Rapporto sulla scuola in Italia 2011

 

La scuola media è davvero l’anello debole della scuola italiana. Lo suggeriscono le rilevazioni internazionali, secondo le quali gli studenti italiani sono quelli che patiscono la più profonda flessione dei propri risultati di apprendimento nel passaggio dalle scuole elementari alla media, come pure la cattiva reputazione che la secondaria di primo grado oggi gode presso l’opinione pubblica, le famiglie e nello stesso mondo della scuola. Lo confermano nuove ricerche realizzate dalla Fondazione Agnelli e rese pubbliche nel suo Rapporto sulla scuola in Italia 2011.

Il Rapporto sulla scuola in Italia 2011 è stato presentato oggi a Roma dal direttore della Fondazione, Andrea Gavosto, presso la sede degli Editori Laterza, per i cui tipi il volume sarà in libreria ai primi di dicembre. Alla presentazione hanno partecipato Alessandro Laterza (amministratore delegato Laterza), Maria Sole Agnelli e John Elkann (presidente e vicepresidente della Fondazione Agnelli).

Il Rapporto mette in luce come sia proprio alle scuole medie che esplodono in modo drammatico i divari di apprendimento determinati dall’origine socio-culturale degli studenti, che invece le scuole elementari riescono a contenere con successo. La probabilità di essere in ritardo alla fine delle medie da parte di uno studente figlio di genitori con licenza media è quattro volte superiore a quella del compagno figlio di genitori laureati, quella di uno studente straniero nato all’estero e scolarizzato in Italia è addirittura venti volte superiore a quella di un italiano. I divari sociali di apprendimento che nascono alle medie rischiano di compromettere il percorso scolastico, specialmente degli studenti di origine più svantaggiata. Questi divari e ritardi diventano, infatti, irrecuperabili alle superiori, generando la grave piaga dell’abbandono, mettendo a rischio il futuro di troppi ragazzi e, in definitiva, privando il Paese di risorse umane preziose in una fase storica così difficile e incerta.

Il Rapporto rivela, inoltre, che gli insegnanti della scuola media sono i più anziani (età media, oltre 52 anni, con moltissimi concentrati nella fascia intorno ai 58 anni) e i meno soddisfatti della loro preparazione complessiva, oltre a essere coinvolti nel più vorticoso turnover di cattedre di tutta la scuola italiana: 35 docenti di scuola media su 100 non insegnano l’anno dopo nella stessa scuola, con le prevedibili conseguenze negative per la continuità didattica dei loro allievi.

Occorre affrontare presto e con energia questa profonda crisi della scuola media, che da molti anni ha smarrito la propria identità e il senso della sua missione (non riuscendo a essere efficace, ma nemmeno equa). Occorre ridarle una missione chiara (essere più efficace, innanzitutto perché più equa) aggiornando le sua offerta pedagogica e didattica, attraverso (1) un forte orientamento alla personalizzazione dell’insegnamento da realizzarsi attraverso un’estensione del tempo scuola con una vera “scuola del pomeriggio”; (2) maggiore attenzione alla progettazione comune degli insegnanti; (3) un arricchimento della “cassetta degli attrezzi” dei docenti che permetta loro soluzioni didattiche che integrino o sostituiscano la lezione frontale (ad es. il cooperative learning); (4) una valorizzazione pedagogica del modello dell’istituto comprensivo (e del curricolo verticale), diffusosi e oggi generalizzato quasi esclusivamente per ragioni di contenimento dei costi, ma di cui le ricerche della Fondazione indicano una evidente superiorità dal punto di vista degli apprendimenti; (5) una seria riflessione nazionale sul tema dell’essenzializzazione delle materie. Perseguendo queste priorità, sarà possibile rendere la scuola secondaria di primo grado più adatta alle esigenze di allievi preadolescenti, nel pieno di una delicata transizione dal punto di vista cognitivo, psicologico e relazionale.

Una scuola media rinnovata, più efficace e insieme più equa, deve essere uno degli obiettivi di politica scolastica fondamentali nel prossimo futuro, a cui dedicare attenzione e investimenti. La prima condizione per realizzarlo è approfittare della finestra di opportunità offerta dal prossimo pensionamento di decine di migliaia di insegnanti delle medie per realizzare un serio e profondo rinnovamento del corpo docente, attraverso soluzioni di reclutamento (chiamata diretta o concorso) orientate in modo specifico alla secondaria di primo grado, che permettano di verificarne l’effettiva preparazione sul piano disciplinare come su quello pedagogico-didattico, quest’ultimo in particolare oggi assai carente.

 

Scarica dal sito la sintesi del Rapporto e una selezione della rassegna stampa.

Files:
Rapporto_Scuola_2011_-_Sintesi.pdf
Fondazione Agnelli

 

 

 

La Fondazione Agnelli boccia la scuola media

 

Viene presentato oggi pomeriggio a Roma il nuovo ‘Rapporto sulla scuola in Italia 2011’ della Fondazione Agnelli alla presenza, tra gli altri, del ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, di Maria Sole Agnelli e di John Elkann, rispettivamente presidente e vicepresidente della Fondazione Agnelli.

Il Rapporto, curato dal direttore della Fondazione Andrea Gavosto, boccia senza mezzi termini la scuola media italiana. Le comparazioni internazionali mostrano che gli studenti italiani alla fine della scuola media sono quelli che registrano la più profonda flessione dei propri risultati di apprendimento rispetto a quelli conseguiti al termine della scuola elementare.

L’indagine evidenzia che gli insegnanti della scuola media risultano i più anziani (età media oltre 52 anni) e i meno soddisfatti della loro preparazione, oltre a essere coinvolti nel più vorticoso giro di cattedre di tutta la scuola italiana: 35 docenti di scuola media su 100 non insegnano l’anno dopo nella stessa scuola, a scapito della continuità didattica dei loro allievi.

Ed è durante la scuola media che esplodono in modo drammatico i divari di apprendimento determinati dall’origine socio-culturale degli studenti (la probabilità di essere in ritardo alle medie per un ragazzo nato all’estero è quasi 20 volte superiore che per un italiano), e gli effetti di questa profonda crisi della scuola media si ripercuotono in modo preoccupante sul proseguimento degli studi.

Che fare? La Fondazione propone, intanto, di rafforzare il tempo pieno nella scuola media e, in prospettiva, di cogliere “l’opportunità offerta dal prossimo pensionamento di decine di migliaia di insegnanti delle medie per realizzare un serio e profondo rinnovamento del corpo docente, attraverso soluzioni di reclutamento (chiamata diretta o concorso) orientate in modo specifico alla secondaria di primo grado, che permettano di verificarne l’effettiva preparazione sul piano disciplinare come su quello pedagogico-didattico, quest’ultimo in particolare oggi assai carente”.






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Scuola media come anello debole?


Che la scuola media (o, più correttamente, secondaria di prima grado) sia l’anello debole del sistema scolastico, come emerge dal Rapporto monografico della Fondazione Agnelli, è un dato confermato dal Partito Democratico, che, per voce della Responsabile Scuola Segreteria Francesca Puglisi , concentra l’attenzione sul delicato aspetto relativo alla dispersione scolastica: “E’ vero, come denuncia il rapporto della Fondazione Agnelli, la drammatica dispersione scolastica che – come ci chiede l’Europa – dobbiamo dimezzare entro il 2020, inizia nella scuola dei preadolescenti. Quelle teste così veloci, i cosiddetti nativi digitali, che dimostrano bisogni sempre più precoci, che a casa navigano in rete, troppo spesso sono costretti a vivere e a studiare in una scuola che assomiglia a una cartolina dell’800 fatta di cattedre, banchi e lunghe ore di lezione frontale”.

Puglisi ritorna poi sulla scarsità di risorse destinate alla scuola: “La vera riforma epocale che serviva alla scuola italiana l’abbiamo già fatta e si chiama “autonomia scolastica”, che ha bisogno di risorse economiche e umane stabili per poter progettare insieme agli insegnanti, ai dirigenti scolastici le innovazioni didattiche che servono per catturare quelle teste così veloci. Scuole aperte il pomeriggio, come propone la fondazione, è anche una delle nostre proposte. I nostri figli devono poter fare a scuola tutto ciò che oggi a scuola non si può fare: studiare da soli o in compagnia, trovare i libri che a volte a casa non hanno, i computer per fare le ricerche, i laboratori per unire al sapere il saper fare, ma anche fare musica e sport. E’ l’idea di una scuola moderna che può nascere dal basso, diffondendo le buone pratiche didattiche che in alcune scuole autonome c’è già. Servono certamente investimenti nelle infrastrutture tecnologiche per le scuole e nella formazione in servizio degli insegnanti“.

I risultati del Rapporto della Fondazione Agnelli trovano d’accordo anche il generale della Cisl scuola Francesco Scrima: “È vero, la scuola media è l’anello più debole del nostro sistema di istruzione, anche perché rivolta ad una delle fasce di età più critiche. Un suo rilancio richiede un investimento straordinario di risorse e di idee”.

