La “Carta dei doveri dei bambini e degli adolescenti”,

Bambini e adolescenti soggetti di diritti, ma anche di doveri

 

È stata presentata presso la Regione Calabria la “Carta dei doveri dei bambini e degli adolescenti”, nata da un protocollo di intesa fra Regione, Ufficio scolastico regionale e Osservatorio sui Diritti dei Minori.

L’iniziativa, che pone la Calabria all’avanguardia in tema di tutela dei minori, evidenzia la necessità di riequilibrare diritti e doveri dei cittadini, a prescindere dall’età e senza venir meno al dovere della tutela del minore. Tuttavia, è necessario che i più giovani divengano consapevoli che non si possono rivendicare i diritti senza rispettare i doveri.

L’Assessore Regionale alla Cultura Mario Caligiuri nel presentare la Carta ha precisato che “si tratta di un’iniziativa rivoluzio­na­ria sul piano culturale, che pone l’accento sul terreno della responsabilità, non solo verso i minori, che hanno anch’essi delle responsabilità sociali, ma anche verso i genitori e gli educatori, dando priorità alla sfera dei doveri. Responsabilizzare bambini e adolescenti sui doveri verso la società significa stimolare la capacità di rivendicazione consapevole dei propri diritti e, dunque, del rispetto della legalità”.

La Carta vuole mettere in evidenza come anche per i più giovani si debba e si possa parlare di doveri come quello di studiare, e non solo rivendicare il diritto allo studio, o di corrispondere ai propri doveri nei confronti della famiglia.

La Carta dei doveri, nata in Calabria, rappresenta tuttavia un’idea che vuole porsi come un ausilio educativo fondamentale per genitori e docenti.

Fra le iniziative idonee a farla conoscere si vuole –  ha dichiarato Francesco Mercurio, direttore dell’Ufficio scolastico regionale per la Calabria – avviare un’attività di formazione del personale docente individuando le azioni concrete da mettere in atto per il raggiungimento degli obiettivi dell’iniziativa che abbiamo concordato con la Regione e l’Osservatorio sui diritti dei minori anche per introdurre un nuovo modo per educare i bambini alla legalità”.

 




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tuttoscuola.com

Ripensare l’integrazione degli immigrati

“Il presidente ha ragione bisogna ripensare la legge o siamo destinati al declino”:

intervista ad Andrea Riccardi, a cura di Marco Ansaldo.

 

«Sì, il presidente Giorgio Napolitano ha ragione: c’è la possibilità di riprendere in mano le politiche sull’immigrazione. E dunque occorre ripensare la legge sulla cittadinanza. Perché l’integrazione è un tema centrale di quest’epoca. Lo  faremo, allora, nell’interesse del Paese, della generazione dei bambini immigrati e delle loro famiglie».
Per Andrea Riccardi è un periodo davvero intenso. Citato pubblicamente ieri dal capo dello Stato per l’importanza del nuovo ministero che gli è stato affidato, ma anche elogiato da un ministro del passato governo (Gianfranco Rotondi, il  quale ha detto che lo storico della Chiesa e fondatore della Comunità di Sant’Egidio «ha una bella storia personale»), sa  di avere dietro di sé anche l’attenzione del Vaticano e dello stesso Pontefice, che lo conosce bene e lo stima. Riccardi  allora si schernisce, e si dice ancora «scombussolato» per la chiamata del premier Mario Monti a partecipare al nuovo esecutivo in un ruolo chiave, benché senza portafoglio. E tuttavia «felice» per la nuova avventura.
Lo incontriamo mentre esce dal suo ministero, a Roma, a Largo Chigi.

Il presidente della Repubblica ha parlato di «assurdità e follia» per il fatto che i figli degli immigrati nati in Italia non siano cittadini italiani. È uno dei temi centrali del suo ministero. Che cosa ne pensa?
«Mi sembra che il capo dello Stato abbia dato – per la seconda volta nel giro di pochi giorni – un contributo al  ripensamento dell’identità italiana. Ponendo l’accento sull’importanza di sapere chi siamo e dove andiamo. Un argomento decisivo».


Perché?

«Intanto perché giunge nell’anniversario dei 150 anni dell’unità d’Italia. Proprio quest’anno i giovani hanno potuto  riscoprire le loro radici, direi con un orgoglio maturo».


E poi?

«Perché ha posto il problema dei nuovi italiani e fatto cenno alla legge che porta il suo nome, la Turco-Napolitano del  1998, che segnala un percorso per stabilizzare gli stranieri, seguendo una logica che va dal momento dell’emergenza a quello della stabilizzazione del fenomeno».

Però oggi le prospettive sono diverse.
«Sì, lo sono perché ora abbiamo un popolo di bambini che sono figli di immigrati. I nati in Italia giuridicamente  stranieri superano il mezzo milione. E i minori residenti sono quasi un milione.
Insomma, parlano l’identica lingua, vedono i medesimi paesaggi, vivono la stessa storia, sono legati al nostro mondo.  Senza di loro l’Italia sarebbe più vecchia e con minori capacità di sviluppo».


Qual è la sua intenzione allora?

«Occorre ripensare la legge sulla cittadinanza. Questo proprio perché abbiamo fiducia nella nostra identità. Che è forte  e al tempo stesso flessibile. Capace di integrare».

Un obiettivo ambizioso. Ma non vede dei rischi?
«Io piuttosto vedo convergere in questo progetto, come nelle grandi scelte della politica, l’identità nazionale con  l’interesse nazionale. E anche con l’interesse dei soggetti in questione, cioè i bambini e le loro famiglie».

In quanto fondatore di Sant’Egidio è un argomento a lei caro. Non si attirerà però delle critiche?
«Veramente, e lo dico in modo assolutamente modesto, sono anni che auspico che questo tema sia trattato in modo  ragionevole, legale, e soprattutto umano. Prima di ricevere questo incarico avevo già deciso di parlare di integrazione. Lo faccio ora a maggior ragione».

