Una pastorale giovanile per la vita e la speranza dei giovani

di Riccardo Tonelli

Chi si interessa di pastorale giovanile con un poco di esperienza alle spalle, conosce certamente quello che è capitato, a livello mondiale, nell’ambito della educazione dei giovani alla fede.

Venivamo da stagioni sicure, ben strutturate, fortemente propositive. In fondo, il problema di cosa dire e di cosa fare… non c’era. Sapevamo bene quasi tutto e le difficoltà erano sempre scaricate sui destinatari. Era colpa dei giovani e della loro costitutiva fragilità o era colpa dei tempi, particolarmente difficili, o di qualche soggetto poco impegnato… se le cose non andavano per il verso giusto. Noi “responsabili” avevamo fatto tutto il possibile. E ci sentivamo abbastanza apposto.

Poi tutto è entrato in crisi, come per una folata improvvisa di vento che scombussola i fogli depositati in bell’ordine sul tavolo di lavoro.

Ne abbiamo provate tante, sotto tutti i profili. Spesso avevamo la benedi­zione dei nostri responsabili ufficiali. Qualche volta erano più le preoccupa­zioni che i sostegni.

Un poco alla volta, molte scelte fondamentali si sono consolidate. Sono diventate una specie di riferimento obbligato per coloro che riconoscevano come irrinunciabili determinate linee di azione, teologica ed educativa,. An­che i piccoli gesti e le intuizioni di un momento felice trovano ancoraggio e sostegno in queste motivazioni di fondo.

Alle prime generazioni, che avevano maturato un quadro rinnovato, nel­la fatica di una specie di rigenerazione culturale e prassica, sono subentrate generazioni nuove. Esse ignoravano il cammino precedente. Restavano facil­mente affascinate da modi di dire e di fare. Scavando un poco era facile ren­dersi conto quanto fosse fragile l’ancoraggio e la visione globale di certi modi di fare. Alla constatazione vanno aggiunte la diffusa soggettivizzazione anche culturale e il difficile riconoscimento del dono prezioso di altre esperienze… virtù tipiche di questa nostra stagione culturale.

Questa è una stagione fortunata. Ha però i suoi problemi, ci sono tensioni, ci sono modi assai diversi di affrontare la stessa questione. Ma innegabilmente l’attenzione attuale è alta e le realizzazioni preziose. Nessuno può guardare con nostalgia al passato, come se allora le cose andassero meglio di oggi. Siamo in una stagione felice e impegnativa per la pastorale giovanile. Tutto questo è bello e rende felice il compito di chi lavora nella pastorale giovanile.

Ci mettiamo a pensare e a progettare la pastorale giovanile in questo clima culturale. Lo dobbiamo conoscere e valutare per non restarne influenzati negativamente e soprattutto per progettare sapientemente. Lo so che sto raccontando l’esperienza dell’Italia, ma ho l’impressione che sia facilmente generalizzabile.

1.     Una prospettiva

Il primo compito, secondo il mio modo di pensare, consiste nella scelta di una prospettiva. Ogni istituzione, ogni gruppo, ogni operatore è chiamato a decidere la prospettiva in cui collocarsi: per la ricerca dei problemi da affrontare e per decidere quali risorse utilizzare e come intervenire per risolvere i problemi.

Un esempio può aiutare a spiegare meglio l’affermazione. Chi vuole fotografare un panorama molto ampio, prima di scattare la sua fotografia storica… deve decidere il punto in cui piazzare la sua macchina. La scelta è decisiva: la prospettiva influenza non poco il risultato dell’operazione.

In una stagione di pluralismo è importante mettere le mani avanti dichiarando la propria collocazione.

Questo primo compito sembra più teorico che pratico. Con le tante cose da fare può lasciare l’impressione del tempo perso. Lo considero però indispensabile e urgente (tutt’altro che tempo perso) e decisamente pratico (anche se per il momento sono… sospese tutte le azioni).

Faccio una proposta, suggerendo la prospettiva in cui mi riconosco e che, in questi lunghi anni di servizio alla pastorale giovanile, ho posto come riferimento fondamentale.

Con una battuta la chiamo quella di Pietro che risponde alle attese dello zoppo, incontrato alla Porta Bella del Tempio, raccontandogli la storia di Gesù, specialista nella guarigione degli zoppi e… lo zoppo guarisce e riconosce Gesù.

Mi spiego.

Gli “Atti degli Apostoli” (cap. 3 e 4) raccontano quello che ha combinato Pietro quando ha incontrato la mano tesa di un povero paralitico alla Porta Bella del Tempio e la sua difesa davanti al Sinedrio, quando gli è stato contestato quello che ha fatto, soprattutto a causa del disturbo dell’ordine pubblico, causato dal suo intervento. Dichiara, senza incertezze, che lo zoppo cammina perché tutti sappiano che Gesù è l’unico nome in cui è possibile avere la vita. Lo proclama davanti a coloro che l’avevo ucciso nel nome di Dio, ricordando che Dio l’ha resuscitato, per mostrare con i fatti dove si colloca il suo progetto.

