Giornata nella memoria dei missionari martiri

Oggi si celebra la XX Giornata di Preghiera e Digiuno per i Missionari Martiri.
Lo slogan di quest’anno èAmando Fino alla Fine“.

Don Gianni Cesena, direttore di Missio, organismo pastorale della Cei, ci spiega il perchè della scelta di questo tema e la portata di questa giornata non solo per la chiesa italiana, ma per molte diocesi che la celebrano nei cinque continenti.

«Testimoni di Dio: con questo messaggio Missio declina quest’anno, a partire dalla scorsa Giornata Missionaria Mondiale, i percorsi di formazione, preghiera, animazione missionaria. A sua volta Missio Giovani, che organizza ogni anno la Giornata di preghiera e digiuno a ricordo dei missionari e delle missionarie martiri, ripropone il tema del testimone, forte del fatto che i due termini – testimone e martire – sono la traduzione uno dell’altro.
“Amando fino alla fine” non vuole essere un lieto fine forzato che cancella la durezza della violenza o la tragedia di una vita spezzata drammaticamente, ma semplicemente dipinge gli ultimi istanti di coloro che, sull’esempio del Maestro, donano la vita, perdonando i loro carnefici.
Ecco perché ogni martirio, dai tempi di Stefano in poi, va riletto sulla filigrana del martirio di Gesù, testimone e rivelatore di un

Dio Padre che ama e perdona. Gesù ci svela il dolore del Padre, che non è un vago sentimento di dispiacere per il peccato dei figli o di compassione per le loro sofferenze, ma è il suo modo di essere misericordioso e fedele. Sulla Croce Gesù riafferma che il disegno del Padre è l’unità della famiglia umana, che sperimenta la condivisione e vive la riconciliazione come unico gesto capace di generare pace e giustizia e di radunare attorno a sé tutti i popoli. Ecco perché i missionari vengono perseguitati e uccisi, perché portatori di un Vangelo che continua, oggi e da sempre, a capovolgere le logiche umane fondate sull’egoismo e sull’ingiustizia.
Approfittiamo di questo tempo per rivedere la nostra testimonianza alla luce dell’esempio che i martiri ci donano, siano essi noti o conosciuti, connazionali o “locali”. Rivediamo i loro volti, riascoltiamo le loro parole, rileggiamo i loro scritti: il dono della vita è il sigillo della loro testimonianza e rivelazione del Dio che ama.»

elenco-dei-missionari-uccisi-2011

riflessione-tematica della giornata

V DOMENICA DI QUARESIMA Lectio – Anno B

Prima lettura: Geremia 31,31-34

Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore –, nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova. Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore. Oracolo del Signore. Questa sarà l’alleanza che concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni – oracolo del Signore –: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: «Conoscete il Signore», perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande – oracolo del Signore –, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato.

Gesù Cristo, l’abbiamo constatato, è ormai pronto a consegnarsi al disegno del Padre, perché, come aveva in precedenza detto: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (4,34). Tutto ciò sfocia nell’atto della stipula di una nuova alleanza, di cui ai suoi tempi il profeta Geremia aveva avvertito la necessità: «Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore –, nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova. Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore. Oracolo del Signore» (31,31-32).

Infatti Geremia aveva preso coscienza di quanto fosse difficile per il suo popolo vivere da popolo di Dio, nella fedeltà e nel rispetto della legge. D’altra parte, egli stesso era stato rifiutato in qualità di messaggero di Dio da coloro che avrebbero dovuto ascoltarlo. Di che cosa allora si sente la necessità? Dio pensa a dare all’alleanza, atto con cui Egli si è «legato» e fatto «soggiogare» alla fedeltà nei confronti dei discendenti d’Abramo, una forza tale da renderla «più intima dell’intimo dell’uomo». Si tratta di una legge di cui non ci si può accontentare di vedere scritta in codici cartacei o su tavole di pietra o altro materiale, quasi a essere rassicurati sulla sua perennità, bensì di una legge posta nel cuore stesso dell’uomo: «Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (31,33).

Il profeta di Anatot non conosce certamente lo Spirito Santo come noi dopo la rivelazione di Gesù Cristo, benché in quanto profeta ne abbia fatto un’esperienza eccezionale. Eppure è lo Spirito che sarà chiamato «nuova legge» e lo stesso profeta veterotestamentario ne sente come il forte desiderio di attingere a questa maggiore luce. In fondo, anch’egli, come i Greci del Vangelo, domanda più chiarezza e si rallegra nella speranza che un giorno il cuore di ogni uomo, finalmente risanato dal limite del peccato e purificato da tutte le angosce, possa riconoscere in Dio il salvatore e il liberatore senza problemi: «Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: «Conoscete il Signore», perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande – oracolo del Signore –, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato» (31,34).

Seconda lettura: Ebrei 5,7-9

Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.

Il brano evangelico ci presenterà un Gesù perfettamente disposto all’obbedienza di fronte alla volontà salvifica del Padre suo e Padre nostro. Su questo medesimo tenore si situa anche la breve pericope tratta dalla Lettera agli Ebrei. L’autore della Lettera, infatti, non trascura di segnalare quella che è una delle componenti di ogni uomo; l’angoscia di doversi consegnare alla morte, perché da essa «nullo homo vivente può scappare», come dice Francesco d’Assisi. Di tale angoscia fu partecipe anche Gesù e «nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito» (5,7).

Questo senso di solidarietà è totale, perché ci viene prospettato in primo luogo un Gesù che prega e supplica il Padre durante la sua vita terrena, nella quale ha incontrato chissà quante volte il pallore della morte, lo squallore della miseria, la disperazione della malattia incurabile. Inoltre, al suo supplicare egli aggiunse «grida e lacrime», in sequenza incessante, per rimarcare il grado dell’offerta della propria vita, in qualità di “sommo sacerdote” che s’immola a vantaggio dell’umanità. E il Padre, che ha il potere di donare la vita e di riprenderla, esaudì il Figlio, in quanto gli era gradito tutto ciò che da Lui era compiuto. Dunque, per questa sua relazione spirituale, Cristo è stato esaudito, come poi precisano i vv. 8 e 9: «Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono».

L’offerta di Cristo, in realtà costituisce un sacrificio efficace che il Padre ha gradito, poiché la sua volontà è stata rispettata: la stessa disponibilità dimostrata da Cristo gli ha consentito di intervenire trasformandone la vita (Gesù «reso perfetto») in opera di completa mediazione della salvezza divina per quanti, sul modello del Maestro, si faranno “obbedienti”.

Vangelo: Giovanni 12,20-33

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

 

Esegesi

Prima di entrare nel vivo del brano, proviamo a tracciare, seguendo il racconto dell’evangelista Giovanni, le coordinate entro le quali s’inquadra il brano di questa domenica. Nel primo versetto del capitolo 12 leggiamo: «Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betania, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti». Gesù, infatti, a quel che dice il quarto Vangelo, si recava spesso a Gerusalemme per pregare e insegnare nel Tempio, avendo «punto d’appoggio» la casa di Lazzaro, nel villaggio di Betania, distante un paio di chilometri dalla capitale. Durante la cena che fu consumata a casa di Lazzaro, Maria, una delle sue sorelle, compì un gesto «profetico»: l’unzione dei piedi del Maestro. La narrazione prosegue con la descrizione di un altro atto «profetico», che coinvolse parte della folla venuta per il pellegrinaggio pasquale: «Il giorno seguente, la gran folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!» (12,12-13).

In questo contesto avviene l’incontro tra Gesù e i Greci, i quali chiedono a Filippo di essere presentati al Maestro. Il Vangelo, però, si nota subito, purtroppo non ci dice se il dialogo tra Gesù e coloro che hanno chiesto di vederlo si sia verificato, tuttavia ci riferisce le parole pronunciate da Lui appena Andrea e Filippo lo informano della richiesta espressa da questi Greci: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome» (12,23-28a).

Dal tenore di queste parole emerge un Gesù perfettamente cosciente non solo della morte imminente (i suoi avversari hanno tramato di ucciderlo dopo Pasqua, ma Gesù li «costringerà» ad anticipare), bensì anche del fatto che la morte non costituisce affatto una sconfitta. Anzi, Gesù adopera termini che fanno presagire, da parte sua, l’ansia di portare a compimento quella missione, affidatagli dal Padre, di cui più volte ha parlato: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (3,16-17). Che il Padre desideri salvare l’umanità attraverso suo Figlio Gesù è la «buona notizia» da annunciare, ossia la glorificazione da rendere manifesta mediante il mistero pasquale che Gesù è, in un certo qual senso, ansioso di adempiere, come dimostra l’espressione: «Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora!».

