Come insegnare la religione con l’arte

Tra le tante proposte per una nuova evangelizzazione e per un insegnamento della religione che sia strettamente connesso ad un progetto culturale, ha destato grande interesse la pratica di alcuni insegnanti di utilizzare le arti visive.

Una vera e propria catechesi della bellezza che mentre fa conoscere e spiega e svela il mistero di capolavori artistici, pittorici, architettonici, scultorei, allarga gli orizzonti verso il sacro e il divino.

A questo proposito le suore Maria Luisa Mazzarello e Maria Franca Tricarico, docenti alla Facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium”, hanno curato e pubblicato un cofanetto di cinque volumi edito da Il Capitello ed Ellenici, con il titolo “Insegnare la religione con l’arte”.

Secondo suor Mazzarello: “Comunicare la fede percorrendo la via della bellezza è certamente avvalersi più di una opportunità per incontrare e penetrare il mistero”.

L’arte – ha aggiunto – è parola silenziosa ed eloquente per incontrare Dio. L’arte, infatti, è luogo teologico, espressione della fede attraverso le formule iconografiche. L’arte è la via del concreto che apre alla comprensione del trascendente”.

Per approfondire un tema di così grande attualità e interesse ZENIT ha intervistato suor Maria Franca Tricarico.

Come è possibile insegnare religione seguendo percorsi artistici?

Nel supertecnologico XXI secolo la Chiesa non manca di richiamare l’attenzione sulla rilevanza del linguaggio dell’arte cristiana il cui scopo, oggi come nel passato, è quello di ‘demonstrare invisibilia per visibilia’  cioè ‘spiegare le cose invisibili attraverso quelle visibili’.

Dall’esperienza in aula e dialogando con gli insegnanti, risulta che il ricorso all’arte è una strada percorribile. L’arte – come aveva scritto Giovanni Paolo II nella Lettera agli artisti – è per sua natura una sorta di appello al Mistero. L’arte, dunque, è un linguaggio che attraverso le forme simboliche svela agli alunni, non solo a quelli della scuola superiore, ma anche a quelli della scuola dell’infanzia, le “cose di Dio”. I nostri ragazzi oggi, sono un po’ come quegli “illetterati” di cui parlava Gregorio Magno i quali vedendo comprendevano. Lo stesso vale a scuola. L’esperienza ci dice che per i ragazzi un’immagine è più eloquente del solo discorso che va comunque ricuperato, forse proprio a partire da un’opera d’arte.

In definitiva, il percorso artistico nell’insegnamento della religione significa riappropriarsi della tradizione antica, significa ri-attualizzarla; significa considerare l’arte quale “testo” che ri-dice la parola di Dio e, nel caso dell’arte contemporanea, quale “testo” che lascia intravedere il religioso e la dimensione spirituale anche attraverso la precarietà esistenziale dell’uomo.

In concreto, in aula le opere d’arte vanno proposte come testo-documento, come esegesi pratica, come esegesi figurativa della Scrittura. Operativamente, per l’analisi delle opere, si può prevedere

▪ la presentazione e l’osservazione dell’opera d’arte: si sollecitano i ragazzi a guardare con attenzione tutti gli elementi presenti nell’opera proposta e ad elencarli (descrizione preiconografica);

▪ il passaggio dalla descrizione dell’opera all’interpretazione simbolica: si sollecitano i ragazzi a scoprire che tutti gli elementi presenti nelle opere di diverse epoche hanno un preciso intento comunicativo, e a tentarne un’interpretazione; si provocano interrogativi che consentono di formulare ipotesi di significato da convalidare alla luce di varie fonti, in particolare il testo biblico come fonte privilegiata. Tutto questo per scoprire gli elementi di significato di cui il testo-arte è portatore (analisi iconografica e interpretazione iconologica).

Inoltre, si può pure prevedere la riespressione dei contenuti trasmessi dall’opera d’arte mediante la produzione dei ragazzi: è il momento di verifica delle competenze acquisite in ordine alla lettura e alla comprensione dell’opera d’arte la quale nasce sempre da un’idea biblico-teologica che si materializza in personaggi, forme, colori, volumi, disposizioni spaziali, ecc. I ragazzi sono invitati ad assumere i seguenti atteggiamenti: silenzio immaginativo, esternazione delle proprie idee, dialogo, produzione individuale e/o di gruppo. In questo modo la classe si costituisce quale “bottega d’arte” dove viene potenziata l’immaginazione e la creatività attraverso processi di reinterpretazione e di rielaborazione.

Un’importante attenzione didattica va rivolta alla scelta delle opere. Si escluderanno opere in cui prevalgono dettagli inutili e l’effetto scenografico; come pure quelle che “infantilizzano” il Mistero. Si sceglieranno invece opere che si propongono per la loro semplicità ed essenzialità, come pure opere che penetrano la Sacra Scrittura, la ri-dicono, la interpretano e l’attualizzano.

Una tale scelta deriva dalla consapevolezza che l’arte è un testo complesso non nel senso di difficile, ma nel senso che racchiude una molteplicità di elementi riconducibili a vari aspetti del dato cristiano. L’attenzione pedagogica e didattica che si richiede è allora quella di proporre agli alunni espressioni artistiche a seconda della loro età e delle loro capacità cognitive ben sapendo che ogni traccia, ogni espressione dell’arte cristiana è un testo che può essere letto, compreso e interpretato a vari livelli.

In definitiva, la via dell’arte cristiana nell’azione didattica è percorribile anche se richiede da parte dell’insegnante una particolare “attrezzatura” cognitiva e la passione per l’arte. Tutto ciò si acquista con una continua formazione e contemplazione.

Per questo, nel corso degli anni, con una mia collega, ho curato la pubblicazione dei sette testi della Collana “Insegnare Religione con l’Arte” (Elledici) il cui scopo è appunto quello di aiutare gli insegnanti nella loro formazione. Questi testi sono indirizzati anche agli studenti degli Istituti Superiori di Scienze Religiose e ai Catechisti.

zenit del 5/09/12

Giovani e scuola: risultati di un’indagine

La Scuola è tra le istituzioni che incontrano maggior grado di fiducia tra le giovani generazioni. Secondo il campione analizzato, la netta maggioranza (oltre il 55%) dà ad essa un voto positivo.

E’ quanto emerge dall’indagine “Rapporto Giovani” dell’Istituto di Studi Superiori Giuseppe Toniolo, realizzata dall’Ipsos, da un campione, rappresentativo su scala italiana, di 4500 giovani tra i 18 e i 29 anni.

Ancor più alto il gradimento (valore positivo per quasi due su tre) tra quelli ancor più giovani (20 anni o meno).

Rispetto alla ripartizione geografica, la fiducia tende ad essere maggiore dove scuola e Università offrono migliori strutture e maggiori livelli di preparazione. Il voto positivo supera infatti il 60% al Nord. I valori sono comunque positivi nella maggioranza dei casi anche nel Centro e nel Sud.

Valori sensibilmente più alti sono, inoltre, assegnati al sistema formativo dai giovani che vivono in una famiglia con genitori più istruiti, dove il valore dello studio tende ad essere maggiormente trasmesso. In particolare, se il padre è laureato la quota di voti positivi arriva vicina al 65%. La percentuale di consensi rimane comunque sopra il 50% anche per chi proviene da classe socio-culturale più bassa.

Sia studio che lavoro

Solleva molte preoccupazioni in Italia il fenomeno dei “Neet”, ovvero dei giovani che non studiano e nemmeno lavorano. Esiste,però, anche la categoria opposta, formata da giovani che studiano e nel contempo anche lavorano. Un gruppo di particolare interesse per vari motivi: perché con la crisi economica questi giovani pur avendo trovato un lavoro non rinunciano allo studio, in funzione di migliorare comunque le proprie prospettive future. Ovvero perché,  pur studiando, hanno deciso di iniziare già a confrontarsi con il mercato del lavoro. Una scelta meritoria, quella di cercare durante gli studi di mantenersi del tutto o parzialmente da soli, tanto più in un Paese come il nostro che presenta i più alti tassi di dipendenza economica dei giovani dai genitori nel mondo sviluppato.

Una scelta dettata non sempre e solo da necessità, ma spinta anche dal desiderio di autonomia e da un senso di responsabilità. Ma che si scontra anche con le difficoltà a conciliare tali due impegni.

Nel nostro ampio campione considerato (oltre 4500 giovani nella fascia 18-29 anni), tra coloro che studiano, la quota di chi svolge una qualche attività lavorativa è vicina a uno su cinque tra chi proviene da famiglie con classe sociale più bassa, ma è comunque su livelli di rilievo anche per chi proviene da famiglie più benestanti.

La possibilità di coniugare studio e lavoro è inoltre molto più elevata al Nord rispetto al Sud, sia per le maggiori opportunità di occupazione ma anche per la maggior presenza di studenti fuori sede che vivono lontani dalla famiglia di origine con i costi che questo comporta.

Come ci si può aspettare, la percentuale aumenta con l’età. Sale a circa un caso su tre attorno ai 25 anni, e si avvicina a un caso su due verso i 30 anni.

Riguardo al tipo di contratto, anche qui come ci si poteva aspettare, molto bassa è la quota di chi ha un contratto a tempo indeterminato, pari a poco più di uno su quattro tra coloro che hanno un lavoro alle dipendenze, mentre circa il 16% ha invece un lavoro autonomo.

Chiesa in Europa: per crescere insieme

Si è concluso oggi a Cipro l’incontro Ccee-Comece su radici cristiane e coesione sociale

Una tre giorni di appuntamenti, dibattiti e spunti di riflessione: questo il seminario promosso a Cipro dalla Commissione “Caritas in veritate” del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee) e dedicato alla coesione sociale, giunto oggi al termine.

Riaffermato che “non è possibile un’Europa coesa che dimentichi le sue radici cristiane” si è ribadito che la “Chiesa può e deve inserirsi all’interno del dibattito sulla coesione sociale, anzi il suo contributo è fondamentale”.

Come ha sottolineato il card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova, presidente della Cei e vice-presidente del Ccee (insieme a mons. Józef Michalik, arcivescovo di Przemyśl-Polonia) “la Chiesa ha un grande messaggio per quanto concerne la questione sociale e la società in generale grazie alla dottrina sociale della Chiesa che è il compendio delle implicazioni a livello culturale, sociale, economico, politico, ma soprattutto antropologico del mistero di Cristo e del Vangelo”.

Ecco, quindi, che questo seminario, organizzato dal Ccee (www.ccee.org) e condiviso dalla Comece, la Commissione degli episcopati della Comunità europea (www.comece.org), ha inteso rispondere a questa esigenza. Le Chiese cattoliche europee, ha rilevato il cardinale Bagnasco, sentono “profonda la missione di mettersi a servizio dell’evangelizzazione, sapendo che dentro al Vangelo vi è l’elevazione di tutto l’uomo e, quindi, della società”. 

Una cultura della diversità. Muovendo dal concetto di coesione sociale e richiamandosi alle parole delle Sacre Scritture,Andreas Pitsillides, docente di teologia e membro del Parlamento di Cipro, ha lanciato un messaggio importante a favore della multiculturalità. E come non affrontare un tema così importante proprio in questa terra? Cipro, rappresenta, infatti, un esempio per tutta l’Europa, perché “non si può parlare di coesione sociale se viene meno il concetto d’integrazione”. A tale scopo il teologo ha invocato un sempre maggior impegno da parte di tutti per creare una “cultura della diversità”. Al riguardo, ha aggiunto Pitsillides, “l’impegno e la missione della Chiesa cattolica nel promuovere la coesione sociale in Europa è fondamentale e per raggiungere questo obiettivo è importante comunicare con la gente, stando sempre al passo con le sfide di ogni epoca”. La parola è poi passata a Marios Mavrides, anche lui membro del Parlamento e docente associato all’Università europea di Cipro. Nel suo intervento, dal titolo “Costruire una società giusta: una prospettiva economica”, ha spiegato che, “nonostante i significativi passi in avanti per combattere le ingiustizie, la povertà e la disuguaglianza non sono ancora state debellate”. Concludendo il suo intervento ha poi aggiunto: “La costruzione di una società giusta non è facile e soprattutto non è un compito che può avere una fine, possiamo sempre puntare al meglio. Tuttavia, non riusciremo mai a raggiungere la perfezione”. 

