» e «in piedi» (5,6), per questo «è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore e gloria e benedizione» (5,12).
E quanto la moltitudine dei martiri gli tributa in segno di riconoscenza.
«La salvezza appartiene al nostro Dio e all’Agnello» (7,10).
              Ma la gioia nasce dal fatto che i credenti sono diventati partecipi del trionfo dell’Agnello che pascola e guida il suo gregge alle fonti dell’acqua della vita (v.
17).
              Per l’israelita il massimo della beatitudine era ritrovarsi davanti a Dio nel suo santuario; la stessa è la condizione degli eletti.
E la tenda dell’abitazione di Dio, il tabernacolo celeste è diventata la loro dimora e la loro vita sarà alimentata da una sorgente perenne.
              Tutte immagini precarie che vogliono ritrarre una realtà inimmaginabile, la sorte dei giusti.
In tutti i casi essa sarà di piena felicità spirituale e fisica poiché la presenza di Dio e dell’Agnello è accompagnata dall’assenza di intemperie e di catastrofi.
  Vangelo: Giovanni 10,27-30                   In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.  Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre.
Io e il Padre siamo una cosa sola».
                                               Esegesi               Il breve testo evangelico segna il momento culminante dell’ultimo dibattito di Gesù con le autorità giudiache.
Come il primo, in occasione della purificazione del tempio (2,13), quest’ultimo ha la stessa collocazione topografica.
              È la festa della dedicazione (10,22).
Gesù ha rimesso piede nei cortili del tempio, dove in precedenza aveva denunciato gli abusi dei dirigenti giudaici (8,44) e questi avevano cercato di catturarlo e ucciderlo (8,20,37,40,59).
Ciò nonostante è di nuovo sul posto e si muove liberamente (sta passeggiando) sotto i loro occhi.
              L’evangelista fa notare che era inverno.
Dato che la festa della dedicazione cadeva nel mese di dicembre l’osservazione è superflua; sta facilmente a indicare il clima di freddezza che regnava attorno o più ancora la desolazione che sovrastava sul luogo santo.
              Il tema della conversazione, come nel primo incontro nel tempio (2,15) o nell’interrogatorio fatto al Battista (1,19), riguarda sempre la messianità di Gesù.
Questa volta gli interlocutori mostrano ansia e accoramento.
Lo attorniano nel senso che lo accerchiano, gli sono addosso quasi da soffocarlo.
La loro domanda è ambigua: fino a quando ci tieni sospesi tra la vita e la morte.
Può indicare interesse per un quesito teologico essenziale oppure può semplicemente dire che da esso dipende la loro sopravvivenza istituzionale.
Se Gesù si dichiara re d’Israele la loro fine è segnata.
              Ma la risposta di Gesù è volutamente circospetta.
Egli aggira l’ostacolo; non pronuncia la parola messia, ma suggerisce ai suoi obiettori la strada per arrivarvi.
Le parole non fanno grande nessuno; sono i fatti che indicano quello che uno è.
              Le opere a cui Gesù si appella non sono tanto i miracoli, quanto le azioni benefiche compiute a pro degli uomini, i gesti di benevolenza a favore degli afflitti nel corpo e nello spirito, dei malati, dei peccatori.
Egli si è definito poco sopra il buon pastore che dà se stesso per le pecore (10,11), che conosce, cioè le ama, come le pecore conoscono Lui, corri-spondono al suo amore; ma non è amore teorico, bensì fatto di gesti concreti per il bene di tutto il gregge, sia quello del recinto israelitico come di altra provenienza (10,16).
Gesù non ha mai agito per il suo prestigio personale, cercando la propria gloria (8,50), l’applauso degli uomini (5,41); anzi è fuggito quando questi volevano farlo re (6,15).
              Le «opere» di Gesù sono le stesse che Dio compie e perciò autenticano la sua missione.
Egli ha ricevuto lo Spirito nel giorno del battesimo (1,32) e da quel giorno si è lasciato guidare unicamente dalle sue mozioni.
Sempre e ininterrottamente.
Il suo cibo è compiere la volontà del Padre (4,34).
E più chiaramente: «Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato…
che io non perda nessuno di quanti mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno» (6,39-40).
              Gesù non si è messo in testa un suo ideale messianico; non ha assecondato le voci della carne e del sangue (Gl 1,16), meno ancora le istigazioni sataniche (Mt 4,1-12) bensì le proposte dello Spirito di Dio, lo stesso che ha parlato a Mosè e ai profeti, solo che allora il suo discorso era incompleto o carente, ora è senza veli e riserve.
Il Dio che si è rivelato ad Abramo, Isacco e Giacobbe è in realtà il padre di tutti gli uomini e rivolge a tutti non solo ad alcuni le sue premure (10,16).
              Gesù ha capito che Dio è un padre prima che un Signore; non mira alla realizzazione del regno d’Israele, ma del regno dei cieli sulla terra, cioè a una convivenza tra gli uomini che assomigli a quella che vige nel mondo in cui egli vive.
              La risurrezione di cui Gesù segnala l’avvento (6,39-40) o la vita eterna non è che il passaggio nella famiglia dei figli di Dio, che non conosce circoscrizioni di tempo o di spazio, ma comincia subito con il germogliare della fede (5,19-30).
              Il discepolo di Gesù non si misura da quello che egli sa dire su di lui, ma da quello che sa compiere sul suo esempio (13,15).
Mosè ha dato dieci comandamenti; Gesù uno solo che è quello di amarsi di uni gli altri (14,15; 15,12).
