XXV Domenica Tempo Ordinario Anno C

Preghiere e Racconti   Perché ascoltandole diventino più avveduti Le parole che abbiamo letto sono molto chiare nel loro significato letterale e non c’è bisogno di spiegarne i dettagli.
Ci dice il Signore stesso perché raccontò questa parabola.
Perché, egli dice, i figli di questo mondo sono più avveduti dei figli della luce (Lc 16,8).
Il Signore non loda l’agire iniquo dell’amministratore, ma la sua avvedutezza.
Non lo loda per la frode che ha attuato, ma per l’espediente con il quale ha provveduto al suo futuro.
Non sapendo in che modo vivere, poiché non era capace di zappare e si vergognava a mendicare, trovò uno stratagemma particolare: dopo aver dissipato i beni del padrone, alla fine compì questa frode.
Viene lodato, dunque, non per una qualche buona azione, ma per la scaltrezza e l’astuzia del suo inganno; siccome ormai non poteva più rubare i beni del suo padrone, li sottrasse di nascosto.
E a questa scaltrezza non applaude soltanto il padrone dell’amministratore, ma anche il Signore di tutti, quando dice: I figli di questo mondo sono più avveduti dei figli della luce.
Quelli sono avveduti nel male più di quanto gli ultimi lo siano nel bene.
A stento, infatti, si trovano alcuni cristiani che siano tanto accorti nell’acquistare i beni eterni, quanto sono scaltri costoro nell’acquistare i beni caduchi di questo mondo.
Per questi essi vegliano giorno e notte, faticano, si angustiano e non smettono mai di accumulare tali ricchezze con inganni, furti, rapine, tradimenti, spergiuri, omicidi.
E chi può dire a quanta scaltrezza e astuzia ricorrano per ingannarsi a vicenda i figli di questo mondo? Ascoltino dunque i figli della luce e arrossiscano di lasciarsi vincere dai figli di questo mondo.
Queste cose sono state scritte perché, ascoltandole, diventino più avveduti, non perché imitando l’agire iniquo dell’amministratore frodino altri o commettano ingiustizie.
Perciò viene aggiunto: E io vi dico: Fatevi degli amici con il mammona d’iniquità (Lc 16,9), ma non come fece l’amministratore iniquo.
Non frodando l’altrui, ma dando del vostro.
Tutte le ricchezze che sono conservate con avarizia, infatti, nuocciono ai propri padroni […] Il Signore continua dicendo: Chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto e chi è ingiusto nel poco è ingiusto anche nel molto (Lc 16,10).
Questo vale in particolare per gli apostoli e per gli altri ministri della chiesa, per i presbiteri.
Con questo principio evangelico si dice quello che il Signore aveva detto ai suoi discepoli.
Non si devono dunque affidare cose importanti a quelli che nella vita privata non sono stati fedeli e non si sono serviti di quel poco che avevano per opere di amore e di misericordia.
Ma quanto a coloro che vediamo, con il poco che possiedono, provvedere volenterosamente ad altri non dobbiamo dubitare della loro fedeltà nell’amministrare.
Per questo motivo l’Apostolo ammonisce i vescovi a non essere avidi di denaro né a ricercare un guadagno disonesto (cfr.
Tt,7).
(BRUNO DI SEGNI, Su Luca 2,7, PL 165,420C-421C.422A).
La ricchezza Pensiamo all’episodio emblematico del giovane ricco che non riesce a staccarsi dal fasto del suo palazzo per seguire Cristo (Matteo 19,16-26).
La frase paradossale che suggella quell’evento è netta: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli».
Luca, che è l’evangelista dei poveri, offre un intero brano centrato sulla ricchezza «disonesta e iniqua» (16,1 -13).
In esso ricorre al termine mammona per definire quei tesori materiali che occupano cuore e vita dell’uomo.
Si tratta di un vocabolo aramaico che indica i beni concreti, ma che contiene al suo interno la stessa radice verbale della parola amen, che denota la fede.
La ricchezza diventa, quindi, un idolo che si oppone al Dio vivente e la scelta del discepolo dev’essere netta: «Non potete servire a Dio e a mammona».
Eppure questo non significa un masochismo pauperista.
Gesù si preoccupa dei miseri e invita a sostenerli coi propri mezzi come fa il Buon Samaritano nella celebre parabola.
La ricchezza può diventare una via di salvezza se è investita per i poveri: «Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma» (Lc 12,33).
(Gianfranco Ravasi, La “ricchezza” in «Famiglia cristiana» (2006) 40,131).
Quello che non abbiamo cercato “Michail […] non si vantò mai delle grandi ricchezze che aveva accumulato.
Diceva che nessuno merita di possedere un centesimo in più di quanto è disposto a cedere a chi ne ha più bisogno di lui.
La notte in cui conobbi Michail mi disse che, per qualche motivo, la vita è solita offrirci quello che non abbiamo cercato.
A lui aveva concesso ricchezza, fama e potere, mentre desiderava soltanto la pace dello spirito e di poter tacitare le ombre che gli tormentavano il cuore…”.
(Carlo Ruiz ZAFÓN, Marina, Mondadori, 2009, 248-249).
La porta del cielo Un antico racconto degli ebrei della diaspora così dice: “Cercavo una terra, assai bella, dove non mancano il pane e il lavoro: la terra del cielo.
Cercavo una terra, una terra assai bella, dove non sono dolore e miseria, la terra del cielo.
Cercando questa terra, questa terra assai bella, sono andato a bussare, pregando e piangendo alla porta del cielo…
Una voce mi ha detto, da dietro la porta: “Vattene, vattene perché io mi sono nascosto nella povera gente.
Cercando questa terra, questa terra assai bella, con la povera gente, abbiamo trovato la porta del cielo”.
Chiesi a Dio Chiesi a Dio di essere forte per eseguire progetti grandiosi: Egli mi rese debole per conservarmi nell’umiltà.
Domandai a Dio che mi desse la salute per realizzare grandi imprese: Egli mi ha dato il dolore per comprenderla meglio.
Gli domandai la ricchezza per possedere tutto: Mi ha fatto povero per non essere egoista.
Gli domandai il potere perché gli uomini avessero bisogno di me: Egli mi ha dato l’umiliazione perché io avessi bisogno di loro.
Domandai a Dio tutto per godere la vita: Mi ha lasciato la vita perché potessi apprezzare tutto.
Signore, non ho ricevuto niente di quello che chiedevo, ma mi hai dato tutto quello di cui avevo bisogno e quasi contro la mia volontà.
Le preghiere che non feci furono esaudite.
Sii lodato; o mio Signore, fra tutti gli uomini nessuno possiede quello che ho io!” (Kirk Kilgour famoso pallavolista rimasto paralizzato nel ’76 a seguito di un incidente durante un allenamento.
La preghiera è stata letta da lui in persona di fronte al Papa durante il Giubileo dei malati a Roma) Quali sono i criteri per un giusto rapporto con il denaro? Il denaro serve in primo luogo a sostenere le spese necessarie per mantenersi.
Infatti, serve ad assicurarsi il sostentamento anche per il futuro.
È quindi sensato mettere da parte dei soldi e investirli bene, in modo da poter vivere nella vecchiaia senza paura della povertà e della miseria.
Ma nei confronti del denaro dobbiamo sempre essere consapevoli che è a servizio degli uomini e non viceversa.
Il denaro può dispiegare anche una dinamica propria.
Ci sono persone che non ne hanno mai abbastanza.
Vogliono averne sempre di più.
Ed eccedono nel preoccuparsi per la vecchiaia.
In ultima analisi diventano dipendenti dal denaro.
Nel rapporto con il denaro dobbiamo rimanere liberi interiormente e non lasciarci definire sulla base del denaro e nemmeno lasciarci dominare da esso.
Se giustamente si dice che il denaro è al servizio dell’uomo, allora non dovrebbe essere solo al mio servizio, ma anche a quello degli altri.
Con il mio denaro ho sempre una responsabilità nei confronti degli altri.
Le donazioni a favore di una causa buona sono solo una possibilità di concretizzare questa responsabilità.
Da dirigente d’azienda posso creare posti di lavoro sicuri mediante investimenti e, in questo modo, essere al servizio degli altri.
O sostengo progetti che aiutano a vivere in modo più umano.
Importante è l’aspetto del servizio agli altri e della solidarietà: soprattutto l’evangelista Luca ci ammonisce a tenere un atteggiamento di condivisione reciproca.
Ci sono risposte diverse relative al modo di investire bene denaro per il futuro.
Non da ultimo la decisione dipende dalla psiche del singolo.
Uno accetta più rischi, l’altro meno, perché preferisce dormire sonni tranquilli.
Ma anche qui si tratta di utilizzare i soldi in modo intelligente.
Tuttavia, è necessaria sempre la giusta misura, che argina la nostra avidità.
E sono  necessari criteri etici.
Non dovremmo depositare i soldi solo dove ottengono gli utili maggiori, ma piuttosto dove vengono tenuti in considerazione criteri etici.
Oramai molte banche offrono fondi etici, che investono solo in aziende che corrispondono alle norme della sostenibilità, del rispetto delle dignità umana e dell’ecologia.
Decisivo per il rapporto, con il denaro: non dobbiamo soccombere all’avidità.
È necessaria soprattutto la libertà interiore.
(Anselm GRÜN, Il libro delle risposte, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2008, 157-158).
«Una cosa ti manca» In che consiste la tristezza dell’uomo ricco? Nel suo fallire il proprio desiderio, nel lasciarsi vincere dalla paura che lo porta a preferire la sicurezza dei beni all’incertezza della relazione con Gesù, nel chiudersi all’amore, nel precludersi un futuro regredendo nel già noto del suo passato, nel cogliersi in maniera unidimensionale come «uno che ha molto», nel temere la sofferenza della vita interiore e del lavoro di ordinamento della propria umanità a cui Gesù lo invita (Mc 10,18-19).
Quest’uomo è posseduto da ciò che possiede e sembra dar ragione in anticipo a Marx quando scrive: «Più si ha e più è alienata la propria vita».
Proprio in questa condizione di «troppo pieno», di fiducia posta in beni esteriori che arrivano a schiavizzare mentre ci si crede liberi, risiede l’ostacolo che le ricchezze pongono alla salvezza.
Entrare nella relazione con Gesù e dunque nello spazio della salvezza implica il doloroso riconoscimento di un vuoto, di una carenza, di una ferita attraverso cui può farsi strada l’azione salvifica del Signore.
