Messaggio di Benedetto per la 49ª Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni

Il 29 Aprile in occasione della 49ª Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, la meditazione del Papa riflette sulla scelta vocazionale come risposta all’amore di Dio.

Dio è amore ed è l’origine ultima di ogni forma di amore.

La scoperta personale di questa realtà ha il potere di trasformare la vita di ognuno nel profondo.

Così l’amore di Dio “traspare” attraverso le persone che rispondono con fedeltà alla Sua chiamata.

Su questo terreno oblativo nascono e crescono tutte le vocazioni, nutrendosi con la Parola, la preghiera e l’Eucarestia.

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III DOMENICA DI PASQUA Lectio – Anno B

Prima lettura: Atti 3,13-15.17-19

In quei giorni, Pietro disse al popolo: «Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegna-to e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino. Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni. Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi. Ma Dio ha così compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire. Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati».

Questo brano fa parte della catechesi su Gesù che Pietro rivolge ai suoi uditori di origi-ne ebraica. L’autore degli Atti degli apostoli ha raccolto questa catechesi in una serie di «discorsi» e li ha collocati nella prima parte della sua opera (capitoli 2-4). È importante sot-tolineare gli elementi che caratterizzano questa catechesi.  Innanzitutto emerge la continuità tra l’agire di Dio nell’Antico Testamento e ora nella risurrezione di Gesù: «Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri pa-dri ha glorificato il suo servo Gesù». La risurrezione di Gesù non va considerata come un cor-po estraneo nella Bibbia. Essa si inserisce pienamente nel progetto di salvezza che Dio ha pensato per l’uomo, un progetto che passa misteriosamente attraverso la croce e culmina nella gloria della Pasqua. Questo progetto era già anticipato nei «Canti del Servo sofferen-te del Signore» (vedi Is 42; 49; 52-53), nei quali si delineava chiaramente la «logica» di Dio: il Servo sofferente sarebbe divenuto il Messia glorificato, grazie all’intervento decisivo di JHWH. Ai suoi uditori, che conoscevano bene la Bibbia, Pietro propone questa «logica», ricorrendo alla stessa terminologia di Isaia: «Dio ha glorificato il suo Servo Gesù».  L’entrare in questa «logica» esige però un cambiamento di mentalità e una conversione nei confronti di Gesù. L’espressione «io so che voi avete agito per ignoranza» vuole sottolinea-re quanto sia difficile comprendere la vita, la morte e la risurrezione di Gesù nella «logica» che è propria di Dio. Il termine «ignoranza» (in greco, àghnoia) indica la difficoltà di com-prendere in questo modo tutta la vicenda di Gesù. Questa «ignoranza» è da collocare alla base del processo condotto contro Gesù: «Voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato… avete rinnegato il Santo e il Giusto… Avete ucciso l’autore della vita». Infatti nessuno era stato in grado di comprendere il progetto di salvezza di Dio, che doveva passare attraverso la cro-ce e la sofferenza. Solo dopo la risurrezione di Gesù, gli apostoli vengono illuminati e comprendono in pienezza l’agire di Dio. La predicazione di Pietro e degli altri apostoli, te-stimoni della misteriosa «logica» di Dio, offre la possibilità di convertirsi al progetto di Dio, portato a compimento da Gesù in un modo e in una forma che la mentalità degli uo-mini non è riuscita a comprendere.

Seconda lettura: 1Giovanni 2,1-5

Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha pecca-to, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo. Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto.

Questo breve brano presenta una nuova esortazione per il cristiano, che è quella di os-servare i comandamenti. Precedentemente l’autore aveva esortato i destinatari del suo scritto a pentirsi dei peccati e a riconoscerli davanti a Dio, per entrare nella pienezza della salvezza offerta da Gesù. A queste esortazioni seguiranno quelle di guardarsi dal «mon-do» (inteso come tutto ciò che si oppone al vangelo) e dagli «anticristi» (il riferimento è ad alcune eresie che già hanno preso piede nella comunità cristiana a cui scrive Giovanni).  «Abbiamo un Paràclito presso il Padre»: il termine greco paràkletos («avvocato», «interces-sore», «consolatore») è caratteristico di Giovanni, che lo riferisce allo Spirito Santo (vedi i seguenti testi del suo vangelo: 14,16.26; 15,26; 16,7) e, in questo passo della prima lettera, a Gesù. Esso designa una persona amica, che sta vicino a chi è accusato e condotto in tribu-nale (il verbo greco parakalèo significa anche: «chiamare accanto») e ne sostiene le ragioni o ne mitiga la sentenza, qualora questa risultasse sfavorevole.  «Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo»: il verbo «conoscere» va inteso nel suo significato globale, come è usato nella Bibbia. Questo è il verbo che signi-fica sapere chi è Dio e ciò che egli vuole. Significa conoscere il modo di porsi di Dio nei confronti dell’uomo e significa l’imitazione di questo stesso comportamento di Dio da par-te dell’uomo. Non è quindi un verbo puramente astratto, teorico, ma è un verbo con una forte accentuazione pratica ed etica.  Il richiamo all’osservanza dei comandamenti è motivato dal fatto che l’eresia gnostica — sviluppatasi all’epoca di questo scritto — sosteneva che la salvezza dell’uomo era possibile solo attraverso la conoscenza teorica di Dio (ma senza alcuna implicanza etica). Questa co-noscenza — chiamata con il termine greco ghnòsis — portava a considerare il corpo dell’uomo, con le sue passioni e i suoi peccati, come irrilevante nel conseguimento della salvezza. Ciò significava un totale disinteresse per la morale, che per il cristiano non è tan-to un insieme di leggi o di divieti, quanto piuttosto la conoscenza della volontà di Dio e il conformarsi ad essa, compiendola ogni giorno. Infatti per il cristiano non vi può essere se-parazione tra anima e corpo, tra conoscenza di Dio e pratica cristiana, tra religione e mora-le, tra vangelo e vita quotidiana.

Vangelo: Luca 24,35-48

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano ri-conosciuto [Gesù] nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credeva-no di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Al-lora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cri-sto patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

Esegesi

Il brano proposto conclude l’episodio che ha come protagonisti i due discepoli di Em-maus, e contiene un nuovo racconto di apparizioni, che gli esegeti chiamano «apparizione di riconoscimento». Mediante alcuni segni/gesti che Gesù compie — come il mangiare, il lasciarsi toccare, il mostrare le mani e i piedi —, egli vuole eliminare negli apostoli il so-spetto che si tratti della visione dello spirito di un morto («un fantasma»), vanificando così l’esperienza più vera della Pasqua.  Per i cristiani che provenivano dall’ambiente greco, infatti, era comune credenza che lo spirito vivesse separato dal corpo dopo la morte. Era perciò necessario precisare che Gesù risorto non è uno spirito senza corpo e che non appartiene più al regno dei morti, come gli spiriti. Per questo, nel racconto di apparizione, si insiste sul vedere, mangiare, toccare.  Ma anche l’ambiente ebraico incontrava grandi difficoltà nel comprendere e nell’accetta-re la risurrezione di Gesù. Accettarla significava, infatti, che ormai si era davanti all’inter-vento definitivo di JHWH nella storia, che erano iniziati gli ultimi tempi e che ormai erano giunti il mondo nuovo, il Regno di Dio e la risurrezione finale e definitiva, promessa dai profeti (vedi Ezechiele). Per questo l’evangelista colloca l’evento della Pasqua di Gesù nell’insieme delle Scritture: «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno».  «Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma»: lo spavento ha origine dal fat-to che Gesù appare all’improvviso. Il termine «fantasma» traduce il greco pneuma («spiri-to»). Secondo la concezione greca, dopo la morte lo spirito era separato dal corpo e non si riuniva più ad esso. Nella concezione cristiana, invece, corpo e spirito costituiscono la per-sona, e la risurrezione fa di questo nostro corpo non un fantasma, ma un corpo «glorioso», «glorificato», come quello di Gesù.  «Lo prese e lo mangiò davanti a loro»: con questa frase, più che insistere sulla realtà incon-fondibile del corpo di Gesù, l’evangelista vuole evidenziare la vittoria di Gesù sulla morte, simboleggiata dalla rinnovata partecipazione alla mensa con i suoi discepoli, come avve-niva prima della morte. L’espressione «davanti a loro» (in greco, enòpion autòn) si potrebbe tradurre anche: «a mensa con loro». È un’espressione che ricorre anche in Lc 13,26: «Ab-biamo mangiato e bevuto in tua presenza (in greco, enòpion sou, «alla tua mensa»)» e pro-babilmente con essa si vuole esprimere la continuità tra il Gesù prima della Pasqua e il Ge-sù risorto.  «Nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi »: è la suddivisione di tutta la Bibbia secondo il canone ebraico. È curioso, qui il rilievo dato ai Salmi, dal momento che la Bibbia ebraica chiama la terza parte della Scrittura, con il termine generico «Gli Scritti». Probabilmente i Salmi vengono nominati perché costituiscono la parte più abbondante degli «Scritti». Nonva neppure dimenticato che nel Nuovo Testamento i Salmi vengono citati con frequenza sia nei vangeli sia negli Atti degli apostoli come profezie della risurrezione di Gesù.

