Se anche Benedetto XVI e Pio XII diventano vittime del pregiudizio

Bisognerebbe smetterla con la malafede, il partito preso e, per dirla tutta, la disinformazione, non appena si tratta di Benedetto XVI.
Fin dalla sua elezione, si è intentato un processo al suo «ultraconservatorismo», ripreso di continuo dai mass media (come se un Papa potesse essere altra cosa che «conservatore»).
Si è insistito con sottintesi, se non addirittura con battute pesanti, sul «Papa tedesco», sul «post-nazista» in sottana, su colui che la trasmissione satirica francese «Les Guignols» non esitava a soprannominare «Adolfo II».
Si sono falsificati, puramente e semplicemente, i testi: per esempio, a proposito del suo viaggio ad Auschwitz del 2006, si sostenne e — dal momento che col passar del tempo i ricordi si fanno più incerti — ancor oggi si ripete che avrebbe reso onore alla memoria dei sei milioni di morti polacchi, vittime di una semplice «banda di criminali», senza precisare che la metà di loro erano ebrei (la controverità è davvero sbalorditiva, poiché Benedetto XVI in quell’occasione parlò effettivamente dei «potenti del III Reich» che tentarono «di eliminare» il «popolo ebraico» dal «rango delle nazioni della Terra» Le Monde, 30/5/2006).
Ed ecco che, in occasione della visita del Papa alla sinagoga di Roma e dopo le sue due visite alle sinagoghe di Colonia e di New York, lo stesso coro di disinformatori ha stabilito un primato, stavo per dire che ha riportato la palma della vittoria, poiché non ha aspettato nemmeno che il Papa oltrepassasse il Tevere per annunciare, urbi et orbi, che egli non aveva saputo trovare le parole che bisognava dire, né compiuto i gesti che bisognava fare e che dunque aveva fallito nel suo intento… Allora, visto che l’evento è ancora caldo, mi si consentirà di mettere qualche puntino su qualche «i».
Benedetto XVI, quando si è raccolto in preghiera davanti alla corona di rose rosse deposta di fronte alla targa commemorativa del martirio dei 1021 ebrei romani deportati, non ha fatto che il suo dovere, ma l’ha fatto.
Benedetto XVI, quando ha reso omaggio ai «volti» degli «uomini, donne e bambini» presi in una retata nell’ambito del progetto di «sterminio del popolo dell’Alleanza di Mosè», ha detto un’evidenza, ma l’ha detta.
Di Benedetto XVI che riprende, parola per parola, i termini della preghiera di Giovanni Paolo II, dieci anni fa, al Muro del Pianto; di Benedetto XVI che chiede quindi «perdono» al popolo ebraico devastato dal furore di un antisemitismo per lungo tempo di essenza cattolica e nel farlo, ripeto, legge il testo di Giovanni Paolo II, bisogna smettere di ripetere, come somari, che egli è indietro-rispetto-al-suo-predecessore.
A Benedetto XVI che dichiara infine, dopo una seconda sosta davanti all’iscrizione che commemora l’attentato commesso nel 1982 dagli estremisti palestinesi, che il dialogo ebraico cattolico avviato dal Concilio Vaticano II è ormai «irrevocabile»; a Benedetto XVI che annuncia di aver l’intenzione di «approfondire» il «dibattito fra uguali» che è il dibattito con i «fratelli maggiori» che sono gli ebrei, si possono fare tutti i processi che si vuole, ma non quello di «congelare» i progressi compiuti da Giovanni XXIII.
Quanto alla vicenda molto complessa di Pio XII, ci tornerò, se necessario.
Tornerò sul caso di Rolf Hochhuth, autore del famoso «Il vicario», che nel 1963 lanciò la polemica sui «silenzi di Pio XII».
In particolare, tornerò sul fatto che questo focoso giustiziere è anche un negazionista patentato, condannato più volte come tale e la cui ultima provocazione, cinque anni fa, fu di prendere le difese, in un’intervista al settimanale di estrema destra Junge Freiheit, di colui che nega l’esistenza delle camere a gas, David Irving.
Per ora, voglio giusto ricordare, come ha appena fatto Laurent Dispot nella rivista che dirigo, La règle du jeu, che il terribile Pio XII, nel 1937, quando ancora era soltanto il cardinale Pacelli, fu il coautore con Pio XI dell’Enciclica «Con viva preoccupazione», che ancora oggi continua ad essere uno dei manifesti antinazisti più fermi e più eloquenti.
Per ora, dobbiamo per esattezza storica precisare che, prima di optare per l’azione clandestina, prima di aprire, senza dirlo, i suoi conventi agli ebrei romani braccati dai fascisti, il silenzioso Pio XII pronunciò alcune allocuzioni radiofoniche (per esempio Natale 1941 e 1942) che gli valsero, dopo la morte, l’omaggio di Golda Meir: «Durante i dieci anni del terrore nazista, mentre il nostro popolo soffriva un martirio spaventoso, la voce del Papa si levò per condannare i carnefici».
E, per ora, ci si meraviglierà soprattutto che, dell’assordante silenzio sceso nel mondo intero sulla Shoah, si faccia portare tutto il peso, o quasi, a colui che, fra i sovrani del momento: a) non aveva cannoni né aerei a disposizione; b) non risparmiò i propri sforzi per condividere, con chi disponeva di aerei e cannoni, le informazioni di cui veniva a conoscenza; c) salvò in prima persona, a Roma ma anche altrove, un grandissimo numero di coloro di cui aveva la responsabilità morale.
Ultimo ritocco al Grande Libro della bassezza contemporanea: Pio o Benedetto, si può essere Papa e capro espiatorio.
in “Corriere della Sera” del 20 gennaio 2010

“Di tutte queste cose mi siete testimoni”

   I temi che di anno in anno vengono proposti per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani e i relativi sussidi sono il frutto di un processo di preparazione abbastanza lungo in collaborazione ecumenica a diversi livelli.
Nel 1972 era stata fatta un’inchiesta da parte dell’allora Segretariato per l’Unità dei Cristiani e della Commissione fede e costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese sulla pratica della preghiera per l’unità nel mondo.
Da parte cattolica si erano consultate le commissioni ecumeniche delle conferenz e episcopali nazionali e dei sinodi delle Chiese orientali cattoliche, e, da parte del Consiglio ecumenico, le Chiese aderenti nonché i consigli nazionali di Chiese.
In base alle risposte ricevute si erano studiati i modi più adatti per promuovere meglio la divulgazione della preghiera per l’unità.
Si era allora deciso – e quella decisione è tuttora in vigore – che per dare concretezza ai testi si sarebbe chiesto ogni anno a un gruppo ecumenico locale la proposta di un tema e di una bozza per i sussidi.
Quindi un gruppo internazionale con rappresentanti della Chiesa cattolica e del Consiglio ecumenico delle Chiese avrebbe rielaborato il progetto conferendogli le caratteristiche necessarie per una divulgazione internazionale e interconfessionale.
Il testo finale si sarebbe inviato alle Chiese locali, chiedendo a esse i necessari adattamenti in relazione alle varie situazioni e alle diverse tradizioni liturgiche.
Il tema per quest’anno è stato proposto da un gruppo ecumenico scozzese.
La scelta è stata motivata dal fatto che ricorre il centenario della Conferenza missionaria tenutasi a Edimburgo nel 1910.
In quella conferenza delle Società missionarie protestanti si era posto il problema della divisione dei cristiani nel contesto della missione.
Come annunciare con efficacia che Cristo ci ha riconciliati se i cristiani si presentano divisi alle frontiere della Chiesa? A motivo di questo interrogativo, anche se non vi erano presenti né le Chiese ortodosse né la Chiesa cattolica, quella conferenza viene considerata nel contesto dell’avvio della moderna ricerca della piena comunione tra i cristiani.
Solo due anni prima, nel 1908, il padre Paul Wattson aveva proposto l’ottavario della preghiera per l’unità dei cristiani.
