«La crisi è un travaglio, se ne esce insieme»

Discorso alla città di Milano del Crad.Scola

«Crisi e travaglio all’inizio del terzo millennio» è il titolo del primo «Discorso alla città» che il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, pronuncerà alle 18 durante la celebrazione vigiliare di sant’Ambrogio nella basilica dedicata al patrono della città e compatrono della diocesi. Ai Primi Vespri saranno presenti autorità, istituzioni e comunità etniche di Milano. Anticipiamo qui un passaggio del discorso che Scola pronuncerà stasera, martedì 6 dicembre.

L’allora Cardinale Montini, in occasione della festa di Sant’Ambrogio 1962, fece questa preziosa osservazione: «Siamo ormai così abituati noi moderni a considerare questa distinzione del profano dal sacro, che facilmente pensiamo i due campi non solo distinti, ma separati; e sovente non solo separati, ma ciascuno a sé sufficiente e dimentico della coessenzialità dell’uno e dell’altro nella formula integrale e reale della vita». Con questa sensibilità e con lo sguardo orientato al Santo Patrono vorrei offrire qualche riflessione sul delicato frangente che stiamo attraversando.
Entrare nei meandri della crisi economica e finanziaria è, per la stragrande maggioranza dei cittadini, un’impresa impervia. Qualsiasi analisi appena un po’ meno che generica diventa presto inintelligibile al profano. Così il discorso economico, e ancor più quello finanziario, si è fatto lontanissimo dalla possibilità di comprensione di coloro che pure ne sono i destinatari e gli attori finali, cioè tutti.
È necessario che l’economia e la finanza, senza ovviamente prescindere dal loro livello specialistico, non rinuncino mai ad esplicitare quello elementare e universale. Tutti debbono poter capire, almeno a grandi linee, la “cosa” con cui economia e finanza hanno a che fare. Non si può accettare una riflessione e una pratica dell’economia che prescinda da una lettura culturale complessiva che inevitabilmente implica un’antropologia ed un’etica.
A questo proposito mi sembra decisiva la prospettiva con cui si sceglie di guardare all’odierna situazione. Parlare di crisi economico-finanziaria per descrivere l’attuale frangente di inizio del Terzo Millennio non è sufficiente. A mio giudizio la crisi del momento presente chiede di essere letta e interpretata in termini di travaglio e di transizione.
Questo tempo in cui la Provvidenza ci chiama più che mai ad agire da co-agonisti nel guidare la storia è simile a quello di un parto, una condizione di sofferenza anche acuta, ma con lo sguardo già rivolto alla vita nascente: «La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo» (Gv 16, 21). Il travaglio del parto esige però dalla donna l’impegno di tutta la sua energia umana. Così anche noi, cittadini immersi nella crisi economico-finanziaria, siamo chiamati a metterci in gioco, impegnando tutta la nostra energia personale e comunitaria. Il domani avrà un volto nuovo se rifletterà la nostra speranza di oggi. Una «speranza affidabile» deve quindi guidare le nostre decisioni e la nostra operosità.
Parlare di travaglio, e non limitarsi a parlare di crisi economico-finanziaria, vuol dire non fermarsi alle pur necessarie misure tecniche per far fronte alle gravi difficoltà che stiamo attraversando.
Secondo molti esperti la radice della cosiddetta crisi starebbe nel rovesciamento del rapporto tra sistema bancario-finanziario ed economia reale. Le banche sarebbero state spinte a dirottare molte risorse che avevano in gestione (e quindi anche il risparmio delle famiglie) verso forme di investimento di tipo puramente finanziario. Anche a proposito della nostra città si è potuto affermare: a Milano è rimasta solo la finanza.
Non spetta a me confermare o meno tale diagnosi. Voglio, invece, far emergere un dato che reputo decisivo: nonostante l’ostinato tentativo di mettere tra parentesi la dimensione antropologica ed etica dell’attività economico-finanziaria, in questo momento di grave prova il peso della persona e delle sue relazioni torna testardamente a farsi sentire.
In vista della necessaria ricentratura antropologica ed etica dell’economia – domandata a ben vedere dalla stessa ragione economica – è giusto riconoscere, come da più parti si è fatto, che la radice patologica della crisi sta nella mancanza di fiducia e di coesione.
Dalla crisi si esce solo insieme, ristabilendo la fiducia vicendevole. E questo perché un approccio individualistico non rende ragione dell’esperienza umana nella sua totalità. Ogni uomo, infatti, è sempre un “io-in-relazione”. Per scoprirlo basta osservarci in azione: ognuno di noi, fin dalla nascita, ha bisogno del riconoscimento degli altri. Quando siamo trattati umanamente, ci sentiamo pieni di gratitudine e il presente ci appare carico di promessa per il futuro. Con questo sguardo fiducioso diventiamo capaci di assumere compiti e di fare, se necessario, sacrifici.
Da qui è bene ripartire per ricostruire una idea di famiglia, di vicinato, di città, di Paese, di Europa, di umanità intera, che riconosca questo dato di esperienza, comune a tutti gli uomini.
Non basta la competenza fatta di calcolo e di esperimento. Per affrontare la crisi economico-finanziaria occorre anche un serio ripensamento della ragione, sia economica che politica, come ripetutamente ci invita a fare il Papa. È davvero urgente liberare la ragione economico-finanziaria dalla gabbia di una razionalità tecnocratica e individualistica. Ed è altrettanto urgente liberare la ragione politica dalle secche di una realpolitik incapace di capire il cambiamento e coglierne le sfide. La politica, nell’attuale impasse nazionale e nel monco progetto europeo, ha bisogno di una rinnovata responsabilità creativa perché la società non può fare a meno del suo compito di impostazione e di guida. A questa assunzione di responsabilità da parte della politica deve corrispondere l’accettazione, da parte di tutti i cittadini, dei sacrifici che l’odierna situazione impone. Per sollevare la nazione è necessario il contributo di tutti, come succede in una famiglia: soprattutto in tempi di grave emergenza ogni membro è chiamato, secondo le sue possibilità, a dare di più. Chi ha il compito istituzionale di imporre sacrifici dovrà però farlo con criteri obiettivi di giustizia ed equità, inserendoli in una prospettiva di sviluppo integrale (“Caritas in veritate”) che non si misura solo con la pur indicativa crescita del Pil.

 

Angelo Scola, arcivescovo di Milano

Per una riforma del sistema finanziario internazionale. Nota

«La Santa Sede come gli indignados: tassare le transazioni finanziarie» (La Stampa); «Serve un’autorità finanziaria mondiale» (Avvenire); «Vaticano molto liberal e anti finanza globale» (Il Foglio). Presentata il 24 ottobre in vista della riunione dei capi di stato e di governo del G20 (Cannes, 3-4 novembre), ma anche nel bel mezzo della crisi finanziaria che ha investito l’Italia, questa nota del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, intitolata Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale, ha attratto l’attenzione dell’opinione pubblica italiana in misura maggiore di quanto non accada di solito per questo genere di testi. Il documento analizza l’attuale emergenza economica e finanziaria globale alla luce di alcuni capisaldi della dottrina sociale della Chiesa, in particolare le due encicliche sullo sviluppo umano Populorum progressio di Paolo VI (1967) e Caritas in veritate di Benedetto XVI (2009), al fine di offrire un «contributo che può essere utile per le deliberazioni» del G20, condiviso in «spirito di discernimento» (card. P.K.A. Turkson, presidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace).

Regno-doc. n.19, 2011, p.608

 

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Il Vaticano e i liberali
di Jérôme Anciberro

in “www.temoignagechretien.fr” del 24 novembre 2011(traduzione: “www.finesettimana.org”)

La nota del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace “per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale  ella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale”, resa pubblica il 24 ottobre scorso, è passata  alquanto inosservata nella maggior parte dei media francesi, in particolare nelle testate più specializzate per l’economia.
Questo era già capitato con Caritas in veritate, l’enciclica sociale del papa pubblicata nel 2009, la cui ambizione  tuttavia era molto più ampia e il cui statuto canonico completamente diverso. Per la nota di Giustizia e Pace si sono  ritenute sufficienti, nella maggior parte dei casi, un dispaccio di agenzia ed un breve articolo (condiscendente).

Levata di scudi
Per saperne di più, bisognava leggere la stampa confessionale, o andare sui blog specializzati.
Allora ci si rendeva conto che quella nota era stata molto presto oggetto di un aspro dibattito all’interno di certi  ambienti cattolici. In discussione: la critica esplicita dell’ideologia liberale e la proposta di creazione di una vera autorità politica mondiale.
Denunciando “l’apriorismo economico”, “l’ideologia del liberalismo economico, “l’ideologia utilitaristica”, ma anche  “l’ideologia tecnocratica”, la nota del Consiglio ricorda anche l’analisi proposta da Benedetto XVI in Caritas in Veritate  che considera la crisi non solo come una crisi di natura economica e finanziaria, ma essenzialmente di natura morale.
Generalmente, queste considerazioni teoriche molto critiche sul liberalismo non sono affrontate da coloro che si  oppongono al documento. E quando lo sono, è per essere messe sul conto di una tardiva influenza marxisteggiante che  si farebbe sentire a Giustizia e Pace.
Lo sguardo rivolto alla crisi morale delle nostre società generalmente non è neanche messo in discussione  frontalmente dagli avversari liberali del documento del Pontificio Consiglio. Ma appena la nota affronta questioni  concrete come la tassazione delle transazioni finanziarie o la costituzione di quella famosa “Autorità mondiale” che  potrebbe regolamentare in maniera efficace certi meccanismi politici e finanziari sulla base del principio di  sussidiarietà, le critiche si fanno più severe… o scaltre.
Un esperto anonimo citato dal sito francese cattolico-liberale Liberté politique (1) spiega ad esempio che il progetto di  istituire un’autorità mondiale evocando il principio di sussidiarietà rientra in un esercizio di “alta acrobazia  intellettuale”.

autorità mondiale
Le misure come la Tobin tax o la capitalizzazione delle banche in difficoltà vengono giudicate “terra terra e  prudenziali”. La loro scelta e la loro messa in atto non corrisponderebbe alle preoccupazioni etiche della nota e non  sarebbero quindi di competenza del magistero. Un altro onorevole corrispondente di Liberté politique suggerisce del  resto molto semplicemente di dimenticare quel testo e di coprirlo pudicamente con il “mantello di Noé”.
Negli Stati Uniti, l’influente intellettuale cattolico George Weigel, seguito da altri, ha centrato la sua critica sul fatto che  un testo proveniente da un “piccolo ufficio” della Curia avesse un livello di autorità trascurabile e che non c’era quindi  ragione di preoccuparsene.
Prendendo una certa distanza, non sembra tuttavia che la nota di Giustizia e Pace sia particolarmente innovatrice. Non  fa che riprendere delle nozioni esplicitamente difese da tutti i papi, almeno da Giovanni XXIII, in particolare quella  famosa idea di una Autorità mondiale.
Non si capisce quindi la violenza delle reazioni che ha suscitato. Il teologo americano Vincent Miller che, in un articolo  el quindicinale americano National Catholic Reporter, giudica il documento di Giustizia e Pace “eminentemente moderato”, formula un’ipotesi: “Le fondazioni neoliberali hanno investito da anni somme incalcolabili  er fare della parola “governo” una parolaccia.”
In queste condizioni, si capisce che l’idea di un’Autorità mondiale oggi provochi una reazione di rigetto. Anche dei  cattolici.