Non a caso l’uomo ricco è rinviato da Gesù a riconoscere la propria povertà interiore e profonda («Una cosa ti manca») e proprio lì egli fallisce: il possesso delle ricchezze dà sicurezza e consente di rimuovere il doloroso lavoro di riconoscere la propria mancanza.
In realtà, dice Gesù, non solo le ricchezze sono un ostacolo, ma la salvezza in quanto tale non è impresa possibile alle sole forze dell’uomo: ogni autosufficienza, di qualunque tipo, ostacola il Regno di Dio.
Ma, certamente, il possibile di Dio può incontrare l’impossibile degli uomini (Mc 10,27).
Quanto ai discepoli, che hanno abbandonato tutto ciò che possedevano per seguire Gesù, a loro è rivolta la promessa di Gesù del centuple quaggiù, insieme a persecuzioni, e la vita eterna.
C’è una benedizione insita nell’abbandonarsi al Signore, ma della promessa del Signore fanno parte anche le persecuzioni, dunque le contraddizioni, le difficoltà.
Se il discepolo sa che esse sono parte integrante della promessa del Signore, allora esse potranno non scoraggiarlo o indurlo ad abbandonare.
I privilegi come debiti La miseria impedisce di essere uomini.
La povertà come la concepisce il Vangelo non è per tutti quella di S.
Francesco d’Assisi, che abbandonò tutto.
Un direttore di azienda può essere povero secondo il Vangelo se ha coscienza che tutti i privilegi sono un debito.
Non è obbligato a proporsi l’ideale di lasciare tutto, ma di fare il suo mestiere, di operare affinché ci sia lavoro e salario giusto per tutti.
Se vive con questo pensiero, egli è povero secondo il Vangelo.
(Abbè Pierre)   Preghiera Signore, quando credo che il mio cuore sia straripante d’amore e mi accorgo, in un momento di onestà, di amare me stesso nella persona amata, liberami da me stesso.
Signore, quando credo di aver dato tutto quello che ho da dare e mi accorgo, in un momento di onestà, che sono io a ricevere, liberami da me stesso.
Signore, quando mi sono convinto di essere povero e mi accorgo, in un momento di onestà, di essere ricco di orgoglio e di invidia, liberami da me stesso.
E, Signore, quando il regno dei cieli si confonde falsamente con i regni di questo mondo, fa’ che io trovi felicità e conforto solo in Te.
(Madre Teresa di Calcutta)     * Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 1997-1998; 2002-2003; 2005-2006.
– COMUNITÀ MONASTICA SS.
TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade.
Tempo ordinario – Parte prima, Milano, Vita e Pensiero, 2010.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
– C.M.
MARTINI, Incontro al Signore risorto.
Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.
– @lleluia 3/C.
Animazione liturgica e messalino, Leumann, Elle Di Ci Multimedia, 2009.
             XXV DOMENICA TEMPO ORDINARIO   Lectio Anno c                                                                                    Prima lettura:  Amos 8,4-7          Il Signore mi disse: «Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese, voi che dite: “Quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere il grano? E il sabato, perché si possa smerciare il frumento, diminuendo l’efa e aumentando il siclo e usando bilance false, per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Venderemo anche lo scarto del grano”».
Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe: «Certo, non dimenticherò mai tutte le loro opere».
              v  Anche questo oracolo di Amos contro i mercanti disonesti, come il precedente insegnamento di Gesù, colpisce un sistema di ingiustizie ancor più dei singoli casi denunciati.
Destinatari sono coloro che calpestano, fino a soffocarli, i poveri, gli umili della terra.
Calpestatori sono i ricchi commercianti, rapaci e prepotenti.
Calpestati sono coloro che Dio ha più a cuore, come l’orfano, la vedova, l’oppresso (cf.
Is 1,17).
Sono gli umili della terra che Sofonia dirà i più fedeli e osservanti delle disposizioni di Dio e ai quali, per la salvezza di tutto il popolo, domanderà di continuare a cercare JHWH, di cercare la vera giustizia nella fedeltà all’alleanza e di accettare pure la miseria per umile sottomissione a lui (Sof 2,3).
Sono coloro che a sostegno della loro vita pongono la fiducia nel Signore (Sof 3,12), i poveri di JHWH, il vero popolo di JHWH.
     Amos delinea la mentalità e i comportamenti dei mercanti rapaci con un monologo messo loro in bocca, che traduce i loro intimi sentimenti.
Alla radice essi sono insofferenti della religione, se non proprio miscredenti.
Le loro prime espressioni suonano come se dicessero: le celebrazioni religiose ci rovinano gli affari! Il sabato e gli inizi del mese ci bloccano i commerci! Così si manifestano avidi di guadagni assai più che disponibili a Dio e al prossimo.
Di conseguenza sono volutamente imbroglioni, programmando la alterazione di monete e pesi e lo smercio degli scarti, e sono strozzini dei miseri e dei poveri.
È per questi comportamenti, sviluppatisi nelle classi dominanti del periodo monarchico, che i profeti denunciano la ricchezza come pregiudiziale di ingiustizia e anzi di empietà (cf.
Is 53,9), mentre nella condivisione comunitaria del tempo dei Patriarchi e dei Giudici era salutata solo come una benedizione.
     Ma Dio non resta indifferente ai soprusi.
Nell’ultimo versetto del brano, Amos ammonisce che JHWH si impegna con giuramento a non dimenticare le opere dei disonesti sfruttatori, cioè a punirle a suo tempo.
Lo giura per il vanto di Giacobbe.
La espressione non è chiara: può intendersi per l’orgoglio dei corrotti in Giacobbe oppure per l’onore con il quale Dio ha impegnato se stesso con il suo popolo (cf.
Am 6,8 e 1Sam 15,29).
In ogni caso si tratta della vendetta che JHWH farà per riportare la sua giustizia in mezzo al suo popolo.
Amos infatti prosegue annunciando prossimo il terribile giorno del Signore (Am 8,8-14), che sarà tenebre e non luce (Am 5,18).
E colloca il tutto fra le ultime due visioni: quella del canestro di frutta ormai matura che sta per essere staccata dall’albero (Am 8,1-3) e quella dell’abbattimento del santuario sopra i frequentatori indegni, a loro rovina (Am 9,1-4).
  Seconda lettura: 1Timoteo 2,1-8          Figlio mio, raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio.
Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità.
Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti.
Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto messaggero e apostolo – dico la verità, non mentisco –, maestro dei pagani nella fede e nella verità.
Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza contese.
                          v A Timoteo, nel primo capitolo di questa lettera, Paolo ricorda la particolare vigilanza verso le deviazioni nella fede, che ha motivato l’incarico affidategli di rimanere a Efeso (cf.
1Tm 1,3).
    Nel secondo capitolo passa alla parte costruttiva e gli raccomanda prima di tutto e a base di tutto la preghiera.
È quanto riportato in questo brano liturgico, che si apre e si chiude con tale raccomandazione.
Paolo si riferisce alla preghiera pubblica liturgica, della quale Timoteo è guida, e anche a quella privata dei fedeli, dovunque si trovino (cf.
v.
S).
E dice come va fatta.                                     Dev’essere universale anzitutto (v.
1), cioè esprimersi in tutte le forme sue proprie (domanda, suppliche, ringraziamenti) e a favore di tutti gli uomini.
Ma in modo particolare deve riguardare i re e i governanti (v.
2), perché siano in grado di garantire il bene comune e uno sviluppo della vita sociale nella pace e nella dignità di tutti.
    Per questo, sia la preghiera sia le cose che essa domanda si ricollegano ai disegni di Dio (vv.
3-4), alla sua volontà che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità.
Per questo ancora la preghiera va stabilita sulla mediazione dell’uomo-Dio Cristo Gesù (vv.
5-6) e più precisamente sul suo mistero di morte e resurrezione per il riscatto di tutti.
    Infine Paolo richiama a incoraggiamento la propria partecipazione al mistero di Cristo (v.
7), tutta opera della grazia che lo ha trasformato da bestemmiatore e persecutore violento ad apostolo e maestro dei pagani (cf.
1Tm 1,12-14).
    Tema del brano è dunque la preghiera.
Ma le dimensioni che Paolo le assegna la pongono alla radice dello sviluppo del nuovo popolo di Dio, quindi anche della giustizia dei poveri di JHWH (prima lettura) e della scaltrezza e affidabilità con le quali i figli della luce hanno da superare i figli di questo mondo (Vangelo).
  Vangelo: Luca 16,1-13          In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi.
Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno.
So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”.
Quello rispose: “Cento barili d’olio”.
Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”.
Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”.
Rispose: “Cento misure di grano”.
Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza.
I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti.
Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro.
Non potete servire Dio e la ricchezza».
    Esegesi      Abbiamo qui uno degli insegnamenti di Gesù, che Luca riunisce nei lunghi capitoli dedicati al ministero itinerante dalla Galilea alla Giudea (Lc 9,51-19,27), da lui presentato, più che come un viaggio geografico, come un itinerario formativo dei discepoli, dopo che lo hanno riconosciuto come il Cristo, perché sappiamo seguirlo fino alla croce.
L’insegnamento riguarda il buon uso delle ricchezze materiali e si sviluppa in due momenti: prima un racconto-parabola (vv.
1-8) e poi una serie di massime (vv.
9-73).
     La parabola (vv.
1-8) fa il caso di un amministratore incapace che, denunciato, non cerca scusanti e, costretto a pensare al futuro e ad altre situazioni della vita, si dà subito da fare per non restare travolto.
Per questo, si converte un poco anche all’amore del prossimo, ma perché gli conviene non per altruismo: un amore egoistico dunque.
E lo mette in atto con mezzi illeciti, condonando debiti ingenti a persone forse inguaiate per essi, e diventando pure imbroglione del suo padrone dopo che sperperatore.
Il padrone passa sopra alla disonestà del suo dipendente e ne loda invece la scaltrezza.
Ed è appunto la scaltrezza o avvedutezza l’insegnamento che Ges

