Al Life-day è “uno di noi”

Per ricordare l’anniversario della legge 194, per festeggiare i vincitori del Concorso scolastico europeo, per lanciare l’iniziativa cittadina che parlerà al cuore dell’Europa, ieri 20 maggio nell’aula Paolo VI si è svolta l’iniziativa “Life-day”in Vaticano.

“Uno di noi” è il titolo della manifestazione che coincide con il titolo della “iniziativa cittadina”. Ma il senso del titolo è reso più esplicito dal l’esortazione di Giovanni Paolo II, proposta come argomento per il 25° Concorso europeo: “L’Europa di domani è nelle vostre mani. Non vi spaventi la difficoltà del compito. Voi lavorate per restituire all’Europa la sua vera dignità: quella di essere il luogo dove la persona, ogni persona, è accolta nella sua incomparabile dignità”.

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È uno di noi
Movimento per la Vita: l’incontro oggi in Aula Paolo VI
Un incoraggiamento “ad essere sempre testimoni e costruttori della cultura della vita”. Lo ha rivolto, stamattina al Regina Caeli, Benedetto XVI, rivolgendo un “cordiale saluto alle migliaia di aderenti al Movimento per la vita italiano”, riuniti nell’Aula Paolo VI e in Piazza San Pietro per il LifeDay. Sono stati in 18mila, da tutta Italia, a voler manifestare la scelta di difendere la vita, fin dal concepimento. Durante l’incontro c’è stata anche la premiazione del XXV concorso scolastico europeo “L’Europa di domani è nelle vostre mani” ed è stata lanciata l’iniziativa cittadina europea “Uno di noi”. A conclusione, il presidente del Movimento per la vita, Carlo Casini, ha annunciato che il LifeDay “si svolgerà nuovamente nel maggio del 2013”.

L’attentato e il terremoto. L’attentato alla scuola di Brindisi che ha provocato la morte di Melissa e il ferimento di altre cinque ragazze e il terremoto che nella notte ha mietuto sei vittime nella Val Padana sono stati al centro della riflessione e della preghiera del LifeDay che si è svolto questa mattina in Vaticano. Erano numerosissimi i giovani provenienti dalla Puglia e dalle Regioni padane tra i vincitori del Concorso scolastico europeo che sono stati premiati nell’aula Paolo VI. Gli studenti pugliesi hanno voluto ricordare la giovane uccisa a Brindisi con uno striscione che hanno portato anche in piazza San Pietro al Regina Coeli del Papa. I giovani che hanno partecipato a queste 25 edizioni del Concorso scolastico europeo organizzato dal Movimento per la vita sono stati oltre un milione. Di questi più di ottomila sono stati premiati con una settimana premio a Strasburgo, cuore dell’Europa unitaria. I vincitori di quest’anno sono stati 253: alla proclamazione di questa mattina seguirà il viaggio, sempre a Strasburgo, in autunno.

Non rassegnarsi mai. “Oggi vogliamo chiamarti ‘uno di noi’ – ha detto idealmente Casini a un essere umano concepito -, qualcuno che ci appartiene perché è un figlio, qualcuno che è proprio come noi perché ciascuno di noi siamo stati esattamente come lui. Poiché non hai voce per dirlo, vogliamo gridarlo noi a gran voce: sei uno di noi. A gran voce per farti sentire nei luoghi che contano e ti ignorano e non vogliono sentirti”. Il presidente del Mpv ha chiarito: “È solo per questo, perché sei uno di noi, che non possiamo rassegnarci di fronte ad una legge che ti nega questo elementare primario riconoscimento e che perciò accetta che la tua vita milioni di volte sia frantumata e dispersa”. Con l’attività del Mpv “nel solo 2011 sono nati 10.078 bambini che hanno fatto sentire la loro voce, hanno avuto un nome, hanno fatto gioire le loro madri. E sono solo quelli di cui abbiamo avuto notizia perché solo 195 Cav, il 60% del totale, ce lo hanno comunicato. E sono circa 140.000 i bambini che dall’inizio della nostra non rassegnazione abbiamo aiutato a nascere insieme alle loro madri”.

Per i diritti del concepito. Per il presidente del Mpv, “è giunto il momento che l’Italia e l’Europa ascoltino la voce di chi non ha voce. Nella crisi attuale che genera delusione, sfiducia e rassegnazione, occorre un risveglio dei popoli europei. Occorre ricollocare la dignità umana alla base di un complessivo rinnovamento, che, prima di tutto, deve essere morale e civile. Bisogna che le istituzioni europee riconoscano che l’uomo, per quanto piccolo e debole, è sempre uno di noi”. Casini ha quindi spiegato l’iniziativa cittadina “Uno di noi”: “Il recente Trattato di Lisbona prevede che un milione di cittadini appartenenti ad almeno 7 Paesi dell’Unione possano chiedere una legge che essi ritengono necessaria per attuare i trattati. In essi vi è scritto che il fondamento dell’Europa è la dignità umana, ma i bambini prima della nascita sono dimenticati”. Perciò, con l’iniziativa cittadina si raccoglieranno firme in tutta Europa fino al 10 maggio 2013, per chiedere il riconoscimento dei diritti umani al concepito.

Iniziativa di tutti. Motivo di orgoglio per Casini è stata la condivisione dell’iniziativa cittadina da parte dell’associazionismo cattolico. “Rinnovamento nello Spirito da sempre sta con il popolo della vita ed in particolare con il Movimento per la vita”, ha detto il presidente Salvatore Martinez. “L’Europa deve difendere il diritto alla vita fin dal concepimento se non vuole che tutti gli altri diritti diventino deboli. Chi si impegna sociale non può non esserci anche in questa iniziativa”, ha osservato Andrea Olivero, presidente delle Acli. Per Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari, “il Polo della vita è anche il popolo della famiglia”. Secondo Lucio Romano, presidente di Scienza&Vita, “la battaglia perché vincano la condivisione e l’accoglienza si combatte a tutti i livelli, politico, sociale, culturale. Il terreno europeo è un campo privilegiato nel quale impegnarci insieme al Movimento”. Per Luca Pezzi, segretario del Centro internazionale di Cl, “sarà una gioia condividere un altro tratto di strada con il Movimento per la vita”. Adesioni all’iniziativa anche da Gigi Borgiani, segretario generale di Azione cattolica, da Tonino Inchingoli, segretario generale di Mcl, da Eli Folonari del Movimento dei Focolari e da Giovanni Stirati del Cammino neocatecumenale.

Valore assoluto della persona e della vita umana. Il card. Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia, ha concluso la manifestazione, invitando i presenti a rispettare sempre la dignità della vita umana: “La deriva etica – ha avvertito – va sempre più lontano. Non ci si limita a tollerare l’aborto come un male, ma si rivendica il diritto all’aborto. Si autorizza la sperimentazione sugli embrioni umani, mentre si cerca di evitarla sugli animali”. Perciò, “l’impegno del Movimento per la vita è più necessario e urgente che mai. Esso trova incoraggiamento anche in alcuni segnali positivi che provengono dalla politica, come le iniziative di prevenzione dell’aborto, che cominciano ad essere prese dalle istituzioni, e il divieto della Corte di giustizia europea riguardo alla brevettabilità di embrioni e derivati”. Ma, ha concluso il cardinale, “per i cristiani il decisivo incoraggiamento viene dal Signore Gesù, che proprio oggi con il mistero dell’Ascensione al cielo ci indica la meta definitiva e il valore assoluto della vita umana. È Lui che ci chiama e ci manda a difendere la vita umana quando è più fragile”.

 

L’ecosistema dell’ascolto

Messaggio del Cardinal Bagnasco in occasione della 46° Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, celebrata ieri a Roma nella basilica di Santa Maria sopra Minerva.

Il silenzio è ‘‘il grembo fecondo da cui soltanto può sbocciare la parola”

“Il silenzio non è il contrario della parola, ma ne costituisce l’altro volto, è il grembo fecondo da cui soltanto può sbocciare la parola”. Così il card.Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, si è rivolto questa mattina ai presenti nell’omelia della messa per la 46ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, celebrata a Roma nella basilica di Santa Maria sopra Minerva. Dopo l’omelia, nella preghiera dei fedeli, sono stati ricordati l’attentato alla scuola “Morvillo-Falcone” di Brindisi e il terremoto di questa notte in Emilia, di cui al momento si contano 6 morti e circa 50 feriti.

Il dovere dell’evangelizzazione. Partendo dall’“apparente contraddizione” di Cristo che “viene sottratto ai nostri occhi” e al tempo stesso “comincia a essere annunciato a ogni creatura, sino ai confini del mondo”, nel giorno in cui la Chiesa celebra l’Ascensione del Signore, il cardinale ha osservato che “Gesù non cessa di essere in mezzo a noi, anzi per mezzo di noi vuol essere ancor più presente nella storia. Di qui il dovere della missione, della testimonianza, della predicazione”. In una parola, “evangelizzazione”, “forma che rende possibile l’esperienza della salvezza che cambia radicalmente l’esperienza dell’uomo”. “Si tratta di un dovere”, ha aggiunto, “ma ancor più di un bisogno dell’anima, che non può trattenere la gioia solo per sé, ma desidera condividerla con il mondo. Ciò esige che ciascun discepolo senta rivolta soprattutto a sé la domanda radicale della fede”; “diversamente non si avranno degli annunciatori, ma solo dei propagandisti, che non suscitano interesse per nessuno”. 

