Omelie

Quella che segue è la prefazione al volume – edito in Italia da Libri Scheiwiller e in vendita da poche settimane – che raccoglie le omelie di Benedetto XVI nell’anno liturgico appena trascorso, l’anno C del lezionario romano.
Terzo della serie, il volume accompagna ogni omelia di papa Joseph Ratzinger con le letture bibliche della messa del giorno, come pure con i salmi e le antifone dei vespri da lui celebrati.
Nell’esortazione apostolica postsinodale “Verbum Domini” sulla Parola di Dio nella vita della Chiesa, pubblicata lo scorso 30 settembre, un paragrafo, il 59, è dedicato proprio alla cura dell’omelia, che in effetti è il principale, se non l’unico, atto di comunicazione della buona novella cristiana ascoltato da centinaia di milioni di battezzati ogni domenica nel mondo.
Nell’arte dell’omelia, indubitabilmente, Benedetto XVI è uno straordinario modello.
__________ “COME PAPA LEONE MAGNO, ANCHE PAPA BENEDETTO PASSERÀ ALLA STORIA PER LE SUE OMELIE” di Sandro Magister Sono tre le annualità che scandiscono il messale romano domenicale e festivo, con al centro di ciascuna i Vangeli di Matteo, di Marco e di Luca.
Nel pubblicare anno dopo anno le omelie di Benedetto XVI, Libri Scheiwiller si è attenuto a questa sequenza.
Con questo terzo volume della serie si chiude il triennio.
Esso raccoglie le omelie papali dell’anno liturgico lucano, che è iniziato con la prima domenica di Avvento del 2009 e si è disteso sull’arco del 2010.
Le omelie della messa e dei vespri sono un asse portante di questo pontificato, ancora non da tutti capito.
Joseph Ratzinger le scrive in buona parte di suo pugno, alcune le pronuncia a braccio con l’immediatezza della lingua parlata.
Ma sempre le pensa e prepara con estrema cura, perché per lui hanno una valenza unica, distinta da tutte le altre sue parole scritte o pronunciate.
Le omelie, infatti, sono parte dell’azione liturgica, anzi, sono esse stesse liturgia, quella “liturgia cosmica” che egli ha definito “meta ultima” della  sua missione apostolica, “quando il mondo nel suo insieme sarà diventato liturgia di Dio, adorazione, e allora sarà sano e salvo”.
C’è molto Agostino in questa visione di Ratzinger, c’è la città di Dio in cielo e sulla terra, ci sono il tempo e l’eterno.
Nella messa il papa vede “l’immagine e l’ombra delle realtà celesti” (Ebrei 8, 5).
Le sue omelie hanno il compito di sollevare il velo.
E in effetti, a rileggerle, esse schiudono una visione del mondo e della storia colma di nuovi significati, che sono poi il cuore della buona novella cristiana, perché “se Gesù è presente, non esiste più alcun tempo privo di senso e vuoto”.
L’Avvento è “presenza”, “arrivo”, “venuta”, ha detto il papa nell’omelia inaugurale di questo anno liturgico.
“Dio è qui, non si è ritirato dal mondo, non ci ha lasciati soli”, e quindi il tempo diventa “kairós”, occasione unica, favorevole, di salvezza eterna, e la creazione intera cambia volto “se dietro di essa c’è lui e non la nebbia di un’incerta origine e di un incerto futuro”.
Ma il tempo della “civitas Dei” non è informe.
Ha un ritmo che gli è dato dal mistero cristiano che lo riempie.
Ogni messa, ogni omelia cade in un tempo preciso, la cui scansione fondamentale procede di domenica in domenica.
Il “giorno del Signore” ha come protagonista colui che è risorto il primo giorno dopo il sabato, divenuto figura dell'”octava dies” della vita eterna.
La presenza del Risorto nel pane e nel vino consacrati è reale, realissima, predica incessantemente il papa.
Per vederlo e incontrarlo basta che gli occhi della fede si aprano, come ai discepoli di Emmaus, che riconobbero Gesù proprio nel sacramento dell’eucaristia, “allo spezzare del pane”.
“L’anno liturgico è un grande cammino di fede”, ha ricordato il papa prima di un Angelus, in una di quelle sue brevi meditazioni domenicali costruite come piccole omelie sul Vangelo del giorno.
È come camminare sulla strada di Emmaus, in compagnia del Risorto che accende i cuori spiegando le Scritture.
Da Mosè ai profeti a Gesù, le Scritture sono storia, e con esse il camminare si fa storia e l’anno liturgico la ripercorre tutta, attorno alla Pasqua che gli fa da asse.
Avvento, Natale, Epifania, Quaresima, Pasqua, Ascensione, Pentecoste.
Fino alla seconda venuta di Cristo alla fine dei tempi.
Ciò che fa della liturgia cristiana un “unicum”, e il papa non smette di predicarlo, è che la sua narrazione non è solo memoria.
È realtà viva e presente.
In ogni messa accade quello che Gesù annunciò nella sinagoga di Nazaret dopo aver riavvolto il rotolo del profeta Isaia: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato” (Luca 4, 21).
Nelle omelie, papa Benedetto svela anche cos’è la Chiesa.
Lo fa in obbedienza alla più antica professione di fede: “Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati”.
La “comunione dei santi” è primariamente quella dei santi doni, è quel santo dono salvifico dato da Dio nell’eucaristia, accogliendo il quale la Chiesa è generata e cresce, in unità su tutta la terra e con i santi e gli angeli del cielo.
La “remissione dei peccati” sono il battesimo e l’altro sacramento del perdono, la penitenza.
Se questo professa il “Credo”, allora davvero la Chiesa non è fatta dalla sua gerarchia, non dalla sua organizzazione, tanto meno è uno spontaneo associarsi di uomini solidali, ma è puro dono di Dio, creatura del suo Santo Spirito, che genera il suo popolo nella storia, con la liturgia e i sacramenti.  C’è un’immagine che torna di frequente nelle omelie del papa: “Uno dei soldati con la lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua” (Giovanni 19, 34).
Ecco di nuovo il sangue e l’acqua, l’eucaristia e il battesimo, la Chiesa che nasce dal fianco trafitto del Crocifisso, nuova Eva dal nuovo Adamo.
Il ricorso alle immagini è un altro dei distintivi delle omelie di Benedetto XVI.
Nella cattedrale di Westminster, il 18 settembre 2010, fece alzare lo sguardo di tutti al grande Crocifisso che domina la navata, al Cristo “schiacciato dalla sofferenza, sopraffatto dal dolore, vittima innocente la cui morte ci ha riconciliati con il Padre e ci ha donato di partecipare alla vita stessa di Dio”.
Dal suo sangue prezioso, dall’eucaristia, la Chiesa attinge la vita.
Ma il papa aggiunse anche, citando Pascal: “Nella vita della Chiesa, nelle sue prove e tribolazioni, Cristo continua a essere in agonia fino alla fine del mondo”.
Nella predicazione liturgica di Benedetto XVI le immagini bibliche e quelle dell’arte hanno una costante funzione mistagogica, di guida al mistero.
Lo stupore dell’invisibile intravisto nel visibile artistico rimanda all’ancor più grande meraviglia del Risorto presente nel pane e nel vino, principio della trasformazione del mondo, affinché anche la città degli uomini “diventi un mondo di risurrezione”, una città di Dio.
La maggior parte delle omelie raccolte in questo volume sono state pronunciate dal papa durante la messa, dopo la proclamazione del Vangelo.
Ma ve ne sono anche alcune pronunciate nei vespri, prima del canto del “Magnificat”.
I luoghi sono i più vari, in Italia e all’estero, in villaggi e metropoli: Roma, naturalmente, ma anche Castel Gandolfo, Malta, Torino, Fatima, Porto, Nicosia, Sulmona, Carpineto, Glasgow, Londra, Birmingham, Palermo.
Particolare il caso dell’omelia della IV domenica di Quaresima, pronunciata dal papa durante un servizio liturgico ecumenico, nella chiesa luterana di Roma.
In appendice, come già nelle due precedenti raccolte, sono riportati anche alcuni di quei piccoli gioielli di omiletica minore, sulle letture della messa del giorno, che Benedetto XVI offre ai fedeli e al mondo la domenica mezzogiorno prima dell’Angelus oppure, nel tempo pasquale, prima del Regina Cæli.
Tra le maggiori e le minori, le omelie qui raccolte arrivano così all’ottantina, coprendo quasi l’intero arco dell’anno liturgico: una prova in più della cura che papa Benedetto dedica a questo suo ministero.
Il cardinale Angelo Bagnasco ne ha riconosciuto la grandezza e l’ha eletta a modello per tutti i pastori della Chiesa, quando ai vescovi del consiglio permanente della conferenza episcopale italiana, il 21 gennaio 2010, ha detto: “Non temiamo di dirci ammirati di questa sua arte, e non ci stanchiamo di indicarla a noi stessi e ai nostri sacerdoti come una scuola di predicazione alta e straordinaria”.
Come papa Leone Magno, anche papa Benedetto passerà alla storia per le sue omelie.
Benedetto XVI, “Omelie di Joseph Ratzinger, papa.
Anno liturgico 2010”, a cura di Sandro Magister, Libri Scheiwiller, Milano, 2010, pp.
420, euro 18,00.
Nella predicazione liturgica di Benedetto XVI le immagini bibliche e quelle dell’arte hanno una costante funzione mistagogica, di guida al mistero.
Lo stupore dell’invisibile intravisto nel visibile artistico rimanda all’ancor più grande meraviglia del Risorto presente nel pane e nel vino, principio della trasformazione del mondo, affinché anche la città degli uomini “diventi un mondo di risurrezione”, una città di Dio.
La maggior parte delle omelie raccolte in questo volume sono state pronunciate dal papa durante la messa, dopo la proclamazione del Vangelo.
Ma ve ne sono anche alcune pronunciate nei vespri, prima del canto del Magnificat.
I luoghi sono i più vari, in Italia e all’estero, in villaggi e metropoli: Roma, naturalmente, ma anche Castel Gandolfo, Malta, Torino, Fatima, Porto, Nicosia, Sulmona, Carpineto, Glasgow, Londra, Birmingham, Palermo.
In appendice, come già nelle due precedenti raccolte, sono riportati anche alcuni di quei piccoli gioielli di omiletica minore, sulle letture della messa del giorno, che Benedetto XVI offre ai fedeli e al mondo la domenica mezzogiorno prima dell’Angelus oppure, nel tempo pasquale, prima del Regina Caeli.

