Alla sorgente dell’amore.. nel forum del Movimento Giovanile Salesiano

Ieri a Loreto si è concluso il forum organizzato dal Movimento Giovanile Salesiano dal titolo: “Alla sorgente dell’amore“.

Il forum delle Marche è divenuta un’esperienza di comunione profonda, ricca di confronto per i giovani, risultato di un percorso di ricerca, aiutato dai supporti multimediali, in cui i giovani si sono interrogati sul senso della famiglia e sul loro desiderio di prepararsi a costruirne una propria.

L’incontro e il confronto è stato favorito dai lavori di gruppo in gemellaggio con altri gruppi dell’Italia Centrale in cui sono emersi gli interrogativi dei giovani a partire dalle loro storie di vita. In tal modo il forum è divenuta un’occasione d’incontro con varie persone, piccoli e grandi, che nel dialogo e nella testimonianza hanno dato spazio ad un Incontro d’amore tra Dio e l’uomo per poi gridare tutti insieme: “se questo l’amore vero noi ci siamo!” (Esodo 24, 7).

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Tema del Forum

Messaggio del Rettor Maggiore

 

Convegno nazionale: “Comunicare scienza. Comunicare vita”

Il 4 e il 5 maggio, presso il Centro Congressi in via Aurelia 796, a Roma, avrà luogo il IX Convegno nazionale e IX Incontro delle associazioni locali dell’Associazione Scienza e vita, sul tema “Comunicare scienza. Comunicare vita“.

Ad aprire il convegno, venerdì 4 maggio alle ore 15.30, la lectio magistralis di mons. Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei; a seguire una tavola rotonda moderata da Monica Mondo, di TV200, alla quale parteciperanno diversi protagonisti del giornalismo scientifico, tra cui Piero Damosso (Rai), Arnaldo D’Amico (La Repubblica), Francesco Ognibene (Avvenire).

Sabato 5 maggio, mons. Dario E. Viganò, presidente della Fondazione ente dello spettacolo, presenterà una relazione sul tema “Comunicare con il cinema” e la giornata proseguirà con la presentazione di poster e comunicazioni.

Consulta il programma del convegno.

Per informazioni e prenotazioni: prenotazioni@scienzaevita.org

Articolo correlato:

Non la scienza fine a se stessa ma a servizio della vita e del bene comune

di Lucio Romano
Università degli Studi di Napoli Federico II;
Copresidente nazionale Associazione Scienza & Vita

L’incontro si prefigge lo scopo di affrontare un ambito culturale di particolare attualità e costante innovazione. Una due giorni all’insegna della comunicazione per confrontarsi su saperi e competenze: un’occasione per offrire una riflessione di alto profilo sia per modalità e tecniche attraverso cui si comunicano i temi della scienza e della vita, sia riguardo gli aspetti interrogativi di riferimento.

Trattare di modalità e mezzi di comunicazione significa oggi interpretare nuovi bisogni di conoscenze da declinare con tecniche che consentano una fruizione e condivisione più facile e immediata (es.: twitter, facebook, blog, ecc.) con tempi a disposizione sempre più limitati. “Spingendosi a interpretare la Rete come una sorta di cortile dei gentili” (Avvenire; 22.04.2012; p.26), suscita un indubbio interesse il ricorso a nuove classificazioni di “specie” Homo sapiens: homo analogicus o gutemberghiano, homo digitalis 1.0 e homo digitalis 2.0. Sono codificate, poi, altre due “specie” di Homo sapiens: “i nativi digitali puri e cioè le coorti che oggi, almeno nei paesi sviluppati, hanno approssimativamente fino a 16 anni (homo digitalis 2.0), i nativi digitali spuri (homo digitalis 1.0), e cioè le coorti tra i 17 e 25 anni e poi via via sfumando fino ai 40 anni di età oltre la quale tutti tecnoscettici, geek e cyberstruzzi sono sicuramente immigranti digitali” (Il Sole 24 Ore. Domenica; 01.04.2012; p.33).

A fronte di modalità e mezzi sempre più disponibili e dal facile utilizzo perché intuitivi, si ravvede il bisogno – particolarmente avvertito e diffusamente rappresentato – di essere informati obiettivamente così da maturare conoscenze nel complesso mondo del sapere scientifico e del problematico interrogarsi sui temi della bioetica. Certo, la comunicazione sui temi delle biotecnologie e della bioetica – così del biodiritto – intesa come integrazione interdisciplinare della dimensione scientifica e della dimensione antropologico-valoriale, può pagare lo scotto di una maggiore complessità semantica e argomentativa.

Detto in altri termini: mentre la comunicazione della ricerca scientifica si avvale oggettivamente di un linguaggio e di una penetrazione mediatica più immediata, quella inerente i valori antropologici in gioco richiede – altrettanto oggettivamente – tempi maggiori per l’argomentazione e per la riflessione da parte dell’utente in quanto coinvolto direttamente con il sentire interiore (coscienza).

Si rileva favorevolmente che l’attualità della bioetica e della biopolitica ha indotto nei media una specifica attenzione, facendo sì che tematiche dalle rilevanti ricadute sociali e di chiaro interesse pubblico, rientrano nella quotidiana agenda giornalistica. Su altro versante si rimarca una sovrabbondanza d’informazioni, spesso reiterate dagli innumerevoli network. Ciò non consente una reale maturazione in consapevolezza da parte dell’utente: troppa informazione, nessuna informazione. Comunichiamo con nuovi linguaggi, con sintassi spesso sincopata, le abbreviazioni in lettere che sostituiscono le parole, “le emoticon i sentimenti”. Come è stato acutamente sottolineato, “la marea di informazioni sfida le capacità cognitive di ciascuno di noi: non basta leggere e scrivere, bisogna padroneggiare lo sviluppo della conoscenza”. Una notizia, accortamente lanciata per tempi e modalità, si diffonde rapidamente e veicola informazione – come la cronaca ci ha dimostrato spesso – che può ingenerare anche infondate aspettative.

Partendo dalla considerazione che “la rete non è solo un dispositivo tecnico da utilizzare, ma è un luogo antropologico da abitare”, emerge l’esigenza molto avvertita di autorevolezza e rigore nella comunicazione. Sarebbe superfluo, ancora una volta ricordare l’assoluta necessità di una comunicazione rigorosa per argomentazione, obiettiva e plurale: vale a dire non schierata e che non vada a privilegiare solo alcuni aspetti a discapito di altri, certamente non meno importanti. Per meglio dire, integralismi che si vanno a contrapporre a discapito della ricerca della verità, intesa come fine e fondamento della interdisciplinarietà in bioetica. Per il vero questo è argomento e dilemma antico. Per risolvere il quale, possiamo richiamare Aristotele: “dire di ciò che esiste che non esiste, o di ciò che non esiste che esiste, è falso, mentre dire di ciò che esiste che esiste, e di ciò che non esiste che non esiste, è vero” (La metafisica, IV, 7, 1011b).

Comunicare scienza. Comunicare vita” è tema pertinente solo tecniche e modalità? Certamente no. Vuole rappresentare un’occasione di confronto e di dialogo costruttivo non escludente, che inerisce il fondamento dell’integrazione tra saperi: prioritariamente tra scientifico-biomedico e antropologico-valoriale.