Meditazione

Il Vangelo di questa domenica ci narra ancora una volta i fatti del gior­no della resurrezione. L’insistenza non è casuale: la Chiesa continua a ricordarci che ogni domenica è Pasqua, il giorno in cui Gesù vince la morte e incontra nuovamente i discepoli. Gli incontri di Gesù con i suoi discepoli sono diversi. Quello che ci narra il Vangelo di questa Domenica capita nel cenacolo, dove sono radunati i discepoli. Gesù —racconta l’evangelista Luca — entra nel cenacolo mentre i due discepo­li, tornati in fretta da Emmaus, stanno ancora raccontando quello che è accaduto loro lungo la via. Gli apostoli al vedere Gesù, «in persona», venire in mezzo a loro sono presi da stupore e spavento. E, come già altre volte era accaduto, anche ora pensano sia un fantasma. Ancora una volta — domenica scorsa abbiamo constatato lo scetticismo di Tommaso — il Vangelo di Pasqua sottolinea l’incredulità degli apostoli. Vengono in mente le parole del prologo di Giovanni: «Venne tra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto». Gli amici più stretti stanno par­lando di lui, si riferiscono tra loro le varie apparizioni, potremmo dire che sono ormai quasi convinti della sua risurrezione, tanto che dicono: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone» (Lc 24,34). Eppure, appena Gesù entra in mezzo a loro pensano sia un fantasma, una figura astratta, irreale. Si spaventano, persino. Eppure, Gesù glielo aveva detto e spiegato.

Ebbene, bisogna partire proprio da questa inaccoglienza, vestita di stolto realismo, per comprendere l’odierna pagina evangelica. Siamo anche noi assieme ai discepoli quella sera di Pasqua, stupiti e spaventa­ti. Anche noi pensiamo tante volte che il Vangelo sia una specie di fantasma, ossia che si tratti di parole astratte, lontane dalla vita, belle ma impossibili a vivere; e ne abbiamo anche paura perché pensiamo che siano troppo esigenti, che chiedano sacrifici, che propongano rinunce, che pretendano una vita poco felice. Ne consegue che con incredibile facilità le infiacchiamo nella loro radicalità perché non ci disturbino troppo. Ma Gesù torna; torna ogni domenica e dopo il saluto di pace dice a tutti noi: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne ed ossa come vedete che io ho». Mentre parla in questo modo, mostra loro le mani e i piedi segnati ancora dalle ferite dei chiodi. Gesù mostra la realtà concreta del suo corpo risorto, ma ancora ferito. E forse l’ultima ferita — questa volta tocca l’anima — gliela stanno infliggendo proprio in quel momento i discepoli con la loro inaccoglienza.

L’evangelista sembra però indicare una via per superare questa distanza; una via non teorica e astratta, ma molto concreta. Potremmo chiamarla la via dell’incontro con le sue ferite. Gesù, per vincere i dubbi dei discepoli, dice loro: «Guardate le mie mani e i miei piedi; sono proprio io! Toccatemi e guardate». Poteva chiedere che toccasse­ro e guardassero qualsiasi altra parte del corpo. Ma perché ha voluto specificare quelle parti ancora segnate dalle ferite dei chiodi? Perché Gesù insiste che proprio quelle parti ferite debbano essere guardate e toccate? Le ferite sul corpo, senza dubbio, ci dicono che il Gesù di Pasqua è lo stesso Gesù del Venerdì Santo, ma la loro permanenza nel corpo del Signore risorto richiama anche la realtà del dolore e del male ancora presente in questo mondo. La resurrezione certo è avve­nuta, ma deve continuare ancora. È iniziata con Gesù, il capo del corpo che è la Chiesa e l’umanità intera, ma ci sono tante parti di que­sto unico corpo che hanno ancora ferite aperte: sono i poveri, i malati, i carcerati, i torturati, i condannati a morte, i paesi in guerra, i colpiti dalle disgrazie e dalla violenza. E l’elenco può continuare ancora più a lungo.

Queste ferite debbono entrare «di persona» in mezzo a noi, perché con esse entra realmente il Signore, e attraverso di esse continua a dirci: «Toccatemi e guardatemi… sono proprio io!». I poveri e i deboli non sono fantasmi di cui aver paura o da cui fuggire, sono il corpo ferito del Signore che chiede e attende di essere toccato per risorgere. «Toccatemi e guardate!». È la preghiera, spesso il grido, che oggi milio­ni di disperati rivolgono al mondo dei sani e dei ricchi: guardateci e toccateci! Essi infatti sono spesso totalmente dimenticati e ancor meno toccati. Dietro questo invito di Gesù ci sono oggi milioni e milioni di bambini, di vedove, di orfani, che continuano ad attendere aiuto e dav­vero pochi «guardano» e ancor meno si incamminano per «toccare». Sì, guardare e toccare! Questi sono i verbi della risurrezione: accorger­si di chi ci sta accanto e soffre e non passare oltre come fecero quel sacerdote e quel levita. La vittoria sulla nostra incredulità inizia da quest’incontro affettuoso con il corpo ancora ferito di Gesù.

Immediatamente dopo, nota l’evangelista, Gesù «aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture. Fu necessario che i discepoli ascoltassero nuovamente il Vangelo e si lasciassero toccare il cuore. Non basta ascoltare una volta o alcune volte le Sante Scritture. Il credente deve risco-prire la gioia di frequentare ogni giorno le Sante Scritture. Ogni volta che si apre una pagina della Bibbia è Dio stesso che parla a noi. I Santi Padri amavano dire che la Santa Scrittura è la Lettera di amore di Dio agli uomini. Come non leggere e rileggere questa lettera? Gesù con i due discepoli di Emmaus non fece altro che spiegare loro le Scritture e i due si sentirono scaldare il cuore nel petto. Ogni domenica Gesù torna e parla a ciascuno di noi, come fece con quelli di Emmaus. Dalla Pasqua perciò inizia un ascolto che non termina più: quella Parola proclamata e predicata è la linfa della vita di ogni discepolo e dell’intera comunità. Senza di essa saremmo senza nutrimento, senza pane. La carestia sarebbe tremenda; e non solo per i discepoli ma per il mondo intero. Ogni domenica perciò il Signore ci raccoglie, apre la nostra mente all’intelligenza delle Scritture e riscalda i nostri cuori. Di questo Vangelo — dice Gesù ai discepoli di ogni tempo — «voi siete testimoni».

