L’impegno delle chiese locali e Scuola Cattolica in Italia

Tredicesimo Rapporto

a cura del CSSC-CENTRO STUDI PER LA SCUOLA CATTOLICA- CEI

Editrice La Scuola – Brescia – 2011

Secondo i recenti Orientamenti Pastorali dell’episcopato italiano, la scuola cattolica «in quanto parte integrante della missione ecclesiale, […] va promossa e sostenuta nelle diocesi e nelle parrocchie, superando forme di estraneità o di indifferenza e contribuendo a costruire e valorizzare il suo progetto educativo». In altre parole, la scuola cattolica è riconosciuta senza ombra di dubbio come una realtà specificamente ecclesiale, ma non sempre ha una collocazione visibile nella pastorale diocesana. Questa situazione ha convinto il CSSC a dedicare il suo XIII Rapporto ad approfondire la relazione che dovrebbe esistere tra la pastorale ordinaria di una Chiesa locale e le scuole cattoliche che operano nel suo territorio.

Il volume si articola in tre parti: premesse teoriche, ricerca sul campo e approfondimenti settoriali, a cui fa seguito una ricca appendice statistica.

La prima sezione si apre con un capitolo che cerca di delineare la presenza delle scuole cattoliche nelle diocesi, soprattutto alla luce del più recente magistero ecclesiale. Il secondo studio mira a ricostruire le modalità seguite dalla Cei nell’organizzare il proprio settore scuola/educazione a partire dalle origini e fino ad oggi. A sua volta, nel capitolo terzo si punta a identificare il ruolo dei vescovi nei confronti della pastorale ordinaria e di quella scolastico-educativa in particolare all’interno di ciascuna diocesi; risulta così delineata la natura dell’azione pastorale a partire dal diritto canonico e dal magistero e sono individuate linee evolutive, carenze e progressi.

La seconda parte si apre con il commento ai dati derivanti dall’applicazione agli uffici diocesani di pastorale scolastica di un questionario che intendeva mettere in luce il rapporto che esiste tra la pastorale ordinaria di una Chiesa locale e le scuole cattoliche che si trovano sul suo territorio. Il capitolo seguente, il quinto, presenta alcune buone prassi su una base quadripartita: la prima sezione descrive l’esperienza peculiare che si è realizzata in una grande diocesi come quella di Roma; la seconda tratta della sinergia che si è attuata a Milano tra scuole cattoliche e l’Università cattolica del Sacro Cuore, individuando linee evolutive, carenze, potenzialità e limiti che si possono essere registrati; la terza presenta un caso significativo di collaborazione tra Irc e scuola cattolica; la quarta si concentra su esperienze valide di partecipazione dell’istruzione e formazione professionale di ispirazione cristiana alla missione della Chiesa locale.

Nella terza parte il capitolo sesto esamina il rapporto particolare tra scuole di ordini/congregazioni e pastorale diocesana, mettendo in luce anche le difficoltà derivanti dalla differente sensibilità delle congregazioni rispetto alle scelte pastorali dei vescovi. Seguendo la medesima impostazione, nel settimo capitolo viene analizzata la relazione tra le scuole cattoliche di comunità laicali e la pastorale diocesana, evidenziando l’originalità di queste esperienze e le dinamiche relative alla loro diffusione, sia positive che negative. Adottando lo stesso schema, lo studio successivo approfondisce il rapporto tra le scuole cattoliche dei movimenti e la pastorale diocesana. Il nono capitolo è concentrato sulla situazione nel Triveneto.

Come nei precedenti rapporti, le conclusioni generali offrono una sintesi globale dei fondamenti, delle situazioni e delle proposte d’azione. Una novità di quest’anno è costituita dalla appendice che descrive le cifre della scuola cattolica e presenta le principali linee di tendenza.

Proponiamo la presentazione del libro di Guglielmo Malizia Direttore del CSSC

“Chiese Locali e Scuola Cattolica in Italia. Problemi e Prospettive”

The Catholic School under Scrutiny. Ten Years of Research in Italy (1998-2008)

Guglielmo MALIZIA – Sergio CICATELLI   Berlin/New York/Oxford, Peter Lang, 2011

Questo volume disegna nelle sue linee generali l’evoluzione che il Centro Studi per la Scuola Cattolica (CSSC) della Conferenza Episcopale Italiana ha compiuto nei suoi primi dieci anni di vita a partire dalla sua fondazione. Insieme con il Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica, il CSSC rappresenta la realizzazione più rilevante che la Chiesa italiana ha effettuato in vista della creazione di un sistema integrato di scuola cattolica e di formazione professionale.

Il volume si articola in tre sezioni principali. La prima delinea il contesto nel quale si è svolta la fatica decennale del CSSC: ruolo, funzioni, compiti, iniziative sono illustrati nel quadro della storia recente della scuola cattolica in Italia. La seconda sezione offre le premesse teoriche dell’azione del Centro Studi: esse vengono identificate nello specifico della qualità della scuola cattolica, nella dimensione comunitaria a livello di singola scuola e nell’educazione religiosa sul piano curricolare. La terza parte è incentrata sui soggetti che costituiscono la comunità educativa di scuola cattolica: gli insegnanti, i genitori, gli studenti e i dirigenti. Le conclusioni tentano di ricondurre a sintesi ordinata i numerosi contenuti e di fornire linee prospettiche di azione, mentre l’appendice offre un elenco ragionato e aggiornato delle principali attività del CSSC durante il decennio trascorso.