E dal punto di vista storico come lo considera?
«Credo che il tema dell’immigrazione sia importante tanto quanto la questione dei confini nell’Otto- Nocevento. E  andrebbe affrontato perciò in modo preveggente, freddo e ragionevole».

Si dice che l’Italia abbia una società invecchiata, se non addirittura sclerotizzata. Ma è davvero così?
«Beh, sul tema dell’immigrazione ci si gioca sul serio il futuro, e la possibilità di acquisire nuove energie. L’integrazione  è un passaggio importante. Gli stranieri ringiovaniscono il Paese. È una grande possibilità per il domani. E per tutti i cittadini italiani».

Napolitano ieri ha ricordato il significato della sua nomina a ministro, citando «l’integrazione nella società e nello Stato italiano». Un invito chiaro a puntare su questo aspetto?
«Io sono grato che Napolitano abbia fatto cenno al mio ministero. Anzi confesso che non sono ancora abituato a  pronunciare questa parola, sono ancora fresco di nomina. Ma credo che rappresenti un segnale per affrontare la questione in modo non partigiano».

 

Documentazione

 

Sabato 19 novembre 400 persone hanno partecipato alle prime ‘Assises nationales de la diversité culturelle’ a Parigi. La giornata, fatta di conferenze e di laboratori, organizzata da ‘Témoignage chrétien’ e ‘Salamnews’, si è conclusa con un appello per una società interculturale.

 

Una scuola dove nessuno vuole andare ad insegnare

NAPOLI Alla scuola Viviani ci sono 27 cattedre libere ma nessuno ci vuole andare ad insegnare. Già, perché la Viviani non si trova in una zona “normale” ma al Parco verde di Caivano, un quartiere popolare in provincia di Napoli che di verde ha solo il nome ed è ritenuto un fortino della criminalità organizzata. E i professori si rifiutano di andare.

UNA PRESIDE CHE RESISTE

A chi chiede spiegazioni alla preside Eugenia Carfora scopre che qui, la preside, fa anche l’insegnante, la segretaria e la bidella. Perché neanche il personale non docente ci vuole venire a lavorare. La segreteria è chiusa a chiave, dall’inizio dell’anno sono senza amministrativi. Quando arriviamo a scuola troviamo solo 7 docenti su 34 e un numero impressionante di professori in malattia. Per la stessa cattedra di Italiano sono arrivati a pagare fino a 8 docenti. Ma neanche il tempo di sedersi dietro alla cattedra e si sono messi tutti in malattia. Gli altri in graduatoria, invece, rifiutano l’incarico. Al Provveditorato agli studi di Napoli dicono che hanno le mani legate, questa è la normativa e per le zone a rischio non è prevista alcuna eccezione. «Sono arrivata da appena 5 mesi – dice la dirigente Luisa Franzese -. Prometto che alla prima occasione farò visita al Parco Verde” di Caivano». Nel frattempo, un giro in questa scuola di frontiera lo abbiamo fatto noi. In classe ci sono pochissimi banchi. L’evasione scolastica è al 49 %. Nel quartiere gli adolescenti rappresentano manovalanza per la criminalità organizzata. Peri i genitori la scuola è l’ultimo dei pensieri. Ogni famiglia ha almeno un parente in carcere. Quei pochi alunni che frequentano sono quelli che la preside preleva ogni mattina di casa in casa, andando a bussare alle porte di questo quartiere che altri evitano persino di attraversare con la macchina. Ma non tutti hanno gradito. Anzi, quasi subito è partita la contestazione nei suoi confronti.

«BANCHI RUBATI E PISTOLE IN AULA»– Al suo primo giorno di scuola la Carfora trovò tutto sottosopra. Nemmeno i banchi in aula c’erano. Di notte qualcuno li rubava e poi li rivendeva. In una delle aule trovarono nascoste persino delle pistole. «A molti non va a genio la preside perché è un tipo tosto – dicono alcune mamme nel quartiere -. Noi sappiamo solo che senza la sua determinazione i nostri figli a quest’ora starebbero in mezzo alla strada. Senza contare che prima che arrivasse lei questa scuola sembrava uno scantinato: puzzava di urina e c’erano topi ovunque. Lei s’è rimboccata le maniche e l’ha ripulita da cima a fondo». Giorni fa la preside lanciò un appello: «Non abbandonate la mia scuola nelle mani della criminalità». Hanno risposto centinaia di prof da tutta Italia, che qui verrebbero ad insegnare per davvero. Ma per il ministero ci sono le graduatorie da rispettare e sulla carta non c’è distinzione tra fannulloni e docenti. Da mesi scrive al ministero dell’Istruzione chiedendo una diversa procedura per l’assegnazione del personale nelle scuole a rischio. Nessuna risposta. Al suo fianco si è ritrovata solo la parte sana del quartiere, magari minoritaria, ma che ha voglia di cambiare e spera che arrivi qualcuno a dare man forte alla dirigente di ferro. Ma per il momento sono arrivate solo minacce e insulti, compresa una pagina su facebook dal titolo eloquente: «Ti odiamo a morte preside!». Firmato: Parco Verde.

Antonio Crispino21 novembre 2011

 


Allegati

 

 


Le competenze dei quindicenni europei

 

Verso Lisbona 2020: il punto su Matematica

 

Sono stati pubblicati nei giorni scorsi, a cura della Commissione europea, due rapporti che raccolgono gli esiti delle ultime rilevazioni internazionali relative alle competenze dei 15enni europei in scienze e in matematica.

Androulla Vassiliou, commissario europeo per l’istruzione, la cultura, il multilinguismo e la gioventù, nell’introduzione al volume dedicato alla matematica, sottolinea l’importanza strategica per i giovani di una solida cultura in questo campo, non solo per rispondere ad un interesse personale, ma anche per un utile impiego nel lavoro e nella vita quotidiana.