Allo zoppo che chiede elemosina, Pietro parla di Gesù. E lo zoppo guarisce. Pietro non gli dà i pochi spiccioli che lo zoppo si attendeva per arrivare a sera. Gli dà molto di più: l’incontro con Gesù e la guarigione. Lo zoppo è rimasto felicissimo… di non essere stato esaudito. Nell’incontro con Gesù, annunciato da Pietro, ha cambiato la sua vita. Né lui né Pietro sono rimasti prigionieri della rete stretta di domanda e risposta.

Meditando l’esperienza di Pietro, rilancio una convinzione, che giustifica passione e impegno: l’annuncio di Gesù è il grande gesto di amore che possiamo fare nei confronti dei nostri amici, per restituire ad essi vita, consolidare la speranza, sollecitare ad una responsabilità radicale per la causa del regno di Dio. Non può mai diventare un processo di proselitismo e nemmeno qualcosa che assomigli al bisogno di esternare i pregi della squadra per cui facciamo tifo. E’ sempre e solo un gesto di amore, totalmente gratuito e radicalmente decentrato verso gli altri.

Questo mi sembra oggi il punto di prospettiva, da riscoprire, approfondire, rilanciare.

2.     Tre compiti urgenti

La storia di Pietro fornisce la prospettiva in cui collocarsi per costruire un buon progetto di pastorale giovanile.

Non risolve nessun problema e non ci esime dalla fatica di pensare, progettare, lavorare. Se è presa sul serio, diventa però uno stimolo inquietante per un lavoro serio… da togliere il sonno e il respiro.

Da questa prospettiva io colgo tre compiti urgenti. Li consegno alla passione intelligente di chi mi ascolta.

Questi sono i tre compiti decisivi per un progetto di pastorale giovanile:

  1. individuare bene le sfide con cui siamo chiamati a misurarci. Con la battuta della prospettiva proposta: scoprire dove e come zoppicano i giovani, per non sbagliare terapia avendo sbagliato la diagnosi;
  2. selezionare le risorse di cui disponiamo (e sono ancora tante) per impegnarle in un preciso e concreto servizio educativo;
  3. riaffermare l’urgenza della evangelizzazione (nuova nell’ardore e nella qualità) per restituire al Vangelo il dono di essere ancora una “bella notizia” per la vita e la speranza di tutti, capace di far camminare gli zoppi.

Nello sviluppo di questi tre compiti urgenti nasce e si articola tutta la pastorale giovanile: il servizio della comunità ecclesiale verso i giovani per dare ad essi vita e speranza.

Li approfondisco suggerendo qualche interpretazione e qualche linea di azione… nel limite della mia sensibilità ed esperienza.

3.     Dove zoppicano i giovani

E’ indispensabile, prima di tutto, individuare i problemi “veri”.

Spesso i problemi che ci premono addosso sono problemi veri e reali.

Qualche volta, purtroppo, sono problemi falsi.

Possono essere falsi per differenti ragioni: o perché ce li siamo proprio inventati, forse per eccesso di zelo; o perché rappresentano qualcosa che non ha radici solide; o perché sono solo di una fetta di gente, alle prese con i propri problemi per non accorgersi di quelli gravissimi che attraversano l’esistenza dei più.

Ho ricordato che Pietro ha parlato di Gesù allo zoppo… raccontando certamente dei tanti interventi attraverso cui Gesù ha restituito vita alle gambe rattrappite degli zoppi che ha incontrato. Altre indicazioni… avrebbero lasciato indifferente lo zoppo e forse indispettito di questo bel tipo che invece di dargli l’elemosina richiesta, gli ruba i clienti con le sue chiacchiere, devote e inutili.

Partiamo quindi dalla identificazione, seria e motivata, di dove “zoppicano” i giovani: e cioè delle sfide con cui la nostra pastorale giovanile è chiamata a confrontarsi.

Qualcosa di prezioso l’avete fatto.

Invito a ripensarci proprio da questa prospettiva.

Partiamo dalle “sfide”

Per cogliere i problemi veri, la prima operazione da mettere in cantiere consiste nella decisione di individuare in modo riflesso e critico quali sono in concreto le preoccupazioni prioritarie e specifiche. Chiamo questa operazione la definizione delle “sfide”.

Parlare di “sfida” è una precisa scelta di campo. Ci colloca nella realtà quotidiana con un atteggiamento che non è rassegnato ma neppure solo critico e reattivo.