Preghiere e racconti

Sulle tracce di Gesù

II punto cruciale di questo cammino sta nel riconoscere che il Gesù risorto, che compie i desideri dell’uomo, è ancora il Gesù crocifisso, che ha affidato al Padre il compimento dei propri desideri. Ha uniformato la propria volontà alla volontà del Padre. Ha accettato di perdere la propria vita sulla croce, per compiere la missione di proclamare all’uomo peccatore e separato da Dio che il Padre non lo abbandona al fallimento, non lo rifiuta anche se è rifiutato; anzi gli dona il proprio Figlio, per mostrare che neppure il peccato impedisce a Dio di amare l’uomo e di attirarlo a sé in un gesto di perdono, che vince il peccato e la morte.

Tutto questo è implicitamente contenuto nel grido del discepolo prediletto, che rompe il silenzio del mattino: «E il Signore» (Gv 21,7). Questa espressione, infatti, rievoca le professioni di fede della Chiesa primitiva. Gesù, che si è umiliato nella morte, in obbedienza al Padre e per amore degli uomini, è stato glorificato dal Padre ed è stato proclamato Signore, cioè colui che reca pienamente in sé la forza d’amore e di salvezza che è propria di Dio stesso.

Gesù manifesta la sua capacità e volontà di comunicare agli uomini l’amore salvifico del Padre anche attraverso un gesto simbolico. Egli mangia con i discepoli.

L’umile, quotidiano gesto del mangiare è ricco di potenzialità espressive. Può prestarsi a esprimere la comunicazione di beni sempre più grandi e misteriosi, che approfondiscono il bene fisico del cibo e il bene psicologico della conversazione, scambiati durante il pasto comune.

Gesù assume questo gesto umano e lo carica di prodigiose potenzialità. Il pasto descritto nel cap. 21 di Giovanni non risulta essere un convito propriamente eucaristico. Rievoca però il convito di Jahvè col popolo degli ultimi tempi, annunciato nell’Antico Testamento. Si ricollega ai conviti messianici fatti da Gesù con i discepoli o con le folle. Allude all’ultima cena o ad altri conviti di Gesù risorto, che hanno caratteri più propriamente e chiaramente eucaristici e comportano quindi il trapasso del generico simbolismo conviviale nella reale comunione col Signore, che si rende presente trasformando il pane e il vino nella vita e misteriosa realtà del corpo donato e del sangue versato.

(C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009, 258-259).

E’ il Signore!

E’ l’acclamazione pasquale, è una parola che contiene tutto.

Il Signore è Colui che possiede la tua vita e te la vuole far vivere al centuplo;

Colui che ha un progetto per te, che ti conduce a esprimere pienamente te stesso;

Colui che è la somma di tutte le cose desiderabili;

Colui che chiarisce, dipana, ordina, purifica, soddisfa tutti i tuoi desideri più profondi.

E’ il Signore della vita, della storia, della mia vicenda personale.

E’ il Signore della mia famiglia, della scuola, della società.

E’ Colui nel quale tutto trova il senso.

E’ Colui che è capace di dare a tutto un progetto ed una prospettiva.

(dagli Scritti del Card. C.M. Martini).

Aprire gli occhi

Chi aprirà i nostri occhi

ostinatamente chiusi

per evitare di vedere

la miseria agitarsi alla nostra porta?

Chi aprirà i nostri occhi

ostinatamente tappati

per evitare di guardare

faccia a faccia

il prossimo

che ci viene incontro?

Chi aprirà i nostri occhi

ostinatamente velati

per evitare di essere abbagliati

dalla presenza di Cristo

con il suo vangelo esigente?

Chi aprirà i nostri occhi

per riconoscere lo Spirito di Dio

all’opera sui molteplici cantieri

dove l’umanità si rinnova?

Chi aprirà i nostri occhi

per riconoscere il seme

che, con ostinazione, germoglia dall’arida terra screpolata?

La pace sia con voi!

Di ritorno dagli inferi, Cristo per donare la pace al mondo esclama: «La pace sia con voi! I discepoli parlavano ancora, quando Gesù stette in mezzo a loro e disse loro: La pace sia con voi!». Giustamente dice: «con voi», perché la terra si era già consolidata, il giorno era ritornato, il sole aveva ripreso il suo splendore e il mondo aveva ritrovato il suo ordine e la coesione. Ma presso i discepoli la guerra infuriava ancora; fede e mancanza di fede si combattevano violentemente. Il turbamento della passione non aveva scosso il loro cuore quanto la terra; credulità e incredulità devastavano il loro animo con una guerra senza tregua; schiere di pensieri assediavano la loro mente e sotto i colpi della disperazione e della speranza il loro cuore si spezzava, nonostante la sua forza. I sentimenti e i pensieri dei discepoli erano divisi tra gli innumerevoli miracoli che rivelano Cristo e le molteplici umiliazioni della sua morte, tra i segni della sua divinità e le debolezze della carne, tra l’orrore della sua morte e le grazie della sua vita. Ora il loro spirito veniva portato in cielo, ora le loro anime ricadevano a terra; e nel loro cuore in cui infuriava la tempesta non trovavano alcun porto tranquillo, nessun luogo di pace. Al veder questo, Cristo che scruta i cuori, che comanda ai venti, governa le tempeste e con un semplice segno muta la tempesta in un cielo sereno, li conferma con la sua pace, dicendo: «La pace sia con voi! Sono io; non temete. Sono io, il morto e sepolto. Sono io. Per me Dio, per voi uomo. Sono io. Non uno spirito rivestito di un corpo, ma verità stessa fatta uomo. Sono io. Sono io, vivente tra i morti, celeste al cuore degli inferi. Sono io, che la morte ha fuggito, che gli inferi hanno temuto. Gli inferi mi hanno proclamato Dio, nel loro spavento. Non temere Pietro, che mi hai rinnegato, ne tu, Giovanni, che sei fuggito, ne tutti voi che mi avete abbandonato, che avete pensato a tradirmi, che non credete ancora in me, anche se mi vedete. Non temete, sono io. Sono io, vi ho chiamati per grazia, vi ho scelti perdonandovi, vi ho sostenuto con la mia compassione, vi ho portato nel mio amore e oggi vi accolgo per mia sola bontà, perché il Padre non vede più il male quando accoglie suo figlio».

(PIETRO CRISOLOGO, Discorso 81, PL 52, 428A-D).

Andremo alla casa del Signore

Mi rallegrai quando mi dissero:

«Andremo alla casa del Signore».

E ora i nostri piedi

sono nell’interno delle tue porte,

Gerusalemme!

Gerusalemme costruita come città,

in sé ben compatta!

Là salivano le tribù, le tribù del Signore,

secondo il precetto dato a Israele

di lodarvi il nome del Signore.

Sì, là s’ergevano i seggi del giudizio,

i seggi della casa di Davide.

Augurate la pace a Gerusalemme:

vivano in prosperità quanti ti amano!

Sia pace fra le tue mura,

prosperità fra i tuoi palazzi.

Per amore dei miei fratelli e amici

dirò: Sia pace in te!

Per amore della casa del Signore, nostro Dio,

chiederò: Sia bene per te!

(Salmo 121).

L’anima soffre e anela al Signore

Aiutaci, o Signore, a portare avanti nel mondo e dentro di noi la tua risurrezione.

Donaci la forza di frantumare tutte le tombe in cui la prepotenza, l’ingiustizia, la ricchezza, l’egoismo, il peccato, la solitudine, la malattia, il tradimento, la miseria, l’indifferenza hanno murato gli uomini vivi.

Metti una grande speranza nel cuore degli uomini, specialmente di chi piange.

Concedi, a chi non crede in te, di comprendere che la tua Pasqua è l’unica forza della storia perennemente eversiva.