Perciò Egli, che è il Rivelatore, allude appena a una parabola, quella del chicco di grano caduto in terra: esso produce molto frutto qualora muoia. Detto altrimenti, soltanto l’obbedienza alla volontà salvifica del Padre si rivela feconda di «risultati» positivi, che operano la trasformazione dal chicco singolo a una spiga carica di chicchi, risorgendo da quella stessa terra in cui è morto il chicco originario. Ad accompagnare questa parabola c’è un detto che ne ricorda di analoghi presso i Sinottici. Il senso non è difficile: di fronte a Gesù, che muore per poi risorgere, ciascun credente viene sollecitato a valutare la vita attuale in rapporto a quella eterna. E perdere la vita significa mettersi al servizio di Gesù, per essere là dove Lui si trova, sulla croce come nella gloria, per godere della riconoscenza del Padre.

Alla fine delle parole di Gesù si sente una «voce dal cielo». Non ci soffermiamo molto su questo, ricordando casi analoghi nella Bibbia (ad esempio in Es 19, At 2, Ap 5, i racconti del battesimo di Gesù e la trasfigurazione), in cui la voce divina, in relazione a teofanie, risulta indescrivibile e irriferibile per gli esseri umani. Ma tale voce è proprio rivolta alla folla e non a Gesù. È questo il motivo per cui Egli si preoccupa subito di «interpretarla»: Gesù sa già perché è venuto nel mondo, mentre chi lo circonda non si rende conto del valore e della sostanza della sua missione. In realtà, il compimento del mistero pasquale si caratterizza per il giudizio che esprime sul principe di questo mondo, ossia su Satana e su tutto il complesso della sua negatività.

Dal desiderio espresso dai Greci di incontrarlo, dunque, emerge la prontezza di Gesù nel dichiararsi disponibile, nonostante la sofferenza che ne seguirà, a morire, perché quel desiderio è segno di un’umanità che ha sete della salvezza e della conoscenza della verità.

Meditazione

Siamo ormai alle soglie della Settimana Santa. La quinta domenica di Quaresima ci viene incontro quasi per un ultimo momento di sosta e di raccoglimento prima di stringerci attorno al Signore Gesù che entra in Gerusalemme. Sono gli ultimi giorni terreni di Gesù; domenica prossi­ma lo accompagneremo agitando con le nostre mani le palme mentre entra nella città santa; passeranno alcuni giorni e verrà prima catturato, poi condannato e quindi messo a morte. Sono gli eventi della settimana centrale nella vita delle comunità cristiane. La Chiesa, che già da molti giorni ci sta preparando a questi eventi, insiste perché ciascuno di noi sia pronto per la celebrazione del grande mistero della morte e risurre­zione di Gesù.

La proposta di questa domenica, attraverso il Vangelo di Giovanni, pone sulle nostre labbra la stessa domanda che alcuni greci, presenti tra la folla dei pellegrini recatasi a Gerusalemme per la Pasqua, posero a Filippo e Andrea: «Vogliamo vedere Gesù». È una richiesta che faccia­mo nostra particolarmente in questo tempo e in questi giorni. C’è una spiritualità dei giorni della Passione, che è anzitutto non tralasciare la persona di Gesù, il Signore. Perciò, in questa settimana è bene che i nostri occhi possano ogni giorno leggere una pagina evangelica, maga­ri del racconto della Passione, per poter comprendere il cuore, i pen­sieri, i sentimenti e l’amore di Gesù. È un momento di grazia per cia­scuno di noi. Quando Filippo e Andrea riferiscono a Gesù la richiesta dei due greci, egli risponde che è giunta la sua «ora». Quell’ora che «non era ancora arrivata» durante le nozze di Cana, che «stava venen­do» nell’incontro con la samaritana al pozzo di Giacobbe, quella «ora» per cui Gesù era venuto sulla terra, ora sta per giungere nella sua pie­nezza. È un’ora del tutto diversa da quella che aspettiamo noi, quella del trionfo, della riscossa, dell’affermazione di se stessi, della vittoria sugli altri.

Per Gesù è l’ora della sua passione e morte. Non c’era mai stata per lui l’ora dell’interesse per sé, sebbene più volte avesse subito la tentazione di fuggire il pericolo della cattura che vedeva avvicinarsi sempre più, oppure di allontanarsi da Gerusalemme come gli stessi discepoli più volte lo avevano esortato a fare. L’ora, ormai giunta, non era certo un momento facile per Gesù. Era anzi fortemente drammatico, tanto da fargli esclamare: «L’anima mia è turbata; e che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». E decise di restare, anzi di entrare a Gerusalemme anche se questo gli sarebbe costato la morte. Ne era ben consapevole. Più volte l’aveva detto, scandalizzando anche i più vicini a lui. Nel tempio lo ripete a tutti i presenti, sotto forma di parabola: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto». Per lui non era bastato venire sulla terra, era necessario donare la vita sino alla fine, sino all’ultimo istante, sino all’ultima goccia. Bisognava che apparisse dinanzi a tutti l’incredi­bile amore del Padre e del Figlio.

Gesù non ha cercato la morte. Al contrario, ha condiviso l’angoscia di ogni uomo davanti l’ultimo atto dell’esistenza. Nella Lettera agli Ebrei abbiamo ascoltato: «Cristo, nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva sal­varlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito». Tuttavia — ed è qui il grande mistero della Croce — l’obbedienza al Padre e l’amore per gli uomini erano per Gesù più preziosi della sua stessa vita. Non era venuto sulla terra per «rimanere solo», bensì per portare «molto frutto». L’unica via per portare frutto, ossia per racco­gliere i dispersi, viene indicata da Gesù nel brano evangelico: «Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna». Sono parole che sembrano incompren­sibili, e per certi versi lo sono; esse suonano totalmente estranee al comune sentire, da risultare indecifrabili dal punto di vista del linguag­gio. Tutti amiamo conservare la vita, custodirla, preservarla, risparmiar­la dalla fatica; nessuno è portato ad «odiarla», come invece sembra suggerire il testo evangelico. Basti pensare alle cure che abbiamo per il nostro corpo. E non parlo di quella ordinaria attenzione per la salute. Mi riferisco a quelle sofisticate attenzioni che riserviamo all’estetica e all’apparire, e per le quali non badiamo a spese né ad energie.

Il Vangelo parla un altro linguaggio; potrebbe apparire duro, eppu­re a guardarci bene dentro è profondamente realista Il senso dei due termini (odiare e amare) è da intendersi sulla scia della stessa vita di Gesù, del suo modo di comportarsi e di voler bene, del suo modo di impegnarsi, di pensare e di preoccuparsi. Insomma, Gesù ha vissuto tutta la sua vita amando gli uomini più di se stesso. La morte in croce rappresenta l’ora in cui questo amore si manifesta nella sua pienezza. Sì, la croce è l’ora della salvezza; potremmo dire che è il momento culminante dell’intera storia umana, il punto più alto di amore che l’uo­mo ha potuto e possa esprimere.

E forse è proprio questa l’ora di cui parla la profezia di Geremia quando prevede «giorni nei quali il Signore con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderà un’alleanza nuova» (31, 31). Sono poche parole, ma rappresentano uno dei vertici spirituali del Primo Testamento: l’antico patto del Sinai giunge al suo compimento in una «alleanza nuova» che il Signore stabilisce con il suo popolo. Gesù stesso rievocherà durante l’ultima cena questa profezia di Geremia, quando definirà la coppa pasquale come «il calice della nuova alleanza». Tale nuova alleanza non sarà più scritta su tavole di pietra ma nel cuore stesso degli uomini, come aveva annunciato Geremia. E il primo cuore su cui essa è scritta è quello stesso di Gesù sulla croce, squarciato dalla lancia, quel cuore effonde tutto il suo sangue sino all’ultima goccia. Come restare distanti e freddi di fronte a tale amore? Come dimentica­re quest’uomo appeso sulla croce e passare oltre? Come resistere ad una passione così alta che ha portato un uomo a dare tutta la sua vita sino alla morte in croce? Ecco perché Gesù può dire: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me!» (Gv 12, 32). È la grazia che chie­diamo in questi giorni. La chiediamo per ciascuno di noi personalmen­te e per tutte le nostre comunità cristiane perché si lascino conformare il cuore da quell’amore. È la grazia che chiediamo anche per il mondo perché gli uomini, guardando quel volto crocifisso, si commuovano e possano scoprire che l’amore è più forte di ogni presunta forza umana, è più forte di ogni potere violento, è più forte di ogni egocentrismo nazionale o di gruppo. Da quella croce, da quel cuore squarciato, sgor­ga la fonte della salvezza per il mondo intero.