Decimo Congresso nazionale di archeologia cristiana

Solitudine e comunione, si può sostenere, non si escludono a vicenda.
Sono interdipendenti e complementari.
È questa una verità che Cicerone evidenzia quando parla di se stesso come di persona «mai meno sola di quando è sola».
Una persona, in altri termini, può essere sola nel senso che non è nell’immediata compagnia di altri, e tuttavia, se vive un’intensa e creativa vita spirituale, nelle proprie profondità scopre un indissolubile vincolo di comunione con gli altri.
Ritiro non significa necessariamente isolamento, solitudine non implica lontananza e disinteresse.
Quanti sono compartecipi della nostra umanità possono essere fisicamente assenti, ma sono spiritualmente presenti.
La comunione può esistere a molti diversi livelli.
Dal suo deserto cristiano, Evagrio Pontico afferma la stessa cosa quando dice che il monachòs, con cui forse intende non solo il monaco ma proprio il solitario, è «separato da tutti e unito a tutti».
Questo descrive esattamente la situazione dell’anacoreta, uomo o donna che sia: «separato da tutti» esternamente, in termini spaziali o topografici, ma interiormente e spiritualmente «unito a tutti» attraverso la preghiera.
Come dice abba Lukios nei Detti dei padri del deserto, «se non impari prima a vivere con gli altri, non sarai capace di vivere in solitudine come dovresti».
Il futuro eremita deve prima essere provato e saggiato dall’esperienza della vita nel cenobio.
Come dovrebbe un solitario organizzare il suo tempo ogni giorno? Anche qui c’è varietà, ed è giusto che sia così.
Come afferma William Blake, «una sola legge per il leone e per il bue significa oppressione ».
San Cristodulos prevede che i suoi eremiti vivano di vegetali crudi e che mangino una volta al giorno di pomeriggio.
Una descrizione un po’ più completa del programma quotidiano dell’eremita e della sua dieta ci è fornita da un testimone del XIV secolo, san Gregorio Sinaita.
E gli divide il giorno in 4 periodi di tre ore ciascuno.
Partendo dall’aurora, il solitario esicasta impiega la prima ora del giorno in ciò che Gregorio chiama «ricordo di Dio attraverso la preghiera e la vigilanza del cuore », cioè in primo luogo la recitazione della preghiera di Gesù.
La seconda ora è dedicata alla lettura e la terza alla psalmodia, la recitazione del salterio.
Gregorio probabilmente prevede che il solitario conosca il salterio a memoria.
Il secondo e il terzo di questi periodi di tre ore sono consacrati alle stesse tre attività, nello stesso ordine.
Poi, alla decima ora del giorno il solitario prepara e consuma il suo pasto.
All’undicesima ora, se vuole, può prendersi un breve riposo.
Alla dodicesima ora recita vespro.
Per la notte Gregorio propone tre programmi alternativi.
Gli «incipienti» devono passare metà della notte svegli e l’altra metà dormendo, con mezzanotte come punto di divisione; non importa quale metà della notte è usata come veglia.
Quelli «a metà del cammino» (mesoi) devono passare le prime due ore della notte svegli, le successive 4 dormendo e le 6 restanti svegli.
Il «perfetto», aggiunge Gregorio con asciutto tocco di umorismo, non ha bisogno di dormire, per cui può passare tutta la notte stando in piedi e rimanendo sveglio.
Nelle ore di veglia della notte il solitario recita il mattutino (orthros) e probabilmente prima di esso il mesonykton, o ufficio di mezzanotte; poi, all’aurora, l’ora prima.
Il resto della veglia notturna si può passare ancora nella recitazione del salterio, nella lettura, e soprattutto nella pratica della preghiera di Gesù.
È significativo che il solitario non è esentato dalla recitazione dell’ufficio divino.
Ma cosa succede se non sa leggere? Gregorio non lo dice; probabilmente in questo caso si prevede che egli dica la preghiera di Gesù, e di fatto esistono regole precise, che specificano quante centinaia di preghiere di Gesù devono sostituire le diverse parti dell’ufficio divino.
Come nei regolamenti per Patmos, Gregorio prevede che il solitario mangi solo una volta al giorno, dopo l’ora nona e prima del vespro.
Egli non fa menzione di alcun pasto leggero prima di questo.
Probabilmente durante la quaresima il solitario, seguendo le normali regole ortodosse, non mangiava fino a dopo vespro.
Nella prima settimana di quaresima e nella settimana santa osservava indubbiamente un digiuno più rigoroso, come fanno molti monaci nei cenobi.
Gregorio permette al solitario di mangiare una libbra di pane al giorno, di bere due coppe di vino e tre di acqua.
Altrimenti il suo cibo deve consistere in «qualunque cosa sia a portata di mano, non qualunque cosa il tuo impulso naturale ricerca, ma ciò che la provvidenza provvede, da essere mangiato senza troppa spesa».
Questo probabilmente comprendeva verdure fresche, quando ce n’erano; perché molti eremiti, e tale è il caso al Monte Athos oggi, hanno un piccolo orto.
Ma come possiamo rispondere a san Basilio quando chiede: «Di chi laverai i piedi… se vivi in solitudine?».
Che servizio rende il solitario al mondo che lo attornia? Non è egoista e antisociale ritirarsi in reclusione, volgendo le spalle, così sembra, alle angosce e alle sofferenze degli altri uomini? Si tratta di una critica alla vita solitaria che è stata fatta spesso, già nel passato e più diffusamente nel nostro tempo.
Cosa rispondiamo? È ovviamente possibile replicare con le parole di Cristo: «Quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto» (Mt 6,6).
Cristo stesso si ritirava regolarmente «in un luogo deserto» per pregare (Mc 1,35; Lc 4,42).
Ma certamente, quando Cristo dice «chiudi la porta» parla di qualcosa che dobbiamo fare ogni tanto, in modo temporaneo, prima di tornare nuovamente ai doveri e alle richieste della nostra vita quotidiana in società.
Non suggerisce di tenere la porta costantemente chiusa.
Afferma semplicemente che nella vita di ogni persona attiva nel lavoro sociale occorre una dimensione di solitudine.
Cosa diremo dunque di coloro per i quali la solitudine è una condizione permanente? Fra tutte le possibili risposte alla domanda di san Basilio, la migliore a mia conoscenza è quella fornita da san Serafino: «Acquisisci la pace interiore – egli dice – e migliaia attorno a te troveranno la salvezza».
Il solitario è in grado supremo uno che cerca con la grazia di Dio di acquisire la pace interiore; ed è precisamente in questo modo che assiste agli altri.
Se in ogni generazione ci sono non più di un pugno di persone, uomini e donne, che nella reclusione hanno acquisito la pace del cuore, essi hanno sull’intera comunità umana che li circonda un effetto creativo che supera ogni calcolo (anche se naturalmente l’acquisizione della pace interiore è possibile anche a quelli che vivono in mezzo alla società).
Ora i solitari che hanno acquisito la pace interiore possono certamente aiutare gli altri uomini direttamente agendo da padri e madri spirituali, dando consigli a quanti vanno da loro di persona cercando assistenza.
Una guida di questo tipo fu l’eremita egiziano sant’Antonio, che nella seconda metà della sua vita divenne, con le parole del suo biografo sant’Atanasio di Alessandria, «un medico dato all’Egitto da Dio».
Ma le parole di san Serafino hanno un campo d’applicazione più ampio.
Attraverso la loro preghiera nascosta i solitari aiutano anche moltissimi altri ai quali la loro esistenza è totalmente sconosciuta.
Diventando fiamme ardenti di preghiera i solitari trasformano il mondo circostante solo con la loro esistenza, con il semplice fatto della loro segreta presenza.
È questo il fondamentale contributo fornito da chi è «separato da tutti e unito a tutti».
*metropolita ortodosso, Diokleia in “Avvenire” dell’8 settembre 2010