Sfida significa, infatti, un’interpretazione riflessa del vissuto culturale attuale per cogliere i segni di novità presenti e quei dati di fatto che provocano il progetto di esistenza diffuso e generalmente consolidato. La “sfida” è, di conseguenza, un contributo e soprattutto una provocazione che regala contributi preziosi, proprio mentre sollecita ad intervenire coraggiosamente.

La scelta di individuare le sfide per selezionare e organizzare le risorse disponibili è una condizione fondamentale – teologica e antropologica nello stesso tempo – per assicurare un servizio qualificato.

Non sono competente per entrare nel merito, indicando quali sono le sfide con cui confrontarsi. L’avete fatto. E ammiro le conclusioni.

Suggerisco qualche indicazione generale, su cui misurare anche le indicazioni concrete.

In un incontro con la comunità accademica dell’Università di Braga, qualche mese fa, proprio qui in Portogallo, io ho suggerito una mia interpretazione di sintesi dei problemi che attraversano l’essere giovane in questo tempo e che quindi investono violentemente la pastorale giovanile.

La domanda di senso e di speranza

Interpretando, con amore lucido, il vissuto giovanile attuale, affermo la presenza di una diffusa domanda di senso: quello che tutti i giovani cercano, anche nelle espressioni più disturbate, riguarda il senso e la speranza, ragioni di vita e di futuro e la rassicurazione che conforta ogni piccola quotidiana conquista. Constato però che questa ricerca di senso è affannosa e spesso disturbata. Significa che non corrisponde ai nostri parametri spontanei ed esige, almeno in molti casi, una coraggiosa scommessa educativa per definirla in questo modo.

Non mi convince l’affermazione che i giovani del nostro tempo sono in ricerca di esperienze religiose, di spiritualità, di proposte forti e coinvolgenti. Mi sembra una valutazione parziale, che privilegia alcune manifestazioni o tende a generalizzare su alcuni soggetti privilegiati. Forse pesa eccessivamente il mondo delle nostre attese o la nostalgia dei felici ritorni.

Certamente ci sono molti giovani impegnati coraggiosamente nella ricerca di una forte esperienza religiosa. Essi fanno parte di quei giovani fortunati che sono stati aiutati a superare le tensioni del tempo che stiamo vivendo. La constatazione rappresenta una preziosa indicazione di prospettiva pastorale. Spesso però è facile constatare che anche questi giovani sono segnati dalle logiche culturali del nostro tempo. Vivono la ricerca di esperienze religiose secondo le modalità tipiche dell’oggi: soggettivizzazione e disincanto, disponibilità e autonomia, separazione tra confessione di fede e scelte etiche.

La diffusa crisi attuale e la inquieta domanda giovanile interpellano noi adulti e soprattutto noi educatori della fede a quel livello di profondità competente ed esigente, in cui possiamo radicare veramente la riconquista di una relazione perduta.

Si tratta di un “grido”, forte, verso noi adulti: un dono che non ci lascia tranquilli e che ci carica violentemente delle responsabilità che non possiamo certamente scaricare su altri e che, nello stesso tempo, ci fa scoprire che è tempo di camminare coraggiosamente assieme, condividendo gioie e inquietudini.

I vecchi modelli non funzionano più. Ripercorrono le strade superate e aumentano il disagio dell’orfanità. Qualcuno stenta a capirlo. I giovani ci chiedono invece di essere adulti nuovi, capaci di camminare con loro e di condividere la ricerca e l’esperienza del senso e della speranza. In fondo… ci fanno un dono impensabile: ci chiamano a diventare sempre più padri e madri, sapendo generare al senso e alla speranza.

4.     Una proposta di organizzazione delle risorse

Sotto la preziosa provocazione delle sfide in atto (e della loro interpretazione in un’esplicita prospettiva di fede) la comunità ecclesiale, impegnata nella pastorale giovanile, organizza le risorse di cui dispone.

Organizzazione delle risorse comporta tre operazioni, urgenti e complementari:

  1. l’inventario delle risorse di cui può disporre
  2. la selezione per definire quali sono utili rispetto al controllo delle sfide e alla loro risoluzione
  3. una nuova organizzazione, per procedere dentro un progetto serio e ben elaborato.

Questi tre compiti sono evidentemente affidati alla vostra competenza e responsabilità organizzativa.

Realizzo il servizio che mi è stato chiesto sottolineando due linee prioritarie di azione. Rappresentano, da una parte, la constatazione felice di risorse che le comunità ecclesiali possiedono in abbondanza. Indicano, dall’altra, una prospettiva prioritaria in cui giocare concretamente e quotidianamente queste risorse.

