Esame di coscienza sui vizi capitali

Schema tratto dalla penitenziale per i giovani in San Pietro alla presenza di Benedetto XVI

da Libreria Editrice Vaticana

Perdona Signore i nostri peccati di SUPERBIA: le azioni che cercano solo la lode e l’approvazione della gente, l’ambizione, la ricerca di potere e di notorietà.
Perdonaci per quando parliamo, diamo consigli, studiamo, lavoriamo, facciamo il bene solo in funzione di ciò che ne penseranno gli altri e per catturare la stima altrui.
Perdonaci per quando esibiamo con vanità la bellezza fisica e le qualità dateci da Dio.
Perdonaci per l’arroganza che nasce dalla superbia, per il desiderio di non dipendere da nessuno, e nemmeno da Dio, per il vittimismo con cui sappiamo darci sempre una giustificazione.
Rendici umili. L’umiltà è la virtù che elimina tutte le passioni perché in essa noi ci rendiamo disponibili ad essere aiutati da Dio.

Perdona Signore i nostri peccati di INVIDIA: l’ostilità, l’odio, l’idea che il male altrui possa essere bene per noi.
Perdona l’egocentrismo che ci impedisce di desiderare il bene per gli altri e ci rende incapaci di amare, il malcontento e i contrasti generati dall’invidia. Liberaci dal rancore, dal tormento interiore, dall’insoddisfazione.
Perdonaci quando vediamo tutto in funzione di noi stessi, quando non sappiamo mettere un freno ai desideri, quando chiamiamo l’invidia “sana competitività”.
Perdona i cedimenti a una società che alimenta continuamente l’ambizione, l’avidità e la vuota curiosità.
Perdonaci quando desideriamo la roba d’altri e ci condanniamo all’infelicità.
Aiutaci a contrastare l’invidia con il dono quotidiano di noi stessi per i fratelli.

Perdona Signore i nostri peccati d’IRA: i turbamenti del cuore, i sentimenti di avversione verso i fratelli quando sentiamo colpito il nostro io, l’animosità eccitata, l’aggressività del corpo, la sete di vendetta.
Perdonaci quando l’ira soffoca la libertà, ci rende schiavi di noi stessi, toglie la pace interiore ed esteriore.
Perdonaci la tentazione di “farla pagare” a chi ci ha umiliato, il piacere perverso del “far del male a qualcuno”, i giudizi taglienti e la gratuita durezza verso gli altri, le mille giustificazioni dell’ira.
Aiutaci a seguire la via suggerita dai padri:”il silenzio delle labbra pur nel turbamento del cuore”, dato che “La medicina perfetta… sarà quella di essere prima di tutto ben persuasi che non ci è consentito adirarci mai e in nessun modo”.

Perdona Signore i nostri peccati di ACCIDIA: il torpore, la pigrizia, l’abbattimento, la tristezza, la dipendenza e le crisi di astinenza da stimoli e piaceri esteriori che ci lasciano sempre tristi e vuoti.
Perdonaci per la noia che a volte proviamo nel pregare e che ci spinge a cercare distrazioni, o ci lascia soli a parlare con noi stessi.
Perdonaci quando l’accidia genera disgusto e noia per ogni attività sana e spirituale, per quando la stessa vita quotidiana si tinge di tristezza, svogliatezza, vittimismo e lagnanza.
Perdonaci per la vita senza scopo, il tempo perso e la fuga dall’impegno quotidiano.
Donaci il desiderio di reagire. Facci trovare una guida spirituale e fa’ che accettiamo la disciplina dell’obbedienza, unica via per non essere sballottati come un corpo inerte in balia delle passioni.

Perdonaci Signore per i peccati di AVARIZIA: l’avidità, la brama di possedere, la fiducia smodata riposta nel denaro. Perdonaci se per avarizia lavoriamo di domenica, siamo disonesti, non diamo in elemosina, ci circondiamo di cose superflue.
Perdona le conseguenze terribili della fame di soldi: liti familiari, ansie e falsi timori, tradimenti, frodi, inganni, spergiuri, violenza e indurimento del cuore.
Perdonaci l’abitudine a essere insoddisfatti per ciò che abbiamo e bramosi di ciò che non ci è dato. Liberaci da lussi inutili, comodità e abitudini dispendiose.
Perdona le ingiustizie della società, le drammatiche disuguaglianze tra paesi ricchi e poveri, le guerre, i disumani sfruttamenti e l’inganno delle coscienze prodotto da un sistema di accumulo e consumo che fa di tutto per eccitare la brama di possesso.
Aiutaci a sottrarci all’influenza dei media e a fidarci di te, che rivesti i gigli del campo e non abbandoni gli uccelli del cielo.

Perdonaci Signore per i peccati di GOLA: il rapporto irrazionale con il cibo, i vizi del fumo, dell’alcool, delle droghe, la dipendenza che ci fa schiavi.
Perdonaci se scambiamo per la libera scelta ciò che è solo condizionamento dell’abitudine, delle mode, della pubblicità.
Perdonaci per la mente ottenebrata che si allontana anche dalla preghiera e dalle sane letture, per gli eccessi che ci rendono meno padroni di noi stessi e affievoliscono la capacità di autocontrollo.
Insegnaci la capacità dell’astinenza, che disintossica il corpo e la mente. Aiutaci a scoprire i piaceri sani della vita, per essere capaci di amare i fratelli con la libertà e la gioia con cui tu hai amato noi.

Perdonaci Signore per i peccati di LUSSURIA, che ci fanno schiavi del sesso, e per il disordine morale che mette a rischio persone, famiglie e società.
Perdona il cedimento a immagini proposte ad arte,a voci allusive, alla pornografia in video e in rete. Perdonaci la debolezza di fronte a piaceri tanto intensi quanto effimeri.
Perdona la mentalità diffusa che si spaccia il disordine sessuale per conquista e fa credere che ogni istinto debba trovare immediata soddisfazioni. Facci comprendere che non è libero chi non ha il controllo di se stesso, chi si riduce al doppio gioco e alla menzogna, chi perde l’integrità morale e la pace, chi si chiude in se stesso.
Perdona i danni gravi nella società: per il sesso si litiga, si minaccia, si uccide; la libidine alimenta uno stile di vita fatuo, degenera spesso nella prostituzione, nel ricatto, nella pedofilia…
Aiutaci a custodire la castità nel cuore e nella mente, e a non avere rapporti sessuali prima o fuori del matrimonio, a evitare deviazioni e stravaganze. Insegnaci modestia e dignità nel vestire, custodisci sguardi e fantasie.
Aiutaci a riscoprire la meraviglia della sessualità secondo Dio, nella cornice dell’amore coniugale, nell’atmosfera di famiglia e di tenerezza dove il sesso non è profanato e svenduto ma è sacra partecipazione al dono della vita.

Fonte: Libreria Editrice Vaticana, 2007

Pubblicato su BASTABUGIE n.229

IV DOMENICA TEMPO ORDINARIO Lectio – Anno B

IV Domenica Tempo Ordinario Lectio – Anno B

Prima lettura: Deuteronomio 18,15-20

Mosè parlò al popolo dicendo: «Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto.  Avrai così quanto hai chie-sto al Signore, tuo Dio, sull’Oreb, il giorno dell’assemblea, dicendo: “Che io non oda più la voce del Signore, mio Dio, e non veda più questo grande fuoco, perché non muoia”.  Il Signore mi rispose: “Quello che hanno detto, va bene. Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli co-manderò. Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene do-manderò conto. Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta dovrà morire”».