E poi, finalmente, o Signore, restituisci anche noi, tuoi credenti, alla nostra condizione di uomini.

(Don Tonino Bello).

Preghiera

O Signore, Signore risorto, luce del mondo, a te sia ogni onore e gloria! Questo giorno, così pieno della tua presenza, della tua gioia, della tua pace, è davvero il tuo giorno!

Sono appena rientrato da una passeggiata attraverso l’oscurità dei boschi. Era freddo e ventoso, ma tutto parlava di te. Ogni cosa: le nuvole, gli alberi, l’erba umida, la valle con le sue luci lontane, il rumore del vento. Parlavano tutti della tua risurrezione: tutti mi rendevano consapevole che ogni cosa è davvero buona. In te tutto è creato buono e da te tutta la creazione è rinnovata e portata a una gloria persino più grande di quella posseduta al principio.

Camminando nell’oscurità dei boschi alla fine di questa giornata piena di intima gioia, ti ho sentito chiamare Maria Maddalena per nome e dalla riva del lago ti ho sentito gridare ai tuoi amici di gettare le reti. Ti ho anche visto entrare nella sala con la porta serrata dove i tuoi discepoli erano radunati pieni di paura. Ti ho visto apparire sul monte così come nei dintorni del villaggio. Quanto sono veramente intimi questi eventi: sono come favori speciali fatti a cari amici. Non sono stati fatti per impressionare o sopraffare qualcuno, ma semplicemente per mostrare che il tuo amore è più forte della morte.

O Signore, ora so che è nel silenzio, in un momento tranquillo, in un angolo dimenticato che tu m’incontrerai, mi chiamerai per nome e mi dirai una parola di pace. E nell’ora della maggiore quiete che tu diventi per me il Signore risorto.

O Signore, sono così riconoscente per tutto quello che mi hai dato nella settimana trascorsa! Rimani con me nei giorni che verranno.

Benedici tutti quelli che soffrono in questo mondo e dona pace alla tua gente, che hai tanto amato da dare la vita per lei. Amen.

(J.M. NOUWEN, Preghiere dal silenzio, in ID., La sola cosa necessaria  Vivere una vita di preghiera, Brescia, Queriniana, 2002, 242-243).

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:- Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006- .- La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.———- COMUNITÀ DI S. EGIDIO, La Parola e la storia. Tempo di Quaresima e Pasqua, Milano, Vita e Pensiero, 2012.- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. II: Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.- COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009. – C.M. MARTINI (card.), Incontro al Signore risorto, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.- J.M. NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Bre-scia, Queriniana, 2003.

PASQUA III DOMENICA DI PASQUA (B)

Religiosità e processi educativi: un incontro multidisciplinare

dal 26 al 28 aprile 2012

Luogo: ISSR SS. Vitale e Agricola – P.le Bacchelli 4 Bologna

Il Convegno presenta in primo luogo alcuni risultati parziali di un itinerario di ricerca multidisciplinare, avviato dal Centro Studi RES, in collaborazione con l’ISSR SS. Vitale e Agricola di Bologna, nell’anno 2010.

La ricerca aveva come primo obiettivo l’individuazione e la definizione, in un’ottica multidisciplinare e multiculturale, della complessa nozione di “senso religioso”. Dopo un primo seminario (febbraio 2010), e un convegno nazionale (Il senso religioso come oggetto di ricerca: una prospettiva multidisciplinare, Bologna 28-29 gennaio 2011), la ricerca si è concentrata sul tema della “religiosità”, come categoria dell’esperienza umana, e del suo sviluppo attraverso i processi educativi. Il ri-orientamento della fase teorica della ricerca è avvenuto in parallelo ad una fase empirica esplorativa, inizialmente concentrata sullo strumento dell’intervista in profondità. Non appaiono ancora risolti in maniera soddisfacente tutti i problemi metodologici che il tema presenta, per gli impliciti e le implicazioni legate alla fenomenologia della religiosità, e la difficoltà di individuare e/o costruire strumenti affidabili di rilevamento.

Obiettivo del Convegno è quello di richiamare al confronto e al dibattito sul tema religiosità studiosi di area socio antropologica, pedagogica, psicologica, filosofica, teologica, in dialogo con la teologia e la storia delle religioni, per una definizione dell’oggetto che confronti categorie teoriche differenti di analisi ed esamini, nelle sessioni parallele, gli aspetti molteplici e concreti della religiosità.

Segreteria Scientifica: Fausto Arici – Maria Teresa Moscato

Scarica il programma del convegno PROGRAMMA

 

Comunicare ed educare con il web 2.0

Oggi si è concluso il convegno: web 2.0 educazione e comunicazione – nuove sfide personali e collettive promosso dalla Facoltà di Scienze dell’Educazione e la Rivista Orientamenti Pedagogici in collaborazione con la Facoltà di Filosofia e la Facoltà di Scienze della Comunicazione Sociale.

Riportiamo due articoli degni di nota della rivista Young4young.

Web 2.0: siamo pesci nella rete

di Lucia Aversano

Comunicare e educare con le nuove tecnologie è possibile se si è consapevoli del mondo, reale e virtuale, che ci circonda

A casa, come a scuola e al lavoro,internet è, quasi sempre, presente. Non esiste luogo dove le persone non siano connesse, tramite pc o tramite smatphone e tablet, per lavoro per svago o per studio. Quando parliamo oggi di rete forse dimentichiamo che c’è stato un tempo in cui il web era un contenitore semplice, fatto di contenuti al pari di una vetrina dove l’utente che si collegava, aveva sì strumenti per comunicare con gli altri, come le mail, ma non una piattaforma nella quale esprimere se stesso e relazionarsi in maniera costante con gli altri. Molti avranno scordato la connessione a 56 kb, lentissima, e il rumore del modem che si connetteva. Sembrano trascorsi secoli da allora e invece internet nasce non più di venti anni fa.

Oggi sarebbe impensabile vivere sconnessi e con il web 2.0 essere connessi significa essere collegati col mondo intero. Oggi ognuno di noi esprimere se stesso i propri pensieri le proprie passioni e condivide i propri interessi attraverso la rete e la vita di tutti noi è cambiata. Ma com’è cambiata? E come cambierà? Se n’è discusso oggi al convegno Web 2.0 Educazione e Comunicazione, promosso dall’Università Pontificia Salesiana, il 20 e il 21 aprile 2012, al quale hanno preso parte esperti delle IT e della comunicazione.

«Siamo come dei pesci – spiega Fabio Pasqualetti docente di Comunicazione e Opinione pubblica all’Università Pontificia Salesiana – al pari dei pesci che non si chiedono cos’è l’acqua, noi non ci chiediamo cosa ci sta succedendo con internet. La connessione alla rete è qualcosa che va oltre il computer, una macchina complicata che se non avesse accesso alla rete non verrebbe usata da nessuno. La comunicazione oggi è istantanea e riduce le distanze, e questa cultura della velocità incide sulle nostre vite. McLuhan sosteneva che quando l’informazione viaggia alla velocità dell’elettricità il mondo delle tendenze diventa il mondo reale. E dunque, siamo noi a controllare la rete o è la rete a controllare noi?» A questa domanda, Pasqualetti, risponde che la tecnologia non è né buona né cattiva, ma non è nemmeno neutra. È dunque necessario, avere idee chiare, specialmente su politica e sociale, in modo da sviluppare il pensiero critico che è l’unico strumento per orientarsi.