In sintonia con l’interrogativo della Conferenza di Edimburgo, il decreto del concilio Vaticano ii sull’ecumenismo ha affermato che la “divisione non solo contraddice apertamente alla volontà di Cristo, ma anche è di scandalo al mondo e danneggia la santissima causa della predicazione del Vangelo ad ogni creatura” (Unitatis redintegratio, 1).
 Questa convinzione ha spinto il gruppo ecumenico della Scozia a proporre la testimonianza comune del kérygma cristiano come tema per la preghiera per l’unità nel 2010.
La testimonianza è annuncio vissuto.  Come testo biblico di base viene proposto l’intero capitolo 24 del Vangelo di san Luca, in cui vengono riportati gli episodi delle apparizioni di Cristo risorto, ai discepoli di Emmaus (1-35), a tutti i discepoli insieme (36-48) e l’ascensione di Gesù ai cieli (50-53).
Il versetto centrale che dà il tema alla Settimana è:  “Di tutte queste cose mi siete testimoni” (Luca, 24, 48).
Gesù richiede la testimonianza a tutti i discepoli che si trovano insieme.
Nell’episodio narrato, i discepoli di Emmaus, dopo aver riconosciuto il Signore risorto, tornarono a Gerusalemme e trovarono gli undici riuniti con i loro compagni.
I quali dissero:  “Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone” (Luca, 24, 33-34).
Essi pure raccontarono come lo avevano incontrato e riconosciuto.
Mentre parlavano di queste cose Gesù apparve a loro tutti insieme.
I discepoli furono sbigottiti (èmphoboi) e pieni di esitante gioia (apistoùnton apò charàs).
Gesù, per provare la sua presenza fisica, mangiò del pesce.
Quindi fece loro un’anamnesi di quanto aveva predetto loro nel passato, quando era ancora con loro, quando diceva loro che bisognava che s’adempisse tutto quello che era stato scritto di lui.
“Allora aprì le loro menti perché comprendessero le Scritture” (Luca, 24, 46).
A questo scopo ricordò alcuni elementi essenziali di quanto doveva accadere e che costituirà in seguito, dopo gli eventi, il nucleo centrale dell’annuncio cristiano.
In forma solenne e in una formulazione già molto elaborata Gesù menzionò l’evento della morte e della risurrezione e la proclamazione del perdono.
Gesù disse loro:  “Così sta scritto, che il Cristo avrebbe sofferto e sarebbe risuscitato dai morti il terzo giorno e che in suo nome sarebbe predicata la penitenza e la remissione dei peccati a tutte le nazioni, cominciando da Gerusalemme” (Luca, 24, 46-47).
Questi sono gli eventi dei quali renderanno testimonianza i discepoli in primo luogo e i credenti in Cristo poi in ogni tempo e in ogni luogo, tra tutte le genti (èis pànta tà èthne).
Al mandato dato ai discepoli di essere testimoni, “martiri di queste cose” (màrtyres toùton), testimoni con la parola e con la vita, alcuni fino all’effusione del sangue, si assicura anche la promessa di una potente assistenza dall’alto, l’assistenza della grazia:  “Ed ecco che io mando sopra di voi quello che il Padre mio ha promesso” (Luca, 24, 49).
Egli illuminerà, fortificherà, darà consistenza alla parola che così diviene testimonianza di vita.
I discepoli di Emmaus a Gerusalemme “trovarono gli undici riuniti con i loro compagni” (Luca, 24, 33).
E a essi così riuniti dà l’incarico di rendergli testimonianza “tra tutte le genti” (Luca, 24, 48).
È nell’unità che vengono inviati a proclamare quanto hanno visto e sentito.
Il gruppo ecumenico della Scozia ha pensato di rinnovare ai cristiani d’oggi lo stesso invito.
La situazione attuale è indebolita dalla divisione, ma anche in questa circostanza i cristiani sono chiamati a rendere oggi quella testimonianza comune che è loro possibile.
Essa si fonda su quella fede comune non intaccata dalla divisione e sul desiderio di superare le divergenze ancora esistenti.
Il concilio Vaticano ii ci ha ricordato i vincoli che permangono nonostante la divisione, in modo diversificato, tra le varie Chiese e comunità ecclesiali, e costituiscono la comunione parziale che ancora lega i cristiani.
La costituzione dogmatica sulla Chiesa dichiara che con gli altri cristiani “la Chiesa sa di essere per più ragioni congiunta” (Lumen gentium, 14).
Tra le “ragioni” che congiungono i cristiani la costituzione indica innanzitutto la Sacra Scrittura come norma di fede, la fede in Dio Padre onnipotente e in Cristo, Figlio di Dio e Salvatore, il comune battesimo e altri sacramenti.
La costituzione rileva:  “Molti fra loro hanno anche l’episcopato, celebrano la sacra eucaristia e coltivano la devozione alla Vergine Madre di Dio.
A questo si aggiunge la comunione di preghiere e di altri benefici spirituali, anzi una certa vera unione nello Spirito Santo” (ibidem).
Le relazioni fraterne e il dialogo teologico bilaterale hanno ampliato questa base di comunione, pur permanendo importanti divergenze.
Così tra la Chiesa cattolica e gli altri cristiani v’è una vera comunione di fede, sebbene parziale.
In questo contesto, è possibile una fondata testimonianza comune? Nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi Paolo vi (1975) aveva risposto lucidamente auspicando che “si collabori con maggiore impegno con i fratelli cristiani, basandoci sul fondamento del battesimo e sul patrimonio di fede che ci è comune, per rendere sin d’ora, nella stessa opera di evangelizzazione, una più larga testimonianza comune a Cristo di fronte al mondo” (n.
77).
Si tratta di un argomento e di un’azione delicata, ma corrisponde al più autentico spirito ecumenico.
Del resto già esplicitamente il concilio Vaticano ii aveva chiesto che lo spirito ecumenico sia favorito tra i neofiti.
Il decreto Ad gentes aveva chiesto, in relazione all’evangelizzazione, la collaborazione fraterna con gli altri cristiani “esclusa ogni forma di indifferentismo e di sincretismo, sia di sconsiderata concorrenza, attraverso una comune – per quanto possibile – professione di fede in Dio e in Gesù Cristo di fronte alle genti” (n.
15).
Tale cooperazione può realizzarsi “tanto nel campo tecnico e sociale quanto in quello religioso e culturale” (ibidem).
In realtà nel centenario della Conferenza missionaria d’Edimburgo il tema della preghiera per l’unità ripropone così l’orientamento stesso della preghiera di Gesù per i suoi discepoli.
Per essi chiede al Padre “che siano uno, affinché il mondo creda” (Giovanni, 17, 21).
L’unità dei cristiani è aperta alla missione.
Il tema della Settimana viene proposto – proclamando l’intero capitolo 24 di Luca – nello schema di celebrazione liturgica, per coloro che usano fare un atto di culto comune di carattere più esteso e partecipato, per esempio tra tutte le Chiese e comunità ecclesiali presenti sul luogo, in una parrocchia, in una città, in una diocesi.
Il tema sarà proposto inoltre suddiviso in varie parti per ciascuno degli otto giorni.
Il sussidio pone la domanda:  come migliorare la testimonianza dei cristiani nel nostro tempo? E suggerisce una modalità per ciascun giorno:  lodando l’unico Dio che dà il dono della vita e della resurrezione (primo giorno); comprendendo come poter condividere la nostra storia di fede con gli altri (secondo giorno); riconoscendo che Dio opera continuamente nelle nostre vite (terzo giorno); rendendo grazie per la fede che abbiamo ricevuto (quarto giorno); proclamando la vittoria di Cristo su ogni sofferenza (quinto giorno); cercando di essere sempre più fedeli alla Parola di Dio (sesto giorno); crescendo nella fede, nella speranza, nell’amore (settimo giorno); offrendo ospitalità e sapendo riceverla a nostra volta (ottavo giorno).
Il sussidio esplicita la domanda:  la nostra testimonianza al Vangelo di Cristo non sarebbe forse più fedele se riuscissimo, in ciascuno di questi otto aspetti, a darla insieme? I vari giorni trattano i diversi aspetti coinvolti nella tematica del testo biblico di base.
La Settimana così potrà trasformarsi in una lectio divina di approfondimento della Parola di Dio e di preghiera per la ricomposizione dell’unità dei cristiani.
(©L’Osservatore Romano – 17 gennaio 2010)