Tutta la fede biblica è fondata sulla parola di Dio, feconda come la pioggia e la neve (cf. Is 55,10-11). Ed è di sempre il problema che essa sia autentica ed efficace. La prima lettura riporta il passo del Deuteronomio che fa risalire a Mosè l’origine dei profeti, gli inviati di Dio a portare la sua parola, e che ha suscitato pure l’attesa del Messia come profeta. Il di-scorso è in bocca a Mosè che parla a Israele, al di là del Giordano di fronte a Gerico, sul modo di comunicare con Dio.  Nei versetti che precedono il brano liturgico (Dt 18,9-14), egli esclude perentoriamente che possa farlo l’uomo, perché i suoi mezzi sono del tutto inadeguati e falsi. Sacrifici uma-ni, divinazione, sortilegio, magia, evocazione dei morti, spiritismo, indovini, incantatori, ecc. sono un «abominio» davanti a Dio. Solo Dio può comunicare con l’uomo in modo au-tentico.  Ecco allora la promessa, che risponde alla richiesta già fatta dagli Israeliti al Sinai: dopo Mosè, Dio stesso continuerà a parlare ad Israele, mediante la figura del profeta, del quale tratteggia così le caratteristiche. Lo susciterà Lui stesso, quindi ne garantirà la vocazione e il carisma. Sarà un fratello tra fratelli e starà in mezzo a loro: sarà cioè, non uno stravagante, ma una persona normale che vive dentro alle situazioni normali, perché di esse deve capire il senso, per vivere davvero secondo Dio. Sarà suo porta-parola: «Gli porrò in bocca le mie parole…». E come tale dovrà essere ascoltato.  Dio poi prospetta un possibile duplice falso profeta: quello che parla falsamente a nome di Dio e quello che parla in nome di falsi dei. In entrambi i casi è comminata la pena di morte, spiegabile con la rigidità dei tempi e non certo da riesumare. Testimonia comunque l’im-portanza data alla parola di Dio. E può far riflettere se la mentalità moderna, assai severa contro le trasgressioni di ordine economico e materiale, non sia invece troppo indifferente e permissiva di fronte agli scandali e alle corrosioni dei valori morali.  Mosè usa sempre il singolare, un profeta, ma con significato collettivo, riferito a tutto il profetismo. Egli stesso, del resto, condivide il suo spirito profetico con i 70 Anziani (Nm 11,16-30 e Es 18,21-26) e ad essi e ai Leviti dà in consegna la Legge, da custodire, ripetere e attualizzare continuamente (Dt 10,8-9 e 31,9-13.24-27).  Il singolare ha pure fatto attendere il Cristo, come Profeta per eccellenza, come appare da interrogativi dei Giudei (cf. Gv 1,21.25). Gesù di Nazaret lo è effettivamente. Venuto da Dio, si è fatto vero fratello tra fratelli, partecipe del nostro essere e della nostra storia: «Il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).

Seconda lettura: 1Corinzi 7,32-35

Fratelli, io vorrei che foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per esse-re santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo lo dico per il vostro bene: non per gettarvi un laccio, ma perché vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore, senza devia-zioni.

La seconda lettura riporta uno stralcio delle risposte di Paolo alle domande scritte, su matrimonio e verginità, fattegli pervenire dalla comunità di Corinto e concentrate in 1Cor 7. Un legame col tema dell’annuncio e dell’ascolto della parola di Dio c’è nelle distinzioni che l’apostolo fa tra quello che dice lui e quello che ha detto il Signore. Anche lui cerca la parola autentica o quantomeno la traduzione autentica della parola di Cristo nella vita vis-suta. Quanto alle vergini, delle quali parla in questo brano, ha infatti premesso: «Non ho alcun comando dal Signore, ma do un consiglio, come uno che ha ottenuto misericordia dal Signore e me-rita fiducia» (1Cor 7,25). Parla quindi come un convertito, ma assunto alla dignità di apo-stolo. E dà consigli per un comportamento lineare nel proprio stato di vita, conforme alla propria vocazione, senza preoccupazioni che dividano l’animo. Questo lo vede più facile in chi non è sposato, come la vergine, perché si preoccupa delle cose del Signore. Mentre chi è sposato si preoccupa delle cose del mondo, di come piacere alla moglie o al marito. Proteso alla trascendenza e alle realtà ultime, per cose del mondo egli intende quelle prov-visorie di questa vita che passa e per cose del Signore quelle dei valori più profondi ed eterni. Ma non è a senso unico quanto dice. Perché appena prima ha raccomandato: «Ti trovi legato a una donna? Non cercare di scioglierti. Sei sciolto da donna? Non andare a cercarla» (1Cor 7,27). E all’inizio ha scritto: «Vorrei che tutti fossero come me: ma ciascuno ha il proprio dono da Dio» (1Cor 7,7). Importante è vivere secondo il dono ricevuto.  Paolo dunque invita ciascuno a vedere il proprio stato di vita come una vocazione da parte del Signore, alla quale dare risposta con una vita autentica, coerente e non divisa. E ciò è possibile solo nell’ascolto consapevole, continuo e profondo della parola di Dio.

Vangelo: Marco 1,21-28

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spi-rito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venu-to a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furo-no presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegna-mento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbedisco-no!».  La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

Esegesi

La liberazione di un indemoniato è il primo miracolo che Marco racconta. Con esso egli introduce la descrizione di un sabato tipico di Gesù a Cafarnao. Ma in primo piano mette il suo insegnamento, lui che poi si sofferma più sui fatti che sui discorsi. Riporta, infatti, un episodio accaduto durante la liturgia della parola, nel culto sinagogale. E sviluppa il rac-conto in tre momenti, che mostrano come la parola nuova di Cristo ha provocato e com-piuto il miracolo.  Dapprima (vv. 21-22), riferisce sommariamente l’insegnamento di lui nella sinagoga e lo stupore di tutti, perché lo fa «con autorità» e non come gli scribi.  Poi racconta il miracolo (vv. 23-26), compiuto dopo uno scontro verbale con un uomo, che si è messo a gridargli contro. L’uomo è posseduto da uno «spirito immondo», detto così perché lo spinge lontano da Dio e a comportamenti indegni. Egli riconosce che Gesù, all’opposto, è «il santo di Dio», cioè tutto dedito a lui e rivestito delle sue perfezioni. Lo deve aver percepito dalle sue parole e dai suoi atteggiamenti. E si è messo in agitazione perché avverte lucidamente che ciò comporta la rovina del dominio diabolico. Ma con ar-roganza contesta a Cristo il diritto di intromettersi, usando un plurale col quale si identifi-ca con tutte le potenze demoniache e nel quale pare voler coinvolgere anche gli uditori, presumendoli dalla sua parte. Al demonio Gesù prima comanda di tacere e poi di uscire da quell’uomo. Ciò avviene tra convulsioni e grida ancora più forti, provocate dal potere sconvolgente della parola di Dio. Si è trattato di un esorcismo, ma si può dire che tante re-sistenze a Dio sono fatte di contorcimenti e strepiti di vario genere, che si placano solo a partire dal silenzio delle nostre parole e dal lasciarsi prendere dalla forza della parola di Dio.  Infine (vv. 27-28) Marco torna sulla meraviglia generale, ancora più grande dopo il mi-racolo, accompagnata da timore reverenziale, di fronte alla potenza di Dio, e da interroga-tivi su che cosa questo significhi per tutti nella lotta contro il demonio.  La risposta viene dalla differenza, rimarcata in tutto il racconto, fra l’insegnamento di Gesù e quello degli scribi. Gli scribi insegnavano, commentando i testi sacri, con tante sot-tigliezze, elucubrazioni, accomodamenti interessati, per i quali si appellavano alle tradi-zioni e ai maestri umani: un insegnamento formalistico e sterile, che può ripetersi fra i cri-stiani. Gesù invece insegna con autorità. Cioè, egli parla a nome proprio, con la propria autorità divina: «Ma io vi dico…». Parla con la coerenza della vita, diversamente dagli scri-bi e farisei, che dicono e non fanno (cf. Mt 23,2-3). E la sua parola produce quello che af-ferma, in particolare ha la forza di contrapporsi al demonio e di vincerlo. Perché egli va al valore originario della parola di Dio e la propone come una semente da sviluppare, non come una teoria sulla quale dissertare o come un formalismo da assumere.