Internet è soprattutto comunicare e interagire con gli altri. La diffusione massiccia dei social network sono il sintomo più evidente di ciò. Ma che tipo di comunicazione è quella della rete? Sergio Rondinara, docente di filosofia della scienza presso l’UPS, con il suo intervento ha spiegato che «oggigiorno la concezione del comunicare si traduce con la trasmissione, in maniera efficace, di messaggi ad effetto. Il comunicatore è un semplice target da colpire e individuare e non più una persona con la sua identità». Inoltre bisogna considerare che la relazione è un bene al pari di altri perché l’uomo ha insita nella sua natura il bisogno di comunicare e con il web 2.0 questo bisogno viene soddisfatto grazie e soprattutto ai social network. «ma bisogna distinguere tra bene relazionale e bene pseudo relazionale – spiega Rondinara – il primo è rappresentato dalle relazioni in carne ossa mentre le seconde «simulano quelle quella reale replicandone alcuni attributi dove però manca la fragilità dolorosa delle relazioni in carne e ossa. I social network possono rafforzare le relazioni già esistenti, ma sarebbe un errore sostenerle solo in questo senso».

In questa prima giornata si è anche parlato di web 3.0. Il salto in questa nuova era è prossimo e già oggi possiamo constatare come il nostro navigare nel web è sempre più personalizzato. Le ricerche che si fanno in rete saranno sempre più legate alla sinossi anziché alla parola. E in futuro questa tendenza sarà sempre più accentuata.

Venerdì 20 aprile 2012

Citiamo un secondo articolo:

Il web mette le vite in movimento

di Antonino Garufi

I nuovi movimenti, che si servono del web per organizzarsi e crescere, hanno una dimensione esistenziale, prima che politica. Ma con la creatività comunicano con molti, cosa che le forze politiche tradizionali non sanno fare

La seconda giornata del convegno “Web 2.0, educazione e comunicazione” realizzato all’Università Pontificia Salesianaha visto come primo relatore Leonidas Martin Saura. L’artista laureato in belle arti e professore di audiovisivi, nuove tecnologie ed arte-politico all’Università di Barcellona ha proposto una riflessione sui momenti di agitazione collettive e le loro relazioni con la tecnologia odierna.

Partendo dalla visione di un’immagine cruda dell’attentato a Madrid nel 2004, ha tracciato le relative connessioni politiche. A queste ultime ha legato le manipolazioni mediatiche che i mezzi di comunicazione di massa (quotidiani e riviste spagnole) hanno attuato per informare la popolazione spagnola e il mondo intero.

La guerra all’Iraq era già “scoppiata”, il clima ispanico era “sotto elezioni” e l’opinione pubblica sapeva con chiarezza che a sferrare l’attentato nella Capitale non era l’ETA come informavano erroneamente i mezzi ma l’associazione araba Al-Qaeda. Nasce così il movimento sociale 13M, nata proprio il giorno prima delle elezioni; esso non aveva una ideologia alle spalle, non era supportata da pensieri utopici ma da obiettivi concreti. Le questioni interessavano aspetti esistenziali e politici, adulti e giovani iniziarono a coalizzarsi, iniziarono un cambio reciproco di sms e catene di e-mail che supportavano questa forte identità.

Un’altra caratteristica importante di questo movimento era la creatività dei partecipanti; Martin Saura afferma “Iniziammo a generare nuovi linguaggi, nuove forme per esprimerci“. Uno degli slogan più chiari e creativi fu: “Domani votiamo, domani vi cacciamo via“.

Da questo movimento nascerà poi il “Movimento per una casa dignitosa per tutti”. L’idea molto forte pensata e realizzata dai partecipanti era quella di ricordare l’articolo 47  della Costituzione Spagnola, che afferma il diritto alla casa. Il logo delle manifestazioni era appunto una casa stilizzata con un 47 nero all’interno. La via mediante la quale si trasmettono informazioni è la posta elettronica e ci si organizza per scendere in piazza proprio il 16 Aprile 2007 (tre anni di distanza della prima manifestazione). Lo slogan realizzato fu: “no vas a tener una casa en la puta vida”.

Per descriverlo il giovane professore chiarisce: «È uno slogan che non afferma, ma nega. Uno slogan che coinvolge (è scritto in seconda persona), vale per tutti, non è di destra né di sinistra. Si riferisce ad un tu, ad un noi intimo più che politico. Non apre alla speranza (a differenza di quelli di Obama), o a un futuro o a un’alternativa (“un altro mondo è possibile”). Indica un problema personale, non una questione sociale».

I media spagnoli hanno definito il movimento come “I ragazzi delle sedute” poiché forma di manifestazione era proprio quella non violenta di sedersi tutti insieme nelle piazze più grandi del territorio spagnolo. In Spagna, lo slogan di questo movimento lo si trova ovunque, nella rete e perfino nello sport e nei programmi tv.

Il colore che predomina in queste manifestazioni è il giallo; un giallo apolitico ma con una identità specifica di gridare il pragmatismo concreto dell’attivismo umano non violento, rumoroso e presenziale. Il movimento è stato costretto a chiedersi cosa fare: «Era necessario urlare più forte lo slogan».

Organizzato un contest del grido, hanno cercato di presentare il progetto anche a il Guinness World Records ma questi ha rifiutato. Non si sono scoraggiati, hanno continuato il loro progetto per certificare la loro forza. Web e Blog sono stati in loro aiuto, telecamere e video montaggi amatoriali hanno fatto sì che il progetto si realizzasse.

Ancora oggi i movimenti sociali si spostano dalla piazza vera e propria a quella virtuale, occupando ad esempio Wall Street e parlando al mondo con i linguaggi propri della nuova tecnologia (hastag e tweet).

La prossima convocazione è per il 12 maggio, “Democrazia real ya!» è lo slogan.

Le meraviglie della Roma Cristiana

Le meraviglie della Roma Cristiana

 


 

Da molti secoli Roma è ogni anno meta di milioni di turisti. Ad attirarli sono i resti archeologici dell’impero, le meraviglie artistiche che si sono sovrapposte nel corso dei secoli, ma anche – e soprattutto – il suo essere centro della cristianità. Nel corso della puntata Alberto Angela compirà un viaggio nella Roma cristiana, nei tanti luoghi, monumenti, edifici che hanno fatto la storia della cristianità. Il viaggio toccherà chiese celebri, alcune “mete obbligate” dei giri turistici, ma anche angoli della città più appartati, nascosti, dove sono presenti testimonianze importanti della storia della Chiesa.

Da: Rai.tv – Ulisse

Il cardinale Scola agli studenti nella trentesima edizione di “Andemm al Domm”

Il 14 aprile Milano si è riempita di famiglie, alunni, docenti e presidi delle scuole paritarie cattoliche di tutta la diocesi in occasione della trentesima Andemm al Domm, la marcia per riunire e fare conoscere le 1.120 scuole a ispirazione cristiana del territorio ambrosiano. Una realtà fatta di quasi 120.000 alunni e dove insegnano 10.000 professori.

Si è trattato di un appuntamento molto importante per una Chiesa, quella milanese, che si prepara ad accogliere Benedetto XVI per il VII Incontro Internazionale delle Famiglie: «Sono due momenti in cui ribadire l’attenzione permanente che la Chiesa nei secoli ha avuto per la famiglia, riconoscendola come prima protagonista dell’educazione», spiega don Michele Di Tolve, responsabile del servizio per la pastorale scolastica della diocesi ambrosiana: «In questo la scuola ha un ruolo fondamentale, e riteniamo profondamente ingiusto che una famiglia non possa scegliere in quale istituto mandare i figli, nonostante questo principio sia sancito dalla nostra Costituzione». Chi sceglie le scuole cattoliche, infatti, paga due volte: le tasse per finanziare la scuola statale, e la retta dell’istituto dove vede meglio rispettata la propria impostazione educativa.

