“La teologia del Novecento”

Il libro:

Fulvio Ferrario, “La teologia del Novecento”, Carocci, Roma, 2011, pp. 304, euro 24,00.

 

È uscito quest’anno in Italia un libro sulla teologia del Novecento scritto da un teologo protestante, il valdese Fulvio Ferrario, che colpisce non solo per la rara chiarezza e ricchezza dell’esposizione e per l’efficacia narrativa, ma anche per il rilievo dato ad alcuni grandi teologi che sono, tra i non cattolici, proprio i più vicini alla visione e alla sensibilità dell’attuale papa, lui stesso teologo.

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Il primo è Oscar Cullmann (1902-1999), nato a Strasburgo, vissuto a Basilea e ospite a Roma, negli anni del Concilio Vaticano II, della stessa facoltà teologica valdese nella quale Ferrario insegna.

Ferrario lo annovera “tra i teologi protestanti più apprezzati in campo cattolico”. Pur meno famoso di un Barth, di un Bultmann, di un Bonhoeffer, Cullmann ha lasciato un’impronta forte e durevole.

È lui che ha coniato la formula – divenuta d’uso universale – del “già e non ancora” per esprimere la dialettica tra la salvezza già realizzata da Cristo e l’attesa del compimento finale.

Ed è lui, soprattutto, che ha insistito in ogni sua opera – da “Cristo e il tempo” a “La cristologia del Nuovo Testamento” – sulla continuità tra il Gesù della storia e il Cristo della fede. Cullmann era prima di tutto un grande esegeta delle Sacre Scritture, ma ha sempre coniugato la ricerca filologica e storiografica alla riflessione teologica. E “nella ricerca di questo difficile equilibrio – scrive Ferrario – egli costituisce un modello, in una stagione nella quale la difficoltà di comunicazione tra le due discipline raggiunge livelli pericolosi”.

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Un secondo grande teologo messo in primissimo piano da Ferrario è il tedesco Wolfhart Pannenberg, luterano, 83 anni.

In lui il nesso tra teologia e filosofia è strettissimo. Il Cristo crocifisso e risorto è l’evento capitale – raggiungibile anche dalla scienza storica – che consente di afferrare il senso della storia universale dell’uomo e del mondo. La rivelazione di Dio è storia; e lo smarrimento di questo orizzonte è la radice della crisi della cultura contemporanea. “È abbastanza facile notare – scrive Ferrario – le obiettive convergenze di questa impostazione con molte tesi del magistero cattolico romano”.

Non solo. Anche nella dottrina dei sacramenti e dei ministeri ordinati le riflessioni del protestante Pannenberg si avvicinano a quelle cattoliche. Ferrario sottolinea che “egli ritiene non solo possibile, ma a certe condizioni persino auspicabile, che il protestantesimo riconosca l’importanza del cosiddetto ‘ministero petrino’, cioè del papato”.

Lo stesso avviene nel campo della teologia morale:

“L’orientamento generale del pensiero di Pannenberg e la sua fiducia nelle possibilità teoriche di un’etica filosofica di derivazione aristotelica lo conducono a guardare con un marcato sospetto a molti orientamenti delle società secolarizzate in campo morale, ad esempio in materia di sessualità. In alcune occasioni egli esprime pubblicamente il proprio disaccordo nei confronti di posizioni che gli appaiono troppo ‘permissive’ delle Chiese evangeliche tedesche”.

Ma ciò non trattiene Ferrario dal concludere il profilo di Pannenberg – cioè del più “ratzingeriano” dei grandi teologi protestanti viventi – con questo altissimo apprezzamento:

“Nel contesto postmoderno, il pensiero di Pannenberg detiene un’inattualità che affascina e stimola. L’appello al rigore e alla portata universale della ragione critica, l’insistenza su una visione della fede come ‘grande narrazione’, addirittura storico-universale, costituisce una provocazione nei confronti della retorica di una teologia che vorrebbe ridursi all’autobiografia del teologo. Pannenberg ha in comune con i classici della riflessione teologica l’idea di un pensiero intrepido, che non accetta di fermarsi prima di aver incontrato la realtà di Dio. Ed è questo ardire del concetto che ne fa, al di là di ogni critica, un maestro”.

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Una terza personalità messa in forte rilievo da Ferrario nel capitolo dedicato alla teologia delle Chiese ortodosse è Ioannis Zizioulas, metropolita di Pergamo.

Zizioulas è il vescovo-teologo più autorevole del patriarcato ecumenico di Costantinopoli ed è amico di lunga data di Joseph Ratzinger. “Egli sviluppa – scrive Ferrario – l’idea della Chiesa come comunità che scaturisce dall’eucaristia. E in quanto tale essa è, non in senso teorico ma altamente realistico, corpo terreno del Risorto e partecipazione alla vita trinitaria”.

Non meraviglia, quindi, che “l’ecclesiologia eucaristica di Ioannis di Pergamo è assai utilizzata e apprezzata in ambito ecumenico. Essa è infatti molto organicamente, ed elegantemente, legata all’insieme della visione teologica e permette una comprensione della Chiesa in chiave anzitutto mistico-sacramentale, contro una deriva giuridica della quale, a volte, gli stessi cattolici romani evidenziano almeno alcuni limiti”. Una comprensione della Chiesa alla quale, riconosce Ferrario, “la mentalità protestante reagisce per contro in modo ambivalente”.

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Nella pagina finale del suo avvincente viaggio nella teologia del Novecento, Ferrario cita la lezione di Benedetto XVI a Ratisbona, con la sua rivendicazione di uno spazio pubblico per la teologia nelle moderne università del sapere.

E così conclude:

“Il nostro sguardo alla storia della teologia del Novecento dovrebbe aver mostrato che la teologia è stata ‘pubblica’ proprio quando è stata ecclesiale: quando cioè ha dato espressione intellettualmente critica al tentativo della comunità cristiana di annunciare l’evangelo nel mondo. […]

“I metodi esegetici, storici, filologici impiegati dalla teologia saranno gli stessi delle scienze religiose o delle teorie del cristianesimo che già ora l’affiancano e con le quali il pensiero ecclesiale è chiamato a dialogare serenamente.

“Ma diverso è il compito che la teologia cristiana si ostina a ritenere che le sia assegnato dal suo Signore: quello di contribuire, mediante la riflessione, al ministero della Chiesa, cioè alla predicazione della morte e della risurrezione di Gesù Cristo, nell’attesa della sua venuta”.

E con questa limpida sentenza del più autorevole teologo protestante italiano, i molti falsi teologi che oggi affollano il proscenio – per “umanizzare” Gesù invece che predicarlo vero Dio e vero uomo – sono serviti.

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L’autore è professore di dogmatica e discipline affini presso la Facoltà Valdese di Teologia di Roma e docente invitato presso l’Istituto di Studi Ecumenici S. Bernardino di Venezia. Dirige la rivista teologica della Facoltà Valdese “Protestantesimo”.

Sandro Magister

 

Il corpo è il messaggio. L’incarnazione al tempo delle cyberfilosofie

 

Il culto del corpo è l’imperativo quotidiano della nostra epoca. Solo chi si sforza di raggiungere il proprio ideale fisico può avere successo, e dunque botox, body-styling e chirurgia estetica divengono i riti che ci promettono un’eterna giovinezza.

D’altro lato, tuttavia, la dimensione corporea va contemporaneamente perdendo sempre più di significato, parallelamente allo svilupparsi delle potenzialità virtuali offerte dal cybermondo costituito da Internet, giochi di ruolo, videogiochi, nanotecnologie applicate alla medicina, che rivelano il profondo desiderio dell’uomo di superare il limite fisico e in definitiva di raggiungere l’immortalità.

Ma a ciò fa ancora resistenza il messaggio evangelico dell’incarnazione di Dio, che continua ad affrancare e a restituire dignità a ogni corpo fragile, limitato, vulnerato nella sua esistenza, e che oggi il pensiero cristiano deve riproporre in modo consapevole e attrezzato come risorsa di senso per una vita vissuta e ancorata alla realtà nell’epoca del cyber-mondo.

 

 

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Regno-att. n.20, 2011, p.707

Le tasse non sono un optional

Intervista al Card. Bagnasco

 

Il cardinale Angelo Bagnasco, 69 anni a gennaio, presidente dei vescovi italiani, è nella casa d’accoglienza vicina alle mura vaticane, che lo ospita quando si trova a Roma. Un bambino arabo di tre anni scorrazza nei corridoi. Le suore preparano il presepe. Un religioso sudamericano lavora al computer.