Detto in altri termini l’obiettivo è coniugare in maniera virtuosa sapere descrittivo-quantitativo (scienze biomediche) e sapere valutativo-normativo (etica), con riferimento fondativo all’uomo nella sua intangibile unitridimensionalità (corpo, psiche, spirito) e intrinseca dignità. Questo è argomento spesso divisivo ma di cui non si può disattendere la cogente attualità.

Detto con Charles Taylor che “la scienza nel suo progresso non riconosce alcun mistero, soltanto enigmi temporanei”, riformuliamo un interrogativo che lo stesso filosofo canadese, citando lo scrittore contemporaneo Douglas Hofstadter, riporta in una sua opera: “possiamo dare un’adeguata spiegazione dei fenomeni che descriviamo con un linguaggio alto (ad esempio le persone che provano un senso di meraviglia nei confronti dell’universo) interamente in termini di linguaggio basso (quello della scienza postgalileiana)?” (Avvenire. Agorà Idee; 01.04.2012; p.5)

L’interrogativo è una sfida coinvolgente. Una possibile risposta è individuabile sul tema della integrazione e complementarietà delle conoscenze che si fanno saperi comuni e condivisi. Proprio sul tema della complementarietà tra saperi umanistici e ricerca scientifica, spesso posti erroneamente in posizioni di contrapposizione e di reciproche incomprensioni o chiusure apodittiche, è opportuno richiamare il sociologo e filosofo Edgar Morin: “[…] occorre saper unire, connettere, combinare fonti del sapere che rimangono frammentate e separate. Con lo sviluppo della tecno-scienza e della società dell’informazione, diventa cruciale la sfida di quella che in varie occasioni ho chiamato la democrazia cognitiva. […] La cultura umanistica e scientifica hanno le medesime fonti storiche, obbediscono alle stesse regole fondamentali della dialogica argomentativa e della discussione critica, hanno lo stesso ideale etico della conoscenza della verità.” (Il Sole 24 Ore. Domenica; 15.04.2012; p.24).

Dalla democrazia cognitiva emerge poi, la necessità di colmare il gap culturale dato dall’asimmetria informativa, ovvero dalla disparità tra disponibilità di informazioni e comprensione delle stesse. Ancor più si sottolinea l’attualità culturale di una “info-etica” che dia la concreta possibilità di far conoscere la verità sull’uomo.

Queste, in sintesi, le motivazioni e le finalità di “Comunicare scienza. Comunicare vita” e per dirla con Alberto Contri “a dispetto delle sempre troppo facili mitizzazioni, la tecnologia e i nuovi media sono solo un mezzo, mentre quello che conta è il contenuto, la realtà che si comunica”. Direi: la verità globale che si comunica.

ZI12043018 – 30/04/2012

Contributo salesiano al “Documento condiviso” per la Catechesi in Italia

L’Istituto di Catechetica dell’UPS promuove per il prossimo sabato 5 maggio 2012, un Seminario di studio dal titolo: Contributo dalla tradizione pedagogica del mondo catechetico salesiano al Documento condiviso per la catechesi in Italia della CEDAC, come apporto alla riflessione in questo importante passaggio storico.

La Commissione Episcopale per la Dottrina, Annuncio e Catechesi (CEDAC) ha promosso nello scorso 28-30 novembre il seminario di studio: In ascolto per il discernimento, in vista di un “documento condiviso” che “aggiorni” il Documento Base (DB).

Le relazioni presentate e le successive sintesi elaborate dai tre relatori principali sono attualmente oggetto di studio dei membri della commissione episcopale. A più riprese, la CEDAC ha comunicato la sua volontà di mettersi “in ascolto” dei contributi che, a diverso titolo, le si vorranno far pervenire. Tra questi occupano un posto privilegiato i Convegni catechistici regionali che, a partire dall’aprile prossimo, impegneranno i vari Uffici Catechistici Diocesani.

L’obiettivo è quello di elaborare delle riflessioni da offrire alla CEDAC come contributo “salesiano” al «Documento condiviso» per la catechesi in Italia, mettendo in comune idee ed esperienze, a partire dalla sensibilità pedagogica, patrimonio comune del mondo salesiano.

Tra i temi di riflessione da riprendere ne risaltano tre:

La catechesi in Italia nell’orizzonte della nuova evangelizzazione (Luca Bressan);

Spunti per riorientare la catechesi: contenuti, linguaggi, strumenti e percorsi (Enzo Biemmi);

Catechisti: pluralità di figure, rinnovamento e formazione (Ubaldo Montisci).

Il Seminario ha come interlocutori privilegiati i catecheti della Famiglia Salesiana, SDB e FMA; ma anche coloro che operano a livello di coordinamento della pratica pastorale o sono responsabili dell’editoria.

Si ritiene utile convocare anche i docenti che collaborano nella proposta formativa dell’Istituto di Catechetica e dell’Auxilium e invitare al confronto i responsabili della catechesi a livello nazionale.

La giornata prevede l’apertura alle ore 9.00 con il saluto del Rettore prof. Carlo Nanni e del decano FSE prof. Francesco Casella, e l’introduzione di Guido Benzi, direttore dell’Ufficio Catechistico Nazionale.

E prevede tre momenti moderati dai professori José Luis Moral, Cettina  Cacciato, e Carmelo Sciuto.

Comunicare al tempo dei media digitali: spazio, tempo e relazione

All’avvicinarsi della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali  del 20 Maggio 2012, desideriamo condividere con voi un articolo sui processi della comunicazione digitale di Pier Cesare Rivoltella

Intervento di Pier Cesare Rivoltella dell’Università Cattolica (MI), tenuto al Seminario dei vescovi del Medio Oriente – patrocinato dal PCCS -, svoltosi in Libano dal 17 al 20, sul tema: “Comunicazione in Medio Oriente come strumento di evangelizzazione, di dialogo e di pace”. I temi affrontati dal Prof. Rivoltella sono:

1. I media digitali: un quadro socio-tecnico

2. Media, spazio pubblico e fuga dal privato

3. Una nuova etica del rapporto con il tempo

Riposo

Lentezza

Ripetizione

4. Dalla “vita sullo schermo” all’integrazione di comunicazione reale e virtuale

Scarica l’articolo integrale di Rivoltella

Valorizzare il merito degli insegnanti nelle scuole cattoliche

Seminario di studio       Roma, 5/5/2012

 

Presso: VICARIATO DI ROMA CASA BONUS PASTOR
VIA AURELIA 208—ROMA

 

Negli ultimi anni è sempre più dibattuto il tema del riconoscimento del merito del personale della scuola (ma anche di altre amministrazioni o organizzazioni private).

È innegabile che le capacità e le competenze individuali di chi opera in un sistema possano fare la differenza e garantire la qualità del servizio, definendo – nel bene o nel male – l’immagine della stessa organizzazione. Nel caso di servizi a forte caratterizzazione relazionale, come la scuola, non si possono considerare del tutto intercambiabili gli insegnanti, fissando come criterio di valutazione solo il possesso di titoli di studio e di abilitazione.

La professionalità è inscindibilmente legata alla persona e può variare anche molto, dalla semplice correttezza formale alla vera e propria eccellenza. Un nodo fondamentale è il riconoscimento materiale  del merito che ogni docente acquisisce nello svolgimento del proprio servizio: si può andare dall’incentivo economico alle differenziazioni di carriera. Se da un lato sembra superato l’automatismo dell’avanzamento legato alla sola anzianità di servizio, dall’altro la traduzione di un fattore prettamente qualitativo in termini quantitativi può produrre storture nel sistema inducendo ad applicare strumentalmente le regole solo in vista dei vantaggi economici e tradendo perciò le intenzioni originarie di valorizzazione della qualità.

