Io sto con il Papa

1. Cosa è diventato il discorso pubblico nel nostro tempo? A quali altezze ci conducono oggi le parole di chi viene ascoltato, perché considerato degno di esserlo?

 

Con Martin Luther King abbiamo scalato montagne che apparivano impervie, con Franklin Delano Roosevelt siamo stati capaci di sconfiggere la bestia della paura e della disperazione collettiva, con Giovanni XXIII abbiamo capito che non è la guerra, ma la pace, la dimensione in cui far esprimere conflitti e differenze. Ma ora? Ora tutto sembra al filo della terra, parole spaventate , senza forza, senza ispirazione, senza anima. Parole corte, per una società corta. Odio, populismo di quart’ordine, rimozione sistematica e deliberata di quel “senso delle cose” senza il quale ogni avventura umana, compresa la stessa esistenza individuale, sembra uno straccio abbandonato. Così il mondo della comunicazione ovunque, della rete che ci avvolge fino a stritolarci, del successo a portata di  mano, dell’Io ipertrofico e tronfio ci riempie di molto per portarci al nulla. La frammentazione sociale, la perdita della linearità del ciclo di vita conquistata nel Novecento dell’occidente – studio  , lavoro, pensione – ci rende fragili e insicuri. E così ci rinchiudiamo in identità spesso autorappresentative, come una coperta da stendere sul capo, per ripararsi dalla globalizzazione del mondo.  Insegne religiose usate come spade e carte d’identità brandite come scudi. Nuove ideologie, senza i recinti delle quali, l’uomo sembra sentirsi nudo e solo. Ma nel brodo di coltura delle ideologie  sono nati Auschwitz e i Gulag, Pol Pot e i Desaparecidos.
Il nuovo millennio, il discorso pubblico, troveranno una via d’uscita alla alternativa secca tra il tutto delle ideologie e il nulla della vita ridotta a merce, a campione senza valore? La politica ha,  per me, questo compito precipuo. Insieme con la soluzione concreta dei problemi concreti degli esseri umani. Ha il compito di fornire un senso “laico” alla domanda di ragione dell’esistenza che  mai, nella storia, è stata risolta dalla contemplazione di sé in uno specchio. Nel bel dialogo tra Aldo Bonomi e Eugenio Borgna, pubblicato da Einaudi in questi giorni, ci si interroga sulle ragioni sociali e psicologiche del dilagare della depressione come malattia contemporanea.
E se ne indicano le cause, in primo luogo lo sfarinamento del sistema delle relazioni sociali e umane. E se ne indicano però anche le soluzioni, in primo luogo la ricostruzione di quella coscienza della comunità di destino, senza la quale ogni inciampo è un precipizio. Alla comunità delle anime ferite bisogna indicare un poliforme orizzonte di senso. Bisogna passare dalla “egologia”,  Zeitgeist del tempo, alla ecologia di un corretto rapporto tra sé e gli altri, tra sé e la natura, tra sé e il tempo, in fondo tra sé e il senso della vita.
Nella presentazione del suo libro a Roma, Eugenio Scalfari ha ricordato la definizione di Kant dell’uomo come “legno storto” e ha giustamente ragionato sulla pericolosità e difficoltà del proposito  di raddrizzarlo e dei fallimenti storici di chi se lo è proposto. Accettare i miliardi di “legni storti” spinge a creare un ambiente dove essi possano riconoscersi e rispettarsi e, per questa via, creare  un contesto “laicamente” diritto. Avremo bisogno urgente di ritrovare il senso di comunità, perché alla depressione individuale sta per saldarsi anche quella dell’economia. E, se vorremo uscirne, dovremo sfidare la paura e ritrovare la speranza.
Per questo io che non credo o che, come ho detto sinceramente “credo di non credere”, ho ascoltato con enorme interesse l’affascinante discorso al Parlamento tedesco di Benedetto XVI nel quale ha lanciato un invito che non può non essere raccolto. E’ necessaria, ha detto Papa Ratzinger, una “discussione pubblica”, in particolare in Europa, sul rapporto tra politica, diritto e ragione:  “Invitare urgentemente ad essa – ha aggiunto – è un’intenzione essenziale di questo discorso”.
Non si può non raccogliere l’invito, innanzi tutto perché di una discussione pubblica sul senso della politica, sui suoi compiti e i suoi limiti, si avverte un bisogno drammatico, in un passaggio  storico come quello che stiamo vivendo, segnato da una crisi profondissima, che come è evidente a tutti non è solo economica e finanziaria, ma anche politica e culturale. Ma c’è una seconda ragione  che va evidenziata: l’invito del Papa è, per l’appunto, a una “discussione pubblica”, alla quale ciascuno partecipa, secondo un metodo critico e non dogmatico, con la sola forza dei suoi argomenti. E  gli argomenti di Ratzinger sono forti, proprio perché aperti. Gli stessi punti solidamente fermi, nella mente e nel cuore del Papa-teologo, colpiscono in modo tanto più penetrante, in quanto  emergono, quasi si fanno largo, tra interrogativi radicali, che non solo non vengono elusi, ma vengono problematizzati in modo non esplicito. Già questa è una indicazione, non solo metodologica: c’è una sola via, sembra dire Papa Benedetto, per affrontare la crisi con spirito costruttivo. Ed è la via del dialogo aperto, del confronto trasparente, a partire dalla comune passione per l’umanità e il  suo destino.

2. La riflessione proposta da Ratzinger è ormai largamente nota, soprattutto ai lettori di questo giornale. Essa ha al centro l’affermazione che la buona politica, la politica che vuole essere impegno per la giustizia e costruzione delle condizioni di fondo per la pace, è una politica subordinata al diritto, una politica che conosce il suo limite e riconosce la supremazia del diritto, secondo una  visione liberale, pluralista, poliarchica. “Togli il diritto – dice il Papa citando sant’Agostino – e allora cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?”. Una politica ridotta a volontà di  potenza, a mera risultante dei rapporti di forza, o anche solo ad arte e tecnica della conquista e della conservazione del potere, è la minaccia più grande per l’umanità: nella migliore delle ipotesi,  avremo cattiva politica, malgoverno, corruzione. Ma il Novecento, per altri versi il secolo delle lotte per la libertà e degli spettacolari progressi della scienza e della tecnica, ci ha anche  insegnato, in modo definitivo, che una politica che perde il senso del limite è capace di spalancare davanti all’umanità l’abisso del male assoluto, di generare il mostro totalitario, la scientifica e  sistematica, intenzionale e organizzata distruzione della dignità e della stessa vita umana. Nessuno lo sa meglio di noi tedeschi, ricorda Ratzinger.
E tuttavia, dire che la politica deve fondarsi sul diritto e non viceversa, significa dire che il principio di maggioranza, che in gran parte della materia da regolare giuridicamente “può essere un  criterio sufficiente”, “nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità” non può bastare. E allora? Come riconoscere ciò che è giusto? Di fronte al  male assoluto dei regimi totalitari, c’è il diritto-dovere alla resistenza. “Ma nelle decisioni di un politico democratico, la domanda su che cosa ora corrisponda alla legge della verità, che cosa sia  veramente giusto e possa diventare legge non è altrettanto evidente”.
Ratzinger vuole essere ancora più chiaro: “Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé”. Anni di discussioni, spesso laceranti, sulle questioni cosiddette “eticamente sensibili”, sono lì a dimostrarlo. Come sono lì a dimostrarlo le non meno dure contrapposizioni, in tutte le sedi multilaterali, a cominciare dalle Nazioni Unite, tra il principio di sovranità degli stati e i diritti inviolabili della persona.
La risposta all’interrogativo radicale “come si riconosce ciò che è giusto?” non può venire, secondo Ratzinger, né dal “diritto rivelato”, dalla pretesa di imporre una legge sulla base di un  riferimento alla religione, uno dei pericoli più grandi che minacciano l’umanità contemporanea, né dal “positivismo giuridico”, che relega nella sfera della irrazionalità qualunque dimensione  della razionalità umana non riconducibile a ciò che è verificabile o falsificabile: un riduzionismo scientista, che è stato contestato, dice Ratzinger in uno dei passaggi più sorprendenti del  discorso, dal movimento ambientalista. Quel movimento, ha detto con coraggio, ci ha aiutato a capire che “nei nostri rapporti con la natura c’è qualcosa che non va; che la materia non è soltanto un  materiale per il nostro fare, ma che la terra stessa porta in sé la propria dignità e noi dobbiamo seguire le sue indicazioni”.
La via proposta dal Papa è piuttosto quella di una riscoperta dell’idea di “diritto naturale”, per la quale sono la natura e la ragione le vere fonti del diritto: una linea di pensiero che da Atene e  Roma, attraverso l’incontro col pensiero giudaico e cristiano e poi il filtro dell’Illuminismo, giunge fino alla Dichiarazione universale dei diritti umani e alle grandi costituzioni democratiche  del Dopoguerra.
Non si tratta, come è chiaro, di una formula magica, che garantisce l’evidenza delle soluzioni e l’infallibilità delle decisioni politiche e legislative, ma piuttosto di un orizzonte nel quale collocare il dialogo tra visioni diverse, sul piano politico, filosofico, religioso, per consentire loro di collaborare per la giustizia nella pace.
Una collaborazione, beninteso, che non elimina il conflitto, la dialettica, la competizione, ma le colloca su un terreno di comunicazione, di condivisione di un patrimonio di principi e di valori che possono tenere insieme la società: un’esigenza tanto più forte in società aperte, libere, secolarizzate, non gerarchiche, come quelle moderne.