Una prospettiva integrale. A mons. Giampaolo Crepaldi, presidente della Commissione del Ccee promotrice del seminario, è toccato il compito di ripercorrere le tappe salienti di questa tre giorni. Con l’intervento “Verso una ‘road map’ per la commissione ‘Caritas in Veritate’”, mons. Crepaldi ha focalizzato l’attenzione su tre punti salienti emersi dall’incontro: l’identità degli organismi del Ccee e della Comece, l’uso della dottrina sociale della Chiesa e l’Europa. “Chiedo scusa – ha detto – se la ‘road map’ è fatta più di domande che di risposte, ma a me sembra che porre le domande giuste, sia una maniera corretta per iniziare a rispondere in maniera adeguata”. Mons. Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza e uno dei quattro vice-presidenti della Comece e presidente della Commissione sulle questioni sociali della stessa Comece, ha voluto mettere in rilievo le varie declinazioni emerse del concetto di coesione sociale. “A mio avviso – ha affermato mons. Ambrosio – questo tema va affrontato in una prospettiva integrale anche se è giusto, nel mantenere una visione d’insieme, distinguere le varie problematiche. Infine credo sia importante evidenziare la visione culturale e politica di tale concetto, richiamandoci anche ai padri fondatori dell’Europa”. Concludendo l’intervento e riallacciandosi alle tematiche sociali, mons. Ambrosio ha ricordato l’importante appuntamento delle seconde “Giornate sociali europee” che si terranno in Spagna, a Granada, il prossimo anno e che vedranno nuovamente il coinvolgimento del Ccee, della Comece e di tutte le Chiese europee.

Il grande dono. Un messaggio di speranza è stato, infine, lanciato dall’arcivescovo dei maroniti di Cipro, Youssef Soueif, il quale ha ricordato che l’Europa ha dovuto far fronte a numerose difficoltà. “La minaccia della crisi economica – ha detto – ci mette nuovamente a dura prova, ma le guerre, anche quelle economiche, si affrontano nello Spirito di Cristo, l’Unico in grado di trasformare le difficoltà in grazie e benedizioni”. Come ha ricordato, infatti, il cardinale Bagnasco: “L’Europa è il grembo originario del cristianesimo e non deve perdere questo grande dono”.

a cura di Nike Giurlani, inviata Sir Europa a Cipro

XXIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO Lectio – Anno B

Prima lettura: Isaia 35,4-7a

Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi». Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa. La terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso sorgenti d’acqua.

I capitoli 34-35 costituiscono la cosiddetta «Piccola Apocalisse» del libro di Isaia. Composti probabilmente dopo l’esilio, contengono una serie di oracoli di giudizio contro i nemici d’Israele (34), contrapposti a oracoli di salvezza (35).

Un inno di gioia (35, 1-3) introduce l’oracolo di consolazione rivolto agli «smarriti di cuore»: l’intervento del Signore è insieme vendetta, ricompensa e salvezza. La giustizia si presenta con due facce, il castigo degli empi e la retribuzione dei giusti.

All’annuncio del v. 4 segue la descrizione del giorno della salvezza (vv. 5 e ss.), per mezzo delle immagini tradizionali che rappresentano i tempi messianici. Ciechi, sordi, zoppi e muti saranno sanati: le diverse situazioni di schiavitù, i diversi impedimenti che incatenano il popolo credente cadono come per incanto. Sono guarigioni reali e simboliche a un tempo: aprire gli occhi, schiudere gli orecchi significa anche dare la vera conoscenza spirituale e convertire i cuori all’ascolto della parola del Signore: saltare come cervi e gridare di gioia rappresenta la libertà e l’entusiasmo di confessare la fede.

La salvezza coinvolge non solo gli esseri umani, ma anche la natura, il cui ritorno alla vita è rappresentato con le immagini dell’acqua che rigenera il deserto e feconda la terra. Il paese inaridito che simboleggiava il castigo divino (34, 10ss.) torna qui a fiorire: scaturiranno acque, torrenti nella steppa, la terra bruciata sarà una palude e il suolo riarso si animerà di sorgenti.

Seconda lettura: Giacomo 2,1-5

Fratelli miei, la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria, sia immune da favoritismi personali. Supponiamo che, in una delle vostre riunioni, entri qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito lussuosamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se guardate colui che è vestito lussuosamente e gli dite: «Tu siediti qui, comodamente», e al povero dite: «Tu mettiti là, in piedi», oppure: «Siediti qui ai piedi del mio sgabello», non fate forse discriminazioni e non siete giudici dai giudizi perversi? Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?

La lettera di Giacomo entra nel quotidiano della vita di comunità, con chiare indicazioni di comportamento.

Le conseguenze pratiche della fede sono estremamente chiare fin dall’inizio della lettera. Il secondo capitolo si apre con un’affermazione categorica: esiste una contraddizione insanabile tra la fede nel Signore Gesù e gli interessi personali, egoistici e transitori.

I tre versetti successivi (2-4) chiariscono l’affermazione con un esempio. La descrizione dell’uomo ricco e del povero accolti nell’assemblea con evidente disparità di trattamento è vivace e realistica, tanto da far pensare che già nella comunità delle origini esistessero questi problemi. L’interrogativo finale lascia alla coscienza della persona la decisione: ma l’accusa è forte e fa riflettere. Si tratta infatti non semplicemente di discriminare (diakrinô), ma addirittura di giudizi perversi (kritaì dialigismôn ponêrôn). Non è quindi solo una fede debole e incerta, ma una vera e propria ingiustizia nei confronti dei fratelli, qualcosa che ferisce profondamente la comunità. Potremmo dire, con linguaggio moderno, che i favoritismi dettati dall’attenzione al denaro e ai privilegi sociali non sono semplicemente un «peccato veniale».

Segue infatti un ragionamento stringato che ribadisce il pensiero dell’Apostolo. Il v. 5, che introduce l’argomentazione, è una domanda retorica che, nella linea del pensiero dei profeti d’Israele e dello stesso Paolo, ricorda la scelta preferenziale di Dio a favore dei poveri. I poveri agli occhi del mondo sono ricchi nella fede ed eredi del regno: i criteri umani sono quindi completamente capovolti dalla logica di Dio, e se preferenza deve esserci nella comunità cristiana, questa deve andare proprio a coloro che dal mondo sono emarginati e respinti.

Vangelo: Marco 7,31-37

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Esegesi

La guarigione del sordomuto, narrata solo in Marco, è localizzata in territorio pagano (la Decapoli), dove tuttavia sembra essere già giunta la fama di Gesù taumaturgo.

Il primo versetto (31) offre una precisa indicazione geografica, anche se non appare chiaro l’itinerario seguito da Gesù per giungere da Tiro e Sidone (sulla costa fenicia) fino alla Decapoli, a est del lago di Tiberiade.

Il v. 32 presenta la situazione, senza indugiare sui preamboli: la gente del posto chiede a Gesù di imporre le mani sul malato, credendo forse che la sua potenza passi come un fluido magnetico. Non è ancora fede, ma ingenua fiducia, forse mista a superstizione, nei confronti di un uomo che opera prodigi.

I tre versetti centrali (33-35) descrivono il miracolo, con alcune notazioni importanti che introducono il tema del «segreto messianico». Gesù prende in disparte l’uomo, lontano dalla folla, come a voler dissipare ogni fraintendimento propagandistico in quello che sta per fare; eppure indulge alla semplicità della gente e compie anche dei gesti concreti (le dita nelle orecchie, la saliva) che potrebbero farlo assomigliare ai maghi e taumaturghi del tempo. Il prodigio tuttavia non si compie direttamente in conseguenza dei gesti, ma appare piuttosto effetto dell’invocazione di Gesù e della sua parola, non a caso nel versetto centrale (34): egli alza gli occhi al cielo, rivolto palesemente a Dio, e dice in aramaico «Apriti!».

Il collegamento parola-evento è chiaramente sottolineato dall’avverbio «e subito». Il prodigio è espresso con verbi che adombrano anche un significato di conversione interiore: gli orecchi «si aprono», il cuore e la mente dell’uomo sono quindi aperti ad accogliere la Parola del Signore; la lingua «si scioglie», l’uomo è quindi liberato dai legami del male che lo tenevano prigioniero.

Viene poi la raccomandazione del segreto, caratteristica di Marco (v. 36): l’ora non è ancora giunta, e tuttavia la notizia del prodigio viene diffusa nonostante il divieto di Gesù. La reazione (v. 37) è di stupore, il miracolo risveglia qualcosa di più della superstizione che lo aveva preceduto. Queste persone credevano possibili guarigioni prodigiose, ma l’a-zione di Gesù li sorprende: ancora adesso non è fede, ma un passo ulteriore si è compiuto, ci si interroga su chi sia quest’uomo che fa udire i sordi e fa parlare i muti.

Meditazione

Il passo evangelico di questa domenica inizia con una breve introduzione di carattere geografico. Sono nominate le città di Tiro e Sidone, il territorio della Decàpoli: l’evangelista Marco ha cura di farci sapere che Gesù, dopo l’episodio della donna siro-fenicia (cfr. 7,24-30), rimane nella regione pagana del paese e quindi anche il personaggio che tra poco incontrerà è un pagano.

«Gli portarono un sordomuto…» (v. 32). Sulla scena compaiono all’improvviso alcune persone anonime che si preoccupano di condurre a Gesù un uomo gravemente colpito nella sua dimensione comunicativa (è infatti «sordo» e «muto», cioè incapace di ascoltare e di parlare) per chiederne la guarigione. È da notare che il termine impiegato da Marco per connotare il mutismo di quest’uomo (in greco: mogilálon, «che parla a fatica, con difficoltà») si trova solo qui in tutto il NT e ricorre un’altra volta soltanto nell’AT, precisamente nel testo di Is 35,6 (vedi il brano proposto come prima lettura). Con ciò l’evangelista vuole invitare i suoi lettori a comprendere questo episodio come il compimento di una profezia, come uno dei segni messianici che Gesù realizza.

Subito, senza perdere tempo e senza troppi discorsi, Gesù mette in atto la sua ‘terapia’ (vv. 33-34). E per prima cosa «prende con sé» il sordomuto (il verbo evidenzia un tratto di delicata accoglienza da non trascurare, soprattutto nel difficile rapporto che a volte si instaura tra malato e guaritore) e lo porta «in disparte». Per un incontro vero e personale con Gesù è necessario separarsi dalla folla, allontanarsi dagli umori sempre ambigui e volubili di essa. Poi Gesù compie due gesti molto concreti (all’apparenza quasi rozzi e poco eleganti) che esprimono la volontà di stabilire un contatto con il malato – anche fisico, corporeo -, di stabilire una comunicazione che prende avvio proprio dagli organi malati: gli orecchi e la lingua. È un «toccare» che mira a riaprire i canali chiusi della comunicazione alla loro sorgente, là dove ogni suono e ogni voce entra nel corpo (gli orecchi) e là dove ogni parola prende forma per uscire verso l’esterno (la lingua). Gesù quindi prosegue levando gli occhi al cielo, in un gesto di preghiera, ed emettendo un sospiro, un «gemito», quasi a esprimere un appello, un’invocazione muta e silenziosa a quel Dio che può donargli la forza di vincere ogni resistenza insita nel corpo dell’infermo. Un sospiro che dice la sua pena e, insieme, la sua partecipazione a una tale condizione umana. Da ultimo pronuncia un comando, forte e imperioso, che è la parola centrale e decisiva di tutto il racconto: «Effatà». È  una parola in aramaico, come altre parole cruciali e decisive riportate da Marco nel suo vangelo. È curioso che qui Gesù parli al singolare: «Apriti!»: è anzitutto l’uomo come tale, nella sua totalità, che deve aprirsi, che deve lasciare che questa parola rompa, infranga, vinca la sua chiusura. Prima che essere rivolta alle sue orecchie, questa parola di Gesù è rivolta al suo cuore, al centro interiore dell’intera sua persona.