Continua vigilanza. “L’evangelizzazione – ha annotato il presidente della Cei – è una forma di comunicazione, dove s’impara ad ascoltare prima anche che a parlare, e dove si tratta di trovare sempre un nuovo equilibrio tra silenzio, parola, immagini, suoni, come suggerisce il Santo Padre Benedetto XVI nel suo messaggio”. Anche nella comunicazione sociale, ha precisato, “è necessario rinvenire un tale ecosistema: il silenzio infatti è condizione dell’ascolto di sé, della contemplazione, del discernimento, senza i quali non esiste libertà vera, ma si resta risucchiati dall’ambiente e quasi anestetizzati dalle sue sollecitazioni caotiche”. Il card. Bagnasco ha riconosciuto che “soprattutto oggi il flusso informativo sempre più incalzante rischia di disorientare e di creare una sorta di saturazione del giudizio critico, che è come sopraffatto dalla mole di dati in nostro possesso”. Il problema, ha ammesso, “non è l’informazione, ma la capacità di rielaborare un senso e quindi cogliere una direzione di marcia rispetto a quello che sta accadendo. Per questo si chiede un esercizio continuo di vigilanza e di critica che non abdichi alla nostra libertà, che sappia farsi carico della complessità del reale. A ciò si aggiunga un altro elemento, che è la capacità del silenzio di rendere corposa la parola che utilizziamo”. 

Un desiderio e un’esigenza. Rivolto ai comunicatori – giornalisti, webmaster, ma non solo – presenti alla celebrazione eucaristica, il porporato ha riconosciuto “i ritmi obbligati e incalzanti del vostro lavoro, che certamente non favoriscono tempi prolungati di silenzio e di meditazione”. Silenzio e meditazione, però, “restano comunque un’esigenza, e sono certo un desiderio per ciascuno di noi”. Senza di essi “sappiamo tutti quanto sia difficile mantenere diritta la barra del nostro agire senza cedere alla dittatura delle opinioni”. “La capacità di esercitare un sano discernimento, la libertà interiore rispetto ai condizionamenti esterni, nonché l’amore alla verità, rispettosa di tutti nell’orizzonte deontologico che vi specifica, sono fra le qualità più necessarie per una comunicazione – ha concluso – che sia un vero servizio alla crescita della comunità e dell’anima di un popolo”.

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Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali.

In silenzio, per capire ciò che vale. La comunicazione, secondo mons. Celli, spesso è “ostacolata dall’impostazione del contesto comunicativo, costretto nella griglia domanda/risposta: a volte facciamo fatica a trovare una risposta, altre siamo sommersi da risposte a domande che non ci poniamo. Così come siamo sommersi da una valanga di messaggi e informazioni”. In quest’ottica, spiega, “dimentichiamo il silenzio. Dobbiamo, invece, abituarci al discernimento: serve a capire ciò che realmente vale, e a trovare momenti per scoprire il senso delle cose. Il silenzio non è la parte negativa della comunicazione, ne è un momento non solo integrante ma necessario. Le parole acquisiscono spessore solo se viene dato valore al silenzio”. 

Dire “parole che pesano”. Con i Social Network e Internet, osserva ancora mons. Celli, “pensiamo di ‘esserci’ solo quando mandiamo messaggi e siamo connessi. Invece servono contenuti che diano autenticità alle parole, non forme. E non dobbiamo dimenticare che, quando comunichiamo, anche nella Rete, comunichiamo noi stessi”. “Non è nella valanga delle parole che dite, che risiede la ricchezza di quello che state trasmettendo”, spiega l’arcivescovo rivolgendosi agli operatori della comunicazione. E aggiunge: “Solo la ricerca della verità eleva la dignità dell’uomo. Cercate quindi di pronunziare e scrivere parole che pesano. E non dimenticate che la comunicazione è da uomo a uomo, sempre. Non producete solo parole, ma comunicate idee e pensieri rivolti al cuore e all’intelligenza di un altro uomo”.

La bella rivincita

L’esperienza del silenzio davanti al dolore oppure alla gioia

La riflessione di Benedetto XVI è magnifica. Se non si trattasse del Santo Padre, si potrebbe dire provocatoria. Nel caos delle voci che si sovrappongono, nell’ansia delle pause e in un flusso continuo, inarrestabile, l’invito a comunicare con i silenzi ha una carica dirompente. Non quel silenzio ispirato dalla rinuncia o dall’omertà, ma la nuvola dei pensieri, che vuole cercare il suo senso, come nelle tags cloud virtuali, contro la banalità delle parole-comunque. Prima il bisogno di capire, con il tempo che serve, senza paura del vuoto, poi la scelta di comunicare. Certo, se si applicasse al sistema della multimedialità quanto il Papa suggerisce, sarebbe quasi il black out. Si svuoterebbero i social network, ci sarebbe il problema di riempire la pagina politica, i talk show sarebbero cancellati, i tabloid chiuderebbero, la radio continuerebbe a trasmettere musica classica. In tanti, perderebbero il posto di lavoro. Vale per il mondo dei media, dove oramai impera la bulimia della parola, scritta o orale che sia, ma è uguale nella vita quotidiana di ciascuno. Se non parli è come se non esisti; se non replichi, hai torto; se sei un affabulatore, vinci. Il fatto è che non se ne esce, che non c’è una via di mezzo, dovrebbe cambiare tutto. Eppure, quando scoppia la tragedia o prevalgono il dolore oppure la gioia, il silenzio si prende la rivincita. Anche la bellezza porta il silenzio. È lo stupore, in sostanza, che fa la differenza. Per l’immensità e per i sentimenti non si trovano le parole. Che vita viviamo, allora? Se si ripercorre una qualsiasi giornata, se ne può buttare via una gran parte, se non cancellarla del tutto, a volte. Sono pochi i momenti nell’arco delle 24 ore, che restano per la vita. Dovremmo probabilmente soffermarci più spesso su questo: sul valore del nostro tempo per noi e per gli altri. E viverlo in modo consapevole, maturo. Seguendo l’invito del Papa, forse così potremmo avvicinarci a un maggiore equilibrio tra la parola e il silenzio: cominciando dall’ascolto di noi stessi. 

Carmen Lasorella – direttore generale di “San Marino Rtv”


L’intelligenza del cuore

Il mare di Internet come il lago di Tiberiade in burrasca

Nel silenzio nasce l’intelligenza del cuore e da questa nascita prendono respiro l’intelligenza delle parole e l’intelligenza delle immagini. Benedetto XVI consegna un pensiero di fiducia e di responsabilità con il messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali 2012. L’intelligenza del cuore, impercettibile palpito di ogni essere umano, si nutre di silenzio per diventare comunicazione tra volti. Nel silenzio prende sostanza l’ascolto di se stessi, degli altri, dell’Altro. È la scuola dell’essenziale dove si apprende a “discernere ciò che è importante da ciò che è inutile o accessorio”. È la passione educativa che ama anche le antiche e nuove strade del comunicare dove, nonostante i rumori, risuonano i passi della Parola attesa. Nella Rete che “sta diventando sempre di più il luogo delle domande e delle risposte”, è importante e bello fare del silenzio il momento aurorale dell’ascolto. 
Non è un’impresa facile. “L’educazione – ricorda il teologo e mistico svizzero Maurice Zundel – passa da anima ad anima con l’aiuto del silenzio. Prosegue tutta la vita, attraverso le conversazioni di ogni giorno benché gli uomini che han qualcosa da dire siano pochi e quelli che sanno ascoltare ancor meno”. Quanta verità in questa battuta di Zundel! Le conversazioni, tuttavia, corrono nelle connessioni e così nel mare di Internet la fede, con le parole e le immagini dei testimoni digitali, è lieta di prendere il largo con i moderni navigatori. Come sul lago di Tiberiade in burrasca, diventa domanda e risposta “nell’essenzialità di brevi messaggi spesso non più lunghi di un versetto biblico”. Si apre una grande avventura dove, tra l’altro, si sperimenta che la solitudine non è l’isolamento. Il silenzio, anche nel digitale, nutre un “essere soli” che accoglie gli altri e li ascolta. L’isolamento, al contrario, è un “essere staccati” che diffida degli altri e, alla fine, di se stessi: rimane acceso il video e si spegne il volto. All’intelligenza del cuore il compito di scegliere. 

Paolo Bustaffa

 

Festival biblico… “sperare con arte”

“Perchè avete paura?” La speranza dalle Scritture. Un nuovo modo per incontrare la Bibbia

Sono ben 14 le mostre che il Festival Biblico offre nelle sue diverse sedi, disseminate tra Vicenza, Verona, Bassano del Grappa e Chiampo.

Dal 18 maggio 4 di queste aprono i battenti a Vicenza.

Alle ore 17 a ViArt (Palazzo del Monte di Pietà) si tiene l’inaugurazione dell’esposizione di opere di artisti contemporanei della ceramica organizzata dal Museo Civico della Ceramica del Comune di Nove in collaborazione con Vi.Art. e il sostegno del Credito Valtellinese. «Di chi avrò timore?» (Sal 27,1) Dare volto alle paure per plasmare speranza è il titolo di questa rassegna artistica a cura di Katia Brugnolo. Vengono presentate opere inedite di 20 artisti della ceramica provenienti da ben 5 regioni d’Italia.

«Le interpretazioni proposte dagli artisti in taluni casi recuperano i simboli inclusi nel passo evangelico che ispira il titolo del Festival, ovvero la tempesta sul lago di Tiberiade: la barca, i pesci, elementi che hanno assunto un ricorrente valore simbolico – spiega Katia Brugnolo -. In molteplici casi, invece, l’opera diventa metafora ed è importante riconoscervi i temi della Paura e della Speranza dalle Scritture, dando voce agli artisti stessi, alle loro personali spiegazioni».

La mostra delle opere di ceramiche resterà aperta fino al 10 giugno.

Sempre il 18 maggio alle ore 18.30 nel complesso monumentale di San Silvestro (Contrà San Silvestro) taglio del nastro per un’altra esposizione: Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo (Ct 8,7), collezione di opere di pittura sacra di Giustina De Toni.

Infine sono altre due le esposizioni che aprono le porte ai visitatori dal 18 maggio: Sabastyia. I frutti della storia e la memoria di Giovanni Battista. Un progetto di archeologia, conservazione e comunità locale in Palestina, curata da Carla Benelli, visitabile nella Loggia del Capitaniato, in piazza dei Signori. Quindi Non abbiate paura. Dal buio alla luce, rassegna d’arte di pittura e scultura di artisti aderenti all’Unione cattolica artisti italiani (Ucai) di Vicenza «Fra’ Claudio Granzotto».