“Col Papa dialogo complicato ma non si ferma”

Il Papa in Sinagoga: omaggio a vittime Shoah di Orazio La Rocca «Un’ulteriore tappa dell’irrevocabile cammino di concordia e di amicizia tra ebrei e cattolici».
E’ il «convinto» auspicio che Benedetto XVI formula al rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, in vista dell’attesa visita che farà domenica prossima alla Sinagoga di Roma, la seconda di un Papa, dopo quella fatta il 13 aprile 1986 da Giovanni Paolo II, che fu il primo pontefice della storia – dopo San Pietro – ad entrare in un tempio ebraico.
Ratzinger ne parla nel telegramma inviato, a firma del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, al rabbino capo Di Segni in risposta ai suoi auguri natalizi.
Telegramma reso noto ieri, lo stesso giorno in cui il rabbino capo di Tel Aviv, Israel Meir Lau, rilancia le riserve sulla beatificazione di Pio XII, chiedendo al Papa – in una intervista a Sky Tg24 – di non elevare agli onori degli altari Pacelli.
Il tema era esploso lo scorso dicembre in seguito alla firma di Ratzinger dei decreti sulle virtù eroiche di Pio XII e Wojtyla, suscitando le critiche di parte del mondo ebraico che accusa Pacelli di essere stato in «silenzio» verso la Shoah.
Ieri il rabbino Mair Lau ha aggiunto di «vedere con grande sospetto a stupore» il rilancio della beatificazione di Pio XII.
Ma non solo.
Sostiene pure che «Wojtyla ha vissuto la Shoah dalla parte delle vittime, mentre Ratzinger ha passato la seconda guerra mondiale dall’altra parte della barricata e questo può essere una grande differenza».
Qualche garbata riserva emerge anche dall’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Mordechay Lewy, al mensile Pagine Ebraiche, ripreso anche dall’Osservatore Romano.
Il diplomatico, nel parlare degli antichi «traumi ebraici», ricorda che «una ferita grave e dolorosa inflitta nel passato si apre ogni qualvolta la vittima si trova di fronte ai simboli del carnefice».
Si tratta di un problema reso ancora più complicato dal fatto che, riconosce Lewy, «solo pochi rappresentanti dell’ebraismo sono realmente impegnati nell’attuale dialogo con i cattolici».
Polemiche e riserve a parte, tutto è pronto per la visita di Ratzinger che sarà accolto, alle 16,30 dal rabbino capo Di Segni e da Riccardo Pacifici, presidente degli ebrei romani, e Renzo Gattegna, presidente degli ebrei italiani.
L’incontro comincerà con un omaggio alle lapidi che ricordano la deportazione degli ebrei del ghetto di Roma del 16-10-1943 e l’attentato da parte di terroristi palestinesi del 9-10-1982, in cui morì il bambino Stefano Gay Tachè e numerosi ebrei furono feriti.
Dopo, ai piedi della scalinata della Sinagoga Di Segni pronuncerà il suo discorso di benvenuto.
L’ingresso in Sinagoga sarà accompagnato dal canto di un coro, seguito dalle prolusioni ufficiali.
Al termine, breve dialogo privato tra Papa e Rabbino capo; visita alla mostra Et ecce gaudium allestita nel museo ebraico e incontro con ebrei romani.
in “la Repubblica” del 13 gennaio 2010 Laras contro la visita del Papa in sinagoga «Non è un fatto positivo, io non ci sarò» «La visita del Papa alla sinagoga di Roma è un fatto negativo».
È una posizione dura quella espressa dal presidente dell’Assemblea rabbinica italiana Giuseppe Laras (ascoltalo in AUDIO), che domenica non parteciperà alla storica cerimonia nel Tempio maggiore di Lungotevere De’ Cenci.
Un evento, dice, che «non porterà nulla di buono, ma servirà solo ai settori più retrivi della Chiesa».
Laras spiega che durante l’attuale pontificato «il rapporto fraterno tra ebrei e cattolici è diventato sempre più debole».
In particolare il rabbino ha fatto riferimento a «infortuni sul lavoro», come la revoca della scomunica del vescovo lefebvriano Richard Williamson e il processo di beatificazione di Pio XII.
GIOVANARDI: OFFENSIVO – Parole che suonano offensive secondo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi: «Se Laras ha deciso di stare lontano dalla visita del Santo Padre alla sinagoga deve sapere che con questo atteggiamento offende i cattolici, soprattutto quelli che hanno sempre testimoniato amicizia e solidarietà con gli ebrei e lo Stato di Israele.
Nel dialogo possono nascere incomprensioni, ma l’interruzione del dialogo e gesti di scortesia non aiutano certamente a chiarire le rispettive posizioni».
L’AMBASCIATORE LEWY – Alle parole del presidente dei rabbini fanno eco quelle dell’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Mordechai Lewy, secondo cui «l’antigiudaismo cattolico esiste ancora»: «Sono sicuro che quando il Concilio Vaticano II ha approvato la “Nostra Aetate” (dichiarazione sui rapporti tra cattolici ed ebrei con la condanna dell’antisemitismo, ndr) non tutti erano d’accordo, come credo che non tutti lo siano ancora oggi».
Inoltre, spiega, le precisazioni del Vaticano sul timing della beatificazione di Pio XII non fermeranno le critiche.
Ma Lewy riconosce che la visita di Benedetto XVI ha una «dimensione storica» e «nonostante la differenza di opinioni possiamo mantenere un dialogo onesto e molto amichevole».
L’anno scorso la celebrazione comune della Giornata era saltata per la protesta da parte di alcuni rabbini contro l’introduzione della preghiera per la conversione degli ebrei: «È stata un’eccezione – spiega Lewy -, una breve interruzione di rapporti che però da tempo sono positivi».
CORRENTI RETRIVE – Secondo il presidente dei rabbini Laras, che ha rilasciato un’intervista al Juedische Allgemeine Zeitung, giornale della comunità ebraica tedesca, nulla di positivo può derivare dalla visita di Benedetto XVI, «né per il dialogo ebraico-cattolico, né per il mondo ebraico in genere.
L’unica che potrà trarne vantaggio sarà la Chiesa, in particolare nelle sue correnti più retrive.
Qualora si verificasse un nuovo motivo di attrito con il mondo ebraico, potrà servirsi di questo evento per ribadire ed esibire la sua sincera amicizia nei nostri confronti».
Laras ha poi attaccato la comunità ebraica romana dato che – spiega – l’ebraismo italiano non è stato coinvolto nella decisione da assumere in merito all’incontro con il Pontefice.
La scelta di non disdire la visita «è stata presa unilateralmente dalle rappresentanze della comunità ebraica di Roma e dal suo rabbino capo», Riccardo Di Segni, e l’idea di annullare la visita dopo la recente dichiarazione di Benedetto XVI su Pio XII «è stata condivisa da molti in Italia, soprattutto da parte delle famiglie dei superstiti della Shoah e da alcuni esponenti del Rabbinato italiano.
Pur condividendo l’idea di non annullare l’incontro, avrei preteso un chiarimento maggiormente significativo della Chiesa cattolica sui presunti eroismi di Pio XII, ora additati al mondo come modello da esaltare e da imitare».
DI SEGNI: VISIONI DIVERSE – A Laras ha replicato lo stesso Di Segni: «Abbiamo visioni differenti e io rispetto molto le visioni differenti, sarà il tempo a dire chi ha fatto la scelta giusta».
E sulla visita di domenica: «Quello che farà il papa francamente non lo so.
Stiamo valutando se e come affrontare gli argomenti sollevati dalla vicenda della beatificazione di Pio XII».
Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica romana, esprime massimo rispetto per la posizione di Laras, ma sottolineando che la presenza in sinagoga delle più autorevoli personalità del mondo ebraico internazionale testimoniano «l’incoraggiamento e il sostegno» alla visita di Ratzinger affinché il dialogo vada avanti.
IL PRECEDENTE NEL 1986 – L’ultima visita di un papa alla sinagoga romana risale al 1986, quando Giovanni Paolo II fu accolto nel tempio dall’allora rabbino capo di Roma Elio Toaff.
Ed è proprio Toaff a dire oggi che il cammino di dialogo e chiarificazione tra ebraismo e cristianesimo prosegue anche se ogni tanto compaiono «quelli che oramai chiamiamo errori di percorso».
L’anziano rabbino, sostituito da Di Segni nel 2001, domenica sarà presente per salutare brevemente Benedetto XVI.
Il suo giudizio sulla visita è «molto positivo»: «Ebraismo e cristianesimo continuano a dialogare e a parlarsi ormai ininterrottamente da decenni a partire dal Concilio Vaticano II.
Questo nuovo appuntamento significa che il cammino prosegue su questa strada anche se ogni tanto compaiono quelli che oramai chiamiamo errori di percorso.
Tuttavia credo che grazie alla buona volontà di tutti il dialogo proseguirà sulla strada della collaborazione e della comune comprensione».
14 gennaio 2010 «Il Papa in Sinagoga, dialogo che continua» Una visita che «ha valore in sé».