I tagli al personale e l’assenza di un progetto moderno di istruzione hanno fortemente penalizzato le medie, bruciando quanto di buono fatto alle elementari, sia in termini di apprendimento dei ragazzi che di equità sociale – aggiunge Scrima –. È dimostrato a livello internazionale che dalla crisi economica si esce grazie a investimenti sul capitale umano e dunque sull’istruzione. Ecco perché noi diciamo che è necessario che il governo Monti ridia alla scuola la centralità che merita nell’azione politica. Per la scuola media, in particolare, rilanciamo la nostra proposta di una revisione complessiva del modello didattico e organizzativo che consenta, valorizzando l’autonomia scolastica e la libertà di insegnamento, di creare una scuola accogliente, equa e democratica, motore di sviluppo per i ragazzi e per il Paese”.






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tuttoscuola.com

 

Rassegna Stampa:

Il_Sole_24_Ore_29.11.2011.pdf
La_Repubblica_29.11.2011.pdf
Avvenire_29.11.2011.pdf
La_Stampa_29.11.2011_bis.pdf

 

 

Il dio vuoto

Il sistema dei Mercati, con la finanza speculativa che domina su tutto il mondo, si sta mangiando vive l’umanità e la  natura. Questo sistema opera ed è obbedito come un dio. Un dio vuoto, fatto di denaro che circola, si moltiplica o si  brucia e, circolando, rovina la vita delle persone e del mondo vivente. Eppure in questa emergenza disastrosa governi,  istituzioni, stampa e opinion-leaders continuano a pretendere che si faccia qualunque sacrificio per accontentare  l’infinita avidità dei Mercati. Anche i sindacati (in particolare la Cisl con un fervore incomprensibile) e i partiti del “centro-sinistra” restano docili all’incantamento e si uniscono al coro che intima di rassicurare i Mercati. Non fanno l’unica cosa che sarebbe loro responsabilità fare per il Paese: progettare e promuovere una cultura della giustizia  sociale e una politica di democratizzazione dell’economia che — attraverso un cammino arduo che dovrà coinvolgere  gli altri Paesi del mondo — permetta di uscire da questa gigantesca trappola per topi che è il capitalismo finanziario  globale. Se in un organismo alcune cellule cominciano a diventare cancerose, non è che le altre, per omologazione, si mettono a diventare malate pure loro. Al contrario, bisogna sviluppare le difese, resistere alla distruzione che vuole avanzare e attivare le forze di guarigione.

un vortice pericoloso

La trappola in cui siamo caduti, preparata da decenni di fede assoluta nel denaro e nel mercato, è sì un dispositivo  concreto e ubiquo, ma rimane pur sempre una costruzione culturale. Gli ostacoli che si frappongono alla liberazione,  alla sicurezza sociale, alla giustizia, a una società più umana e al rispetto della natura sono in primo luogo ostacoli di  ordine culturale, che riguardano la mentalità collettiva, la credulità, la malafede di alcuni e l’ottusa “buonafede” di  moltissimi. Le voci che con lucidità hanno studiato i totalitarismi del Novecento (da Horkheimer e Adorno a Foucault,  da Arendt a Girard) ci hanno avvertito: il sistema organizzativo che più minaccia la libertà umana e la vita comune,  quello più pericoloso per forza, capacità di sovranità e di ricatto, è il sistema economico. Oggi siamo presi nel vortice  del disastro permanente che esso causa senza riguardo per nessuno.

Che fare dunque ?

È evidente che serve urgentemente una risposta saggia, lucida, rigorosa, fatta di un accordo politico internazionale per  bbattere il potere dei Mercati e riportarlo sotto norme drastiche; per togliere potere di giudizio alle agenzie di  rating e demolire il mito della loro neutrale oggettività; per stabilire un assetto fiscale proporzionale alle ricchezze  effettivamente possedute; per tutelare il lavoro e i diritti di chi lavora, per garantire i servizi vitali e i beni comuni.  Questa politica deve essere intrapresa intanto su scala nazionale. Occorre che ogni governo e ogni Paese comincino a muoversi in questa direzione dando concretezza e credibilità alla possibilità di un nuovo patto internazionale. È ormai  chiaro che la famosa e attesa riforma delle Nazioni Unite non può essere una ristrutturazione interna di questo  organismo, ma è anzitutto un accordo inedito tra gli Stati del mondo per l’adesione comune alla democrazia intesa  anche come democrazia economica, in modo che il mercato non possa più essere una macchina a-umana impazzita che  roduce vittime ogni giorno. Una svolta del genere richiede una convergenza interculturale sulla visione comune di  una società umanizzata, equa, la cui logica ispiratrice non sia più quella che porta a scommettere sulla rovina di  quasi tutta l’umanità e della natura. Se questa è la prospettiva del cambiamento indispensabile a livello internazionale  — quanto mai difficile, delicata, lunga, ma pur sempre l’unica che abbiamo — rimane ancora, per ognuno di noi, nella  vita quotidiana, la domanda: che fare? La risposta dev’essere costruita con il contributo di molti e ognuno può dare un apporto prezioso. Io proporrei un piccolo decalogo.

un vero decalogo

1. Risvegliarsi, smettendo di consentire con questo sistema e rendendosi conto di quanto sia assurdo e violento.

2. Informarsi, sviluppare l’analisi critica e prendere la parola ovunque per aiutare gli altri a uscire dall’incantamento  del dio vuoto.

3. Agire, nelle scelte e nei comportamenti quotidiani, il più possibile secondo altri criteri, diversi da quelli del denaro, della competizione, dell’accumulazione. Questo significa privilegiare gli affetti, la solidarietà, gli  imperativi della giustizia, l’ospitalità, l’armonia, la cura per creature e relazioni, la bellezza, la fedeltà alla felicità vera.

4. Educare i figli testimoniando che il senso della vita esiste e non è il denaro, educandoli a un modo di esistere del  tutto alternativo alla stupidità dell’homo oeconomicus.

5. Creare o rafforzare nella vita di ogni giorno “zone franche” dove le persone, le relazioni, i doveri e i diritti, i sentimenti e gli affetti contano più del denaro, del potere e dell’interesse.

6. Ritrovarsi con altri (parenti, amici, vicini, persone che sono intenzionate a costruire la cultura della liberazione) per capire cause e conseguenze della crisi, per  trovare insieme comportamenti e stili di vita biofili e non necrofili.

7. Stabilire relazioni di amicizia, di reciprocità, di  giustizia con le vittime del sistema: poveri, migranti, mendicanti, licenziati, esuberi, irregolari e marginalizzati.

8 .   Agire nello spazio pubblico (nel proprio quartiere o comune, nella scuola, nei luoghi di lavoro, sui mezzi di informazione, nelle comunità o associazioni di cui si fa parte) facendo della giustizia, che allestisce condizioni di vita  umane per tutti, il metodo per prendere decisioni e per organizzare la convivenza sociale.

9. Sviluppare nella manualità, nel pensiero, nella conoscenza, nelle relazioni un modo creativo di porsi e di fare,  perché ogni espressione di autentica creatività è in sé alternativa al sistema del dio vuoto, che si riproduce soffocando  le facoltà creative degli esseri umani.

10. Fare pressione in ogni modo nonviolento e costituzionale per spingere amministratori, istituzioni, partiti e  sindacati a onorare la loro responsabilità verso il bene comune, anziché fare i collaborazionisti con il Grande Ricattatore.
Sono tutti piccoli passi realizzabili ogni giorno. Di per sé non risolutivi, ma messi insieme ai passi di tanti sono capaci di  prire la strada del cambiamento lì dove ora sembra sussistere solo un muro invalicabile. E sono passi che servono a  non collaborare con un sistema che pratica, per via finanziaria, l’omicidio e la distruzione di ogni condizione della  felicità per cui siamo nati

in “Mosaico di pace” del novembre 2011

II Domenica di Avvento

II DOMENICA DI AVVENTO

Lectio – Anno B

Prima lettura: Isaia 40,1-5.9-11

 

«Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio –. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati».

Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata.

Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato». Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri».

 

v Il brano costituisce l’inizio della seconda parte del libro di Isaia che comprende i capitoli 40-55; questo insieme è denominato: «libro della consolazione»; inizia infatti con le parole: «consolate, consolate il mio popolo». L’annuncio della consolazione riguarda la fine della schiavitù del popolo in Babilonia, schiavitù durata circa sessanta anni tra il 597 e il 538 prima di Cristo. L’autore è un profeta anonimo che viene denominato secondo Isaia, il quale ha svolto la sua attività profetica in Babilonia tra le prime vittorie di Ciro che facevano prevedere la caduta dell’impero babilonese e l’editto di liberazione del 538 che consentì un primo ritorno dall’esilio alla patria.

Il passo che forma la lettura contiene l’annuncio del tema, cioè la consolazione e la fine dell’esilio, la presentazione di una voce profetica, infine l’annuncio del ritorno di Dio come guida del suo popolo.

1. Annuncio del tema.

«Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio –. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati» (Is 40,1-2).

Gerusalemme, emblema del popolo eletto, era stata deportata in esilio e in schiavitù a causa dei suoi peccati, a causa dell’idolatria e delle ingiustizie; qualcuno poteva pensare che questo esilio, vero castigo divino, per le colpe del popolo, non sarebbe più finito, invece nel mezzo dell’esilio risuona il grande annuncio: l’iniquità è stata scontata, la schiavitù dell’esilio è finita, viene la consolazione. Questo annuncio è dato al cuore di Gerusalemme; il parlare al cuore non riguarda soltanto il sentimento, ma anche l’intelligenza e la volontà, riguarda la totalità umana, a cui è rivolta la notizia di gioia: questa gioia consisterà nella liberazione dalla servitù e dall’esilio, consisterà in un nuovo esodo, che rinnoverà l’esodo antico con i suoi prodigi.