«Significa che una famiglia di operai non può permetterselo», continua don Di Tolve: «Ed è anche per questo che proponiamo la Andemm al Domm. I 5 euro che ogni partecipante versa per l’iscrizione saranno usati per sostenere chi, pur nella difficoltà, vuole educare i propri figli nelle scuole cattoliche. O ancora, per pagare lo stipendio agli insegnanti di sostegno, che nelle scuole paritarie sono a carico dell’istituto e della famiglia, e che pure aiutano 1.100 ragazzi con diversi tipi di problemi. E ancora, per dare una mano agli stranieri che hanno iscritto i propri figli alle scuole cattoliche, e che attualmente sono più di 5.000».

Dopo aver sfilato per la città tutti i partecipanti sono rstati accolti dal cardinale arcivescovo Angelo Scola.

Sono convito — ha detto Scola — che la scuola cattolica come parte della scuola libera è un elemento di grande civiltà per il nostro Paese. È possibile che ci sia educazione senza libertà? Niente nella vita dell’uomo vale se non c’è la libertà. Il grave limite della libertà di educazione del nostro Paese è sicuramente uno dei motivi per cui la transizione e il cambiamento fanno fatica ad affermarsi. E dobbiamo ridircelo anche all’interno delle nostre comunità cristiane perché questo pregiudizio, purtroppo, circola anche al loro interno. Noi siamo per la scuola libera!». E ha continuato: «L’educazione, soprattutto nella minore età, è diritto che tocca innanzitutto alla mamma e al papà che lo condivideranno sin dall’infanzia con i loro figli. Un Paese che non garantisce i diritti primari, come quello di una libertà integrale, compresa l’educazione, è un Paese che ha in sé un “di meno”. Essere per la scuola libera significa che ogni soggetto sociale in grado di garantire la capacità di fare scuola, capacità rigorosamente certificata dagli organismi competenti, deve avere la possibilità di farla. Non stiamo chiedendo favori a nessuno. E le nostre scuole sono così libere che sono aperte a tutti. Hanno il loro volto, esprimono la loro identità, ma alla nostra scuola possono partecipare ragazzi di altre religioni e ragazzi che dicono di non credere. Io sono convinto che questa della libertà di educazione sia uno dei diritti che inesorabilmente un Paese che vuol diventare moderno e guardare al futuro dovrà riconoscere. E questo non è in alternativa in alcun modo alla scuola di Stato».

Web 2.0 Educazione e Comunicazione

Venerdì 20 – Sabato 21 Aprile 2012

presso l’Università Pontificia Salesiana P.zza Ateneo Salesiano, 1 00139 Roma

La Facoltà di Scienze dell’Educazione e la Rivista Orientamenti Pedagogici in collaborazione con la Facoltà di Filosofia e la Facoltà di Scienze della Comunicazione Sociale organizzano il convegno: web 2.0 educazione e comunicazione – nuove sfide personali e collettive

Interverranno esperti Professori sui temi di: filosofia e web 2.0, educazione e web 2.0, pastorale e web 2.0, comunicazione e web 2.0, movimenti sociali e web 2.0, neuroscienze e web 2.0, identità, concetto di sè e web 2.0.

Nella giornata di sabato si terranno workshop tematici su: Google educator, Ipad e Iphone come strumenti didattici, web ed educazione, ipertesto, giornalismo e web 2.0, vita parrocchiale, catechesi e web 2.0, ricerca scientifica e web 2.0.

Scarica la Locandina del Convegno!

Benedetto si racconta…

Benedetto si racconta…

 

 

 

 

 

 

 

di Enzo Romeo

Alla vigilia dell’ottantacinquesimo compleanno di Benedetto XVI le Teche Rai restituiscono rari documenti filmati in cui Joseph Ratzinger racconta se stesso. Tg2 Dossier ne fa lo spunto per tracciare un ritratto ricco di sfaccettature del Papa tedesco, con interviste ad ex compagni di scuola e di seminario e ad autorevoli collaboratori.

Auguri Papa Ratzinger!!!

Ricorre oggi l’ottantacinquesimo compleanno di Joseph Ratzinger.

“Mi trovo di fronte all’ultimo tratto del percorso della mia vita e non so cosa mi aspetta. So, però, che la luce di Dio c’è, che Egli è risorto, che la sua luce è più forte di ogni oscurità, che la bontà di Dio è più forte di ogni male di questo mondo”.

Lo ha confidato Benedetto XVI nell’omelia pronunciata questa mattina in tedesco in occasione del suo 85esimo compleanno, che ha riunito nella Cappella Paolina alcuni cardinali e prelati della Curia Romana e una folta delegazione arrivata dalla Baviera.

“Questa fede – ha affermato il Papa – mi aiuta a procedere con sicurezza. Questo aiuta noi ad andare avanti, e in questa ora ringrazio di cuore tutti coloro che continuamente mi fanno percepire il ‘si” di Dio attraverso la loro fede”.

il Presidente della CEI, Card. Angelo Bagnasco, e il Segretario Generale, mons. Mariano Crociata, in un telegramma rendono grazie al Signore – a nome della Chiesa che è in Italia – per il dono della vita e della fede, mentre riconoscono l’illuminato magistero e l’indefettibile testimonianza del Papa, di cui ricorre giovedì 19 il settimo anniversario dell’elezione.

Riportiamo il testo del telegramma:

Beatissimo Padre,nella luce pasquale del Crocifisso Risorto, la Chiesa che è in Italia si stringe attorno a Lei in occasione delle felici ricorrenze del Suo ottantacinquesimo compleanno e del settimo anniversario della Sua elezione pontificale. Il nostro augurio è sostanziato dalla preghiera, con la quale chiediamo al Signore, che l’ha chiamata alla vita e l’ha scelta nell’ordine episcopale, di conservarla alla Chiesa intera quale guida e pastore del popolo santo di Dio. Sostenuti dal Suo illuminato magistero e della Sua indefettibile testimonianza, intendiamo affrontare con rinnovata convinzione il cammino della sequela di Cristo, accogliendo con particolare disponibilità e corale impegno l’Anno della fede. La Sua decisione di valorizzare in questo modo il cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II e i vent’anni del Catechismo della Chiesa Cattolica ci trova attenti a intensificare la riflessione sulla fede, l’adesione al Vangelo, la responsabilità sociale di un annuncio coraggioso e franco. Santità, possa avvertire tutta la stima e la gratitudine con la quale La circondiamo, mentre invochiamo la Sua paterna benedizione sulle nostre Comunità ecclesiali e sull’intero popolo italiano.

cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei e monsignor Mariano Crociata, segretario generale

Riportiamo il discorso del cardinal Bagnasco riportato da Avvenire il 14/04/12:

Lo splendido colonnato di San Pietro esprime il grande abbraccio che la Chiesa cattolica dà a Benedetto XVI per i suoi ottantacinque anni. In quell’abbraccio ideale e forte vi è anche il mondo che riconosce in lui una luce per l’umanità intera: luce mite e chiara che indica, con le parole di Gesù e della universale ragione, la verità e il bene.

È dunque una festa di famiglia, fatta di gratitudine al Signore che lo ha scelto come suo Vicario; al cardinale Joseph Ratzinger che ha accettato la volontà di Cristo sapendo che solo nell’obbedienza d’amore si sta vicini a Gesù; al Santo Padre Benedetto XVI, che con la preghiera e il pensiero, la parola e il governo, guida il popolo di Dio. Fin dall’inizio del supremo ministero, Benedetto XVI ha iniziato la sua “riforma” umile e lieta, consapevole che il problema urgente è quello della fede.

La gioia della fede è il filo d’oro che ispira e raccorda ogni suo intervento. Ed è questa la risposta più importante di cui il mondo ha bisogno nella sua complessità: non tanto di mutazioni organizzative, ma di riforma dei cuori, poiché sono questi che danno anima e fecondità ai programmi e alle strutture. La santità – centro della riforma lieta di Papa Benedetto – non è una astrazione o un ripiego per sfuggire alla modernità ma, al contrario, è scendere al centro dei problemi dell’uomo contemporaneo. È vivere la fede con gioiosa consapevolezza che cambia la vita dei singoli e genera una umanità nuova, rapporti diversi, organismi vitali. Se la fede irrora i modi di pensare e di agire, allora il Signore è reso presente, e le società, le culture, gli Stati, ne sono beneficati. Allora, ovunque vi è una zolla di umanità, lì germoglia la speranza.