XXIV Domenica Tempo Ordinario Anno C

Preghiere e Racconti   Tornare a casa e stare dove Dio dimora (tratto dal libro di Henri J.M.
NOUWEN, L’abbraccio benedicente.
Meditazione sul ritorno del figlio prodigo, Brescia, Queriniana 21994, pp.
212.
Commento spirituale al dipinto di Rembrandt, +1669, attualmente nel museo di San Pietroburgo).
  Il figlio più giovane parte Andarsene da casa è molto più di un evento storico legato al tempo e al luogo.
E’ la negazione della realtà che appartengo a Dio in ogni parte del mio essere, che Dio mi tiene al sicuro in un abbraccio eterno, che sono veramente scolpito nelle palme delle mani di Dio e nascosto alla loro ombra.
Quando dimentico la voce del primo amore incondizionato, altri suggerimenti possono facilmente cominciare a dominare la mia vita e trascinarmi nel “paese lontano”: rabbia, risentimento, gelosia, desiderio di vendetta, sensualità, avidità, antagonismi e rivalità [«ti amo se sei bello, intelligente e ricco.
Ti amo se sei istruito, hai un buon lavoro e le giuste conoscenze.
Ti amo se produci molto, vendi molto e compri molto»] sono i segni evidenti che me ne sono andato da casa.
Il padre non poteva costringere il figlio a rimanere a casa.
Non poteva imporre con la forza il uso amore al prediletto.
Doveva lasciarlo andare in libertà, anche se sapeva il dolore che ciò avrebbe causato sia al figlio che a se stesso.
E’ stato l’amore a impedirgli di trattenere il figlio a casa a tutti i costi.
E’ stato l’amore a consentirgli di lasciare che il figlio vivesse la sua vita, anche a rischio di perderlo.
Sono amato a tal punto che Dio mi lascia libero di andarmene da casa.
La benedizione c’ è fin dall’inizio.
L’ho lasciata e persisto a lasciarla.
Ma il Padre continua a cercarmi sempre con le braccia tese per accogliermi di nuovo e sussurrarmi ancora all’orecchio: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto»   Il ritorno del figlio più giovane Il giovane abbracciato e benedetto dal padre è un uomo povero, molto povero.
L’unico segno di dignità che gli rimane è la piccola spada che gli pende dal fianco, l’emblema della sua nobiltà.
Pur in mezzo alla degradazione, non ha perso del tutto la consapevolezza di essere ancora il figlio di suo padre.
Vedo davanti a me un uomo che se n’è andato lontano in un paese straniero e ha perso tutto ciò che aveva con sé.
Vedo vuoto, umiliazione e sconfitta.
Lui che era tanto simile al padre, ora sembra peggiore dei servi di suo padre.
E’ diventato come uno schiavo.
Il figlio più giovane si rese pienamente conto della sua totale rovina quando più nessuno nel suo ambiente mostrò il benché minimo interesse nei suoi confronti.
Lo avevano tenuto in considerazione soltanto finché era stato utile ai loro interessi.
Ma quando non ebbe più denaro da spendere e doni da fare, per loro cessò di esistere.
E’ difficile immaginare cosa significhi essere un individuo del tutto estraneo, una persona cui nessuno mostra un qualche segno di riconoscimento.
La vera solitudine arriva quando non si riesce più a sentire di avere delle cose in comune.
Ogni volta che incontro una persona nuova, in lei cerco sempre qualcosa che si possa avere in comune.
Meno abbiamo in comune, più difficile è stare insieme e più ci sentiamo alienati.
Il figlio più giovane si era talmente sradicato da ciò che dà vita, -famiglia, amici, comunità, conoscenti, e persino vitto-, che si rese conto che la morte sarebbe stata il fatale prossimo passo.
In quel momento critico, quale molla lo fece optare per la vita? Fu la riscoperta della parte più profonda di se stesso: rimanere sempre il figlio del proprio padre.
E’ stata la perdita di ogni cosa a portarlo alla radice della sua identità.
Quando si è trovato a desiderare di essere trattato come uno dei porci, si è reso conto di non essere un porco, ma un essere umano, un figlio di suo padre.
Dio dice: «Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui…”.
Vogliamo accettare il rifiuto del mondo che ci imprigiona oppure rivendicare la libertà dei figli di Dio? A noi scegliere.
Quando Dio creò l’uomo e la donna a sua immagine, vide che quanto aveva fatto «era cosa molto buona», e, nonostante le voci oscure, né uomo né donna potranno mai cambiare quell’evento.
Nella strada di ritorno non preparare sceneggiature [«mi leverò e andrò da mio padre…»] devo semplicemente credere che anche se i miei fallimenti sono grandi «la grazia è ancora più grande».
Una delle più grandi provocazioni della vita è ricevere il perdono di Dio.
C’ è qualcosa in noi, essere umani, che ci tiene tenacemente aggrappati ai nostri peccati e non ci permette di lasciare che Dio cancelli il nostro passato e ci offra un inizio completamente nuovo.
Qualche volta sembra persino che io voglia dimostrare a Dio che le mie tenebre sono troppo grandi per essere dissolte.
Mentre Dio vuole restituirmi la piena dignità della condizione di figlio, continuo a insistere che mi sistemerò da garzone.
Ma voglio davvero essere totalmente perdonato in modo che sia possibile una vita del tutto nuova?    Il figlio maggiore parte Non si è perduto soltanto il figlio più giovane, che se n’ è andato da casa per cercare libertà e felicità in un paese lontano, ma anche quello che è rimasto.
Esteriormente faceva tutte le cose che si suppone faccia un bravo figlio, ma, interiormente, si era allontanato da suo padre.
Faceva il proprio dovere, lavorava sodo ogni giorno e adempiva tutti i suoi obblighi, ma era diventato sempre più infelice e meno libero.
[Sono nato, battezzato, cresimato nella Chiesa e sono stato obbediente ai miei genitori, insegnanti e al mio Dio.
Non sono mai scappato di casa, non ho mai sprecato il mio tempo e il mio denaro nella ricerca del piacere e non mi sono mai perduto in «dissipazioni e ubriachezze».
Per tutta la vita sono stato piuttosto responsabile, tradizionalista e legato alla famiglia.
Ma, con tutto ciò, posso in realtà essermi perduto proprio come il figlio più giovane.
Ho visto la mia gelosia, la mia rabbia, la mia permalosità, la mia caparbietà, il mio astio e soprattutto la sottile convinzione di essere sempre nel giusto.
Ero certo il figlio maggiore, ma perduto come il fratello minore, anche se ero rimasto a casa tutta la vita.
Avevo lavorato moltissimo nell’azienda agricola di mio padre, ma non avevo mai gustato pienamente la gioia di essere a casa].
Nel lamento del figlio maggiore [«ecco, ti ho servito da tanti anni…»] l’obbedienza e il dovere sono diventati un peso e il servizio è una schiavitù.
Il figlio giovane ha peccato in un modo che possiamo facilmente identificare.
Abbiamo un tipico fallimento umano, piuttosto facile da comprendere e compatire.
Lo smarrimento del figlio maggiore è molto più difficile da identificare.
Dopo tutto, faceva le cose perbene.
All’esterno era irreprensibile.
Ma, di fronte alla gioia del padre al ritorno del fratello più giovane, una forza oscura erompe in lui e ribolle in superficie.
Improvvisamente emerge una persona rimasta nascosta nel subconscio, anche se si era fatta sempre più forte e operante nel corso degli anni.
Dall’esperienza della mia vita, so con quanto zelo ho cercato di essere buono, ben accetto, amabile e di buon esempio agli altri.
Mi sono sforzato, in modo cosciente, di evitare le insidie del peccato e ho sempre avuto paura di cedere alla tentazione.
Ma nonostante questo, sono subentrati una severità e un fervore moralistici, -e perfino un tocco di fanatismo- che mi hanno reso sempre più difficile sentirmi a casa nella casa di mio Padre.
Sono diventato meno libero, meno spontaneo, meno allegro, e gli altri hanno finito per vedermi sempre più come una persona piuttosto “pesante”.
E’ il lamento che grida: «Ho faticato tanto, ho lavorato a lungo, mi sono dato sempre da fare e ancora non ho ricevuto quello che altri ottengono tanto facilmente.
Perché la gente non mi ringrazia, non mi invita, non si diverte con me, non mi rende omaggio, mentre presta tanta attenzione a coloro che prendono la vita con disinvoltura e noncuranza?».
E’ difficile vivere accanto a qualcuno che si lamenta e pochissime persone sanno come rispondere a chi rifiuta se stesso.
La tragedia è che spesso le lamentale, una volta espresse, conducono a ciò che più si teme, e cioè a un ulteriore rifiuto.
Ogni volta che ci lamentiamo per non saper accettare noi stessi, perdiamo la spontaneità al punto che non riusciamo più a lasciarci coinvolgere dalla gioia che è intorno a noi.
Gioia e risentimento non possono coesistere.
  Il ritorno del figlio maggiore Anche il figlio maggiore ha bisogno di essere ritrovato e ricondotto alla casa della gioia.
Che io sia il figlio minore o il figlio maggiore, l’unico desiderio di Dio è di portarmi a casa.
Arthur Freeman scrive: «Il padre ama ogni figlio e dà ad ognuno la libertà di essere ciò che vuole, ma non può dar loro la libertà che non si sentiranno di assumere o che non comprenderanno adeguatamente.
Il padre sembra rendersi conto, al di là dei costumi della società in cui vive, del bisogno dei propri figli di essere se stessi.
Ma egli sa anche che hanno bisogno del suo amore e di una “casa”.
Come si concluderà la storia dipende da loro.
Il fatto che la parabola non abbia finale garantisce che l’amore del padre non dipende da una conclusione appropriata del racconto.
L’amore del padre dipende solo da lui e fa esclusivamente parte del suo carattere.
Come dice Shakespeare in uno dei suoi scritti: “L’amore non è amore se muta quando trova mutamenti”».
  Il padre La risposta libera e spontanea del padre al ritorno del figlio più giovane non implica alcun confronto con il figlio maggiore.
Al contrario, desidera ardentemente farlo partecipare della sua gioia.
Il nostro Dio non fa paragoni.
Il cuore del padre va incontro ai due figli; li ama entrambi; spera di vederli insieme come fratelli intorno alla stessa tavola; vuole che sentano che, per quanto diversi, appartengono alla stessa casa e sono figli dello stesso padre.
Il padre quasi cieco vede un intero orizzonte.
La sua è una vista che comprende lo smarrimento de donne e uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, che capisce con compassione immensa la sofferenza di coloro che hanno scelto di andarsene da casa, che ha pianto un mare di lacrime quando si sono trovati nell’angoscia e nel dolore.
Il cuore del padre arde del desiderio di riportare i figli a casa.
Come avrebbe voluto parlare loro, metterli in guardia contro i tanti pericoli che avrebbero affrontato e convincerli che a casa si può trovare tutto quello che  cercano altrove! Quanto avrebbe voluto trattenerli con la sua autorità paterna e tenerli vicino a sé perché non si facessero del male! Ma il suo amore è troppo grande per comportarsi così.
Non può forzare, costringere, spingere o trattenere.
L’immensità del amore costituisce anche la sua sofferenza.
Tanto profondo è il dolore perché tanto puro è il cuore.
Dal profondo luogo interiore dove l’amore abbraccia tutto il dolore umano, il Padre raggiunge i suoi figli.
Dio ci ama prima che qualunque essere umano possa mostrarci amore.
Non sarebbe bello aumentare la gioia di Dio lasciandomi trovare e portare a casa da lui e celebrare insieme il mio ritorno? Non sarebbe meraviglioso far sorridere Dio dandogli la possibilità di trovarmi e amarmi prodigalmente? So accettare che sono degno di essere cercato? Credo che Dio desideri davvero stare soltanto con me?   Il padre esige che si faccia festa Mentre il figlio si è preparato ad essere trattato come un garzone, il padre esige che gli venga dato il vestito riservato agli ospiti di riguardo.
Il padre veste il figlio con i simboli della libertà, la libertà dei figli di Dio.
Dio vuole fare festa con noi.
Questo invito al banchetto è un invito all’intimità con Dio.
Dio si rallegra.
Non perché i problemi del mondo sono stati risolti, non perché tutto il dolore e la sofferenza umani sono giunti alla fine, e nemmeno perché migliaia di persone si sono convertite e ora lo stanno lodando per la sua bontà.
No, Dio di rallegra perché uno dei suoi figli che era perduto è stato ritrovato.
Ciò a cui sono chiamato è partecipare a quella gioia.
E’ la gioia di vedere un figlio che cammina verso casa.
Quando ancora sei lontano, vede e ti corre incontro Padre, dice il figlio minore.
Quale misericordia, quale tenerezza in colui che, pur essendo stato offeso, non rifiuta di sentirsi dare il nome di padre! Dice il figlio: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te (Lc 15,18) […] Così diceva dentro di sé il figlio.
Ma non basta parlare se non vieni al Padre.
Dove cercarlo, dove trovarlo? Innanzitutto alzati! Lo dico per chi stava seduto e dormiva.
Per questo l’Apostolo dice: Alzati, o tu che dormi, e levati di tra i morti (Ef 5,14) […] Alzati, vieni di corsa in chiesa: qui c’è il Padre, qui c’è il Figlio, qui c’è lo Spirito santo.
Ti corre incontro colui che ti sente conversare nel segreto del tuo cuore.
Quando ancora sei lontano, vede e ti corre incontro.
Vede nel tuo cuore, corre perché nessuno ti trattenga e per di più ti abbraccia.
Nel suo correre incontro vi è la sua prescienza, nell’abbraccio la misericordia e, vorrei dire, vi sono i sentimenti del suo amore paterno.
Si getta al collo di chi è caduto per rialzarlo e perché si volga al cielo a cercare il suo Creatore colui che è oppresso dai peccati e chino verso le cose terrene.
Cristo ti si getta al collo per toglierti dalla nuca il giogo della schiavitù e porre sul tuo collo il giogo soave (cfr.
Mt 11,30).
Non vi sembra che si sia gettato al collo di Giovanni, quando questi riposava sul petto di Gesù, con la testa rivolta all’indietro? E così il Verbo che era presso Dio vide (cfr.
Gv 1,1), poiché era rivolto alle altezze.
Il Signore vi si getta al collo quando dice: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e io vi darò riposo; prendete su di voi il mio giogo che è leggero» (cfr.
Mt 11,28-30).
(AMBROGIO, Sul vangelo di Luca 7, 224.229-230, SC 52, pp.
93-95).
  * Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 1997-1998; 2002-2003; 2005-2006.
– COMUNITÀ MONASTICA SS.
TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade.
Tempo ordinario – Parte prima, Milano, Vita e Pensiero, 2010.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
– C.M.
MARTINI, Incontro al Signore risorto.
Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.
– @lleluia 3/C.
Animazione liturgica e messalino, Leumann, Elle Di Ci Multimedia, 2009.
 XXIV DOMENICA TEMPO ORDINARIO   Lectio Anno c                                                                                    Prima lettura: Esodo 32,7-11.13-14          In quei giorni, il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito.
Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”».
Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervìce.
Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori.
Di te invece farò una grande nazione».
Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente? Ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”».
Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.
       v  Questa lettura viene oggi utilizzata per introdurre il tema più ampiamente sviluppato nella lettura evangelica: quello della misericordia di Dio, che rinunzia a punire il popolo, responsabile di un gravissimo peccato, grazie all’intercessione di Mosé.
     Il racconto del vitello d’oro, che gli Israeliti avrebbero costruito per raffigurare il Dio che li aveva tirati fuori dall’Egitto, appartiene a una sezione del libro dell’Esodo (quella dei cc.
32-34) in cui si intrecciano in maniera inestricabile le tradizioni più antiche del Pentateuco.
In particolare, il racconto del vitello d’oro della nostra lettura pare che derivi direttamente dal testo di 1 Re 12,26-28, dove si racconta come Geroboamo, che si era ribellato al figlio di Salomone, di ritorno dall’Egitto, per spezzare ogni vincolo tra le tribù ribelli settentrionali e Gerusalemme, fece fare due torelli d’oro e disse: «Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto» (v.
28).
Questa dipendenza può spiegare pienamente l’identità della stessa frase nella nostra lettura (v.
4).
     La colpa qui attribuita agli Israeliti è quella di essere scivolati verso l’assimilazione con i popoli pagani loro contemporanei: con i Cananei, che rappresentavano Bahal-Hadad, dio della tempesta, a cavalcioni su un toro, con una folgore in mano; con gli Egiziani, che a Heliopolis rappresentavano Osiride incarnato nel toro-Apis e a Menfi adoravano il toro-Mnevis nel tempio di Ptah.
     Per la nostra liturgia, sono particolarmente importanti i vv.
13-14, nei quali Mosé, nella figura dell’intercessore, espone la ragione principale che può indurre Dio a perdonare quella colpa: la promessa da lui fatta, con giuramento, ai suoi servi Abramo, Isacco e Giacobbe (Israele).
  Seconda lettura: 1Timoteo 1,12-17          Figlio mio, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento.
Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.
Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io.
Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.
Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli.
Amen.
              v Nel tempo ordinario, la seconda lettura è indipendente dalle altre due, che sono invece tra loro coordinate.
Non accade spesso dunque che il tema di quella si armonizzi perfettamente, con quello delle altre due.
Ciò capita per l’appunto questa domenica.
L’autore della prima a Timoteo (che quasi certamente non è lo stesso s.
Paolo) traccia, nel brano che fa da nostra seconda lettura, il modello ideale di un pubblico rendimento di grazie alla divina misericordia, che vuole salvi tutti i peccatori.
     Il motivo del ringraziamento, che faceva parte del protocollo epistolare antico, è qui sviluppato mediante il procedimento dell’antitesi tra il prima e il dopo dell’incontro di Paolo con Cristo.
Almeno in tre passi delle lettere autentiche di Paolo è tracciato un analogo passaggio tra il prima e il dopo: In Gal 1,13-17; in 1 Cor 15,8-10; in Fil 3,6-14.
Ma in nessuno di questi testi il passato di Paolo è descritto come privo di fede e peccaminoso (un bestemmiatore…); che anzi sempre si insiste sul suo zelo per Dio e la sua legge.
È invece negli atti degli Apostoli (9,1-16; 22,1-15; 26,9-18) che il prima di Paolo è qualificato negativamente, come quello di un bestemmiatore e del persecutore spietato, che repentinamente, dopo, diventa strumento scelto per il Vangelo di Gesù.
Il ritratto di Paolo qui delineato è dunque più vicino a quello che di lui è tracciato nel libro degli Atti, anziché al suo stesso autoritratto.
Anche l’espressione «agivo per ignoranza, lontano dalla fede» riporta Paolo alla condizione dei pagani che, secondo Atti 17,30, appartenevano «ai tempi dell’ignoranza».
La descrizione a tinte fosche serve all’autore della prima a Timoteo per mettere in risalto la misericordia di Dio, manifestatasi mediante la grazia di Gesù Signore nostro.
Serve soprattutto per giungere all’enunciazione di una specie di professione di fede, ritenuta «degna di fede e di essere accolta da tutti», cioè che «Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori».
    Questa succinta professione di fede sintetizza bene il principale messaggio contenuto nella liturgia di questa domenica.
  Vangelo: Luca 15,1-32          In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo.
I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”.
Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”.
Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli.
Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”.
Ed egli divise tra loro le sue sostanze.
Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto.
Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno.
Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci.