Tutte queste esposizioni sono a ingresso libero e gratuito.

 

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da: SIR Giovedì 17 maggio 2012

Perché avere paura?

“La prossima edizione del Festival biblico prenderà ispirazione dall’Anno della fede indetto da papa Benedetto XVI, per riflettere sul tema del rapporto tra il credente e la libertà, e far comprendere che la fede non è contraria alla libertà, anzi genera rinnovamento e incontro”. Ad anticiparlo è mons.Roberto Tommasi, presidente del Festival biblico (www.festivalbiblico.it), che inizia domani, 18 maggio, a Verona – sul tema “‘Perché avete paura? (Mc 4,40)’. La speranza dalle Scritture” – per “trasferirsi” poi a Vicenza, sede storica dell’iniziativa, dove resterà fino al 27. Maria Michela Nicolais, per il Sir, ha intervistato mons. Tommasi”… (visualizza l’articolo)

Il card. Angelo Scola su crisi economica e dottrina sociale della Chiesa

Di fronte alla grave crisi dell’occupazione e alla necessità di rilanciare lo sviluppo, è ancora adeguato quel caposaldo della dottrina sociale della Chiesa che parla della centralità del soggetto del lavoro come fondamento del primato del lavoro sul capitale?

con questa domanda, ieri (17 maggio), ha aperto il suo intervento il card. Angelo Scola, arcivescovo di Milano, nell’ultima serata del ciclo “Dalla crisi economica alla speranza affidabile”, organizzato da Fondazione “Milano Famiglie 2012” e “Gruppo 24 Ore” in preparazione al VII Incontro mondiale delle famiglie (www.family2012.com).

Tema della serata: “Nuove politiche sociali e di lavoro per la sostenibilità della famiglia”. All’incontro hanno partecipato anche Donatella Treu, amministratore delegato del “Gruppo 24 Ore”, e Tiziano Treu, vicepresidente XI Commissione Lavoro del Senato.

È seguita la tavola rotonda “Nuovi modelli di lavoro nella famiglia oggi”, con Michele Tito Boeri del Dipartimento economia dell’Università Bocconi di Milano, Alberto Quadrio Curzio, docente emerito di economia politica all’Università Cattolica di Milano, Giovanni Maria Vian, direttore de “L’Osservatore Romano”, e Marco Vitale, economista.

Scarica gli interventi:

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ASCENSIONE DEL SIGNORE Lectio – Anno B

Prima lettura: Atti 1,1-11

Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo». Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra». Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».

Se il Vangelo di Marco è molto rapido ed essenziale nel parlarci dell’ascensione di Gesù al cielo, il libro degli Atti tenta di «descrivercela» quasi visivamente nella seconda parte del brano oggi propostoci (At 1,6-11).

Stando al racconto di Luca, sembra che si tratti dell’ultima «cristofania», concessa da Gesù agli Apostoli, i quali peraltro si dimostrano ancora impreparati alla comprensione del mistero di Cristo: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?» (v. 6). Pur dopo la risurrezione, essi pensano terrenisticamente! Gesù supera la loro incomprensione, rimandando alla discesa dello Spirito la piena illuminazione del suo mistero ed anche della loro missione in ordine a quel mistero: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra» (1,7-8).

Come si vede, anche qui siamo davanti ad un mandato «missionario»,di tipo universalistico: si parte, com’era ovvio e doveroso, dalla patria stessa di Gesù, per arrivare «fino agli estremi confini della terra». Il libro degli Atti, conforme a questo comando di Gesù ci illustrerà successivamente le varie tappe di questa evangelizzazione, che Paolo porterà perfino a Roma, nel cuore cioè dell’immenso impero che dominava tutto il mondo allora conosciuto.

Anche qui la «forza» per adempiere questo compito immane non viene garantita dalle deboli ed impari risorse umane dei discepoli, ma dalla irruzione e dalla continua assistenza dello Spirito. Nel capitolo 2 del libro degli Atti, infatti, Luca ci descriverà la impetuosa discesa dello Spirito e la sua potenza di «trasformazione» dell’anima e dei sentimenti degli Apostoli: da timidi ed impauriti com’erano, diventeranno intrepidi e inarrestabili annunciatori e testimoni del Risorto. È ancora Cristo che «opera insieme a loro»: non direttamente, ma mediante lo Spirito che egli invierà da parte del Padre (cf. At 2,32-33).

Dopo aver dato loro il suo «mandato» missionario, Gesù «fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi» (At 1,9). Abbiamo già detto della tristezza degli Apostoli nel vedersi «sottrarre» il Risorto. Quello che conta, però, non è la sua presenza fisica, ma la convinzione di fede che egli sarà sempre con i suoi, con la potenza dello Spirito, sino al momento del suo «ritorno» glorioso, come proclamano i due misteriosi personaggi «in vesti candide»: «Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo» (At 1,11).

In questo intervallo di tempo, che è già durato più da 2000 anni e non sappiamo per niente quanto durerà ancora, tocca ai suoi discepoli, cioè alla sua Chiesa, allargare gli «spazi» della sua signoria, rendergli testimonianza, facendolo conoscere ed amare da tutti gli uomini.

È così che il suo «regno» si stabilisce anche lungo la storia, fra gli uomini, per mezzo di altri uomini.

È a livello di queste considerazioni che possiamo comprendere la «indispensabilità» della Chiesa nel mondo, in attesa del «ritorno» glorioso di Cristo: anzi, proprio per «preparare» e predisporre tutti e tutto, anche il convivere sociale, a quell’incontro con il Signore dell’universo, essa è destinata!

Seconda lettura: Efesini 4,1-13

Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti. A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo è detto: «Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini». Ma cosa significa che ascese, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose. Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo.

A proposito della Chiesa, perché compia la sua missione di testimonianza nel mondo, anzi di rappresentanza «vicaria» di Cristo, e in tal modo anticipare addirittura la venuta del «regno», dice delle cose stupende il brano della lettera agli Efesini, oggi proposta alla nostra considerazione.

Due mi sembrano le idee di fondo che guidano il testo, troppo ricco per entrare nei suoi dettagli esegetici.

La prima è quella della «unità» di quel «corpo» meraviglioso che è la Chiesa: in essa, proprio per questa esigenza fondamentale, ci deve essere circolazione di «amore», che si manifesta nell’umiltà e nella capacità di «sopportazione» reciproca, allo scopo di «conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace» (Ef 4,3).

Ci sono troppi motivi di «unione» che obbligano i cristiani a fare «comunione» fra di loro. Una Chiesa «divisa» non rende buona testimonianza né a Cristo, né allo Spirito, che è essenzialmente «Spirito di amore»! E perciò è destinata ad essere fatalmente inerte, se non controproducente. «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo...» (4,4-5).

La seconda idea, che viene espressa in questo testo e non è per niente antitetica alla prima, è che nella Chiesa, pur nella più rigorosa «unità», c’è una «molteplicità» di «doni», di «carismi» o di «ministeri» che dir si voglia, che permettono, anzi esigono, che tutti diano il loro contributo per la crescita armonica di quell’unico «corpo», di cui tutti siamo «membra».

E la cosa che più sorprende è che proprio il Cristo, «asceso al di sopra di tutti i cieli» (4,10), ha voluto concedere questi «doni» alla sua Chiesa: essi, pertanto, non sono tanto delle acquisizioni nostre, che nascono da «prediposizioni» di natura e perciò da rivendicare a tutti i costi, quanto «doni» che vengono dall’alto, da esercitare perciò con grande senso di «responsabilità» per il bene di tutti. «A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo» (4,7). Si noti l’espressione «a ciascuno di noi»: perciò ogni battezzato non può non avere uno spazio nella Chiesa!

A modo di esemplificazione, vengono poi ricordati alcuni «ministeri» tra i più fondamentali nella Chiesa: «Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (4,11-13).

Come si vede, i «ministeri» qui ricordati non sono dati per esercitare un «dominio» nella Chiesa, come talvolta, da qualcuno si è pensato o si potrebbe pensare, ma un «servizio» di crescita comune. Il traguardo per tutti, siano essi apostoli, o profeti, o pastori, o qualsiasi altra cosa, è quello di «crescere» e far «crescere» fino a raggiungere «la misura della pienezza di Cristo» (4,13). Il che è tremendamente impegnativo per tutti.

Vangelo: Marco 16,15-20

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Esegesi

Come è risaputo da tutti, questa parte «conclusiva» del Vangelo di Marco (16,9-20) è stata aggiunta successivamente da qualche autore che non conosciamo. Non è che Marco ignorasse questi eventi: è che egli ha voluto chiudere il suo Vangelo con lo «stupore» delle donne davanti al sepolcro vuoto e all’annuncio che Gesù è stato risuscitato da morte (Mc 16,6-8). Ed è proprio questo «stupore» che dovrà accompagnare sempre i credenti nel Signore risorto!

Comunque, tutto questo non crea per noi alcun problema, perché siamo davanti ad un testo egualmente «ispirato» e come tale riconosciuto dalla Chiesa. Cerchiamo perciò di metterne in evidenza il ricco e molteplice contenuto.

Si tratta dell’ultima «cristofania» del Risorto ai suoi Apostoli ai quali viene affidato un mandato «missionario» universale.

Abbiamo detto sopra che l’ascensione al cielo non era l’abbondono di Gesù, ma solo un suo «momentaneo» allontanamento. Nel frattempo gli Apostoli avrebbero dovuto prolungarne l’opera di salvezza, annunciando il suo «Vangelo» ad ogni creatura. Perciò essi vengono rivestiti di un compito di rappresentanza «vicaria» del Cristo, da realizzare ed estendere per tutto l’arco della storia. È attraverso degli uomini che Cristo verrà ormai «annunciato» ad altri uomini! È questo il suo mandato «testamentario»: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato» (16,15-16).