La scuola cattolica è ancora più attenta al merito, cioè alla qualità, degli insegnanti, perché sono loro che realizzano quotidianamente il progetto educativo.

Tra aspetti giuridici e pedagogici, tra dimensione contrattuale e professionalità educativa, il Seminario intende offrire spunti e discutere idee per migliorare il servizio offerto e le condizioni di lavoro delle scuole cattoliche.

Al mattino il dibattito si confronterà sulle dimensioni “politiche” del problema, ponendo a confronto i maggiori rappresentanti istituzionali del settore. Al pomeriggio saranno alcuni pedagogisti a tracciare il profilo umano e professionale del docente di scuola cattolica.

Scarica Invito

Sito di riferimento: www.scuolacattolica.it

E-mail:csscuola@chiesacattolica.it

 

IV DOMENICA DI PASQUA Lectio – Anno B

Prima lettura: Atti 4,8-12

In quei giorni, Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: «Capi del popolo e an-ziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato.  Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati».

Il testo è il terzo discorso cristologico «di» Pietro negli Atti (cf. 2,14-36; 3,12-26). Egli sta parlando proprio negli atri del Tempio (portico di Salomone) dopo aver ridato, «nel nome di Gesù il Nazareno» la salute a uno storpio. Nonostante la sua fine ignominiosa sulla croce, Gesù è risuscitato dai morti.  Pietro e Giovanni si arrogavano un diritto, quello di parlare dentro il recinto sacro, che non avevano, facendo pure affermazioni false, almeno dubbie, sulla risurrezione di un condannato a morte. Per questo le autorità intervengono: «i sacerdoti, il capitano del tem-pio, i sadducei» (4,1). Questi ultimi fanno parte del partito dominante, ma intervengono soprattutto perché offesi nelle loro convinzioni dottrinali. Essi non ammettevano la risur-rezione dei morti (cf. At 23,8; Mt 22,23). I due apostoli sono messi in prigione e il processo è rimandato al giorno dopo, debbono rispondere del loro potere taumaturgico. In genere i prodigi si operavano in nome di Dio, ma ci si poteva avvalere anche di forze avverse a lui. Gesù era stato accusato di compiere i miracoli in virtù di Beelzebub; potevano essere im-postori anche i suoi discepoli.  La risposta di Pietro, forse meglio la prima apologetica cristiana, è apodittica; il loro po-tere viene da Gesù. Il «nome» è un ebraismo che sta per la persona. «Quell’uomo» (2,22) pertanto che essi avevano crocifisso è in grado di operare ancora; vuol dire che è tuttora vivo; è uscito dal regno dei morti; è passato nel mondo della vita, ossia di Dio. È infatti alla «sua destra» ed è «stato costituito Signore e Cristo», aveva affermato poco prima davanti al popolo (2,24,33,36).  Pietro e Giovanni sono, a detta delle stesse autorità, dei semplici «illetterati», non pos-sono conoscere segrete arti magiche, perciò la guarigione del paralitico non può non essere attribuita che a una potenza superiore che parte sempre da Dio. Questa era quindi una ri-prova delle rivendicazioni di Gesù. La sua sconfitta era stata solo apparente. Egli opera ancora nella storia anche se solo tramite i suoi discepoli.  Il coraggio dei due illetterati che polemizzano con le stesse autorità giudaiche è al di sopra di ogni supposizione. Occorre che gli interlocutori cambino il loro giudizio su Gesù di Nazaret: invece che un malfattore debbono considerarlo il loro salvatore. Egli solo è la pietra angolare su cui grava la nuova comunità dei credenti. Se non si accetta questo rife-rimento e questa subordinazione non si arriva a Dio.

Seconda lettura: 1 Giovanni 3,1-2

Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha cono-sciuto lui.  Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato an-cora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.

L’autore della I lettera di Giovanni richiama un aspetto essenziale dell’identità cristiana, la filiazione da Dio. Egli non è un teologo e ancor meno un filosofo bensì una guida spiri-tuale che deduce la «filiazione divina» del cristiano dalla comunione di vita e dall’identità di comportamento che riesce ad avere con il Signore.  La «conoscenza» di Dio, è detto al cap. 2,1, quindi il rapporto intimo con lui (senso bi-blico di conoscere), non dipende dalla comprensione della sua realtà ultima, ma dall’ade-guazione dei propri comportamenti con i suoi. È l’agire come Dio agisce — cioè con quella stessa rettitudine, santità, perfezione — che rivela la somiglianza, la «connaturalità» con lui. «Da questo sappiamo di conoscerlo (di amarlo), se osserviamo i suoi comandamenti» (2,3). E aggiunge: «Da ciò conosciamo di essere in lui» (2,5). Concludendo ribadisce: «Chi dice di dimorare in lui (in Dio) deve comportarsi come lui (Gesù Cristo) si è comportato» (2,5-6).  In fondo vivere cristianamente è ripercorrere fino alla perfezione il cammino di Gesù il quale in tutto ha cercato di attuare il volere del Padre. Ma il cristiano deve rimanere in comunione con Dio e in unione con Cristo non solo intenzionalmente ma realmente, fa-cendo propria la testimonianza di Cristo che è l’esplicitazione ultima della volontà di Dio. «Se voi conoscete che egli è giusto anche chi opera la giustizia è da lui (Dio) generato» (2,29).  È l’agire che rivela l’intima natura dell’uomo, in questo caso del cristiano. Se ci si com-porta come Dio che sa compiere solo il bene a tutti anche a quelli che non lo meritano, si da non solo a vedere ma realmente si dimostra che si hanno i suoi stessi sentimenti, la sua stessa bontà e santità. «Figlio di Dio» è un appellativo onorifico ma anche oneroso, poiché comporta una scelta operativa che deve mantenersi sulla stessa linea di quella di Dio. La filiazione è un dono di Dio ma è anche risposta dell’uomo che ha saputo accogliere le mo-zioni dello Spirito e si è lasciato guidare da esse nella sua vita.  Il cristiano che sa fare il bene a chi ne ha bisogno, sino ad amare pure chi lo odia, è vero figlio di Dio perché compie ciò che Dio stesso realizza nel corso del tempo e della storia.