NATALE DEL SIGNORE Anno A

Preghiere e racconti   La notte del Mite Questa è notte di riconciliazione, non vi sia chi è adirato o rabbuiato.
In questa notte, che tutto acquieta, non vi sia chi minaccia o strepita.
Questa è la notte del Mite, nessuno sia amaro o duro.
In questa notte dell’Umile non vi sia altezzoso o borioso.
In questo giorno di perdono non vendichiamo le offese.
In questo giorno di gioie non distribuiamo dolori.
In questo giorno mite non siamo violenti.
In questo giorno quieto non siamo irritabili.
In questo giorno della venuta di Dio presso i peccatori, non si esalti, nella propria mente, il giusto sul peccatore.
In questo giorno della venuta del Signore dell’universo presso i servi, anche i signori si chinino amorevolmente verso i propri servi.
In questo giorno, nel quale si è fatto povero per noi il Ricco anche il ricco renda partecipe il povero della sua tavola.
Oggi si è impressa la divinità nell’umanità, affinché anche l’umanità fosse intagliata nel sigillo della divinità.
(EFREM IL SIRO, Inni sulla Natività 1,88-95.99, in ID., Inni sulla Natività e sull’Epifania, Milano 2003, pp.
134-136).
  «Sia questo per voi il segno; troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Lc 2, 12)   Fissiamo l’attenzione su alcuni punti.
  I pastori Un primo spunto di riflessione è offerto proprio dai destinatari del messaggio dell’angelo del Natale: i pastori.
Essi vengono privilegiati da questa primizia di annuncio non tanto perché poveri – come sempre abbiamo pensato -, quanto perché ritenuti inaffidabili, abituati com’erano a non andare troppo per il sottile nella distinzione tra il proprio e l’altrui.
Inadatti alla testimonianza come i pubblicani e gli esattori delle tasse, sono, però, credibili per Dio, che sceglie i disprezzati e li giudica idonei ad accogliere una straordinaria rivelazione.
Ed ecco delinearsi una prima indicazione per noi, figli fedeli della casa paterna: Dio non richiede credenziali ne affida le verità che lo riguardano a chi esibisce il certificato di buona condotta.
Nelle nostre comunità hanno peso le parole di coloro che hanno l’unica colpa di non essere nessuno? Che non sanno parlare perché non c’è stato mai chi ha tentato di ascoltarli? Quanto risuonano in chiesa le voci della piazza, accanto al gregoriano? Quanto sono credibili per noi le verità testimoniate da chi è al di fuori della nostra cerchia, della confraternita a cui apparteniamo, della sacrestia che frequentiamo?   L’angelo del Natale Un secondo spunto viene offerto dal messaggio.
Contiene una promessa, indicata da un verbo di movimento: «Troverete» (Lc 2,12).
Il trovare presuppone una ricerca, un cammino, un esodo.
Per i pastori si trattò solo di abbandonare i fuochi del bivacco e le capanne di fronde erette a difesa dalle intemperie.
Per noi le partenze sono molto più laceranti: ci viene chiesto di abbandonare i recinti delle nostre sicurezze, i calcoli delle nostre prudenze, il patrimonio culturale di cui siamo solerti conservatori.
È un viaggio lungo e faticoso, quasi un salto nel buio.
Si tratta infatti di ripercorrere, a ritroso, secoli e secoli di storia; di rileggere, con occhi diversi, le varie tappe della civiltà, per ritrovare le origini del cristianesimo nella grotta di Betlemme.
E non è detto che la meta della nostra ricerca sia un Dio glorioso.
Ci vengono garantiti solo dei segni: un bambino, le fasce, la mangiatoia: i segni della debolezza, del nascimento e della povertà di Dio.
Un bambino inerme.
Simbolo di chi non può vantare alcuna prestazione.
Di chi può solo mostrare, piangendo, la propria indigenza.
A questo punto il discorso sulla debolezza di i Dio, più che assumere le cadenze del moralismo (tale, cioè, da spingerci ad amare i deboli, gli indifesi, i non garantiti), dovrebbe stimolare la riflessione teologica sul perché Dio ha deciso di spiazzare tutti manifestando la sua gloria nei segni del non-potere, della non-violenza.
  La veste del bambino Le fasce sono simbolo del nascondimento di Dio, velano la sua presenza perché la sua luce non ciechi i nostri occhi.
Saranno ritrovate nel sepolcro, per terra, quando lui, il Signore, avrà sconfitto la morte e dichiarato abolite tutte le croci.
Ma da quando Maria le ha utilizzate per la prima volta quella notte, suo Figlio non ha mai smesso di riutilizzarle.
Ancora oggi continua a giacere avvolto in fasce.
Qui, se per poco ci mettiamo a «sbendare», le coperte s’infittiscono paurosamente: migliaia di volti spauriti a cui nessuno ha mai sorriso; membra sofferenti che nessuno ha accarezzato; lacrime mai asciugate; solitudini mai riempite; porte a cui mai nessuno ha bussato.
E si potrebbe continuare all’infinito, in un interminabile rosario di sofferenze.
È qui che Dio continua a vivere da clandestino.
A noi il compito di cercarlo; di cominciare a bazzicare certi ambienti non troppo piacevoli; di lasciarci ferire dall’oppressione dei poveri, prima di cantare le nenie natalizie davanti al presepio.
Guardare oltre le fasce, riconoscere un volto, trovare trasparenze perdute, coltivare sogni innocenti: non è un andare incontro alla felicità?   La culla del neonato La mangiatoia è il simbolo della povertà di tutti i tempi; vertice, insieme alla croce, della carriera rovesciata di Dio che non trova posto quaggiù.
È inutile cercarlo nei prestigiosi palazzi del potere dove si decidono le sorti dell’umanità: non è lì.
È vicino di tenda dei senza-casa, dei senza-patria, di tutti coloro che la nostra durezza di cuore classifica come intrusi, estranei, abusivi.
La mangiatoia è però anche il simbolo del nostro rifiuto «È venuto nella sua casa, ma i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1, 11).
È l’epigrafe della nostra non accoglienza.
La greppia di Betlemme interpella, in ultima analisi, la nostra libertà.
Gesù non compie mai violazioni di domicilio: bussa e chiede ospitalità in punta di piedi.
Possiamo chiudergli la porta in faccia.
Possiamo, cioè, condannarlo alla mangiatoia: che è un atteggiamento gravissimo nei confronti di Dio.
Sì, è molto meno grave condannare alla croce, che condannare alla mangiatoia.
Se però gli apriremo con cordialità la nostra casa e non rifiuteremo la sua inquietante presenza ha da offrirci qualcosa di straordinario: il senso della vita, il gusto dell’essenziale, il sapore delle cose semplici, la gioia del servizio, lo stupore della vera libertà, la voglia dell’impegno.
Lui solo può restituire al nostro cuore, indurito dalle amarezze e dalle delusioni, rigogli di nuova speranza.
  (Don Tonino Bello, Avvento.
Natale.
Oltre il futuro, Padova, Messaggero, 2007, 79-84).
  Esulta dunque! Ecco quale è la festa che celebriamo oggi: la venuta di Dio presso gli uomini affinché andiamo a Dio o ritorniamo a lui – è più esatto parlare di ritorno -, affinché deponiamo l’uomo vecchio e ci rivestiamo del nuovo (cfr.
Ef 4,22-24) e, come siamo morti in Adamo, così viviamo in Cristo (cfr.
1Cor 15,22), nascendo con lui, con lui essendo crocifissi, con lui sepolti, con lui resuscitando (cfr.
Rm 6,4; Col 2,12; Ef 2,6).
[…] Per questo non celebriamo la festa come fosse una solennità profana, ma in maniera divina, non in maniera mondana, ma sovramondana, non come una nostra festa, ma come quella di colui che è nostro, o piuttosto del Signore, non come festa della malattia, ma della guarigione, non come quella della creazione, ma della ri-creazione.
[…] Dio sempre fu e sempre è e sarà, o piuttosto, egli è sempre.
Poiché le espressioni «era» e «sarà» corrispondono a divisioni umane del tempo e della natura sottoposte a mutamento; «colui che è» è invece il nome che si da Dio stesso quando si rivela a Mosè sulla montagna (cfr.
Es 3,14).
Riunendo tutto in se stesso, possiede l’essere senza principio, senza termine, è come un oceano di esistenza senza limiti né confini, che va al di là di ogni idea di tempo e di natura.
[…] Ma ora sappi che Cristo è concepito.
Esulta, dunque, se non come Giovanni nel seno di sua madre (cfr.
Lc 1,41), almeno come Davide al vedere che l’arca trova riposo (cfr.
2Sam 6,14) ; onora il censimento, grazie al quale sei stato inscritto nei cieli; celebra la Natività grazie alla quale sei stato liberato dai legami di una nascita puramente umana, per rinascere a quella divina; onora la piccola Betlemme che ti ha ricondotto in paradiso, adora la mangiatoia, tu che, insensato, sei stato nutrito dal Verbo.
(GREGORIO DI NAZIANZO, Discorsi  38,4.7.17, SC 358, pp.
108-110; 114-116).
  Il Verbo si è fatto carne A imitazione di Gesù Cristo, immagine di Dio, non allontaniamoci neppure noi da Dio, perché anche noi siamo immagine di Dio (cfr.
Gen 1,26-27), di certo non uguale perché creata dal Padre attraverso il Figlio e non nata dal Padre come [il Figlio, che è] la sapienza di Dio.
Noi siamo immagine perché illuminati dalla luce; il Figlio, invece, perché è luce che illumina e perciò, pur non avendo un modello per sé, è modello per noi.
Egli non è modellato su qualcuno che lo precede presso il Padre; dal Padre, infatti, non può mai essere separato perché egli è quello stesso da cui ha origine.
Noi, invece, cerchiamo di imitare un modello che non muta, seguiamo uno che non si muove e camminando in lui, che è per noi una dimora eterna, tendiamo a lui perché è divenuto per noi nella sua umiliazione una via attraverso il tempo.
Agli spiriti immateriali senza peccato che non sono caduti a motivo della superbia il Figlio offre un esempio nella forma di Dio, in quanto uguale a Dio e Dio, ma per offrirsi come esempio di ritorno all’uomo caduto, che a causa dei suoi peccati e della condanna alla mortalità era incapace di vedere Dio, «si è svuotato» (Fil 2,7), non mutando la sua divinità, ma assumendo la nostra mutabilità e prendendo la natura di servo, venne in questo mondo (cfr.
Fil 2,7) verso di noi, lui che era in questo mondo, perché «il mondo è stato fatto per mezzo di lui»  (Gv 1,10), per essere un esempio a quelli che nelle altezze contemplano Dio, per essere un esempio a quelli che sulla terra ammirano in lui l’uomo, esempio di perseveranza per i sani, esempio di guarigione per gli infermi, esempio di coraggio per quanti si preparano a morire, esempio di resurrezione per i morti, avendo il primato in tutte le cose (cfr.
Col 1,18).
Per conseguire la felicità l’uomo non doveva seguire nessun altro se non Dio, ma egli non era in grado di vedere Dio; seguendo il Dio fatto uomo avrebbe seguito nello stesso tempo uno che poteva vedere e uno che doveva seguire.
Amiamolo dunque e uniamoci a lui con la carità che «è stata diffusa nei nostri cuori mediante lo Spirito santo, che ci è stato dato» (Rm 5,5).
(AGOSTINO DI IPPONA, La Trinità 7,12-13, Opere di sant’Agostino, parte I/IV, pp.
302-304).
    Il Natale del Signore   Il Natale è tra le feste più importanti della tradizione cristiana.
In questa icona della Natività, la Vergine è rappresentata nella grotta mentre prende in braccio il Figlio con un gesto di indicibile affetto.
Le genti, i re Magi, i pastori, convocati dagli angeli, manifestano la partecipazione di tutto il mondo alla salvezza.
I re Magi, salendo, evocano lo sforzo umano di penetrare i misteri di Dio.
Gli angeli, invece, annunciano ai pastori, popolo eletto, che il Mistero è presente: abbiamo solo bisogno della purezza del cuore per riconoscerlo.
San Giuseppe è seduto in atteggiamento pensoso; è tentato dal dubbio che questa nascita sia veramente opera divina.
Sopra la grotta, con un raggio azzurro, è raffigurata la stella che ha guidato i Magi fino a Betlemme.
La gioia del momento è turbata da presentimenti inquietanti: la grotta richiama una tomba, la culla un sarcofago e il Bimbo è avvolto in fasce come quelle che avvolgono un morto.
La nascita di Cristo rimanda alla sua Pasqua di morte e di risurrezione: questo Bambino è il Salvatore del mondo! Nell’icona, però, il dolore non prevale, in tutto risplende la ritrovata pace paradisiaca che è il fine dell’Incarnazione.
  Oggi viene svelato il mistero rimasto nascosto per secoli.
Oggi il Figlio di Dio diventa figlio dell’uomo…
Maria, confusa e dolce, tu guardi il Figlio, colui che ha le fattezze del tuo volto, volto umano di Dio, che ridarà bellezza ad ogni volto d’uomo.
Adori il mistero e ti abbandoni alla sua grandezza.
Ricolmaci, o Madre, della tua pace, ridonaci la bellezza della grazia, e aiutaci a farci grembo a Dio, perché cresca in noi…
    * Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Lezionario domenicale e festivo.
Anno A, a cura della Conferenza Episcopale Italiana, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2007.
– Avvento-Natale 2010, a cura dell’ULN della CEI, Milano, San Paolo, 2010.
– Temi di predicazione.
Omelie.
Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004.  – E.
Bianchi et al., Eucaristia e Parola.
Testi per le celebrazioni eucaristiche di Avvento e Natale, in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 88 (2007) 10, 69 pp.
– Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.
– Don Tonino Bello, Avvento e Natale.
Oltre il futuro, Padova, Messaggero, 2007.
– Carlo Maria MARTINI – Pietro MESSA, L’infinito in una culla.
San Francesco e la gioia del Natale, Assisi, Porziuncola, 2009, 7-13).
       NATALE DEL SIGNORE   Lectio – Anno A   Prima lettura: Isaia 52,7-10          Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio».
Una voce! Le tue sentinelle alzano la voce, insieme esultano, poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore a Sion.
Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme,  perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme.
Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutte le nazioni; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio.
    v Quante volte può capitare che una notizia buona renda “bella”, gradevole e beneaugurante anche la persona che l’ha recata! A questo certamente avrà pensato il profeta anonimo che noi chiamiamo Deuteroisaia, riferendosi, con un’immagine invero un po’ ardita, ai piedi “belli” di un messaggero, che ha raggiunto il luogo che deve ricevere il messaggio che egli reca.
È un messaggio lieto, che augura il bene supremo della salvezza, che consiste nel fatto che Dio ormai inaugura il suo regno.
Non sono più i regni umani, di solito oppressivi, fondati sulla violenza, la menzogna e l’ingiustizia, a consolidarsi; nemmeno si tratta di un “Vangelo” che annunzia buone notizie che riguardano un re terreno, che per esigenze di propaganda deve far sapere che tutto va bene e che c’è pace e sicurezza.
È invece il regno di Dio a essere annunciato: è quel regno che Israele aveva cercato invano, come pure talvolta aveva rifiutato, quando chiese a Samuele un re come quelli degli altri popoli.
Israele ha capito la lezione e sa che, in maniera misteriosa ma reale è Dio stesso a regnare su di lui.
Anzi, se talvolta Dio si nasconde, lo fa perché il suo popolo dimentica che un re terreno significa schiavitù, mentre il re divino è l’origine e l’apice della libertà.
     Insieme all’araldo, compaiono altri personaggi tipici del tempo, le sentinelle, che avvertono l’avvicinarsi della presenza di Colui che elargisce i doni annunziati reagendo con gioia espressa da alte grida.
L’annuncio dell’araldo e la gioia incontenibile delle sentinelle prepara l’accorato appello del profeta, che chiede addirittura alle rovine di Gerusalemme di unirsi alla contentezza dominante: «Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme» (52,9).
Quelle stesse rovine che erano testimonianza della catastrofe nazionale delle generazioni che non avevano voluto obbedire a Dio, agli occhi del profeta rappresentano un elemento che consola, perché ormai non si sperava più nella libertà e nel ritorno nella terra dei padri per adorare il Signore.
Il ritorno di Dio verso il suo popolo produce il vero cambiamento, perché finalmente sorge con la sua presenza una prospettiva di consolazione e di riscatto, che dona fiducia nel futuro: infatti, Dio dimostra di essere dalla parte d’Israele liberandolo dai suoi nemici.
  Seconda lettura: Ebrei 1,1-6              Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo.
Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente.
Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell’alto dei cieli, divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.
Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato»? e ancora: «Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio»? Quando invece introduce il primogenito nel mondo, dice: «Lo adorino tutti gli angeli di Dio».
    v Alla storia della salvezza, che si è dipanata attraverso i Padri che hanno ascoltato dalla viva voce dei profeti la parola che Dio aveva da dire al proprio popolo, fa riferimento l’autore della Lettera agli Ebrei.
Questa stessa storia della salvezza, però, ha raggiunto l’acme con la venuta del Figlio di Dio, il quale possiede un’autorità diversa da quella degli antichi profeti: egli, infatti, è stato costituito dal Padre «erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo».
     Il Figlio, dunque, non è un semplice portavoce di Dio, ma è la misura della creazione, realizzata in vista di lui, come afferma pure il prologo giovanneo: «Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui».
C’è anche il titolo di erede, con il quale si esprime l’intenso rapporto con il Padre: in quanto erede, Gesù riveste il ruolo di comprimario con il Padre, il quale lo ha fatto addirittura sedere alla sua destra nell’alto dei cieli.
     Tale prerogativa del Figlio si è realizzata a partire dal mistero pasquale: «Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli».
L’esaltazione, dunque, avviene dopo il difficile passaggio pasquale.
     All’inizio abbiamo accennato al fatto del Natale come Pascha inchoata.
In realtà, è tutto il Nuovo Testamento a convergere in quella direzione, che conferisce senso a ogni cosa.
Quindi, anche lo stesso Natale acquista senso dalla centralità del mistero pasquale, perché ciò che viene solo adombrato nella nascita di Gesù, momento sublime dell’incarnazione, si palesa nella sua morte e risurrezione.
  Vangelo: Giovanni 1,1-18            In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me».
Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.
   

Card. Bagnasco: “La Chiesa non fa politica ma sui valori dei cattolici non si tratta”

Intervista ad Angelo Bagnasco Eminenza, con la reazione fredda del quotidiano della Conferenza episcopale Avvenire alla nascita del Terzo polo non c’è il rischio di uno spostamento a destra dei vescovi italiani? “Non c’è alcuno spostamento, perché la Chiesa non è un’agenzia politica chiamata a prendere parte alla battaglia dei partiti.
Il suo compito è quello di annunciare la salvezza di Cristo e quindi di elevare la coscienza morale e spirituale della società, rendendo Dio presente nello spazio pubblico.
Solo da coscienze maggiormente avvertite della nobiltà e della gratuità che esige l’arte della politica, sarà possibile sperare trasformazioni profonde e non semplici cambiamenti”.
Il cardinale Angelo Bagnasco, 67 anni, capo dei vescovi italiani, è come sempre in viaggio fra Roma, dove presiede la Conferenza episcopale italiana, e Genova, sua arcidiocesi, città in cui ha lavorato fin dai primi Anni sessanta e che segue con particolare attenzione.
La stessa attenzione che Bagnasco riserva alle vicende che competono non solo al suo ufficio religioso, ma anche al rapporto fra i vescovi e il mondo della politica.
Nessuno degli eventi chiave della settimana è sfuggito al suo occhio attento di pastore d’anime (molti a Genova ricordano ancora gli anni in cui “don Angelo” guidava i giovani scout), e di uomo al vertice del potere ecclesiastico.
Lo si capisce dalla completezza con cui risponde, nell’intervista concessa a Repubblica, a tutte le domande.
Senza sottrarsi a quelle più scomode.
Lei ha detto, dopo il voto sulla mozione di sfiducia, che è importante garantire la governabilità.
Ma la Chiesa italiana si sente obbligata a difendere Berlusconi? “La governabilità è quello che tutti chiedono per affrontare i nodi irrisolti.
La mia preoccupazione e quella dei vescovi è che il nostro Paese da troppo tempo è inceppato nei suoi meccanismi decisionali.
A noi certo non competono suggerimenti tecnico-politici, ma un invito pressante a cambiare registro, a fare tutti un passo in avanti verso soluzioni utili e il più possibile condivise.
Il rischio è che, diversamente, il Paese inceppato finisca per disarticolarsi con una parte che resta agganciata all’Europa e l’altra che se ne distacca definitivamente.
Non può lasciarci indifferente questo epilogo: significherebbe spaccare l’Italia”.
C’è però anche chi, nella base cattolica, tra i fedeli, manifesta dubbi, e accusa la Chiesa di essere schiacciata sul governo…
“La Chiesa è ben cosciente che i cattolici sono presenti in tutti gli schieramenti politici, dunque nella maggioranza e nell’opposizione.
A tutti indistintamente fa presente una serie di valori non  divisivi, ma unitivi perché costituiscono – al di là delle legittime differenze – il terreno dell’unità politica dei cattolici.
Su molte cose in politica ci sono buoni compromessi, ma ci sono valori che non sono soggetti a mediazioni perché non sono parcellizzabili.
L’elenco è noto e cioè la vita, la famiglia, la libertà di educazione e ancor prima quella religiosa.
La Chiesa non cerca l’interesse di una parte della società ma è attenta al bene comune.
Il suo sguardo, me lo lasci dire, va ben oltre le contingenze di un momento”.
Ma lei non ha l’impressione che oggi per lo Stato ci sia il rischio di rinchiudersi nel Palazzo, finendo per estraniarsi dalle esigenze dei cittadini? “Questa crisi non è semplicemente politica, ma culturale, anzi spirituale.
Occorre ricostruire l’ethos profondo del popolo che è la “spina dorsale” senza la quale lo Stato non sta in piedi.
L’anima della nostra gente, che nasce dal Vangelo, è stata “terremotata” dal relativismo e dal consumismo”.
Eminenza, il Natale si avvicina mentre l’Italia affronta un difficile momento anche economico e sociale.
Che cosa ha da dire la Chiesa? “Già da qualche anno, prima che scoppiasse la crisi economica, l’aumento della distribuzione dei pacchi-viveri nelle parrocchie mi aveva impressionato.
La situazione da allora non è migliorata”.
Di “cultura del dono” parla espressamente l’enciclica “Caritas in veritate”.
A Natale si fanno bellissimi regali impacchettati, ma il dono non ha forse anche un altro tipo di significato? “Dimenticare che la gratuità, e dunque la fiducia reciproca e la collaborazione senza interessi personali, sono coefficienti decisivi del buon andamento economico, è stato purtroppo una sventura, pagata come sempre dai più deboli.
Il dono è un mettersi in gioco che caratterizza tutti: dall’imprenditore all’operaio perché sempre di più, ad esempio, il lavoro sia un’impresa sociale”.
Siamo anche alla fine dell’anno, e il 2010 non è stato facile per la Chiesa, soprattutto per le accuse sullo scandalo della pedofilia.
Il Papa ha usato spesso parole molto chiare e dure.
Ma come uscire definitivamente da questo caso? “La strada è tracciata ed è quella della riforma.
Non la riforma delle strutture, ma delle persone, cioè dei cuori.
La Chiesa è chiamata anzitutto ad avvicinarsi alle ferite psicologiche, morali e spirituali delle vittime coinvolte.
Non sarà mai abbastanza per chi ha sofferto così nel profondo.
I preti che si sono macchiati di questo peccato che è pure un reato, oltre a rendere conto del proprio comportamento nei riguardi della giustizia umana e di quella ecclesiastica, vanno anche aiutati a ritrovare l’equilibrio di sé stessi.
E’ stato obiettivamente uno scandalo fino a qualche mese fa non immaginabile, ma è possibile uscirne”.
Un bilancio dell’anno per la Chiesa? “E’ difficile tracciarlo.
Ciò che muove la Chiesa è annunciare il Vangelo e testimoniarlo con la vita.
Nonostante polemiche ricorrenti, non cerca posizioni di rendita o privilegi di sorta.
Il fatto che ogni anno domandi a tutti, credenti e non credenti, di destinare l’8 per mille delle tasse per le sue necessità, attesta che non ha alcuna garanzia.
D’altra parte, il servizio delle parrocchie, la passione educativa di tanti religiosi nelle scuole, la cura dentro centri sanitari, la presenza in situazioni a rischio (droga, alcool, gioco d’azzardo, usura…) dice che la Chiesa riceve, ma offre ancor di più agli italiani.
Mi accorgo, quando si trasferisce un parroco o si accorpa una parrocchia, che a mobilitarsi spesso non sono solo i praticanti, ma anche quelli che stanno a distanza.
Segno che la presenza della Chiesa sul territorio è apprezzata, attesa, difesa”.
in “la Repubblica” del 19 dicembre 2010