3. La riflessione e la proposta di Papa Ratzinger, entrambe aperte e problematiche, pur attorno a un nucleo di convinzioni forti e radicate, a me paiono di straordinario interesse e suggestione sul  piano intellettuale e di potenziale fecondità sul piano politico. Tanto più in un paese come il nostro, profondamente segnato dal dialogo, ma anche dalla contrapposizione, tra laici e cattolici, tra credenti e non credenti. Una discussione pubblica, orientata alla riscoperta e alla attualizzazione di un nucleo di principi e valori fondamentali come quelli che sostengono la nostra Carta costituzionale, non a caso anch’essa figlia di uno dei più alti momenti di dialogo che la nostra storia nazionale abbia conosciuto, aiuterebbe a rafforzare l’unità dialettica del paese, tanto più  necessaria in una fase delicata e per molti versi drammatica, come quella che stiamo vivendo.
La traccia proposta da Papa Benedetto a Berlino può risultare preziosa per dar vita, nel nostro paese, a una nuova stagione di dialogo tra credenti e non credenti e a scongiurare invece dannose e fuorvianti contrapposizioni. Preziosa è innanzi tutto la “pars destruens” del ragionamento ratzingeriano, quel doppio no, da una parte all’integralismo fondamentalista, alla pretesa di dedurre da  una fede religiosa criteri normativi validi per tutta la società; e dall’altro alla concezione speculare e in definitiva subalterna allo stesso integralismo religioso, secondo la quale la libertà vive solo nella negazione di qualunque principio e valore che non sia l’arbitrio individuale. Si tratta, come è evidente, di due posizioni estreme, tanto presenti nell’autorappresentazione pubblica,  quanto poco rappresentative sia dell’universo dei credenti, cattolici e non solo, irriducibili allo stereotipo del fanatismo integralista e invece da tempo allenati e appassionati al dialogo, al  confronto, alla contaminazione; sia di quello dei non credenti, che a ragione rivendicano la loro capacità di pensare e vivere sulla base di principi e valori che pur non avendo, dal loro punto di vista, un fondamento trascendente, pur non ponendosi in una prospettiva metastorica, non per questo sono meno metapolitici, capaci cioè di dare fondamento non effimero ad una vita etica e ad una  olitica fondata sul diritto.
Penso che sia vitale, per il futuro del nostro paese, incoraggiare e favorire una comune capacità, da parte di credenti e non credenti, di coltivazione dei valori comuni, sulla base di una comune  fiducia nella ragione. La prima condizione perché ciò accada è che i credenti imparino sempre meglio a pensare il diritto, fondamento della politica, confidando nella ragione, che del resto, nella  loro fede, è essa stessa dono di Dio, logos umano che partecipa del logos divino. La sistematica applicazione di questa regola eviterebbe il cortocircuito integralista, che rende il dialogo impossibile. La seconda, speculare condizione, è che i non credenti, a loro volta, imparino a rispettare fino in fondo i convincimenti religiosi e sempre meglio a pensare il diritto, fondamento della politica,  come una condizione di possibilità della libertà degli individui. Attraverso questa regola, la libertà come principio di autodeterminazione si apre alla responsabilità ed evita di ridursi ad egoismo individualistico.

4. Una considerazione finale che ovviamente si allontana dalle riflessioni grandi del Papa per planare su questo passaggio, l’ennesima transizione, della storia italiana. Promuovere una nuova stagione di dialogo tra credenti e non credenti è indispensabile anche per scongiurare il rischio che, dopo la fine ormai conclamata del berlusconismo, il bipolarismo italiano si ristrutturi lungo  una linea di frattura etico-religiosa, anziché politico-programmatica.
Non ci si può dividere su ciò su cui ci si dovrebbe unire. Nel celebre dialogo con Habermas, quasi otto anni fa, l’allora cardinale Ratzinger definiva l’incontro dialogico tra credenti e non credenti come “ciò che tiene unito il mondo”, che corre invece il rischio mortale di dividersi lungo una faglia che finirebbe per opporre una religiosità ridotta a fanatismo fondamentalista, a un razionalismo non meno dogmatico e intollerante. Per questo penso che il nuovo protagonismo dei credenti cattolici, delle loro associazioni, movimenti, opere, al servizio di un rilancio e di una ricostruzione di un paese che da decenni non era così fiaccato e umiliato, sarà tanto più fecondo, quanto più saprà irrorare tutto lo schieramento politico. Entrambi i poli di un nuovo bipolarismo,  finalmente liberato dall’ipoteca populista e plebiscitaria del berlusconismo, finalmente articolato su schieramenti costruiti attorno a programmi per il governo e non sulla demonizzazione  dell’avversario, capaci entrambi di reciproca legittimazione e di positiva collaborazione, nella distinzione dei ruoli tra maggioranza e opposizione, dovranno vedere presenti e protagonisti laici e  attolici, credenti e non credenti.
Naturalmente, rendere questo possibile è compito innanzi tutto delle forze politiche. E sul versante del centrosinistra è compito innanzi tutto del Partito democratico, che mai come oggi può comprendere quanto la sua originaria vocazione a unire le diverse culture riformiste, guardando ben oltre i tradizionali confini della sinistra storica e dando vita ad una identità nuova, unitaria  e plurale, l’identità democratica, sia condizione vitale per il suo stesso ruolo nel paese.

 

in “il Foglio” del 1 ottobre 2011

Ritorna il Cortile dei gentili

Il Cortile dei Gentili ritorna in un autunno ricco di incontri. Innanzitutto con l’appuntamento di Bucarest l’11 e il 12 ottobre. Il cardinale Gianfranco Ravasi, in visita in Romania come ministro della cultura del Vaticano, oltre i colloqui e dibattiti previsti riceverà un dottorato honoris causa all’università della capitale rumena. Alla sua lectio magistralis seguirà un dialogo con il fisico  e filosofo Horia-Roman Patapievici. E poi, il 12, vi saranno cinque interventi di intellettuali rumeni sull’argomento «Umanesimo e spiritualità». Il sottotitolo di queste relazioni è una domanda stimolante: «È possibile un dialogo sulla trascendenza?».
Ravasi ci confida: «Ho intenzione a Bucarest di intervenire in questi grandi eventi su Cioran e Ionesco, figure ideali di un agnosticismo o ateismo segnato profondamente dalla domanda». Si sofferma su una frase di Cioran: «Mi sono sempre aggirato attorno a Dio come un delatore.
Incapace di invocarlo, l’ho spiato». E precisa: «Vorrei presentare la figura di colui che si aggira attorno al cortile dei credenti e ne cerca quasi il centro. Anche se in un altro suo testo giunge al paradosso secondo cui “il nome di Dio è il Nulla, cioè Tutto”. Lui per tutta la vita quell’opera di spionaggio l’ha condotta». Inoltre, dicevamo, Ionesco. Il cardinale aggiunge: «Lo presenterei cominciando da una dichiarazione che ha fatto in una intervista. Questa: “Ogni volta che il telefono suona mi precipito nella speranza, ogni volta delusa, che possa essere Dio che mi telefona. O almeno uno dei suoi angeli di segreteria”. In lui c’era continuamente la speranza di una epifania del divino. E poco prima della morte, alla fine del suo Diario, nell’ultima riga c’è una frase  folgorante.
È la risposta a quell’attesa: “Pregare Non So Chi. Spero: Gesù Cristo”».
Si ritorna con il Cortile dei Gentili a Firenze, il 17 ottobre. È una tappa obbligatoria di questo progetto. Del resto, sulle rive dell’Arno si realizzò un miracolo culturale, all’epoca di Lorenzo il Magnifico, che è paragonato a quello che avvenne nell’Atene di Pericle. In Palazzo Vecchio, nel Salone dei Cinquecento, Antonio Paolucci, Moni Ovadia, Sergio Givone, Erri De Luca, Antonio Natali e, ovviamente, il cardinal Ravasi, parleranno di «Umanesimo e bellezza ieri e oggi». Sua eminenza ricorda la caratteristica di tale incontro: «L’impegno principale che vorrei realizzare tra arte e  fede è il ritrovare la loro radicale sororità, secondo la convinzione espressa da Paul Klee: “L’arte non rappresenta il visibile, ma l’Invisibile che si cela nel visibile”». E dopo una breve pausa il  porporato precisa: «Questa è anche la meta della fede».
Il 26 ottobre, il giorno precedente l’incontro di Assisi tra il Papa e i rappresentanti delle grandi religioni (al quale sono invitati anche dei non credenti, siano essi atei e agnostici) il Cortile dei Gentili organizza una tavola rotonda all’Università di Roma Tre con Giacomo Marramao. Il tema è legato all’iniziativa del Pontefice. Per tale motivo si risponderà alla domanda: «Perché gli atei  hanno accettato l’invito del Papa?». Interverranno Julia Kristeva, Remo Bodei, il filosofo messicano Guillermo Hurtado, Anthony Graylings (dell’Accademia Reale inglese), Walter Baier (che ha  avuto incarichi nel mondo comunista) oltre al cardinale Ravasi. Il giorno 27 i relatori del Cortile dei Gentili «preparatorio» parteciperanno alla giornata con Benedetto XVI. Quest’anno gli  incontri interreligiosi di Assisi compiono il loro venticinquesimo. Con il tempo sono cresciuti, anzi rappresentano ormai un riferimento non soltanto per il mondo della fede. Il titolo scelto per il  2011 è «Pellegrini della verità, pellegrini della pace».
Il 14 e il 15 novembre sarà la volta di Tirana, ovvero l’inizio di un dialogo con l’Albania. Il Cortile dei Gentili comincerà la sera sul sagrato della cattedrale — un po’ come si era fatto lo scorso  marzo a Notre Dame a Parigi — e affronterà tre temi: «Lavoro», «Spiritualità», «Informazione e comunicazione». Le relazioni, il giorno seguente, si terranno all’Università statale di Tirana e nel pomeriggio in un ateneo privato, l’Università Europea. Tra i nomi non mancheranno lo scrittore Ismail Kadare e l’accademico e scienziato Luan Omari. Ai quali va aggiunto anche uno specialista di storia religiosa, oltre che deputato al parlamento: Mark Marku.
Ravasi riassume il senso dell’incontro: «Ho accettato l’invito che giungeva direttamente dall’Albania per una ragione storica: in epoca moderna questa nazione rappresenta probabilmente l’unico  Stato che poneva l’ateismo come articolo fondante della Costituzione. La richiesta è venuta dal docente di ateismo dell’Università di Tirana. Il quale insegna ancora questa materia, ma egli è  cattolico e teologo». Che dire? Anche nei Paesi dell’ex blocco comunista casi del genere non sono eccezionali.
Ravasi precisa a tale proposito: «Avendo continuamente contatti con persone che ignorano o rifiutano la fede, rimango sempre più convinto della dichiarazione dello scrittore francese Pierre Reverdy, il quale affermava: “Ci sono atei di una asprezza feroce che, tutto sommato, si interessano di Dio molto più di certi credenti frivoli e leggeri”». Ci accommiatiamo da sua eminenza mentre proferisce un’ultima frase, che sarà anch’essa oggetto di riflessione. È di Giorgio Caproni: «Mio Dio perché non esisti? A furia di insistere, cerca di esistere».

