I cinquantanni del Concilio Vaticano II

 

La controversia sull’interpretazione del Concilio Vaticano II e sui cambiamenti nel magistero della Chiesa ha registrato in queste settimane nuovi sviluppi, anche ad alto livello.

Il primo è il “Preambolo dottrinale” che la congregazione per la dottrina della fede ha consegnato lo scorso 14 settembre ai lefebvriani della scismatica Fraternità Sacerdotale San Pio X, come base per una rappacificazione.

Il testo del “Preambolo” è segreto. Ma è stato descritto così nel comunicato ufficiale che ha accompagnato la sua consegna:

“Tale Preambolo enuncia alcuni principi dottrinali e criteri di interpretazione della dottrina cattolica, necessari per garantire la fedeltà al magistero della Chiesa e il ‘sentire cum Ecclesia’, lasciando nel medesimo tempo alla legittima discussione lo studio e la spiegazione teologica di singole espressioni o formulazioni presenti nei documenti del Concilio Vaticano II e del magistero successivo”.

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Un secondo sviluppo è l’intervento del cardinale Georges Cottier (nella foto) nella discussione in corso da alcuni mesi su www.chiesa e su “Settimo cielo”.

Cottier, 89 anni, svizzero, appartenente all’ordine dei domenicani, è teologo emerito della casa pontificia. Ha pubblicato il suo intervento sull’ultimo numero della rivista internazionale “30 Giorni”.

In esso, egli replica alla tesi sostenuta in www.chiesa dallo storico Enrico Morini, secondo cui con il Concilio Vaticano II la Chiesa ha voluto riallacciarsi alla tradizione del primo millennio.

Il cardinale Cottier mette in guardia dal pensare che il secondo millennio sia stato per la Chiesa un periodo di decadenza e di allontanamento dal Vangelo.

Nello stesso tempo, però, riconosce che il Vaticano II ha fatto bene a ridare forza alla visione di Chiesa che fu particolarmente viva nel primo millennio: non come soggetto a sé stante, ma come riflesso della luce di Cristo. E tratteggia le conseguenze concrete che derivano da tale corretta visione.

Il testo del cardinale Cottier è riprodotto integralmente in questa pagina, più sotto.

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Un terzo sviluppo della discussione riguarda una tesi del Vaticano II particolarmente contestata dai tradizionalisti: quella della libertà religiosa.

In effetti, c’è un’indubbia rottura tra le affermazioni in proposito del Vaticano II e le precedenti condanne del liberalismo fatte dai papi dell’Ottocento.

Ma “dietro quelle condanne c’era in realtà uno specifico liberalismo, quello statalista continentale, con le sue pretese di sovranità monista e assoluta che veniva avvertito come limitativo dell’indipendenza necessaria alla missione della Chiesa”.

Mentre invece “la riconciliazione pratica, portata a compimento dal Vaticano II, avviene attraverso il pluralismo di un altro modello liberale, quello anglosassone, che relativizza radicalmente le pretese dello Stato fino a farne non il monopolista del bene comune, ma una limitata realtà di pubblici uffici al servizio della comunità. Allo scontro tra due esclusivismi seguiva l’incontro nel segno del pluralismo”.

Le citazioni ora riportate sono tratte da un saggio che il professor Stefano Ceccanti, docente di diritto pubblico all’Università di Roma “La Sapienza” e senatore del Partito democratico, si appresta a pubblicare sulla rivista “Quaderni Costituzionali”:

> Benedetto XVI a Westminster Hall e al Bundestag: l’elogio del costituzionalismo

Nel saggio, Ceccanti analizza i due importanti discorsi pronunciati da Benedetto XVI lo scorso 22 settembre al Bundestag di Berlino e il 17 settembre del 2010 a Westminster Hall, per mostrare come entrambi i discorsi “sono in stretta continuità con quella riconciliazione operata dal Concilio”.

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Un quarto sviluppo è l’uscita in Italia di questo libro:

Pietro Cantoni, “Riforma nella continuità. Riflessioni sul Vaticano II e l’anticonciliarismo”, Sugarco Edizioni, Milano, 2011.

Il libro passa in rassegna i testi più controversi del Concilio Vaticano II, per mostrare che anche in essi tutto è leggibile e spiegabile alla luce della tradizione e della grande teologia della Chiesa, san Tommaso incluso.

L’autore, il sacerdote Pietro Cantoni – dopo aver passato alcuni anni giovanili in Svizzera nella comunità lefebvriana di Ecône ed esserne uscito – si formò a Roma alla scuola di uno dei maggiori maestri della teologia tomista, monsignor Brunero Gherardini.

Ma proprio contro il suo maestro si appuntano le critiche di questo suo libro. È Gherardini uno degli “anticonciliari” più presi di mira.

In effetti, monsignor Gherardini, nei suoi ultimi volumi, ha avanzato serie riserve sulla fedeltà alla Tradizione di alcune affermazioni del Concilio Vaticano II: nella costituzione dogmatica “Dei Verbum” circa le fonti della fede, nel decreto “Unitatis redintegratio” circa l’ecumenismo, nella dichiarazione “Dignitatis humanae” circa la libertà religiosa.

“La Civiltà Cattolica”, la rivista dei gesuiti di Roma stampata con il previo controllo della segreteria di Stato vaticana, nel recensire in settembre un suo libro ha riconosciuto all’anziano e autorevole teologo un “sincero attaccamento alla Chiesa”.

Ma questo non impedisce a Gherardini di appuntare le sue critiche graffianti sullo stesso Benedetto XVI, colpevole, a suo dire, di una esaltazione del Concilio che “tarpa le ali dell’analisi critica” e “impedisce di guardare al Vaticano II con occhio più penetrante e meno abbacinato”.

Da due anni Gherardini aspetta invano dal papa ciò che gli ha chiesto in una “supplica” pubblica: sottoporre a riesame i documenti del Concilio e chiarire in forma definitoria e definitiva “se, in che senso e fino a che punto” il Vaticano II fosse o no in continuità con il precedente magistero della Chiesa.

Nel marzo del 2012 ha annunciato l’uscita di un suo nuovo libro sul Concilio Vaticano II, che si prevede ancor più critico dei precedenti.

Quanto al libro di Pietro Cantoni, un suo commento ad opera di Francesco Arzillo è più sotto in questa pagina, dopo l’articolo del cardinale Cottier.

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Un’altra novità è il premio Acqui Storia che sarà assegnato il prossimo 22 ottobre a Roberto de Mattei per il volume “Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta”, edito da Lindau e di cui www.chiesa ha riferito a suo tempo.

Il premio Acqui è uno dei più prestigiosi, nel campo degli studi storici. La giuria che ha deciso di conferirlo a de Mattei è composta da studiosi di vario orientamento, cattolici e non cattolici.

Il loro presidente, però, il professor Guido Pescosolido dell’Università di Roma “La Sapienza”, si è dimesso dalla carica proprio per dissociarsi da questa decisione.

A giudizio del professor Pescosolido, il libro di de Mattei sarebbe viziato da uno spirito militante anticonciliare, incompatibile con i canoni della storiografia scientifica.

A sostegno del professor Pescosolido si è schierata con un comunicato la SISSCO, Società per lo Studio della Storia Contemporanea, presieduta dal professor Agostino Giovagnoli, esponente di spicco della comunità di Sant’Egidio, e con nel direttivo un altro esponente della stessa comunità, il professor Adriano Roccucci.

E sul “Corriere della Sera” il professor Alberto Melloni – coautore di un’altra famosa storia del Vaticano II anch’essa sicuramente “militante” ma su sponda progressista, quella prodotta dalla “scuola di Bologna” di don Giuseppe Dossetti e Giuseppe Alberigo e tradotta in più lingue – ha addirittura svilanneggiato de Mattei. Pur riconoscendogli di aver arricchito la ricostruzione della storia del Concilio con documenti inediti, ha equiparato il suo libro a “tanto opuscolame anticonciliare” immeritevole di considerazione.

Al confronto, la pacatezza con cui il professor de Mattei ha sopportato simili affronti è stata per tutti una lezione di stile.

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Infine, sempre nella linea interpretativa di monsignor Gherardini e del professor de Mattei, è uscito il 7 ottobre in Italia un altro libro che individua già nel Concilio Vaticano II i guasti venuti alla luce nel dopoconcilio:

Alessandro Gnocchi, Mario Palmaro, “La Bella addormentata. Perché col Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà”, Vallecchi, Firenze, 2011.

I due autori non sono né storici né teologi, ma sostengono la loro tesi con competenza e con efficacia comunicativa, per una platea di lettori più vasta di quella raggiunta dagli specialisti.

Su sponda opposta rispetto a quella tradizionalista, anche il teologo Carlo Molari ha ampliato l’attenzione alla disputa, in una serie di articoli sulla rivista “La Rocca” della Pro Civitate Christiana di Assisi, nei quali ha ripreso e discusso gli interventi apparsi su www.chiesa e su “Settimo cielo”.

Anche grazie a loro, è quindi prevedibile che la controversia sul Vaticano II si allarghi a un maggior pubblico. Proprio alla vigilia dei cinquant’anni dall’apertura della grande assise, nel 2012.

Per l’occasione, dal 3 al 6 ottobre dell’anno prossimo il Pontificio Comitato di Scienze Storiche ha in cantiere un convegno di studio su come i vescovi che parteciparono al Concilio lo descrissero nel loro diari e archivi personali.

E l’11 ottobre 2012, giorno anniversario dell’apertura del Concilio ma anche ventesimo compleanno del Catechismo della Chiesa cattolica, inizierà uno speciale “anno della fede”, che terminerà il 24 novembre dell’anno successivo, solennità di Cristo Re dell’Universo. Benedetto XVI ne ha dato l’annuncio il 16 ottobre, nell’omelia della messa da lui celebrata nella basilica di San Pietro con migliaia di annunciatori pronti ad operare per la “nuova evangelizzazione”, e l’ha indetto con questo motu proprio:

> “Porta fidei”

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QUELLA PERCEZIONE DELLA CHIESA COME “LUCE RIFLESSA” CHE UNISCE I PADRI DEL PRIMO MILLENNIO E IL CONCILIO VATICANO II

di Georges Cottier

Nell’ormai prossimo 2012 cadranno i cinquant’anni dall’inizio del Concilio Vaticano II. A mezzo secolo di distanza, quello che è stato un avvenimento maggiore della vita della Chiesa continua a suscitare dibattiti – che probabilmente si intensificheranno nei prossimi mesi – su quale sia l’interpretazione più adeguata di quella assemblea conciliare.

Le dispute di carattere ermeneutico, certo importanti, rischiano però di diventare controversie per addetti ai lavori. Mentre può interessare a tutti, soprattutto nel momento presente, riscoprire quale sia stata la sorgente ispiratrice che ha animato il Concilio Vaticano II.

La risposta più comune riconosce che quell’evento era mosso dal desiderio di rinnovare la vita interiore della Chiesa e adattare anche la sua disciplina alle nuove esigenze per riproporre con nuovo vigore la sua missione nel mondo attuale, attenta nella fede ai “segni dei tempi”. Ma per andare più alla radice, occorre cogliere quale era il volto più intimo della Chiesa che il Concilio si proponeva di riconoscere e ripresentare al mondo, nel suo intento di aggiornamento.