Sogno una pastorale giovanile rinnovata, capace di selezionare e organizzare le risorse di cui le comunità ecclesiali sono ancora ricche, attorno a questi due compiti, da riconoscere, assumere, realizzare in modo integrato e complementare:

  1. la riscoperta del servizio educativo, in una stagione di emergenza educativa, per restituire senso e ricerca di senso (dove essa fosse spenta), passione per la vita e attenzione ad una matura qualità di vita (dove la qualità della vita fosse troppo lontana da una “vita buona secondo il Vangelo”);
  2. un modello di evangelizzazione, in cui formulare la sollecitazione diffusa verso una “nuova evangelizzazione”: per restituire al Vangelo la forza di bella notizia per la vita e la speranza.

5.     Il servizio educativo: per restituire senso e speranza

Abbiamo discusso molto, anche nell’ambito della pastorale giovanile, sul rapporto tra promozione umana e evangelizzazione. Ne siamo usciti innegabilmente arricchiti. Ma credo che sia tempo perso riprendere oggi la discussione.

Lo dico, ancora una volta, dalla prospettiva globale scelta: Pietro parla esplicitamente di Gesù allo zoppo. La sua proposta è sperimentata dallo zoppo come interessante e vera, quando si è accorto che la vita gli stava tornando nelle gambe rattrappite.

Come si vede, c’è un modo tutto originale di coniugare evangelizzazione e promozione umana: l’annuncio di Gesù, realizzato in un certo modo, rappresenta in concreto un fondamentale intervento di “promozione di vita”, se procede in un movimento tutto originale:

  • interpreta nel profondo la qualità della domanda. Non è di elemosina (come sembrava chiedere lo zoppo), ma ricerca di qualità di vita (come interpreta Pietro e come propone lui stesso);
  • la risposta consiste prima di tutto nella riaffermazione e rilancio dell’educazione, interpretata come ricostruzione della relazione interpersonale;
  • il servizio alla ricostruzione di una nuova e urgente qualità della vita: da cogliere e riaffermare in una stagione di pluralismo e di soggettivizzazione.

Faccio qualche cenno su ciascuno di questi tre temi.

La situazione di emergenza educativa

Da molte parti questo nostro tempo è indicato come caratterizzato da uno stato diffuso di “emergenza educativa”.

Va compreso bene il problema.

Noi accogliamo abitualmente le ragioni di senso e di speranza, le prospettive di futuro e gli inviti alla responsabilità nel presente, attraverso quella relazione che mette in accoglienza reciproca le persone, soprattutto assicura il dialogo dei giovani con le generazioni che li hanno preceduti (genitori, anziani, educatori). Siamo in emergenza quando si rompe questa relazione e non sappiamo più dove andare a ritrovare le ragioni per vivere e per sperare.

Cito alcune annotazioni interessanti da un documento dei Vescovi italiani proprio su questo tema: “Considerando le trasformazioni avvenute nella società, alcuni aspetti, rilevanti dal punto di vista antropologico, influiscono in modo particolare sul processo educativo: l’eclissi del senso di Dio e l’offuscarsi della dimensione dell’interiorità, l’incerta formazione dell’identità personale in un contesto plurale e frammentato, le difficoltà di dialogo tra le generazioni, la separazione tra intelligenza e affettività. Si tratta di nodi critici che vanno compresi e affrontati senza paura, accettando la sfida di trasformarli in altrettante opportunità educative. Le persone fanno sempre più fatica a dare un senso profondo all’esistenza. Ne sono sintomi il disorientamento, il ripiegamento su se stessi e il narcisismo, il desiderio insaziabile di possesso e di consumo, la ricerca del sesso slegato dall’affettività e dall’impegno di vita, l’ansia e la paura, l’incapacità di sperare, il diffondersi dell’infelicità e della depressione. Ciò si riflette anche nello smarrimento del significato autentico dell’educare e della sua insopprimibile necessità. Il mito dell’uomo “che si fa da sé” finisce con il separare la persona dalle proprie radici e dagli altri, rendendola alla fine poco amante anche di se stessa e della vita. […] Siamo così condotti alle radici dell’“emergenza educativa”, il cui punto cruciale sta nel superamento di quella falsa idea di autonomia che induce l’uomo a concepirsi come un “io” completo in se stesso, laddove, invece, egli diventa io nella relazione con il tu e con il noi” (Educare alla vita buona del Vangelo, 9).

Questa situazione condiziona fortemente l’essere giovani. Esiste un atteggiamento comune che attraversa la giovinezza. Lo chiamo una profonda, diffusa situazione di “orfanità”. E’ orfano chi è privo del padre o della madre. In molte nazioni, devastate dalla guerra, sono davvero molti i giovani senza genitori. Da noi, per fortuna, non è così. Molti giovani sono orfani, sperduti nel deserto della vita quotidiana, perché c’è un’orfanità per eccesso di genitori. Cambia persino il numero fisico dei padri e delle madri. Ma soprattutto siamo circondati da proposte che fanno di tutto per prendere il posto dei nostri genitori nella pretesa di darci ragioni di futuro e di speranza. Persino per vendere le cose più banali o solo funzionali, è chiamata in causa la qualità e il senso della vita: qualcuno entra con violenza nella nostra esistenza e pretende di dirci chi siamo e come dobbiamo vivere.