 

da: Il dubbio e la fede, la scommessa di Ravasi
in “Corriere della Sera” dell’8 ottobre 2011

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

 

XXVIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Lectio – Anno A

Prima lettura: Isaia 25,6-10a

Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati.

Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre.

Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse.

Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza, poiché la mano del Signore si poserà su questo monte».

v I capitoli 24-27 costituiscono una raccolta di oracoli apocalittici, di epoca post-esilica, inseriti nel libro di Isaia. Vi si descrive in particolare il banchetto che celebra l’intronizzazione del Signore.

v. 6 – Il banchetto simboleggia la salvezza universale realizzata nel regno dei cieli.

Il monte Sion sarà il luogo di questa celebrazione universale: il Signore preparerà il banchetto, descritto con immagini colorite ed esuberanti, per tutti i popoli.

v. 7 – La festa escatologica segnerà anche la definitiva e universale rivelazione del Signore: il velo che rendeva ciechi i popoli e la coltre che nascondeva la verità alle nazioni sono rimossi. «Il re presenta i suoi regali durante il banchetto: prima i popoli non vedevano il Signore, perché erano ciechi: ora il Signore stesso scopre i loro occhi perché possano conoscerlo» (L. ALONSO SCHÖKEL).

v. 8 – «Apocalisse» significa «rivelazione», e oracolo apocalittico non è sinonimo di catastrofe ma di salvezza. Il Signore vince la morte, vince il dolore e le lacrime; la parola del Signore farà cessare l’infelicità del popolo: l’oracolo sarà ripreso in Ap 7,17; 21,4.

vv. 9-l0a – Segue il canto del popolo salvato, che esulta nel Signore e proclama le sue lodi.

 

 

Seconda lettura: Filippesi 4,12-14.19-20

Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza. Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni.

Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù.  Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

 

v La lettera ai Filippesi è una delle «lettere dalla prigionia». Paolo è in attesa di giudizio, e rischia la condanna a morte. Nonostante questa condizione drammatica, egli esorta all’obbedienza e all’amore, con speranza e gioia.

Scrive ai cristiani di Filippi, in Macedonia (Grecia), la prima chiesa da lui fondata in Europa.

Le catene della prigionia di Paolo risultano essere un incoraggiamento a predicare il Vangelo: nella persecuzione l’apostolo riconosce un dono di grazia che giova alla diffusione del messaggio di Cristo (cf. 1,14 ss.).

In chiusura della lettera Paolo ha parole toccanti di gratitudine nei confronti dei Filippesi per la premura che hanno dimostrato nei suoi confronti.

Tuttavia, egli ribadisce di non pretendere nulla: le tribolazioni e soprattutto una vita spesa al servizio del Vangelo gli hanno insegnato a far fronte a tutto, forte solo dell’aiuto di Colui che mi dà la forza.

v. 12 – Per due volte ripete «so vivere»; il terzo verbo, «sono allenato» (memyemai), era usato per i riti di iniziazione. L’oggetto — le circostanze che Paolo ha imparato ad affrontare — sono indicate da una serie di infiniti. Paolo è stato iniziato a tutti i misteri della vita, le vicissitudini della realtà quotidiana sono state come riti di iniziazione che lo hanno reso capace di far fronte a tutto.

v. 13 – L’apostolo qualifica la propria autosufficienza: «tutto questo» (ciò che ha elencato nel versetto precedente), posso affrontarlo grazie al Signore. Il segreto della sua indipendenza è la dipendenza da un altro, viene dal trovarsi in unione vitale con Colui che mi dà forza.

v. 14 – Ed ecco cosa possono fare di buono e giusto i Filippesi: diventare partners di Paolo, prendendo parte alle sue tribolazioni.

vv. 19-20 – Nei due ultimi versetti (seguono i saluti e il commiato) Paolo ripete il verbo «colmare» (pleroun) e la parola «bisogno» (chreia) che ha adoperato più sopra (vv. 16 e 18): là per dire che i Filippesi hanno dato a Paolo ciò che gli era necessario, qui per dire che Dio colmerà di doni i Filippesi per ogni loro bisogno. L’espressione «il mio Dio» è rara in Paolo. La conclusione è una doxologia.

 

Vangelo: Matteo 21,1-14

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:  «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.

Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.

Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.  Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.  Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

 

 

 

Immagini di commento al Vangelo

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Esegesi

Siamo nell’ultimo periodo del ministero di Gesù, la sua predicazione in Gerusalemme, dall’ingresso festoso e trionfale nella città (21,1-10) alla Pasqua.

L’evangelista raggruppa qui una serie di parabole che più si avvicinano al tema del giudizio, sviluppato poi nel cap. 25 (i due figli, i vignaioli omicidi, il banchetto di nozze; più avanti, le dieci vergini e i talenti).

Le tre parabole del primo gruppo sono poste in crescendo e legate fra loro: nella prima e nella seconda si parla di «vigna», nella seconda e nella terza di invio dei servi. Sono introdotte dalla domanda sull’autorità di Gesù (21,23), alla quale Gesù non risponde apertamente, ma appunto in parabole.

Nella prima Gesù si riferisce al Battista: «non gli avete creduto». È un verdetto di colpevolezza nei confronti di coloro che non hanno riconosciuto ciò in cui «i pubblicani e le prostitute… hanno creduto» (21,32). La seconda parabola parla di Gesù, il Figlio inviato per ultimo, e della pena inflitta su indicazione degli stessi ascoltatori (cf. 21,40-41): «a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produrrà frutti»  (21,43). Infine, la terza parla dei discepoli, e raffigura l’esecuzione della pena. Il culmine si ha con l’ammonizione alla comunità, su cui pende la possibilità di questo destino di condanna (22,11-14).

La parte conclusiva (11-14) dove si parla dell’abito nuziale, che manca nel parallelo di Luca, costituiva forse originariamente una parabola autonoma, introdotta dal v. 2. Si evita con questa ipotesi l’incongruenza di pretendere che invitati improvvisati e casuali dovessero avere l’abito adatto (l’usanza di fornire l’abito agli ospiti non è attestata per i tempi di Gesù); inoltre si usano vocaboli diversi per indicare i «servi» (douloi, vv. 3-10; diakonoi, v. 13). Le due parabole — dell’invito rifiutato e dell’abito nuziale — sarebbero poi state unificate nella figura complessiva del «re» che prepara le «nozze» del «figlio»: diventa chiaro sia il riferimento al giudizio finale e all’età della salvezza (il banchetto del regno), sia al compimento in Gesù (il Figlio).

I servi mandati a chiamare gli ospiti, specialmente per il secondo invito quando il banchetto è già pronto, sono per Matteo i discepoli che invitano nel nome di Gesù. Il rifiuto opposto dagli invitati è netto fin dal primo momento e senza scuse né motivi: «non volevano venire» (v. 3); solo in seguito si dice che, non essendo venuti, badavano ai propri affari.

I vv. 6-7 mostrano un crescendo che aggrava in maniera quasi incomprensibile l’accaduto, e che manca nella versione lucana: alcuni uccidono i servi, il re fa uccidere gli assassini e addirittura incendiare la loro città (al singolare!). Subito dopo (senza citare «il re») giudica indegni i primi invitati e manda i servi a cercare altra gente. Si pensa che i vv. 6-7 siano un’interpolazione successiva, che risente dell’eco degli eventi del 70 d.C. e indica la persecuzione dei messaggeri di Gesù e il giudizio di Dio su Gerusalemme. Furono probabilmente aggiunti dopo l’unificazione delle due parabole; vi si parla infatti di un re, mentre la parabola degli invitati non fa pensare a un re che invita altri capi di città, ma semplicemente a un uomo ricco che invita suoi pari (cf. il parallelo di Luca).

I servi escono infine a chiamare «cattivi e buoni» e la sala si riempie.

La parabola dell’abito nuziale (vv. 2.11-14) qui inserita è un monito alla comunità. Essa indica il rifiuto di Gesù da parte di Israele, e avverte la comunità di non fare la stessa cosa. «Invitare» è detto con il verbo kaleô, che significa «chiamare»: è Dio che chiama alla salvezza.

La parabola dell’abito mostra che i chiamati al banchetto del regno non possono restare come prima, ma assumono un nuovo modo di essere: il battezzato è un «uomo nuovo» (Col 3,10), «indossa Cristo» (Gal 3,27), come dice Paolo.

Il finale (v. 14) mette in guardia dalla falsa sicurezza di chi pensa di avere già in tasca la salvezza: «chi è chiamato da Dio non può mai considerare questa vocazione un ‘possesso’ acquisito, ma deve viverla giorno per giorno» (Eduard SCHWEIZER, Il vangelo secondo Matteo, Paideia, 2001, p. 391). Non si può così ridurre il significato della parabola a una sostituzione della predicazione a Israele con la predicazione ai pagani: l’evangelista vuole ricordare ai discepoli di Gesù che l’accettazione dell’invito e il battesimo devono continuare a caratterizzare tutta la vita del cristiano, perché possa restare seduto al banchetto.

 

Meditazione

La prospettiva escatologica traversa la prima lettura e il vangelo: Isaia intravede la fine della morte e Matteo il giudizio finale (soprattutto in Mt 22,13).

Le immagini utilizzate per evocare l’evento finale, il Regno, l’atto con cui Dio mette fine alla storia compiendo la storia, sono umane, umanissime: banchetto e nozze. La realtà più divina è espressa con le immagini più umane: convivialità e nuzialità, cibo e eros.