Ed ecco il risultato immediato di tutta questa opera di guarigione: «E subito gli si aprirono gli orecchi…» (v. 35). C’è un’«apertura», c’è uno «scioglimento», c’è un parlare ritrovato e «corretto», che manifestano l’efficacia della ‘cura’ di Gesù e diventano altresì contagiosi, tanto che i presenti non riescono a ubbidire al comando di Gesù, che ingiungeva loro il silenzio, ma «più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano…» (v. 36). Con una bella immagine, il card. C.M. Martini nella sua lettera pastorale «Effatà, Apriti» così commenta: «La barriera della comunicazione è caduta, la parola si espande come l’acqua che ha rotto le barriere di una diga. Lo stupore e la gioia si diffondono per le valli e le cittadine della Galilea…». L’esclamazione conclusiva (v. 37), pronunciata al colmo dello stupore, rievoca la finale del racconto della creazione: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1,31). Siamo dunque in presenza di un evento che dischiude di nuovo la realtà originaria, un evento in grado di ricreare quell’umanità così come Dio l’aveva voluta agli inizi della creazione.

S. Ambrogio, nella sua spiegazione al rito dell’ Effatà che si celebrava durante la liturgia battesimale (reinserito ora nella celebrazione del Battesimo degli adulti), chiama questo episodio evangelico: «il mistero dell’apertura». In un contesto di iniziazione è fondamentale che qualcosa venga ‘aperto’ ed è nondimeno fondamentale la consapevolezza del bisogno di ‘lasciarsi aprire’. Tutto il vangelo di Marco è attraversato da questa ‘apertura’ (dai cieli che si aprono al battesimo di Gesù fino al velo del tempio che si squarcia «da cima a fondo» al momento della sua morte) e forse non è un caso che questo racconto di guarigione sia stato collocato a questo punto della narrazione evangelica: la sua valenza simbolica in ordine al cammino di sequela dei discepoli può essere illuminante. Ricordiamo che siamo nel contesto della cosiddetta «sezione dei pani» (Mc 6,30-8,21) in cui è più volte sottolineata l’ottusità dei discepoli, la loro lentezza di mente, la loro durezza di cuore: di fronte a sempre nuove e più grandi rivelazioni di Gesù corrisponde da parte loro un’incomprensione sempre maggiore. I discepoli appaiono come ciechi e sordi, incapaci di vedere e udire la novità del vangelo. Ecco allora che la fatica impiegata da Gesù per guarire quel sordomuto (la molteplicità dei dettagli è indicativa di tutta la laboriosità e lo sforzo compiuto per risolvere il caso) diventa segno della fatica usata a guarire i discepoli dalla loro cecità e sordità spirituale (riguardo alla cecità, l’episodio del cieco di Betsàida, in 8,22-26, svolge una funzione analoga). Ma, nello stesso tempo, l’’apertura’ del sordomuto diventa anche segno della possibilità offerta a tutti (discepoli compresi!) di ottenere la guarigione, di ritrovare una capacità nuova di ascolto e comprensione del mistero di Gesù. Ed è proprio questo il vero miracolo a cui tende tutto il vangelo…

Preghiere e racconti

 

Effatà

«A tante domande sulla malattia del comunicare umano contrapponiamo ora una scena di risanamento. Contempliamo Gesù nel momento in cui sta facendo uscire un uomo dalla sua incapacità a comunicare. Si tratta della guarigione del sordomuto raccontata in Mc 7, 31-37. S. Ambrogio chiama questo episodio -e la sua ripetizione nel rito battesimale – “il mistero dell’apertura”: “Cristo ha celebrato questo mistero nel Vangelo, come leggiamo, quando guarì il sordomuto” (I misteri, I, 3).

Dividiamo il racconto in tre tempi: la descrizione del sordomuto, i segni e gesti di apertura, il miracolo e le sue conseguenze.

1. La narrazione evangelica precisa anzitutto il disagio comunicativo di quest’uomo. E’ uno che non sente e che sì esprime con suoni gutturali, quasi con mugolìi, di cui non si coglie il senso. Non sa neanche bene cosa vuole, perché è necessario che gli altri lo portino da Gesù. Il caso è in sé disperato (7, 31-32).

2. Ma Gesù non compie subito il miracolo. Vuole anzitutto far capire a quest’uomo che gli vuol bene, che si interessa del suo caso, che può e vuole prendersi cura di lui. Per questo lo separa dalla folla, dal luogo del vociferare convulso e delle attese miracolistiche. Lo porta in disparte e con simboli e segni incisivi gli indica ciò che gli vuol fare: gli introduce le dita nelle orecchie come per riaprire i canali della comunicazione, gli unge la lingua con la saliva per comunicargli la sua scioltezza. Sono segni corporei che ci appaiono persino rozzi, scioccanti. Ma come comunicare altrimenti con chi si è chiuso nel proprio mondo e nella propria inerzia ? come esprimere l’amore a chi è bloccato e irrigidito in sé, se non con qualche gesto fisico? Notiamo anche che Gesù comincia, sia nei segni come poi nel comando successivo, con il risanare l’ascolto, le orecchie. Il risanamento della lingua sarà conseguente.

A questi segni Gesù aggiunge lo sguardo verso l’alto e un sospiro che indica la sua sofferenza e la sua partecipazione a una così dolorosa condizione umana. Segue il comando vero e proprio, che abbiamo scelto come titolo di questa lettera: “Effatà” cioè “Apriti!” (7, 34). E’ il comando che la liturgia ripete prima del Battesimo degli adulti: il celebrante, toccando con il pollice l’orecchio destro e sinistro dei singoli eletti e la loro bocca chiusa, dice: “Effatà, cioè: apriti, perché tu possa professare la tua fede a lode e gloria di Dio” (Rito dell’Iniziazione Cristiana degli Adulti, n. 202).

3. Ciò che avviene a seguito del comando di Gesù è descritto come apertura (“gli si aprirono le orecchie”), come scioglimento (“si sciolse il nodo della sua lingua”) e come ritrovata correttezza espressiva (“e parlava correttamente”). Tale capacità di esprimersi diviene contagiosa e comunicativa: “E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano”. La barriera della comunicazione è caduta, la parola si espande come l’acqua che ha rotto le barriere di una diga. Lo stupore e la gioia si diffondono per le valli e le cittadine della Galilea: “E, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti”” (7, 35-37).

In quest’uomo, che non sa comunicare e viene rilanciato da Gesù nel vortice gioioso di una comunicazione autentica, noi possiamo leggere la parabola del nostro faticoso comunicare interpersonale, ecclesiale, sociale. Possiamo anche individuare le tre parti di questa Lettera: 1. rendersi conto delle proprie difficoltà comunicative; 2. lasciarsi toccare e risanare da Gesù; 3. riaprire i canali della comunicazione a tutti i livelli.

Il comunicare autentico non è solo una necessità per la sopravvivenza di una comunità civile, familiare, religiosa. E’ anche un dono, un traguardo da raggiungere, una partecipazione al mistero di Dio che è comunicazione».

(Card. C.M. MARTINI, Lettera pastorale: Effatà, apriti, 1990-1991).

Dal silenzio alla parola

Vivere è percorrere la stessa avventura del sordomuto della Decapoli: ognuno è un uomo che non sa parlare, un uomo che non sa ascoltare. Un nodo in gola, un nodo in cuore. Penso alle mie sordità, al mio ascoltare senza partecipazione; penso alla mia lingua annodata, all’insignificanza dei miei messaggi e delle mie parole. E ne comprendo la causa. Non so ascoltare chi è appena fuori del mio spazio vitale, dall’ambito della famiglia o delle amicizie; o ascolto distrattamente, “a mezzo orecchio”, sperando solo che l’altro finisca in fretta, perché ho cose più intelligenti da dire, osservazioni più acute, idee più importanti.

E la parola si fa dura e vuota. «Il primo servizio che dobbiamo rendere ai fratelli è quello dell’ascolto. Chi non sa ascoltare il proprio fratello presto non saprà neppure ascoltare Dio, sarà sempre lui a parlare, anche con il Signore» (Bonhoeffer), come il fariseo nel tempio: «Io, Signore, io e i miei digiuni, io e le decime, io…». In quante famiglie si parla tra sordi. E diventano culle di silenzio e di solitudini. Quanti figli perduti nelle nostre case, e bastava forse solo ascoltarli.

Chi non sa ascoltare perderà la parola, perché parlerà senza toccare il cuore dell’altro.

Guariremo tutti dalla povertà delle parole solo quando ci sarà donato un cuore che ascolta. È ciò che fa Gesù: porta in disparte il sordomuto, lo tocca con le sue dita, con il segno intimo e vitale della saliva.

È ciò che continua a fare con me: mi tocca in ogni gioia e in ogni prova, i giorni vibrano della sua presenza, mi tocca in ogni fratello che mi viene incontro, nei poveri senza voce, negli anziani soli che nessuno ascolta.

Mi tocca e mi restituisce il dono di ascoltare e di “parlare correttamente”, che non è l’eloquenza ma una nuova capacità di comunicare, di indovinare quelle parole che toccano il nervo della vita, bruciano le ipocrisie, hanno il gusto dell’amicizia. Gesù ripete anche a me: «Effatà, apriti! Esci dal tuo nodo di silenzi e di paure; apriti ad accogliere vite nella tua vita, spalanca le tue porte a Cristo».

Se rimani chiuso in te, non scoprirai mai, diceva un tormentato scrittore, «un Dio che gioisce e ride con l’uomo davanti ai caldi giochi del sole o del mare» (Pasolini) o che versa le sue lacrime nelle tue lacrime, ma solo distanza e solitudine.

«E comandò loro di non dirlo a nessuno».

Gesù aiuta senza condizioni. Per lui è più importante la gioia del sordomuto, che non la sua gratitudine; la felicità dell’uomo conta più della fedeltà.

Quanti miracolati del Vangelo sembrano scomparire nel nulla, rapiti nel gorgo della loro felicità. Invece stanno fecondando in silenzio la storia con una nuova capacità di vere relazioni.

(Ermes Ronchi)

La tua Parola

La tua Parola, Signore, non l’hai scritta perché io la studiassi e la spiegassi. La tua Parola, Signore, mi è giunta perché l’amassi, perché mi sforzassi di calarla nel mio intimo, perché anch’io potessi diventare una tua parola.

(E. OLIVERO, L’amore ha già vinto  Pensieri e lettere spirituali, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005, 119).

«Apri la tua bocca»

Sia sempre nel nostro cuore e sulla nostra bocca la meditazione della sapienza e la nostra lingua esprima la giustizia. La legge del nostro Dio sia nel nostro cuore. Per questo la Scrittura ci dice: «Parlerai di queste cose quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai» (Dt 6,7). Parliamo dunque del Signore Gesù, perché egli è la Sapienza, egli è la Parola, è la parola di Dio.

Infatti è stato scritto anche questo: «Apri la tua bocca alla parola di Dio». Tu la apri, egli parla. Per questo Davide ha detto: «Ascolterò che cosa dice in me il Signore» (cfr. Sal 84,9) e lo stesso Figlio di Dio dice: «Apri la tua bocca, la voglio riempire» (Sal 80,11). Ma non tutti possono ricevere la perfezione della sapienza come Salomone e come Daniele. A tutti però viene infuso lo spirito della sapienza secondo la capacità di ciascuno, perché tutti abbiano la fede. Se credi, hai lo spirito di sapienza.

Perciò medita sempre, parla sempre delle cose di Dio «quando sarai seduto in casa tua» (Dt 6,7). Per casa possiamo intendere il nostro intimo, per parlare all’interno di noi stessi. Parla con saggezza per sfuggire al peccato e per non cadere con il troppo parlare. Quando stai seduto parla con te stesso, quasi come se dovessi giudicarti. Parla per strada, per non essere mai ozioso. Tu parli per strada se parli secondo Cristo, perché Cristo è la via. In cammino parla a tè stesso, parla a Cristo.

Quando ti alzi, parlagli per eseguire ciò che ti è comandato. Senti come Cristo ti sveglia. La tua anima dice: «Un rumore! È il mio diletto che bussa», e Cristo dice: «Aprimi sorella mia, mia amica» (Ct 5,2). Senti come tu devi svegliare Cristo. L’anima dice: «Io vi scongiuro, figlio di Gerusalemme, svegliate, ridestate l’amore» (Ct 3,5). L’amore è Cristo.

(S. Ambrogio di Milano).

Preghiera

Benedetto sei Tu, Signore nostro Dio,

per l’amore che hai mostrato a noi

in Gesù Cristo nostro Signore.

In Lui, che ci ha amati sino alla fine,

noi siamo vincitori sul dolore,

l’angoscia, la persecuzione, la fame,

la miseria, e pericoli e la morte violenta.

Nel silenzio dell’abbandono e della solitudine

Tu elargisci le ricchezze della tua benedizione

e sfami la fame di compagnia con l’abbondanza della Tua Parola e del Tuo Corpo.

