XXXI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

XXXI DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Lectio – Anno A

Prima lettura: Malachia 1,14-2,2.8-10

 

Io sono un re grande – dice il Signore degli eserciti – e il mio nome è terribile fra le nazioni. Ora a voi questo monito, o sacerdoti. Se non mi ascolterete e non vi darete premura di dare gloria al mio nome, dice il Signore degli eserciti, manderò su voi la maledizione. Voi invece avete deviato dalla retta via e siete stati d’inciampo a molti con il vostro insegnamento; avete distrutto l’alleanza di Levi, dice il Signore degli eserciti. Perciò anche io vi ho reso spregevoli e abietti davanti a tutto il popolo, perché non avete seguito le mie vie e avete usato parzialità nel vostro insegnamento. Non abbiamo forse tutti noi un solo padre? Forse non ci ha creati un unico Dio? Perché dunque agire con perfidia l’uno contro l’altro, profanando l’alleanza dei nostri padri?

 

v Il testo profetico, tratto da Malachia, è un severo monito rivolto ai sacerdoti, che dimostrano di avere poco a cuore la gloria di Dio. Il problema non è da poco, dal momento che la posizione dei sacerdoti quali educatori del popolo di Dio risulta fondamentale. Come può Dio farsi ascoltare dai sacerdoti disobbedienti? La minaccia è seria e concreta: trasformare in maledizione le loro benedizioni, come la Parola di Dio afferma: «Ma se non obbedirai alla voce del Signore tuo Dio, se non cercherai di eseguire tutti i suoi comandi e tutte le sue leggi che oggi ti prescrivo, verranno su di te e ti raggiungeranno tutte queste maledizioni» (Dt 28,15).

Ai sacerdoti venivano portate le primizie, in segno di ringraziamento a Dio per i beni della terra, che permettevano di vivere e godere del frutto del proprio lavoro. I beni della terra sono, quindi, benedizione del Signore, ma rischiano di diventare frutti amari e acerbi se non si è in sintonia con lui. Riconoscere, invece, che tutto proviene da Dio, al quale si dimostra riconoscenza rispettandone i comandi, vuol dire prendere a cuore la gloria sua.

Purtroppo, il profeta è costretto a richiamare alla fedeltà i sacerdoti, responsabili dell’allontanamento del popolo dal Signore e della loro stessa rovina: «Voi invece avete deviato dalla retta via e siete stati d’inciampo a molti con il vostro insegnamento; avete distrutto l’alleanza di Levi, dice il Signore degli eserciti. Perciò anche io vi ho reso spregevoli e abietti davanti a tutto il popolo, perché non avete seguito le mie vie e avete usato parzialità nel vostro insegnamento» (2,8-9).

L’appello di Malachia, al v. 10, si fa davvero struggente per l’intensità e la sincerità: «Non abbiamo forse tutti noi un solo padre? Forse non ci ha creati un unico Dio? Perché dunque agire con perfidia l’uno contro l’altro, profanando l’alleanza dei nostri padri?». Il profeta, dunque, c’invita a guardare alle nostre origini, che si trovano in Dio, sicché colui che compie del male contro il suo prossimo danneggia la sua stessa carne e il suo proprio sangue, oltre a offendere la Parola di verità e di comunione che Dio ha donato ai padri. Ai sacerdoti si raccomanda di ricordare e far ricordare tutto questo. Infatti, se agiscono diversamente, compromettono la loro dignità e missione in mezzo all’umanità, costringendo quest’ultima a rivolgersi altrove e a sostituire Dio con qualcos’altro. La fedeltà al Signore non costituisce una trappola, ma un vero cammino di libertà e di fraternità, da cui nasce quella benedizione che il mondo chiede, affinché ognuno possa chiamare Dio padre e Gesù maestro e sentirsi sazio di pane e verità.

 

Seconda lettura: 1Tessalonicesi 2,7-9.13

Fratelli, siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari. Voi ricordate infatti, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio. Proprio per questo anche noi rendiamo continuamente grazie a Dio perché, ricevendo la parola di Dio che noi vi abbiamo fatto udire, l’avete accolta non come parola di uomini ma, qual è veramente, come parola di Dio, che opera in voi credenti.

 

v La polemica di Gesù con gli scribi e i farisei da una parte e il monito di Malachia ai sacerdoti dall’altra, hanno qualcosa in comune con quanto scrive Paolo nella prima lettera ai cristiani di Tessalonica. Infatti, l’apostolo si rivolge alla comunità da lui fondata, ricordando il tempo della sua permanenza in mezzo a essa con parole piene di affetto: «Siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari» (2,7-8).

Impressiona il forte linguaggio di Paolo, che addirittura adopera l’immagine della madre, per indicare la misura, certo notevole, dell’amore che ha nutrito per i membri di quella comunità. Questa era nata dopo le vicende convulse patite a Filippi (cf. At 16,19-40, ove si racconta di Paolo e Sila, prima malmenati, poi portati in prigione e, infine, liberati il giorno seguente) e che egli ricorda in 2,2a. D’altronde, anche a Tessalonica Paolo ebbe problemi, fomentati dai suoi connazionali, a seguito della sua predicazione (2,2b: «abbiamo avuto il coraggio nel nostro Dio di annunziarvi il vangelo di Dio in mezzo a molte lotte»; cf. anche At 17,1-9), di cui continuò a subire la comunità. Ciò spiega ancora meglio la disponibilità dell’apostolo a dare persino la propria vita, oltre al dono già prezioso del vangelo.

Il dono del vangelo, poi, non è avvenuto con atteggiamenti di superbia, alterigia e superiorità da parte di Paolo, e tanto meno egli ha preteso di essere mantenuto a carico della comunità per le sue esigenze personali, piuttosto la sua libertà e la credibilità del vangelo hanno ricevuto una forte conferma dal momento che egli dimostra totale disinteresse per il suo tornaconto personale: «Voi ricordate infatti, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio» (2,9). I frutti della missione a Tessalonica Paolo li considera abbastanza buoni, perciò si dispone a ringraziare quella comunità per la sensibilità che ha dimostrato, quando ha accolto la predicazione, considerandola non semplice parola umana, bensì parola divina, che opera meraviglie in colui che la riceve: «Proprio per questo anche noi rendiamo continuamente grazie a Dio perché, ricevendo la parola di Dio che noi vi abbiamo fatto udire, l’avete accolta non come parola di uomini ma, qual è veramente, come parola di Dio, che opera in voi credenti» (2,13). L’efficacia della parola rappresenta agli occhi di Paolo la prova che essa è stata recepita con fede, con entusiasmo, facendosi fecondare da essa, al fine di rinnovare la mente e il cuore, oltre a cambiare coloro che ci stanno attorno. Alla fine, bisogna ammettere che ancora una volta Paolo ha dato una lezione di stile pastorale, che non è semplice strategia o pragmatismo, bensì in primo luogo un ambito in cui se non si sa amare coloro che Dio ha posto da pascere, tutto si rivela inutile e controproducente.

 

Vangelo: Matteo 23,1-12

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

 

Commmento del Vangelo in immagini

XXXI DOM TEMP ORD ANNO A

 

Esegesi

Le parole che Gesù pronuncia nel brano evangelico di questa domenica devono naturalmente essere inquadrate nel contesto narrativo matteano: nel capitolo 19 ha avuto inizio una sezione narrativa, che termina proprio con il capitolo 23, dopo il quale si trova il discorso escatologico (capp. 24-25) e, infine, il racconto della passione, morte e risurrezione.