Il rapporto prende in considerazione l’impatto delle modalità di insegnamento della matematica nei diversi sistemi scolastici, anche con l’intenzione di suggerire una migliore diffusione di buone pratiche a sostegno dei percorsi di insegnamento.

L’Europa assiste ad una costante diminuzione di studenti nelle facoltà matematiche, scientifiche e tecnologiche, oltre al permanere di un annoso squilibrio nel numero di studenti e studentesse frequentanti questo tipo di facoltà.

L’attuale crisi finanziaria rafforza il convincimento che sia di cruciale importanza un’attenzione e una cura crescenti per l’istruzione scientifica e matematica che permetta alle giovani generazioni di affrontare le problematiche future con un sicuro bagaglio di conoscenze.

Il volume ricorda che le rilevazioni internazionali, fin dal 2009, hanno indicato per i 15enni europei scarse competenze matematiche e stabilito, per il 2020, una riduzione nel numero dei ragazzi insufficientemente preparati di almeno il 15%.


tuttoscuola.com venerdì 18 novembre 2011

 

 

Verso Lisbona 2020: il punto sulle Scienze

 

Tra le più recenti pubblicazioni della Commissione europea, va considerata quella che raccoglie in un complesso organico le rilevazioni sulle competenze in Scienze dei 15enni dei 31 Paesi europei solitamente coinvolti nelle rilevazioni internazionali.

L’insegnamento scientifico fa parte delle competenze chiave che debbono possedere i giovani cittadini europei, tuttavia lo studio evidenzia come solo 8 Paesi abbiano delle strategie didattiche nazionali complessive per la promozione di questa disciplina.

Pochi inoltre sono i Paesi che pongono in essere politiche specifiche per equilibrare la percentuale di studenti e studentesse coinvolti negli studi scientifici o per incoraggiarli ad abbracciare carriere scientifico – tecnologiche.

Di contro, si rileva che due terzi dei Paesi che hanno partecipato alle rilevazioni indicano vari soggetti specializzati a livello nazionale in grado di organizzare formazione, aggiornamento per insegnanti e iniziative dedicate agli studenti.

Per quanto riguarda la didattica, tutti i Paesi, Italia compresa, iniziano ad insegnare Scienze con un approccio integrato e multidisciplinare, salvo poi, durante la scuola secondaria di secondo grado declinare l’insegnamento scientifico per singole discipline come la chimica o la biologia.

Un approccio ancora forse troppo strettamente disciplinaristico è presente, in molti casi, anche all’università dove gli studenti hanno maggiore libertà nello scegliere i soggetti all’interno dei programmi di studi.

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tuttoscuola.com venerdì 18 novembre 2011

 

Siate affamati. Siate folli

 

Discorso di Steve Jobs alla Stanford University di Palo Alto il 12 giugno 2005


Sono onorato di essere qui con voi oggi, nel giorno della vostra laurea presso una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. A dir la verità, questa è l’occasione in cui mi sono di più avvicinato a un conferimento di titolo accademico. Oggi voglio raccontarvi tre episodi della mia vita. Tutto qui, nulla di speciale. Solo tre storie.

La prima storia parla di “unire i puntini”. Ho abbandonato gli studi al Reed College dopo sei mesi, ma vi sono rimasto come imbucato per altri diciotto mesi, prima di lasciarlo definitivamente. Allora perché ho smesso? Tutto è cominciato prima che io nascessi. La mia madre biologica era laureanda ma ragazza-madre, decise perciò di darmi in adozione. Desiderava ardentemente che io fossi adottato da laureati, così tutto fu approntato affinché ciò avvenisse alla mia nascita da parte di un avvocato e di sua moglie. All’ultimo minuto, appena nato, questi ultimi decisero che avrebbero preferito una femminuccia. Così quelli che poi sarebbero diventati i miei “veri” genitori, che allora si trovavano in una lista d’attesa per l’adozione, furono chiamati nel bel mezzo della notte e venne chiesto loro: “Abbiamo un bimbo, un maschietto, ‘non previsto’; volete adottarlo?”. Risposero: “Certamente”. La mia madre biologica venne a sapere successivamente che mia mamma non aveva mai ottenuto la laurea e che mio padre non si era mai diplomato: per questo si rifiutò di firmare i documenti definitivi per l’adozione. Tornò sulla sua decisione solo qualche mese dopo, quando i miei genitori adottivi le promisero che un giorno sarei andato all’università. Infine, diciassette anni dopo ci andai. Ingenuamente scelsi un’università che era costosa quanto Stanford, così tutti i risparmi dei miei genitori sarebbero stati spesi per la mia istruzione accademica. Dopo sei mesi, non riuscivo a comprenderne il valore: non avevo idea di cosa avrei fatto nella mia vita e non avevo idea di come l’università mi avrebbe aiutato a scoprirlo. Inoltre, come ho detto, stavo spendendo i soldi che i miei genitori avevano risparmiato per tutta la vita, così decisi di abbandonare, avendo fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. Ok, ero piuttosto terrorizzato all’epoca, ma guardandomi indietro credo sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’istante in cui abbandonai potei smettere di assistere alle lezioni obbligatorie e cominciai a seguire quelle che mi sembravano interessanti.

Non era tutto così romantico al tempo. Non avevo una stanza nel dormitorio, perciò dormivo sul pavimento delle camere dei miei amici; portavo indietro i vuoti delle bottiglie di coca-cola per raccogliere quei cinque cent di deposito che mi avrebbero permesso di comprarmi da mangiare; ogni domenica camminavo per sette miglia attraverso la città per avere l’unico pasto decente nella settimana presso il tempio Hare Krishna. Ma mi piaceva. Gran parte delle cose che trovai sulla mia strada per caso o grazie all’intuizione in quel periodo si sono rivelate inestimabili più avanti. Lasciate che vi faccia un esempio: il Reed College a quel tempo offriva probabilmente i migliori corsi di calligrafia del paese. Nel campus ogni poster, ogni etichetta su ogni cassetto, erano scritti in splendida calligrafia. Siccome avevo abbandonato i miei studi ‘ufficiali’ e pertanto non dovevo seguire le classi da piano studi, decisi di seguire un corso di calligrafia per imparare come riprodurre quanto di bello visto là attorno. Ho imparato dei caratteri serif e sans serif, a come variare la spaziatura tra differenti combinazioni di lettere, e che cosa rende la migliore tipografia così grande. Era bellissimo, antico e così artisticamente delicato che la scienza non avrebbe potuto ‘catturarlo’, e trovavo ciò affascinante.