Ti rendiamo grazie,

perché Tu ascolti il silenzio dei nostri cuori,

Tu agisci in noi con la tua potenza,

ci guarisci dall’incomunicabilità,

sciogli la nostra lingua

e metti sulle nostre labbra il nome

di Gesù tuo Figlio.

Fa’ che possiamo testimoniarTi

come nostro unico Salvatore, sempre più uniti

in una sola fede e in un solo Battesimo.

 

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

– Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006- .

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

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COMUNITÀ DI S. EGIDIO, La Parola e la storia. Tempo ordinario. Parte prima, Milano, Vita e Pensiero, 2012.

COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. II: Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana

PER L’APPROFONDIMENTO:

XXIII DOM TEMP ORD ANNO B

Catechesi: sempre con la famiglia

Un bilancio dei 16 convegni regionali promossi dalla Cei.

“Sperimentazione alla prassi condivisa”…

 

Don Guido Benzi, direttore dell’Ufficio catechistico della Cei, sintetizza con questo slogan il percorso compiuto nel 2012 attraverso i 16 convegni catechistici regionali, l’ultimo dei quali è in programma il 29 e 30 settembre, ad Assisi, sul tema: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11).

Tema generale dei 16 appuntamenti, promossi dall’Ufficio Cei: “‘Come pietre vive’ (1Pt 2,4-8). Rinnovare l’iniziazione cristiana nelle nostre Chiese”. M.Michela Nicolais, per il Sir, ha chiesto a don Benzi un primo bilancio “a caldo” dell’iniziativa, che ha coinvolto complessivamente circa 5.000 persone sul territorio, spesso guidate dai lori rispettivi vescovi diocesani. L’incontro nazionale di chiusura di questo ciclo di convegni si svolgerà il 4 e 5 ottobre, ad Abano Terme.

Don Benzi, perché la scelta di un unico convegno “diffuso” nelle diverse regioni?
“L’idea dei convegni regionali è nata per rispondere alla domanda di verifica e confronto sugli itinerari di iniziazione cristiana e sulle sperimentazioni sviluppatisi in molte diocesi negli ultimi dieci anni. Una richiesta, questa, avanzata dai vescovi al n. 54 degli Orientamenti pastorali sull’educazione, in modo da arrivare a comprendere la situazione in cui si trova oggi la catechesi in Italia. La sensazione è quella che, sul territorio, in tema di iniziazione cristiana si siano prodotti di fatto modelli differenziati: di qui l’esigenza di portare a convergenza il più possibile le varie esperienze, facendo evolvere la sperimentazione verso criteri condivisi”.

Quali le prime impressioni, alla vigilia della conclusione di questo itinerario?
“La prima impressione, per quanto riguarda l’iniziazione cristiana, è che la catechesi in Italia è viva, in tutte le diocesi e comunità. Certo, si tratta di una catechesi che risente del momento di passaggio culturale che stiamo vivendo, ma che comunque ha a cuore la dimensione della nuova evangelizzazione. Non a caso il tema del primo annuncio, dell’evangelizzazione è stato tenuto molto presente nell’articolazione dei vari convegni: per noi non si tratta affatto di una sorpresa, semmai è invece la conferma di questa esigenza, così come della vitalità dell’attività catechistica. La seconda impressione è una sorpresa, e riguarda la constatazione del coinvolgimento, all’interno dei convegni, di tante realtà: nelle diocesi le associazioni, i movimenti, sono molto presenti a fianco delle parrocchie, e questo mi sembra un segnale molto importante, corroborato dalla presenza di tanti catechisti. Ciò conferma il successo del metodo che abbiamo scelto: più stiamo sul territorio, più si diffonde il confronto, la partecipazione, perché della catechesi bisogna parlare là dove si fa”.

Ci sono difficoltà ancora da superare, o nodi irrisolti?
“Nessuno nega i problemi, sia di carattere formativo sia organizzativo, che possono caratterizzare la vita delle parrocchie. In primo luogo, c’è la difficoltà del dialogo con le famiglie, che spesso tendono alla delega o avanzano per i propri figli richieste non di fede ma di socialità religiosa. Tuttavia, la catechesi rimane una grande risorsa per la nostra comunità, e in particolare l’iniziazione cristiana viene declinata innanzitutto come annuncio della fede, ma anche come scoperta e interiorizzazione di essa, nell’ottica propria del documento di base, che esorta ad ‘educare alla mentalità di fede’”.

Ripensare l’iniziazione cristiana, per l’uomo di oggi, significa quindi pensarla come processo educativo in vista di una fede sempre più adulta…
“Direi proprio di sì, ed è proprio questo uno dei punti maggiormente messi in evidenza durante i convegni. In questa prospettiva, risulta necessario e ineliminabile il dialogo con la realtà delle famiglie, in particolare nella pastorale pre- e post-battesimale. L’iniziazione cristiana comincia col battesimo, e ciò implica una riflessione rinnovata sul ruolo dei padrini e un dialogo con le famiglie che prosegua fino a quando il bambino inizia il catechismo. Diventa centrale, in questo modo, la figura dell’educatore della fede: per questo nel prossimo anno pastorale abbiamo in programma d’intensificare il rapporto tra catechesi e famiglia, tramite una più stretta collaborazione tra i due Uffici, che può rappresentare uno splendido laboratorio di pastorale integrata. Anche le Consulte dei due Uffici si svolgeranno congiuntamente, per poi culminare in un convegno nel giugno 2013”.

Il futuro della catechesi si gioca sui binari della “pastorale integrata” e delle “alleanze educative”?
“L’obiettivo è quello di arrivare a pensare che l’animatore della catechesi non è il catechista o il parroco, ma tutta la comunità cristiana: la comunicazione con le famiglie è prima di tutto un ‘clima’ in cui il bambino viene inserito. Tutto ciò implica il superamento di una pastorale sacramentale, a favore di uno stile di comunità che si senta responsabile, con la sua vita, della fede dei suoi figli. Nasce da qui l’importanza del mondo adulto, da curare sia nell’impegno alla formazione permanente, sia tramite la catechesi degli adulti”.

Comunicazione, il quinto talento

La convinzione del cardinale Martini: educarsi ed educare all’uso dei mezzi di comunicazione è un irrinunciabile compito della comunità cristiana

di Gilberto DONNINIPrevosto di Varese
Collaboratore del cardinale Martini quale responsabile dell’Ufficio diocesano

2.09.2012

In questo momento siamo un po’ tutti sotto choc: si sapeva da tempo che il cardinale Martini era malato di un male incurabile e non reversibile e che, pur conservando intatte tutte le sue grandi facoltà intellettuali, trovava sempre più difficile esercitare quella straordinaria capacità di comunicare che l’ha sempre accompagnato.

Però non ci si aspettava un esito così repentino: ormai la sua figura – se anche non appariva più con frequenza – era rimasta nella mente e nel cuore della gente, se non altro per aver insegnato alla Diocesi di Milano e a tutta la Chiesa la necessità di rimettere al centro la Parola di Dio. La sua seconda lettera pastorale, infatti, si intitolava proprio così: In principio la Parola. Ora che non è più tra noi ci sentiamo un po’ più soli.

Ma veniamo allo scopo di queste righe che “in pillole”vogliono accennare al grande interesse del cardinale Martini per la comunicazione e i mass media e che fanno parte della mia esperienza diretta perché per sei anni sono stato collaboratore dell’Arcivescovo come responsabile dell’Ufficio diocesano delle Comunicazioni Sociali.

Il tema della comunicazione è stato da subito all’attenzione dell’Arcivescovo all’interno di un percorso pastorale molto lucido che lo ha portato a delineare i pilastri sui quali deve reggersi l’edificio della comunità cristiana. Dopo il richiamo alla dimensione contemplativa della vita e aver messo al centro la Parola, l’Arcivescovo ha parlato dell’Eucaristia, della testimonianza che da essa deriva come per i due discepoli di Emmaus, e della Carità. Ma a questi pilastri ha subito aggiunto due dimensioni fondamentali: quella dell’educazione e quella, appunto, della comunicazione.

Sul tema della comunicazione ha scritto due lettere pastorali: Effatà- Apriti nel 1990 e Il lembo del mantello nel 1991. Il discorso prendeva avvio dal bene positivo della comunicazione, considerando la Trinità come primo processo comunicativo e fonte di comunicazione umana e interumana. Quindi un flusso comunicativo divino, capace di risanare molti blocchi di comunicazione tra persone e tale da gettare buona luce anche sul problema dei mass media.

In un intervento sulla comunicazione nella parrocchia di Osnago il 1° ottobre 1997, lo stesso cardinale Martini ha ricapitolato il suo itinerario nel mondo della comunicazione sottolineando anche qualche significativo cambiamento. Come sempre, la partenza è da un’icona biblica capace di riassumere il senso del discorso.

Nel 1991, appunto, ha scelto l’icona del lembo del mantello: «Come il lembo del mantello di Gesù, alla donna che lo tocca con fede, trasmette qualcosa della forza stessa di Gesù, pur senza essere il Signore, così il sistema comunicativo mass-mediale può trasmettere qualcosa del mistero di Dio pur senza essere il Mistero. L’immagine evocava in positivo le grandi possibilità e le grandi responsabilità della comunicazione mass-mediale».

Qualche anno dopo, tuttavia, il 13 settembre 1995, il cardinale tenne a Graz la prolusione al Congresso dell’Unione Cattolica Internazionale della Stampa e lui stesso, confessava nell’intervento di Osnago, «tenendo conto di quanto era avvenuto nel frattempo (guerra in Iraq) e di un certo deteriorarsi della comunicazione, visibile specialmente nei grandi quotidiani e nel linguaggio televisivo, ho cambiato immagine. Mi sono servito di un’icona di tipo negativo: i mercanti cacciati dal Tempio». «Ho usato quella immagine con forza per indicare – diceva – che chi pretendesse di introdurre nel tempio della comunicazione la moneta falsa o il falso commercio di notizie atte a creare violenza o diffidenza o comunque contrasto tra la gente, meriterebbe di essere cacciato dal tempio, come Gesù ha cacciato i mercanti. Intendevo, perciò, segnalare gli aspetti pericolosi, deleteri che può assumere un’informazione allorché si pone al servizio della violenza, degli odi razziali, etnici, della guerra e comunque della non intesa tra i popoli; in ogni caso il pericolo della notizia drogata, falsificata, avvelenata».

Ma infine si è chiesto il card. Martini: quale icona usare per l’oggi? Parlando a una comunità cristiana, come quella di Osnago, che si interroga sui mass media e sulla comunicazione, «desidero evocare l’immagine dei cinque talenti», quei cinque talenti che il servo a cui erano stati affidati, ha fatto fruttare ricavandone altri cinque.

Il primo talento è, ovviamente, il Vangelo, la Parola di Dio. Il secondo talento di cui vive la comunità cristiana è la liturgia, i sacramenti, specialmente l’Eucaristia. Il terzo talento è la carità, tipico della comunità cristiana. Il quarto talento è quello della comunione, dello stare insieme.

Ma il quinto talento è la comunicazione. Non solo la comunicazione all’interno della comunità, ma anche a livello di Chiesa. «Intendo – aggiungeva – tutte le forme di comunicazione attraverso i mass-media. Non parlo qui dell’etica generale dei media, parlo invece dei talenti della comunità cristiana che ha un duplice compito: quello di educarsi e di educare all’uso dei media». «Il servo della parabola – concludeva e concludo anch’io, che da sempre ho condiviso queste idee – ha restituito cinque talenti perché allora le nostre comunità pensano che il quinto può essere lasciato a qualche specialista? È chiaro che il quinto non è il solo talento, perché la comunità non ha senso, non esiste senza la Parola di Dio, l’Eucaristia, la carità. Tuttavia la carità la catechesi, la liturgia, la Parola, la comunione non sono incisive se manca l’attenzione alla comunicazione: si rinchiudono in se stesse e alla fine sbiadiscono. Dunque, benché sia l’ultimo e non il primo, è necessario e il servo viene lodato proprio perché ha fatto fruttare tutti e cinque i talenti». (Agenzia Sir)

XXII DOMENICA TEMPO ORDINARIO Lectio-Anno B

Prima lettura: Deuteronomio 4,1-2.6-8

 Mosè parlò al popolo dicendo: «Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi. Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo. Le osserverete dunque, e le metterete in pratica, perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: “Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente”.  Infatti quale grande nazione ha gli dèi così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo? E quale grande nazione ha leggi e norme giuste come è tutta questa legislazione che io oggi vi do?». 