Il titolo e le prime righe della costituzione dogmatica conciliare “Lumen gentium”, dedicata alla Chiesa, sono in questo senso illuminanti nella loro chiarezza e semplicità: “Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura, illuminare tutti gli uomini con la luce di Cristo che risplende sul volto della Chiesa”. Nell’incipit del suo documento più importante, l’ultimo Concilio riconosce che il punto sorgivo della Chiesa non è la Chiesa stessa, ma la presenza viva di Cristo che edifica personalmente la Chiesa. La luce che è Cristo si riflette come in uno specchio nella Chiesa.

La coscienza di questo dato elementare (la Chiesa è il riflesso nel mondo della presenza e dell’agire di Cristo) illumina tutto ciò che l’ultimo Concilio ha detto sulla Chiesa. Il teologo belga Gérard Philips, che della costituzione “Lumen gentium” fu il principale redattore, mise in evidenza proprio questo dato all’inizio del suo monumentale commento al testo conciliare.

Secondo lui, “la costituzione sulla Chiesa adotta sin dall’inizio la prospettiva cristocentrica, prospettiva che si affermerà istantaneamente nel corso di tutta l’esposizione. La Chiesa ne è profondamente convinta: la luce delle genti si irradia non da essa, ma dal suo divino Fondatore: pure, la Chiesa sa bene che, riflettendosi sul suo volto, questo irradiamento raggiunge l’umanità intera”. Una prospettiva di sguardo ripresa fin nelle ultime righe dello stesso commento, nelle quali Philips ripeteva che “non sta a noi profetare sul futuro della Chiesa, sui suoi insuccessi e sviluppi. Il futuro di questa Chiesa, di cui Dio ha voluto fare il riflesso di Cristo, Luce dei Popoli, sta nelle Sue mani”.

La percezione della Chiesa come riflesso della luce di Cristo accomuna il Concilio Vaticano II ai Padri della Chiesa, che fin dai primi secoli ricorrevano all’immagine del “mysterium lunae”, il mistero della luna, per suggerire quale fosse la natura della Chiesa e l’agire che le conviene. Come la luna, “la Chiesa splende non di luce propria, ma di quella di Cristo” (“fulget Ecclesia non suo sed Christi lumine”), dice sant’Ambrogio. Mentre per Cirillo d’Alessandria “la Chiesa è circonfusa dalla luce divina di Cristo, che è l’unica luce nel regno delle anime. C’è dunque una sola luce: in quest’unica luce splende tuttavia anche la Chiesa, che non è però Cristo stesso”.

In questo senso, merita attenzione la valutazione offerta di recente dallo storico Enrico Morini in un intervento ospitato sul sito www.chiesa.espressonline.it curato da Sandro Magister.

Secondo Morini – che è professore di storia del cristianesimo e delle Chiese presso l’Università di Bologna – il Concilio Vaticano II si è posto “nella prospettiva della più assoluta continuità con la tradizione del primo millennio, secondo una periodizzazione non puramente matematica ma essenziale, essendo il primo millennio di storia della Chiesa quello della Chiesa dei sette Concili, ancora indivisa […]. Promuovendo il rinnovamento della Chiesa il Concilio non ha inteso introdurre qualcosa di nuovo – come rispettivamente desiderano e temono progressisti e conservatori – ma ritornare a ciò che si era perduto”.

L’osservazione può creare equivoci, se viene confusa con il mito storiografico che vede la vicenda storica della Chiesa come una progressiva decadenza e un allontanamento crescente da Cristo e dal Vangelo. Né si possono accreditare contrapposizioni artificiose per le quali lo sviluppo dogmatico del secondo millennio non sarebbe conforme alla Tradizione condivisa durante il primo millennio dalla Chiesa indivisa. Come ha evidenziato il cardinale Charles Journet, rifacendosi anche al beato John Henry Newman e al suo saggio sullo sviluppo del dogma, il “depositum” che abbiamo ricevuto non è un deposito morto, ma un deposito vivente. E tutto ciò che è vivente si mantiene in vita sviluppandosi.

Allo stesso tempo, va colta come un dato oggettivo la corrispondenza tra la percezione della Chiesa espressa nella “Lumen gentium” e quella già condivisa nei primi secoli del cristianesimo. La Chiesa non viene cioè presupposta come un soggetto a sé stante, prestabilito. La Chiesa rimane al dato che la sua presenza nel mondo fiorisce e permane come riconoscimento della presenza e dell’azione di Cristo.

A volte, anche nella nostra più recente attualità ecclesiale, questa percezione del punto sorgivo della Chiesa sembra per molti cristiani offuscarsi, e sembra avvenire una sorta di rovesciamento: da riflesso della presenza di Cristo (che con il dono del Suo Spirito edifica la Chiesa) si passa a percepire la Chiesa come una realtà materialmente e idealmente impegnata ad attestare e realizzare da sé la propria presenza nella storia.

Da questo secondo modello di percezione della natura della Chiesa, che non è conforme alla fede, discendono conseguenze concrete.

Se, come si deve, la Chiesa si percepisce nel mondo come riflesso della presenza di Cristo, l’annuncio del Vangelo non può che avvenire nel dialogo e nella libertà, rinunciando a ogni mezzo di coercizione sia materiale che spirituale. È la strada indicata da Paolo VI nella sua prima enciclica “Ecclesiam suam”, pubblicata nel 1964, che esprime perfettamente lo sguardo sulla Chiesa proprio del Concilio.

Anche lo sguardo che il Concilio ha rivolto sulle divisioni tra i cristiani e poi sui credenti delle altre religioni, rifletteva la stessa percezione della Chiesa. Così anche la richiesta di perdono per le colpe dei cristiani, che ha stupito e fatto discutere in seno al corpo ecclesiale quando fu presentata da Giovanni Paolo II, è perfettamente consonante con la coscienza di Chiesa fin qui descritta. La Chiesa chiede perdono non per seguire logiche di onorabilità mondana, ma perché riconosce che i peccati dei suoi figli offuscano la luce di Cristo che essa è chiamata a lasciar riflettere sul suo volto. Tutti i suoi figli sono peccatori chiamati per l’azione della grazia alla santità. Una santificazione che è sempre dono della misericordia di Dio, il quale desidera che nessun peccatore – per quanto orribile sia il suo peccato – venga ghermito dal maligno nella via della perdizione. Così si comprende la formula del cardinal Journet: la Chiesa è senza peccato, ma non senza peccatori.

Il riferimento alla vera natura della Chiesa come riflesso della luce di Cristo ha anche immediate implicazioni pastorali. Purtroppo, nell’attuale contesto, si registra la tendenza di vescovi a esercitare il proprio magistero attraverso pronunciamenti per via mediatica, in cui spesso si forniscono prescrizioni, istruzioni e indicazioni su cosa devono o non devono fare i cristiani. Come se la presenza dei cristiani nel mondo fosse il prodotto di strategie e prescrizioni e non sorgesse dalla fede, cioè dal riconoscimento della presenza di Cristo e del suo messaggio.

Forse, nel mondo attuale, sarebbe più semplice e confortante per tutti poter ascoltare pastori che parlano a tutti senza dare per presupposta la fede. Come ha riconosciuto Benedetto XVI durante la sua omelia a Lisbona il 12 maggio 2010: “Spesso ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, e ciò, purtroppo, è sempre meno realista”.

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UN BUON LIBRO E DUE CATECHISMI DA CONFRONTARE

di Francesco Arzillo

L’uscita del libro di Pietro Cantoni “Riforma nella continuità. Riflessioni sul Vaticano II e l’anticonciliarismo” è un evento che merita di essere segnalato con favore. Si tratta, infatti, di un esempio di rigoroso esercizio di un’ermeneutica continuistica: ottima medicina per la malattia rappresentata dalla polarizzazione in atto nell’opinione pubblica ecclesiale, quale risulta soprattutto dai dibattiti mediatici alimentati da minoranze “impegnate” ma assai poco presenti nella vita dei cattolici parrocchiali medi, ossia della larga maggioranza dei fedeli.

Il lettore non teologo viene guidato da Cantoni nella lettura di alcuni dei più celebri tra i passi controversi dei testi del Concilio, per scoprire infine che in essi non vi è nulla che non sia leggibile e spiegabile alla luce della Tradizione e della grande teologia della Chiesa, san Tommaso incluso.

Dispiace rilevare che questo atteggiamento possa essere  interpretato – da alcuni – come una sorta di aprioristica difesa del Vaticano II, la quale pregiudicherebbe il giusto impegno contro le esasperazioni e i guasti di una  parte della teologia e delle prassi postconciliari.

Ma poi, come  potrebbe un cattolico non difendere un Concilio ecumenico? Su quale fonte teologica  o magisteriale potrebbe appoggiarsi un simile atteggiamento? Potrebbe un cattolico selezionare gli insegnamenti dei pastori scegliendo fior da fiore in ragione della propria sensibilità e delle proprie tendenze culturali o religiose?

La grande portata del Concilio Vaticano II attende ancora di essere esplorata a fondo nella sua ricchezza pluriforme, che pone certo dei problemi interpretativi, ma suscita anche speranze e stimoli verso una sempre migliore comprensione del mistero della fede cristiana.

Ma qual è il ruolo del semplice fedele in tutto questo? Certamente non si può pretendere che egli si iscriva a uno dei partiti teologico-liturgico-ecclesiali presenti sulla piazza, condividendone le idiosincrasie e i presupposti spesso unilaterali e aprioristici.

Né si può ragionevolmente auspicare che il semplice fedele sia condotto, ad esempio, a sottostimare la Messa di Paolo VI rispetto alla Messa di san Pio V o viceversa; o a sottostimare santa Edith Stein rispetto a santa Teresa d’Avila o viceversa. Ciò significherebbe privare la Chiesa della dimensione distesa nei secoli della cattolicità e assecondare la concezione cripto-apocalittica della “rottura” che si sarebbe verificata nell’età moderna (quali che siano la datazione e la lettura, positiva o negativa, che si vogliano dare di tale rottura).

Soprattutto il mondo tradizionalista pare non rendersi conto del fatto che l’adesione – anche se nella forma del contrasto – alla concezione della modernità come rottura rappresenta una evidente forma di subordinazione ideologica all’avversario, del quale si  finisce con l’accettare il presupposto di partenza.

Viene voglia di suggerire, in proposito, un esercizio anche più semplice di quello riservato ai teologi. Suggeriamo di leggere, ad esempio, almeno qualche parte del Catechismo di san Pio X in parallelo con il “Compendio” di Benedetto XVI.

Una simile lettura porta a scoperte entusiasmanti. Fa veder bene non solo come tra i due catechismi non c’è contraddizione alcuna, ma come i rispettivi dati si illuminino a vicenda in un arricchimento circolare ma non autoreferenziale, perché orientato al  referente ultimo, che è il Mistero Santo nella sua oggettiva e trascendente realtà.

Questo non significa, ovviamente, non vedere i problemi – anche gravi – del tempo presente, tra i quali anche il problema delle carenze epistemologiche e contenutistiche delle teologie più diffuse (argomento, questo, che sarà oggetto di un’approfondita indagine in un libro del filosofo don Antonio Livi, di prossima pubblicazione).

Significa però vedere tali problemi nella giusta luce, ossia, in ultima analisi, vederli nello Spirito che anima la Chiesa madre e maestra e che non  ha smesso di sostenerla anche nell’epoca contemporanea: lo Spirito di Gesù Cristo, il quale è con noi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).