Vangelo: Giovanni 10,11-18

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vi-ta per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; per-ché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo re-cinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi ri-prenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Esegesi

La pericope (Gv 10,11-18) illustra il comportamento di Gesù verso gli uomini. Esso si contrappone a quello delle guide giudaiche, ma l’evangelista pensa anche a quelle di certe comunità cristiane. Il confronto che compare altre volte nel libro (cf. 2,13ss; 8,31 ss) inizia al termine del capitolo IX.  Gesù sta parlando con un gruppo di farisei definiti ciechi non per nascita, ma volontari, perché, pur vedendo le opere che il Cristo compie, rifiutano di comprenderne la portata, come dimostra la reazione davanti al miracolo dell’uomo a cui è stata ridonata la vista (9,14). Non solo non vogliono vedere ma pretendono di imporre come verità la loro men-zogna. Ritorna il detto: gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce (3,19).  I dirigenti d’Israele sono guide cieche, ma più ancora sono «briganti e ladri» (10,1). Essi si sono introdotti nell’«atrio», (aulè), il recinto sacro, il tempio, non attraverso la porta, le-gittimamente quindi, ma fraudolentemente, peggio,  rubando e uccidendo le persone giu-ste e innocenti che vi si frapponevano. I ladri sono chiamati tali perché saltano i muri; il vero pastore passa attraverso la porta: è noto al portiere e alle pecore, può chiamarle e condurle al pascolo.  Affinché  non ci siano equivoci, l’evangelista scopre l’identità del pastore: «Io sono», proclama solennemente Gesù; ma non uno qualunque, bensì «il pastore per eccellenza» (ho kalòs). L’espressione dice di più di «buon pastore». Egli solo realizza l’oracolo di Ez 34,23 («Susciterò per loro un pastore che li pascerà, David mio servo; egli li condurrà al pascolo; sarà il loro pastore»). Il re-pastore che Israele attende è, nonostante le apparenze e la sua provenienza da un oscuro villaggio della Galilea (Gv 1,42), Gesù il nazareno.  Nella storia d’Israele si sono susseguiti molti pastori, forse anche buoni, ma nessuno merita tale appellativo quanto Gesù, perché nessuno ha svolto compiti pari ai suoi e so-prattutto con la dedizione eguale alla sua. La specificità del vero pastore è vivere e operare per il bene del gregge, non per la propria esaltazione o per interesse. In realtà il vero pa-store è a servizio delle pecore e non permette che queste siano a servizio della sua persona (cf. Ez 34,10). Il suo contrario è il mandriano che lavora per la mercede, senza affezione e nemmeno tanta attenzione alla sicurezza delle pecore, che pure ha in custodia.  Quelli che prima erano «guide cieche», «briganti e ladri», sono ora designati come «mercenari». Essi che uccidevano e distruggevano ora lasciano sbranare le pecore dai «lu-pi» che sono in fondo i loro alleati poiché compiono le loro stesse operazioni, disperdere le pecore invece che proteggerle.  Il ragionamento giovanneo avanza, com’è risaputo, per «circoli concentrici». L’evangeli-sta ha detto il suo pensiero fin dall’inizio del capitolo, ne ha enunciato il tema al v. 11 ; ma vi torna sopra ripetutamente aggiungendovi ulteriori precisazioni. Gesù è il pastore vero, ideale, perché assolve il suo mandato non tanto per dovere, quanto con dedizione e amore. Egli infatti ama le pecore che gli sono state affidate. Il verbo «conoscere» nel linguaggio biblico non è semplice percezione mentale, ma relazione affettiva e fattiva. È sinonimo di volontà di bene; è amare. «Nessuno conosce il padre se non il figlio», afferma Gesù nel comma giovanneo di Mt 11,27; nessuno cioè lo ama quanto lui ed è da lui riamato. Allo stesso modo Gesù dedica le sue energie, e alla fine la sua stessa vita, per le persone alle quali è stato inviato. Il rapporto che lo lega a Dio è lo stesso che lo porta agli uomini, per questo si tratta di un riferimento autentico, sincero, vero. «Quel giorno conoscerete, cioè sperimenterete, che io sono nel padre mio; voi in me ed io in voi», affermerà più avanti egli stesso (Gv 14,20). Con Dio non si può fingere quindi non ci può essere inganno nell’a-more di Gesù per l’uomo. Esso è senza limiti, senza restrizioni, totale, poiché non si arresta neanche davanti al pericolo della vita. Gesù infatti ha sostenuto la causa dei suoi «fratelli» (cf. Gv 20,17) contro il potere delle guide cieche, affrontando ladri e banditi con il rischio di rimanere vittima delle loro aggressioni.  Non solo. Il pericolo né l’ha fatto recedere dai suoi compiti, né ha ristretto l’ambito delle sue operazioni. Egli più che fermarsi alle pecore perdute della casa d’Israele (Mt 10,6), ri-volge i suoi messaggi e le sue attenzioni a tutti coloro che incontra nel suo cammino, den-tro e fuori i confini della Palestina. La sua luce si irradia su «ogni uomo» (Gv 1,6), non solo sugli israeliti. La comunità cristiana è senza frontiere, universale. I privilegi d’Israele sono caduti una volta per sempre. Il velo del tempio, direbbe Matteo, è stato strappato da capo a fondo e non può essere più ricucito (27,51).  I seguaci di Gesù, i nuovi credenti, provengono dalle fila del giudaismo, dall’interno del recinto sacro (atrio), ma anche dalle nazioni, poiché pure ad esse appartiene la salvezza. L’unità di tutti i credenti non sarà più fondata sulla dipendenza a istituti o istituzioni sa-cre, ma dalla comunione che gli uomini avranno tra di loro e con Cristo. La «voce» di Gesùche tutti egualmente ascolteranno si identifica innanzitutto con le sue proposte, ma anche con il calore con cui le comunica, l’amore con cui le accompagna. Coloro che l’ascoltano ne rimarranno per questo conquistati e coinvolti, diventando suoi discepoli. L’ultima ripresa del discorso, il «circolo» conclusivo, allarga ancora una volta il tema iniziale. Gesù è stato investito dallo Spirito di Dio per una missione tra gli uomini (Gv 1,32), in concreto ha avvertito in sé i riflessi che l’amore di Dio ha per le sue creature predi-lette e gli ha dato piena accoglienza, non tanto per la sua realizzazione o glorificazione, quanto per il loro bene. Il dare se stesso è perdere la propria vita, ma non è perdersi, poi-ché la vita data per amore diventa un guadagno (cf. Fil 1,21; 3,7), un ricupero centuplicato di quanto si è dato (Mt 19,29).  L’amore è libera donazione. Per questo ciò che Gesù ha compiuto è frutto di una sua personale decisione; nessuno l’ha obbligato, tanto meno costretto; ha fatto solo quello che lo Spirito gli ha suggerito e quello che lui ha «liberamente» voluto. L’amore di Dio è stato liberamente accolto e liberamente sono state accettate le sue richieste. Per questo l’opera diGesù è stata una risposta di amore.