2. Presentazione della voce profetica.

«Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata.

Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato» (Is 40,3-5).

Queste espressioni contengono una vocazione profetica. La voce profetica, lasciata volutamente anonima, obbedisce a ciò che è stato detto prima, cioè al comando di recare consolazione. Gli evangeli sinottici citando questo testo secondo la traduzione dei Settanta: «voce di colui che grida nel deserto» lo applicano a Giovanni Battista che annuncia la venuta del Signore. Preparare la via era la consuetudine antica che riguardava un re vittorioso; la strada attraverso cui doveva passare per celebrare il suo trionfo veniva allestita in modo che egli potesse percorrerla senza disagio. L’immagine è qui usata per descrivere il passaggio di Dio stesso alla testa del suo popolo che ritorna dalla terra di esilio alla propria patria; questa strada, che passava nella zona desertica tra la Mesopotamia e la Palestina, doveva essere preparata per poter consentire un ritorno agiato, comodo, gioioso ed esultante, nel quale sarebbe apparsa la gloria del Signore, cioè la sua stessa presenza. Questa descrizione poetica è grandiosa, è la riattualizzazione dell’esodo antico. La profezia fa intravvedere una realtà che supera il puro ritorno geografico degli esiliati nella Palestina e la pura liberazione dalla schiavitù politica; tale liberazione fu infatti assai limitata. La profezia delinea il ritorno della gloria del Signore, che avrà orizzonti diversi da quelli soltanto politici.

3. Annuncio del ritorno di Dio.

«Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri» (Is 40.9-11).

Questo tratto è una variazione e un arricchimento del tema. Il ritorno di Dio alla testa del suo popolo, prima esiliato, è un trionfo; Dio appare come un re potente e insieme come un pastore pieno di tenerezza verso le pecore madri e gli agnellini. Il tema del buon pastore, che percorre la profezia antica, avrà la sua piena realizzazione in Gesù. Questa lettura, che è la profezia di un evento storico determinato, cioè il ritorno del popolo esiliato da Babilonia alla patria, esprime l’attesa e l’annuncio di un altro evento che sarà compreso alla luce del nuovo Testamento.

 

Seconda lettura: 2 Pietro 3,8-14

Una cosa non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno. Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi.  Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli spariranno in un grande boato, gli elementi, consumati dal calore, si dissolveranno e la terra, con tutte le sue opere, sarà distrutta.

Dato che tutte queste cose dovranno finire in questo modo, quale deve essere la vostra vita nella santità della condotta e nelle preghiere, mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli in fiamme si dissolveranno e gli elementi incendiati fonderanno! Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia.  Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia.

 

v Il brano si trova in quel tratto della lettera che si occupa del tema del ritardo della parusia. Alcuni tra i primi cristiani, infatti, meravigliati per il ritardo del ritorno del Signore, erano impazienti e delusi. L’Autore della lettera con il linguaggio preso dalla letteratura apocalittica del suo tempo da un insegnamento sulla venuta del Signore ed esorta a una attesa giusta e retta.

Il brano può essere diviso in tre parti: una correzione dei criteri di computo del tempo, una descrizione del giorno del Signore, una esortazione alla buona condotta nell’attesa.

1. Correzione dei criteri di computo del tempo.

«Una cosa non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno. Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» (2Pt 3.8-9).

Il computo del tempo non è il medesimo presso gli uomini e presso Dio. La trascendenza di lui si riflette anche in questo. Il salmo dice: «Ai tuoi occhi mille anni sono come un giorno» (Sl 90,4) volendo esprimere la grandezza di Dio; il presente testo citando queste parole le applica anche inversamente: un giorno è come mille anni. Benché la parusia sia aspettata da generazioni, questo è un periodo breve e non contraddice alle promesse della prossimità della venuta del Signore. Questa grandezza di Dio che usa una misura del tempo diversa alla nostra, appare anche nel suo amore; la lentezza nell’attuazione della parusia è dovuta alla pazienza, alla longanimità di Dio che vuole la salvezza di tutti e vuole dare a tutti il tempo per pentirsi. Anche la riflessione su questa qualità di Dio aiuta a una corretta impostazione del problema del ritardo della parusia.

2. Descrizione del giorno del Signore.

«Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli spariranno in un grande boato, gli elementi, consumati dal calore, si dissolveranno e la terra, con tutte le sue opere, sarà distrutta. Dato che tutte queste cose dovranno finire in questo modo, quale deve essere la vostra vita nella santità della condotta e nelle preghiere, mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli in fiamme si dissolveranno e gli elementi incendiati fonderanno! Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia» (2Pt 3,10-13).

L’immagine della venuta del giorno del Signore come quella di un ladro è tradizionale: la troviamo nei vangeli sinottici, in Paolo, nell’Apocalisse. Il giorno viene descritto con le immagini della letteratura apocalittica: la conflagrazione universale per far svanire i cieli e gli elementi. Il senso di tali descrizioni consiste nel preparare la realtà finale, indicata come «nuovi cieli e nuova terra»; la novità è la presenza della giustizia in modo stabile. Il giorno del Signore, dunque, non è soltanto rovina e distruzione, è anche e soprattutto nuova creazione. A questo spettacolo cosmico l’autore congiunge l’esortazione a vivere nella santità della condotta, nella pietà, a cui viene attribuita la virtù di affrettare, di accelerare l’evento del grande giorno.

3. Esortazione alla irreprensibilità.

«Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia » (2Pt 3,14).

L’essere senza macchia era nell’antico Testamento una qualità rituale, cultuale; qui esprime una realtà morale e spirituale, la irreprensibilità si oppone alla condotta dei nemici; comportandosi così i credenti saranno trovati in pace davanti a Dio; una pace che non è sentimento psicologico, ma conformità al piano divino di salvezza.

 

Vangelo: Marco 1,1-8

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.  Come sta scritto nel profeta Isaia: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.  Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

 

 

Il vangelo in immagini

AVVENTO II AVVENTO ANNO B-1

 

Esegesi

 

Il brano evangelico costituisce l’inizio del vangelo di Marco. Esso presenta immediatamente la persona di Gesù con i suoi titoli, presenta poi la figura di Giovanni Battista, la sua attività, la sua predicazione che contrappone il battesimo di Gesù al proprio.

1. Presentazione della persona di Gesù.

«Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio» (Mc 1,1).

Troviamo in questa densa frase il termine: vangelo, e i titoli di Gesù: Cristo, Figlio di Dio.

Il termine vangelo indica la buona novella destinata a tutti gli uomini, la notizia che definisce la fede cristiana; più che un messaggio proveniente da Dio e riguardante Gesù, il vangelo è la rappresentazione della presenza e dell’azione di Dio presso gli uomini in Gesù. Questa buona notizia dapprima annunciata e predicata è stata poi scritta e si è fissata nei quattro vangeli.

Il titolo Cristo indica, letteralmente, colui che è stato unto, che è stato dedicato e consacrato con una unzione, indica il messia, il salvatore atteso in Israele. Pietro farà la sua solenne professione di fede tributando a Gesù questo titolo (Mc 8,29) e Gesù stesso approverà il titolo nel corso del suo processo (Mc 14,61-62).

Il titolo Figlio di Dio, indicazione della dignità di Gesù, determina la struttura del vangelo di Marco, ritornandovi nei punti fondamentali. Collocato qui all’inizio, esso ritorna alla fine in bocca a un pagano, all’ufficiale romano, come una confessione di fede (Mc 15,39). Nel corso del vangelo questo titolo è rivelato da Dio stesso nel battesimo di Gesù (Mc 1,11) e nella trasfigurazione (Mc 9,7), è divulgato dai demoni (Mc 3,11; 5,7) e costituisce il tema della condanna davanti al Sinedrio (Mc 14,61-62).

2. Presentazione di Giovanni Battista.

«Come sta scritto nel profeta Isaia: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati» (Mc 1,2-5).

La presentazione del Precursore viene fatta mediante la citazione del testo di Isaia contenuto nella prima lettura, del testo di Esodo 23,30 e di Malachia 3,1. Giovanni appare come colui che prepara e precede la venuta del Messia. L’attività che egli esercita, insieme con la predizione, è l’annuncio e la pratica di un battesimo di penitenza. Tale atto aveva la sua ispirazione nei bagni e nelle abluzioni che venivano praticate nel giudaismo con scopo di purificazione rituale delle macchie e delle impurità legali. Il rito del precursore si distingue da tali osservanze in quanto ha carattere di unicità, non è ripetibile ed è offerto e ricevuto come preparazione al giudizio, al battesimo della fine dei tempi; esso indica la necessità della conversione e ha come scopo il perdono dei peccati accordato da Dio. La gente che andava a farsi battezzare da Giovanni, infatti, riconosceva e confessava i propri peccati con le parole oltre che con l’atto di sottoporsi al battesimo.

3. Il battesimo di Giovanni e il battesimo di Gesù.

«Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo » (Mc 1,6-8).