Meditazione

Subito dopo la chiamata dei primi discepoli, Gesù manifesta che cosa significa che il regno di Dio è iniziato con la sua parola e la sua opera: insegnamento e liberazione dal ma-le, guarigione. Va nella sinagoga di Cafarnao, cittadina importante sul lago di Galilea, sta-zione di frontiera del territorio di Erode Antipa, a quel tempo governatore della Galilea in nome dei Romani, sede di una guarnigione romana, città di com¬mercio con una popola-zione mista.Gesù entra nel giorno di sabato nella sinagoga, nel luogo della pre¬ghiera, e si mette ad insegnare, come ogni domenica continua ad inse¬gnare nel luogo dove la comunità cristia-na si riunisce per la Liturgia Eucaristica. Ciò si inserisce perfettamente nella struttura della preghie¬ra sinagogale. Gesù doveva essere conosciuto a Cafarnao, come è cono¬sciuto da noi, e con tutta probabilità il capo della sinagoga lo invitava a spiegare la Scrittura proprio per questo. Un episodio analogo avverrà nella sinagoga di Nazareth (Lc 4,16 ss.; Mc 6,1-6). L’insegnamento di Gesù provoca reazioni di stupore, perché sempre il Vangelo suscita stupore in chi lo ascolta con il cuore e non distrattamente. L’autorevolezza di Gesù è quella di una parola che tocca il cuore e suscita domande, non come quelle parole che talvolta si pronunciano, e che non interro¬gano nessuno, perché sono o troppo teoriche o troppo ba-nali. La sua parola suscita una reazione persino in un uomo posseduto dal male.L’impurità di quell’uomo indica lontananza da Dio, che è il puro e il santo per eccellen-za. Ma Gesù non lo disprezza, non lo allontana, come farebbe il nostro mondo davanti a gente che porta in sé i segni del male e del dolore. Non si arrabbia anche quando viene of-feso da quell’uomo. Egli capisce che le sue parole violente esprimono paura, lacerazione interiore, incapacità a liberarsi da solo dallo spirito del male. Anzi Gesù coglie in esse una domanda di guarigione. «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci?, grida con violenza quell’uomo, sentendosi minacciato da Gesù e dal suo insegnamento. Sì, il be-ne eccessivo appare una minaccia per chi è abituato al male fino ad esserne posseduto. Quanta ironia in questa pagina del Vangelo: uno spirito impuro, sentendosi minacciato, ri-conosce in Gesù il Santo di Dio, mentre quelli che stanno attorno a lui, convinti di cono-scerlo, a contatto della sua figura santa, non sanno riconoscerlo. Così avviene spesso anche nella vita dei cristiani, che si abituano a vivere con Gesù senza però riconoscerne la forza di amore e di guarigione.Gesù ordina allo spirito impuro di uscire da quel corpo, tutto sommato incolpevole. L’autorità di Gesù vince il male, vince la terribile frattura che sconquassa quell’uomo. Gesù lotta autorevolmente contro il male, non si lascia intimorire da esso, comanda che la vita di Dio entri nelle strutture vitali, nel corpo, nella mente, nel cuore, nelle viscere degli uomini incate¬nate dal male, un male tanto forte da spaccare, lacerare l’uomo. «Taci! Esci», egli di-ce. Taci! — quasi che il male stesso parli attraverso l’uomo. E poi: «esci»!, quasi a dire che questo spazio non è tuo; nella vita di quest’uo¬mo hai preso troppo spazio; esci e lascia il posto di Dio. La parola di Gesù vince il male, lo ridimensiona, creando spazio a Dio dentro quest’uomo dal quale è stato cacciato ciò che esclude Dio. L’uomo, immagine di Dio, non può essere abitato dal male per sempre. Il male è forte nel mondo e nella vita degli uomini, e non sempre se ne è consapevoli, perché tutti presi da se stessi, incapaci di fermarsi, di ri-flettere, perché il male fa paura e fa chiudere gli occhi, allontana gente interessata solo al proprio benes¬sere. Esorcismo senza gesti magici, senza formule magiche, quello di Gesù. Basta la sua parola autorevole. Non che questa uscita, questo svuo¬tamento sia indolore. Strazio, urla. Si ha l’impressione comunque di un taglio netto, rapido. Di un autentico strappo. La parola di Gesù, portatrice della forza del bene, vince anche il male più resisten-te.«Tutti furono presi da timore» di fronte a Gesù. Una emozionata meraviglia, profonda, è il primo sentimento degli astanti, che si inter¬rogano seriamente su Gesù e sul suo inse-gnamento. Che cosa succede qui adesso? Che cosa è questo? Una nuova dottrina? Perché questo scossone nella vita di quell’uomo… e nella nostra? Nuovo, diverso da quello degli scribi: un insegnamento autorevole e nuovo. Qual è la novità che balza evidente al primo sguardo? L’insegnamento di Gesù è subito e soprattutto lotta diretta contro lo spirito im-puro, contro il male che abita negli uomini, facendola indebitamente da padrone. La paro-la di Gesù è allora una forza che cambia, perché entra nella vita degli uomini, anche nei peggiori, perché nessuno è così posseduto dal male da essere del tutto lontano da Dio. An-zi Gesù è venuto proprio per rendere possibile a tutti l’incontro con Dio, che è perdono e guari¬gione. Per questo Gesù, subito dopo aver chiamato i discepoli, incontra i malati e tra essi per primi gli indemoniati. Il Regno di Dio comincia a realizzarsi nel fare posto a Dio nella vita degli uomini, nello scacciare il male perché il bene penetri dovunque senza resi-stenze.Gesù entra nella vita degli uomini, innanzitutto nello spazio religioso per eccellenza: la sinagoga, dove si predica abitualmente la Parola di Dio. Gesù indica una nuova, entusia-smante dimensione del rapporto con Dio, che scuote gli uomini, anche quelli che pensano di conoscerlo. Egli mette in discussione radicalmente la struttura religiosa tradizionale, provocando la guarigione degli uomini dal male. E gli uomini sono scossi, si meravigliano, cosicché alcuni saltano nella fede, mentre altri si trincerano in un atteggiamento difensivo, ostile. Lo stupore è ambivalente e, solo, non basta per compiere il salto della fede. Infatti l’ostilità è la reazione evidente nell’episodio di Gesù che parla nella sinagoga di Nazaret (Mc 6,1-6). Gesù è davvero il profeta annunciato a Mosè nel libro del Deuteronomio. Pro-prio a lui Dio ha «messo in bocca le sue parole», perché possano liberare il mondo dal ma-le. Il regno di Dio ha preso avvio e continua a manifestarsi ogni volta che viene comu-nicato il Vangelo di Gesù. Forse non si è sempre consapevoli della forza di bene che il Si-gnore ha posto nelle mani dei suoi discepoli. Per questo si vive in modo rassegnato e pes-simista, come se il male fosse così forte da non poter essere sconfitto. Forse, come avverte l’apostolo Paolo, siamo troppo presi dalle preoccupazioni quotidiane, che ci assillano più di prima, e non poniamo mente e cuore alla forza del Vangelo del regno. Forse dovremmo preoccuparci di più di piacere al Signore, facendoci scuotere dalla sua parola, perché essa ci converta a lui e al bene, liberando anche noi dal male che si annida nei cuori.

Preghiere e racconti

Dire Dio oggi

La parola ha dato la possibilità all’uomo di coltivare la propria ricchezza interiore e di condividerla con chi gli stava vicino. La parola ha permesso all’essere umano di creare un’intensità e una complessità di relazioni che è unica, almeno nel nostro mondo conosciu-to. È stata proprio la parola ad averci permesso di tramandare – attraverso la scrittura – le esperienze più complesse e dunque ad averci aiutato a costruire la memoria, che è il gran-de patrimonio della nostra specie. Nella parola è racchiuso il mistero della relazione con Dio. C’è una voce che chiama – la Sua – e una voce – la nostra – che può scegliere se ri-spondere o meno. Il rapporto con Dio non è un rapporto passivo, bensì quello tra due vo-lontà vive e autonome. […] La delusione, l’amarezza, la depressione che tante persone esprimono al giorno d’oggi nei riguardi della vita, delle aspettative tradite, sono proprio dovuto al fatto che la parola si è ritirata, e le poche rimaste hanno perso il loro legame pro-fondo con la verità. Così, dire Dio oggi vuol dire soprattutto proporre l’idea di un’esistenza come scelta tra una vita autentica – che segue le parole della Rivelazione – e una vita rappresentata – pla-smata dalle contingenze del proprio tempo, tra una vita posseduta e una vita consumata.

(Susanna TAMARO, L’isola che c’è, Torino, Lindau, 2011, 148-149)

L’enigma del male

«Dobbiamo essere consapevoli», dice Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, «che siamo fragili, esposti al grande enigma del male. Non ci sono per l’uomo luoghi sicuri, “paradisi”. Coscienti del nostro limite, dobbiamo respingere ogni pretesa di onnipo-tenza. Non si tratta, per questa catastrofe, di incolpare Dio, ma neanche noi uomini. Con la fede, possiamo dire che Dio vuole vincere il male con noi, e l’esito finale sarà la trasfigura-zione dell’universo».

(Da «Famiglia Cristiana», 2005, 3).