IV Domenica di Avvento anno A

Preghiere e racconti   La verità di Dio Giuseppe è della stessa tempra di Maria: un credente in ascolto di ciò che gli avviene.
La notizia della maternità prossima di Maria non suscita in lui alcuna reazione difensiva.
Di lui non si conserva alcuna parola.
Non è una persona che parla o aggiusta le cose a proprio vantaggio: si limita ad ascoltare ciò che l’angelo gli rivela.
La verità di Dio è più importante di ciò che Giuseppe vive.
E questa verità Giuseppe la rispetta senza alcuna aggressività, senza nemmeno pensare a difendersi.
Sia per Maria che per Giuseppe, l’annunciazione è una cosa incredibile.
Nessuno può essere all’altezza di una simile verità.
Nonostante questo, non vi è nessuno scetticismo, nessun comportamento attendista, nessuna presa di distanza, niente che faccia pensare a un sentimento di rivalsa.
Solo fede e abbandono.
Maria e Giuseppe hanno rinunciato alla loro verità per entrare in quella di Dio.
E noi? Noi non possiamo essere felici, se non riusciamo a leggere in profondità gli eventi della nostra esistenza.
Dio è presente nella nostra esistenza: in nessuna delle sue vicende manca il suo disegno, la sua intenzione di dirci qualche cosa.
È una verità da scoprire anche in questo momento.
(G.
DANNEELS, Le stagioni della vita, Brescia 1998, 210-211).
  Per questo il Verbo si è fatto uomo                                               Il Figlio congiunse e unì l’uomo a Dio.
Se non fosse stato un uomo a vincere il nemico dell’uomo, il Nemico non sarebbe stato vinto secondo giustizia.
Del resto se non fosse stato Dio a dare la salvezza, non l’avremmo ricevuta in modo stabile.
E se l’uomo non fosse stato unito a Dio, non avrebbe potuto partecipare all’incorruttibilità.
Occorreva infatti che il mediatore tra Dio e l’uomo, grazie alla sua parentela con tutti e due, riconducesse l’uno e l’altro all’amicizia e alla concordia e facesse sì che Dio accogliesse l’uomo e l’uomo si offrisse a Dio.
In che modo avremmo potuto essere partecipi dell’adozione filiale (cfr.
Gal 4,5) se, attraverso il Figlio, non avessimo ricevuto da Dio la comunione con lui e se il suo Verbo non fosse entrato in comunione con noi facendosi carne? […] Per questo il Verbo si è fatto uomo e il Figlio di Dio si è fatto Figlio dell’uomo, affinché l’uomo, mescolandosi al Verbo e ricevendo l’adozione filiale, divenga figlio di Dio.
Non potevamo ricevere in altro modo l’incorruttibilità e l’immortalità se prima l’incorruttibilità e l’immortalità non fosse divenuta ciò che siamo noi, affinché ciò che era corruttibile fosse assorbito dall’incorruttibilità e ciò che era mortale dall’immortalità (cfr.
1Cor 15,53-54; 2Cor5,4), affinché ricevessimo l’adozione filiale? Per questo «chi racconterà la sua generazione?» (Is 53,8).
Poiché è uomo e chi dunque lo conoscerà? (cfr.
Ger 17,9).
Lo conosce colui al quale il Padre che è nei cieli lo ha rivelato (cfr.
Mt 16,17) facendogli capire che il Figlio dell’uomo (cfr.
Mt 16,12), «nato non da volontà di carne ne da volontà d’uomo» (Gv 1,13) è il Cristo, «il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16).
(IRENEO DI LIONE, Contro le eresie 3,18,7-19,1-2, SC 211, pp.
364-366; 374-376).
    L’abbraccio di Giuseppe e di Maria Da questa icona emerge una calda atmosfera di tenerezza e di castità.
I due santi sposi si abbracciano con il trasporto e la solidarietà di chi vive nello Spirito.
Dietro a loro c’è il tavolo da lavoro di Giuseppe con gli umili utensili dell’attività quotidiana, segno di una vita ordinaria intessuta di fatica e di gioia, di sofferenza e di speranza.
Sullo sfondo vediamo la città: a sinistra la vecchia Gerusalemme e a destra la nuova.
In alto, un panno rosso indica la protezione divina sull’amore coniugale, mentre il tappeto rosso sotto i piedi degli sposi indica il percorso di reciproca donazione a cui tende la vita di ogni coppia: è un cammino regale e santo, magnifico e benedetto, che da vita a una nuova famiglia, plasmata dalla bontà del Signore per proclamare le sue lodi e per portare nel mondo una scintilla del suo Amore eterno e fedele.
  Laudato sii, mio Signore, per questo nostro infinito amore.
A te ritornerà come goccia nel mare.
Laudato sii, mio Signore, per il forte desiderio di amare che ci hai posto in cuore…
Laudato sii, mio Signore, per il desiderio mai saziato di te, unico Amore, del quale stesso amore ci amiamo senza mai sazietà, per il quale amore è più desiderabile soffrire che non possederlo.
Laudato sii, mio Signore, per questa nostra esistenza che ti degni di condurre provvidente, e per la quale, grati, ti benediciamo.
Laudato sii, mio Signore, per ogni evento della tua volontà, che su di noi troverà il suo compimento…
Laudato sii, mio Signore, per il nostro infinito amore.
      * Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Lezionario domenicale e festivo.
Anno A, a cura della Conferenza Episcopale Italiana, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2007.
– Don Tonino Bello, Avvento.
Natale.
Oltre il futuro, Padova, Messaggero, 2007, 61-66.
– Avvento-Natale 2010, a cura dell’ULN della CEI, Milano, San Paolo, 2010.
– Temi di predicazione.
Omelie.
Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004.  – E.
Bianchi et al., Eucaristia e Parola.
Testi per le celebrazioni eucaristiche di Avvento e Natale, in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 88 (2007) 10, 69 pp.
– Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.
           IV DOMENICA DI AVVENTO   Lectio – Anno A   Prima lettura: Isaia 7,10-14             In quei giorni, il Signore parlò ad Àcaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi  oppure dall’alto».
Ma Àcaz  rispose «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore».
Allora Isaia disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno.
Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele».
    v Il brano di Isaia, che la liturgia utilizza come prima lettura, è uno dei non molti oracoli profetici che si inquadrano in una precisa cornice storica, il 785 a.C.
Si tratta di un oracolo risalente veramente al profeta dell’ottavo secolo, pronunziato per il re Àcaz, che regnò su Giuda dal 743 al 727.
     In un momento in cui l’animo del re era profondamente turbato, a causa dello slancio espansivo della potenza assira, che mirava a sottomettere l’intera area della Siria-Palestina, e a causa delle minacce rivoltegli da chi (il re di Damasco e il re di Samaria) voleva attirarlo in una coalizione anti-assira, il profeta Isaia volle richiamarlo alla pura fede in Dio; gli raccomandava di non affidarsi ai suoi calcoli, che lo portavano a mettersi sotto la protezione degli Assiri; gli ripeteva che il futuro della dinastia davidica solo Dio era in grado di garantirlo.
Vedendo che Àcaz restava titubante, il profeta gli diede un solenne annunzio: la giovane sposa del re (‘alma) avrebbe avuto il suo primo figlio, come segno e garanzia della divina protezione (v.
14).
La forma particolarmente solenne di questo oracolo spinse la stessa tradizione giudaica a proiettarlo verso il futuro e a intenderlo in chiave messianica.
Sicché i cristiani non ebbero alcuna difficoltà a intenderlo come una profezia diretta della loro fede nella concezione verginale di Gesù, il vero Emanuele, cioè Dio-con-noi.
  Seconda lettura: Romani 1,1-7          Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio – che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti.
Gesù Cristo nostro Signore; per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome, e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo, a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo!     v All’inizio della lettera che scrive ai Romani Paolo si autopresenta come «apostolo per chiamata», perché sia chiaro che il suo vangelo non è frutto di opera umana, ma proviene da Dio.
Subito dopo introduce l’elemento centrale di questo ‘vangelo’ e precisamente la professione di fede in Gesù come Messia, figlio di Davide, annunciato dalle Scritture antiche e costituito Figlio di Dio in potenza nella risurrezione (vv.
3-4).
Per quanto riguarda il titolo di «Figlio di Dio» non significa che Gesù non lo fosse prima della risurrezione, ma la risurrezione lo costituisce tale «in potenza», mentre prima egli era apparso nella debolezza della carne.
     La Chiesa, dunque, nella fede, incessantemente lo proclama Messia, Figlio di Dio, Signore.
Quelli cui giunge questo ‘vangelo’ ottengono poi un dono prezioso: sono «amati da Dio e santi per chiamata».
  Vangelo: Matteo 1,18-24            Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo.
Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa.
Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.
        Esegesi      Questo brano del Vangelo dell’infanzia di Matteo è un esempio straordinario di quella che dobbiamo chiamare teologia narrativa.
Vogliamo dire che andremmo del tutto fuori strada se intendessimo questo brano evangelico come un racconto di cronaca, quasi fosse il racconto fattoci da un testimone oculare dei fatti narrati.
Quando leggiamo questo brano, dobbiamo renderci conto che l’evangelista, con esso, ha voluto evangelizzare i suoi lettori, cioè ha voluto comunicare a loro la verità profonda della nascita di Gesù, senza curarsi di dirci per quali vie e con quali espedienti egli è arrivato a conoscere e a formulare questo mistero che salva.
     Nella frase d’inizio del v.
18, l’evangelista dichiara apertamente che cosa egli vuole trasmettere con il racconto che segue.
Dice infatti: «Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo».
Appare evidente che l’oggetto della sua comunicazione è il come della nascita di Gesù.
La necessità di questa spiegazione è legata alla frase speciale da lui stesso adoperata nel precedente v.
16, con cui si conclude il quadro genealogico di «Gesù Cristo, figlio di Davide,  figlio di Abramo» (1,1).
Mentre per tutti i personaggi del quadro si segue lo schema “Tizio generò Caio…”, per Gesù Cristo, e solo per lui, si adopera una frase diversa e sorprendente: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo» (v.
16).
Quando l’evangelista, nell’albero genealogico, ha voluto ricordare la madre di un personaggio (il che si è ripetuto quattro volte), lo ha fatto mettendo sempre in rapporto col padre la nascita del figlio, p.
es.: «Booz generò Obed da Rut» (v.
5).
Per Gesù, invece, l’evangelista ha nominato Giuseppe solo per dire che egli fu «lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù».
Una frase del genere esigeva una spiegazione.
Il nostro brano assicura il lettore che avrà la spiegazione.
     Essa viene data sotto forma di una narrazione ovvero di un racconto.
Da dove l’evangelista abbia preso gli elementi costitutivi del racconto è certamente argomento che merita di essere indagato.
Ma questo problema non deve impedirci di cogliere la verità di fede che egli vuole comunicarci.
Questa verità è che Gesù è nato per la potenza creatrice dello Spirito divino, escludendo l’apporto generativo di Giuseppe.
La teologia cristiana posteriore escogiterà concetti desunti dalla metafisica e attingerà alla terminologia filosofica, per dare al mistero una formulazione ragionevole.
Ma l’evangelista non ha ancora queste risorse.
Egli si accinge a raccontare, nel suo libro i fatti e le parole di Gesù.
Parole e fatti che spingeranno il centurione, comandante del drappello militare che ha eseguito la crocifissione, ad esclamare: «Davvero costui era figlio di Dio!» (Mt 27,54).
     Il nostro racconto può essere strutturato in tre parti.
La prima parte contiene quello che può essere considerato l’antefatto: ci viene detto che Giuseppe e Maria si erano ufficialmente impegnati al matrimonio, davanti a testimoni (era questa, in quel tempo, la prima fase del matrimonio tra ebrei, che escludeva i rapporti coniugali) e attendevano di giungere alla seconda fase del matrimonio (la effettiva convivenza, che includeva i rapporti coniugali).
Nella parte centrale del racconto, ci è detto come accade il grande mistero della concezione verginale di Gesù; prima che tra i due cominciasse la convivenza coniugale, iniziò, nel seno di Maria, il mistero della generazione di Gesù (v.
18); Giuseppe, uomo giusto, non esitò a cedere il passo a Dio e ai suoi piani misteriosi (v.
19); ma un angelo di Dio intervenne a fargli sapere, in sogno, che Dio includeva anche lui nel suo piano, orientato alla salvezza del mondo, dovendo egli imporre il nome a colui che sarebbe nato dallo Spirito Santo (vv.
20-21).
Per sigillare la credibilità dell’avvenimento, che avvolge il messaggio di fede, l’evangelista cita la profezia di Is 7,14, che egli può rendere addirittura più esplicita di quanto non fosse nel testo originale, attingendo alla luce del fatto verificatosi (vv.
22-23).
La parte conclusiva del racconto è racchiusa nel v.
25, che ribadisce il mistero della nascita verginale di Gesù, dicendo che Maria, «senza che egli (Giuseppe) la conoscesse, partorì un figlio che egli chiamò Gesù».
     Il problema della composizione letteraria del nostro brano bisogna tenerlo distinto da quello del suo significato di fede.
Esso merita certamente di essere approfondito, ma solo dopo avere accolto il messaggio salvifico, con le risorse della raffinata critica letteraria.
  Meditazione        L’annuncio della venuta del Signore, che domina l’Avvento, diviene nella IV domenica, annuncio dell’incarnazione, della sua venuta nella carne, evento annunciato nella profezia isaiana della nascita di un bambino, un discendente regale (I lettura) manifestato dall’annuncio angelico a Giuseppe della nascita di un figlio da Maria per opera dello Spirito santo (vangelo), proclamato dalla confessione di fede che contiene l’annuncio del Figlio nato dalla stirpe di David secondo la carne e costituito Figlio di Dio secondo lo Spirito mediante la resurrezione (II lettura) .
Questo annuncio chiede fede e obbedienza: se Àcaz, con la sua disobbedienza, mostra la sua incredulità (I lettura), Giuseppe crede all’angelo e gli obbedisce (vangelo); ciò che Dio ha compiuto in Gesù Cristo e che l’Apostolo annuncia agli uomini è volto a ottenere «l’obbedienza della fede» da parte delle genti, ovvero, la fede che si esprime come obbedienza e l’obbedienza che è fondata sulla fede (II lettura).
Vi è un intrinseco rapporto tra fede e obbedienza: la fede consiste nell’obbedire e l’obbedienza consiste nel credere.
     Il testo matteano, chiamato «l’annunciazione a Giuseppe», pone in rilievo la figura di Giuseppe quale uomo di fede e di silenzio.
Il silenzio di Giuseppe è segno di forza, di lavoro interiore, di dominio di sé e delle situazioni, di fede.
Ed è un silenzio che trova luce nel buio in cui Giuseppe è sprofondato.
La gravidanza di Maria mette in crisi la storia che egli stava progettando con lei, eppure il testo biblico suggerisce che non vi è situazione umana, per quanto lacerante o dolorosa o contraddicente, che non possa essere vissuta con umanità e con santità.
     Se la reazione normale sarebbe stata quella di ripudiare la donna, «Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto» (Mt 1,19).
Invece di ripudiare Maria, abbandonandola al generale disprezzo e compromettendola pubblicamente, Giuseppe sceglie un’altra soluzione, sceglie una via giusta e umana, giusta perché umana.
La giustizia di Giuseppe è nel suo essere umano.
     «Il giusto dev’essere umano» (Oportet iustum esse et humanum: Sap 12,19).
Solo questa giustizia, infatti, onora l’immagine di Dio che è nell’uomo, nel creditore come nel debitore, nel santo come nel peccatore.
La giustizia umana di Giuseppe guarda alla persona di Maria e non la sacrifica a un’interpretazione letterale delle leggi in cui della persona si vede solo il peccato, la mancanza, l’errore.
Vi è qui una parola forte che mette in guardia i cristiani dal rischio di inumanità che i rapporti intraecclesiali possono sempre conoscere: quando il volto di una persona è cancellato dal suo ruolo, quando i singoli sono sacrificati alle leggi ecclesiastiche, quando le relazioni sono spersonalizzate e funzionali, quando la persona diviene mezzo e non fine.
La chiesa «esperta di umanità» non può che essere umana, non può che dar prova di questa esperienza con una concreta e quotidiana pratica di umanità.
L’annuncio dell’incarnazione diviene anche, per la chiesa, esortazione a essere umana.
     Proprio su questa umanità si innesta la fede che va oltre la giustizia umana e realizza il volere di Dio portando Giuseppe a prendere con sé Maria come sua sposa.
Così, lo scandalo diviene rivelazione, l’evento di contraddizione diviene occasione di obbedienza a Dio e di realizzazione della sua opera di salvezza.
Non solo Giuseppe non rifiuta, non ripudia, non condanna, ma accoglie, prende con sé, comprende.
     Questo cammino interiore che conduce Giuseppe all’obbedienza della fede avviene tramite la sua riflessione, il suo pensare (Mt 1,20) e tramite l’accoglienza della parola del Signore, parola condensata nella citazione scritturistica di Is 7,14 (Mt 1,22).
Il sogno, in effetti, nel mondo biblico è mezzo di rivelazione in quanto veicolo di una parola di Dio.
L’elemento decisivo nel sogno non è la visione, ma la parola: «In sogno io parlo a lui», dice Dio a Mosè (Nm 12,6).
All’epoca di Gesù, il sogno era chiamato «piccola profezia» al cuore della notte e del sonno simbolo della morte, il sogno sorge come una piccola luce che può rischiarare la vita.
 