«Come segno di continuità», dice il rabbino capo della comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, che domenica prossima riceverà Benedetto XVI, quasi 24 anni dopo la storica prima volta di Giovanni Paolo II.
A pochi giorni dal nuovo evento Di Segni ci riceve nel suo studio privato e in questa intervista ad Avvenire affronta con la consueta franchezza tutti i punti più importanti dell’agenda comune ebraicocattolica.
A cominciare dal cambiamento di clima che nel giro di 12 mesi ha ribaltato una situazione di forte tensione.
Perciò l’esponente ebraico afferma convinto: «Indietro non si torna».
Grazie al dialogo sono stati realizzati «sostanziali passi avanti ».
Rabbino, giusto un anno fa la giornata dell’amicizia tra ebrei e cattolici non fu celebrata.
Domenica prossima invece il Papa si recherà nella Sinagoga di Roma.
Che cosa ha determinato questo netto miglioramento? La sospensione della celebrazione della giornata era dovuta alle turbolenze in merito alla preghiera del venerdì santo «pro Judaeis» che toccava un nervo scoperto della sensibilità ebraica.
Se, infatti, il dialogo serve alla conversione degli ebrei, noi lo rifiutiamo per principio.
Il dialogo serve invece per conoscerci e per rispettarci, cioè per farci più forti nelle nostre fedi, conoscendo meglio l’altro.
Se invece ha altri scopi, per noi non ha senso.
Su questo erano necessari dei chiarimenti che grazie al dialogo sono arrivati e questo ha reso possibile rasserenare il clima.
E quest’anno la celebrazione assume un aspetto assolutamente eccezionale.
Qual è il significato di questa visita? La visita ha valore di per sé come gesto di continuità, poiché si colloca sulla scia di un grande gesto compiuto da Giovanni Paolo II.
Il fatto che il gesto venga ripetuto significa che non resta isolato, che questa linea è tracciata e che Benedetto XVI non ha intenzione di tornare indietro.
Perciò si crea un modo di rapportarsi ed una tradizione da seguire.
Papa Ratzinger è già alla sua terza visita in una Sinagoga, è stato al Muro del Pianto e allo Yad Vashem, ha reso omaggio alla Shoah recandosi ad Auschwitz.
E tutto questo in meno di cinque anni di pontificato.
Chi è oggi per il mondo ebraico Benedetto XVI? È un Papa che ha una forte sensibilità per il nostro mondo, ma anche un pensiero complesso.
E infatti, accanto ad aspetti di grande simpatia per la realtà ebraica ha anche dei momenti di pensiero ben fermo, di posizioni che non incontrano ovviamente il nostro favore.
Tuttavia non è certamente un Papa che interrompe il dialogo o che dice: «Bisogna tornare indietro», anzi va avanti con la sua precisa formazione.
D’altra parte se fossimo d’accordo su tutto, non ci sarebbe neppure motivo di dialogare.
Quali sono i punti più urgenti di questo dialogo? In primo luogo c’è una questione di clima sereno.
Certo, ogni tanto possono esserci incidenti e inciampi, ma quello che deve essere forte è la volontà di risolverli.
L’altro punto fondamentale è che dobbiamo chiederci: che senso ha che i nostri due mondi si confrontino? E lei che risposta dà a questa domanda? La nostra amicizia deve servire a dimostrare che si può testimoniare la propria fede in un modo non offensivo, non aggressivo e non violento nei confronti degli altri credenti e degli altri esseri umani.
Ed è un messaggio importantissimo nella fase attuale.
Vorremmo anzi che il messaggio di questa visita si allarghi e coinvolga altre comunità.
Recentemente la pubblicazione del decreto sulle virtù eroiche di Pio XII ha suscitato nuove reazioni da parte ebraica.
Qual è la sua opinione al riguardo? Ecco, questa è una questione che divide, è un problema di interpretazione storica, sul quale bisognerà tener presente che la sensibilità ebraica è completamente diversa.
Noi vorremmo che si andasse avanti con e- strema cautela e non con gesti avventati.
Il problema, infatti, dal nostro punto di vista è ben lontano dalla sua soluzione.
Che cosa intende per «estrema cautela » e quali sarebbero invece i «gesti avventati»? Estrema cautela significa che esistono tantissimi documenti ancora da studiare, mentre i gesti avventati sono quelli di chi dice: «La situazione è perfettamente chiara, abbiamo chiuso il discorso e basta».
Tutto chiarito invece sulla questione della preghiera del venerdì santo alla quale lei accennava prima? Sull’argomento direi che è stato raggiunto un armistizio ‘politico’, più che una pace vera.
Nel senso che è stato chiarito dalle più alte autorità della Chiesa che la conversione non si riferisce all’immediato, ma è trasferita alla fine dei tempi.
Non crede che dalla visita verrà anche l’ennesimo fortissimo no all’antisemitismo? Francamente penso che oggi il problema sia l’antigiudaismo, che è una cosa differente, ma non meno pericolosa.
L’antisemitismo è un odio su base razziale e la Chiesa non può essere razzista.
Ma l’ostilità antiebraica può esistere anche a prescindere dall’odio razziale ed è su quello che dobbiamo fare chiarezza, anche se devo riconoscere che sono stati fatti dei progressi sostanziali in questi ultimi anni.
in “Avvenire” del 13 gennaio 2010 intervista a Riccardo Di Segni Riccardo Di Segni (rabbino capo di Roma) dopo le polemiche per il sì di Ratzinger a Pio XII beato come sarà la visita di domenica in sinagoga? «La distinzione tra ruolo storico di Pio XII e valutazione di fede.
E’ stato il segnale che il “via libera” di Benedetto XVI alla beatificazione non era una sfida.
Resta discutibile se quella distinzione abbia una validità morale e teologica, però in quel modo il vaticano ha dimostrato disponibilità al confronto.
Ma la scelta è stata difficile, ci sono state consultazioni e riflessioni continue.
Così si mostra al mondo che con il papa Benedetto XVI il dialogo, pur restando una materia complicata, non torna indietro».
  Cosa c’è nel suo discorso? «Non è ancora pronto.
Sarà incentrato sulla riflessione del significato religioso dei nostri rapporti, del rispetto reciproco, ma sto valutando se e in quale forma inserire un riferimento a Pio XII, dopo tutto quello che è successo nei giorni passati.
Domenica ogni singolo aspetto sarà delicatissimo: dall’accoglienza alle parole che verranno pronunciate.
E’ ancora tutto in gestazione e non ci sono stati contatti sui contenuti.
Sul pontificato di Pio XII la pensiamo in modo diverso, però serve incontrarsi anche se si hanno opinioni differenti».
Wojtyla ha vissuto la Shoah dalla parte delle vittime, mentre Benedetto XVI ha passato la seconda guerra mondiale «dall’altra parte della barricata».
Condivide le parole del rabbino capo di Tel Aviv, Israel Meir Lau? «Non è un attacco, bensì la constatazione di una differenza oggettiva tra Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
A parlare è un gigante dell’ebraismo mondiale, discendente di un’antica dinastia rabbinica.
I suoi genitori sono stati sterminati e lui da bambino si è salvato passando da un lager all’altro.
Israel Meir Lau è polacco ed è stato amico personale di Wojtyla, non è una persona qualsiasi e i suoi interventi hanno una grandissima rilevanza.
Ricordo bene il clima in cui avvenne la visita di Wojtyla alla Sinagoga di Roma.
I problemi e le resistenze non mancavano neanche allora, tanto più che era il primo Papa in duemila anni a entrare in una Sinagoga.
Però le differenze tra i due eventi sono enormi».
Quali? «Le differenze riguardano la persona Wojtyla rispetto alla persona Ratzinger, i tempi e il programma.
Il ruolo delle religioni su scala mondiale è cambiato totalmente.
Ora, con l’incombente scontro fra civiltà, è fondamentale ricondurre il confronto nel giusto ambito.
La visita di Wojtyla fu un grande gesto.
Quattro anni fa ho incontrato Benedetto XVI in Vaticano, gli dissi che era quasi il ventennale della visita di Wojtyla.
Un evento unico, ma che nulla impediva che fosse ripetuto».
Che cosa ha pensato durante le bufere per la grazia al vescovo negazionista Willamson, il ritorno della preghiera del Venerdì Santo per la conversione degli ebrei e Pio XII beato?  «Nei primi momenti del pontificato di Ratzinger, si diffuse la convinzione che non solo non ci sarebbero stati passi indietro nel cammino del dialogo con l’ebraismo, ma che la strada segnata sarebbe continuata linearmente.
Purtroppo invece gli ostacoli e gli incidenti di percorso in questi quattro anni non sono mancati, ma bisognerebbe guardare anche alle cose essenziali.
A pochi giorni dalla visita guardiamo di più ciò che ci avvicina invece che a ciò che ci allontana e cioè la denuncia dell’antisemitismo e antigiudaismo passato e presente, la condanna del terrorismo fondamentalista, l’attenzione allo Stato d’Israele, che per tutto il popolo ebraico è un riferimento essenziale e centrale».
in “La Stampa” del 14 gennaio 2010