Giovanni Paolo II. Il mio santo in terra

Autrice: Aurora Simone

Presentazione del libro: Mercoledì 25 Gennaio 2012 ore 16:30  Sala Carroccio Campidoglio

Il libro consta di 200 pagine compresa una vasta raccolta fotografica ed è costituito da una prima parte dedicata al racconto dell’esperienza vissuta dalla professoressa Aurora Simone Massimi nell’incontro personale e di fede con papa Wojtyla; ed una seconda parte in cui vengono presentati al lettore – papa Wojtyla e papa Ratzinger – con brevi accenni alle loro autobiografie, ai loro studi e alla loro formazione.

L’Autrice ha avuto l’idea di scrivere il libro in ossequio alla beatificazione di papa Giovanni Paolo II, celebrata il 1° maggio 2011 e lo definisce il mio Santo in terra, in seguito ad una folgorazione mistica alla vista del neoeletto papa Karol Wojtyla, quando si affacciò dalla Loggia della Benedizioni della Basilica di San Pietro, subito dopo la sua elezione al Soglio Pontificio, il 16 ottobre 1978. La figura semplice e carismatica di questo Papa venuto da lontano, e soprattutto la sua celebre frase Aprite le porte a Cristo – Non abbiate paura, segnarono un momento di svolta per l’Autrice nel modo di vivere la sua vita accogliendo la fede. Il cambiamento interiore si concretizza in un nuovo modo di abbracciare la fede, ovvero maturo, e vivere il messaggio cristiano portando Cristo come riferimento nella quotidianità, in una dimensione di apostolato più concreta ed aperta al mondo. Un apostolato proiettato innanzitutto nella missione evangelizzatrice verso le nuove generazioni, bisognose anch’esse di conoscere la figura di Cristo, attraverso il Papa ed il messaggio cristiano autentico e profondo, che Egli stesso ci ha lasciato nei suoi quasi 30 anni di pontificato.

La ricchezza di questo libro va rintracciata nello stile che lo caratterizza, fortemente autobiografico, che permette al lettore di scorgere tra le righe un susseguirsi di vivaci ricordi dell’Autrice, portati alla luce con fervore e autenticità mediante la testimonianza della sua vita plasmata e arricchita dalla figura del beato Giovanni Paolo II. Questa bellissima esperienza di fede, quasi per una missione, Aurora Simone ha voluto trasmetterla anche ai suoi figli ed alle persone che la circondano sia nella vita familiare che nell’ambiente di lavoro e nella società circostante; una esperienza personale, educativa e di testimonianza, ricca di suggestioni per il lettore del libro, che leggendo le parole dense di passione si trova di fronte ad un fiume in piena che chiede solo di poter superare i suoi argini per dissetare quante più specie possibili.

Il libro ci permette inoltre di rivivere la vita e la formazione del Papa, che sin dall’inizio del suo pontificato è stato riconosciuto come uno tra noi, perché ci ha consentito di accostarci innanzitutto ad un uomo semplice e profondamente umano.

Il beato papa Giovanni Paolo II ha saputo parlare al cuore della gente, è stato un Papa definito mediatico per il suo enorme carisma comunicativo, definito, con molta riverenza, “globe trotter super star” nella sua visita pastorale negli Stati Uniti d’America. Grande il suo carisma suscitato a livello mondiale: sia nei giovani, mediante le Giornate Mondiali della Gioventù, sia nelle persone che professano altri credi religiosi. Giovanni Paolo II è stato come “un faro” che ha illuminato i credenti naviganti, ma soprattutto coloro che si erano dispersi e che hanno trovato in Lui, come Aurora Simone, uno stimolo a portare il suo bagliore in giro per il mondo, ossia attraverso la catechesi itinerante, suggeritale dallo stesso Papa nel gennaio 1980.

Il libro grazie al suo stile insieme semplice e raffinato si rivolge ad un largo pubblico ed è di facile lettura.

Carlini recensione

Locandina Libro

“La teologia del Novecento”

Il libro:

Fulvio Ferrario, “La teologia del Novecento”, Carocci, Roma, 2011, pp. 304, euro 24,00.

 

È uscito quest’anno in Italia un libro sulla teologia del Novecento scritto da un teologo protestante, il valdese Fulvio Ferrario, che colpisce non solo per la rara chiarezza e ricchezza dell’esposizione e per l’efficacia narrativa, ma anche per il rilievo dato ad alcuni grandi teologi che sono, tra i non cattolici, proprio i più vicini alla visione e alla sensibilità dell’attuale papa, lui stesso teologo.

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Il primo è Oscar Cullmann (1902-1999), nato a Strasburgo, vissuto a Basilea e ospite a Roma, negli anni del Concilio Vaticano II, della stessa facoltà teologica valdese nella quale Ferrario insegna.