(1) www.libertepolitique.com è il sito dell’Associazione per la Fondation du Service Politique, organizzazione che  riesce nell’exploit intellettuale di dichiarare un robusto cattolicesimo in materia di morale, difendendo  sistematicamente le opzioni economiche più liberali

Benedetto XVI e l’Africa

Realismo e speranza sono infatti le chiavi di lettura del documento e della visita papale in questo Paese, certo non grande e segnato dalla povertà, ma soprattutto giovane e vitale. Giovinezza e vitalità esuberanti, come è apparso con evidenza immediata dall’accoglienza calorosissima da parte del popolo beninese – riversatosi nelle strade per festeggiare e salutare il Papa – e da parte delle sue autorità, a iniziare da Thomas Boni Yayi, il presidente della Repubblica, cristiano protestante. “Amico autentico dell’Africa” ha poi definito Benedetto XVI, a nome delle istituzioni del Benin, il gran cancelliere Koubourath Osseni, donna e musulmana, esprimendo una percezione comune e diffusa, sicuramente non soltanto tra i cattolici.
Sì, il vescovo di Roma è un vero amico dell’Africa, rispettata e amata dalla Chiesa cattolica. Sentimenti, questi, che emergono a ogni pagina dell’esortazione apostolica. Un documento che non è rivolto soltanto al grande continente che avanza e si rinnova, ma a tutto il mondo. Con parole che invitano a non avere paura della modernità e a viverla con coraggio, radicati nella tradizione. Secondo una continuità cattolica che in queste terre risale alle primissime generazioni cristiane. Significativi sono così il ricordo dei Padri della Chiesa africani, il richiamo della vita contemplativa abbracciata nei primi secoli ma anche nel Novecento e l’auspicio a rinnovare la tradizione teologica e intellettuale della scuola di Alessandria.
Modernità e tradizione, dunque, come nei canti latini mescolati a ritmi africani che oggi rinnovano l’esperimento felice della Missa luba di oltre mezzo secolo fa. A dimostrazione della maturità cristiana raggiunta, come afferma l’esortazione Africae munus, che Benedetto XVI ha firmato attorniato da cardinali e vescovi del continente. Con indicazioni valide per tutto il mondo cattolico, nel riaffermare che il ruolo della Chiesa non è politico, ma soprattutto di educazione al senso religioso, per annunciare Cristo, tesoro prezioso. Anche se impegnative politicamente sono le conseguenze che devono scaturirne: riconciliazione, giustizia, pace, dialogo paziente tra le religioni. Per non spegnere la speranza, espressa dal simbolo, evocato dal Papa, della mano tesa.

Resterà questo viaggio di Benedetto XVI in Benin. E a lungo rimarranno le immagini e le parole del ritorno in Africa del Papa, venuto nel continente una prima volta come vescovo di Roma per consegnare a Yaoundé il documento preparatorio dell’assemblea sinodale e ora tornato per firmarne l’esortazione apostolica conclusiva. “Dato a Ouidah, in Benin, il 19 novembre dell’anno 2011, settimo del mio pontificato” è la formula solenne che si legge alla fine del lungo testo, vera e propria magna charta che, con realismo e speranza, delinea il futuro di una parte del mondo troppo spesso sfruttata e, nello stesso tempo, il compito che la Chiesa cattolica è chiamata a svolgervi.

g. m. v. (©L’Osservatore Romano 20 novembre 2011)

 

 

L’esortazione apostolica Africae munus

 

“Terra di una nuova Pentecoste”, l’Africa è chiamata a diventare “Buona Novella” per la Chiesa e per il mondo. È con questa convinzione che il Papa ha affidato alla comunità ecclesiale e civile del continente l’esortazione apostolica post-sinodale Africae munus, firmata nella tarda mattinata di sabato 19 novembre, nella basilica di Ouidah. Il documento – che Benedetto XVI consegnerà ufficialmente ai vescovi africani nel corso della messa di domenica mattina a Cotonou – si basa sulla consapevolezza che “una Chiesa riconciliata al suo interno e tra i suoi membri” può essere “segno profetico di riconciliazione a livello della società”. Perché solo “riconciliati e in pace con Dio e con il prossimo – ha spiegato il Pontefice – gli uomini possono lavorare per una maggiore giustizia in seno alla società”. Proprio a questi temi il Papa ha dedicato anche il discorso pronunciato all’inizio della giornata davanti ai rappresentanti politici e religiosi del Benin, riuniti nel palazzo presidenziale. A loro e ai responsabili del resto del mondo ha chiesto di essere “servitori della speranza” e costruttori di futuro, dando risposte concrete alle legittime rivendicazioni di “maggiore dignità” e “maggiore umanità” che provengono dai popoli.

(©L’Osservatore Romano 20 novembre 2011)

Africae munus: Esortazione Apostolica Postsinodale sulla Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace (19 novembre 2011)

 

 

LA VISITA IN BENIN

 

 

 

 


Il Papa ai governi: non private
l’Africa della speranza

“Grazie per l’accoglienza calorosa, direi semplicemente per ‘l’accoglienza africana”, che mi avete riservato”. Sono le parole con cui il Papa ha concluso il suo incontro con i vescovi del Benin, nella nunziatura di Cotonou, ultimo appuntamento di una giornata densissima di impegni, incontri, parole e fatti e soprattutto del calore della popolazione e delle personalità che lo ha incontrato. La gente per le strade, a piedi, in carrozzella, su moto con scritte in cinese sulla carlinga, ha mostrato il suo affetto in modo semplice e spontaneo. Le autorità lo hanno fatto con i discorsi pubblici.

 

 

 

 

L’INCONTRO CON I BAMBINI A COTONOU
“Il giorno della mia prima Comunione è stato uno dei più bei giorni della mia vita”. Benedetto XVI ha voluto ricordarlo oggi nell’incontro più tenero di questo straordinario viaggio africano, quello con i bambini della parrocchia di Santa Rita a Cotonou, dove è rientrato nel pomeriggio dopo la visita a Ouidah. “Non lo è stato forse anche per voi?”, ha chiesto ai piccoli che lo circondavano sottolineando che la gioia quel giorno “non è solo a causa dei bei vestiti o dei regali o anche del pranzo della festa, è soprattutto perché, quel giorno, riceviamo per la prima volta Gesù-Eucaristia”. “Quando io faccio la comunione – ha spiegato il Pontefice teologo piegandosi alla semplicità del linguaggio di chi stava conversando con lui – Gesù viene ad abitare in me. Devo accoglierlo con amore e ascoltarlo attentamente. Nel profondo del mio cuore, posso dirgli per esempio: Gesù, io so che tu mi ami. Dammi il tuo amore così che io ti ami e ami gli altri con il tuo amore. Ti affido le mie gioie, le mie pene e il mio futuro”.

“Non esitate cari bambini – ha poi suggerito ai bambini ricordando San Kizito il piccolo martire ugandese, paggio della corte reale, ucciso alla fine dell’800 con 21 compagni per non aver voluto rinnegare il proprio battesimo – a parlare di Gesù agli altri. Egli è un tesoro che bisogna saper condividere con generosità. Nella storia della Chiesa, l’amore di Gesù ha riempito di coraggio e di forza tanti cristiani e anche dei bambini come voi! Così, san Kizito, un ragazzo ugandese, è stato messo a morte perché voleva vivere secondo il Battesimo che aveva ricevuto. Kizito pregava. Aveva capito che Dio è non solo importante, ma che è tutto”.

Alla fine dell’incontro ognuno dei piccoli ha ricevuto in dono un rosario. “Quando lo avrete in mano – ha detto loro Benedetto XVI – potrete pregare per il Papa, per la Chiesa e per tutte le intenzioni importanti”. “E ora – ha esortato – prima che io vi benedica tutti con grande affetto, preghiamo insieme un’Ave Maria per i bambini del mondo intero, specialmente per quelli che soffrono la malattia, la fame e la guerra”.

Nel seminario di Ouidah, in mattinata, ilPapa aveva invece ricordato la sua ordinazione sacerdotale nel breve saluto ai seminaristi del Benin. “Dopo 60 anni di vita sacerdotale – erano state le sue parole – posso confidarvi cari seminaristi, che non rimpiangerete di avere accumulato durante la vostra formazione tesori intellettuali, spirituali e pastorali”. I futuri sacerdoti sono stati così incoraggiati “a mettersi alla scuola di Cristo per acquistare le virtù che vi aiuteranno a vivere il sacerdozio ministeriale come il luogo della santificazione”. “Fuori da questa logica – infatti – il ministero non è che una semplice funzione sociale”.

LA FIRMA DELL’ESORTAZIONE APOSTOLICA “AFRICAE MUNUS”
Punizione dei “responsabili” dei conflitti e “finanziatori dei crimini” e “giustizia per le vittime”. Lotta all’analfabetismo, che in Africa è un “flagello” pari a Aids, Tbc e malaria. Azione decisa dei cristiani e della Chiesa contro la violenza sulle donne, spesso collegata a pratiche ancestrali, e per la promozione di ragazze e donne in ogni ambito sociale.

