Inclusione scolastica dei bambini disabili.. un progetto in Libano

Proponiamo la visione di una iniziativa formativa interessante…

 

Un progetto pilota per l’inclusione dei bambini disabili nel sistema scolastico libanese. Finanziato dal ministero degli Affari esteri, vuole migliorare le capacità di inclusione dei bambini disabili nelle scuole del Libano, aumentandone il rendimento generale e favorendo una maggiore capacità di integrazione sociale. Le aree di intervento saranno la Regione del Nord, il Distretto di Beirut e la Regione del Sud. Sarà l’ong italiana Gvc, in accordo con le istituzioni scolastiche, ad occuparsi della preparazione tecnica (capacity building) dei soggetti che si rapportano con i bambini disabili attraverso la formazione di formatori, all’inizio, e la formazione professionale, in una seconda fase. Il percorso prevede la elaborazione di una figura professionale altamente qualificata, l’educatore speciale, fulcro dell’inserimento del bambino disabile. Le scuole interessate dagli interventi saranno fornite di equipaggiamenti e materiali didattici e specialistici d’avanguardia, con l’acquisto di attrezzature specifiche per ipovedenti, in particolare di 3 software Supernova e di 6 tastiere Perkins Braille; saranno inoltre acquistati computer e diversi materiali didattici. Sono inoltre previste opere murarie, ove necessario, per l’abbattimento delle barriere architettoniche esistenti. Ad usufruire dell’intervento 6 scuole pubbliche primarie.

 

II DOMENICA DI PASQUA Lectio Anno B

Prima lettura: Atti 4,32-35 

 La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune.  Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore.  Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno.

La pericope degli Atti ci presenta una comunità cristiana che si raduna attorno agli apostoli con compattezza e spirito di servizio. Si tratta di uno dei tre celebri sommari (gli altri si trovano in At 2,42-47; 5,12-16), con cui l’evangelista Luca tratteggia in modo ideale la vita della comunità apostolica. La prima grande caratteristica messa in evidenza dal brano è

il forte senso dell’unità: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (4,32). In effetti, si vede realizzato quello che fu l’auspicio stesso di Gesù, il quale chiese al Padre, pronunciando la «preghiera sacerdotale», che tutti siano «uno» (cf. Gv 17,11.21).

     L’unità però sollecita ad avere maggiore considerazione delle eventuali sperequazioni all’interno della comunità. Coerentemente, Luca sottolinea che non vi era la presenza di «bisognosi». «Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno» (4,34-35).                                                    

     Questo dato non deve far pensare a una forma di «comunismo» ante litteram, in quanto l’obiettivo degli apostoli e di quelli che li seguivano era già stato indicato dalla tradizione giudaica, che conosceva bene il testo di Dt 15,4: «Del resto, non vi sarà alcun bisogno in mezzo a voi; perché il Signore certo ti benedirà nel paese che il Signore tuo Dio ti da in possesso ereditario». Ciò vuol dire che la benedizione del Signore è per tutti, senza preferenze.

     Ma il senso ultimo di questa forma di testimonianza nella carità è immancabilmente la potenza della risurrezione che sostiene e guida l’opera degli apostoli: «Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore» (4,33). La potenza della Pasqua, della risurrezione di Gesù Cristo, riesce a compiere persino il miracolo di rendere gli esseri umani solidali, pronti a condividere con chi, per vari motivi, non è stato toccato dalla benedizione divina, rendendosi così benedizione per il fratello. È questa forza, che si sprigiona dal Risorto, a concretizzare il segno della comunione, per cui mentalità diverse, personalità a volte contrastanti, riescono a diventare «un cuor solo e un’anima», per servire il Regno e far risplendere sulla terra la gloria del Padre attraverso le opere che compiono.

 Seconda lettura: 1Giovanni 5,1-6

 Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi.  Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità.

 Quella «moltitudine di coloro che erano venuti alla fede» (At 4,32), al tempo degli apostoli come in tutte le epoche della chiesa, sono da definire in modo più chiaro quali «figli di Dio». È ciò che afferma la prima lettera di Giovanni: «Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato» (5,1). Amare cioè il prossimo implica conseguentemente amare chi da Dio è stato generato perché crede che Gesù è l’unico a cui può essere attribuita la qualifica di Cristo. Si tratta, dunque, del credente, del cristiano che professa una fede che — a giudicare dall’insistenza dell’autore del testo biblico — dev’essere “ortodossa”. Infatti, quest’esigenza dell’ortodossia viene confermata successivamente quando leggiamo: «Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?» (5,4-5).

     Il rapporto tra fede ortodossa e figliolanza divina appare decisamente molto stretto e, secondo una logica coerente, chi è figlio di Dio non può che amare gli altri figli di Dio. Nel linguaggio tipico della Prima lettera di Giovanni, l’amore viene identificato con l’osservanza dei comandamenti: «Da questo conosciamo di amare i figli di Dio: se amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti, perché in questo consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi» (5,2-3). Riportiamo i testi per far capire che, nella loro semplicità, parlano «da soli».

     In questo caso, potremmo addirittura parlare di una proposta di unità della vita cristiana: perché scindere la fede dalla carità? Perché non capire che chi crede «bene» e rettamente è in grado di amare secondo il cuore di Dio? Perché non ammettere che credere in Gesù significa essere coinvolti nella vita secondo lo Spirito, dalla forza rigenerante del Battesimo che promana dalla Pasqua?

     La vittoria sul mondo, quindi, si ottiene rendendo la propria esistenza partecipe della Pasqua di Gesù Cristo, adoperando quei veri strumenti di testimonianza dello Spirito che sono i sacramenti vissuti all’interno della comunione della chiesa.

Vangelo: Giovanni 20,19-31

 La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

       Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Esegesi

     Il giorno della risurrezione di Gesù dovette essere senz’altro traumatico per i discepoli, che faticarono molto a convincersi che ciò che avevano udito dire al Maestro, ma che non avevano mai del tutto compreso, era finalmente avvenuto. Quel giorno fu anche contrassegnato dalla paura, poiché «La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!» (20,19). Il testo sembra esplicito: i discepoli, per non attirare l’attenzione, o per non essere accusati di aver trafugato il corpo di Gesù dal sepolcro, si rintanarono in un luogo, sbarrando le porte per non avere la sorpresa di vedersi raggiunti dalla polizia del Tempio. Non è ben chiaro quale fosse il luogo in cui essi si rifugiarono (una casa di Gerusalemme?), ma è sicuro che comunque ebbero la sorpresa gradita di vedere Gesù in mezzo a loro per «sciogliere» il timore che gravava nel loro animo e procurare, quindi, la gioia.

     Siamo di fronte al primo elemento importante di questo brano: il saluto di pace. Esso non è, come si sarebbe forse tentati di pensare, un semplice saluto di «buonasera», perché possiede una pregnanza particolare: in primo luogo, è pronunciato in un contesto solenne quale la sera del giorno della risurrezione; indica poi uno stato di fatto che Gesù viene a instaurare tra i discepoli; infine, Gesù che dona la pace manifesta tutta la potenza di «Signore» che gli compete.

     Tale saluto, reiterato dopo che i discepoli hanno constatato i segni della passione e hanno gioito nel riconoscere il Signore, viene completato dal mandato missionario: «Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (20,21).

     Per chi ha un minimo di dimestichezza con il Vangelo di Giovanni, questa frase non risulta nuova, poiché tante volte Gesù aveva parlato, durante la vita pubblica, del fatto che era stato mandato dal Padre a rivelarne la volontà salvifica. Ora è il momento di associare nell’adempimento del suo compito coloro che sono stati scelti (cf. 17,18). Essi dovranno prolungare l’azione di Gesù nello spazio e nel tempo, assistiti dallo Spirito Santo. Perciò, «Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (20,22-23). Il gesto dell’alitare, molto suggestivo, suggerisce un rapporto con Gen 2,7, quando Dio «alitò» per dare la vita all’uomo (in greco Giovanni usa lo stesso verbo adoperato dalla versione dei Settanta). In un certo senso, Gesù «ricrea» i discepoli, costituendoli testimoni efficaci dell’amore di Dio in mezzo all’umanità. Infatti, costoro ricevono lo Spirito Santo insieme al preciso mandato di rimettere i peccati. 

     Insieme alla gioia di chi vede il Signore, il brano ci presenta anche la figura problematica di Tommaso, il cui nome significa «gemello», ma anche «doppio», «ambiguo». L’affermazione di costui è lapidaria: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo» (20,25). Anche Tommaso, dunque, intende essere fatto partecipe di ciò che hanno vissuto i suoi compagni. Il racconto dell’evangelista Giovanni ci riferisce che ciò si verificò otto giorni dopo. Gesù si rivolse direttamente a Tommaso, rispondendogli: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!» (20,27).

     Per questo fatto, Tommaso è diventato un po’ il capofila di coloro che non sono creduloni. Ma ritengo che per tale motivo ci sia anche un po’ più simpatico: con la sua obiezione, “obbliga” Gesù a rivelare di nuovo il suo corpo di risorto che conserva i segni della passione. È senz’altro vero che sono beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno, però noi che leggiamo a due millenni di distanza queste testimonianze abbiamo bisogno di sapere che tra gli apostoli c’è stato qualcuno che ha avuto il coraggio di porre la stessa obiezione che avremmo posto noi. Tuttavia, siamo invitati dal finale del brano a credere «che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio» e ad avere la vita credendo nel suo nome, come è avvenuto a tanti che ci hanno preceduto nella fede e hanno lasciato segni concreti del loro passaggio sulla terra.

Meditazione

 Il Vangelo di questa domenica ci fa rivivere la prima settimana cristiana. L’evangelista infatti ci presenta l’apparizione del Risorto ai discepoli la sera della Pasqua e poi quella della domenica successiva. Da allora sino ad oggi, ininterrottamente, i discepoli di Gesù continuano a radunarsi assieme nel ‘cenacolo’, di domenica in domenica, per rivivere quella medesima Pasqua, quel medesimo incontro. Questo appuntamento settimanale divenne a tal punto determinante che soppiantò la centralità del Sabato e fece della Domenica il giorno dei cristiani. «Non possiamo vivere senza la domenica», affermavano i martiri cristiani nei primi secoli.