Eminenza, come valuta la svolta politica italiana e la nascita del governo Monti?
«Non spetta alla Chiesa formulare una valutazione politica. La crisi globale ha portato a galla alcuni elementi di inadeguatezza del sistema-Paese, che venivano da lontano e hanno contribuito a modificare il quadro politico, già segnato da non poche inquietudini. Questo governo, che a cominciare dal presidente Monti è composto da personalità della cultura e del mondo sociale ed economico, ha una finalità assolutamente prioritaria. L’auspicio è che possa realizzare quel risanamento dei conti pubblici senza del quale l’Italia rischia tutto, e grazie al quale tutto diventa possibile; e, nello stesso tempo, imprimere una spinta decisiva allo sviluppo».

Si è parlato molto dello «spirito di Todi», di un nuovo impegno dei cattolici. Il nuovo governo ne è un frutto?
«Todi è stato un momento di una presa di coscienza più generale, che ha rimarcato il contributo necessario dei cattolici alla vita sociale e politica. È significativo che ampi settori della pubblica opinione abbiano richiesto l’apporto di chi fa del “bene comune” l’asse di una buona politica, al di là di polarità che finiscono per esacerbare gli animi e suscitare contrapposizioni inutili. Da tempo Benedetto XVI ha richiamato all’impegno i cattolici italiani, sostenendo che la fede evita il disimpegno specialmente nei momenti di crisi e non accetta di essere ridotta alla pura sfera privata, senza incidere sulla costruzione della città in cui sono in gioco valori non solo economici ma più profondamente umani».

I sacrifici imposti da Monti erano necessari? O finiranno per estendere ancora di più le fasce di povertà e per aggravare le difficoltà del ceto medio?
«Una società non può vivere a lungo al di sopra delle proprie forze. A meno di introdurre forzature che però non resistono alla prova dei fatti. Non solo l’Italia, ma una certa mentalità che si è diffusa a macchia d’olio ovunque ha insistito nel “comprare oggi e pagare domani”. Si è così ribaltato un costume radicato tra la nostra gente, che faceva del risparmio, della misura e della concretezza uno stile di vita. A ciò si aggiunga la diffusa tentazione di caricare sulla generazione successiva i costi di un risanamento pure intravisto come necessario. La responsabilità tra generazioni impone di predisporre le cose perché i giovani che verranno dopo di noi trovino un mondo più vivibile. Oggi ciò che lasciamo in dote è meno di quanto abbiamo ricevuto; tenendo conto che la coesione umana e la giustizia sociale sono parte irrinunciabile di questo patrimonio».

Il Papa ha insistito molto sulla «sobrietà». C’è qualcosa che la Chiesa può fare, per partecipare anch’essa ai sacrifici?
«La sobrietà non è il frutto di una scelta imposta dall’esterno. Corrisponde a una visione dell’esistenza che privilegia i beni relazionali rispetto a quelli materiali. La Chiesa partecipa ai sacrifici della gente condividendone la vita quotidiana attraverso il reticolato più capillare che esista, quello delle parrocchie. Perfino nei centri più piccoli e sperduti il campanile rimane un riferimento di spiritualità e solidarietà. Per non parlare delle metropoli dove la presenza della comunità cristiana è l’avamposto a contatto con le mille forme della povertà vecchia e nuova. Anche a me, quando cammino nei vicoli della mia città, tra i carrugi di Genova, capita d’essere fermato da anziani malfermi, immigrati, drogati che mi stringono la mano e mi dicono: “Volevo soltanto ringraziarla”. Se la Chiesa cessasse d’improvviso la sua testimonianza di fede e di carità, tutta la società sarebbe decisamente più povera».

Come funziona oggi precisamente il sistema delle esenzioni dall’Ici? C’è qualcosa che la Chiesa è disposta a cambiare?
«La Chiesa paga l’Ici! Occorre dirlo, visto che si parte sempre dall’assunto contrario. Eventuali casi di elusione relativi a singoli enti, se provati, devono essere accertati e sanzionati con rigore: nessuna copertura è dovuta a chi si sottrae al dovere di contribuire al benessere dei cittadini attraverso il pagamento delle imposte. Le tasse non sono un optional. Detto questo, l’esenzione dall’Ici per talune categorie di enti e di attività non è un privilegio. È il riconoscimento del valore sociale dell’attività che viene esentata e – cosa non secondaria – non riguarda solo la Chiesa ma anche altre confessioni religiose e una miriade di realtà non profit. Si tratta di chiedersi – ma qui credo che il consenso sia più vasto di quel che si creda – se il mondo della solidarietà debba essere tassato al pari di quello del business. A chi fa concorrenza una mensa per i poveri piuttosto che un campetto di calcio dell’oratorio? In ogni caso, ripeto: siamo disposti a valutare la chiarezza delle formule normative vigenti, con riferimento a tutto il mondo dei soggetti e delle attività non profit oggetto dell’attuale esenzione».

Si è parlato, e lo ha fatto anche lei, di «disinformazione». Ma perché fa presa? Sta forse calando nella gente la consapevolezza di ciò che fa la Chiesa in campo sociale?
«Il momento è obiettivamente duro, in particolare per alcuni. In questo clima di esasperazione attaccare la Chiesa perché non pagherebbe l’Ici è un po’ come sparare sulla Croce Rossa. E la Chiesa è un bersaglio facile; perché non ha nulla da nascondere. In realtà, già da anni avevo lanciato l’allarme dell’aumento dei pacchi-viveri da parte delle Caritas diocesane, quando un po’ dappertutto si asseriva che la crisi non avrebbe riguardato il nostro Paese. Al contrario chi opera in campo sociale e assistenziale se n’era accorto, per la pressione sulle parrocchie di persone insospettabili e di ceti sociali un tempo garantiti. La gente che trova aiuto e spesso generi di prima necessità lo sa bene. Ma non basta evidentemente a cambiare l’agenda dell’informazione diffusa. Mi chiedo se sia solo questione di ignoranza. O anche di malafede».

Non pensa che la Chiesa abbia sbagliato qualcosa?
«Penso che dovremmo superare quel pudore che impedisce di parlare di quanto si fa generosamente, spesso in silenzio e tra enormi problemi. Credo pure che la trasparenza sia la strada da privilegiare in qualsiasi attività di una realtà ecclesiale. Così si attiva meglio la consapevolezza di chi non ha pregiudizi, la corresponsabilità sociale e insieme il controllo».
Non teme che il gettito dell’8 per mille possa diminuire?
«Se c’è una campagna verità, farà bene a tutti. Certo, a forza di calunniare, qualcosa resta. Ho letto e sentito dire in tv che la Chiesa riceve un miliardo di euro e spende 350 milioni per gli stipendi; “il resto è la cresta dei vescovi”. Ora, voi sapete qual è lo stipendio di un vescovo?»

Ce lo dica lei.
«Nella Chiesa abbiamo tre fasce di retribuzione. Lo stipendio di un giovane sacerdote è di circa 800 euro. Quello di un parroco intorno a mille. Quello di un vescovo sui 1.300. Lascio a voi il raffronto con le sperequazioni di altre strutture gerarchiche. Il punto è un altro. I restanti 650 milioni sono spesi per la Caritas, per i beni culturali, per il Terzo Mondo. Una quota è riservata alle vittime di calamità nazionali e internazionali; ad esempio abbiamo speso un milione per gli alluvionati in Liguria. Ed è tutto pubblicato su Internet. Tutto trasparente».

Ora che una fase si è chiusa, forse si può fare una riflessione storica: la Chiesa italiana ha concesso un credito troppo grande, e troppo a lungo, a Berlusconi?
«La Chiesa non sposa questo o quel governo. Con ogni governo però coltiva rapporti di collaborazione all’insegna del bene comune. Confondere la necessaria collaborazione istituzionale con altre forme di vicinanza strategica è fuorviante. Altro è poi quello che singoli cattolici fanno all’interno della loro personale posizione partitica».
Nel campo opposto, a sinistra, c’è spazio per i cattolici? C’è attenzione alle loro esigenze?
«Lo spazio per i cattolici non dovrebbe trovare pregiudiziali rispetto alla questione decisiva dell’etica della vita, come per la libertà scolastica. È questo un valore, sancito dalla Costituzione che prevede l’istruzione come un diritto da garantire a tutti, senza darne l’esclusiva allo Stato. Crescere nella libertà di scelta è aiutare la crescita della democrazia nel nostro Paese, ancora attraversato da residui pregiudiziali ormai superati dalla storia e dall’Europa».