Il pluralismo valorizza la diversità

Pubblichiamo questi articoli apparsi sul Corriere della Sera poiché hanno suscitato molto dibattito sulla stampa italiana e  possono costituire un interessante base per la discussione.  L’integrazione degli islamici Giovanni Sartori In tempi brevi la Ca­mera dovrà pronun­ciarsi sulla cittadi­nanza e quindi, an­che, sull’«italianizzazio­ne» di chi, bene o male, si è accasato in casa no­stra.  Il problema viene combattuto, di regola, a colpi di ingiurie, in chia­ve di «razzismo».
Io dirò, più pacatamente, che chi non gradisce lo straniero che sente estraneo è uno «xenofobo», mentre chi lo gradisce è uno «xenofi­lo ».
E che non c’è intrinse­camente niente di male in nessuna delle due rea­zioni.
Chi più avversa l’immi­grazione è da sempre la Lega; ma a suo tempo, nel 2002, anche Fini fir­mò, con Bossi, una legge molto restrittiva.
Ora, in­vece, Fini si è trasformato in un acceso sostenitore dell’italianizzazione rapi­da.
Chissà perché.
Fini è un tattico e il suo dire è «asciutto»: troppo asciut­to per chi vorrebbe capi­re.
Ma a parte questa gira­volta, il fronte è da tempo lo stesso.
Berlusconi ap­poggia Bossi (per esserne appoggiato in contrac­cambio nelle cose che lo interessano).
Invece il fronte «accogliente» è co­stituito dalla Chiesa e dal­la sinistra.
La Chiesa deve essere, si sa, misericordio­sa, mentre la xenofilia del­la sinistra è soltanto un «politicamente corretto» che finora è restato male approfondito e spiegato.
Due premesse.
Primo, che la questione non è tra bianchi, neri e gialli, non è sul colore della pelle, ma invece sulla «integra­bilità» dell’islamico.
Se­condo, che a fini pratici (il da fare ora e qui) non serve leggere il Corano ma imparare dall’espe­rienza.
La domanda è allo­ra se la storia ci racconti di casi, dal 630 d.C.
in poi, di integrazione degli islamici, o comunque di una loro riuscita incorpo­razione etico-politica (nei valori del sistema politi­co), in società non islami­che.
La risposta è sconfor­tante: no.
Il caso esemplare è l’In­dia, dove le armate di Al­lah si affacciarono agli ini­zi del 1500, insediarono l’impero dei Moghul, e per due secoli dominaro­no l’intero Paese.
Si avver­ta: gli indiani «indigeni» sono buddisti e quindi pa­ciosi, pacifici; e la maggio­ranza è indù, e cioè poli­teista capace di accoglie­re nel suo pantheon di di­vinità persino un Mao­metto.
Eppure quando gli inglesi abbandonarono l’India dovettero inventa­re il Pakistan, per evitare che cinque secoli di coesi­stenza in cagnesco finisse­ro in un mare di sangue.
Conosco, s’intende, an­che altri casi e varianti: dalla Indonesia alla Tur­chia.
Tutti casi che rivela­no un ritorno a una mag­giore islamizzazione, e non (come si sperava al­meno per la Turchia) l’av­vento di una popolazione musulmana che accetta lo Stato laico.
Veniamo all’Europa.
In­ghilterra e Francia si sono impegnate a fondo nel problema, eppure si ritro­vano con una terza gene­razione di giovani islami­ci più infervorati e incatti­viti che mai.
Il fatto sor­prende perché cinesi, giapponesi, indiani, si ac­casano senza problemi nell’Occidente pur mante­nendo le loro rispettive identità culturali e religio­se.
Ma — ecco la differen­za — l’Islam non è una re­ligione domestica; è inve­ce un invasivo monotei­smo teocratico che dopo un lungo ristagno si è ri­svegliato e si sta vieppiù infiammando.
Illudersi di integrarlo «italianizzan­dolo » è un rischio da gi­ganteschi sprovveduti, un rischio da non rischia­re.
Corriere della Sera 20 dicembre 2009 Una replica ai pensabenisti sull’Islam di Giovanni Sartori Il mio editoriale del 20 dicembre «La integrazione degli islamici» resta attuale perché la legge sulla cittadinanza resta ancora da approvare (alla Camera).
Nel frattempo altri ne hanno discusso su questo giornale.
Tra questi il professor Tito Boeri mi ha dedicato (Corriere del 23 dicembre) un attacco sgradevole nel tono e irrilevante nella sostanza.
Il che mi ha spaventato.
Se Boeri, che è professore di Economia del lavoro alla Bocconi e autorevole collaboratore di Repubblica, non è in grado di capire quel che scrivo (il suo attacco ignora totalmente il mio argomento) e dimostra di non sapere nulla del tema nel quale si spericola, figurarsi gli altri, figurarsi i politici.
Il Nostro esordisce così: «Dunque Sartori ha deciso che gli immigrati di fede islamica non sono integrabili nel nostro tessuto sociale, non devono poter diventare cittadini italiani».
In verità il mio articolo si limitava a ricordare che gli islamici non si sono mai integrati, nel corso dei secoli (un millennio e passa) in nessuna società non-islamica.
Il che era detto per sottolineare la difficoltà del problema.
Se poi a Boeri interessa sapere che cosa «ho deciso», allora gli segnalo che in argomento ho scritto molti saggi, più il volume «Pluralismo, Multiculturalismo e Estranei» (Rizzoli 2002), più alcuni capitoletti del libriccino «La Democrazia in Trenta Lezioni » (Mondadori, 2008).
Ma non pretendo di affaticare la mente di un «pensabenista», di un ripetitore rituale del politicamente corretto, che perciò sa già tutto, con inutili letture.
Mi limiterò a chiosare due perle del suo intervento.
Boeri mi chiede: «Pensa Sartori che chi nasce in Italia, studia, lavora e paga le tasse per diventare italiano debba abbandonare la fede islamica?».
Ovviamente non lo penso.
Invece ho sempre scritto che le società liberal- pluralistiche non richiedono nessuna assimilazione.
Fermo restando che ogni estraneo (straniero) mantiene la sua religione e la sua identità culturale, la sua integrazione richiede soltanto che accetti i valori etico-politici di una Città fondata sulla tolleranza e sulla separazione tra religione e politica.
Se l’immigrato rifiuta quei valori, allora non è integrato; e certo non diventa tale perché viene italianizzato, e cioè in virtù di un pezzo di carta.
Al qual proposito l’esempio classico è quello delle comunità ebraiche che mantengono, nelle odierne liberaldemocrazie, la loro millenaria identità religiosa e culturale ma che, al tempo stesso, risultano perfettamente integrate nel sistema politico nel quale vivono.
Ultima perla.
Boeri sottintende che io la pensi come «quei sindaci leghisti» eccetera eccetera.
No.
A parte il colpo basso (che non lo onora), la verità è che io seguo l’interpretazione della civiltà islamica e della sua decadenza di Arnold Toynbee, il grande e insuperato autore di una monumentale storia delle civilizzazioni (vedi Democrazia 2008, pp.
78-80).
Il mio pedigree di studioso è in ordine.
È quello del mio assaltatore che non lo è.
Il Corriere ha poi pubblicato il 29 dicembre le lettere di due lettori i quali, a differenza del professor Boeri, hanno capito benissimo la natura e l’importanza del problema che avevo posto, e che chiedevano lumi a Sergio Romano.
Ai suoi «lumi» posso aggiungere il mio? Romano, che è accademicamente uno storico, fa capo alle moltissime variabili che sono in gioco, ai loro molteplici contesti, e pertanto alla straordinaria complessità del problema.
D’accordo.
Ma nelle scienze sociali lo studioso deve procedere diversamente, deve isolare la variabile a più alto potere esplicativo, che spiega più delle altre.
Nel nostro caso la variabile islamica (il suo monoteismo teocratico) risulta essere la più potente.
S’intende che questa ipotesi viene poi sottoposta a ricerche che la confermano, smentiscono e comunque misurano.
Ma soprattutto si deve intendere che questa variabile «varia», appunto, in intensità, diciamo in grado di riscaldamento.
Alla sua intensità massima produce l’uomo- bomba, il martire della fede che si fa esplodere, che si uccide per uccidere (e che nessuna altra cultura ha mai prodotto).
Diciamo, a caso, che a questo grado di surriscaldamento, di fanatismo religioso, arrivano uno-due musulmani su un milione.
Tanto può bastare per terrorizzare gli infedeli, e al tempo stesso per rinforzare e galvanizzare l’identità fideistica (grazie anche ai nuovi potentissimi strumenti di comunicazione di massa) di centinaia di milioni di musulmani che così ritrovano il proprio orgoglio di antica civiltà.
Ecco perché, allora, l’integrazione dell’islamico nelle società modernizzate diventa più difficile che mai.
Fermo restando, come ricordavo nel mio fondo e come ho spiegato nei miei libri, che è sempre stata difficilissima.
in Corriere della sera 5 1 2010 No al multiculturalismo ideologico di G.
Sartori A quanto pare il tema della cittadinanza agli islamici è sentito.
Il Corriere ha selezionato ieri 11 lettere, ricavate da un totale di quasi 450 accolte su 23 pagine di Internet.
Ne ignoro la distribuzione.
Ma un mio amico ha calcolato che più della metà di queste lettere sono a mio favore, e che le altre sono per lo più divagazioni ondeggianti tra il sì e il no.
Grazie a tutti, anche perché ho così modo di estendere il discorso (seppure complicandolo un po’).
Primo.
Non si deve confondere tra il multiculturalismo che esiste in alcuni Paesi, che c’è di fatto, e il multiculturalismo come ideologia, come predicazione di frammentazione e di separazione di etnie in ghetti culturali.
Per esempio la Svizzera è oggi, di fatto, un Paese multiculturale che funziona bene come tale, anche se il lieto fine ha richiesto addirittura una guerra intestina.
Invece Belgio e Canada sono oggi due Paesi bi-culturali in difficoltà, specie il primo.
Anche la felix Austria fu, sotto gli Asburgo, un grande Stato multiculturale che però si è subitamente disintegrato alla fine della prima guerra mondiale.
Comunque, i casi citati sono o sono stati multiculturali di fatto.
Il multiculturalismo ideologico di moda è invece una predicazione che distrugge il pluralismo e che va perciò combattuta.
Secondo.
Contrariamente a quanto scritto da alcuni lettori, è il pluralismo che valorizza e pregia la diversità.
Ma una diversità fondata su cross-cutting cleavages, su affiliazioni e appartenenze che si incrociano, che sono intersecanti, e non, come nel caso dell’ideologia multiculturale, da affiliazioni coincidenti che si cumulano e rinforzano l’una con l’altra.
Pertanto è sbagliato, sbagliatissimo, raccontare che ormai viviamo tutti in società multiculturali, e che questo è inevitabilmente il nostro destino.
Invece sinora viviamo quasi tutti, nell’Occidente, in società pluralistiche in grado di assorbire e di gestire al meglio l’eterogeneità culturale.
Attenzione, allora, a non attribuire al multiculturalismo pregi che sono invece del pluralismo.
Terzo.
Un’altra confusione da evitare è tra conflitti religiosi e conflitti etnici.
Questi ultimi sono purtroppo eterni e ricorrenti.
Lo sono anche, tra l’altro, all’interno del mondo musulmano.
Per esempio gli iraniani sono etnicamente persiani, non arabi; e la comune fede islamica non ha impedito, di recente, una sanguinosissima guerra tra l’Iraq di Saddam Hussein e l’Iran degli ayatollah.
Le religioni possono invece coesistere pacificamente ignorandosi l’una con l’altra.
Si combattono quando sono «calde», invasive, fanatizzate; non altrimenti.
Quarto.
Qual è il vero Islam? Gli intellettuali musulmani accasati in Occidente  si affannano quasi tutti a spiegare che non è quello propagandato dai fondamentalisti.
Anche io ho letto, ovviamente, il Corano, che è simile all’Antico Testamento nel suggerire tutto e il suo contrario.
Ma il fatto è che gli islamisti contrari al fondamentalismo hanno voce e peso soltanto con gli occidentali.
 Il diritto islamico viene stabilito, nei secoli, dai dottori della legge, gli ulama.
Sono loro a stabilire quali sono, o non sono, gli sviluppi conformi alla dottrina coranica; e anche in Occidente il comportamento dei fedeli è dettato, ogni venerdì, nella moschea dal discorso del Khateb che accompagna la preghiera pubblica.
La moschea, si ricordi, non è solo un luogo di culto, una chiesa nel nostro significato del termine, è anche la città-Stato dei credenti, la loro vera patria.
Quinto.
I rimedi.
Tutti si chiedono quali siano, eppure sono ovvi.
È stato il bombardamento del «politicamente corretto» che ce li ha fatti dimenticare o dichiarare superati.
A suo tempo i tedeschi accolsero milioni di turchi come «lavoratori ospiti»; noi avevamo e abbiamo i permessi di soggiorno a lunga scadenza; gli Stati Uniti concedono agli stranieri la residenza permanente.
Sono tutte formule che si possono, se e quando occorre, migliorare e «umanizzare».
Ma sono certo preferibili alla creazione del cittadino «contro-cittadino» che, una volta conseguita la massa critica necessaria, crea e vota il suo partito islamico che rivendica diritti islamici se così istruito nelle moschee.
Non dico che avverrà; ma se il fondamentalismo si consolida, potrebbe avvenire.
È un rischio che sarebbe stupido correre.
O almeno a me così sembra.
in “Corriere della Sera” del 7 gennaio 2010 I musulmani e i tempi dell’integrazione di Tito Boeri Caro Direttore, dunque Giovanni Sartori ha deciso che gli immigrati di fede islamica non sono integrabili nel nostro tessuto sociale, non devono poter diventare cittadini italiani (Corriere del 20 dicembre, ndr).