In quella prima Pasqua i discepoli sono radunati nel cenacolo. La porta della casa è chiusa per paura ‘dei giudei’; in verità più che le porte del cenacolo sono chiuse quelle del cuore. Ma il Signore risorto irrompe ugualmente nella sala e si ferma in mezzo a loro: subito li saluta, e poi mostra loro il suo corpo segnato dalle ferite. Sembra volerli assicurare che è il Gesù di sempre, il loro amico, e che continuerà a stare con loro. Soffia quindi su di loro il suo Spirito e li invia per il mondo come testimoni del Vangelo. Manca Tommaso, quella sera. E quando gli altri discepoli gli raccontano l’accaduto egli mostra tutto il suo scetticismo: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, non credo». È una pagina evangelica davvero molto ricca di significato spirituale. Subito viene alla mente una prima considerazio-ne. Perché l’evangelista, nel narrare il momento centrale del Vangelo e della vita della comunità cristiana quale è la Pasqua, si sofferma con una qualche ostinazione a sottolineare l’incredulità di Tommaso? Perché mettere in evidenza questo ‘peccato’ così radicale? L’apostolo non fa certo una bella figura; e il suo atteggiamento è tutt’altro che esemplare.

L’evangelista vuole sottolineare che non mancano difficoltà e problemi nel credere; essi sono presenti fin dalle prime generazioni, anzi fin dalle prime ore di vita della comunità cristiana. Ma non siamo sul piano delle questioni e dei dibattici teorici. Tommaso non è l’uomo razionalista o del fatto concreto, e neppure l’uomo positivo che non si lascia andare all’emozione o al sentimento, insomma un duro ed essen­ziale. Il Tommaso dei Vangeli, infatti, era capace di sentimenti vigorosi, forti, energici. Quando, ad esempio, Gesù decise di andare a trovare Lazzaro morto, nonostante il pericolo che correva, egli fu il primo a prendere la parola: «andiamo anche noi a morire con lui» (Gv 11,16). E ancora, quando Gesù parlava ai discepoli della sua prossima parten­za, fu sempre lui, Tommaso, a chiedere: «Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo conosce la via» (Gv 14,4). Non voleva insomma allontanarsi dal Maestro. E tutti avremmo voluto essere accanto a lui in quei momenti.

Tuttavia, quella sera del primo giorno dopo il sabato, Tommaso ha di fatto accettato che la resurrezione di Gesù, annunciatagli con gioia dagli altri apostoli, è solo un discorso, solo una parola vuota, anche se desiderabile e bella. E risponde subito con il suo discorso, con il suo credo: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, non credo». E il credo di un uomo non catti­vo; anzi, generoso. È il credo di tante persone, le quali più che razionaliste sono egocentriche, prigioniere di sé e delle proprie sensazioni. È il credo di chi pensa sia vero solo quello che tocca, anche se falso; o di chi crede sia falso quello che non riesce a toccare, sebbene sappia che è vero. Insomma, è il «non credo» di un mondo di egocentrici, che facilmente diventa un mondo pigro, ingiusto e persino violento. L’egocentrismo porta sempre ad essere increduli, perché si resta sem­pre e comunque prigionieri delle proprie sensazioni, di quello che si vede e di quello che si tocca. Non si crede a null’altro.

Gesù, tuttavia, sembra accettare la sfida di Tommaso. La domenica seguente torna di nuovo tra i discepoli. Questa volta è presente anche Tommaso. E con lui siamo presenti anche noi. Gesù entra ancora una volta, a porte chiuse, e si rivolge subito al discepolo invitandolo a tocca­re con le mani le sue ferite. E aggiunge: «Non essere incredulo, ma credente!». L’evangelista sembra suggerire che Tommaso, in realtà, non abbia toccato le ferite di Gesù; gli sono bastate le parole rivoltegli dal Maestro. Esse lo hanno colto nella sua verità di incredulo, come accadde al pozzo di Giacobbe quando Gesù con le sue parole svelò alla samaritana la verità della sua vita. La Parola del Signore, il Vangelo, distrugge la presunzione, l’orgoglio e la fiducia smisurata che Tommaso ha in se stesso e nelle sue convinzioni, e con lui anche noi. Oggi il Vangelo chiede di umiliarsi un poco, di guardare oltre se stessi. Sì, assie­me a Tommaso, dobbiamo inginocchiarci anche noi davanti al risorto ed esclamare: «Mio Signore e mio Dio!» Non si tratta di un Dio o di un Signore qualunque, bensì del «mio» Dio e «mio» Signore. Il mio «Tu». La fede è proprio questo rapporto particolarissimo: dare del «tu» a Dio riconosciuto come Padre. La fede non è allora la professione dei momenti solenni, anche! È piuttosto la fede di ogni giorno, della scon­fitta dell’egocentrismo e dell’orgoglio, dell’autosufficienza e dell’arro­ganza, per sentire vicina ed indispensabile la compagnia forte e tenera di Gesù risorto. Il calore di questa amicizia scioglie la durezza e sconfig­ge l’incredulità. Gesù, parlando a Tommaso, aggiunge: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». È la beatitudine della fede. Una beatitudine decisiva per noi che veniamo dopo. Tommaso ci viene incontro in questa domenica e ci parla della beatitudine di accogliere il Vangelo, della gioia di inginocchiarci davanti al Signore e dirgli con il cuore: «Mio Signore e mio Dio!».

Il brano degli Atti degli Apostoli, ove si descrive la vita della prima comunità cristiana, mostra la beatitudine concreta che scaturisce dalla fede nel Signore risorto. La fede non è un atto intellettivo semplice­mente, non è l’adesione a delle verità astratte; è piuttosto uno stile di vivere, un atteggiamento che compenetra tutta la vita. La fede è la comunione con Dio e i fratelli. Scrivono gli Atti: «la moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune». La vittoria della vita sulla morte iniziava nel giorno di Pasqua il suo itinerario storico: la comunione sconfiggeva la solitudine, l’amore distruggeva la distanza, la fraternità bruciava l’in­differenza. Il seme della resurrezione era stato gettato e iniziava a ger­mogliare. Di domenica in domenica noi cristiani siamo convocati per rivivere e far crescere in noi e nel mondo la Pasqua di resurrezione.

Preghiere e racconti

Beati quelli che non hanno visto e credono

    Gesù entra a porte chiuse. Eppure alla sua resurrezione, la pietra del sepolcro è rotolata e la porta del sepolcro si è aperta. […] Ma qui egli entra e le porte sono chiuse, affinché quelli che dubitavano della resurrezione fossero presi da stupore al suo ingresso e da questo prodigio fossero condotti come per mano all’altro prodigio. […] Gli apostoli, nascosti in una casa, vedono il Cristo. Egli entra a porte chiuse. Ma Tommaso, che in quel momento era assente, rimane incredulo. Desidera vedere Gesù con i suoi occhi e rifiuta i racconti degli altri di-scepoli. Chiude le orecchie e vuole aprire gli occhi. L’impazienza lo brucia, quando pronuncia queste parole: «Se non metto il mio dito nel segno dei chiodi e se non metto la mia mano nel suo costato, non crederò» (Gv 20,25). Troppo esigente per credere, Tommaso sfoga la sua diffidenza, sperando così che il suo desiderio sia esaudito. «I miei dubbi non spariranno se non quando lo vedrò, dice. Metterò il mio dito nei segni dei chiodi e abbraccerò quel Signore che tanto desidero.

    Rimproveri la mia incredulità, ma colmi i miei occhi. Incredulo, quando lo vedrò, crederò quando lo stringerò tra le mie braccia e lo contemplerò. Voglio vedere le mani trafitte, che hanno guarito le mani che hanno trasgredito. Voglio vedere quel costato che ha scacciato la morte dal suo fianco. Voglio essere il testimone del Signore e non do peso alla testimonianza altrui. I vostri racconti esasperano la mia impazienza. La buona novella che mi portate non fa che ravvivare il mio turbamento. Non guarirò di questo male se non tocco colui che le guarisce». Ma il Signore appare di nuovo e dissipa contemporaneamente la tristezza e il dubbio del suo discepolo. Che dico? Non dissipa il suo dubbio, colma la sua attesa. Entra a porte chiuse e con questa visione incredibile conferma la non creduta resurrezione. Trova un nuovo motivo di stupore per convincere Tommaso. «Metti il tuo dito nel segno dei chiodi» (Gv 20,27), gli dice. Tu mi cercavi quando non c’ero, approfittane ora. Conosco il tuo desiderio nonostante il tuo silenzio. Prima che tu me lo dica, so che cosa pensi. Ti ho sentito parlare, e benché invisibile, ero accanto a te, accanto ai tuoi dubbi, e senza farmi vedere, ti ho fatto aspettare per meglio vedere la tua impazienza. «Metti il tuo dito nei segni dei chiodi, metti la tua mano nel mio costato e non essere più incredulo, ma credente». Allora Tommaso lo tocca, tutta la sua diffidenza si dissolve e colmo di una fede sincera e di tutto l’amore che si deve a Dio, esce in un grido: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28). E il Signore gli dice: «Perché hai veduto, hai creduto. Beati quelli che non hanno visto e credono!» (Gv 20,29). Tommaso, porta la buona notizia della mia resurrezione a quelli che non hanno veduto. Conduci la terra intera alla fede non della visione, ma della parola. Va’ tra i popoli e le città barbare e insegna loro a portare sulle spalle la croce invece delle armi. Annunciami: crederanno e mi adoreranno. Non esigeranno altre prove. Di’ loro che sono chiamati per grazia e contempla la loro fede. In verità: «Beati quelli che non mi hanno veduto e hanno creduto!».

(BASILIO DI SELEUCIA, Omelia sulla santa Pasqua 2-4, PG 28,1084A-1085C).