Dopo la descrizione di Giovanni, ricalcata su quella di Elia, viene la proclamazione che contrappone il precursore a Gesù sulla base del loro battesimo: Giovanni battezza con acqua. Gesù battezzerà con Spirito Santo. La qualificazione dell’attività di Gesù come battezzatore in Spirito Santo designa non singoli atti o momenti, ma l’opera totale del Signore, essa è nel suo insieme un battesimo con Spirito Santo, cioè una effusione dello Spirito che santifica attraverso i sacramenti e i carismi da lui donati.

 

Meditazione

Il tema che unisce le tre letture è quello della preparazione della venuta del Signore. Occorre preparare la via per il nuovo esodo che il Signore guiderà (Isaia); bisogna convertirsi, prima della venuta gloriosa del Signore, nel tempo di vita che il Signore concede a ciascuno (2Pt). Il vangelo presenta Giovanni che nel deserto prepara la strada al Messia con la sua stessa vita, con la sua predicazione e il suo ministero.

L’evangelo interpella il credente su come accogliere nella propria esistenza il Signore che viene. Anzitutto con l’ascolto della parola di Dio contenuta nella Scrittura. L’inizio del vangelo è nell’Antico Testamento (Mc 1,1-3) e Giovanni è anzitutto colui che compie nella sua carne e nella sua vita la parola profetica. La Scrittura ci conduce a Cristo. Ma la parola di Dio conduce anche a riconoscere i propri peccati (Mc 1,5). Di fronte al Signore che viene, noi riconosciamo che le nostre vie non sono le sue e siamo spinti a conversione, a cambiare strada, a mutare direzione di vita per ritornare al Signore. Poi si tratta di ritrovare l’essenziale. Giovanni è figura di essenzialità e semplificazione: di lui si dice la sobrietà del cibo e la povertà del vestire. L’essenzialità del suo messaggio spirituale è connessa all’essenzialità del suo vivere, del suo essere corpo, voce, attesa. Egli può chiedere di convertirsi e di preparare la strada al Signore perché vive in prima persona tali realtà. Giovanni non si limita a preparare una strada al Signore, ma la diviene nel suo corpo, nella sua persona. La traiettoria della sua vita diventa la parabola che Gesù stesso seguirà. Giovanni è il «precursore» non solo nel senso che viene prima di Gesù, ma anche nel senso che il percorso esistenziale che egli vive sarà anche quello, con tutte le grandi differenze legate alle due persone, che Gesù conoscerà. Infine Giovanni è presentato nell’umiltà, ulteriore realtà che consente l’incontro con il Signore. Il ministero del Battista è riferito a colui a cui egli apre la strada, è tutto teso a lui: egli è il messaggero di fronte al Veniente, la voce di fronte alla Parola, il servo di fronte al Signore, colui che battezza con acqua di fronte a colui che battezzerà con lo Spirito santo.

Quest’ultimo aspetto suggerisce un ulteriore spunto: Giovanni, figura essenziale per Gesù secondo la comune testimonianza dei quattro vangeli, rinvia anche alla necessaria mediazione di un uomo per poter preparare la strada al Signore. Giovanni, che precede Gesù e nella cui scia Gesù si porrà, è figura di accompagnamento spirituale. Così questa pagina, che presenta gli inizi del vangelo, diviene anche memoria degli inizi della fede del cristiano: memoria del battesimo, dell’azione dello Spirito, dell’ascolto della Parola, della mediazione di paternità spirituale di un uomo.

Il vangelo di Marco inizia nel deserto. È nel deserto che Giovanni grida e annuncia. Nel luogo marginale e decentrato, di solitudine e silenzio, di ascesi e di ritiro. Tanto che verrebbe da chiedersi: a chi grida Giovanni?  E perche? A che scopo? Non è folle tutto ciò? Eppure la sua voce trova nel deserto lo spazio per farsi sentire e proprio nel deserto manifesta la sua forza profetica: lontana dai centri del potere (politico e religioso), la parola ritrova la sua limpidezza e genuinità, la sua forza e autorevolezza, la sua capacità di aprire strade e orizzonti, di dare senso e speranza, ovvero, di essere profetica. Nel deserto la parola può purificarsi e liberarsi dalle mistificazioni e smascherare con chiarezza gli idoli, può decongestionarsi dai luoghi comuni e dalle frase fatte, dai conformismi e dagli accomodamenti. Essa appare piena di senso e attrae la gente, non induce ad averne paura anche se è esigente; spinge le persone a un esodo, a un cammino nel deserto per incontrare il Signore, a un cammino verso Giovanni, o meglio, verso Colui che sta per venire e di cui Giovanni e la sua parola sono segno. E quel cammino fa già parte della preparazione della strada del Signore.

 

Preghiere e racconti


Il Precursore di Gesù

San Gregorio Magno commenta che il Battista “predica la retta fede e le opere buone … affinché la forza della grazia penetri, la luce della verità risplenda, le strade verso Dio si raddrizzino e nascano nell’animo onesti pensieri dopo l’ascolto della Parola che guida al bene” (Hom. in Evangelia, XX, 3, CCL 141, 155).

Il Precursore di Gesù, posto tra l’Antica e la Nuova Alleanza, è come una stella che precede il sorgere del Sole, di Cristo, di Colui, cioè, sul quale  secondo un’altra profezia di Isaia  “si poserà lo Spirito del Signore, spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Is 11,2).Nel Tempo dell’Avvento, anche noi siamo chiamati ad ascoltare la voce di Dio, che risuona nel deserto del mondo attraverso le Sacre Scritture, specialmente quando sono predicate con la forza dello Spirito Santo. La fede, infatti, si fortifica quanto più si lascia illuminare dalla Parola divina, da “tutto ciò che  come ci ricorda l’apostolo Paolo  è stato scritto prima di noi… per nostra istruzione, perché, in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza” (Rm 15,4).

Il modello dell’ascolto è la Vergine Maria: “contemplando nella Madre di Dio un’esistenza totalmente modellata dalla Parola, ci scopriamo anche noi chiamati ad entrare nel mistero della fede, mediante la quale Cristo viene a dimorare nella nostra vita. Ogni cristiano che crede, ci ricorda sant’Ambrogio, in un certo senso concepisce e genera il Verbo di Dio” (Esort. ap. postsin. Verbum Domini, 28).Cari amici, “la nostra salvezza poggia su una venuta”, ha scritto Romano Guardini (La santa notte. Dall’Avvento all’Epifania, Brescia 1994, p. 13). “Il Salvatore è venuto dalla libertà di Dio… Così la decisione della fede consiste… nell’accogliere Colui che si avvicina” (ivi, p. 14). “Il Redentore  aggiunge  viene presso ciascun uomo: nelle sue gioie e angosce, nelle sue conoscenze chiare, nelle sue perplessità e tentazioni, in tutto ciò che costituisce la sua natura e la sua vita” (ivi, p. 15).

Alla Vergine Maria, nel cui grembo ha dimorato il Figlio dell’Altissimo, e che mercoledì prossimo, 8 dicembre, celebreremo nella solennità dell’Immacolata Concezione, chiediamo di sostenerci in questo cammino spirituale, per accogliere con fede e con amore la venuta del Signore.

(BENEDETTO XVI, Le parole del Papa alla recita dell’Angelus, 05.12.2010)


Il cristiano è un prigioniero

Prigioniero di una vita: la vita di Cristo. Non è il propagandista di un’idea, ma il membro di un corpo che vive e che vuole crescere.

Prigioniero di un pensiero: non è un libero pensatore, né il propagandista di un’idea, ma la voce di un altro: “la voce del Padrone”.

Prigioniero di uno slancio: di un desiderio a misura di Dio, che vuole salvare ciò che è perduto, guarire ciò che è malato, unire ciò che è separato, perpetuamente ed universalmente.

Essere cristiano è essere prigioniero di uno stato di fatto, prigioniero di dimensioni che da ogni lato non sono più le nostre, prigioniero, se posso dire, di una libertà che ha scelto in anticipo per noi.

È in questa cattività che il missionario deve annunciare il Cristo che egli vive, annunciare un messaggio che ha ricevuto e che non deve modificare; trasmettere una salvezza che non viene da lui e che ha la misura del mondo intero. Quel Cristo che egli vive, non può modificarlo. Ne è prigioniero. Quel messaggio, non può modificarlo. Ne è prigioniero. Quella salvezza non può restringerla. Ne è prigioniero.

(Madeleine DELBREL, Noi delle strade, Milano, Gribaudi, 2008, 19-20).

 

Il deserto

«Il deserto insegna l’essenzialità, è apprendistato di sottrazione e di spoliazione. Il deserto è magistero di fede: esso aguzza lo sguardo interiore e fa dell’uomo un vigilante, un uomo dall’occhio penetrante. L’uomo del deserto può così riconoscere la presenza di Dio e denunciare l’idolatria. Giovanni Battista, uomo del deserto per eccellenza, mostra che in lui tutto è essenziale: egli è voce che grida chiedendo conversione, è mano che indica il Messia, è occhio che scruta e discerne il peccato, è corpo scolpito dal deserto, è esistenza che si fa cammino per il Signore («nel deserto preparate la via del Signore!», Isaia 40,3). Il suo cibo è parco, il suo abito lo dichiara profeta, egli stesso diminuisce di fronte a colui che viene dopo di lui: ha imparato fino in fondo l’economia di diminuzione del deserto. Ma ha vissuto anche il deserto come luogo di incontro, di amicizia, di amore: egli è l’amico dello sposo che sta accanto allo sposo e gioisce quando ne sente la voce […] Forse ha ragione Henri le Saux quando scrive che “Dio non è nel deserto. È il deserto che è il mistero stesso di Dio”».