Non si tratta di un’affermazione di poco conto.
Parliamo di circa un milione e mezzo di persone che oggi vivono in Italia.
Da cosa trae Sartori questa convinzione? Da un’analisi dei processi di integrazione degli immigrati di fede islamica in Paesi a più antica immigrazione? Si direbbe di no.
Il 77 per cento dei maghrebini di seconda generazione immigrati in Francia ha sposato una persona di cittadinanza francese.
Dichiarano di sentirsi francesi tanto quanto gli altri immigrati.
In Germania un figlio di immigrato turco (al 90 per cento di religione islamica) ha la stessa probabilità di un figlio di immigrato italiano di sposarsi con una persona nata in Germania.
Si identificano di più con il Paese che li ha accolti di quanto non facciano i figli dei nostri emigrati.
Nel Regno Unito gli immigrati del Pakistan o del Bangladesh, le due più grandi comunità di fede islamica ivi presenti, si integrano allo stesso modo degli indiani, dei caraibici e dei cinesi.
Si sentono britannici e parte del Regno Unito più degli immigrati di fede cristiana, anche se mantengono la loro religione.
Si integrano economicamente e socialmente, nel lavoro, sposandosi con persone del Paese che li accoglie e parlando a casa l’inglese, indipendentemente da quanto spesso vadano in moschea, da quanto siano devoti all’Islam.
Ritengono di poter essere al tempo stesso britannici e musulmani.
Si sbagliano forse? Pensa Sartori, come quei sindaci leghisti che si battono contro la costruzione di moschee nelle loro città, che chi nasce in Italia, studia, lavora e paga le tasse da noi, per diventare italiano debba abbandonare la fede islamica? Non voglio certo negare che ci sia un problema di integrazione degli immigrati in generale e dei musulmani in particolare.
Ma trattare di questi problemi con superficialità, alimentando pregiudizi tanto diffusi quanto lontani dalla realtà non aiuta certo a risolverli.
Impedire poi ai musulmani di praticare la loro religione da noi, a differenza di quanto avviene in Paesi che da decenni ospitano grandi comunità di fede islamica, e precludere loro a priori la cittadinanza italiana, serve solo ad allungare i tempi dell’integrazione.
Corriere della sera 04 gennaio 2010 Integrazione e società di Tito Boeri Caro Direttore i terribili avvenimenti di Rosarno mostrano in modo inequivocabile quanto sia cruciale il tema dell’integrazione degli immigrati nella società italiana, su cui lei ha deciso di aprire un dibattito sul suo giornale.
Ci dicono che i flussi migratori sono non solo fonte di grandi benefici economici, ma anche di gravi tensioni sociali per le comunità che li ospitano.
Dimostrano al contempo come sia riduttivo (e intellettualmente disonesto) confinare alla dimensione religiosa il problema dell’integrazione.
La tesi sull’”impossibile integrazione degli islamici” è stata sostenuta sulle sue colonne con riferimenti storici quanto meno azzardati (non è vero che i mussulmani hanno imposto la propria fede con forza in India sotto l’impero dei Moghul, non è vero che solo la cultura islamica ha prodotto chi si fa uccidere per uccidere, basti pensare ai kamikaze o ai guerrieri Tamil), e su testi di autori, come Toynbee, scomparsi 35 anni fa, quindi impossibilitati a studiare il lungo processo di integrazione delle minoranze islamiche nelle società europee contemporanee.
Non un solo dato è stato citato a supporto di questa tesi così impegnativa.
Né sono stati presi in considerazione le statistiche che avevo fornito e che documentano che l’integrazione di minoranze mussulmane nei paesi a più antica immigrazione è difficile, ma tutt’altro che impossibile.
Il compito di uno studioso è quello di fornire informazioni sui casi tipici, sui grandi numeri (di aneddoti ed eccezioni è costellata la nostra vita quotidiana).
Approfitto allora di questo spazio per far nuovamente parlare i dati, questa volta sulla realtà dell’immigrazione nel nostro paese, alla luce della prima indagine rappresentativa degli immigrati clandestini condotta in Italia, a cura della Fondazione Rodolfo Debenedetti, nel novembre-dicembre 2009.
Primo dato: un italiano su tre non vorrebbe avere un mussulmano come vicino di casa; pochi meno di quanti non vorrebbero estremisti (di destra o sinistra) o malati di aids nella porta accanto; tre volte la percentuale di italiani che non vorrebbero ebrei come vicini di casa.
Secondo dato: gli immigrati in provenienza da paesi mussulmani parlano più spesso l’italiano, mandano i loro figli alla scuola pubblica e hanno più frequenti contatti con italiani delle altre minoranze, soprattutto dei cinesi.
Terzo dato: gli immigrati, di tutte le etnie, lavorano più degli italiani (il loro tasso di occupazione è del 15 per cento superiore al nostro) sebbene circa un quarto di loro sia presente irregolarmente nel nostro paese, non abbia permesso di soggiorno e regolare contratto di lavoro.
Il primo dato spiega molte reazioni dei lettori; fa riflettere anche sul comportamento di chi, dopo aver compiaciuto la vox populi, conta il numero di commenti favorevoli raccolti sul sito web del suo giornale.
Il secondo dato apre speranze sull’integrazione dei mussulmani nel nostro paese; soprattutto se sapremo investire, come in altri paesi, nel sistema scolastico, come strumento per trasmettere la nostra identità culturale.
Pone dubbi sulla decisione di imporre un tetto del 30 per cento agli immigrati nelle nostre scuole.
Ci sono comuni in cui l’80 per cento della popolazione è straniera: dovremmo forse impedire ai figli di questi immigrati di andare a scuola? Il terzo dato è cruciale per capire come contrastare davvero l’immigrazione clandestina, nei fatti e non con le parole.
Rafforzando i controlli sui posti di lavoro per contrastare l’impiego in nero degli immigrati si può essere molto più efficaci che introducendo nuove leggi (come quelle che istituiscono il reato di immigrazione clandestina) destinate a non essere applicate.
Non ho le rocciose certezze di alcuni suoi editorialisti che hanno risposte su tutto: dalle riforme costituzionali, al rapporto fra islam e immigrazione, al modo con cui salvare la Terra dagli effetti del cambiamento climatico.
Essendo indiscutibilmente più limitato, temo di non avere risposte a molti quesiti posti dai lettori.
Ma di una cosa sono convinto: queste risposte non possono alimentarsi sui pregiudizi né essere trovate nelle (peraltro autorevoli) pagine di libri scritti alcuni decenni fa.
Dovremo avere tutti l’umiltà di dubitare, di osservare per imparare, di farci aiutare dai dati e dai numeri.
In fondo è proprio questo che trovo interessante nel mio lavoro.
La ringrazio ancora per lo spazio che mi ha gentilmente concesso.
Corriere della sera 10 gennaio 2010 Le fermezza e l’ipocrisia Angelo Panebianco Sappiamo da tempo che l’immigrazione è il fenomeno che forse più inciderà sul futuro dell’Europa.
Conteranno sia la quantità dei flussi migratori che la qualità delle risposte europee.
In Italia sembriamo tuttora impreparati ad affrontare in modo razionale e convergente un fenomeno col quale conviviamo ormai da anni.
Ci sono almeno tre temi su cui non c’è consenso nazionale e, per conseguenza, mancano codici di comportamento e pratiche comuni fra gli operatori delle principali istituzioni.
Non c’è consenso, prima di tutto, su che cosa si debba intendere per «integrazione» degli immigrati.
A parole, tutti la auspicano ma che cosa sia resta un mistero.
Ad esempio, si può ridurla alla questione dei tempi per la concessione della cittadinanza? O ciò non significa partire dalla coda anziché dalla testa? Poiché nulla meglio delle micro-situazioni getta luce sui macro-fenomeni, si guardi a che cosa davvero intendono per «integrazione» certi operatori istituzionali.
Ciò che succede, ormai da diversi anni, in molte scuole, durante le feste natalizie (e le inevitabili polemiche si infrangono contro muri di gomma) è rivelatore.
Ci sono educatori (è inappropriato definirli diseducatori?) che hanno scelto di abolire il presepe e gli altri simboli natalizi, lanciando così agli immigrati non cristiani (ma anche ai piccoli italiani) il seguente messaggio: noi siamo un popolo senza tradizioni o, se le abbiamo, esse contano così poco ai nostri occhi che non abbiamo difficoltà a metterle da parte per rispetto delle vostre tradizioni.
Intendendo così il rispetto reciproco e la «politica dell’integrazione», quegli educatori contribuiscono a preparare il terreno per futuri, probabilmente feroci, scontri di civiltà.
E lasciamo da parte ciò che possiamo solo immaginare: cosa essi raccontino, sulle suddette tradizioni, nelle aule, ai piccoli italiani e stranieri.
C’è poi, in secondo luogo, la questione dell’immigrazione islamica.
Tipicamente (le critiche di Tito Boeri – 23 dicembre – e di altri, alle tesi di Giovanni Sartori – 20 dicembre – sulla difficoltà di integrare i musulmani, ne sono solo esempi), la posizione fino ad oggi dominante fra gli intellettuali liberal (e cioè politicamente corretti) è stata quella di negare l’esistenza del problema.
Come se in tutti i Paesi europei, quale che sia la politica verso i musulmani, non si constati sempre la stessa situazione: ci sono, da un lato, i musulmani integrati, che vivono quietamente la loro fede, e non rappresentano per noi alcun pericolo (coloro che, a destra, ne negano l’esistenza facendo di tutta l’erba un fascio sono altrettanto dannosi dei suddetti liberal) ma ci sono anche, dall’altro, i tradizionalisti militanti, rumorosi e assai numerosi, più interessati ad occupare spazi territoriali per l’islam nella versione chiusa e oscurantista che a una qualsiasi forma di integrazione.
E lascio qui deliberatamente da parte i jihadisti e i loro simpatizzanti.
Salvo osservare che i confini che separano i tradizionalisti militanti contrari all’uso della violenza e i simpatizzanti del jihadismo sono fluidi, incerti e, probabilmente, attraversati spesso nei due sensi.
Negare il problema è, francamente, da irresponsabili.
Ultima, ma non per importanza, c’è la questione dell’immigrazione clandestina, che porta con sé anche i fenomeni legati allo sfruttamento da parte della criminalità organizzata (e il caso di Rosarno ne è un esempio).
Non c’è nemmeno consenso nazionale sul fatto che i clandestini vadano respinti.
Da un lato, ci sono settori (xenofobi in senso proprio) della società che non hanno interesse a tracciare una linea netta fra clandestini e regolari essendo essi contro tutti gli immigrati.
Ma tracciare una linea netta non interessa, ovviamente, neanche ai fautori dell’accoglienza indiscriminata.
Non ci sono solo troppi prelati e parroci che parlano ambiguamente di accoglienza senza mettere mai paletti (accoglienza verso chi? alcuni? tutti? Con quali criteri? Con quali risorse?).
Ci sono anche operatori istituzionali che ci mettono del loro.
Un certo numero di magistrati, ad esempio, ha deciso che il reato di clandestinità è in odore di incostituzionalità.
Immaginiamo che la Corte costituzionale si pronunci domani con una sentenza favorevole alla tesi di quei magistrati.
Bisognerebbe allora mandare a memoria la data di quella sentenza perché sarebbe una data storica, altrettanto importante di quelle dell’unificazione d’Italia e della Liberazione.
Con una simile sentenza, la Corte stabilirebbe solennemente che ciò che abbiamo sempre creduto uno Stato non è tale, che la Repubblica italiana è una entità «non statale».
Che cosa è infatti il reato di clandestinità? Nient’altro che la rivendicazione da parte di uno Stato del suo diritto sovrano al pieno controllo del territorio e dei suoi confini, della sua prerogativa a decidere chi può starci legalmente sopra e chi no.
Se risultasse che una legge, regolarmente votata dal Parlamento, che stabilisce il reato di clandestinità, è incostituzionale, ne conseguirebbe che la Costituzione repubblicana nega allo Stato italiano il tratto fondante della statualità: la prerogativa del controllo territoriale.
Né si può controbattere citando il trattato di Schengen, che consente ai cittadini d’Europa di circolare liberamente nei Paesi europei aderenti.
Schengen, infatti, è frutto di un accordo volontario fra governi e, proprio per questo, non intacca il principio della sovranità territoriale.
La questione dell’immigrazione ricorda quella del debito pubblico.
Il debito venne accumulato durante la Prima Repubblica da una classe politica che sapeva benissimo di scaricare un peso immenso sulle spalle delle generazioni successive.
In materia di immigrazione accade la stessa cosa: esiste un folto assortimento di politici superficiali, di xenofobi, di educatori scolastici, di intellettuali liberal, di preti (troppo) accoglienti, di magistrati democratici, e di altri, intento a fabbricare guai.
Fatta salva la buona fede di alcuni, molti, probabilmente, pensano che se quei guai, come nel caso del debito, si manifestassero in tutta la loro gravità solo dopo un certo lasso di tempo, non avrebbe più senso prendersela con i responsabili.
Corriere della sera 08 gennaio 2010