 L’ho cercato, ma non l’ho trovato          

  “Così dice la sposa: “Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato nel mio cuore; l’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze; voglio cercare l’amato del mio cuore. L’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda: avete visto l’amato del mio cuore? Da poco le avevo oltrepassate, quando trovai l’amato del mio cuore” (Ct 3,1-4).

    Mi colpisce anzitutto la duplice ripetizione: “L’ho cercato ma non l’ho trovato”. Che cosa concluderebbe l’animus, cioè quella parte di noi che è calcolatrice ed efficientista? Se non l’hai trovato, vuol dire che non è per te, che forse è troppo alto, che non sei fatto per lui, che sei sulla strada sbagliata.

    Invece l’anima, più profonda, intuisce.

    Ricordo il titolo di un libro scritto da un ateo, che riporta le parole del Cantico, in latino: “Quaesivi et non inveni”. E l’autore racconta la sua ricerca di Dio affermando di non essere riuscito razionalmente a trovarlo.

    Si è evidentemente fermano all’animus, lo ha cercato attraverso i ragionamenti esteriori e, a un certo punto, si è stancato. La personalità completa è quella che dice: “L’ho cercato e, dal momento che non l’ho trovato, lo cerco ancora di più, lo cerco con maggiore amore”.

    Non l’ho trovato vicino a me, e allora: “Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze; voglio cercare l’amato del mio cuore” (Ct 3,2). Qui leggiamo l’estasi interiore, la presenza già nascosta di Dio che opera.

    Questo è importante per capire a fondo noi stessi. In noi c’è un dinamismo della ricerca di Dio, che opera anche quando non lo troviamo, e opera di più. Se diamo voce a tale dinamismo, che è già la grazia dello Spirito santo, il dito dello Spirito santo che scrive la lettera di Dio in noi, noi entriamo nella totalità della nostra persona, che è ricerca razionale e logica, ma poi ricerca affettiva, amorosa. Ed entriamo anche a conoscere meglio il mistero di Dio che è amore. Amore non significa soltanto efficienza, produzione di beni in serie; amore è libertà di Dio, capacità di amare ciascuno in modo diverso, gusto di nascondersi per farsi trovare. Quando arriviamo a comprendere qualcosa di questo mistero di Dio che è Trinità di amore, gioco di amore perenne in sé, che è dono, non ci stupiamo più scoprendo che Dio talora si nasconde a noi per acuire nel nostro cuore il desiderio di cercarlo e per darci la gioia di ritrovarlo.

    Dio è vitalità infinita, inventività continua nell’amore, libertà assoluta.

(Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009, 52-53).

Mio Signore e mio Dio!

Tommaso, uno dei discepoli, non era forse un uomo, uno come tanti? Gli altri discepoli gli dicevano: Abbiamo visto il Signore, ma lui ribatteva: Se non lo toccherò, se non metterò il dito nel suo fianco, non crederò (Gv 20,25). Te lo annunziano dei messaggeri dell’evangelo e tu non credi? A loro ha creduto il mondo e il discepolo non crede. Di loro è stato detto: II loro messaggio si è diffuso su tutta la terra e le loro parole fino ai confini del mondo [Sal 18 (19),5]. Dalla loro bocca escono parole che giungono fino ai confini del mondo e tutto il mondo crede; tutti insieme annunciano la buona notizia a uno solo e questi non crede. Non era ancora il giorno fatto dal Signore [Sal 117 (118),24]; le tenebre erano ancora sull’abisso; nelle profondità del cuore umano c’erano le tenebre. Ma venga lui, il capo di quel giorno e gli dica con pazienza e mitezza, non con ira, perché egli è medico: «Vieni, vieni, tocca, e credi. Tu hai detto: Se non toccherò, se non metterò il mio dito, non crederò. Vieni, tocca, metti il dito. E non essere incredulo, ma credente. Vieni, metti il dito. Conoscevo le tue ferite; per te ho conservato la mia cicatrice». E Tommaso mettendo la mano raggiunse la pienezza della fede. E qual è questa pienezza? Che Cristo non venga creduto soltanto uomo, né soltanto Dio, ma uomo e Dio. Questa è la pienezza della fede, poiché il Verbo si è fatto carne e ha abitato in mezzo a noi (Gv 1,14). E quel discepolo, dopo che gli furono presentate le cicatrici e le membra del suo Salvatore perché le toccasse, non appena le ebbe toccate, esclamò: Mio Signore e mio Dio (Gv 20,28). Toccò l’umanità, riconobbe la divinità; toccò la carne, volse gli occhi al Verbo, poiché il Verbo si è fatto carne e ha abitato in mezzo a noi. Il Verbo ha sopportato che la sua carne fosse appesa al legno, che fosse fissata coi chiodi, che venisse trafitta dalla lancia, che fosse deposta nel sepolcro. Lo stesso Verbo risuscitò la sua carne, la presentò agli occhi dei discepoli perché la vedessero, la fece toccare con mani. Toccano ed esclamano: Mio Signore e mio Dio!

(AGOSTINO, Discorsi 258, 3, in Opere di sant’Agostino 32/2, pp. 826-828).

 L’inquietudine della notte della fede

      Ripartire da Dio vuol dire sapere che noi non lo vediamo, ma lo crediamo e lo cerchiamo così come la notte cerca l’au­rora. Vuol dunque dire vivere per sé e contagiare altri dell’in­quietudine santa di una ricerca senza sosta del volto nascosto del Padre. Come Paolo fece coi Galati e coi Romani, così an­che noi dobbiamo denunciare ai nostri contemporanei la miopia del contentarsi di tutto ciò che è meno di Dio, di tut­to quanto può divenire idolo. Dio è più grande del nostro cuore, Dio sta oltre la notte.

    Egli è nel silenzio che ci turba davanti alla morte e alla fine di ogni grandezza umana; Egli è nel bisogno di giustizia e di amore che ci portiamo dentro; Egli è il Mistero santo che vie­ne incontro alla nostalgia del Totalmente Altro, nostalgia di perfetta e consumata giustizia, di riconciliazione e di pace.

      Come il credente Manzoni, anche noi dobbiamo lasciarci interrogare da ogni dolore: dallo scandalo della violenza che sembra vittoriosa, dalle atrocità dell’odio e delle guerre, dal­la fatica di credere nell’Amore quando tutto sembra contrad­dirlo. Dio è un fuoco divorante, che si fa piccolo per lasciar­si afferrare e toccare da noi. Portando Gesù in mezzo a voi, non ho potuto non pensare a questa umiliazione, a questa “contrazione” di Dio, come la chiamavano i Padri della Chie­sa, a questa debolezza. Essa si fa risposta alle nostre doman­de non nella misura della grandezza e della potenza di questo mondo, ma nella piccolezza, nell’umiltà, nella compagnia umile e pellegrinante del nostro soffrire.

          (Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009, 66).

Il dubbio che porta al tramonto

Si narra che un alpinista, fortemente motivato a conquistare un’altissima vetta, iniziò la sua impresa dopo anni di preparazione. Deciso a non spartire la gloria con alcuno, iniziò l’impresa senza compagni.

Iniziò l’ascesa ma si fece tardi, sempre più tardi, senza che egli si decidesse ad accamparsi, insistendo nell’ascesa. Ben presto fu buio.

La notte giunse bruscamente sulle alture della montagna, sicchè non si poteva vedere assolutamente nulla. Tutto era tenebra, il buio regnava sovrano, la luna e le stelle erano coperte dalle nubi.

Salendo per un costone roccioso, a pochi metri dalla cima, scivolò e precipitò nel vuoto, cadendo a velocità vertiginosa. Nella caduta, l’alpinista poteva  appena vedere  delle macchie scure e sperimentare la sensazione di essere risucchiato dalla forza di gravità. Continuava a cadere…e in quegli attimi angosciosi, gli passarono per la mente gli episodi più importanti della sua vita.

Rifletteva, ormai vicino alla morte. D’improvviso avvertì il violento strappo della lunga fune che aveva assicurato alla cintura.

In quel momento di terrore, sospeso nel vuoto, non gli rimase che gridare:

”Dio mio, aiutami!”

Improvvisamente una voce grave e profonda dal cielo gli domandò:

”Cosa vuoi che io faccia?”

“Mio Dio, salvami!”

“Credi realmente che io possa salvarti?”

“Sì, mio Signore. Lo credo”

Allora, recidi la corda che ti sostiene!”

Ci fu un momento di silenzio;

poi l’uomo si avvinse ancora più fortemente alla cord

Il resoconto della squadra di soccorso, afferma che  l’alpinista fu trovato, ormai morto per congelamento, fortemente avvinghiato alla corda…  A soli due metri dal suolo…

 Tu sai Tommaso…

Pure per noi sia Pasqua, Signore:

vieni ed entra nei nostri cenacoli,

abbiamo tutti e di tutto paura,

paura di credere, paura a non credere…

 

Paura di essere liberi e grandi!

Vieni ed abbatti le porte dei cuori,

le diffidenze, i molti sospetti:

tutti cintati in antichi steccati!

 

Entra e ripeti ancora il saluto:

«Pace a tutti», perché sei risorto;

e più nessuno ti fermi: tu libero

di apparire a chi vuoi e ti crede!

 

Torna e alita ancora il tuo spirito

come il Padre alitò su Adamo:

e dal peccato sia sciolta la terra,

che tutti vedono in noi il Risorto.

 

Credere senza l’orgoglio di credere,

credere senza vedere e toccare!…

Tu sai, Tommaso, il dramma degli atei,

tu il più difficile a dirsi beato!

(D. M. Turoldo)

 Ma io credo!

Signore, non ho visto,

come Pietro e Giovanni,

le bende per terra e il sudario

che ricopriva il tuo volto,

ma io credo!

Non ho visto la tua tomba vuota,

ma io credo!

Non ho messo, come Tommaso,

le mie dita nel posto dei chiodi,

né la mia mano nel tuo costato,

ma io credo!

Non ho condiviso il pane con te

nel villaggio di Emmaus,

ma io credo!