(Enzo Bianchi, Le parole della spiritualità. Per un lessico della vita interiore, Milano, Rizzoli, 21999, 50-51).

 

La nascita della voce

«Giovanni sembra posto nel mezzo, quasi limite dei due Testamenti, dell’Antico e del Nuovo. Quello che ho detto, che in certo modo è il limite, lo afferma lo stesso Signore dicendo: «La Legge e i Profeti fino a Giovanni» (Lc 16,16). Impersona così l’Antico e annuncia il Nuovo. […] La lingua di Zaccaria si scioglie perché nasce la voce; infatti a Giovanni che ormai annunziava il Signore, è chiesto: «Tu chi sei?» ed egli rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto» (Gv 1,22-23). Giovanni era la voce, il Signore, invece, «in principio era la Parola» (Gv 1,1); Giovanni voce nel tempo, Cristo in principio Parola eterna. Togli la parola; che cos’è la voce? Se non ha nulla di comprensibile è soltanto rumore. La voce senza la parola colpisce l’orecchio, ma non edifica il cuore […] E poiché è difficile distinguere la parola dalla voce, anche Giovanni fu creduto Cristo. La voce fu creduta parola, ma la voce confessò chi era per non recar danno alla Parola. Disse: «Io non sono il Cristo, né Elia, ne un profeta» (Gv 1,20-22). Gli fu chiesto: «Dunque chi sei?». Disse: «Io sono la voce di uno che grida nel deserto: preparate la via al Signore» (Gv 1,23). «Voce di uno che grida nel deserto», voce di uno che spezza il silenzio. «Preparate la via al Signore»; è come se dicesse: «Per questo grido, per introdurre lui, [il Signore,] nel cuore, ma non accetta di venire laddove io voglio farlo entrare se non gli preparate una via». Che cosa vuol dire «preparate la via», se non: «innalzate suppliche degne?». Che cosa vuol dire «preparate la via», se non «siate umili nei vostri pensieri?». Da lui stesso prendete esempio di umiltà. È ritenuto il Cristo, dice di non essere ciò che è creduto e non sfrutta l’errore altrui per la propria gloria […] Si umiliò, vide dove stava la sua salvezza: comprese di essere una lampada ed ebbe timore perché non venisse spenta dal vento della superbia».

(AGOSTINO, Discorso 293, 2-3, in Opere di Sant’Agostino, Discorsi 5, pp. 224-226).

 

Cammino

Nel chiaro-oscuro del mio cuore

dove nascono le mie decisioni,

me ne rendo conto:

la strada stretta del tuo Vangelo

è la sola che mi allarga

alle mie piene dimensioni di umanità.

Ma quanto è compromettente, Signore,

il tuo strano cammino luminoso!

Ed è per questa ragione che in esso mi impegno

con tanta prudenza,

un po’ in avanti, un po’ indietro,

un’azione che si ferma

prima di raggiungere l’assoluto,

una parola taciuta prima di coinvolgermi

in un’accettazione definitiva,

una mano tesa timidamente

e subito ritirata,

per paura di essere preso sul serio

per un “sì” che dice impegno.

Avanzare su questa strada,

mi rendo conto, Signore,

è lo stesso che perdersi

perché conduce al limite estremo

dell’offerta di sé,

della trasformazione interiore,

dell’umiltà e dello sguardo favorevole,

e del mettersi in ginocchio per servire il prossimo!

(A. HARI – C. SINGER, In cammino Natale, Bologna, EDB, 2005).

 

Carissimo Dio,

Ho un po’ di tempo libero e ho pensato di scriverti una lettera. Dio,…ho scritto il tuo nome e son rimasto un po’ in silenzio…ma non cancello niente…Dio. Ti dicevo che sento tante parole belle…I preti, quando arriva il tempo d’avvento, dicono che “Tu sei con noi”. Sì, ripetono: “Dio è con noi”. Io, a dir la verità, non ci credo più di tanto. In realtà le cose son ben diverse. Non può essere vero che Tu sei con noi….Cioè, vorrei sapere, da parte di chi stai? Perché non puoi stare con tutti….siamo così diversi… se è vero che stai con gli uni…non puoi stare con gli altri…non ti guarderebbero più in faccia….Insomma, forse è meglio non sapere con chi stai…così viviamo pensando che ci stai…ma forse non ci stai. O Dio, dove sei?…

Ecco il tuo silenzio. Quel silenzio che non dice niente. Dio mi lasci da solo nella sala di attesa. Sembra che non vuoi aprirmi la tua porta, che possa riscaldarmi al tuo fuoco…Io so che tu parli. Così almeno mi hanno detto. Io, a volte, tento di entrare in sintonia con te….ma, niente….non sento proprio niente…..

Ieri con me c’ era un uomo nella sala di attesa. Alla fine si è stancato di aspettare ed è andato via. Mi ha detto  che forse era una tua furbizia. Che Tu dici che ci sei, ma in realtà Tu non vuoi parlare con noi. Quest’uomo anche mi ha detto che se Tu in realtà pensi veramente di arrivare un giorno, basta farli una telefonata. Così sarà più semplice e la smetti di giocare con noi…e, ti prego,…non farci aspettare troppo…

Io ti racconto tutto questo perché così sai come andiamo quaggiù… Tanti preferiscono fare altre cose mentre aspettano. Altri hanno aspettato qualcuno che si è fatto trovare senza tanta fatica………..

Ma, io preferisco aspettare Te: spero la tua venuta. A volte penso che Tu in realtà vieni da noi ma siamo noi che non ti riconosciamo. Forse non arrivi vestito come mi avevano detto…

Ecco, Dio, in questa situazione mi trovo, cercandoti ancora. Sì, io ti cerco. Ma devi sapere che cerco anche altre cose…..e ho paura che, magari, Tu arrivi proprio quando io sono andato a “prendermi un po’ d’aria”…Sempre che esco, torno a casa con più cose.

Ma, Dio, io ti cerco. Continuo a guardare in alto per vederti arrivare….ma sto pensando che forse dovrei guardare in basso…..oppure  guardare più dentro di me??? Beh! Non lo so…

Un abbraccio Dio, non mi mancare,

 

L’uomo d’avvento

Preghiera

Mi sorprende anche quest’anno la tua promessa, Signore: mentre sono in cammino con la Chiesa, per prepararmi al natale, sentire che sei tu ad aprirmi una strada per la conversione.

Mi apri una strada raggiungendomi con la tua Parola: mentre io la ascolto spesso stancamente e senza entusiasmo, tu mi ricordi che l’incontro con essa è più forte della potenza degli imperi e dei grandi di questo mondo e che trasforma anche la mia vita in storia di salvezza. Insegnami ad ascoltare, insegnami il silenzio.

Mi apri una strada promettendo di abbattere monti e colmare valli. Se non fosse perché lo dici tu, sarei tentato di pensare che si tratti per me di una battaglia persa in partenza: che io non smetta, Signore, di lottare contro le montagne dell’orgoglio, dell’ira, dei vizi e non mi spaventi per le lacune della mia risposta poco generosa.

Mi apri una strada indicandomi i tanti deserti che trovo intorno a me e gli spazi vuoti che la nostra carità non sa mai colmare: che io possa, Signore, fare la mia parte, senza scoraggiarmi per il tanto che non posso e non so fare.

 

 

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

– Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006.

– G. TURANI, Avvento e natale 2011. Sarà chiamato Dio con noi. Sussidio liturgico-pastorale, San Paolo, 2011.

Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.

– Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche di Avvento e Natale, a cura di Enzo Bianchi et al., Milano, Vita e Pensiero, 2005.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

– J.B. METZ, Avvento-Natale, Brescia, Queriniana, 1974.

– E. BIANCHI, Le parole della spiritualità. Per un lessico della vita interiore, Milano, Rizzoli, 21999