Sì, ma questo spazio per i cattolici c’è nel Pd?
«Noi enunciamo il criterio. Circa i valori irrinunciabili in linea di principio e di fatto. Se c’è lo spazio in concreto, bisogna chiederlo agli esponenti del Pd».
Il ritorno del centro può far pensare a un ritorno anche dell’unità politica dei cattolici?
«L’unità politica dei cattolici non si costruisce necessariamente tramite un partito. Anche se la storia non l’ha escluso. Domani, si vedrà. Ma l’unità si costruisce a partire da un plesso di valori che ha nella vita – dal concepimento alla conclusione naturale -, nella famiglia e nella libertà religiosa il suo riferimento necessario. L’etica della vita è il presupposto dell’etica sociale che garantisce il bene comune, fatto anche di lavoro, casa, integrazione».

Aldo Cazzullo
Gian Guido Vecchi

17 dicembre 2011 | 12:27

Una suora detective in stile Don Matteo

Nell’ultima puntata di Don Matteo 8, andata in onda giovedì scorso, l’abbiamo vista incrociare il sacerdote sfrecciando sul suo furgoncino blu. Adesso suor Angela, al secolo Elena Sofia Ricci, arriva su Raiuno il giovedì in prima serata (da domani) proprio al posto del prete-investigatore campione di ascolti, in Che Dio ci aiuti, la nuova serie giallo-rosa targata Lux Vide, diretta da Francesco Vicario e interpretata, oltre che dalla Ricci, anche da Massimo Poggio, Serena Rossi, Francesca Chillemi, Miriam Dalmazio, Marco Messeri e Valeria Fabrizi. Sedici gli episodi previsti, per otto prime serate, ambientate a Modena, la città in cui suor Angela vive, nel Convento degli Angeli Custodi, trasformato dalla religiosa, per motivi economici, in un convitto universitario con tanto di bar “L’angolo Divino”. La vita di suor Angela, con un passato non proprio cristallino con il quale sta ancora facendo i conti, si incrocia sin da subito con quella di Marco Ferrari, brillante ispettore di polizia (anche lui con un passato che finirà per venire a galla), e, soprattutto, con le sue indagini.

Elena Sofia Ricci racconta: «Il ruolo della suora mi è sembrato subito una bella sfida. E mi ha offerto anche l’occasione per scoprire qualcosa in più, di ritrovare un po’ quella parte spirituale che c’è in ognuno di noi e che tutti dovremmo ritrovare soprattutto in periodi come questo. In Che Dio ci aiuti ho provato a fare la suora che avrei voluto incontrare nella vita: un po’ don Matteo e un po’ don Camillo e anche un po’ Sister Act». Per prepararsi, l’attrice ha passato due giorni in un convento di clausura: «È stata un’esperienza incredibile.

Le suore mi hanno letteralmente sommersa di un amore che non è di questo mondo. Mi ero sempre chiesta come potesse essere la vita delle suore dietro quelle grate e Che Dio ci aiuti mi ha dato la possibilità di vederla da vicino anche se non nascondo che, all’inizio, è stato un po’ impressionante sentire il rumore delle chiavi che chiudevano i cancelli alle mie spalle». Entusiasta anche Massimo Poggio per il quale, «pur interpretando io il ruolo del poliziotto, questa non è una serie poliziesca ma pone l’aspetto soprattutto sul lato umano. Ogni personaggio, all’inizio, ha qualcosa in sospeso che si chiarisce strada facendo».

A chi ipotizza suor Angela come una sorta di don Matteo in gonnella, risponde il regista: «La differenza principale tra i due è che don Matteo è pieno di certezze, è più istituzionale. Suor Angela, invece, è una che ci prova ma che ha sempre la sensazione di non farcela».

Poi, aggiunge: «Questa serie insegna a fermarsi e a ragionare, a dare agli altri una seconda possibilità, a vedere come ci si può capire e volere bene». Matilde Bernabei, che col fratello Luca ha prodotto (in coproduzione con Rai Fiction) Che Dio ci aiuti, conferma: «Questa è una di quelle storie che possono aiutarci a vivere la vita di tutti i giorni, guardando gli altri con un occhio diverso». Il direttore di Rai Fiction Fabrizio Del Noce (proprio nel giorno in cui i produttori tv hanno protestato in Vigilanza Rai per i tagli agli investimenti nelle fiction) non nasconde l’entusiasmo, anche alla luce dell’ottimo risultato di ascolto ottenuto lunedì scorso dalla replica di Preferisco il Paradiso, la storia di san Filippo Neri, sempre prodotta dalla Lux Vide: «Che Dio ci aiuti è una scommessa importante e ci sono fondate ragioni per pensare che proseguirà, il giovedì sera, sulla scia del successo di Don Matteo».

Avvenire  17 12 2011

Lo sviluppo umano ha bisogno di cristiani

“Lo sviluppo umano ha bisogno di cristiani”: questo il titolo, modulato dal magistero di Benedetto XVI, della Giornata di riflessione sulla formazione socio-politica, promossa da Retinopera a Roma, presso la Pontificia Università Gregoriana, sabato 17 dicembre.
I lavori sono stati aperti dal Card. Angelo Bagnasco. Nella sua relazione, il Presidente della Cei ha esortato a tenere vivo il concetto vero di coscienza, a formarla, educandosi a scegliere sempre il bene concreto e ad esercitarla nel discernimento ecclesiale.
Rispondendo ai giornalisti, ha chiarito che “la Chiesa paga l’Ici! Eventuali casi di elusione relativi a singoli enti, se provati, devono essere accertati e sanzionati con rigore: nessuna copertura è dovuta a chi si sottrae al dovere di contribuire al benessere dei cittadini attraverso il pagamento delle imposte. Le tasse non sono un optional”.
Il Cardinale ha anche spiegato che “l’esenzione dall’Ici per talune categorie di enti e di attività non è un privilegio, ma è il riconoscimento del valore sociale dell’attività che viene esentata”; esenzione – ha ricordato – che “non riguarda solo la Chiesa ma anche altre confessioni religiose e una miriade di realtà non profit”.
Infine, ha ribadito la disponibilità della Chiesa che vive in Italia a “valutare la chiarezza delle formule normative vigenti, con riferimento a tutto il mondo dei soggetti e delle attività non profit oggetto dell’attuale esenzione”.

file attached Retinopera.doc

La scuola italiana nell’annuario Istat

 

Annuario Istat, gli studenti in Italia aumentano, ma non alle superiori

 

Sono 8.968.063 gli studenti iscritti all’anno scolastico 2009/2010, circa 15.000 in più rispetto a quello precedente. Il tasso di scolarità si attesta ormai da qualche anno intorno al cento per cento per la scuola primaria e secondaria di primo grado, mentre subisce una modesta flessione per la secondaria di secondo grado, dal 92,7% del 2008/2009 al 92,3% del 2009/2010. Lo si legge nell’Annuario 2011 dell’Istat.

L’aumento della scolarizzazione ha prodotto, nel corso degli anni, un costante innalzamento del livello di istruzione della popolazione italiana: la quota di persone con qualifica o diploma di scuola secondaria superiore si attesta al 33,9%, mentre l’11,1% possiede un titolo di studio universitario. La selezione scolastica è più forte nelle scuole superiori dove, nel passaggio dal primo al secondo anno, la percentuale di alunni respinti è pari al 20,3%. Gli esami di terza media sono invece superati dalla quasi totalità degli studenti (99,5%), ma uno studente su tre non ottiene più della sufficienza nella votazione finale.

Quanto all’Università, i giovani iscritti per la prima volta all’università nell’anno accademico 2009/2010 sono circa 295.000, circa 1.200 in meno rispetto all’anno precedente (-0,4%), a conferma della flessione delle immatricolazioni iniziata nel 2004/2005 che ha riportato il numero delle nuove iscrizioni a un livello prossimo a quello rilevato alla fine degli anni Novanta.

La diminuzione riguarda i corsi di laurea del vecchio ordinamento (-25,9%) e quelli di durata triennale (-1,3%), mentre i corsi di laurea specialistica/magistrale a ciclo unico registrano un incremento del 6,5%. Nel complesso, la popolazione universitaria è composta da 1.799.395 studenti – valore sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente – con una mobilità territoriale piuttosto elevata.

La partecipazione agli studi universitari risulta particolarmente alta in Molise, Abruzzo, Basilicata: in queste regioni più di un residente di 19-25 anni su due è iscritto a un corso accademico. Le donne sono più propense degli uomini a proseguire gli studi oltre la scuola secondaria – le diplomate che si iscrivono a un corso universitario sono circa 68 su 100, i diplomati 58 – ma anche a portare a termine il percorso accademico: le laureate sono circa 22 ogni 100 venticinquenni contro i 15 laureati ogni 100 maschi della stessa età.