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La rivista che ha pubblicato l’intervento del cardinale Cottier:

> 30 Giorni

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Un commento di Brunero Gherardini alle critiche di Pietro Cantoni:

> Risposta a don Cantoni: fra teologia e amarezza

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Un’intervista a Gnocchi e Palmaro sul loro nuovo libro:

> Concilio Vaticano II: il mito di un “superdogma” da cui uscire

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Il discorso di Benedetto XVI del 22 dicembre 2005 che ha acceso la discussione sull’ermeneutica del Concilio:

> “Signori cardinali…”

“Anno della Fede”

 

ottobre 2012 – novembre 2012 sarà l'”Anno della Fede”

 

Limpide e semplici, come sempre, le parole di Benedetto XVI durante l’omelia della Messa di oggi, celebrata insieme ai partecipanti al convegno sulla Nuova Evangelizzazione:
“La missione della Chiesa, come quella di Cristo, è essenzialmente parlare di Dio, fare memoria della sua sovranità, richiamare a tutti, specialmente ai cristiani che hanno smarrito la propria identità, il diritto di Dio su ciò che gli appartiene, cioè la nostra vita.
Proprio per dare rinnovato impulso alla missione di tutta la Chiesa di condurre gli uomini fuori dal deserto in cui spesso si trovano verso il luogo della vita, l’amicizia con Cristo che ci dona la vita in pienezza, vorrei annunciare in questa Celebrazione eucaristica che ho deciso di indire un “Anno della Fede”, che avrò modo di illustrare con un’apposita Lettera apostolica. Esso inizierà l’11 ottobre 2012, nel 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e terminerà il 24 novembre 2013, Solennità di Cristo Re dell’Universo. Sarà un momento di grazia e di impegno per una sempre più piena conversione a Dio, per rafforzare la nostra fede in Lui e per annunciarLo con gioia all’uomo del nostro tempo.

 

La Chiesa non è una associazione religiosa o culturale, nè un’associzione di volontariato, e nemmeno una fornitrice di servizi preziosi per la società, come i richiami alla morale. No! La Chiesa è il Popolo di Dio, Corpo di Cristo e Tempio dello Spirito Santo: inviata da Dio a proseguire l’opera inaugurata dall’Incarnazione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù. L’annuncio della Fede in Cristo è il primo e l’ultimo dei pensieri e delle preoccupazioni della Chiesa. Semplice e cristallino: C’è un solo Dio e Gesù Cristo, suo Figlio, è il suo Profeta. “Andate e ditelo a tutti”. Il Papa si è accorto da tempo, come era chiaro dai discorsi tenuti in Germania, che l’emergenza per la Chiesa non è l’emergenza morale dei fedeli, il distacco dalla Tradizione e la ricerca di spiritualità alternative, e nemmeno la pedofilia del Clero: sono tutti sintomi di una malattia più profonda e radicale. La mancanza di Fede, l’eliminazione dell’orizzonte ultimo di Dio in Cristo, questo è il colpo mortale alla Chiesa. Questo fa crollare ogni altra struttura, perchè è il fondamento perenne e insostituibile.
Benedetto XVI sta facendo il suo lavoro. Nei momenti di emergenza lo Spirito Santo attiva il Papa perché faccia l’unica cosa che Cristo gli ha domandato: “Tu…conferma nella fede i tuoi fratelli” (cf Lc 22,32).
Quella del Papa è una “chiamata alle armi”, non per una crociata contro l’Islam o un nemico esterno alla Cristianità, ma per combattere il virus che ha destrutturato la vita di fede di milioni di credenti.
Ciò che il Santo Padre sta dicendo è che il dramma della nostra epoca, per parafrasare Evangelii Nuntiandi di Paolo VI, non è la frattura o il distacco tra fede e vita, è proprio il distacco o l’eliminazione della fede stessa.
Una fede a cui serve non solo l’anima, che è il credere e aderire interiormente a Dio, ma anche un “corpo culturale”, e questa è la religione: senza espressione esterna, pubblica e comunitaria, la fede non può essere comunicata da uomo a uomo e da una generazione all’altra e, in definitiva, perde rilevanza e capacità di guidare le scelte, i comportamenti e le azioni degli uomini. Non è più il tempo di una “fede nascosta”, che non vuol dire cadere nella “fede spettacolo”. Il Papa chiama al “mostrare”, senza timore e con orgoglio, la propria fede in Cristo, creduta e vissuta, conosciuta e sperimentata. L’invisibile di Dio può e deve rendersi ancora e sempre visibile e operante in questo mondo attraverso la Chiesa. L’annuncio è la pietra fondamentale: la fede non può nascere se non c’è l’ascolto e l’ascolto non può darsi senza qualcuno che parli. Non di sé stesso, solo di Gesù.

Testo preso da: Benedetto XVI indice l’anno della Fede. Una scossa alla missione della Chiesa http://www.cantualeantonianum.com/2011/10/benedetto-xvi-indice-lanno-della-fede.html#ixzz1bEppQZEn
http://www.cantualeantonianum.com

 

ARTICOLI E COMMENTI

Benedetto XVI: un anno alla riscoperta della fede (Cardinale)
Mons. Bruno Forte sull’Anno della Fede indetto da Benedetto XVI: chi si estrania dalla storia non è un vero cristiano (Radio Vaticana)

L’anno della fede secondo Papa Ratzinger (Lucetta Scaraffia)

Motu proprio del Papa: c’è l’esigenza di riscoprire la fede (Chirri)

La lettera apostolica di Benedetto XVI. Noi come Lidia, apriamo la nostra casa alla fede (Sequeri)

Il Papa indice l’Anno della Fede (Rome Reports)

Benedetto XVI è troppo cattolico? (Jean-Marie Guénois)

Nel motu proprio Benedetto XVI rafforza la necessità della riscoperta della fede collegandola alle celebrazioni per l’anniversario del Concilio (Magistrelli)

La porta della fede è sempre aperta: pubblicato il Motu proprio che indice l’ Anno della Fede (Angela Ambrogetti)

Domenica mattina la Messa nella Basilica Vaticana. Benedetto XVI ha annunciato un Anno della fede «per dare rinnovato impulso alla missione della Chiesa» (O.R.)

Motu proprio “Porta fidei”, il Papa: tutti i vescovi si uniscano a me per celebrare l’Anno della Fede. La Chiesa non deve temere la scienza. La fede resta aperta, ma gli uomini di oggi pensano ad altro. Non diventare pigri nella fede, riscoprire il Vaticano II (Izzo)

Motu proprio sull’Anno della Fede, il Papa: serve testimonianza pubblica. Riscoprire il Catechismo. Alla Lettera Apostolica seguirà una nota della CDF (Izzo)

Benedetto XVI rilancia l’evangelizzazione (Guénois)

Nuova Evangelizzazione, la Santa Messa e l’Angelus nei servizi di Rome Reports

Anno della fede. Un cammino che dura tutta la vita (Vian)

Il Papa annuncia l’anno della fede (Gaeta)

L’Anno della Fede e il martirio di p. Fausto Tentorio. Il commento di Bernardo Cervellera

Il Papa: «Nessuno diventi pigro nella fede» (Vatican Insider)

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Il Papa abbraccia Suor Veronica Berzosa, fondatrice di Iesu Communio (Rome Reports)

L’Anno della fede (Aurelio Molé)

Pubblicata la Lettera apostolica di Benedetto XVI per l’indizione dell’Anno della fede: credere in Gesù è la via per giungere alla salvezza (Radio Vaticana)

Il Papa indice l’Anno della Fede (Asca)

Attraversare la porta. Dall’11 ottobre 2012 al 24 novembre 2013 l’Anno della Fede (Sir)

Il credo, la Verità e la ragionevolezza. Quell’Araldo e l’annuncio dei primi Cristiani (Messori)

Il Papa annuncia l’Anno della Fede (Vecchi)

Il Papa: dall’11 ottobre 2012 comincerà l’«Anno della fede» (Ugolotti)

Un “Anno della Fede” per proporre agli uomini del nostro tempo “uno sguardo complessivo sul mondo e sul tempo, uno sguardo veramente libero, pacifico” (Izzo)

L’Anno della Fede partirà l’11 ottobre 2012. 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II

Santa Messa ed Angelus: servizio di Lucio Brunelli

Un anno della fede per rievangelizzare il mondo (Angela Ambrogetti)

Presentato il nuovo sito “www.aleteia.org”, on line dal 19 ottobre, aperto a tutti i cercatori della verità (R.V.)

La via della verità. Le parole alla messa per i “nuovi evangelizzatori” e all’Angelus (Sir)

Anno della fede 2012-2013 (Galeazzi)

Suor Veronica, la fondatrice di Jesu Communio, stringe il Papa in un lungo abbraccio (Vidal)

Il Papa: Anno della Fede per affermarne la centralità a 50 anni dal Concilio. Dare a Cesare ma anche a Dio. Cristo è stato ridotto a semplice personaggio storico (Izzo)

“Il 2012 sarà l’Anno della Fede” (Vatican Insider)

Benedetto XVI indice l’anno della Fede. Una scossa alla missione della Chiesa (Cantuale Antonianum)

Papa Ratzinger vuole dare una scrollata ad un certo torpore. La Chiesa si rimette in marcia (Giansoldati)

Missionari generosi e audaci per i nostri tempi: così il Papa all’Angelus (Radio Vaticana)

Il Papa: Ritengo che, trascorso mezzo secolo dall’apertura del Concilio, sia opportuno richiamare la bellezza e la centralità della fede

Criminali a Roma, Santa Sede: “Ferma condanna”. “Offesa la sensibilità dei credenti”

Il Papa annuncia “l’Anno della Fede”. Benedetto XVI: gli uomini di oggi hanno bisogno di Dio e di pace. La certezza della fede non è dato soggettivo ma fatto concreto (Izzo)

Il Papa: 2012 anno della fede (Tg1)

Il Papa indice un “Anno della Fede” per la Nuova Evangelizzazione e la missione ad gentes (AsiaNews)

Il Papa: paesi di antica tradizione cristiana che sembrano diventati indifferenti, se non addirittura ostili alla parola di Dio

Individuati sette ambiti per la nuova evangelizzazione. Lanciato il sito “Aleteia” (Izzo)

Parola sempre viva. I “nuovi evangelizzatori” con il Papa (Sir)

Il Papa ai nuovi evangelizzatori: “Comunicate a tutti la gioia della fede” (Andrea Gagliarducci)

Il Papa: gli uomini di oggi spesso confusi, preferiscono l’effimero alla fede. Mi rallegra vedere tanti mobilitati per la rievangelizzazione (Izzo)

Il Papa e la Nuova Evangelizzazione: La Parola di Dio continua a crescere e a diffondersi (AsiaNews)

Il Papa ai nuovi evangelizzatori: i cristiani siano segni di speranza, testimoni della vera felicità che porta Cristo (Radio Vaticana)

Il Papa: “Mobilitazione straordinaria per la nuova evangelizzazione” (Rolandi)

Aperto in Vaticano il primo incontro internazionale dei responsabili della nuova evangelizzazione (Biccini)

 

Rapporto Caritas 2011: cresce la povertà giovanile

 

 

Nell’ambito della Giornata mondiale di lotta alla povertà presso l’università Gregoriana di via della Pilotta a Roma, è stato presentato, l’ultimo rapporto della Caritas intitolato “Poveri di diritti”.

 

Il testo, pubblicato per i tipi della casa editrice Il Mulino, è suddiviso in due parti: i diritti dei poveri previsti dalla Costituzione e a livello internazionale; il ruolo svolto dalla Chiesa nel contrasto della povertà economica.