Non possiamo però vivere senza padri e madri autorevoli e significativi. In questa situazione il futuro si fa incerto e la speranza va in profonda crisi. E così dall’orfanità molti cercano di uscire nella disperazione o nel disimpegno. Le esperienze forti funzionano da nuova proposta di paternità.

La risposta: rilancio dell’educazione

All’emergenza educativa poniamo rimedio riscoprendo la via dell’educazione… ma, nello stesso tempo, reinventandola, per una cultura com’è l’attuale, e recuperando dalla cultura attuale tutti i contributi positivi di cui essa è portatrice.

Ecco allora la mia proposta: educare è istituire una relazione tra soggetti diversi (felici… di essere differenti), attraverso cui essi si scambiano frammenti riflessi e motivati di vissuto, per restituirsi reciprocamente quella gioia di vivere, quella libertà di sperare, quella capacità e responsabilità di essere protagonisti della propria e altrui storia, di cui purtroppo siamo continuamente deprivati.

Verso una nuova qualità di vita

Al centro della questione educativa sta una scommessa antropologica: verso quale qualità di vita orientare impegni e responsabilità?

In una stagione com’è la nostra e in dialogo con i giovani del nostro tempo, ho ripensato il centro di un progetto di pastorale giovanile attorno alla categoria della “invocazione”. Essa aiuta ad aprire ogni possibile domanda verso il mistero e suggerisce l’urgenza di offrire proposte che sappiano spalancare ulteriormente la domanda stessa.

Prima di tutto, devo precisare il significato che attribuisco all’espressione “invocazione”. Lo dico con un’immagine: gli esercizi al trapezio, che abbiamo visto, tante volte, sulla pista dei circhi.

In questo esercizio l’atleta si stacca dalla funicella di sicurezza e si slancia nel vuoto. Ad un certo punto protende le sue braccia verso quelle sicure e robuste dell’amico che volteggia a ritmo con lui, pronto ad afferrarlo.

Il trapezio assomiglia moltissimo alla nostra esistenza quotidiana. L’esperienza dell’invocazione è il momento solenne dell’attesa: dopo il «salto mortale» le due braccia si alzano verso qualcuno capace di accoglierle. Nell’esercizio al trapezio nulla avviene per caso. Tutto è risolto in un’esperienza di rischio calcolato e programmato. Ma la sospensione tra morte e vita resta: la vita si protende alla ricerca, carica di speranza, di un sostegno capace di far uscire dalla morte. Questa è l’invocazione: un gesto di vita che cerca ragioni di vita, perché chi lo pone si sente immerso nella morte.

L’invocazione rappresenta, nella mia ipotesi antropologica, il livello più intenso di esperienza umana, quello in cui l’uomo si protende verso l’ulteriore da sé.

L’invocazione è un’esperienza di confine. Essa è esperienza personale, legata alla gioia e alla fatica di esistere, nella libertà e nella responsabilità, alla ricerca delle buone ragioni di ogni decisione e scelta importante. Nello stesso tempo essa è già esperienza di trascendenza, spinta verso il mistero dell’esistenza.

Lo è ai primi livelli di maturazione. L’uomo invocante si mostra disposto a consegnare le ragioni più profonde della sua fame di vita e di felicità, persino i diritti sull’esercizio della propria libertà, a qualcuno fuori di sé, che ancora non ha incontrato tematicamente, ma che implicitamente riconosce capace di sostenere questa sua domanda, di fondare le esigenze per una qualità autentica di vita.

Lo è soprattutto nell’espressione più matura, quando ormai la ricerca personale si perde nel l’accoglienza del mistero della vita. Ci fidiamo tanto dell’imprevedibile, da affidarci ad un amore assoluto che ci viene dal silenzio e dal futuro.

Il consolidamento e lo sviluppo della capacità di invocazione sono un tipico problema educativo. Riguardano, in altre parole, la qualità della vita e l’influsso dell’ambiente culturale e sociale in cui essa si svolge. Abbiamo bisogno di restituire all’uomo una qualità matura di vita; e lo facciamo entrando, con decisione e competenza, nel crogiolo dei molti progetti d’uomo sui quali si sta frantumando la nostra cultura.