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IV Domenica di Avvento (Anno B)

IV DOMENICA DI AVVENTO

Lectio – Anno B

Prima lettura:

 

Il re Davide, quando si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato riposo da tutti i suoi nemici all’intorno, disse al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda». Natan rispose al re: «Va’, fa’ quanto hai in cuor tuo, perché il Signore è con te».  Ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore: «Va’ e di’ al mio servo Davide: “Così dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti ho preso dal pascolo, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi capo del mio popolo Israele. Sono stato con te dovunque sei andato, ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo per Israele, mio popolo, e ve lo pianterò perché vi abiti e non tremi più e i malfattori non lo opprimano come in passato e come dal giorno in cui avevo stabilito dei giudici sul mio popolo Israele. Ti darò riposo da tutti i tuoi nemici. Il Signore ti annuncia che farà a te una casa. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me, il tuo trono sarà reso stabile per sempre”».

v Il testo di 2 Sam 7,12-14 è il perno del messianismo dinastico. Quando Israele ha un regno e un re, i profeti ne prendono atto per dare una raffigurazione o configurazione concreta all’idea della salvezza, cioè alle vaghe «promesse» che Abramo ha portato con sé partendo da Ur (cf. Gn 12,3).

La sensibilità religiosa di David esplode dopo la costruzione della sua reggia. Allora gli pare sconveniente che l’arca del Signore sia ancora custodita «sotto i teli di una tenda». Anche il profeta Natan sembra in un primo tempo confermarlo nel proposito di costruire un tempio a JHWH, ma nella notte l’uomo di Dio riceve un messaggio diverso. La casa per JHWH non è urgente mentre è del tutto opportuno pensare e provvedere al consolidamento della «casa», ossia della dinastia davidica da poco affermatasi.

Dio ha scelto David; da umile pastorello l’ha costituito capo del suo popolo; l’ha accompagnato persino nelle sue guerre, ha combattuto per lui assicurandogli la vittoria sui nemici. Il discorso è arduo ad accettarsi ma le parole non vogliono dire altro che Dio ha avuto una particolare attenzione alla persona di David per dei compiti riservati a un suo lontano discendente. Non è la persona del re l’oggetto delle preoccupazioni e predilezioni divine ma la sua dinastia, la «casa». Il patto stretto alle pendici del Sinai con l’intera nazione trova una sua speciale attuazione con la famiglia di David, alla quale Dio assicurerà una durata eterna (v. 16). È una promessa, una profezia che passa attraverso la dinastia davidica, ma ne trascende i componenti.

Il titolo «figlio di David» diventerà sinonimo di re escatologico, di messia, di liberatore e restauratore delle sorti del popolo di Dio. La dinastia scomparirà con l’esilio e il popolo continuerà ad attendere il «figlio di David». Anche Gesù ne sentirà parlare e ne parlerà ma si tratta di un attributo messianico tradizionale più che di un collegamento storico-dinastico con l’antico casato regale. Gesù dimostra che può essere «figlio di David» anche uno che originariamente è il «figlio del falegname».

 

Seconda lettura:

Fratelli, a colui che ha il potere di confermarvi nel mio vangelo, che annuncia Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni, ma ora manifestato mediante le scritture dei Profeti, per ordine dell’eterno Dio, annunciato a tutte le genti perché giungano all’obbedienza della fede, a Dio, che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli. Amen.

 

v La Lettera ai romani ha due «conclusioni»: 11,33-36 e il presente brano. Nel primo caso Paolo esce in un inno di ringraziamento alla imperscrutabile sapienza divina per avere appunto intrecciato sia la missione che la defezione d’Israele con la conversione e salvezza dei gentili.

Ora con un nuovo inno ricapitola le tappe del disegno di Dio, il «mistero». Esso è rimasto nascosto «per secoli eterni» nella sua mente; è stato poi fatto trapelare da lui stesso attraverso i profeti, quindi le Scritture, e «ora» ne ha fatto la piena manifestazione in virtù dell’annunzio [kerygma] di Gesù Cristo di cui Paolo è il banditore (l’evangelista).

Cosicché anche i romani come tutti i gentili che sembravano esclusi dal piano della salvezza, almeno secondo un’ottica o una lettura accreditata presso le scuole giudaiche, vi fanno invece parte.

Il messaggio centrale del Vangelo è che Dio, secondo l’esperienza che ne ha fatto Gesù, è eguale con tutti i popoli, come con tutti gli uomini. Essi sono egualmente suoi figli, sia i discendenti di Abramo che di Israele, i giudei e i samaritani. È la buona notizia, il vangelo che egli comunicava ai suoi seguaci e agli uomini della sua generazione, ma i più non l’hanno capito e si sono ribellati alle sue aperture e l’hanno condannato. Ma altri l’hanno compreso e fatto proprio e tra questi ama annoverarsi Paolo, chiamato l’apostolo dei gentili, scelto particolarmente da Dio a questo scopo.

Paolo sa di ripetere una testimonianza, un’esperienza che proviene da Gesù Cristo, ma osa dire che è il suo vangelo, il messaggio di consolazione che ora trasmette ai romani come ha già fatto ai gentili dell’Asia e della Grecia. «Suo» perché ormai è la sua prima, quasi ossessiva preoccupazione. «Guai a me se non evangelizzo», dirà anche in questo senso ai corinti (1Cor9,16).

Tutto è partito da Dio e tutto a lui deve far ritorno, cioè a lui deve ridondare la gloria che proviene dall’attuazione di questo spettacolare disegno di ampiezze universali, meglio, indefinite, perché va oltre il tempo e oltre lo spazio. L’autore non può non chiudere quest’evocazione con un invito alla lode a colui che è all’origine del disegno e ne è stato l’esecutore. Almeno coloro che ne sono i beneficiari si ricordino di rivolgere uno sguardo riverente e grato a colui che li ha tanto amati.

 

Vangelo:

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».

A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».

Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».  Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

 

Il Vangelko in immagini

AVVENTO IV AVVENTO ANNO B

 

Esegesi

 

Luca apre il suo «racconto» dell’infanzia di Gesù con due quadri messi a fianco e a confronto in modo che al lettore o all’osservatore sia più facile rilevare le somiglianze e le differenze dei rispettivi protagonisti dell’uno e dell’altro dipinto. È il «dittico degli annunzi», a un sacerdote di Gerusalemme (1,5-25) e a una vergine di Nazaret (1,26-38). Il primo riguarda la concezione e nascita del precursore messianico, il secondo il messia stesso.

La «notizia» che l’evangelista deve comunicare è al di fuori di qualsiasi verifica, anzi al di sopra della stessa comune logica. Deve perciò essere messa bene in chiaro la fonte da cui proviene. L’«annunzio» pertanto appare un’esperienza straordinaria, ma è soprattutto un modulo, si potrebbe dire un genere letterario. Quello che l’evangelista sta per segnalare o proporre non proviene dalle riflessioni o dalla fantasia di qualche eminente pensatore (non è un dato filosofico o teologico) ma giunge direttamente da Dio. È una sua comunicazione, un messaggio che gli ha fatto pervenire tramite i suoi particolari fiduciari (i profeti).

L’«angelo» è per sua definizione un «messo» del Signore, potrebbe essere anche una sua visibilizzazione. In tutti i modi sta sempre a indicare la provenienza delle informazioni riferite e insieme ne ricorda il garante. Chi legge non può avere dubbi non tanto sulla realtà dell’apparizione, quanto sul messaggio trasmesso.

I contorni della raffigurazione sono anch’essi più funzionali che episodici; segnalano il teatro degli «avvenimenti», le condizioni dei protagonisti; in realtà mirano a far conoscere la trama e i presupposti della salvezza.

Maria, a differenza di Zaccaria, di stirpe sacerdotale, è una sconosciuta fanciulla di Nazaret, un oscuro villaggio della semipagana Galilea. Una contrada da cui nessuno s’aspettava che potesse uscire qualcosa di buono (Gv 1,46). Il suo unico prestigio è che è «vergine». Il termine sta indicare la sua giovane età, ma come apparirà nel resto del dialogo, indica anche una sua particolare scelta di vita. Anche il comportamento dell’angelo, ben diverso da quello assunto con Zaccaria, è ordinato a mettere in rilievo la dignità di Maria. A lei l’angelo è inviato e verso di lei è ossequioso, accondiscendente, mentre con il suo precedente interlocutore era stato categorico e imperioso.