Due cose sono da sottolineare in questo «comando» del Signore. Prima di tutto la sua «universalità»: è «in tutto il mondo» che vengono inviati gli Apostoli; il Vangelo deve essere predicato «ad ogni creatura», senza escludere nessuna razza umana, in qualunque parte della terra essa abiti. In secondo luogo, si esige l’accoglienza, per «fede», del dono del «Vangelo», congiunto con il rito del «battesimo», che anche simbolicamente significa la rinascita a vita nuova, come un autentico «lavaggio» dalle sozzure della vita precedente. Dunque «fede» e «battesimo», intimamente congiunti e vissuti dai cristiani, sono le «vie» che portano alla salvezza.

E se così sarà e i cristiani vivranno in tal modo, potranno compiere anche «gesti» straordinari, così come capiterà agli Apostoli che parlano «nuove lingue» il giorno di Pentecoste, proprio in ordine all’annuncio del Vangelo (At 2,4,11); oppure a Paolo che, morso da una vipera, la getta a terra senza riceverne alcun male (At 28,3-5), e altri fatti simili che si sono verificati, e continuano a verificarsi, lungo la storia. Ed effettivamente il Vangelo di Marco si chiude con l’affermazione che tutto questo è avvenuto: «Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano» (16,20).

Ma si tratterà solo di «segni» che possono solo testimoniare che la «salvezza» procurata dal Vangelo è «totale», includente, oltre l’anima, anche il nostro corpo sofferente.

Per l’autore però è importante affermare che tutto ciò avviene come frutto della «perdurante» azione di Cristo che, pur salendo al cielo, non ha abbandonato la sua Chiesa e gli annunciatori del suo Vangelo, ma «opera insieme a loro» proprio in virtù del «potere» che gli deriva dall’essersi assiso «alla destra» del Padre: «Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio» (16,19).

Meditazione

La festa dell’Ascensione di Gesù ci rende più presente, quasi più attuale, la visione del «cielo». Una volta un monaco di un monastero copto nel deserto egiziano chiese: gli uomini di oggi pensano a suffi­cienza alla loro dimora permanente? E continuò dicendo che per la maggior parte dei cristiani la vita nel cielo non è altro che un’appen­dice, un supplemento alla vita terrena che è invece ritenuta la vera vita stabile e permanente. La vita del cielo è considerata una specie di post-scriptum, l’appendice di un libro di cui la vita terrena è, appun­to, il vero testo. La verità — concludeva il monaco — è esattamente il contrario. La vita sulla terra è solo la prefazione di quel libro il cui testo è la vita del cielo.

Questa riflessione del monaco è molto saggia. Tuttavia potrebbe suo­nare un po’ semplicistico dire che si pensa troppo a questa vita terrena e poco a quella celeste. Il problema è forse un altro e riguarda il modo in cui pensiamo alla vita sulla terra. E c’è da dire che purtroppo è un modo depauperato, depotenziato e perciò sbagliato. Tutti pensiamo che la vita terrena è una cosa e quella del cielo totalmente un’altra. In realtà, la Scrittura ci suggerisce una continuità della vita, sebbene ci sarà una cesura alla fine dei tempi. Ed è in questa prospettiva che nel Credo si parla di «vita eterna» e non semplicemente di vita futura o dell’aldilà. È come dire che questa vita già da ora deve essere impastata di eternità; e lo è sia nel bene che nel male. Il paradiso e l’inferno iniziamo a viverli da questa terra e su questa nostra terra e in questo nostro tempo. In tal senso, la nostra vita terrena sarebbe trasformata di molto se avessimo lo sguardo rivolto verso il futuro, verso l’alto, verso il cielo. L’Ascensione viene a mostrarci qual è il futuro che Dio ha riservato ai suoi figli. E il futuro è quello raggiunto da Gesù. Ecco perché abbiamo bisogno di «vedere» già questo cielo, sebbene «in speculum et in enigmate» come dice l’apostolo Paolo, per poter vivere bene già su questa terra.

Il mistero dell’Ascensione, appena accennato dal Vangelo di Marco, è narrato con maggiore ampiezza dagli Atti degli Apostoli.

Gesù, scrive Luca, al termine dei suoi giorni, dopo aver parlato ai discepoli, «mentre lo guardavano fu elevato in alto e una nube lo sot­trasse ai loro occhi». Fu un’esperienza straordinaria per quel piccolo gruppo di discepoli. Possiamo immaginare il misto di stupore e di tristezza per la separazione; tanto che rimasero a guardare il cielo. Mentre erano fissi in questa posizione, «ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: “uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù… verrà allo stesso modo in cui l’ave­te visto andare in cielo”». Normalmente si interpreta questo testo come una sorta di dolce ma fermo rimprovero ai discepoli perché non si fermino a guardare le nubi del cielo, ma ritornino con il loro sguardo e soprattutto con il loro impegno nell’orizzonte della vita di tutti i giorni. Del resto è stato Gesù stesso ad esortare gli apostoli, proprio un momento prima di lasciarli, dicendo: «andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15-20). Tutt’altro quindi che restare a guardare il cielo.

Ma c’è anche una verità nel tenere gli occhi fissi al cielo. Non che i cristiani debbano formare un gruppo di esoterici fermi a contemplare dottrine astratte, magari per evadere la complessa e talora durissima vita quotidiana. Tenere gli occhi fissi verso il cielo vuol dire tenere ben ferma la meta ove dobbiamo condurre noi stessi e il mondo, le nostre comunità e l’intera storia umana. Scriveva il profeta Isaia: «Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui» (Is 64,3). L’ignoranza del cielo che Dio ci ha rivelato rende senza senso e quindi amara e triste, violenta e crudele, la vita sulla terra. L’apostolo Paolo sembra insistere perché i credenti guardino oltre il presente: «La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo» (Fa 3,20). Del resto, chi non vede quanto sia necessario far salire più in alto, appunto verso quel cielo che Gesù ha riaperto, questo nostro mondo spesso sbattuto così tragicamente in basso? Siamo entrati nel nuovo secolo senza utopie, senza sogni, a testa bassa e con gli occhi ripiegati solo su noi stessi. E le guerre e le violenze continuano ad avere un predominio incontrastato. E per di più sembra affermarsi più facilmente la ragione della forza che quella del diritto, del dialogo e del confronto pacifico.

In tal senso, la festa della Ascensione è sommamente opportuna, è una grazia concessa agli uomini perché alzino gli occhi un po’ più in alto del loro orizzonte abituale. E vedranno, come attraverso uno spira­glio, il futuro della storia umana anzi dell’intera creazione; non un futuro generico, più o meno ideologico e astratto, ma concreto: fatto di «carne ed ossa come vedete che ho io», potremmo dire parafrasando una affermazione di Gesù. Egli per primo, infatti, inaugura il nuovo futuro di Dio entrandovi con tutto il suo corpo, con la sua carne e la sua vita, che sono carne e vita di questo nostro mondo. Da quel giorno, il cielo inizia a popolarsi della terra, o, con il linguaggio dell’Apocalisse, iniziano i nuovi cieli e la nuova terra. Il Signore li inaugura e li apre perché tutti possano prendervi parte. Già la sua madre, Maria, lo ha raggiunto, assunta anch’essa con il suo corpo. L’Ascensione è il mistero della Pasqua visto nel suo compimento, scorto dalla fine della storia. L’Ascensione non è solo l’ingresso di un giusto nel regno di Dio, ma la gloriosa intronizzazione del Figlio «seduto alla destra» del Padre. Questa raffigurazione, presa dal linguaggio biblico, esprime simbolica­mente il potere di governo e di giudizio sulla storia umana del Cristo risorto: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra», dice Gesù ai discepoli dopo la Pasqua (Mt 28,18).

Noi non siamo più immersi in una storia senza orientamento, vitti­me del caso o degli astri o di forze oscure e incontrollabili. E fanno tristezza coloro che scrutano i cieli (come quella folla di persone che ogni giorno scruta gli oroscopi…) in cerca di segni di protezione per fuggire la paura e l’insicurezza della vita. Il Signore asceso è lui stesso il nostro cielo e la nostra sicurezza. Egli ci attrae verso il futuro che Lui ha già raggiunto in pienezza. E ai discepoli di ogni tempo conferisce il potere di sviluppare la storia e il creato verso questa meta: essi possono scacciare i dèmoni e parlare la lingua nuova dell’amore; possono neu­tralizzare i serpenti tentatori e vincere le insidie velenose della vita; possono guarire i malati e confortare chiunque ha bisogno di consola­zione. Questa forza sostiene e guida i discepoli sino ai confini della terra e verso il futuro della storia. Il Vangelo di Marco conclude: «par­tirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro». Così sia per ciascuno di noi e per tutte le nostre comunità cristia­ne, ognuno secondo il dono e il ministero ricevuto, come dice Paolo nella Lettera agli Efesini, «finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a rag­giungere la misura della pienezza di Cristo».

Preghiere e racconti

Il cielo

Con l’immagine e la parola “cielo”, che si connette al simbolo di quanto significa “in alto”, al simbolo cioè dell’altezza, la tradizione cristiana definisce il compimento, il perfezionamento definitivo dell’esistenza umana mediante la pienezza di quell’amore verso il quale si muove la fede.

Per il cristiano, tale compimento non è semplicemente musica del futuro, ma rappresenta ciò che avviene nell’incontro con Cristo e che, nelle sue componenti essenziali, è già fondamentalmente presente in esso.

Domandarsi dunque che cosa significhi “cielo” non vuol dire perdersi in fantasticherie, ma voler conoscere meglio quella presenza nascosta che ci consente di vivere la nostra esistenza in modo autentico, e che tuttavia ci lasciamo sempre nuovamente sottrarre e coprire da quanto è in superficie. Il “cielo” è, di conseguenza, innanzi tutto determinato in senso cristologico. Esso non è un luogo senza storia, “dove” si giunge; l’esistenza del “cielo” si fonda sul fatto che Gesù Cristo come Dio è uomo, sul fatto che egli ha dato all’essere dell’uomo un posto nell’essere stesso di Dio (K. Rahner, La risurrezione della carne, p. 459). L’uomo è in cielo quando e nella misura in cui egli è con Cristo e trova quindi il luogo del suo essere uomo nell’essere di Dio.