Sono alcune delle proposte più forti che il Papa avanza nella Esortazione apostolica “Africae munus – L’impegno dell’Africa”, 130 pagine nella edizione italiana in cui Benedetto XVI raccoglie le proposte del sinodo  per l’Africa del 2009 e le rilancia alla Chiesa, volendo fare di quell’evento un punto di partenza per il rilancio del continente africano.

Nel testo Benedetto XVI parla sempre in positivo di “sfide” per l’Africa e per ognuna passa dalla denuncia alla indicazione di obiettivi e possibili soluzioni. Tra le indicazioni di Benedetto XVI anche: l’Occidente impari dall’Africa il modo di prendersi cura degli anziani; difendere i giovani da “mancanza di formazione, disoccupazione, sfruttamento politico” perché non cadano nella “frustrazione” e possano “prendere in mano il proprio avvenire”; difendere i bambini dai “trattamenti intollerabili inflitti a tanti di loro in Africa”, tra cui i bimbi soldato, i bimbi vittime di stregoneria, i bimbi schiavizzati sessualmente; combattere “sfruttamento e malversazioni locali e straniere” che privano le popolazioni africane delle proprie risorse naturali, aumentando la “povertà” e impedendo “ai popoli africani di consolidare le proprie economie”: il Papa “incoraggia i governanti a proteggere i beni fondamentali, quali sono la terra e l’acqua” per la vita delle generazioni future e per la pace.

Il testo papale auspica inoltre che la “globalizzazione della solidarietà” eviti la “tentazione del pensiero unico sulla vita, sulla cultura, sulla politica, sull’economia, a vantaggio di un costante rispetto etico delle diverse realtà umane per una solidarietà effettiva”.

Nel documento anche una ampia sezione sulla Chiesa in Africa, sul ruolo di vescovi, preti, laici e donne, sul rapporto con le culture tradizionali e con le altre religioni, compreso l’islam, con il quale il Papa auspica “collaborazione”. Benedetto XVI si augura inoltre la proclamazione di “nuovi santi africani”. L’Esortazione apostolica si conclude con un rinnovato appello all’Africa ad alzarsi in piedi e prendere in mano il proprio futuro, per essere, come a tutto diritto può essere, “polmone spirituale per il mondo intero”.

L’INCONTRO CON I SEMINARISTI E I SACERDOTI
“L’amore per il Dio rivelato e per la sua Parola, l’amore per i Sacramenti e per la Chiesa, sono un antidoto efficace contro i sincretismi che sviano. Questo amore favorisce una giusta integrazione dei valori autentici delle culture nella fede cristiana. Esso libera dall’occultismo e vince gli spiriti malefici, perché è mosso dalla potenza stessa della Santa Trinità”. Lo ha detto Papa Benedetto XVI, in questi giorni in visita in Benin, nel corso dell’incontro con i sacerdoti, i seminaristi, i religiosi e fedeli laici nel cortile del seminario Saint Gall a Ouidah.

“Vissuto profondamente -ha rilevato il Papa – questo amore è anche un fermento di comunione che infrange ogni barriera, favorendo così l’edificazione di una Chiesa nella quale non vi è segregazione tra i battezzati, perché tutti non sono che uno in Cristo Gesù. Con grande fiducia conto su ciascuno di voi, sacerdoti, religiosi e religiose, seminaristi e fedeli laici, per far vivere una Chiesa così”.

“Di fronte alle sfide dell’esistenza umana – ha rilevato Benedetto XVI – il sacerdote di oggi come quello di domani – se vuole essere un testimone credibile a servizio della pace, della giustizia e della riconciliazione – dev’essere un uomo umile ed equilibrato, saggio e magnanimo. Dopo 60 anni di vita sacerdotale, posso confidarvi, cari seminaristi, che non rimpiangerete di avere accumulato durante la vostra formazione tesori intellettuali, spirituali e pastorali”.

BAGNO DI FOLLA NEL TRASFERIMENTO A OUIDAH
Una quantità impressionante di persone lungo i circa 40 chilometri da Cotonou a Ouidah ha assistito al passaggio del Papa, diretto dalla città degli schiavi per rendere omaggio alla tomba del cardinale Bernardin Gantin, eroe nazionale beninese e figura di spicco della Chiesa d’Africa a Roma.

La folla festeggia il passaggio del corteo papale con canti e sventolando striscioni. Prima di recarsi in macchina a Ouidah – e dopo aver incontrato gli esponenti politici, diplomatici e religiosi del Benin, tra cui la gran cancelliera del Paese, signora Koubourath Osseni, di religione islamica, che gli ha anche rivolto un discorso di saluto – il Papa ha reso una visita di cortesia, nel palazzo presidenziale di Cotonou, al presidente della Repubblica del Benin, Thomas Boni Yayi. Dopo il colloquio privato c’è stato lo scambio dei doni e le foto ufficiali. Il Papa ha anche firmato il libro d’oro. Il presidente ha donato al Pontefice una croce pettorale con su scritto “Benin 2011-Riconciliazione, giustizia e pace”, un paramento liturgico ricamato dalle suore e alcuni abiti tradizionali con stampate al centro le immagini di Benedetto XVI, Giovanni Paolo II e del cardinale Gantin.

Contemporaneamente all’incontro tra il Papa e il presidente beninese si è svolto un colloquio tra il segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, accompagnato dal nunzio, dal sostituto e dal presidente della Conferenza episcopale beninese, con il ministro degli Esteri del Benin e con altri sei ministri del piccolo Stato che ospita Benedetto XVI per il suo secondo viaggio africano. Nei colloqui, ha riferito il portavoce del Papa padre Federico Lombardi, si è parlato anche del contributo della Chiesa alla vita e allo sviluppo della società beninese.

L’INCONTRO NEL PALAZZO PRESIDENZIALE
No ai conflitti “in nome di Dio” e per un “dialogo interreligioso” che rispetti le diversità. Lo ha chiesto oggi il Papa incontrando nel palazzo presidenziale di Cotonou esponenti politici, diplomatici e religiosi del Paese . “Non mi sembra necessario ricordare – ha detto – i recenti conflitti nati in nome di Dio, e le morti date in nome di Colui che è la Vita. Ogni persona di buon senso comprende che bisogna sempre promuovere la cooperazione serena e rispettosa delle diversità culturali e religiose”.

“Nonostante gli sforzi compiuti, – ha osservato Benedetto XVI – sappiamo anche che, talvolta, il dialogo interreligioso non è facile, o anche che è impedito per diverse ragioni. Questo non significa affatto una sconfitta. Le forme del dialogo interreligioso sono molteplici. La cooperazione nel campo sociale o culturale può aiutare le persone a comprendersi meglio e a vivere insieme serenamente. È anche bene sapere che non si dialoga per debolezza, ma che si dialoga perché si crede in Dio”.

Benedetto XVI ha quindi commentato come le considerazioni che ha svolto oggi si applichino “in maniera particolare all’Africa” dove in molte famiglie i membri professano diverse religioni, e convivono pacificamente. Si tratta di una “unità” dovuta “non solo alla cultura”, ma anche all’ “affetto”. “Naturalmente, – ha ricordato Benedetto XVI – talvolta ci sono anche delle sconfitte, ma anche parecchie vittorie. In questo campo particolare, l’Africa può fornire a tutti materia di riflessione ed essere così una sorgente di speranza”.

Il Papa ha concluso con una immagine: la mano. “La compongono cinque dita, diverse tra loro. Ognuna di esse però è essenziale e la loro unità forma la mano. La buona intesa tra le culture, la considerazione non accondiscendente delle une per le altre e il rispetto dei diritti di ciascuno sono un dovere vitale. Occorre insegnarlo a tutti i fedeli delle diverse religioni. L’odio è una sconfitta, l’indifferenza un vicolo cieco, e il dialogo un’apertura!”.

In Africa non mancano alcuni segnali di speranza: “in questi ultimi mesi – ha elencato il Papa – numerosi popoli hanno espresso il loro desiderio di libertà, il loro bisogno di sicurezza materiale e la loro volontà di vivere armoniosamente nella diversità delle etnie e delle religioni. È anche nato un nuovo Stato nel vostro Continente”. Ma, ha aggiunto, “numerosi sono stati anche i conflitti generati dall’accecamento dell’uomo, dalla sua volontà di potere e da interessi politico-economici che escludono la dignità delle persone o quella della natura. La persona umana aspira alla libertà; vuole vivere degnamente; vuole buone scuole e
alimentazione per i bambini, ospedali dignitosi per curare i malati; vuol essere rispettata; rivendica un modo di governare limpido che non confonda l’interesse privato con l’interesse generale; e soprattutto, vuole la pace e la giustizia”.

VENERDI’ L’ARRIVO A COTONOU
No alla “sottomissione incondizionata alle leggi del mercato o della finanza”, al “nazionalismo e tribalismo esacerbato e sterile, che possono diventare micidiali”, alla “politicizzazione estrema delle tensioni interreligiose a scapito del bene comune o infine alla disgregazione dei valori umani, culturali, etici e religiosi”. Lo ha detto il Papa nel discorso all’aeroporto di Cotonou, dove è stato accolto dal presidente Thomas Boni Yayi e dall’arcivescovo di Cotonou, Antoine Ganyé. Benedetto XVI ha invitato a non aver “paura della modernità” che però, ha aggiunto, “non deve costruirsi sull’oblio del passato”, evitando “gli scogli che esistono sul continente africano”.

Nel suo primo discorso di questo viaggio il Papa ha ricordato l'”affetto” che nutre per Africa e Benin e ha ricordato il card. Bernardin Gantin, morto nel 2008 e eroe nazionale africano, al quale tra l’altro è dedicato l’aeroporto di Cotonou. “Il Benin è un Paese in pace”, nel quale “funzionano” le istituzioni democratiche e si respira uno “spirito di libertà e responsabilità”, di giustizia e di senso del “lavoro per il bene comune”.

Dopo la cerimonia di accoglienza calorosissima all’aeroporto, con centinaia di ragazze in abiti tradizionali che
ballavano sulla pista trasformata dalla coreografia in un cielo azzurro con il colore dei foulard delle danzatrici, Papa Ratzinger ha raggiunto sulla “Papamobile” la Cattedrale attraversando la città gremita di folla. Le transenne, dove c’erano, non hanno retto e le vie erano invase. Ma non ci sono state difficoltà per la Papamobile nel raggiungere il centro, e il Pontefice appariva molto contento di tanto entusiasmo.