L’«annunzio» è uno schema didattico, ma insieme anche una «scena». I personaggi sono in movimento, parlano tra di loro, si scambiano messaggi. Le prime parole dell’angelo sono misteriose: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te» (1,28). L’originale greco chaire può esser tradotto con un comune «salve», «ave» (shalom), ma potrebbe anche equivalere a «esulta», «rallegrati». In quest’ultima supposizione il messo celeste non farebbe che ripetere l’invito che i profeti rivolgevano alla figlia di Sion a prepararsi alla venuta di JHWH in mezzo al suo popolo. «Esulta, rallegrati, ecco JHWH è in mezzo a te valoroso salvatore» (cf. Sof 3,14-15; Gioe 2.21 -22; Zc 2,14; 9,9). Se un analogo invito è rivolto a Maria vuol dire che in lei, attraverso qualche sua singolare prestazione, si realizzeranno le previsioni profetiche. In lei si raccoglie simbolicamente il migliore Israele erede delle promesse di Dio al suo popolo. Se ciò è vero vuol dire che le antiche promesse stanno per avere la loro attuazione.

La «pienezza di grazia» che l’angelo scopre in Maria indica la sua interiore santità, ma più probabilmente la missione che lei è chiamata a svolgere. «Hai trovato grazia», le viene ripetuto poco dopo (1,30) quasi a conferma e vien fatta un’allusione alla sua maternità. A tale scopo, per portare cioè a compimento un compito così grande. Dio stesso sarà con lei, come altre volte in passato si era trovata a fianco dei vari protagonisti della storia della salvezza. «Io sarò con te» è ormai la frase di prammatica nella tradizione profetica. Dio non lascia i suoi inviati allo sbaraglio, ma li assiste con tutti i suoi favori.

Le parole dell’angelo lasciano intuire un incarico, un’incombenza nel piano di Dio, ma non quale essa sia; per questo Maria invece di esultare rimane meditabonda. Dentro di sé si domanda che cosa potesse significare un tale saluto. L’angelo è in grado di comprendere le sue difficoltà senza che lei le manifesti e cerca di dissiparle prima che lei risponda. Ella pertanto darà alla luce un figlio che sarà egualmente «figlio dell’Altissimo», «re d’Israele», «Cristo», unto, cioè consacrato al Signore. In altre parole lei, l’anonima giovane nazaretana, conseguirà la maternità più ambita da tutte le donne d’Israele.

Un messaggio del genere è sempre fonte di gioia, ma non sembra ne sia inondato l’animo di Maria. Ella non ha nulla contro la proposta angelica, ma la trova irrealizzabile nella sua persona. La frase «non conosco uomo» nonostante che l’autore abbia sopra detto che «era promessa sposa di un uomo» (1,27), sta a indicare che ella si trova in uno stato in cui le è precluso ogni rapporto maritale. Non solo non conosce un determinato uomo, ma alcun uomo, né ora, né in un immediato futuro. Solo in quest’ipotesi le sue parole hanno un senso. Nella sua vita avrà a fianco uno sposo, ma nessun marito. Da qui la richiesta all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?».

Le vie di Dio sono sempre senza numero, hanno ripetuto di sovente i profeti; è quanto riaffermerà tra breve l’angelo (1,37) ora invece fa appello alla sua «potenza» e alla «virtù del suo Spirito». Esse sono in grado di far sbocciare un nuovo germoglio di vita nel seno di una vergine senza alcun concorso umano. La spiegazione di Lc 1,34 («Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?») è Lc 1,35 («Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra»).

L’obiezione di Maria può dirsi risolta. Ella sarà madre nonostante la sua scelta verginale e il figlio che nascerà da lei sarà «santo» come chi è nato da Dio; sarà addirittura «figlio di Dio» riflettendo in tutto i suoi comportamenti di carità e di amore fino a perdonare gli stessi crocifissori, un grado di perfezione che solo Dio sa avere (cf. Mt 5,48).

Qualcosa di analogo si era verificato nell’anziana parente Elisabetta. Colei che era sterile era diventata miracolosamente madre; Maria che è vergine, una cosa ben diversa ma molto affine alla sterilità, sarà ciononostante madre. Un evento illustra l’altro; anche se non lo spiega lo rende più facilmente accettabile.

Maria si trova nella piena possibilità di accettare coscientemente e liberamente la grande proposta; e il suo assenso è immediato, pieno, gioioso. Non è rassegnazione, accettazione supina, ma decisa, generosa. Il verbo «avvenga per me», in greco, è un ottativo; esprime un desiderio, una precisa volontà, un auspicio. E il nome che ella si attribuisce «la serva del Signore» conferma questo suo stato d’animo e questa sua disposizione. Ella è lieta, quasi ansiosa di compiere la volontà del Signore che l’ha chiamata a un compito così alto nell’attuazione dei suoi disegni.

L’«annunciazione» ossia il testo di Lc 1,26-38 oltre un «annunzio di nascita (della nascita del messia) è anche un «racconto di vocazione», della chiamata cioè di Maria alle sue prestazioni materne nell’opera della salvezza.

 

Meditazione


Lo sguardo pieno di speranza che ha nutrito la paziente attesa di Israele, e di ogni uomo, intravede all’orizzonte il compimento della promessa; Dio, canterà Maria nel suo inno di lode, «ha soccorso Israele suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza per sempre» (Lc 1,54-55). Le letture di questa quarta domenica di Avvento, che ormai ci avvicina al mistero del Natale, ruotano attorno al compimento della promessa di un Dio che entra definitivamente nella storia dell’umanità accogliendo il volto stesso dell’uomo (è il mistero della Incarnazione): Dio si rivela come l’Emmanuele, come il Dio che, nella fedeltà, continua a camminare assieme al suo popolo, ma in modo oramai totalmente nuovo e definitivo poiché «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14, versetto che risuonerà in tutto il tempo natalizio).

Nella prima lettura, tratta dal secondo libro di Samuele, la promessa a Davide di una discendenza e di un trono che dureranno per sempre trova misteriosamente il suo compimento in una umile casa della Galilea: a una giovane donna, Maria, viene annunciata la nascita di un bambino al quale «il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1,32-33). Ma come già il profeta Natan aveva preannunciato a Davide, Dio compie le sue promesse in modo paradossale e inaudito. Alla pretesa ingenua di Davide di costruire una «casa» a Dio, il Signore risponde con un dono inatteso: la sola «casa» veramente degna del Dio infinito, non costruita da mani d’uomo, è Gesù, la cui carne viene misteriosamente intessuta nel seno di Maria. In Gesù Dio ormai dimora con l’uomo e ogni uomo può trovare in Lui la sua propria casa.

Ciò che i profeti avevano annunciato e ciò che Dio stesso aveva anticipato con molti segni nella storia di Israele, è come misteriosamente sintetizzato nel racconto della annunciazione: ve-ramente «il mistero avvolto nel silenzio per secoli eterni» ora è manifestato (cfr. Rm 16,25). L’evangelista Luca, l’unico che ci riporta il racconto della annunciazione della nascita di Gesù ci offre una narrazione coinvolgente ed essenziale allo stesso tempo, capace di condurci alla soglia del mistero che continuamente si affaccia in tutto il racconto e lo avvolge; di esso ci fa percepire contemporaneamente la vicinanza (soprattutto attraverso il dinamismo delle reazioni di Maria alle parole dell’angelo) e l’insondabile profondità (nelle continue aperture verso l’infinito di Dio, soprattutto attraverso le parole dell’angelo). Nel racconto si intrecciano continuamente parole e testi della Scrittura, formando così un complesso sottofondo biblico che orienta alla comprensione di ciò che sta avvenendo, senza d’altra parte esaurirlo. E questo radicarsi nell’Antico Testamento offre al racconto della annunciazione una tonalità del tutto particolare; ciò che sta accadendo ora è in continuità con gli eventi del passato, indice della fedeltà salvifica di un Dio che non viene meno alla sua promessa, ma una continuità nel contempo trascesa a motivo della inaudita novità. Data la ricchezza degli spunti che questo testo offre, ci soffermiamo solo su due temi.