 La prima lettura ci presenta Mosè che parla al popolo e lo esorta a mettere in pratica la legge del Signore: esortazione, che costituisce il tema fondamentale del Deuteronomio (Dt 4,l; cf. 5,1; 6,1; 8,1; 11. 8-9).

     I versetti iniziali del capitolo quattro sono costruiti con termini e forme linguistiche tipiche dello stile deuteronomistico: «Ora, Israele (Shemá Israel); «Signore, Dio dei vostri padri»; «i comandi del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo». Questi versetti sono come un preludio musicale, nel quale vengono anticipati i motivi dell’intera composizione (cf. N. Lohfink, Ascolta Israele, Esegesi di testi del Deuteronomio, Paideia Brescia 1965, p. 106).

     Mosè invita con insistenza il popolo a mettere in pratica gli ordinamenti che egli ha ricevuto da Dio ed insegna al popolo. La conseguenza della pratica dei comandamenti è la vita: Israele, attraverso l’obbedienza ai comandamenti è introdotto nella sfera della vita del Signore. La libertà piena sarà raggiunta nella terra «che il Signore ha giurato di dare ai vostri padri e alla loro discendenza» (Dt 11,9; cf. Dt 8,1). Anche la vita libera e serena nella terra è legata all’obbedienza ai precetti. La disobbedienza può comportare la perdita della terra, come è il caso di Israele in esilio, quando il Deuteronomio viene scritto. Allora sorge una domanda angosciante; Israele che non ha più la terra, non ha più il tempio, può ancora distinguersi come popolo di fronte alle altre nazioni? I versetti 6-8 del capitolo 4, insieme con tutto il libro del Deuteronomio, rispondono: «Israele senza terra e senza tempio è ancora una nazione distinta dalle altre, perché la sua identità di popolo di Dio gli è data dalla Tôrà del Signore, che contiene ordinamenti più saggi e più giusti di tutti quelli degli altri popoli. Questa risposta del Deuteronomio sarà molto preziosa anche dopo la distruzione del secondo tempio e di Gerusalemme nel 70 d.C. da parte dei romani. Intorno alla Tôrà si ricostituirà l’identità del popolo e la testimonianza al Dio unico, peculiare missione di Israele fra le genti, si esprimerà nella pratica dei precetti, l’osservanza dei precetti della Tôrà costituisce la saggezza e l’intelligenza di Israele «agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: “Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente» (Dt 4,6).

     Israele, oltre che per gli ordinamenti, si distingue per la particolare vicinanza a Dio. In ebraico c’è un gioco di parole fra «vicino» (qarob) e «invocare» (qarà).

     Israele, in esilio, apparentemente abbandonato dal suo Dio, lo ha ancora così vicino, che lo ascolta ogni volta che lo invoca, la vicinanza di Dio non è per Israele legata a un luogo, ma all’ascolto della sua Parola, che deve essere messa in pratica sempre e dovunque. Dopo la colpa, c’è la possibilità del ritorno (teshuvà) «perché il Signore tuo Dio è un Dio mise-ricordioso, non ti abbandonerà e non ti distruggerà, non dimenticherà l’alleanza che ha giurato ai tuoi padri» (Dt 4,31).

     In questa luce si capisce l’entusiasmo del Deuteronomio e di altre pagine bibliche, in particolare i Salmi, per i decreti e gli ordinamenti della Tôrà, che costituisce il patrimonio prezioso di Israele, che lo distingue dagli altri popoli e lo rende vicino a Dio in un modo del tutto peculiare. 

Seconda lettura: Giacomo 1,17-18.21-22.27

 Fratelli miei carissimi, ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre, creatore della luce: presso di lui non c’è variazione né ombra di cambiamento. Per sua volontà egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, per essere una primizia delle sue creature. Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi. Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo.           

 I quattro versetti del primo capitolo della lettera di Giacomo (17-18.21.27) che la liturgia ci fa leggere oggi fanno parte della pericope 1,17-27, che è un’esortazione ad ascoltare e mettere in pratica la parola di Dio, perfettamente in linea con la prima lettura.

     Giacomo si rivolge a discepoli di Gesù ebrei con un linguaggio a loro familiare. Dio è Padre della luce e Padre di coloro che «per sua volontà egli ci ha generati per mezzo della parola di verità» (Gc 1,18). I figli da lui scelti devono rispondergli con l’obbedienza, segno dell’accettazione dei suoi doni, che sono permanenti e perfetti, non caduchi come quelli degli uomini (Gc 1,17). Perfetta è la legge, che è il dono di Dio per eccellenza; essa è «la legge della libertà» (Gc 1,25).

     La lettera di Giacomo, entrata nel canone allo stesso titolo delle lettere paoline, può aiutarci a mantenere un atteggiamento equilibrato nei confronti della Tôrà di Mosè, che gli ebrei religiosi del tempo di Gesù e dei secoli posteriori fino ad oggi hanno sempre cercato di mettere in pratica e di insegnare ai figli di generazione in generazione.

     La presenza della lettera di Giacomo nel canone, ci ricorda che non possiamo farci una rivelazione su misura. La Bibbia presenta spesso pagine che sembrano a una prima lettura in contraddizione, non dobbiamo di fronte alle difficoltà scegliere una pagina, ignorando l’altra. Non possiamo parlare di grazia senza la legge; la legge (Tôrà) è il dono gratuito di Dio per eccellenza, come dice il Deuteronomio, il segno del patto di alleanza, che costituisce Israele nella realtà di popolo di Dio e lo fa vivere come tale. I cristiani, se provenienti dal giudaismo, come dovevano essere quelli a cui Giacomo scriveva, devono continuare a seguire la legge di Dio «perfetta e legge della libertà», come ha dato l’esempio Gesù stesso. Paolo stesso, nella lettera ai Romani dice: «Non coloro che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che mettono in pratica la legge saranno giustificati» (Rom 2,13). Anche i cristiani venuti dal paganesimo, non sono esonerati dal mettere in pratica la Parola di Dio, l’esempio di Gesù vale anche per loro. Resta la problematica dell’interpretazione e del modo di applicazione, che si fa acuto per i cristiani provenienti dal paganesimo, come ne costatiamo il riflesso nella pagina evangelica.

Vangelo: Marco 7,1-8.14-15.21-23

 In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Esegesi

     La pericope evangelica Mc 7,1-23, di cui leggiamo oggi i versetti 1-8, 14-15.21-23 è costruita intorno alla problematica fondamentale di come distinguere il «comandamento di Dio», dal «precetti degli uomini». Non è messa in discussione la Tôrà (insegnamento, legge) data da Dio a Mosè  sul Sinai, ma la sua interpretazione e le modalità della sua messa in pratica. Gesù si scaglia in maniera molto polemica contro «le tradizioni degli uomini», che possono far dimenticare le esigenze fondamentali dei precetti divini, non contro quest’ultimi, che invece devono essere eseguiti, come lui stesso da l’esempio.

     I personaggi messi in scena dal brano sono nel primo quadro: i farisei e alcuni scribi venuti da Gerusalemme, Gesù e i suoi discepoli (vv. 1-13); nel secondo: Gesù e la folla, chiamata da lui (14-15.[16]); nel terzo: Gesù e i discepoli rientrati in casa (17-23).

     La cornice è poco attendibile storicamente, è un pretesto per fissare l’attenzione sulle problematiche discusse. Farisei e scribi, infatti, arrivati addirittura da Gerusalemme, pongono a Gesù una domanda: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?» (Mc 7,5) e poi scompaiono di scena, senza rispondere all’invettiva polemica di Gesù, nei loro confronti.

     Dobbiamo rilevare che non è Gesù a commettere un’infrazione rituale (cf. Mc 2,23), ma solo i discepoli non seguono la regola, presentata come facente parte della «tradizione degli antichi» (Mc 7,3).

     Il desiderio di purificazione, che si manifestava nei bagni rituali, nelle immersioni, aspersioni e abluzioni varie era diffuso nelle popolazioni antiche, non solo in Israele. Il Vangelo di Marco presenta la regola di lavarsi le mani prima di prendere cibo come comune sia ai farisei sia a tutti i giudei (Mc 7,1-3). Una affermazione, dice Piero Stefani nel suo commento al brano, che «appare difficilmente valida se situata all’epoca di Gesù. Il lavaggio delle mani (e dei piedi) si presenta, infatti, come esplicito precetto biblico solo nel caso del sacerdote che deve seguirlo prima di entrare nel luogo sacro per compiervi un’offerta (Es 30,17-21; cf. Dt 21,6-7), (ma nulla era richiesto, neppure al sacerdote, in relazione alla consumazione del cibo comune). All’epoca di Gesù, però, particolari gruppi di ebrei (detti chaverini), che si proponevano di realizzare la santificazione di ogni aspetto della vita, e che perciò tendevano a comportarsi nelle loro case come i sacerdoti nel tempio, adottarono la prassi di lavarsi ritualmente le mani prima di mangiare. È proprio quest’estensione della sacralità, tanto accentuata da farla in un certo senso coincidere con la profanità, indicò una delle vie che consentiranno all’ebraismo di proseguire la propria vicenda anche dopo la distruzione del secondo tempio. Tuttavia questi gruppi (di cui non è neppure universalmente condivisa l’identificazione con i farisei) rappresentavano solo una piccola minoranza della popolazione, non certo «tutti i giudei» (Mc 7,3). Solo dopo la distruzione del

tempio (in una data incerta, ma anteriore alla metà del II secolo), tale norma fu estesa a tutti e integrata nella codificazione della Mishná; in tal modo essa, secondo lo spirito proprio della tradizione ebraica, divenne, nonostante fosse stata promulgata dai maestri, tanto valida come se provenisse direttamente dal Signore, cosicché tuttora, quando si compie questa abluzione (detta notilat judalm), si recita la seguente benedizione: «Benedetto sei tu, o Signore Dio nostro re del mondo, che ci hai santificato con i tuoi precetti e ci hai comandato il lavaggio delle mani». È però assai difficile ritenere che all’epoca di Gesù qualcuno potesse recitare una simile benedizione.

     Sullo sfondo di queste precisazioni, risulta quanto meno strano che in Marco (ma non in Matteo 15,1-20) il discorso sulla purità prosegue fino a sfociare in una presa di posizione relativa alla stessa esistenza di cibi ritualmente puri (kasher). «Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può contaminarlo, perché non entra nel cuore, ma nel ventre e va fino alla fogna?. Dichiarava così mondi tutti gli alimenti» (Mc 7,18-19). Non vi è dubbio infatti che le norme sulle purità del cibo non possono in alcun modo ritenersi «tradizioni degli uomini» (o degli antichi) (cf. Mt 15,2.2.6; Mc 7,8.9.13); al contrario, esse devono venir considerate solidamente fondate sulla Tôrà scritta (Pentateuco) (cf. Lv 11; Dt 14,3-20). Né vi è alcuna indicazione che Gesù e i suoi discepoli (almeno prima della pasqua) non si attenessero a questi precetti (stando a quanto pronunciato da Pietro nel libro degli Atti se ne dedurrebbe anzi il contrario, cf. At 10,14; 11,8). La disputa sui cibi divenne argomento di dibattito e tensione entro le comunità cristiane di origine pagana (cf. Gai 2,11-14; Rm 14,1-6), perciò si è ragionevolmente proposto di veder proiettati sulle pagine evangeliche i motivi propri di tali dispute.

     Subito dopo la discussione sull’impurità, Marco afferma che Gesù «partito di là, andò nel territorio di Tiro e Sidone» (Mc 7,24; cf. Mt 15,21); espressione quest’ultima che nel suo indicare una terra pagana assume un significato non tanto geografico quanto teologico (cf. 1Re 17,8-16; Le 4,25-26). Nella grande sezione del libro degli Atti (10, 1- 11,18), le tre volte avvenuta e le due volte raccontata visione di Pietro indicano chiaramente che il non considerare più impuro nessun cibo, in quanto tutto è purificato, deve ritenersi come grande metafora del rapporto (profondamente mutato dalla vicenda pasquale) tra figli d’Israele e figli delle genti; tant’è vero che Pietro stesso riassume il senso della sua visione con queste parole: «Ma a me Dio ha insegnato a non chiamare nessun uomo profano (koinos) e immondo (kathartos) (At 10,28). Ai nostri giorni perciò, quando le polemiche interne a quelle primitive comunità sono ormai lontane, è legittimo (o addirittura richiesto) sostenere che la possibile partecipazione universale, attraverso la fede in Cristo, alla discendenza di Abramo da parte dei figli delle genti (cf. Gal 4,29) non solo non esclude, ma anzi addirittura comporta che i figli di Israele, popolo sacerdotale (Es 19,6), la cui elezione non è stata tolta (Rom 11,29), continuino ad essere assoggettati a norme più rigide a motivo della propria e

altrui santificazione.