Sono immagini che al loro cuore hanno la relazione, l’incontro, l’amore, la celebrazione della vita attorno a una tavola e nell’abbraccio nuziale. La vita spirituale cristiana si realizza non con un distanziamento dall’umano, quasi che questa fosse la via per divenire più spirituali, ma come un fare ciò che Dio stesso ha fatto: divenire umani, assumere la propria umanità come compito da realizzare.

L’immagine profetica del Dio che ammannisce un banchetto per tutti i popoli, preparando cibi succulenti e grasse vivande, rinvia all’amore di Dio per l’umanità. Preparare da mangiare per qualcuno significa amarlo, significa dirgli: «Io voglio che tu viva», «Io non voglio che tu muoia». Ma se il nostro cibarci ci fa vivere, ma non ci libera dal morire, Isaia aggiunge che Dio «eliminerà la morte», anzi, letteralmente, «divorerà la morte», «inghiottirà la morte» (Is 25,8). Il Dio che prepara da mangiare per tutti i popoli compie una promessa di vita per l’umanità intera, vita che sarà «per sempre» (Is 25,8). Il banchetto preparato dal Dio che divora la morte, un banchetto in cui il mangiare è anche una liberazione dalla morte, è simbolo di una realtà altra da quella terrena, una realtà in cui Dio regna, non l’uomo. Di questa realtà è figura e preannuncio l’eucaristia.

La parabola evangelica è una sorta di visione teologica di una fase della storia della salvezza. Essa parla allegoricamente dell’evento pasquale messianico (le nozze del figlio del re: v. 2), del rifiuto opposto ai missionari cristiani da parte di Israele (gli invitati indifferenti o violenti fino all’omicidio: vv. 3-6), della distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. (il re irato che fa perire gli uccisori e incendia la loro città: v. 7), dell’estensione della missione cristiana ai pagani (gli invitati che si trovano ai crocicchi delle vie: vv. 8-10), del giudizio che incombe sulla chiesa stessa e sui nuovi invitati (l’uomo che non ha l’abito nuziale: v. 11-13). La chiesa, come Israele, è situata nell’orizzonte del giudizio.

La parabola è giocata sulla dialettica tra dono e responsabilità. L’invito è gratuito, ma impegna chi lo riceve e gli chiede di farsene rispondente. L’abito nuziale significa il prezzo della grazia. C’è una risposta che il chiamato è tenuto a dare all’invito gratuito, una sinergia in cui deve entrare. Molti sono gli ostacoli che l’uomo oppone alla chiamata. Anzitutto, la non volontà: «non volevano venire» (v. 3). Non basta essere invitati, occorre voler rispondere, mettere la propria volontà a servizio della chiamata. La trascuratezza e la superficialità di chi non stima adeguatamente il dono ricevuto, non ne coglie la preziosità e si rinchiude nei propri orizzonti ristretti, nei propri affari (v. 5). L’aggressività e la violenza di chi nell’invito rivolto o nel dono ricevuto vede solo l’intrusione, non la libertà e la liberalità, condannandosi alla reattività e alla ribellione. La non adesione di chi risponde all’invito senza corrispondervi in verità, senza lasciarsene mutare, senza entrare in una reale conversione (vv. 11-12).

Uno dei nemici più insidiosi e diffusi della fede, più temibile anche dell’ateismo e dell’opposizione aperta, è l’indifferenza. Ben espressa nel v. 5 dal disinteresse, dal non far conto dell’invito ricevuto, dal non dargli alcun peso e dal preferirgli la routine quotidiana, le piccole occupazioni, i propri affari, il proprio interesse. L’indifferenza mette il credente in una crisi particolarmente acuta perché dice l’insignificanza e l’irrilevanza della vita di fede. Ma nella misura in cui il credente stesso cade nell’individualismo e nella gelosa difesa del proprio interesse e nel culto del profitto, anch’egli svuota la propria vita di fede, mostrando di non avere indossato l’abito nuziale.

 

 

Preghiere e racconti


Gustate tutti il banchetto della fede

«Chi ama il Signore si rallegri in questa festa bella e luminosa!

Il servo fedele entri lieto nella gioia del suo Signore!

Chi ha atteso questo giorno nella penitenza riceva ora la sua ricompensa.

Chi ha lavorato fin dalla prima ora, riceva oggi il salario che gli è dovuto.

Chi è arrivato dopo la terza ora, sia lieto nel rendere grazie.

Chi è giunto dopo la sesta ora, non dubiti, non avrà alcun danno.

Chi ha tardato fino alla nona ora, venga senza esitare.

Chi è arrivato all’undicesima ora, non creda di essere venuto troppo tardi.

Perché il Signore è buono ed accoglie l’ultimo come il primo.

Concede il riposo all’operaio dell’undicesima ora come a quello della prima ora.

Ha misericordia dell’ultimo e premia il primo.

Al primo dà, all’ultimo regala.

Apprezza le opere di ciascuno, loda ogni intenzione.

Entrate tutti, dunque, nella gioia del nostro Signore;

primi e secondi, ricevete tutti la ricompensa;

ricchi e poveri, danzate insieme;

sia che abbiate digiunato, sia che abbiate fatto festa,

siate tutti nella gioia, onorate questo giorno!

Il banchetto è pronto, godetene tutti!

Il cibo è abbondante, basterà per tutti, nessuno se ne andrà affamato.

Gustate tutti il banchetto della fede.

Gustate tutti la larghezza della bontà.

Nessuno pianga la sua miseria:

il regno di Dio è aperto a tutti. Nessuno tema la morte, perché la morte del Salvatore ci ha liberati.

Dominato dalla morte, egli l’ha spenta.

Il Cristo è risorto e regna la vita!

A lui la gloria e la potenza per i secoli dei secoli. Amen».

(Annuncio pasquale della Chiesa orientale)

 

La festa nel castello

Il signore di un castello diede una gran festa, a cui invitò tutti gli abitanti del villaggio aggrappato alle mura del maniero. Ma le cantine del nobiluomo, pur essendo generose, non avrebbero potuto soddisfare la prevedibile e robusta sete di una schiera così folta di invitati.

Il signore chiese un favore agli abitanti del villaggio: “Metteremo al centro del cortile, dove si terrà il banchetto, un capiente barile. Ciascuno porti il vino che può e lo versi nel barile. Tutti poi vi potranno attingere e ci sarà da bere per tutti”. Un uomo del villaggio prima di partire per il castello si procurò un orcio e lo riempì d’acqua, pensando: “Un po’ d’acqua nel barile passerà inosservata… nessuno se ne accorgerà!” Arrivato alla festa, versò il contenuto del suo orcio nel barile comune e poi si sedette a tavola. Quando i primi andarono ad attingere, dallo spinotto del barile uscì solo acqua. Tutti avevano pensato allo stesso modo, e avevano portato solo acqua.

Se siamo a volte scontenti del mondo, è perché troppi portano solo acqua, aspettando che siano gli altri a portare il vino.

L’abito nuziale

Il giorno in cui il re entra per vedere i commensali è il giorno del giudizio. Dio viene a visitare i cristiani che sono invitati alla tavola delle sacre Scritture. Essi sono tranquilli nella fede e prendono parte al banchetto degli insegnamenti celesti. Oppure è il giorno della prova. Il Signore si degna di mettere alla prova la sua Chiesa, per vedere chi ha la fede, chi presenta opere degne della chiamata del Cristo. L’abito nuziale è la vera fede, quella che passa attraverso Gesù Cristo e la sua santità. È di essa che parla l’apostolo: «Spogliatevi dell’uomo vecchio con le sue azioni» (Col 3,9)…

Chi vuole essere di Cristo faccia le opere di Cristo. Se non vuole fare le opere di Cristo, non venga al Cristo.

(Omelia greca anonima e incompleta del V secolo)

 

Il Re e la sua gente

II Re invitando al banchetto

persone di alto rango

fa loro l’onore di un messaggio

di suo pugno.

Siccome non si affrettano

il Re manda ancora a dire

non quale signore li onori

ma quali grandi pietanze.

Ora ognuno si inventa una scusa

uno va a vedere la sua terra

l’altro prova una coppia

di animali da tiro.

Strana scusa quando un Re

invita alla sua tavola

l’avere a che fare con la stalla

o con i propri trasporti.

Uno rifiuta per orgoglio

un altro per pigrizia

uno teme il rango dell’altezza

l’altro il suo buon piacere.

E dandosi l’aria

[di essere] al di sopra dell’invito

ciascuno sotto la sua maschera evita

l’occhio regale e chiaro

temendo che un così grande Signore

esiga che egli tolga

almeno il sudiciume delle sue colpe

per fargli onore.

Il Re ordina alla sua gente

di radunare in fretta

le prostitute all’angolo delle piazze

e gli indigenti

che seduti in cerchio a mensa

nessuna questione di precedenza

si tengono alla sua presenza

meglio di baroni.

(P. Emmanuel, Evangeliario)

 

Qual è l’abito di nozze?

Qual è l’abito di nozze? Eccolo: «Il fine del precetto è la carità che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera» (1 Tm 1,5).[…] Se non avrò la carità, anche distribuire elemosine ai poveri, giungere a confessare il nome di Cristo fino a versare il sangue, arrivare a subire il fuoco, tutto questo può essere fatto anche per amore della gloria, e allora è inutile. Poiché queste cose possono diventare inutili perché fatte per amore della gloria e non in virtù della carità colma dell’amore di Dio, l’apostolo Paolo le ricorda; ascoltale: «Se distribuissi tutti i miei beni ai poveri e consegnerò il mio corpo perché sia bruciato, ma non avrò la carità, non mi gioverà a nulla» (l Cor 13,3). Ecco l’abito di nozze! Interrogate voi stessi. Se lo avete, starete sicuri al banchetto del Signore. Nell’essere umano esistono due impulsi: la carità e il desiderio disordinato. Nasca in te la carità, se non è ancora nata; e se già è nata, venga allevata, nutrita, cresca. Il desiderio disordinato in questa vita non può essere eliminato del tutto «poiché se diremo di non avere peccati, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi» (1Gv 1,8); nella misura in cui vi è in noi il desiderio disordinato, non siamo senza peccato. Cresca allora la carità, diminuisca il desiderio disordinato affinché quella, cioè la carità, venga portata un giorno ad essere perfetta e il desiderio disordinato venga annientato. Indossate l’abito delle nozze, parlo a voi che non l’avete ancora. Già siete dentro la chiesa, già vi siete accostati al banchetto e non avete ancora l’abito da indossare in onore dello sposo, perché cercate ancora i vostri interessi e non quelli di Cristo.