Nulla di tutto questo sembrava avere speranza di applicazione pratica nella mia vita, ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo computer Machintosh, mi tornò utile. Progettammo così il Mac: era il primo computer dalla bella tipografia. Se non avessi abbandonato gli studi, il Mac non avrebbe avuto multipli caratteri e font spazialmente proporzionate. E se Windows non avesse copiato il Mac, nessun pc ora le avrebbe. Se non avessi abbandonato, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono. Certamente non era possibile all’epoca “unire i puntini” e avere un quadro di cosa sarebbe successo, ma tutto diventò molto chiaro guardandosi alle spalle dieci anni dopo. Vi ripeto, non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi paiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete… Questo approccio non mi ha mai lasciato a terra, e ha fatto la differenza nella mia vita.

La mia seconda storia parla di amore e di perdita. Fui molto fortunato – ho trovato cosa mi piacesse fare nella vita piuttosto in fretta. Io e Woz fondammo la Apple nel garage dei miei genitori quando avevo appena vent’anni. Abbiamo lavorato duro, e in dieci anni Apple è cresciuta […] sino ad una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. Avevamo appena rilasciato la nostra migliore creazione – il Macintosh – un anno prima, e avevo appena compiuto trent’anni… quando venni licenziato. Come può una persona esser licenziata da una società che ha fondato? Beh, quando Apple si sviluppò assumemmo una persona – che pensavamo di grande talento – per dirigere la compagnia con me, e per il primo anno le cose andarono bene. In seguito però le nostre visioni sul futuro cominciarono a divergere finché non ci scontrammo. Quando successe, il nostro consiglio di amministrazione si schierò con lui. Così a trent’anni ero a spasso. E in maniera plateale. Ciò che aveva focalizzato la mia intera vita adulta non c’era più, e tutto questo fu devastante.

Non avevo la benché minima idea di cosa avrei fatto, per qualche mese. Sentivo di aver tradito la precedente generazione di imprenditori, che avevo lasciato cadere il testimone che mi era stato passato. Mi incontrai con David Packard e Bob Noyce e provai a scusarmi per aver mandato all’aria tutto così malamente: era stato un vero fallimento pubblico, e arrivai addirittura a pensare di andarmene dalla Silicon Valley. Ma qualcosa cominciò a farsi strada dentro me: amavo ancora quello che avevo fatto, e ciò che era successo alla Apple non aveva cambiato questo di un nulla. Ero stato rifiutato, ma ero ancora innamorato. Così decisi di ricominciare. Non potevo accorgermene allora, ma venne fuori che essere licenziato dalla Apple era la cosa migliore che mi sarebbe potuta capitare. La pesantezza del successo fu sostituita dalla soavità di essere di nuovo un iniziatore, mi rese libero di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita.

Nei cinque anni successivi fondai una Società chiamata NeXT, un’altra chiamata Pixar, e mi innamorai di una splendida ragazza che sarebbe diventata mia moglie. La Pixar produsse il primo film di animazione interamente creato al computer, “Toy Story”, ed è ora lo studio di animazione di maggior successo nel mondo. In una mirabile successione di accadimenti, Apple comprò NeXT, ritornai in Apple e la tecnologia che sviluppammo alla NeXT è nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. E io e Laurene abbiamo una splendida famiglia insieme.

Sono abbastanza sicuro che niente di tutto questo mi sarebbe accaduto se non fossi stato licenziato dalla Apple. Fu una medicina con un saporaccio, ma presumo che “il paziente” ne avesse bisogno. Ogni tanto la vita vi colpisce sulla testa con un mattone. Non perdete la fiducia, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha aiutato ad andare avanti sia stato l’amore per ciò che facevo. […] Se non avete ancora trovato ciò che fa per voi, continuate a cercare, non fermatevi, come capita per le faccende di cuore, saprete di averlo trovato non appena ce l’avrete davanti. E, come le grandi storie d’amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continuate a cercare finché non lo trovate. Non accontentatevi.

La mia terza storia parla della morte. Quando avevo diciassette anni, ho letto una citazione che recitava: “Se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, uno di questi ci avrai azzeccato”. Mi fece una gran impressione, e da quel momento, per i successivi trentatré anni, mi sono guardato allo specchio ogni giorno e mi sono chiesto: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni volta che la risposta era “No” per troppi giorni consecutivi, sapevo di dover cambiare qualcosa. Ricordare che sarei morto presto è stato lo strumento più utile che abbia mai trovato per aiutarmi nel fare le scelte importanti nella vita. Perché quasi tutto – tutte le aspettative esteriori, l’orgoglio – sono cose che scivolano via di fronte alla morte, lasciando solamente ciò che è davvero importante. Ricordarvi che state per morire è il miglior modo per evitare la trappola rappresentata dalla convinzione che abbiate qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione perché non seguiate il vostro cuore.