Ferrario lo annovera “tra i teologi protestanti più apprezzati in campo cattolico”. Pur meno famoso di un Barth, di un Bultmann, di un Bonhoeffer, Cullmann ha lasciato un’impronta forte e durevole.

È lui che ha coniato la formula – divenuta d’uso universale – del “già e non ancora” per esprimere la dialettica tra la salvezza già realizzata da Cristo e l’attesa del compimento finale.

Ed è lui, soprattutto, che ha insistito in ogni sua opera – da “Cristo e il tempo” a “La cristologia del Nuovo Testamento” – sulla continuità tra il Gesù della storia e il Cristo della fede. Cullmann era prima di tutto un grande esegeta delle Sacre Scritture, ma ha sempre coniugato la ricerca filologica e storiografica alla riflessione teologica. E “nella ricerca di questo difficile equilibrio – scrive Ferrario – egli costituisce un modello, in una stagione nella quale la difficoltà di comunicazione tra le due discipline raggiunge livelli pericolosi”.

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Un secondo grande teologo messo in primissimo piano da Ferrario è il tedesco Wolfhart Pannenberg, luterano, 83 anni.

In lui il nesso tra teologia e filosofia è strettissimo. Il Cristo crocifisso e risorto è l’evento capitale – raggiungibile anche dalla scienza storica – che consente di afferrare il senso della storia universale dell’uomo e del mondo. La rivelazione di Dio è storia; e lo smarrimento di questo orizzonte è la radice della crisi della cultura contemporanea. “È abbastanza facile notare – scrive Ferrario – le obiettive convergenze di questa impostazione con molte tesi del magistero cattolico romano”.

Non solo. Anche nella dottrina dei sacramenti e dei ministeri ordinati le riflessioni del protestante Pannenberg si avvicinano a quelle cattoliche. Ferrario sottolinea che “egli ritiene non solo possibile, ma a certe condizioni persino auspicabile, che il protestantesimo riconosca l’importanza del cosiddetto ‘ministero petrino’, cioè del papato”.

Lo stesso avviene nel campo della teologia morale:

“L’orientamento generale del pensiero di Pannenberg e la sua fiducia nelle possibilità teoriche di un’etica filosofica di derivazione aristotelica lo conducono a guardare con un marcato sospetto a molti orientamenti delle società secolarizzate in campo morale, ad esempio in materia di sessualità. In alcune occasioni egli esprime pubblicamente il proprio disaccordo nei confronti di posizioni che gli appaiono troppo ‘permissive’ delle Chiese evangeliche tedesche”.

Ma ciò non trattiene Ferrario dal concludere il profilo di Pannenberg – cioè del più “ratzingeriano” dei grandi teologi protestanti viventi – con questo altissimo apprezzamento:

“Nel contesto postmoderno, il pensiero di Pannenberg detiene un’inattualità che affascina e stimola. L’appello al rigore e alla portata universale della ragione critica, l’insistenza su una visione della fede come ‘grande narrazione’, addirittura storico-universale, costituisce una provocazione nei confronti della retorica di una teologia che vorrebbe ridursi all’autobiografia del teologo. Pannenberg ha in comune con i classici della riflessione teologica l’idea di un pensiero intrepido, che non accetta di fermarsi prima di aver incontrato la realtà di Dio. Ed è questo ardire del concetto che ne fa, al di là di ogni critica, un maestro”.

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Una terza personalità messa in forte rilievo da Ferrario nel capitolo dedicato alla teologia delle Chiese ortodosse è Ioannis Zizioulas, metropolita di Pergamo.

Zizioulas è il vescovo-teologo più autorevole del patriarcato ecumenico di Costantinopoli ed è amico di lunga data di Joseph Ratzinger. “Egli sviluppa – scrive Ferrario – l’idea della Chiesa come comunità che scaturisce dall’eucaristia. E in quanto tale essa è, non in senso teorico ma altamente realistico, corpo terreno del Risorto e partecipazione alla vita trinitaria”.

Non meraviglia, quindi, che “l’ecclesiologia eucaristica di Ioannis di Pergamo è assai utilizzata e apprezzata in ambito ecumenico. Essa è infatti molto organicamente, ed elegantemente, legata all’insieme della visione teologica e permette una comprensione della Chiesa in chiave anzitutto mistico-sacramentale, contro una deriva giuridica della quale, a volte, gli stessi cattolici romani evidenziano almeno alcuni limiti”. Una comprensione della Chiesa alla quale, riconosce Ferrario, “la mentalità protestante reagisce per contro in modo ambivalente”.

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Nella pagina finale del suo avvincente viaggio nella teologia del Novecento, Ferrario cita la lezione di Benedetto XVI a Ratisbona, con la sua rivendicazione di uno spazio pubblico per la teologia nelle moderne università del sapere.

E così conclude:

“Il nostro sguardo alla storia della teologia del Novecento dovrebbe aver mostrato che la teologia è stata ‘pubblica’ proprio quando è stata ecclesiale: quando cioè ha dato espressione intellettualmente critica al tentativo della comunità cristiana di annunciare l’evangelo nel mondo. […]

“I metodi esegetici, storici, filologici impiegati dalla teologia saranno gli stessi delle scienze religiose o delle teorie del cristianesimo che già ora l’affiancano e con le quali il pensiero ecclesiale è chiamato a dialogare serenamente.

