La rivincita della spiritualità

Lasciata fuori (o quasi) l’editoria religiosa dai libri che hanno fatto l’Italia, i temi della spiritualità si prendono la rivincita nelle sale del Lingotto, dove alcuni degli incontri più seguiti di ieri riguardavano appunto questi argomenti. Non è un caso che Erri De Luca, nel pomeriggio, abbia riempito la Sala Oval ed Enzo Bianchi, nella serata, abbia trattenuto nella Sala Rossa molti lettori, nonostante un disguido che ha fatto slittare l’incontro di mezz’ora. Sono stati due degli appuntamenti più seguiti (oltre naturalmente a Umberto Eco, abbonato al tutto esaurito), che hanno convogliato quello che Ernesto Ferrero definisce un bisogno «di fare qualcosa per la collettività e che forse sopperisce a una drammatica assenza di riferimenti nella società». Il volto religioso del Salone è affidato a non credenti come Erri De Luca, che afferma di escludere la divinità dalla sua vita, ma non da quella degli altri; agli uomini di Chiesa più progressisti, quelli che parlano, come Enzo Bianchi, anche agli increduli; ai preti di battaglia impegnati nel sociale, come don Virginio Colmegna e don Giacomo Panizza, anche loro ieri impegnati, allo stand di Ibs, in un incontro,
moderato da Marco Revelli, che ha affrontato i temi caldi dell’immigrazione e dell’accoglienza. Di Chiesa e religione si parla abbondantemente in questo Salone e spesso in chiave critica, soprattutto verso le gerarchie. Oggi toccherà al potere temporale con incontri che certo non saranno indulgenti, a partire dal «dialogo immaginario» del matematico Piergiorgio Odifreddi con Joseph Ratzinger, fino al «Dossier Vaticano» in cui Bruno Ballardini, che affronta l’opera di evangelizzazione della Chiesa come una strategia che adotta gli strumenti del marketing, dialoga con Ferruccio Pinotti,
autore di una controinchiesta su Wojtyla. Domani sarà Michela Murgia a raccontare gli stereotipi in cui la Chiesa ha rinchiuso l’immagine femminile. Ieri però è stato il giorno delle Sacre Scritture. E non è un caso che Erri De Luca, da anni impegnato, ricorda Ferrero, «in un corpo a corpo con parole antiche» per le sue traduzioni della Bibbia, e il priore della comunità monastica di Bose,  Enzo Bianchi, abbiano entrambi analizzato la stessa pagina del Vangelo di Giovanni, quella dell’adultera condannata alla lapidazione che Gesù salva con le parole «Chi è senza peccato scagli la prima pietra». De Luca, che ha appena pubblicato E disse (Feltrinelli), risale al cuore nel monoteismo, raccontando la storia di Mosé che «va a prendersi» sul Monte Sinai «la notizia della divinità», e la recapita a un popolo che accetta di prendere su di sé quel carico, ma parla anche delle Sante dello scandalo (Giuntina), cinque donne tra cui Maria, una «genealogia che passa attraverso Davide e arriva fino al Messia, figure che hanno avuto un ruolo decisivo nel rapporto con la divinità, mortificato, nel corso, dei secoli, da traduzioni che hanno attribuito alle Scritture una condanna del corpo femminile». Delle donne nella Bibbia parla anche Bianchi, che presenta una pubblicazione liturgica, un Evangeliario secondo il rito romano, pubblicato dal Messaggero di Padova. Un incontro che insiste sulla necessita di «riseminare il Vangelo, liofilizzato nei valori cristiani», dice Ugo Sartorio, direttore del «Messaggero di Sant’Antonio». «Vangelo — ricorda il priore di Bose — significa buona notizia. Non tutta la Bibbia è Vangelo. Ho l’impressione che noi
oggi non sentiamo il Vangelo come una buona notizia perché le stesse Chiese l’hanno imbalsamato, ne hanno fatto un breviario di etica, un deposito di dogmi. Il Vangelo dovrebbe rallegrare, spingere verso la felicità, è una buona notizia, che non si può dare in modo rabbioso, arrogante, nemico. Il fatto è che noi cristiani non sappiamo più dare una buona notizia» .

di Cristina Taglietti
in “Corriere della Sera” del 14 maggio 2011

 

Ripudiare la guerra. davvero

 

«L’Italia ripudia la guerra», dice la nostra Costituzione del 1948 all’articolo 11.

 

Ma non la ripudiano gli italiani, per lo meno quelli che contano sul piano economico e politico. E per questo si continuano a costruire armi, anche dispendiose (come i cacciabombardieri da 16 miliardi di euro), che fanno lavorare e guadagnare molte imprese, e così si va a bombardare in Libia (come già in Iraq ed in Afghanistan), perché ci si copre con l’ombrello dell’Onu o della Nato.
Non è che il ripudio della guerra della Costituzione corrispondesse al disinteresse per la pace. Anzi ripudiare la guerra era un’espressione di amore alla pace, se è vero quanto scriveva nel 1963 papa Giovanni XXIII, nella Pacem in terris, che è follia (alienum a ratione…fuori dalla ragione) pensare che la guerra possa portare alla giustizia e alla pace. E ne dà, papa Giovanni, anche la ragione: da una parte i terribili mezzi di distruzione di cui si arricchiscono costantemente gli arsenali, dall’altra l’accresciuta possibilità di dialogo e di verifiche sotto la tutela di organismi internazionali.
È proprio questa mancanza di ricerca di dialogo che porta i problemi a situazioni così gravi da rendere pressoché indispensabile l’intervento militare. Ed è quello che sta accadendo con la Libia, con la quale si sono intrattenuti rapporti più che amichevoli con un’iniziale dimostrazione di disinteresse se non di favore (per non «disturbarlo», si disse), cercando poi di non lasciarsi scavalcare dagli europei più decisi, fino ad andare anche noi a bombardare, con l’avallo del presidente della Repubblica. Non solo però ce n’eravamo lavate le mani prima, ma abbiamo continuato a lavarcele anche dopo, senza mai tentare un serio intervento diplomatico e senza darci veramente da fare perché l’Onu o l’Europa se ne facessero promotori. Anche con Hitler si fece così: lo si lasciò fare (vedi Monaco 1938), trovandosi poi nella necessità di fare una guerra per garantire la pace. Si farà così anche con la Siria, per cui si spendono molte parole ma senza seri interventi diplomatici, per giungere poi a dimostrare necessario l’intervento militare? Non sarà esplicita, ma si ha l’impressione di un’implicita convinzione che tanto poi andremo a bombardare, così useremo le nostre armi raffinate (se no, cosa ci stanno a fare?) e poi ne faremo altre ancora più raffinate. E alla fine per lo meno ci guadagneremo.
Quello che manca – a chi governa, ma anche ad ancora troppi cittadini – è la convinzione che la guerra va veramente ripudiata, e che quindi bisogna cercare in tutti i modi gli espedienti politici e diplomatici che la rendano superflua. Se, come dice il proverbio, la necessità aguzza l’ingegno, il dovere di ripudiare la guerra deve farci trovare i modi necessari per giungere alla pace.
L’obiezione comune è che questa è un’utopia, in un mondo di violenza. Eppure si faceva guerra un tempo fra le nostre città, finché lo Stato nazionale le ha rese impossibili, così come sono inimmaginabili oggi le guerre che hanno insanguinato per secoli le Nazioni dell’Europa. E allora si dovrà dare forza e autorità all’Onu come arbitro veramente superiore (ridimensionando i veti che ne minano la democrazia e quindi l’attendibilità) in grado, con una forza di polizia, di garantire una soluzione dei problemi senza il ricorso alla guerra (così, sia pure in altre situazioni, l’Onu riuscì ad evitare nel 1956 la guerra per il Canale di Suez).
Abbiamo ricordato in questi giorni, riflettendo sulla figura di Giovanni Paolo II, che il potere del mondo comunista è caduto senza una guerra. Invece non si è saputo cercare la via nonviolenta per portare la pace in Afganistan ed in Iraq, come lo stesso papa Wojtyla cercava e supplicava, e ci siamo immersi nelle tragedie e nei drammi tuttora in corso. Purtroppo anche noi cristiani, malgrado i forti appelli alla coerenza con il Vangelo per il rifiuto della violenza e per la costruzione di una vera pace basata sulla solidarietà, siamo più sensibili all’idolo di “mammona”, cioè della ricchezza
e del potere, che co nducono inevitabilmente alla guerra.
Vorrei fare eco all’appello del Consiglio Nazionale di Pax Christi per sollecitare tutti a «ripudiare la guerra» con convinzione e con impegno, reagendo, muovendoci, appoggiando le iniziative che sorgono, condizionando la vita sociale e le elezioni, facendoci sentire in ogni modo, obbligando così i politici, i responsabili, a cercare e trovare le vie nonviolente ed efficaci per una pace effettiva.