Classe prima – Gennaio

Seconda fase dell’attività  L’insegnante propone agli allievi le seguenti domande, a cui rispondere per iscritto.
A) Riassumi in modo sintetico la storia del profetismo biblico.
B) Quali possono essere, in ogni tempo, i compiti specifici di un profeta della fede?   Lavoro di gruppo: abbiniamo i profeti L’insegnante divide la classe in quattro gruppi  eterogenei in relazione a capacità espressive, conoscenze e capacità/volontà di collaborazione; i portavoce saranno scelti dai componenti dei gruppi.
Ciascun gruppo riceverà una scheda preparata dall’insegnante, riguardante le caratteristiche, le vicende della vita ed i messaggi di un profeta biblico; sul “profeta cristiano moderno” ad esso abbinato, in qualche modo simile, ciascun componente del gruppo cercherà notizie a casa, da mettere a disposizione dei compagni.
Si potrebbero ipotizzare: -Elia e Padre Pio da Pietrelcina; -Isaia e Giovanni Paolo II; -Ezechiele e S.
Massimiliano Kolbe; -Amos e R .Follereau.
In classe, i gruppi dovranno ricostruire per iscritto  gli aspetti essenziali della vita dei “profeti moderni”  e trovare gli aspetti comuni ai profeti biblici abbinati.
Il portavoce di ciascun gruppo coordinerà il lavoro e leggerà alla classe il testo prodotto; seguiranno le  eventuali domande dei compagni ed i chiarimenti dell’insegnante.
Gli Obiettivi Formativi potranno essere valutati anche tenendo conto delle dinamiche di gruppo e dell’impegno di ciascun allievo nell’offrire contributi personali e contemporaneamente nel lasciare spazio agli altri, oltre che nell’aiutare chi si trovasse in difficoltà.
Per l’inserimento dell’argomento in Unità di Apprendimento articolate, vedere Tiziana Chiamberlando, Sentinelle del Mattino, SEI, Volume per il biennio e Guida 3) Insegnamenti universali  Quale  uomo fa realmente da guida agli altri uomini? Chi, in qualche modo, li aiuta nella ricerca del significato della vita, di ciò che è vero: alla scoperta di mete che diano valore all’esistenza ed alle risorse originali di ogni singola persona, preziose per la costruzione di un mondo migliore.
Per l’uomo religioso, il profeta è il tramite umano perché Dio possa “parlare” alle creature  trasmettendo messaggi urgenti, di vitale importanza sul rapporto con Lui, con gli altri, con la società.
Molti messaggi dei profeti biblici, basilari per il popolo ebraico, sembrano sottrarsi ad epoca, usi e costumi ed essere altrettanto validi per noi del III Millennio.
I profeti biblici – aiutarono il popolo ebraico a leggere gli avvenimenti della propria storia e della storia personale di ciascun individuo ponendosi dal punto di vista di Dio e scoprendo progressi e tradimenti nei confronti del Suo progetto, quello di un mondo nuovo basato sulla giustizia e sull’armonia dei rapporti.
Seppero così – denunciare con coraggio le ingiustizie dei governanti corrotti, difendere i poveri e gli oppressi; – lottare contro gli idoli, i “falsi dei” del politeismo che al tempo di alcuni re si riaffermarono (oggi, gli idoli permangono per esempio nella sete di potere e ricchezza…).
– I profeti aiutarono sempre meglio il popolo ebraico a conoscere Dio Padre, tenero e accogliente ma anche educatore esigente; Colui che permette anche la dura prova ed il dolore perché l’uomo impari, si tempri, maturi; – risvegliarono le coscienze per indurre a distinguere tra bene e male ed a scegliere il bene, a qualsiasi costo.
I profeti biblici furono voce di Dio attraverso la parola, ma anche attraverso l’ascolto, l’obbedienza e la coerenza delle scelte, evidentemente determinati a fare la volontà di un Dio che per loro che era tutto e per cui  erano disposti a tutto.
2) Dall’Antico al Nuovo Testamento Nel secolo VIII a.C., con Amos difensore dei poveri nel Regno del Nord e Osea che paragonò l’amore di Dio per l’uomo a quello di uno sposo per la sposa, e con il grande Isaia nel Regno di Giuda-cantore della santità e della potenza di Dio, oppositore ai giochi di potere dei re, annunciatore del Messia della casa di Davide, apparvero le prime raccolte di profezie redatte dai profeti stessi, quasi sempre con l’apporto determinante di discepoli.
Nel secolo VII, le profezie soprattutto di Geremia consolarono e ammonirono il popolo del regno di Giuda in crisi morale e politica; durante l’esilio in Babilonia, in seguito all’invasione guidata dal re Nabuccodonosor, agì Ezechiele per riportare la speranza…
Tra il quinto e terzo secolo vissero profeti che sostennero gli Ebrei alle prese con momenti di ricostruzione e nuove oppressioni straniere.
Nel Nuovo Testamento, quale ruolo ebbe il profetismo? Ai tempi di Gesù,  gli Ebrei attendevano il Messia portatore della salvezza di Dio, un Inviato la cui  venuta molti profeti avevano preannunciato; talvolta lo circondarono di attese troppo “terrene”, vedendolo come un liberatore politico o come un Messia-sacerdote comunque potente…
Eppure, i grandi profeti avevano già fornito indizi sull’impossibilità di inquadrarlo in schemi, sulla sua imprevedibilità; un profeta continuatore dell’opera di Isaia-il ” Deuteroisaia “-aveva parlato addirittura di un ” Servo di Dio ” disprezzato e sofferente, venuto per sacrificare la propria vita (Is 42, 1-7; 49, 1-9; 50, 4-9).
La comunità dei monaci Esseni di Qumran, presso il Mar Morto, attendeva il Messia, studiava le antiche profezie, conservava i testi dell’Antico Testamento; tra loro, secondo lo storico Giuseppe Flavio, vissero autentici profeti.
I Vangeli presentano come profeti Zaccaria (Lc 1, 67), Simeone (Lc 2, 25-32),  Anna (Lc 2, 36)…
Gli “Atti degli Apostoli”, narrando le vicende della Chiesa primitiva, attestano la presenza di profeti resi tali per dono dello Spirito di Dio…
Gesù aveva già richiamato l’attenzione sul pericolo dei falsi profeti; quelli autentici pensano unicamente al bene comune, consolando, rimproverando, sostenendo i fratelli nel cammino di fede centrato su Gesù Risorto, Dio e Uomo, Rivelatore e Redentore (1 Cor 14, 1-5 e 29-33).
Secondo i libri del Nuovo Testamento, lo Spirito susciterà profeti di generazione in generazione, per annunciare il Vangelo in ogni tempo.
Prima fase dell’attività L’insegnante presenta i testi-guida, in seguito allo studio sulla storia e sull’evoluzione della fede degli ebrei da Abramo alla nascita di Gesù.
Può scegliere di leggere alcuni dei brani biblici presentati, inquadrandoli storicamente.
1) I profeti nella Bibbia: origini  Secondo i credenti delle grandi religioni monoteiste, ci sono sempre stati dei profeti e sempre ce ne saranno.
I grandi profeti biblici sono uomini incuranti della propria personale sicurezza, unicamente interessati ad essere strumenti di Dio per la salvezza degli uomini: pronti a rischiare la vita, a perdere casa, amici,  buon nome…
pur di diffondere messaggi urgenti e fondamentali loro affidati in tempi di allontanamento dalla fede dei governanti e del popolo, di “crisi” dell’Alleanza.
Fecero una particolare, profondissima esperienza di Dio, anche attraverso eventi soprannaturali: furono scelti per motivi misteriosi,consacrati da Lui, inviati come portavoce dei Suoi giudizi e progetti.
Eroi della fede, ebbero esistenze dure, avventurose…
talvolta solitarie, segnate da laceranti incomprensioni umane, come spesso accade a chi vola molto in alto.
Nella fase di passaggio tra l’epoca dei Giudici- condottieri, validi legislatori e guide delle tribù- e l’epoca dei Re, a partire da Saul, Davide e Salomone, l’Antico Testamento parla di profeti “estatici”, capaci di immergersi in Dio come rapiti nella Sua dimensione, posseduti dal Suo Spirito anche con l’aiuto della musica (1 Sam 10, 5-6; 2 Re 3, 15).
Con i Re comparvero i profeti loro consiglieri (per esempio, Gad e Natan per Davide- 2 Sam 7, 1-17; 1 Sam 22, 25), pronti a sostenerli nelle decisioni importanti ma anche a rimproverarli duramente qualora tradissero l’Alleanza con Dio, abbagliati dalla sete di potere .
Nacquero in seguito vere e proprie comunità di profeti: una la guidò il grande Elia (1 Re 17, 2 Re 2), che nel IX secolo a.C.
lottò contro il ritorno di culti pagani e che, secondo la Bibbia, compì prodigi in nome di Dio riportando in vita un giovane, fu nutrito da Lui nel deserto, Lo incontrò, come Mosé, sull’Oreb…
              Unità di Lavoro biblica, per l’approfondimento e l’attualizzazione Prima parte OSA di riferimento  Conoscenze – Il libro della Bibbia, documento storico-culturale e Parola di Dio   Abilità – Saper ricostruire le tappe della storia di Israele.
– Individuare il messaggio centrale di alcuni testi biblici, utilizzando informazioni storico-letterarie e seguendo metodi diversi di lettura.
Obiettivi Formativi ipotizzabili Conoscenze e abilità – Conoscere e saper descrivere il ruolo del profetismo biblico.
– Individuare i messaggi fondamentali dei brani dell’Antico Testamento presentati.
– Saper individuare figure profetiche del nostro tempo, descrivendone le caratteristiche utili per un autentico rinnovamento sociale.    Competenze di riferimento dell’allievo in prospettiva triennale:  – Sviluppo di un reale interesse inerente percorsi di riflessione sulla “verità” e sulla distinzione tra bene e male.
– Capacità di prendere in considerazione il progetto di vita cristiano come ipotesi di interpretazione della realtà sociale e individuale, sulla base di fondamentali conoscenze bibliche e dottrinali.  4) Profeti oggi  Chi possono essere i profeti del nostro tempo? “I profeti non ci lasciano tranquilli, perché sollevano la pretesa di aver sentito parlare Dio…
I profeti ci costringono a rischiare la via dell’ignoto.
In Amos leggiamo: Il leone ruggisce: chi non avrebbe paura? Il Signore Dio parla: chi non profetizzerebbe? Am 3, 8.
“I profeti sono gli araldi del Dio ardente e appassionato  e così diventano essi stessi uomini dell’entusiasmo e chiamano all’entusiasmo…” (N.
Lohfink, “I profeti ieri e oggi”, Edizioni Queriniana, pp.
94-95) I profeti, oggi, sono ancora coloro che grazie ad un rapporto straordinariamente intenso e profondo con Dio, che alimenta l’amore per i fratelli, divengono Suoi strumenti  per vivere in prima persona e proporre dei rinnovamenti all’umanità  in Suo nome: nuove scelte, nuovi comportamenti per progredire  nella costruzione di un universo riconciliato.
C’è un gran bisogno anche oggi di profeti che sconvolgano le comode esistenze dei credenti abitudinari, ricordando ai Cristiani che la fede autentica non può non comportare impegno, lotta, rischio, amore per l’altro fino al sacrificio che fa male…
non può non esigere giustizia per gli oppressi, solidarietà, denuncia del sopruso.
Quali possono essere stati i profeti del XX secolo appena concluso? Pensiamo, per esempio, a Madre Teresa di Calcutta , morta nel 1997, fondatrice delle “Missionarie della Carità“: a partire dal suo lavoro nello “slum” di Calcutta, questa suora ha presentato al mondo le esigenze dei più poveri tra i poveri, ha insegnato l’urgenza della condivisione dei beni e della vita con chi soffre, con una forza tutta particolare data dal vedere il volto di Cristo  in ogni fratello.
Pensiamo poi a uomini come Monsignor Oscar Romero, arcivescovo del Salvador, ucciso nel 1980 da un killer del regime dittatoriale militare, per aver denunciato di fronte al mondo, con grande coraggio, le violazioni dei diritti umani, i furti di terre perpetrati dai grandi proprietari terrieri a danno del popolo, la scomparsa nel nulla di molti oppositori del regime…
Contemporaneamente, egli insegnò l’importanza di una lotta non violenta, esortando a prendere le distanze dalla guerriglia armata di rivoltosi violenti quanto i soldati del regime, a cercare altre vie…
Mons.
Romero fu un profeta della non violenza attiva: si potrebbero fare molti altri esempi.
 

Un sereno e fruttuoso 2010

In occasione delle festività natalizie la redazione di RR porge a tutti i suoi lettori vivi e sentiti auguri di buone feste.
La benedizione del Signore sul nuovo anno perché possiate realizzare tutti i vostri progetti di bene.