Meditazione

La comunità ecclesiale dedica questa quarta domenica di Pasqua, chiamata del Buon Pastore, alla preghiera e alla riflessione per le vocazioni sacerdotali e religiose. Al centro della liturgia della Parola c’è l’appassionato, discorso ove Gesù, in piena polemica con la classe dirigente d’Israele, si presenta come il «buon pastore», ossia come colui che racco-glie e guida le pecore sino ad offrire la sua stessa vita. E aggiunge: «chi non offre la vita per le pecore non è pastore bensì mercenario». In effetti, l’opposizione tra il pastore e il mercenario nasce proprio da questa motivazione: il pastore svolge la sua opera per amore, rinunciando al proprio interesse anche a costo della vita, mentre il mercenario lo fa per in-teresse personale e per denaro, ed è quindi logico che nel momento del pericolo abban-doni le pecore al loro destino. L’evangelista indica il pericolo con l’immagine del lupo che «rapisce e disperde» le pecore. È una sferzata durissima ai farisei, accusati di «pascere se stessi… e non il gregge» (Ez 34,2), mentre egli è venuto per «raccogliere in unità i figli di-spersi» (Gv 11,52).A guardare bene, l’opera del lupo è congeniale all’atteggiamento del mercenario. Ad ambedue, infatti, interessa solo il proprio tornaconto, la propria soddisfazione, il proprio guadagno e non quello delle pecore; si realizza così una alleanza di fatto tra l’interesse per sé e il disinteresse per gli altri. Ne viene fuori una sorta di diabolica congiura degli indiffe-renti e degli egoisti contro i più deboli e gli indifesi. Se pensiamo all’enorme numero di persone che hanno smarrito il senso della vita e vagano senza meta alcuna, se guardiamo i milioni di profughi che abbandonano le loro terre e i loro affetti in cerca di una vita mi-gliore senza che nessuno se ne preoccupi, se osserviamo lo sbandamento dei giovani in cerca della felicità senza che ci sia chi gliela indichi, dobbiamo purtroppo constatare la tri-ste e crudele alleanza tra i lupi e i mercenari, tra gli indifferenti e coloro che cercano solo di trar-re vantaggi personali da tali sbandamenti. Scrive il profeta Ezechiele: «le mie pecore si disperdono su tutto il territorio del paese e nessuno va in cerca di loro e se ne cura» (Ez 34,6).Viene il Signore Gesù e con autorità grande afferma: «Io sono il buon pastore, o dò la vita per le mie pecore». Non solo lo ha detto. Lo ha anche mostrato con i fatti, particolar-mente nei giorni della Settimana Santa, quando ha amato i suoi fino alla fine, fino all’effu-sio¬ne del sangue. Finalmente è arrivato in mezzo agli uomini chi spezza la triste e amara alleanza tra il lupo e il mercenario, tra l’interesse per sé e il disinteresse per gli altri, e fi-nalmente chi ha bisogno di conforto e di aiuto sa dove rivolgersi, sa dove bussare, sa dove muovere i suoi occhi e il suo cuore. Gesù stesso lo disse: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 32). Tutto il Vangelo, in fondo, non parla d’altro che di questo legame tra folle disperate, abbandonate, sfinite, senza pastore e Gesù che si commuove per loro. «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova?» (Lc 15,4), dice il Signore. Si attribuisce a San Carlo Borromeo la frase: «per salvare un’anima, anche una sola, andrei sino all’infer-no». Questo è l’animo del pastore: andare sino all’inferno, sino al punto più profondo, sino al limite più basso, per salvare una persona. Si può comprendere anche in questa prospet-tiva la «discesa agli inferi» di Gesù nel Sabato Santo. Neppure da morto, potremmo dire, Gesù si è fermato a pensare a se stesso; ma come buon pastore è andato a cercare chi era perduto, chi era ed è dimenticato, chi era ed è negli inferni di questo mondo che il male e gli uomini hanno creato.Il Vangelo sembra dire che o si è pastori in questo modo o altri¬menti non si può che es-sere mercenari. È vero, solo Gesù è «buon pastore»: o si somiglia a lui o si tradisce la sua stessa missione. Sappiamo bene di essere inadeguati, ed è il suo Spirito effuso nei nostri cuori che ci trasforma perché «abbiamo in noi gli stessi senti¬menti che furono in Cristo Ge-sù» (Fil 2, 5). L’odierna pagina evange¬lica — come questa domenica suggerisce — si appli-ca anzitutto a coloro che hanno responsabilità «pastorali» nella Chiesa, in particolare ai ve-scovi e ai sacerdoti. Ed è sommamente opportuno; è anzi doveroso pregare, e non solo og-gi, perché i «pastori» somiglino sempre più a Gesù, vero ed unico «buon pastore». Ed è anche urgente intensificare la nostra preghiera perché il Signore doni alla sua Chiesa gio-vani che ascoltino l’invito ad essere «pastori» secondo il suo cuore, secondo la sua stessa passione d’amore.Ogni comunità cristiana è chiamata a guardare l’abbondanza della «messe» e la scarsità degli «operai». Fa parte della sua preoccupazione più intensa. C’è tuttavia una responsabi-lità «pastorale» che appartiene a tutti i credenti. Ogni discepolo, infatti, è nello stesso tem-po membro del gregge del Signore ma, a suo modo, anche «pastore», ossia respon¬sabile dei fratelli, delle sorelle e del prossimo. In tante altre pagine della Scrittura emerge questa responsabilità «pastorale» di ogni creden¬te. Alle origini dell’umanità Dio chiese conto a Caino di suo fratello, e non fu certo esemplare la risposta: «Son forse io custode di mio fra-tel¬lo?». Sì, Caino era il custode (in questo senso si può dire che era il «pastore») di Abele. Così ogni credente deve esserlo per il suo prossi¬mo. Salga a Dio la preghiera perché nella comunità cristiana ci sia chi ascolti la chiamata del Signore a servire la Chiesa nel ministe-ro ordina¬to. È da questo terreno pieno di «pastoralità» che possono nascere «pastori» per l’oggi. Una comunità appassionata genera pastori. Il buon pastore, infatti, non è un eroe; è uno che ama; e l’amore porta là dove neppure sogneremmo di arrivare.L’amore sostiene il «buon pastore» e lo sottrae dalla logica del mer¬cato e dalle trame fredde dell’interesse individuale. Questo amore ci fa uscire dalle nostre chiusure, dalle no-stre abitudini pigre, dai nostri recinti, e ci inserisce nelle preoccupazioni stesse del Signore: «Ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore». L’amore di Dio intenerisce il cuore: ci fa commuovere su coloro che vagano nella nostra città in cerca di un approdo, su quelli che non sanno ove trovare conforto, sui milioni e milioni di disperati che coprono la faccia della terra, su quell’uomo o quella donna vicina o lontana che aspetta consolazione e non la trova. Scrive Matteo: «Gesù vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore che non hanno pastore». E aggiunge subito l’e-vangelista: «Allora disse ai suoi discepoli: pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe» (Mt 9,36-37). Tutta la comunità cristiana è unita al Signore Gesù che si commuove ancora sulle folle di questo mondo. E con lui prega perché non manchino gli operai per la vigna del Signore. Ma nello stesso tempo, ogni credente, davan-ti a Dio e davanti «ai campi che già biondeggiano per la mietitura» (Gv 4,35) deve dire con il profeta: «Ecco, Signore, manda me!» (Is 6,8).

Preghiere e racconti

Solo in Dio e solo a partire da Dio si conosce veramente l’uomo

«Ascoltiamo ancora una volta la frase decisiva: «Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e of-fro la vita per le pecore» (10,14s). In questa frase c’è ancora una seconda interrelazione di cui dobbiamo tenere conto. La conoscenza reciproca tra il Padre e il Figlio si intreccia con la conoscenza reciproca tra il pastore e le pecore. La conoscenza che lega Gesù ai suoi si trova all’interno della sua unione conoscitiva con il Padre. I suoi sono intessuti nel dialogo trinitario; lo vedremo di nuovo riflettendo sulla preghiera sacerdotale di Gesù. Allora po-tremo capire che la Chiesa e la Trinità sono intrecciate tra loro. Questa compenetrazione di due livelli del conoscere è molto importante per capire la natura della «conoscenza» di cui parla il Vangelo di Giovanni.Applicando tutto al nostro orizzonte di vita, possiamo dire: solo in Dio e solo a partire da Dio si conosce veramente l’uomo. Un conoscersi che limita l’uomo alla dimensione em-pirica e afferrabile non raggiunge affatto la vera profondità dell’uomo. L’uomo conosce se stesso soltanto se impara a capirsi partendo da Dio, e conosce l’altro soltanto se scorge in lui il mistero di Dio. Per il pastore al servizio di Gesù ciò significa che egli non deve legare gli uomini a sé, al suo piccolo io.La conoscenza reciproca che lo lega alle «pecore» a lui affidate deve mirare a introdursi a vicenda in Dio, a dirigersi verso di Lui; deve pertanto essere un ritrovarsi nella comu-nione della conoscenza e dell’amore di Dio. Il pastore al servizio di Gesù deve sempre condurre al di là di se stesso affinché l’altro trovi tutta la sua libertà; per questo anche egli stesso deve sempre andare al di là di se stesso verso l’unione con Gesù e con il Dio trinita-rio.L’Io proprio di Gesù è sempre aperto al Padre, in intima comunione con Lui; Egli non è mai solo, ma esiste nel riceversi e ridonarsi al Padre. «La mia dottrina non è mia», il suo Io è l’Io aperto verso la Trinità.Chi lo conosce «vede» il Padre, entra in questa sua comunione con il Padre. Proprio questo superamento dialogico presente nell’incontro con Gesù ci mostra di nuovo il vero pastore, che non si impossessa di noi, bensì ci conduce verso la libertà del nostro essere portandoci dentro la comunione con Dio e dando Egli stesso la sua vita».