 

di Mons. Luigi Bettazzi

Vescovo emerito di Ivrea, già presidente di Pax Christi
in “Adista” – Segni Nuovi – n. 40 del 21 maggio 2011

Vite dei Grandi libri religiosi

 

Una nuova collana di Princeton University Press, “Lives of the great religious books”, è dedicata alle “biografie dei grandi libri” delle tradizioni religiose.

 

I libri hanno una vita: lunga, breve, brevissima, a volte abortita, vittima dei meccanismi del mercato della cultura più che di vizi di nascita. Vi sono poi libri che sono “classici” perché hanno dato forma ad una particolare cultura, portano significati in eccesso e in permanenza, resistono ad ogni interpretazione definitiva, e hanno un valore universale. Ricostruire la “biografia di un libro” è quindi importante per comprendere la cultura che lo ha fecondato, accolto, fatto viaggiare e tradurre, ampliare e rivedere, cambiare pubblico e recezione lungo i decenni e i secoli. Una nuova collana di Princeton University Press, “Lives of the great religious books”, è dedicata alle “biografie dei grandi libri” delle tradizioni religiose.

 

Nel programma della collana vi sono, tra gli altri, le Confessioni di Agostino, la Vulgata, Il libro tibetano dei morti, il Libro di Mormon, I Ching, la Bhagavad Gita.
I risultati del progetto editoriale sono di grande interesse, a giudicare dal volume dedicato a Resistenza e resa di Dietrich Bonhoeffer da uno dei grandi storici della teologia, Martin E. Marty della University of Chicago (Dietrich Bonhoeffer’s “Letters and Papers from Prison”. A Biography, Princenton UP, 288 pp.). Il volume degli scritti dal carcere del pastore luterano Bonhoeffer, condannato a morte dal regime nazista a pochi giorni dalla fine della guerra nella primavera 1945 per aver collaborato all’attentato a Hitler del 1944, è uno dei testi fondamentali della teologia cristiana del Novecento.

 

Non si stenta a riconoscere la necessità di scrivere una storia di Letters and Papers from Prison. Il pastore e amico di Bonhoeffer, Eberhard Bethge, si risolse a raccogliere in un volume quegli scritti scampati alla censura e alle distruzioni della guerra solo nel 1950, quando per non pochi tedeschi Bonhoeffer era un traditore della patria e fin troppo popolare nella comunista Ddr (una diocesi protestante in Germania occidentale arrivò a proibire di intitolare parrocchie al nome di Dietrich Bonhoeffer). Da allora in poi Resistenza e resa ha acquisito valore universale e ha avuto decine di traduzioni in diverse lingue, in edizioni accresciute (l’ultima delle quali pubblicata in tedesco nel 1998).
La parte più interessante di questa “storia dei libri” riguarda le diverse recezioni e letture – teologiche, ideologiche, politiche – a cui ogni grande testo religioso è stato soggetto nella sua vita.
Alcuni dei testi fondamentali per la storia religiosa d’Italia (come Le piaghe della chiesa di Rosmini, Chiesa e Stato di Jemolo, Lettera a una professoressa di don Milani) meriterebbero simili “biografie”.

 

in “Europa” del 28 aprile 2011


Solo uomini nuovi cambieranno i vecchi strumenti

È stato appena pubblicato l’Annale 2010 della Federazione universitaria cattolica italiana (Fuci),

dal titolo Un’economia per l’uomo. Ragioni dell’etica e provocazioni della fede, a cura di Luca Bilardo ed Emanuele Bordello (Roma, Edizioni Studium, 2011, pagine 199, euro 16). Pubblichiamo ampi stralci del contributo del presidente dell’Istituto per le opere di religione.

 