In questo modo, il cielo è prima di tutto una realtà personale, che rimane per sempre improntata dalla sua origine storica, cioè dal mistero pasquale della morte e risurrezione.

(Joseph Ratzinger/BENEDETTO XVI, Imparare ad amare. Il cammino di una famiglia cristiana, Milano/Cinisello Balsamo/Città del Vaticano, San Paolo/Editrice Vaticana, 2007, 131).

L’ascensione di Gesù e la nostra ascensione

Quando nel rito liturgico dell’eucaristia siamo invitati a «innalzare i nostri cuori», rispondiamo: «Sono rivolti al Signore», a quel Signore che è asceso in alto, a colui che non è più qui, ma che è risorto, è apparso agli apostoli ed è scomparso dalla vista. Sempre, ma specialmente in questo giorno nel quale commemoriamo la sua risurrezione e la sua ascensione, noi siamo spinti ad ascendere in spirito come il Salvatore, che ha vinto la morte e ha aperto il regno del cielo a tutti i credenti.

Molti uomini però non ascoltano il richiamo della liturgia; essi sono impediti, anzi posseduti, assorbiti dal mondo, e non possono elevarsi perché non hanno ali. La preghiera e il digiuno sono stati definiti le ali dell’anima, e quelli che non pregano e non digiunano, non possono seguire il Cristo. Non possono innalzare a lui i cuori. Non hanno il tesoro in alto, ma il loro tesoro, il loro cuore e le loro facoltà sono sulla terra; la terra è la loro eredità e non il cielo. […] Al contrario le anime sante prendono una via diversa; esse sono risorte con Cristo e sono come persone salite su una montagna e ora si riposano sulla cima. Tutto è rumore e frastuono, nebbia e tenebra ai suoi piedi; ma sulla vetta tutto è così calmo, cosi tranquillo e sereno, così puro e chiaro, così luminoso e celeste che per loro è come se il tumulto della valle non risuonasse al di sotto, e le ombre e le tenebre non ci fossero.

(John Henry Newman).

«Rimanete saldi nella fede»

Cari fratelli e sorelle, il motto del mio pellegrinaggio in terra polacca, sulle orme di Giovanni Paolo II, è costituito dalle parole: «Rimanete saldi nella fede!». L’esortazione racchiusa in queste parole è rivolta a tutti noi che formiamo la comunità dei discepoli di Cristo, è rivolta a ciascuno di noi. La fede è un atto umano molto personale, che si realizza in due dimensioni. Credere vuol dire prima di tutto accettare come verità quello che la nostra mente non comprende fino in fondo. Bisogna accettare ciò che Dio ci rivela su se stesso, su noi stessi e sulla realtà che ci circonda, anche quella invisibile, ineffabile, inimmaginabile. Questo atto di accettazione della verità rivelata allarga l’orizzonte della nostra conoscenza e ci permette di giungere al mistero in cui è immersa la nostra esistenza. Un consenso a tale limitazione della ragione non si concede facilmente.

Ed è proprio qui che la fede si manifesta nella sua seconda dimensione: quella di affidarsi a una persona – non a una persona ordinaria, ma a Cristo. È importante ciò in cui crediamo, ma ancor più importante è colui a cui crediamo.

Abbiamo sentito le parole di Gesù: «Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (At 1,8). Secoli fa queste parole giunsero anche in terra polacca. Esse costituirono e continuano costantemente a costituire una sfida per tutti coloro che ammettono di appartenere a Cristo, per i quali la sua causa è la più importante. Dobbiamo essere testimoni di Gesù che vive nella Chiesa e nei cuori degli uomini. È lui ad assegnarci una missione. Il giorno della sua Ascensione in cielo disse agli apostoli: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura… Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano» (Mc 16,15.20).

[…] Prima di tornare a Roma, per continuare il mio ministero, esorto tutti voi, ricollegandomi alle parole che Giovanni Paolo II pronunciò qui nell’anno 1979: «Dovete essere forti, carissimi fratelli e sorelle! Dovete essere forti di quella forza che scaturisce     dalla fede! Dovete essere forti della forza della fede! Dovete essere fedeli! Oggi più che in qualsiasi altra epoca avete bisogno di questa forza. Dovete essere forti della forza della speranza, che porta la perfetta gioia di vivere e non permette di rattristare lo Spirito Santo! Dovete essere forti dell’amore, che è più forte della morte… Dovete essere forti della forza della fede, della speranza e della carità, consapevole, matura, responsabile, che ci aiuta a stabilire… il grande dialogo con l’uomo e con il mondo in questa tappa della nostra storia: dialogo con l’uomo e con il mondo, radicato nel dialogo con Dio stesso  col Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo -, dialogo della salvezza” (10 giugno 1979, Omelia, n. 4).

Anch’io, Benedetto XVI, successore di papa Giovanni Paolo II, vi prego di guardare dalla terra il cielo – di fissare Colui che – da duemila anni – è seguito dalle generazioni che vivono e si succedono su questa nostra terra, ritrovando in lui il senso definitivo dell’esistenza. Rafforzati dalla fede in Dio, impegnatevi con ardore nel consolidare il suo Regno sulla terra: il Regno del bene, della giustizia, della solidarietà e della misericordia. Vi prego di testimoniare con coraggio il Vangelo dinanzi al mondo di oggi, portando la speranza ai poveri, ai sofferenti, agli abbandonati, ai disperati, a coloro che hanno sete di libertà, di verità e di pace. Facendo del bene al prossimo e mostrandovi solleciti per il bene comune, testimoniate che Dio è amore.

Vi prego, infine, di condividere con gli altri popoli dell’Europa e del mondo il tesoro della fede, anche in considerazione della memoria del vostro connazionale che, come successore di san Pietro, questo ha fatto con straordinaria forza ed efficacia. E ricordatevi anche di me nelle vostre preghiere e nei vostri sacrifici, come ricordavate il mio grande predecessore, affinché io possa compiere la missione affidatami da Cristo. Vi prego, rimanete saldi nella fede! Rimanete saldi nella speranza! Rimanete saldi nella carità! Amen!

(BENEDETTO XVI, Omelia a Cracovia- Blonie, 28 maggio 2006, in J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Giovanni Paolo II. Il mio amato predecessore, Cinisello Balsamo/Città del Vaticano, San Paolo/Libreria Editrice Vaticana, 2007, 108-112).

Abbiamo creduto in lui e ne aspettiamo il ritorno

Fratelli, noi crediamo in quel Gesù che non hanno creduto i nostri occhi. A noi Gesù lo hanno annunciato coloro che lo hanno veduto, l’hanno stretto con le loro mani, hanno udito le parole uscite dalla sua bocca. Essi, affinché tutti gli uomini accettassero le sue parole, furono inviati da lui; non osarono andare di loro iniziativa. Dove furono mandati? L’avete sentito dalla lettura del Vangelo: «Andate, predicate il Vangelo a ogni creatura che è sotto il cielo» (Mc 16,15). I discepoli furono dunque inviati in ogni parte del mondo, con la testimonianza di prodigi e segni miracolosi perché gli uomini credessero che essi riferivano cose da loro stessi viste. Noi abbiamo creduto in colui che non abbiamo visto con i nostri occhi e ne aspettiamo il ritorno. Chiunque lo aspetta con fede, sarà ripieno di gioia, quando ritornerà. […] Restiamo dunque fedeli alla sua parola, perché non proviamo confusione quando ritornerà. Egli infatti nel vangelo a quelli che avevano creduto in lui dice: «Se rimarrete nelle mie parole, sarete veramente miei discepoli» (Gv8,31). E quasi gli chiedessero: Con quale vantaggio? «Voi conoscete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,32). Attualmente la nostra salvezza è oggetto di speranza, perché ancora non è stata realizzata; ancora non possediamo ciò che è stato promesso e tuttavia ne speriamo la futura realizza-zione. Colui che ha fatto questa promessa è fedele; egli non ti inganna: tocca a te unicamente non mancargli di fiducia, ma attendere la realizzazione delle sue promesse. La verità non conosce inganni. Non voler esser tu il bugiardo, altra cosa professando e altra facendo; conserva la fede e lui manterrà fede alla sua promessa. Se non avrai conservato la fede, sarai stato tu a defraudarti, non certo chi ti ha fatto la promessa.

(AGOSTINO DI IPPONA, Commento all’epistola di san Giovanni 4,2, NBA XXIV, pp. 1708-1709).

Sii un vero amico

Le vere amicizie sono durature perché il vero amore è eterno. L’amicizia nella quale il cuore parla al cuore è un dono di Dio, e nessun dono che viene da Dio è temporaneo od occasionale. Tutto ciò che viene da Dio partecipa della vita eterna di Dio. L’amore tra le persone, quando è dato da Dio, è più forte della morte. In questo senso la vera amicizia continua al di là dei confini della morte. Quando hai amato profondamente, quell’amore può crescere anche più forte dopo la morte della persona che ami. È questo il centro del messaggio di Gesù.

Quando Gesù è morto, l’amicizia dei discepoli con lui non è scemata. Al contrario, è cresciuta.

È questo il significato dell’invio dello Spirito. Lo Spirito di Gesù ha reso duratura l’amicizia di Gesù con i suoi discepoli, più forte e più intima di prima della sua morte. È questo che Paolo ha sperimentato quando diceva: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).

Devi avere fiducia che ogni vera amicizia non ha fine, che esiste una comunione dei santi tra tutti coloro, viventi o defunti, che hanno veramente amato Dio e si sono amati l’un l’altro. Sai dall’esperienza quanto questo sia reale. Coloro che hai amato profondamente e che sono morti continuano a vivere in te, non solo come ricordi, ma come presenze reali.

Osa amare ed essere un vero amico. L’amore che dai e ricevi è una realtà che ti condurrà sempre più vicino a Dio e a coloro che Dio ti ha dato da amare.