(Joseph RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Città del Vaticano/Milano, Libreria Editrice Vaticana/Rizzoli, 2007, 326-328).

Gesù, il buon pastore

Chi è Gesù? Gesù è il buon pastore. Siamo invitati dallo stesso Signore a pensarlo così: una figura estremamente amabile, dolce, vicina. E noi possiamo attribuire soltanto al Si-gnore l’esprimersi con bontà infinita. Presentandosi in tale aspetto, egli ripete l’invito del pastore: disegna cioè un rapporto che sa di tenerezza e di prodigio. Conosce le sue peco-relle, e le chiama per nome. Poiché noi siamo del suo gregge, è agevole la possibilità di corrispondenza che antecede il nostro stesso ricorso a lui.Egli ci conosce e ci nomina; si avvicina a ciascuno di noi e desidera farci pervenire a una relazione affettuosa, filiale con lui. La bontà del Signore si palesa qui in maniera su-blime, ineffabile […].Il Cristo che portiamo all’umanità è il «Figlio dell’uomo», come lui stesso si è chiamato. È il primogenito, il prototipo della nuova umanità, è il Fratello, il Compagno, l’Amico per eccellenza. Solo di lui si può dire con piena verità che «conosceva tutto quanto c’è nell’uo-mo» (Gv 2,25). È l’inviato da Dio, non per condannare il mondo, ma per salvarlo. È il buon pastore dell’umanità. Non c’è valore umano che non abbia rispettato, innalzato e riscattato. Non c’è sofferenza umana che non abbia compresa, condivisa e valorizzata. Non c’è biso-gno umano – fatta eccezione delle imperfezioni umane – che non abbia assunto e provato lui stesso e proposto alla inventiva e alla generosità degli altri uomini come oggetto della loro sollecitudine e del loro amore, per così dire come condizione della loro salvezza.

(PAOLO VI, Discorso del 28 aprile 1968).

Il Pastore ucciso come pecora

Volgiamo gli occhi al nostro pastore, il Cristo. Vediamo il suo amore che con la sua mi-tezza vince l’indolenza delle pecore. Gioisce delle pecore che lo circondano, cerca quelle che si smarriscono. Non rifiuta di percorrere monti e foreste, attraversa precipizi, è accanto a quella che vagabonda e se la trova affaticata, non la odia a motivo del suo comportamen-to, ma è mosso a compassione dal suo patire e, presala sulle spalle, cura la fatica della pe-cora con la propria fatica. E gioisce della propria fatica, perché ha trovato le pecore e gua-risce le loro fatiche. «Chi se ha cento pecore e ne ha perduta una, non lascia le novantano-ve nel deserto e non va a cercare la perduta finché la trova?» (Lc 15,4). La perdita di una sola pecora turba la gioia di quelle al sicuro, e la tristezza di una sola minaccia la gioia di tutte. […] Ma se il pastore «la trova, la prende sulle sue spalle con gioia» (Gv 10,11) «ed, en-trato nella casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta” (Lc 15,6)». […]  «Io sono il buon pastore. Il buon pastore depone la propria vita per le pecore» (Gv 10,11). Pilato ha visto questo pastore, gli ebrei lo hanno visto, condotto alla croce per il suo gregge, come annunciava il coro dei profeti: «Come un agnello è condotto al macello, co-me pecora muta davanti ai tosatori, non ha aperto la sua bocca» (Is 53,7). Il Pastore è ucciso come pecora per le pecore, non oppone resistenza al patire, non fugge il giudizio, non re-spinge quelli che lo mettono in croce. Non ha subito la passione, ma volontariamente ha accolto la morte per le pecore. «Ho il potere di dare la mia vita e di riprenderla di nuovo» (Gv 10,18). Distrugge la passione con la sua passione, la morte con la sua morte; con la sua tomba apre le tombe, smuove i chiavistelli degli inferi. La morte ha potere fino a quando Cristo ha accolto la morte; fino ad allora i sepolcri sono chiusi pesantemente e la prigionia non ha soluzione, fino a quando il Pastore scende e annuncia alle pecore in potere della morte la liberazione. Appare agli inferi e dà l’ordine di uscire. Appare e rinnova l’appello alla vita. «Il buon pastore dà la vita per le pecore»; così cerca di essere amato dalle pecore. Ama Cristo chi ascolta attentamente la sua voce.

(BASILIO DI SELEUCIA, Omelia 26, PG 85,304A-308A)

Il prete piccolo e grande

Un prete dev’essere contemporaneamente piccolo e grande,

nobile di spirito come di sangue reale,

semplice e naturale come di ceppo contadino,

una sorgente di santificazione,

un peccatore che Dio ha perdonato,

un servitore per i timidi e i deboli,

che non s’abbassa davanti ai potenti ma si curva davanti ai poveri,

discepolo del suo Signore,

capo del suo gregge,

un mendicante dalle mani largamente aperte,

una madre per confortare i malati,

con la saggezza dell’età e la fiducia d’un bambino,

teso verso l’alto,

i piedi sulla terra,

fatto per la gioia,

esperto del soffrire,

lontano da ogni invidia,

lungimirante,

che parla con franchezza,

un amico della pace,

un nemico dell’inerzia,

fedele per sempre…

Così differente da me!

(Anonimo)

Salmo 23

O Dio,

che hai regalato al mondo e alle chiese tanti buoni pastori, tante donne e tanti uomini che vivono la loro funzione come servizio di amore, noi Ti ringraziamo per la testimonian-za che ci hai dato mediante Gesù, il buon pastore.

Ma, soprattutto, noi ci rivolgiamo a Te sapendo che le Scritture fanno di Te non solo il pastore buono ed amorevole, ma l’unico pastore a cui possiamo affidare le nostre esisten-ze. Così ti preghiamo:

Il Signore è il mio pastore:

non manco di nulla;

su pascoli erbosi mi fa riposare

ad acque tranquille mi conduce.

Mi rinfranca,

mi guida per il giusto cammino,per amore del suo nome.

Se dovessi camminare in una valle oscura,

non temerei alcun male,perché tu sei con me.

Il tuo bastone e il tuo vincastro

mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa

sotto gli occhi dei miei nemici;

cospargi di olio il mio capo.