Un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Effettuai una scansione alle sette e trenta del mattino, e mostrava chiaramente un tumore nel mio pancreas. Fino ad allora non sapevo nemmeno cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che con ogni probabilità era un tipo di cancro incurabile, e avevo un’aspettativa di vita non superiore ai tre-sei mesi. Il mio dottore mi consigliò di tornare a casa “a sistemare i miei affari”, che è un modo per i medici di dirti di prepararti a morire. Significa che devi cercare di dire ai tuoi figli tutto quello che avresti potuto nei successivi dieci anni in pochi mesi. Significa che devi fare in modo che tutto sia a posto, così da rendere la cosa più semplice per la tua famiglia. Significa che devi pronunciare i tuoi “addio”. Ho vissuto con quella spada di Damocle per tutto il giorno. In seguito quella sera ho fatto una biopsia, dove mi infilarono una sonda nella gola, attraverso il mio stomaco fin dentro l’intestino, inserirono una sonda nel pancreas e prelevarono alcune cellule del tumore. Ero in anestesia totale, ma mia moglie, che era lì, mi disse che quando videro le cellule al microscopio, i dottori cominciarono a gridare perché venne fuori che si trattava di una forma molto rara di cancro curabile attraverso la chirurgia. Così mi sono operato e ora sto bene.

Questa è stata la volta in cui mi sono trovato più vicino alla morte, e spero lo sia per molti decenni ancora. Essendoci passato, posso dirvi ora qualcosa con maggiore certezza rispetto a quando la morte per me era solo un puro concetto intellettuale. Nessuno vuole morire. Anche le persone che desiderano andare in paradiso non voglion morire per andarci. E nonostante tutto la morte rappresenta l’unica destinazione che noi tutti condividiamo, nessuno è mai sfuggito ad essa. Questo perché è come dovrebbe essere: la morte è la migliore invenzione della vita. E’ l’agente di cambio della vita: fa piazza pulita del vecchio per aprire la strada al nuovo. Ora come ora “il nuovo” siete voi, ma un giorno non troppo lontano da oggi, gradualmente diventerete “il vecchio” e sarete messi da parte. Mi dispiace essere così drammatico, ma è pressappoco la verità. Il vostro tempo è limitato, perciò non sprecatelo vivendo la vita di qualcun’altro. Non rimanete intrappolati nei dogmi, che vi porteranno a vivere secondo il pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui zittisca la vostra voce interiore. E, ancora più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione: loro vi guideranno in qualche modo nel conoscere cosa veramente vorrete diventare. Tutto il resto è secondario. Quando ero giovane, c’era una pubblicazione splendida che si chiamava “The whole Earth catalog”, che è stata una delle bibbie della mia generazione. Fu creata da Steward Brand, non molto distante da qui, a Menlo Park, e costui apportò ad essa il suo senso poetico della vita. Era la fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer, ed era fatto tutto con le macchine da scrivere, le forbici e le fotocamere polaroid: era una specie di Google formato volume, trentacinque anni prima che Google venisse fuori. Era idealista, e pieno di concetti chiari e nozioni speciali. Steward e il suo team pubblicarono diversi numeri di “The whole Earth catalog”, e quando concluse il suo tempo, fecero uscire il numero finale. Era la metà degli anni Settanta e io avevo pressappoco la vostra età. Nella quarta di copertina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna nel primo mattino, del tipo che potete trovare facendo autostop se siete dei tipi così avventurosi. Sotto, le seguenti parole: “Siate affamati. Siate folli”. Era il loro addio, e ho sperato sempre questo per me. Ora, nel giorno della vostra laurea, pronti nel cominciare una nuova avventura, auguro questo a voi.
Siate affamati. Siate folli.

di Steve Jobs

“Il cambiamento demografico”

 

Presentato a Roma il secondo rapporto-proposta curato dal Comitato per il progetto culturale della CEI.

 

Alla presentazione sono intervenuti S.Em. il card. Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza Episcopale Italiana (in allegato il testo del suo intervento); S.Em. il card. Camillo Ruini, presidente del Comitato per il progetto culturale della CEI; il prof. Giancarlo Blangiardo, ordinario di demografia presso l’Università di Milano-Bicocca; il prof. Antonio Golini, ordinario di demografia presso l’Università “La Sapienza” di Roma; il dott. Giuseppe Laterza, presidente della Casa editrice Laterza; il prof. Francesco D’Agostino, ordinario di filosofia del diritto presso l’Università Tor Vergata di Roma.

 

 

Il volume, come ha spiegato il card. Ruini, si articola in tre parti.
La prima intende fornire una lettura oggettiva del cambiamento, attraverso l’analisi dei fenomeni demografici e delle trasformazioni strutturali della popolazione e delle famiglie.
La seconda parte si spinge alla riflessione sulle cause e sulle relative conseguenze di ordine economico e socio-culturale.
Nella terza parte, infine, vengono avanzate alcune proposte per affrontare la questione del governo del cambiamento demografico.






file attached L’intervento del card. Bagnasco

 

 

Altri Articoli


“Con il «Rapporto-proposta» ‘Il cambiamento demografico’ la Cei avanza analisi e proposte avvalendosi del contributo di esperti. Chiede di cambiare passo. Non è accettabile «aumentare la ricchezza di alcuni, comunque di pochi, quando si prosciugherà il destino di un popolo». Questa volta la Chiesa non si ferma alla difesa dei valori «non negoziabili». Con l’emergenza denatalità pone all’agenda del paese il tema del suo futuro”
“Fu Camillo Ruini a prendere contatto con Giuseppe Laterza. Con l’intento di dare veste laica alle ricerche sociali promosse dai vescovi. Il volume sul declino demografico dell’Italia è il secondo… Veste laica ma senza il contraddittorio che è, invece, costume della Casa editrice. E qualcuno, nella bacheca, ha appeso un brano di don Milani: «Io al mio popolo gli ho tolto la pace… ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti e di passione del mio popolo»”


Minori e internet: rapporto europeo 2011

 

in Europa  il 77% di coloro che utilizzano i social network ha tra i 13 e i 16 anni, il 38% tra i 9 e i 12.

 

È stato presentato dalla Commissione Europea un primo documento, che raccoglie e commenta le azioni messe in atto dai Paesi membri dell’Unione europea relative alla protezione dei minori che utilizzano internet.

Dall’analisi dei dati emerge chiaramente l’impegno delle diverse nazioni a dotarsi di strumenti di contrasto e prevenzione rispetto ai rischi che corrono i minori. Tuttavia, si nota che tali misure appaiono diversificate fra loro e non si riferiscono ancora ad una linea di azione comune.