Se hai una montagna di neve, tienila all’ombra.

E’ stato presentato in “Controcampo Italiano” il film documentario Se hai una montagna di neve, tienila all’ombra, diretto da Elisabetta Sgarbi ed Eugenio Lio ed ispirato alla omonima raccolta di poesie di Tito Balestra.
Un viaggio lungo l’intera Penisola dello scrittore Edoardo Nesi e dello stesso Lio consistente in una sorta di inchiesta sulla situazione e lo stato della cultura in Italia.
Domande asciutte e fondamentali quanto imbarazzanti per molti degli (imbarazzati) intervistati, che si tratti dei nomi noti della cultura nostrana che della più numerosa schiera della cosiddetta gente comune; oppure viatico per illuminanti parole offerte da una ristretta minoranza: da Franco Battiato al lavoratore delle saline siciliane; da Umberto Eco all’agricoltore padano; da Manlio Sgalambro al pescatore lungo il corso del Po.
Primi piani semplicissimi ed implacabili che molto ricordano i pasoliniani Comizi d’amore, come i ragazzi e le ragazze di Campo de’ Fiori a Roma nella loro inconsapevole e toccante contraddittorietà o l’arditissimo Antonio Rezza che tira in ballo nientemeno che Elias Canetti per esporre il suo spiazzante parere sul tema.Tra i volti partecipanti, un’esperienza interessante è stata quella di Arialdo Ceribelli, gallerista di Bergamo e studioso della ricerca estetica del pittore ed incisore Gianfranco Ferroni; collaboratore di Elisabetta Sgarbi alla quale nel 2002 ha commissionato il mediometraggio La notte che si sposta – Gianfranco Ferroni, intervistato sul film ha affermato che “il lavoro della Sgarbi e di Loi è particolarmente importante in quanto mette in luce come sia complesso parlare di cultura e come sia facile scadere nella banalità; e quanto sia però utile discuterne in un momento difficile come quello che stiamo attraversando, soprattutto attraverso il linguaggio lucido e poetico dei registi”.
Il film è dedicato a Luciano Emmer e a Tito Balestra.

Giovanni Reale: “Ma Platone aveva previsto questa Italia”

L’intervista Giovanni Reale, lei si definisce filosofo cattolico.
È così? «Credente, cristiano, cattolico in senso agostiniano, ma molto liberale».
Cosa vuol dire? «Essere cristiano significa aver incontrato una persona, Cristo, che il credente pensa sia Dio fattosi uomo nella storia.
La sua presenza, inoltre, per chi crede in lui non è limitata al tempo in cui è vissuto, ma è eterna.
La fede dura sulla Terra finché qualcuno continua a credere alla presenza eterna di Cristo nella storia.
Quando si dirà “Cristo è stato e non è più” la fede sparirà».
In che senso si sente vicino ad Agostino? «Agostino non dogmatizza il pensiero, ma lo trasforma in vita spirituale vissuta».
Oggi per il pensiero cristiano è un’epoca felice o infelice? «È infelice per il pensiero filosofico.
Uno dei più intelligenti filosofi contemporanei, Jürgen Habermas, scrive: “La filosofia non è più autorizzata a intervenire in modo diretto nei problemi morali.
Proprio nelle questioni per noi più rilevanti la filosofia si limita a indagare le caratteristiche formali dei processi di autocomprensione, facendo astrazione dai loro contenuti.
È la massima infelicità».
E la politica? «Anche quella non interviene più direttamente.
È per questo che si pubblica un libro al giorno o su Agostino o di Agostino.
Platone, da parte sua, è molto più venduto di qualsiasi altro filosofo di qualunque tempo».
E questo come mai? «Perché è arrivato alla radice dei problemi ed è un grande scrittore».
Ma San Tommaso e Aristotele? «Hanno straordinarie doti speculative.
Però parlano solo a chi è interessato, al pensatore astratto, e meno all’uomo».
Lei parla di queste e altre cose nel film «Se hai una montagna di neve tienila all’ombra».
«È un lungo documentario di Elisabetta Sgarbi sulla cultura e la lettura che è stato appena presentato al Festival di Venezia nella sezione Controcampo Italiano.
Tenga presente che si è diffuso in televisione e nei giornali un concetto di cultura assolutamente sbagliato.
Per esempio, si dice che lo sport, quello che viene trasmesso in televisionee, è cultura al più alto livello.
Io ho detto, invece, che in realtà è “controcultura”.
Sbagliano quelli che fanno cultura non a 360 gradi.
Io pubblico nelle mie collane da Marx ai mistici.
La cultura è cibo spirituale di cui l’uomo ha un bisogno assoluto.
L’uomo ricerca la verità e secondo Hegel lo fa seguendo tre strade: l’arte, la filosofia e la religione.
Il primo grande manifesto che lo teorizza attraverso l’arte è la Stanza della Segnatura di Raffaello, in Vaticano».
A settembre usciranno tre suoi volumi in cofanetto e un film di Elisabetta Sgarbi che ha avuto il permesso da Antonio Paolucci, dopo 40 anni di proibizione, di filmare quel luogo altamente simbolico.
Ma che cos’è la Stanza della Segnatura? «Era la biblioteca privata del Papa: la rappresentazione del concetto rinascimentale di cultura che si amplia notevolmente rispetto al Medioevo e la prova mostrata in modo stupendo di come l’uomo cerca la verità attraverso l’arte, la filosofia e la religione.
Del resto alcune volte nel verso profondo di un grande poeta si dicono molte cose in più che in un trattato di filosofia» L’Italia di oggi vista da un filosofo va avanti o va indietro? «Da un punto di vista generale succede che i nostri giovani risultino, rispetto a tutti gli altri giovani del mondo, i più preparati in filosofia.
E c’è una ragione.
Il merito è di Croce e Gentile.
Abbiamo tuttora il beneficio di quelle grandi riforme.
Sono invece atterrito dall’attuale situazione politica che corrisponde a quello che Platone descrive come “il momento in cui per eccesso di libertà e di licenza, ed essendo l’unico interesse quello per la ricchezza, si rischia di cadere in una forma di tirannide”.
Per esempio, i tre mali supremi che colpiscono la gioventù indicati da Platone sono identici a quelli di oggi: lui parlava di forme di ebbrezza, di eccesso dell’amore sessuale e di melancolia: che corrisponde alla depressione, il male oggi più diffuso».
Secondo lei Papa Benedetto XVI è un filosofo? «Di grande levatura e non a caso ama la cultura, l’arte e la musica.
Sono molto d’accordo su tante delle sue affermazioni e divido con lui l’ambito culturale tedesco in cui si è formato».
Quello che accade oggi nella Chiesa le sembra positivo? «La Chiesa deve essere sempre più in questo mondo, ma non con la logica di questo mondo.
Cristo ha detto a Pilato: “Il mio regno non è di questo mondo”.
Da agostiniano, credo che la Chiesa debba distinguersi dai palazzi vaticani.
Ogni filosofia che si sposi con il messaggio cristiano fa parte della Chiesa: il messaggio cristiano non è limitabile da alcuna cultura e non è vincolabile.
Come è detto nell’enciclica “Fides et ratio” di Giovanni Paolo II, ispirata dalle idee dell’allora cardinale Ratzinger».
in “La Stampa” del 5 settembre 2010

The Accordion: alla 67. ma Mostra di Venezia

 Prima di vedere il suo breve e commovente Accordion, che ha inaugurato alla 67.
ma Mostra di Venezia le Giornate degli Autori, è stata letta davanti ad una platea gremitissima ed attenta, la Lettera che il regista iraniano ha inviato a Roberto Barzanti e a Giorgio Gosetti, essendo impossibilitato a lasciare l’Iran, “reo” di fare  film per la gente e  per la società..
Panahi – arrestato a Teheran il 2 marzo scorso e rilasciato alla fine di maggio, dietro pagamento di una cauzione di circa 200mila dollari.
  – non è venuto a Venezia, però le sue parole scritte sono come terribili macigni lanciati contro il suo governo che reprime violentemente la libertà di espressione.
Tantissimi sono stati gli applausi alla fine del suo breve  film che  è un auspicio alla tolleranza e alla capacità di comprensione Cosa abbiamo visto Il cortometraggio The Accordion è stato girato a Teheran da Jafar Panahi, il premiato  autore iraniano di The Circle / Il cerchio, presentato il 1 settembre 2010, nella giornata inaugurale delle Giornate degli Autori, mentre  il 2 settembre, si terrà un dibattito con il regista iraniano Mazdak Taebi sui temi trattati nella sua opera con la partecipazione della stampa internazionale, e una masterclass con giovani cinefili provenienti da tutti i paesi dell’Unione europea.
The Accordion riflette l’ emozione di Panahi di fronte agli accadimenti ed esprime la sua  maniera di osservare la realtà.
È la storia di due giovani musicisti ambulanti che si vedono sottrarre la fisarmonica a causa di un incidente.
In questo breve ed intenso racconto c’è tutto il suo universo poetico , una metafora sulla comprensione delle nuove generazioni che scelgono la condivisione al posto del conflitto.
 Il cortometraggio ‘The Accordion’, é prodotto da Art for The World’Then and now, Beyond Borders and Differences sulla tolleran all’interno del nuovo progetto za e la consapevolezza della complessità delle culture.
Ma a  Panahi bisognerebbe comunicare che tutta la gente che ama il cinema e coloro che lo sanno fare come lui, non solo sostengono  la sua lotta ma condividono sinceramente la sua ricerca per la libertà di espressione e di vita.
Di: Maria – Elisa- Antonio Marotta

L’intima mano.