Preghiere e racconti

La potatura

«D’inverno le vigne appaiono desolate, solo ceppi che con le loro torsioni sembrano ribellarsi all’ordine severo dei filari: le diresti morte, soprattutto quando lo scuro del vitigno si staglia sul bianco della neve, assecondando quel silenzio muto dell’inverno in cui persino il sole fatica a imporsi tra le nebbie del mattino. Eppure, anche in questa stagione morta, i contadini non cessano di visitare la vigna e si dedicano a quel lavoro sapiente di potatura che richiede un affinato discernimento. Si tratta, infatti, di mondarla, tagliando alcuni tralci e lasciando quelli che promettono maggiore fecondità: sacrificarne alcuni, che magari tanto hanno già dato, per il bene della pianta intera, rinunciare a un tutto ipotetico per avere il meglio possibile. Bisogna osservarli i vignaioli quando potano, mentre il freddo arrossa il naso e le guance; bisogna vedere come prendono in mano il tralcio, come i loro occhi scrutano e contano le gemme, come con le pinze danno un colpo secco che recide il tralcio con un suono che echeggia in tutta la vigna: un taglio che sembra un colpo di grazia spietato al culmine di una sentenza e che invece è colpo di grazia perché apre un futuro fecondo. E lí, dove la ferita vitale ha colpito la vigna, proprio lí, ai primi tepori, la vite «piange», versando lacrime da quel tralcio potato per un bene più grande. Curare la vigna è come curare la vita, la propria vita, attraverso potature e anche pianti, in attesa della stagione della pienezza: per questo la potatura è un’operazione che il contadino fa quasi parlando alla vite, come se le chiedesse di capire quel gesto che capire ancora non può».

(Enzo BIANCHI, Il pane di ieri, Torino, Einaudi, 2008, 53-54).

Grande albero e piccolissimo grano

«[Nella Chiesa esiste] La tentazione di cercare subito il grande successo, di cercare i grandi numeri. E questo non è il metodo di Dio. Per il regno di Dio vale sempre la parabola del grano di senape (cf. Mc 4,31-32). Il Regno di Dio ricomincia sempre di nuovo sotto questo segno. Noi o viviamo troppo nella sicurezza del grande albero già esistente o nell’impazienza di avere un albero più grande, più vitale. Dobbiamo invece accettare il mistero che la Chiesa è nello stesso tempo grande albero e piccolissimo grano».

(J. RATZINGER, La nuova evangelizzazione in Divinarum Rerum Notitia. Studi in onore del Card. Walter Kasper, Roma, Studium, 2001, 506).

II seme delle domande

Dio mio, sono venuto con il seme delle domande!

Le seminai e non fiorirono.

Dio mio, sono arrivato con le corolle delle risposte,

ma il vento non le sfoglia!

Dio mio, sono Lazzaro!

Piena d’aurora, la mia tomba

dà al mio carro neri puledri.

Dio mio, resterò senza domanda e con risposta

vedendo i rami muoversi!

(F. Garcia Lorca).

Il seme e il frutto

Prendi un seme di girasole e piantalo nella terra

nel grembo materno

e aspetta devotamente: esso comincia a lottare,

un piccolo stelo si drizza allo splendore del sole

cresce, diventa grande e forte

abbraccia con la corona verde delle sue foglie

finché tutto intero splende al sole

diventa gemma e fiorisce un fiore.

E nella fioritura, seme dopo seme,

c’è, mille volte tanto, l’essenza futura.

E tu pianti nuovamente i mille semi,

e sarà lo stesso spettacolo, la stessa parabola.

Affonda l’anima nelle mille fioriture dei mille e mille germogli

abbracciando tutto, e poi guardando all’indietro

guida verso casa i pensieri e pensa:

tutto ciò era nel primo seme.

(Christian Morgenstern).

La croce

“La croce -scriveva Simone Weil-  è la nostra patria…nessuna foresta porta un tale albero, con questo fiore, con queste foglie e questo seme… Se noi acconsentiamo, Dio getta in noi un piccolo seme e se ne va. In quel momento Dio non ha più niente da fare e neppure noi, se non attendere. Dobbiamo soltanto non pentirci del consenso nuziale, che gli abbiamo accordato”.

Chi mi vuoi servire mi segua

«Chi mi vuoi servire mi segua» (Gv 12,26). Che cosa significa «mi segua», se non mi imiti? «Cristo, infatti, patì per noi», dice l’apostolo Pietro, «lasciandoci un esempio, affinché seguiamo le sue orme» (1Pt 2,21). Questo è il senso delle parole: «Chi mi vuoi servire mi segua». E con quale frutto? con quale ricompensa? con quale premio? «E dove sono io, dice, là sarà anche il mio servo». Amiamolo disinteressatamente e la ricompensa del nostro servizio sarà quella di essere con lui. Come si può star bene senza di lui, o male con lui? Ascolta ciò che vien detto in maniera più chiara. «Se uno mi serve, il Padre mio lo onorerà» (Gv 12,26). Con quale onore, se non con quello di poter essere suo figlio? Ciò che ha detto sopra: «Dove sono io, là sarà anche il mio servo» è la spiegazione delle parole: «II Padre mio lo onorerà». Quale maggior onore può ricevere il figlio adottivo che quello di essere là dove è il Figlio unico, non fatto uguale a lui nella divinità, ma associato a lui nell’eternità?

Dobbiamo chiederci che cosa si intenda per servire Cristo, servizio al quale viene riservata una così grande ricompensa. […] Servono Gesù Cristo coloro che non cercano i propri interessi, ma quelli di Gesù Cristo. «Mi segua» vuol dire: segua le mie vie, non le sue, così come altrove sta scritto: «Chi dice di essere in Cristo, deve camminare come egli ha camminato» (1Gv 2,6). Così, ad esempio, se uno porge il pane a chi ha fame, deve farlo animato dalla misericordia, non per vanità, non deve cercare in quel gesto nient’altro che l’opera buona, senza che la sinistra sappia ciò che fa la destra (cfr. Mt 6,3), in modo che l’opera di carità non debba essere sciupata da secondi fini. Chi opera in questo modo, serve Cristo e giustamente sarà detto di lui: «Ogni volta che avete fatto questo a uno dei miei più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Chi compie per Cristo non solamente opere di misericordia corporali, ma qualsiasi opera buona – e qualsiasi opera è buona quando obbedisce alle parole «il fine di tutta la Legge è Cristo, a giustizia di ognuno che crede» (Rm 10,4) — egli è servo di Cristo e giungerà fino a quella grande opera di carità che consiste nel dare la propria vita per i fratelli, che equivale a darla a Cristo.

(AGOSTINO DI IPPONA, Commento al vangelo di Giovanni 51,11,12, NBA XXIV, pp. 1022-1024).

Io pure sarò vigna

Vorrei che poteste vivere della fragranza della terra, e che la luce vi nutrisse in libertà come una pianta.

Quando uccidete un animale, ditegli nel vostro cuore: « Dallo stesso potere che ti abbatte io pure sarò colpito e distrutto, poiché la legge che ti consegna nelle mie mani, consegnerà me in mani più potenti.

Il tuo sangue e il mio sangue non sono che la linfa che nutre l’albero del cielo ».

E quando addentate una mela, ditele nel vostro cuore: « I tuoi semi vivranno nel mio corpo, e i tuoi germogli futuri sbocceranno nel mio cuore, la loro fragranza sarà il mio respiro, e insieme gioiremo in tutte le stagioni ».

E quando in autunno raccogliete dalle vigne l’uva per il torchio, dite nel vostro cuore: «Io pure sarò vigna, e per il torchio sarà colto il mio frutto, e come vino nuovo sarò custodito in vasi eterni ».

E quando d’inverno mescete il vino, per ogni coppa intonate un canto nel vostro cuore, e fate in modo che vi sia in questo canto il ricordo dei giorni dell’autunno, della vigna e del torchio.