È su questa strada di rinnovamento che il Papa conduce la Chiesa, sapendo che il mondo attende di intravvedere l’Invisibile attraverso la gioia dei redenti. E lo fa con mitezza, quasi in punta di piedi, sapendo di dover servire, ma anche con la tenacia del nocchiero in mezzo a venti a volte contrari. In forza di quel “sì” originario a Cristo, egli non porta avanti se stesso, non cerca il successo. Schivo, non vuole dimostrare nulla di personale né alla Chiesa né al mondo. L’unico desiderio è annunciare Gesù, luce delle genti. Qui sta la sua disarmante libertà, e quindi la pace.

Il suo Magistero ricorda la bellezza della fede, una bellezza da riscoprire fresca e operosa pensando al mondo vivace e generoso dei giovani, e alla testimonianza dei cristiani segnati dalla miseria o perseguitati fino al sangue. Ricorda che la libertà riposa sulla verità. Non teme di entrare nelle questioni anche le più delicate: vi entra senza violenza, sempre riconoscendo il lucignolo acceso. Ma anche senza rinunciare a far risplendere la verità: quella di Cristo e quella dell’uomo, che in Cristo scopre il suo vero volto. Mi sembra che qui emerga in modo particolare la “profezia” di Benedetto XVI: egli indica la via della verità e della vita. Nei viaggi apostolici, infatti, ha spesso ricordato che l’umanità rischia di smarrire la strada dell’”umano”, di andare contro se stessa: il Vangelo è svelamento di Dio, offerta della sua vita, libertà dalle illusioni, felicità vera. Il suo stemma rivela qualcosa di quest’uomo, che Cristo sceglie all’improvviso come strumento docile, e che, con la conchiglia del pellegrino, indica la strada alla Chiesa universale verso i pascoli alti di Dio.

Grazie Padre Santo. La Chiesa che è in Italia, insieme ai suoi Pastori, si stringe a Lei desiderosa di essere la prima e la più vicina, per dirLe: ad multos annos, Santità!

cardinale Angelo Bagnasco

Il quotidiano «Avvenire», in un inserto di quattro pagine, ha raccolto una serie di «cartoline» d’auguri, scritte da vari personaggi della cultura: tra essi la storica Anna Foa, che parla del lodevole intento di Benedetto XVI, manifestato in questi primi sette anni di pontificato, di arrivare a una più netta definizione dottrinale dei problemi teologici basilari ancora aperti nell’ambito del rapporto con l’ebraismo, e la parlamentare musulmana Souad Sbai, che ringrazia il Papa per le parole sul “genio” delle donne, «leva del progresso umano e della storia». Gli auguri delle Associazioni cristiane lavoratori italiane (Acli) sono affidate a un videomessaggio del presidente, Andrea Olivero: «Le auguriamo ancora anni di gioventù come quelli che ci ha donato, anni nei quali lei possa spronarci a essere inquieti, di quella santa inquietudine di Cristo che ha manifestato sin dall’inizio del suo pontificato come un elemento fondamentale. Noi cercheremo sempre di essere attenti ai suoi messaggi — continua Olivero — e cercheremo soprattutto di non rassegnarci all’esistente ma di andare a testimoniare la nostra fede nella società, come lei ci insegna». Molte diocesi, in Italia e nel mondo, ricorderanno i due avvenimenti. In Spagna, per esempio, la diocesi di Orihuela-Alicante ha organizzato, a partire da mezzanotte e fino al termine della giornata di oggi, una catena ininterrotta di preghiera: l’adorazione permanente si sta svolgendo in tutte le principali città della diocesi, da Elche ad Alicante, da Benidorm a Elda, a Orihuela. «È un regalo filiale di intimo affetto», ha detto il vescovo di Orihuela-Alicante, monsignor Rafael Palmero Ramos, il quale ha inviato una lettera a tutta la comunità affinché si unisca in questa preghiera che «rafforza i vincoli di comunione e affetto con il successore di Pietro». L’arcivescovo di Parigi, cardinale André Vingt-Trois, ricorderà invece i sette anni di pontificato di Benedetto XVI con una messa che avrà luogo domenica pomeriggio nella cattedrale di Notre-Dame.

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Riflessioni all’apertura del convegno: “Impegno comune per una Irc di qualità”

Si è tenuto oggi a Roma il Convegno nazionale dei direttori e responsabili IRC, sul tema “Impegno comune per un Irc di qualità“organizzato per la prima volta congiuntamente dal citato Servizio e dal Servizio nazionale per gli Studi superiori di teologia e di scienze religiose della Cei.

Riportiamo di seguito le riflessioni di mons. Vincenzo Annicchiarico, responsabile del Servizio nazionale per l’Irc della Cei, che ha aperto i lavori del convegno.

L’ora di religione oggi “è chiamata a fare i conti con i cambiamenti profondi del tessuto sociale in cui si situa, ma anche ad aprirsi a nuove prospettive di collaborazione e di sviluppo”.

Due, ha spiegato il relatore ai circa 340 convegnisti presenti a Roma, le “parole chiave” su cui i due Servizi Cei hanno lavorato: “sinergia e qualità”, prefigurando “la possibilità di un cammino di convergenza che coinvolga più soggetti nella realizzazione di itinerari di formazione che, pur nella diversità degli approcci, pongano al centro la persona e la sua formazione integrale secondo la visione cristiana”.

Gli Orientamenti pastorali della Cei, ha sottolineato mons. Annicchiarico,guardano all’Irc con molta attenzione, collocandolo nell’orizzonte dell’educazione ed evidenziando, da una parte, la necessità del suo corretto riferimento alla scuola e alle sue finalità e, dall’altra, sollecitando una speciale attenzione all’Irc come risorsa per l’intera comunità ecclesiale”.


Impegno culturale. “L’Irc – ha proseguito il responsabile del Servizio Cei – non è solo una ‘officina di senso’ come ogni altra disciplina scolastica, ma è anche l’espressione dell’impegno culturale della Chiesa”, grazie allo “statuto” della disciplina stessa, che ha come elementi di fondo “gli interrogativi su Dio, l’interpretazione del mondo, il significato e il valore della vita, le norme dell’agire umano”. In questa prospettiva, l’Irc va proposto “come una delle vie privilegiate per accedere ai significati del patrimonio storico, artistico, culturale e sociale dell’Italia e dell’Europa”, in quanto “ha un suo ruolo specifico nella formazione globale della persona”. Negli Orientamenti, ha ricordato mons. Annicchiarico, si riconosce l’Irc come “una forte espressione dell’impegno educativo della Chiesa”: gli stessi insegnanti di religione cattolica “ricevono la loro formazione iniziale nelle strutture accademiche della Chiesa e possono essere accompagnati nella formazione in servizio con corsi di qualità”, in accordo con gli Uffici o Servizi diocesani e regionali dell’Irc e grazie al “significativo ruolo svolto dalla Santa Sede”.