Non tutto però può essere ridotto a interventi solo educativi. L’educatore credente sa che senza l’annuncio di Gesù Cristo e senza la celebrazione del suo incontro personale, l’uomo resta chiuso e intristito nella sua disperazione. Per restituirgli veramente felicità e speranza, siamo invitati ad assicurare l’incontro con il Signore Gesù, la ragione decisiva della nostra vita. Questo incontro è sempre espressione di un dialogo d’amore e di un confronto di libertà, misterioso e indecifrabile. Sfugge ad ogni tentativo di intervento dell’uomo. In esso va riconosciuta la priorità dell’iniziativa di Dio.

Di qui la convinzione: l’invocazione è una esperienza di vita quotidiana, frutto di intelligenti processi educativi. Può essere educata. Viene educata però in due modalità che possono apparire all’opposto. Viene educata quando l’educatore opera sui germi iniziali di invocazione e attiva processi capaci di svilupparli, fino ad un esito soddisfacente. Viene però educata anche quando l’educatore che fa proposte, ponendo davanti alla persona il mistero in cui la nostra vita è avvolta e la sua personale esperienza di questo mistero, evangelizza, con decisione e coraggio, rispettando modalità comunicative capaci di suscitare libertà e responsabilità.

Sono consapevole che la vita quotidiana, nel suo ritmo normale, è carica di germi di invocazione. Per questo ogni domanda e ogni esperienza si porta dentro frammenti di invocazione. Va accolta, educata e restituita in autenticità al suo protagonista.

L’evangelizzazione, nello stesso tempo, quando risuona dentro la ricerca di senso che attraversa ogni esistenza, può scatenare questo processo di maturazione dell’invocazione; lo sa provocare in coloro che vivono ancora distratti e superficiali; lo satura in coloro che sanno ormai esprimere autenticamente la loro voglia di vita e di felicità.

Educhiamo all’invocazione per permettere alle persone di spalancarsi sul mistero annunciato. Evangelizziamo il Dio di Gesù per dare pane a chi lo cerca e sorgenti d’acqua fresca all’assetato; ma lo annunciamo con forza e coraggio per far crescere la fame e la sete di pienezza di vita.

6.     La qualità dell’annuncio: verso una “nuova evangelizzazione”

Nell’attuale comunità ecclesiale oggi siamo molto attenti ai temi e all’urgenza dell’evangelizzazione. L’abbiamo riscoperta come il dono prezioso che i discepoli di Gesù possono offrire per sostenere la vita e fondare la speranza di tutti.

Per dire tutto questo, parliamo di “nuova evangelizzazione”. Non possiamo dimenticare che la “novità” “richiama l’esigenza di una rinnovata modalità di annuncio, soprattutto per coloro che vivono in un contesto, come quello attuale, in cui gli sviluppi della secolarizzazione hanno lasciato pesanti tracce anche in Paesi di tradizione cristiana” (Benedetto XVI).

Nell’ambito della pastorale giovanile e con i giovani che ci lanciano la provocazione di una sfida di senso e di speranza (come ho appena ricordato), il servizio verso la “nuova evangelizzazione” può essere collocato su tre livelli:

  • evangelizzare come gesto d’amore
  • evangelizzare in un corretto modello comunicativo
  • la proposta della narrazione.

Evangelizzare come gesto d’amore

Ho già ricordato una convinzione importante: l’annuncio di Gesù è il grande gesto di amore che possiamo fare nei confronti dei nostri amici, per restituire ad essi vita, consolidare la speranza, sollecitare ad una responsabilità radicale per la causa del regno di Dio.

Questo mi sembra oggi il punto di prospettiva, da riscoprire, approfondire, rilanciare.

L’annuncio di Gesù, come gesto d’amore, caldo e appassionato nei confronti delle persone, non nasce né dalla richiesta dell’interlocutore né dal nostro desiderio apostolico. Nasce dalle logiche del servizio pieno e totale, per ogni persona nel mistero della sua esistenza, e per la storia personale e collettiva di tutti, nella prospettiva di quel progetto che Gesù ha chiamato il “regno di Dio”.

Da questa visione globale, cambiano ritmi e tempi. Non ci può essere più un prima, che prepara, e un “finalmente” che realizza. L’amore ha logiche totalmente diverse. E’ decentrato verso l’altro. Ma misura la qualità del suo servizio sul bene oggettivo della persona amata. Non si ferma perché è rifiutato. Né tanto meno si ridimensiona, per farsi più accettabile. Travolge chi ama, per permettergli di crescere in pienezza e autenticità: come una mamma che toglie dalle mani del figlio che ama, un gioco pericoloso… anche se egli piange e grida, perché glielo impone l’amore concreto che gli porta.