(K. GIBRAN, Il Profeta).

Piccolo seme

Ho imparato

che non muore

chi lascia dietro di sé

un seme

se c’è qualcuno a custodire

il piccolo seme verde

e a crescerlo nel cuore

sotto un dolore di neve

e a lasciarlo crescere ancora

nel sole senza tramonto dell’amore

finché diventa

un albero grande che da ombra e frutti

e altri semi.

Signore, vorrei lasciargli

un piccolo seme verde

e vorrei, Signore, lasciargli la neve e il sole.

(Preghiere di Mamma e Papa, Gribaudi, Torino, 1989).

Preghiera

Anche noi ti vogliamo vedere, Gesù, in quest’ora in cui, come seme, affondi nella terra del nostro dolore e germogli in turgida spiga, speranza di messe abbondante. Tu sveli come è dolce morire per chi ama e si dona con gioia. Perdere la vita con te e per te è trovarla. Allora anche il pianto fiorisce in sorriso.

Nelle tue piaghe troviamo rifugio e in esse trova senso ogni umano patire. Solo guardando te, troviamo la forza di un abbandono fidente nelle mani paterne di Dio. Purifica gli occhi del nostro cuore, fino a che non come in uno specchio né in maniera confusa, ma in un eterno e amoroso faccia a faccia ti vedremo così come tu sei. Amen.

 

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

– Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006.

Comunità di S. Egidio, La Parola e la storia. Tempo di Quaresima e Pasqua, Milano, Vita e Pensiero, 2012.

Comunità monastica Ss. Trinità di Dumenza, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

– J.M. NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003.

QUARESIMA V QUARESIMA ANNO B

Comunità cristiana, associazionismo, università: luoghi dell’educazione

In vista dell’88ª Giornata per l’Università Cattolica del Sacro Cuore, fissata per il prossimo 22 aprile 2012, il Convegno nazionale “Comunità cristiana, associazionismo, università. Luoghi dell’educazione”, promosso dall’Azione Cattolica Italiana e dalla stessa Università Cattolica, è stato occasione per riflettere e approfondire importanti questioni relative all’educazione, all’interno del decennio pastorale che la Chiesa italiana ha dedicato a questo tema.

Per mettere in evidenza la centralità della comunità, la relazione introduttiva è affidata a mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, di cui riportiamo il testo qui di seguito:

Comunita cristiana associazionismo universita Mons. Crociata

Al cuore del suo intervento l’intuizione che:

“È la comunità cristiana, anzitutto, a rivelarsi un vero e opportuno luogo dell’educazione. Emerge qui, sempre di più, la consapevolezza di ciò che significa un’autentica formazione dell’identità di una persona. Tale formazione non può riferirsi a un individuo isolato, chiuso in se stesso, ma può realizzarsi solamente in un contesto comunitario, caratterizzato da incontri significativi, esperienze, relazioni. Bisogna rifiutare, come insegna il Papa, quella falsa idea di autonomia per cui l’essere umano si concepisce come in “io” in sé completo. L’essere umano diventa tale solo nella relazione con il “tu”, solo all’interno dello spazio aperto dal “noi”: solo, dunque, in una dimensione comunitaria”

Il convegno ha voluto inoltre costituire una prima occasione per favorire, con rinnovato vigore, la piena collaborazione tra l’Azione Cattolica e l’Università Cattolica. Ravvivando un legame che del resto non è mai andato smarrito sin dalle origini, dato che l’Ac è stata tra i fondatori dell’Università Cattolica, attraverso l’opera iniziale di Armida Barelli e l’apporto continuo di professori e studenti di Ac che ancora oggi costituiscono un patrimonio di conoscenze ed esperienze preziose per tutti.

Come ricorda il presidente nazionale dell’Azione Cattolica e membro del consiglio di amministrazione dell’Università Cattolica, Franco Miano, «la finalità dell’Università Cattolica è in qualche modo speculare a quella dell’Azione Cattolica. In questo senso, per un’associazione di laici, qual è l’Ac, è fondamentale avere un’interlocuzione privilegiata con l’Ateneo di Padre Gemelli, in quanto luogo importantissimo e significativo dal punto di vista della cultura e della testimonianza cristiana nel nostro Paese».

È noto come l’università italiana al momento viva processi di trasformazione spesso segnati da difficoltà oggettive, anche nel reperire risorse.

Azione Cattolica e Università Cattolica possono e vogliono, per Miano, «contribuire a tessere quelle relazioni che possono favorire la dimensione della partecipazione civile, essenziale alla formazione di una classe dirigente, ma anche una presenza cristiana culturalmente apprezzata e all’altezza dei tempi, capace di entrare nei nodi vivi della questione antropologica, in termini di elaborazione a tutto campo: economico, scientifico, umanistico e, soprattutto, in termini di trasmissione dei valori alle giovani generazioni». Come ebbe a dire Benedetto XVI – aggiunge il presidente Miano – «l’Università è stata, ed è destinata ad essere per sempre, la casa dove si cerca la verità propria della persona umana» (Incontro con gli universitari, Gmg 2011, Madrid).

Programma

Locandina

Religioni, cultura e integrazione

I leader di tutte le religioni, presenti nel nostro Paese, si sono ritrovati ieri a Palazzo Chigi per trovare insieme una via italiana all’integrazione.

L’incontro è stato promosso dal ministro alla Cooperazione internazionale e all’Integrazione, Andrea Riccardi, che in collaborazione con il ministero dell’Interno, rappresentato dal ministro Annamaria Cancellieri, ha indetto una Conferenza permanente “Religioni, cultura e integrazione”.

“Ci unisce – ha detto il ministro Riccardi – la preoccupazione per un passaggio delicato della società italiana: l’integrazione”. In questo senso, “le comunità religiose e i loro responsabili posso essere mediatori per l’integrazione virtuosa nella società italiana”.

Riproponiamo qui l’intervista a Gino Battaglia realizzata dal SIR:

Quali le finalità e le novità dell’incontro di ieri?
“È stato un incontro dei responsabili delle diverse comunità religiose in Italia. Comunità che ovviamente non sono omologabili tra loro, data la disparità di questi mondi religiosi, per cui si andava dal vescovo della Chiesa ortodossa romena al presidente dell’Unione buddista italiana. E poi erano presenti alcuni rappresentanti del mondo accademico coinvolti a vario titolo in questo tipo di problematiche. La finalità dell’iniziativa, credo sia quella di esaminare alcuni grandi dossier che riguardano l’integrazione, e di affrontarli da un punto di vista anche religioso. Si è parlato, per esempio, della scuola, delle intese, dei luoghi di culto, della formazione e dell’ingresso dei ministri di culto, ecc. C’è stato poi un momento di riflessione comune in cui i diversi esponenti religiosi hanno espresso le loro problematiche e le loro attese. L’intenzione, dunque, è quella di esaminare, di volta in volta, alcuni argomenti sensibili e importanti che possono avere una rilevanza per l’integrazione di queste comunità nel nostro Paese. Non è stata stabilita un’agenda, però c’è la prospettiva di ulteriori incontri”.

Ma che cosa ci si attende dai leader religiosi?
“Mi sembra che lo sfondo sia la ricerca di un modello d’integrazione italiano. C’è la preoccupazione di arrivare a delineare una via d’integrazione italiana, considerando che quello dell’immigrazione e dell’immigrazione di cittadini di altra religione, oltre che di altra nazionalità, sia un fatto relativamente recente per il nostro Paese, che necessita di una riflessione che chiami in causa anche i responsabili religiosi di queste comunità. Mi sembra poi che l’aspetto positivo è l’aver individuato nei leader religiosi dei possibili mediatori d’integrazione. I leader religiosi possono fare qualcosa a questo livello perché hanno un pulpito e hanno un seguito e perché, in fondo, l’appartenenza religiosa è un aspetto importante dell’identità di chi è immigrato, che anzi può essere addirittura riscoperto nell’esperienza della migrazione”.

La riunione a Palazzo Chigi è coincisa con il giorno in cui a Tolosa un uomo ha sparato davanti ad una scuola ebraica ammazzando 4 persone, di cui 3 bambini. È un monito per i leader religiosi?
“L’attentato di Tolosa è stato ricordato durante la riunione. Si tratta di un gesto antireligioso perché non ci può essere nessuna religione che accetta o che ammette l’uso della violenza per dare la morte ad altri. Certo, occorrerà attendere di capire la reale matrice che sta sotto all’attentato di Tolosa. Sembra che ci sia una motivazione neonazista. Rimane comune il problema di purificare, disintossicare il clima, perché certi discorsi circolano e, alla fine, una certa predicazione del disprezzo o dell’intolleranza può anche ispirare gesti folli”.