“Ma diverso è il compito che la teologia cristiana si ostina a ritenere che le sia assegnato dal suo Signore: quello di contribuire, mediante la riflessione, al ministero della Chiesa, cioè alla predicazione della morte e della risurrezione di Gesù Cristo, nell’attesa della sua venuta”.

E con questa limpida sentenza del più autorevole teologo protestante italiano, i molti falsi teologi che oggi affollano il proscenio – per “umanizzare” Gesù invece che predicarlo vero Dio e vero uomo – sono serviti.

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L’autore è professore di dogmatica e discipline affini presso la Facoltà Valdese di Teologia di Roma e docente invitato presso l’Istituto di Studi Ecumenici S. Bernardino di Venezia. Dirige la rivista teologica della Facoltà Valdese “Protestantesimo”.

Sandro Magister

 

Paolo Dall’Oglio: La sete di Ismaele

 

Siria, ecco il monastero dove le fedi si incontrano

 


Un diario dal deserto. Gli articoli che padre Paolo Dall’Oglio ha scritto dal 2007 per il mensile internazionale «Popoli» sono ora raccolti nel volume La sete di Ismaele, in libreria da domani (Gabrielli, pagine 144, euro 12,00, introduzione  di Stefano Femminis). Il libro è arricchito dalla prefazione – di cui anticipiamo una parte – del giornalista e scrittore  Paolo Rumiz, che ha visitato l’antico monastero in cui ha sede la comunità monastica di  (www.deirmarmusa.org),  fondata da padre Dall’Oglio nel 1991 e dedita all’accoglienza e al dialogo interreligioso, in particolare con l’Islam. È dei  giorni scorsi la notizia che il religioso ha ricevuto dal governo siriano un decreto di espulsione, a causa del suo  impegno a favore della riconciliazione: sono in corso trattative con la Chiesa locale affinché l’effettività del decreto sia sospesa e il gesuita possa restare.

Deir Mar Musa. Il nome mi chiamava come una fata morgana, come la nostalgia di qualcosa di antico, qualcosa che  avevo dimenticato ma continuava ad agitarsi nel fondo dell’anima.
Quella fortezza della fede, arroccata sugli ultimi precipizi del Monte Libano davanti al deserto siriano, era una tappa  ineludibile del mio viaggio verso la Terra Santa. Cercavo i cristiani d’Oriente, eppure a parlarmi per primo del  monastero retto dal gesuita Paolo Dall’Oglio non era stato un prete ma un musulmano d’Italia. «Vai a vedere – aveva  detto – un luogo dove la tua fede ha imparato a convivere con l’islam». E aggiunse parole lusinghiere sulla capacità di  quel suo priore molto sui generis di capire il mondo musulmano pur tenendo dritta la barra del cristianesimo in quel  difficile avamposto.
Così andai, e già la lunga strada di avvicinamento lungo l’Anatolia fino alle terre alte del Tigri (dove comunità cristiane  di lingua aramaica vecchie di quasi due millenni resistevano miracolosamente alla pressione del nazionalismo islamico  urco) aveva ribaltato molte delle mie false certezze. Credevo, prima di prendere quella lunga strada, di  allontanarmi dal baricentro, dai punti di riferimento più forti della mia fede, e invece constatavo che proprio  allontanandomi da Roma avvertivo la presenza di un messaggio cristiano più limpido, cristallino, sempre più vicino alla sua fonte originaria, e sempre meno disturbato da tentazioni di egemonia e di potere. Era come se mi fosse  possibile prendere atto della mia identità e della mia cultura religiosa d’origine solo in terre dove il cristianesimo era  decisamente minoritario, se non addirittura perseguitato.
Erano passati, non dimentichiamolo, appena quattro anni dall’attentato alle Torri gemelle, e il discorso del conflitto di  civiltà era stato semplificato ad arte dai seminatori di zizzania come scontro religioso. Era anche per reagire a questa  semplificazione che avevo intrapreso quel viaggio tra i miei cugini d’Oriente, un viaggio che mi portava fatalmente a  sconfinare, un giorno sì e uno no, nei territori dell’ebraismo e della fede musulmana. Così, quando in una sera di  temporale imminente arrivai al monastero fortificato di Mar Musa, mi ero già reso conto che religiosi da prima linea  come Paolo Dall’Oglio si trovavano, con la loro semplice presenza, non soltanto a combattere con le infinite  suscettibilità del mondo musulmano, ma anche a scontare sulla loro pelle (con molte eccezioni s’intende) le  incomprensioni e i pregiudizi dei loro referenti d’Occidente. Di queste il priore di Mar Musa non volle mai parlarmi, ma  era mia ferma convinzione che esse ci fossero.
Ebbi la conferma, lì a Mar Musa, che per farsi riconoscere, il cristianesimo aveva anche bisogno di capire come Cristo e   discepoli erano visti dagli altri popoli del Libro. Nel suo ineguagliabile L’Usage du monde, Nicolas Bouvier racconta  del viaggio compiuto negli anni Cinquanta fino al subcontinente indiano. Nella tappa afghana egli narra di aver trovato  nel bazar di Kabul una raffigurazione di Gesù che ascendeva al cielo circondato da apostoli armati. Per un musulmano era magari concepibile che un profeta della bontà di Isa accettasse di essere catturato senza difendersi, ma era  assolutamente inammissibile che i suoi uomini rinunciassero a difenderlo. Vili, codardi, non avevano reagito. E  soprattutto, rinunciando a uccidere dei malvagi, essi avevano favorito la catena del male. La raffigurazione di discepoli  armati altro non era che il desiderio dei musulmani di rendere più presentabile il martirio di quel sant’uomo.  Ancora più interessante la visione degli ebrei ortodossi, così come mi era stata vivacemente spiegata da un rabbino  gerosolimitano di nascita italiana. Il difetto maggiore di Cristo? Non si era sposato, non aveva figli. Chi non fa figli non è  un uomo e non ascolta i comandamenti di Elohim: crescete e moltiplicatevi. E allora, mi disse, come fa a essere dio  uno che non è nemmeno uomo? E che dire dei discepoli, questi scioperati perdigiorno che avevano rinunciato alla  fatica della terra e del lavoro? Che garanzie di serietà potevano dare questi scapoloni a zonzo capaci di vivere solo alle spalle altrui? Sì, era fondamentale ascoltare storie così, sentire il parere degli “altri” per raccontare la “nostra” identità  con maggiore forza e consapevolezza.
Una sera pregammo insieme, in quel monastero che altro non era che la “reception” di un arcipelago di grotte  eremitiche sparse nelle rocce circostanti. Risuonarono antiche litanie, sentii la bellezza della preghiera cristiana  formulata in lingua araba, e la parole-chiave attorno cui tutto ruotava era “nur”, luce. Cantava Paolo Dall’Oglio dentro  una chiesa buia, dove la luce, appunto, era solo un raggio che entrava da una feritoia verso Oriente. Fu da quel viaggio  che cominciai a cercare la mia fede proprio nelle periferie, negli avamposti, nelle trincee di mondi considerati a rischio   nel profondo di stati marchiati come “canaglia” dalla geopolitica banalizzata dell’Occidente.
Ad Antiochia – incontrando la mia compagna di viaggio Monika Bulaj – una donna che si era convertita al  Cristianesimo e subiva per questo non poche ritorsioni, aveva spostato una tendina in casa sua e mostrato, dietro, un  foglio di giornale illustrato con la raffigurazione di Cristo. Sospirò e spiegò perché aveva deciso di seguirlo. «Come fai a  non fidarti di uno con un viso simile?», riassunse così il concetto, prima di riempirci il sacco da viaggio di frutta secca e caffè che a lei dovevano essere costati una fortuna.