Primo atto della visita in Benin di Benedetto XVI è stato nel pomeriggio rendere omaggio a Maria Madre dell’Africa e agli eroici vescovi che hanno saputo guidare il cammino di questo Paese dal comunismo alla libertà. “Un omaggio con riconoscenza”, ha definito il suo gesto Papa Ratzinger, parlando durante la visita alla cattedrale di Nostra Signora della Misericordia a Cotonou dove riposano monsignor Christophe Adimou e monsignor Isidore de Sousa. “Essi – ha ricordato – sono stati valorosi operai nella Vigna del Signore,
e la loro memoria resta ancora viva nel cuore dei cattolici e di numerosi abitanti del Benin. Questi due presuli sono stati, ciascuno a suo modo, Pastori pieni di zelo e di carità. Si sono spesi senza risparmio al servizio del Vangelo e del Popolo di Dio, soprattutto delle persone più vulnerabili”. “La Vergine Maria – ha affermato Benedetto XVI riferendosi poi alla patrona della Cattedrale – ha sperimentato al massimo livello il mistero dell’amore divino”. Tramite il suo sì alla chiamata di Dio, “ella ha contribuito alla manifestazione dell’amore divino tra gli uomini. In questo senso, è Madre di Misericordia per partecipazione alla missione del suo Figlio;
ha ricevuto il privilegio di poterci soccorrere sempre e dovunque”. “Al riparo della sua misericordia – ha ricordato il Papa – i cuori feriti guariscono, le insidie del maligno sono sventate e i nemici si riconciliano. In Maria abbiamo non soltanto un modello di perfezione, ma anche un aiuto per realizzare la comunione con Dio e con i nostri fratelli e le nostre sorelle”. Invitando i cattolici del Benin e di tutta l’Africa a invocarla con fiducia, il Papa ha poi pubblicamente chiesto alla Vergine di esaudire “le più nobili aspirazioni dei giovani africani”, “i cuori assetati di giustizia, di pace e di riconciliazione”, “le speranze dei bambini vittime della fame e della guerra”.

 

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Africa risorgi! Vademecum del viaggio del papa in Benin

di Sandro Magister


Il viaggio che Benedetto XVI si appresta a compiere in Benin è il suo ventiduesimo fuori d’Italia e il secondo in Africa, dopo quello del marzo del 2009 in Camerun e in Angola che attirò l’attenzione mondiale su alcune sue affermazioni riguardo al preservativo nella lotta all’AIDS:

> Mine vaganti. In Africa il preservativo, in Brasile l’aborto

In quello stesso anno 2009, in ottobre, il sinodo dei vescovi tenne anche una speciale sessione dedicata all’Africa, che terminò con cinquantasette “propositiones” presentate al papa:

> Sinodo per l’Africa, penultimo atto. Le proposizioni finali

In Benin papa Joseph Ratzinger trarrà le conclusioni di quel sinodo. Sabato 19 novembre, poco dopo mezzogiorno, firmerà l’esortazione apostolica postsinodale “Africæ munus”. E il giorno dopo, domenica 20, la consegnerà ufficialmente ai vescovi del continente.

Il testo integrale dell’esortazione, in più lingue, potrà essere letto e scaricato da questa pagina web del Vaticano, a partire dal pomeriggio di sabato 19:

> “Africæ munus”

Quanto allo svolgimento del viaggio, ne darà man mano notizia quest’altra pagina web, in italiano, in inglese e in spagnolo:

> News.va

Ma per chi vorrà andare ai testi integrali del papa, la pagina giusta è quest’altra, con il programma dettagliato del viaggio e i discorsi, ciascuno dei quali apparirà in rete poche ore dopo che sarà stato pronunciato:

> Viaggio Apostolico in Benin, 18-20 novembre 2011

Benedetto XVI, in Benin, parlerà prevalentemente in francese. In qualche momento anche in inglese e in portoghese. Le versioni integrali in italiano, in inglese e in spagnolo saranno disponibili in rete da subito.

I discorsi del papa saranno in tutto dodici. Ma alcuni avranno più rilievo di altri e meriteranno una particolare attenzione.

Venerdì 18 novembre farà notizia il botta e risposta tra Benedetto XVI e i giornalisti in volo sull’aereo papale. Il papa risponderà a braccio, e di conseguenza la trascrizione integrale e autorizzata delle sue parole tarderà di qualche ora. Ma l’essenziale sarà messo quasi subito in rete da News.va e dalla Radio Vaticana.

Sabato 19 novembre il discorso clou sarà quello che Benedetto XVI rivolgerà, nel palazzo presidenziale di Cotonou, alle autorità istituzionali e politiche, al corpo diplomatico, a uomini di cultura e a rappresentanti delle principali religioni.

Nel pomeriggio dello stesso giorno di sabato 19 sarà anche da tener d’occhio una novità. Per la prima volta in un suo viaggio il papa incontrerà dei bambini e parlerà direttamente con loro. L’unico precedente del genere fu l’incontro che Benedetto XVI ebbe con i bambini della prima comunione di Roma e del Lazio in piazza San Pietro, il 15 ottobre 2005:

> “Caro papa…”

Domenica 20 novembre, infine, sarà importante l’omelia che Benedetto XVI pronuncerà durante la messa nello stadio “De l’Amitié” di Cotonou, con la consegna dell’esortazione postsinodale sull’Africa.

Tra i capitoli del documento sarà interessante vedere quello dedicato alle religioni tradizionali africane, sulle quali Benedetto XVI lo scorso mese ha avuto parole critiche:

> Africa. Quella religione che immola i bambini

Sul contributo dei cattolici del Benin alla democratizzazione del loro paese è uscito in Italia questo libro, presentato lo scorso 15 novembre alla Radio Vaticana dall’arcivescovo Giuseppe Bertello, presidente del governatorato dello Stato della Città del Vaticano e già nunzio in Benin, e da monsignor Barthélemy Adoukonou, beninese, segretario del pontificio consiglio della cultura:

Susanna Cannelli, “Cattolici d’Africa. La nascita della democrazia in Benin”, Guerini e Associati, Roma, 2011, pp. 256, euro 24,00.

L’autrice è responsabile della Comunità di Sant’Egidio per i rapporti con i paesi dell’Africa occidentale francofona.

http://chiesa.espresso.repubblica.it/

17 novembre 2011

 

 

Benedetto XVI in Benin

 

 

 

Altri contributi

 

Con la consegna dell’esortazione apostolica «Africae munus» ai vescovi africani si è concluso il viaggio del Papa in Benin. Una Chiesa vicina ai poveri e ai sofferenti, ai malati di Aids. «Il futuro dell’Africa speranza per tutti» “«Perché un paese africano non potrebbe indicare al resto del mondo la strada da prendere per vivere una fraternità autentica nella giustizia fondandosi sulla grandezza della famiglia e del lavoro?»”

 

In occasione della visita pastorale di Benedetto XVI in Benin il prossimo fine settimana, “La Croix” descrive il terreno sociale e politico nel quale si sviluppa la Chiesa cattolica sul continente. “Dalla fine dell’offensiva delle FRCI in aprile, padre Jean-Louis percorre questa pista per portare aiuto ai rifugiati. In partenariato con il Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo, distribuisce cibo e sementi a quelli che sono fuggiti a causa della guerra civile… Il ritorno al villaggio è indispensabile perché queste popolazioni possano uscire dall’estrema povertà nella quale si trovano dal mese di aprile”
“Il nostro ruolo è quello di aiutare ad uscire da una concezione della teologia di retribuzione, secondo la quale chi ha l’HIV ha per forza fatto qualcosa di male”, spiega Beverly Haddad, teologa anglicana e direttrice del centro. Questo lavoro teologico non teme di opporsi a certi discorsi della Chiesa cattolica… che invitava all’astinenza e alla fedeltà coniugale e condannava l’uso del preservativo. “Che senso ha parlare di fedeltà quando i due terzi degli adulti sudafricani non sono sposati e non lo saranno mai?”
“Se la coabitazione tra le due religioni sembra felice in Mali, la Chiesa deve far fronte, da alcuni anni, ad una corrente di profondità che sta trasformando l’islam del paese. Predicatori, imam, radio libere difendono apertamente un islam rigorista e, quindi, marginalizzano i cristiani… Per rispondere a questa situazione, i Padri Bianchi hanno fondato nel 2007 un istituto di formazione cristiano-islamico”
“‘Dobbiamo denunciare la corruzione senza pensare a eventuali rischi. È il nostro dovere di pastori denunciare ciò che è male’, assicura il cardinale Christian Tumi… conosciuto per la sua parola sincera e schietta… nel 1999 il Camerun è stato percepito come il paese più corrotto al mondo… [Nonostante] un’azione di lotta contro la corruzione e l’appropriazione indebita di fondi pubblici… la corruzione continua tranquillamente come se niente fosse stato fatto”
In occasione della visita pastorale di Benedetto XVI in Benin questo fine settimana, La Croix descrive il terreno sociale e politico nel quale si sviluppa la Chiesa cattolica sul continente. “La guerra civile ha straziato il paese dal 1976 al 1992 e ha fatto quasi un milione di morti… sono stati istituiti diversi corsi di formazione ai diritti umani nelle dodici diocesi… che hanno come obiettivo l’unificazione e la riconciliazione del paese… ‘Si tratta di consolidare la democrazia, insegnando ai mozambicani ad operare per il bene comune e a costruire il loro futuro'”
Il riscatto dell’Africa e il ruolo della Chiesa al centro della visita di Benedetto XVI in Benin. Riconciliazione, giustizia e pace le vie indicate dall’esortazione apostolica Africae munus firmata ieri dal pontefice. L’appello ai politici.
Con la consegna dell’esortazione apostolica «Africae munus» ai vescovi africani si è concluso il viaggio del Papa in Benin. Una Chiesa vicina ai poveri e ai sofferenti, ai malati di Aids. «Il futuro dell’Africa speranza per tutti» “«Perché un paese africano non potrebbe indicare al resto del mondo la strada da prendere per vivere una fraternità autentica nella giustizia fondandosi sulla grandezza della famiglia e del lavoro?»”