La coppia alternativa alla famiglia? una risposta dal nuovo rapporto CISF

 

Questo pomeriggio a Milano (Auditorium Don Alberione, Via Giotto 36 – ore 14.30) si terrà il seminario “Prendersi cura della coppia, nuova sfida per i servizi”.
L’obiettivo è quello di riflettere sul Rapporto 2011 del Cisf (Centro Internazionale Studi Famiglia), “La relazione di coppia oggi. Una sfida per la famiglia”, che evidenzia quanto l’attenzione alla relazione di coppia sia essenziale per tutti i servizi socio-assistenziali e socio-sanitari che si trovino di fronte un bisogno di natura familiare.

Verranno inoltre offerte alcune indicazioni operative sulle modalità di presa in carico e sulle risposte che il sistema integrato dei servizi socio-assistenziali e socio-sanitari offre alle famiglie.
Tra i relatori dell’incontro:
Pierpaolo Donati, curatore Rapporti Cisf e docente di sociologia della famiglia (Università di Bologna);
Francesco Belletti, direttore Cisf e presidente Forum associazioni familiari;
Donatella Bramanti, sociologa, e Marina Mombelli, psicologa e psicoterapeuta di coppia e familiare (Università Cattolica (Milano)
visualizza:
a cura del: Centro Internazionale Studi Famiglia

 

Abitare le parole. Alla ricerca della consapevolezza di sè

di Nunzio Galantino

Più che un testo, viene qui proposto un percorso che intende accompagnare il lettore-studente ad andare oltre un ricorso superficiale e scontato a parole che, pur facendo parte del vocabolario comune, presentano un’intrinseca e suggestiva ricchezza.

Lo scopo immediato è quello di provocare una riflessione e suggerire comportamenti che contribuiscano a “definire” l’identità e lo stile di vita del giovane, chiamato a spendere buona parte delle sue energie intellettive, emotive ed esistenziali in ambiti e in un contesto di formazione.

L’invito è “ad abitare” le parole, al fine di poter abitare – grazie ad esse e in un modo più consapevole – il destino della nostra esistenza.

Nunzio Galantino

E’ professore ordinario di antropologia presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (Napoli), dove ha tenuto corsi anche ai bienni di specializzazione in teologia fondamentale e in teologia dogmatica.

Alla ricerca e all’insegnamento, ha da sempre unito il servizio pastorale come parroco, a Cerignola (FG). Vicedirettore della rivista Rassegna di Teologia, collabora con numerose riviste di filosofia e di teologia. Responsabile del Servizio nazionale per gli studi superiori di teologia e di scienze religiose della CEI, dal febbraio 2012 è vescovo di Cassano all’Jonio (CS).

Primo Rapporto sull’intolleranza religiosa in Europa

Si registrano sempre più casi d’intolleranza e di discriminazione nei confronti dei cristiani in Europa. Allo stesso tempo, il crescente interesse dei media ha dato voce all’anonima sofferenza di casi di persone che sempre più acquisiscono una rilevanza internazionale.

È quanto emerge dal Rapporto 2011 sui casi d’intolleranza e di discriminazione dei cristiani in Europa che viene pubblicato oggi sul sito dell’Osservatorio sull’intolleranza e sulla discriminazione religiosa in Europa (Oidce).

Il Rapporto (disponibile su www.intoleranceagainstchristians.eu) “è l’unica indagine esauriente esistente riguardo alla situazione dei cristiani in Europa”.

Le statistiche. L’Osservatorio è una Ong (Organizzazione non governativa) registrata in Austria. È membro della piattaforma per i diritti fondamentali dell’Agenzia Ue per i diritti fondamentali e lavora in stretta collaborazione con l’Osce. Strumento primario di lavoro è il sito che monitora e cataloga istanze in cui i cristiani e la cristianità sono marginalizzati o discriminati in Europa (Ue, Paesi che stanno per accedervi e in generale il continente). I veicoli principali per raccogliere le informazioni sono le fonti stampa e gli individui. A sua volta fornisce informazioni alle Organizzazioni governative internazionali e, in particolare, all’Osce. Le statistiche, per quanto difficili da reperire, mostrano l’ampiezza del problema: 74% degli interpellati in un sondaggio effettuato nel Regno Unito affermano che c’è più discriminazione negativa contro i cristiani che contro le persone di altre fedi. L’84% del crescente vandalismo in Francia è diretto contro i luoghi di culto cristiani. In Scozia, il 95% della violenza a sfondo religioso ha come obiettivo i cristiani. Gli incidenti d’intolleranza e discriminazione contro i cristiani sono suddivisi dall’Osservatorio in diverse categorie: libertà di religione, libertà di espressione, libertà di coscienza, politiche discriminatorie, esclusione dei cristiani dalla vita politica e sociale, repressione dei simboli religiosi, insulto, diffamazione e stereotipi negativi, incidenti per odio, vandalismi e dissacrazione e, da ultimo, crimini di odio contro singoli individui.

I casi. Nel Rapporto vengono annoverati casi come la denuncia del maggio 2011 contro papa Benedetto XVI per crimini contro l’umanità, a motivo delle posizioni in materia di morale sessuale, oppure la campagna all’Università di Granada per rimuovere dall’ateneo la Facoltà di teologia, vista come violazione dei principi costituzionali spagnoli di laicità e neutralità. Numerosi i casi riportati dalla Germania in cui emerge una forte limitazione alla libertà di associazioni confessionali di svolgere attività anti-abortive. In Inghilterra, a Jersey, i postini si sono rifiutati di distribuire in tutte le case cd contenenti registrazioni del Vangelo di san Marco. Casi d’intimidazione si sono registrati anche verso professionisti che facevano obiezione di coscienza su temi come aborto ed eutanasia. Come il caso di una farmacia di Berlino assalita dai vandali perché il farmacista non ha venduto la pillola del giorno dopo, a motivo delle sue convinzioni cattoliche. Esistono, poi, casi di esclusione dei cristiani dalla vita sociale e pubblica (come il tentativo in Spagna di sopprimere cappellanie e altri luoghi di culto dagli atenei); casi di diffamazione (come il cartone animato italiano che attribuiva al Papa parole diffamatorie nei confronti dei sacerdoti cattolici). Infine sono numerosissimi i riferimenti a casi di “vandalismo e dissacrazione di Chiese e oggetti sacri” in Austria, Germania, Spagna e, soprattutto, Francia. Il Rapporto ricorda anche quanto si era verificato durante la Giornata mondiale della gioventù a Madrid: diversi partecipanti erano stati picchiati da un gruppo di dimostranti anti-Papa.

I commenti. “Siamo stati colpiti positivamente nel vedere – scrive il direttore dell’Osservatorio, Gudrun Kugler, nell’introduzione del Rapporto – che molti di coloro che si erano concentrati esclusivamente sui Paesi del terzo mondo e avevano riportato notizie di persecuzioni violente, hanno cominciato a notare che la marginalizzazione e la restrizione dei diritti e delle libertà dei cristiani in Europa sono preoccupanti e meritano attenzione”. “Il nostro lavoro mira a incoraggiare le vittime dell’intolleranza e della discriminazione a raccontare le loro storie, e a creare consapevolezza tra le persone di buona volontà che il fenomeno dovrebbe essere preso sul serio e che necessita risposte comuni”. Sulla stessa lunghezza d’onda, l’osservazione di mons. András Veres, vescovo Szombathely (Ungheria) e incaricato dal Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali europee) a seguire le attività dell’Oidce. Il Rapporto, dice, vuole “essere un invito per tutti i cristiani che abbiano sperimentato una forma di discriminazione e/o d’intolleranza per la loro appartenenza confessionale a uscire dall’anonimato e a farsi coraggio: credere in Dio non deve essere percepito come una colpa o un segno di debolezza”. “Vivere e testimoniare il proprio credo religioso nel rispetto della libertà e sensibilità altrui non potrà che essere di beneficio per tutti, credenti o non, cristiani o non. I vescovi d’Europa si sentono solidali con quanti non vedono i propri diritti rispettati e ricordano che la libertà religiosa è un bene prezioso che va custodito così da continuare a essere un pilastro della pace del nostro continente”.

da: SIR Servizio d’informazione religiosa

Visualizza il rapporto:

“Intolerance and discrimination against christians in Europe”

IV DOMENICA DI QUARESIMA Lectio – Anno B

Prima lettura: 2Cronache 36,14-16.19-23

In quei giorni, tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà, imitando in tutto gli abomini degli altri popoli, e contaminarono il tempio, che il Signore si era consacrato a Gerusalemme. Il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora. Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio. Quindi [i suoi nemici] incendiarono il tempio del Signore, demolirono le mura di Gerusalemme e diedero alle fiamme tutti i suoi palazzi e distrussero tutti i suoi oggetti preziosi.