Paolo Rumiz
in “Avvenire” del 4 dicembre 2011

Essere cristiani oggi

Se tramonta la trascendenza

Titolo essenziale quello scelto da Giovanni Ferretti per una sua organica raccolta di saggi: Essere cristiani oggi (LDC,  pp. 184, € 11,50) affronta infatti con profondità e immediatezza «il “nostro” cristianesimo nel moderno mondo  secolare», come recita il sottotitolo. Sono considerazioni che l’autore già docente di filosofia teoretica all’Università di  Macerata, di cui è stato anche rettore – ha avuto modo di elaborare in questi ultimi anni facendo tesoro di un dialogo  fecondo tra filosofia e fede cristiana, in cui il suo essere presbitero della diocesi di Torino non ha costituito un ostacolo  ma anzi un prezioso arricchimento. Cogliendo «la crisi ormai irreversibile della cristianità» come uno dei più  significativi «segni dei tempi» che i cristiani dovrebbero sapientemente discernere e affrontare anziché negare,  Ferretti ne analizza le radici e le manifestazioni, trasformandolo da rassegnata constatazione a stimolo virtuoso per un  modo nuovo eppur antico di porsi dei cristiani nella società. Già l’interrogativo che pone in apertura – «tramonto o  trasfigurazione del cristianesimo?» – è eloquente sull’approccio offerto dal volume. Se infatti il «tramonto della trascendenza» è una tendenza culturale e sociologica ben più vasta della minor rilevanza di alcune tradizioni cristiane  nella società contemporanea, questo può aprire nuove prospettive alla comprensione e all’annuncio di Gesù Cristo e  del suo Vangelo: l’uomo Gesù che ha saputo narrare il volto del Padre non costituisce «alcuna opposizione alla piena  fioritura dell’uomo, bensì la massima vicinanza e il massimo impegno alla sua più compiuta umanizzazione», come  paradossalmente ricorda il teologo protestante Paolo Ricca: «Dio si è fatto uomo perché noi non eravamo ancora uomini».