Nell’ambito della sezione narrativa a cui abbiamo fatto riferimento, occorre ancora ricordare che in 21,1-11 si racconta che Gesù è entrato a Gerusalemme, dove avvengono scontri decisivi con le autorità sacerdotali e con gli altri gruppi. Dal momento che Gesù ha definitivamente chiarito la propria posizione rispetto a farisei, sadducei, erodiani, ora ne smaschera le pretese e ne dimostra l’ipocrisia al cospetto delle folle e dei propri discepoli. La polemica con gli esponenti più in vista del popolo ebraico (a cui Gesù, è sempre utile ricordarlo, apparteneva), copre l’intero capitolo 23, del quale questa domenica si leggono soltanto i primi 12 versetti.

Il primo elemento che Gesù prende in considerazione è che gli scribi e i farisei rappresentano la tradizione e si occupano dell’interpretazione della legge mosaica: questo vuol dire essere seduti sulla cattedra di Mosè. Trasmettere la conoscenza della legge è un compito apprezzato da Gesù («Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono»), ma egli ha già, in diverse occasioni, sottolineato la scarsa fedeltà interpretativa e i comportamenti contraddittori di quei «maestri» («ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno»). Esemplificazioni a questo proposito se ne trovano nel brano successivo, in cui i vari casi sono introdotti dall’espressione «guai». Riguardo all’interpretazione della legge, segnaliamo, ad esempio, il confronto che Gesù ha sostenuto relativamente alla questione del divorzio in 19,3-9. L’incoerenza è totale, poiché essi stessi non vivono secondo quanto insegnano: «Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito» (v. 4).

Non secondaria è la critica all’ostentazione, al mettere in mostra le pubbliche virtù, perché lo scopo non è piacere a Dio bensì trovare la propria ricompensa nell’essere ammirati dagli uomini, come era già stato detto in 6,1-18. Allargare i filatteri (piccole scatole racchiudenti parole della legge e appese al braccio o alla fronte, cf. Es 13,9.16; Dt 6,8 e 11,18), allungare le frange (fiocchi per ricordare i comandi del Signore, cf. Nm 15,18ss), prediligere posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e saluti nelle piazze, oltre a essere chiamati rabbi dalla gente: questa era l’aspirazione degli scribi e dei farisei.

Gesù sa bene che anche tra i suoi discepoli può insinuarsi questo tipo di mentalità, perciò i vv. 8-12 sembrano essere indirizzati proprio a loro. Egli insiste su tre cose: non farsi chiamare rabbi e guida (al v. 10 c’è il termine kategetès, che può essere tradotto anche così), per non anteporre alcun’altra autorità a lui stesso e non perdere il senso della fratellanza; non chiamare nessuno padre, per non anteporre alcun’altra paternità a Dio; sapere che essere più grande significa essere a servizio.

 

Meditazione

All’invettiva profetica contro i sacerdoti infedeli nella prima lettura risponde l’invettiva profetica di Gesù rivolta a scribi e farisei nel vangelo. Entrambi i testi denunciano non solo l’ipocrisia e la doppiezza, ma anche il potere che può essere esercitato da chi detiene un’autorità.

Ai sacerdoti il profeta rimprovera la scissione del loro insegnamento dall’ascolto della Parola di Dio, l’unica che può dare fondamento, contenuto e autorevolezza alla loro parola. Senza la Parola di Dio, il sacerdote non ha nulla da dire, essendo il suo ministero un servizio della Parola di Dio.

L’accusa contro «l’agire perfido» (Ml 2,10) colpisce il tradimento della fiducia. Chi riveste una responsabilità religiosa non può non essere cosciente della valenza simbolica della sua persona: egli deve pertanto essere fidabile e credibile. Se tradisce la fiducia che altri ri-pongono in lui, diviene responsabile anche dell’eventuale allontanamento da ciò egli rappresenta nel suo ministero.

Intendere la pagina di Matteo come antigiudaica e le parole di Gesù come rivolte esclusivamente a scribi e farisei, significa non comprendere l’intenzione del testo (che dal v. 8 ha di mira i discepoli e dunque i cristiani) e cadere nell’ipocrisia denunciata da Gesù stesso. Commentando i versetti 5-7 Gerolamo ha scritto: «Guai a noi, miserabili, che abbiamo ereditato i vizi dei farisei». Le parole di Gesù colpiscono il clericalismo cristiano e riguardano vizi religiosi, non giudaici. Le situazioni denunciate da Gesù in Mt 23 sono nostre, tutte, «nessuna esclusa: da quelle ridicole, ma non per questo meno pericolose – i paludamenti, i titoli, i posti d’onore – a quelle ancor più gravi: l’intellettualismo, il verbalismo, il proselitismo, la casistica, il ritualismo, la persecuzione dei profeti vivi e la strumentalizzazione dei profeti morti» (Vittorio Fusco).

Le parole dure di Gesù, che non sono maledizioni ma invettive e lamenti al tempo stesso, parole piene di collera e di sofferenza – le due facce dell’amore tradito -, svolgono una sorta di terapia d’urto nei confronti di una distorsione del magistero e dell’autorità religiosa che occorre definire patologica.

Gesù denuncia l’irresponsabilità della parola. Irresponsabilità che consiste nel dire senza fare, quasi che il parlare di Vangelo dispensi dal viverlo o equivalga al metterlo in pratica. Irresponsabilità che è imposizione agli altri di pesi schiaccianti (l’immagine sottostante è quella dei mercanti che caricavano pesi immensi sulle loro bestie da soma perché li portassero per loro), dunque come comando che vale per l’altro e non per sé e dunque è ignorante del peso che l’altro deve portare e della sua fatica.

Dovremmo anche interrogarci sull’esibizionismo religioso (cfr. Mt 23,5-6), sullo scialo di titoli onorifici (cfr. Mt 23,7-10) rivolti a personalità ecclesiastiche (l’episcopale «Eccellenza» è di derivazione fascista ed è stato applicato ai vescovi per attribuire loro una dignità non minore di quella riservata da Mussolini ai suoi prefetti), sulla fastosità e ricercatezza barocca di vesti liturgiche (cfr. Mt 23,5). Se il Crisostomo criticava chi onorava Cristo all’altare con «vesti di seta» mentre fuori di chiesa vi era chi moriva di freddo per la nudità, Bernardo di Clairvaux scriveva a papa Eugenio III dicendogli che «Pietro non si presentò mai in pubblico bardato di gemme o in cappe di seta o coperto d’oro» e che «sotto questo aspetto, tu non sei il successore di Pietro ma di Costantino» (Della considerazione IV,3,6).

Titoli, vesti, onori: trattandosi di cose esteriori, vale la pena di perder tempo a criticare queste cose? Mi limito a citare le parole di p. Yves Congar: «Si può beneficiare ordinariamente di privilegi senza arrivare a pensare che sono dovuti? O vivere in un certo lusso esteriore senza contrarre certe abitudini? E essere onorati, adulati, trattati in forme solenni e prestigiose, senza mettersi moralmente su un piedistallo? È possibile comandare e giudicare, ricevere uomini in atteggiamento di richiesta, pronti a complimentarci, senza prendere l’abitudine di non più veramente ascoltare? Si può trovare davanti a sé dei turiferari senza prendere un po’ il gusto dell’incenso?».