Il re [dei Caldèi] deportò a Babilonia gli scampati alla spada, che divennero schiavi suoi e dei suoi figli fino all’avvento del regno persiano, attuandosi così la parola del Signore per bocca di Geremìa: «Finché la terra non abbia scontato i suoi sabati, essa riposerà per tutto il tempo della desolazione fino al compiersi di settanta anni». Nell’anno primo di Ciro, re di Persia, perché si adempisse la parola del Signore pronunciata per bocca di Geremìa, il Signore suscitò lo spirito di Ciro, re di Persia, che fece proclamare per tutto il suo regno, anche per iscritto: «Così dice Ciro, re di Persia: “Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga!”».

È Il brano che conclude la storia d’Israele scritta dal Cronista. È una specie di grido di trionfo per la restaurazione della casa del Signore, il suo tempio. Egli ricorda innanzi tutto la situazione degli ultimi anni di vita della città di Gerusalemme prima del 587 a.C. al tempo del re Sedecia (vv. 14-16). È un tempo di vera apostasia dalla religione dei padri, dal culto del vero Dio. Si disprezza la parola di Dio annunciata dai profeti; il luogo santo, dove si adora l’unico Dio, viene profanato. Nonostante la premura di Dio e il suo costante amore per il popolo, questi non volle convertirsi. La situazione si fece talmente tragica che il Signore dovette intervenire.

Egli li abbandonò in mano ai babilonesi che incendiarono la città massacrarono la popolazione e il resto lo deportarono in esilio, lontano dalla patria. Ma anche nelle tenebre più fitte, appare la misericordia del Signore che dona ancora una parola per mezzo del profeta Geremia, il quale annuncia il termine dell’esilio (vv. 19-21).

Nella terza parte del brano si riporta l’editto di Ciro, re di Persia, che proclamava nel 538 a.C. la liberazione degli ebrei e l’ordine di ricostruire il tempio. La storia del popolo, eletto da Dio, continua, perché la misericordia di Dio rimane stabile nonostante l’enormità del peccato del popolo e dei suoi capi. Un segno di questa risurrezione del popolo è il nuovo tempio ricostruito, in cui saranno riportati i vasi sacri custoditi in Babilonia (cf. v. 18), rendendo possibile nuovamente il culto a Dio (vv. 22-23).

Seconda lettura: Efesini 2,4-10

Fratelli, Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati.  Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo.

 

Paolo pone la bontà di Dio all’origine della sua azione salvifica: «Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato» (v. 4). Il luogo dove si può sperimentare ora questa misericordia è la Chiesa. La salvezza è descritta come un passaggio dalla morte alla vita. Questa ci viene donata «per grazia», gratuitamente, per pura bontà di Dio (vv. 5-6).

Noi siamo solidali con Cristo. Mediante il battesimo, partecipiamo già alla sua vittoria sulla morte e abbiamo una vita nuova, ma la forza della sua risurrezione si estenderà anche ai nostri corpi (v. 6). Quest’opera salvifica in Gesù Cristo ha come scopo la maggior gloria di Dio. Nell’eternità sarà manifesto ciò che già ora è realizzato (v. 7).

Dando uno sguardo al passato, Paolo annuncia il suo vangelo: «Per grazia infatti siete salvati mediante la fede» (v. 8). L’uomo con le sue forze non riesce ad uscire dalle sabbie mobili del peccato. Solo la mano di Dio può risollevarlo. L’agire di Dio è del tutto gratuito (v. 9).

Le opere non sono il principio, ma il fine dell’esistenza cristiana: «Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo» (v. 10). Anche le nostre «opere buone», che faremo, procedono dalla grazia e sono state «preparate» da Dio per facilitarne l’adempimento. Dio ha voluto la nuova condizione perché l’uomo potesse realizzarle.

Vangelo: Giovanni 3,14-21

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Esegesi

Con questo brano inizia la rivelazione del piano salvifico del Padre: Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna (vv. 14-15). Si notino due verbi: «bisogna» e «sia innalzato». Il primo verbo «bisogna» esprime la volontà salvifica di Dio di donarci la vita in Cristo: la croce non è un incidente di percorso. Il secondo verbo «sia innalzato» indica appendere ad una croce, ma anche innalzare su un trono, la pienezza della regalità. L’episodio del serpente di bronzo innalzato da Mosè nel deserto (Nm 21,8-9) è presentato da Giovanni come segno tipico dell’innalzamento del Figlio dell’uomo e della vita eterna donata a chi guarda, vale a dire a chi crede in lui.

Segue una meditazione pasquale dell’evangelista sulla parola di Gesù, avendo anche sullo sfondo la figura di Isacco. Contemplando Gesù innalzato sulla croce, si scopre l’amore sorprendente di Dio: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (v. 16). È un amore che si concretizza nel dare e nel mandare (v. 17). Dio ama il mondo come si trova ora, lontano da lui e in pericolo di perire.

Quello che può privare gli uomini della vita, il loro grande peccato, è il rifiuto di credere in Gesù. Di fronte alla sua missione si opera la discriminazione tra gli uomini, che credono e si salvano, o non credono e si condannano. Ma il kerygma di Giovanni ha proprio lo scopo di portare alla fede chi non crede.

Il giudizio è in rapporto alla rivelazione personale di Cristo. È lui la luce: «E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie» (v. 19). Le tenebre sono la situazione di rifiuto di Dio e la chiusura dell’uomo schiavo del suo egoismo. Gli uomini scelgono. Chi si pone dalla parte della luce, sperimenta un giudizio di salvezza. Chi invece si colloca dalla parte delle tenebre, sperimenta un giudizio di condanna: un’esistenza destinata alla perdizione, perché le sue opere sono malvagio. La luce è una forza giudicante e a nessuno piace sentirsi rinfacciare le proprie opere cattive. Ma c’è anche «chi fa la verità» (v. 21). Questi è colui  che rinnega la sua situazione di peccato, accoglie la parola di Gesù e crede in lui. Queste sono le opere che l’uomo può compiere solo con l’aiuto di Dio (v. 21).

Meditazione

Siamo oltre la metà del pellegrinaggio quaresimale e la liturgia della Chiesa, interrompendo per un momento l’austerità di questo tempo, ci invita a ‘rallegrarci’. La liturgia della Chiesa attenua persino il colore dei paramenti liturgici, dal viola passa al ‘rosaceo’, per sottolineare questo stacco di letizia che annuncia la Pasqua del Signore. Tale esor­tazione, se in passato comportava la sospensione dell’austerità, non vuole comunque spingere verso un senso di spensieratezza o di super­ficiale e ottimistico senso della vita. Al contrario, la liturgia conoscendo bene le difficoltà e i problemi dei giorni degli uomini, è consapevole del bisogno che abbiamo di un annuncio di letizia vera. Ed ecco, nel mezzo del cammino quaresimale, l’esortazione a rallegrarsi; il motivo è l’avvicinarsi della Pasqua, ossia la vittoria del bene sul male, della vita sulla morte. Questo è il vero annuncio di gioia che la liturgia ci porta. La vittoria del bene sul male deve risuonare ovunque, e in particolare su quei popoli che sono straziati dalla guerra e dalla violenza; come pure sui numerosi poveri e abbandonati che popolano il nostro piane­ta. È necessario ridare speranza anche alle città del mondo ricco, spesso stravolte da un clima di violenza e di aggressività. La mentalità consu­mista, che porta a centrare tutto su se stessi e sulla propria immediata soddisfazione, ha come sbocco inevitabile uno stile di vita concorren­ziale e violento. L’uomo e la donna consumisti, costretti a vivere in una perenne corsa a consumare e a soddisfare qualsiasi desiderio, sono travolti dalla spirale inarrestabile dell’amore per se stessi, che è sempre radice di violenza. Si rallegra colui che trova un senso nella sua vita e porta avanti una speranza che non si arresta davanti il male. Ricordiamo sempre il detto di Gesù ricordato negli Atti degli Apostoli, che la gioia viene dal dare più che dal ricevere (At 20,35).