Proprio per questo il discorso offerto da Ferretti non riguarda solo i cristiani ma anche – e direi forse soprattutto – chi  cristiano non è o tale non si ritiene più: «ripensare la risurrezione» in modo anche critico rispetto a un certo  immaginario cristiano non è mero esercizio teorico, ma la possibilità di coglierla come «permanenza in Dio, anche  dopo la morte, della nostra “identità personale”», come meta finale di ogni essere umano e riscatto di ogni faticosa  ricerca di comunione e di gioia condivisa.
Ma la convincente riflessione di Ferretti non si ferma agli aspetti più «rivelativi» della fede cristiana e del suo  coniugarsi con l’oggi della storia: passando attraverso un «ripensamento della carità nella società secolarizzata»,  affronta con lucidità il difficile dialogo con il mondo «laico» sui valori, sulla loro relatività o assolutezza, sulla loro  genesi e condivisione, sulle minacce che li sovrastano e le potenzialità anche e soprattutto civili che essi contengono.  Decisiva in questo ambito delicato è la dialettica tra «l’assoluto della verità» e «il carattere inviolabile della libertà  umana». Per l’autore è quindi evidente che «valori non negoziabili o irrinunciabili non significa e non deve significare “non argomentabili” e tanto meno imponibili all’altro con la forza e la violenza». Un’evidenza che purtroppo non  sempre è riconosciuta da tutti, ma che appare indispensabile per una sana crescita di una società civile libera e  democratica.

Enzo Bianchi

in “La Stampa” del 26 novembre 2011

 

Prima lezione di teologia

 

Giuseppe Ruggieri, Prima lezione di teologia, Laterza, Bario 2011, pp.169 Euro 12,00

 

Descrizione:

La teologia applica la metodologia scientifica al discorso su Dio e vuole quindi accordare il pensiero di questo mondo con il messaggio cristiano. Ma il discorso su Dio nel cristianesimo del Nuovo Testamento non è in ultima analisi una negazione del sapere di questo mondo? E, allora, la teologia è compatibile con il cristianesimo? Ed è possibile una teologia che resti fedele al messaggio di Gesù di Nazaret?

“La teologia, come viene qui intesa, è semplicemente il ‘discorso su Dio’ che gli uomini non riescono a evitare, la cui presenza si riscontra quindi in tutte le culture umane. Tutti gli uomini sono ‘teologi’, parlano cioè di Dio sia affermandolo e pregandolo, ma anche negandolo o dubitando di lui. Ma questo discorso su Dio nella storia degli uomini tutti ha suscitato anche dei discorsi che hanno la caratteristica di essere funzionali, secondari. Nella storia dell’Occidente (ma non solo in essa) al discorso su Dio che si ritrova nel linguaggio comune si è infatti aggiunto un discorso sul discorso che ha avuto sempre una duplice motivazione: la prima, piuttosto critica e negativa, che rende attenti a non trasferire in Dio i sentimenti dell’uomo che spesso sono discutibili e pericolosi; la seconda (che è poi il risvolto della prima), piuttosto positiva, che tende a dare rigore al discorso a partire da ciò che è specifico di Dio in qualunque modo lo si concepisca. E anche questo discorso sul discorso su Dio si chiama teologia”: Giuseppe Ruggieri introduce alla disciplina che studia Dio, prendendo in esame l’esperienza religiosa cristiana nella sua dimensione dottrinale e di riflessione intellettuale.

 

 

Bachelet. Testimoniare da cristiani nella vita e nella politica

Bachelet. Testimoniare da cristiani nella vita e nella politica,  La Scuola, Brescia 2011, 156 pagine, 9 euro

 