Alcuni numeri sono stati già resi noti  nei giorni scorsi e dipingono uno scenario a tinte fosche sull’aumento delle situazioni di indigenza nel nostro Paese.

Dal rapporto emerge come la legislazione non privilegia l’incontro tra diritti e doveri, non valorizza le capacità dei singoli, non coinvolge e promuove la partecipazione dei poveri.

8,3 milioni di cittadini, pari al 13,8% della popolazione italiana vivono in condizioni di indigenza. Sono  le famiglie numerose e monogenitoriali i nuclei più colpiti, specialmente se sono al Sud.

In cinque anni, dice il rapporto, la percentuale di giovani con meno di 35 anni è aumentata di quasi il 60% e di questi oltre il 75% non studia e non lavora. E la deprivazione economica trascina con sé altre conseguenze: negazione del diritto al lavoro, alla famiglia, all’abitazione, ma anche alla giustizia, all’educazione, alla salute.

Viene presentato il quadro comparativo delle regioni, con parametri di spesa e risposta. Durante la presentazione del testo, sarà ritagliato uno spazio per le proposte operative per far fruttare gli investimenti e ridare speranze alle persone in difficoltà.

Introduce la presentazione padre François-Xavier Dumortier, rettore della Pontificia Università Gregoriana. Intervengono Mons. Mariano Crociata, segretario generale della C. E. I.; Tiziano Vecchiato, direttore della Fonda­zio­ne -«Emanuela Zan­can­onlus»; Walter Nanni, capo Ufficio Studi e Forma­zio­ne­ di Caritas Italiana; mons. Giuseppe Pasini, presidente della Fondazione “Emanuela Zancan onlus». Concluderà lincontro mons. Vittorio Nozza, direttore di Caritas Italiana.

Coordina don Ivan Maffeis, vicedirettore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni so­cia­­li della Conferenza Episcopale Italiana.


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tuttoscuola.com

 

 

Nell’onda lunga della crisi economica, cambia il volto della povertà: precarietà e lavoro nero in aumento; le difficoltà dei giovani; le “nuove” povertà degli stranieri; la povertà e la qualità della vita nelle aree montane; la difficile presa in carico istituzionale; le risposte ecclesiali di contrasto e nuovi progetti anti-crisi economica. Sono alcuni dei temi che emergono dal Rapporto 2011 su povertà ed esclusione sociale in Italia, curato da Fondazione Zancan e Caritas Italiana, presentato lunedì 17 ottobre.

“Poveri di diritti” è il titolo del Rapporto 2011 su povertà ed esclusione sociale in Italia, curato da Fondazione Zancan e Caritas Italiana. Viene presentato lunedì 17 ottobre, alle 11, a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana (P.za della Pilotta, 4). Dopo il saluto del Rettore, p. François-Xavier Dumortier sj, intervengono S.E. Mons. Mariano Crociata, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana; mons. Giuseppe Pasini, Presidente della Fondazione Emanuela Zancan onlus; mons. Vittorio Nozza, Direttore di Caritas Italiana; Tiziano Vecchiato, Direttore della Fondazione Zancan e Walter Nanni, Capo Ufficio Studi e Formazione di Caritas Italiana. Coordina don Ivan Maffeis, vicedirettore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della CEI.

file attached Intervento di Mons. Crociata alla presentazione del Rapporto

La Chiesa che non tace


Domenico Mogavero con Giacomo Galeazzi, La Chiesa che non tace, BUR-Saggi, pp. 206, € 14.

Ci sono libri che hanno la fortuna, o la virtù, di essere segnali di un passaggio d’epoca. Insieme, sintomi della malattia e medicine per curarla, proprio nell’accezione etimologica della parola «crisi». La lunga intervista di Giacomo Galeazzi al vescovo siciliano Domenico Mogavero, edita dalla Rizzoli nella collana «Bur-saggi» ne è un buon esempio. Perché è la testimonianza di come il disagio della Chiesa italiana nell’era del post-ruinismo non sia più relegato tra quei preti del dissenso, ai margini dell’ortodossia confessionale e della disobbedienza ecclesiastica, ma pervada ormai i vertici dell’episcopato e, persino, gli antichi e fedeli collaboratori dell’ex carismatico capo dei vescovi del nostro Paese.
Domenico Mogavero, infatti, è stato per circa 15 anni il «numero tre» della Chiesa italiana, affiancando Camillo Ruini come sottosegretario alla Cei. Un’esperienza che l’attuale vescovo di Mazara  del Vallo non rinnega affatto, ma che, al confronto con la realtà dei problemi di una diocesi di frontiera, viene profondamente ripensata e trasformata dal protagonista del libro con accenti di apprezzabile sincerità e di grande apertura, anche autocritica. Così, stimolato dalle domande tutt’altro che compiacenti di Galeazzi, anzi talvolta consapevolmente provocatorie, il presule siciliano si fa portabandiera di «una Chiesa che non tace», come s’intitola significativamente l’intervista-confessione.
La lettura del testo, alla vigilia dell’importante raduno dei cattolici a Todi fissato per lunedì prossimo, autorizza a pensare come il passaggio del testimone tra Ruini e Bagnasco a capo della Conferenza episcopale italiana annunci un vero e proprio «rompete le righe» in quella specie di militarizzazione dell’episcopato che aveva consentito al cardinale emiliano di guidare con mano fermissima la condotta della Chiesa. Al prezzo, però, di spegnere le voci più innovative e anticonformiste o, perlomeno, di indurle a troppe prudenze diplomatiche.
Indicativa è l’ammissione di Mogavero sul motivo di questo suo spostamento da posizioni «centriste», come le definisce lui stesso, a visioni assimilabili a quelle progressiste, per usare un lessico  mutuato dalla politica: il contatto con la realtà dell’immigrazione maghrebina nella sua diocesi. Un fenomeno che ha fatto di quel territorio un avamposto di pacificazione nel Mediterraneo, un  luogo di cerniera tra cristianesimo e islam, un esempio di come sia possibile la sperimentazione di una convivenza non solo senza grossi traumi, ma capace di produrre un vero arricchimento  reciproco, culturale, sociale e, perché no, anche religioso.
La parabola personale del vescovo di Mazara, perciò, può suggerire anche dove e come potrebbe cominciare il rinnovamento della Chiesa nell’era Bagnasco. Non più dal centralismo illuminato di un cardinale di grande carisma e intelligenza come Camillo Ruini, ma dall’apertura della comunità cattolica a quelle «voci dal fondo» che, dalla concreta esperienza pastorale, riescono più  facilmente a percepire una sensibilità nuova, quella di un mondo che cammina più in fretta della testa degli uomini.

 

Per una Chiesa che non taccia
di Luigi La Spina
in “La Stampa” del 15 ottobre 2011

Cristiani del mondo arabo, una minoranza preoccupata

Iraq, Siria. Dall’invasione americana dell’Iraq nel 2003, il paese si è letteralmente svuotato dei suoi cristiani, diventati bersagli di gruppi islamisti e totalmente marginalizzati dai nuovi organismi al potere. Con la morte nel cuore, sapendo di non tornare più, hanno lasciato il loro paese con la speranza di trovare rifugio in Occidente, negli Stati Uniti, in Canada o in Europa, almeno i più fortunati. Ma molti aspettano ancora in Siria, ad Aleppo o nelle periferie di Damasco, dove spesso sono aiutati dalle Chiese locali.
I cristiani siriani sono stati i primi testimoni di questo esilio. Temono di essere a loro volta vittime di una islamizzazione del paese. “I cristiani hanno paura, riconosce l’intellettuale di Damasco Faruk Mardam-Bey in esilio a Parigi, perché assimilano il discorso del regime secondo il quale la contestazione è unicamente islamista.” Il che è falso, molti cristiani hanno partecipato alle manifestazioni fino a che il regime non ha minacciato rappresaglie contro le loro famiglie.
È vero che sono stati a lungo “protetti” dal regime di Hafez Al Assad e di suo figlio Bachar, ma così i cristiani ne sono anche ostaggi. “La sensazione di fragilità dei cristiani, prosegue Faruk Mardam- Bey, viene dal fatto che all’indipendenza della Siria, nell’aprile 1946, erano il 15%, mentre oggi sono solo il 6%.” Nei sistemi politici autoritari, i loro diritti e la loro esistenza si basano sul buon volere del dittatore.
In Iraq come in Siria il regime in difficoltà non esita a far pagare questa “fedeltà” alle minoranze che “protegge”. Lo statuto dei cristiani nel mondo arabo oggi non differisce da quello di dhimmi, che veniva loro riservato nell’impero ottomano dove un trattato di resa (dhimma) determinava i diritti e i doveri dei non-musulmani. La situazione è diversa in Libano, dove la Costituzione garantisce ai cristiani una rappresentanza nelle istituzioni politiche, indipendentemente dalla loro importanza numerica.
“Il regime siriano oggi tenta di provocare una guerra civile tra comunità. È un vero miracolo che questo tentativo non sia ancora riuscito”, spiega Samar Yazbek, scrittrice siriana in esilio a  Parigi da luglio. Lei appartiene alla minoranza alawita. “La ribellione fa molta attenzione a non lasciarsi trascinare, a non cadere nella trappola tesa dal potere. I comitati di coordinamento,  prosegue, cercano di fare in modo che gli slogan vadano in questo senso: Tutti uniti, né cristiani, né alawiti, tutti siriani.” Afferma che le direzioni dei diversi comitati di coordinamento della  ribellione pubblicano dei comunicati per rassicurare le comunità.
Le dichiarazioni del nuovo patriarca maronita e libanese, Mons. Béchara Raï, a Parigi, hanno scioccato molti siriani. “Vorrei che si desse maggiore possibilità a Bachar Al-Assad”, aveva confidato in un’intervista a La Croix il 9 settembre 2011. Il patriarca aveva incitato a guardarsi “dal leggere la realtà orientale con una visione occidentale. Assad ha dato avvio ad una serie di riforme, aggiungeva, e bisogna dare maggiore possibilità al dialogo interno per evitare la violenza e la guerra. Non si tratta per noi di sostenere il regime. Quello che temiamo, è la transizione…”
Sicuramente, l’avvenire è incerto, in Siria come ovunque, per tutti i cristiani del mondo arabo. Come lo è in Siria per coloro – sunniti, alawiti o cristiani – che lottano contro la brutalità di un  regime disposto a tutto per restare al potere, anche a commettere le peggiori atrocità. E che rifiuta tutti gli inviti al dialogo.
Michel Kilo è un cristiano oppositore di lunga data del regime siriano. Imprigionato più volte sia dal padre che dal figlio Assad, ha pubblicato un articolo il 12 agosto sul quotidiano libanese As- Safir, in cui ha invitato le Chiese della Siria a prendere coscienza di quella che lui considera una “deriva”: i cristiani che hanno l’impressione di non avere altra scelta per sottrarsi  all’islamizzazione del mondo arabo che ottenere la protezione dei dittatori, non hanno anch’essi la loro parola da dire nella democratizzazione del mondo arabo?


in “La Croix” del 3 ottobre 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)

 

 

ALTRI CONTRIBUTI

 

“”Quasi 100 000 copti hanno lasciato l’Egitto dal mese di marzo 2011” Naguib Gébraïl, presidente dell’Unione egiziana dei diritti umani… attribuisce queste partenze obbligate al timore per le azioni e le minacce dei salafiti…La disoccupazione, principale causa di emigrazione, colpisce anche i musulmani… In molte chiese, i predicatori esortano i loro fedeli a non lasciare il paese: “Dobbiamo ricostruire l’Egitto con i musulmani moderati. È un dovere nazionale.”
“Del Zanna ci conduce così nel cuore dei problemi attuali: se speriamo in un Medio Oriente pacifico, pluralista e democratico, dobbiamo evitare soluzioni traumatiche e conflitti senza fine, favorendo la convivenza tra le diverse componenti della società civile mediorientale. “
“L’ Egitto non è un Paese per cristiani. O almeno rischia di non esserlo più visto il potere sempre più forte delle correnti salafite salite alla ribalta dopo l’uscita di scena di Mubarak, in febbraio. Secondo l’Unione egiziana delle organizzazioni per i diritti umani, l’aumento delle tensioni religiose ha portato oltre 100 mila cristiani a lasciare il Paese. Una fuga-esodo che potrebbe portare a modificare gli equilibri demografici interni e la stabilità economica.”