Non ho partecipato alla pesca miracolosa

sul lago di Tiberiade,

ma io credo!

Sono contento, Signore,

di non avere visto,

perché io credo!

(Credo Signore! Professioni di fede per ragazzi e giovani, Leumann, Elle Di Ci, 2001, 52).

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

– Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006- .

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

———

Comunità di S. Egidio, La Parola e la storia. Tempo di Quaresima e Pasqua, Milano, Vita e Pensiero, 2012. 

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. II: Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.

Comunità monastica Ss. Trinità di Dumenza, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

– C.M. MARTINI (card.), Incontro al Signore risorto, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.

 

Giovani e Sport 3: le figure educative

Roma 14 Aprile 2012

La comunità cristiana offre il suo contributo e sollecita quello di tutti perché la società diventi sempre più terreno favorevole all’educazione. Favorendo condizioni e stili di vita sani e rispettosi dei valori, è possibile promuovere lo sviluppo integrale della persona, educare all’accoglienza dell’altro e al discernimento della verità, alla solidarietà e al senso della festa, alla sobrietà e alla custodia del creato, alla mondialità e alla pace, alla legalità, alla responsabilità etica nell’economia e all’uso saggio delle tecnologie.Ciò richiede il coinvolgimento non solo dei genitori e degli insegnanti, ma anche degli uomini politici, degli imprenditori, degli artisti, degli sportivi, degli esperti della comunicazione e dello spettacolo. (dagli Orientamenti pastorali dell’episcopato italiano per il decennio 2010-2020)

La partecipazione al Cantiere è gratuita.

Sono a perte le iscrizioni online

Bozza di Programma

da: Servizio nazionale per la pastorale giovanile

15° Forum europeo per l’insegnamento della religione

 

L’insegnamento della religione e la coesione sociale in Europa. Proposte per la formazione degli insegnanti”. È il tema del 15° Forum europeo per l’insegnamento scolastico della religione in Europa, organizzato a Madrid da domani al 15 aprile.

Un incontro proposto dall’Eufres (European forum for religious education in schools) che prosegue una riflessione continua, in questi anni, sul ruolo e l’importanza dell’insegnamento religioso nelle scuole europee, nella diversità di organizzazione e “peso” tipica dei diversi Stati. E all’interno proprio delle diversità è attenta a cogliere gli elementi che fanno dell’insegnamento scolastico un contributo importante all’educazione dei cittadini e alla costruzione dell’Europa.
Qui sta il punto. L’analisi delle società europee presenta molte diversità a proposito della considerazione della religione nello spazio pubblico europeo e in particolare per quanto riguarda la presenza dell’insegnamento religioso nelle scuole. La ricerca svolta negli anni scorsi dal Ccee (Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa) insieme alla Cei (Conferenza episcopale italiana), unitamente a tanti altri percorsi di studio sulla situazione del Continente, ha messo in luce come l’insegnamento della religione contribuisca efficacemente allo sviluppo delle giovani generazioni in Europa e svolga un interessante compito sia per il riconoscimenti dei diritti fondamentali delle persone, sia per la crescita delle società nella direzione della libertà e dell’inclusione sociale. Il tutto in scenari non sempre omogenei, talvolta attraversati da pressioni che contrastano la presenza della religione e delle Chiese negli spazi pubblici o, in altre situazioni, tendono ad estendere la dimensione confessionale, configgendo con esigenze di laicità che pure in Europa sono ben evidenziate.
In questi scenari acquista particolare importanza la consapevolezza dei protagonisti del mondo della scuola e in particolare dell’insegnamento della religione, a cominciare – poiché è la realtà più diffusa – dalle stesse Chiese che in molti Stati garantiscono un’offerta di insegnamento confessionale. La tensione educativa, il rispetto della laicità, la qualità dell’insegnamento hanno ripercussioni forti e inevitabili sulla problematica della formazione dei docenti. È questo, ad esempio, una delle “sfide” evidenziate proprio dalla recente ricerca Ccee-Cei, che invitava, anche nel documento finale, le Chiese ad una particolare e attenta considerazione degli insegnanti di religione, raccogliendo le sempre nuove esigenze di formazione.
Di questo, tra l’altro, si parlerà a Madrid. Ed è importante che vi sia l’occasione di raccogliere, attraverso la testimonianza di studiosi di diverse parti d’Europa, se non lo “stato dell’arte”, quantomeno le linee di tendenza. Un passo avanti per una scuola e una società europea sempre più attenta alle persone, a tutte le dimensioni dell’uomo.

Alberto Campoleoni, inviato Sir Europa a Madrid

Omelia di Benedetto XVI nella notte di Pasqua

L’omelia di Benedetto XVI nella notte di Pasqua 2012, un capolavoro del magistero di questo grande maestro. «Gesù risorge dal sepolcro. La vita è più forte della morte. Il bene è più forte del male. L’amore è più forte dell’odio. La verità è più forte della menzogna…».

 Cari fratelli e sorelle!

Pasqua è la festa della nuova creazione. Gesù è risorto e non muore più. Ha sfondato la porta verso una nuova vita che non conosce più né malattia né morte. Ha assunto l’uomo in Dio stesso. “Carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio”, aveva detto Paolo nella prima lettera ai Corinzi (15, 50). Lo scrittore ecclesiastico Tertulliano, nel secolo III, in riferimento alla risurrezione di Cristo e alla nostra risurrezione aveva l’audacia di scrivere: “Abbiate fiducia, carne e sangue, grazie a Cristo avete acquistato un posto nel Cielo e nel regno di Dio” (CCL II 994). Si è aperta una nuova dimensione per l’uomo. La creazione è diventata più grande e più vasta. La Pasqua è il giorno di una nuova creazione, ma proprio per questo la Chiesa comincia in tale giorno la liturgia con l’antica creazione, affinché impariamo a capire bene quella nuova. Perciò all’inizio della Liturgia della Parola nella Veglia pasquale c’è il racconto della creazione del mondo.

In relazione a questo, due cose sono particolarmente importanti nel contesto della liturgia di questo giorno. In primo luogo, la creazione viene presentata come una totalità della quale fa parte il fenomeno del tempo. I sette giorni sono un’immagine di una totalità che si sviluppa nel tempo. Sono ordinati in vista del settimo giorno, il giorno della libertà di tutte le creature per Dio e delle une per le altre. La creazione è quindi orientata verso la comunione tra Dio e creatura; essa esiste affinché ci sia uno spazio di risposta alla grande gloria di Dio, un incontro di amore e di libertà. In secondo luogo, del racconto della creazione la Chiesa, nella Veglia pasquale, ascolta soprattutto la prima frase: “Dio disse: Sia la luce!” (Gen 1,3). Il racconto della creazione, in modo simbolico, inizia con la creazione della luce. Il sole e la luna vengono creati solo nel quarto giorno. Il racconto della creazione li chiama fonti di luce, che Dio ha posto nel firmamento del cielo. Con ciò toglie consapevolmente ad esse il carattere divino che le grandi religioni avevano loro attribuito. No, non sono affatto dei. Sono corpi luminosi, creati dall’unico Dio. Sono però preceduti dalla luce, mediante la quale la gloria di Dio si riflette nella natura dell’essere che è creato.

Che cosa intende dire con ciò il racconto della creazione? La luce rende possibile la vita. Rende possibile l’incontro. Rende possibile la comunicazione. Rende possibile la conoscenza, l’accesso alla realtà, alla verità. E rendendo possibile la conoscenza, rende possibile la libertà e il progresso. Il male si nasconde. La luce pertanto è anche espressione del bene che è luminosità e crea luminosità. È giorno in cui possiamo operare. Il fatto che Dio abbia creato la luce significa che Dio ha creato il mondo come spazio di conoscenza e di verità, spazio di incontro e di libertà, spazio del bene e dell’amore. La materia prima del mondo è buona, l’essere stesso è buono. E il male non proviene dall’essere che è creato da Dio, ma esiste in virtù della negazione. È il “no”.

A Pasqua, al mattino del primo giorno della settimana, Dio ha detto nuovamente: “Sia la luce!”. Prima erano venute la notte del Monte degli Ulivi, l’eclissi solare della passione e morte di Gesù, la notte del sepolcro. Ma ora è di nuovo il primo giorno, la creazione ricomincia tutta nuova. “Sia la luce!”, dice Dio, “e la luce fu”. Gesù risorge dal sepolcro. La vita è più forte della morte. Il bene è più forte del male. L’amore è più forte dell’odio. La verità è più forte della menzogna. Il buio dei giorni passati è dissipato nel momento in cui Gesù risorge dal sepolcro e diventa, egli stesso, pura luce di Dio. Questo, però, non si riferisce soltanto a Lui e non si riferisce solo al buio di quei giorni. Con la risurrezione di Gesù, la luce stessa è creata nuovamente. Egli ci attira tutti dietro di sé nella nuova vita della risurrezione e vince ogni forma di buio. Egli è il nuovo giorno di Dio, che vale per tutti noi.

Ma come può avvenire questo? Come può tutto questo giungere fino a noi così che non rimanga solo parola, ma diventi una realtà in cui siamo coinvolti? Mediante il Sacramento del battesimo e la professione della fede, il Signore ha costruito un ponte verso di noi, attraverso il quale il nuovo giorno viene a noi. Nel Battesimo, il Signore dice a colui che lo riceve: “Fiat lux”, sia la luce. Il nuovo giorno, il giorno della vita indistruttibile viene anche a noi. Cristo ti prende per mano. D’ora in poi sarai sostenuto da Lui e entrerai così nella luce, nella vita vera. Per questo, la Chiesa antica ha chiamato il Battesimo “photismos”, illuminazione.