La scelta di Vittorio Bachelet


Un discorso del cardinale Martini del 1995 contestava il ruolo di un moderatismo cattolico come stampella di regime e  si rifaceva alla «vocazione ad una società avanzata» della dottrina sociale della Chiesa; una «socialità di tipo  relazionale, che punta sui diritti delle persone, delle comunità, a cominciare dalla famiglia, e dei gruppi sociali e infine  dello Stato di tutti…».
Non riguarda direttamente il protagonista della monografia dedicata da Angelo Bertani a Vittorio Bachelet, ma si  iscrive in un contesto nel quale attorno al personaggio si snoda una riflessione più generale. A partire dal titolo:  Bachelet. Testimoniare da cristiani nella vita e nella politica (La Scuola, Brescia 2011, 156 pagine, 9 euro). Il curatore –  he già in altre occasioni si è interessato di Bachelet – aggiunge oggi alcune valutazioni su un momento storico, come  l’attuale.
«Oggi – scrive Bertani – i cattolici si chiedono come fare ad essere più presenti nella società. L’interrogativo è  complesso e persino ambiguo, ma una risposta c’è: fare come Bachelet. Educare, aiutare a crescere tanti cittadini   redenti, laici cristiani come Vittorio Bachelet. Non è facile, ma forse non ci proviamo neppure perché troppo alta e  disinteressata appare la loro testimonianza, troppo pericolosa la loro libertà, poco redditizia la loro militanza».
Ma nelle cinquanta pagine dell’introduzione, un terzo del volumetto, su alcuni testi illuminanti del «messaggio  educativo» di Bachelet (esemplare nella sua «antropologia della mitezza») c’è la chiave di lettura di qualcuno che «ci  ha aiutato a uscire dal cristianesimo di cristianità: quello che si affidava al conformismo e all’intimidazione,  all’abitudine, alle strutture, alle leggi. E a camminare verso un cristianesimo della coscienza e dell’amore, di  comunione e di carità, dell’evangelo e del Concilio».
Troviamo ancora, nell’introduzione, una ricchezza di riferimenti: ecco che spuntano Giuseppe Dossetti, Aldo Moro,  padre Adolfo Bachelet, il gesuita fratello maggiore di Vittorio: non per il gusto della citazione appropriata ma con il  criterio della perennità che quelle parole attribuiscono ai valori.
E se è un raffinato riferimento quello al testo di una lettera inviata dal cardinale Ercole Consalvi nell’anno di grazia  1800 all’allora ambasciatore del Vaticano (non si chiamavano ancora nunzi) a Parigi, monsignor Annibale della Genga  – il futuro Leone XII –, e nella quale era avveniristicamente contenuta l’esortazione a rendersi conto che la rivoluzione  rancese c’era stata, è meritorio, come fa Bertani, ricordare, civicamente parlando, la trama di  riconciliazione tessuta da Adolfo Bachelet con alcuni protagonisti delle sanguinose vicende degli anni settanta.
Il «nucleo incandescente del linguaggio evangelico » viene evocato nel rapporto Dossetti-Bachelet, anche se con esiti  diversi. Bertani torna inoltre più volte sulla esemplare testimonianza espressa dalla famiglia di Vittorio Bachelet; e  riporta alcuni passi di una intervista nella quale, a vent’anni dalla morte, il figlio Giovanni rifletteva sul significato di  quel sacrificio che, ricorda, è stata «l’occasione, pur tristissima, di mettere alla prova quello che diceva papa Giovanni:  nche se qualcuno dice di essere nostro nemico, e si comporta come tale, noi non ci sentiamo nemici di nessuno».
Si rammenteranno le parole di Giovanni che, il giorno delle esequie del padre, inducevano al perdono e nello stesso  tempo alla giustizia in difesa della democrazia: «Vogliamo pregare per quelli che hanno colpito il mio papà perché,  senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, nelle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta,  sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri».
Con questo spirito si potranno leggere gli otto interventi contenuti nella seconda parte del libro, che disegnano un  percorso culturale e spirituale. Del quale è stato un tornante la «scelta religiosa» impressa all’Azione cattolica in anni  di grande tensione: «Scelta religiosa – affermava Bachelet che ne era stato il gestore – è anche, allora capacità di  aiutare i cristiani a vivere la loro vita di fede in una concreta situazione storica, ad essere “anima del mondo”, cioè  fermento, seme positivo per la salvezza ultima, ma anche servizio di carità non solo nei rapporti personali, ma nella  costruzione di una città comune in cui si siano meno poveri, meno oppressi, meno gente che ha fame».

Angelo Paoluzi

Jacques Arènes: La quête spirituelle hier et aujourd’hui.

 

 

Jacques Arènes, La quête spirituelle hier et aujourd’hui. Un point de vue psichanalytique, Cerf, Parigi, 2011

 

 

 

La psicanalisi in cerca di fede
intervista a Jacques Arènes, psicanalista,

 

Nel suo ultimo libro, lei commenta la tesi di Marcel Gauchet sull’abbandono della religione
dicendo che è “un’evidenza non così evidente”. Perché?

Che la società non sia più strutturata dall’elemento religioso, è un fatto evidente. Ciò significa che il mondo comune  non si basa sulla religione e che il fatto religioso in quanto strutturante sociale è diventato minoritario.
In compenso, nella costruzione di Marcel Gauchet, ci saranno sempre dei credenti. Ma le credenze riguardano ormai solo la soggettività delle persone. Non possono più basarsi su dati comuni per far esistere la loro fede.
Le comunità esistono ancora, ma il rapporto con la comunità è più fragile. È soprattutto dell’ordine dell’adesione  individuale, che può essere revocata. Sono le persone stesse che portano in sé la fede.
Così, l’abbandono della religione è uno dei fattori che comportano un’evoluzione importante del soggetto  contemporaneo. In sintesi, il rapporto con la religione e con la fede è molto cambiato.

In quanto psicanalista, lei insiste spesso sull’importanza del senso di colpa personale. Il che richiama forse uno degli aspetti del cristianesimo.
Sì, nel mondo cristiano, fin dall’inizio, si credeva al peccato originale. Si condivideva più o meno questa “colpa”. Era impossibile esserne esenti, anche se si era comunque assolti. Trovo questo profondamente liberante.

Liberante?
Sì, il senso di colpa, quando non scade in un aspetto morboso, è libertà. Il fatto di avere un rapporto personale e  soggettivo con la colpa, davanti all’altro – il prossimo e/o Dio – è molto importante per la libertà di ciascuno.
Ma oggi siamo in una società che si vuole de-colpevolizzata. Invece di cercare “colpe” personali, si rinvia a “colpe” collettive identificando dei gruppi di “cattivi”. Spesso non si è lontani dal pensare che i colpevoli siano in realtà  vittime. Di fatto, ci si interesse di più delle vittime che dei colpevoli e si mette in primo piano una posizione vittimistica.
Secondo me, questo pone un problema: è un modo di togliere la responsabilità alle persone e quindi la loro libertà.  Perché quando si è colpevoli e responsabili dei propri atti, si è liberi. In particolare si è liberi di non fare errori, ma  anche, semplicemente, di costruire la propria vita.