Risposta di senso. Una risposta di “senso”, nel tempo della “incertezza dell’umano”. È l’identikit dell’Irc fornito da mons. Piero Coccia, arcivescovo di Pesaro e membro della Commissione Cei per l’Educazione, la scuola e l’università. “Voi – l’appello del relatore agli insegnanti di religione – non siete chiamati a formare le persone al ‘consenso’ della convenienza o dell’omologazione, né al ‘dissenso’ del pregiudizio o della irresponsabilità, ma alla vera ricerca di ‘senso’, perché la persona, ogni persona e tutta la persona possa realizzarsi in pienezza”. Oltre alla crisi economica, alla crisi di carattere sociale e alla “conclamata” crisi della politica – ha esordito il presule – oggi siamo in presenza di una crisi antropologica, come scrive il Papa nella Caritas in Veritate, cioè siamo alle prese “con la perdita di un’identità condivisa in merito alla definizione dell’umano”. In una “stagione storica segnata dai progressi della scienza e della tecnica”, il paradosso per mons. Coccia è che tutto ciò “si concretizza non per un aumento di certezze, quanto per una assenza di criteri certi” tramite i quali valutare le conseguenze “etiche, morali e spirituali delle nostre azioni”. “Il Dna del popolo italiano e della sua storia risiede nel cattolicesimo”, ha ricordato il vescovo: di qui la centralità di Irc come disciplina scolastica, particolarmente adatta anche a “sviluppare quel senso critico tanto necessario nella formazione quanto a volte poco curato”, grazie al “confronto con altre religioni ed altre mondovisioni”.

Abitare lo spazio pubblico. Nello spazio pubblico, “coloro che fanno opinione non sono più anzitutto le autorità politiche o religiose e neppure le autorità scientifiche istituzionali, ma sono i giornali e i giornalisti, la tv, la rete Internet, gli autori di libri di successo, gli artisti e i cantanti più in voga, gli stessi personaggi noti dello sport”.

È l’analisi di Giovanni Ferretti, rettore e docente emerito dell’Università di Macerata. “Se non vogliamo che la nostra fede religiosa finisca nel ghetto di ristrette comunità identitarie, con un proprio linguaggio ‘misterico’ ad esclusivo uso interno – l’appello del relatore –, abbiamo il dovere di renderla presente in questo spazio pubblico in modo intelligente, comprensibile, credibile ed anche interessante, agganciandoci ad interrogativi e desideri umani profondamente sentiti”. In particolare, ha ammonito il filosofo, “il nostro linguaggio religioso non dovrebbe mai parlare di Dio o delle verità religiose cristiane come di una ‘cosa in sé’ indifferente alla nostra vita concreta, ma dovrebbe sempre curare di mettere in luce i risvolti esistenziali di promozione dell’umano”, senza rimanere “nelle retrovie” di tali “frontiere”. L’obiettivo: contrastare “tutte le disumanità che ancora opprimono e deformano l’uomo”.

Un progetto condiviso
Per la formazione degi Idr: diocesi, facoltà e istituti

Una “alleanza costruttiva” tra Uffici diocesani e Istituti superiori di scienze religiose, per un progetto diocesano di formazione permanente degli insegnanti di religione. Ad auspicarla è stata Rita Minello, pedagogista dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, intervenuta alla tavola rotonda promossa all’interno del Convegno sull’Irc, e moderata da Paolo Bustaffa, direttore del Sir. Soffermandosi sullo scenario europeo, la relatrice ha richiamato il modello dell’insegnante come “agente morale”, che registra un “rinnovato interesse”. Tale modello, “declinabile secondo posizioni etiche differenti”, richiede una formazione permanente in grado di “seguire lo sviluppo identitario dell’insegnante considerando le sue disposizioni personali insieme a norme professionali, mediante pratiche che facilitino l’incontro con qualità intellettuali e morali, incluse quelle necessarie all’apprendimento disciplinare”, come “sincerità, empatia, chiarezza, obiettività, perseveranza, creatività, precisione e tolleranza”. Di qui la necessità di “concentrare l’attenzione su aspetti sostanziali e contestuali, non solo strutturali, dei programmi di formazione degli insegnanti”, attraverso “una piattaforma comune, una forma di alleanza costruttiva” tra Ufficio diocesani e Issr, per un processo diocesano di formazione permanente.

Comunità educante. Anche se la “tipologia” degli studenti è “varia”, ciò da cui non si può prescindere “è la creazione di una comunità educante, che forma non solo nell’ora di lezione”. Ne è convinto Andrea Toniolo, responsabile del Servizio nazionale per gli Studi superiori di teologia e di scienze religiose e preside della Facoltà teologica del Triveneto. Ciò che le facoltà teologiche dovrebbero offrire a chi li frequenta, secondo Toniolo, è “un clima positivo di relazioni e di fiducia, l’accompagnamento personale e tutoriale dello studente, l’offerta di proposte integrative, la cura dei servizi e delle una proposta didattica articolata”. “Educare vuol dire innanzitutto far fare esperienza, non trasmettere nozioni o informazioni, e il periodo universitario è innanzitutto un’esperienza di vita”, ha puntualizzato il relatore, che ha citato uno scritto di Romano Guardini sull’Università, del 1954, intitolato “La responsabilità dello studente per la cultura”. Quattro, scrive quest’ultimo, sono i motivi che possono spingere uno studente a frequentare l’Università: “l’atmosfera di libertà che vi incontra; la preparazione alla professione, la base della sua vita futura; il desiderio e la volontà di dedicarsi alla ricerca, ‘scintilla di volontà’ che deve mantenersi anche nel lavoro; la ricerca della verità, non solo dell’esattezza delle scienze”.

Non solo “Bibbia e giornale”. “Pensare tutti con la propria testa. È questo il lavoro che voglio fare con voi”. Don Ciro Marcello Alabrese, direttore dell’Irc della diocesi di Taranto e responsabile regionale dell’Irc per la Regione Puglia, ha iniziato il suo intervento con questa citazione del film “Alla luce del sole” di Roberto Faenza, che racconta la storia di don Pino Puglisi. Per il relatore, risultano ancora attuali le parole pronunciate da don “Tre P”, insegnante di religione cattolica, entrando in una classe secondaria di 2° grado per presentare il suo programma. “Ritengo che tutti i direttori qui presenti vorrebbero tra i propri insegnanti di religione cattolica don Pino Puglisi”, ha detto don Alabrese. Ma “senza una formazione adeguata”, oggi neanche la metodologia “affascinante e vincente” della “Bibbia e giornale” è più sufficiente: di qui la necessità, per il relatore, di valorizzare il tirocinio degli insegnanti di religione cattolica, che “diventa un’occasione privilegiata non solo per una verifica dell’apprendimento realizzato ma anche per una propedeutica alla selezione dei futuri insegnanti di religione”, ha assicurato don Alabrese forte dell’esperienza decennale nella sua diocesi in questo campo.

Lavorare in sinergia. “Lavorare in sinergia per realizzare la formazione permanente significa orientare le proprie iniziative verso la crescita in umanità con pieno inserimento e valorizzazione della cultura; maturare l’unità della persona integrando i valori di vita con l’esperienza professionale; aprirsi alla relazionalità con i docenti e con gli alunni; incrementare la didattica imparando a gestire il rapporto teoria e pratica per crescere nelle competenze disciplinari e relazionali richieste dalla professionalità docente”. Con queste parole suor Maria Luisa Mazzarello, docente emerito alla Pontificia facoltà di scienze dell’educazione “Auxilium” di Roma e direttore dell’Irc della diocesi di porto Santa Rufina, ha illustrato lo stile della collaborazione tra l’Ufficio Irc della diocesi di Porto Santa Rufina e l’Auxilium , che da 13 anni si impegnano insieme per la formazione permanente e l’aggiornamento degli insegnanti di religione, con 150 insegnanti coinvolti. L’offerta formativa – ha spiegato la religiosa – “media conoscenze biblico-teologiche, abilità educative e didattiche, esercitazioni di teoria e pratica che maturano abilità all’accoglienza, al dialogo, alla collaborazione e alla ricerca”. Dal 2007-2008, un gruppo di insegnanti di religione, formato da referenti dei diversi gradi scolastici, svolge opera di “supporto alla formazione”.