Il bisogno di ritrovare una dimensione religiosa ed etica, che inter­rompa in qualche modo il circolo vizioso della violenza e che dia senso alla vita, si fa sempre più urgente, e non solo per la salvezza di ogni singola persona ma anche per quella della stessa società. Il secondo libro delle Cronache (la prima lettura della liturgia) ci aiuta a leggere la situazione odierna. L’autore sacro lega la caduta di Gerusalemme e il susseguente periodo di schiavitù in Babilonia all’infedeltà del popolo ai comandi del Signore: «In quei giorni tutti i capi di Giuda, i sacerdo­ti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà… si beffarono dei messag­geri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il suo culmi­ne, senza più rimedio». I nemici di Israele incendiarono il Tempio, demolirono le mura di Gerusalemme e gli scampati alla morte furono deportati. Con il linguaggio proprio della teologia della storia, la Scrittura sottolinea lo stretto rapporto tra il calo della tensione morale dell’intero popolo, con la conseguente degenerazione e fine della con­vivenza civile. L’esempio di quello che accade con Israele ci aiuta a ritornare al Signore, a riprendere in mano le Scritture e a riflettere sul senso vero della vita, del proprio agire e del proprio operare. Per que­sto il tempo quaresimale torna opportuno ogni anno.

Il Vangelo di Giovanni che viene annunciato in questa domenica dà una risposta alla domanda che scaturisce da una storia travagliata come quella di Israele: la riposta è Gesù, morto e risorto, mandato dal Padre per salvare il mondo. Anche Nicodemo si sentì rispondere in questo modo con il richiamo all’episodio del serpente innalzato da Mosè nel deserto che salvò la vita degli israeliti morsi dai serpenti velenosi: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna». Già il libro della Sapienza aveva intuito in quell’episodio un segno della salvezza e dell’amore di Dio quando aveva cantato il serpente di bronzo definendolo «un segno di salvezza a ricordo del precetto della tua legge. Infatti, chi si volgeva a guardar­lo era salvato non per mezzo dell’oggetto che vedeva ma da te, salva­tore di tutti» (16, 6-7).

Quel serpente posto sull’asta anticipa il segno della croce di Cristo ‘innalzata’ in mezzo all’umanità. Gesù ‘innalzato’, nel linguaggio di Giovanni, non è un’immagine tesa a suscitare commiserazione. Quell’asta innalzata, quella croce piantata sul Golgota è, soprattutto, fonte di vita, una fonte generosa, gratuita e abbondante. Quella croce è la risposta di Dio ai serpenti di oggi e di sempre, allo smarrimento e alla confusione, all’odio tra fratelli, alla morte come unico sbocco appa­rente: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna». Chiunque viene colpito dai morsi velenosi dei serpenti, basta che rivol­ga gli occhi verso quell’uomo ‘innalzato’ e trova guarigione. Gesù stes­so dirà più avanti proprio a Gerusalemme: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32).

La salvezza, come anche il senso della vita, non viene da noi. Ci è donata dall’alto. La presenza del male è una realtà a tal punto persi­stente da indurre ad un ragionevole fatalismo pessimista. In effetti, con le sole nostre forze come potremmo sradicare il male e la sua più terri­bile conseguenza che è la morte? C’è da dire che il male nel mondo non è uno sfortunato destino che si abbatte sul mondo, contro cui è impossibile intervenire. Il male nasce dalle oscurità profonde del prin­cipe del male e dalle sue opere di morte, che spesso popolano la vita degli uomini. Sembrano risuonare le parole scritte nel Prologo: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo… venne fra i suoi, e i suoi non l’hanno accolto» (1, 9.11). Così anche nelle parole rivolte a Nicodemo leggiamo: «La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvage» (3, 19). C’è pertanto una responsabilità nell’allargare o nel perpetuare la presenza del male nel mondo che va compresa e quindi recisa. Agli uomini non è chiesto l’impossibile opera di un’auto liberazione dal male. È chiesto solo di alzare lo sguardo da se stessi e di guardare un po’ più in alto, di non restare nel buio dell’egocentrismo e accogliere quella luce che Dio ha inviato nel mondo, di non bloccar­si nell’amore per sé e accorgersi che il vero amore arriva da Dio e scen­de sulla terra.

Anche l’apostolo Paolo, nella lettera agli Efesini, ci ricorda l’irruzio­ne di questo amore: «Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati. Con lui ci ha anche risusci­tato e ci ha fatto sedere nei cieli» (2,4). Come non ‘rallegrarsi’ di que­ste parole? La liturgia di questa domenica, piena della letizia dell’amo­re di Dio, continua a guidarci verso l’avvenimento della salvezza del mondo, il mistero pasquale della morte e risurrezione di Gesù.

Preghiere e racconti

Il miracolo sempre rinnovato

Dio non morirà il giorno in cui non crederemo più in una divinità personale, ma saremo noi a morire il giorno in cui la nostra vita non sarà più pervasa dallo splendore del miracolo sempre rinnovato, le cui fonti sono oltre ogni ragione.

(D. Hammarskjold)

Un ragazzo miope

Un tempo conoscevo un giovanotto che soffriva di una miopia grave sin dalla nascita e che, per questo motivo, riusciva a vedere solo gli oggetti a poche decine di centimetri da lui. Quando gli insegnanti delle scuole che, via via, frequentava avvisavano i genitori, questi ragionavano che alla sua età loro non avevano avuto bisogno degli occhiali e che, quindi, non ne avrebbe avuto bisogno nemmeno lui. Così, il ragazzo era cresciuto nell’unico mondo che la sua vista ridotta gli permetteva di vedere, giungendo al punto di spiegarsi tale mondo nei termini che gli consentiva la miopia. Ad esempio, perché gli insegnanti a scuola scrivono sulla lavagna? Non certo per gli allievi, dato che questi non riescono a leggere fino alla lavagna, bensì come appunti personali, come traccia da seguire durante le lezioni. E perché in città i cartelli con i nomi delle vie vengono affissi sulle case e sui lampioni così in alto che è impossibile leggerli? Perché lassù i guidatori degli autobus, dalla loro elevata posizione di guida, riescono a leggerli per i passeggeri che glielo chiedono.

Un giorno questo ragazzo, ormai diciottenne, si recò da un oculista. Il medico lo fece sedere e gli fece provare diverse lenti correttive. Trovate quelle più adatte, invitò il giovane a guardare fuori dalla finestra. «Accidenti!», esclamò il ragazzo restando senza fiato: per la prima volta riusciva a vedere il cielo azzurro con degli sbuffi di nuvole bianche; vedeva finalmente i volti sorridenti delle persone, i pannelli pubblicitari e i cartelli stradali. Qualche tempo dopo, il giovane mi confidò: «Fu la seconda esperienza più bella della mia vita». Naturalmente gli chiesi quale fosse la prima, e la sua risposta fu: «Il giorno in cui iniziai a credere in Gesù. Quando finalmente lo presi sul serio e vidi che Dio era veramente mio Padre, quando vidi che questo è veramente il bel mondo di Dio, quando vidi me stesso come un figlio del cuore di Dio e quando sentii il calore del suo amore, quando vidi gli altri come miei fratelli e sorelle nella famiglia umana di nostro Padre. Questa fu una grande svolta, l’esperienza più radicale e più bella di tutta la mia vita. Fu come l’inizio di una vita nuova. So che cosa intende san Paolo quando dice che la fede fa di noi una creatura nuova».

(J. POWELL, Perché ho paura di essere pienamente me stesso, Milano, Gribaudi, 2002, 48-49).

Ciò che fa la differenza

Mi chiedo unicamente se il Cristo buono ed evangelico ai cristiani basta. E se gli basta c’è ancora bisogno di fede o non v’è più nulla da credere? Se vi è qualcosa da credere ritengo, però, non sia di molto diverso da quanto i cristiani hanno da sempre annunciato e quindi che il risorto vive, siede alla destra del Padre, tornerà nella gloria a giudicare i vivi e i morti e il suo regno non avrà mai fine. Questo chi non crede, ma conosce il cristianesimo, lo sa molto bene poiché proprio in questo non crede ed è questo che fa la differenza. Sul resto bene o male ci si accorda.