 

 

 

La questione morale e il primato della fede


il Comunicato finale del Consiglio Permanente della CEI

 

La questione etica, con i suoi risvolti culturali, il progressivo impoverimento economico delle famiglie, le iniziative con cui la Chiesa sostiene il bene comune, l’impegno per i valori dell’umanizzazione – per cui l’etica della vita è fondamento dell’etica sociale – e la partecipazione attiva dei cattolici alla vita pubblica, la proposta dell’esperienza di fede. Così Mons. Mariano Crociata, Segretario Generale della CEI, venerdì 30 settembre ha presentato ai giornalisti il Comunicato finale del Consiglio Permanente.

 

Comunicato finale.doc

 

 

Altri contributi

 

“Il segretario generale della Cei, Mariano Crociata, definisce il raggio d’azione della Chiesa: «Non fondiamo partiti. Non facciamo né disfiamo governi. Indichiamo l’esigenza di un iter politico nuovo»… In quest’alveo si colloca l’azione di «risveglio» promossa, a partire da quel «giacimento culturale e di valori del mondo cattolico, che è nel tessuto sociale e supera i confini di appartenenza e quelli religiosi». È qui, sottolinea la Cei, che bisogna investire. Ma il lavoro tocca ai laici… Bagnasco aprirà a Todi il convegno del 17 ottobre…”

L’ecumenismo secondo Benedetto XVI

Molte erano le aspettative dalla visita del papa in Germania sul capitolo dell’ecumenismo. In un luogo simbolico, il convento degli agostiniani di Erfurt, dove il giovane Martin Lutero fu monaco e
prete della Chiesa cattolica, e davanti alle autorità della potente chiesa evangelica tedesca, Benedetto XVI ha ridefinito a suo modo la posta in gioco del dialogo ecumenico.
Si possono leggere le grandi linee della sua posizione, che diverge in parte da quella del suopredecessore, nell’attacco inatteso contro altri cristiani.
Evocando «una forma nuova di cristianesimo, che si diffonde con immenso dinamismo missionario» – nel quale si possono riconoscere le correnti evangeliche pentecostali -, il papa opera una requisitoria feroce.
Questa corrente è tacciata di «cristianesimo di debole densità istituzionale, con poca consistenza razionale e ancor meno consistenza dogmatica e anche con poca stabilità». Ci metterebbe, afferma il papa, «nuovamente di fronte alla questione di sapere ciò che resta sempre valido, e ciò che può e deve essere cambiato».


Criteri


Dietro l’esigenza istituzionale esposta da Benedetto XVI appare l’imperativo di situarsi in una storia e, soprattutto, in una tradizione, cosa che di solito manca a comunità che spuntano come funghi attorno al carisma di un solo uomo e che rivendicano la loro indipendenza.
Non si può qui dimenticare il testo Dominus Jesus del 2001, nel quale il cardinal Ratzinger considerava la successione apostolica (la trasmissione ininterrotta da vescovi a vescovi) come una condizione necessaria per essere una vera chiesa.
Anche se i luterani rispondono solo in parte a questo esigente criterio, il papa, a Erfurt, ha preferito non tornare su quel testo, accolto molto male all’epoca in ambiente protestante.
La seconda critica – la debolezza della consistenza razionale – fa eco ad una affermazione abituale di Benedetto XVI che non cessa di martellare sul fatto che la fede cristiana deve essere edificata sulla ragione, la quale conduce naturalmente a Cristo e a Dio. La forte presenza dell’emozione nel rito, con pratiche nelle quali il corpo sembra prevalere sullo spirito, è in questa prospettiva molto sospetta al vescovo di Roma.
In terzo luogo i pentecostali mancherebbero di struttura dogmatica. È incontestabile, ma è anche la ragione del loro successo. Il rilievo si applica ugualmente a tutti coloro che vorrebbero  liberarsi da regole giudicate secondarie o troppo repressive nelle attuali società occidentali.
Vissute timidamente nel cattolicesimo o esibite apertamente presso i riformati più liberali, le velleità moderniste dei gruppi più attenti ai valori cristiani che non alle esigenze ecclesiali, sono qui prese di mira. Al di fuori di uno stretto inquadramento non c’è salvezza, dice il papa.


Instabilità


L’ultimo rilievo indirizzato alle correnti cristiane pentecostali riguarda la loro instabilità. Nella tradizione protestante, qualunque divergenza può essere pretesto per un’uscita e per la  reazione di una nuova chiesa.
Nel contesto cattolico, l’insistenza del papa su questo punto è un segnale di fronte ai progetti dichiarati di indipendenza, in Austria e altrove, e di fronte ai promotori di evoluzioni interne.
Ma il richiamo alla stabilità mette anche in discussione i percorsi di avvicinamento e di piccoli passi che hanno lungamente ritmato il cammino ecumenico. Così, Benedetto XVI qualifica il “dono ecumenico dell’ospite”, dietro il quale si può vedere l’ospitalità eucaristica (accoglienza alla comunione di fedeli luterano-riformati) come «cattiva comprensione politica della fede e dell’ecumenismo».
Di fronte «all’assenza di Dio nelle nostre società (che) si fa più pesante», il «compito ecumenico centrale» consisterebbe ormai nel ripensare la fede, non edulcorandola, ma vivendola «integralmente nel nostro oggi».
Ciò che seguirà a questo discorso fondatore ci dirà se i nuovi binari ecumenici, nei quali gli ortodossi si immetteranno senza difficoltà, incontreranno il favore di tutta la galassia dei fedeli.


in “www.temoignagechretien.fr” del 28 settembre 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)

 

“Dove c’è Dio, là c’è futuro”

 

è questo il titolo che Benedetto XVI ha voluto dare alla sua terza visita in Germania, che comincia domani.

 


Che la “priorità” di questo pontificato sia riavvicinare gli uomini a Dio, papa Benedetto l’ha detto più volte. Ma il caso della Germania rende tale sua urgenza ancor più impellente.

L’ex Germania dell’Est, assieme all’Estonia e alla Repubblica Ceca, è il territorio europeo in cui gli atei sono più numerosi e in cui i non battezzati sono la maggioranza.

A Berlino e ad Erfurt, la città di Lutero, papa Joseph Ratzinger entrerà proprio in questo perimetro di massimo allontanamento dalla fede, in Europa.

Ma anche a Friburgo in Brisgovia, terza tappa del suo viaggio, l’affievolimento della fede cristiana è un fenomeno esteso.

È uscito di recente in Germania, pubblicato da GerthMedien, un libro che analizza il declino del cristianesimo in questo paese in termini molto crudi.

Già il titolo è eloquente: “Gesellschaft ohne Gott. Risiken und Nebenwirkungen der Entchristlichung Deutschlands [Società senza Dio. Rischi ed effetti collaterali della scristianizzazione della Germania]”.

L’autore è Andreas Püttman, 47 anni, ricercatore presso la fondazione Konrad Adenauer come sociologo dei processi culturali, già vincitore del Katholischen Journalistenpreis, il premio per il giornalismo promosso dai media cattolici tedeschi.

Non solo ad Est, ma nell’intera Germania meno della metà della popolazione, il 47 per cento, afferma di credere in Dio.

Dal 1950 ad oggi i protestanti sono crollati da 43 a 25 milioni. Mentre i cattolici erano nel 1950 25 milioni e altrettanti sono rimasti oggi, perdendone anch’essi molti per strada.

Se nel 1950 un cattolico su due andava a messa tutte le domeniche, oggi nell’Ovest del paese solo l’8 per cento ci va. Nell’ex Germania orientale, dove i cattolici sono una piccola minoranza, questa quota è del 17 per cento.

L’età media dei praticanti è ovunque di 60 anni. E solo il 15 per cento dei tedeschi sotto i 30 anni, ovvero i potenziali genitori della futura generazione, considera l’educazione religiosa importante per i figli.

Quanto ai contenuti della fede, solo il 58,7 per cento dei cattolici e il 47,7 per cento dei protestanti crede che Dio ha creato il cielo e la terra. E ancora meno sono coloro che credono nel concepimento verginale di Maria o nella resurrezione dei morti. Solo il 38 per cento dei tedeschi considerano il Natale una festa religiosa.

In questo avanzante deserto della fede come può entrare in opera la “nuova evangelizzazione”, altro grande obiettivo di questo pontificato?

Le forme possono essere molto varie. Una di queste è descritta nel reportage che segue, pubblicato lo scorso 20 luglio da “Avvenire”, il quotidiano della conferenza episcopale italiana.

Teatro del reportage è Chemnitz, già Karl-Marx-Stadt, una delle città più vuote di fede della già vastamente scristianizzata ex Germania orientale.

Protagoniste della rinnovata evangelizzazione sono alcune famiglie di cattolici neocatecumenali, lì giunte con questa finalità missionaria da altri paesi d’Europa.

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IN MISSIONE NEL PROFONDISSIMO EST

di Marina Corradi

Fuori il sole è ancora alto, d’estate, ma alle otto di sera le strade sono già semideserte. Siamo a Chemnitz, Theater Strasse 29, in un vecchio palazzo appena ristrutturato che sa ancora di calce fresca. Delle famiglie neocatecumenali ciò che più ti colpisce, quando le vedi insieme come questa sera, sono i figli: sei coppie, ciascuna con nove o dodici o anche quattordici ragazzi. In tutto sono una settantina, adolescenti o da poco sposati. E guardi le loro facce, i loro occhi lucenti, e pensi: che meraviglia, e che ricchezza abbiamo perso, noi europei del figlio unico, mentre da una stanza accanto arriva perentorio lo strillo di uno dei primi nipoti.

Commuove, la piccola folla di ragazzi cristiani stasera a Chemnitz, ex Karl-Marx-Stadt. Perché in quest’angolo di ex Repubblica Democratica Tedesca la civiltà nacque, nell’anno 1136, da un pugno di monaci benedettini, che fondarono un’abbazia; e si erano portati dietro delle famiglie cristiane che vivevano attorno al convento e disboscavano le foreste, per farne terra da coltivare; e anche quelle famiglie avevano una decina di figli ciascuna.

Che la storia possa ricominciare, quando sembra finita? Te lo domandi in questa città silenziosa e spenta, dove un abitante su quattro è vecchio, e spesso solo, e soli sono i figli unici di famiglie disfatte. La gente di qui si volta a guardare, se una famiglia neocatecumenale esce con anche solo una metà dei suoi figli. E se un compagno di scuola capita a casa a pranzo, incredulo fotografa con il cellulare la folta tavolata.