 

Preghiere e racconti

 

Due gruppi di persone

Le persone si distinguono in due categorie: quelle che cercano e vivono per il successo e quelle per la gioia.

Le prime sono sempre su un palcoscenico disposte a fare ciò che gli altri vogliono per poter applaudire; il secondo gruppo rifugge dal rappresentarsi e sceglie di essere.

In un caso il metro è l’applausometro, nell’altro il rispetto di se stessi innanzitutto, ed è il più difficile.

Conosco persone piene di gioia e non hanno mai ottenuto un applauso. Il mattino guardandosi nello specchio, accennano ad un sorriso. Le persone del successo alla prima sbirciata corrono subito per il trucco. Non sanno stare senza gli altri, devono avere il chiasso dell’approvazione sempre attorno. La persona gioiosa sa che anche da soli si possono fare tante cose utili, e non per se stessi soltanto.

La nostra è la società del successo, dell’esistere per gli altri e come gli altri desiderano: dei perfetti burattini. Un successo misurato dal denaro: tanto maggiore è il successo, tanto più alto è il compenso, più grande l’auto e più lunga la barca già ormeggiata in un porticciolo o dentro la testa, nella sezione del desiderio. Questo è anche il programma di molti giovani e di molti genitori: tentare la fortuna che conduca al successo.

 

Strumenti accidentali

Gli apostoli furono considerati dal Cristo come rappresentanti degli altri credenti, o piuttosto come i suoi propri rappresentanti. In realtà, egli è il solo e l’unico a sedersi sul trono del regno; è la sola autorità del suo impero, pur essendo invisibile. Essi sono solo i suoi reggenti, dei semplici viceré, in sua assenza, e qualunque sia il loro potere, non è un potere che possiedono in proprio, ma un potere che viene da lui; e come questo potere non ha la sua origine in loro, così non ha la sua fine in loro. Essi sono stati solo strumenti accidentali, benché particolarmente favoriti, del compimento della prodigiosa opera del Cristo… E quali che siano stati i loro onori e i loro poteri, non è necessario immaginare che questi onori e questi poteri siano finiti con loro, dal momento che non li avevano mai posseduti veramente in proprio.

(J.H. Newman, Sermoni sui temi del giorno 16)

 

Grazie, Signore (Lc 5,27-32)

Signore, ti ringrazio perché mi hai messo al mondo:

aiutami perché la mia vita

possa impegnarla per dare gloria a te e ai miei fratelli.

Ti ringrazio per avermi concesso questo privilegio:

perché tra gli operai scelti, tu hai preso proprio me.

Mi hai chiamato per nome

perché io collabori con la tua opera di salvezza.

Grazie perché il mio letto di dolore è fontana di carità,

è sorgente di amore.

Di amore per te, anche di amore per tutti i fratelli.

Signore, io seguo te più da vicino, in modo più stretto.

Voglio vivere in un legame più forte

per poter essere più pronto a darti una mano,

più agile perché i miei piedi che annunciano la pace sui monti

possano essere salutati da chi sta a valle.

Concedimi il gaudio di lavorare in comunione

e inondami di tristezza ogni volta che, isolandomi dagli altri,

pretendo di fare la mia corsa da solo.

Salvami, Signore, dalla presunzione di sapere tutto.

Dall’arroganza di chi non ammette dubbi.

Dalla durezza di chi non tollera i ritardi.

Dal rigore di chi non perdona le debolezze.

Dall’ipocrisia di chi salva i principi e uccide le persone.

Toccami il cuore e rendimi trasparente la vita,

perché le parole, quando veicolano la tua,

non suonino false sulle mie labbra.

(Don Tonino Bello)

 

«La messa è finita, andate in pace!»

Al termine della Messa il prete ci congeda con la formula: “La Messa è finita, andate in pace!”. Sono sempre tentato di correggere: andate, perché la Messa non è finita, non finisce mai. Questo infatti è un inizio, non una conclusione. Il sacerdote non vuol dire:   “Bravi, avete fatto il vostro dovere, potete andare tranquilli”; al contrario, è come se dicesse: “Adesso tocca a voi, è il vostro momento”. Dunque non un segnale di “riposo”, ma di “partenza” per una missione. Significa “agganciarsi” alla vita quotidiana. Ci si alza dalla mensa eucaristica e si attacca a lavorare, a costruire il Regno.

(Alessandro Pronzato).

 

L’albero generoso

C’era una volta un albero che amava un bambino. Il bambino veniva a visitarlo tutti i giorni.

Raccoglieva le sue foglie con le quali intrecciava delle corone per giocare al re della foresta. Si arrampicava sul suo tronco e dondolava attaccalo ai suoi rami. Mangiava i suoi frutti eppoi, insieme, giocavano a nascondino.

Quando era stanco, il bambino si addormentava all’ombra dell’albero, mentre le fronde gli cantavano la ninna-nanna.

Il bambino amava l’albero con tutto il suo piccolo cuore.

E l’albero era felice.

Ma il tempo passò e il bambino crebbe.

Ora che il bambino era grande, l’albero rimaneva spesso solo.

Un giorno il bambino venne a vedere l’albero e l’albero gli disse:

«Avvicinati, bambino mio, arrampicati sul mio tronco e fai l’altalena con i miei rami, mangia i miei frutti, gioca alla mia ombra e sii felice».

«Sono troppo grande ormai per arrampicarmi sugli alberi e per giocare», disse il bambino, «io voglio comprarmi delle cose e divertirmi. Voglio dei soldi. Puoi darmi dei soldi?».

«Mi dispiace, rispose l’albero «ma io non ho dei soldi. Ho solo foglie e frutti. Prendi i miei frutti, bambino mio, e va’ a venderli in città. Così avrai dei soldi e sarai felice».

Allora il bambino si arrampicò sull’albero, raccolse tutti i frutti e li portò via.

E l’albero fu felice.

Ma il bambino rimase molto tempo senza ritornare… E l’albero divenne triste.

Poi un giorno il bambino tornò; l’albero tremò di gioia e disse:

«Avvicinati, bambino mio, arrampicati sul mio tronco e fai l’altalena con i miei rami e sii felice».

«Ho troppo da fare e non ho tempo di arrampicarmi sugli alberi», rispose il bambino. «Voglio una casa che mi ripari», continuò. «Voglio una moglie e voglio dei bambini, ho dunque bisogno di una casa.

Puoi darmi una casa?».

«Io non ho una casa» disse l’albero. «La mia casa è il bosco, ma tu puoi tagliare i miei rami e costruirti una casa. Allora sarai felice».

Il bambino tagliò tutti i rami e li portò via per costruirsi una casa. E l’albero fu felice.

Per molto tempo il bambino non venne. Quando ritornò, l’albero era così felice che riusciva a malapena a parlare.

«Avvicinati, bambino mio», mormorò «vieni a giocare».

«Sono troppo vecchio e troppo triste per giocare», disse il bambino. «Voglio una barca per fuggire lontano di qui. Tu puoi darmi una barca?».

«Taglia il mio tronco e fatti una barca», disse l’albero. «Così potrai andartene ed essere felice».