Sofferenza materia prima della redenzione

Gesù Cristo, venendo sulla terra, ha incontrato tre « creature » di cui il Padre non era il creatore: il peccato, la sofferenza e la morte.Per ridonare all’uomo pace ed amore, al mondo armonia, doveva vincere il peccato, la sofferenza e la morte.Tu dici del tuo amico:lo porto nel mio cuore,mi vergogno per lui del suo peccato,la sua sofferenza mi fa male.È conseguenza dell’amore onnipotente quella d’unire tanto l’amante all’amato, l’amico all’amico, da fargli tutto sposare di lui.Perché Gesù Cristo amava gli uomini di un amore infinito. Egli li ha tutti riuniti in Sé: portando tutti i loro peccati, soffrendo tutte le loro sofferenze, morendo della loro morte.Vittima del suo amore, nel vero senso della parola, Gesù sulla croce dice al Padre Suo: «Nelle tue mani rimetto l’anima mia», la sua anima carica di questa tragica messe: i peccati degli uomini: ecco, Padre, ne prendo la responsabilità e per essi Te ne domando perdono, «cancellali», le sofferenze degli uomini con le mie sofferenze, la loro morte e la mia morte. Te li offro in penitenza e il Padre Gli ha ridato la VITA: ecco il mistero della Redenzione.

(M. QUOIST, Riuscire, Sei, Torino, 1962, 190-191).

Il ramo da riattaccare

Buddha fu un giorno minacciato di morte da un bandito chiamato Angulimal. «Sii buono ed esaudisci il mio ultimo desiderio», disse Buddha. «Taglia un ramo di quell’albe-ro». Con un colpo solo di spada l’altro eseguì quanto richiesto, poi domandò: «E ora che cosa devo fare?». «Rimettilo a posto» ordinò Buddha. Il bandito rise. «Sei proprio matto se pensi che sia possibile una cosa del genere». «Invece il matto sei tu, che ti ritieni potente perché sei capace di far del male e distruggere. Quella è roba da bambini. La vera forza sta nel creare e risanare».

(Racconto buddista)

Si stupivano della sua dottrina

Entrarono in Cafarnao, e subito, entrato di sabato nella sinagoga insegnava loro, insegnava af-finché abbandonassero gli ozi del sabato e cominciassero le opere del Vangelo. Egli li am-maestrava come uno che ha autorità, non come gli scribi. Egli non diceva, cioè «questo dice il Signore», oppure «chi mi ha mandato così parla»: ma era egli stesso che parlava, come già prima aveva parlato per bocca dei profeti. Altro è dire «sta scritto», altro dire «questo dice il Signore», e altro dire «in verità vi dico».Guardate altrove. «Sta scritto — egli dice — nella legge: Non uccidere, non ripudiare la sposa». Sta scritto: da chi è stato scritto? Da Mosè, su comandamento di Dio. Se è scritto col dito di Dio, in qual modo tu osi dire «in verità vi dico», se non perché tu sei lo stesso che un tempo ci dette la legge? Nessuno osa mutare la legge, se non lo stesso re. Ma la leg-ge l’ha data il Padre o il Figlio? […] Qualunque cosa tu risponda, l’accetterò volentieri: per me, infatti, l’hanno data ambedue. Se è il Padre che l’ha data, è lui che la cambia: dunque il Figlio è uguale al Padre, poiché la muta insieme a colui che l’ha data. Se l’uno l’ha data e l’altro la muta è con uguale autorità che essa è stata data e che viene ora mutata: infatti nessuno che non sia il re può mutare la legge.Si stupivano della sua dottrina. Perché, mi chiedo, insegnava qualcosa di nuovo, diceva cose mai udite? Egli diceva con la sua bocca le stesse cose che aveva già detto per bocca dei profeti. Ecco, per questo si stupivano, perché esponeva la sua dottrina con autorità, e non come gli scribi. Non parlava come un maestro, ma come il Signore: non parlava per l’auto-rità di qualcuno più grande di lui, ma parlava con la sua propria autorità. Insomma egli parlava e diceva oggi quello che già aveva detto per mezzo dei profeti. «Io che parlavo, ec-co, sono qui» [Is 52,6].

(GIROLAMO (347-420), Commento al vangelo di Marco, 2)

Il silenzio di Dio

Il problema del male con la sua enorme portata di sofferenza prova a fondo la fiducia in Dio del credente e «…molti si arrestano perché dicono: Forse c’è qualcuno là di sopra, però se ci fosse davvero tanto male non ci sarebbe, dunque… Qui la fede entra nella sua agonia più profonda» è posta di fronte al silenzio di Dio e sembra non aver attenuanti, non aver parole che siano sufficienti, appare… «intrinsecamente insicura, non è fondata, come diceva Agostino: la mia fede non è fondata, non è un fondamento, la mia fede sta appesa alla croce. La mia fede non da alcuna sicurezza. L’esperienza del silenzio di Dio conduce sull’orlo del «forse», un «forse» che per Andrè Neher «sta all’inizio della silenziosa vertigi-ne della libertà»».

(C.M. MARTINI, Prima sessione della Cattedra dei non credenti, 1987).

Di fronte a fenomeni come la guerra in Terra Santa, il male, la sofferenza, come si può spiegare l’Amore misericordioso del Creatore?

Intervista al Padre Aurelio:

«Da sempre la sofferenza è la grande e inquietante domanda che sfida la fede in un Dio buono. È significativo che proprio nella terra del Santo, dove il Signore ha scritto la sua storia di amore e alleanza con un popolo da Lui scelto in vista della salvezza di tutti, pro-prio in quella terra la pace sembra non aver mai trovato casa. Dai tempi dei patriarchi, all’Esodo e all’entrata in quella terra, come in tutta la storia successiva, il popolo di Israele sembra non avere mai avuto pace. Ben si addice il pianto e lamento di Gesù sopra Gerusalemme: “Oh, se tu, proprio tu, avessi riconosciuto almeno in questo tuo giorno le cose necessarie alla tua pace! Ma ora es-se sono nascoste agli occhi tuoi” (Lc 19,42).Dio ha fatto buone tutte le cose, come afferma il ritornello alla fine di ogni giorno della creazione: “E Dio vide ciò che aveva fatto ed era cosa buona” (cfr. Gen 1). La Parola del Si-gnore risponde al mistero del male che lacera l’umanità, non con una teoria, ma con la sot-tolineatura di quella libertà che gli uomini, cedendo al tentatore, hanno indirizzato al male anziché al bene, cadendo così nella maledizione (cfr. Gen 3). Eppure è proprio di fronte a questa estrema miseria che si rivela l’infinita misericordia di Dio. S. Paolo la riassume in una frase: “Dove ha abbondato il peccato ha sovrabbondato la grazia”. Il Signore si è messo da subito alla ricerca della pecora smarrita (“Adamo, dove sei?”): con una pazienza e tenerezza immensa, parlando e intervenendo molte volte e in diversi modi, per mezzo dei suoi inviati e attraverso gli eventi della storia. Un amore gratuito che si è rivelato in modo sommo e inimmaginabile nell’incarnazione del Figlio di Dio. Tutta la vita di Gesù, soprattutto la sua morte e risurrezione è la risposta definitiva di Dio al perché della sofferenza e del male del mondo. “Dio è amore”, ed è la lontananza da Lui che precipita l’uomo nella morte del male, dell’odio, della violenza cie-ca. “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno!”, dirà Gesù morente sulla croce, croce che concentra tutto il male fisico, morale e spirituale che c’è nel mondo. Lui ha voluto prendere su di sé questo male e sconfiggerlo con la Risurrezione, rive-lando così che l’Amore e la Vita di Dio, sono più grandi del peccato, dell’odio, di ogni forma di male.(Intervista fatta da Zenit al padre Aurelio Pérez, Superiore generale dei Figli dell’Amore misericordioso (FAM), 13 gennaio 2009).

Le preghiere della vita

Tu che vuoi che vinciamo il male con il bene e che preghiamo per chi ci perseguita abbi pietà dei miei nemici, Signore, e di me; e conducili con me nel tuo regno celeste. Tu che gradisci le preghiere dei tuoi servi, gli uni per gli altri, ricorda la tua grande be-nevolenza: abbi pietà di coloro che si ricordano di me nelle loro preghiere e che io ricordo nelle mie. Tu che guardi alla buona volontà e alle opere buone, ricordati, Signore, come se ti pre-gassero, di quelli che per giusta ragione, per piccola che sia, non dedicano un tempo alla preghiera.Ricorda Signore, i bambini, gli adulti e i giovani, i maturi e i vegliardi, gli affamati, gli assetati e gli ignudi, i malati, i prigionieri e gli stranieri, i senza amici e i senza sepoltura, i vecchi e i malati, i posseduti dal demonio, i tentati di suicidio, i torturati dallo spirito im-mondo, i disperati e i dubbiosi nell’anima e nel corpo, i deboli, i sofferenti in prigionie e tormenti, i condannati a morte; gli orfani, le vedove, i viandanti, le partorienti e i lattanti, chi si trascina nella schiavitù, nelle miniere e nei ceppi, o nella solitudine. (Lancelot Andrewes, in Le preghiere dell’umanità, Brescia, 1993).