Perché? Il buio veramente minaccioso per l’uomo è il fatto che egli, in verità, è capace di vedere ed indagare le cose tangibili, materiali, ma non vede dove vada il mondo e da dove venga. Dove vada la stessa nostra vita. Che cosa sia il bene e che cosa sia il male. Il buio su Dio e il buio sui valori sono la vera minaccia per la nostra esistenza e per il mondo in generale. Se Dio e i valori, la differenza tra il bene e il male restano nel buio, allora tutte le altre illuminazioni, che ci danno un potere così incredibile, non sono solo progressi, ma al contempo sono anche minacce che mettono in pericolo noi e il mondo. Oggi possiamo illuminare le nostre città in modo così abbagliante che le stelle del cielo non sono più visibili. Non è questa forse un’immagine della problematica del nostro essere illuminati? Nelle cose materiali sappiamo e possiamo incredibilmente tanto, ma ciò che va al di là di questo, Dio e il bene, non lo riusciamo più ad individuare. Per questo è la fede, che ci mostra la luce di Dio, la vera illuminazione, essa è un’irruzione della luce di Dio nel nostro mondo, un’apertura dei nostri occhi per la vera luce.

Cari amici, vorrei aggiungere, infine, ancora un pensiero sulla luce e sull’illuminazione. Nella Veglia pasquale, la notte della nuova creazione, la Chiesa presenta il mistero della luce con un simbolo del tutto particolare e molto umile: con il cero pasquale. Questa è una luce che vive in virtù del sacrificio. La candela illumina consumando se stessa. Dà luce dando se stessa. Così rappresenta in modo meraviglioso il mistero pasquale di Cristo che dona se stesso e così dona la grande luce. Come seconda cosa possiamo riflettere sul fatto che la luce della candela è fuoco. Il fuoco è forza che plasma il mondo, potere che trasforma. E il fuoco dona calore. Anche qui si rende nuovamente visibile il mistero di Cristo. Cristo, la luce, è fuoco, è fiamma che brucia il male trasformando così il mondo e noi stessi. “Chi è vicino a me è vicino al fuoco”, suona una parola di Gesù trasmessa a noi da Origene. E questo fuoco è al tempo stesso calore, non una luce fredda, ma una luce in cui ci vengono incontro il calore e la bontà di Dio.

Il grande inno dell’Exsultet, che il diacono canta all’inizio della liturgia pasquale, ci fa notare in modo molto sommesso un altro aspetto ancora. Richiama alla memoria che questo prodotto, il cero, è dovuto in primo luogo al lavoro delle api. Così entra in gioco l’intera creazione. Nel cero, la creazione diventa portatrice di luce. Ma, secondo il pensiero dei Padri, c’è anche un implicito accenno alla Chiesa. La cooperazione della comunità viva dei fedeli nella Chiesa è quasi come l’operare delle api. Costruisce la comunità della luce. Possiamo così vedere nel cero anche un richiamo a noi stessi e alla nostra comunione nella comunità della Chiesa, che esiste affinché la luce di Cristo possa illuminare il mondo.

Preghiamo il Signore in quest’ora di farci sperimentare la gioia della sua luce, e preghiamolo, affinché noi stessi diventiamo portatori della sua luce, affinché attraverso la Chiesa lo splendore del volto di Cristo entri nel mondo. Amen

Cristo è risorto!!! Buona Pasqua a tutti …

Fa’ di me, Signore, un arcobaleno di bene,

 di speranza e di pace.

Un arcobaleno che per nessun motivo

annunci ingannevoli bontà,

speranze vane e false immagini di pace.

Un arcobaleno sospeso da Te nel cielo,

che annunci il tuo amore di Padre,

la risurrezione del tuo Figlio,

la meravigliosa azione del tuo Spirito Santo.

(H. Camera)

AUGURI DI BUONA PASQUA dall’istituto di Catechetica!

 

Venerdì Santo.. la Passione secondo Benededetto XVI

La Chiesa in tutto il mondo oggi prega e riflette sul mistero della morte di Cristo. Anche la giornata di Benedetto XVI è tutta incentrata sulla rievocazione di questo momento centrale della fede cristiana. Nel pomeriggio, alle 17, il Papa presiederà in San Pietro la celebrazione della Passione del Signore, guidata dalla meditazione del predicatore pontificio, padre Raniero Cantalamessa. In serata, poi, Benedetto XVI si sposterà al Colosseo per presiedere, dalle 21.15.

VIA CRUCIS AL COLOSSEO
La Via Crucis di questa sera è dedicata quest’anno in modo particolare alla famiglia. A portare la croce lungo le 14 stazioni saranno famiglie provenienti da Italia, Irlanda, Burkina Faso e Perù. Quest’anno le meditazioni che sono state scritte da Danilo e Anna Maria Zanzucchi, iniziatori con Chiara Lubich del Movimento Famiglie Nuove. Novantuno anni lui e 82 lei, 5 figli e 12 nipoti, i coniugi Zanzucchi hanno viaggiato molto per incontrare altre famiglie, confrontarsi con diverse culture e proporre l’ideale evangelico.

Nella loro Via Crucis ci sono i problemi delle famiglie di oggi, raffrontati idealmente al doloroso cammino che conduce Cristo al Calvario. In merito alle meditazioni scritte per questa sera, Anna Zanzucchi ha detto ai microfoni della Radio Vaticana: “Nella Via Crucis, in Gesù crocifisso, in Gesù che soffre, c’è il segreto e la soluzione dei problemi della famiglia: separazioni, disastri, dolore della famiglia, la morte, la malattia, le incomprensioni che nascono tra marito e moglie, l’umanità sofferente. Gesù l’ha presa con sè così com’è, con tutti i suoi guai. Dovremmo riuscire a capire che c’è stato un Dio che ha dato la soluzione del dolore, che non sta nella soluzione dello stesso, ma nel senso, cioè come fare ad affrontarlo”.

E sulla crisi della famiglia nel nostro tempo, Danilo Zanzucchi ha osservato: “C’è il fatto che ognuno pensa a se stesso. Togliersi via questo difetto ed ascoltare l’altro è già una disposizione che permette all’altro di aprirsi; se uno si chiude sui suoi problemi, impedisce all’altro di comunicare”.

PASQUA DI RISURREZIONE Lectio – Anno B

Prima lettura: Atti 10,34a.37-43

 

In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui.  E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome».

 

 

Il brano di oggi inizia con le prime parole del versetto 34 del capitolo 10 e continua col versetto 37 fino al 43, togliendo le parole di Pietro dal loro contesto.

Pietro sta parlando a Cornelio ai suoi congiunti e amici intimi (At 10,24), che lo avevano mandato a chiamare, per ispirazione divina. Pietro risponde prontamente all’invito, perché, per grazia divina, ha capito che i disegni di Dio sulle persone non corrispondono agli schemi umani e che «chi teme e pratica la giustizia è a lui accetto» (At 10,35).

Si tratta quindi di un discorso a dei pagani, ai quali viene annunciato il Cristo morto e risorto, nucleo essenziale della predicazione apostolica.

La missione di Gesù comincia a partire dal battesimo di Giovanni ed è compiuta in Giudea a partire dalla Galilea. L’autore degli Atti pone la Galilea come una regione della Giudea, che viene intesa come tutto il territorio abitato dagli ebrei. Politicamente Galilea e Giudea erano separate, pur facendo parte entrambe della provincia romana.

Dio è protagonista della vicenda di Gesù. Dio stesso ha consacrato (echrisen) in Spirito Santo Gesù (At 10,38 cf. Is 61,l; Mt 3,16; Lc 4,18). La parola greca «consacrare» richiama l’appellativo «Cristo» unto, messia in ebraico.

La potenza dello Spirito conferito da Dio fa sì che Gesù passi «beneficando e risanando» (At 10,38). Più che le parole di Gesù importano i suoi gesti, che rivelano che Dio è con lui. Gli apostoli e i discepoli, che devono annunciare Gesù morto e risorto, sono investiti del dovere della testimonianza «di tutte le cose da lui compiute» (At 10,39).

«Essi lo uccisero, appendendolo alla croce». La versione usata dalla liturgia sembra dare per scontato che gli uccisori di Gesù sono stati i giudei, mentre i responsabili ultimi della sua morte erano i capi romani, i soli che potevano comminare la pena di morte, come Cornelio, che era un centurione romano, ben sapeva. E i Romani non avevano nessuna intenzione di derogare alle loro prerogative o il loro potere; essi avevano tutta la forza per decidere anche contro il parere dei giudei. Per amore di quieto vivere e per una certa intelligenza politica, essi cercavano la collaborazione in loco; essi lasciavano una certa libertà al Sinedrio, a patto naturalmente che non fosse di intralcio, ma servisse da intermediario fra il potere e il popolo. È molto importante aver presente la reale situazione storica, per non ricadere anche involontariamente nell’assurda denuncia dei giudei «deicidi», denunciata apertamente come erronea dalla chiesa cattolica a partire dal concilio Vaticano II (cf. Nostra Aetate n. 4 e relativi documenti di applicazione della commissione pontificia per i rapporti religiosi con gli ebrei del Segretariato per l’unità dei cristiani — ora consiglio pontificio — Orientamentie sussidi).

Dio ha risuscitato Gesù il terzo giorno ed è sua volontà che non apparisse a tutto il popolo, ma solo ad alcuni testimoni particolari, da lui stesso scelti (At 10,41). A questi pochi è stato concesso di mangiare e bere con lui, dopo la risurrezione dei morti. Essi e coloro che credono sulla loro parola formano la catena della tradizione e, di generazione in generazione, predicano la sua risurrezione. «Vi ho trasmesso, quello che ho ricevuto, dice Paolo, che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, e che fu sepolto, e fu risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e poi ai dodici… (1 Cor 15,3,5).

Gesù è costituito, grazie alla sua risurrezione e glorificazione, «giudee dei vivi e dei morti». Coloro a cui egli è apparso dopo la risurrezione hanno il dovere di predicarlo. A questo annuncio si riallaccia la predicazione della conversione (cf. Mc 1,15) a cui sono invitati coloro che crederanno nel suo nome e che in suo nome riceveranno per dono di Dio la remissione dei peccati.