Il mio calice trabocca.

Felicità e grazia mi saranno compagne

tutti i giorni della mia vita,

e abiterò nella casa del Signore

per lunghissimi anni.

Grande è il tuo amore, o Dio!

Tu vuoi aver bisogno di uomini

per farti conoscere agli uomini,

e così leghi la tua azione e la tua parola divine

all’agire e al parlare di persone

né perfette né migliori degli altri.

Grande è il tuo amore, o Dio!

Non hai timore della nostra fragilità

e neppure del nostro peccato: l’hai fatto tuo,

perché fosse nostra la tua vita

che guarisce ogni male.

Grande è il tuo amore, o Dio!

Ancora rinnovi la tua alleanza

grazie a chi tra noi spezza il Pane di vita,

a chi pronuncia le parole del perdono,

a chi fa risuonare annunci di vangelo,

a chi si fa servo dei fratelli,

testimoni del tuo amore infinito

che rendono visibile il Regno.

Ti preghiamo, o Dio: fa’ che queste persone

non vengano mai meno!

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

– Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006- .- La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

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COMUNITÀ DI S. EGIDIO, La Parola e la storia. Tempo di Quaresima e Pasqua, Milano, Vita e Pensiero, 2012.-

J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. II: Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.

– COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

– C.M. MARTINI (card.), Incontro al Signore risorto, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.

– J.M. NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Bre-scia, Queriniana, 2003.

PASQUA IV DOMENICA DI PASQUA (B)

 

Auguri Italia.. con una lezione di cittadinanza!

In occasione della festa della Liberazione un piccolo contributo educativo…

CITTADINI DEL MONDO… CHI, NOI???

Prima ora di lezione nel Liceo Marcovaldo di Guidaldo. Il professore di storia annuncia con voce solenne:

Ragazzi e ragazze, tra pochi giorni ricorrerà nel nostro Paese la Festa della Liberazione. Infatti, come ogni anno il 25 aprile si ricorda un momento importante nel cammino verso la nascita della Repubblica Italiana: la fine dell’occupazione nazifascista al termine della Seconda Guerra mondiale, nel 1945.

Tra il 2 e il 3 giugno del 1946, appena un anno dopo, il popolo italiano fu chiamato a votare per scegliere tra due forme di governo: monarchia e repubblica. Gli italiani espressero il proprio voto e fu così che il 2 giugno venne scelto come festa della nazione, della sua nascita come Repubblica, appunto.

Marco, dal secondo banco, con la mano alzata: Professore potrei chiedere se qualche compagno ha una matita in più?

Una smorfia di delusione incupisce il volto del povero professore, che replica: Marco…Ragazzi. Ditemi un po’: ma voi siete o non siete cittadini italiani?

Melissa: In che senso prof?… Simone: Lo saremo quando avremo compiuto 18 anni e potremo votare!

Dall’ultimo banco sale con sarcasmo un commento: Che fortuna!

In quel momento il prof si rende conto che forse, con quei ragazzi, è necessario approfondire la questione: essere cittadini, ragazzi, significa anche riconoscere che siamo accomunati da una storia che è stata scritta da chi ci ha preceduto; che la libertà di poterci esprimere e il riconoscimento  dell’uguaglianza di ogni essere umano sono frutto di sacrificio e lotte che altri uomini prima di noi hanno affrontato e vinto.

Ma non dobbiamo scordare che dalla libertà deriva una grande responsabilità per noi!

Alessio: No! Prof anche tu hai visto Spider Man? Ricordi la battuta: Da un grande potere derivano grandi responsabilità?

Il professore, tra le risate generali: Dicevo qualcosa di simile Alessio! Un buon cittadino è colui che si prende cura dei luoghi che vive, che riconosce il valore della vita, la propria e l’altrui, che lotta nel quotidiano per costruire pace e giustizia. Un buon cittadino è colui che si interessa del bene comune… sapete cos’è?

Elisa: quando non penso solo a quello che è buono per me, ma a quello che “fa bene” anche a chi mi sta intorno!

Il prof: Molto bene Elisa! Anche a voi ragazzi è chiesto di impegnarvi per il bene comune e, forse, molti di voi già lo fanno.

Voi fate il “bene comune” in famiglia: quando siete disposti ad aiutare chi ne ha bisogno o quando cercate di trovare una soluzione ai problemi con il dialogo, piuttosto che con la prepotenza. Il bene comune lo fate a scuola quando studiate per diventare sempre più competenti e scegliete di investire tutti i vostri talenti, perché siano utili alla società. Lo fate quando accogliete un compagno straniero facendolo sentire a casa. Il bene comune lo fate quando rispettate l’ambiente, mantenendo puliti i luoghi in cui trascorrete il pomeriggio tra amici, quando fate attenzione a non tenere l’acqua aperta inutilmente o la lampadina della vostra stanza accesa per ore se non ci siete. E potete farlo in altri mille modi e occasioni.

Alessandro: Quindi prof tutta la storia sul 25 aprile e il 2 giugno che c’entra?

Il prof: Scoprire il passato e la storia di un popolo è un po’ come ricordare quando si era piccoli: ci aiuta a capire chi siamo, che passi abbiamo fatto nel tempo. Così guardando alle pagine che sono state già scritte arriviamo ad un punto in cui la pagina diventa bianca, in cima è scritto solo “ora tocca a te!”. Sì, tocca a te scrivere nuove pagine e ogni singolo giorno che ti viene donato è l’occasione  di lasciare il segno nel mondo in cui vivi, un segno che lo renda migliore di com’è: anche questo vuol dire essere cittadini!

                                                                                              I giovani della diocesi di Anagni-Alatri

 

Presbiteri e sposi sorgente di fecondità educativa per la Comunità Cristiana

Promossa dall’Ufficio Nazionale per la pastorale della famiglia della CEI

si terrà a Nocera Umbra dal 27 aprile al 1 maggio 2012 la XIV Settimana nazionale di Studi sulla spiritualità coniugale e familiare dal titolo: “Presbiteri e sposi sorgente di fecondità educativa per la Comunità Cristiana”.

Dopo un primo anno (2009) dedicato al tema «La famiglia cuore della vocazione – Chiamati e custoditi dall’amore», in questo secondo anno centrato sullo stesso tema ma evidenziando la sottolineatura «Inviati ad amare» si cercherà  di capire come si concretizza e si evolve la chiamata all’amore nelle varie vocazioni e la risposta nelle diverse condizioni di vita. Si cercherà  anche di cogliere il legame tra «vocazione» e «progetto di vita».

Una particolare attenzione si presterà  alla vocazione al matrimonio cristiano e alla famiglia, ambiente del discernimento e del primo accompagnamento anche delle altre vocazioni.

Tra i relatori presenti S. E. Mons. Giuseppe Anfossi, Vescovo di Aosta e Presidente della Commissione Episcopale famiglia e vita, Don Paolo Gentili, Direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della famiglia, Don Nico Dal Molin, Direttore del Centro Nazionale Vocazioni.

La settimana del 2011 è procrastinata al 2012 per dare la possibilità a coloro che lo desiderano di partecipare  il 1 Maggio alla Beatificazione di Giovanni Paolo II, che si svolgerà a Roma.

I moduli di iscrizione alla settimana sono a disposizione nel sito www.chiesacattolica.it/famiglia.