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:-

Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006-.

– Comunità di S. Egidio, La Parola e la storia, Milano, Vita e Pensiero, 2011.

– La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

Benedetto XVI: l’eloquenza del silenzio nella comunicazione

Per la 46ma giornata delle comunicazioni sociali del 2012 che si terrà il 20 maggio

Benedetto XVI lancia un messaggio dal titolo “Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione” dove esorta tutti a praticare momenti di silenzio nel dialogo con l’altro, perché, dove vi è un eccesso di comunicazione vi è stordimento e l’uomo è impossibilitato ad entrare in autentico contatto con sè e con l’altro.

Il silenzio deve essere rivalutato e considerato parte integrante della dialettica comunicativa. A tal proposito il papà afferma:

“E’ importante accogliere le persone che formulano questi interrogativi, aprendo la possibilità di un dialogo profondo, fatto di parola, di confronto, ma anche di invito alla riflessione e al silenzio, che, a volte, può essere più eloquente di una risposta affrettata e permette a chi si interroga di scendere nel più profondo di se stesso e aprirsi a quel cammino di risposta che Dio ha iscritto nel cuore dell’uomo.  L’uomo non può accontentarsi di un semplice e tollerante scambio di scettiche opinioni ed esperienze di vita: tutti siamo cercatori di verità e condividiamo questo profondo anelito, tanto più nel nostro tempo in cui “quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali”

(Messaggio integrale per la GIORNATA DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI 2012)

L’impegno delle chiese locali e Scuola Cattolica in Italia

Tredicesimo Rapporto

a cura del CSSC-CENTRO STUDI PER LA SCUOLA CATTOLICA- CEI

Editrice La Scuola – Brescia – 2011

Secondo i recenti Orientamenti Pastorali dell’episcopato italiano, la scuola cattolica «in quanto parte integrante della missione ecclesiale, […] va promossa e sostenuta nelle diocesi e nelle parrocchie, superando forme di estraneità o di indifferenza e contribuendo a costruire e valorizzare il suo progetto educativo». In altre parole, la scuola cattolica è riconosciuta senza ombra di dubbio come una realtà specificamente ecclesiale, ma non sempre ha una collocazione visibile nella pastorale diocesana. Questa situazione ha convinto il CSSC a dedicare il suo XIII Rapporto ad approfondire la relazione che dovrebbe esistere tra la pastorale ordinaria di una Chiesa locale e le scuole cattoliche che operano nel suo territorio.

Il volume si articola in tre parti: premesse teoriche, ricerca sul campo e approfondimenti settoriali, a cui fa seguito una ricca appendice statistica.

La prima sezione si apre con un capitolo che cerca di delineare la presenza delle scuole cattoliche nelle diocesi, soprattutto alla luce del più recente magistero ecclesiale. Il secondo studio mira a ricostruire le modalità seguite dalla Cei nell’organizzare il proprio settore scuola/educazione a partire dalle origini e fino ad oggi. A sua volta, nel capitolo terzo si punta a identificare il ruolo dei vescovi nei confronti della pastorale ordinaria e di quella scolastico-educativa in particolare all’interno di ciascuna diocesi; risulta così delineata la natura dell’azione pastorale a partire dal diritto canonico e dal magistero e sono individuate linee evolutive, carenze e progressi.

La seconda parte si apre con il commento ai dati derivanti dall’applicazione agli uffici diocesani di pastorale scolastica di un questionario che intendeva mettere in luce il rapporto che esiste tra la pastorale ordinaria di una Chiesa locale e le scuole cattoliche che si trovano sul suo territorio. Il capitolo seguente, il quinto, presenta alcune buone prassi su una base quadripartita: la prima sezione descrive l’esperienza peculiare che si è realizzata in una grande diocesi come quella di Roma; la seconda tratta della sinergia che si è attuata a Milano tra scuole cattoliche e l’Università cattolica del Sacro Cuore, individuando linee evolutive, carenze, potenzialità e limiti che si possono essere registrati; la terza presenta un caso significativo di collaborazione tra Irc e scuola cattolica; la quarta si concentra su esperienze valide di partecipazione dell’istruzione e formazione professionale di ispirazione cristiana alla missione della Chiesa locale.

Nella terza parte il capitolo sesto esamina il rapporto particolare tra scuole di ordini/congregazioni e pastorale diocesana, mettendo in luce anche le difficoltà derivanti dalla differente sensibilità delle congregazioni rispetto alle scelte pastorali dei vescovi. Seguendo la medesima impostazione, nel settimo capitolo viene analizzata la relazione tra le scuole cattoliche di comunità laicali e la pastorale diocesana, evidenziando l’originalità di queste esperienze e le dinamiche relative alla loro diffusione, sia positive che negative. Adottando lo stesso schema, lo studio successivo approfondisce il rapporto tra le scuole cattoliche dei movimenti e la pastorale diocesana. Il nono capitolo è concentrato sulla situazione nel Triveneto.

Come nei precedenti rapporti, le conclusioni generali offrono una sintesi globale dei fondamenti, delle situazioni e delle proposte d’azione. Una novità di quest’anno è costituita dalla appendice che descrive le cifre della scuola cattolica e presenta le principali linee di tendenza.

Proponiamo la presentazione del libro di Guglielmo Malizia Direttore del CSSC

“Chiese Locali e Scuola Cattolica in Italia. Problemi e Prospettive”

The Catholic School under Scrutiny. Ten Years of Research in Italy (1998-2008)

Guglielmo MALIZIA – Sergio CICATELLI   Berlin/New York/Oxford, Peter Lang, 2011

Questo volume disegna nelle sue linee generali l’evoluzione che il Centro Studi per la Scuola Cattolica (CSSC) della Conferenza Episcopale Italiana ha compiuto nei suoi primi dieci anni di vita a partire dalla sua fondazione. Insieme con il Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica, il CSSC rappresenta la realizzazione più rilevante che la Chiesa italiana ha effettuato in vista della creazione di un sistema integrato di scuola cattolica e di formazione professionale.

Il volume si articola in tre sezioni principali. La prima delinea il contesto nel quale si è svolta la fatica decennale del CSSC: ruolo, funzioni, compiti, iniziative sono illustrati nel quadro della storia recente della scuola cattolica in Italia. La seconda sezione offre le premesse teoriche dell’azione del Centro Studi: esse vengono identificate nello specifico della qualità della scuola cattolica, nella dimensione comunitaria a livello di singola scuola e nell’educazione religiosa sul piano curricolare. La terza parte è incentrata sui soggetti che costituiscono la comunità educativa di scuola cattolica: gli insegnanti, i genitori, gli studenti e i dirigenti. Le conclusioni tentano di ricondurre a sintesi ordinata i numerosi contenuti e di fornire linee prospettiche di azione, mentre l’appendice offre un elenco ragionato e aggiornato delle principali attività del CSSC durante il decennio trascorso.

“unità dei cristiani, dono e impegno”

Nell’Angelus Benedetto XVI ricorda l’importanza della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Per camminare insieme occorre l’impegno quotidiano di tutti: «Un dono di Dio che, però, per usare un’espressione che ripeteva spesso il Beato Papa Giovanni Paolo II, diventa anche impegno».

Benedetto XVI, nel corso dell’Angelus di questa domenica che cade a metà della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, richiama i pellegrini giunti in piazza San Pietro a unirsi alla parole di Gesù alla vigilia della sua passione: «Che siano una sola cosa perché il mondo creda».

Con un occhio alle tensioni internazionali e in particolare del Medio Oriente, il Papa ha voluto ricordare che «l’unità che viene da Dio esige il nostro quotidiano impegno di aprirci gli uni agli altri nella carità».

Per la Settimana di quest’anno, cominciata il 18 e che terminerà il 25 gennaio, è stato scelto il tema Tutti saremo trasformati dalla vittoria di Gesù Cristo nostro Signore. I sussidi sono stati preparati da un gruppo polacco. «La Polonia«, ha sottolineato Benedetto XVI, «ha conosciuto una lunga storia di lotte coraggiose contro varie avversità e ha ripetutamente dato prova di grande determinazione, animata dalla fede. Per questo le parole che formano il tema sopra ricordato, hanno una risonanza e una incisività particolari in Polonia. Nel corso dei secoli, i cristiani polacchi hanno spontaneamente intuito una dimensione spirituale nel loro desiderio di libertà ed hanno compreso che la vera vittoria può giungere solo se accompagnata da una profonda trasformazione interiore».