Ma non ci si può esentare dalla “colpa”?

Quest’idea che ci si possa premunire contro la “colpa”, essere dalla parte dei puri, di coloro che sono in buoni rapporti  con gli altri, è molto “imprigionante”. Molte persone pensano ad esempio che si possa evitare di commettere errori se   appena si è un po’ informati. Così, sono sprovvedute di fronte alla violenza, a volte alla loro violenza, e di fronte ai  conflitti in generali. Ora, bisogna avere il realismo della fallibilità. C’è una opacità della vita umana che fa sì che non si  possa sempre evitare di commettere errori.

Per esempio nella vita di coppia…
Si ha una visione della vita di coppia molto irenica: una vita di coppia sarebbe una vita coniugale senza conflitti. Perché  ltrimenti vorrebbe dire che non si sta bene insieme. Ma certi conflitti sono normali! La vita con qualcuno per  trent’anni, non è semplice. Soprattutto oggi quando i ruoli non sono più fissi come lo erano un secolo fa. A volte, gli  sposi avevano delle vite parallele. Si è molto più vicini oggi, e si fanno molte più cose insieme. Questo provoca conflitti  e rivalità. Tutto ciò fa parte della vita di coppia. Ma non vi siamo necessariamente preparati.

Le religioni sarebbero più “realiste” di quello che propone la psicologia?
Nelle religioni c’è un realismo di fondo della vita: la vita non è quello che si percepisce immediatamente. C’è anche un  realismo sulla sofferenza, sui limiti della vita, sulla fragilità e sulla vulnerabilità, anche sulla colpa. Certo, vogliamo  essere persone “buone”, ma non ci riusciamo sempre. È la vita.
Questo realismo esiste anche, certamente, nella psicanalisi. Le religioni sono particolarmente realiste in rapporto alle  questioni ampiamente rimosse oggi, come la fine della vita e il lutto. Tutti affronteremo questo problema. Ma la nostra  società non propone che soluzioni dell’ordine della potenza. In quanto l’idea è di invecchiare restando giovani, o di  scegliere una “buona morte”. È un tranello.
Il cristianesimo ci insegna anche che si può scegliere una maggiore libertà interiore…, anche a costo di una certa  sofferenza. Penso che non si debba eliminare completamente l’idea che nelle nostre vite ci siano mancanze. La vita  cristiana postula che si possa attraversare la sofferenza con una forza che accompagna la persona.

Storicamente, la psicanalisi e la religione non funzionano bene insieme. Con la sua tesi, si ha l’impressione di assistere però ad un dialogo fruttuoso.
Sì, questa tesi ne è la prova! Quando l’ho sostenuta, non ho visto ostilità nel mondo universitario.
Vent’anni fa, ci sarebbe stata un’accoglienza più fredda.
È vero che il concetto di guarigione in psicanalisi è abbastanza vicino a quello del giudeocristianesimo.
Gli psicanalisti non cercano la “guarigione” nel senso del benessere. Qualcuno che ha perso i figli in un incidente di  macchina non sarà mai più come prima. Si tratta proprio di trovare uno stato di libertà interiore, in rapporto alla sofferenza.
Ma la psicanalisi e la religione sono in parte irreconciliabili, soprattutto in Europa, dominata dalla psicanalisi  freudiana. Per Freud, nato in un secolo positivista, l’inconscio è puramente laico.
Per molto tempo, gli psicanalisti tendevano a dire: dell’interiorità dell’essere umano, tocca a noi occuparci, è il nostro  territorio ed è puramente laico. L’essere umano diventa così in fondo padrone e possessore di se stesso. Ma subito si  scontra con ciò che è sconosciuto dentro se stesso. Del resto, è per questo motivo che le persone vanno dagli  psicologi/psicanalisti.
Oggi, gli psicanalisti diffidano meno delle religioni. Il vero pericolo per gli psicanalisti non sono più le religioni, ma  tutte le concezioni di pensiero puramente materialiste. Come certe derive naturaliste delle neuroscienze, che ci  spiegano che lo spirito umano è un po’ come un hardware, come un “cablaggio” neuronico e che noi saremmo tutti  determinati dai nostri neurotrasmettitori.

Si vede un numero crescente di cristiani che si dicono “convertiti”. Che cos’è la conversione
per uno psicanalista?

Penso che la conversione risponda ad un’attesa molto forte di trasformazione personale attraverso il fatto religioso. Corrisponde al nostro tempo. Le persone sono più sole e meno “costruite” di prima.
Il mondo comune le sostiene meno.
Di conseguenza, si ha un bisogno molto forte di cambiare. Lo si vede bene nel mondo dei carismatici. Le persone si  aspettano che la religione le aiuti a costruirsi concretamente, non solo moralmente. La religione diventa così uno  strumento di trasformazione. Forse è questo che la religione può insegnare alla psicanalisi.

 

a cura di Henrik Lindell
in “www.temoignagechretien.fr” del 18 ottobre 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)