     Si è detto che il giudaismo, così come vissuto dai farisei (e/o dai chaverim), affrontava il problema della santificazione d’Israele (e santificare qui significa separare), e questo compito si distingue marcatamente dalla dinamica tipica della predicazione del regno e del buon annuncio di salvezza tipico di Gesù e degli apostoli. Per più aspetti tale affermazione

appare convincente, ma ciò non dovrebbe impedire di comprendere adeguatamente le regole insite in tale santificazione, che non coincidono affatto, come una superficiale lettura di qualche passo evangelico indurrebbe a credere (cf. Mt 15,1-20; 23,1-36; Mc 7,1-23; Lc 15,38-52), con un ipocrita tentativo di sostituire un’osservanza puramente esteriore all’ese-cuzione di più gravi e precisi precetti etici.

     Per comprenderlo basterebbe tenere presente l’ovvia quanto dimenticata distinzione che «ritualmente impuro» non equivale affatto a «moralmente riprovevole». Non a caso la maggior parte delle regole bibliche sulla purità indicano la maniera di purificare un’impurità contratta in modo inevitabile (e quindi moralmente neutro), come ad esempio quelle derivate dalle mestruazioni o dal parto (cf. ad es. Lv 12,1-8; 15,1-27; Num 19,11-22; Lc 2,22). Una tipica espressione rabbinica per indicare la canonicità di un testo sacro è quella di sostenere che esso «rende impure le mani» (cf. m. Jadaim 3,5); tale espressione sarebbe da sola sufficiente ad indicare l’ambito in cui il giudaismo colloca la sfera dell’impurità o della purità, sfera che ha a che fare non con l’eticità (e ancor meno con l’igiene), bensì con una santificazione della vita compiuta secondo una procedura che non dovrebbe venir schernita, non foss’altro a motivo della millenaria fedeltà con cui è stata osservata da Israele» (P. STEFANI, Sia santificato il tuo nome. Commenti ai Vangeli della domenica. Anno B, Marietti Genova 1987, p. 163-166).

     Se è dall’interno di noi che hanno inizio gli impulsi malvagi o quelli buoni, nel nostro stato di creature corporee abbiamo bisogno anche di segni esterni; proprio il gesto del lavaggio rituale delle dita, con la recita di un versetto di un salmo («Lavami Signore da ogni colpa, purificami da ogni peccato». Sal 51,4) è il gesto che il sacerdote compie nel rito della

messa subito dopo la preparazione delle offerte, prima di iniziare la grande preghiera eucaristica.

Meditazione

     Spesso, nei racconti evangelici, ci imbattiamo in lunghe ed aspre polemiche che vedono a confronto Gesù, il suo comportamento e la sua parola, con l’élite più rappresentativa e impegnata della cultura religiosa ebraica, i farisei e gli scribi. Questi, alcune volte contestano a Gesù o ai suoi discepoli un comportamento non conforme alle pratiche religiose comunemente e tradizionalmente accolte nel mondo giudaico; altre volte, invece lo interrogano su questo o quell’aspetto della Scrittura per sapere ciò che realmente pensa. In ogni caso questi incontri producono sempre tensione, scontro e si rimane stupiti dalla durezza con cui spesso Gesù reagisce di fronte a quel mondo spirituale e giuridico di cui i farisei erano rappresentanti. Soprattutto ciò che sembra irritare maggiormente Gesù non è tanto l’interpretazione della Scrittura che caratterizzava la visione religiosa di questi uomini, quanto piuttosto la loro sfacciata incoerenza che nascondeva, sotto una apparenza di perfezione, una autosufficienza idolatrica, quella radicale doppiezza di vita che si concentra nel titolo con cui spesso i farisei sono chiamati: ipocriti.

     È il caso della situazione presentata nel capitolo 7 di Marco il brano proposto in questa domenica (anche se la liturgia presenta solo una scelta di versetti per dare maggiore unita-rietà al contenuto). «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?» (v. 5). L’interrogativo stupito e irritato che gli scribi e i farisei pongono a Gesù è dunque motivato da un comportamento ‘spavaldo’ dei discepoli, i quali sembrano non tener in nessun conto le prescrizioni della legge. Il rap-porto tra Scrittura e Tradizione/tradizioni (vv. 6-13) e la relazione tra puro e impuro (vv. 14-23) che caratterizzano il dibattito che segue a questa domanda, mettono a fuoco un aspetto fondamentale. Ciò che è in questione in questa polemica, non sono tanto delle pratiche religiose, la loro validità o meno. Al centro c’è la relazione con Dio, la scoperta del luogo profondo e vero in cui questa relazione prende forma e da qualità a tutta la vita.

     Ma, proprio a partire da questo testo di Marco, ci si può domandare: erano realmente così i farisei? Citando il testo di Isaia 29,13, Gesù si rivolge ai farisei in questi termini: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti… Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (v. 6). L’ipocrisia è una prerogativa dei farisei oppure è qualcosa che si nasconde nel cuore dell’uomo? E perché, in ogni caso, l’ipocrisia poteva essere un rischio di questa categoria dei persone? Farisei e scribi di fatto rappresentavano la parte religiosamente più impegnata di Israele, seriamente preoccupata di tradurre nella vita concreta quel rapporto con Dio, quella saggezza che sgorgava dalla parola e che caratterizzava l’unicità del popolo dell’Alleanza.

La responsabilità personale, l’interiorità della decisione morale, il profondo senso della santità e dell’alterità di Dio, la consapevolezza del dono ricevuto nella Legge orientavano questi uomini nella ricerca di una sincera e radicale fedeltà alla volontà di Dio. Ma correvano un rischio: credevano di essere fedeli alla legge ‘ripetendola’ e pensavano di essere attuali frantumandola in una casistica sempre più complicata. È il rischio che porta a una illusione: la pretesa di programmare il rapporto con Dio, la ricerca della sua volontà attraverso una serie di comportamenti che danno sicurezza e in qualche modo fanno sentire a posto nella relazione con Dio o con gli altri. La gratuità di una relazione, lo stupore di un Dio che sempre è al di là delle immagini che l’uomo ha di lui, la novità del dono, il cuore e l’essenziale della parola, tutto questo viene soffocato e annullato dalla pretesa dell’uomo di conoscere Dio e la sua volontà. Gesù smaschera questo pericolo mettendo a confronto ciò che l’uomo cerca (in questo caso ciò che i farisei difendono) e ciò che Dio desidera dall’uomo. 

     E c’è un primo confronto che colpisce. Il testo del Deuteronomio mette in bocca a Mosè queste parole: «…quale grande nazione ha gli dèi così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?» (Dt 4,7). Colui che è il Santo, la cui trascendenza sembra rendere la creatura molto lontana da un incontro, è il Dio vicino, sempre disponibile quando lo si invoca, è il Dio che ha deciso di fare storia con l’uomo, di camminare con lui. Pur restando irriducibile alla creatura, si lascia trovare ogni giorno e la sua vicinanza si trasforma in fedeltà all’uomo e alla sua storia. Dio non è lontano; è l’uomo che spesso cammina per altre vie e colloca il suo cuore in luoghi diversi da quelli in cui può scoprire il volto di Dio.

E Gesù ricorda la parola di Isaia: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Mc 7,6). Ecco il pericolo: la pretesa di accostarsi a Dio, rimanendo tuttavia estranei a Lui, lontani. E questo avviene quando il cuore della vita non aderisce veramente a Dio e alla sua parola, anche se si pretende di rendere un culto che è, alla fine, pura apparenza.

     Ma c’è un luogo in cui questa vicinanza si fa presenza efficace, parlante: è la Parola stessa di Dio contenuta nella Scrittura. Ancora Mosè ricorda al popolo di Israele: «Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno affinché le mettiate in pratica , perché viviate… quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza» (Dt 4,1.6). A Israele, il Signore chiede di ricambiare la fedeltà di cui Egli ha dato prova lungo il cammino di liberazione attra-verso il deserto, con l’obbedienza e l’ascolto di una Parola di vita e di saggezza. Ed ecco allora un altro contrasto: «Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini… Annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi» (Mc 7,8.13). L’uomo ha bisogno di attualizzare una obbedienza alla parola di Dio: è la legge della Incarnazione. Ma deve sempre tenere presente questo: che la parola di Dio resta continuamente aperta, anzi è la porta per un incontro vivo e personale con il Signore. Non basta osservare un precetto, se poi non si incontra veramente il volto del Signore. E questo avviene quando si va al cuore della Parola, al luogo dove si rivela ciò che Dio vuole da noi. E su questo punto Gesù è molto chiaro: il rischio che si incontra nell’assolutizzare un modo concreto di tradurre la Parola, è quello di non riuscire più ad andare al cuore di essa.

     Come il cuore della Parola ci rivela la volontà di Dio, ce lo fa incontrare, così è il cuore dell’uomo il luogo che deve essere custodito nella verità e nella purezza. Ecco il terzo contrasto che Gesù ci presenta. L’impurità che ci impedisce di accostarci a Dio o la purezza che ci permette di entrare nel luogo dove abita, non sono da ricercare fuori dell’uomo. E se c’è un comportamento esterno che ostacola il nostro rapporto con Dio o con i fratelli, in ogni caso il punto di partenza è sempre nel cuore dell’uomo: «Dal di dentro, cioè dal cuore degli uomini escono i propositi di male…»(v. 21). Il cuore dell’uomo non purificato è il covo di vizi che causano la rovina (cfr. Lc 6,45). E Gesù ci offre anche un elenco di ‘propositi di male’ (dialogismoi kakoi): dodici vizi, sei al plurale e sei al singolare che manifestano lo stato negativo del cuore attraverso un errato rapporto con sé stessi, con il proprio corpo, con gli altri. L’ultimo vizio, la stoltezza, e la sintesi di un cuore intaccato dalla impurità e la fonte di ogni altro vizio: lo stolto è l’uomo che «non conosce Dio», l’uomo che dimentica e disprezza Dio, l’uomo lontano da Dio. «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo» (v. 20): non ci si purifica dalla vita quotidiana per incontrare Dio in chissà quale luogo perfetto e irreale; ci si deve purificare dal peccato che portiamo dentro di noi. È il cuore malvagio che ci rende incapaci di avvicinarci a Dio; ciò che unisce ed avvicina a Dio è il cuore nuovo, il cuore puro che Dio stesso crea nell’uomo, in tutti, peccatori e giusti, giudei e pagani. I farisei si accontentavano di prendere il pane con mani lavate; Gesù ci dice che per ‘afferrare’ il pane non servono mani pure, ma il cuore ‘secondo il Signore’. Il pane, il cibo, sono i simboli della vita, il simbolo della parola che è vita e che Gesù stesso ci dona. Per ricevere da lui questo pane di vita si deve avere un cuore nella verità, un cuore che ama, un cuore buono, che desidera la vita. Subito dopo questa disputa, Marco colloca l’episodio della donna siro-fenicia (Mc 7,24-30). A questa donna, pagana e perciò impura, Gesù dirà: «Non è bene prendere il pane di figli e gettarlo ai cagnolini» (v. 27). Così risponderà la donna: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli». La consapevolezza umile di una lontananza da Dio rende il cuore di quella donna puro e lo avvicina a Dio: può sedersi alla mensa ed afferrare il pane che vi è posto sopra, il pane del Figlio.