(AGOSTINO DI IPPONA, Discorsi 90,6, NBA XXX/2, pp. 106-108).

 

La determinazione del tempo del Regno: una spiegazione

Il Regno di Dio è come un seme posto nella terra, che raggiungerà certe fasi della crescita in modo graduale, giungendo a ciascuna fase solo al momento giusto e con il passare del tempo.

Letteralmente, sappiamo che i Regno di Dio è un invito da parte di Dio e un atto di accettazione da parte del genere umano. L’invito è esteso in una serie di richieste e di eventi, come quando, nella nostra cultura, un giovane invita una donna a condividere la sua vita. C’è il primo appuntamento, l’invito ad un rapporto speciale ed esclusivo (“fare coppia fissa”), la proposta di matrimonio e il periodo di fidanzamento; infine ci sono i voti e il rito del matrimonio. Similmente, attraverso Gesù Dio ha esteso a noi non uno bensì una serie di progressivi inviti, chiamandoci in modo sempre più profondo ad un’intimità con lui. […]

Il Regno di Dio, dunque, è un invito divino che ci chiede di entrare, di dire “sì” e di partecipare al piano di condivisione di Dio.

(J. POWELL, Perché ho paura di essere pienamente me stesso, Milano, Gribaudi, 2002, 165, 167).

 

La vostra fede sia forte

La vostra fede sia forte;

non tentenni, non vacilli dinanzi ai dubbi,

alle incertezze che sistemi filosofici

o correnti di moda vorrebbero suggerirvi.

La vostra fede sia gioiosa,

perché basata sulla consapevolezza

di possedere un dono divino.

Quando pregate e dialogate con Dio

e quando vi intrattenete con gli uomini,

manifestate la letizia

di questo invidiabile possesso.

La vostra fede sia operosa;

si manifesti e si concretizzi

nella carità fattiva e generosa verso i fratelli

che vivono accasciati nella pena e nel bisogno;

si manifesti nella vostra serena adesione

all’insegnamento della Chiesa,

madre e maestra di verità;

si esprima nella vostra disponibilità

a tutte le iniziative di apostolato,

alle quali siete invitati a partecipare

per la dilatazione e la costruzione

del regno di Cristo.

(Giovanni Paolo II)

 

 

 

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

Lezionario domenicale e festivo. Anno A, a cura della Conferenza Episcopale Italiana, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2007.

Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004.

Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.

– COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 92 (2011) 5,  42 pp.

– COMUNITÀ DI BOSE, Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Anno A, Milano, Vita e Pensiero, 2010.

– Fernando ARMELLI, Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità, Anno A, Padova, Messaggero, 2001.

Wangari, la signora della foresta.


Una donna forte, coraggiosa, amante della natura che ha sempre voluto difendere a qualunque costo fine al termine dei suoi giorni. Wangari Maathai, premio Nobel per la pace, è morta ieri a 71 anni .

Il suo nome  dovrebbe apparire sulle T-shirt di milioni di donne del pianeta, perché  è “la donna che piantava gli alberi” e che ha dato lavoro, dignità ed poter a una grande moltitudine di donne nel Kenya e in altre parti del mondo. E’ stata la dimostrazione vivente di quanto possa l’attivismo sociale e il potere dell’immaginazione. Per lei e per quanti ancora credono in un mondo possibile , a misura umana. Un ricordo affettuosissimo di tutti noi che crediamo nella solidarietà, nella giustizia, nella fraternità Ciao, Wangari Maathai, rimarrai nei nostri cuori e sarai la nostra guida nelle lotte per mantenere il nostro pianeta ancora verde.

 

Chi era Wangari Maathai, Nobel per la pace nel 2004

La ‘signora degli alberi’ era nata a Nyeri, in Kenya, nel 1940. Laureata in scienze biologiche ottenne la cattedra di veterinaria all’università di Nairobi. Anche in questo caso prima donna keniota a raggiungere un incarico così prestigioso. In quello stesso cominciò a lavorare al Consiglio nazionale delle donne del Kenya e dal 1981 al 1987 ne divenne la presidentessa.
L’idea di piantare gli alberi divenne reale in quegli anni e così  nacque il Green Belt Movement, un’organizzazione per la salvaguardia dell’ambiente e il miglioramento della qualità della vita delle donne.
La crescita del Green Belt Movement fu rapidissima: alla fine degli anni Ottanta vi furono coinvolte tremila donne. Dal 1986 le iniziative del movimento si allargarono a Tanzania, Uganda, Malawi, Lesotho, Etiopia e Zimbawe.
Negli ultimi 20 anni molti degli obiettivi del Green Belt e di Wangari sono stati raggiunti. In Africa è aumentata la consapevolezza della problematica ambientale e sono stati creati migliaia di posti di lavoro. Alla fine del 1993 le donne del movimento avevano piantato più di 20 milioni di alberi e molte erano diventate “guardaboschi senza diploma”.
Il 10 febbraio 2006 ha partecipato alla Cerimonia di apertura dei XX Giochi olimpici invernali di Torino 2006 portando, per la prima volta nella storia, insieme ad altre 7 celebri donne, la bandiera olimpica. Ha anche partecipato al congresso internazionale Foederatio Pueri Cantores come rappresentante del Kenya. Negli anni la Maathai ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, inclusi il premio ‘Global 500’ del programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, il ‘Goldman Enviromental Award’, il premio ‘Africa per i leader’ e il premio per ‘Una società migliore’.( Cfr. Wikipedia, l’enciclopedia libera.)
La ‘signora degli alberi’ si è spenta a 71 anni. Aveva fondato in Kenya il Green Belt Movement (cintura verde), un movimento di attivisti per i diritti civili e delle donne, che lotta per combattere la deforestazione e per l’ambiente. Gli obiettivi principali sono la salvaguardia della biodiversità e la creazione posti di lavoro con un attenzione particolare alla leadership della figura femminile nelle aree rurali. Negli ultimi anni il lavoro di Wangari si è focalizzato sulla situazione dei diritti umani in Kenya. Per il suo impegno democratico, è stata diffamata, perseguita, arrestata e picchiata. Leader del movimento ecofemminista, da anni era deputata del parlamento kenyota.

Wangari Maathai è stata la prima donna africana a ricevere il Nobel per la pace per la sua lotta contro la deforestazione e per “il suo contributo alle cause dello sviluppo sostenibile, della democrazia e della pace

 


Che cos’è
The Green Belt Movement

La Green Belt Movement è un’associazione creata da Wangari Maathai nel 1977 formata da donne provenienti da aree rurali. Queste donne vennero incoraggiate dalla stessa biologa a piantare alberi di origine indigene, alberi da frutto e piccoli arbusti. In trent’anni crebbero ben 20 milioni di alberi.

Faust. Di A. Sokurov, Leone d’0ro 2011.


L’inizio è come un trovarsi all’improvviso  dentro una tela di Rembrandt: sia perché ci si trova messi brutalmente di fronte a una lezione di anatomia , sia per le luci morbide, i grigi e i marroni che ricordano il codice delle sue opere. Si cerca l’anima, in quel corpo sventrato, e non è ovviamente impresa facile. Nel film di  Aleksandr Sokurov invece si fa presto. Sta tutto in quella rappresentazione figurativa e insieme essenziale del “mito” di Faust, ripreso da Goethe e girato infatti in tedesco, e fatto diventare un capolavoro pittorico toccando invece le domande cardine dell’esistenza umana: sulla presenza (e soprattutto l’assenza) di Dio; sull’avidità e la corruzione dell’uomo; sulla ricerca dei desideri e sul loro appagamento spesso vano; sulla morte, che si accompagna sempre al bisogno di fede («La morte e il prete passeggiano insieme», si ascolta in una battuta del film).

Di registi maturi come Sokurov ne sono rimasti ben pochi e ogni suo nuovo film è una festa per i cinefili. E’ pur vero che la visione richiede un impegno non comune, ma ripaga di ogni sforzo. La parabola dello scienziato che incontra il Diavolo sotto mentite spoglie (qui una sorta di satiro deforme e con un genitale maschile al posto del codino dell’iconografia classica), che si lascia corrompere in cambio di ricchezza e dell’amore della ragazza desiderata (la virginale Margherita), si ammanta di interpretazioni sull’esercizio e la seduzione del potere. Si sente anche  il gusto per una recuperata classicità narrativa e stilistica: il copione sospeso tra “operetta morale” e pièce da palcoscenico, il commento musicale classico, le meravigliose luci (del direttore della fotografia Bruno Delbonnel) che affondano nell’arte figurativa mitteleuropea, l’eco cinematografica della riflessione bergmaniana. Sotto pelle pulsa l’anima del paradosso (l’unico a riconoscere l’esistenza di Dio è proprio il Diavolo) e della riflessione filosofica, della burla (i “matti” del villaggio, tra cui una inedita Hanna Schygulla) e della favola gotica (gli angeli della Morte che compaiono alla fine). Supportato da un cast di pregevole statura (il dottore protagonista è interpretato dal tedesco Johannes Zeiler, dallo sguardo identico a quello di Ralph Fiennes; Belzebù invece è il mimo siberiano Anton Adasinsky), il film dura per 134 minuti. Il Leone d’Oro assegnatogli dalla Giuria Internazionale, non è un premio troppo popolare ma assolutamente meritato, per l’alta cultura trasfusa.