È da quando ho ultimato gli studi universitari, nel 1971, che, alla fine di una crisi economica – e personalmente ne ho viste tante – viene proposta come soluzione l’imposizione di nuove regolamentazioni e di nuovi controlli. La crisi in questo modo diventa ancora più complessa: quando si è in difficoltà e si stabiliscono sistemi di controllo si irrigidisce tutto il sistema. Resta poi una domanda che non trova mai risposta: chi controlla i controllori? Non è lo strumento che fa marciare i processi, ma è l’uomo. Max Weber distinse, in modo opportunistico e machiavellico, l’etica personale della responsabilità dall’etica della convinzione. Secondo il sociologo tedesco vi è quindi un’etica di chi ha la responsabilità di un determinato settore e quella di chi ne è veramente convinto. Come è possibile avere la responsabilità e praticarla, se non si è convinti? Il convincimento, cioè il riferimento a qualcosa di forte, di stabile, di vero, è determinante per poter ottenere risultati. Non esiste l’etica degli strumenti, l’etica del mercato, l’etica del capitalismo: esiste un uomo che dà senso etico ad ogni comportamento.
Le famiglie americane, a causa della crisi, hanno perso circa il 50 per cento dei propri investimenti, percentuale corrispondente al valore del crollo della ricchezza americana. Questo perché negli ultimi venticinque anni è stata gonfiata del 50 per cento tutta l’economia statunitense. Le famiglie hanno avuto il dimezzamento del valore della casa, dei risparmi, del fondo pensione, di fronte ora hanno un futuro fatto di debiti da pagare e di un alto rischio di disoccupazione.
Perché si è dovuto gonfiare per oltre dieci anni il Pil della più grande economia del mondo? La risposta corretta non la si trova di frequente, ma il Papa la fornisce nell’enciclica Caritas in veritate: perché trent’anni fa il sistema del mondo occidentale (Stati Uniti, Canada, Europa e Giappone) ha smesso di fare figli.
Quando si afferma che l’origine della crisi è nell’uso sbagliato di strumenti finanziari, nell’avidità dei banchieri o nella mancanza dei controlli si dicono falsità. Perché l’economia è stata costretta a espandere il credito senza controllarlo? Perché si era inceppata negli anni Ottanta la crescita economica, il Pil dei Paesi occidentali cresceva troppo poco ed era legato alla crescita zero della popolazione. Se la popolazione non cresce, non può crescere l’economia e quindi bisogna accontentarsi. Il mondo occidentale, ricco, avido di cose ed egoista, ha deciso di non accontentarsi e si è quindi inventata la crisi economica.
Benedetto XVI salverà il mondo: lo farà perché sta proponendo un radicale cambiamento culturale per l’uomo. Leggendo l’introduzione alla Caritas in ventate, si coglie come il Papa rimandi al primo comandamento del Decalogo, distinguendo esplicitamente e implicitamente verità e libertà.
Nella cultura dominante la libertà, che dall’Illuminismo si condisce con positivismo, relativismo, fino all’odierno nichilismo, precede la verità. L’uomo deve essere libero di trovare la verità, ma così facendo, non solo non la trova, ma la confonde con la libertà stessa. Benedetto XVI invece ribadisce che occorre cambiare gli uomini, e non gli strumenti. Saranno infatti gli uomini nuovi a cambiare gli strumenti vecchi. La verità precede la libertà e non esiste vera libertà responsabile che non si riferisca ad una verità assoluta. Il Papa distrugge il pensiero nichilista, che porta l’uomo ad essere un animale intelligente, il quale orienta il suo agire solo all’appagamento dei bisogni materiali.
Se l’uomo infatti vivesse solo di questo genere di soddisfazioni oggi dovrebbe esultare, perché le conquiste della scienza e della tecnologia lo hanno portato a livelli mai raggiunti in passato. Se l’uomo è solo figlio del caos o del caso, quale dignità potrà mai pretendere? Quella di vivere il più a lungo possibile, magari senza malattie, ma nulla più. Il Papa può salvare l’uomo, nel senso che gli riapre gli occhi sulla sua reale dignità di Figlio di Dio.
Gli strumenti, in generale, sono tutti neutri. Le grandi iniquità che sono state compiute nel mondo della finanza non sono dovute soltanto a cattive interpretazioni o applicazioni delle regole della finanza. In più occasioni anche i Governi hanno sostenuto l’infrazione di alcune regole. Gli abusi veri ci sono perché si è permesso che ci fossero, non perché mancavano le strutture di controllo. Esistono 23 boards, strutture di regolamentazione dei mercati finanziari, dal Financial stability board fino a quelle più periferiche che riguardano determinate aree geografiche. Un istituto finanziario oggi deve sottoporsi a 23 nuove regolamentazioni immediate con la minaccia di sanzioni fortissime.
Queste regole c’erano anche prima, ma non sono mai state rispettate. È l’uomo infatti che deve crescere da un’etica di responsabilità ad una nella quale crede veramente in quello che compie. Ecco perché oggi si parla di emergenza educativa, perché c’è bisogno di essere formati.
Nel sesto capitolo dalla Caritas in veritate troviamo un passaggio chiave, in modo diverso, ma con lo stesso spirito, già presente nella Sollicitudo rei socialis. Giovanni Paolo II si domandava come può l’uomo tecnologico, che cresce enormemente nella capacità di elaborare tecniche e strumenti sempre più sofisticati, gestire tali conoscenze nell’immaturità che lo caratterizza. Ancora una volta Benedetto XVI mette in guardia l’uomo del nostro tempo dalla deriva etica, la definitiva autonomia morale degli strumenti.

(©L’Osservatore Romano 1° maggio 2011)