La Chiesa in decadenza? Mai stata così fiorente

Sono molte le lettere che denunziano una decadenza della Chiesa, descritta anche in termini drammatici.
Vengono proposte cause e rimedi per questo fenomeno.
Qui considereremo il fatto della decadenza (esiste o non esiste?), alcune ragioni di questo fatto e qualcuno dei rimedi proposti.
Ma vorrei prima esporre alcune mie convinzioni.
Primo: sono dell’avviso che la storia ci mostri come la Chiesa nel suo insieme non sia mai stata così fiorente come essa è ora.
Per la prima volta ha una diffusione veramente globale, con fedeli di tutte le lingue e culture; può esibire una serie di Papi di altissimo livello, una fioritura di teologi di grande valore e spessore culturale.
Malgrado alcune inevitabili tensioni interne, la Chiesa si presenta oggi unita e compatta, come forse non lo fu mai nella sua storia.
Secondo: la Chiesa non va vista solo nel suo aspetto istituzionale, identificandola per giunta con la gerarchia, cioè con i preti, i vescovi e il Papa.
Essa è composta da tutti coloro che credono in Gesù Cristo Figlio di Dio, attendono la sua venuta definitiva, lo amano e si comportano col prossimo come con Gesù stesso.
Fanno parte o sono chiamati a far parte della Chiesa anche tutti gli altri uomini, i quali, come si esprime il Concilio Vaticano II, hanno «un solo fine ultimo, Dio, del quale la provvidenza, la testimonianza di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti» (Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, n.
1).
Terzo: una tale società esiste nella storia e quindi ha anche bisogno di una struttura visibile.
Perciò esiste nella Chiesa anche l’aspetto istituzionale, la cui configurazione però è primigenia solo in pochi punti.
Per il resto è sottoposta alla legge dell’adattamento e del cambio, con risultati più o meno felici, come appare chiaramente dalla storia della Chiesa.
Ma di tutte le istituzioni di questo mondo essa è tra quelle che sono durate più a lungo e che hanno mostrato nei secoli una capacità grande di rinnovamento e di cambio.
Basta pensare ai giorni del Concilio Vaticano II e alla carica di gioia che esso fece esplodere.
Quarto: molte delle lettere contengono osservazioni oggettive, ma che nascono dalla considerazione del nostro mondo occidentale.
Esse non tengono conto della vivacità e della gioia che si trova nelle chiese dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina.
Vengo ora ad alcune risposte alle singole lettere.
Alla prima dico che il senso profondo di Dio e di Gesù Cristo è dato congiuntamente da una sensazione del cuore e dalla corrispondenza di questo sentimento con la grande Tradizione.
Essa, come dice il Concilio Vaticano II, progredisce «sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro, sia con la profonda intelligenza che essi provano nelle cose spirituali, sia con la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma certo di verità» (Costituzione dogmatica Dei Verbum, n.
8).
Mi pare qui molto ben descritto quanto avviene nel cuore dei credenti.
E io ne ho conosciuti tanti così, anche in Occidente.
Alla seconda: la lettera contiene osservazioni oggettive e in parte condivisibili.
Ma v’è anche da tener presente il tanto bene che c’è nella Chiesa, il fervore di molti laici, la dedizione di molti preti.
Io ne ho conosciuti tanti e per questo posso parlare così.
Sull’ultima proposta mi esprimerò più sotto.
Per la terza lettera rimando a quanto ho detto sopra sulla Chiesa come istituzione storica, legata quindi anche ai rivolgimenti del mondo ma ancorata nella sua fede e speranza in Dio e capace di rinnovarsi continuamente.
Essa ha avuto il coraggio, negli ultimi tre secoli, di sottoporre ad analisi critica le proprie fonti.
Ha saputo perciò riconoscere e quanto nelle antiche storie sia dovuto al genere letterario e quale prezioso messaggio esse contengano.
Convengo con l’autore della quarta lettera (e di molte altre che non trovano spazio per la pubblicazione) sulla noiosità di non poche prediche domenicali.
Bisogna anche riconoscere che l’omelia è un genere difficile.
Sono anche d’accordo sul fatto che ci voglia più gioia.
Sant’Agostino diceva a questo proposito: «gaudens catechizet», cioè si faccia la catechesi con gioia.
27 dicembre 2009 Eminenza, sono credente ma mi sento disarmata da questa Chiesa che non mi fa sentire dentro la sensazione che io chiamo Dio e che mi stravolge quando sono davanti a un cielo stellato, al sorriso dei bimbi, a una donna o a un uomo.
La Chiesa deve ritrovare la purezza e l’umiltà che sento nel Vangelo e deve concentrarsi di più sul perdono invece di accanirsi nel giudizio.
Roberta Preti, Piacenza Gentile Cardinale, la Chiesa sta impoverendosi di fedeli e ancora non reagisce proponendo idee al di fuori di una bonaria e banale socialità.
Se lei vuole dire qualche cosa al mondo, sia coraggioso e proponga riforme quali l’abolizione del celibato dei preti ed un coinvolgimento più incisivo dei laici nella comunità.
Francesco Bertini Milano Eminenza, la Chiesa sta morendo.
Un’istituzione, che per sua stessa natura, è immutabile non può resistere ai mutamenti avvenuti nell’ultimo secolo e negli ultimi anni.
Il progresso scientifico, il cambiamento dei costumi e del modo di pensare in seguito alla diffusione di Internet: tutto questo ha portato ad uno sgretolamento del controllo che finora ha esercitato la Chiesa cattolica.
Come si fa a credere, oggi, che Dio abita nel Cielo, che esiste un inferno, che Gesù è salito in cielo dopo essere morto? Fra qualche centinaio di anni verremo sbeffeggiati perché credevamo alle storie raccontate nella Bibbia.
Paolo Rosa, Pavia Al centro delle mie riflessioni ci sta la Messa.
Tanti vanno e tanti ne sono delusi, tanti non vanno.
Il rito si è svuotato di quello che forse fu: ascoltare la parola di Gesù attraverso quelle del parroco.
Tanti concetti sono presenti nella vita di oggi che ci rimandano ai Vangeli, tante parole di Gesù sono piene di significati moderni, tante vite sono rappresentate nei Vangeli.
Ma io non trovo tutto questo nella messa di oggi, troppe parole astratte, troppi riferimenti banali, troppa morale e poco indirizzo concreto.
Qualche volta sembra che la debolezza dei parroci sia la debolezza della Chiesa.
Manca la passione, la sofferenza ma anche la gioia.
Roberto Rossi ,Arezzo

Natale a scuola

Torna anche quest’anno, ancora una volta, la polemica sul presepe a scuola.
Di scuole, classi e docenti che non festeggiano il Natale o non si curano di allestire il presepe in Italia ce ne sono a centinaia (o forse a migliaia), ma non arrivano quasi mai agli onori delle cronache.
L’ultimo caso riportato dai giornali e di cui si è occupato lo stesso ministro Gelmini viene da Cremona, dove in una scuola elementare, per iniziativa a quanto sembra di un maestro, la festa del Natale è stata abolita e sostituita da una generica e pacifista “festa delle luci”.
Secondo la Gelmini “non si crea integrazione e non la si aiuta eliminando la nostra storia e la nostra identità.
In particolare il Natale contiene un messaggio di fratellanza universale.
Quindi è un simbolo che non divide ma unisce”.
Commentando la decisione della scuola ha precisato che essa “non è da me condivisa e non la trovo utile, pur nel rispetto dell’autonomia di ogni singola scuola”.
“La Festa delle luci” ha sostituito da qualche anno quella di Natale.
E non solo a Cremona, ma in altre scuole italiane.
La decisione sarebbe stata assunta d’intesa con i genitori e senza mai che ci fossero rimostranze, secondo una particolare idea di ospitalità, nel presupposto che si tratterebbe di una scuola interculturale.
Per il ministro leghista delle Politiche Agricole, Luca Zaia, si tratta di “un altro harakiri culturale perpetrato da un finto educatore sulla pelle dei nostri bambini”.
Negli ambienti della curia cremonese si fa notare che “non è però azzerando la propria identità che si può onorare il dialogo interculturale e religioso.
Questo atteggiamento in termini psicologici si chiama perdita dell’autostima.
Ed è una malattia da curare”.
Se in Italia c’è chi lascia la tradizione del presepe e la festa del natale in nome dell’integrazione culturale e del rispetto degli altri, in Olanda, più o meno per le stesse ragioni, c’è chi decide di eliminare anche l’albero di natale.
È accaduto all’Aja in un istituto scolastico dove la dirigenza ha deciso di non innalzare il tradizionale albero di Natale che per consuetudine ogni anno faceva bella mostra di sé nell’androne dell’istituto.
La direzione della scuola ha motivato la decisione con il carattere internazionale dell’istituto, frequentato per circa il 40% da studenti e docenti di diverse nazionalità, perché questi non si identificherebbero “in un simbolo, prettamente cristiano, come l’albero di natale”.
Ma l’iniziativa non ha trovato d’accordo molti dei ragazzi che frequentano l’istituto che si sono mobilitati, portando l’accaduto all’attenzione dei giornali e di alcuni politici e sostenendo che “chi arriva da altri paesi per studiare in Olanda lo fa anche per entrare in contatto e sperimentare una diversa cultura”.
Dopo aver preso posizione contro, gli studenti hanno rimesso l’albero al suo posto; la direzione della scuola ha accettato la decisione degli studenti, ribaltando la precedente decisione, lasciando l’albero al suo posto anche in seguito alle numerose reazioni che si sono succedute sull’argomento.
Per alcuni politici della destra ciò che è accaduto è l’ulteriore dimostrazione di quanto i Paesi Bassi stiano vivendo un vero e proprio “dramma” a causa di una “società multiculturale”.

Svolta verde del Vaticano

Il Vaticano diventerebbe così il primo Stato a ottemperare completamente al protocollo di Kyoto, azzerando le sue emissioni di gas serra.
E ottenendo un notevole risparmio per l’acquisto di energia elettrica, di carburante o per «pagare» le multe previste da Kyoto se si sforano i tetti assegnati.
Per il momento è ancora un’idea, non sono stati sviluppati dei piani operativi, cioè non c’è ancora un progetto esecutivo, ma vista l’ottima esperienza che la Santa Sede ha fatto con la copertura a pannelli solari della Sala Nervi, quella delle udienze papali del mercoledì, che da oltre un anno fornisce una quota importante del fabbisogno della Sala e dei palazzi limitrofi, al Governatorato dello Stato della Città del Vaticano hanno pensato di estendere l’esperimento.
I pannelli fotovoltaici che ricoprono l’Aula intitolata a Paolo VI assicurano già una produzione annua di 300 megawattora pari a 25mila tonnellate di anidrite carbonica non emessa da consumi termici ed elettrici, consumi più o meno fissi, esclusi quindi dal calcolo quelli da mobilità.
Energia pulita prodotta dal generatore solare e immessa nella rete elettrica vaticana.
Il che equivale ogni anno a 80 tonnellate di petrolio non consumato grazie alla «conversione» (in Vaticano usano proprio questo nome) dei malandati pannelli di calcestruzzo e le migliaia di tegolini originali dell’Aula progettata da Pier Luigi Nervi, usurati dal tempo e anche tecnologicamente obsoleti, con 2400 moduli fotovoltaici donati al Vaticano e al Papa tedesco, dalla tedesca SolarWorld Ag e dal suo presidente Franz Asbeck.
Era il 2006.
Nel frattempo si è pensato anche ad utilizzare il «solar cooling» per climatizzare una mensa che fornisce pasti a tre, quattrocento persone al giorno.
L’impianto è in cantiere e alla fine sarà fatto di 300 metri quadrati di collettori solari a tubi sottovuoto.
E saranno altre 30 le tonnellate di petrolio annue non consumate.
Mentre i consumi energetici della villa papale di Castelgandolfo ai Castelli romani potrebbero essere sostenuti utilizzando le biomasse, cioè le linee cellulosiche e le deiezioni animali.
C’è infine il progetto di ammettere nella città pontificia solo auto elettriche.
E l’idea alimentare le strutture di San Giovanni Rotondo, centro della devozione a San Pio da Pietralcina, (la Basilica appartiene alla Santa Sede) con tecnologie fotovoltaiche.
Ma, naturalmente è il progetto di Santa Maria di Galeria, quello più importante e decisivo.
Nella «missione impatto zero».
C’è naturalmente un profilo tecnico ed economico che spinge in questo senso, per far quadrare i bilanci el piccolo Stato, ma c’è ne è un altro simbolico e spirituale: il rispetto del Creato cui tanto spesso ci hanno richiamato gli ultimi due Papi e Benedetto XVI in particolare, anche oggi.
Missione: «impatto zero».
Il Vaticano intende creare a Santa Maria Galeria, alle porte di Roma, la più grande centrale solare d’Europa.
Attraverso l’energia prodotta dai pannelli che saranno stesi su buona parte dei 300 ettari «extraterritoriali» che appartengono allo Stato della Chiesa in quella località, finora nota solo per le antenne della Radio vaticana e per una brutta storia di inquinamento elettromagnetico, con denunce e anche un tormentato processo penale.
Ebbene, Santa Maria di Galeria potrebbe diventare il segno più evidente della «opzione verde» del Vaticano.
Perchè si compenserebbero a regime (tre o al massimo cinque anni) le oltre 91 mila tonnellate di anitride carbonica (Co2) che lo Stato più piccolo al mondo rilascia annualmente.