«A lui tutti i profeti danno questa testimonianza» (At 20,43): si fa un breve accenno all’argomento della testimonianza profetica, che però non viene svolto, trattandosi di un uditorio pagano. Tuttavia è sintomatico che non venga omessa del tutto la menzione della continuità tra l’Antico Testamento e il Nuovo, assicurata dalle predizioni profetiche» (CARLO MARIA MARTINI, Nuovissima versione della Bibbia, 37, edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 199510 174, n. 17).

 

Seconda lettura: Colossesi 3,1-4

 

 

 

Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.

I versetti che leggiamo oggi danno inizio alla parte parenetica della lettera. I cristiani col battesimo (Col 2,11-13,20) sono «risorti con Cristo», sono rinati a vita nuova, devono quindi vivere secondo questa nuova situazione.

«Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù» (Col 3,1). Queste cose sono le virtù contrarie ai vizi, che vengono enumerati dopo (Col 3,5-6.9). I cristiani, infatti, sono già risorti col Cristo e sono là dove egli è, ma in modo nascosto; la loro gloria, come quella del Cristo si manifesterà nel giorno della rivelazione definitiva. Per ora vale l’esortazione a manifestare questa gloria attraverso una vita di rettitudine e di carità (Col 3,12-14).


 

Vangelo: Giovanni 20,1-9

 

 

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.  Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».

Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.  Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.  Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

  

 

 

Esegesi

 

Gli evangelisti sinottici parlano delle donne che si recano al sepolcro di buon mattino per compiere i riti sul cadavere di Gesù; Giovanni incentra l’attenzione su una donna particolare: Maria di Magdala. Ella trova la pietra rimossa e ne deduce che il corpo è stato trafugato e corre ad avvertire Pietro e il discepolo prediletto, che la tradizione identifica con l’evangelista Giovanni.

Questi si portano immediatamente al sepolcro, al quale giunge per primo il discepolo più giovane. Egli da uno sguardo fugace all’interno, vede le bende abbandonate, ma, per deferenza verso il più anziano, non entra e lo aspetta sulla soglia. Pietro entra nella cella mortuaria e vede le bende e il sudario «avvolto» a parte. Il vangelo di Giovanni non parla delle sue reazioni. Luca (24,12) dice che tornò indietro pieno di stupore (thaumazo in greco, verbo che indica grande perplessità).

«Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette» (Gv 20,8). Che cosa vide? non è il vedere di Tommaso (Gv 21,29), ma il vedere interiore. Egli di fronte al sepolcro vuoto non pensa, come la Maddalena, che hanno trafugato il cadavere o non sospende il giudizio come Pietro, ma crede sulla Parola di Gesù, a sua volta fondata sulla tradizione delle Scritture ebraiche. Il frutto della comprensione delle Scritture è il credere; non, però, un frutto «automatico», ma dono dello Spirito, che raggiunge le persone in modo misterioso ed è accolto da ciascuno in maniera diversa. Anche la Maddalena e Pietro avevano avuto comunanza con Gesù e conoscevano le Scritture, ma a loro non basta ancora per credere dinanzi al sepolcro vuoto. Essi «non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti» (Gv 20,9).

Meditazione

 

Siamo arrivati alla Pasqua dopo aver seguito Gesù nei suoi ultimi giorni di vita. Domenica scorsa abbiamo agitato con gioia i rami di ulivo per accoglierlo mentre entrava in Gerusalemme. Lo abbiamo poi seguito negli ultimi tre giorni: ci ha accolti al cenacolo, con un desiderio struggente di amicizia, tanto da abbassarsi sino a lavare i piedi e donarsi come pane ‘spezzato’ e sangue ‘versato’. E poi ci ha voluti accanto a sé nell’orto degli Ulivi, quando la tristezza e l’angoscia gli opprimevano il cuore tanto da farlo sudare sangue. Il bisogno di amicizia fattosi ancora più prepotente non fu capito; i tre discepoli più vicini a Gesù, prima si addormentarono e, poi, assieme a tutti gli altri, lo abbandonarono. Il giorno dopo lo troviamo in croce, solo e nudo; le guardie lo avevano spogliato della tunica; in verità lui stesso si era già spogliato della vita. Davvero ha dato tutto se stesso per la nostra salvezza. Il sabato è stato triste; un giorno vuoto per noi, ma pieno di gioia per coloro che aspettavano di essere salvati nel regno della morte. Gesù, che è morto donando la vita, ha continuato a donarla «scendendo agli inferi», ossia nel punto più basso possibile: ha voluto portare sino al limite estremo la sua solidarietà con gli uomini, fino ad Adamo, come ci ricorda la grande tradizione della Chiesa di Oriente.

Il Vangelo di Pasqua parte proprio da questo estremo limite, dalla notte buia. Scrive l’evangelista Giovanni che «era ancora buio» quando Maria di Magdala si recò al sepolcro. Era buio fuori, ma soprattutto dentro il cuore di quella donna (come nel cuore di chiunque altro amava quel Maestro che «aveva fatto bene ogni cosa»); il buio per la perdita dell’unico che l’aveva capita: non solo le aveva detto cosa aveva nel cuore, soprattutto l’aveva liberata da ciò che l’opprimeva più di ogni altra cosa (scrive Luca che era stata liberata da sette demoni). Con il cuore triste Maria si recava al sepolcro. Forse ricordava gli anni, pochi ma intensi, passati con Gesù. L’amicizia è sempre prendente; si potrebbe dire che non si può seguire Gesù da lontano, come ha fatto Pietro in questi giorni. Arriva il momento della resa dei conti e quindi della scelta di un rapporto definitivo. L’amicizia di Gesù è di quella specie che porta a considerare gli altri più di se stessi: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 12). Maria di Magdala lo constata di persona quel mattino, quand’è ancora buio. Il suo amico è morto perché ha voluto bene a lei e a tutti i discepoli, Giuda compreso.

Appena giunta al sepolcro ella vede che la pietra posta sull’ingresso, una lastra pesante come ogni morte e ogni distacco, è stata ribaltata. Neppure entra. Corre subito da Pietro e da Giovanni: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro!», grida, trafelata. Neanche da morto, pensa, lo vogliono. E aggiunge con tristezza: «Non sappiamo dove l’abbiano posto». La tristezza di Maria per la perdita del Signore, anche solo del suo corpo morto, è uno schiaffo alla nostra freddezza e alla nostra dimenticanza di Gesù vivo. Oggi, questa donna è un alto esempio per tutti i credenti, per ciascuno di noi. Solo con i suoi sentimenti nel cuore è possibile incontrare il Signore risorto. È lei e la sua disperazione, infatti, che muovono Pietro e l’altro discepolo che Gesù amava. Essi corrono immediatamente verso il sepolcro vuoto; dopo aver iniziato assieme a seguire il Signore durante la passione, sebbene da lontano (Gv 18, 15-16), ora si trovano a «correre entrambi», per non stargli lontano. È una corsa che esprime bene l’ansia di ogni discepolo, direi di ogni comunità, della Chiesa tutt’intera che cerca il Signore. Anche noi dobbiamo correre verso il sepolcro, ormai vuoto. La nostra andatu­ra non deve essere lenta, appesantita dall’amore per noi stessi, dalla paura di scivolare e di perdere qualcosa di nostro, dal timore di dover abbandonare abitudini ormai sterili, dalla pigrizia di un realismo triste che non fa sperare più nulla, dalla rassegnazione di fronte alla guerra e alla violenza che sembrano inesorabili. Bisogna riprovare a correre, lasciare quel cenacolo dalle porte chiuse e andare verso il Signore. Sì, la Pasqua è anche fretta. Giunse per primo alla tomba il discepolo dell’amore: l’amore fa correre più veloci. Ma anche il passo più lento di Pietro lo portò sulla soglia della tomba; ed ambedue entrarono. Pietro per primo, osservò un ordine perfetto: le bende stavano al loro posto come svuotate del corpo di Gesù e il sudario «avvolto in un luogo a parte». Non c’era stata né manomissione né trafugamento: Gesù si era come liberato da solo. Non era stato necessario sciogliere le bende come per Lazzaro. Le bende erano lì, come svuotate. Anche l’altro discepolo entrò e ‘vide’ la stessa scena: «Vide e credette», nota il Vangelo. Si erano trovati davanti ai segni della risurrezione e si lascia­rono toccare il cuore.

Fino ad allora infatti — prosegue l’evangelista — «non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti». Questa è spesso la nostra vita: una vita senza resurrezione e senza Pasqua, rassegnata di fronte ai grandi dolori e ai drammi degli uomini, rinchiusa nella tristezza delle proprie abitudini e della propria rassegnazione. La Pasqua è venuta, la pietra pesante è stata rovesciata e il sepolcro si è aperto. Il Signore ha vinto la morte e vive per sempre. Non possiamo più starcene chiusi come se il Vangelo della resurrezione non ci sia stato comunicato. Il Vangelo è resurrezione, è rinascita a vita nuova. E va gridato sui tetti, va comunicato nei cuori perché si aprano al Signore. Questa Pasqua non può passare invano; non può essere un rito che più o meno stancamente si ripete uguale ogni anno; essa deve cambiare il cuore e la vita di ogni discepolo, di ogni comunità cristiana, del mondo intero. Si tratta di spalancare le porte al risorto che viene in mezzo a noi, come leggeremo nei giorni prossimi durante le apparizioni ai discepoli. Egli deposita nei cuori degli uomini il soffio della resurrezio­ne, l’energia della pace, la potenza dello Spirito che rinnova.

Scrive l’apostolo: «Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio» (Col 3, 3). La nostra vita è come coinvolta in Gesù risorto e resa partecipe della sua vittoria sulla morte e sul male. Assieme al risorto entrerà nei nostri cuori il mondo intero con le sue attese e i suoi dolori. Entrerà questo mondo d’inizio millennio ferito dalla guerra e da tanta violenza ma anche percorso da un grande ane­lito di pace. Potremmo dire che questo mondo ferito è presente nel corpo stesso di Gesù, nelle sue ferite che sono ancora presenti nel suo corpo. Egli le presenta a noi come le presentò ai discepoli, perché possiamo cooperare con lui alla nascita di un cielo nuovo e di una terra nuova, ove non c’è più né lutto né lacrima, né morte né tristezza perché Dio sarà tutto in tutti.