Cristiani, l’unità senza egoismi

In queste settimane e per i prossimi mesi, in vari momenti e diverse forme si celebrano i 150 anni dell’avvenuta Unità d’Italia, nonostante le contestazioni e la mancata partecipazione di alcuni a questa ricorrenza. Anche la chiesa cattolica che è in Italia ha voluto – nella maniera che le è propria, cioè attraverso una celebrazione liturgica – prendere parte alla memoria di questo evento.
Il papa, come vescovo di Roma (non si dimentichi che è in tale veste che presiede alla chiesa universale) e primate d’Italia, ha voluto indirizzare un messaggio non solo ai cattolici ma a tutti gli italiani.
Ma proprio perché quest’Unità d’Italia è stata faticosamente costruita anche contro il volere del papa – allora difensore non solo dell’onore di Dio ma anche di «Cesare», il potere politico che lui incarnava nello Stato pontificio – proprio perché c’è ancora chi vorrebbe che l’Italia tornasse a una federazione di staterelli, proprio perché nuove ideologie contrastano con la realtà di un’Italia unita, è bene interrogarsi sul significato di questa unità.
E io vorrei interrogarmi da cristiano e da cittadino italiano, due appartenenze che non sono né in contrasto né in concorrenza ma che, per essere vissute senza schizofrenia, abbisognano di lealtà, di riconoscimento della storia e di esercizio della  memoria, di una visione di solidarietà capace di convergenza per la polis. Come cristiani, abbiamo una parola da dire nei confronti di questa celebrazione e del suo significato? La risposta è certamente positiva: in Italia i cristiani abitano tranquillamente, sono membri della polis e come tali partecipano responsabilmente alla storia di questo paese senza evasioni e senza esenzioni.
Ma dobbiamo porci anche un’altra domanda: noi cristiani abbiamo una parola «cristiana» da dire sull’Italia unita? E qui la risposta si fa più articolata e richiede specificazioni. L’Italia non è né un articolo di fede, né un principio strutturale della chiesa che è cattolica, universale. Ma resta vero che questa terra «Italia» è la terra che i cristiani abitano nella consapevolezza che «ogni patria è per loro straniera e ogni terra straniera è loro patria» (Lettera a Diogneto).
Cosa significano queste parole, formulate nel II secolo d.C. e  ancora oggi utilizzate? Non indicano evasione o estraneità dei cristiani rispetto alla terra e allo Stato, ma che i cristiani sanno amare la terra che è stata data loro in sorte, che questa terra è per loro anche «patria» in quanto terra già dei loro padri, che i cristiani pregano per questa terra e per i loro governanti,  fossero anche non cristiani, così come pregavano per l’imperatore romano che era pagano (e, a volte, anche loro persecutore!), che i cristiani partecipano in tutto come cittadini alla costruzione della società italiana e lavorano per una convivenza in questa terra segnata da libertà, giustizia, eguaglianza, solidarietà, pace.
Ma questa appartenenza all’Italia certamente non deve suscitare nei cristiani un’ideologia nazionalistica, che si manifesta sempre in una egemonia rispetto ad altre terre, nella costruzione di un popolo «senza gli altri» e magari «contro gli altri». Il contributo più specifico dei cristiani alla costruzione di uno Stato unitario dovrebbe essere caratterizzato dal superamento di una pretesa superiorità della loro cultura, dalla negazione di un centralismo foriero di ideologie che, anziché preparare la pace, alimenta intolleranza e rifiuto dell’alterità di cultura, etica, religione… D’altro lato i cristiani dovrebbero vigilare che non si affermino spinte localistiche, che finiscono sempre per generare atteggiamenti razzisti o xenofobi, non solo verso le culture  lontane che si fanno presenti attraverso gli immigrati, ma addirittura verso la terra, la regione vicina. È vero che l’Italia è storicamente segnata da regioni che hanno una cultura propria più accentuata che in altre nazioni, ma la lingua è divenuta una, così come la cultura che ha dato il meglio dell’umanesimo e ha fatto compiere un cammino all’Italia è unitaria e convergente.
Un’unità d’Italia che nutrisse un’identità italiana segnata dalla vittoria del «medesimo» e da un ripiegamento autistico storico-sociale a causa dell’esclusione dell’altro, soprattutto dei tanti   poveri che giungono dall’altra sponda del mare nostrum, contraddirebbe gravemente l’ispirazione cristiana e cattolica.
Se penso alla mia vita, non posso dimenticare che fin da piccolo sono cresciuto con persone provenienti da altre regioni, con altri dialetti, con abitudini in parte diverse dalle mie: alle elementari, in un piccolissimo paese del Monferrato, avevo vicini di banco provenienti dal Polesine alluvionato, alle superiori in una cittadina di provincia avevo compagni calabresi e sardi, all’università a Torino ho incontrato studenti di tutte le regioni italiane. Non posso negare questa italianità, questo sentire che c’è un’Italia vissuta nella mia storia e che dunque non va negata né tanto meno ferita dalla negazione della solidarietà. La mia generazione ha imparato fin dalle elementari che non i localismi, ma l’Europa unita doveva essere l’orizzonte da tenere presente e in nome di un’affermazione di quei valori di libertà, di democrazia, di giustizia per i quali tanto si era combattuto in Europa nei tempi della modernità.