La Commissione europea, che ha già emanato delle raccomandazioni specifiche nel 1998 e nel 2006, sottolinea quanto sia importante prestare la massima attenzione anche ai contenuti dei videogiochi dedicati ai minori, in particolare quelli acquistabili direttamente on line.

Neelie Kroes, responsabile dell’Agenda Digitale per conto della Commissione europea, ha annunciato, nella conferenza stampa di presentazione del rapporto, una importante iniziativa prevista per la fine dell’anno attraverso la quale facilitare la segnalazione di contenuti dannosi o illeciti e rendere maggiormente consapevoli insegnanti e famiglie circa i rischi  connessi con l’uso delle nuove tecnologie.

Attualmente, in Europa, tra tutti gli utenti Internet che utilizzano i social network il 77% ha tra i 13 e i 16 anni, il 38% tra i 9 e i 12.




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Salesiani in Europa: vacanze… nell’Europa Nord

 

La seconda finestra che l’Agenzia iNfo Salesiana (ANS) apre sul lavoro dei Salesiani d’Europa nei mesi estivi è dedicata alle 15 Ispettorie che compongono la Regione Europa Nord.

 

Don Bosco il 31 agosto 1876 agli studenti della scuola di Valsalice (Torino), in procinto di partire per le vacanze, offriva una serie di consigli che sintetizzò nel motto “Diverte a malo et fac bonum” – Allontanati dal male e fa’ il bene (Salmo 37, 27a). La sua preoccupazione era che le vacanze, intese e vissute come dolce far nulla, generassero cattive abitudini e non fossero occasioni di crescita.

Nella tradizione e nello stile educativo salesiano le vacanze sono sempre state considerate come una opportunità ulteriore di sviluppo, approfondimento e crescita umana e cristiana. Colonie, campeggi, campi scuola, estate ragazzi e altre iniziative hanno riempito i calendari estivi delle opere salesiane offrendo ai ragazzi e ai giovani occasioni di un sano divertimento, incontro, apprendimento e formazione anche attraverso attività non formali.

I Salesiani della Regione Europa Nord, anche quest’anno, non sono venuti meno a questo appuntamento.

Austria
700 ragazzi e giovani sono coinvolti nelle attività dei salesiani. La maggior parte di questi, quasi 400, frequentano i campi estivi a Vienna, Linz, Graz, Klagenfurt e Unterwaltersdorf. Non mancano però anche altre iniziative: circa 100 bambini e ragazzi di età compresa tra i 6 i 18 anni sono impegnati con i campi di formazione, mentre altri 70 partecipano al campo esplorativo di Klagenfurt.

Ungheria
Oltre ai tradizionali campi estivi, che quest’anno accolgono oltre 450 bambini e adolescenti, l’Ispettoria “Santo Stefano Re” ha programmato anche 2 campi per animatori e aiuto-animatori, un campo specifico per 70 ministranti, il Festival di musica cattolico “Ladik” e il campo di vita nomade “Tanyatábor”, dove i ragazzi imparano a vivere immersi nella natura senza le comodità abituali.

Gran Bretagna
A Bollington è in corso un campo di formazione per volontari, mentre una decina di giovani inglesi sono partiti nello scorso fine settimana da Bolton per 5 settimane di volontariato in Tanzania

Germania
Durante i mesi di giugno e luglio circa 50 giovani tra i 18 e i 25 anni hanno frequentato i corsi di preparazione al volontariato internazionale tenuti presso la Procura missionaria di Bonn e l’“Aktionszentrum” di Benediktbeuern. In questo secondo centro, inoltre, dal 6 al 13 agosto, cioè nei giorni immediatamente precedenti la GMG, avrà luogo la XX Settimana europea della Gioventù “EUReka”, un appuntamento che coinvolgerà circa 50 ragazzi provenienti da 9 paesi europei. Grazie alla collaborazione con il network salesiano “Don Bosco Youth Net”, infine, una ventina di giovani tedeschi sono stati coinvolti nell’animazione delle Estate ragazzi in Belgio (Heverlee) ed Olanda (Rijswijk), mentre altri 100 circa hanno aderito agli inviti al corso per animatori “Playground Europe” a Maribor, Slovenia, e l’incontro giovani “Meet Me” di Malta.

Slovenia
Circa 1.500 i ragazzi dai 5 ai 14 anni che partecipano alla attività estive proposte negli oratori estivi e nelle parrocchie salesiane. La Pastorale giovanile salesiana, in collaborazione con le Figlie di Maria Ausiliatrice, è però responsabile del sussidio per i campi estivi utilizzato anche in molte parrocchie diocesane; il progetto arriva perciò a coinvolgere 22.000 bambini e ragazzi in ben 350 parrocchie di tutto il paese. Altri duecento giovani, dai 16 ai 25 anni, sono infine impegnati nei campi di formazione.

Croazia
Oltre ai tradizionali campi estivi che tra Zagabria, Spalato, Rijeka, Zadar e Žepče accolgono in media 650 bambini e ragazzi, la proposta estiva prevede anche: campi formativi – da quelli vocazionali a quelli sportivi – cui aderiscono circa 200 ragazzi; attività estive con i socialmente emarginati che impegnano 70 giovani animatori; un pellegrinaggio a Međugorje; escursioni in montagna, per nave e sull’isola di Brač.

A queste attività si aggiunge, per ogni Ispettoria, la preparazione dei gruppi, più o meno numerosi, per la Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid.