EMANUELE SEVERINO, L’intima mano.
Europa, filosofia, cristianesimo e destino, Adelphi 2010, pp.
179 euro 26,00 L’ultimo libro di Emanuele Severino, pubblicato da Adelphi e del quale anticipiamo in questa pagina un brano, si intitola L’intima mano.
Europa, filosofia, cristianesimo e destino (pp.
188, 26).
Cosa significa «intima mano?».
Per meglio comprendere tale locuzione occorre ritornare al giorno di Natale del 1784, quando Herder visitando Goethe gli donò gli Opera postuma di Spinoza.
E proferì queste parole: «Rechi oggi il santo Cristo in dono di amicizia il santo Spinoza».
Il gesto era carico di significati, anche perché il filosofo ebreo odiato e dimenticato per oltre un secolo stava per essere riscoperto dall’idealismo tedesco, a cominciare da Jacobi, Fichte, Schelling, Hegel, in un crescendo che porterà decenni più tardi Nietzsche a vedere in lui il pensatore «più vicino».
Herder aggiunse: «Quale intima mano congiunge i due in uno?».
In questa raccolta di scritti «molto organizzati», Severino si propone di «andare più a fondo della risposta a cui Herder può aver pensato»; ovvero rilevare che il legame tra Cristo e Spinoza accomuna anche tutte le grandi opposizioni dell’Occidente (illuminismo e coscienza religiosa, Cristo e demonio nel dialogo del Grande Inquisitore dei Fratelli Karamazov eccetera).
Sottolinea che non si può distruggere nulla senza creare qualcosa, e che il produrre distruggendo è anche alla radice della teologia di Cristo, «creatore e distruttore».
Questo ultimo libro esce nel primo anniversario della scomparsa di Esterina, la moglie di Severino, che cade il 5 settembre.
Ma a lei il filosofo dedicherà un saggio a cui sta lavorando da quattro anni, che sarà ultimato entro la fine del 2010, nel quale svilupperà la linea primaria del suo discorso, accanto a Destino della necessità (1980), La gloria (2001), Oltrepassare (2007).
Intanto si registra una incessante pubblicazione di studi sul suo pensiero, mentre la Morcelliana in ottobre riproporrà le lezioni universitarie tenute alla Cattolica di Milano nel 1968.
Severino confessa di sentirsi in debito rispetto a molti interlocutori, soprattutto con Carlo Scilironi (Università di Padova) e Andrea Tagliapietra (San Raffaele).
E ora invita a riflettere su questa «intima mano» che unisce le molte opposizioni dando loro un’unità.
Il libro — al quale ha atteso anche in ospedale, durante gli ultimi giorni della moglie Esterina — è un tentativo di configurare la struttura di fondo degli antagonisti.
Dio crea Adamo e Adamo vuole distruggere Dio mangiando la mela: creazione distruttiva; Dio è d’accordo con Adamo e il serpente.
Del resto, negli scritti di Severino «l’intima mano» è anche la Follia estrema che oggi domina l’intero pianeta.
di Armando Torno in “Corriere della Sera” del 3 settembre 2010