Qohelet, il lieve sussurro nel gran silenzio di Dio

Uno pseudonimo ebraico, Qohelet, rimanda al vocabolo qahal, «assemblea», in greco ekklesía, donde il greco-latino  Ecclesiastes è divenuto la titolatura comune nell’Occidente cristiano di un’opera tuttora oggetto di differenti decifrazioni.
Interpretato come testo pessimistico, scettico, considerato espressione dell’ideologia dell’aurea mediocritas,  influenzato dalla filosofia greca del III secolo a. C., ritenuto una guida ascetica di distacco e disprezzo del mondo a  parte della tradizione cristiana, è stato negli ultimi decenni da qualche esegeta riportato nell’alveo rassicurante  dell’ottimismo a causa di alcuni passi, per la precisione sette (2,24-25; 3,12-13; 3,22; 5,17; 8,15; 9,7-9; 11,7-10), dai  quali emergerebbe un appello al sereno godimento delle scarse gioie che la vita riserva. A questa interpretazione si accosterebbe, paradossalmente, anche lo scrittore francese Albert Camus quando, nel Mito di Sisifo, vede in Don  Giovanni «un uomo nutrito dall’Ecclesiaste», «un pazzo che è un gran saggio» perché «questa vita lo appaga». (…)
La tonalità dominante è quella dell’inconsistenza, emblematicamente incarnata dal vocabolo caro a  Qohelet, hebel/   habel, che risuona ben 38 volte, talora nella forma superlativa habel habalîm, il celebre vanitas vanitatum della  versione latina della Volgata: il termine allude al fumo, al vapore, al soffio e quindi definisce la realtà come vuoto,  vacuità, caducità irreversibile. (…)
L’incrinatura che fa scoprire la presenza dell’hebel nell’essere e nell’esistere si incontra anche nell’intelligenza umana.  Qohelet è un sapiente, uno scriba, un intellettuale (12,9-10); disprezza la stupidità, per ben 85 volte introduce le sue riflessioni in prima persona, consapevole di un’originalità del suo pensiero. Eppure il risultato finale del conoscere è  aspro: grande sapienza è grande tormento, chi più sa più soffre (1,13-18). «Anche il filosofo che crede di guidare il  mondo — scrive un commentatore, Daniel Lys — non guida che il vento. Il paradosso della sapienza è che la sapienza  suprema consiste nel sapere che la sapienza è vento quando pretende di essere suprema».
Non c’è, allora, nessuna differenza tra sapienza e stupidità? No, risponde Qohelet, una differenza c’è ed è terribile: il  sapiente è tormentato, l’ignorante è ilare nella sua beceraggine. Solo l’intelligente vede il vuoto che rode l’essere e la  morte che pervade ogni atto che si compie sotto il sole. (…)
Il Dio di Qohelet è un Deus absconditus: «La immensità di Dio non ha per Qohelet nulla di rallegrante; meraviglia in sé,  resta pura impenetrabilità» (Horst Seebass).
I buoni motivi che Dio — chiamato 32 volte su 40 ha-‘elohîm, cioè «il Dio», in modo freddo e distaccato — può avere  sono per noi privi di incidenza perché ci restano sconosciuti. La sua opera contiene in sé una incomprensibilità tale da  spegnere ogni interrogativo e rendere vana, non solo la contestazione, ma anche ogni tentativo di decifrazione del suo  senso (si veda soprattutto 4,17-5,6).
A questo punto scatta un interrogativo: come possiamo, dopo aver letto tutte le pagine di questo autore dai temi  spesso sconcertanti e fin provocatori, definire Qohelet «parola di Dio»? O ancora, come ha fatto il canone delle  Scritture ebraiche, e quindi la comunità giudaica e cristiana, ad accogliere al proprio interno un testo apparentemente «scandaloso»?
Certo, l’interpretazione «ascetica», che ha usato l’opera come se fosse un appello al distacco dalle cose, ha aiutato  l’inserimento di Qohelet nelle Scritture o, almeno, è servita a smorzarne la provocazione come, d’altronde, appare  nell’epilogo del redattore finale che riduce l’insegnamento di Qohelet alla dogmatica sapienziale classica (12,13-14).
I rabbini per «giustificare» Qohelet sono ricorsi anche ai suoi sette appelli al godimento delle gioie lecite, appelli  distribuiti nell’opera, oppure al fatto curioso e allegorico che la prima e l’ultima parola del libro (rispettivamente:  dibrê, «parole» e ra’, «perverso, cattivo») si ritrovano nella Tôrah, cioè nella Legge!
In realtà, c’è una strada per comprendere come questa teologia così nuda e povera possa a buon diritto far parte ed  essere coerente con la «Rivelazione» biblica. Per la Bibbia, infatti, la parola divina s’incarna e si esprime attraverso la  storia e l’esistenza. Essa, perciò, acquista anche rivestimenti miseri, può farsi domanda, supplica (Salmi), persino  imprecazione (Giobbe) e dubbio (in Qohelet). Si vuole, così, affermare che nella stessa crisi dell’uomo e nel silenzio di  Dio si può nascondere una parola, una presenza, un’epifania segreta divina. Il terreno umano dell’interrogativo amaro, come quello di Giobbe, può essere misteriosamente fecondato da Dio.
La Rivelazione, quindi, può passare attraverso le oscurità di un uomo come Qohelet, disincantato e in crisi di sapienza,   ormai vicino alla frontiera del silenzio e della negazione. Il silenzio di Dio e della vita non è per la Bibbia   ecessariamente una maledizione, ma è una paradossale occasione d’incontro divino lungo strade inedite e   sorprendenti. Qohelet è, dunque, la testimonianza di un Dio povero che ci è vicino, non in virtù della sua onnipotenza,  ma della sua «incarnazione», ed è in questa fratellanza che salva e si rivela.

 

in “Corriere della Sera” del 25 novembre 2011

“C’è Dio nella malattia”


intervista a Gianfranco Ravasi, a cura di Andrea Tornielli

«La dimensione antropologica e teologica della malattia: Il Signore guarisce tutte le malattie (Salmo 103,3)».

È il tema  del convegno dell’Associazione medici cattolici italiani che si apre questa mattina al Centro congressi Assolombarda di  ilano. Dopo l’introduzione del professor Giorgio Lambertenghi Deliliers, la prima parte del convegno vedrà  confrontarsi Alessandro de Franciscis, Presidente del «Bureau Medicale» di Lourdes, la psicoterapeuta Paola Bassani e  padre Carlo Casalone, Superiore provinciale d’Italia dei gesuiti. Nella seconda parte si terranno le relazioni di Massimo  Cacciari (su «Malattia e male») e del cardinale Gianfranco Ravasi. Le conclusioni sono affidate al professor Alfredo  Anzani, della Pontificia accademia per la vita.

«Vengo invitato sempre più spesso a convegni medici: sta crescendo la consapevolezza che la malattia e il dolore sono  un tema globale e simbolico, non soltanto fisiologico. L’accompagnamento umano, psicologico, affettivo e spirituale è  tutt’altro che secondario. C’è bisogno di tornare a una concezione umanistica della medicina».

Il cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio consiglio per la cultura, è abituato a confrontarsi con chi non crede. Ma di fronte alla domanda drammatica sul perché della sofferenza e del dolore – tema del convegno organizzato  oggi a Milano dai Medici cattolici – non si rifugia nelle formule di rito.

Come risponde al quesito sul perché della malattia?
«La scrittrice americana Susan Sontag nel 1978 raccontò la sua esperienza di ammalata di cancro in un libro intitolato  “La malattia come metafora”. Definizione interessante: la malattia non è mai solo una questione biologica. Quando  siamo ammalati abbiamo bisogno di essere confortati, guardiamo alla vita in modo diverso, cambiano le priorità e se la  alattia si aggrava cambia la scala dei nostri valori. E anche chi non crede può arrivare a chiedere a Dio il perché di  quanto gli accade.
Comunque la prima risposta è semplice, logica e razionale».

Qual è la «razionalità» iscritta nella malattia?
«Il dolore è una componente della finitezza delle creature. Un dato che nella nostra società orgogliosa e tecnologica,  che qualcuno ha definito “post-mortale”, non si vuole accettare. Si occulta in tutti i modi la morte, o magari si insegue  la possibilità di vivere fino a 120 o 130 anni, continuando ad allontanare l’appuntamento. Dobbiamo invece avere il  coraggio di guardare in faccia malattia e morte come componenti dell’esistenza».

Una capacità che sembra perdersi in Occidente, ma che è ancora presente in altre culture…
«È vero. Quando ero in Iraq a fare degli studi archeologici, un giorno uno dei miei collaboratori locali mi invitò a casa  sua, così avrei potuto vedere suo padre che stava morendo. Ci andai e vidi quel vecchio adagiato al centro dell’unica  grande stanza della casa, con le donne che cucinavano da un lato e i bambini che giocavano dall’altro e che ogni tanto  si avvicinavano al nonno per toccargli la mano».

La coscienza della finitezza non basta a spiegare il dolore innocente, la malattia dei bambini,
la sorte che si accanisce con chi ha già sofferto.

«Il problema è la distribuzione del male. Resta drammatica quella pagina de “La peste” di Albert Camus, dove davanti  alla morte di un bambino si afferma: non posso credere a un Dio che permette questo. È l’eccesso del male. Qui ha inizio  a frontiera in cui si attestano le religioni con le loro  risposte, che non esauriscono il mistero. Nel Libro di  Giobbe, al culmine della disperazione umana, Dio parla e spazza via tutte le spiegazioni e i tentativi di razionalizzare. La  oluzione può essere solo meta-razionale, globale e trascendente e si trova nell’incontro con Dio».

La risposta del cardinale Ravasi?
«È quella cristiana, totalmente diversa dalle altre religioni. Perché nel cristianesimo è Dio stesso, in Cristo, che non  solo si piega verso di noi per spiegarci il significato della sofferenza, non solo in qualche caso guarisce grazie alla sua  onnipotenza con i miracoli, ma entra nella nostra umanità e prova tutto il dolore dell’uomo. Il dolore fisico, morale, la  paura, il silenzio del Padre. E alla fine anche la morte, che è la carta d’identità dell’uomo, non di Dio. Diventa un  cadavere, senza mai cessare di essere Dio, soffre tutta la sofferenza umana e vi depone un germe di trasfigurazione, che è la resurrezione, fecondando la nostra natura mortale».