Voler bene ad una persona significa volere profondamente il suo bene, permettere ad una persona di scoprire che la profonda attesa di speranza e di senso che percorre la sua esistenza, ha bisogno di trovare risposte. Non possiamo continuare a spostare il tempo dell’incontro con queste risposte e non possiamo, per nessuna ragione, mandare deluse queste attese. Per questo, proprio a partire dall’amore che ognuno di noi porta ai fratelli che ha la gioia di incontrare, scopriamo che non possiamo rassegnarci a non parlare di Gesù. Il silenzio, in questo caso, diventerebbe una scelta che tradisce l’amore.

L’amore chiede di aiutare ogni persona a diventare sempre di più signore della propria vita. Ma siamo signori della nostra vita, solo quando riusciamo a sperimentarne il suo senso anche nel momento in cui eventi tragici sembrano consegnarci al nonsenso. Siamo signori della nostra vita se siamo capaci di collocarla dentro un progetto più grande che riguarda anche il futuro della nostra esistenza: riusciamo a ritrovare una ragione gioiosa anche di fronte al dolore e alla morte, scopriamo che siamo pienamente noi stessi solo quando riusciamo a morire, come il chicco di grano, perché tutti abbiano la gioia di raccogliere il pane cresciuto nel terreno del mio piccolo servizio.

Parliamo di Gesù non solo perché lo consideriamo un amico importante di cui sentiamo la gioia di regalare a tutti la stessa amicizia… parliamo di Gesù e vorremmo che tutti lo potessero incontrare nel cuore della loro esistenza, perché solo in lui possiamo scoprire che, nonostante tutto, siamo e restiamo signori della nostra vita. Davvero il nome di Gesù è il regalo più grande che possiamo fare a tutti, per restituire a tutti la gioia di vivere e la libertà di sperare.

La comunità ecclesiale non si rassegna se alle persone con cui condividiamo la vita quotidiana il nome di Gesù non interessa. Non si rassegna se davanti all’annuncio esse restano indifferenti, preoccupate di molte altre cose. Sta ad esse vicina, l’inquieta e li interpella, perché solo quando esse hanno incontrato Gesù, possono veramente restare in quella gioia e in quella speranza che vanno cercando, purtroppo tante volte come l’assetato che cerca un sorso d’acqua tra le pietre e il fango dei pozzi aridi.

Dalla prospettiva dell’amore che si fa annuncio, possiamo ripensare veramente a tutto il processo. Sono convinto che un grosso e impegnativo compito ci sia consegnato, sul piano dei contenuti teologici e dei modelli comunicativi.

Evangelizzare in un corretto modello comunicativo

Suggerisco una specie di criteriologia, sottolineando tre condizioni determinanti, anche sul piano operativo, per qualificare il modello comunicativo attraverso cui realizzare l’evangelizzazione.

Prima condizione: comunicazione di una esperienza

La prima condizione consiste in una comunicazione capace di assicurare la condivisione dell’esperienza di colui che narra e di coloro cui si rivolge il racconto.

Tante volte ci siamo impressionati fortemente dal tono delle grandi catechesi apostoliche, come sono documentate dagli Atti e dalle Lettere. Giovanni, per esempio, apre la sua Lettera con una testimonianza solenne: «La vita si è manifestata e noi l’abbiamo veduta. Noi l’abbiamo udita, l’abbiamo vista con i nostri occhi, l’abbiamo contemplata, l’abbiamo toccata con le nostre mani» (1Gv 1,1-2). Anche Paolo ricorda l’esperienza personale quando sottolinea i temi centrali della sua predicazione (si veda, per esempio, 1Cor 15 e 2Cor 12).

Questa è una dimensione qualificante dell’annuncio cristiano: quello che è comunicato proviene da una esperienza personale diretta e si protende verso gli altri con l’intenzione esplicita di suscitare nuove esperienze. Esso non è prima di tutto un messaggio, ma un’esperienza di vita che si fa messaggio, in una catena ininterrotta che riporta all’esperienza fondante che alcuni credenti hanno avuto in Gesù.

Chi evangelizza sa di essere competente solo perché è già stato salvato dalla storia che narra; e questo perché ha ascoltato questa stessa storia da altre persone. La sua parola è quindi un pezzo di vita vissuta, interpretata e trasformata in parole. La storia narrata non riguarda solo eventi o persone del passato, ma anche l’evangelizzatore e coloro cui si rivolge l’annuncio. Essa è in qualche modo la loro storia. Chi evangelizza, lo fa da uomo salvato, che racconta la sua storia per coinvolgere altri in questa stessa esperienza.

Seconda condizione: una comunicazione che spinge alla sequela

In secondo luogo, il modello di evangelizzazione che sto sottolineando si caratterizza per l’intenzione esplicita di coinvolgere anche gli interlocutori nell’esperienza narrata. L’evangelizzazione è, infatti, sempre il racconto di una storia che spinge alla sequela. La sua struttura linguistica non è finalizzata cioè a dare delle informazioni, ma sollecita ad una decisione di vita.