(Salvatore Natoli, Il cristianesimo di un non credente).

Credo

Credo in un Dio che non si nasconde dentro ad un mistero

che non mi seduce con un miracolo

e che non mi opprime con la sua autorità.

Credo in un Dio che non mi chiede di rinunciare alla mia libertà,

che mi pone di fronte alla scelta del bene e del male,

che non accetta compromessi,

ma che benedice la follia di chi lo segue.

Credo in un Dio che non fa della sua potenza persuasione,

che non rimette a posto le cose dall’alto,

che non esercita la giustizia degli uomini.

Credo in un Dio che si lascia tradire,

che al mio no risponde con un bacio silenzioso,

credo in un Dio sconfitto, crocifisso e poi Risorto.

Credo in un Dio che non ho inventato io,

che non soddisfa i miei bisogni,

che non dice e fa quello che voglio io,

un Dio scomodo che non si può né vendere, né comprare.

Credo in un Dio vero,

che si fa uomo, amico, fratello della mia umanità,

che si fa piccolo, debole indifeso

perché non debba salire troppo in alto per poterlo incontrare.

Credo in un Dio che gioca a nascondino

perché possa scoprirlo nel cuore di ogni uomo,

credo in un Dio che mi si fa vicino,

che mi viene incontro e mi dice : “ti amo”.

Si, io credo in Dio, in un Dio che si può soltanto amare.

(Ester Battista).

Mi chiamate Redentore

Mi chiamate Redentore

e non vi fate redimere.

Mi chiamate Luce

e non mi vedete.

Mi chiamate Via

e non mi seguite.

Mi chiamate Vita

e non mi desiderate.

Mi chiamate Maestro

e non mi credete.

Mi chiamate Sapienza

e non m’interrogate.

Mi chiamate Signore

e non mi servite.

Mi chiamate Onnipotente

e non vi fidate di me.

Se un giorno non vi riconosco

non vi meravigliate.

(Iscrizione nel duomo di Lubecca).

II dubbio, la verità e Cristo

Sono un figlio del secolo, un figlio della mancanza di fede e del dubbio quotidiano e lo sono fino al midollo. Quanti crudeli tormenti mi è costato e mi costa tuttora quel desiderio della fede che nell’anima mi è tanto più forte quanto sono presenti in me motivazioni contrarie! Tuttavia Dio talvolta mi manda momenti nei quali mi sento assolutamente in pace. In tali momenti, io ho dato forma in me ad un simbolo di fede nel quale tutto è per me chiaro e santo. Questo simbolo è molto semplice, eccolo: credere che non c’è nulla di più bello, di più profondo, di più ragionevole, di più coraggioso e di più perfetto di Cristo e con fervido amore ripetermi che non solo non c’è, ma non può esserci. Di più: se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità, mi dimostrasse che veramente la verità non è in Cristo, beh, io preferirei lo stesso restare con Cristo piuttosto che con la verità.

(F. Dostoevskij).

Il lungo cammino verso casa

«Una delle più grandi provocazioni della vita spirituale è ricevere il perdono di Dio. C’è qualcosa in noi, esseri umani, che ci tiene tenacemente aggrappati ai nostri peccati e non ci permette di lasciare che Dio cancelli il nostro passato e ci offra un inizio completamente nuovo. Qualche volta sembra persino che io voglia dimostrare a Dio che le mie tenebre sono troppo grandi per essere dissolte. Mentre Dio vuole restituirmi la piena dignità della condizione di figlio, continuo a insistere che mi sistemerò come garzone. Ma voglio davvero essere restituito alla piena responsabilità di figlio? Voglio davvero essere totalmente perdonato in modo che sia possibile una vita del tutto nuova? Ho fiducia in me stesso e in una redenzione così radicale? Voglio rompere con la mia ribellione profondamente radicata contro Dio e arrendermi in modo così assoluto al suo amore da far emergere una persona nuova? Ricevere il perdono esige la volontà totale di lasciare che Dio sia Dio e compia ogni risanamento, reintegrazione e rinnovamento. Fin quando voglio fare anche soltanto una parte di tutto questo da solo, mi accontento di soluzioni parziali, come quella di diventare un garzone. Come garzone posso ancora mantenere le distanze, ribellarmi, rifiutare, scioperare, scappare via o lamentarmi della paga. Come figlio prediletto devo rivendicare la mia piena dignità e cominciare a prepararmi a diventare io stesso il padre».

(H.J.M. NOUWEN, L’abbraccio benedicente, Brescia, Queriniana, 2004, 78-79).

L’anima soffre e anela al Signore

Aiutaci, o Signore, a portare avanti nel mondo e dentro di noi la tua risurrezione.

Donaci la forza di frantumare tutte le tombe in cui la prepotenza, l’ingiustizia, la ricchezza, l’egoismo, il peccato, la solitudine, la malattia, il tradimento, la miseria, l’indifferenza hanno murato gli uomini vivi.

Metti una grande speranza nel cuore degli uomini, specialmente di chi piange.

Concedi, a chi non crede in te, di comprendere che la tua Pasqua è l’unica forza della storia perennemente eversiva.

E poi, finalmente, o Signore, restituisci anche noi, tuoi credenti, alla nostra condizione di uomini.

(Don Tonino Bello).

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

– Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006.

Comunità di S. Egidio, La Parola e la storia. Tempo di Quaresima e Pasqua, Milano, Vita e Pensiero, 2012.

Comunità monastica Ss. Trinità di Dumenza, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

– J.M. NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003.

IV Domenica di Quaresima Anno B

Convegno Nazionale della Pastorale della Scuola

“Educare nella scuola alla vita buona del Vangelo”  Verona, 19-21 marzo 2012

Il convegno inizia con un approfondimento degli Orientamenti Pastorali “Educare alla vita buona del Vangelo”.

Segue la partecipazione dei risultati della ricerca su “Gli Uffici Diocesani della pastorale della scuola”, promossa dal “Centro Studi della Scuola Cattolica” in collaborazione con l’Istituto di Sociologia dell’Università Pontificia Salesiana.

Sono previsti interventi di carattare teologico e pedagogico, in vista dell’elaborazione di alcune linee di pastorale della scuola.

Visualizza il: programma del convegno

 

“Scuola statale e paritaria: numeri, costi e… risparmi”

Si tratta del titolo di un dossier inviatoci dall’Associazione Genitori Scuole cattoliche (AGeSC) che mette a confronto i dati di spesa per statale e paritaria tra il 2006 e il 2011.

Il dossier evidenzia i costi della sistema scolastico statale e paritario.

Paragonando le cifre della scuola paritaria con quelle della statale, in media per ogni alunno del sistema paritario risulta un risparmio per lo Stato di circa 6 mila Euro (Euro 5.974); per l’infanzia e la primaria il risparmio per alunno può essere calcolato in Euro 5.741, mentre per la secondaria sale a Euro 6.828. Inoltre, suddividendo la spesa statale per allievo di scuola paritaria sui quattro livelli scolastici, così da poterli confrontare con il 2006, la situazione nel 2009 appare essere la seguente: scuola dell’infanzia Euro 549 per studente (Euro -35 rispetto al 2006), scuola primaria Euro 814 (Euro -52), scuola secondaria di I grado Euro 94 (Euro -12), di II grado Euro 44 (Euro -7). Usando gli stessi criteri di suddivisione dei fi nanziamenti alle paritarie anche per il 2011, questa risulta la spesa dello Stato per ogni studente: nella scuola dell’infanzia Euro 511 (Euro -38 rispetto al 2009), nella primaria Euro 763 (Euro -51), nella secondaria di I grado Euro 89 (Euro -5) e in quella di II grado Euro 44.

Da qui la richiesta dell’AGESC di un adeguamento dei fondi per il sistema scolastico paritario «da realizzarsi gradualmente nel giro di tre anni – 200 milioni di euro in più all’anno – usando un mix di strumenti che comprenda da una parte le convenzioni attualmente in atto e dall’altra una detrazione fiscale alle famiglie, in attesa di poter adottare strumenti più equi ed adeguati all’interno delle norme generali per l’istruzione». A chiederlo, “in attesa che anche l’Italia adotti gli standard europei” di finanziamento alla scuola paritaria.

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