XXIII Domenica Tempo Ordinario Anno C

XXIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO   Lectio Anno c                                                                                    Prima lettura: Sapienza 9,13-18          Quale, uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore? I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni, perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla opprime una mente piena di preoccupazioni.
A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi ha investigato le cose del cielo? Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito? Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra; gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito e furono salvati per mezzo della sapienza».
       v È un brano della preghiera di Salomone per ottenere la sapienza.
Lo spunto è preso dai testi di 1Re 3,6-9 e 2Cr 1,8-10, in cui il Signore invita Salomone a fargli delle richieste che egli avrebbe esaudite e questi non chiede lunga vita, né ricchezza, né la morte dei suoi nemici, ma domanda solo la saggezza per governare bene il suo popolo.
Questa richiesta piace al Signore, che l’esaudisce donandogli il discernimento.
     La strofa della preghiera che viene letta in questa domenica insiste sul tema della debolezza umana e ha al suo centro ancora la richiesta della sapienza (v.
17).
I progetti del Signore infatti per la vita dell’uomo sono celesti e si possono comprendere solo con uno spirito che viene dall’alto.
Solo con il dono del discernimento l’uomo può percorrere la via che lo conduce alla salvezza.
Senza il dono della sapienza e dello spirito, considerato come fonte di rinnovamento e di vita interiore, non è possibile per l’uomo conoscere la volontà di Dio e trovare la vita.
     Questo tipo di sapienza non si ottiene con i propri sforzi: può essere solo invocata dall’alto.
      Seconda lettura: Filemone 1,9-10.12-17          Carissimo, ti esorto, io, Paolo, così come sono, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù.
Ti prego per Onèsimo, figlio mio, che ho generato nelle catene.
Te lo rimando, lui che mi sta tanto a cuore.
Avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo, ora che sono in catene per il Vangelo.
Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario.
Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore.
Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso.
                          v La lettera a Filemone conta in tutto 25 versetti: è la più breve dell’epistolario paolino.
Paolo parla di se stesso come prigioniero per Gesù Cristo.
Forse si trova a Roma, perché la sua situazione non è molto dissimile all’arresto domiciliare romano descritto in Atti 28.
L’apostolo chiede a Filemone di accogliere lo schiavo Onesimo, che era fuggito dal padrone — forse per malefatte — non più come schiavo ma come fratello nel Signore.
Dice di averlo generato, perché Onesimo era diventato cristiano per opera sua durante la prigionia.
Paolo non contesta la validità giuridica e sociale della schiavitù.
Inserendo però in quella tremenda struttura lo spirito del vangelo, la faceva scoppiare dal suo interno.
  Vangelo: Luca 14,25-33          In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù.
Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
    Esegesi      Gesù sta parlando alle folle e indica loro quali siano le condizioni per seguirlo e per essere suoi discepoli.
Egli vuole essere scelto come l’assoluto e determinante nella vita del discepolo.
     Chi vuole seguire la vita di Cristo deve «non amare» il padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli e le sorelle.
Gesù ha spiegato con la vita che cosa significhi.
Ecco le sue parole alla madre e al padre quand’era ancora ragazzo: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2,49).
E durante la vita pubblica: «mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,21).
Solo chi è veramente libero da ogni affetto che lo trascini a adorare gli idoli dei genitori, dei parenti e degli amici, può mettersi in cammino con Gesù Cristo.
     Una seconda condizione è odiare la «propria vita».
I progetti di Gesù sulla vita del discepolo sono sempre sorprendenti.
Solo chi è disposto a lasciare che i propri progetti vengano sconvolti può mettersi in cammino con lui.
     La terza condizione è «portare la propria croce».
La croce è il simbolo della storia concreta e personale di ogni uomo e donna chiamati a seguire Gesù.
Significa vincere ogni giorno la seconda tentazione che Gesù ha avuto all’inizio della vita pubblica, quella di chiedere miracoli a Dio, perché si è scontenti della propria situazione familiare, sociale, ecclesiale.
Non è possibile seguire Gesù mormorando continuamente nel proprio cuore come la generazione testarda del deserto.
     Quarta condizione: «rinunciare a tutti i propri averi».
Gesù è il vero figlio d’Israele che ha compiuto le esigenze del credo ebraico recitato ogni giorno, lo shemà, in cui si dice di amare Dio con tutte le forze, o meglio — secondo traduzione aramaica del tempo — con tutto mammona.
Anche il discepolo, che vuole seguire Gesù, diventerà un vero figlio d’Israele, se amerà Dio rinunziando a tutti i propri averi.
Si farà così un tesoro nel cielo e allora anche il suo cuore sarà nel cielo, ma solo da lì discende la vita vera, e la felicità piena.
  Meditazione      La sapienza come coscienza della alterità del volere di Dio rispetto al volere umano per poter abitare la distanza fra uomo e Dio (I lettura) e rendere praticabile l’«impossibile sequela» del Cristo (vangelo): questa può essere colta come tematica unificante le letture odierne.
La sapienza evangelica consiste nel calcolare ciò che non è calcolabile e predisporsi con libertà e amore alla rinuncia radicale che sola consente la sequela Christi.
     «In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù.
Egli si voltò e disse loro:  …» (Lc 14,25 ss.).
La quantità, il numero, non incanta Gesù, anzi lo preoccupa.
Gesù non esita a mettere in guardia i tanti che lo seguono ponendoli di fronte alle esigenze dure della sequela e quasi scoraggiandoli.
Dovrebbe preoccuparci il fatto che questa preoccupazione di Gesù non sia la nostra e che noi ci preoccupiamo proprio del contrario, del numero basso, della scarsità dei praticanti.
A costo di perdere aderenti, Gesù non esita a proclamare con vigore la durezza delle esigenze della sequela.
L’esigenza non va edulcorata illudendo circa la facilità della sequela.
Seguire Gesù forse è semplice, ma certamente non è facile.
Anzi, Gesù per tre volte (Lc 14,26.27.33) parla di una impossibilità: «Non può essere mio discepolo».
Vi sono condizioni da ottemperare, pena il fallimento della sequela, la sua impraticabilità.
     Anzi, in fondo non vi è che una esigenza imprescindibile che si situa sul piano della relazione con Gesù, il Signore («viene a me», «mio discepolo», «viene dietro a me») e non sul piano delle prestazioni.
La sequela richiede, come istanza basilare, di rivolgere al Signore tutto il cuore: essa è un evento nell’ordine dell’amore, e l’amore è un lavoro, una fatica, un’ascesi.
Evento di amore, la sequela è, simultaneamente, evento di libertà.
Le esigenze della sequela che Gesù pone al discepolo sono la necessaria pedagogia verso la libertà e l’amore.
     I legami famigliari (Lc 14,26), il possesso di beni (Lc 14,33), l’attaccamento stesso alla «propria vita» (Lc 14,26) sono chiamati a vedere regnare il Signore su di essi.
Si tratta di amare il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze.
E se l’amore è questione di spazio interiore, di far spazio all’altro, allora esso si nutre della preziosità del vuoto, della ricchezza della mancanza, della grazia della carenza.
Al contrario, il possesso, colmandoci, ci ottura interiormente, ci sazia, ci chiude in noi stessi, ci rende preoccupati di noi stessi, impedendoci di riconoscere la povertà profonda che è lo spazio aperto all’accoglienza dell’amore.
Il carattere esigente della sequela di Gesù è connesso alla difficoltà di apprendere l’arte di amare, ed è connesso al nostro preferire la facilità del possedere cose alla fatica della libertà e dell’amore.
Gesù chiede ai suoi seguaci di porre al cuore delle relazioni con le persone a loro care la relazione con lui.
Ma questo significa porre al cuore del nostro cuore la relazione con il Signore.
Insomma, le esigenze della sequela sono le esigenze dell’amore.
     La sequela è esigente perché il discepolo è chiamato non solo a iniziare, ma anche a portare a compimento (Lc 14,28.30).
Come per costruire una torre o affrontare una battaglia vi è un indispensabile, così anche per la sequela.
Ma l’indispensabile per la sequela è la disponibilità a perdere tutto, non solo i beni, ma anche «la propria vita» (Lc 14,26).
Il bene da possedere è la rinuncia ai beni e l’arte da imparare è l’arte di perdere, di diminuire, di non cadere nelle maglie del possesso, della logica dell’avere.
Gesù «svuotò se stesso» (Fil 2,7); «Dio è Dio perché non ha niente» (Barsanufio).
Occorre libertà e leggerezza per condurre a termine il lungo cammino della vita percorso come sequela di Cristo.
L’amore è chiamato a divenire responsabilità e la libertà perseveranza: lì si situa la necessaria rinuncia, purificazione, spogliazione.
Le esigenze della sequela hanno dunque a che fare con il tutto della persona (il suo cuore) e con il tutto del suo tempo, con la durata della sua vita.
E ci mettono in guardia dal rischio di lasciare a metà l’opera intrapresa.
     Preghiere e Racconti   La rinuncia a se stessi Quando una situazione umana ci chiede una totale rinuncia a noi stessi, istintivamente cerchiamo il compromesso o semplicemente imbocchiamo la strada della fuga; ci accomuniamo agli apostoli, che anch’essi sono fuggiti di fronte al realismo della Passione di Gesù.
A tanti livelli e su tanti piani dobbiamo cercare di smascherare le forme di fuga che caratterizzano il nostro preteso “servizio agli altri”.
Quante volte a livello della famiglia, ci lasciamo andare alla ricerca soltanto della gratificazione, dell’affermazione di noi stessi e non accettiamo le persone che ci sono vicine, così come sono, nella loro realtà; le vorremmo sempre diverse e ci arrovelliamo? Quante volte nell’ambito professionale ci lasciamo trascinare solo dall’interesse e non cerchiamo di rendere un servizio fino in fondo, servizio che ci chiede di uscire da noi stessi, di prendere parte in qualche modo alla croce e di partecipare alla sua forza rivelatrice? Quante volte di fronte alle richieste che i nostri fratelli avanzano, noi manifestiamo disagio, stizza, rifiuto? Ecco: tante realtà semplici della nostra vita quotidiana in cui Gesù dalla croce ci chiede di operare una profonda conversione, di metterci davvero in ginocchio davanti alla croce per coglierne il realismo e la fedeltà che cambiano la vita.
Donarsi a tutti non appartenendo a nessuno Il sacerdote deve amare tutti non appartenendo a nessuno.
Un modo di sentire che non rientra nella percezione comune.
Si tratta di amore che prevede di darsi senza ricevere un amore simmetrico, perché la mercede egli la ottiene non dall’amore umano ma da quello divino.
Sembra una scissione innaturale dell’amore, che prevede nella dinamica umana la partecipazione simultanea.
Io ti amo perché mi ami, e sento di doverti amare sempre più, perché tu possa voler bene ancora di più.
Quello del sacerdote è invece un amore gratuito, che manca della parte che proviene dall’altro.
E per questo egli giunge ad amare anche chi non lo ama, chi lo ignora, persino chi lo detesta.
Si tratta di un paradosso che però è ben rappresentato nella figura di Cristo, che non solo ha detto di amare anche i nemici e di perdonare chi ci ha procurato danno e dolore, ma addirittura di porgere l’altra guancia per essere pronti a ricevere un altro affronto, un’altra mortificazione.
Del danno ingiustamente subito si offre il pieno perdono e la totale comprensione fino a stabilire che la violenza non fa parte mai della risposta del sacerdote, perché egli non fa altro che imitare Cristo, che così ha detto e così ha mostrato di fare.
[…] Non vi è dubbio che questa condizione d’amore è difficile, ma il sacerdote è anche consapevole di potersi fondare sulla forza di un amore ideale, di un amore verso Dio.
La parola “ideale” è probabile che sia inadatta, ma interpreta il concetto psicologico di sublimazione dell’amore in idee e in immagini astratte e dunque il trasferimento di un amore carnale in uno puramente spirituale, si potrebbe dire platonico.
Una dimensione che nel sacerdote raggiunge però espressioni concrete (incarnate), perché il Dio a cui si lega, parla, quel Dio è presente, quel Dio vive con lui quotidianamente.
È importante che tutto ciò sia reale e non una congettura, non uno spostamento, non solo una sublimazione, che rimanderebbe sempre al problema della mancanza d’amore umano.
I meccanismi di difesa non permettono mai di risolvere il bisogno d’amore di cui il sacerdote deve essere consapevole, ma anche esperimentare che l’amore che riceve dalla comunità e da Dio valgono la rinuncia insita nella scelta sacerdotale.
Del resto Cristo ha mostrato di essersi dedicato tutto all’amore per gli uomini sostenuto dall’amore grandissimo del Padre.
(Vittorino ANDREOLI, Preti, Milano, Piemme, 2009, 82-83; 86).
Svuotamento Un maestro di sapienza e di spiritualità, noto per la saggezza delle sue dottrine, ricevette la visita di un professore universitario, che era andato da lui per interrogarlo sul suo pensiero.
Il saggio servì del tè: colmò la tazza del suo ospite e poi continuò a versare, con espressione serena e sorridente.
Il professore guardò traboccare il tè, tanto stupefatto da non riuscire a chiedere spiegazione di una distrazione così contraria alle norme più elementari della buona educazione.
Ma a un certo punto non poté più contenersi: «È ricolma! Non ce ne sta più», gridò con agitazione.
«Come questa tazza», disse il saggio imperturbabile, «tu sei ricolmo della tua cultura, delle tue opinioni e congetture erudite e complesse.
Come posso parlarti della mia dottrina, che è comprensibile solo agli animi semplici e aperti, se prima non vuoti la tua tazza?».
(L.
Vagliasindi (ed.), La morale della favola, Milano, Gribaudi, 1983, 11-12).
  Esci dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre Dobbiamo ora parlare delle rinunce.
Esse sono tre, come attesta la tradizione patristica e l’autorità delle Scritture, e le dobbiamo adempiere con ogni nostro impegno.
La prima è materiale; con essa rinunciamo a tutte le ricchezze e a tutti i beni di questo mondo; con la seconda rinunciamo alle abitudini della vita passata, ai vizi e alle passioni dello spirito e della carne.
Con la terza richiamiamo il nostro spirito da tutte le realtà presenti e visibili, contempliamo unicamente le realtà future e non desideriamo se non le realtà invisibili.
È necessario compierle tutte e tre; leggiamo che questo il Signore l’aveva comandato anche ad Abramo quando gli disse: Esci dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre (Gen 12,1).
Esci dalla tua terra, cioè: rinuncia ai beni di questo mondo e alla ricchezze terrene.
In secondo luogo: dalla tua parentela, cioè: rinuncia alla tua vita e alle abitudini di un tempo che sono unite a noi fin dalla nascita a motivo di una specie di affinità o di parentela di natura e di consanguineità.
In terzo luogo: dalla casa di tuo padre, cioè da ogni ricordo di questo mondo visibile ai tuoi occhi.
Abbiamo infatti due padri: uno è quello che dobbiamo abbandonare, l’altro lo dobbiamo cercare.
Davide fa dire a Dio queste parole: Ascolta, figlia, e guarda; porgi l’orecchio e dimentica la tua gente e la casa di tuo padre [Sal 44 (45),11].
Colui che dice: Ascolta, figlia indubbiamente è padre, eppure attesta che è padre della propria figlia anche colui che convince a dimenticare la casa paterna e il popolo a cui appartiene.
Ora, questo oblio si realizza quando, morti con Cristo agli elementi di questo mondo, contempliamo, secondo le parole dell’Apostolo, non più le cose che si vedono, ma quelle che non si vedono poiché le cose visibili sono temporanee, quelle invisibili sono eterne (2Cor 4,18); quando uscendo con il cuore dalla casa di questo mondo visibile, volgiamo lo sguardo verso quella in cui abiteremo per l’eternità.
(CASSIANO, Conferenze 3,6, SC 42, pp.
145-146).
La lotta spirituale La lotta spirituale è innanzi tutto ascesi, esercizio.
Chiunque scelga un fine, deve sottomettersi alle fatiche che questo fine richiede per essere raggiunto: negli studi, nella vita morale, nella vita spirituale.
La necessità dell’ascesi si pone dunque sul piano prettamente umano, ancor prima che su quello della vita cristiana.
Ha scritto Dietrich Bonhoeffer: «Se parti alla ricerca della libertà, impara innanzitutto disciplina dei sensi e dell’anima, affinché i desideri e le membra non ti portino a caso qua e là.
Casti siano lo spirito e il corp, sottomessi e obbedienti nel cercare la meta assegnata.
Nessuno penetra il mistero della libertà, se non con la disciplina» (Dietrich BONHOEFFER, Stazioni sulla via della libertà, in Resistenza e resa, Bompiani, Milano 1969, p.
270).
  Rinnega se stesso chi ama se stesso Che cosa significano le parole: «Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua»? (Mt 16,24).
Comprendiamo che cosa vuol dire: «Prenda la sua croce»; significa: «Sopporti la sua tribolazione»; prenda equivale a porti, sopporti.
Vuol dire: «Riceva pazientemente tutto ciò che soffre a causa mia.
«E mi segua».
Dove? Dove sappiamo che se ne è andato lui dopo la risurrezione.
Ascese al cielo e siede alla destra del Padre.
Qui farà stare anche noi.
[…] «Rinneghi se stesso».
In che modo si rinnega chi si ama? Questa è una domanda ragionevole, ma umana.
L’uomo chiede: «In che modo rinnega se stesso chi ama se stesso?» Ma Dio risponde all’uomo: «Rinnega se stesso chi ama se stesso».
Con l’amore di sé, infatti, ci si perde; rinnegandosi, ci si trova.
Dice il Signore: «Chi ama la sua vita la perderà» (Gv 12,25).
Chi da questo comando sa che cosa chiede, perché sa deliberare colui che sa istruire e sa risanare colui che ha voluto creare.
Chi ama, perda.
È doloroso perdere ciò che ami, ma anche l’agricoltore perde per un tempo ciò che semina.
Trae fuori, sparge, getta a terra, ricopre.
Di che cosa ti stupisci? Costui che disprezza il seme, che lo perde è un avaro mietitore.
L’inverno e l’estate hanno provato che cosa sia accaduto; la gioia del mietitore ti dimostra l’intento del seminatore.
Dunque chi ama la propria vita, la perderà.
Chi cerca che essa dia frutto la semini.
Questo è il rinnegamento di sé, per evitare di andare in perdizione a causa di un amore distorto.
Non esiste nessuno che non si ami, ma bisogna cercare un amore retto ed evitare quello distorto.
Chiunque, abbandonato Dio, avrà amato se stesso e per amore di sé avrà abbandonato Dio, non dimora in sé, ma esce da se stesso.
[…] Abbandonando Dio e preoccupandoti di te stesso, ti sei allontanato anche da te e stimi ciò che è fuori di te più di te stesso.
Torna a te e poi di nuovo, rientrato in te, volgiti verso l’alto, non rimanere in te.
Prima ritorna a te dalle cose che sono fuori di sé e poi restituisci te stesso a colui che ti ha fatto e che ti ha cercato quando ti sei perduto, ti ha trovato quando sei fuggito, ti ha convertito a sé quando gli volgevi le spalle.
Torna a te, dunque, e va’ a colui che ti ha fatto.
(AGOSTINO DI IPPONA, Discorsi 330,2-3 NBA XXXIII, pp.
818-822).
  * Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 1997-1998; 2002-2003; 2005-2006.
– COMUNITÀ MONASTICA SS.
TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade.
Tempo ordinario – Parte prima, Milano, Vita e Pensiero, 2010.
– La Bibbia per la famiglia, a cura di G.
Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.
– C.M.
MARTINI, Incontro al Signore risorto.
Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.
– @lleluia 3/C.
Animazione liturgica e messalino, Leumann, Elle Di Ci Multimedia, 2009.

Il cattolicesimo verde (Le catholicisme vert.)