              Gesù ricapitola in un termine convenzionale il gruppo dei suoi seguaci, gregge, e i suoi discepoli nel termine pecore, un animale noto per la sua mansuetudine.
Per questo designa se stesso con l’appellativo di pastore (10,11-16).
Il vero pastore ama il suo gregge, ma occorre che questi risponda alla sua attenzione.
Come ci sono buoni e cattivi pastori ci sono pecore docili e pecore ribelli.
I giudei che arbitrariamente ostacolano l’opera di Gesù sono di quest’ultima categoria.
«Non siete mie pecore», dichiara Gesù (v.
26).
Essi non credono in lui perciò non fanno parte del suo gregge.
Non tendono l’orecchio a quello che egli dice in

Cella 211

Il carcere non solo non è un luogo di redenzione ma può imbarbarire persino persone lontane da una mentalità criminale.
Lo scoprirà tragicamente il protagonista di Cella 211 del regista spagnolo Daniel Monzón.
Campione d’incassi in patria e vincitore di otto premi Goya (i maggiori riconoscimenti del cinema iberico), il film racconta una vicenda ad alta tensione, dura, che non risparmia nulla quanto a crudezza sia d’immagini che di linguaggio.
Il genere carcerario, esplorato da diverse angolature dal cinema statunitense, diventa dunque terreno di riflessione anche per produzioni europee, che si propongono al pubblico con un buon livello qualitativo, mostrando peraltro una notevole originalità stilistica e narrativa.
Così, dopo l’apprezzato Il profeta del francese Jacques Audiard – storia di un fragile diciottenne che nel carcere compirà il suo cammino di formazione criminale – arriva sugli schermi italiani un altro film sull’universo carcerario, che ne ricalca il concetto di fondo:  il recupero di un uomo condannato difficilmente passa dalla cella di una prigione.
Al suo primo incarico come secondino in un penitenziario di massima sicurezza, per fare buona impressione su colleghi e superiori, Juan Olivier si presenta al lavoro il giorno precedente l’ingresso in servizio.
Mentre è in visita al braccio con i detenuti più pericolosi, rimane vittima di un incidente:  un pezzo di intonaco staccatosi dal soffitto in ristrutturazione lo colpisce alla testa.
Nel tentativo di rianimarlo, i due colleghi che lo accompagnano  usano la brandina della  cella  211,  al momento vuota.
Ma  proprio  in  quel momento esplode una rivolta e i due secondini lo abbandonano lì per mettersi in salvo.
Una volta ripresosi, Juan, si trova inghiottito dagli accadimenti.
Ha la prontezza di farsi credere un detenuto e di accattivarsi le simpatie del violento boss Malamadre, superbamente interpretato da Luis Tosar, promotore della ribellione.
In un imprevisto capovolgimento di ruolo, la giovane guardia proverà a fare il doppio gioco nel tentativo di salvarsi e riabbracciare la moglie incinta.
Ma gli eventi prenderanno una piega diversa, il suo destino seguirà un’altra strada.
E Juan si ritroverà suo malgrado dall’altra parte, persino a lottare con impensabile ferocia per una causa che solo poche ore prima non poteva apparirgli più distante.
Raccontando la vicenda di Juan, Cella 211, tratto dall’omonimo romanzo di Francisco Pérez Gandul, affronta argomenti sociali rilevanti – denuncia le precarie condizioni di vita nelle carceri, la violenza delle istituzioni – e, nel caso specifico, la difficile gestione di questioni politico legate al terrorismo dell’Eta.
Tutto ciò viene mostrato senza alcuna indulgenza, accentuando le debolezze del sistema.
Tuttavia non sono questi gli aspetti più intriganti del film, che ha i suoi punti di forza nella carica drammatica della narrazione e nello sviluppo delle dinamiche relazionali dei protagonisti.
Monzón – cui va dato atto di aver impresso una cifra stilistica originale alla pellicola, superando i cliché di genere – ha definito la storia una tragedia.
Una tragedia legata al fato, ovvero a quel qualcosa di imprevedibile e improvviso che può cambiare e sconvolgere per sempre la vita di ciascuno.
Quel fato che beffardamente fa incrociare le strade di uomini diversi per indole, estrazione e comportamenti come Juan (certo non idealista) e Malamadre, e che li porta a condividere un’esperienza terribilmente nuova per il primo, replicata ma con implicazioni inattese per il secondo.
Ne nascerà un’improbabile amicizia, ambigua quanto breve.
A colpire è il cambiamento interiore cui è costretto Juan, travolto da eventi che si era illuso di poter in qualche modo controllare nonostante tutto, e che si troverà suo malgrado a camminare lungo il confine improvvisamente impalpabile tra ciò che riteneva giusto e ciò che non gli appare più tale.
Compiere una scelta di campo diverrà più semplice di quanto avesse presupposto.
Da aspirante servitore della legge si troverà, con le mani sporche di sangue, a combattere per una giustizia diversa.
E in questo viaggio verso l’abisso – che lascia però intravedere bagliori di verità – non si riesce a non provare un po’ di empatia verso quest’uomo ferito al quale il destino nega persino l’unica drammatica via d’uscita per non precipitare nell’abisso.
Si prova compassione forse perché in lui in qualche modo si riconosce la fragilità umana che si evidenzia nei momenti più terribili e di inattesa sofferenza.
Quando, in una situazione estrema, il dolore rischia di trasformarsi in odio, l’odio in vendetta e la vendetta in cieca violenza.
di Gaetano Vallini (©L’Osservatore Romano – 17 aprile 2010)