festeggiare l’unità d’Italia allora significa riconoscere ciò che lega gli abitanti di questa terra, affermare la solidarietà e la convergenza verso una polis segnata da giustizia e pace, senza ripiegamenti localistici, senza egoismi territoriali, senza esasperazioni della propria cultura locale.
Per questa unità d’Italia molti che ci hanno creduto hanno speso la vita e hanno saputo sacrificarsi perché il loro obiettivo era una «communitas italiana». Per noi oggi tutto questo è di  esempio, è un’eredità che comporta responsabilità, soprattutto di fronte a rigurgiti ideologici e a proclami e programmi che vorrebbero non solo dividere gli italiani, ma costruire una  «babele» locale in cui ciò che si afferma sa solo di barbarie.
Sì, come cristiano lontano da ogni nazionalismo, credo di amare questa terra d’Italia, volere che in essa cresca l’unità tra le popolazioni, così diverse ma così capaci di essere solidali l’una con l’altra, così disposte – lo spero, nonostante tutto – a una convergenza verso una polis più umanizzata, unite da una comune cittadinanza sempre più di suolo che non di sangue. Celebrare l’unità della nazione italiana, nell’orizzonte dell’unità del continente europeo e nella volontà di affermare sempre l’unità e la dignità di tutti e il rispetto di tutte le culture e le nazioni è un dovere che nasce dalla consapevolezza di essere cittadini che devono sperare tutti insieme e sentire questa terra come appartenente a tutti.

 

in “La Stampa” del 17 marzo 2011

Ancora un martire in Pakistan: Shahbaz Bhatti

Chi difende Asia Bibi muore.
Ai primi di gennaio, in Pakistan, era stato assassinato Salman Taseer, il governatore del Punjab che aveva presentato una richiesta di grazia a favore della donna cristiana, madre di cinque figli, arrestata nel 2009 e condannata a morte nel 2010 per il reato di blasfemia.
Adesso la violenza dell’estremismo islamico si è abbattuta su Shabhaz Bhatti, il ministro per le Minoranze che proprio a partire dal caso di Asia Bibi aveva avviato una battaglia per la riforma della legge sulla blasfemia.
Il nesso, dunque, è più che evidente.
Ma sarebbe un errore limitare la portata degli eventi a un solo caso, seppure emblematico.
La persecuzione dei cristiani in oltre 60 Paesi del mondo è un’innegabile realtà e il Pakistan (la “terra dei puri”, la Repubblica islamica nata nel 1947 per accogliere i musulmani del subcontinente indiano) dimostra che essa ha un nocciolo politico.
Taseer era un musulmano, Bhatti un cattolico.
Sono morti allo stesso modo e per la stessa causa.
La legge sulla blasfemia, in Pakistan, consente di accusare chiunque sulla base di presunte offese ad Allah, e di ottenere con prove inesistenti o sommarie condanne pesantissime da tribunali complici o, a loro volta, intimiditi.
Non esistono leggi analoghe per il Dio cristiano o gli dei hindù, il che diventa un potente strumento di conservazione sociale a favore dei musulmani.
Ma non solo: la legge è stata spesso applicata da musulmani ai danni di musulmani, e quasi sempre per risolvere contese politiche o economiche.
Un’arma micidiale nelle mani di movimenti e partiti dell’estremismo islamico, che riescono facilmente a istruire cause e trovare testimoni e che già approfittano della debolezza del governo centrale pakistano per indebolirlo – e in alcune regioni addirittura sostituirsi a esso – in settori cruciali come l’assistenza sociale o l’educazione scolastica.
La risposta a un problema politico dev’essere anch’essa politica.
Le campagne per mobilitare le coscienze, come quella lanciata in Italia per Asia Bibi, sono indispensabili.
Dietro le coscienze, però, devono muoversi le istituzioni.
Il nostro governo si è fatto più volte sentire.
Manca ancora, però, una serie presa di posizione internazionale: dell’Unione Europea o, meglio, dell’Onu.
Perché la dimensione politica della scia di sangue che unisce Asia Bibi a Salman Taseer a Shabhaz Bhatti prosegue fino alla morte del capitano Massimo Ranzani e a quella dei 2.535 soldati occidentali e degli oltre 10mila soldati e poliziotti afghani caduti con lui.
Le teste e le mani che hanno armato gli assassini del ministro Bhatti sono nella North West Frontier Province, l’area del Pakistan che confina con l’Afghanistan e si è trasformata nel santuario del fondamentalismo.
Si muore in Afghanistan perché la regione non vada in pezzi, quindi anche perché il Pakistan (Paese dotato di armi atomiche) non diventi il nuovo centro propulsivo del terrorismo islamico.
Cosa che avverrebbe se il fragile governo democratico del premier Raza Gilani e del presidente Ali Zardari fallisse o cadesse.
Per Asia Bibi e contro Osama Benladen, la battaglia è la stessa.
Prima lo capiremo, più facile sarà ottenere risultati positivi.
– INTERVISTA Frattini: un martire.
L’Europa codarda
Non capire è impossibile di Fulvio Scaglione – IL RICORDO Padre Mendes: «Mi disse: tornerai in chiesa per i miei funerali» – IL PROFILO Paladino del dialogo – IL VIDEO DI TV2000