OLIVIER LANDRON, Le catholicisme vert.
Histoire des relations entre l’Église et la nature au xx  siècle, Paris, Cerf, 2008, pagine 527, euro 48 Lo studio di Olivier Landron, Le catholicisme vert.
Histoire des relations entre l’Église et la nature au xx  siècle, (Paris, Cerf, 2008, pagine 527, euro 48), è interessante fin dal titolo.
L’autore insegna storia del cristianesimo contemporaneo nella facoltà di teologia dell’università di Angers in Francia ed è già noto, non solo in Francia, per la sua tesi di dottorato in storia sulle nuove comunità francesi, sintetizzata nel libro Les nouvelles communautés (Paris, Cerf, 2004).
Basato su una notevole informazione e su una vasta bibliografia, Le catholicism vert è strutturato in quattro parti, la prima delle quali (“Nature et réflexion”) è dedicata a un esame dei numerosi pensatori (teologi e filosofi in particolare) che nel corso del ventesimo secolo hanno riflettuto sui rapporti tra natura e religione.
In questo quadro un posto particolare occupano sia il concilio Vaticano i che il concilio Vaticano ii, il pensiero dei Pontefici (in particolare Paolo VI, che già nel 1972 alla Conferenza di Stoccolma aveva ricordato lo stretto legame tra uomo e ambiente, e Giovanni Paolo II, il cui messaggio per la pace del primo gennaio 1990 costituisce, secondo Landron, una specie di manifesto della Chiesa sul tema della protezione dell’ambiente) il gesuita Teilhard de Chardin, la teologia della liberazione, la teologia femminista e, in una ricostruzione storica che Landron ovviamente desidera completa, anche i movimenti ecologici anticristiani, tra i quali la New Age.
Nella seconda parte, “Nature et contemplation”, Landron si sofferma su alcuni movimenti religiosi e artistici (pittura, musica, cinema, letteratura) nei quali il rapporto con la natura acquista un ruolo notevole.
Nota come l’eremitismo, in ripresa in Francia dopo il 1960, è certamente diverso dalle nuove comunità neo-rurali, ma alla base di entrambi c’è il “deserto”:  un luogo di rifugio, di riparo per un avvicinamento a se stessi, di contemplazione, di stretto rapporto tra uomo e Dio.
E questo tema (deserto, Eden, salmi, e così via) trova espressione anche nelle arti:  pittura, cinema, letteratura, qui con Léon Bloy, Charles Péguy e Paul Claudel.
La riscoperta di Ildegarda di Bingen, con i suoi lavori di teologia ma anche di medicina e sulla natura, nonché di san Francesco d’Assisi – designato da Papa Giovanni Paolo II nel 1979 “patrono degli ecologisti” – con il suo Cantico delle creature, senza ovviamente dimenticare la sua attrattiva per l’eremitismo, documentata dalla sua regola per i frati che vogliono vivere nei romitori, costituiscono un ulteriore capitolo di questa seconda parte del lavoro.
La terza parte, “Nature et animation” prende in considerazione i tanti movimenti e iniziative che hanno voluto porre la natura al centro delle loro riflessioni.
In questo ambito l’interesse della Chiesa per la natura si è manifestato anche attraverso la fondazione di movimenti e di istituzioni a favore dell’infanzia e della gioventù:  in primo luogo le colonie di vacanze, lo scoutismo, i campi estivi, i pellegrinaggi, la pastorale del turismo, la difesa della terra.
Uno spazio particolare è assegnato, in questa rassegna, ai Compagni di san Francesco, fondati in Francia nel 1927, la cui posizione è significativa per la rivalorizzazione del pellegrinaggio e la critica al mondo industriale.
E in questa terza parte non poteva mancare un esame dei rapporti tra politica e religione, sempre sul tema natura (che però Landron aveva in qualche modo già anticipato, ricordando nel primo capitolo una religiosa americana, suor Dorothy Mae Stand, che si era prodigata in difesa dei contadini senza terra e dell’Amazzonia e che nel 2005 era stata assassinata) nonché un capitolo sugli animali e sul loro ruolo terapeutico.
La quarta parte, “Nature et protection”, prende in esame la posizione della Chiesa, qui intesa come istituzione, nei confronti della natura, e quindi:  i vari movimenti a protezione della natura, il movimento Pax Christi, il commercio equo e solidale (secondo cui la miglior difesa a favore del commercio equo è quella di “consumare di meno”) lo sviluppo durevole, la salvaguardia dell’acqua, degli oceani, l’agricoltura biologica, la protezione degli animali, e la questione della corrida in Spagna.
Il quadro che risulta da questa ricostruzione storica è ricco di luci e ombre.
A ritardare la presa di coscienza del valore dell’ambiente da parte della Chiesa starebbe il fatto, secondo Landron, che il cristianesimo ha anzitutto poggiato sul rapporto uomo-Dio, considerando, sulla base di Genesi, 1, 26, che l’uomo avrebbe avuto a sua disposizione tutto il creato.
D’altro canto c’è il fatto, testimoniato dallo stesso Landron, che la prima esperienza di valorizzazione delle colonie di vacanze venne avviata da don Bosco nel 1848, quando ancora nulla esisteva in ambito civile e quando non v’era alcuna teorizzazione circa la salvaguardia dell’ambiente.
Inoltre, alcune discussioni di principio (per esempio, se gli animali abbiano o no un’anima, se il creato possa essere considerato una reale espressione di Dio, in una visione panteistica) hanno certamente contribuito in alcuni ambienti a frenare l’entusiasmo e la stima per il creato, così come aveva suscitato discussioni il portare gli animali in chiesa per la messa e una loro benedizione.
C’è dell’ambiguità, di fatto, o, se si vuole, qualche cosa di discutibile in questo ritorno alla natura e Landron non manca di annotarlo:  nei “verdi” che misconoscono qualsiasi legame con la trascendenza; il rischio di panteismo nel modo di considerare il creato; l’amore esagerato degli animali in bambini (e anche in adulti) che sembrarimandare al bisogno di spiegazioni psicologiche sulla mancanza di amore.
In tutte queste esperienze un ruolo notevole giocano i religiosi, sia nella elaborazione teorica di una difesa dell’ambiente, e quindi dell’ecologia; sia nelle numerosissime iniziative che consapevolmente i religiosi hanno sviluppato, legandosi in vario modo alla natura.
Nell’elaborazione teorica trovano posto, e forse in primo piano, i gesuiti (Paul Beauchamp) e i francescani, accusati di essere rimasti a una visione un po’ romantica del Poverello, hanno ripreso lo studio del loro fondatore vedendolo come “protettore della natura”, in contrasto con la società industriale che tende invece a dominarla e a sfruttarla.
Per quanto riguarda le iniziative pratiche, esse spaziano dalle colonie di vacanze al microcredito elargito da tante congregazioni religiose nelle missioni per facilitare lo sviluppo locale; dalla difesa della terra (in Francia e all’estero) all’agricoltura biologica (in questo contesto interessante risulta quanto fatto dai monaci dell’abbazia de La Pierre-qui-Vire, una delle prime abbazie francesi ad adottare l’agricoltura biologica) dalla promozione dello scoutismo (il gesuita padre Jacques Sevin vi occupa un posto di rilievo) alla difesa degli animali (il padre Carré, domenicano, diventa membro del Comitato consultivo della Lega francese dei diritti dell’animale).
Le esperienze presentate nel volume di Landron sono fondamentalmente francesi, anche se non mancano indicazioni per altre di carattere internazionale (come per esempio, quanto viene detto circa la cosiddetta “ecologia francescana”) o sovranazionale, come il pellegrinaggio a Santiago di Compostella, e sarebbe facile indicare altre esperienze analoghe in tante nazioni, arricchendo l’informazione:  i pellegrinaggi ad Assisi e a Loreto, per l’Italia; i tanti eremiti ed eremite negli Usa; le nuove comunità che hanno fatto del legame con la natura la base del loro nuovo monachesimo.
Se poi si volesse andare indietro nel tempo, ricordando, nel monachesimo i giardini, la medicina (e i tantissimi orti presenti in quasi tutti i monasteri per la coltivazione delle erbe medicinali) l’astronomia, la botanica nella congregazione di Vallombrosa o addirittura la viticultura (il monaco Pierre Pérignon che nel 1698 avviava la produzione dello Champagne) si otterrebbe certamente un quadro di stretta vicinanza tra religiosi e mondo della natura molto più ricco di quanto le riflessioni teoriche in difesa della natura, necessariamente più tardive, possono lasciar supporre.
di Giancarlo Rocca (©L’Osservatore Romano – 5 settembre 2010)

La sposa di Damasco

STEPHANIE SALDAÑA, La sposa di Damasco,  Newton Compton, 2010,ISBN 978-88-541-1827-0, pp 384 , Euro 14,90 Alcuni racconti autobiografici riescono, meglio di un saggio specialistico, a mettere il lettore a contatto con questioni intricate come il dialogo tra cristianesimo e islam, il conflitto mediorientale, il discernimento spirituale tra vocazione monastica e vita coniugale, la ricerca di un equilibrio tra felicità pubblica e felicità privata in un mondo che sembra ricaduto nella spirale delle guerre di religione.
Uno di questi racconti è il bel libro dell’americana Stephanie Saldaña, La sposa di Damasco (Newton Compton, 2010, 432 pp., edizione originale pubblicata in America nel marzo 2010 col titolo di The Bread of Angels: A Journey to Love and Faith).
È l’estate del 2004 e la ventisettenne Stephanie vince la prestigiosa borsa di studio Fulbright per trascorrere un anno a Damasco e studiare la lingua araba e la figura di Gesù nell’islam.
La “liberazione” dell’Iraq sta per diventare guerra civile, e in molti pensano che il prossimo obiettivo di G.W.
Bush sarà la Siria, l’ultimo paese arabo in cui governa il partito Baath.
La prospettiva di trascorrere un anno in un paese sulla lista ufficiale dei nemici degli Stati Uniti non ferma Stephanie, che lascia Harvard e Boston, e presto scopre la ricchezza umana, culturale e religiosa della Siria, anche grazie agli esercizi spirituali vissuti al monastero ecumenico di Mar Mousa, rifondato dal gesuita italiano Paolo Dall’Oglio sulla base dei resti di un antico monastero del VI secolo nel deserto siriano a nord di Damasco.
L’autrice fa convergere nel libro la necessità di dare una misura alle distanze e alle vicinanze tra Occidente e mondo arabo-musulmano, e il bisogno di dare senso ad un itinerario personale non privo di traumi.
Stephanie Saldaña intreccia tensione spirituale, straniamento culturale, ricerca religiosa, e senso di colpa in quanto americana per le azioni del presidente Bush in Medio Oriente.
Le diverse latitudini di questo percorso (gli Stati Uniti, l’Europa, l’Asia) convergono sulla città di Damasco, una delle più antiche capitali del mondo e, da san Paolo in poi, uno dei maggiori centri del cristianesimo mondiale.
I personaggi e gli ambienti descritti dall’autrice offrono un affresco poetico e allo stesso tempo realistico di uno scenario mediorientale fatto di componenti religiose, sociali, etniche, nazionali profondamente intrecciate con il mondo occidentale.
La forma autobiografica dà a questo libro la forza di una lunga lettera d’amore inviata a Frederic non meno che ai cristiani e ai musulmani del Medio Oriente e a tutti quanti si sforzano di capire miserie e splendori di quelle terre.
di Massimo Faggioli in “Europa” del 26 agosto 2010