La Bibbia patrimonio di tutti

Da più di due secoli, con una molteplicità di forme, i cristiani sono impegnati nella promozione della lettura della Bibbia in una prospettiva ecumenica.
Un impegno che ha progressivamente coinvolto un crescente numero di cristiani e che ha talvolta preceduto il dialogo ecumenico ufficiale tra le Chiese.
Tale dialogo è stato spesso sostenuto dalla scoperta del comune patrimonio spirituale, teologico, pastorale delle sacre Scritture, con il superamento di quei pregiudizi sulla lettura e sull’interpretazione della Bibbia che avevano frenato l’ascolto della Parola di Dio.
Si sono così aperti nuovi orizzonti non solo per un approfondimento ecumenico delle ricchezze del testo biblico, ma soprattutto per la definizione di iniziative per una sempre maggiore diffusione della Bibbia nella Chiesa e nella società contemporanea.
In questa prospettiva si colloca la celebrazione della Settimana della Bibbia promossa ogni anno dall’Alleanza biblica francese (Abf), associazione nata per iniziativa di un gruppo di protestanti all’interno del mondo della Società biblica; nel corso degli anni l’Abf si è venuta arricchendo della partecipazione dei cattolici e degli ortodossi francesi, divenendo così una palestra di ecumenismo biblico-pastorale che si pone l’obiettivo di far conoscere la Bibbia anche al di là della Chiesa, come ha ricordato il pastore Bernard Coyault, segretario generale dell’Alleanza biblica francese, nel presentare i progetti in corso.
Questi progetti prevedono una mostra sulla Bibbia patrimonio dell’umanità, per riaffermare l’importanza della conoscenza del testo e del mondo biblico per il passato, per il presente e per il futuro della società, nonché la redazione di una bibbia pensata per i giovani, non solo cristiani ma di tutte le altre religioni, e soprattutto per coloro che si dichiarano indifferenti a una dimensione di fede.
Inoltre le iniziative comprendono la messa in rete del Primo Testamento in ebraico e francese per favorire la conoscenza dei testi originali.
La Settimana biblica francese, che dal 2000 comincia con la i domenica di Avvento, vuole essere un’occasione per favorire una conoscenza della Scrittura attraverso un percorso di nove tappe di lettura comune dalla Genesi all’Apocalisse; il percorso, che è pensato per le comunità cristiane locali, ogni anno sviluppa una prospettiva particolare, nella formulazione del contenuto e della forma, grazie al coinvolgimento diretto nella fase di progettazione di gruppi impegnati nel campo dell’annuncio e della lettura della Bibbia.
Così è stato nel 2006 con l’associazione Cimade, dedita all’accoglienza dei migranti e dei rifugiati, e nel 2008 con i gruppi di volontari impegnati nell’assistenza dei detenuti.
Quest’anno la Settimana biblica si è rivolta ai giovani:  la scelta è nata dal desiderio di presentare il progetto ZeBible, che prevede, per il maggio 2011, la pubblicazione di un’edizione della Bibbia pensata per i giovani dai 15 ai 25 anni, corredata da una serie di strumenti in grado di avvicinare i ragazzi alla lettura e all’approfondimento del testo biblico.
A questa edizione verrà affiancata anche una versione on line, all’interno di uno spazio di dialogo e di riflessione sulla rete, nel quale approfondire e discutere della Bibbia.
Il progetto è nato all’interno dell’Abf con il sostegno di una dozzina di istituzioni, dall’Unione delle Chiese protestanti d’Alsazia alla Lega per la lettura della Bibbia, dalla Fondazione della gioventù avventista alla Provincia francescana di Francia, dall’Associazione degli scout e delle guide fino all’Assemblea dei vescovi ortodossi di Francia.
Nella realizzazione del piano si è cercato di andare incontro ai giovani, facendo ricorso a strumenti e a luoghi, come il mondo virtuale di internet, che sono più familiari a questa generazione, in modo da favorire un dialogo a partire dall’assunzione dei nuovi mezzi di comunicazione senza incorrere in inutili banalizzazioni ma proponendo la ricchezza e la profondità della Bibbia in tutta la sua complessità.
Alla stessa prospettiva si richiama il “Mondo della Bibbia”, un progetto lanciato, in questi giorni nella versione italiana, dalla Società biblica in Italia (Sbi), proprio per favorire la conoscenza della Scrittura nella Chiesa e nella società.
Si tratta di una serie di documentari che illustrano il mondo della Bibbia da un punto di vista storico, culturale, sociopolitico e geografico, con una serie di immagini che aiutano il lettore a comprendere il mondo nel quale venne redatto il testo biblico, dalla città di Ur alla Terra Santa.
Con il “Mondo della Bibbia”, realizzato dall’Alleanza biblica universale (che raccoglie nel mondo oltre centocinquanta società bibliche), ci si propone di creare uno strumento efficace per la conoscenza delle sacre Scritture rivolto non solo a coloro che sono impegnati nella catechesi, nell’insegnamento scolastico e nei gruppi di ascolto della Bibbia, ma a tutti quelli che hanno il desiderio di conoscere o di approfondire il mondo legato alla fonte primaria e fondamentale dell’esperienza delle comunità cristiane, utile anche alla comprensione della società e della civiltà contemporanea.
Il “Mondo della Bibbia” si compone di otto documentari sulla geografia della terra della Bibbia, la terra di Abramo, Isacco e Giacobbe, sulle vicende storiche dall’entrata in Canaan alla monarchia, e poi dalla monarchia all’esilio; e inoltre sul Nuovo Testamento, con una particolare attenzione ai vangeli e alle parole e ai luoghi dell’insegnamento di Gesù Cristo, sulla diffusione della Chiesa primitiva nell’Impero Romano, sulle religioni del Vicino Oriente antico; infine sul testo e sul canone della Bibbia, così come si è formato, con tutte le questioni ecumeniche che tale processo continua a porre alle Chiese.
Anche in questo progetto la Sbi ha potuto contare, oltre che sul sostegno economico della Conferenza episcopale italiana e di alcune Chiese evangeliche, sulla piena collaborazione dell’editrice Ldc, che cura, da oltre trent’anni, la pubblicazione della traduzione interconfessionale della Scrittura della Società biblica in Italia, con la convinzione che essa rappresenti un segno concreto del dialogo ecumenico per l’unità della Chiesa, il quale costituisce a sua volta una scelta irreversibile per la Chiesa cattolica.
Nella recente esortazione apostolica postsinodale  Verbum  Domini,  Benedetto XVI ha indicato l’importanza della conoscenza della Bibbia non solo per la Chiesa ma per il mondo, con un evidente richiamo alle indicazioni contenute nella costituzione dogmatica Dei Verbum del concilio Vaticano ii, “una pietra miliare nel cammino ecclesiale” – si legge nell’esortazione – che ha dato grande impulso “per la riscoperta della Parola di Dio nella vita della Chiesa, per la riflessione teologica sulla divina Rivelazione e per lo studio della sacra Scrittura”.
Con la Dei Verbum e con gli atti successivi, attraverso i quali la Chiesa ha voluto confermare le scelte del Vaticano ii, si è aperta una prospettiva di reale collaborazione ecumenica nella traduzione e nella diffusione della Bibbia come strumento per rendere più efficace la missione della Chiesa nell’annuncio del Vangelo a ogni uomo e a ogni donna.
(©L’Osservatore Romano – 13-14 dicembre 2010)

In un mondo migliore

INTERVISTA A SUSANNE BIER Cosa ha ispirato l’idea del suo nuovo film, In un mondo migliore? Ho discusso con Anders Thomas Jensen della Danimarca, che viene percepita come una società armoniosa e ideale, mentre nella realtà nulla è perfetto.
Abbiamo iniziato a pensare ad una storia nella quale eventi imprevedibili avrebbero avuto effetti drammatici sulle persone e distrutto l’immagine di luogo incantato nel quale vivere.
La storia di due ragazzi che diventano amici, ma uno di loro comincia a diventare violento, ha iniziato a svilupparsi.
Di solito si crede — o si vuole credere — che i ragazzini siano buoni, creature dell’amore, ma in questo caso un 12enne diventa cattivo, addirittura malvagio, perché arrabbiato.
Di cosa parla il film? Il film è incentrato sul personaggio di Mikael Persbrandt, che interpreta un medico idealista che lavora per una missione umanitaria in un campo di rifugiati in Africa.
Vuole fare la cosa giusta, ma gli eventi lo mettono alla prova e vediamo fino a che punto.
La sua storia è intrecciata con quella dei ragazzi.
Il medico è un personaggio interessante e intrigante che affronta le proprie ferite ma sogna un mondo migliore.
In Dopo il matrimonio, anche Mads Mikkelsen era impegnato in campo umanitario, ma doveva fare una scelta difficile nella sua vita.
Sembra affascinata da questi complessi personaggi maschili, messi alla prova dalla sorte e costretti a prendere decisioni pressoché eroiche.
Semplicemente mi piacciono le persone e sono i loro problemi che le rendono interessanti.
Nel film, Mikael Persbrandt è romantico, idealista, ma non certo perfetto.
È un vero essere umano con le sue fragilità, i suoi dubbi e le sue incertezze.
Da regista e donna, mi sento spinta verso questi personaggi maschili.
Gli attori spesso hanno un forte lato femminile, e mi piace trovarlo, come la profondità, segreto nascosto da portare allo scoperto.
Aveva in mente Ulrich Thomsen e Mikael Persbrandt quando ha scritto la sceneggiatura con Jensen? Di solito non parliamo degli attori all’inizio della scrittura, vogliamo concentrarci sulla storia e sulla drammatizzazione dei personaggi.
Poi, dopo la seconda e la terza scrittura, quando abbiamo i nomi, ci pensiamo e riscriviamo parti della storia.
Com’è stato per lei lavorare con Mikael Persbrandt? È un attore molto dotato, di grande forza.
Ha un lato animalesco molto vivo e questo è stato eccezionale per me, come regista.
Nel gennaio scorso ha avuto dei problemi con il Governo sudanese, che ha accusato il film di essere anti-islamico e di dipingere “una situazione inesistente in Darfur”.
Cosa ci dice di questo episodio? Il film non ha nulla a che fare con il Darfur.
È stato girato in Kenya, e l’azione si svolge da qualche parte in Africa, non in un luogo specifico.
La storia poi non ha nulla a che vedere con la religione: l’accusa era del tutto fuori luogo.
Lei è uno dei filmmaker più “vendibili” di Scandinavia, e i suoi film sono noti in tutto il mondo.
È importante per lei questo riconoscimento internazionale? Il cinema per me non è fare piccoli film d’avanguardia che non vedrà mai nessuno.
Mi piace essere connessa al pubblico, perché penso al pubblico quando faccio un film.
SUSANNE BIER regista Figlia di Rudy Bier, un ebreo tedesco rifugiatosi in Danimarca durante l’occupazione nazista, e di Henny Bier, danese di origini ebreo russe e sorella minore di due avvocati (uno a Londra, l’altro a Copenhagen), Susanne Bier incarna il modello cosmopolita e moderno della  tradizione europea degli anni d’oro, in cui i registi come Siodmak, Ophuls e Wilder cercavano, per necessità o inquietudine,  ispirazione fuori dai confini nazionali.
Susanne si laurea in architettura ma decide  di studiare cinema all’estero, a Londra e Gerusalemme.
Sposa un regista (da cui ha un figlio, Gabriel), poi un attore svedese (sua figlia Alice ha la doppia nazionalità ed è bilingue), poi un musicista.
Il suo cinema riflette appieno questa forma di libertà e di spazio a partire da subito, con Family Matters storia di incesto tra fratello e sorella, tra Copenhagen e un paese remoto del Portogallo.
La regista si sposta poi in Svezia, per girare Pensionat Oskar, incentrato su una famiglia piccolo borghese in una località di vacanza, in cui i legami iniziano a vacillare quando il padre e marito scopre di essere attratto da un bagnino.
In entrambi i film è evidente che l’altrove fisico serve alla regista a cercare un altrove morale e sentimentale, una forma di spostamento dalla normalità.
Il grande successo nazionale arriva con The One and Only, una commedia che non riesce a valicare i confini della Scandinavia, ma attira su Susanne l’attenzione dell’industria nel suo paese.
Di nuovo al centro dell’azione troviamo due famiglie, problemi di adozione e una bambina che arriva dal Burkina Faso.
La commedia successiva Susanne la gira in Svezia – è la storia di una giovane sfigata che sogna di cantare in Eurovisione – e il titolo la dice lunga: Once in a Lifetime.  È Open Hearts, tuttavia, a segnare la svolta critica internazionale, vincendo il Fipresci al festival di Toronto, riscuotendo un ottimo successo a San Sebastián e lanciando Susanne e il suo protagonista, Mads Mikkelsen,  nel firmamento delle star europee (purtroppo il film ha una pessima distribuzione in Italia, “curata” da E-mik).
Si tratta di una storia lacerante, in cui un uomo giovane e bello viene travolto da una macchina e rimane paralizzato a vita.
L’incidente cambierà anche le vite degli altri, della sua compagna, dell’automobilista distratta e del medico che lo cura.
Per certi aspetti Open Hearts racchiude tutto il lavoro precedente di Susanne e anticipa i film che farà in seguito.
Come per Non desiderare la donna d’altri, Dopo il matrimonio, Noi due sconosciuti e In un mondo migliore, sotto la lente d’ingrandimento non c’è mai solo il personaggio- motore della vicenda.
Un’azione scatena più reazioni e la traiettoria di un personaggio cambia le traiettorie degli altri.
L’infermità fisica di Nicolaj Lee Kaas provoca un’infermità altrettanto grave in Paprika Steen, la donna che lo ha investito.
L’Afghanistan di Non desiderare la donna d’altri è l’altrove che sconvolge la vita del soldato Ulrich Thomsen, di sua moglie Connie Nielsen e di suo fratello Nikolaj Lee Kaas.
Quando Thomsen è costretto a ammazzare un suo commilitone  in un campo di prigionia Talebano, si scatena una serie di lutti morali, pubblici e privati.
Oltre a essere un  successo critico, il film si afferma anche al botteghino: funziona in patria, in America, Germania, Italia e Spagna, vince il Sundance Festival, vince San Sebastián e una sfilza di premi nazionali.
Per l’industria americana, Susanne Bier è una da tenere d’occhio.
Il soggetto del film viene opzionato e qualche anno dopo esce un remake diretto da Jim Sheridan con Jake Gyllenhaal e Natalie Portman. Sheridan si sente appoggiato e incoraggiato dalla regista.
È uno dei film più belli del 2010: intenso, emozionante, vita vera.
In un mondo migliore (dal 10 dicembre nelle sale) è il lavoro cinematografico che consiglio di vedere a cuore pieno e spassionato, come se caldeggiassi qualcosa di caro e di mio.
Ci sono storie che ti passano davanti, magari perfettamente narrate, ma che non toccano un capello e il giorno dopo quasi non ricordi di aver visto.
Non è così per la pellicola di Susanne Bier, regista dalla mano potente e delicata venuta dalla fredda e “sconosciuta” Danimarca.
In un mondo migliore ti attraversa l’anima, ti fa piangere, ti fa arrabbiare, ti fa chiedere.
Davanti a prepotenze, piccole o enormi e inaccettabili che siano, bisogna rimanere lucidi e giusti o diventare vendicatori e violenti come i nostri aggressori? Nella vita quotidiana fatta di isterie, prevaricazioni, ingiustizie, è un dubbio quanto mai attuale.
È il dubbio alla base di tante guerre.
Qui, a due passi dal nostro naso, per strada, al parco, negli scontri cittadini quotidiani, nel tassista preso a pugni a un incrocio, come a miglia di distanza, in un’Africa lontana dove cozzano con la stessa mostruosità bene e male.
“Susanne Bier indaga la nostra epoca con passione, forza visionaria e coraggio civile”, questa la motivazione che ha dato a In un mondo migliore il Gran Premio della Giuria al recente Festival del Film di Roma.
Ma la potenza del film danese è la sua capacità di arrivare duro e diretto anche oltre i cineasti, i critici e gli addetti ai lavori, tanto da aver vinto anche il Marc’Aurelio del pubblico.
Gli attori sono tutti di una bravura indimenticabile e le loro vicende sono le nostre: la solitudine, l’impotenza, un bisogno profondo di riconciliazione.
Afferro e mantengo dentro di me lo sguardo imperscrutabile e mai aperto a una solarità del dodicenne Christian (William Jøhnk Nielsen), il sorriso imperfetto del tenero ed emarginato Elias (Markus Rygaard), la tenacia disperata di sua madre Marianne (Trine Dyrholm), la coerenza idealistica e dolorosa di suo marito Anton, medico in un campo di rifugiati africano (Mikael Persbrandt).
Intanto la fotografia dalla luce diafana di Morten Søborg intaglia i visi, fissa le espressioni e, insieme alla sceneggiatura firmata Anders Thomas Jensen, contribuisce a regalare il film perfetto di questa fine anno.
Il soggetto è della stessa Bier e dell’amico e stretto collaboratore Jensen.
Con Dopo il matrimonio la regista danese era arrivata finalista agli Oscar 2007 per il Miglior film straniero.
In un mondo migliore è ancora candidato per la Danimarca agli Oscar 2011.