 


IL Film

Faust

Titolo originale:  Faust

Nazione:  Russia

Anno:  2011

Genere:  Drammatico

Durata:  134′

DISTRIBUZIONE: Archibald Enterprise Film

Regia:  Aleksandr Sokurov

Sito ufficiale:   /

Cast:  Hanna Schygulla, Maxim Mehmet, Isolda Dychauk, Georg Friedrich, Joel Kirby, Antoine Monot Jr., Eva-Maria Kurz, Katrin Filzen, Florian Brückner

Produzione:  Proline Film

Data di uscita:  Venezia 2011

 


Trama

Il Faust di Sokurov non è un adattamento della tragedia di Goethe nel senso tradizionale, ma una lettura di ciò che rimane tra le righe. Che colore ha un mondo che produce idee colossali? Che odore ha? C’è un’aria pesante nel mondo di Faust: progetti sconvolgenti nascono nello spazio angusto dove si affaccenda. È un pensatore, un veicolo di idee, un trasmettitore di parole, un cospiratore, un sognatore. Un uomo anonimo guidato da istinti semplici: fame, avidità, lussuria(già oggi va meglio). Una creatura infelice, perseguitata che lancia una sfida al Faust di Goethe. Perché rimanere nel presente se si può andare oltre? Spingersi sempre più in là, senza notare che il tempo si è fermato. In fondo. È l’eterno conflitto tra il Bene e il Male. Chi vince?


A mo’ di commento

Alexander Sokurov si confronta con Faust, e ne esce vincitore. Non si tratta di un adattamento fedele dell’opera letteraria di Goethe, quanto un tentativo di raccontare la medesima storia attraverso quanto rimane tra le righe, il non detto, immagini ed emozioni.

Come il romanzo, anche il film di Sokurov vede come protagonista il dottor Faust, uomo integerrimo dedito alle ricerche scientifiche. Per dominare la materia egli cerca di capire come funzioni il corpo umano analizzando e sezionando cadaveri, ma non riesce a trovare ciò che in realtà sta cercando: la prova dell’esistenza dell’anima(col cubo che la trova!). La sua rettitudine e il comune interesse per l’animo umano attirano l’attenzione di Mefistofele, che si nasconde nei panni di un usuraio. Il suo scopo, sulla Terra, è quello di mettere in luce e sfruttare le umane debolezze. E questo cerca di fare anche con Faust, mettendolo alla prova in modo da trovare il suo punto debole. Faust si lascia tentare, ma non ammaliare, dal potere, dalla ricchezza o dalla lussuria, nulla è tanto gratificante da desiderarlo all’infinito. Ma la bella Margarethe si innamora perdutamente del dottore, e il desiderio di possedere la donna, nella materia e nell’anima, si impossessa di lui. A questo punto Mefistofele sa come agire. Propone a Faust di fermare all’infinito il momento di beatitudine e di estasi della sua unione con la giovane, in cambio Faust gli cederà la sua anima. E lui accetta. E ben gli sta. Cose molto valide nel film i lunghi discorsi teologici- filosofici che stordiscono lo spettatore, la fotografia, quasi onirica nei suoi colori. La perfezione è tale che in ogni inquadratura si ha l’impressione di ammirare un attimo fissato per sempre su tela. Il contrasto tra il bene e il male è ben evidenziato dall’uso di luce e tenebra. Naturalmente , bisogna andare oltre , perche l’opera di  Sokurov  è una riflessione sul comune destino umano, incostante e indeterminabile perché dominato dai piaceri e dalle tentazioni. E, anche una considerazione sul libero arbitrio, o meglio sulla sua assenza: l’uomo non è padrone delle proprie scelte, perché egli stesso ha ceduto la possibilità di scelta, per debolezza o per poca moralità.

 

DOMANDE & RISPOSTE


Tra le moltissime domande rivolte a A. Sokurov, in una sala stampa gremita,  ne abbiamo selezionato solo alcune. Eccole di seguito.

Il film ci dice che “le persone infelici sono pericolose”. Sembra un monito molto attuale più che derivato dall’opera di Goethe.
Quello che vorrei dire ai giovani oggi, e so che molti giovani oggi sono infelici, è: l’anima costa poco e nessuno ne ha bisogno tranne voi. La vostra anima è solo vostra e poi non ci sono più acquirenti per questo genere di cose. I giovani come speranza per il futuro, giovani che non hanno un destino tanto migliore delle generazioni che li hanno preceduti, quelle che si sono confrontate con i totalitarismi e le guerre. Si sta sbilanciando qualcosa nella società, le persone  diventano selvagge, aggressive. In Russia sentiamo questo alito agghiacciante che la società dei consumi ha imposto, la televisione, un certo cinema, la scomparsa del confine tra il male e il genio. Abbiamo visto all’opera torturatori di talento, geni del male, e quel male si è riprodotto lasciando semi come il fiore su cui soffi e la corolla vola via disseminandosi, prende residenza nell’animo umano, diventa carattere. Nostro compito è fermare questa espansione, fermare la fine della parola.

Secondo Lei il potere corrompe inevitabilmente?

Sì, perché l’uomo di potere viene infettato da tutto ciò che lo circonda. Attorno a lui si raccolgono le anime nere.

Perché ha pensato che proprio l’opera di Goethe potesse rappresentare il capitolo di chiusura della sua tetralogia?
Noi russi viviamo al limite della tradizione letteraria europea. Goethe e il Faust sono parte essenziale della cultura mondiale del XIX e XX secolo. Alexander Puskin, Fjodor Dostoevsky, Lev Tolstoj si sono ispirati al Faust, un uomo nel cui destino è scritto tutto ciò che potenzialmente accade nella vita di ognuno di noi. Rappresenta un’esperienza primaria.

Oggi la letteratura è decaduta, gli umanisti tacciono, temono, sono guardinghi ed erano i donatori di senso, ieri andavano in avanscoperta, oggi il linguaggio della politica e la televisione ne stanno decretando la morte. Cosa ne pensa?

“Dante tranquillizza”, ma dietro Dante, come dietro i grandi russi, c’erano scuole, tradizioni culturali, nessuno vola, c’è un gradino da salire dopo l’altro, e questo vale per tutte le arti, e la sua prediletta, la pittura, nasceva da botteghe dove s’imparava il mestiere. Ma la scuola in Russia è stata annientata, gli scrittori venivano messi al muro e fucilati, 20 milioni di morti fatti da Stalin, 20 dalla guerra, 2 milioni nell’assedio di Leningrado: cosa rimane al popolo russo dopo un secolo così? Una terra che scontava secoli di arretratezza, dove si cominciava solo a pensare all’abolizione della servitù della gleba quando a Londra già funzionavano a pieno ritmo fabbriche e ferrovie. E’ la fine del libro la peste dei nostri tempi.

Perché il suo Faust parla tedesco?

La lingua di un popolo è la sua stessa vita, come pensare di leggere Dante in un’altra lingua? Faust deve vivere e parlare la sua lingua perché è stato concepito così.

Rispetto ai suoi film precedenti, questo si potrebbe definire un kolossal per lo sforzo produttivo che ha richiesto. Come mai ha voluto girare in luoghi diversi e chiudere la vicenda in Islanda?
La natura fa parte della drammaturgia, come la lingua. Per questo ho voluto che il film fosse in tedesco e ho provinato almeno 1000 attori prima di trovare quelli giusti. Perché Goethe senza il tedesco non ha senso, perde carattere, tono. L’Islanda poi è un luogo non spiegabile, ci si sente come se si fosse alla fine del mondo, in un perenne subbuglio, con la sensazione di un pericolo imminente. Cercavo una terra difficile. In Islanda l’ho trovata.

 


Chi è  Alexander Sokurov

Nato il 14 giugno 1951 a Podorvikha. Consegue la laurea in storia e filosofia nel 1974 all’ Università di Gorky mentre nel 1979 porta a compimento gli studi di cinema presso l’Istituto di Cinematografia di Mosca. Il suo primo film “The lonely voice of man” (1978) vince il ‘Pardo di Bronzo’ al Festival di Locarno.

Tra il 1980 e il 1987 cura la regia di 2 lungometraggi, numerosi corti e 6 documentari, nessuno dei quali ottiene l’autorizzazione della censura sovietica. Dal 1980 lavora per la Len Film Studios realizzando altri 9 film e più di 20 documentari molti dei quali premiati nei Festival di tutto il mondo. Fra i suoi film  più famosi ricordiamo “Mother and Son” (1997) e “The second Circle” (1990). Il regista sa anche adattare testi letterari di Shaw, Flaubert e Dostoevskij.

Nel 2003 ha realizzato la commedia “Padre e figlio” e “Il sole” terzo capitolo della triolgia sul potere che comprende “Moloch”(1999) e “Taurus”(2001). Ultimamente ha girato il film drammatico “Alexandra” (2007) in concorso al 60mo Festival di Cannes E’ stato  inserito dall’European Film Accademy tra i cento registi più importanti del mondo.


Curiosità

Anni fa la Fondazione Balzan indisse un convegno a Venezia cui parteciparono nomi di spicco. Anche l’allora Cardinale Ratzinger vi partecipò e lesse una sua prolusione sul Mito di Faust.

Testimoni di Dio

Testimoni di Dio è la proposta per l’Ottobre Missionario e la Giornata Missionaria Mondiale 2011 (domenica 23)

“L’enfasi non è solo sul dovere di essere testimoni – spiega don Gianni Cesena, direttore nazionale di Missio –: senza una personale esperienza di fede e di preghiera, senza una ricezione grata della Buona Notizia e senza la disponibilità ad accogliere misericordia e perdono, non c’è testimonianza. Si è testimoni sì, ma di Dio. Il Dio riconosciuto nella figura di Gesù, segno della misericordia da lui avvertita nell’indignazione per le fragilità, le miserie, le ingiustizie degli uomini, e distribuita a piene mani nelle strade e nei villaggi della sua terra fino al momento supremo della Croce”.