Anzitutto la gratuità di Dio. Uno sconosciuto villano della Gallica e un contesto quotidiano fatto di gioie (una coppia di fidanzati, il desiderio di costruire una famiglia) e di povertà. Ecco ciò che attrae lo sguardo di Dio. È forte il contrasto con l’annuncio della nascita del Battista, nel quadro solenne del tempio. L’iniziativa di Dio appare in tutta la sua gratuità, come qualcosa di inatteso e che capovolge i criteri umani, fino a raggiungere l’umanamente assurdo: una vergine che non conosce uomo potrà concepire un figlio. Veramente «nulla è impossibile a Dio» (v. 37). Ma questa gratuità si rivela soprattutto nel saluto dell’angelo Gabriele a Maria: «Rallegrati piena di grazia, il Signore e con te» (v. 20). In queste parole è racchiuso il mistero che abita Maria, diventando il sottofondo trasparente in cui si riflette l’amore di Dio per l’uomo. In questo saluto è impressa, quasi come un sigillo, la vocazione di Maria, il suo nome segreto che solo Dio conosce. Nel cammino di Maria è racchiusa la gioia (in greco charà) di ogni promessa di Dio che troverà compimento nella lieta notizia che è Gesù di Nazaret; nel cammino di Maria si riflette tutta la benevolenza di Dio, la sua grazia (in greco charis) che trasforma radicalmente la povera ragazza di Nazaret rendendola degna dello sguardo di Dio; e, infine, nel corpo stesso di Maria, la gioia e la grazia prendono un volto, quello dell’Emmanuele, quello del Signore che abita in mezzo al suo popolo.

Alla gratuità di Dio, fa eco l’ascolto di Maria. L’inaudita parola di Dio pronunciata dall’angelo attraversa l’umanità di questa donna, provocando diverse reazioni: in Maria inizia un dialogo interiore, un cammino di riflessione per capire il senso di ciò che ha udito. È un tratto tipico del modo di reagire di Maria e che Luca sottolinea altre volte: «Maria custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Questa reazione attiva di Maria (ben lungi dalla paura di Zaccaria che rende muto l’uomo) permette di porre domande alla Parola e, di conseguenza, aprire un nuovo orizzonte, uno spazio di novità, un salto di qualità nella propria fede. E, d’altra parte, fede e ascolto sono il terreno in cui matura la risposta di Maria alle parola dell’angelo: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (v. 38). Con il suo alla Parola, Maria aderisce alla verità più profonda del suo essere: si sente nient’altro che «schiava» e come tale si presenta, libera e senza pretese, davanti al suo Signore. Solo in un cuore e in un corpo così disponibili la Parola può incarnarsi. È questa la vera beatitudine del credente: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Lc 1, 45).

 

Preghiere e racconti

 

Il Rabbi Mendel

Un giorno in cui riceveva degli ospiti eruditi, Rabbi Mendel di Kozk li stupì chiedendo loro a bruciapelo: “Dove abita Dio?”. Quelli risero di lui: “Ma che vi prende? Il mondo non è forse pieno della sua gloria?”. Ma il Rabbi diede lui stesso la risposta alla domanda: “Dio abita dove lo si lascia entrare”.

(tratto da Il cammino dell’uomo di Martin Buber).

 

Dove abita Dio?

Dove abita Dio? E la domanda che guida la nostra riflessione, infatti la parola «casa» ricorre ben 14 volte in 2Sam 7, di cui leggiamo solo alcuni versetti nell’odierna liturgia della Parola. Il re Davide considera un atto di giustizia la preoccupazione di dare a Dio una casa stabile, al posto della tenda che ospita l’Arca, il segno visibile della sua alleanza con l’uomo.

L’ingenuità di Davide non sta solo nel presumere una sorta di uguaglianza tra lui e Dio, simbolizzata dalla tipologia dell’abitazione, ma sta soprattutto nel non cogliere la portata del termine stesso: «casa» non è solo una costruzione di cedro (7,2), ma è la discendenza, la stabilità del regno, la paternità, il «trono reso stabile per sempre» (7,16). Tutte queste cose superano la buona volontà di Davide e sono frutto di una elezione divina cui l’uomo può solo aderire o rifiutare.

È Dio a scegliere la dimora adatta a manifestare la sua presenza, nell’attesa della «nuova Gerusalemme» che scende dal cielo, la definitiva «dimora di Dio con gli uomini» (Ap 21,2-3). Maria, la vergine di Nazaret, prefigura sulla terra questa dimora celeste: su di lei soffia lo spirito creatore (Gen 1), su di lei si stenderà come ombra la potenza dell’Altissimo. Maria sarà la casa di Gesù, del Figlio di Dio, del Dio-con-noi.

Dove abita l’uomo là abita Dio. La casa che il Signore sceglie per rivelarsi è l’uomo. Ogni singola vicenda umana diviene luogo di redenzione e di estrema vicinanza dell’Emmanuele, del Dio-con-noi. Né un luogo fisico costruito da mani d’uomo, ne alcun atto di giustizia umana potranno circoscrivere lo spazio del nostro Dio. Egli è libero e spazia di generazione in generazione, tessendo con sempre nuova fantasia i luoghi della sua sempre rinnovata manifestazione.

Le nostre case: luogo della dimora del Signore. «Casa» è anche la nostra dimora, l’abitazione che comunemente ci raccoglie e protegge, il luogo degli affetti più sinceri, dei sacrifici e delle gioie condivise. «Casa» è la storia di ogni singola famiglia. La preghiera di oggi sia anche un’invocazione perché le nostre case siano luoghi in cui il Signore abiti stabilmente. La sua fedeltà rende ogni casa dell’uomo luogo di santità.

Nel nostro cuore egli trova le sue delizie. Come Maria, il discepolo di Gesù lascia che l’Altissimo prenda stabilmente dimora in lui. Domanda che lo Spirito Santo operi in lui il prodigio della nuova creazione e che nel suo cuore, per sempre rinnovato e affidato al Padre, il Figlio dell’uomo riposi e trovi le sue consolazioni.

 

Racconto

La Madonnina stava sola sola,

nascosta come una umile viola,

presso ad un cancello appena chiuso.

Filava con la mano il bianco fuso.

Sua madre, S.Anna, era lontana.

Si era fermata presso una fontana.

Quando un angelo bello del Signore

entrò pian piano senza far rumore.

Alla Madonna le riscosse il cuore.

L’angelo le disse: “Non aver timore”,

Madre di un bel Bambino tu sarai,

quel Bambino Gesù lo chiamerai.

In te verrà lo Spirito di Dio.

Maria, Gabriele Arcangelo sono io.

Allora la Madonna chinò la testa

e l’angelo fece grande festa.

 

Maria, donna gestante

«Rimase con lei circa tre mesi. Poi tornò a casa sua».

Il vangelo stavolta non dice se vi tornò «in fretta», come fu per il viaggio di andata. Ma c’è da supporlo. Da Nazaret era quasi scappata di corsa, senza salutare nessuno. Quell’incredibile chiamata di Dio l’aveva sconvolta. Era come se, improvvisamente, all’interno della sua casetta si fosse spalancato un cratere e lei vi camminasse sul ciglio in preda alle vertigini. E allora, per non precipitare nell’abisso, si era aggrappata alla montagna.

Ma ora bisognava tornare. Quei tre mesi di altura le erano bastati per placare i tumulti interiori. Vicino a Elisabetta aveva portato a compimento il noviziato di una gestazione di cui cominciava lentamente a dipanare il segreto. Ora bisognava scendere in pianura e affrontare i problemi terra terra a cui va incontro ogni donna in attesa. Con qualche complicazione in più. Come dirglielo a Giuseppe? E alle compagne con cui aveva condiviso fino a poco tempo prima i suoi sogni di ragazza innamorata, come avrebbe spiegato il mistero che le era scoppiato nel grembo? Che avrebbero detto in paese?

Sì, anche a Nazaret voleva giungere in fretta. Perciò accelerava l’andatura, quasi danzando sui sassi. Oltretutto, su quei sentieri di campagna, vi si sentiva sospinta come dal vento, di cui, però, le foglie degli ulivi e i pampini delle viti non lasciavano percepire la brezza, nell’immota calura dell’estate di Palestina.

Per placare il batticuore, che pure tre mesi prima non aveva provato in salita, si sedette sull’erba.

Solo allora si accorse che il ventre le si era curvato come una vela. E capì per la prima volta che quella vela non si issava sul suo fragile scafo di donna, ma sulla grande nave del mondo per condurla verso spiagge lontane. Non fece in tempo a rientrare in casa, che Giuseppe, senza chiederle neppure che rendesse più esaurienti le spiegazioni fornitegli dall’angelo, se la portò subito con se. Ed era contento di starle vicino. Ne spiava i bisogni. Ne capiva le ansie. Ne interpretava le improvvise stanchezze. Ne assecondava i preparativi per un natale che ormai doveva tardare.

Una notte, lei gli disse: «Senti, Giuseppe, si muove».

Lui, allora, le posò sul grembo la mano, leggera come battito di palpebra, e rabbrividì di felicità.