III Domenica di Avvento anno A

Preghiere e racconti   Bellezza oltre ogni descrizione Uno dei romanzi più noti di André Gide (1869-1951) s’intitola La sinfonia pastorale.
Il libro è ambientato nella Svizzera di lingua francese negli anni Novanta (1890) e narra la storia di una complessa relazione fra un pastore protestante e Gertrude, una ragazza cieca dalla nascita.
Di particolare interesse è il modo in cui il pastore prova a comunicare a Gertrude cose come la bellezza dei prati alpini, trapuntati di fiori dai colori sgargianti, e la maestà delle montagne dalle cime innevate.
Egli prova a descrivere i fiori azzurri che crescono sulla riva del fiume paragonandoli al colore del cielo, ma deve rendersi subito conto che lei non può vedere il cielo per apprezzare il paragone.
In questo suo lavoro egli si sente continuamente frustrato dalla limitatezza del linguaggio che usa per far conoscere la bellezza e lo stupore della natura alla giovane cieca.
Ma le parole sono il solo strumento di cui dispone.
Non può che perseverare sapendo di poter comunicare solo a parole una realtà che non può mai essere completamente espressa con parole.
Allora ecco un nuovo e insperato sviluppo.
Un oculista della vicina città di Losanna ritiene che la ragazza possa essere operata agli occhi in modo da ottenere la vista.
Dopo tre settimane trascorse nella casa di cura, ella torna a casa, dal pastore.
Adesso può vedere e sperimentare da sola le immagini che il pastore aveva cercato di comunicarle solo attraverso le parole.
“Appena ho acquistato la vista – ella disse – i miei occhi si sono aperti su un mondo più stupendo di come avrei mai potuto sognare che fosse.
Sì, davvero, non mi sarei mai immaginata che la luce del giorno fosse così brillante, l’aria così limpida e il cielo così vasto”.
La realtà sorpassa di gran lunga la descrizione verbale.
La pazienza del pastore e le sue goffe parole non avrebbero mai potuto descrivere adeguatamente il mondo che la ragazza non poteva vedere da sola, il mondo che chiedeva di essere sperimentato piuttosto che meramente descritto.
Per il cristiano, il mondo presente contiene indizi e segnali di un altro mondo, un mondo che possiamo cominciare a sperimentare ora, ma che conosceremo nella sua pienezza solo alla fine.
(Alister Mc Grafth, Il Dio sconosciuto, Cinisello Balsamo, 2002, 35-37)   Il buio e la luce È buio dentro di me, ma presso di te c’è la luce; sono solo, ma tu non mi abbandoni; sono impaurito, ma presso di te c’è l’aiuto; sono inquieto, ma presso di te c’è la pace; in me c’è amarezza, ma presso di te c’è la pazienza; io non comprendo le tue vie, ma la mia via tu la conosci.
(Dietrich Bonhoeffer)   Il luogo dell’appuntamento Dio e l’umanità sono come due amanti che hanno sbagliato il luogo dell’appuntamento.
Tutti e due arrivano in anticipo sull’ora fissata ma in due luoghi diversi.
E aspettano, aspettano, aspettano.
Uno è in piedi inchiodato sul posto per l’eternità dei tempi.
L’altra è distratta e impaziente.
Guai a lei se si stanca e se ne va! (Simone Weil)   Nell’attesa paziente No, non è in tuo potere far aprire il bocciolo; scuotilo, sbattilo, non riuscirai ad aprirlo.
Le tue mani lo guastano, ne strappi i petali e li getti nella polvere, ma non appare nessun colore e nessun profumo.
Ah! A te non è dato di farlo fiorire.
Colui che invece fa sbocciare il fiore, lavora semplicemente, vi getta uno sguardo all’alba e la linfa della vita scorre nelle vene del fiore.
Al suo alito il fiore dispiega lentamente i suoi petali e si culla lentamente al soffio del vento.
Come un desiderio del cuore, il suo colore erompe, e il suo profumo tradisce un dolce segreto.
Colui che fa sbocciare veramente il fiore lavora sempre solo semplicemente e silenziosamente.
(Poesia indiana)   La fede è speranza      Paolo […] dice ai Tessalonicesi: Voi non dovete “affliggervi come gli altri che non hanno speranza” (1 Ts 4,13).
Anche qui compare come elemento distintivo dei cristiani il fatto che essi hanno un futuro: non è che sappiamo nei particolari ciò che li attende, ma sanno nell’insieme che la loro vita non finisce nel vuoto.
Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente.
Così possiamo ora dire: il cristianesimo non era soltanto una “buona notizia” – una comunicazione di contenuti fino a quel momento ignoti.
Nel nostro linguaggio si direbbe: il messaggio cristiano non era solo “informativo”, ma “performativo”.
Ciò significa: il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma una comunicazione che produce fatti e cambia la vita.
La porta oscura del tempo, del futuro, è stata spalancata.
Chi ha speranza vive diversamente; gli è stata donata una vita nuova».
(BENEDETTO XVI, Spe Salvi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2007, n.2).
  L’incontro con Dio      «Per noi che viviamo da sempre con il concetto cristiano di Dio e ci siamo assuefatti ad esso, il possesso della speranza, che proviene dall’incontro reale con questo Dio, quasi non è più percepibile.
L’esempio di una santa del nostro tempo può in qualche misura aiutarci a capire che cosa significhi incontrare per la prima volta e realmente questo Dio.
Penso all’africana Giuseppina Bakhita, canonizzata da Papa Giovanni Paolo II.
Era nata nel 1869 circa – lei stessa non sapeva la data precisa – nel Darfur, in Sudan.
All’età di nove anni fu rapita da trafficanti di schiavi, picchiata a sangue e venduta cinque volte sui mercati del Sudan.
Da ultimo, come schiava si trovò al servizio della madre e della moglie di un generale e lì ogni giorno veniva fustigata fino al sangue; in conseguenza di ciò le rimasero per tutta la vita 144 cicatrici.
Infine, nel 1882 fu comprata da un mercante italiano per il console italiano Callisto Legnani che, di fronte all’avanzata dei mahdisti, tornò in Italia.
Qui, dopo “padroni” così terribili di cui fino a quel momento era stata proprietà, Bakhita venne a conoscere un “padrone” totalmente diverso – nel dialetto veneziano, che ora aveva imparato, chiamava “paron” il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo.
Fino ad allora aveva conosciuto solo padroni che la disprezzavano e la maltrattavano o, nel caso migliore, la consideravano una schiava utile.
Ora, però, sentiva dire che esiste un “paron” al di sopra di tutti i padroni, il Signore di tutti i signori, e che questo Signore è buono, la bontà in persona.
Veniva a sapere che questo Signore conosceva anche lei, aveva creato anche lei – anzi che Egli la amava.
Anche lei era amata, e proprio dal “Paron” supremo, davanti al quale tutti gli altri padroni sono essi stessi soltanto miseri servi.
Lei era conosciuta e amata ed era attesa.
Anzi, questo padrone aveva affrontato in prima persona il destino di essere picchiato e ora la aspettava “alla destra di Dio Padre”.
Ora lei aveva “speranza” – non più solo la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli, ma la grande speranza: io sono definitivamente amata e qualunque cosa accada – io sono attesa da questo Amore.
E così la mia vita è buona.
Mediante la conoscenza di questa speranza lei era “redenta”, non si sentiva più schiava, ma libera figlia di Dio».
(BENEDETTO XVI, Spe Salvi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2007, n.3).
  «Il tempo si è fatto breve»            È scritto: «La speranza prolungata fa male al cuore»; ma benché sia stanca per la dilazione del desiderio, tuttavia è sicura della promessa.
Sperando in essa e ponendo in essa ogni mia attesa, aggiungerò speranza a  speranza (…).                                                Signore Gesù, ti siano rese grazie.
Io, una volta per tutte, ho fatto affidamento alle tue promesse.
Tuttavia «vieni in aiuto alla mia incredulità», perché, dimorando là, immobile, io ti attenda sempre, finché veda ciò che credo.
Sì, io credo di «poter contemplare la bontà del Signore nella terra dei vivi».
E tu, lo credi? Allora il tuo cuore si fortifichi ed attenda con pazienza il Signore.
Se egli richiede una lunga pazienza, altrove promette di tornare presto.
Da una parte vuole educarci alla pazienza, dall’altra confortare gli scoraggiati.
     «Il tempo si è fatto breve», soprattutto per ciascuno di noi, benché sembri lungo a chi si consumi, sia per il dolore, sia per l’amore».
 (GUERRICO D’IGNY, Sermoni per l’avvento del Signore, 1, 3-4).
  Preghiera      «Beato chi non si scandalizzerà di me»: sostieni la nostra fede, Signore Gesù, quando è tentata di scandalizzarsi per la tua ‘debolezza’.
     Donaci la convinzione e la sapienza che animava il tuo apostolo Giacomo: egli, che ben conosceva le grandiose promesse di Isaia, ha creduto che tu le hai realizzate, anche se nulla sembrava apparentemente cambiato nel mondo, dopo il tuo passaggio.
     Dona anche a noi la pazienza dell’agricoltore, per seminare speranza.
     Fa’ che accogliamo con riconoscenza il tuo vangelo di gioia, la buona notizia per i poveri e insegnandoci la pazienza; edifica in noi una fede forte.
     Donaci la beatitudine di essere tuoi discepoli, la tua stessa gioia, la gioia del Padre nel fare del bene, anche quando ci toccasse di apparire perdenti.                                         Ravviva in noi la memoria dei benefici ricevuti, perché possiamo deciderci ancora oggi per il tuo vangelo e perché, anche quando non riconosciamo le tue vie, continuino come il Battista ad esserti fedeli.      * Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di: – Lezionario domenicale e festivo.
Anno A, a cura della Conferenza Episcopale Italiana, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2007.
– Don Tonino Bello, Avvento.
Natale.
Oltre il futuro, Padova, Messaggero, 2007, 61-66.
– Avvento-Natale 2010, a cura dell’ULN della CEI, Milano, San Paolo, 2010.
– Temi di predicazione.
Omelie.
Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004.  – E.
Bianchi et al., Eucaristia e Parola.
Testi per le celebrazioni eucaristiche di Avvento e Natale, in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 88 (2007) 10, 69 pp.
– Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.
 III DOMENICA DI AVVENTO   Lectio – Anno A   Prima lettura: Isaia 35,1-6a.8a.10              Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa.
Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo.
Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron.
Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio.
Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti.
Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina.
Egli viene a salvarvi».
Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.
Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto.
Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa.
Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto     v Il brano riporta uno dei più significativi oracoli messianici citati da Gesù per capire il senso delle sue “opere”.
Appartiene alla così detta “piccola apocalisse” di Is 34-35 (la “grande apocalisse” è in Is 24-27), databile al tempo del ritorno dalla deportazione a Babilonia e della ricostruzione.
Per rinfrancare i rimpatriati, alle prese con tante difficoltà materiali e ancora tentennanti nella fede e nella speranza, il profeta, col linguaggio allegorico proprio dell’apocalittica, descrive la sorte disastrosa di chi va contro Dio e la sorte gloriosa invece di chi sta nella sua alleanza: Is 34 annuncia la rovina di tutti i popoli ribelli a Dio, in particolare di Edom, complice dei distruttori (cf.
Is 34,8 e Sal 136,7); Is 35 invece invita i reduci a esultare, per la nuova e meravigliosa realtà che stanno per sperimentare.
Il brano liturgico riporta tutto Is 35, eccetto due versetti, e si può suddividere in due parti.
     1.
Splendida ripresa dell’ambiente, per opera di Dio (vv.
1-4).
Al quadro desolante dei castighi al paese di Edom (Is 34), il profeta contrappone quest’altro gioioso, mirabilmente florido e bello, per Sion.
Prima dipinge la ripresa rigogliosa della terra promessa, coi paragoni proverbiali del Libano e del Carmelo, allora splendidi e lussureggianti di vegetazione, gloria di Dio creatore.
Poi prospetta la ripresa fisica e morale dei rimpatriati in tale ambiente: mani e gambe irrobustite, per lavorare sicuri e muoversi spediti, e superamento delle idee e dei sentimenti ancora incerti e timorosi per gli «smarriti di cuore».
Dio stesso sta per tornare fra loro (cf.
Is 40,10-11), conclude l’oracolo.
Viene a “salvare”, nel duplice senso della liberazione e della salute piena.
In questo modo viene con lui la “vendetta”, che è punizione per i deportatori e ricompensa per i liberati che tornano a lui.
Essa a noi ripugna tanto, perché la pensiamo acida e sproporzionata come la nostra.
Ma la vendetta divina, sia pure con linguaggio crudo, l’Antico Testamento la attende e la invoca da Dio onnisciente e infinitamente giusto e misericordioso (cf.
Ger 1,20), intendendo sempre la sua giustizia.
A compierla ora è il Dio dell’alleanza, il “Santo di Israele” che interviene come vindice (go’el) del suo popolo, per tirarlo fuori dalle difficoltà in cui è caduto e rimetterlo sulla strada della salvezza.
     2.
Ripresa interiore profonda del popolo di Dio (vv.
5-10).
L’opera di salvezza nelle persone è preannunciata in tre momenti.
Anzitutto una nuova vitalità: si apriranno gli occhi dei ciechi e le orecchie dei sordi, lo zoppo salterà come un cervo e griderà di gioia il muto…
Non più solo mani e ginocchia, ma tutte le membra e i sensi dell’uomo tornano integri.
Si tratta in primo luogo dell’uscita dallo scoraggiamento e dal pessimismo, nel quale sono caduti i deportati (Is 42,18-23), e della capacità di percepire il germoglio della nuova realtà (Is 43,19): quindi una ripresa interiore, profonda, spirituale, prima che fisica.
Ad essa soprattutto fa riferimento la risposta di Gesù al Battista, ampliandola ai lebbrosi guariti e addirittura ai morti risuscitati.
Secondo momento è il riconoscimento della “Via santa”, quella da appianare nel deserto per il rimpatrio, rapido e sicuro, sulla quale si rivelerà la «gloria» di Dio liberatore (Is 40,3-5), frutto però di quella spirituale che riporta a camminare con Dio nella vita.
Su questa il Battista riconosceva la sua missione (cf.
Mt 3,3; Gv 1,23).
E anche Gesù vi allude, con la buona novella ai poveri e la beatitudine per chi non trova inciampo nella sua proposta messianica (Vangelo).
Terzo momento sarà la felicità perenne in Sion, per il popolo uscito dalla tristezza e dal pianto e ristabilito nella sua regalità.
     Gli annunci profetici e le “opere” di Gesù dunque si pongono come “segni” di una realtà che sta nei risvolti più profondi dell’uomo e che si sviluppa nel futuro messianico della “salvezza”.
  Seconda lettura: Giacomo 5,7-10          Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore.
Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge.
Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina.
Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte.
Fratelli, prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore.
    v Alla fine ormai della lettera, Giacomo fa le raccomandazioni per l’attesa della venuta del Signore, che già arriva in quanto va succedendo alle «dodici tribù in diaspora» (Gc 1,1 ), cioè al nuovo popolo di Dio pellegrino nella storia.
Cerchiamo di cogliere questi aspetti di escatologia immanente.
     1.
L’imperativo iniziale «siate costanti», alla lettera sarebbe “siate magnanimi”, allargate la mente, e così sarete pazienti e tolleranti.       Vedi l’agricoltore (v.
7).
La sua pazienza è tutt’altro che inerte e passiva: egli attende il prezioso frutto della terra dalle cure che vi prodiga, ma rafforza la sua speranza con la fiducia nelle piogge stagionali, dono di Dio.
Così i cristiani allarghino l’animo e irrobustiscano i cuori, riconoscendo che il Signore viene già quando affrontano le persecuzioni, vivono le rinunce e testimoniano la fede.
E non si perdano in lagnanze reciproche, per non essere giudicati da colui che, dopo la prima venuta nella misericordia, torna piuttosto come giudice in quella intermedia e in quella finale: Ecco, vedi il giudice è alle porte (v.
9).
     2.
Un secondo imperativo invita a prendere come modelli di sopportazione dei mali e di grandezza d’animo i profeti.
Il loro esempio non è generico, ma fatto di comportamenti e di motivazioni date dalla fede: per questo Giacomo specifica: «che hanno parlato nel nome del Signore».
Sempre la pazienza cristiana è frutto della grandezza d’animo data dalla parola di Dio e della forza di sopportare, comunicata dalla grazia.
  Vangelo: Matteo 11,2-11           In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?».
Gesù rispose Loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo.
E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».
Mentre quelli se ne andavano.
Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Si, io vi dico, anzi, più che un profeta.
Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».
    Esegesi        Il riconoscimento dell’identità di Gesù come Messia, da parte dei discepoli, avviene a Cesarea di Filippo, nei Sinottici, e verso di esso tende tutta la prima parte del loro racconto.
Matteo e Luca inseriscono una tappa importante con l’episodio che si legge oggi, nel quale Gesù stesso indica gli elementi per riconoscerlo e a sua volta delinea l’identità dell’interlocutore Giovanni, che gli ha preparato la strada, come farà poi a Cesarea anche con Pietro, che continuerà la sua opera.
Il discorso sulle identità divide il brano in due parti.
     1.
La identità di Gesù (vv.
2-6).
È o non è lui “il Veniente”? Il titolo accomuna il Messia con Dio (cf.
Ap 1,4-5).
Sono le sue “opere” a provocare la domanda del Battista.
Lui lo aveva annunciato alla gente con la scure posta alla radice e il ventilabro in mano, per raccogliere nel granaio il suo grano e bruciare la pula nel fuoco inestinguibile, cioè come giudice ultimo di tutta la iniquità umana (cf.
Mt 3,10-13).
Gesù invece compie gesti pieni di misericordia, verso i malati e i peccatori, e fa discorsi tutti ispirati all’amore e alla condivisione, in particolare sulla montagna (Mt 5-7) e ai missionari (Mt 10).
Gesù non da una risposta diretta, ma invita i discepoli del Battista a fare discernimento sui prodigi che compie, con riferimenti al libro di Isaia, dove sono ricorrenti i temi del “vedere” e “ascoltare”.
In esso, mentre il profeta dell’VII sec.
a.C.
era stato disilluso da Dio, sull’esito del ministero presso un popolo superficiale che non vede con gli occhi, non ode con gli orecchi e non comprende con il cuore (cf.
Is 6,10), gli oracoli messianici dei suoi continuatori, nel VI sec.
a.C., annunciano una prodigiosa riapertura degli occhi e degli orecchi (cf.
Prima lettura).
Usando le loro espressioni, Gesù vuole dire che sta realizzando i loro annunci e invita i discepoli del Battista a riferire quanto essi stessi avranno saputo ascoltare e vedere.                In questo modo egli presenta le sue “opere” non fine a se stesse, ma come “segni” di quanto va compiendo nella realtà più profonda.
L’aveva già indicata nei singoli prodigi con le richieste della fede, che fa risorgere la vita dello spirito, e con la remissione dei peccati, che toglie l’ostacolo più grosso.
Adesso l’ha sintetizzata con la frase «ai poveri è annunciato il vangelo», che un po’ riassume i prodigi elencati e i riferimenti a Isaia (cf.
Is 61,1), ma più ancora indica il suo programma, proclamato sul monte con le beatitudini.
Egli evangelizza i poveri (Mt 5,3-10), nel senso che valorizza loro, e non i ricchi e sazi, come base per costruire il regno di Dio.
A quelle beatitudini ora ne aggiunge un’altra: beato chi non trova inciampo (scandalo) in lui per questa valorizzazione.
     2.
La identità del Battista (vv.
7-11).
A scanso dell’equivoco possibile che sia anche lui a trovare inciampo, Gesù stesso prende l’iniziativa di delinearne la identità, tutt’altro che estranea alla propria.
Fra tre ipotesi, ripetendo per tre volte la domanda: «che cosa siete andati a vedere nel deserto?».
La prima ipotesi, una canna sbattuta dal vento, cioè un opportunista folle, è smentita dalla verità della terza.
La seconda, un uomo in morbide vesti, cioè un facoltoso in cerca di potere, è smentita dallo stile del personaggio e dalle sue  contestazioni agli uomini di palazzo.                                       La terza ipotesi, un profeta, non solo è vera ma dice ancora troppo poco.
Assai più che profeta egli è il precursore del Messia, ne ha preparato la venuta.
Non è quindi inciampo o scandalo il suo, ma bisogno di capire meglio l’intendimento di Gesù, sentito nel battesimo al Giordano, di adempiere «ogni giustizia» (Mt 3,14-15) cioè ogni disposizione divina sul Messia.
Gli viene risposto che, per provocare le scelte fondamentali, egli usa la misericordia e la condivisione e non ancora il giudizio definitivo: sono criteri di discernimento per l’appartenenza a Dio assai più taglienti e profondi della scure, del ventilabro e di qualsiasi discriminazione violenta, perché costituiscono e non solo annunciano il regno dei cieli.
In questo senso, chi entra nella costruzione del regno con lui è più grande del Battista, che pure supera tutti i profeti dell’umanità.
In questo senso pure si può dire che le attese del Battista non sono smentite, ma portate a guardare più in profondità.       Meditazione