Pubblicato il 21/07/2011

I banchi si svuotano

 

 

nel 2010 aumenta ulteriormente la popolazione complessiva

ma si abbassa l’indice di natalità

 

 

 

Nell’annuale bilancio dell’andamento demografico del nostro Paese che l’Istat pubblica a maggio per la situazione relativa all’anno precedente, si confermano due tendenze che hanno riflessi anche sulla scuola: nel 2010 aumenta ulteriormente la popolazione complessiva, superando i 60 milioni e 600 mila unità (60.626.442), grazie anche alla consistente presenza di stranieri, ma contestualmente si abbassa l’indice di natalità, scendendo a 9,27 nati ogni mille abitanti presenti, grazie, anche qui, al minor apporto delle famiglie straniere (che in questi anni ha fornito un sensibile contributo all’incremento di alunni, soprattutto nelle aree settentrionali e centrali).

Oltre all’abbassamento dell’indice (era stato del 9,43 nel 2009 e del 9,60 nel 2008) in parte dovuto anche all’aumento complessivo della popolazione, sono calate anche in valori assoluti le nascite (circa 562 mila, cioè 7 mila meno dell’anno precedente che già aveva fatto registrare un decremento di altre 8 mila unità rispetto al 2008).

Se si abbassa l’indice di natalità, mentre cresce il numero complessivo delle persone presenti nel Paese, è segno che l’Italia sta invecchiando e avrà meno giovani da seguire e formare e più anziani da assistere. L’Italia del futuro dovrà occuparsi più di anziani che di giovani. Nelle recenti previsioni che il Mef ha fatto sull’evoluzione della spesa pubblica, sulla base di studi e proiezioni della Ragioneria Generale dello Stato, è emerso che tra alcuni decenni l’investimento della ricchezza prodotta dal Paese (PIL) per la scuola tenderà a diminuire. Si tratta di proiezioni che, a invarianza di scelte politiche e legislative, considera soltanto la previsione di sviluppo demografico del Paese: meno nati, quindi meno classi, meno docenti, meno spesa per la scuola.

Anziché subire questa depressione demografica con effetti di contrazione delle risorse umane per l’istruzione e la formazione, è necessario trasformare questa difficoltà in opportunità di crescita per il Paese, reinvestendo sulla scuola i risparmi di sistema.

Ma quanti sono gli abbandoni scolastici?

 

Istat: un giovane su 5 tra i 18 e i 24 anni abbandona gli studi
E di questi solo la metà trova un’occupazione

 

Nel 2010 il 19% dei giovani risulta aver abbandonato la scuola senza conseguire un diploma. È quanto emerge dal Rapporto annuale sulla situazione del Paese nel 2010 diffuso dall’Istat di cui parlano sostanzialmente tutti i quotidiani, soffermandosi sull’allarmante dato sulla povertà.

Il dato, che era già stato rilevato da Eurostat nei mesi scorsi, si riferisce ai giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni per complessive 800 mila persone di cui il 60% sono maschi.

Ma si parla anche di istruzione, e si apprende che ad abbandonare gli studi senza il diploma di scuola superiore sono stati esattamente il 18,8% degli studenti, contro una media europea del 14,4%. Di coloro che hanno lasciato gli studi, sono occupati la metà dei giovani. È occupato il 31,9% delle giovani donne che hanno abbandonato gli studi contro tassi di abbandono e di occupazione tra i maschi rispettivamente del 22% e 56,8%.

Le differenze territoriali sono marcate: particolarmente grave la situazione della Sicilia, dove più di un quarto dei giovani lascia la scuola con al più la licenza media. Percentuali superiori al 23% si registrano anche in Sardegna, Puglia e Campania. Più in linea con il traguardo europeo del 2020 (soglia del 10% indicata nella Strategia Europa 2020) appare il Nord-est, con un tasso di abbandono scolastico intorno al 12 per cento nella provincia autonoma di Trento e in Friuli-Venezia Giulia.

Dai dati dell’indagine Excelsior nel periodo compreso fra l’anno scolastico 2004/05 e quello 2007/08 il numero di diplomati degli istituti tecnici italiani è sceso da 181.099 a 163.915, con un gap rispetto alla domanda potenziale da un minimo di circa 24 mila unità (nel 2005) a un massimo di oltre 127 mila diplomati tecnici (nel 2007).


tuttoscuola.com lunedì 23 maggio 2011

 


Incredibile ma vero: 195 mila abbandoni all’anno nelle superiori statali

 

Il 2° Rapporto sulla qualità nella scuola di Tuttoscuola ha contribuito ad aprire in periferia il dibattito su alcune tematiche molto “calde”, tra cui quella della dispersione scolastica (che, forse, è meglio chiamare degli abbandoni) particolarmente significativa in alcune aree del Paese, come, ad esempio, nel Nord Ovest e nelle Isole.

Ancora una volta ricordiamo che la dispersione rigorosamente rilevata dal 2° Rapporto sulla base dei dati ufficiali pubblicati dal Miur è riferita soltanto al percorso negli istituti statali di istruzione secondaria superiore e non considera, quindi, l’eventuale passaggio dalla scuola statale a quella non statale o alla formazione professionale oppure all’apprendistato formativo; un passaggio dal percorso statale che, se pur non puntualmente calcolabile per mancanza di rilevazioni ufficiali generali, si può, tuttavia, considerare non quantitativamente rilevante, visto che, complessivamente la scuola secondaria superiore non statale accoglie soltanto circa il 7% dell’intera popolazione scolastica degli istituti superiori e fa registrare incrementi molto modesti nelle classi successive a quelle del primo anno di corso (dove ipoteticamente possono affluire gli studenti che hanno abbandonato il percorso statale).

Del resto va considerato che su oltre 190 mila studenti – come v edremo meglio dopo – che lasciano la scuola statale, ben 120 mila risultano dopo anni senza un titolo di studio superiore alla terza media, come documentano i dati Eurostat. Pertanto solo 70 mila circa continuano a studiare altrove. E comunque anche per loro è sintomo di un malessere, se a un certo punto hanno deciso di cambiare strada.

Si potrebbe poi pensare (o sperare) che i dati complessivi sugli abbandoni degli studenti negli istituti statali registrati dal 2° Rapporto di Tuttoscuola al termine dell’anno scolastico 2009-10 rappresentino una situazione critica contingente. Ma, purtroppo, non è così.