Un Afghanistan nel Mediterraneo

Le tre foto qui sopra sono state scattate al Cairo in piazza al-Tahrir, la piazza della Liberazione.
Le ha pubblicate e commentate sull’agenzia on line “Asia News” del Pontificio Istituto Missioni Estere il gesuita egiziano Samir Khalil Samir, islamologo tra i più stimati da papa Joseph Ratzinger.
In piazza al-Tahrir, nei momenti della preghiera coranica, i cristiani copti facevano cordone in difesa dei musulmani in ginocchio.
Al Cairo sono anche comparsi dei manifesti con la croce e il Corano affiancati, e la scritta in arabo: “Egiziani, una mano sola”.
A giudizio di padre Samir, l’unità tra musulmani e cristiani che si è vista all’opera nei giorni della ribellione è segno che l’islamismo fondamentalista non comanda la svolta in atto, né in Egitto né negli altri paesi del Nordafrica e del Golfo.
Sicuramente, la rivoluzione che oggi sconvolge i paesi arabi non è partita dalle moschee.
La più celebre e influente delle moschee sunnite, quella di al-Azhar al Cairo, è apparsa subito fuori gioco.
I suoi leader, tutti di nomina presidenziale, pagano anch’essi il prezzo della caduta di Mubarak.
In Egitto, l’unica seria chance che gli islamisti hanno di conquistare il potere è legata alle sorti dei Fratelli Musulmani.
Hanno notevole forza organizzativa.
Hanno il controllo dei principali ordini professionali: ingegneri, medici, dentisti, farmacisti, commercianti, avvocati.
Sono diffusi nelle campagne.
Un loro leader, Sobhi Saleh, è presente nel comitato che i militari hanno costituito per riformare la costituzione egiziana.
Ed è loro alleato il presidente di questo stesso comitato, l’anziano magistrato Tariq al-Bishri, figlio di un grande imam di al-Azhar.
Ma più che un effetto della loro forza, questa cooptazione dei Fratelli Musulmani dentro il comitato per la nuova costituzione sembra un gesto calcolato dei militari al potere, per controllarli.
Neppure l’exploit dello sceicco Yussuf al-Qaradawi, leader carismatico dei Fratelli Musulmani di tutto il mondo, rientrato al Cairo dopo decenni di esilio per guidare la preghiera di venerdì 18 febbraio in piazza al-Tahrir e arringare la folla, sembra aver piegato la rivolta nella direzione dell’estremismo religioso.
Al-Qaradawi ha esultato per l’abbattimento del “Faraone”, ma la caduta di Mubarak non era certo avvenuta per mano dei Fratelli Musulmani.
Ha raccontato il sogno della liberazione di Gerusalemme dagli infedeli, ma né prima né dopo il sermone nessuna bandiera di Israele è stata bruciata.
Intatte, nei giorni della rivolta, sono rimaste anche le chiese cristiane, oggetto invece di crudeli aggressioni solo poche settimane prima, quando il regime di Mubarak aveva ancora il pieno controllo del paese.
Il patriarca dei copti, Shenuda III, ha puntato fino all’ultimo sulla permanenza al potere di Mubarak, dal quale si sentiva più rassicurato che non da un cambio di regime.
Ma i copti son scesi nelle strade fin dai primi giorni, a reclamare più libertà.
Padre Samir dice che il sommovimento attuale gli ricorda la rivoluzione egiziana del 1919 contro il Regno Unito che occupava l’Egitto e il Sudan, una rivoluzione non di tipo religioso ma mirata all’indipendenza.
Ma la rivolta che oggi infiamma i paesi arabi, dal Marocco allo Yemen, non si avventa contro potenze straniere: Israele, gli Stati Uniti, l’Occidente.
Tanto meno contro i cristiani.
I nemici sono interni, sono i regimi tirannici.
Le richieste sono elementari.
La prima delle rivolte, in Tunisia, è partita dal rincaro del pane.
Khaled Fouad Allam, algerino con cittadinanza italiana, professore di islamistica alle università di Trieste e di Urbino, ha spiegato al quotidiano della conferenza episcopale italiana “Avvenire”, il 22 febbraio, che i protagonisti dell’attuale rivolta sono le giovani generazioni: “I ragazzi tra i 18 e i 30 anni hanno una pra­tica religiosa di tipo pietista.
L’islam non è più visto come la soluzione, come sarebbe probabilmente ac­caduto dieci o quindici anni fa.
I giovani non credono più che il Corano darà loro il lavoro, come potevano creder­lo i loro padri.
Sono credenti e praticanti, ma non hanno una carica ideologica.
Dallo Yemen all’Algeria di slogan religiosi non ne sentiamo”.
E ancora: “Poi c’è l’aspetto della globalizzazione: si sta svi­luppando una coscienza mondiale della democra­zia.
Un ragazzo di Algeri che corrisponde via inter­net con un suo amico di Roma si chiede come mai sull’altra sponda del Mediterraneo c’è libertà e nel suo paese no.
Ciò crea un sentimento molto forte.
Non conta la tecnologia informatica in sé, ma il suo effetto, ovvero un’accelerazione della maturazione della presa di coscienza”.
La rivolta non mostra di avere una direzione precisa.
Non ha leader.
Non ha grandi organizzazioni.
“Durerà molto tempo”, avverte Allam.
Senza esiti prevedibili.
Il ritratto che ne esce è quello di un mondo arabo musulmano molto più fragile e disordinato di quello che si usa immaginare.
Molto più variegato.
Molto più esposto alla secolarizzazione e ai linguaggi della comunicazione globale, universali ma anche incerti di significato.
È un ritratto che corrisponde in modo impressionante a quello vividamente descritto in un libro autobiografico dell’italo-marocchina Anna Mahjar-Barducci, di cui questo servizio di www.chiesa ha riprodotto un capitolo: > Anna e i suoi fratelli.
I mille volti del vero islam
* Quanto osservato fin qui si applica a quasi tutti i paesi arabi oggi in rivolta.
Ma con una eccezione.
Questa eccezione è la Libia.
È ancora il professor Khaled Fouad Allam a spiegarla, in un commento del 23 febbraio su “Il Sole 24 Ore”, il più diffuso quotidiano finanziario d’Italia e d’Europa.
La Libia non è mai stata una nazione omogenea.
È un insieme di tribù arabe, berbere e africane, per ciascuna delle quali vale più di tutto lo spirito di corpo.
Allo scoppiare della rivolta, rapidamente intere città e regioni si sono rese autonome.
In Libia non vi sono vere e proprie istituzioni statali, non c’è un parlamento, non c’è un esercito che possa assumere il potere, come è avvenuto in Egitto, e assicurare una transizione controllata.
Per Gheddafi la “rivoluzione” era lo stato, e lo stato era lui.
Il suo era un “maoismo islamico” depurato dalla tradizione profetica, la Sunna, il che lo rendeva estraneo ed inviso all’insieme dello stesso mondo musulmano sunnita.
Paradossalmente, la tirannia di Gheddafi assicurava alla Chiesa cattolica livelli di libertà maggiori che in ogni altro paese musulmano della regione.
La caduta di Gheddafi può quindi coincidere col collasso totale della Libia.
Che potrebbe diventare – avverte Allam – “un Afghanistan nel Mediterraneo”.
Perché nel caos e nel vuoto statuale troverebbero spazio di presenza e di azione proprio le correnti islamiche più radicali, provenienti dall’Africa e da altri paesi arabi.
A dispetto della “laica” domanda di libertà espressa dai giovani che anche in Libia hanno invaso le piazze, in molti casi pagando con la vita.
Un nuovo Afghanistan, con un islamismo incendiario, ricchissimo di petrolio e di gas, al confine con l’Italia e l’Europa.
__________ Le altre foto di piazza al-Tahrir, al Cairo, commentate da padre Samir Khalil Samir  su “Asia News”: > Rivoluzione egiziana: cristiani e musulmani uniti