 

 

Video

 

 

 

 

 

Scienza e cura della vita: educazione alla democrazia

 

VIII convegno nazionale delle associazioni locali Scienza&Vita

 

Pubblichiamo stralci della lectio magistralis del cardinale arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana che il 18 novembre scorso ha aperto a Roma “Scienza e cura della vita: educazione alla democrazia”, VIII convegno nazionale delle associazioni locali Scienza&Vita. Alla tavola rotonda, moderata dal direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio, hanno partecipato gli onorevoli Angelino Alfano, Pier Luigi Bersani, Pier Ferdinando Casini, Roberto Maroni

 

Nella gabbia invisibile del narcisismo

“Siamo tutti consapevoli della delicatezza dell’argomento in gioco, così come delle visioni diverse che spesso si confrontano, tanto da essere considerata – la vita umana – uno di quegli argomenti “divisivi” di cui è meglio non parlare, come se l’ordine sociale, basato sulla giustizia, potesse reggersi sull’ingiustizia che deriva dal non affrontare ciò che fondamentale, consapevoli che, storicamente, “se non abbiamo fatto abbastanza nel mondo, non è perché siamo cristiani, ma perché non lo siamo abbastanza” (Cei, La Chiesa Italiana e le prospettive del Paese, 1981, n. 13).
Tutti ci rendiamo conto che siamo dentro ad una crisi internazionale che non risparmia nessuno, e che nessuno, nel mondo, può atteggiarsi da supponente maestro degli altri. I grandi problemi dell’economia e della finanza, del lavoro e della solidarietà, della pace e dell’uso sostenibile della natura, attanagliano pesantemente persone, famiglie e collettività, specialmente i giovani. Su questi versanti, che declinano la cosiddetta “etica sociale”, la sensibilità e la presenza della Chiesa sono da sempre sotto gli occhi di tutti. Fanno parte del messaggio cristiano come inderogabile conseguenza: “Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1 Giovanni, 4, 20). ? una rete che si avvale di risorse provvidenziali e di quell’amore gratuito che nessuna legge può garantire poiché l’amore viene dal cuore e dall’Alto.
Ma oggi dobbiamo puntare la nostra attenzione sulla vita umana nella sua nudità: è evidente che gli aspetti citati fanno parte dell’esistenza concreta di ogni persona, ma essi non devono oscurare la vita nei momenti della sua maggiore fragilità e quindi di più pericolosa esposizione. Per questo credo sia inevitabile allargare, seppur brevemente, l’orizzonte per poter meglio affrontare il tema della vita umana nella sua assoluta indisponibilità o, se si vuole, sacralità. Per poter parlare di qualcosa, infatti, bisogna innanzitutto chiederci se esiste qualcosa fuori di noi. E, se esiste, possiamo conoscerla? Oppure siamo dentro ad una realtà unicamente costruita dal soggetto pensante, siamo alle prese solo con le nostre opinioni individuali, senza una presa diretta sulla realtà oggettiva? È il problema antico ma non scontato della conoscenza. Come rispondere? Dando fiducia al mondo e all’uomo! La conoscenza, infatti, parte da un atto positivo, di fiducia: fa appello al senso comune, all’esperienza universale. È più naturale, logico, istintivo, porre questo atto di fiducia oppure sfiduciare l’universo? È dunque un atto di sintonia, di comunione preriflessa con il mondo il punto di partenza del nostro rapportarci con il mondo, non il rinchiuderci nel sospetto e nel dubbio metodico e universale che – forse con aria di profonda intelligenza – accusa di fanatismo chi affermi che la verità esiste ed è conoscibile. La storia umana della conoscenza – nonostante grovigli a volte sofferti – corre sostanzialmente su questo filo e testimonia che, ogni qualvolta lo scetticismo si è imposto, gli esiti personali e sociali non sono stati più felici.
Il figlio di questo atteggiamento è lo scetticismo che genera inevitabilmente quel nulla di significato e di valore, quello svuotamento della vita e del mondo che già Nietzsche aveva annunciato. In realtà egli lo fa derivare dalla dichiarata “morte di Dio”, ma quando la ragione viene cancellata dall’orizzonte, anche la fede si indebolisce: “Cerco Dio! cerco Dio! Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Che mai facemmo a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla?” (Nietzsche, La gaia scienza, Mondadori 1971, pagg. 125-126). Il nichilismo di senso e di valori nasce da una visione materialista dell’uomo e del mondo, e si alimenta allo spettro ridente del consumismo che porta a concepire l’esistenza come una spasmodica spremitura di soddisfazioni e godimenti fino all’estremo. Ma ben presto – lo vediamo nella cronaca – ne deriva una immane svalutazione della vita. Essa non è più custodita dal sigillo della sacralità e così quando non è più gradita o risulta faticosa la si vorrebbe eliminare.
Oggi si tende a pensare che, sul piano dell’etica, ognuno è costruttore di ciò che per lui, soggettivamente, ha importanza e significato; che il nostro compito è quello di comporre i diversi, a volte opposti, valori; che l’importante – quando va bene – è disturbare gli altri il meno possibile. Ma non esiste qualcosa a cui l’uomo possa rifarsi nella sua conoscenza e quindi adeguarsi raggiungendo così la verità? È fuori dubbio che non pochi di quelli che chiamiamo valori appartengono alla sfera della soggettività individuale e sociale. Ma è tutto solo così? Non esiste nulla di oggettivo in grado di essere metro della verità morale, che possa regolare, normare i miei comportamenti? Di solito, fino ad un certo punto di questo ragionare tutti si è concordi, ma quando entra in gioco la questione del “valido per tutti”, allora si accende una spia e sorge in noi una trincea difensiva quasi si sentisse in pericolo la propria libertà individuale, nervo sensibile dell’anima moderna.
Se l’uomo si realizza attraverso l’esercizio della propria libertà (in actu exercito), bisogna chiederci se qualunque forma di esercizio realizza la persona oppure no. A ben vedere, come qualunque agire non si qualifica da sé ma è qualificato da ciò verso cui tende – camminare per fare una passeggiata non è lo stesso che camminare per andare a fare una rapina – così la libertà, se per un verso è valore in se stesso in quanto è condizione di responsabilità, per altro verso non è la sorgente della bontà morale. Il fatto che un atto sia una mia scelta non qualifica l’agire come buono, vero, giusto.
Inoltre, non bisogna dimenticare che la bontà e il male morale non sono astrazioni lontane alle quali sacrificare gli uomini nei loro desideri individuali; il bene è tale perché mi fa crescere come persona mentre il male mi diminuisce nella mia umanità. Oggi la tendenza diffusa è rendere la libertà individuale un valore assoluto, sciolto non solo da vincoli e norme ma anche indipendente dalla verità di ciò che sceglie; in tale modo però essa si rivolta contro l’uomo e perde se stessa, diventa prigioniera di se stessa come ogni personalità narcisista. Ecco perché il Signore Gesù ricorda che la verità libera la libertà e rende libero l’uomo. Oggi vi è una certa allergia per ciò che si presenta come assoluto, cioè oggettivo, universale e definitivo: sembra di sentirsi come in una gabbia insopportabile. Ma, dobbiamo chiederci, qual è la vera prigione: l’assolutismo di una libertà individualista o l’assolutezza della verità?”.

(©L’Osservatore Romano 20 novembre 2011)

 

 

Il Card. Bagnasco a “Scienza & Vita”
Se la vita rimane miracolo indisponibile

“Dalla responsabilità e dai modi di affronto della vita nei suoi vari momenti si ha una prima e decisiva misura del livello umano della convivenza”. La Lectio Magistralis del Card. Angelo Bagnasco ha aperto venerdì 18 novembre a Roma l’ottavo Convegno nazionale dell’Associazione Scienza & Vita.
Punto cruciale, ha ricordato il Presidente della CEI, è “se la libertà individuale abbia o non abbia qualcosa di più alto a cui riferirsi e a cui obbedire” e che ne fonda l’assoluta indisponibilità.

file attached 2011.11.18 Relazione Scienza e Vita.doc

 


Avvento e Natale

on-line il sussidio

E’ on line il sussidio di Avvento-Natale 2011-2012, che viene offerto dagli Uffici pastorali della Segreteria Generale della CEI, quale strumento di lavoro a cui attingere a differenti livelli, con libertà e flessibilità.
“La riscoperta del progetto di Dio, a cui la Liturgia ci chiama nell’Avvento e nel Natale – spiega mons. Crociata nell’Introduzione –  dispiega la sua forza educativa innanzitutto verso i credenti adulti; essi saranno poi autentici formatori anche nei confronti dei giovani e dei bambini”.

Da responsabili nella vita pubblica

Il Card. Bagnasco all’Università S. Croce


“Mantiene vivo nel mondo il senso della verità”; “svolge una funzione pedagogica rispetto alla coscienza”; “salvaguarda il carattere trascendente della persona umana”; “è araldo di quell’umanesimo personalista e relazionale di cui gode l’Europa e l’Occidente intero”: questi i quattro contributi che la Chiesa offre alla società e all’ordine politico in ordine al perseguimento del bene comune. Lo ha sottolineato il Presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, sabato 12 novembre intervenendo presso la Pontificia Università della Santa Croce, all’Atto accademico in occasione del 25º anniversario dell’Istituto superiore di scienze religiose all’Apollinare. Tema della prolusione del cardinale, “Magistero ecclesiastico e ordine politico: libertà e responsabilità dei fedeli laici nella vita pubblica”.
“La società complessa che viviamo e l’incrocio di culture, visioni etiche e antropologiche differenti e a volte opposte – ha detto – sfida l’impegno dei cristiani nella presenza nel mondo; impegno che, nei secoli, si è concretizzato in modo significativo anche nella partecipazione leale e attiva alla politica ricordando da una parte che essi ‘partecipano alla vita pubblica come cittadini’, e dall’altra che è loro preciso dovere animare cristianamente l’ordine temporale, rispettandone la natura e la legittima autonomia che è sempre in relazione a Dio creatore”. Di fronte al tentativo nel mondo occidentale di privatizzare la fede, il card. Bagnasco chiarisce: “Il credente non può mettere mai tra parentesi la sua fede, perché sarebbe mettere tra parentesi se stesso, vivere separato da sé. Proprio perché la fede è totalizzante, vale a dire salva tutto l’uomo – e l’uomo è un essere sociale aperto alle relazioni – la fede non può non ispirare ogni ambito e azione, privato o pubblico che sia. Chiedere o pretendere che i cristiani, che hanno responsabilità pubbliche, sospendano la loro coscienza cristiana quando esercitano i loro doveri, è non solo impossibile ma anche ingiusto”.

file attached Apollinare 12.11.2011.doc

L’Africa, grande speranza della Chiesa

18-20 novembre: viaggio del Papa in Benin. Per la seconda volta nel suo pontificato, Benedetto XVI si reca in Africa.