Ricerca e carità

Libertà e dialogo per la «nuova città» di Giulio Giorello e Carlo Maria Martini in “Corriere della Sera” del 9 dicembre 2010 Da oggi è in libreria “Ricerca e carità”, un dialogo tra il cardinale Carlo Maria Martini e Giulio Giorello, un confronto su scienza e solidarietà, ed.
San Raffaele, curato da Damiano Modena.
Anticipiamo due estratti tratti dai capitoli “La città dell’uomo” e “Intelligenza e amore”.
GIULIO GIORELLO – Eminenza, può godere di quella «potenza trasformante» dei Vangeli anche chi ritiene che essi siano non la «buona novella», ma una tra le tante buone novelle che dal passato ci arrivano «come la luce di stelle che non ci sono più» (rubo quest’espressione a Luca Ronconi)? Tale luce a noi serve ancora, rischiara la nostra notte.
Dobbiamo riprendere tutte le buone novelle, anche quelle redatte dai miscredenti, come «l’ateo Spinoza» (così lo chiamavano i bigotti nella sua Amsterdam).
Ritengo che questa sia una via praticabile per ridare senso alle parole, come lei stesso desidera.
Un esempio: ho riletto di recente quei passi della Monarchia di Dante, in cui viene prospettato come grande momento nella storia dell’umanità la fondazione delle prime città.
Semiramide sarà stata pure colei che «libito fe’ licito in sua legge» ( Inferno V, 56), ma è anche colei che pose o custodì le mura delle grandi città assire di cui era sovrana.
Ecco cos’è una città: un elemento al tempo stesso di inclusione ed esclusione, che configura il modo in cui si costituisce l’umanità; l’uomo riconosce alcuni come compagni nella propria avventura, cioè con-cittadini ed esclude altri come estranei, se non nemici.
Questo movimento di inclusione ed esclusione è sostanzialmente il processo fondativo della città, le cui mura non sono soltanto segno ostile verso il nemico; sono anche, e non a caso, l’elemento che marca il carattere di quella comunità.
La città rappresenta, allora, una mediazione tra natura e cultura; e di conseguenza l’esperienza della cittadinanza si ritrova alla base della nostra stessa modernità.
In che modo, allora, un essere umano si realizza nella città? E vi può essere una città globale? Ovvero, possiamo pensare al mondo come un’unica grande città? La città di oggi conosce, per altro, una drammatica esperienza della diversità, quella che indichiamo con vari termini (non sempre esattamente equivalenti), come multiculturalismo, multietnicità, pluralismo.
È solo un ricordo del passato il modello di convivenza e integrazione della Cordova dell’età d’oro dei musulmani in Andalusia,  quando a poca distanza coesistevano la moschea, la sinagoga e la chiesa? Quale delicato equilibrio può proporsi oggi? Gli stessi mutamenti prodotti da scienza e tecnica non potrebbero essere quelli che porteranno prima o poi alla disgregazione della città armoniosa in cui diverse fedi, etnie, forme di vita potrebbero prosperare insieme? E soprattutto, si può andare oltre la mera coesistenza? (…) Come ci dovremmo regolare con il ruolo politico delle altre religioni? Nel Corano si legge che è volontà di Dio che il Califfo intervenga quando i propri magistrati sono corrotti: questa linea è idealmente migliore del «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio»? CARLO MARIA MARTINI — Come lei sa, nei miei ventidue anni di servizio episcopale a Milano ho posto la città come uno dei cardini riflessivi.
Non era un vezzo, ma la coscienza che sia  nell’Antico sia nel Nuovo Testamento la città, con le sue dinamiche e le sue contraddizioni, è il luogo dove Dio dialoga con l’uomo.
Gerusalemme, addirittura, è il luogo dove Dio prende dimora.
Non saprei bene come un individuo si realizzi nella città.
In generale, un essere umano si realizza quando scopre in sé delle potenzialità e può esprimerle contestualizzandole in un determinato ambiente, senza contrastare l’impegno dell’altro, la sua identità, la sua libertà, la sua responsabilità.
Tuttavia, il mondo intero ha in sé le stesse dinamiche positive e gli stessi peccati di una città, sicché può essere considerato come un’unica grande città.
Ma lei sottolinea il carattere drammatico della diversità all’interno della città.
A me, invece, pare che ciò non sia così drammatico.
La diversità è una ricchezza.
Modelli nuovi di convivenza pacifica potranno essere raggiunti; anzi, sono già in atto in ogni parte del mondo, a cominciare dalla città che mi è più cara.
Pochi sanno, infatti, del movimento che a Gerusalemme unisce i familiari delle vittime della guerra israelo-palestinese in momenti di dialogo e di preghiera comune molto belli e intensi.
La diversità è una ricchezza non sempre compresa come tale.
E la sofferenza è uguale per tutte le madri, per tutti i figli, di qualsiasi cultura, religione o Stato.
Ecco quel superamento della semplice coesistenza cui lei fa riferimento! Condividere il dolore, soprattutto il dolore innocente, subito, costruisce relazioni ben più profonde dell’essere coinquilini della stessa terra.
«Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, patì fuori della porta della città» (Eb 13, 12).
L’immagine di Gesù crocefisso fuori dalle mura di Gerusalemme ci ricorda quali dolorose conseguenze possa avere l’esclusione di ciò che scandalizza, il rifiuto di chi è diverso.
Lei solleva non pochi cruciali problemi.
Allora, le rispondo pensando anzitutto che cos’è una città unita: essa è un luogo dove le differenze dialogano per il bene comune, dove si cede alle convinzioni altrui se rappresentano realmente un bene maggiore per tutti.
Un luogo dove la Chiesa, per ciò che le compete, e l’Autorità, per ciò che le compete, offrono ai più deboli un sostegno immediato e uno a lungo termine.
Anche se non ha il compito di interferire direttamente nella vita politica, la Chiesa senza dubbio ne condiziona lo svolgimento con i suoi interventi, seppure in seconda battuta.
La sua sola missione è quella di annunciare Gesù, e questi crocefisso.
Non credo, tuttavia, che la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio sia così individualista come sembrano suggerire le sue riflessioni.
Sarebbe giusto, se la coscienza fosse egualmente matura in tutti.
Ma sappiamo che per alcune coscienze tutto è di Cesare e per certe altre tutto è di Dio.
Io penso che sia di Cesare tutto ciò che riguarda il potere, il ben-essere, il ben-avere, il volere; e siano invece di Dio il servizio, l’umiltà, la povertà, l’essere, il dono, la carità.
(…) GIULIO GIORELLO — Credo che la ricerca abbia bisogno di idee, capaci di far parlare i fatti; altrimenti, come ebbe bene a dire un mio maestro, il matematico René Thom, «quel che minaccia la  verità non è la falsità, ma l’insignificante».
Non basta una miriade di numeri, misurazioni dopo misurazioni, dati e ancora dati: occorre un’idea che ci permetta di rendere comprensibili intellettualmente i fatti più diversi.
Non è stato così, per esempio, con l’intuizione di Galileo del pendolo o con la celebre «mela di Newton» che ha mostrato come la forza che fa sì che quel pomo cada è la stessa che fa sì che la Luna non cada sulla Terra? O con la concezione evoluzionistica di Darwin, o con l’idea di Einstein della «relatività del moto»? O con la congettura di Dirac a proposito dell’antimateria? Servendoci di un’etimologia magari fantasiosa, diciamo che intelligenza risponda a inter legere ovverossia «a scegliere fra»: alla capacità di selezionare ciò che è rilevante da ciò che è insignificante.
Per questo la ricerca ha bisogno di intelligenza.
Ma essa non è nemmeno distinta dalla passione.
Talvolta pensiamo ai ricercatori scientifici come a persone asettiche, che si lasciano alle spalle qualsiasi riferimento al mondo della vita appena entrano in laboratorio o si siedono al computer.
Non credo che questa sia una caratterizzazione completa dell’impresa scientifica; un’impresa scientifica che non portasse seco la passione del conoscere sarebbe un’impresa di scarso respiro… Ancora una volta vorrei citare un passo di Zadig riguardo alle passioni: «”Ah, quanto sono funeste”, diceva Zadig.
“Sono i venti che gonfiano le vele e il vascello”, ribatté l’eremita, “qualche volta lo fanno affondare; ma senza di loro non potrebbe navigare.
La bile rende collerici e malati; ma senza la bile l’uomo non potrebbe vivere.
Tutto è pericoloso in questo mondo, e tutto è altrettanto necessario”».
Perché la passione è così importante? La passione è qualcosa che ti prende, ti rapisce, ti trascina, può essere anche un’esperienza dolorosa, il pericolo di cui parla l’eremita a Zadig, ma nello stesso tempo è qualcosa che dà colore a quanto altrimenti sarebbe un’ontologia grigia rivelata dalla scienza.
Certo, occorre passione; ma passione qui vuol dire un profondo  rapporto con le cose che vengono indagate.
Dobbiamo amare il cielo se vogliamo esplorarlo; sentirci rapiti dalle «infinite forme bellissime» (la citazione è da Darwin) del vivente se vogliano studiarne genesi ed evoluzione.
La costruzione delle teorie scientifiche, le rielaborazioni che spiegano i fatti, l’applicazione delle idee ai nostri macchinari sono tutte prove di amore per il mondo, un interesse specifico per le singole cose, collegate in un intellegere che è colligere.
CARLO MARIA MARTINI — Rispetto agli scienziati che lei cita, ci sono da fare alcune distinzioni importanti.
Mentre Galileo con il pendolo o Newton con la sua leggendaria mela hanno  fatto delle sperimentazioni sulla gravità e hanno mostrato appunto che c’è una forza che attrae i corpi verso il centro della Terra, le intuizioni di Darwin o quelle inerenti l’antimateria sono solo delle teorie.
Altro è l’esperimento che dimostra un’intuizione teorica, altro l’intuizione non sperimentata né sperimentabile.
Ancora, altro è scoprire la composizione dell’acqua, altro comporre l’acqua da un atomo di ossigeno e due di idrogeno.
Uno scienziato potrebbe spiegarne bene la differenza.
Ma sono d’accordo con lei che l’intelligenza non è solo leggere dentro, ma anche leggere «fra», cioè selezionare, discernere ciò che ha valore da ciò che non ne ha.
Siamo anche d’accordo sul fatto che sia necessaria una grande passione nell’ambito della ricerca.Ricordo gli anni dei miei studi sul Codice Vaticano (B) come anni di grande passione: tutte le scienze chiedono una grande passione.
So di alcuni ricercatori che dimenticano di mangiare o di bere durante una fase piuttosto intensa del loro lavoro.
Non c’è dubbio che lo scienziato sia tale anzitutto per l’amore appassionato verso ciò che fa e ciò che lo circonda, verso il mistero che avvolge anche le realtà quotidiane che l’uomo comune ritiene ovvie.
Davvero la conoscenza rende più ricco, vero e puro l’amore, e l’amore rende più profonda, paziente e tenera la conoscenza.
E pur intuendo dove lei vuol condurmi, e cioè che un amore per essere autentico chiede di essere libero e, quindi, anche la scienza che scaturisce dall’amore per la natura chiede una libertà incondizionata, bisogna fare delle precisazioni.
La libertà, nell’amore come nella scienza, chiede di essere sempre accompagnata alla responsabilità.
Il gesuita Bernard Lonergan, pensatore tra i più originali del Novecento seppure non adeguatamente conosciuto, coniuga oggettività della conoscenza e soggettività umana proprio attraverso la responsabilità, nella quale deve necessariamente confluire il processo conoscitivo.
Il vincolo per la scienza è quindi che essa sia rispettosa della dignità umana e della libertà della persona.
Ha idea di cosa potrebbe diventare la scienza senza nessun vincolo? Lei non crede che finirebbe con l’essere molto simile alle sperimentazioni «a fin di bene» praticate nei campi di concentramento durante la Seconda guerra mondiale? Che alcuni diventerebbero «null’altro che» delle cavie?  G.
GIORELLO, C.M.
MARTINI,Ricerca e carità,  Editrice San Raffaele , Milano  2010, ISBN-13: 9788896603208, pp.
92, € 9,00 Un dialogo tra Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002, e Giulio Giorello, filosofo della scienza, dedicato al nodo tra Ricerca e Carità ovvero tra Conoscenza e Solidarietà, nella convinzione che ricerca sia anche interrogazione sul senso profondo del nostro destino e che l’amore sia lo strumento migliore per sconfiggere il lato oscuro di ogni persona.
Sia che si concluda per una esistenza con Dio o senza Dio, resta un patrimonio di tutti la tensione a l’amor che move il sole e l’altre stelle (Dante, Paradiso, XXXIII, 145).