Albouazizi: La dignità Araba

Quello che sta succedendo nel mondo arabo sta a dimostrare che è terminato un periodo nel quale quasi tutti i paesi arabi hanno convissuto con la paura, con la repressione feroce, con sistemi autoritari, dittatoriali, dispotici, con una componente di corruzione molto evidente, con dei regimi che hanno escluso per anni buona parte della popolazione dalla partecipazione alla vita pubblica.
In conseguenza di tutto questo le manifestazioni di oggi sono caratterizzate da due elementi: da una parte la rivendicazione della libertà e dall’altra parte la richiesta di giustizia sociale e soprattutto di dignità.
Dopo la caduta del muro di Berlino, il mondo arabo è rimasto fuori da qualsiasi dialettica di cambiamento.
Questi giorni dimostrano che il clima di paura è terminato e siamo di fronte all’avvio di un nuovo processo.
Quali saranno le fasi, i traguardi, le interpretazioni della vita pubblica è tutto da vedere, ma intanto queste manifestazioni danno un segnale molto preciso: le popolazioni dei paesi arabi non sono più disposte a sopportare né le condizioni economiche né le condizioni politiche in cui vivevano da anni.
Vorrei utilizzare un’immagine per esplicitare meglio le condizioni in cui si sono trovati questi popoli: quella di un triangolo, che ha funzionato in tutti questi anni come un recinto di repressione e di dispotismo assoluto.
Un triangolo composto, per un lato, dall’ondata di un certo integralismo religioso che era privo di progettualità e chiarezza, di una reale interpretazione dei bisogni e delle esigenze delle popolazioni; per un altro lato dai sistemi di governi secolari, dispostici, familistici e spesso corrotti; come terzo lato, infine, l’ingerenza di potenze straniere che hanno sorretto quei regimi, un appoggio che certamente ha giocato un ruolo determinante nel favorire per lunghi decenni l’operato di combriccole autoritarie e violente.
Le potenze straniere che hanno sostenuto questi regimi spesso sono rimaste in silenzio rispetto alle violazioni di diritti elementari delle popolazioni.
Oggi, tutti questi elementi si trovano in crisi di fronte a quello che è avvenuto, ai movimenti di base che si sono ribellati alla loro condizione.
Sia nel caso egiziano sia in quello tunisino i partiti dell’opposizione ufficiale – un’opposizione spesso meno che decorativa – sono stati scavalcati.
Ma anche la stessa opposizione, quella reale, quella che ha vissuto per decenni in una situazione di repressione quasi totale, è stata a sua volta scavalcata da queste forze popolari che ora stanno rivendicando – pagando anche un alto prezzo – un accesso alla partecipazione politica e un nuovo ruolo dello Stato come garante delle esigenze di larga parte della popolazione.
Quel triangolo su cui si basavano questi regimi è ora in frantumi: sia i regimi, sia gli stessi movimenti integralisti, sia le potenze straniere si trovano in forte difficoltà di fronte agli avvenimenti attuali.
Occorre dire che questi movimenti non nascono dal nulla, come mera sollevazione spontanea per rivendicare il pane.
Stiamo parlando di popoli che hanno una storia millenaria, hanno una coscienza e un senso di sé come tanti altri popoli nel mondo, soprattutto hanno una storia di lotta di liberazione dal giogo del potere colonialista.
In alcuni periodi le popolazioni si sono mosse in termini di rivolta, di ribellioni, anche se, essendo disarmate e senza aiuti esterni, spesso sono state represse nel sangue.
Molti degli attivisti sono stati torturati, incarcerati, esiliati, però attualmnte sembra che la paura e la repressione non siano sufficienti ad arginare questo flusso “rivoluzionario” di rivendicazioni che chiedono la fine di regimi impopolari,  nella corruzione, del marciume, per ottenere giustizia sociale, libertà e dignità, evidenziando una consapevolezza politica molto matura.
Ritengo elementi determinanti la mancanza di libertà e l’insicurezza dei cittadini.
Il sentirsi perseguitati (perfino in casa propria) come persone umane, ha avuto un peso notevole.
Ricordiamoci inoltre che, se negli anni ’60 e ’70 questi Stati hanno avuto un percorso economico che ha garantito una redistribuzione del reddito e la creazione di un minimo di welfare, oggi questo è venuto meno, molte proprietà dello Stato sono state privatizzate, anzi in molti casi accaparrate, “familizzate” dai parenti di chi gestiva il potere, che agli occhi della gente è strapotere assoluto.
In regimi così repressivi non ci sono neppure luoghi dove la gente può ritrovarsi; spesso non ci sono né spazi né riferimenti per le organizzazioni della società civile.
Per questo strumenti come twitter, facebook, cellulari, sms sono diventati sussidi per scambiare informazioni, per far sapere cosa sta accadendo nei vari luoghi, nelle varie situazioni.
Oggi le connessioni sul piano telematico sono fortissime, accorciano le distanze, anche popolazioni lontane dai luoghi del potere sono in grado di connettersi, accedere alle informazioni, acquisire conoscenze.
Da decenni assistiamo anche all’evolversi di una società civile mondiale dove avviene uno scambio di linguaggi, di temi come la giustizia, la libertà.
Negli ultimi decenni questi processi sono divenuti più celeri.
La televisione Al Jazeera, ad esempio, è diventata un luogo virtuale dove le persone possono partecipare, riconoscersi in una serie di contenitori culturali e politici, dove si svolgono continuamente dibattiti su temi sensibili, delicati, in cui vengono presentati punti di vista completamente diversi.
Da metà dicembre AJ è stata censurata nel momento in cui il regime tunisino ha capito la capacità di questa televisione di seguire le rivolte nei diversi luoghi del Paese, il luogo dove i tunisini si informano sui loro accadimenti e sulle manifestazioni di sostegno delle altre popolazioni arabe.
Durante una trasmissione un cittadino tunisino intervistato ha detto che il 70% di quello che è avvenuto, il successo della rivolta è stato reso possibile grazie ad AJ, ma non perché essa la fomentava o la sosteneva, bensì perché documentava, faceva vedere quello che avveniva, mentre la televisione di Stato nascondeva tutto.
Le date del 14 ed 25 gennaio 2011 saranno incise nella profondità dell’immaginario delle genti arabe.
Popolazioni che da lunghi anni sono in attesa di riscatto per scrollarsi di dosso un orribile cumulo di fallimenti e di sconfitte sui tutti piani e specialmente il perpetuarsi delle sofferenze dei palestinesi e la drammatica situazione delI’Iraq.
Questa rivoluzione è nata dal basso, senza alcun sostegno esterno, a differenza delle “rivoluzioni a colori” sostenute da potenze straniere.
Sono manifestazioni non funzionali a nessun progetto di potenza grande, media o piccola, sono manifestazioni di disobbedienza civile, disarmate, quindi non violente e questo confuta il fatto che da anni si va sostenendo in Europa, che la società musulmana si identifica con la violenza.
La seconda quetione è che con queste manifestazioni non ci si muove per questioni religiose, ma per difendere la dignità dei cittadini.
Sono manifestazioni povere, dove si scrivono cartelli a mano, dove le parole d’ordine sono la libertà, la dignità, la democrazia, no al dispotismo (Istibdad), no alla corruzione (Fasad).
La forza di queste manifestazioni è che sono sostenute da esponenti dei ceti medi, dagli operai, dai contadini, dalle donne, dagli uomini, dagli anziani e dai giovani.
Sono movimenti popolari, non particolarmente ideologicizzati.
Questi movimenti non nascono, come si dice in Europa nel gergo politico, perché ci sono delle avanguardie che li guidano.
Le avanguardie, se ci saranno, nasceranno in seguito da questi movimenti.
Non è da trascurare la presenza di realtà politiche con un certo radicamento, perché queste manifestazioni non nascono dal nulla: ci sono state in passato mobilitazioni, rivolte e rivendicazioni che rappresentano dei riferimenti significativi per gli attivisti di oggi.
Oltre alle forze politiche a favore di un radicale cambiamento ci sono gruppi che hanno molti legami con vecchie e nuove potenze coloniali, ci sono personaggi che possono riciclarsi, possono usare un linguaggio liberale, possono fare delle aperture molto moderate, con aggiustamenti di facciata, ma stanno attendendo l’occasione per inserirsi nel gioco e controllarne gli effetti.
Certo le potenze esterne proveranno a trovare delle strategie per impedire, far abortire, stroncare, nel migliore dei casi trovare un  compromesso per aggiustamenti timidamente liberali sul piano politico e sul piano economico.
Ma non credo siano sufficienti per dare risposte alle esigenze di una società dove circa il 60% della popolazione è giovane, con livelli di istruzione e aspettative molto alti, diversi da quelli dei genitori.
Si ha a che fare con una nuova fascia della popolazione molto estesa che si sente totalmente esclusa, per cui gli aggiustamenti marginali non potranno reggere a lungo.
Ci sarà bisogno di riforme radicali sul piano sia politico che economico, perché la gente è stanca di vivere in condizioni inaccettabili e di subire il servilismo come ricetta per accedere a un nuovo progresso.
del 9 febbraio 2011 Adel Jabbar Sociologo e saggista