 

Segno dell’importanza che il papa, che viaggia poco, accorda a “quell’immenso polmone spirituale” rappresentato, ai suoi occhi, dall’Africa. Il continente, in cui la metà della popolazione ha meno di 25 anni, costituisce per Benedetto XVI  la grande speranza della Chiesa”.

Qual è l’obiettivo di questo viaggio?

È un viaggio lampo che chiude una sequenza aperta nel marzo 2009 in Camerun. La prima visita di Benedetto XVI sul  continente era stata contraddistinta dalle dichiarazioni sul preservativo, la cui distribuzione, aveva detto, “aumenta il  problema” dell’aids. Ma Benedetto XVI aveva anche consegnato ai vescovi un documento di lavoro preparatorio al  sinodo dedicato a “La Chiesa cattolica in Africa” nell’ottobre dello stesso anno.
Quel documento, che analizzava senza compiacimenti la situazione della Chiesa nel continente africano e si soffermava  a lungo sui mali di cui soffre l’Africa – povertà, corruzione, instabilità politica, tensioni religiose ed etniche, tribalismo  – è servito in questi due anni da ruolino di marcia per i vescovi.
Durante una messa a Cotonou in Benin, il 20 novembre, Benedetto XVI consegnerà loro l’“esortazione apostolica”  post-sinodale, che costituisce la conclusione di quei lavori e dei percorsi individuati per migliorare il ruolo della  Chiesa cattolica nelle società africane e per promuovervi, come desidera il Vaticano, “la riconciliazione, la giustizia e la  pace”.

Quali sono i paesi in cui vengono vissute vere tensioni interreligiose?

Somalia, Rwanda, Liberia, Congo… Sono paesi    devastati da guerre micidiali, quattro tragedie. Ma sono anche esempi che mostrano che “se in Africa ci sono violenze e  guerre, queste non si confondono nella maggior parte dei casi con guerre di religione”, afferma Christian Coulon,   professore emerito alla facoltà di Scienze Politiche dell’università di Bordeaux e specialista per l’Africa. I motivi di  questo sono molti. A parte poche eccezioni (Sudan, Mauritania, Comore e Jibuti), gli Stati africani si dichiarano in grande maggioranza laici. Del resto, “a differenza di quanto è avvenuto nel resto del mondo, il cristianesimo e l’islam in  Africa sono stati reinterpretati secondo gli idiomi e i precetti della cultura africana – che – li hanno pervasi di uno  spirito di tolleranza”, spiega Akintude Akinade, professore di teologia all’università di Georgetown (USA).
Perché allora tante violenze religiose in Nigeria e in Sudan, con milioni di morti nell’ultimo mezzo secolo? L’analisi dei  conflitti riguarda una realtà molto più complessa e non si riassume in scontri tra cristiani e musulmani. Per il caso della  igeria, Christian Coulon preferisce mettere in primo piano “la cultura della violenza che si è instaurata con  l’esplosione urbana, con la guerra del Biafra, con la corruzione della classe dirigente, in particolare con la mancanza di  regole politiche.
Cultura nutrita da una segmentazione territoriale che ha portato alla creazione di 36 stati federati, che cercano ognuno  i stabilire le proprie frontiere e di affermare la propria identità, in un contesto in cui prevale la pluralità  religiosa ed etnica, anche se certi gruppi esercitano una certa egemonia”.
“Le cause sono etniche e politiche, non hanno nulla a che vedere con la religione”, è l’analisi di Sulaiman Nyang,  specialiste dell’Africa e dell’islam all’università Howard, a Washington. Quanto al Sudan, non è un caso se la seconda  guerra civile (1983-2005) tra il Nord musulmano e il Sud cristiano ed animista sia esplosa poco tempo dopo la  scoperta di petrolio in quella parte meridionale del paese. Anche qui “le poste in gioco sembrano essere non tanto  religiose quanto politiche e territoriali”, osserva Christian Coulon.
Da quest’analisi non si può però giungere alla conclusione della neutralità del fattore religioso nei conflitti africani,  tanto più che tale fattore si inserisce in un contesto di sconvolgimenti sociali, economici e politici del continente.  Christian Coulon ricorda ad esempio che “il rinnovamento religioso in Africa e la comparsa di nuovi movimenti  religiosi (musulmani, cristiani profetici, o altri) portano delle mobilitazioni che, in certe situazioni, sono anche  suscettibili di creare rivalità e conflitti tra comunità.

Qual è lo sguardo della Chiesa sull’Africa?

I vescovi africani e il Vaticano non esitano a denunciare l’insieme dei mali di cui soffre il continente. Vi vedono in parte  elle cause interne legate alla cattiva governance e alla corruzione dei poteri costituiti, ma chiamano in causa  anche chiaramente “l’Occidente” per un certo numero di derive.
Nel loro documento del 2009, i vescovi africani denunciavano “le forze internazionali che fomentano guerre per  smerciare le loro armi” e accusavano l’Occidente di “sostenere poteri che non rispettano i diritti umani” o di “rapinare  le risorse naturali” del continente. Il papa stesso aveva denunciato il mondo occidentale che, nonostante la fine del  “colonialismo politico”, “continua ad esportare rifiuti tossici spirituali” sul continente. Agli occhi del papa, l’Africa è globalmente minacciata da due rischi importanti, “il materialismo e il fondamentalismo religioso”, allusione alle Chiese  vangelical e all’islam. La gerarchia cattolica si preoccupa anche di una “perdita dell’identità culturale africana  che porta al lassismo morale, alla corruzione e al materialismo”.

Qual è la situazione della Chiesa cattolica in Africa?

La Chiesa cattolica gode di una certa autorità nei paesi in cui opera stabilmente da lunga data. Presente nella gestione  degli ospedali e delle scuole, costituisce talvolta una delle rare istituzioni stabili e perenni in paesi attraversati da crisi  ricorrenti.
Anche se non frequenti, le prese di posizione di certi vescovi che criticano apertamente i poteri costituiti migliorano  l’immagine della Chiesa. In altri casi, il fatto che membri del clero si compromettano con i potentati locali mina in parte  a credibilità della Chiesa.
Per quanto riguarda l’aspetto religioso, la chiesa cattolica deve confrontarsi con le pratiche legate a credenze  ancestrali ancora molto vive: pratiche occulte, libagioni, culto degli avi, sacrifici offerti agli idoli e agli dei, stregoneria. L’istituzione denuncia quelle tradizioni, talvolta praticate perfino da membri del clero, come “incompatibili con il messaggio evangelico”.
Il clero africano gode di una giovinezza e di una vitalità che a volte i paesi europei gli invidiano. Ma il comportamento  dei suoi rappresentanti suscita delle critiche. Alcuni di loro gestiscono attività commerciali parallelamente al loro  ministero o non sfuggono alla corruzione diffusa. Rese fragili da una cattiva gestione, certe diocesi sono in fallimento.  Roma rimprovera loro anche di non rispettare sempre il celibato.
Preso dalla sua dottrina, il Vaticano sviluppa a volte analisi lontane dalla realtà dei paesi africani, in particolare in  materia di controllo delle nascite, di morale sessuale o di lotta contro l’aids. Inoltre, la denuncia ricorrente di  “edonismo” e di “materialismo”, che, secondo il Vaticano, riguarda anche l’Africa, può apparire lontana per  popolazioni che vivono al limite della povertà.

Quali sono le sfide con cui la Chiesa deve confrontarsi?

Come in altre regioni del mondo, la Chiesa cattolica in Africa si deve confrontare con la concorrenza di ciò che i  vescovi chiamano “la proliferazione cancerosa delle sette di tutti i tipi”, in altre parole le Chiese protestanti  evangelical, in pieno sviluppo. La lettura letterale della Bibbia o le promesse di guarigione e di ricchezza vantate dagli  evangelical riguardano gruppi di popolazione che la Chiesa cattolica non riesce necessariamente più a convincere.  Aggiunto alla sopravvivenza delle credenze tradizionali, questo fenomeno è una fonte potenziale di indebolimento  della Chiesa, per la quale il continente rimane comunque una potenziale terra di evangelizzazione.
Spesso presente in paesi a maggioranza musulmana, la Chiesa cattolica denuncia anche regolarmente il proselitismo  musulmano, la difficoltà per i credenti di esercitare la loro libertà di coscienza e di convertirsi al cristianesimo, oltre al  fondamentalismo, portatore “di intolleranza e di violenza”.
I religiosi africani si sforzano di lottare contro “il pensiero unico occidentale, che ha influenze nocive” sulla famiglia e  sulla morale sessuale. Infine, di fronte all’emigrazione, i vescovi auspicano di “suscitare negli africani subsahariani un  sussulto per una rinascita dell’uomo nero” e invitano i loro governanti a prendere in mano i destini dei loro popoli.

in “Le Monde – Géo & Politique” del 13 novembre 2011 (traduzione: www.finesettimana.org)

La crisi economica: una riflessione sulle cause e le soluzioni

 

Crescere nella crisi.

Commissione famiglia e società della Conferenza dei vescovi di Francia

 


Tutte le analisi sull’attuale crisi economica indicano la necessità di «cambiare i nostri comportamenti e i nostri stili di vita. Tuttavia, sembra che a una simile lucidità non si accompagni una reale disponibilità al cambiamento. Anche quando pareva che vi fosse un consenso sulla necessità di un cambiamento di rotta, come nel caso della riforma del sistema pensionistico, sui termini delle modifiche da operare vi era poi un disaccordo tale che la sua realizzazione appariva frutto di una costrizione imposta piuttosto che un compromesso accettato in vista di un bene comune». Sembrano parole indirizzate al contesto italiano quel le a firma della Commissione famiglia e società dell’episcopato francese rese note lo scorso febbraio nel documento Crescere nella crisi. Esso, infatti, si rivolge a quel «malessere più generale » costituito dalla mancanza di «fiducia negli altri e nella collettività nazionale », che, assieme alla lucidità rispetto a un futuro incerto, generano «una grande angoscia, della quale la prossima generazione rischia di essere la prima vittima». Sullo stesso tema e con tonalità simili sono anche intervenuti i vescovi irlandesi (cf. in questo numero a p. 474).