Questo però non cancella e il dolore né la domanda. Anche per chi crede.
«Gesù Cristo, il Figlio di Dio non è venuto a cancellare il dolore, tant’è vero che lo ha vissuto. Ma lo ha assunto su di sé  e trasfigurato con il germe dell’infinito, che è preludio d’eternità per noi. Il cristianesimo è una religione fieramente  carnale e vicina al dramma di chi soffre – al contrario di tante altre religioni – perché per i cristiani Dio è diventato un  uomo ed è morto in croce. I cristiani, come attesta la nascita degli ospedali, hanno sempre avuto questa attenzione  verso i malati, perché credono in un Dio che è stato sofferente, ha conosciuto la morte ed è risorto».

Il suo dicastero ha organizzato di recente un convegno dedicato alle staminali adulte, via alternativa all’uso di quelle embrionali. Chiesa e scienza si possono ritrovare insieme?
«L’utilizzo delle cellule embrionali sta ottenendo risultati minimi rispetto a quelli ottenuti con le staminali adulte: si  cancella così il luogo comune che ci attribuisce la responsabilità di non voler alleviare le sofferenze di tanti malati.  Proprio le staminali adulte, che non hanno alcuna controindicazione di tipo etico, stanno portando risultati  incoraggianti in campo oncologico, e contro il Parkison e l’Alzheimer».

 

in “La Stampa” del 26 novembre 2011

Essere cristiani oggi

Se tramonta la trascendenza

Titolo essenziale quello scelto da Giovanni Ferretti per una sua organica raccolta di saggi: Essere cristiani oggi (LDC,  pp. 184, € 11,50) affronta infatti con profondità e immediatezza «il “nostro” cristianesimo nel moderno mondo  secolare», come recita il sottotitolo. Sono considerazioni che l’autore già docente di filosofia teoretica all’Università di  Macerata, di cui è stato anche rettore – ha avuto modo di elaborare in questi ultimi anni facendo tesoro di un dialogo  fecondo tra filosofia e fede cristiana, in cui il suo essere presbitero della diocesi di Torino non ha costituito un ostacolo  ma anzi un prezioso arricchimento. Cogliendo «la crisi ormai irreversibile della cristianità» come uno dei più  significativi «segni dei tempi» che i cristiani dovrebbero sapientemente discernere e affrontare anziché negare,  Ferretti ne analizza le radici e le manifestazioni, trasformandolo da rassegnata constatazione a stimolo virtuoso per un  modo nuovo eppur antico di porsi dei cristiani nella società. Già l’interrogativo che pone in apertura – «tramonto o  trasfigurazione del cristianesimo?» – è eloquente sull’approccio offerto dal volume. Se infatti il «tramonto della trascendenza» è una tendenza culturale e sociologica ben più vasta della minor rilevanza di alcune tradizioni cristiane  nella società contemporanea, questo può aprire nuove prospettive alla comprensione e all’annuncio di Gesù Cristo e  del suo Vangelo: l’uomo Gesù che ha saputo narrare il volto del Padre non costituisce «alcuna opposizione alla piena  fioritura dell’uomo, bensì la massima vicinanza e il massimo impegno alla sua più compiuta umanizzazione», come  paradossalmente ricorda il teologo protestante Paolo Ricca: «Dio si è fatto uomo perché noi non eravamo ancora uomini».

Proprio per questo il discorso offerto da Ferretti non riguarda solo i cristiani ma anche – e direi forse soprattutto – chi  cristiano non è o tale non si ritiene più: «ripensare la risurrezione» in modo anche critico rispetto a un certo  immaginario cristiano non è mero esercizio teorico, ma la possibilità di coglierla come «permanenza in Dio, anche  dopo la morte, della nostra “identità personale”», come meta finale di ogni essere umano e riscatto di ogni faticosa  ricerca di comunione e di gioia condivisa.
Ma la convincente riflessione di Ferretti non si ferma agli aspetti più «rivelativi» della fede cristiana e del suo  coniugarsi con l’oggi della storia: passando attraverso un «ripensamento della carità nella società secolarizzata»,  affronta con lucidità il difficile dialogo con il mondo «laico» sui valori, sulla loro relatività o assolutezza, sulla loro  genesi e condivisione, sulle minacce che li sovrastano e le potenzialità anche e soprattutto civili che essi contengono.  Decisiva in questo ambito delicato è la dialettica tra «l’assoluto della verità» e «il carattere inviolabile della libertà  umana». Per l’autore è quindi evidente che «valori non negoziabili o irrinunciabili non significa e non deve significare “non argomentabili” e tanto meno imponibili all’altro con la forza e la violenza». Un’evidenza che purtroppo non  sempre è riconosciuta da tutti, ma che appare indispensabile per una sana crescita di una società civile libera e  democratica.

Enzo Bianchi

in “La Stampa” del 26 novembre 2011

 

Il Museo diocesano di Torino

 

Nuovo allestimento e il primo catalogo generale


Tra sacrestie e ripostigli  con il fiuto di Indiana

di ARABELLA CIFANI e FRANCO MONETTI

Il Museo diocesano di Torino fu inaugurato l’11 dicembre 2008 dall’arcivescovo cardinale Severino Poletto. Quel felice evento rappresentò il punto di arrivo di un iter lungo e complesso, scandito da tappe precise: dalla formazione del primo gruppo di studio, sorto nel lontano febbraio 1971, all’indagine di fattibilità del progetto, iniziata nel 1997, sotto la guida dell’allora arcivescovo cardinale Giovanni Saldarini, con il sostegno e l’incoraggiamento di monsignor Francesco Marchisano, all’epoca presidente della Pontificia commissione per i Beni culturali della Chiesa. Fino alle tappe fondamentali del progetto preliminare del 24 ottobre 2001, redatto dall’architetto Maurizio Momo, e della sua seguente realizzazione.
L’acquisizione di nuove opere, donate o concesse in prestito da parrocchie, confraternite, enti religiosi e privati, avrebbero poi indotto ad ampliare la collezione museale con il nuovo percorso di visita, inaugurato il 29 marzo 2010 in occasione della quindicesima ostensione solenne della Santa Sindone.
Il Museo diocesano è stato pensato e realizzato – da sempre, si può dire – come luogo di testimonianza della storia culturale e religiosa della comunità torinese. Non si tratta infatti soltanto di un deposito di opere d’arte, ma – come rileva monsignor Cesare Nosiglia, attuale arcivescovo di Torino – del “luogo della memoria, che racconta la vita della comunità attraverso il linguaggio dell’arte”. Il Museo diocesano aiuta a ripercorrere la storia della Chiesa di Torino “dalle origini ai giorni nostri, come i recenti restauri hanno evidenziato: dalle testimonianze della prima basilica cristiana con l’annesso battistero – edificati nella seconda meta del IV secolo dal protovescovo di Torino, san Massimo – all’avvento dell’architettura rinascimentale con il nuovo duomo, edificato dal cardinale Domenico della Rovere nel 1498, fino alle successive trasformazioni per la realizzazione della Cappella della Sindone”, a opera del grande architetto teatino Guarino Guarini e la sua destinazione a luogo di sepoltura dei Savoia e dei vescovi della città di Torino.
È sorto con un progetto architettonico unitario e definito, con il ricupero dei grandi spazi liberi nella parte inferiore del duomo, sotto il quale si sono ritrovati anche, in seguito a diverse campagne di scavo nel corso del tempo, notevoli e importanti resti e cimeli delle tre antichissime basiliche della Torino dei primordi del cristianesimo dedicate al Santissimo Salvatore, a san Giovanni Battista, patrono principale della città, e alla Vergine Maria: in sostanza del cuore cristiano della città di Torino, che alla chiesa cattolica ha dato molto – come è ben noto – anche attraverso i suoi grandi santi sociali nell’Ottocento e Novecento.
Negli spazi ricuperati sono stati raccolti capolavori di pittura, scultura, oreficeria e tessili provenienti da numerose chiese della diocesi, dove si trovavano in disuso o in pericolo di rovina, dispersione o furto. Si può ben dire che il museo sia nato per la fattiva collaborazione di tante comunità diocesane che ne hanno compreso il profondo significato non solo a livello storico e artistico, ma soprattutto sul piano religioso e catechetico. Le raccolte si articolano in diverse sezioni. La sezione battesimale è incentrata attorno al rinascimentale Fonte e alla serie dei dipinti cinquecenteschi. La sezione mariana invece ha al centro una splendida Annunciazione del grande pittore di corte Vittorio Amedeo Rapous (1729-1800): capolavoro della pittura settecentesca italiana. La sezione della “Parola” significativamente rappresentata da oggetti di uso liturgico quali il meraviglioso Leggio da altare di scuola del celeberrimo ebanista Pietro Piffetti (1701-1777). Al centro del museo è stato allestito un altare di forme tridentine arredato con oggetti e paramenti di squisita fattura tra i quali si annoverano alcuni tessili e broccati di provenienza lionese di grandissima bellezza, rarità e importanza. La quadreria del museo presenta tavole quattrocentesche e tele dal Cinquecento al Settecento: sono opere spesso inedite che testimoniano della qualità della pittura piemontese attraverso i secoli ed insieme della religiosità di tutta la diocesi torinese. A corona, seguono numerose vetrine, che contengono argenterie importanti per la storia dell’oreficeria piemontese ed italiana. Primeggia un magnifico Calice seicentesco proveniente dalla parrocchia di Osasio (Torino), ritrovato fortunosamente in una intercapedine dove era stato nascosto da un padre cappuccino al tempo della rivoluzione e dell’invasione francese in Piemonte. Di particolare significato per la storia di Torino e dalla sua religiosità, il Dossale d’argento di Paolo Antonio Paroletto, argentiere attivo Torino dal 1736: in esso è raffigurato il momento culminante del celebre miracolo eucaristico di Torino, con il vescovo supplice che accoglie nel calice l’ostia raggiante sospesa su una folla in preghiera. Completano la sezione dell’argenteria una serie di ostensori e di calici realizzati fra Seicento e Ottocento, di fattura spesso raffinatissima.
Gli oggetti esposti sono stati selezionati dalla solerzia e dall’intelligenza di don Natale Maffioli, salesiano, una sorta di Indiana Jones in abiti religiosi che ha, a suo tempo esplorato sacrestie, ripostigli di chiese e confraternite della diocesi, proteso alla ricerca e al ricupero delle testimonianze artistiche più autorevoli e significative. Sotto la direzione assidua e puntuale di don Luigi Cervellin, incaricato dei beni culturali della Diocesi. Gli oggetti scelti sono stati esposti secondo l’allestimento curato dagli architetti Maurizio e Chiara Momo.
Mancava finora, a corredo del museo, un esauriente catalogo, che ne spiegasse e ne portasse al pubblico le positive valenze. E finalmente lunedì 28 novembre 2011 uscirà anche il primo magnifico catalogo del Museo. L’opera si avvale, nella prima parte, di studi specifici curati da Giancarlo Santi, sul museo diocesano come strumento privilegiato per attuare il progetto culturale ed educativo della diocesi; da don Luigi Cervellin, sulla storia del museo stesso dal suo iniziale progetto all’allestimento; da Maurizio e Chiara Momo, sulla fabbrica inferiore del duomo di Torino e sull’allestimento museale; da Marco Aimone, sull’insula episcopalis del Salvatore; da Paolo Fiore, sulla collezione lapidaria; e infine da Luisa Clotilde Gentile, sulle testimonianze araldiche rinascimentali.
Seguono le schede scientifiche, che illustrano le opere presentate nel museo, alla redazione delle quali hanno concorso importanti studiosi con saggi e ricerche mirate: Arabella Cifani e Franco Monetti, Natale Maffioli e Luca Mana; e ancora: Lidia Martinelli ed Enzo Omegna, Lorenza Santa e Carlotta Venegoni. Per l’occasione verrà esposta anche la bella tela, splendidamente restaurata, della Presentazione di Gesù al Tempio di Vittorio Amedeo Rapous, proveniente dalla chiesa della Confraternita del Gesù di Villafranca Piemonte.
“Nella nostra società caratterizzata dal linguaggio dell’immagine – ha opportunamente sottolineato monsignor Nosiglia – il Museo diocesano svolge un ruolo importante per lo studio e la conoscenza del nostro territorio, profondamente connotato dalle radici cristiane, come pure una insostituibile funzione culturale e didattica nel processo di trasmissione degli irrinunciabili valori umani e cristiani: la bellezza, l’amore, la trascendenza. L’arte, infatti, è un prezioso antidoto alla violenza, alla sciatteria e alla volgarità, che deturpa ambienti e rapporti umani, nello stesso tempo educa al Mistero. Ammirando i capolavori di numerosi pittori, artisti e scultori si impara a vedere la realtà con occhi nuovi, che alimenta “il gusto per la bellezza e lo stupore per il mistero di Dio” (Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, 41)”. Non sono queste solo constatazioni seriali, ma si tratta di un vero impegno di miglioramento personale con la sicurezza di avere in mano un efficace strumento educativo che affonda le proprie radici nella storia delle grandi comunità cristiane del passato di Torino da cui trarre linfa sempre nuova.