Maria non fu estranea alle tribolazioni a cui è assoggettata ogni comune gestante. Anzi, era come se si concentrassero in lei le speranze, sì, ma anche le paure di tutte le donne in attesa. Che ne sarà di questo frutto, non ancora maturo, che mi porto nel seno? Gli vorrà bene la gente? Sarà contento di esistere? E quanto peserà su di me il versetto della Genesi: «Partorirai i figli nel dolore»?

Cento domande senza risposta. Cento presagi di luce. Ma anche cento inquietudini. Che si intrecciavano attorno a lei quando le parenti, la sera, restavano a farle compagnia fino a tardi. Lei ascoltava senza turbarsi. E sorrideva ogni volta che qualcuna mormorava: «Scommetto che sarà femmina».

Santa Maria, donna gestante, creatura dolcissima che nel tuo corpo di vergine hai offerto all’Eterno la pista d’atterraggio nel tempo, scrigno di tenerezza entro cui è venuto a rinchiudersi Colui che i cieli non riescono a contenere, noi non potremo mai sapere con quali parole gli rispondevi, mentre te lo sentivi balzare sotto il cuore, quasi volesse intrecciare anzi tempo colloqui d’amore con te.

Forse in quei momenti ti sarai posta la domanda se fossi tu a donargli i battiti, o fosse lui a prestarti i suoi.

Vigilie trepide di sogni, le tue. Mentre al telaio, risonante di spole, gli preparavi con mani veloci pannolini di lana, gli tessevi lentamente, nel silenzio del grembo, una tunica di carne. Chi sa quante volte avrai avuto il presentimento che quella tunica, un giorno, gliel’avrebbero lacerata. Ti sfiorava allora un fremito di mestizia, ma poi riprendevi a sorridere pensando che tra non molto le donne di Nazaret, venendoti a trovare dopo il parto, avrebbero detto: «Rassomiglia tutto a sua madre». Santa Maria, donna gestante, fontana attraverso cui, dalle falde dei colli eterni, è giunta fino a noi l’acqua della vita, aiutaci ad accogliere come dono ogni creatura che si affaccia a questo mondo. Non c’è ragione che giustifichi il rifiuto. Non c’è violenza che legittimi violenza. Non c’è programma che non possa saltare di fronte al miracolo di una vita che germoglia.

Mettiti, ti preghiamo, accanto a Marilena, che, a quarant’anni, si dispera perché non sa accettare una maternità indesiderata. Sostieni Rosaria, che non sa come affrontare la gente, dopo che lui se n’è andato, lasciandola col suo destino di ragazza madre. Suggerisci parole di perdono a Lucia, che, dopo quel gesto folle, non sa darsi pace e intride ogni notte il cuscino con lacrime di pentimento.

Riempi di gioia la casa di Antonietta e Marco, la quale non risuonerà mai di vagiti, e di’ ad essi che l’indefettibilità del loro reciproco amore è già una creatura che basta a riempire tutta l’esistenza.

Santa Maria, donna gestante, grazie perché, se Gesù l’hai portato nel grembo nove mesi, noi, ci stai portando tutta la vita. Donaci le tue fattezze. Modellaci sul tuo volto. Trasfondici i lineamenti del tuo spirito.

Perché, quando giungerà per noi il dies natalis, se le porte del cielo ci si spalancheranno dinanzi senza fatica sarà solo per questa nostra, sia pur pallida, somiglianza con te.

(Don Tonino Bello, Maria , donna dei nostri giorni, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2000, 25-27).

Preghiera

Dio eterno,

Dio sempre nuovo,

inafferrabile,

Dio di alleanza,

Dio di libertà,

dove adorarti? dove cercarti? dove attenderti?

dove si annuncia la tua venuta?

La tua Parola ci rassicuri,

o Padre degli uomini,

Dio della promessa,

ora e sempre.

 

Presenza imprevedibile,

Dio di lunga pazienza,

Signore dell’impossibile,

noi non sappiamo ne l’ora ne il luogo

della tua venuta.

Ma, sicuri che il tuo amore ci è dato

per scoprire, per svelare, per generare,

non cessiamo di pregarti:

il tuo Spirito ci guidi alle opere del Regno,

all’incontro con il tuo Figlio Gesù Cristo,

nostro fratello e nostro Signore, per sempre.

(Nicole Berthet)

 

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

– Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006.

G. TURANI, Avvento e natale 2011. Sarà chiamato Dio con noi. Sussidio liturgico-pastorale, San Paolo, 2011.

– Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.

– Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche di Avvento e Natale, a cura di Enzo Bianchi et al., Milano, Vita e Pensiero, 2005.

– La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

– J.B. METZ, Avvento-Natale, Brescia, Queriniana, 1974.

– E. BIANCHI, Le parole della spiritualità. Per un lessico della vita interiore, Milano, Rizzoli, 21999.

 

Valorizza: il progetto sperimentale per la valutazione dei docenti

PREMIARE IL MERITO SI PUO’

L’avvio del sistema di valutazione in Italia come fattore di miglioramento e di sviluppo” è il convegno organizzato a Roma il 7 dicembre 2011 dal MIUR con la partecipazione dell’OCSE-CERI, della Fondazione per la Scuola e dell’Associazione TreeLLLe.

 

In questa occasione è stata presentata la ricerca di Fondazione per la Scuola e Associazione TreeLLLe sulla sperimentazione del MIUR per premiare i docenti che si distinguono per un generale apprezzamento all’interno di ogni scuola (vedi Sintesi del Rapporto).

La scuola italiana ha bisogno di un sistema nazionale di valutazione che comprenda la valutazione degli apprendimenti, la valutazione dell’efficacia delle singole scuole e la valutazione della professionalità dei dirigenti e degli insegnanti.
Le recenti raccomandazioni dell’Unione Europea in merito alla valorizzazione del capitale umano e alla necessità di un’adeguata valutazione del sistema scuola ci chiamano a una costante riflessione sul tema della valutazione.
Al fine di individuare le linee strategiche per un sistema nazionale di valutazione e di miglioramento della qualità dell’istruzione (vedi legge 10/2011 e 98/2011), il MIUR nel 2011 ha avviato due sperimentazioni: “Valorizza”, per premiare i docenti che si distinguono per un generale apprezzamento all’interno della scuola, e “VSQ”, valutazione per lo sviluppo della qualità delle scuole.
In tale direzione si intende procedere, raccogliendo la sfida della valorizzazione del capitale umano e rispondendo alle precise istanze della Commissione Europea mediante l’implementazione dei percorsi sperimentali avviati.

La Fondazione per la Scuola e l’Associazione TreeLLLe, come centri di ricerca indipendenti, sono stati indicati dal MIUR – attraverso un apposito Protocollo – di elaborare un rapporto di ricerca sulla sperimentazione-pilota “Valorizza” del MIUR.
Nel rapporto di ricerca le due Fondazioni illustrano (con l’intervento dei loro esperti) i principali risultati verificati, le osservazioni critiche e costruttive raccolte dalle scuole coinvolte e formulano alcuni suggerimenti in vista di un possibile futuro sviluppo di “Valorizza”.

 

Valorizza: presentata la prima sperimentazione per la premialità nelle scuole
Portata a termine dal Miur una delle due sperimentazioni sulla meritocrazia nella scuola

 

Il ministro Gelmini l’anno scorso ha lanciato, tra mille polemiche, due progetti di sperimentazione della premialità nelle scuole mediante forme di valutazione del merito: il merito e la qualità delle scuole, il merito e la qualità dei docenti con conseguente riconoscimento di premi sotto forma di risorse finanziarie.

Oggi a Roma, davanti al ministro Profumo, è stato presentato il progetto “Valorizza” per la valutazione e la premialità degli insegnanti.

L’altro progetto sperimentale VQS, riguardante un’ottantina di scuole, è tuttora in corso in quanto previsto per una durata pluriennale e verrà presentato al termine della presentazione.

“Valorizza” ha coinvolto i docenti di 33 istituzioni di vario ordine e grado.

Il Miur ha affidato all’Associazione TreLLLe e alla Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo l’assistenza e la valutazione del progetto “Valorizza”.

Obiettivo del progetto era quello di identificare e premiare gli insegnanti di ogni scuola che godono presso tutti di una reputazione professionale.

Primo obiettivo della sperimentazione “Valorizza” è “evitare lo scoraggiamento dei suoi docenti migliori, quelli che negli anni recenti hanno contribuito maggiormente a tenerla in piedi e a farla funzionare pur tra mille difficoltà”.