II Domenica di Avvento anno A

II DOMENICA DI AVVENTO   Lectio – Anno A   Prima lettura: Isaia 11,1-10     In quel giorno, un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici.
Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore.
  Si compiacerà del timore del Signore.
Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli umili della terra.
Percuoterà il violento con la verga della sua bocca, con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio.
La giustizia sarà fascia dei suoi lombi e la fedeltà cintura dei suoi fianchi.
  Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà.
La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme.
Il leone si ciberà di paglia, come il bue.
Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso.
Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare.
  In quel giorno avverrà che la radice di Iesse si leverà a vessillo per i popoli.
Le nazioni la cercheranno con ansia.
La sua dimora sarà gloriosa.
      v Il testo di Is 11,1-10 completa i due precedenti: 7,14, la profezia dell’Emmanuele e 9,6 la promessa del bambino prodigioso dato agli uomini.
Tutti e tre confermano le attese escatologiche, si potrebbe tradurre messianiche, d’Israele.
     Isaia ci presenta l’immagine – ancor più suggestiva se collocata nel contesto precedente – di un nuovo germoglio che spunta su un tronco.
Il profeta ha tracciato l’itinerario di un’invasione da nord da parte del nemico, al cui violento passaggio tutto viene distrutto; persino delle foreste lussureggianti resta soltanto qualche tronco tagliato (cfr.
Is 10,33-34).
In tale panorama di devastazione, ecco un virgulto su un ceppo, segno della vita che riprende e del rivelarsi della fedeltà di Dio alle sue promesse.
Per essa continuerà a regnare la dinastia di Davide, segnata da molte prove e infedeltà.
     Il profeta sogna quindi un re giusto che si ponga interamente al servizio di Dio, faccia progetti saggi e abbia la forza per attuarli (vv.
3-4).
Il fatto che si tratti di un «germoglio» deve ricordare che il personaggio annunziato da Isaia non ha la potenza politica e militare di Davide: sul giovane scelto da Dio e unto da Samuele mentre pascolava il gregge, ultimo tra i suoi fratelli, è invece scesa l’elezione divina.
Dio vuol ripartire da capo.
Il Nuovo Testamento ci insegna che egli ricomincia dal bambino di Betlemme e dal carpentiere di Nazaret: chi poteva pensare che Dio sarebbe ripartito così?      Nel corso della lettura si descrive l’equipaggiamento del ‘germoglio di Iesse’: fondamentalmente si afferma che egli sarà dotato stabilmente dello Spirito del Signore con i suoi doni – sapienza, intelligenza, consiglio, fortezza, conoscenza, timor di Dio -.
Il dono dello Spirito non sarà più provvisorio, come avveniva per i ‘giudici’, gli antichi capi carismatici di Israele, bensì la sua presenza sarà permanente su Colui che Dio ha scelto.
Ripieno dello Spirito, egli opererà per la giustizia e per i poveri, aprendo così il mondo alla speranza di un rinnovato paradiso terrestre, senza violenza e sopraffazioni (vv.
5-8).
     Il vertice della profezia è la promessa di un’effusione del dono della sapienza sul mondo intero: il paradiso può realizzarsi davvero ed è già anticipato su questa terra se e quando «la conoscenza del Signore riempie il paese» (v.
9) poiché nel momento in cui l’umanità conosce Dio intimamente, la terra cambia volto.
        Seconda lettura: Romani 15,4-9         Fratelli, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché, in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza.
E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo.
Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio.
Dico infatti che Cristo è diventato servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri; le genti invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: «Per questo ti loderò fra le genti e canterò inni al tuo nome».
    v Le parole di Paolo sono improntate al tema dell’accettazione reciproca (v.
7) e sono rivolte ai cristiani di origine pagana per insegnare loro la vicendevole accoglienza con quelli di origine giudaica.
Egli sta parlando a una comunità in cui convivono ‘forti’ e ‘deboli’ nella fede e ammonisce che tutto quanto il cristiano fa deve essere improntato all’accoglienza e all’edificazione reciproca.
     Egli vuole che ci si impegni ad incrementarla per tre motivi, il primo dei quali è la parola delle antiche Scritture, la quale è nutrimento che sostiene la vita ordinaria del credente, le dona solidità e rende possibile la perseveranza nella speranza.
Paolo sembra suggerire che chi è saldo nella speranza sa anche accettare i limiti propri e degli altri, con pazienza.
     In secondo luogo bisogna sempre tenere presente l’esempio di Cristo: il principio ispiratore della sua vita non è il suo personale piacere; fedele invece alla missione di rivelare l’amore del Padre, non si è sottratto ad essa quando si è trattato di sopportare le reazioni violente degli uomini che lo hanno crocifisso.
Come ultima ragione non si deve dimenticare che i pagani sono stati accolti da Cristo stesso.
Ebreo, figlio del suo popolo, egli è stato il segno vivente della fedeltà di Dio alle promesse, ma insieme ha manifestato la misericordia di Dio anche ai non ebrei perché tutti potessero unirsi nella sua lode.
  Vangelo:  Matteo 3,1-12          In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!».
Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaia quando disse: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!”E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette  e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!” Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare  figli ad Abramo.
Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò  ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco.
Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.  Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».      Esegesi        Al tempo di Gesù si riteneva che Elia non fosse morto, ma fosse stato rapito per ricomparire un giorno.
Infatti il profeta Malachia aveva predetto: «Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me… Io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore» (Ml 3,1.23).
Quando, dopo la Pasqua, i primi cristiani si resero conto che «il giorno del Signore» era quello in cui Gesù aveva portato la salvezza, compresero anche chi era l’Elia di cui aveva parlato il profeta: era il Battista, incaricato da Dio di preparare il popolo alla venuta del Messia.
Si ricordarono anche di ciò che di lui aveva detto il Maestro: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna agiata dal vento? Un uomo avvolto in morbide vesti? Un profeta? Sì, vi dico, e più che un profeta.
Egli è colui del quale sta scritto: Ecco io mando davanti a te il mio messaggero, egli preparerà la via davanti a te» (Lc 7,25-27).
«La Legge e tutti i Profeti infatti hanno profetato fino a Giovanni.
E se lo volete accettare, egli è quell’Elia che deve venire» (Mt 11,13-14; 17,13).
Chi era Giovanni? Un personaggio piuttosto enigmatico.
Giuseppe Flavio – il famoso storico del tempo – lo presenta così: «Era un uomo buono che esortava gli ebrei a vivere una vita retta, trattandosi con giustizia reciprocamente e sottomettendosi con devozione a Dio, e facendosi battezzare.
In verità, Giovanni era dell’idea che nemmeno questo lavacro fosse accettabile come perdono per i peccati, ma era convinto che si risolveva soltanto in una purificazione del corpo, se l’anima non era stata purificata in precedenza grazie a una condotta retta» (Antichità Giudaiche 18.5.2 §§ 116-119).
Nel vangelo di oggi Matteo lo descrive come un uomo austero (v.
4).
Il suo cibo era quello semplice degli abitanti del deserto, il suo vestito era rozzo: la cintura ai fianchi che contraddistingueva Elia (2Re 1,8) e il mantello di pelo – la divisa dei profeti (Zc 13,4).
Tutta la persona del Battista era denuncia e condanna della società opulenta che – allora come oggi – puntava sull’effimero, sul frivolo, sui falsi valori del lusso e dell’ostentazione.
Il suo messaggio è riassunto dall’evangelista in una semplice frase: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!» (v.
2).
La speranza in un futuro migliore era uno dei temi centrali del messaggio dei profeti.
A differenza degli altri popoli che ponevano la loro età dell’oro nel passato, Israele collocava il «regno di Dio» nel futuro.
Attendeva un mondo dove il Signore avrebbe fatto trionfare l’armonia e abbondare la pace, un mondo dove i rapporti interpersonali sarebbero stati improntati all’amore, alla riconciliazione con la natura, con gli uomini, con Dio.
I predicatori apocalittici avevano descritto la storia dell’umanità come un susseguirsi di regni di bestie.
«Bestie emerse dal mare» erano stati i grandi imperi di Babilonia, Media, Persia, Grecia (Dn 7).
I tempi erano difficili, ma non ci si doveva perdere d’animo: il mondo antico era ormai alla fine e il mondo nuovo stava per fare irruzione.
I dolori presenti non dovevano essere interpretati come segni di morte, ma come sofferenze di un difficile parto: preludevano alla nascita della nuova era.
Essendo queste le attese del popolo, è facile intuire come la predicazione di Giovanni suscitasse enorme entusiasmo.
Tutti correvano a farsi battezzare per essere introdotti per primi in questo «regno di Dio».
Il battesimo con l’acqua non era però sufficiente.
Il Giordano non era una piscina da cui si usciva miracolosamente purificati dai peccati.
Per disporsi a entrare nel «regno» era necessario «convertirsi», cioè invertire il cammino, cambiare rotta, modificare completamente il modo di pensare e di agire.
Non bastava correggere qualche comportamento morale bisognava mettere in atto un nuovo esodo.
«Accorrevano a lui da Gerusalemme…».
Ecco il popolo d’Israele, ormai installato nella terra promessa, che abbandona la propria condizione di presunta libertà e ritorna al Giordano.
Si riteneva libero, ma in realtà continuava a essere schiavo: delle proprie convinzioni religiose, della propria ostinazione, della falsa immagine di Dio che si era fatta.
«Confessavano i loro peccati».
Prendevano coscienza di vivere ancora in esilio, di essere privi della libertà.
Tutti gli anni, nella seconda domenica di Avvento, la liturgia propone ai cristiani la predicazione del Battista perché come egli preparò il popolo d’Israele alla venuta del messia cosi oggi è in grado di insegnare ad accogliere il Signore che viene.
Oggi come allora, il passo più difficile da compiere è comprendere che è necessario «uscire» dalla «terra» in cui ci si è installati, «uscire» dalle false sicurezze religiose e teologiche che ci si e costruiti e accogliere la novità della parola di Dio.
Non tutti hanno risposto con sollecitudine all’invito del Battista, non tutti sono stati disponibili a operare un cambiamento interiore radicale.
I farisei e i sadducei, pur incuriositi dalla predicazione di Giovanni, stentavano a lasciarsi coinvolgere, non si fidavano, preferivano mantenere le loro certezze (vv.
7-10).
Pensavano di essere già a posto con Dio per il fatto di essere figli di Abramo.
Questa falsa sicurezza sarà denunciata in seguito da un famoso detto rabbinico: «Come la vite si appoggia su legni secchi, così gli israeliti si appoggiano sui meriti dei loro padri».
Il rimprovero con cui il Battista accoglie farisei e sadducei è severo: «Razza di vipere!».
Li paragona a serpi che iniettano il loro veleno di morte in chi inavvertitamente si accosta a loro.
Poi passa all’invettiva, all’annuncio delle catastrofi che stanno per colpirli: corrono il rischio di venire tagliati come un albero che non porta frutto e di essere bruciati come pula.
Su di loro incombe l’ira di Dio.
Siamo di fronte a immagini drammatiche che sembrano smentire il sogno di Isaia della prima lettura.
Il tono è minaccioso e non sorprende sulla bocca del Battista; così si esprimevano i predicatori di quel tempo ed è questo il linguaggio che compare spesso anche nella Bibbia.
Il precursore lo impiega per mettere in guardia chi rifiuta l’invito alla conversione: si priva dell’incontro di amore con Cristo che viene per introdurlo nella sua gioia e nella sua pace.
Nel contesto di tutto il vangelo le parole del precursore assumono un significato che va oltre quello immediato.
È successo anche a Caifa di pronunciare, senza rendersene conto, una profezia (Gv 11,49-51).
Quando parlava dell’ ira divina, Giovanni non aveva le idee chiare su come si sarebbe manifestata.
L’ira di Dio è un’immagine che ricorre spesso nell’Antico Testamento e non va intesa come un’esplosione di livore della persona offesa.
È espressione dell’amore di Dio: si scaglia contro il male, non contro chi lo compie; non vuole colpire l’uomo, ma sottrarlo al peccato.
La scure, che taglia gli alberi alla radice, ha la stessa funzione attribuita da Gesù alle forbici che potano la vite e la liberano dai rami inutili che la privano della preziosa linfa e la soffocano (Gv 15,2).
Gli alberi divelti e gettati nel fuoco non sono gli uomini, che Dio ama sempre come figli, ma le radici del male che sono presenti in ogni uomo e in ogni struttura e che devono essere fatte a pezze in modo che non possano più gettare germogli (Ml 3,19).
I tagli sono sempre dolorosi, ma quelli operati da Dio sono provvidenziali: creano le condizioni perché spuntino rami nuovi, capaci di produrre frutti.
Il ventilabro, infine, con cui il Signore attua il suo giudizio è immagine viva: descrive il modo con cui l’operato di ogni uomo viene vagliato da Dio.
Nei tribunali umani i giudici prendono in considerazione solo gli errori e pronunciano la sentenza in base al male commesso.
Delle opere buone tengono poco conto.
Nel giudizio di Dio avviene esattamene il contrario.
Egli, con il ventilabro della sua parola, sottopone ogni uomo al soffio impetuoso del suo Spirito che spazza via la pula e lascia sull’aia solo i preziosi chicchi: le opere di amore che, poche o molte, tutti compiono.
    Meditazione        Le letture convergono nel consegnare un messaggio centrato sul Messia: il Messia è colui su cui si posa lo Spirito di Dio con suoi doni (I lettura); Gesù, il Messia è colui che, secondo la parola della Scrittura, ha adempiuto le promesse di Dio fatte ai padri (II lettura);  il Messia, colui che battezzerà in Spirito santo e fuoco, è il più forte annunciato dal Battista (vangelo).
Egli è rivelato dallo Spirito (I lettura), profetizzato dalle Scritture (II lettura), indicato da un uomo, Giovanni, il profeta e precursore (vangelo).
Anche nella vita cristiana, lo Spirito, le Scritture e un uomo di Dio, un profeta, un padre spirituale, svolgono una funzione magisteriale e di preparazione all’accoglienza del Signore che viene.
     Giovanni annuncia il Veniente chiedendo conversione.
Per accogliere il Signore occorre prepararsi e Giovanni mostra un aspetto importante della conversione, ovvero, l’unità tra vita e predicazione, tra dire e fare.
Egli chiede di preparare nel deserto una strada al Signore, situandosi egli stesso nel deserto a preparare la via al Veniente.
Questa unità fonda l’autorevolezza del predicatore facendone un testimone.
Egli appare, come spesso i profeti, un segno: ovvero, una parola di Dio fatta carne che, con i modi stessi del suo vivere, indica il Signore che viene, e prepara ad accoglierlo.
     Giovanni ha intrapreso la via del deserto non per ascetismo o per compiere esercizi di pietà, ma per vivere la verità della propria personalissima vocazione di profeta e precursore del Messia (Mt 11,9-10) e per ridare verità alla via del Signore opacizzata da uomini religiosi che «dicono e non fanno» (Mt 23,3) e perciò finiscono nell’ipocrisia.
E Giovanni prepara i suoi ascoltatori alla venuta del Signore conducendoli a fare verità in se stessi: la confessione dei peccati (Mt 3,6) è segno della volontà di ritrovare la rettitudine del proprio cammino davanti a Dio.
La conversione inizia da questo lucido coraggio di ritrovare la propria verità e, quindi, dall’umile riconoscimento che da tale verità ci si è allontanati.
     Ciò che si oppone al coraggio della verità è l’ignavia di chi vive la fede come una polizza assicurativa, come una riserva di certezze.
Giovanni si scaglia contro chi è abitato dalla presunzione della salvezza, contro chi irrigidisce la vitalità e il rischio della fede nella rigidezza di un’identità e nell’immobilismo di un’appartenenza: quasi che la salvezza fosse un’eredità che spetta per diritto.
«Non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre”» (Mt 3,9).
     Alla staticità di chi si culla in un’identità religiosa abitata da certezze, che non tollera di metterla in discussione e ancor meno di riconoscere i meccanismi di autogiustificazione che gli evitano di guardare in faccia i propri peccati, Giovanni oppone una parola che è un comando e una rivelazione: «Convertitevi» (Mt 3,2).
Comando che discende dalla presa di coscienza che il Regno di Dio si è fatto vicino e non più possibile esitare, indugiare, perdere tempo, e rivelazione che il cambiamento è possibile, che il peccato non è l’ultima parola, che le situazioni paralizzanti possono essere sciolte.
Vi è qualcosa di non cristiano, oltreché di profondamente triste, nelle espressioni che a volte affiorano sulla nostra bocca: «Io non cambierò mai», «Io sono così e non ci posso fare niente».
Tutto questo significa che il cambiamento uno lo pensa come opera propria, e non come apertura all’azione del Signore e alla potenza della sua grazia.
Ma la conversione è esattamente questo: «Possiamo convertirci soltanto perché Dio,  per primo, si è rivolto a noi, donandoci il suo perdono e aprendo la via alla riconciliazione.
La conversione è quindi azione di grazia; è il dono di poter ricominciare da capo.
Conversione significa “avere il coraggio di vivere il dono di Dio”» (Walter Kasper).
L’unico nostro vero peccato è che possiamo in ogni momento convertirci, ritornare a Dio e non lo facciamo.
Convertirsi è ripristinare il primato di Dio e della sua grazia nella nostra vita.
  Preghiere e racconti   ACQUA E FUOCO «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà» (Is 11,6).
  «Vi dico che Dio può far sorgere i figli di Abramo da queste pietre.
Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non sono degno neanche di portargli i sandali.
Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco» (Mt 3,9.11).
  Nei brani biblici sono bandite le mezze misure e i toni smorzati non vi compaiono neppure alla lontana.
Si direbbe che le Scritture vivono sui contrasti.
Del resto, con un protagonista come Giovanni – ispido nelle sue vesti di peli di cammello, selvatico come il miele di cui si nutriva rude come le locuste che scricchiolavano sotto i suoi denti  le tinte intermedie non potevano essere le più indicate.
I contrasti (oggi si dice: le antinomie) compaiono già nel testo di Isaia 11, 1-10: lupo e agnello; pantera e capretto; orsa e mucca; aspide e lattante… E poi continuano nel passo di Matteo 3, 1-12: deserto e fiume; parola e voce; denuncia e proposta; acqua e fuoco; grano e pula.
Non si potrebbe, allora, cogliere l’occasione per affidare a tali contrapposizioni tematiche l’annuncio di questo avvento che, tutto sommato, si riduce a una grande parola: «Convertevi»?   Lupo e agnello II tema della pace messianica ritorna con insistenza e costituisce il