Al termine dell’Angelus il Pontefice ha dato appuntamento al prossimo mercoledì, nella basilica di San Paolo fuori le Mura per la solenne celebrazione dei vespri che conclude la settimana. Con Benedetto XVI saranno presenti anche i rappresentanti delle altre Chiese e Comunità cristiane.

da: Famiglia cristiana  n.4  22 Gennaio 2012

Per leggere in forma integrale l’ Angelus del Papa

video

“siti parrocchiali e social network, istruzioni per l’uso”

Sono aperte le iscrizioni alla terza edizione del corso “Siti parrocchiali e social network, istruzioni per l’uso” organizzato dall’Ufficio comunicazioni sociali della diocesi di Roma in collaborazione con l’Associazione webmaster cattolici e l’Ucsi Lazio.

Il Corso, rivolto agli animatori della comunicazione e della cultura delle parrocchie romane, oltre che agli istituti religiosi interessati ad aprire o ad aggiornare il proprio sito internet,  riguarderà per la prima volta anche il mondo di facebook e twitter.

La sessione del 2012 si aprirà il 1 febbraio con l’intervento introduttivo di monsignor Domenico Pompili, sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali.

Seguiranno ogni mercoledì gli incontri tenuti da Leo Spadaro, docente dell’Associazione Webmaster cattolici, e da Paola Springhetti, giornalista del direttivo Ucsi, che riguarderanno la realizzazione, la gestione e la cura dei contenuti di un sito internet.

Ad occuparsi delle questioni legali relativi alle pubblicazioni del sito sarà questa volta Gianluca Bentivegna. A concludere il ciclo del prossimo anno sarà don Paolo Padrini, curatore dell’applicazione i.Breviary per iPhone, che illustrerà il mondo dei social network.

Per iscriversi basterà semplicemente inviare all’indirizzo info@ucsroma.it i seguenti dati: nome, cognome, telefono, mail, parrocchia o istituto di provenienza. La quota di iscrizione è di 20 euro, da versare entro la data del primo incontro.

Programma degli incontri

Sedi:   Pontificio Seminario Romano Minore, via Aurelia 208, Roma

CEI, Via Aurelia 468, Roma

Referente:    Don Francesco Indelicato, Ufficio Comunicazioni Sociali – Tel 0669886427


“Con lo sguardo sull’educazione” a Roma il 23-26 gennaio

Al cuore dei lavori del Consiglio Episcopale Permanente – che si riunisce a Roma dal 23 al 26 gennaiorimane l’impegno educativo, con la scelta del tema principale dell’Assemblea Generale della CEI del prossimo maggio, nonché della data e della sede del Convegno ecclesiale di metà decennio.

Attorno a questa linea, ci si soffermerà sulle indicazioni pastorali circa l’Anno della fede, sul prossimo Congresso Eucaristico Nazionale, sulle Linee guida per i casi di abusi sessuali compiuti da parte di chierici nei confronti di minori. All’ordine del giorno anche la nuova configurazione della Fondazione Migrantes, l’attribuzione delle nuove competenze sulla pastorale della navigazione aerea e marittima e l’esame dei materiali complementari della terza edizione italiana del Messale Romano.

Saranno infine approvate alcune indicazioni didattiche per l’insegnamento della religione cattolica nel secondo ciclo di istruzione e formazione, e verranno esaminate alcune problematiche concernenti l’ingresso a pagamento nelle chiese e i nuovi parametri per l’edilizia di culto.

Aprirà i lavori, dopo l’adorazione eucaristica prevista per le 17, la prolusione del Cardinale Presidente, Angelo Bagnasco, che offrirà un’ampia lettura della situazione della Chiesa e del Paese.

La Conferenza stampa per la presentazione del Comunicato finale – alla quale parteciperà S. E. Mons. Mariano Crociata, Segretario Generale della CEI – si terrà venerdì 27 gennaio.

III DOMENICA TEMPO ORDINARIO lectio Anno B

III domenica lectio – Anno B

Prima lettura: Giona 3.1-5.10

Fu rivolta a Giona questa parola del Signore: «Alzati, va’ a Nìnive, la grande città, e annuncia loro quanto ti dico». Giona si alzò e andò a Nìnive secondo la parola del Si-gnore. Nìnive era una città molto grande, larga tre giornate di cammino. Giona comin-ciò a percorrere la città per un giorno di cammino e predicava: «Ancora quaranta giorni e Nìnive sarà distrutta». I cittadini di Nìnive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli. Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dal-la loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece.

* Incontrare Dio e farlo incontrare anche agli altri è l’idea fondamentale della prima lettu-ra.

Senza addentrarci nel ginepraio dei problemi sollevati dal testo, consideriamo Giona un libro più da meditare che da studiare. Vogliamo solo ricordare che il libro, annoverato di solito tra i profeti, è collocato oggi da molti studiosi tra i libri didattici. Infatti, diversamen-te dagli altri testi profetici, non presenta una raccolta di oracoli, limitandosi a quello scarno annuncio: «Ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta» che rimangono le uniche parole del suo messaggio. L’assenza di oracoli è felicemente compensata dalla vita stessa del profeta che annuncia più con i fatti che con le parole, a tal punto da poter affermare che tutta la sua vi-cenda diventa epifania di Dio. L’insegnamento allora non sta tanto nelle parole, quanto piuttosto nella trama che rivela così il suo intento didattico.  Il brano liturgico propone un profeta che ha già sperimentato sulla sua pelle il significa-to della conversione: non voleva recarsi a Ninive ad annunciare la salvezza ai pagani, ha voluto fare di testa sua. Si è ritrovato solo, in mezzo al mare, con l’unica possibilità: quella di morire annegato. L’amorosa provvidenza divina lo salva (è il significato del grosso pe-sce) e li riporta al punto di partenza.  Troviamo ora Giona in seconda edizione, riveduta e migliorata. Di nuovo gli è rivolto l’invito del Signore che lo invia a Ninive con un ultimatum; « Ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta » (v. 4). Il numero 40 indica un tempo opportuno per fare qualcosa e prendere de-cisioni, indica un’occasione decisiva e forse irripetibile. È il momento di grazia per i Nini-viti. Di fatto costoro accolgono l’occasione e, sebbene pagani, acconsentono al Dio di Giona con un’adesione plebiscitaria che interessa re e animali, due estremi per indicare tutti.  Il brano liturgico salta i vv. 6-9 che mostrano l’itinerario di conversione dei Niniviti.  La conclusione del v. 10 sottolinea: — Dio si qualifica come Dio della vita perché vuole la salvezza di ogni uomo e di tutti gli uomini (universalismo). — Dio si serve degli uomini per operare i suoi prodigi (collaborazione): Dio ha voluto aver bisogno degli uomini. Finché Giona privatizzava la sua vita, lontano da Dio, non solo non poteva essere utile agli altri, ma neppure realizzava la propria persona. Aderendo al programma divino, da una parte Giona realizza se stesso perché fa il profeta e dall’altra diviene elemento e tramite di salvezza per gli altri. Così è ciascun uomo quando accetta di far parte dell’organigramma divino.  A questo punto parrebbe di poter concludere il libro di Giona, visto che la sua missione ha avuto successo, convertendo prima se stesso e poi i Niniviti. Ma terminando così, sem-brerebbe che la conversione sia un tornare indietro una volta sola, il lasciarsi convincere da Dio una volta per tutte. Il che non è proprio vero. Lo ricorda il capitolo che segue: la con-versione è un’opera continua. Lo afferma, per aliam viam anche la seconda lettura.

Seconda lettura: 1Corinti 7,29-31

Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno mo-glie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!