(H.J.M. NOUWEN, La voce dell’amore, Brescia, Queriniana, 2005, 111-112).

«Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo»(At 1,11).

[…] Nella risposta a questa domanda è racchiusa la verità fondamentale sulla vita e sul destino dell’uomo.

La domanda in questione si riferisce a due atteggiamenti connessi con le due realtà, nelle quali è inscritta la vita dell’uomo: quella terrena e quella celeste. Prima la realtà terrena: «Perché state?» – Perché state sulla terra? Rispondiamo: Stiamo sulla terra perché il Creatore ci ha posto qui come coronamento all’opera della creazione. L’onnipotente Dio, conformemente al suo ineffabile disegno d’amore, creò il cosmo, lo trasse dal nulla. E, dopo aver compiuto quest’opera, chiamò all’esistenza l’uomo, creato a propria immagine e somiglianza (cfr. Gn 1,26-27). Gli elargì la dignità di figlio di Dio e l’immortalità. Sappiamo, però, che l’uomo si smarrì, abusò del dono della libertà e disse “no” a Dio, condannando  in questo modo se stesso a un’esistenza in cui entrarono il male, il peccato, la sofferenza e la morte. Ma sappiamo anche che Dio stesso non si rassegnò a una situazione del genere ed entrò direttamente nella storia dell’uomo e questa divenne storia della salvezza. “Stiamo sulla terra”, siamo radicati in essa, da essa cresciamo. Qui operiamo il bene sugli estesi campi dell’esistenza quotidiana, nell’ambito della sfera materiale, e anche nell’ambito di quella spirituale: nelle reciproche relazioni, nell’edificazione della comunità umana, nella cultura. Qui sperimentiamo la fatica dei viandanti in cammino verso la meta lungo strade intricate, tra esitazioni, tensioni, incertezze, ma anche nella profonda consapevolezza che prima o poi questo cammino giungerà al termine. Ed è allora che nasce la riflessione: Tutto qui? La terra su cui “ci troviamo” è il nostro destino definitivo?

In questo contesto occorre soffermarsi sulla seconda parte dell’interrogativo riportato nella pagina degli Atti: «Perché state a guardare il cielo?». Leggiamo che quando gli apostoli tentarono di attirare l’attenzione del Risorto sulla questione della ricostruzione del regno terrestre di Israele, egli «fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo». Ed essi «stavano fissando il cielo mentre egli se n’andava» (At 1,9-10). Stavano dunque fissando il cielo, poiché accompagnavano con lo sguardo Gesù Cristo, crocifisso e risorto, che veniva sollevato in alto. Non sappiamo se si resero conto in quel momento del fatto che proprio dinanzi a essi si stava schiudendo un orizzonte magnifico, infinito, il punto d’arrivo definitivo del pellegrinaggio terreno dell’uomo. Forse lo capirono soltanto il giorno di Pentecoste, illuminati dallo Spirito Santo. Per noi, tuttavia, quell’evento di duemila anni fa è ben leggibile. Siamo chiamati, rimanendo in terra, a fissare il cielo, a orientare l’attenzione, il pensiero e il cuore verso l’ineffabile mistero di Dio. Siamo chiamati a guardare nella direzione della realtà divina, verso la quale l’uomo è orientato sin dalla creazione. Là è racchiuso il senso definitivo della nostra vita.

(BENEDETTO XVI, Omelia a Cracovia- Blonie, 28 maggio 2006, in J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Giovanni Paolo II. Il mio amato predecessore, Cinisello Balsamo/Città del Vaticano, San Paolo/Libreria Editrice Vaticana, 2007, 106-107).

Preghiera

Gesù, vorremmo sapere che cosa sia stato per te tornare nel seno del Padre, tornarci non solo quale Dio, ma anche quale uomo, con le mani, i piedi e il costato piagati d’amore. Sappiamo che cosa è tra noi il distacco da quelli che amiamo: lo sguardo li segue più a lungo che può…

Il Padre conceda anche a noi, come agli apostoli, quella luce che illumina gli occhi del cuore e che ti fa intuire Presente, per sempre. Allora potremo fin d’ora gustare la viva speranza a cui siamo chiamati e abbracciare con gioia la croce, sapendo che l’umile amore immolato è l’unica forza atta a sollevare il mondo.

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

– Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006- .

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

———

COMUNITÀ DI S. EGIDIO, La Parola e la storia. Tempo di Quaresima e Pasqua, Milano, Vita e Pensiero, 2012.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. II: Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.

COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

– C.M. MARTINI (card.), Incontro al Signore risorto, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Giovanni Paolo II. Il mio amato predecessore, Cinisello Balsamo/Città del Vaticano, San Paolo/Libreria Editrice Vaticana, 2007.

– J.M. NOUWEN, Un ricordo che guida, in ID., Mostrami il cammino. Meditazioni per il tempo di Quaresima, Brescia, Queriniana, 2003.

PASQUA ASCENSIONE DEL SIGNORE (B)

Forum Europeo per l’Insegnamento Scolastico della Religione

MADRID 11-15 Aprile 2012

Il Forum europeo sull’insegnamento della religione nella scuola EUFRES, nella sua quindicesima edizione, ha esaminato i vari scenari sulla presenza della religione nello spazio pubblico delle società europee e la sua presenza come disciplina scolastica all’interno dei diversi sistemi educativi. Speciale attenzione è stata prestata al contributo dell’insegnamento della religione alla coesione sociale e alle implicazioni che ciò comporta in vista della formazione degli insegnanti di religione.

Qualche informazione sul Forum …

Il Forum Europeo per l’insegnamento scolastico della religione EUFRES è costituito da un gruppo di esperti di vari paesi europei, che si riuniscono periodicamente allo scopo di analizzare situazioni, problemi e ipotesi inerenti all’istruzione religiosa nelle scuole, sia pubbliche che private.

L’EUFRES persegue esclusivamente attività di studio e di informazione. Non ha competenze dirette in ordine alla gestione istituzionale dell’insegnamento della religione. Pertanto i suoi obiettivi principali sono:

a) favorire la comunicazione e il confronto di idee e di progetti tra esperti operanti in centri accademici di chiesa e di stato, e provenienti da diversi sistemi scolastici del continente europeo;

b) trattare in ogni sessione biennale un tema specifico, che risulti di interesse comune ai partecipanti, di riconosciuta pertinenza scientifica oltre che di attualità, e che possa essere affrontato in termini comparativi rispetto alle diverse situazioni culturali e scolastiche dei vari paesi;

c) conoscere più direttamente natura, funzionamento, risorse, problemi, evoluzione recente dell’istruzione religiosa nelle scuole del paese che, a turno, ospita le sessioni dell’EUFRES;

d) contribuire, mediante appropriate ricerche e proposte, a promuovere in Europa un profilo culturale, giuridico, educativo di un insegnamento religioso scolastico, che sia garante della libertà di coscienza di insegnanti, alunni e genitori, che sia rispettoso del pluralismo culturale della società civile e delle scuole, e aperto al dialogo ecumenico e interreligioso.

IL TEMA DEL FORUM

L’insegnamento della religione e la coesione sociale in Europa. Proposte per la formazione degli insegnanti

Qualsiasi analisi delle società europee mostra una presenza della religione nei diversi settori culturali ed educativi. Tuttavia questa presenza ha una diversa considerazione nello spazio pubblico nei diversi paesi europei. Così incontriamo scenari in cui la religione è presente nella società e svolge un ruolo attivo nel suo sviluppo culturale e per la coesione sociale. Si registrano altresì scenari ove la religione, pur essendo presente nello spazio pubblico in condizioni ottimali, esprime un ruolo meno rilevanti nell’istruzione e nella cultura. Non mancano situazioni in cui la religione è soggetta ad una pressione laicista ed escludente, nonostante le condizioni democrati¬che stabilite per l’esercizio della libertà religiosa. Tutti questi scenari hanno il loro impatto sui sistemi educativi e sull’insegnamento della religione, generando situazioni diversificate sia riguardo la legislazione scolastica in materia di religione, sia nella normativa che regola il lavoro degli insegnati. Siamo convinti che l’insegnamento della religione contribuisca significativamente all’educazione dei cittadini, suggerendo valori e risposte che danno un senso alla vita, contribuendo in questo modo alla promozione della dignità di tutti gli esseri umani ed al riconoscimento dei loro diritti fondamentali, migliorando l’inclusione educativa e la coesione sociale; cioè, in breve, proponendo un’umanizzante visione della vita che trascende la materialità e raggiunge l’incontro con Dio. Tutto questo nell’ambito dei sistemi educativi in cui i nostri respettivi Stati democratici hanno una responsabilità insostituibile, che, però, non deve invadere il diritto fondamentale dei cittadini di scegliere il tipo di educazione che preferiscono per i propri figli.

I CONTRIBUTI PIU’ SIGNIFICATIVI …

Bert Roebben Religione, Scuola e Società: Elementi per un’innovazione necessaria nella formazione dei professori di Religione in Europa

Francesc Torralba Contributi dell’insegnamento della religione alla coesione sociale

Venerando Marano La presenza della religione  nello spazio pubblico europeo: dalla libertà al dialogo

Rudi Palos FORMAZIONE DEGLI INSEGNANTI DI RELIGIONE IN CROAZIA. L’APPORTO DELLE RIVISTE SPECIALIZZATE IN LINGUA CROATA

Filipovic GLI INSEGNANTI/LE INSEGNANTI DI RELIGIONE IN CROAZIA FRA L’APPARTENENZA AD UNA CHIESA TRADIZIONALE E UNA SOCIETA’ IN PROGRESSIVA SECOLARIZZAZIONE

Kazimierz Misiaszek L’insegnamento della religione cattolica in Polonia in riferimento alle questioni sociali

 

PER VISUALIZZARE  IL PROGRAMMA: Programa EuFRES-2012

Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PER LA 46° GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

DOMENICA 20 MAGGIO 2012

“Quando parola e silenzio si escludono a vicenda, la comunicazione si deteriora (...) Il silenzio è parte integrante della comunicazione e senza di esso non esistono parole dense di contenuto. Nel silenzio ascoltiamo e conosciamo meglio noi stessi, nasce e si approfondisce il pensiero, comprendiamo con maggiore chiarezza ciò che desideriamo dire o ciò che ci attendiamo dall’altro, scegliamo come esprimerci. Tacendo si permette all’altra persona di parlare, di esprimere se stessa, e a noi di non rimanere legati, senza un opportuno confronto, soltanto alle nostre parole o alle nostre idee. Si apre così uno spazio di ascolto reciproco e diventa possibile una relazione umana più piena”…

 

COMMENTO di Antonio Spadaro Cyberteologia

Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione. Il titolo del messaggio per XLVI Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2012 tiene unite due parole che nella accezione comune sono opposte: quando non si parla c’è silenzio; appena si parla sparisce il silenzio. Sembra ovvio, chiaro, banale persino. Spesso, quando si parla dei media, si dice come per un automatismo, che essi fanno “rumore”, frastuono dal quale ripararsi, “ritirarsi”.