(©L’Osservatore Romano 27 novembre 2011)

La fede e l’istituzione ecclesiale in Occidente. Perché la Chiesa?

Il cristianesimo al quale la maggioranza dei nostri contemporanei rimane legata, almeno nell’Occidente secolarizzato, è ormai un cristianesimo senza Dio e senza Chiesa. Davanti a tale considerazione, per quanti si sentono coinvolti in un’esperienza credente espressa anche in forma ecclesiale diventa urgente la domanda sulla finalità e la ragion d’essere della Chiesa oggi. «Se il cristianesimo è stato un fattore storico di civilizzazione, la sua pertinenza è caduca quando questa civilizzazione si trasforma, come sta avvenendo nel mondo contemporaneo?», si chiede Raymond Lemieux. Si tratta di verificare se l’esperienza cristiana sia fatta per garantire processi di civilizzazione o per partecipare all’umanizzazione del mondo. Una tappa previa importante sarà costituita dal ripensare il trittico «Chiesa-Regno-mondo». È sul versante di questa impresa che Denis Müller – procedendo da una prospettiva protestante, ma distanziandosi sia dal giuridicismo cattolico sia dall’evenemenzialismo protestante – ripercorre il formarsi dell’ecclesiologia contemporanea, restituendo un’articolazione teologica ecumenica della secondarietà e della necessità della Chiesa in rapporto al regno di Dio con un decentramento cristologico ed escatologico.

 

Regno-att. n.18, 2011, p.628

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I bambini e la violenza

Bambini meno brillanti a scuola e nello sport, se esposti a violenze: i risultati di una ricerca.

 

Hanno meno competenze scolastiche, faticano a farsi accettare dai coetanei, sono meno abili nelle attività sportive e hanno comportamenti valutati in modo non positivo da adulti e insegnanti. Sono i bambini che sono stati esposti, in maniera diretta o indiretta, a violenza familiare rispetto ai loro coetanei che non hanno mai vissuto esperienze simili.

Il profilo dei bambini esposti a violenze e figli di donne vittime di violenza è stato tracciato da un team di ricercatori provenienti dalle università di quattro diversi paesi europei: Italia, Cipro, Slovacchia e Romania. Inserita nel più ampio progetto “Daphne III programme”, finanziato dalla commissione europea, l’indagine per l’Italia è stata condotta presso l’università degli studi Roma tre presso la quale è stata presentata questa mattina dalla professoressa Sandra Chistolini, ordinario di pedagogia generale e sociale e responsabile scientifico del progetto, insieme al gruppo di ricerca.

Riguardo alle valutazioni fatte dagli insegnanti a proposito delle dimensioni di autopercezione dei bambini (competenze scolastiche, accettazione sociale, abilità sportiva, aspetto fisico, comportamento/condotta e percezione globale di benessere ce il bambino ha di sè), dall’analisi dei dati raccolti emerge che i punteggi più basi sono stati assegnati ai maschi i quali, tuttavia, hanno una più alta considerazione di sè rispetto alle femmine ma tutti, maschi e femmine, sviluppano strategie attive di difesa davanti alla violenza, sono più inclini a sentirsi esclusi dal gruppo anche se non lo desiderano e, rispetto ai bambini non esposti a violenza, tendono a considerare meno la madre come un modello ideale e sentono forte il bisogno di proteggerla.

Per l’indagine sono stati intervistati due gruppi di minori, 40 scelti a caso e 40 esposti a violenza. Il 48% rientra nella fascia d’età 0-11 anni e il 30% ha tra i 12 e i 18 anni. Il resto del campione è composto da donne adulte.




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La “Carta dei doveri dei bambini e degli adolescenti”,

Bambini e adolescenti soggetti di diritti, ma anche di doveri

 

È stata presentata presso la Regione Calabria la “Carta dei doveri dei bambini e degli adolescenti”, nata da un protocollo di intesa fra Regione, Ufficio scolastico regionale e Osservatorio sui Diritti dei Minori.

L’iniziativa, che pone la Calabria all’avanguardia in tema di tutela dei minori, evidenzia la necessità di riequilibrare diritti e doveri dei cittadini, a prescindere dall’età e senza venir meno al dovere della tutela del minore. Tuttavia, è necessario che i più giovani divengano consapevoli che non si possono rivendicare i diritti senza rispettare i doveri.

L’Assessore Regionale alla Cultura Mario Caligiuri nel presentare la Carta ha precisato che “si tratta di un’iniziativa rivoluzio­na­ria sul piano culturale, che pone l’accento sul terreno della responsabilità, non solo verso i minori, che hanno anch’essi delle responsabilità sociali, ma anche verso i genitori e gli educatori, dando priorità alla sfera dei doveri. Responsabilizzare bambini e adolescenti sui doveri verso la società significa stimolare la capacità di rivendicazione consapevole dei propri diritti e, dunque, del rispetto della legalità”.

La Carta vuole mettere in evidenza come anche per i più giovani si debba e si possa parlare di doveri come quello di studiare, e non solo rivendicare il diritto allo studio, o di corrispondere ai propri doveri nei confronti della famiglia.

La Carta dei doveri, nata in Calabria, rappresenta tuttavia un’idea che vuole porsi come un ausilio educativo fondamentale per genitori e docenti.

Fra le iniziative idonee a farla conoscere si vuole –  ha dichiarato Francesco Mercurio, direttore dell’Ufficio scolastico regionale per la Calabria – avviare un’attività di formazione del personale docente individuando le azioni concrete da mettere in atto per il raggiungimento degli obiettivi dell’iniziativa che abbiamo concordato con la Regione e l’Osservatorio sui diritti dei minori anche per introdurre un nuovo modo per educare i bambini alla legalità”.

 




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