J.-C. Descubes, Commissione famiglia e società Conferenza dei vescovi di Francia

 

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Dalla crisi alla speranza.

Consiglio giustizia e pace della Conferenza vescovi cattolici irlandesi


«Solidale con tutti coloro che soffro no a causa della crisi economica», il Consiglio per la giustizia e la pace della Conferenza episcopale irlandese ha pre sentato il 21 febbraio scorso una di chiarazione aggiungen do «la sua voce a tutte quelle che si levano per domandare un cambiamento positivo nella nostra società». L’attuale momento «di notevole inquietudine politico- finanziaria» vie ne analizzato – alla luce dell’en ci clica Caritas in veritate – con un’attenzione particolare ai «costi umani» di una crisi i cui effetti «sorprendenti e spaventosi» sono disoccupazione, insicurezza, «crollo del – la fiducia nelle istituzioni» e disperazione. Di fronte al fallimento di un modello economico e culturale, consapevoli che non si uscirà dalla crisi senza promuovere una «cultura della speranza», i membri del Consiglio offrono un’alternativa ispirata ai valori evangelici e alla dottrina sociale cristiana nella quale, tenendo conto «delle variabili presenti in ogni equazione politica: efficienza economica, libertà individuale, tutela dell’ambiente e giustizia sociale», an che «il principio di gratuità e la logica del dono» trovano spazio tra i criteri che possono e devono regolare l’attività economica.

Consiglio per la giustizia e la pace – Conferenza vescovi cattolici irlandesi

 

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Da consultare

Nota: “Per una riforma del sistema finanziario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale” (24 ottobre 2011)

 

 

Un nuovo modello di leaderschip

Ettore Gotti Tedeschi

Gli errori di interpretazione e la sottovalutazione dell’attuale crisi economica sono stati gravi e perdurano. Sono state male interpretate le sue vere origini, cioè il crollo della natalità, e le conseguenze che hanno portato all’aumento delle tasse sul pil per assorbire i costi dell’invecchiamento della popolazione. E sono stati sottovalutati gli effetti delle decisioni prese per compensare questi fenomeni, soprattutto con la delocalizzazione produttiva e con i consumi a debito.
Non sono stati poi presi nella giusta considerazione l’urgenza di intervenire e i criteri da seguire per sgonfiare il debito prodotto. Non è stato quindi previsto il crollo di fiducia che ha condotto al ridimensionamento dei valori delle Borse e alla crisi del debito.
A questo punto le soluzioni non sono più tante. Per ridurre il debito totale – pubblico, delle banche, delle imprese, delle famiglie – e riportarlo ai livelli precedenti alla crisi, cioè a circa il 40 per cento in meno, è immaginabile, ma non raccomandabile, cancellarne una parte con una specie di concordato preventivo in base al quale i creditori vengano pagati al 60 per cento. È pensabile, ma si tratta di un’ipotesi senza prospettive, inventare qualche nuova bolla per compensare il debito con una crescita di valori mobiliari o immobiliari. È valutabile – ma speriamo sia solo una tentazione – una tassazione della ricchezza delle famiglie, sacrificando però una risorsa necessaria allo sviluppo e producendo allo stesso tempo un’ingiustizia. Si può anche ricercare una via di sviluppo rapido, grazie a una crescita di competitività, che nella crisi globale non è però facile generare. Non ci sono capitali da investire, le banche sono deboli, il problema demografico penalizza la domanda e gli investimenti. In questo contesto, inoltre, i consumi a debito non sono nemmeno immaginabili.
I Paesi occidentali sono costosi e per renderli economici in tempo breve si dovrebbe intervenire sul costo del lavoro. Interventi di stampo protezionistico per sostenere le imprese non competitive produrrebbero però svantaggi per i consumatori e ridurrebbero i consumi già in declino. Si potrebbe svalutare la moneta unica, ma questa iniziativa condurrebbe all’aumento dei prezzi di beni importati.
Qualcuno, per sgonfiare il debito, pensa anche all’inflazione. Ma l’inflazione non si accende se la crescita economica è pari a zero, se i salari sono fermi, se incombe l’ombra della disoccupazione e se diminuiscono persino i prezzi delle materie prime.
Si potrà affermare che la spirale inflazionistica non si avvia finché non c’è sfiducia nella propria moneta. La questione è che oggi non ci si può fidare di nessuna valuta: tutte, compresi euro e dollaro, sono deboli. L’inflazione non parte anche perché la liquidità non circola, ma soprattutto perché quella creata dalle banche centrali ha sostituito quella prodotta dai sistemi bancari per sostenere la crescita a debito.
Il primo problema oggi non è quindi l’inflazione ma la deflazione. I mercati stanno infatti privilegiando la liquidità. Questo perché in regime deflazionistico il valore della moneta cresce, mentre durante l’inflazione decresce. Far progredire l’economia oggi senza aumentare il debito pubblico significa correlare i tassi di interesse al pil. Nei Paesi con un debito pubblico superiore al 100 per cento del pil, è evidente che, per ottenere una crescita dell’1 per cento senza fare aumentare il debito, bisogna avere tassi non superiori all’1 per cento, penalizzando in questo modo i risparmi.
La soluzione è in mano ai Governi e alle banche centrali che devono realizzare un’azione strategica coordinata di reindustrializzazione, rafforzamento degli istituti di credito e sostegno dell’occupazione. Questo richiederà tempo, un tempo di austerità nel quale ricostituire i fondamentali della crescita economica. Ma soprattutto i Governi devono ridare fiducia ai cittadini e ai mercati attraverso una governance adatta ai tempi, che, oltre a garantire adeguatezza tecnica, sia anche un modello di leadership. Cioè uno strumento per raggiungere l’obiettivo del bene comune.

(©L’Osservatore Romano 4 novembre 2011)

 

 

La vera crescita? Meno finanza e più produzione

Paolo Sorbi

Avvenire 3 novembre 2011

La continuità e la profondità dell’attuale crisi sistemica internazionale ha sorpreso in buona parte la comunità dei ricercatori. Grandi quantità di dollari e di euro sono state introdotte nei circuiti finanziari dagli stati del G20, ma sino ad ora non c’è nessuna credibilità di uscire a breve termine dalla crisi internazionale dell’economia/mondo. Si è, comunque, preso atto della fine di un lungo ciclo dello stesso sviluppo capitalistico globale.

 

 

 

I meccanismi liberistici senza regole non funzionano. Si è iniziata una riflessione sui temi della produzione e dell’economia riecheggiando tematiche “interventiste” degli stati nazionali pensando di ricopiare alcuni modelli keynesiani degli anni Trenta. Ma la natura della crisi globale non è assimilabile a quella della prima grande crisi del 1929. Gli attuali processi di stagnazione internazionale non sono l’assemblaggio delle singole crisi dei sistemi nazionali. Inoltre l’attuale crisi generale (non solo economica, ma anche culturale ed antropologica) inizia a bloccare le forti crescite economiche classiche che avevano visto per protagonisti gli stati ed i grandi territori del Brasile, della Russia, dell’India e della Cina. Contemporaneamente, negli ultimi due anni, dati Fao, il numero di coloro che sono affamati non solo non è diminuito, ma è accresciuto: addirittura del 25%.

Dai grattacieli di Manhattan, ai deserti dell’Africa centrale è tutto il ciclo della globalizzazione “soft” – cioè quella prima ed iniziale fase di globalizzazione della finanza e delle tecnologie che aspiravano ad una crescita senza contraddizioni – ad aver ceduto. Sono i “cicli lunghi”, studiati dall’economista, Kondratieff, delle conflittualità sociali e popolari, ad aver indotto ristrutturazioni ed innovazioni di portata internazionale. Gli esiti economici, all’inizio del terzo millennio, sono stati grandi mutamenti “hard” per il volto feroce che hanno assunto verso centinaia di milioni di nuovi poveri. Un altro “volano” che ritengo decisivo, è determinato dalle dinamiche-sociodemografiche su scala globale.

È stato il crollo della natalità in Usa, Europa e Giappone, ad essere uno dei vettori dell’attuale crisi internazionale di stagnazione dello sviluppo. Sono le ricerche del maggior economista-demografo contemporaneo Alfred Sauvy, a dimostrare che nell’Occidente della crescita zero, la mancanza di innovazioni è correlata al “grande inverno” dell’invecchiamento delle popolazioni. Quelle ricerche dimostrano che tra popolazione giovane, sviluppo economico ed innovazioni istituzionali c’è una forte correlazione. Colpisce la decelerazione economica, ancora poco studiata, della Cina. Cresciuta in anni di boom economico straordinario in modo impressionante, in recenti surveys della società “Oxford Economic” emergono dati preoccupanti di un deleveraging, vale a dire di una rapida ed improvvisa decrescita che potrebbe raggiungere uno stop netto verso il 2014.

Gli investimenti in Cina si fermano, perché crescono contemporaneamente i tassi bancari ed il costo del lavoro per l’estesa diffusione di lotte operaie e popolari. La catena delle forniture in Asia colpisce il motore profondo della crescita economica ininterrotta e si aprono problemi di recessione e disoccupazione anche in quei territori. L’estensione rapidissima di lotte sociali è emersa anche in tutta la realtà del colosso brasiliano. Conflittualità sempre più apportatrici di fiducia tra fasce sociali estremamente povere di quelle aree che, per la prima volta nella loro storia, si autoidentificano come lavoratori portatori di rivendicazioni e saperi culturali solidali. Quello che sta accadendo, durante questi recenti anni di crisi internazionale, non a sufficienza monitorato dalla ricerca sociale, è un grande mutamento di ciclo economico.