* La conversione è uno stato di premurosa e amorosa attenzione alla volontà di Dio, un impegno a sintonizzare sempre più e sempre meglio la propria vita alle esigenze del Re-gno di Dio. Ogni attaccamento morboso viene bocciato, così come risulta un perditempo ogni cocciutaggine a perpetuare ciò che è effimero. Potrebbe essere questa una chiave di lettura del minuscolo brano liturgico proposto come seconda lettura.  A partire dal cap. 7 della prima lettera ai Corinti, Paolo, apostolo e catecheta, risponde ai quesiti che la comunità gli aveva sottoposto. Il primo di essi trattava del matrimonio e della verginità. Paolo ribadisce il valore del matrimonio (forse contro tendenze che lo sva-lutavano) anche se la verginità sembra rispondere ad un ideale maggiore (cf. v. 7). La cosa più importante, al di là di possibili gerarchie, consiste nel rispondere alla vocazione del Si-gnore (cf. v. 17 ss.).  Il brano liturgico è racchiuso tra due affermazioni di transitorietà: «il tempo si è fatto bre-ve» e «passa infatti la figura di questo mondo!». All’interno sono elencate alcune situazioni e il loro contrario (aver moglie / non aver moglie; piangere / non piangere…).  Paolo non intende fare previsioni cronologiche, quando afferma che il tempo è breve. Egli ha di mira il Signore morto e risorto che ha dato avvio ad una situazione nuova e de-finitiva: siamo ormai nel tempo finale, quello definitivo. In altre parole, non c’è da aspet-tarsi nulla di nuovo perché la vera novità, quella definitiva, è Lui, il Signore risorto. Se siamo alla svolta finale, significa che la realtà prende senso e colore solo alla luce di Cristo risorto. Viene tolto il plusvalore che normalmente viene attribuito alle situazioni (sposarsi, piangere, possedere), soprattutto se considerate solo nel loro aspetto esteriore (possibile traduzione del greco schema, reso in italiano con «scena», v. 31). Ciò che rimane, oltre il tempo, è l’attaccamento a Cristo Signore, la configurazione a Lui nel mistero pasquale. Il brano è quindi una calda esortazione a orientare tutto e a orientarsi definitivamente verso Lui. Anche questo è conversione. Paolo ha il merito di averci insegnato un altro aspetto del mai esaurito tema della conversione.

Vangelo: Marco 1,14-20


Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro pa-dre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

Esegesi


Le letture bibliche della presente domenica sono caratterizzate dalla duplice nota: la conversione è accoglienza dell’invito divino al rinnovamento; tale rinnovamento porta però sulla strada della solidarietà: alcuni annunciano ad altri la loro esperienza di salvezza, per-ché tutti ne possono beneficiare. C’è lievitazione per tutti.  La preziosità del brano evangelico poggia sul duplice motivo di novità: incontriamo le prime parole di Gesù riportate dal Vangelo secondo Marco (vv. 14 -15), cui segue la prima azione di Gesù, quella di convocare alcune persone, introducendole al suo seguito, con lo scopo di allargare la cerchia con nuove persone, per la costruzione di una nuova famiglia,quella della Chiesa (vv. 16-20).  1. Quando Gesù incomincia a parlare, fa riferimento a qualcosa che si è concluso e, più ancora, ad una novità che irrompe nella storia e alla quale bisogna prepararsi. Tutto que-sto è espresso con la categoria a noi nota anche se non sempre molto familiare, come «re-gno di Dio». Si tratta di un tema centrale che il novello predicatore propone subito al suo uditorio. Ma è pure una chiave interpretativa per aprire in parte il mistero della sua per-sona. Egli, certamente «rabbi» e pure «profeta» come lo chiama la gente (cf Mc 6,14s; 8,28), si definisce piuttosto come l’annunciatore del Regno, colui che con la parola dice che il Re-gno è presente e con la sua azione lo visibilizza. Mc 1,15, diventa sotto questo aspetto par-ticolarmente illuminante.  Mediante le coordinate spazio-temporali l’annuncio di Gesù viene situato in un contesto geografico ben preciso, la Galilea, e in un contesto storico definito, l’arresto del Battista, il quale, in veste di precursore, era stato l’ultima voce autorevole capace di invitare gli uo-mini ad un rinnovamento, espresso esternamente con l’abluzione battesimale. Spentasi questa voce profetica, ben si può dire: «II tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo».  Numerosi commentatori sono concordi nel leggere in queste parole la visione riassunti-va del pensiero di Gesù, non necessariamente la citazione ad litteram delle sue parole. È certo comunque che esse segnano il trapasso da un’epoca ad un’altra, da un atteggiamento di fiduciosa attesa ad uno di imminente realizzazione. Infatti nel dire «il tempo è compiu-to» si capisce che un processo è arrivato al suo termine dopo uno sviluppo più o meno lungo. Nel linguaggio di Mc l’espressione fa riferimento al tempo preparatorio dell’A.T. e presuppone la conoscenza delle varie tappe del piano divino, collegate tra loro da quella continuità che in Dio è semplice unità, nell’uomo è progressiva rivelazione. Solo Gesù, pienezza della rivelazione, può dire che il tempo preparatorio è giunto al suo termine e so-lo dopo la Pasqua, pienezza della manifestazione di Gesù, la comunità dei credenti può aderire alla verità secondo cui lui, figlio dell’uomo e figlio di Dio, da inizio ad un’epoca nuova.    Questo tempo allora non è un chronos ma un kairos, vale a dire, non una successione di attimi fuggenti qualitativamente simili ad altri, bensì un’occasione unica da vivere ora nel-la sua interezza ed esclusività, perché questo tempo che «è compiuto» (al perfetto in greco per indicare un’azione del passato ma con effetti presenti) è la porta di accesso alla situa-zione nuova, che Paolo chiama «pienezza dei tempi» (Gal 4,4) e che Marco riconosce nella presenza del Regno di Dio. Infatti il verbo greco enghiken si può tradurre tanto «è vicino», «è arrivato», quanto «è giunto», «è presente».  La venuta del Regno di Dio deve essere veramente qualcosa di straordinario se esige un cambiamento radicale espresso dall’imperativo «convertitevi» che unito al seguente «cre-dete al vangelo» indica che passato e presente non si possono mescolare; lo conferma lin-guisticamente il termine greco «metanoia» che allude ad un cambiamento di mentalità (nous = mente), corrispondente all’ebraico shub che esprime il ritorno da una strada sba-gliata, ovviamente per imboccare quella giusta. Bisogna cambiare o ritornare per aderire con cuore nuovo al «vangelo».  2. Alle prime parole di Gesù segue la prima azione. Anch’essa merita attenzione, pro-prio per capire le intenzioni di Gesù. La conversione appena annunciata ha bisogno di mediatori, di persone che abbiano sperimentato per prime che cosa significhi. Due coppie di fratelli, Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, colti nella quotidianità del loro lavoro, sono chiamati ad un nuovo servizio. Non dovranno più interessarsi di pesci, ma di uomi-ni, non tirarli fuori dall’acqua, ma da una vita scialba e insulsa. Devono prospettare loro «il Regno» che è l’amorosa presenza di Dio nella storia, così come è dato percepirlo con la ve-nuta di Gesù.  Con la chiamata dei primi discepoli alla sequela di Gesù, si pongono le basi della co-munità ecclesiale. Alcuni punti sono di grande attenzione: — Sono persone coinvolte nel Regno. Se l’annuncio del Regno è stata la ‘passione’ di Gesù, anche loro dovranno avere a cuore la diffusione del Regno. — Sono persone chiamate ad una vita di comunione, con Gesù prima di tutto e poi tra lo-ro. Esse non aderiscono ad un programma, ad un ‘manifesto’, ma ad una persona.— I chiamati, rispondono con un’adesione personale, pronta e totale. Si aderisce con tutta la vita e per sempre. Non sono ammessi lavoratori part time.— Il gruppo non ha nulla della setta. È vero che all’inizio sono solo quattro, ma poi diven-teranno dodici e tutti avranno come compito primario l’annuncio del Regno, la sua diffu-sione in mezzo agli uomini (cf. 6,6ss). Ciò vuol dire che la loro esperienza di incontro con il Signore e di vita con Lui diventa l’oggetto del loro annuncio. Andranno a presentare una persona, quella verso la quale vale la pena orientare tutta la propria vita. Sono dei ‘convertiti’ che avranno la passione di con-vertire altre persone. Per la stessa causa. Per il Regno. Perché Dio sia tutto in tutti.