Il Papa in questo suo messaggio capovolge la prospettiva e ci propone un modo differente di vedere le cose e di leggere il significato del silenzio e della parola.

1. Parola e silenzio si integrano e non si oppongono –– Il messaggio del Papa scardina l’opposizione tra silenzio e parola, che ha la sua verità, ma solamente in casi estremi. Il Papa in questo suo messaggio chiaramente che il silenzio è parte integrante della comunicazione, parte della parola, della capacità dell’uomo di parlare, non il suo opposto. Parola e Silenzio sono due elementi imprescindibili e integranti del processo comunicativo. E tra di loro si integrano e non si oppongono. Si deve sperare che da oggi in poi non si debba più assistere ad elogi del silenzio in sé e per sé, al di fuori dii un tessuto comunicativo. Chi prega sta in silenzio, ma in realtà non è di per sé vero. Chi prega elabora un linguaggio di comunicazione con Dio ed è proprio per elaborare questa parola, questo discorso, che tace esteriormente.

2. Comunicare non significa trasmettere messaggi –– Il messaggio del Papa scardina anche un’altra errata convinzione. Infatti noi, bombardati da messaggi, pensiamo troppo spesso che comunicare significhi semplicemente trasmettere, parlare, riversare contenuti e informazioni. Invece il Papa ci ricorda che oggi si fa troppa attenzione a chi parla e si dimentica che la comunicazione vera è fatta di ascolto, di dialogo, che è fatto di ritmi di parola e silenzio. IL silenzio inoltre non è solamente ascolto degli altri, ma anche ascolto di sé. Non è una semplice “pausa” perché gli altri possano parlare, ma anche pausa perché la mia stessa comunicazione sia comprensibile: senza virgole, punti, punti e virgole (cioè silenzi) nel discorso non c’è vera espressione, non si creano le condizioni per intendersi. Il silenzio è “ordinato” alla comunicazione.

3. Il silenzio non è un “vuoto” –– Il messaggio del Papa scardina il pregiudizio per il quale il silenzio significa assenza di linguaggio, cioè “assenza”, vuoto puro. Il silenzio in realtà non è “nulla”, ma è uno spazio aperto, una dimensione di vita, un ambiente nel quale la parola può fiorire. Il silenzio permette alla parola di diventare davvero luogo di esperienza e luogo di incontro, al di là del meccanisimo della information overload.

4. Il silenzio è parte di un ecosistema comunicativo –– Ma c’è un passo avanti ulteriore: acutamente il Papa scrive: “è necessario creare un ambiente propizio, quasi una sorta di “ecosistema” che sappia equilibrare silenzio, parola, immagini e suoni”.Attenzione! Il Papa non dice che il silenzio è l’ecosistema della parola, ma che la comunicazione è questo ecosistema nel quale l’ecologia implica un equilibrio tra silenzio e parola. E aggiunge anche immagini e suoni. In questo modo il binomio tra silenzio e parola veine infranto dalla presenza dell’immagine e del suono, parte integrante della comunicazione umana.

5. La comunicazione oggi è guidata da risposte che cercando buone domande –– Il Papa, quindi passa a enucleare il nocciolo duro della comunicazione contemporanea, soprattutto legata alla Rete, considerando ciò che la muove come motore interno. Il Papa riconosce questo motore nel fatto che l’uomo è bombardato da risposte delle quali però non conosce le domande. Spesso sono risposte a domande che lui non si è mai posto. Il silenzio dunque permette di fare un discernimento tra le tante risposte che noi riceviamo per riconoscere le domande veramente importanti. Il capovolgimento di prospettiva operato dalle parole del Papa consiste nel fatto che in genere si dice che l’uomo si pone domande e poi cerca risposte. Oggi è invece vero il contrario. E in questo senso l’uomo di conferma come assetato di senso.

6. L’uomo esprime anche in Rete il suo bisogno di silenzio –– Cade un altro pregiudizio: che in Rete ci sia solo rumore. Il Papa nota che “sono da considerare con interesse le varie forme di siti, applicazioni e reti sociali che possono aiutare l’uomo di oggi a […] trovare spazi di silenzio, occasioni di preghiera, meditazione o condivisione della Parola di Dio”. L’uomo in Rete esprime il bisogno di silenzio e in Rete si aprono spazi di silenzio comunicativo. Senza citare nessuna piattaforma o applicazione particolare, il Papa parla di “essenzialità di brevi messaggi, spesso non più lunghi di un versetto biblico” capaci di esprimere “pensieri profondi”. Come non pensare a Twitter o alla dimensione concentrata dei “messaggi di stato”? Come non pensare alle tante “apps dello spirito” che possono aiutare a pregare “se ciascuno non trascura di coltivare la propria interiorità”, scrive il Papa.

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Ma forse c’è una pagina di Romano Guardini che può aiutare a meditare le parole di Benedetto XVI: “E’ proprio dell’essenza di ogni forma di linguaggio l’essere rapportata al silenzio. Solo dal confluire di queste due componenti risulta il fenomeno nella sua interezza. Esse si determinano reciprocamente, poiché solo chi sa tacere può veramente parlare nello stesso modo che l’autentico silenzio è possibile solamente a chi sa parlare. Il vero silenzio non significa una mera entità negativa, tale da rimanere inespressa, ma un comportamento attivo, una commozione fervida della vita interiore, commozione nella quale tale silenzio diviene padrone di sé stesso. Solo da questa commossa serenità proviene alla parola quella forza silenziosa che la rende compiuta.

Il silenzio, inoltre, è un manifestarsi di quell’immagine percepita dai sensi che si rivela allo sguardo interiore. Solo in tale manifestarsi se ne può esperimentare la potenza di significato, e solo da questa esperienza la parola trae tutta la sua energia di espressione. Priva di questo rapporto col silenzio, la parola diviene vaniloquio; senza questo rapporto con la parola, il silenzio diviene mutismo. Questi due elementi – insieme – formano un tutto, ed è un fatto che induce a riflettere la circostanza che per questo tutto non esista alcun concetto. In esso esiste l’uomo” (da Linguaggio – Poesia – Interpretazione, Brescia, Morcelliana, 2000, 15).

Giornata Nazionale dei beni culturali ecclesiastici

Alle 10 di questa mattina, la relazione di S.E. Mons. Mariano Crociata, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana, sul tema “La conoscenza del patrimonio ecclesiastico”, apre la XIX Giornata Nazionale dei beni culturali ecclesiastici, in programma a Roma presso il Centro Congressi di via Aurelia 796.

“Il restauro di un luogo di culto può essere come una porta che si schiude su un mondo affascinante e tutto da scoprire. Per i sacerdoti, perché scoprono cose nuove, alle quali forse non erano stati sufficientemente preparati negli anni della loro formazione. Per gli architetti, perché ogni restauro è un’esperienza nuova, una lezione nel corso della quale c’è sempre da imparare, sia sul piano tecnico che sul piano umano, ad esempio nel cogliere le aspettative della comunità committente. Per i funzionari delle Soprintendenze, perché possono cogliere meglio la ricchezza della teologia. Per i fedeli, perché vengono aiutati dai lavori di restauro a rintracciare, nelle consuete mura entro cui pregano da anni, le vestigia di quanti li hanno preceduti nella proclamazione della lode a Dio e nell’esercizio della carità cristiana.

Non va poi dimenticato che la presenza di una chiesa fa riferimento a una quantità di persone che interagiscono profondamente fra di loro e che si riconoscono nell’appartenenza all’unico Dio in Cristo. Queste persone si identificano come comunità cristiana. Un edificio di culto, quindi, non è mai un fatto privato o la conseguenza di un’azione individuale, bensì è generato da presupposti di carattere ecclesiale e va ad arricchire le dinamiche relazionali sociali nel territorio in cui si situa”.

Scarica il : testo dell’intervento


”I giovani domandano senso. L’Insegnamento della Religione cattolica risponde”

Promosso in collaborazione con il Servizio nazionale per la Pastorale Giovanile, si svolge oggi e domani a Roma il Seminario di studio: «I giovani domandano senso. L’Insegnamento della Religione cattolica risponde».

L’Insegnamento della Religione Cattolica, oltre che essere una risorsa culturale, è uno spazio privilegiato per riflettere sulle questioni fondamentali che interpellano l’uomo, e in questo senso, in particolare per i giovani tra i 15 e i 18 anni, una singolare  opportunità educativa per mettere a fuoco domande di senso e cercare possibili risposte. Chi, nel mondo della pastorale, si dedica ai giovani e lavora per la loro autentica maturazione umana e cristiana, non può non cogliere la portata determinante dell’Irc.

«L’insegnamento della religione cattolica (Irc) – spiega Mons. Vincenzo Annicchiarico, responsabile del Servizio Nazionale per l’Irc , oltre che essere una risorsa culturale, è uno spazio privilegiato per riflettere sulle questioni fondamentali che interpellano l’uomo, e in questo senso, in particolare per i giovani tra i 15 e i 18 anni, una singolare  opportunità educativa per mettere a fuoco domande di senso e cercare possibili risposte. Chi, nel mondo della pastorale, si dedica ai giovani e lavora per la loro autentica maturazione umana e cristiana, non può non cogliere la portata determinante dell’Irc».