SCARICA il Programma

 

Si segnala un articolo in merito al tema:


 

Spunti dal convegno di aggiornamento per gli insegnanti di religione…

L’Istituto di Catechetica della Facoltà di Scienze dell’Educazione dell’Università Salesiana di Roma ha promosso un incontro di due giorni con gli Insegnanti di religione di ogni ordine e grado lo scorso 23-25 marzo con sede l’Istituto Salesiano S. Cuore in Via Marsala 42.

La riflessione dell’Istituto di Catechetica ha messo al centro del dibattito il tema delle competenze e dei profili che fermenta la Scuola attuale  promuovendo, nella pedagogia specifica ermeneutica, alcune indicazioni applicative per l’intervento educativo del Docente di Religione Cattolica ed una precisa definizione per ciascuna delle discipline in oggetto.

Programma Convegno 2012

Copertina Convegno 2012


Vi proponiamo i materiali relativi agli interventi:

Sabato, 24

Prof. Michele Pellerey.

Traguardi per lo sviluppo e profili di competenza nella scuola attuale     clicca su: Pellerey

Prof. Cesare Bissoli.

Le competenze per l’IRC: Le indicazioni CEI       clicca su: Bissoli

Prof. Sergio Cicatelli.

“Profili degli studenti e competenze prodotte dall’IRC”       clicca su: Cicatelli

Prof. Wierzbicki Miroslaw.

Competenza nel contesto europeo      clicca su: MIROSLAW

Prof. Corrado Pastore.

La competenza nell’IRC e l’uso delle fonti bibliche       clicca su: Pastore

Domenica 25

Prof. Zelindo Trenti.

Il linguaggio religioso alla  base della competenza professionale    clicca su: trenti

Prof. Roberto Romio.

Traguardi di sviluppo e profili nell’apprendimento: Dimensione didattico-sperimentale   della competenza       clicca su: ROMIO

Ancora…

Esercitazioni pedagogico-didattiche sulle competenze nell’Irc   clicca su: Astuto-Carnevale-Cursio


L’abbandono e la dispersione scolastica… riflessioni da un convegno

L’abbandono e la dispersione scolastica sono stati al centro del convegno nazionale del Msac (Movimento studenti di Azione Cattolica), “Se mi lasci non vale”, che si è tenuto a Napoli dal 20 al 22 aprile.

L’obiettivo del “Mo.Ca” (il Movimento in cantiere) è stato “indagare le cause ma, soprattutto, elaborare idee per una scuola che sia vera palestra di vita, che insegni ad amare la cultura e dia senso e sapore allo studio dei più giovani”.

Tempi tristi. Con Franco Venturella, provveditore di Vicenza, è stato analizzato il tema della “Scuola che perde”. Ma quali sono i punti deboli del nostro sistema di istruzione? Per Venturella, “la scuola perde quando non la sentiamo inserita nel nostro progetto di vita, quando non educa al rispetto degli altri e delle istituzioni, quando si chiude nel nozionismo, ritenendo la cultura qualcosa di effimero”. Quando la scuola non riesce ad appassionare i giovani, i risultati si vedono. Così a Speranzina Ferraro, della Direzione generale per lo studente del Miur (ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), è toccato offrire qualche dato sull’abbandono e sulla dispersione scolastica. Innanzitutto, ha precisato Ferraro, “in Italia il concetto di dispersione scolastica racchiude diversi fenomeni”, mentre “l’abbandono scolastico fa riferimento a tutte le forme di abbandono dell’istruzione e della formazione prima del completamento dell’istruzione secondaria superiore o dei circuiti di formazione professionale”. Ferraro ha ricordato che “nel giugno 2002 il Consiglio Ue ha adottato la strategia ‘Europa 2020’. Uno dei 5 grandi obiettivi è la riduzione, entro il 2020, del tasso di abbandono scolastico nell’Ue a meno del 10%”. In questo tempo “ci sono stati progressi, mentre in Europa il tasso medio è del 14%, in Italia è del 19,2%. Il numero in termini assoluti di giovani di età compresa tra i 14 e i 18 anni che abbandonano la scuola è di circa 190–200 mila”. La maglia nera per il numero di studenti che nell’anno scolastico 2006/2007 hanno abbandonato gli studi va alla Campania: “Sono più di 7.000 studenti. Subito dopo segue la Sicilia con 6.000 abbandoni, poi la Puglia, seguita da Lombardia e Sardegna”. Un momento centrale della seconda giornata è stato il confronto dei partecipanti con Marco Rossi Doria, sottosegretario al ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

I risultati dei laboratori.  Nell’ultima giornata dei lavori è stata presentata la sintesi dei lavori dei laboratori, centrati su tre temi: cultura della valutazione, orientamento e scuole aperte. Per quanto riguarda il primo, spiega al Sir Elena Poser, segretaria nazionale del Msac, “talvolta un brutto voto o una valutazione data con leggerezza possono cambiare la vita degli studenti, tanto da compiere persino atti sconsiderati”. In realtà, “la valutazione dovrebbe analizzare le conoscenze, le competenze ma anche prendere in considerazione il punto di partenza e il punto di arrivo di ogni studente”. Inoltre, occorrerebbe “dare maggior peso ai crediti formativi e imporre una scala di valutazione da 1 a 10 per poter far sì che scattino realmente gli scaglioni per l’acquisizione dei crediti”. Ci dovrebbe essere, poi, “un’esplicitazione dei criteri sulla base dei quali si è valutati”. Rispetto al tema dell’orientamento, sono stati sottolineati alcuni aspetti: in entrata, la necessità di “un percorso di diversi incontri suddivisi in fasi”, “l’aiutare i ragazzi a far discernimento, “l’accompagnamento in itinere, nei primi anni di superiori”; in uscita, “incontri-testimonianze con studenti e lavoratori”, “esperienze concrete”, “informazione a 360°” per una scelta consapevole. Infine, il laboratorio sulle scuole aperte, ha messo in evidenza che questo tipo di progetto “per i genitori deve servire a sensibilizzare per incoraggiare sempre i propri figli” e “per gli studenti farli sentire cittadini responsabili e coltivare i propri sogni”. Tra le proposte concrete emerse, ci sono “attività per educazione alla cittadinanza, educazione alla conoscenza del territorio, valorizzazione delle strutture e degli strumenti delle scuole”, “punti d’incontro tra genitori e docenti per creare confronto e formare una vera comunità scolastica”.

Esperienze sul territorio. Sempre domenica 22 aprile c’è stata la presentazione dei maestri di strada e del consorzio “Agrorinasce”. “Con loro – racconta Poser – abbiamo fatto conoscenza con realtà che ogni giorno si occupano di lotta alla dispersione scolastica e alla legalità nelle scuole. Ai nostri ospiti abbiamo provato a chiedere gli ingredienti di una ricetta per la realizzazione di progetti che possano davvero permettere al territorio e alle scuole di crescere”. Fra le altre cose, continua la segretaria nazionale del Msac, “ci hanno detto che sicuramente è essenziale fare un’analisi oggettiva del territorio dove si abita e dove si vuole operare, dopo di che è utile mettere in rete diversi soggetti (associazioni, enti locali…) che possano lavorare insieme. Hanno, però, anche evidenziato come un limite rilevante per lo sviluppo di tali progetti sia, soprattutto oggi, il reperimento di fondi e risorse perché questi progetti possano essere realmente realizzati oltre alla visibilità che a questi viene attribuita”.

Articolo del 23 Aprile 2012