Bibbia e cultura greca

Con una tavola rotonda sul tema “Trasmettere il messaggio della Bibbia nella cultura di oggi” si è concluso sabato 4 dicembre alla Pontificia Università Urbaniana il congresso internazionale “La Sacra Scrittura nella vita e nella missione della Chiesa” dedicato all’Esortazione Apostolica Verbum Domini.
La tavola rotonda è stata presieduta dal cardinale presidente del Pontificio Consiglio della Cultura che, in occasione dei lavori del congresso, ha scritto per il nostro giornale il seguente articolo.
Pubblichiamo anche ampi stralci della relazione del direttore della rivista “Servizio della Parola”.
La recente esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini ha un intero capitolo dedicato alla “Parola di Dio e culture”.
È, questa, un’ulteriore declinazione della categoria teologica centrale cristiana, quella dell’Incarnazione.
Essa – afferma Benedetto XVI – “rivela anche il legame indissolubile che esiste tra la Parola divina e le parole umane, mediante le quali si comunica a noi(…) Dio non si rivela all’uomo in astratto, ma assumendo linguaggi, immagini ed espressioni legati alle diverse culture” (109).
Che la Bibbia non sia un aerolito piombato dal cielo della trascendenza, ma sia piuttosto un seme deposto nel terreno della storia è ormai un dato storico-critico e teologico rigettato solo dal fondamentalismo.
Il cuore del cristianesimo è nell’Incarnazione, cioè nel Lògos eterno e infinito che s’innesta, s’intreccia e intride la sàrx, cioè la temporalità, la spazialità, l’esistenza, la cultura dell’umanità (Giovanni 1, 14).
Riannodandosi a un filo tradizionale, che ebbe nell’enciclica Divino afflante Spiritu di Pio xii uno dei suoi nodi decisivi, Giovanni Paolo ii, rivolgendosi il 27 aprile 1979 alla Pontificia Commissione Biblica, affermava che ancor prima di farsi sàrx, “carne” in senso stretto, “la stessa Parola divina s’era fatta linguaggio umano, assumendo i modi di esprimersi delle diverse culture, che da Abramo al Veggente dell’Apocalisse hanno offerto al mistero adorabile dell’amore salvifico di Dio la possibilità di rendersi accessibile e comprensibile nelle varie generazioni, malgrado la molteplice diversità delle loro situazioni”.
Detto in termini sintetici, la Bibbia si presenta anche come un modello di inculturazione o acculturazione sia a livello linguistico, sia in ambito letterario (si pensi ai generi letterari), sia nell’orizzonte tematico e la Verbum Domini ribadisce tale aspetto.
 Ovviamente sono innanzitutto le culture dell’antico Vicino Oriente il referente primario, ma non è certo lieve anche l’apporto dell’ellenismo.
Molti sono convinti che Qohelet, l’autore anticotestamentario che incarna la crisi della sapienza tradizionale di Israele, abbia respirato l’atmosfera filosofica greca, in particolare quella dello stoicismo, dell’epicureismo e dello scetticismo dei secoli iv-iii antecedenti all’era cristiana.
Si sono, così, infittite le analisi dei contatti tra certe affermazioni sorprendenti dell’autore biblico col pensiero greco.
Un esempio per tutti.
In Qohelet 1, 9 (cfr.
2, 12; 3, 15) si legge:  “Quel che è stato sarà e quel che si è fatto si rifarà; non c’è nulla di nuovo sotto il sole”.
Ora nella Vita di Pitagora (19) di Porfirio si legge questo detto del celebre filosofo:  tà ghinòmena pòte pàlin ghìnetai, nèon d’oudèn haplòs estin, “ciò che accadde un tempo di nuovo accade, niente di nuovo avviene semplicemente”.
Paolo Sacchi nel suo commento a Qohelet intuiva, invece, in quello scritto biblico il balenare dell’aurea mediocritas, ossia di una morale della “via di mezzo”.
Infatti in 7, 16-18 si legge:  “Non esagerare con la giustizia, né esser troppo sapiente:  perché rovinarti? Non esagerare, però, neppure con la malvagità o con la stupidità:  perché morire prima del tempo?! È bene aggrapparsi a una cosa senza però staccare la mano dall’altra:  chi rispetta Dio riesce in entrambe”.
Certo che, se pure non è possibile ricondurre Qohelet nell’alveo del pensiero greco, è però molto probabile che il clima culturale ellenistico abbia varcato anche le frontiere abbastanza blindate del mondo giudaico-palestinese, come è attestato un secolo dopo (nel ii secolo antecedente all’era cristiana) anche da un altro sapiente biblico, il “conservatore illuminato” Ben Sira o Siracide (si legga il capitolo 38 sul medico e sulla medicina).
Tuttavia, ben più intenso fu il dialogo stabilito dalla Diaspora, soprattutto alessandrina.
Suggestivo è il caso del filosofo giudaico Filone ma anche quello di un libro deuterocanonico come la Sapienza, composto in un greco eccellente probabilmente ad Alessandria d’Egitto forse attorno al 30 prima dell’era cristiana.
In particolare, nei capitoli 1-5 dell’opera, brilla la tesi dell’athanasìa/aftharsìa della psychè:  l’immortalità/incorruttibilità dell’anima è certamente formulata e formalizzata attraverso il ricorso al platonismo popolare, anche se il retroterra teologico e antropologico permane saldamente ancorato alla tradizione biblica.
Infatti, questa immortalità beata non è tanto una conseguenza metafisica della natura dell’anima spirituale, come si ha nell’argomentazione platonica, bensì dono e grazia essendo comunione trascendente di vita con la stessa divinità.
Tuttavia l’autore, che  conosce  anche  Se- nofonte,  offre un testo che è grondante di ammiccamenti alla cultura greca.
In 8, 7 introduce le quattro virtù cardinali di origine platonica (Repubblica iv, 427e-433e):  temperanza, prudenza, giustizia e fortezza.
In 11, 17 evoca l’àmorfos hyle, la materia informe, ispirandosi al Timeo (51A) di Platone, mentre in 11, 20 esalta l’opera divina che “tutto dispone con misura, calcolo e peso”, formula riscontrabile nelle Leggi platoniche (vi, 757B).
In 13, 5 si esalta la conoscenza “analogica” di Dio procedendo dal creato al Creatore secondo una modalità molto affine al De mundo dello Pseudo-Aristotele (vi, 399b, 19 e seguenti).
In 8, 17-20 si adotta il “sorite”, cioè il sillogismo concatenato progressivo, mentre le componenti della Sapienza divina sono modellate in 7, 17-21 sulla base della didattica scientifico-filosofica ellenistica, quasi “canonizzando” l’insegnamento delle scienze naturali impartito nel Museon di Alessandria.
Nella celebrazione che l’autore fa della Sapienza divina (7, 22-24), basata su ventuno attributi, si intuiscono rimandi alla filosofia stoica, mentre nel canto intonato dagli empi nel capitolo 2 occhieggiano concezioni epicuree e persino “materialistiche” (2, 2-3).
L’antropologia a più riprese riflette echi della concezione greca classica.
In 9, 15, ad esempio, si afferma che “il corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla grava la mente dai molti pensieri”, parole che sembrano alludere a un passo del Fedone (81C).
In 8, 19-20 si mette in scena Salomone che parrebbe accogliere la tesi della preesistenza delle anime, anche se il contesto ridimensiona l’idea riconducendola a una semplice esaltazione della preminenza dell’anima sul corpo:  “Ero un fanciullo di nobile natura e avevo ricevuto in sorte un’anima buona o, piuttosto, essendo buono, ero entrato in un corpo senza macchia”.
In 17, 11 si ricorre al concetto greco di “coscienza” (synèidesis), mentre in 14, 3 e 17, 2 si celebra la provvidenza (prónoia) divina, con tonalità stoiche, come principio che penetra e regge l’universo.
In pratica, senza conoscere la cultura greca è quasi impossibile leggere con frutto questo gioiello della saggezza biblica della Diaspora.
Giungiamo, così, al contributo della cultura ellenistica nei confronti dell’esperienza cristiana.
Basti solo pensare all’opera missionaria di san Paolo che ha al suo interno un vero e proprio programma di “inculturazione” teologica, elaborata attraverso una strumentazione che ricorre al contributo greco, applicata però in forma molto originale.
I grandi centri di Antiochia, Efeso, Corinto e Roma costituiscono l’areopago in cui il cristianesimo, uscito dal grembo giudaico gerosolimitano, si confronta col mondo ellenistico ed entra in dibattito con esso.
La sfida che già il giudaismo della Diaspora aveva dovuto raccogliere si ripropone con maggior forza e con esiti decisivi per la nuova fede cristiana ma anche per la stessa civiltà greco-romana.
Se stiamo ai rimandi diretti all’interno del Nuovo Testamento, il bilancio materiale è magro perché i testi di riferimento rimangono ovviamente sempre le Scritture ebraiche.
Tre sole sono, infatti, le citazioni dirette:  i Fenomeni di Arato in Atti 17, 28 (“Di Lui noi siamo stirpe”), la Taide frammento 218 di Menandro in 1 Corinzi 15, 33 (“Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi”), il frammento 1 di Epimenide di Creta in Tito 1, 12 (“I cretesi sono sempre bugiardi, male bestie, ventri pigri”).
In realtà la messe è ben più copiosa quando si lavora sulla filigrana dei testi neotestamentari.
Pensiamo, ad esempio, all’influenza delle speculazioni ellenistico-giudaiche circa la Sofìa e il Lògos divino all’interno della cristologia paolina e giovannea.
Il Lògos del prologo del quarto vangelo, se si àncora alla categoria biblica Davar-Parola, è però segnato da qualche ammiccamento greco a partire da Eraclito fino allo stoicismo.
Pensiamo anche alla riflessione sulla preesistenza e sulla missione di Cristo (Romani 1, 3; 8, 3; Galati 4, 4; Giovanni 1, 1.14):  è facile intuire in sottofondo contributi elaborati dal giudaismo che più si era aperto all’ellenismo, cioè a Filone di Alessandria e alle sue concezioni ipostatiche della Sapienza e della Parola divina (De opificio mundi 139; De confusione linguarum 146).
 Ma, fuori della mediazione giudeo-ellenistica, il cristianesimo s’inoltra in prima persona nell’orizzonte culturale greco-romano.
Vorremmo indicare al riguardo tre modelli.
Il primo è quello “etico-filosofico” ove è d’obbligo il nesso con la filosofia stoica allora dominante, soprattutto la Nuova Stoà (basti accennare all’epistolario apocrifo tra san Paolo e Seneca).
La dignità della persona, anche se femminile o servile (Galati 3, 28), la relazione intima con l’eterno (2 Corinzi 4, 17-18), il contesto globale unitario in cui l’uomo è collocato e vive (Efesini 4, 4-6), il celibato per  ragioni  superiori  e  trascendenti (1 Corinzi 7, 35), lo stesso perdono delle offese (Luca 23, 44), il bastare a se stessi col proprio impegno (Filippesi 4, 1) sono alcuni esempi di questa osmosi o almeno di contatti culturali.
C’è, poi, il modello “misterico”.
Si tratta di un settore ove bisogna procedere con molto rigore e cautela, considerata anche la fluidità degli stessi culti misterici.
Così, sulla morte e risurrezione di Cristo è molto arduo voler scovare paralleli nella ritualità mitica dei misteri:  se è certa la morte del dio (Persefone, Osiride, Adone, Attis), molto più problematica è la sua risurrezione che non è mai definita in termini netti e nitidi e soprattutto non secondo le caratteristiche di un evento storico, ma piuttosto seguendo la scansione stagionale della natura.
Inoltre, spesso gli scritti misterici profani sono molto tardivi, di probabile impronta cristiana.
Diverso è, invece, il caso della comunione e della partecipazione alla vicenda della divinità adorata:  il linguaggio misterico potrebbe aver offerto a Paolo un supporto espressivo per la formulazione della concezione del “con-morire” e “con-risorgere” del fedele con Cristo (Romani 6, 1-5; Colossesi 2, 18).
Così, la koinonìa “sacramentale” col corpo  di  Cristo nel pane e nel calice (1 Corinzi 10, 14-22) può aver ricevuto qualche spunto espressivo dal tema della koinonìa con la divinità nel pasto sacro presente nel culto dionisiaco.
Infine, potremo parlare di un modello “politico”.
Il punto di partenza è remotissimo a livello ideale rispetto alla visione cristiana ed è quello del culto ellenistico dei sovrani che approda all'”apoteosi” imperiale del i secolo.
Ora, una serie di titoli come Kyrios, Theòs, Sotèr, tipici di quell’ambito, vengono riproposti – ovviamente secondo coordinate del tutto differenti – dalla cristologia soprattutto paolina che nell’uomo Gesù Cristo confessa la pienezza della divinità.
La stessa categoria parousìa per indicare la futura “venuta” finale di Cristo attinge alla tipologia delle visite imperiali “graziose” (Ateneo, Deipnosofia 6, 253 c-d) e persino il termine euanghèlion appare in chiave imperiale nella famosa iscrizione di Priene.
Concludendo questa carrellata essenziale sul dialogo tra Bibbia ed ellenismo, il contrappunto proprio di ogni confronto interculturale è ben espresso da due dichiarazioni paoline che ci invitano a evitare i due estremi insiti in ogni comparazione:  il fondamentalismo esclusivista e il sincretismo dissolutore dell’identità propria:  “Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono/bello” (1 Tessalonicesi 5, 21); “I Greci cercano la sapienza(…) noi predichiamo Cristo crocifisso (…) stoltezza per i pagani” (1 Corinzi 1, 22-23).
(©L’Osservatore Romano – 5 dicembre 2010)