I lavori, iniziati alle 10.00 di questa mattina, terminano con il pranzo di giovedì 17, viene aperto e chiuso dagli interventi di Mons. Annicchiarico e Mons. Nicolò Anselmi, responsabile del Servizio Nazionale per la pastorale giovanile.

Questa mattina sono ci sono stati gli interventi del Dott. Alessandro Castegnaro, Presidente dell’Osservatorio Socio-Religioso del Triveneto (“Fenomenologia dell’esperienza religiosa nei giovani”) e del Prof. Riccardo Tonelli, docente emerito di Teologia pastorale presso l’Università Pontificia Salesiana (“Il rapporto giovani e fede: estraneità, rifiuto o familiarità?”).

Questo pomeriggio è prevista la presentazione di alcune esperienze e un’ampia condivisione, in dibattito con i relatori. Giovedì mattina, infine, il contributo della Dott.ssa Maria Grazia Pau, docente di Metodologia e didattica dell’Irc presso l’ISSR di Cagliari (“Criteri e modalità di risposta dell’Irc alla domanda di senso dei giovani”).

Scarica intervento: Annicchiarico – Introduzione 16-05-12

Informazioni ulteriori sono disponibili nel sito www.chiesacattolica.it/irc.

E’ possibile scaricare il programma e la circolare di esonero del MIUR.



“È POSSIBILE UN’ALLEANZA ITALIANA PER LA FAMIGLIA?”

Presentazione del rapporto biennale dell’osservatorio nazionale sulla famiglia

in occasione della GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA FAMIGLIA

“È possibile un’alleanza italiana per la famiglia?”. Questo l’interrogativo sul quale si è imperniata, oggi a Roma, la celebrazione della Giornata internazionale della famiglia, in occasione della quale è stato anche presentato il Rapporto biennale sulla condizione della famiglia in Italia, a cura dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia.


Una bussola per tutti. “La famiglia è la chiave di volta per la ricostruzione del tessuto sociale”, in un momento “dominato dalla crisi economica ma soprattutto da una crisi relazionale”. Lo ha detto il ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione, Andrea Riccardi, definendo la famiglia “un tema cruciale” e “non facile per il Paese”. Sottolineando “l’importanza sempre crescente delle famiglie degli immigrati” presenti in Italia, il ministro ha auspicato “una grande alleanza per la famiglia”, che non è solo un “fatto privato ma una risorsa per la vita dell’intera società”. La famiglia, ha aggiunto il ministro, “rappresenta una bussola per chi vuole fare politica” ma anche per i cittadini: “Da soli gli individui realizzano meno le proprie potenzialità. Perciò bisogna fare il massimo anche in un momento di ristrettezza economica”.

L’importanza delle “buone pratiche”. A riprendere il tema dell’“alleanza per la famiglia”, al centro del Rapporto, dal titolo “La famiglia in Italia. Sfide sociali e innovazioni nei servizi”, è stato il curatore, il sociologo Pierpaolo Donati, secondo il quale “è l’analisi della famiglia che ci dice quanto il tessuto sociale si stia spappolando, e quanto ci sia necessità di una convergenza, dall’alto e dal basso, su un orizzonte comune”. Due le priorità, ha spiegato Donati: “Le giovani coppie e la solidarietà tra le generazioni, mediata dalla famiglia”. Per il sociologo, nel dettaglio “occorre una grande convergenza delle forze politiche, sociali e culturali, partendo dalla consapevolezza che la famiglia è un soggetto a cui si può dare attenzione solo sacrificando gli interessi immediati della politica”. Il Rapporto, ha aggiunto Donati, “vuole essere anche un contributo importante al dibattito europeo, in cui c’è una grande difficoltà ad affrontare il tema della famiglia”. Nel Rapporto – diviso in due volumi, il primo dei quali affronta gli aspetti demografici, sociali e legislativi, mentre il secondo tratta delle “buone pratiche” in atto – si auspicano “politiche familiari relazionali, sussidiarie e societarie, che non siano la riedizione del vecchio assistenzialismo”.

“Salvare il cuore del Paese”. Per Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari, è urgente un’“alleanza per la famiglia” come “partita di sistema, non tema di nicchia, in cui sono coinvolti tutti gli attori sociali”, dal momento che non “bisogna salvare solo banche e aziende, ma anche e soprattutto il cuore del Paese”. Belletti, che ha chiesto alla politica di “restituire alle famiglie quello che hanno dato finora”, ha poi auspicato che, grazie ai “pilastri” rappresentati da “fisco, welfare e lavoro”, si stabiliscano “misure più eque”, “accordi tra territori”, per far sì che “la famiglia sia luogo generativo e motore di sviluppo” e non “un ammortizzatore sociale”. Di una “fortissima esigenza di riequilibrio del sistema fiscale in Italia”, per scongiurare “l’aumento delle disuguaglianze”, ha parlato Luca Antonini, del comitato scientifico dell’Osservatorio, secondo il quale quello fiscale “è un problema anche culturale”, che per quanto riguarda la famiglia comporta la capacità di “riconoscere il valore del legame, che non può essere considerato alla stregua di altri legami”. “Sempre più famiglie, ma più piccole; anziani soli in aumento; forte riduzione delle coppie con figli”: questo, in sintesi, l’identikit delle 23 milioni di famiglie censite dal Rapporto, ha riferito il demografo Gian Carlo Blangiardo.

“Rafforzare il tessuto connettivo sociale”. “È necessario valorizzare la soggettività della famiglia per rafforzare il tessuto connettivo sociale. Con il piano nazionale per le famiglie per la prima volta la politica crea un quadro organico e unitario, superando la logica della frammentarietà degli interventi”. Così si è espresso il presidente della Camera, Gianfranco Fini, mentre sull’importanza di “favorire il lavoro delle donne, fattore fondamentale per l’equilibrio delle famiglie” ha insistito il ministro per le Pari opportunità, Elsa Fornero, che ha sottolineato come la famiglia viva “una crisi che è nel contempo economica, d’identità e valori”. Le istituzioni, ha affermato il ministro “devono aiutare i genitori nel loro ruolo” e “attuare politiche di conciliazione perché gli uomini facciano i padri e non portino solo il pane a casa”. Fabrizio Barca, ministro per la Coesione territoriale, ha ribadito in chiusura che è necessario investire sulla famiglia “anche togliendo soldi a cose meno vitali” perché solo con la famiglia, “grumo fertile di relazioni”, è possibile rispondere “con coraggio e fiducia alla fase difficile che attraversiamo”.


Scheda: il Rapporto biennale 2011-2012

“Essere d’aiuto a studiosi e operatori per perseguire nuovi orizzonti di interventi a favore delle famiglie italiane in una fase storica di crescenti incertezze”. Questo l’obiettivo del Rapporto biennale 2011-2012 curato dall’Osservatorio nazionale sulla famiglia. 
“Il Rapporto – si legge nell’introduzione a firma di Pierpaolo Donati, direttore scientifico dell’Osservatorio – intende fornire informazioni socio-economico-demografiche utili per comprendere la condizione familiare in Italia e, nello stesso tempo, suggerire linee d’intervento per le politiche sociali da mettere in campo”. Bisogna, quindi, “riconoscere il ruolo sociale della famiglia non già mediante misure di tipo caritativo o di mera assistenza passivizzante, bensì nei termini di una piena valorizzazione della soggettività sociale della famiglia. Se un Paese non ha un forte tessuto connettivo costituito da famiglie solide che generano beni relazionali, non v’è rimedio economico che possa funzionare, perché il problema giace nel fatto di consumare il capitale umano e sociale delle famiglie, e nel non riuscire a rigenerarlo”.
Strutturato in due volumi, il Rapporto “parla di alleanza italiana per la famiglia non solo perché risponde alle linee-guida dell’Unione europea, ma anche e soprattutto perché prevede il coinvolgimento di tutti gli attori istituzionali e della società civile che sono chiamati a realizzare il family mainstreaming”. Nel primo tomo viene delineato “lo scenario generale dei mutamenti nel corso di vita delle famiglie e le esigenze di una legislazione sociale più avanzata, tenendo conto del nuovo assetto federalistico del Paese”, con particolare attenzione “ai problemi della povertà e delle famiglie immigrate”. Nel secondo volume vengono, invece, riportati “i risultati di ricerche originali sul campo, che riguardano le buone pratiche e i nuovi strumenti per la conciliazione tra famiglia e lavoro, come l’audit, e i buoni servizio, l’uso dei congedi genitoriali, gli aiuti alle famiglie che si prendono cura degli anziani non autosufficienti, i sostegni alle famiglie fragili (con minori in tutela o a rischio di allontanamento, in cui i genitori sono separati/divorziati, famiglie migranti), la governance delle politiche familiari a livello locale”. In appendice si trova il Piano nazionale per la famiglia, “una sintesi del programma d’interventi concreti che, se implementati, potrebbero portare il Paese a realizzare le più moderne ed efficaci politiche familiari”.
Sono “note da tempo – si legge ancora – le difficoltà che il sistema-Italia ha di dare un adeguato riconoscimento alle famiglie per il ruolo economico, sociale, culturale che esse svolgono in quanto famiglia, e non come semplici aggregati d’individui. Qualche recente segnale fa ben sperare in una possibile svolta. Penso al riconoscimento del ‘settore famiglia’ come criterio equitativo nella distribuzione delle risorse pubbliche e/o viceversa, nella richiesta ai cittadini di contribuire agli sforzi di ripresa e sviluppo del Paese”. La speranza, conclude Donati, è che il Rapporto “contribuisca ad accrescere una conoscenza più approfondita della problematica e stimoli l’adozione degli interventi strutturali di politica familiare necessari per dare al Paese un futuro di sviluppo equo e sostenibile”.