La globalizzazione reale ha voluto dire un processo di costruzione e di decentramento produttivo in una sorte di corrente tecnologica “nord-sud” del mondo. Ora invece quella corrente si rovescia verso una tendenza “sud-nord”. Nell’attuale crisi, innumerevoli realtà imprenditoriali multinazionali, sia americane che europee, cominciano a comprendere che non conviene più l’outsourcing produttivo in molte aree dei cosiddetti paesi in sviluppo.

Un recente studio del “McKinsey Quarterly”, fine del 2010, evidenzia che in Cina i salari sono cresciuti del 15% all’anno, dal 2000 al 2009. Nei prossimi anni di rallentamento, anche in Cina, i salari cresceranno, comunque, tra il 20 ed il 30% in più. Gli utili stanno diminuendo, perché i costi della produzione stanno rapidamente aumentando.

Ad esempio, Barack Obama, all’inizio di quest’anno, nel suo discorso sullo stato dell’Unione ha enfatizzato l’importanza del “rientro in patria” degli ordini manifatturieri e tecnologici. In Inghilterra la crescita delle piccole e medie imprese dei segmenti della meccanica e del tessile, dopo oltre tre decenni di declino, ha subito una rapida ripresa riportando quei segmenti produttivi, all’inizio degli anni Novanta. Insomma l’Occidente finanziarizzato ha in buona parte perduto i criteri dell’economia reale che non può essere un semplice mondo di servizi e consumi.

“Ritorno della produzione” in Occidente vuol dire, secondo recenti ricerche di team di sociologi industriali, tra cui Francesco Garibaldo, che bisogna mettere mano ad una riorganizzazione sul territorio anche del sindacato e dei suoi modelli di partecipazione e democrazia. È ovvio che le nuove produzioni saranno sempre di più finalizzate ai mutamenti ecosistemici, decisivi per aprire concretamente nuove strade di crescita, ma anche per aprire nuove strade a modelli sociali differenti ed, in parte, anche oltre le logiche del puro profitto capitalistico.

Non è il ritorno meccanico ad una tradizionale forza-lavoro industriale, ma è certamente una crescita di lavori collegata a queste nuovi materiali e nuove produzioni, a dinamiche di mobilità sostenibili, a dinamiche di manutenzione del territorio, a dinamiche anche di grandi opere, ma di certe opere, orientate alla conversione strutturale ed ecosistemica delle vecchie strutture capitalistiche che non possono produrre “nuova crescita”.



ATRI CONTRIBUTI


«Pochi giorni fa – ricorda il parroco – il Vaticano ha pubblicato una nota in cui chiede l’istituzione di un’autorità mondiale che regoli il mercato finanziario e monetario». Da qui le campane, piccolo segno per un proposito enorme: superare l’idea assoluta di libero mercato, che alla fine si riduce al «libera volpe in libero pollaio»
“Deve tornare alle profezie di allora [degli anni 60], il cattolicesimo, se vuole rispondere al collasso generato da quella che nel 1991 papa Wojtyla chiamò l’«idolatria del mercato»… Recependo Benedetto XVI, il documento vaticano rivendica il primato di spiritualità, etica e politica su economia e finanza… Intervenendo sul Financial Times, l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams ha definito l’idea di un governo mondiale «alquanto utopistica», ma ha elogiato la concretezza della ricetta vaticana, contrapposta alla vaga protesta degli indignati di St Paul’s Cathedral”
“Pensare una riforma finanziaria senza fare opera di verità… significa votare al fallimento ogni tentativo. Affinché emerga un’economia “giusta e responsabile”, la Chiesa del Var ritiene che ogni attività economica debba avere come norma l’adeguatezza tra ciò che viene fatto e ciò che è dovuto. È doveroso rimettere l’uomo al centro dell’economia attraverso la definizione di un quadro etico”
“Le monastère au travail: le Royaume de Dieu au défi de l’économie”, un libro della sociologa Isabelle Jonveaux. “I monaci mostrano che un modello fondato su valori diversi da quelli del mondo – rispetto della persona, carità, aiuto reciproco, rifiuto del rendimento ad ogni costo – può avere successo… Ci propongono l’idea di un’economia della sobrietà: produrre in funzione dei bisogni e non di più. E se si riceve di più, si dona”
“Ma che mondo è questo nostro nel quale la concentrazione della ricchezza è tale per cui i bonus della Goldman Sachs, anno domini 2009, sono pari al reddito di 224 milioni delle persone più povere del pianeta? Globalizzare produzione e commerci, attorno al dogma della libera circolazione dei capitali, e deregolare le società occidentali, in nome del massimo lucro di manager e azionisti, ha prodotto il sonno del diritto. E come il sonno della ragione di Goya, anche questo genera un mostro: l’eccesso di disuguaglianza”
“All’interno delle categorie prevalenti nel modello di sviluppo ancora oggi dominante non c’è soluzione. Per uscire da questo circolo vizioso occorre cambiare prospettiva… Un prezioso contributo viene da Michael Porter, guru del pensiero manageriale internazionale, il quale opportunamente ha cominciato a parlare di «valore condiviso»”
“L’etica protestante del lavoro ha contribuito a far crescere le economie del nord Europa più di quelle dei paesi del sud del continente e gli effetti in questi mesi di crisi del debito sono evidenti a tutti…”
“l’arcivercovo di Canterbury Rowan Williams scomunica «gli idoli dell’alta finanza», ciechi e sordi… [e] chiama la Chiesa anglicana alla mobilitazione. Uno: occorre che gli istituti separino le loro attività commerciali «dalle transazioni speculative»… Due: si ricapitalizzino le banche con denaro pubblico a patto che le banche stesse «siano obbligate» a intervenire per rinvigorire l’economia reale… Tre, così come il Vaticano, anche la Chiesa anglicana… raccomanda l’adozione della «Tobin tax»”
“Gli indignati di Londra non ce l’hanno fatta ad abbattere il capitalismo, ma sono riusciti almeno a provocare un certo parapiglia nella Chiesa d’Inghilterra. Accampati da due settimane sul sagrato della cattedrale Saint-Paul, nel cuore della City, le poche centinaia di manifestanti hanno vinto un’importante battaglia nei confronti dei dignitari religiosi: questi ultimi hanno rinunciato in extremis a lanciare una procedura di espulsione, autorizzando de facto la stabilizzazione dell’accampamento”
Testo completo dell’articolo dell’Arcivescovo di Canterbury, Dr Rowan Williams, pubblicato sul quotidiano The Financial Times. “La Chiesa d’Inghilterra e la Chiesa Universale sono autenticamente interessate all’etica del mondo finanziario e al problema di sapere se le nostre pratiche finanziarie sono a servizio di coloro che hanno bisogno di essere serviti – o se sono semplicemente diventate idoli che chiedono per se stesse un servizio acritico”
“non è possibile uno sviluppo complessivo dell’umanità senza… interventi precisi e razionali che garantiscano equità nell’accesso alle risorse… è insensato lavorare su progetti neo-malthusiani di controllo e limitazione delle nascite… Investire in politiche sociali, senza più territori determinati e chiusi, significa trasferire inevitabilmente a livello planetario l’applicazione di certe prerogative etiche un tempo affidate agli Stati nazionali… impossibile non guardare alla famiglia come soggetto sociale privilegiato…”

 


“Occupare Wall Street”

Il Vaticano sulle barricate

Alla vigilia del G-20 la Santa Sede invoca un’autorità politica universale che governi l’economia. Per cominciare, chiede che sia introdotta una tassa sulle transazioni finanziarie

 

A sentire padre Thomas J. Reese, professore alla Georgetown University di Washington e già direttore del settimanale dei gesuiti di New York, “America”, il documento rilasciato oggi dalla Santa Sede “è non solo più a sinistra di Obama: è più a sinistra anche dei democratici liberal ed è più vicino alle vedute del movimento ‘Occupare Wall Street’ che di qualsiasi membro del congresso americano”.

In effetti, il documento diffuso lunedì 24 ottobre dal pontificio consiglio della giustizia e della pace invoca niente meno che l’avvento di un “mondo nuovo” che dovrebbe avere il suo cardine in una autorità politica universale.

L’idea non è inedita. Era già stata evocata nell’enciclica “Pacem in terris” di Giovanni XXIII, del 1963, ed è stata rilanciata da Benedetto XVI nell’enciclica “Caritas in veritate” del 2009, al paragrafo 67.

La “Caritas in veritate”, però, diceva molto altro e molto di più e l’auspicio di un governo mondiale della politica e dell’economia non ne era sicuramente il centro.

Qui invece, l’intero documento ruota attorno a questa idea, richiamata fin dal titolo:

> “Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale”

Quanto di utopico e quanto di realistico ci sia, nell’invocazione di tale governo supremo del mondo, è fatto intravedere dal generale disordine che le cronache dell’attuale crisi economica e finanziaria ci descrivono ogni giorno.

All’ambito del realistico e del praticabile appartiene però uno specifico elemento di innovazione auspicato dal documento: la tassazione delle transazioni finanziarie, altrimenti detta “Tobin tax”.

Il documento dedica ad essa poche righe. E si sa che la proposta è contrastata da forti e argomentate obiezioni. Come pure si sa che la sostengono economisti famosi, quali Joseph Stiglitz e Jeffrey Sachs.

Ma nel presentare il documento alla stampa, la Santa Sede ha deciso di schierarsi con grande risolutezza a favore della “Tobin tax”. Non solo chiedendo di “riflettervi”, come si legge nel documento, ma rispondendo punto per punto alle obiezioni e mostrandone la praticabilità e l’utilità già nell’immediato.

Questa apologia della “Tobin tax” è stata affidata all’economista Leonardo Becchetti, professore all’Università di Roma “Tor Vergata”. Ed egli ha svolto il suo compito con precisione e con ricchezza di dati:

> “L’aspetto positivo delle crisi…”

Sul tavolo dei capi di governo del G-20, che si riuniranno a Cannes, in Francia, il 3 e 4 novembre prossimi, ci sarà dunque questa netta presa di posizione della Santa Sede a favore dell’introduzione della “Tobin tax”, il cui gettito “potrebbe contribuire alla costituzione di una riserva mondiale per sostenere le economie del paesi colpiti dalle crisi”.

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POST SCRIPTUM – Per una critica del documento da parte di un grande economista, vedi in “Settimo cielo”:

> Il professor Forte boccia il temino targato Bertone

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