Preghiere e racconti

 

Il sole di giustizia

Il sole di giustizia scomparso da tre giorni si leva oggi e illumina tutta la creazione: Cristo nella tomba da tre giorni ed esistente da prima dei secoli. È germogliato come una vigna e riempie di gioia tutta la terra abitata. Volgiamo i nostri occhi alla luce senza tramonto e lasciamoci riempire della gioia di questa luce. Le porte degli inferi sono spezzate da Cristo, i morti si levano come dal sonno; è risorto il Cristo, resurrezione dei morti, e ha destato Adamo. È risorto Cristo, resurrezione di tutti, e ha liberato Eva dalla maledizione. È risorto Cristo, la resurrezione, e ha trasfigurato in bellezza ciò che era privo di bellezza e di splendore. Il Signore si è risvegliato come dal sonno e ha confuso i suoi nemici calpestandoli sotto i piedi. Cristo è risorto e ha dato gioia a tutta la creazione; è risorto e la prigione degli inferi è stata svuotata; è risorto e ha trasformato il corruttibile in incorruttibile. Cristo è risorto e ha ristabilito Adamo nell’antica dignità dell’immortalità.

Chiunque è una nuova creatura in Cristo sia rinnovato dalla resurrezione. […] La chiesa che è in Cristo diventa oggi un cielo nuovo, cielo più bello di quello che vediamo. Non ha bisogno della luce di un sole che tramonta ogni sera, perché ha per luce quel Sole che il sole della terra ha temuto quando lo ha visto sospeso alla croce. Di questo sole il profeta ha detto: «Si leva il sole di giustizia per quelli che temono il Signore» (Ml 3,20).

(EPIFANIO DI CIPRO, Omelia sulla santa resurrezione di Cristo, PG 43,465A-C)

Cantiamo: Alleluia!

 

Bisogna che «questo corpo corruttibile» – non un altro – «si rivesta di incorruttibilità, e questo corpo mortale» – non un altro – «si rivesta di immortalità. Allora s’avvererà la parola della Scrittura: La morte è stata inghiottita nella vittoria». Cantiamo: Alleluia! «Allora si av-vererà la parola della Scrittura», parola di gente non più in lotta, ma in trionfo: «La morte è stata inghiottita nella vittoria». Cantiamo: Alleluia! «Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?». Cantiamo: Alleluia! (cfr. 1Cor 15,53-55). […] Cantiamo «Alleluia» anche adesso, sebbene in mezzo a pericoli e a prove che ci provengono sia dagli altri sia da noi stessi. Dice l’Apostolo: «Dio è fedele e non permetterà che siate tentati al di sopra delle vostre forze» (1Cor 10,13). Anche adesso, dunque, cantiamo «Alleluia». L’uomo resta ancora preda del peccato, ma Dio è fedele. E non si dice che Dio non permetterà che siate tentati, ma: «Non permetterà che siate tentati al di sopra delle vostre forze; al contrario, insieme con la tentazione, vi farà trovare una via d’uscita perché possiate reggere». Sei in balìa della tentazione, ma Dio ti farà trovare una via per uscirne e non perire nella tentazione. […]

Oh! Felice alleluia quello di lassù! Alleluia pronunciato in piena sicurezza, senza alcun avversario! Lassù non ci saranno nemici, non si temerà la perdita degli amici. Qui e lassù si cantano le lodi di Dio, ma qui da gente tribolata, là da gente libera da ogni turbamento; qui da gente che avanza verso la morte, lassù da gente viva per l’eternità; qui nella speranza, lassù nella realtà; qui in via, lassù in patria. Cantiamo dunque adesso, fratelli miei, non per esprimere la gioia del riposo, ma per procurarci un sollievo nella fatica. Come sogliono cantare i viandanti, canta ma cammina; cantando consolati della fatica, ma non amare la pigrizia. Canta e cammina! Cosa vuol dire: cammina? Avanza, avanza nel bene, nella retta fede, in una vita buona.

(AGOSTINO DI IPPONA, Discorsi 256,2-3, NBA XXXII/2, pp. 816-818).

 

Imparare a riconoscere Gesù

Qualche volta noi ci crogioliamo un po’, ci lamentiamo col Signore, che non si manifesta in maniera chiara, che non ci dice come fare. Adagio adagio, però, si capisce che il Signore vuole che noi cerchiamo, che cresciamo in questa ricerca. Noi diventiamo veri ricercatori di Dio cercando la sua volontà, cercandola in questa Chiesa, in questo mondo, in questa società, in queste situazioni difficili, crescendo nel dialogo, nella pazienza, nella sopportazione, nell’ascolto.

Così cresciamo. Se no saremmo degli automi; se ogni mattina ci risvegliassimo col programma già fatto da Dio, allora non ci sarebbe più problema. Invece siamo degli operatori attivi e cresciamo responsabilmente nel Regno di Dio, ricercando umilmente la sua volontà e purificandoci in questa ricerca. Ciò vale anche per la ricerca di Dio in se stesso, che è crescita purificante, faticosa, e se molti arrivano a non credere in Dio, non è perché abbiano più o meno argomenti di noi, ma perché si sono stancati di cercarlo, cioè hanno finito di fare il vero mestiere di uomo che è mettersi di fronte alla verità.

(Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009, 57-58).

 

Pasqua è…

Credere che anche i ladroni possono andare in Paradiso. Dico ladroni perché mi pare che aggiungere “buoni” sia pleonastico.

È credere che in tre giorni possono accadere cose che non sono accadute in trenta secoli.

È credere che i soldi non comprano mai nessuno e se  lo comprano è per distruggerlo.

È credere che anche gli amici veri possono tradire altri amici veri. La causa: troppa sicurezza nel reputarsi “veri”.

È accettare di iscrivere il dolore dentro la storia della nostra vita, accettarlo come compagno. C’è un dolore che annulla l’uomo e c’è un dolore che annulla gli errori dell’uomo.

È uscire dalla metropoli e percorrere i sentieri oltre le mura: sentieri di silenzio, faticosi, scoscesi, puliti, stretti.

È credersi Giuda e Pietro, cireneo e soldato, Pilato e Maddalena, sepolcro e giardino, terremoto e sindone, legno e sangue, mors e alleluja.

È smettere di farsi parola per incominciare a farsi pane, vino, mensa, cenacolo, fuoco, amore.

È incontrarsi con il giardiniere e scoprirlo Cristo; incontrarsi con un viandante e scoprirlo Cristo; incontrarsi con i vecchi compagni e scoprirli Cristo; incontrarsi con i pescatori e …mangiare con Cristo.

È asciugarsi il volto pieno di lacrime e …meravigliarsi che dalle lacrime possano nascere …le risurrezioni.

(Antonio Mazzi).

Andate presto, andate a dire…

Voi che l’avete intuito per grazia

correte su tutte le piazze

a svelare il grande segreto di Dio.

Andate a dire che la notte è passata.

Andate a dire che per tutto c’è un senso.

Andate a dire che l’inverno è fecondo.

Andate a dire che il sangue è un lavacro.

Andate a dire che il pianto è rugiada.

Andate a dire che ogni stilla è una stella.

Andate a dire: le piaghe risanano.

Andate a dire: per aspera ad astra.

Andate a dire: per crucem ad lucem.

Voi, che lo avete intuito per grazia,

correte di porta in porta

a svelare il grande segreto di Dio.

Andate a dire che il deserto fiorisce.

Andate a dire che l’Amore ha ormai vinto.

Andate a dire che la gioia non è sogno.

Andate a dire che la festa è già pronta.

Andate a dire che il bello è anche vero.

Andate a dire che è a portata di mano.

Andate a dire che è qui, Pasqua nostra.

Andate a dire che la storia ha uno sbocco.

Andate a dire: liberate, lottate.

Andate a dire che ogni impegno è un culto.

Voi, che lo avete intuito per grazia,

correte, correte per tutta la terra

a svelare il grande segreto di Dio.

Andate a dire che ogni croce è un trono.

Andate a dire che ogni tomba è una culla.

Andate a dire che il dolore è salvezza.

Andate a dire che il povero è in testa.

Andate a dire che il mondo ha un futuro.

Andate a dire che il cosmo è un tempio.

Andate a dire che ogni bimbo sorride.

Andate a dire che è possibile l’uomo.

Andate a dire, voi tribolati.

Andate a dire, voi torturati.

Andate a dire, voi ammalati.

Andate a dire, voi perseguitati.

Andate a dire, voi prostrati.

Andate a dire, voi disperati.

Andate a dire, comunque sofferenti.

Andate a dire, offerenti-sorridenti.

Andate a dire su tutte le piazze.

Andate a dire di porta in porta.

Andate a dire in fondo alle strade.

Andate a dire per tutta la terra.

Andate a dire gridandolo agli astri.

Andate a dire che la gioia ha un volto.

Proprio quello sfigurato dalla morte.

Proprio quello trasfigurato nella Pasqua.

Oggi, proprio ora, qui andate a dire.

Andate a dire.

Ed è subito pace.

Perché è subito Pasqua.

(Sabino Palumbieri, Via Paschalis, Elledici, 2000, pp. 28-29)

Quelli che fanno suonare le campane

Qualche mese fa, concludendo la visita pastorale in una parrocchia della mia diocesi, l’ultimo giorno andai in una scuola materna. C’erano tantissimi bambini di tre o quattro anni che si affollavano stupiti intorno a me: non mi conoscevano, mi vedevano come un personaggio esotico. La maestra chiese: “Bambini, sapete chi è il vescovo?”. Tutti diedero delle risposte. Uno disse: “E’ quello che porta il cappello lungo in testa”; un altro, chissà per quale associazione di immagini, disse una cosa bellissima che a me piacque tanto: “il Vescovo è quello che fa suonare le campane”. Forse mi aveva visto in processione, al suo paese, in qualche festa accompagnata dal tripudio delle campane. Il vescovo come colui che fa suonare le campane: è una definizione bellissima, forse poco teologica ma profondamente umana. Sarebbe bello che i vostri fedeli, i vostri amici, coloro che vi conoscono, potessero dare di voi una definizione così. Sarebbe bello che la gente dicesse di tutti noi che siamo “quelli che fanno suonare le campane”: le campane della gioia di Pasqua, le campane della speranza.