Preghiere e racconti

Questo popolo mi onora con le labbra

Fratelli, siamo umili, deponendo ogni vanagloria, vanità, stoltezza, ira e adempiamo ciò che sta scritto; lo Spirito santo dice, infatti: «Il saggio non si vanti della sua saggezza, né  il forte della sua forza, né il ricco della sua ricchezza, ma chi si vanta si vanti nel Signore, di cercarlo e di praticare il diritto e la giustizia» (cfr. Ger 9,22-23; 1Re 2,10; 1Cor 1,31; 2Cor 10,17). Ricordiamoci soprattutto delle parole del Signore Gesù, quando ci insegnava la benevolenza e la grandezza d’animo. Così diceva: «Siate misericordiosi per ottenere misericordia; perdonate per essere perdonati, come farete, così sarà fatto a voi; come date, così sarà dato a voi; come giudicate, così sarete giudicati; la bontà che usate, sarà usata con voi; la misura con la quale misurate, verrà usata con voi» (cfr. Mt 6,14-15; 7,1-2; Lc 6,31.36-38).

Attacchiamoci saldamente a questo comandamento e a questi precetti per procedere umili e obbedienti nelle sue sante parole; dice infatti la sua santa Parola: «A chi rivolgerò lo sguardo, se non al mite, al pacifico e che teme le mie parole?» (Is 66,2).

Uniamoci, dunque, a quelli che vivono la pace nella fede, non a quelli che fingono di volerla con ipocrisia. Dice infatti: «Questo popolo mi onora con le labbra e il suo cuore è lontano da me» (Is 29,13; Mc 7,6). E ancora: «Con la loro bocca benedicono, con il loro cuore maledicono» (Sal 61 [62] ,5). E ancora: «Lo amavano con la bocca e con la lingua gli mentivano, il loro cuore non era retto con lui, né rimanevano fedeli alla sua alleanza» (Sal 77 [78] , 36-37). […] Cristo appartiene agli umili e non a quelli che si elevano sopra il suo gregge. Lo scettro della maestà di Dio, il Signore Gesù Cristo, non è venuto nella vanagloria e nell’orgoglio, anche se avrebbe potuto, ma nell’umiltà, come lo Spirito santo aveva detto di lui. Sta scritto infatti: «Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione? E il braccio del Signore a chi fu rivelato? Noi l’abbiamo annunciato in sua presenza: è come un bambino, come una radice in terra arida; non ha apparenza, né gloria» (Is 53,1-2). Vedete, carissimi, quale modello ci è dato!

(CLEMENTE DI ROMA, Lettera ai Corinti 13.15-16, SC 167, pp. 120-126).

L’umiltà

«Che abbiamo di buono che non lo abbiamo ricevuto? e se l’abbiamo ricevuto, perché vogliamo riportarne orgoglio? Al contrario, la viva considerazione delle grazie ricevute ci rende umili, poiché la conoscenza genera riconoscenza» (Introduction à la vie dévote [Filotea], V, 5).

«Il punto forte di tale umiltà sta non solo nel riconoscere volontariamente la nostra abiezione, ma nell’amarla e compiacervisi, e non per mancanza di coraggio e di generosità, ma piuttosto per esaltare tanto più la Maestà divina e stimare molto di più il prossimo a paragone di noi stessi» (Introduction à la vie dévote [Filotea], III, 6).

Verità e umiltà

Ci sono degli istanti in cui Dio ci conduce all’estremo limite della nostra impotenza ed è allora e solo allora che comprendiamo fino in fondo il nostro nulla.

Per tanti anni, per troppi anni, mi sono battuto contro la mia impotenza, contro la mia debolezza. Il più sovente l’ho nascosta, preferendo apparire in pubblico con una bella maschera di sicurezza. E’ l’orgoglio che non vuole accettare l’impotenza, è la superbia che non fa accettare di essere piccolo; e Dio, poco alla volta, me l’ha fatto capire.

Ora non mi batto più, cerco di accettarmi, di considerare la mia realtà senza veli, senza sogni, senza romanzi.

E’ un passo innanzi, credo; e se l’avessi fatto subito, quando imparavo a memoria il catechismo, avrei guadagnato quarant’anni. Ora l’impotenza mia la metto tutta in faccia all’onnipotenza di Dio: il cumulo dei miei peccati sotto il sole della sua misericordia, l’abisso della mia piccolezza in verticale sotto l’abisso della sua grandezza. E mi pare essere giunto il momento d’un incontro con Lui mai conosciuto fino ad ora, uno stare insieme come mai avevo provato, uno spandersi del suo amore come mai avevo sentito. Sì, è proprio la mia miseria che attira la sua potenza, le mie piaghe che lo chiamano urlando, il mio nulla che fa precipitare a cateratte su di me il suo Tutto.

E in questo incontro fra il Tutto di Dio e il nulla dell’uomo sta la meraviglia più grande del creato.

E’ lo sposalizio più bello perché fatto da un Amore gratuito che si dona e da un Amore gratuito che accetta.

E’, in fondo, tutta la verità di Dio e dell’uomo.

E l’accettazione di questa verità è dovuta all’umiltà ed è per questo che senza umiltà non c’ è verità, e senza verità non c’ è umiltà. 

(Carlo Carretto)

Preghiera

Signore Gesù, liberaci dall’ipocrisia. Desideriamo con l’aiuto del tuo Santo Spirito perseguire quello stile di vita che ci qualifica come tuoi veri discepoli. Permettici di riconoscere le nostre incoerenze, che offuscano lo splendore del tuo vangelo, e di vegliare sull’autenticità della nostra relazione con te e fra di noi.

Ti ringraziamo perché nella tua Pasqua tu ci hai generati a nuova vita, manifestando l’amore del Padre verso di noi. Per questo c’impegniamo davanti a te a non permettere che nei nostri rapporti comunitari prevalga la ricerca dell’apparire e del dominare. Ci impegniamo a custodire la consapevolezza della nostra immeritata figliolanza divina e della fraternità che deve regnare tra noi, nostro compito ma soprattutto tuo inestimabile dono.

Signore Gesù, desideriamo restare radicalmente tuoi discepoli, senza pretendere di diventare maestri di altri, perché dalla bocca tua, o solo Maestro, potremo comprendere, con sempre rinnovata gioia, l’amore di Dio Padre per noi suoi figli.

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

– Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2002-2003; 2005-2006- .

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

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COMUNITÀ DI S. EGIDIO, La Parola e la storia. Tempo ordinario. Parte prima, Milano, Vita e Pensiero, 2012.

COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. II: Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011

Dal 31 agosto al 2 settembre a Budapest il Genfest 2012

I giovani dei Focolari stanno lavorando da più di un anno su tutti i dettagli di questo evento, insieme agli adulti del Movimento, in una comunione di idee ed esperienze professionali che hanno dato vita al programma del Genfest.

Il Genfest 2012 “Let’s bridge” ha come tema la costruzione di ponti di fraternità.

Il programma seguirà la metafora della costruzione di un ponte: scavare nel fango, piantare i pilastri, realizzare il ponte, camminare sul ponte. Ogni fase sarà illustrata con coreografie, canzoni e testimonianze sulla fraternità vissuta nel quotidiano. Molto attese le parole di Maria Voce, presidente del Movimento dei Focolari, che nei suoi numerosi viaggi in tutti i continenti non ha mai mancato di incontrare i giovani e dialogare con loro a tutto campo. Anche il lancio del United World Project si annuncia uno dei momenti centrali di questo Genfest.  

Sono 3.000 i volontari coinvolti e 600 tra attori, tecnici e staff. Andrea è italiano, giornalista, ha 24 anni e sarà uno dei 3 conduttori del Genfest. Lisa ha 24 anni e viene dall’Austria. Canterà una delle 21 canzoni vincitrici del concorso del Genfest, a cui hanno partecipato 65 canzoni, tutte composte dai giovani dei Focolari in diversi Paesi del mondo.

Rafael, 27 anni, pubblicista, corresponsabile della comunicazione del Genfest. “Da più di un anno ho lasciato il Brasile e il mio lavoro e mi sono dedicato completamente alla preparazione di questo evento. Metto la mia professionalità a servizio di questo momento perché sono convinto che la comunicazione sia essenziale per diffondere l’ideale del mondo unito. Le reti sociali hanno un ruolo importantissimo, aiutano persone di diversi continenti a essere collegati e creare rapporti reali, non solo virtuali”. Maru, 23 anni, argentina, si occupa della pagina Facebook in spagnolo e commenta: “facendo questo lavoro ho scoperto che il mondo unito non solo sarà possibile a Budapest, ma che si comincia a viverlo nella preparazione con la squadra di lavoro”. 

I canali ufficiali sulle reti sociali contano, tra gli altri, pagine Facebook in 7 lingue e canali su Twitter in 4 lingue. I fan delle pagine Facebook sono ad oggi più di 7.600 – la maggioranza giovani da18 a24 anni – e le persone raggiunte, complessivamente, sono circa 76.000 ogni settimana. L’hashtag per seguire l’evento è #genfest.

Ark, 24 anni, filippino, è uno degli autori del programma del Genfest: “Sono infermiere e non ho l’esperienza di un professionista che organizza grandi eventi, ma l’esercizio che faccio a vivere il Vangelo nel mio lavoro per il Genfest, mi aiuta tanto a vedere ogni momento (sia positivo che negativo) come un’opportunità per amare e costruire l’unità con chi devo lavorare”.

Adélard ha 22 anni ed è burundese. Fa parte di “Gen Sorriso”, una delle 9 band che suoneranno dal vivo al Genfest. Questa band è composta da 17 ragazzi che vogliono dare un sorriso al loro Paese attraverso le loro canzoni e la loro vita. ‘Pelusa’ invece, ha 28 anni; argentino, è uno dei 4 componenti di “Anima Uno” che suonerà al Genfest. S’impegnano a costruire legami di unità con altre band della loro città, abbattendo le barriere di rivalità che tante volte sorgono nel mondo artistico: condividendo i propri strumenti o coinvolgendole nelle diverse edizioni del festival artistico “Una mano por la Paz”, organizzato dai giovani dei Focolari.

Zsolt è ungherese, economista e ha 30 anni. “Sono responsabile in uno degli alloggi dove ci saranno i giovani stranieri e farò anche un servizio per custodire il palcoscenico (già costruito) nei giorni precedenti alle funzioni di domenica. Non vedo l’ora di dare una mano nel funzionamento del buffet, durante il periodo delle prove generali”.

Luca, 24 anni, italiano, con studi di optometria: “Lavoro nella commissione, che si occupa della produzione generale. Dopo la ricerca di persone esperte per realizzare insieme a noi giovani ciò che vorremmo vedere a Budapest, sono nati gruppi di diverse competenze per ideare il palco, per l’allestimento scenografico dell’Arena, per creare la maglietta ufficiale del Genfest… Pensare in modo “universale” è davvero un’impresa da eroi. Sapersi perdonare quando necessario e riuscire a mantenere l’ago della nostra bussola puntato sempre in Alto è addirittura straordinario”.

“Siamo 27 i giovani peruviani che arriveremo a Budapest – racconta Fabricio, 26 anni, ingegnere civile. Abbiamo forte in cuore che la fraternità universale non è un’utopia, è uno stile di vita al quale abbiamo aderito e vogliamo portarlo avanti dai piccoli atti concreti fino alle grandi manifestazioni. Siamo coscienti che siamo giovani e non abbiamo tante risorse individualmente, ma noi ci stiamo mettendo d’accordo. Il cammino è già iniziato”.

L’ultimo Genfest si è realizzato nel 2000 e quest’anno – decima edizione – sarà la prima dopo la scomparsa di Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari (1920 – 2008). Il Genfest è nato da una sua intuizione profetica nel 1973, a Loppiano (Firenze, Italia). Alle nuove generazioni, presenti fin dagli inizi nei Focolari, Chiara ha consegnato senza riserve il suo “sogno”. ‘Ho sempre avuto una grande fiducia nei giovani – diceva – sono il futuro del mondo! Sono fatti per i grandi ideali e sanno seguirli con radicalità. La scoperta di un Vangelo che si fa vita e che attua ciò che promette, è ciò che più li attira. E’ l’ideale di un mondo unito che li affascina’. Chiara Lubich sarà ricordata durante il Genfest con stralci video e brani artistici.

Meeting di Rimini

“La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito” è il tema del Meeting di quest’anno analizzato nella prolusione di Javier Prades López, rettore dell’Università di San Damaso di Madri

 

È la sproporzione tra realtà e desiderio che spinge l’uomo ad una ricerca senza confini. È proprio questo più o meno consapevole rapporto con l’infinito a mettere in moto gli uomini di ogni tempo, anche di questa epoca dominata dall’orizzontalità.