La testimonianza – aggiunge il direttore – è elemento fondante dell’identità del cristiano: Battesimo, Cresima ed Eucaristia lo costituiscono capace di “annunciare la morte del Signore, proclamare la sua risurrezione, finché egli venga”. I missionari e le missionarie a loro volta non possono che essere e sentirsi testimoni di Dio tra i popoli e le culture, confrontandosi spesso con volti di Dio incarnati in altre e diverse espressioni religiose.
Missio intende così partecipare al cammino decennale della Chiesa in Italia sul tema dell’educazione: in ascolto del vero Maestro, tutti sono discepoli e tutti diventano testimoni.
“Non ignorando chi nella Chiesa inquina la testimonianza con scandali ingiustificabili – conclude don Cesena – ricordiamo anche quanti in vari Paesi hanno versato il loro sangue a causa della fede fino al martirio. Mentre diamo sostegno alle Chiese di missione, non mancheremo di leggere nelle loro vicende la forza limpida della testimonianza che esse ci restituiscono giorno per giorno”.

Scarica i sussidi e le proposte di animazione.
dal sito www.missioitalia.it nella sezione “Area download”.

“Il cambiamento demografico”

 

Presentato a Roma il secondo rapporto-proposta curato dal Comitato per il progetto culturale della CEI.

 

Alla presentazione sono intervenuti S.Em. il card. Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza Episcopale Italiana (in allegato il testo del suo intervento); S.Em. il card. Camillo Ruini, presidente del Comitato per il progetto culturale della CEI; il prof. Giancarlo Blangiardo, ordinario di demografia presso l’Università di Milano-Bicocca; il prof. Antonio Golini, ordinario di demografia presso l’Università “La Sapienza” di Roma; il dott. Giuseppe Laterza, presidente della Casa editrice Laterza; il prof. Francesco D’Agostino, ordinario di filosofia del diritto presso l’Università Tor Vergata di Roma.

 

 

Il volume, come ha spiegato il card. Ruini, si articola in tre parti.
La prima intende fornire una lettura oggettiva del cambiamento, attraverso l’analisi dei fenomeni demografici e delle trasformazioni strutturali della popolazione e delle famiglie.
La seconda parte si spinge alla riflessione sulle cause e sulle relative conseguenze di ordine economico e socio-culturale.
Nella terza parte, infine, vengono avanzate alcune proposte per affrontare la questione del governo del cambiamento demografico.






file attached L’intervento del card. Bagnasco

 

 

Altri Articoli


“Con il «Rapporto-proposta» ‘Il cambiamento demografico’ la Cei avanza analisi e proposte avvalendosi del contributo di esperti. Chiede di cambiare passo. Non è accettabile «aumentare la ricchezza di alcuni, comunque di pochi, quando si prosciugherà il destino di un popolo». Questa volta la Chiesa non si ferma alla difesa dei valori «non negoziabili». Con l’emergenza denatalità pone all’agenda del paese il tema del suo futuro”
“Fu Camillo Ruini a prendere contatto con Giuseppe Laterza. Con l’intento di dare veste laica alle ricerche sociali promosse dai vescovi. Il volume sul declino demografico dell’Italia è il secondo… Veste laica ma senza il contraddittorio che è, invece, costume della Casa editrice. E qualcuno, nella bacheca, ha appeso un brano di don Milani: «Io al mio popolo gli ho tolto la pace… ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti e di passione del mio popolo»”


La politica riscopra i valori cristiani

Non è mai stato facile essere un cattolico impegnato in politica se si prendono sul serio i tre termini: «cattolico», «impegnato» e «politica». Ma nella ormai lunga stagione della cosiddetta Seconda Repubblica tutto è sembrato complicarsi ancor di più: non perché è venuto meno il partito dei cattolici, ma perché da quasi due decenni sono stati dimenticati o contraddetti alcuni dati fondamentali che avevano guidato i laici cattolici nel loro servizio alla polis, almeno a partire dalla feconda stagione costituzionale repubblicana. Penso all’autonomia delle scelte politiche, da assumersi rispondendo alla propria coscienza, formatasi alla scuola della dottrina sociale cattolica e alle indicazioni provenienti dai documenti conciliari; o alla perdita di eloquenza dei cristiani adulti, ignorati quando non zittiti o irrisi da chi non perdeva occasione per esprimersi in loro vece; o ancora alla messa in discussione del concetto stesso di attività politica: la mediazione, la negoziazione, la convergenza verso il bene comune che sovente deve accontentarsi di denunciare il male e porvi un limite, scegliendo il bene possibile sempre in obbedienza ai principi della democrazia e della pluralità della società che può esprimersi solo con il criterio della maggioranza.
Ora che le chiare parole della presidenza della Conferenza episcopale italiana – ancora una volta accolte da alcuni come tardive, considerate da altri come interferenze indebite, strumentalizzate  a proprio beneficio da altri ancora – hanno aperto scenari più movimentati, il pensiero di molti commentatori è parso appiattirsi su una sola domanda: si va o no verso un nuovo partito cattolico? Credo che a insistere solo su questo interrogativo si faccia un torto sia ai vescovi, che hanno volutamente mantenuto il discorso in termini prepolitici, sia ad alcuni, pochi invero, laici cattolici che in tutti questi anni non hanno smesso di ricercare una sintesi concreta e affidabile tra la loro fede cristiana e le scelte politiche ed economiche da proporre al Paese intero per una migliore convivenza civile. Questo non nega un’afonia di molti cattolici, incapaci di esprimersi e di mostrarsi come ispirati dal vangelo, non nega la grave incoerenza tra vita politica ed etica cristiana  mostrata da altri cattolici, e soprattutto non nega che molti di essi avrebbero potuto già da tempo uscire dal silenzio con eloquente parresia. Che tristezza sentir confessare solo in questi giorni: «Tre parole in più forse noi cattolici avremmo potuto dirle!».
Il problema è ben più ampio di una scelta di schieramento o di alleanze strategiche: si tratta di una rinnovata assunzione di responsabilità verso la collettività, che tenga conto delle mutate condizioni sociali, economiche, demografiche e storiche in Italia e in occidente, ben lontane dall’essersi stabilizzate. Di fronte alle nuove sfide che la politica in senso alto – cioè la gestione della  polis nel presente con lo sguardo proteso alle future generazioni e la mente memore delle lezioni del passato – pone non solo al nostro Paese ma al villaggio globale di cui ormai siamo parte  consapevole, pare necessario più che mai uno spazio organico di confronto tra cristiani – magari anche non solo cattolici… – in cui cercare di discernere come coniugare le istanze evangeliche con il vissuto quotidiano di una società che ormai è ben lungi dall’essere cristiana nella sua totalità. Un luogo in cui quanti hanno a cuore il bene comune e ritengono di avere delle capacità per servirlo, possano formarsi in vista dell’indispensabile dialogo con chi non condivide le stesse convinzione di fede e dell’altrettanto ineludibile azione comune nella società e per il suo benessere morale e materiale.
Quando il cardinal Bagnasco auspica «un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica che – coniugando strettamente l’etica sociale con l’etica della vita – sia promettente grembo di futuro, senza nostalgie né ingenue illusioni», dovrebbe essere abbastanza chiaro dalle sue stesse parole che non sta propugnando un partito tanto meno progettando un governo ma, appunto, un interlocutore con la politica: una voce cristiana che, come tale, possa anche manifestarsi articolata e modulata, farsi voce dei senza voce, porre parole e gesti profetici, anche a costo di risultare  sgradita a molti. Da anni segnalo l’esigenza sempre più diffusa tra molti laici cattolici di un «forum», di uno strumento organico dei credenti in cui fare insieme opera di discernimento di  problemi, situazioni critiche e urgenze presenti nella polis, per verificarle alla luce del vangelo e per smascherare al contempo gli «idoli» che sovente seducono anche i cristiani.
Una riflessione che resti tuttavia nell’ambito pre-politico, pre-economico, pre-giuridico: tradurre poi gli aneliti evangelici – realtà ben più esigente dei «valori», a volte così mutevoli nelle loro priorità – in concrete opzioni attraverso leggi e norme spetterà a quanti si impegnano all’interno delle diverse forze politiche, in modo conforme alla propria coscienza, alla storia personale e alla lettura delle vicende che hanno contribuito a rendere il nostro Paese quello che oggi è.
Forse in questo dovremmo essere anche più attenti alle esperienze di altri paesi, europei in particolare, dove la presenza e l’influenza dei cristiani in politica è meno preoccupata di etichette o di certificati di garanzia e più sollecita nell’esprimere i propri convincimenti con un linguaggio e un’azione capaci di essere compresi e condivisi anche al di fuori delle mura confessionali. Non si tratta di ricreare le scuole-quadri, ma di fornire opportunità di riflessione e di formazione di un’opinione il più possibile aderente al messaggio evangelico e al suo farsi carico di ogni essere umano, a partire dal più debole, povero e indifeso.
Sì, per tornare ai tre termini da cui abbiamo preso spunto, il rapporto tra un cattolico e la politica – basato sull’imprescindibile riconoscimento della laicità dello stato – comporta l’impegno, l’assunzione di responsabilità, la scelta consapevole di non ricercare successi o vantaggi personali, di non perseguire privilegi di sorta, nemmeno per conto terzi, ma piuttosto di percorrere giorno dopo giorno, magari mutando il passo e scegliendo nuovi sentieri, il faticoso eppur appassionante «camminare insieme» con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, per il bene anche di chi volontà buona ne ha poca o nulla.