La missione “ad gentes” di Chemnitz, composta di due comunità, ciascuna accompagnata da un sacerdote, è formata da due famiglie italiane, due spagnole, una tedesca e una austriaca. I padri, in patria, avevano un lavoro sicuro. Negli anni ’80 partirono per la prima missione. Li mandò il fondatore del Cammino neocatecumenale Kiko Arguello, accogliendo un desiderio di Giovanni Paolo II: cristiani che riportassero il Vangelo nelle periferie delle metropoli occidentali. Andrea Rebeggiani, professore di latino e greco, lasciò con la moglie e i primi cinque figli la sua casa a Spinaceto, periferia sud di Roma, e approdò nel marzo 1987 in una Hannover sommersa da una tempesta di neve. Anche Benito Herrero, ricco avvocato catalano, abbandonò tutto e venne qui, a studiare tedesco alle scuole serali assieme ai profughi curdi.

E già era una straordinaria avventura. Ma nel 2004 il Cammino neocatecumenale ideò un altro passo: famiglie accompagnate da un sacerdote si sarebbero trasferite nelle città più scristianizzate, semplicemente per stare tra la gente ed essere il segno di un’altra vita possibile. Una struttura, in sostanza, benedettina. Il vescovo di Dresda, Joachim Friedrich Reinelt, invitò i neocatecumenali a Chemnitz, della ex DDR forse la frontiera più dura. E di nuovo queste famiglie partirono. Non solo i genitori, ma anche i figli, liberamente, uno per uno. “Avevamo solo cinque o sei anni quando abbiamo lasciato il nostro paese”, spiega oggi Matteo, figlio di Andrea. Ora siamo grandi, questa volta è la nostra missione”.

Difficile la vita a Chemnitz, in questa provincia povera che sa ancora di DDR, per dei ragazzi cresciuti all’Ovest. Qualcuno soffre, se ne va. Poi, quasi sempre, ritorna. Dura la vita dei padri, di nuovo in cerca di lavoro a cinquant’anni. Se lo stipendio non basta, si vive degli assegni familiari del welfare tedesco e dell’aiuto delle comunità neocatecumenali di provenienza. Con le quali il legame è forte. In patria, per queste famiglie le comunità recitano costantemente il rosario. In estate mandano qui i ragazzi, a fare la missione cittadina: un’esplosione di allegria per le solitarie vie di Chemnitz, da quei gruppi di adolescenti romani o spagnoli.

Discussioni alla porte del cimitero: “Sapete che le ossa dei vostri morti risorgeranno, un giorno?”. I più, della gente di Chemnitz, alzano le spalle e se ne vanno: “Soprattutto i vecchi, sembrano non tollerare di sentire parlare di Dio”. Ma la vera missione, dice l’avvocato Herrero, “è essere qui”. Qui nella vita quotidiana, dietro ai banchi o al lavoro, tra gente che ti guarda e non capisce, che domanda e si stupisce; scontrosa, diffidente, impaurita. Essere qui: come Maria, 27 anni, maestra in un asilo dove tanti genitori sono già divisi, e testimoniare di una famiglia in cui ci si vuole bene per sempre.

Come uno dei ragazzi spagnoli, barista d’estate in una gelateria: ha incuriosito il proprietario, che una sera è venuto a sentire la catechesi, e poi è ritornato. Piccolissimi numeri: ma non c’è smania di proselitismo in questa gente. Già lieti d’essere qui: “La missione prima di tutto educa noi e i nostri figli all’umiltà. Non siamo dei superman, ma uomini come gli altri, fragili e paurosi”. Paurosi? Ci vuole un coraggio da leoni per lasciare tutto e con una nidiata di bambini partire per un paese sconosciuto.

Da dove viene il coraggio? “Dio – ti rispondono – chiede all’uomo ciò che ha di più caro, proprio come lo chiese ad Abramo, che offrì suo figlio Isacco. Ma se offri tutto a Dio, scopri che lui ti dona molto di più. Ed è fedele, e non ti abbandona”. Quante storie, fra questi cristiani che invecchiano lietamente in una corte di figli e nipoti. C’è il professore ex sessantottino che a trent’anni si sentiva finito e disilluso, e ora ha 9 figli e 7 nipoti, più 3 in arrivo. C’è l’informatico che da adolescente ha sofferto dell’abbandono del padre, e ha perso la fede; e sa cosa possono avere in testa questi ragazzi di Chemnitz, con i loro affetti divisi. Ragazzi che invidiano i suoi figli: “Che fortuna – ci dicono spesso – voi tornate da scuola e mangiate tutti assieme. Noi mangiamo soli, o con il gatto”. In un lampo di nostalgia di una famiglia vera.

“Ci sono segni capaci di toccare anche il cuore dei più lontani – dice Fritz Preis, da Vienna – e noi siamo qui per portarli a questa gente”. Ma quale motore spinge un così sbalorditivo lasciare ogni certezza? “Io ho fatto tutto questo per gratitudine”, risponde l’avvocato catalano. “Gratitudine per mia moglie, per i figli, per la vita, per tutto quello che Dio mi ha dato”.

Taci, perché un cristiano “normale”, già in affanno con i suoi pochi figli nel suo paese, resta muto davanti alla fede di queste famiglie; testimoni di un Dio che chiede tutto, ma dà molto più di quanto ha ricevuto. Taci, davanti alla serenità delle quattro sorelle laiche che assistono le famiglie nelle necessità quotidiane: “Io volevo semplicemente mettermi al servizio di Dio”, dice Silvia, romana, con un sorriso che trovi raramente nelle nostre città. Le vedranno, queste facce, questa singolare letizia, qui, dove non credono più in niente? Quando i neocatecumenali spiegano che sono venuti da Roma e Barcellona, per annunciare che Cristo è risorto, la gente di Chemnitz si ritrae turbata, come disturbata in un sonno pesante. Talvolta rispondono: “Vorremmo crederci, ma non ne siamo capaci”.

Due generazioni senza Dio sono tante, per la memoria degli uomini. Ma quando, un giorno, alcuni dei figli del professor Rebeggiani si sono messi a cantare dal balcone di casa – per la pura gioia di farlo – l’antico canto “Non nobis Domine sed nomini tuo da gloriam”, i vicini si sono affacciati, e sono rimasti ad ascoltare. E una vedova ha chiesto ai ragazzi di cantare lo stesso canto al cimitero, in memoria del marito morto. Così è stato, e fra i presenti uno è si è avvicinato, alla fine: “Da tanto tempo – ha detto – non sentivo qualcosa che mi desse una speranza”.

Chissà, ti chiedi, se anche per quel pugno di monaci benedettini e di laici arrivati qui nel 1136 non sia cominciata così: con lo stupore di uomini che intravedevano in loro una bellezza, e ne provavano una misteriosa nostalgia.

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Il quotidiano della conferenza episcopale italiana che ha pubblicato il reportage, nel quadro di un’inchiesta a puntate su “I semi della fede” in varie città di più continenti:

> Avvenire

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Ancora “Avvenire”, il 14 settembre, ha pubblicato la seguente sintesi del libro di Andreas Püttman:

> Scristianizzazione, la sfida della Germania

 

 

ALTRI ARTICOLI

 

un primo bilancio della visita in Germania di papa Benedetto XVI di Wir sind Kirche in Wir sind Kirche Deutschland del 25 settembre 2011 (http://www.wir-sind-kirche.de)

Primo bilancio da parte di Wir sind Kirche della visita del papa. “Dinanzi alle amare delusioni dell’incontro ecumenico del papa ad Erfurt, Wir sind Kirche esorta tutte le comunità cattoliche ed evangeliche a mettersi ecumenicamente insieme e «fare ciò che ci unisce».” Il valore autonomo della coscienza è legato senza riserve a norme oggettive già date: è il nucleo premoderno di un discorso strutturato modernamente. ” Per quanto sia giusto lamentare la crescente assenza di Dio nella coscienza dell’uomo, parlare di Dio non può diventare un diversivo per disinnescare le crisi e i problemi ecclesiali”

 

30.9.2011

“Noi siamo Chiesa”, firmato Ratzinger

Per la prima volta da quando è papa, Benedetto XVI ha citato e criticato in pubblico il movimento di opposizione ecclesiale più diffuso e attivo nei paesi di lingua tedesca. L’ha fatto in un discorso a braccio ai seminaristi di Friburgo. Ecco le sue parole


28.9.2011

Nella ricca Germania la Chiesa si faccia povera!

Mai prima del suo terzo viaggio in patria Benedetto XVI aveva dato così forte risalto all’ideale di una Chiesa povera di strutture, di ricchezze, di potere. Nello stesso tempo, però, ha insistito anche sul dovere di una vigorosa “presenza pubblica” di questa stessa Chiesa. Sono possibili le due cose insieme?


25.9.2011

“È nuovamente l’ora di togliere coraggiosamente ciò che vi è di mondano nella Chiesa”

Solo così lo scandalo vero del cristianesimo, quello della croce, può risplendere agli uomini, senza essere messo in ombra “dagli altri dolorosi scandali degli annunciatori della fede”. Il discorso del papa ai cattolici tedeschi impegnati nella Chiesa e nella società


23.9.2011

“La scottante domanda di Martin Lutero deve diventare di nuovo la nostra domanda”

Il papa alla Chiesa evangelica di Germania. L’ecumenismo vive e cade sulla questione di Dio e del male. La duplice sfida del protestantesimo “evangelical” e della secolarizzazione. Come ravvivare la fede senza annacquarla


22.9.2011

C’è un giudice a Berlino. E rivuole re Salomone

Dopo Rastisbona nel 2006 e dopo Parigi nel 2008, la terza grande lezione di questo pontificato. Papa Benedetto la tiene nella capitale tedesca e nel cuore del suo sistema politico. Cita sant’Agostino: “Togli il diritto, e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?”

 

XXV Congresso Eucaristico Nazionale di Ancona 2011

Aperto il XXV Congresso Eucaristico

Eucaristia, matrice  d’unità per il Paese

 

“Nell’anno in cui il nostro Paese fa memoria dei suoi 150 di unificazione nazionale, è importante esplicitare la forza rigenerante dell’Eucaristia, che ha contribuito a plasmare l’identità profonda del nostro popolo ben prima della sua stessa identità politica”.

Il Card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha voluto ricordarlo ad Ancona sabato 3 settembre, aprendo il XXV Congresso Eucaristico Nazionale, nella suggestiva cornice del Teatro delle Muse, alla presenza delle autorità religiose e civili.

“L’Eucaristia, essendo il centro vitale della Chiesa, ha avuto sempre, nella vita dei centri grandi e piccoli disseminati nella nostra Penisola, una indubbia centralità”, ha aggiunto il cardinale sottolineando che di ciò “oggi si avverte ancor più il bisogno di ribadire il primato di Dio e per ritrovare insieme la strada di un bene condiviso”.
Del resto, “attorno al memoriale di Cristo è cresciuta la stessa memoria condivisa che ha reso uno il nostro Paese; e, ne siamo convinti, passa ancora da lì ogni speranza di prospettiva futura”, ha osservato mons. Edoardo Menichelli, arcivescovo di Ancona-Osimo, che nel suo saluto ha ribadito il legame tra Eucaristia e vita sociale.

“Dal riconoscere la nostra appartenenza al Signore, dal nutrirci di Lui fino a rimanere in Lui – ha osservato ancora l’Arcivescovo – nascerà la fiducia che ci consentirà di uscire da ogni meschino cabotaggio e di tornare a prendere il largo sul mare della storia”.