I cristiani e il risveglio arabo

Le rivolte arabe hanno sorpreso tutti.
Le proteste nascono da dure condizioni di vita ma anche dall’umiliazione di regimi corrotti.
È una rivolta in buona parte di giovani: il 61% degli egiziani, il 58% dei libici e il 74% degli yemeniti hanno meno di trent’anni.
I giovani non si sono rassegnati all’intimidazione che ha trattenuto i loro padri per anni.
Gente alfabetizzata e globalizzata reagisce in modo nuovo: si sente soggetto, non solo oggetto della storia.
Il sistema autoritario non riesce a bloccare chi ha vissuto una rivoluzione mentale.
Si sollevano società civili e classi medie umiliate con la coscienza di non essere più isolate, ma parte di una comunità globale con nuovi mezzi per comunicare.
«Siamo tutti egiziani» — si leggeva su un cartello in piazza Tahrir, mentre fraternizzavano musulmani e cristiani.
Eppure papa Shenouda, capo di vari milioni di copti (sempre critico verso le vessazioni del governo), ha sostenuto Mubarak: ha chiesto ai suoi giovani di non scendere in piazza.
Le minoranze cristiane hanno paura.
Gli autocrati sembrano garantirle di fronte alla marea musulmana.
Ma trapelano sospetti che il ministro dell’Interno di Mubarak abbia avuto connivenze nell’attentato alla chiesa copta di Alessandria.
Allora si capisce meglio la furente reazione egiziana alle proteste italiane e alle parole di Benedetto XVI per la strage.
A piazza Tahrir un giovane cristiano brandiva un cartello: «Sono copto e sto qui malgrado papa Shenouda».
Un piccolo episodio ignorato riguarda la sinagoga vicino piazza Tahrir, sempre protetta da blindati.
Con la rivolta, i militari sono spariti e i dimostranti, divenuti padroni della zona, hanno rispettato il tempio.
Sintomo di un sentire maturo? Certo preoccupano le dichiarazioni di alcuni religiosi contro Israele ed è inquietante l’arrivo di due navi iraniane nel Mediterraneo via Suez.
Il futuro politico delle rivolte arabe non è chiaro.
Un ingegnere libico ha detto all’inviato de La Stampa: «Vuol sapere come finirà? Non lo so proprio, so soltanto che non ci fermeremo».
La politica e le analisi europee sono state a lungo bloccate dall’alternativa secca tra autocrati e pericolo islamico.
Di fronte agli ultimi eventi ci si è troppo limitati alla legittima, ma riduttiva domanda se ne guadagnasse l’islamismo.
Ma, per esportare la democrazia in Iraq contro un sanguinario dittatore, si è combattuta una guerra.
Poca simpatia è spirata da noi verso il «vento di libertà» di piazza Tahrir.
Si tratta di un nuovo ’68, di un ’89 o che altro? Per il «vento della libertà», laddove è vittorioso, comincia ora un delicato viaggio verso la democrazia attraverso le istituzioni e la politica.
L’entusiasmo per la libertà riuscirà a fondare un senso della cittadinanza che superi il fondamentalismo delle identità? In ogni caso mi pare dovuta un’apertura di credito da parte di chi crede nei valori democratici e nella libertà.
La paura è un cattivo consigliere.
Ha bloccato la politica occidentale verso gli arabi con il timore dell’Urss e poi del fondamentalismo.
Certo si capiscono gli interessi economici (come in Libia).
Ma c’è un limite, già da tempo oltrepassato da Gheddafi.
E mille morti pesano.
La radicalizzazione repressiva poi fa il gioco degli estremisti.
Il ministro Frattini, reduce dall’Egitto, ha indicato una prospettiva nuova al convegno tra cristiani e  musulmani sulle ragioni della convivenza, tenutosi mercoledì a Sant’Egidio: «Bisogna passare dalla partnership della convenienza a quella della convivenza» — ha detto.
La convivenza è riconoscimento del pluralismo.
Un simile riconoscimento da parte  musulmana è solida garanzia alle minoranze cristiane, del cui valore l’Europa comincia ad accorgersi.
Dopo tanta retorica mediterranea, oggi le due rive sono più vicine e il mondo arabo meno lontano da noi.
Il futuro è nelle mani di tutti, arabi ed europei, in un mondo più globale.
in “Corriere della Sera” del 25 febbraio 2011

Il parlamento italiano a favore della libertà religiosa

Sulle misure necessarie a far cessare le violenze contro i cristiani nel mondo è arrivata ieri la forte presa di posizione del Parlamento italiano.
Tanto più significativa per la quasi totale unanimità, registrata sia nell’aula della Camera (al mattino) sia quella del Senato (in serata), nell’approvare due mozioni unitarie, pressoché analoghe.
Messe per una volta da parte le fisiologiche divergenze e spaccature, e accantonate le mozioni di partito presentate in partenza, il testo di Montecitorio è passato con 504 voti a favore e nove astensioni.
Bocciata, invece, una risoluzione presentata dai radicali, che sul testo comune si sono astenuti.
A Palazzo Madama specularmente sono stati tre in tutto a non votare «sì».
Il voto «è la dimostrazione del valore che il Parlamento italiano attribuisce a un tema così delicato», ha commentato il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica.
Il Parlamento impegna il governo «a far valere con ogni forma di legittima pressione diplomatica ed economica il diritto alla libertà religiosa, in particolare dei cristiani e di altre minoranze perseguitate, laddove risulti minacciata o compressa per legge o per prassi, sia direttamente dalle autorità di Governo, sia attraverso un tacito assenso e l’impunità dei violenti».
Poi «a promuovere in Italia, nelle scuole e in ogni ambito culturale, la sensibilità alle tematiche della libertà religiosa e della cristianofobia».
A livello diplomatico deve essere fatta valere «la necessità di un effettivo impegno degli Stati per la tolleranza e la libertà religiosa, fino al diritto sancito alla libertà di cambiare religione o credo».
Infine ad «adoperarsi affinché analogo principio sia fatto valere a livello di Unione europea e di qualsiasi altro organismo internazionale per l’assegnazione di aiuti agli Stati».
Mentre a livello di Nazioni unite si deve puntare a un effettiva messa in pratica della risoluzione sulla libertà religiosa negli Stati membri, promuovendo a tal fine «la costituzione di un organismo dedicato».
Sull’onda dell’emozione, dell’indignazione, e della riflessione suscitata dagli ultimi fatti di Egitto e Nigeria, nelle due assemblee – attraverso un dibattito alto e partecipato – è stata fatta una radiografia delle violenze contro le comunità cristiane.
Ma si è fatto anche il punto sullo stato della libertà religiosa nel mondo (dal Pakistan, alla Cina al Sud Sudan ora al voto, di cui il Senato chiede l’immediato riconoscimento) e allo stesso tempo sulla situazione culturale che si registra oggi in Europa, con troppi silenzi e omissioni sui massacri compiuti in nome della religione.
Sintetizza il vicepresidente della Camera, Rocco Buttiglione: i cristiani vengono colpiti perché «segno di una modernizzazione», perché identificati con l’Occidente e perché «noi non sentiamo affatto il diritto-dovere di difenderli».
Il finiano Roberto Menia cita Benedetto Croce e il suo «non possiamo non dirci cristiani», per affermare che «tutti noi credenti o non credenti ci sentiamo colpiti, offesi e umiliati di fronte all’immagine di Cristo imbrattato di sangue nella cattedrale di Alessandria d’Egitto».
Concordano sul fatto che finora ci sia stata troppa indifferenza anche due dei firmatari delle mozioni, Antonio Mazzocchi (Pdl) e Giuseppe Fioroni (Pd).
Tra i senatori, è Francesco Rutelli (Api) a richiamare la «debolezza della politica dell’Ue, addirittura afona rispetto a fenomeni di questa straordinaria gravità».
Mentre è Giorgio Tonini (Pd) a ricordare con forza l’allarme per le «violazioni sistematiche e ripetute» della libertà religiosa che «è storicamente la madre di tutte le libertà e un principio fondante per tutti i diritti umani».
Un richiamo al ruolo dei media è venuto dal capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri che ha sottolineato come «serve una reazione collettiva, non solo delle istituzioni».
Il suo vice, Gaetano Quagliariello, individua due ragioni per un fenomeno che «non nasce oggi».
La prima geopolitica (fine della guerra fredda), la seconda culturale: quell’«odio di sé» dell’Occidente che porta alla tolleranza o addirittura al plauso verso «offese al cristianesimo, ai suoi simboli e alle sue tradizioni», in nome «di una malintesa idea di laicità».
Gianni Santamaria Avvenire 13 01 2011