 

in “La Stampa” del 2 ottobre 2011

Egoisti e distratti nella grande casa del mondo

In un momento in cui tutto sembra spingerci a concentrare la nostra attenzione sui problemi interni del nostro Paese, vorrei puntare il riflettore sull’orizzonte della mondialità. Questa scelta non è dovuta solo al fatto che la crisi che attraversiamo ha radici globali, connessa com’è ai rapporti d’interdipendenza economica e politica che condizionano la vita del pianeta, ma anche e  soprattutto alla constatazione che il “rinnovamento etico” di cui ha parlato Benedetto XVI riferendosi all’Italia e di cui abbiamo immenso bisogno non potrà realizzarsi senza la consapevole  assunzione delle nostre responsabilità nei confronti della grande casa del mondo e di quanti in essa vivono spesso in condizioni di sub-umanità, per lo più dimenticati da tutti. Vorrei richiamare  tre profili essenziali della rilevanza etica e politica della mondialità: i stili di vita e il loro impatto sull’ambiente; il rilievo dell’Italia nel sistema politico ed economico mondiale; i nostri doveri  di solidarietà verso i più deboli del pianeta.
La riflessione sugli stili di vita merita un’attenzione prioritaria quando si parla di mondialità: la consapevolezza che una maggiore sobrietà nei consumi, un uso più attento delle risorse fondamentali e un’educazione alla responsabilità ecologica siano decisive per il futuro comune, è certamente cresciuta in questi anni. La rete delle comunicazioni e l’impatto psicologico di  disastri ambientali su vasta scala – dal petrolio nell’oceano alle contaminazioni radioattive di Chernobyl e Fukushima – ci hanno reso più vigili nella scelta delle mete su cui puntare in campo  energetico, delle prassi da seguire nell’organizzazione della nostra vita quotidiana e nella percezione della gravità dei ritardi e degli inceppamenti nella filiera dello smaltimento e del riutilizzo  dei rifiuti, che quotidianamente la nostra vita associata produce.
Meno evidente è il dovere di curarsi di tutte queste problematiche non solo egoisticamente per star noi meglio, ma anche per migliorare la casa comune di tutti, a livello locale come a livello planetario. Un’educazione all’ecologia ambientale e umana appare sempre più urgente, come risulta non meno importante una spiritualità ecologica, che attinga al dovere originario di custodire  il giardino affidato dal Creatore alla creatura la maturazione di pratiche virtuose personali e collettive nei riguardi dei consumi, della nutrizione, del rispetto della natura, della promozione della vita e della qualità della vita per ogni essere umano, in tutte le fasi del suo sviluppo.
Non meno alta occorre poi mantenere l’attenzione sul rilievo internazionale del nostro Paese. Va detto con onestà che se l’Italia piange in questo campo, l’Europa non ride: l’Unione europea ha risposto per lo più in ordine sparso, spesso in ritardo e senza slanci, alle emergenze che si sono profilate sulla vasta scena del mondo, incapace – come ha affermato il cardinale Bagnasco nella prolusione al Consiglio permanente dei Vescovi italiani il 26 settembre scorso – «di esprimere una visione comunitaria inclusiva dei doveri propri della reciprocità e della solidarietà». A loro  volta, le risposte del nostro Paese alle situazioni di crisi sono sembrate spesso improvvisate, nell’assenza di una vera sinergia con gli altri Paesi dell’Unione, com’è accaduto davanti all’emergenza dell’immigrazione via mare, o con tentennamenti che hanno portato a esiti discutibili, come si è visto nella drammatica vicenda bellica in Libia, dove uno spietato dittatore, prima osannato – perfino con effetti “teatrali” -dalla nostra classe politica, è stato poi indicato con vertiginosa evoluzione come nemico ingombrante e pericoloso. Occorre inoltre ammettere – come dimostrano alcune copertine di media internazionali o titoli di testate leader nei vari mondi linguistici – che «stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e  della vita pubblica», praticati da alcuni nostri rappresentanti sulla scena internazionale, hanno avuto effetti fortemente negativi: come ha ancora affermato il cardinale Bagnasco, essi non solo «ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune», ma fanno sì che «l’immagine del Paese all’esterno venga pericolosamente fiaccata”. Quanto avremmo bisogno di autorevolezza morale e politica e di credibilità internazionale! Quanto è urgente individuare persone affidabili che si gettino nella mischia per spirito di servizio e passione civile e non per proprio interesse e  vantaggio!
Ai doveri di solidarietà verso i più deboli del pianeta, infine, dovrebbero richiamarci le gravi emergenze in atto, fra le quali basti segnalare la fame nel Corno d’Africa. Nella sua antica esperienza, la Chiesa dedica in particolare il mese di ottobre a risvegliare l’attenzione e l’impegno per l’azione missionaria, che -proprio in quanto si pone al servizio della buona novella  dell’amore di Dio per tutto l’uomo e per ogni uomo – è spesso anzitutto impegno di promozione umana e di soccorso a chi versa in drammatiche situazioni di bisogno e di non umanità. Nei media, per  lo più, i riflettori vengono puntati sulla gravità delle urgenze solo in alcune fasi e per ragioni contingenti di cronaca o di interesse politico. Perfmo nelle maggiori testate giornalistiche è  difficile riscontrare un’attenzione costante a questi problemi, che funga da stimolo critico e da strumento di coscientizzazione ai doveri della solidarietà. A volte si ha la sensazione di.muoversi in orizzonti privi di colpi d’ala, segnati dall’indifferenza di fronte ai mali di chi ci è geograficamente lontano, e che spesso patisce le conseguenze negative di un ordine economico internazionale di cui al contrario noi beneficiamo. È utopia pensare a un’etica della comunicazione che responsabilizzi ai doveri della solidarietà internazionale, e ci faccia sentire cittadini del “villaggio globale”, tale non solo nella rete delle informazioni e degli interessi, ma anche nell’attenzione ai bisogni dei più deboli e agli interventi in loro favore? È ambizione vana sognare un Paese dove la  mondialità sia avvertita diffusamente come interrogativo sui nostri stili di vita e stimolo a una condivisione che raggiunga i più lontani bisogni della famiglia umana nell’unica grande casa del  mondo? Chi può farlo s’impegni a restituire al Paese una simile attenzione e contribuisca a mettere al servizio di tutti nel villaggio globale le potenzialità della nostra storia, della cultura e  dell’arte italiana, del patrimonio spirituale da cui veniamo, che ci caratterizza ben più profondamente degli squallidi comportamenti che hanno occupato le prime pagine lei giornali in queste settimane.

Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti-Vasto

in “Il sole 24 Ore” del 2 ottobre 2011

La creazione non è un istante ma una trama incompiuta

Pubblichiamo il testo dell’intervento con cui Haim Baharier, studioso ebreo di esegesi biblica, apre oggi il suo dialogo con Alberto Melloni sul tema «Bereshìt / In principio» nell’ambito della giornata conclusiva del festival Torino Spiritualità.

 

Rabbi Zadoq Hakohen, maestro hassidico, sosteneva: «La verità va perseguita e l’intelligenza deve essere al servizio della verità. Quando però l’intelligenza contraddice la verità, l’intelligenza non  va né piegata né soffocata. Occorre dire non so, e studiare». Spaccati tra creazionisti e anticreazionisti, gli studiosi di fine Ottocento non raccolsero la lezione di Zadoq come battuta riconciliante. La diatriba perdura ancora oggi. Ogni serio studioso sa bene che il problema non è considerare il testo biblico verità o meno. È invece scorgere un percorso tra le boe senza mai considerarle punti fermi, acquisiti una volta per tutte. Si può annegare nelle certezze o aprirsi alla pluralità. Nel testo  della Creazione ciò che sorprende è che né Dio né l’uomo si pongono come entità sfumate; anzi, si presentano come due evidenze che si confermano a vicenda. Quasi volessero deviare il nostro interesse verso ciò che la tradizione ebraica considera l’enigma più grande nell’ambito della creazione: il mondo. Un mondo che nasce prima di tutto come tempo, non come luogo. Secondo la Torah,  cieli e terra vengono poi, una materialità successiva a quel «in principio» (Genesi , 1,1) che è innanzitutto accensione del tempo. A contropelo rispetto al primo impulso del pensiero che lega a maglie strette spazio e tempo, la Torah viene a dirci che tra il tempo prima e lo spazio dopo, si annida (o si estende, non lo sappiamo poiché lo spazio è ancora di là da venire!) la volontà creatrice.
Chi crea libera per fare posto, si stringe, si ritira. Perché è lo spazio concesso che permette all’altro di vivere in dignità. Si dona l’essere all’altro da sé. Tra tempo e luogo germina non una legge metafisica, ma un imperativo morale. Potremmo spiegare che la Genesi biblica, Bereshìt in ebraico, custodisce questo principio nella sua lettera iniziale Bet, che ha valore di due: da assumere  prima come un due temporale, poi spaziale, in quanto numero minimo per dare un confine, per avere un vicino… Concetto non facile da digerire e che è anche suggerito da una mishnà secondo la quale il mondo è stato creato con dieci dire. Perché dieci dire, quando – ci immaginiamo – sarebbe bastato un solo colpo d’ interruttore? Si parla del Creatore e Lui non dovrebbe avere di questi  problemi.
Intuiamo dalle parole parsimoniose della Bibbia quanto poco Egli sprechi. La mishnà avverte che questi dire molteplici non esprimono una vicinanza tra la parola e l’effetto di questa parola,  bensì una distanza tra la parola e ciò che succede a seguito di questa parola, una presa di distanza rispetto a quello che si materializza dal dire. In questa distanza che separa il dire dal fare, lì siamo  noi.
Perché? È una forma di protezione della creazione: questa distanza da una parte allontana gli incoscienti, coloro che vogliono distruggere la creazione, costringendoli a percorrere distanze infinite, mentre dall’altra serve ai giusti come percorso: percorso conoscitivo. Distanza che contempla due aspetti: positivo per il giusto che può avvicinarsi alla parola e ai suoi effetti, può interiorizzarli ed elaborarli; cautelativo nei confronti dell’incosciente che, tenuto alla larga, non riesce a combinare tutto il male che vorrebbe. Il nostro habitat è una distanza «di sicurezza». Dunque creare non è mai una gettata a presa rapida; esiste un pensiero che smaglia e allarga le trame in virtù del quale anche ciò che in apparenza è già fatto, già creato, ci appare incompiuto…
Penso a quel mutamento di identità che la Torah attribuisce ad Adamo quando diventa nefesh haià, persona vivente. Dopo che nelle sue narici viene insufflato il vento. Solo allora l’uomo diventa  una persona. Si può essere un uomo e anche un vivente, e non essere una persona, dice la Torah.
Bisogna essere attraversati dal vento. Qui sta secondo me la chiave dell’accoglienza: quando scopro che l’altro non è soltanto un essere vivente ma è una persona, quando conosco l’alito che lo muove,  sogni che lo fanno vivere, solo in quel momento accolgo.

 

in “Corriere della Sera” del 2 ottobre 2011