Lungo l’intero percorso statale negli istituti superiori dal 1° al 5° anno abbandonano circa 190 mila studenti, che non arrivano all’esame di maturità; al termine del 2009-10 dei 616.645 studenti che nel 2005-06 erano iscritti al 1° anno di corso ne erano rimasti iscritti 420.872: mancavano, dunque, all’appello 195.773 ragazzi che avevano abbandonato la scuola statale, cioè il 31,75%!

La quantità annua di abbandoni è così elevata (190-200mila all’anno) da non sembrare vera, al punto che autorevoli commentatori l’hanno messa in dubbio.

Eppure i dati parlano da soli, come si può constatare dalla tabella allegata ( http://www.tuttoscuola.com/ts_news_491-1.doc ) con la quale Tuttoscuola ha rilevato, tali e quali, i dati di scolarizzazione degli ultimi quindici anni, facendo risaltare la differenza tra l’iniziale e il finale del percorso statale. Le percentuali medie di abbandoni sono andate diminuendo (dal 36,8% di dieci anni fa al 31,7% dell’ultimo anno), ma restano ancora a livelli di allarme, che ci tengono lontani dall’Europa.


tuttoscuola.com lunedì 23 maggio 2011

 

 

I giovani Neet in aumento
Nel Rapporto annuale Istat la situazione dei giovani tra i 15 e i 19 anni fuori dai circuito formativo e lavorativo

 

L’Istat ha presentato questa mattina il XIX Rapporto annuale sulla situazione del Paese, un’ampia rilevazione che sviluppa una riflessione documentata sulle trasformazioni che interessano economia e società.

Obiettivo del Rapporto, come si legge nella sua presentazione sul sito dell’Istituto (www.istat.it) è quello di mettere a fuoco la situazione economica e sociale del Paese e di fornire elementi utili alle decisioni di tutta la collettività, integrando le informazioni prodotte dall’Istat e dal Sistema statistico nazionale e tenendo conto dei progressi della statistica ufficiale nella misurazione degli aspetti demografici, sociali ed economici.

Il Rapporto di quest’anno, organizzato in cinque capitoli e, come sempre, arricchito da tavole statistiche e approfondimenti. si sviluppa lungo due filoni: la lenta uscita dalla recessione e l’onda lunga dell’impatto economico e sociale della crisi. Il Rapporto è corredato da una sintesi dei più significativi risultati e da un’appendice di tavole statistiche.

Tra gli altri, è di particolare interesse il capitolo dedicato ai neet, i giovani tra i 15 e i 29 anni fuori dal circuito formativo e lavorativo.

Nel 2010 in Italia hanno raggiunto 2,1 milioni di unità, 134 mila in più dell’anno precedente, pari al 22,1 per cento della popolazione di questa età, una quota nettamente superiore a quella tipica degli altri paesi europei. La maggioranza dei Neet rilevati nel 2010 è stata tale anche in almeno due dei tre anni precedenti il momento dell’intervista, dato questo che segnala una preoccupante persistenza in questa condizione di esclusione.

Un terzo dei Neet è disoccupato, un terzo è non disponibile a lavorare e un terzo fa parte della “zona grigia”: quindi, la grande maggioranza di questi giovani (con una punta dell’80 per cento tra i maschi del Mezzogiorno) mostra un interesse alla partecipazione al mercato del lavoro, perché disoccupati o inattivi disponibili a lavorare.

Quasi un quarto delle giovani è Neet, contro un quinto dei giovani. I Neet maschi vivono nell’87,5 per cento dei casi nella famiglia di origine, mentre per le giovani ciò avviene solo nel 56 per cento dei casi: 450 mila donne che appartengono a questa categoria sono partner o madri e molte di loro si dichiarano “casalinghe”.

Poco più della metà dei Neet che vive con i genitori proviene dalla classe operaia, a fronte di percentuali del 30 per cento tra gli studenti e del 42 per cento tra gli occupati.


tuttoscuola.com lunedì 23 maggio 2011

 

 

I dati dell’Istat e di Tuttoscuola

 

C’è un’apparente discordanza di dati sugli abbandoni scolastici rilevati da Tuttoscuola negli istituti statali di istruzione secondaria di II grado e quelli evidenziati dal Rapporto annuale Istat sui Neet, i giovani senza formazione e senza lavoro.

Tuttoscuola, in diversi servizi, ha evidenziato come nella scuola statale superiore si perdano ogni anno tra i 190 e i 200 mila studenti che abbandonano  la scuola lungo il percorso del quinquennio che va dalla prima alla quinta. Nell’ultima rilevazione gli abbandoni sono risultati di circa 195 mila unità, pari ad un tasso di dispersione di circa il 30%. Dai che sono riportati completamente su questo sito nella rubrica “settimana”.

L’Istat parla di giovani che, dopo la scuola media, non hanno conseguito alcun titolo di studio per una quantità di poco inferiore al 20%.

Come si spiega questa differenza di circa 10 punti in percentuale che equivalgono a circa 60-70 mila giovani in meno che abbandonano?

Il target di riferimento dell’Istat sono i 18-24enni, cioè giovani che hanno avuto altre possibilità per seguire percorsi formativi, anche dopo la scuola media, non coincidenti con il percorso statale all’interno della secondaria superiore.

Dopo la scuola media una quota di ragazzi sceglie percorsi alternativi a quello statale; altri, dopo l’insuccesso scolastico nella statale passano alla non statale o alla formazione professionale.

Una parte ritenta il percorso statale attraverso i corsi serali, contribuendo, quindi, alla riduzione complessiva dei giovani privi di diploma.

Non c’è, dunque, sostanziale discordanza tra i dati di Tuttscuola e del Rapporto istat; entrambi, purtroppo, confermano, se pur da prospettive diverse, una pesante criticità nazionale che ci vede nelle posizioni della bassa classifica in Europa.


tuttoscuola.com martedì 24 maggio 2011