Allora il bambino tagliò il tronco e si fece una barca per fuggire. E l’albero fu felice… ma non del tutto.

Molto molto tempo dopo, il bambino tornò ancora.

«Mi dispiace, bambino mio», disse l’albero «ma non resta più niente da donarti… Non ho più frutti».

«I miei denti sono troppo deboli per dei frutti», disse il bambino.

«Non ho più rami», continuò l’albero «non puoi più dondolarti».

«Sono troppo vecchio per dondolarmi ai rami»,disse il bambino.

«Non ho più il tronco», disse l’albero. «Non puoi più arrampicarti».

«Sono troppo stanco per arrampicarmi», disse il bambino.

«Sono desolato», sospirò l’albero. «Vorrei tanto donarti qualcosa… ma non ho più niente. Sono solo un vecchio ceppo. Mi rincresce tanto…».

«Non ho più bisogno di molto, ormai», disse il bambino. «Solo un posticino tranquillo per sedermi e riposarmi. Mi sento molto stanco».

«Ebbene», disse l’albero, raddrizzandosi quanto poteva «ebbene, un vecchio ceppo è quel che ci vuole per sedersi e riposarsi. Avvicinati, bambino mio, siediti. Siediti e riposati».

Così fece il bambino.

E l’albero fu felice.

 

(Shel Silverstein)

 

Dagli scritti di Madre Teresa di Calcutta

Il frutto del silenzio è la preghiera,

il frutto della preghiera è la fede,

il frutto della fede è l’amore,

il frutto dell’amore è il servizio,

il frutto del servizio è la pace.

 

Il servo di tutti

A volte, Signore, la piccolezza del mio essere creatura mi appare inadeguata e insufficiente a contenere i miei più grandi desideri. E faccio di tutto per rompere quelli che avverto come limiti al mio bisogno di espandermi, di ‘sentirmi grande’: essere più degli altri, ricevere più degli altri, contare più degli altri.

Tu vieni incontro a questo prepotente bisogno di emergere e mi proponi di metterlo a servizio dell’amore, facendomi l’ultimo di tutti, il servo di tutti, il più pacifico, il più mite, il più misericordioso, accogliente verso tutti…

Manda dall’altro il tuo Spirito di sapienza, perché faccia della mia vita un’opera di pace.

 

Preghiera

Signore Gesù, liberaci dall’ipocrisia. Desideriamo con l’aiuto del tuo Santo Spirito perseguire quello stile di vita che ci qualifica come tuoi veri discepoli. Permettici di riconoscere le nostre incoerenze, che offuscano lo splendore del tuo vangelo, e di vegliare sull’autenticità della nostra relazione con te e fra di noi.

Ti ringraziamo perché nella tua Pasqua tu ci hai generati a nuova vita, manifestando l’amore del Padre verso di noi. Per questo c’impegniamo davanti a te a non permettere che nei nostri rapporti comunitari prevalga la ricerca dell’apparire e del dominare. Ci impegniamo a custodire la consapevolezza della nostra immeritata figliolanza divina e della fraternità che deve regnare tra noi, nostro compito ma soprattutto tuo inestimabile dono.

Signore Gesù, desideriamo restare radicalmente tuoi discepoli, senza pretendere di diventare maestri di altri, perché dalla bocca tua, o solo Maestro, potremo comprendere, con sempre rinnovata gioia, l’amore di Dio Padre per noi suoi figli.

 

 

 

 

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

Lezionario domenicale e festivo. Anno A, a cura della Conferenza Episcopale Italiana, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2007.

Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004.

Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.

– COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 92 (2011) 5,  42 pp.

– COMUNITÀ DI BOSE, Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche. Anno A, Milano, Vita e Pensiero, 2010.

– Fernando ARMELLI, Ascoltarti è una festa. Le letture domenicali spiegate alla comunità, Anno A, Padova, Messaggero, 2001.

 

Don Guanella, prete del fare

Nell’anno in cui don Luigi Guanella vedeva la luce, il 1842, moriva san Giuseppe Benedetto Cottolengo. Nella sua vita egli avrebbe collaborato con san Giovanni Bosco. Nei suoi stessi anni santa Francesca Cabrini attraversava l’oceano  per essere accanto alla miseria degli emigranti italiani in America, e la stessa opera era compiuta dal vescovo di  Piacenza, Giovanni Battista Scalabrini.
Dopo la sua morte avvenuta nel 1915, sarebbe brillata la figura di don Luigi Orione, del quale Silone ha lasciato un  memorabile ritratto personale in Uscita di sicurezza (1965), frutto di un incontro con lui allora giovane ateo. Lo scorso  nno è stato proclamato beato don Carlo Gnocchi, il prete milanese che aveva dedicato la sua missione alle  piccole vittime della guerra e a una folla di malati. Ancora oggi è viva l’opera e la memoria di don Zeno Saltini, l’artefice  i Nomadelfia…
Potremmo continuare a lungo in questo elenco, risalendo anche nel passato. Abbiamo voluto riservare oggi uno spazio  articolare a un genere letterario che in passato ebbe una straordinaria fortuna e che ora sopravvive ai margini  della cultura più paludata, cioè l’agiografia.
Lo facciamo con una biografia dedicata appunto a don Guanella, un sacerdote della diocesi di Como, nato sulle  montagne confinanti con la Svizzera, a Campodolcino (Sondrio). Oggi la sua immagine salirà solennemente sulla facciata di San Pietro a Roma quando Benedetto XVI lo dichiarerà santo della Chiesa cattolica. Appartiene a quella  “nube di testimoni” – per usare una suggestiva espressione della neotestamentaria Lettera agli Ebrei (12,1) – che hanno  messo in pratica senza glossa il precetto cristiano fondamentale della carità, soprattutto nei confronti degli ultimi della terra.
La loro pagina evangelica di riferimento è stato il capitolo 25 del Vangelo di Matteo nei versetti 31- 46, quando Gesù  “sceneggia” l’approdo estremo della storia in quello che la tradizione ha chiamato «il giudizio finale». Una pagina di  straordinaria potenza che è suggellata da una frase lapidaria rivolta dal Cristo giudice supremo ai giusti: «In verità vi  dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l’avete fatto a me». E chi fossero questi  “piccoli” lo dicevano già gli stessi giusti quando, rivolgendosi a Cristo un po’ sorpresi, gli domandavano: «Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere?

Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto  malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». Sfilano, così, le famose «opere di misericordia corporale e spirituale» che sono l’incarnazione del comando evangelico dell’amore e che sono la cartina di tornasole dell’autentica santità. Forse non è del tutto ineccepibile teologicamente, ma ha un’indubbia verità il verso pascoliano dei Nuovi poemetti  (1909) che affermava: «Chi prega è santo, ma chi fa, più santo».
Luigi Guanella fu un cristiano esplicito, sacerdote cattolico, ordinato nel 1866 da un presule in esilio, mons. Frascolla,  primo vescovo di Foggia, incarcerato prima e agli arresti domiciliari poi a Como, a causa dei contrasti risorgimentali  tra Chiesa e Stato. L’incontro con don Bosco e un temporaneo ingresso tra i Salesiani tra il 1875 e il 1878 lo  prepareranno a quella missione che fiorirà da un germoglio minimo, un gruppetto di giovani donne che, a partire dal 1886, inizieranno ad assistere orfani e bambini e poi si rivolgeranno a derelitti e bisognosi di ogni genere, sconfinando anche in Svizzera, bonificando persino aree paludose per costituire villaggi o colonie autonome, approdando anche a  Roma ove decisiva sarà l’amicizia di papa Pio X. Frattanto si univano a don Guanella anche dieci sacerdoti e così, accanto alle Figlie di Santa Maria della Provvidenza, sorgerà anche la comunità dei Servi della Carità, che  popolarmente saranno denominati come i Guanelliani.
Gli autori della biografia, Michela Carrozzino, che è un’esperta nell’ambito della disabilità, e Cristina Siccardi, che è  ormai una veterana nel genere agiografico, seguono in forma narrativa ma anche con rigore documentario il percorso di questo semplice e appassionato sacerdote.
Egli non esiterà a raggiungere nel 1912 gli Stati Uniti per dedicarsi anche agli emigrati italiani, ma i suoi viaggi  ‘avevano  ià condotto in Terrasanta, a Londra, a Treviri. Alle soglie della morte, nel gennaio 1915, accorrerà in  Marsica, devastata dal terremoto, per impegnare i suoi sacerdoti e le sue suore in un’opera di assistenza. Il suo corpo  era da tempo debilitato dal diabete mellito, alla fine l’aveva colpito anche una paralisi che l’aveva ferito nella parola. Il   24 ottobre 1915, a 73 anni, si spegneva nella casa di Como dalla quale era partita la sua avventura spirituale e  caritativa. Il santo Luigi Guanella si definiva «un atomo perduto nello spazio», ma questo microscopico seme era destinato a generare l’evangelico albero maestoso della carità sul quale si posano gli uccelli del cielo. Parliamo delle  persone dalle disabilità più atroci e, in particolare, vorrei evocare (anche per una mia esperienza diretta) la straordinaria attenzione rivolta dai Guanelliani ai malati mentali: a Roma in una loro grande struttura ho potuto  scoprire la finezza e l’originalità del loro impegno nel seguire questo orizzonte così drammatico della sofferenza umana.

Uno dei capitoli della biografia si intitola appunto «Liberare i poveri dal manicomio» e don Guanella aveva intuito la  necessità del sostenere le famiglie in quest’opera delicata perché i disabili mentali hanno «il diritto di crescere, vivere e  morire dentro le pareti del domestico focolare».

in “Il Sole 24 Ore” del 23 ottobre 2011

 


La scuola, ambiente che educa alla vita

Corso nazionale di aggiornamento per docenti di religione

“L’insegnamento della religione cattolica propone certo una visione della vita, rispondendo secondo la tradizione cristiana-cattolica alle domande religiose che ogni uomo porta in sé; ma perché la scuola risulti luogo di vita, anche l’insegnante di religione cattolica deve fare la sua parte”. Don Vincenzo Annichiarico, Responsabile del Servizio Nazionale Irc, ha così introdotto a Montesilvano (PE) il corso nazionale di aggiornamento per 130 docenti di religione cattolica, in servizio nelle scuole statali di ogni ordine e grado (24-26 ottobre).
“Il Corso di quest’anno intende affrontare il tema dell’educare alla vita, facendo attenzione allo specifico ambito scolastico, concepito anch’esso come ambiente di vita”, ha aggiunto, citando quindi il Card. Bagnasco: “Siamo sempre più convinti che il cristianesimo con la sua presenza cattolica, come pensiero, come cultura, come esperienza politica e sociale, è un fattore fondamentale e imprescindibile nella storia del Paese, e con la sua forza è in grado di animare le molte culture che oggi vi coabitano, al fine di promuovere la civiltà dell’amore”.
Accanto alle relazioni del Prof. Lorenzo Ornaghi, Rettore Magnifico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, di Mons. Nunzio Galantino, Responsabile del Servizio Nazionale per gli Studi Superiori di Teologia e di Scienze Religiose e del Prof. Giuseppe Pulcinelli, Docente di materie bibliche presso la Facoltà di Teologia e l’ISSR “Ecclesia Mater” della Pontificia Università Lateranense di Roma, il corso prevede anche dei laboratori tematici che riguarderanno la competenza dell’Idr in campo biblico-teologico in campo antropologico, in campo storico-culturale e in campo pedagogico-didattico. Un ulteriore laboratorio è incentrato sul territorio e riguarderà lo studio dell’arte figurativa e del linguaggio simbolico religioso nel contesto locale.

Il villaggio di cartone

 

l’ultimo film di Ermanno Olmi

 

 

La Trama

Il film narrerà dell’incontro tra due culture e varie etnie, quella africana e quella europea, quando un gruppo di clandestini prende possesso di una vecchia chiesa per safamarsi. La storia viene osservata attraverso gli occhi di un vecchio prete.

Piccola curiosità: l’anziano sacerdote è interpretato da Joe R. Landsale, sceneggiatore ma soprattutto apprezzato scrittore.

 

Il villaggio di cartone
Titolo originale: Il villaggio di cartone
Italia: 2011. Regia di: Ermanno Olmi Genere: Drammatico Durata: 87′
Interpreti: Michael Lonsdale, Rutger Hauer, Alessandro Haber, Massimo De Francovich, El Hadji Ibrahima Faye, Irma Pino Viney, Fatima Alì, Samuels Leon Delroy, Fernando Chironda, Souleymane Sow, Linda Keny, Blaise Aurelien Ngoungou Essoua, Heven Tewelde, Rashidi Osaro Wamah, Prosper Elijah Keny
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 07/10/2011

 

Recensione di: Francesca Caruso
L’aggettivo ideale: Simbolico

Il pluripremiato regista e sceneggiatore Ermanno Olmi torna dietro la macchina da presa realizzando un film che fotografa “ una realtà simbolo” – come ha spiegato lui stesso.
Vi si racconta il viaggio emotivo di un vecchio prete, che vede la sua chiesa smantellata pezzo dopo pezzo. Assiste impotente all’azione degli operai che staccano dalle pareti i quadri e il grande Crocifisso. Durante la notte, però, la chiesa si anima di nuova vita: vi trovano rifugio un gruppo di emigranti di passaggio, i quali chiedono al vecchio un po’ di carità cristiana.

Il maestro Olmi ha scritto il film come fosse un apologo secondo una visione teatrale.
“Nell’apologo la sublimazione è fatta dell’immagine simbolo e dalla parola simbolo, i personaggi parlano come un libro stampato” – spiega il regista – “ ed è stato volutamente realizzato così”. Il cineasta si è particolarmente soffermato sull’idea di carità, di fratellanza e di amore verso il prossimo. Si dice ama il prossimo tuo come te stesso, ebbene il vecchio prete trova dentro sé quel coraggio che lo porta a mettere in pratica quelle che, fino a quel momento, sono state parole dette durante un’omelia ai suoi fedeli.

L’individuo per trovare rassicurazioni e protezione ha da sempre costruito un’infinità di chiese: la chiesa religiosa è solo una delle tante possibilità, ma c’è anche quella in cui risiede il potere economico, nella quale molti si rifugiano. L’immagine della chiesa vuota dà l’idea di ciò che Olmi ha voluto sottolineare, ovvero quella di un essere umano che liberato dalle sue sovrastrutture sociali lascia emergere la parte migliore di sé. Il villaggio di cartone del titolo è formato da un gruppo di individui, con nulla addosso se non i loro vestiti, che mettono su una mini baracca fatta di pannelli e tendoni, sotto i quali dormire e attendere di riprendere il cammino.