Meditazione

Da questa domenica la liturgia ci fa ascoltare il Vangelo di Marco, il primo dei Vangeli. Marco a Roma raccolse la predicazione dell’aposto¬lo Pietro e, intorno all’anno 70, la ordinò nel suo Vangelo, che divenne poi di riferimento per i Vangeli di Matteo e Luca. Oggi ci viene propo¬sto l’inizio della vita pubblica di Gesù e le sue prime parole. Giovani Battista era stato arrestato da Erode e ucciso. Il Signore sente giunto il suo tempo, il tempo del re-gno di Dio, che egli è venuto ad inaugurare con la buona notizia, il vangelo di Dio. Anche il mondo di oggi ha biso¬gno di questa buona notizia in un tempo dove solo le cattive noti-zie fanno cronaca. Le parole di questa buona notizia sono semplici, piene di speranza, ma anche impegnative: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo».È giunto a compimento il tempo dell’attesa, quello preparato da Dio mediante i sapienti e i profeti di Israele, rappresentato da Giovanni Battista, l’ultimo dei profeti. Ora è il tempo del regno di Dio che pren¬de avvio con la vita e le opere del Signore Gesù. Gesù non co-mincia da Gerusalemme, la capitale della provincia romana di Giudea, ma dalla periferia, la Galilea, la più settentrionale delle tre regioni abitate dal popolo d’Israele. Ai tempi di Gesù la Galilea era diventata una regione malfamata a motivo di forti infiltrazioni pagane che contaminavano la purezza della fede e la correttezza dei riti ebraici. Terra anche di gente rivoltosa, mal sopportata dai romani, che allora governavano la Palestina. Ma Gesù, proprio da questa terra periferica e lontana dalla capitale, inizia la predicazione del Regno di Dio; qui raccoglie i primi seguaci e qui, da risorto, attenderà i discepoli per il «secondo» inizio della predicazione evangelica. Insomma, la Galilea sembra assurgere a terra simbo-lica per ogni missione evangelica. Si potrebbe dire che se c’è da scegliere un luogo da cui partire per annunciare il Vangelo, que¬sto dev’essere il luogo periferico, marginale, escluso, disprezzato, pove¬ro, che non conta nulla. Nella «Galilea delle genti» si sentì risuonare per la prima volta il Vangelo, la buona notizia. Qui, dove poveri, pagani ed emarginati, zelati rivoluzionari si mescolavano, Gesù cominciò a dire: «il tempo è compiuto», ossia sono fini-ti i giorni nei quali la violen¬za, l’odio, l’abbandono, l’ingiustizia e l’inimicizia hanno il so-pravvento, e sono iniziati gli ultimi tempi, quelli della vittoria di Dio sul demonio, del be-ne sul male, della vita sulla morte. La storia degli uomini subisce una svolta: «il Regno di Dio è vicino», annuncia Gesù.Il tempo di Dio irrompe nella vita degli uomini in modo inaspettato, mettendo in di-scussione le abitudini e i tempi consolidati di ciascuno. Questo inizio chiede una scelta in un mondo di uomini e donne trasci¬nati dal conformismo, in cui si ha paura di scegliere, di impegnarsi per qualcosa che non sia solo a proprio vantaggio. Due sono le richieste di questo inizio: «Convertitevi e credete nel Vangelo». La novità del Vangelo di Gesù inizia con una richiesta rivolta a ciascuno personal¬mente, che è anche il segreto rivoluzionario del cristianesimo. Per cambiare il mondo non si deve innanzitutto chiedere agli altri di cam¬biare, ma bisogna cominciare da se stessi. Conversione è infatti cambia¬mento di se stessi, del proprio cuore, dei sentimenti, dei pensieri, dell’agire. Insomma un vero sovver-timento di se stessi. Oggi è facile ed istintivo pretendere che gli altri cambino, ma Gesù lo chiede per prima cosa a ciascuno dei suoi discepoli. Solo così si può vivere da cristiani, al-trimenti si è come tutti, conformisti nel lamento e nella rassegnazio¬ne, senza sogni e senza visioni per sé e per il mondo. La conversione tuttavia non è un atto magico, ma una rispo-sta al Signore che parla agli uomini. Essa comincia quando si «crede al Vangelo», smetten-do di cre¬dere solo in se stessi. La fede nasce e cresce in una chiamata, come avvenne quel giorno sul lago di Galilea, quando Gesù incontrò Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni. Erano pescatori, un mestiere che per¬metteva una vita dignitosa. In ambedue le situazioni tutto comincia con il «vedere» di Gesù, come avevamo ascoltato già domenica nel Vangelo di Giovanni. Gesù «vede», non è distratto, si accorge di noi, ci guarda nella quotidianità delle diverse occupazioni, cogliendo il desiderio di una vita migliore. Non disprezza il la-voro di quegli uomini, ma rivolge loro un invito: «Venite dietro a me, vi farò diventare pe-scatori di uomi¬ni». «Venite dietro a me» è l’invito alla sequela, ad andare dietro a Gesù, non davanti. Davanti sta lui. Il discepolo lo segue per poter imi¬tarlo, essere come lui, smet-tere di fare il protagonista e il padrone della sua vita. Seguire Gesù è la vita del cristiano, per il quale non esiste un tempo di apprendimento dopo il quale si diventa maturi e si smette di seguire Gesù, perché si è diventati maestri. Chi non rimane discepolo per tutta la vita, sarà un pessimo maestro. Poi segue una promessa: «Vi farò diventare pescatori di uomini». Gesù vuole trasformare la vita di quei pescatori, e insegnerà loro un nuovo modo di lavorare, non solo per sé, bensì per gli altri. Il mondo ha bisogno di pescatori, di gente che nel mare cerca uomini e donne che si uniscano con loro a Gesù. È l’inizio della missio-ne. Fin dal primo momento il Signore mostra che chiamata e missione vanno di pari passo. Infatti non esiste cristiano autentico che non sia anche uno che comunica il Vangelo ricevu-to, come non esiste Chiesa se non missionaria.Lo possiamo capire bene dalla vicenda di Giona, profeta difficile che non accetta di buon grado la chiamata di Dio, anche perché lo voleva mandare a Ninive, la capitale di un grande impero, la grande nemica di Israele. Per questo era fuggito una prima volta, ma poi aveva accetta¬to di annunciare la Parola di Dio dopo essere stato salvato dall’abisso della morte. Il testo evidenzia la grandezza della città, che Giona cominciò a percorrere. La sor-presa fu grande: non era ancora arrivato a percorrerne la metà, che già i cittadini di Ninive «credettero a Dio» e si convertirono. Avevano ascoltato la parola di Dio proclamata da Giona e questo aveva cambiato il loro cuore. La parola di Dio compie il mira¬colo della conversione se viene ascoltata. E Dio mostra la sua grande misericordia davanti a un po-polo che ascolta. Erano lontani da Dio, erano nemici di Israele, eppure Dio si preoccupò di loro, perché Dio si accorge della forza del male e cerca uomini che possano essere suoi pro-feti, comunicare che è possibile cambiare, cessare di compiere il male ascoltando la parola di Dio e facendo il bene.«Il tempo si è fatto breve», dice Paolo ai cristiani di Corinto. «D’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quel¬li che piangono, come se non piangesse-ro; quelli che gioiscono come se non gioissero; quelli che comprano come se non possedes-sero; quel¬li che usano i beni del mondo come se non li usassero pienamente; passa infatti la figura di questo mondo» (7, 29-31). Gli affetti, il pianto, il godere, il comprare, l’usare… spesso esauriscono le nostre giornate, la nostra mente, la nostra vita, a tal punto da rin-chiuderla come in una rete inestricabile. C’è come una corsa inarrestabile verso il vivere indi¬viduale, con il problema centrale dell’affermazione di sé, con il culto scatenato del proprio corpo, con la paura di invecchiare, di non preva¬lere… Dopo la fine delle ideologie e dei sogni sul mondo, sembra che l’unica vera passione sia l’amore per se stessi e l’unico vero oltranzismo sia l’individualismo. Il Signore viene dentro questa rete ingarbugliata che imprigiona, mortifica e intristisce con sempre più violenza la nostra vita per scioglierla e per allargarla. Gesù vuole ampliare il nostro cuore all’amore per tante altre persone, vuole che piangiamo non solo su noi stessi ma che ci uniamo semmai al pianto di coloro che so-no nell’affli¬zione, vuole che la gioia non sia riservata a pochi fortunati ma che tanti possa-no gioire, vuole che i beni di questo mondo non siano privilegio di alcuni, perché essi sono destinati da Dio a tutti. È quello che intuiro¬no i quattro discepoli, dopo aver ascoltato l’in-vito di Gesù. Il Vangelo è «la» parola sulla nostra vita: indica a ciascuno la sua vocazione, la sua strada, il suo cammino. Quei quattro, anche se non lo avevano capito appieno, si fi-darono di quella chiamata e, «subito, lasciarono le reti e lo seguirono». Il Regno di Dio ini-zia in questo modo, sulle rive del lago di Galilea. E continua lungo la storia con la stessa logica: la parola di Gesù, il Vangelo, percorre le rive delle tante Galilee di oggi cercando uomini e donne disponibili a diventare «pescatori di uomini».

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

– Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006-.

– Comunità di S. Egidio, La Parola e la storia, Milano, Vita e Pensiero, 2011

– La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.