Il tema del Meeting di quest’anno, La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito, è ispirato ad una frase di don Luigi Giussani e la prolusione centrale del medesimo tema è stata affidata a don Javier Prades López, uno dei più illustri figli spirituali di Giussani.

Ieri pomeriggio, di fronte ad una gremita sala B7 del Riminifiera (12mila spettatori, senza contare quanti hanno seguito la conferenza dai megaschermi esterni), il teologo spagnolo, rettore dell’Università di San Damaso di Madrid, è andato senza indugio alle radici dell’universale e biblica domanda: chi è l’uomo e perché te ne curi? (Sal 8).

Inevitabili i paralleli tra la tradizione e la modernità attorno al fatidico interrogativo ma Prades López è riuscito nel non facile tentativo di eludere tale dualismo, citando don Giussani, senza trascurare altri nomi meno prevedibili ma altrettanto significativi.

“L’eterna dissociazione tra realtà e desiderio – ha spiegato il rettore di San Damaso – da sempre tribola e fa penare l’uomo. Ognuno di noi deve accettare che la vita che l’aspetta è troppo limitata perché ci possano albergare tutti quei desideri che ci portiamo dentro”.

Il dramma dell’uomo che desidera troppo – tanto più quando riesce a realizzare tutti i propri desideri o gran parte di essi – è la perdita del senso dei suoi pensieri e delle sue azioni: egli diventa un uomo incapace di vera esperienza, quindi non ha sostanzialmente nulla da dire.

Lo struggimento nei confronti dell’infinito è più o meno manifesto in chiunque ma nessuno lo ha mai percepito in modo più nitido di chi ha fatto l’esperienza personale di Gesù Cristo, il Dio fattosi uomo, l’infinito fisicamente calatosi nella finitezza della vita e della morte.

Una metafora della tensione verso l’infinito è quella dell’orizzonte che, come argomentava lo scultore Eduardo Chillida, “è irraggiungibile” e, se noi avanziamo, si sposta: per questa sua natura “l’orizzonte è la patria comune di tutti gli uomini”.

Lo scrittore Ernesto Sabato si sofferma sul similare concetto di “assoluto”, traendone conseguenze non troppo diverse: il bisogno di assoluto è infatti “una nostalgia di qualcosa cui mai sono arrivato”, diceva Sabato, e con questa nostalgia “confrontiamo tutta la vita”.

Don Giussani, da parte sua, formulò la categoria della “esperienza elementare”, ovvero quel “complesso di esigenze ed evidenze originali con cui l’uomo è proiettato dentro il confronto con tutto ciò che esiste”.

Siamo davanti ad uno struggimento e ad un’inquietudine a cui solo Gesù Cristo può dare risposta, essendo la sua Resurrezione, “il primo e fondamentale avvenimento in cui il punto di fuga è diventato esperienza dell’uomo”.

Poiché nella realtà “il punto di fuga è l’indice di un oltre, questo oltre è diventato carne ed ossa, perciò Cristo risorto è proprio la prima esperienza di Dio fatto carne e ossa”.

Se una barca, avvicinandosi all’orizzonte, diviene sempre più piccola (come recita il popolare canto spagnolo La Sevillana del adios), don Giussani spiegava come la novità del cristianesimo consiste nell’esatto contrario, ovvero l’orizzonte che, sorprendentemente, si avvicina all’uomo.

È talmente prorompente il cristianesimo, l’infinito che si affaccia nella storia di ognuno di noi, che è impossibile ridurlo a pura esperienza soggettiva, confinata all’ambito personale, come pretenderebbero le scienze naturali e sociali odierne.

Il cristianesimo deve dunque scontrarsi con le contestazioni della mentalità contemporanea su tre assunti fondamentali ed irrinunciabili: l’unicità dell’uomo in corpo e anima; la sua intrinseca costituzione sessuale come uomo e donna; la pienezza dell’uomo nella socialità naturale.

 Sul primo dei tre assunti citati, tuttavia, vi è la sorprendente risposta fornita dalle neuroscienze che mettono in crisi “una spiegazione dell’uomo puramente immanente, di tipo materiale, incapace di dar conto dell’enigma dell’uomo”.

Possiamo conoscere quindi Cristo, massima espressione umana dell’Infinito manifestatosi sulla terra, e possiamo conoscerlo al meglio nella mendicanza. “Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo medicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo”, ha affermato Prades verso la conclusione del suo intervento.

di Luca Marcolivio

RIMINI, mercoledì, 22 agosto 2012 (ZENIT.org) –

QUARTA GIORNATA

Dio e Darwin Evoluzione biologica e natura dell’essere umano: il tema della quarta giornata  
 “La scelta non è tra Darwin e Dio. L’incompatibilità tra creazione ed evoluzione è solo apparente”. Sono, queste, parole di William Carroll, docente di teologia e scienza al Blackfriars college di Oxford, intervenuto ieri, 22 agosto, nella quarta giornata del Meeting di Rimini, all’incontro su “Evoluzione biologica e natura dell’essere umano”.

Due causalità senza conflitto. Se, da una parte, prevale il “naturalismo totalizzante che ritiene la scienza sufficiente a spiegare tutto ciò che deve essere spiegato” e giunge “alla conclusione che non c’è bisogno di fare ricorso all’idea di un creatore”, dall’altra, ha affermato lo studioso, “è impossibile comprendere a pieno cosa sia l’essere umano senza ricorrere a biologia, filosofia e teologia combinate”, seppur senza confusioni di ruoli e invasioni di campo. Già in San Tommaso d’Aquino, ha proseguito Carroll, c’è la ricomposizione dell’apparente contraddizione tra fede e scienza, perché per l’aquinate “il funzionamento della causalità divina è radicalmente diverso dalla causalità esercitata dalle creature, sicché tra le due non c’è conflitto. Nessuna scoperta biologica – ha ribadito lo studioso – può negare che gli esseri umani siano stati creati”.

Una proprietà che ha solo l’uomo. Dire che “Dio è un progettista intelligente che riempie i buchi è un concetto impoverito, sia dal punto di vista della ragione che della fede. Dio – ha spiegato Carroll -è così trascendente da poter essere causa di tutto ciò che è senza compromettere l’efficacia causale delle creature”. Ma l’essere umano, l’ultimo fotogramma della storia, “da quando è stato capace di contemplare l’infinito?”, si è chiesto Ian Tattersall, paleontologo statunitense, individuando “il punto di rottura” nell’improvvisa “apparizione di una nuova e straordinaria capacità: l’elaborazione simbolica”. Che “significa linguaggio, una differenza fondamentale rispetto a tutti gli altri esseri viventi”, perché comprendiamo le entità astratte, “vediamo e percepiamo l’infinito”, e quindi “possiamo sentirci in rapporto con esso”.

Se il genoma non basta. Di natura umana e genetica si è parlato anche nel corso del convegno che presentava la mostra dedicata alla figura di Jerome Lejeune, scienziato scopritore della sindrome di Down e difensore dei diritti delle persone affette dalla malattia. “Lejeune ha testimoniato che le persone non vengono documentate dal genoma ma dal rapporto con l’infinito” – ha detto Marco Bregni, presidente dell’associazione “Medicina e persona” e moderatore dell’incontro. Sul rapporto tra scienza e fede si è soffermato Jean-Marie Le Méné, presidente della fondazione dedicata a Lejeune nel 1996, l’anno dopo la sua morte: “Fede e intelligenza sono due strade che portano alla stessa verità. Come mai allora oggi non sappiamo più cos’è l’uomo?”. La società, ha proseguito, “viene profondamente alterata dalla confusione tra bene e male. Il vero pericolo è nell’uomo, nello squilibrio sempre più preoccupante tra la potenza, continuamente più forte nel nostro contesto, e la saggezza, che invece va regredendo: nella corsa tra le due, la tecnoscienza spesso ha la meglio”.

La medicina al servizio della vita. Le Méné, partendo da alcuni fatti di cronaca, come la vicenda della bambina pakistana che rischia la pena di morte e quella del nuovo screening prenatale: “La vicenda della piccola pakistana ci commuove, però in Europa si fa di tutto perché questi bambini non nascano”, ha detto, “e con la notizia dello screening ematico nessun bambino sano morirà a causa dell’amniocentesi: ci viene quindi detto che uccidere un embrione sano è più grave che ucciderne uno che non lo è”, dal momento che già ora nel 95% dei casi i bambini down sottoposti a screening vengono abortiti. Dietro tutto questo, secondo l’esperto, c’è “un grosso business, che riguarda ogni donna, quindi metà della popolazione mondiale, e non riveste alcun nessuno interesse dal punto di vista medico. A che serve il medico, se i bambini affetti da trisomia, anziché essere meglio accolti, vengono uccisi?”.

“Siamo rapporto con Chi ci ha voluto”. Il presidente Le Méné ha poi parlato dell’impegno della Fondazione nella “difesa della vita che è inseparabile dalla medicina e dalla ricerca. Noi lavoriamo non sul genoma ma sulle connessioni cerebrali, in un’ottica di terapia, cerchiamo di migliorare la vita dei nostri malati. Eliminare la popolazione malata è forse una soluzione compatibile con l’approccio scientifico?”. Per Carlo Soave, docente di Fisiologia vegetale all’università di Milano, e curatore della mostra su Lejeune, la vita stessa del genetista “è una risposta alla domanda ‘cosa è l’uomo’. Lejeune – ha spiegato – era incredibilmente ottimista. D’altra parte, se un medico non nutre la speranza di fare qualcosa di buono, allora è meglio che cambi professione. Già esserci è un fine, perché siamo immagine del nostro creatore. Noi non siamo genetica, ma rapporto con Chi ci ha voluto”.

a cura di Lorena Leonardi, inviata Sir al Meeting di Rimini

 

Famiglia e insegnamento della religione per lo sviluppo dei giovani

Lettera pastorale dei vescovi polacchi per la II Settimana di Formazione

 

Sia il padre che la madre, contrariamente a quanto sostengono alcune ideologie, dovrebbero assumersi la responsabilità per l’educazione del bambino”.

Questo è quanto sottolineano i vescovi polacchi in una lettera pastorale diffusa prima della Seconda Settimana di Formazione che si sta svolgendo in Polonia dal 16 al 22 agosto.

I presuli rilevano che la testimonianza  e la partecipazione alla vita religiosa dei genitori è essenziale per l’educazione del bambino.

“In tutti i luoghi in cui si svolge l’educazione: a casa, a scuola e nella parrocchia, è necessario cercare le risposte alle domande che seguono: chi vogliamo formare ed educare? Come entrare nell’intimo del giovane? Sulla base di quali valori si desidera formare?

“Senza una riflessioni condotta congiuntamente dai genitori, dai padrini e dai nonni, così come per i responsabili per l’istruzione, gli insegnanti e gli educatori, non può esserci un’educazione fruttuosa”, affermano i Vescovi.

Nella lettera i vescovi polacchi hanno scritto che “il primo incontro con Dio e con la Chiesa avviene nella famiglia, giustamente chiamata ‘Chiesa domestica’.

“Nel clima di amore e di legami naturali della famiglia, cresce il processo di educazione e lo sviluppo dell’anima umana”, sostengono i Vescovi.

Secondo i vescovi polacchi, “preservare l’unità e la santità del matrimonio è una preoccupazione costante della Chiesa. La sua legittimità è ancora più evidente quando i coniugi sono i genitori”.

“Purtroppo, – continua la lettera dei presuli – un problema sociale crescente è il numero crescente di matrimoni che si disgregano. La divisione ha un impatto negativo sulla formazione e contribuisce alle esperienze negative dei bambini e dei giovani. Una parte molto importante della formazione in famiglia è infatti, un senso di stabilità e di sicurezza, che ogni bambino dovrebbe sperimentare”.

Nella lettera alla II Settimana di Formazione i vescovi consigliano la catechesi che realizza “la funzione educativa”.

 “L’esperienza dimostra che – sostengono i presuli – l’insegnamento della religione nella scuola favorisce il pieno sviluppo dei giovani. La catechesi arricchisce il panorama educativo con nuovi contenuti, apportando alla vita della scuola e dei suoi allievi l’ispirazione e la motivazione che favorisce lo sviluppo della personalità”.

 Per questi motivi – conclude la lettera – i vescovi lanciano un appello per “garantire l’insegnamento della religione nella formazione scolastica”.

di Don Mariusz Frukacz

ROMA, giovedì, 23 agosto 2012 (ZENIT.org).-