Per ciò che riguarda l’ambientazione, tutti i personaggi si muovono in un unico ambiente, che possiede una forte espressione teatrale. Lo spessore teatrale si palesa anche nel modo in cui parlano i personaggi, nei loro intervalli e nelle inquadrature. Quando per la prima volta viene aperto il portone della chiesa si nota immediatamente che aldilà non c’è nulla, se non il vuoto di un proscenio. Il cast artistico vede la presenza di un bravissimo Michael Lonsdale (il vecchio prete), affiancato da Rutger Hauer (il sagrestano) e Alessandro Haber (il graduato), che rendono merito tanto quanto gli interpreti secondari a un film che pone lo spettatore in una posizione riflessiva, senza essere pedante.

Nella sua lunga carriera, il regista si è interessato di diverse tematiche sociali, che gli stavano a cuore e di cui ha reso partecipe lo spettatore. Ha parlato del mondo del lavoro, della vita dei contadini bergamaschi (L’albero degli zoccoli, 1979 – Palma d’Oro al Festival di Cannes), del mondo religioso e di molto altro. In questo film vuole far arrivare un concetto che supera qualsiasi argomento religioso: “il bene vale più della fede” – fare del bene non riguarda solo chi crede, ma riguarda il cuore di ogni essere umano, sia esso laico o credente.

“Il villaggio di cartone” non vuole imporre una lezione, ma far riflettere sui comportamenti che ognuno ha nei confronti del prossimo, qualunque esso sia. Olmi, ancora una volta, crea un linguaggio che va dritto al punto, mostrando ciò che c’è dentro l’involucro di “cartone”.

 

Olmi: «Così leggo la carità»
di Ermanno Olmi
in “Avvenire” del 19 ottobre 2011

 

Caro direttore, ricevo “Avvenire” fin da quando, molti anni fa, con cari amici ormai lontani, vedemmo uscire dalle  rotative il primo numero del giornale.
L’affezione e l’ammirazione sono sempre stati per me saldi riferimenti quotidiani per il rigore e la libertà d’opinione dei  suoi collaboratori e quindi per il rispetto del lettore. Tanto che ho molto apprezzato gli interventi apparsi in “Agorà”  dopo l’uscita del mio ultimo film Il villaggio di cartone. E di questa attenzione nei miei riguardi, caro direttore, la  ringrazio e, se lo riterrà utile per i suoi lettori, mi farà piacere se pubblicherà queste mie note sul dibattito che ne è  seguito.
Giovanni Bazoli, prima sul “Corriere della Sera” e poi su “Avvenire”, pone l’attenzione su due contrapposti valori  invocati dal vecchio prete, protagonista dell’apologo cinematografico.
Che dice: «Ho fatto il prete per fare del bene. Ma per fare del bene, non serve la fede. Il bene è più della fede». Subito,  un intervento di Marina Corradi su “Avvenire”, mi rimprovera: «di coltivare così tanti dubbi di fede che la storia (del  film) rischia di perdere la radice e il fondamento della carità dei cristiani». Ma come sarebbe «la carità dei cristiani»?  Dunque ci sarebbero più carità? E quella dei cristiani è forse tanto speciale e diversa da quella di altre fedi religiose? Mi  piacerebbe conoscere l’elenco delle diverse carità. Bazoli chiarisce: «Il film è da intendere come un richiamo forte e  drammatico all’esercizio e della carità e dell’accoglienza nei confronti di uomini che sono tra i più indifesi e disperati  del nostro tempo; vale come monito a intensificare l’impegno religioso e umano». Ugualmente, Marina Corradi insiste:  «In realtà il bilancio del vecchio sacerdote sembra viziato da un equivoco. Non ci si fa prete “per fare del bene” ma per  portare Cristo agli uomini, che è assai di più». La fede è in sé un valore, ma non è determinante per fare del bene.
Né il fare del bene ha mai ostacolato la fede di alcuno. La fede è innanzitutto un sentimento che ciascuno coltiva nel  profondo di sé, in solitudine. E con tale stato d’animo parteciperà la sua fede con quella dell’altro, in comunione con  Dio.
Un’altra voce che ha partecipato a questi interrogativi sul primato tra fede e carità è quella di Piero Coda, teologo e  presidente dell’Istituto universitario Sophia: «Conosciamo tutti l’inno alla carità che l’apostolo Paolo tesse nel capitolo  13 della Lettera ai Corinzi. L’ agape è la via che tutte le altre sopravanza. Non avere l’agape significa essere  nulla». E prosegue: «L’agape è la cifra compendiosa di tutto il mistero cristiano». Come vede, caro direttore, mi  appello a autorevoli testimoni della cristianità. Ed ecco che ancora Piero Coda mi suggerisce sant’Agostino: «La carità spinse Cristo a incarnarsi». È di pochi giorni fa, in Egitto, il divampare di conflitti fra appartenenze religiose mettendo  l’una contro l’altra. E soltanto ieri, a Roma, la dissennata violenza di giovani praticata con la rabbia della distruzione. E  mi domando se è del tutto azzardato pensare che anche questi giovani allo sbando non provino un loro delirante atto  di fede in una “religiosità” criminale.
Ancora una volta la Storia ci avverte che il vincolo tra fede e “Chiese delle diversità” può avere esiti di immani  tragedie. E sappiamo anche che, nel corso dei secoli, le religioni hanno avuto necessità di cambiamenti imposti dai  radicali mutamenti delle realtà che inarrestabilmente sopravvenivano. E quindi, concili, riforme e controriforme,  sempre per adeguarsi con significati nuovi alle esigenze del cammino della Storia. Dunque: anche le religioni cambiano  e cambiano i nostri comportamenti.
Solo il bene non cambia. Ma il bene non è esclusività di istituzioni. La Chiesa di Cristo non è nell’istituzione, ma nella  Sua e nella nostra incarnazione.

 

 

Bazoli: Olmi
e il primato della carità
Caro direttore,
il «Corriere della sera» ha pubblicato in forma di articolo venerdì scorso una mia presentazione e interpretazione dell’ultimo film di Ermanno Olmi, Il villaggio di cartone, quella che avevo anticipato nel dibattito svoltosi il 2 ottobre al Piccolo Teatro Strehler di Milano, in occasione della presentazione in anteprima del film. Solo successivamente – per mia negligenza – sono venuto a conoscenza di due servizi che erano nel frattempo comparsi su «Avvenire».

 

 

La lettura di tali articoli e in particolare delle profonde e convincenti riflessioni di Marina Corradi mi stimola a inviarle questa lettera, perché mi offre l’opportunità di completare il discorso svolto in quell’articolo con alcune puntualizzazioni che nell’articolo sono soltanto accennate alla fine. Il racconto-apologo del film di Olmi – focalizzato sulla chiesa dismessa in cui trova rifugio e accoglienza e assistenza da parte del vecchio parroco un gruppo di immigrati – ha un significato simbolico che appare a tutti molto chiaro: l’edificio sacro ha perso la sua originaria destinazione a luogo di culto divino e di preghiera (il che evoca la crescente secolarizzazione del mondo attuale); ma ritrova una vocazione nobile e sacra di accoglienza e di servizio di carità nei confronti di poveri uomini diseredati.