Altro obiettivo indiretto del progetto è quello di rassicurare i giovani che oggi non guardano alla scuola come prospettiva di lavoro con conseguente scelte alternative occupazionali per i migliori laureati. A questi giovani è necessario dare il messaggio che “anche nel mondo dell’istruzione, per i meritevoli, ci sono attraenti prospettive retributive, di carriera e di partecipazione al governo della scuola”.

Dal Rapporto sul progetto “Valorizza”, disponibile sui siti www.fondazionescuola.it e www.treelle.org emerge un sostanziale successo della sperimentazione con convergenza di valutazione positiva dei docenti eccellenti da parte dei colleghi, delle famiglie e degli studenti.




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Il progetto Valorizza confermato anche per quest’anno
La premialità docenti continua la sua strada sperimentale

 

Si chiude ma non va agli archivi la prima sperimentazione sulla premialità dei docenti.

“Valorizza”, il progetto sperimentale per la valutazione dei docenti si è concluso con la presentazione degli esiti finali a Roma alla presenza del ministro il 7 dicembre.

Nato un anno fa tra polemiche e mille difficoltà, soprattutto a causa delle pregiudiziali ideologiche e politiche nei confronti dell’ex-ministro Gelmini, è arrivato in porto grazie soprattutto alla tenacia del capo dipartimento del Miur, Giovanni Biondi.

Nonostante i diversi apprezzamenti al progetto espressi nel corso del convegno di presentazione, “Valorizza” non ha, però, ancora raggiunto la maggiore età e un convincente livello di qualità e di esportabilità, tanto che il Miur ha deciso di potenziarlo e replicarlo anche per quest’anno scolastico, accogliendo in tal modo una raccomandazione della Fondazione Treelle che, insieme alla Fondazione per la scuola Compagnia San Paolo, ha accompagnato la sperimentazione.

L’adesione al progetto da parte delle scuole sarà assolutamente volontaria.

Cadute, forse, le pregiudiziali, resta un dubbio di fondo che anche la responsabile scuola del PD, Francesca Puglisi, ha espresso a margine del convegno: è valida una valutazione per la premialità degli insegnanti basata soltanto sulla loro reputazione professionale?

Dubbi in merito sono stati espressi nel corso del convengo dal direttore Ceri, Ocse, Dirk Van Damme che ha lasciato intendere che la valutazione, oltre che basarsi sulla reputazione del docente (misurata dai colleghi, dalle famiglie e dagli studenti), potrebbe tener conto anche di requisiti oggettivi professionali individuati a livello generale, necessari all’innalzamento della qualità del sistema scolastico italiano e all’innovazione didattica.




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I settant’anni della editrice Elledici

Intervista con don Valerio Bocci

Oggi don Bosco sarebbe su Facebook

A don Bosco non sono mai mancati i colpi di genio. Se vivesse oggi, la prima cosa che farebbe, probabilmente, sarebbe quella di crearsi un profilo su Facebook per raggiungere i ragazzi poveri culturalmente, umanamente e spiritualmente di questo tempo. E di ispirazioni sante non sono mancate ai suoi successori, in particolar modo a don Pietro Ricaldone (1870-1951), chiamato “l’uomo delle grandi realizzazioni”. Dopo aver creato l’Ufficio catechistico centrale salesiano nel 1939 durante la seconda Guerra Mondiale, don Ricaldone lancia una sfida coraggiosa: nel 1941 fonda la Libreria della Dottrina Cristiana (Elledici), producendo sussidi didattici, testi e filmine, organizzando Giornate del catechismo e fortunati convegni a supporto della catechesi italiana.  E in occasione della festa dell’Immacolata – l’8 dicembre fu la data di nascita dell’editrice – il rettore maggiore dei salesiani, don Pascual Chávez, ha inviato un saluto al direttore generale di oggi, don Valerio Bocci, ricordando il prezioso servizio svolto dall’editrice “per la formazione dei catechisti, particolarmente d’Italia e non solo, e per il consolidamento della fede dei giovani”. Da quell’8 dicembre, commenta don Bocci, la Elledici “ha sempre mantenuto fede allo spirito di don Bosco. Fiumi di inchiostro versati in settant’anni anni per rendere l’unica e vera Parola del Signore sempre attuale e giovane al servizio della comunità cristiana”.

Dopo settant’anni, quali sono le sfide che un’editrice cattolica è chiamata ad affrontare?

Sono diverse e impegnative, dalle ideologiche alle economiche. La più urgente sembra oggi quella legata al diritto di cittadinanza nei luoghi e nei non-luoghi virtuali in cui si fa educazione o si genera cultura, soprattutto giovanile. In una stagione di pluralismo conclamato, un’editrice che si connota con i valori cristiani fatica a conquistare il diritto di parola. Il pericolo è di venire emarginata, o calcolata come una voce tra le tante, senza un vero peso specifico. Ma può piazzarsi bene se sa proporre coraggiosamente e professionalmente il suo messaggio, secondo il principio della duplice “fedeltà a Dio e all’uomo”, annunciata profeticamente negli anni Settanta dal Documento di Base per la Catechesi.

Qual è il contributo che l’editrice deve continuare a offrire per il bene della catechesi?

Rimanendo se stessa, vivendo e reinventando creativamente ciò che è iscritto nel suo Dna: la passione educativa che fu di don Bosco e che ha sempre declinato, con fantasia e competenza, nei progetti catechistici per tutte le età, a supporto dell’impegnativo servizio degli insegnanti di religione e dei catechisti.

Quali sono stati e continueranno a essere gli strumenti privilegiati adottati dall’editrice per veicolare la buona notizia del Vangelo?

È impossibile riassumere in poche battute anche solo i titoli che hanno fatto la storia dei primi settant’anni di un’editrice che spazia dall’educazione alla fede, dai sussidi catechistici a quelli liturgici, biblici, musicali (la diffusissima raccolta di canti de La Casa del Padre), del tempo libero, fino alle riviste e ai prodotti multimediali.

La Elledici e l’Italia: una storia nella storia. Cosa deve il Paese all’editrice di don Bosco?

L’editrice ha iniziato a pubblicare nel 1941 durante la guerra: l’obiettivo era di alimentare quei valori umani e cristiani che le bombe rischiavano di far sparire per sempre. Anno dopo anno è cresciuto un feeling particolare con le nuove generazioni che avevano bisogno di credere nuovamente nel futuro. Pensando a questi giovani sono stati lanciati i primi prodotti multimediali per la scuola e il catechismo: le storiche, per non dire famose, Filmine Don Bosco alle quali la mostra dei centocinquant’anni dell’Unità d’Italia di Torino ha riservato uno spazio commemorativo. Il successo editoriale di queste strisce accompagnate da un commento sonorizzato è stato bissato quasi subito dalla prima rivista audiovisiva in Italia, “Diagroup”, e con l’avvento di capolavori come Gesù di Nazareth di Zeffirelli, Gli Atti degli Apostoli di Rossellini e Mosè di De Bosio prodotti dalla Rai e diffusi in home video dalla Elledici.

In cosa si è poi distinta, la Elledici, oltre al settore multimediale?

Sicuramente per i libri di religione: Progetto Uomo, per esempio, il testo che, dopo La scoperta del Regno, ha formato generazioni di ragazzi. Poi per le diverse edizioni della Bibbia, a cominciare dall’originalissima TOB fino a La Parola del Signore, traduzione interconfessionale della Bibbia in lingua corrente, un autentico bestseller che ha superato abbondantemente le due milioni di copie vendute. L’altro settore del catalogo importante è dato dalle dieci riviste che spaziano dalla catechesi alla musica, in particolare Dossier Catechista che rappresenta tutt’oggi un caso editoriale con i suoi ottantamila catechisti abbonati, in compagnia delle testate giovanili Dimensioni Nuove e Mondo Erre.

Come riesce, la Elledici, a mantenersi sempre giovane anche a settant’anni?

Il segreto ce lo svela don Bosco: vivendo con e per i giovani! Da loro ci arrivano tanti stimoli per non restare indietro, per continuare a comunicare con i lettori prestando attenzione alle sensibilità del momento. Anche per questa ragione, la Elledici è sbarcata on line prima con un sito web, poi su facebook, presentando quotidianamente le sue offerte formative a ragazzi, giovani ed educatori che navigano alla ricerca di materiali e risposte non scontate. E, anteprima assoluta nel campo editoriale, la sinergia con Animagiovane, una cooperativa specializzata nella formazione degli animatori dei centri giovanili, oratori, gruppi che vogliono operare con competenza sul territorio.

di Antonio Carriero

(©L’Osservatore Romano 8 dicembre 2011)