(Don Tonino Bello, Parabole e metafore).

I macigni rotolati

Ricorrerò alla suggestione del macigno che la mattina di Pasqua le donne, giunte nell’orto, videro rimosso dal sepolcro. Ognuno di noi ha il suo macigno. Una pietra enorme, messa all’imboccatura dell’anima, che non lascia filtrare l’ossigeno, che opprime in una morsa di gelo, che blocca ogni lama di luce, che impedisce la comunicazione con l’altro. E’ il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell’odio, della disperazione, del peccato. Siamo tombe alienate. Ognuna col suo sigillo di morte. Pasqua, allora, sia per tutti il rotolare del macigno, la fine degli incubi, l’inizio della luce, la primavera di rapporti nuovi, e se ognuno di noi, uscito dal suo sepolcro, si adopererà per rimuovere il macigno del sepolcro accanto, si ripeterà finalmente il miracolo del terremoto che contrassegnò la prima Pasqua di cristo. Pasqua è la festa dei macigni rotolati. E’ la festa del terremoto.

(Don Tonino Bello, Parabole e metafore).

 

L’affidamento dell’uomo a Dio

Nella Pasqua Gesù, da un lato, rivela il mistero dell’amore di Dio per l’uomo; dall’altro, celebra e attua nel modo umanamente più perfetto l’amore, l’obbedienza, l’affidamento dell’uomo a Dio. L’aspetto singolare, eccezionale, unico del sacrificio pasquale è che la rivelazione e la celebrazione – attuazione sono una sola cosa, così come nell’essere di Gesù, Dio e l’uomo, pur rimanendo distinti, diventano una sola cosa.

La Pasqua di Gesù, proprio perché è quella manifestazione-celebrazione dell’amore di Dio ora descritta, tende a raggiungere ogni uomo, sia per manifestargli l’amore di Dio, per annunciargli che il suo peccato è perdonato, per dargli speranza di vita e di gioia oltre la sofferenza e la morte, sia per attrarre ogni uomo nello stesso movimento di celebrazione del mistero, di adorazione di Dio, di conformazione alla volontà del Padre che ha animato tutta la vita di Gesù suggellata nella Pasqua.

L’eucaristia è appunto la modalità istituita da Gesù nell’ultima cena per attuare questa intrinseca intenzione salvifica della Pasqua.

(Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, vol. II: Dalla croce alla gloria, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2007, 91-94).

Questo giorno fatto dal Signore penetra tutte le cose

In questo giorno, per opera della risurrezione di Cristo gli inferi aperti restituiscono i morti, la terra rinnovata fa germogliare risorti, il cielo dischiuso accoglie chi sale. Il ladrone sale in paradiso (cfr. Lc 23,43), i corpi dei santi entrano nella città santa (cfr. Mt 27,53), i morti ritornano tra i vivi (cfr. Mt 27,52) e in certo senso tutti gli elementi alla risurrezione di Cristo progrediscono e si innalzano. Gli inferi rinviano in alto quanti racchiudono, la terra invia al cielo quelli che li ha sepolti, il cielo presenta al Signore quelli che accoglie e, con una sola operazione, la passione del Salvatore innalza dal profondo, solleva dalla terra e colloca nell’alto dei cieli. La risurrezione di Cristo è infatti vita per i morti, perdono per i peccatori, gloria per i santi. Il santo David invita dunque ogni creatura a festeggiare la risurrezione di Cristo, poiché dice che bisogna esultare in questo giorno fatto dal Signore e rallegrarsi [Sal 117 (118) ,24]. […] Questo giorno fatto dal Signore penetra tutte le cose, contiene il cielo, abbraccia la terra e gli inferi. La luce di Cristo infatti non è fermata da pareti, non è divisa da elementi, non è oscurata dalle tenebre. La luce di Cristo, voglio dire, è giorno senza notte, giorno senza fine, splende in ogni luogo, si irradia ovunque, non viene meno in alcun luogo. Che questo giorno sia Cristo lo dice l’Apostolo: «La notte è avanzata, il giorno è vicino» (Rm 13,12). La notte è avanzata, è detto e non si dice che segue il giorno; questo affinché tu capisca che al sopraggiungere della luce di Cristo le tenebre del Divisore sono messe in fuga e non giunge l’oscurità dei peccati e un perenne splendore scaccia le nebbie del passato, arresta il male che cerca di farsi spazio. La Scrittura attesta che questo giorno, cioè il Cristo, illumina cielo, terra e gli inferi. Che risplenda sopra la terra lo dice Giovanni: «Era la vera luce, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo» (Gv 1,9). Che risplenda negli inferi, lo dice il profeta: «Una luce è sorta per quelli che sedevano nell’ombra di morte» (Is 9,2). Che questo giorno duri in eterno nei cieli, lo dice David: «Stabilirò per sempre la sua discendenza e il suo trono come i giorni del cielo» [Sal 88 (89),30].

(MASSIMO DI TORINO, Discorsi 53,1-2, Scrittori dell’area santambrosiana, pp. 250-252).

 

Auguri di Pasqua

Fa’ di me, Signore, un arcobaleno di bene,

di speranza e di pace.

Un arcobaleno che per nessun motivo

annunci ingannevoli bontà,

speranze vane e false immagini di pace.

Un arcobaleno sospeso da Te nel cielo,

che annunci il tuo amore di Padre,

la risurrezione del tuo Figlio,

la meravigliosa azione del tuo Spirito Santo.

(H. Camera).

 

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

– Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006.

Comunità di S. Egidio, La Parola e la storia. Tempo di Quaresima e Pasqua, Milano, Vita e Pensiero, 2012.

Comunità monastica Ss. Trinità di Dumenza, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

– J.M. NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003.

– Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.

PASQUA DI RISURREZIONE

Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete

L’ultima fatica editoriale di Padre Antonio Spadaro è “Cyberteologia. Pensare il cristianesimo al tempo della rete”; libro che prende il nome dal suo blog vincitore quest’anno anche del premio Weca.

Non è un libro per evangelizzare al tempo della rete, non è un libro di sociologia religiosa al tempo della rete, è semmai il tentativo intelligente e profetico di “trovare i punti di contatto e di feconda interazione tra la rete e il pensiero cristiano”.

Quello che Antonio Spadaro ci ha abituati a fare in questi ultimi due anni è confrontare categorie e linguaggi tipici del web con le categorie, codificate ormai da millenni, della fede e della teologia cristiano-cattolica. Un “modus pensandi” che ormai sta cambiando il modo in cui il mondo cattolico si rapporta alla rete, cercando, come la Cyberteologia (e Papa Giovanni) ci hanno insegnato, ciò che unisce, ciò che può essere salvato, reinterpretato, accolto.

Il lavoro di Padre Antonio è sicuramente uno sguardo competente, autorevole e appassionato, che per la prima volta getta un ponte tra due mondi apparentemente lontani ma che forse erano destinati da sempre ad esistere ed incontrarsi. L’indice riportato qui sotto ci dà un’anteprima di tutti i temi trattati nel libro.

Indice
– Internet tra teologia e tecnologia 15 Internet e la vita quotidiana 16 La leggerezza dei dispositivi 17 Una ri-forma mentis 19 La spiritualità della tecnologia 23 Linguaggio informatico e intelligenza della fede 28 Salvare, convertire, giustificare, condividere… 29 Che cos’è la cyberteologia? 32
– L’uomo decoder e il motore di ricerca di Dio 37 La capacità di ascolto della musica come ambiente 37 Il mixaggio dell’obbedienza 39 Il supermarket della fede 40 L’uomo decoder e i contenuti ‘orbitali’ 41 Il vangelo e le merci 43 La ricerca di senso non è motorizzata 44
– Corpo mistico e connettivo 49 La rete è un luogo ‘caldo’ 49 Chi è il mio ‘prossimo’? 51 Dov’è il mio ‘prossimo’? 53 Una Chiesa ‘liquida’? 55 Una Chiesa ‘hub’? 57 Tralci di vite o fili di rete? 61 L’apertura di un’«isola di senso» 63 Autorità, gerarchia e network 66 I contenuti passano dentro le relazioni 69
– Etica hacker e visione cristiana 73 Chi sono gli hacker? 73 Lo sforzo giocoso della creazione 75 Il surplus cognitivo e la questione dell’autorità 78 La cattedrale e il bazar 80 La Rivelazione nel bazar 83 Il dono al tempo della rete: peer-to-peer o face-to-face? 85 Il dono dato gratis 88 Il surplus della grazia e il surplus cognitivo 91
– Liturgia, sacramenti e presenza virtuale 95 Dal microfono sull’altare alla preghiera dell’avatar 95 Ci sono sacramenti in internet? 97 Il networking è esperienza di comunione? 100 La liturgia e la sua ‘riproducibilità tecnica’ 101 L’evento liturgico: tra presenza virtuale e interfaccia grafica 105 La logica dello schermo 109 Il testo ‘galleggiante’ e la resistenza liturgica 110 Realtà ‘aumentata’ e sacramento 113 I problemi e le sfide: l’uomo in rete desidera pregare 115
– Le sfide teologiche dell’‘intelligenza collettiva’ 119 Pierre Lévy: come pensare l’‘intelletto collettivo’? 120 «Ciò che fu teologico diventa tecnologico» 121 Pierre Teilhard de Chardin e il cammino verso la noosfera 123 Un sistema nervoso planetario 126 Un «Centro distinto irradiante nel cuore di un sistema di centri» 128 Una rete ‘eucaristica’ 130 Un’intelligenza convergente 132

da: Religione 2.0