È proprio il significato di questa rappresentazione che può essere interpretato in modo diverso per quanto riguarda il rapporto tra fede e carità. Tale rappresentazione vuole significare che l’esercizio della carità si pone in una linea religiosa di continuità con la fede e la pratica del culto divino ovvero che è destinato a sostituirlo? Nel primo caso, il film è da intendere come un richiamo forte e drammatico all’esercizio della carità e dell’accoglienza nei confronti di uomini che sono tra i più indifesi e disperati del nostro tempo: un richiamo che nei confronti della comunità dei credenti, anche come rimedio alla secolarizzazione e all’allontanamento distacco del mondo contemporaneo dalla fede e dalla pratica religiosa, vale come monito a intensificare il loro impegno religioso e umano in tale direzione.

Nel secondo caso, invece, il significato sarebbe completamente diverso e si collocherebbe – concordo con quanto dice Marina Corradi – al di fuori della visione e dell’esperienza religiosa e cristiana, che trova il suo cuore nel rapporto diretto e personale del credente con la figura divina di Cristo e che proprio da questo rapporto trae anche l’ispirazione per l’esercizio della carità. A me non pare che il film debba essere interpretato in questo senso. È vero che l’inquietudine e gli interrogativi che assillano il vecchio prete lo inducono anche a dubitare del legame tra fede e carità («Per fare il bene non occorre la fede»).

Ma è pur vero che, sin dalla sequenza iniziale del film, l’anziano e tormentato parroco si rivolge di continuo al Cristo Crocifisso. Questo è l’interlocutore cui egli confida – si può dire nelle cui braccia ripone – i dubbi che insidiano la sua fede e che sono aggravati dalla solitudine (perché il vuoto della chiesa sembra riflettersi nel suo cuore). Nel mio commento ho ritenuto corretto – oltre che appropriato alla sede di presentazione del film – non sostituirmi all’autore dando delle risposte.

Mi sono limitato a ricordare, alla fine, che la condivisione delle fatiche e delle sofferenze degli uomini «non è una funzione vicaria ma di integrazione dell’amore di Dio e della preghiera». La religiosità cristiana si nutre inscindibilmente della carità (definita proprio ieri dal Papa «l’abito nuziale» dei cristiani) e dell’amore di Dio.

Quello che qui posso aggiungere è che tutto ciò trova conferma nella realtà incontestabile che l’impegno maggiore a favore di coloro che nella società sono i più deboli e indifesi – oggi, in particolare, gli immigrati – è sostenuto nel nostro Paese principalmente da organizzazioni della Chiesa e del volontariato cattolico. E non dubito che lo stesso Olmi riconosca l’immenso valore delle opere di carità che in tutte le epoche della storia sono state ispirate dalla fede.

Giovanni Bazoli

 

Vangelo fede e politica: don Enzo Mazzi

La storia gira le sue pagine inesorabile e lenta. Ieri la storia di Firenze e della Chiesa italiana ne ha girata un’altra: s’è chiusa la vita terrena di don Enzo Mazzi. Uno spirito indomito e contestatario che  lo portò a più riprese ad entrare in  antagonismo con i suoi arcivescovi. Un nome che fa tutt’uno con «l’Isolotto», in una vicenda che il semplicismo  ideologico – subito o prodotto – chiamerà «dissenso».
Quello che accade attorno a un parroco (nominato nel 1954, a 27 anni) e alla sua parrocchia prima del 1968 è qualcosa  di ben più complesso ed emblematico. L’Isolotto diventa il mito di un cattolicesimo ribelle perché lì è cresciuta prima  una esperienza di comunione, un segno di fraternità popolare che testimonia della fecondità del Vangelo nel tempo.  Era questo che La Pira, inascoltato mediatore nel momento topico del conflitto voleva forse salvare, senza riuscire, in  mesi — quelli fra il ’68 e il ’69 — nei quali la prepotente vitalità della primissima ricezione del Valicano II in Italia vira. Perché anche in Italia, come in tutto il mondo, il post-Concilio rafforza l’idea che si possa e si debba anticipare il tempo  che verrà: e che dunque sia necessario trascinare nell’oggi, con la distruzione dei sistemi di potere, un domani quasi  escatologico. Ma, a differenza di altri Paesi, in Italia il post- Concilio naufraga sulla politicizzazione della fede  (politicizzata da sinistra, anziché dal collateralismo), come se solo l’organizzazione di un contropotere potesse  «inverare» la fraternità attesa.
Di questo percorso don Enzo Mazzi è un protagonista che trova nella rigidità del cardinale Florit più d’una occasione di  scontro. Dapprima insieme ad altri preti nella solidarietà con i ragazzi della Cattolica sgombrati dalla polizia dalla  cattedrale di Parma, che avevano occupato per protesta contro i doni della banca locale per le nuove chiese. Poi nel  momento in cui Florit – lo aveva già fatto per le elezioni del 1966 – lancia quell’ultimatum all’Isolotto che fa assurgere il  caso alla ribalta nazionale.
Infine, subita la condanna della rimozione comminata nel dicembre 1968 e perfino un processo penale, nel  superamento della forma parrocchiale e nella nascita della comunità di base.
Una comunità che alla fin fine — al netto di un linguaggio autocelebrativo e di un lessico politico patinato dal tempo –  ha fatto della polemica con l’autorità la propria cifra. Con don Mazzi se ne va un pezzo di quella Firenze di cui egli  interpretava un’anima più protestataria e che era stata per quindici anni il chiostro, per usare una espressione russa,  dei «folli Dio»: una Firenze che aveva saputo dare al Paese il senso che ad alcuni, governati col solo sguardo  dall’austero prestigio di Dalla Costa, premeva solo la fede. Cosette: di cui forse ci sarebbe bisogno anche oggi, se  Firenze volesse averle.

 

di Alberto Melloni
in “Corriere Fiorentino” del 23 ottobre 2011

 

ALTRI ARTICOLI

 