Soprattutto, ha rilevato da parte sua Gian Mario Spacca, presidente della regione Marche, “in un tempo in cui le coordinate di riferimento per la comunità nazionale sembrano offuscate, in cui famiglie e lavoratori vivono quotidiane sofferenze, in cui i giovani faticano ad intravvedere l’orizzonte del proprio futuro”.
“Che questo Congresso, grande festa della fede cristiana, sia sorgente di ispirazione e di energie per un impegno di tutti nella costruzione di una società più giusta, più solidale e più fraterna”, è stato l’augurio del Legato Pontificio, card. Giovanni Battista Re.

Una sintesi della relazione principale, “Eucarestia e storia di una nazione”, affidata ad Andrea Riccardi, è disponibile sul sito www.congressoeucaristico.it insieme alla possibilità di scaricare i testi integrali.

 

 

 

Domenica 4 Settembre 2011

Ancona, la Messa inaugurale del Cen

Una storia narrata con letizia e coraggio

 

 

 

 

“Oggi, ad Ancona, si apre il XXV Congresso Eucaristico Nazionale, con la Santa Messa presieduta dal mio Legato, il Cardinale Giovanni Battista Re. Domenica prossima, a Dio piacendo, avrò la gioia di recarmi ad Ancora per la giornata culminante del Congresso. Fin da ora rivolgo il mio saluto cordiale e la mia benedizione a quanti parteciperanno a questo evento di grazia, che nel santissimo Sacramento dell’Eucaristia adora e loda Cristo, sorgente di vita e di speranza per ogni uomo e per il mondo intero”.

Con queste parole il Papa, domenica 4 settembre, al termine dell’Angelus si è collegato alla celebrazione di Ancona, presieduta dal Card. Re, e concelebrata fra gli altri dal Card. Bagnasco e dall’Arcivescovo Menichelli.

Quest’ultimo, nell’introdurre la celebrazione, trasmessa da RaiUno con la regia di don Antonio Ammirati, ha invitato a leggere il Congresso come l’occasione di grazia con cui “rinnovare la fede nell’Eucaristia, rimotivare la missione della Chiesa italiana, raccontare con letizia e coraggio l’amore per Cristo Signore, percorrere la via della santità che nell’Eucaristia trae alimento e ragione, leggere l’Eucaristia come un convivere sociale dove la giustizia e la fraterna solidarietà hanno cittadinanza senza paura alcuna”.

Testo integrale dell’omelia (sezione “Relazioni e interventi”), foto e approfondimenti sul sito www.congressoeucaristico.it

Da lunedì 5, ogni giorno dalle 9.30, sempre sul sito ufficiale del Cen, la diretta dalle città della Metropolia di Ancona, dove – dopo la preghiera e la lectio, qualificati relatori affrontano le tematiche del Congresso: gli ambiti della vita quotidiana alla luce dell’Eucaristia.

 


Lunedì 5 Settembre 2011

Cen, le giornate dei 5 ambiti

Eucaristia, sinfonia di vita

 

 


 

Davanti alla “frammentazione dei saperi, delle persone, delle relazioni e delle componenti sociali”, la sfera dell’affettività può rappresentare “un nucleo generatore di unità”. Se è vero infatti che l’affettività “è un campo problematico”, è altrettanto vero che può essere “uno spazio per sperimentare una nuova via dove incontrare l’uomo”.
Lo ha affermato Ina Siviglia, docente alla Facoltà teologica di Palermo, nella relazione sulla vita affettiva, tema guida della giornata di lunedì 5 settembre al XXV Congresso Eucaristico Nazionale. Nella società di oggi “la sfera affettiva può essere definita come ‘cultura dei senza’: sesso senza amore, amore senza matrimonio, matrimonio senza figli”. E questo, ha osservato Siviglia, “deve indurci ad analisi e riflessioni molto puntuali che, evitando un moralismo esagerato, conducano ad una progettualità educativa che sappia accompagnare in maniera continuativa il bambino, il ragazzo, il giovane”. Secondo la teologa, è necessaria “una vera e propria alleanza educativa tra diversi soggetti educanti”. Occorre cioè “creare reti di relazioni che costituiscano ambienti competenti
e favorevoli ad una crescita armonica della personalità e a una specifica maturazione dell’affettività”.
“Le esperienze affettive sono sempre più spesso svincolate da ogni legame duraturo e al di fuori di qualsiasi logica progettuale e al tempo stesso i legami non sempre sono alimentati dalla dimensione affettiva”, ha rilevato da parte sua il pedagogista dell’Università Cattolica e presidente della Confederazione dei Consultori di Ispirazione Cristiana, Domenico Simeone, ricordando che “per compiere il cammino verso un amore maturo i bambini, i ragazzi e i giovani hanno bisogno di testimoni credibili e affidabili con cui confrontarsi, di adulti che sappiano ‘compromettersi’ nella relazione educativa, hanno bisogno di educatori che sappiano aprire le porte del futuro perché sogni, desideri, progetti possano trovare dimora”. Del resto, ha sottolineato Simeone, “compito dell’educatore è suscitare nel soggetto una responsabile progettazione dell’esistenza, che, evitando i rischi della progettazione inautentica connotata da acriticità, incoerenza, unilateralità, assecondi la capacità di effettuare scelte orientate al futuro, aperte al cambiamento e volte alla piena realizzazione della persona nella sua globalità”.
In quest’ottica, “la famiglia rimane l’ambito fondamentale dell’umanizzazione della persona, il luogo privilegiato della cura degli affetti e dell’educazione”. Non meno importante è il ruolo della comunità ecclesiale: “i problemi scottanti che interpellano oggi la Chiesa (giustizia, pace, bioetica, ecologia) e non ultima la questione antropologica – ha concluso Siviglia – esigono un serio ripensamento globale di tutta la progettualità e la prassi pastorale”. Per vivere pienamente la vita eucaristica.

 

Martedì 6 Settembre 2011


Cen, è la giornata della fragilità

Entra in carcere la Croce della Gmg

 

 


 


Il Centro Caritativo Beato Gabriele Ferretti, nasce dall’esigenza di continuare l’esperienza di accoglienza e apertura alla persona che in vario modo è effettuata, con il coordinamento della Caritas Diocesana, nelle realtà ecclesiali del territorio dell’ Arcidiocesi di Ancona-Osimo.
Sarà gestito dall’Associazione di riferimento della Diocesi, la SS. Annunziata Onlus, ed è rivolto a persone in difficoltà, senza fissa dimora, con problemi legati a disagi di tipologie diverse e vede la realizzazione di un centro con numerosi servizi legati a singole progettualità:
1) casa di seconda accoglienza,
2) “mercatino della solidarietà” per residenti in stato di povertà,
3) mensa serale,
4) centro diurno per senza dimora
5) laboratorio
6) servizio di igiene personale (docce- lavanderia).
Il Centro Caritativo Beato Gabriele Ferretti vuole essere soprattutto un’opera segno che stimoli tutti gli uomini e le donne di buona volontà a mettersi in atteggiamento di incontro e attenzione nei confronti di chi soffre, di chi è rimasto solo, di chi ha smarrito la strada…
Le possibilità che si aprono rispetto al volontariato in questa nuova realtà, che si aggiunge al Centro Giovanni Paolo II di via Podesti, sono quindi numerose, in base alla disponibilità di tempo e alle caratteristiche di ciascuno.
L’importante è che questa opera viva della presenza costante e generosa di chi riconosce il proprio cammino personale e di fede alla luce dell’incontro e della condivisione con l’altro e cerca quindi di vivere la propria esperienza nell’ottica della comunione, del pane spezzato per tutti, del pane condiviso con tutti nella solidarietà e nella giustizia.


Mercoledì 7 Settembre 2011

Al Cen è la volta di lavoro e festa

Il Vangelo  nel cuore della vita

Uno sguardo eucaristico sulla realtà vuol essere il Congresso in corso nella metropolia di Ancona: un esercizio essenziale, per vivere nella luce dell’Eucaristia e per celebrarla nel cuore della vita. In questa prospettiva, mercoledì 7 settembre si punta a rileggere il Vangelo nell’ambito del lavoro e della festa, con una serie di incontri di approfondimento tra Fabriano, Ancona, Falconara e Osimo: dalle 10 si possono seguire in streaming sul sito del Congresso. Riflessioni, ma anche celebrazioni, concerti, e feste.

 

 

 

Giovedì 8 Settembre 2011

Cen, la giornata della tradizione

Per una vita buona, per una vita riuscita



L’ambito della tradizione – a cui il Congresso dedica la giornata di giovedì 8 settembre – invita a riflettere in qual modo l’Eucaristia sostiene il dinamismo della vita cristiana. Il Cristo che si dona, presente nel pane eucaristico, è il riferimento per quella vita buona del Vangelo, nella quale ogni uomo ed ogni donna può trovare la più profonda realizzazione della sua umanità. E’ la giornata dei sacerdoti e della vita consacrata; è la giornata della processione eucaristica, solennizzata anche dall’infiorata.  La città è spesso fatta di mondi che non si parlano: come l’Eucaristia aiuta a coniugare unità e diversità, a fare posto agli esclusi? Maggioranza e minoranza sono due categorie spesso usate contrapposte: come l’Eucaristia ricompone persona e comunità, i pochi e i molti? L’Eucaristia è pane del cammino, accompagna ovunque: come può diventare fonte di accoglienza?

 

 

Venerdì 9 Settembre 2011

Cen, la giornata della cittadinanza

“I cristiani hanno una parola per la città”

 

 

 

“Dobbiamo arrenderci all’Eucaristia che, unendoci intimamente a Gesù, ci apre agli uomini e ce li fa riconoscere non solo come nostri simili ma come fratelli, e ci spinge a servirli. Non è dunque la sintonia ideologica o caratteriale che ci unisce gli uni agli altri, ma Dio; e nella sua verità non ci sono lontananze incolmabili o fratture che non possono essere sanate”. La giornata dedicata alla cittadinanza ha trovato il suo culmine nella celebrazione eucaristica presieduta dal Card. Bagnasco.
Ad Ancona, in una Cattedrale gremita, venerdì 9 settembre il Presidente della Cei, citando sant’Agostino ha ricordato come “nella santa comunione, infatti, siamo assimilati a Lui, conformati a Lui: la nostra individualità viene elevata ma non distrutta, si ritrova più ricca nella comunione trinitaria”.
Questo orizzonte religioso “precede il pur nobile impegno morale” e rende i cristiani “consapevoli di avere qualcosa di proprio da dire”; qualcosa che si condensa in una precisa visione dell’uomo, i cui “cardini costitutivi” e “fondativi della nostra civiltà umanistica” si riassumono nella “vita senza alcuna decurtazione, il matrimonio e la famiglia, la libertà religiosa ed educativa”. Da tale architrave nasce il bene comune, del quale “il lavoro è espressione peculiare, e sul quale oggi si addensano motivate preoccupazioni”.
Soffermandosi sul tema della città, il Cardinale ha richiamato le immagini evangeliche del lievito e del sale per parlare della presenza dei cristiani nella società civile. Ha, quindi, lanciato un appello a dar voce “insieme” a tale presenza: “«insieme», senza avventure solitarie, per essere significativi ed efficaci: «insieme» secondo le forme storicamente   possibili, con realismo e senza ingenuità o illusioni, facendo tesoro degli insegnamenti della storia.
“La condensazione di ideali comuni, che nascono dall’ ispirazione cristiana e dalla sapienza umana – ha concluso – è una ricchezza per tutti”.

» Omelia del S.Em. Card. Angelo Bagnasco [.doc] [.mp3]

 

 


Sabato 10  Settembre 2011

Cen, la giornata della famiglia
Mille famiglie,  una sola famiglia

 

La domenica è “il giorno privilegiato della famiglia”. Per questo “non bisogna rassegnarsi a lasciarlo ridurre a week end, fine settimana consumista e individualista, disgregazione delle comunità e delle famiglie”. Il monito è stato lanciato sabato 10 settembre dal card. Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, durante la celebrazione eucaristica che ha dato il via al quarto pellegrinaggio delle famiglie, inserito nel programma del Congresso eucaristico nazionale.
“La partecipazione assidua alla messa della domenica è il sostegno necessario e insostituibile della famiglia cristiana”, ha ricordato il cardinale sottolineando che “intorno a questo incontro settimanale col Signore nell’assemblea liturgica, la famiglia si costruisce come piccola chiesa missionaria e cellula vitale della società mediante la procreazione generosa e responsabile, l’educazione cristiana dei figli, la preghiera in casa, l’amore reciproco e verso tutti, l’incremento delle virtù personali e sociali, le attività ecclesiali e caritative, l’impegno lavorativo e civile”.
Del resto, “ogni celebrazione eucaristica, in quanto ripresentazione del sacrificio della croce, è anche celebrazione dell’alleanza nuziale di Cristo con la Chiesa”. Ecco perché “per i coniugi cristiani partecipare bene e possibilmente insieme alla Messa significa alimentare l’amore reciproco, la carità coniugale”. “La domenica, che nel vangelo di oggi viene chiamata il primo giorno della settimana – ha ribadito il card. Antonelli – è destinata a diventare il giorno privilegiato della famiglia”.
Ai partecipanti al pellegrinaggio delle famiglie – circa 30 mila persone aderenti ad associazioni e movimenti arrivate ad Ancona da tutta Italia – è giunto il saluto del Papa che, attraverso un telegramma a firma del segretario di Stato Tarcisio Bertone, ha esortato ad “attingere sempre dalla celebrazione e dall’adorazione eucaristica energie nuove per camminare in unità di amore e vita e cooperare all’edificazione della comunità ecclesiale e civile”.
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Venerdì 2 Settembre 2011


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La mostra, inaugurazione in diretta
L’arte europea racconta l’Eucaristia



Alla Mensa del Signore. Capolavori dell’Arte Europea da Raffaello a Tiepolo”: la mostra – allestita ad Ancona per il Congresso Eucaristico – presenta un cospicuo numero di capolavori dell’arte, ben 120 opere, molti di dimensioni monumentali, il cui allestimento si è reso possibile grazie agli imponenti spazi della Mole Vanvitelliana.
Un vero e proprio museo dunque, pur se temporaneo, il cui tema evoca subito i nomi di Leonardo e Raffaello, il primo presente con la predella della pala Baglione raffigurante la Carità, il secondo evocato da molte opere fra cui spicca lo spettacolare e monumentale gruppo scultoreo della Basilica della Beata Vergine dei Miracoli di Saronno, che permetterà al pubblico di ammirare in forma tridimensionale il celebre affresco di Leonardo del convento delle Grazie.
La straordinarietà di questa mostra risiede, oltre che nei capolavori dei grandi maestri dell’arte europea, nella preziosa e ricca raccolta del vasto tesoro artistico conservato nelle diocesi marchigiane: un ordinamento storico-artistico mai realizzato prima d’ora e che rende la rassegna unica nel suo genere.
A presiederne l’inaugurazione, venerdì, 2 settembre, alle 18 – vedi la diretta streaming – saranno il Card. Giovanni Lajolo, Presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, S.E. mons. Edoardo Menichelli, Arcivescovo di Ancona-Osimo, don Stefano Russo, Direttore dell’Ufficio Nazionale per i Beni Culturali Ecclesiastici della CEI, Dott. Gian Mario Spacca, Presidente della Regione Marche, Prof. Fiorello Gramillano, Sindaco di Ancona, Dott.ssa Patrizia Casagrande, Presidente della Provincia di Ancona, Dott. Massimo Sarmi, Amministratore Delegato Poste Italiane, Prof. Giovanni Morello, Presidente Comitato Scientifico del CEN, Prof. Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani e Dott. Rodolfo Giampieri, Presidente Camera di Commercio di Ancona.


Da Avvenire

 

La seconda giornata di lavori del Congresso eucaristico nelle Marche è stata dedicata al tema della “fragilità”. In mattinata, riflessioni in contemporanea ad Ancona, Loreto e Osimo, dove si sono celebrate al mattino le messe presiedute rispettivamente da monsignor Liberati, monsignor Marrucci e monsignor Canalini, a cui sono seguite le lodi. In serata ad Ancona la messa presieduta dal cardinale Tettamanzi (nella foto Siciliani, gli stand delle cooperative nate dal Progetto Policoro).





Declino degli ordini religiosi

 

 

È la fine di una grande storia?

 

 

Ottimi affari, negli ultimi anni ma ancor più nei prossimi, per gli agenti immobiliari romani che trattano «grandi edifici di pregio». Dopo il Concordato — e poi, con ritmo accelerato, nel secondo dopoguerra — congregazioni e istituti cattolici del mondo intero hanno costruito a Roma le loro Case generalizie. Alcuni hanno eretto qui anche i loro noviziati e seminari. Spesso non si è badato a spese, soprattutto nell’ampiezza dell’area acquistata, sistemata a parco per proteggere tranquillità e privacy dei religiosi. I progettisti erano in gran parte del Paese d’origine dell’Istituto, così che Roma ha finito per ospitare una collezione di architettura mondiale (nel meglio e nel peggio), anche se quasi sempre invisibile dietro cancelli, mura, alberi. Ebbene, non solo la secolarizzazione,  ma anche le prospettive dopo il Vaticano II, stanno realizzando silenziosamente quanto fecero con la violenza i francesi del giovane Bonaparte, allorché occuparono Roma e deportarono il Papa; e   poi i Piemontesi, quando lo costrinsero a imprigionarsi non a Parigi ma nel recinto vaticano. In entrambi i casi, tra le prime mosse degli invasori ci fu lo sfratto violento di frati, monaci e monache   la messa sul mercato del loro grande patrimonio immobiliare. Patrimonio che, poi, fu ricostituito, anzi moltiplicato sino a quando, raggiunto il vertice alla metà degli anni Sessanta, ha cominciato un imprevisto declino.


Molto si è parlato e si parla del rarefarsi delle vocazioni alla vita sacerdotale, pensando però, soprattutto, al clero secolare, quello delle diocesi, delle parrocchie. Ma forse meno si è detto, almeno  nel mondo laico, dell’inarrestabile declino numerico delle innumerevoli congregazioni di religiosi e, in modo ancor più accentuato, di religiose. Tra Ottocento e primo Novecento sono sorte centinaia di famiglie di suore di «vita attiva», che hanno svolto preziosi compiti sociali, spesso con un impegno ammirevole e talvolta eroico. Ma ora quei compiti sono gestiti (spesso a costi ben maggiori e con efficacia ben minore: ma questo è un altro discorso…) da enti pubblici, oppure quei bisogni sono stati eliminati dai tempi mutati. La giovane che abbia oggi — ad esempio — la vocazione al servizio dei malati come infermiera, o dei bambini come maestra, pensa a un contratto ospedaliero o statale e non, come un tempo, a un noviziato di Sorelle. Anche le Congregazioni maschili hanno sentito duramente la sparizione dei compiti per i quali erano stati fondati. Ma sia tra gli uomini che tra le donne ha agito anche lo spirito conciliare, con la riscoperta del «sacerdozio universale» con la conseguente rivalutazione del laicato, dunque con la consapevolezza che per essere cristiani sino in fondo la vita religiosa non è la via obbligata.


Di fronte al declino, i Superiori hanno spesso reagito nel modo contrario a quanto suggerivano esperienza e sensus fidei: nelle molte crisi della sua storia, sempre la Chiesa ha affrontato la sfida scegliendo il rigore, non l’allentamento delle briglie. Non avvenne così quando la Riforma protestante svuotò metà dei conventi d’Europa o nel XIX secolo, dopo la bufera rivoluzionaria? Nel dopo  Vaticano II, invece, la riscrittura di Regole e Statuti per addolcire ascesi e disciplina, l’imborghesimento di vite che erano state austere, non ha attratto novizi, desiderosi di Assoluto, come tutti i  giovani, e non di compromessi con lo spirito del tempo. Non a caso, chi ha retto meglio sono i monasteri di clausura che hanno continuato a proporre una Regola esigente, come da Tradizione. Dopo l’esodo impressionante del decennio ’68-78, i vuoti non sono stati riempiti e (seppur in modo più o meno accentuato, a seconda degli Istituti) il declino continua e l’età media s’innalza.
Verranno generosi e abbondanti rincalzi, allora, da Asia e Africa? I Superiori generali che interrogai, quando feci una lunga inchiesta tra le Congregazioni, mi confessarono che questa è stata,  almeno in parte, una grande illusione. Motivi spesso dubbi sull’origine della «vocazione» (un modo, come da noi un tempo, di sottrarsi alla miseria, di studiare, di diventare un notabile), culture,  temperamenti, storie troppo diverse per identificare la vita intera al carisma di un Fondatore europeo spesso di secoli fa.


Insomma, le statistiche sono impietose e la realtà, troppo spesso, presenta case di formazione trasformate in case di riposo, che assorbono per l’assistenza molte delle energie superstiti. Non passa  mese in cui qualche scuola non si chiuda; qualche convento, anche storico e illustre, non venga abbandonato; qualche chiesa non sia passata alle diocesi, esse pure in grandi difficoltà di personale. Intanto, qualche Casa generalizia di Roma è messa sul mercato, per ritirarsi in luoghi meno vasti e più economici.


Realtà rattristante, per un credente? Certamente è doloroso assistere al declino di istituzioni che furono benemerite e madri di tanti santi e constatare il dolore di cristiani che hanno dato la vita a Famiglie che amavano e che, ora, vedono estinguersi. Ma, nella prospettiva di fede, nulla può esserci di davvero inquietante. La Provvidenza che guida la storia (e tanto più la Chiesa, corpo stesso di Cristo) sa quel che fa: «Tutto è Grazia», per dirla con le ultime parole del curato di campagna di Bernanos. La Chiesa non è un fossile, ma un albero vivo dove, sempre, alcuni rami inaridiscono mentre altri spuntano e vigoreggiano. Chi conosce la sua storia sa che in essa, sull’esempio del Fondatore, la morte è seguita dalla risurrezione, spesso in forme umanamente impreviste. Non si dimentichi che nel primo millennio cristiano c’erano soltanto preti secolari e monaci: tutte le famiglie religiose sono apparse solo a partire dal secondo millennio. Frati e suore non ci furono per molti secoli, dunque, pur lasciando un ricordo glorioso e nostalgico, potrebbero non esserci in futuro (è una ipotesi estrema) o, almeno, avere sempre meno peso e influenza. Ciò che è certo è che, a ogni generazione, in molti cristiani continuerà ad accendersi il bisogno di vivere il Vangelo sine glossa, nella sua radicalità. Quale volto nuovo assumerà la vita consacrata per intero al perfezionamento personale e al servizio del prossimo? Beh, la conoscenza del futuro ci è preclusa, è monopolio di Colui che, attraverso poveri uomini, guida una Chiesa che non è nostra ma sua.


in “Corriere della Sera” del 31 agosto 2011