Continuiamo a presentare materiali su don Enzo Mazzi, con l’intervento di Giovanni Gennari, che fa una lettura forse più ecclesiastica che evangelica: “A differenza del suo grande confratello, don Milani, e di altri pionieri della fede nella chiesa fiorentina, forse don Mazzi si è lasciato strumentalizzare anche da chi con la Chiesa fiorentina non aveva e non voleva avere alcuna prossimità, e fu autore di dichiarazioni e azioni di rottura vera e propria anche in materie importanti come i sacramenti e la dottrina morale di fondo…”
“fino all’ultimo è stato punto di riferimento non solo per le prese di posizioni pubbliche che facevano rumore sui giornali (come quella a favore di papà Englaro) ma soprattutto per un’azione concreta, silenziosa e quotidiana di aiuto a chi aveva bisogno.” “Quello che appassionava molti cattolici (e li appassiona) di don Mazzi era che non faceva politica per sé, per fare carriera o per arricchirsi. O per difendere il posto di lavoro, come molti politici italiani attuali. Ma semplicemente per stare dalla parte degli ultimi. Questo dice il Vangelo. Altro che nuovo partito dei cattolici.”
“Guardando all’indietro, l’esperienza della Comunità di Base dell’Isolotto… potrà sembrare datata, legata come fu, al suo nascere, a una ben precisa temperie storica e di vita della Chiesa. Ma di sicuro le “rotture” che l’hanno contraddistinta… restano… prove sincere di un progetto di «chiesa di popolo» di cui il mondo cattolico sembra oggi avvertire di nuovo l’urgenza”
“è un saluto corale, fatto di abbracci e lacrime, di ricordi e testimonianze personali del sacerdote rimosso dalla parrocchia dell’Isolotto nel 1968 dal cardinale Florit. E diventato poi pioniere del dissenso cattolico”
“Mazzi questo rischio (quello di restare fermo alla nostalgia del ’68) l’ha corso, però credo che abbia sempre cercato di limitarne le conseguenze. Si è sempre misurato con l’attualità, la globalizzazione, con la dimensione di sacro e laicità nei nostri tempi. Sempre coerente alla sua radicalità, alla limpidezza di intenti. Una qualità che mai come in questi giorni è apprezzabile”
“«Vuoi andare in Africa? Ti mando in un posto forse più pericoloso, l’Isolotto». Così l’Arcivescovo Elia Dalla Costa rispose al giovane sacerdote Enzo Mazzi che voleva partire come missionario. Dalla Costa scelse un altro futuro per quel 27enne. Comincia così la storia del «prete eretico». Un simbolo di una generazione, quella dei preti «contro» di Firenze. Mazzi è scomparso venerdì no
“Nonostante la sua età, 84 anni passati, Enzo Mazzi conservava nel cuore tutte le caratteristiche della gioventù… Sulle nostre pagine ha tracciato un sentiero unico, spesso in assoluta solitudine. Per un cammino che veniva da lontano, dagli stessi giorni del ’68 che portarono alla nascita della Comunità dell’Isolotto a Firenze e all’esperienza in tutta Italia delle Comunità cristiane di base.”
“Come ogni domenica, anche oggi l’appuntamento della Comunità dell’Isolotto è alle 10.30… «socializzeremo l’assenza di Enzo, e la continuità della sua presenza». Nel solco di quella esperienza comunitaria che Enzo Mazzi considerava essenziale… Di cui ha fatto dono, non solo metaforico, alle donne e agli uomini della comunità… Grazie a loro, e ai tantissimi che… anno dopo anno hanno socializzato negli appuntamenti comunitari della domenica, Enzo Mazzi continuerà ad esserci”

Una ‘Settimana contro la violenza’

Una ‘Settimana contro la violenza’ per sensibilizzare gli studenti, ma anche gli insegnanti e i genitori, sul tema della prevenzione e del contrasto ad ogni forma di discriminazione e violenza. A presentare l’iniziativa (che si è tenuta dal 10 al 15 ottobre e continuerà per tutto l’anno scolastico), giunta alla terza edizione, i ministri delle Pari opportunità Mara Carfagna e dell’Istruzione Maria Stella Gelmini.

Durante la conferenza stampa, presso il dicastero guidato da Carfagna, i promotori hanno tracciato le linee guida dell’iniziativa, che mira ad aprire un confronto sui temi del rispetto e del contrasto alla violenza. “Spezzare i pregiudizi”, questo l’obiettivo indicato dal ministro delle Pari opportunità.

In particolare, ha spiegato Carfagna, occorre “sensibilizzare contro le discriminazioni e la violenza, indipendentemente dal sesso, dalla razza, dalla religione“. D’accordo Gelmini, che ha rilevato: “Bisogna educare al rispetto dell’altro e delle regole, contro ogni forma di violenza“. L’iniziativa è giunta alla terza edizione e, ha concluso Carfagna, “spero possa continuare nei prossimi anni“.

Apprezzamenti per l’iniziativa si sono avuti anche dall’opposizione, che però ha anche invitato a fare di più contro il bullismo e l’omofobia. Anna Paola Concia, deputata del Partito Democratico ha dichiarato: “Se vogliamo davvero costruire una società che rifiuta la violenza e le discriminazioni dobbiamo partire proprio dalla scuola. Anche perché gli studi di settore ci dicono che gli adolescenti gay esposti a fenomeni di bullismo, raggiungono alti livelli di dispersione scolastica. La settimana contro la violenza istituita dai ministri Carfagna e Gelmini è quindi un’ottima iniziativa, ma non basta“.

Concia ha anche annunciato la presentazione a breve di “una proposta di legge che istituisca all’interno del MIUR un’osservatorio permanente contro la violenza e le discriminazioni, che si occupi anche di bullismo omofobo e transfobico. Spero che i ministri competenti siano disposti a collaborare per rendere la scuola un luogo sicuro e inclusivo per tutti gli alunni“.




–>


tuttoscuola.com

una grammatica ‘esistenziale’ per imparare le lingue

una proposta del prof. Bertagna:

 

Secondo recenti ricerche l’85 per cento dei ragazzi italiani tra i 17 e i 23 anni sostiene di sapere l’inglese. E’ una percentuale alta, simile a quella dichiarata dai coetanei tedeschi e polacchi, e più elevata di quella dei giovani spagnoli e francesi.

E’ ben noto tuttavia che alla conoscenza cosiddetta ‘scolastica’ dell’inglese non corrisponde affatto una effettiva padronanza della lingua, e se ne hanno continue riprove in varie circostanze e a vari livelli. Non per nulla le scuole private di lingua inglese sono assai frequentate, e molto diffusi sono anche i corsi in autoistruzione, Cd, video cassette e lezioni online.

Ma perché la scuola italiana, a differenza di quella di altri Paesi, si attesta su livelli di apprendimento – o meglio di padronanza – così modesti?

Secondo Giuseppe Bertagna, che affronta il problema in una intervista a ilsussidiario.net, la ragione di fondo dell’inconsistenza dell’inglese ‘scolastico’ deriva dal fatto che in Italia si è attuata una “politica delle lingue basata più sull’utilità che sulla formatività delle lingue”, mentre “le persone non vivono solo di utilità, ma innanzitutto di verità”, nel senso che “se l’apprendimento della lingua straniera, come qualsiasi altro contributo di insegnamento, non trova un senso proprio nelle motivazioni e nell’interesse di chi apprende, ha vita breve”. Perciò, se si vuole risolvere il problema, “la lingua straniera deve diventare una verità esistenziale, una modalità di rapporto col mondo”.

Ma la scuola non ce la può fare da sola, come l’esperienza insegna. Perciò occorrerebbe varare un piano per incrementare e stimolare, d’intesa con le famiglie, tutte le occasioni di apprendimento esterne alla scuola, dai viaggi agli stage alla Tv e agli altri media. In questo modo “la scuola ricaverebbe spunti per la sua analisi critico-riflessiva, facendo grammatica non solo formale ma esistenziale”.

A ben riflettere la strategia suggerita da Bertagna per l’inglese – una sorta di curricolo integrato tra scuola ed extrascuola – trova punti di analogia e motivazioni non diverse anche per quanto riguarda l’apprendimento delle e attraverso le tecnologie dell’informazione e comunicazione. I ragazzi imparano a usarle, e con quale facilità e rapidità!, perché così soddisfano un loro bisogno esistenziale prima ancora che subire una ‘materia’ scolastica…




–>


tuttoscuola.com