L’invito alla conversione non viene assicurato perché sono diffuse informazioni non ancora note, ma perché l’interlocutore viene chiamato in causa in prima persona. Non può restare indifferente di fronte alla provocazione: le due braccia spalancate del padre che aspetta con ansia il ritorno a casa del figlio perduto, costringono a decidere da che parte si vuole stare. Nasce formazione non sulla misura delle cose nuove apprese, ma nel riconoscimento dello stile di vita cui sono sollecitati coloro che desiderano far parte del movimento dei credenti.

Il significato di queste affermazioni e le ragioni che le giustificano si collegano all’esperienza dei discepoli di Gesù.

Un esempio importante è costituito dalle parabole. Esse non sono il resoconto di avvenimenti, consegnati all’analisi critica dello storico. Non sono preziosi e significativi perché riusciamo a ricostruire il tempo e il luogo in cui si svolge l’avvenimento narrato o perché possiamo verificare la congruenza dei particolari. Sono invece una chiamata personale a coinvolgersi nell’avvenimento per prendere posizione.

La scelta di privilegiare una prospettiva implicativa su quella descrittiva è importante anche per una ragione di competenza. Quando si è chiamati a trasmettere informazioni tecniche, il diritto alla parola è misurato sulla competenza posseduta: chi conosce le cose da dire, può parlare; chi non le conosce bene, deve tacere. Quando invece al centro della comunicazione c’è l’invito alla sequela e al coraggio della conversione, la scienza non basta più. Ci vuole la passione e il coinvolgimento personale. Il diritto alla parola non è riservato solo a coloro che sanno pronunciare enunciati che descrivono in modo corretto e preciso quello cui ci si riferisce. Chi ha vissuto una esperienza salvifica, la racconta agli altri; così facendo aiuta a vivere e precisa lo stile di vita da assumere per poter far parte gioiosamente del movimento di coloro che vogliono vivere nell’esperienza salvifica di Gesù di Nazareth.

Per questa ragione, l’evangelizzazione è sempre interpellante.

Terza condizione: una comunicazione che anticipa nel piccolo quello che si annuncia

In terzo luogo, l’evangelizzazione è una buona comunicazione quando possiede la capacità di produrre ciò che annuncia, per essere segno salvifico. Il racconto si snoda con un coinvolgimento interpersonale così intenso da vivere nell’oggi quello di cui si fa memoria. La storia diventa racconto di speranza.

Non si tratta di ricavare dalla memoria di un calcolatore delle informazioni fredde e impersonali, ma di liberare la forza critica racchiusa nel racconto.

I cristiani sono per vocazione gli annunciatori della speranza, perché testimoni della passione di Dio per la vita di tutti.

Per poter parlare in modo sensato della salvezza di Dio che è Gesù dobbiamo mostrare con i fatti che è possibile crescere come uomini e donne nella libertà e nella responsabilità, capaci di amare in modo oblativo, impegnati per la realizzazione della giustizia, testimoni del senso della sofferenza e della morte. Solo così, possiamo mostrare efficacemente «la forza dello Spirito, quella che può essere vista e udita» (At 2,33), quella che si traduce in gesti che non sono mai posti invano (Gal 3,4). Annunciare la fede significa dunque narrare di un Dio «che dona lo Spirito e opera meraviglie» (Gal 3,4), poggiando questa narrazione «non su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza» (1Cor 2,4).

La comunità ecclesiale condivide la storia e la vita di tutti, per gridare, a parole e con i fatti, dal suo interno la grande promessa di Dio, che la riguarda direttamente: «Fra poco farò qualcosa di nuovo. Anzi ho già incominciato. Non ve ne accorgete?» (Is 43,18-19). Così chi narra di Colui che ha dato la vista ai ciechi e ha fatto camminare gli storpi, fa i conti con la quotidiana fatica di sanare i ciechi e gli storpi di oggi. Anche se annuncia una liberazione definitiva solo nella casa del Padre, tenta di anticiparne i segni nella provvisorietà dell’oggi.

Troppe volte le situazioni tragiche restano nella loro logica disperata ed oppressiva. Sembrano un grido di rivolta contro il Vangelo della vita e della speranza.

Il racconto della storia di Gesù, a differenza dell’argomentazione che tutto spiega e su ogni caso ha la parola sicura, parla con concretezza e con realismo della sofferenza dell’uomo. Non possiede la chiave dialettica per risolvere tutte le situazioni e non ha la pretesa di districare in modo lucido i meandri oscuri della storia. Condivide il cammino faticoso dell’uomo; cerca di superare le contraddizioni in compagnia con tutti; parla, con parole buone, rispettose, riconcilianti, concrete.

La parola evangelizzata mostra con i fatti il Dio della vita: libera e risana, rimettendo a testa alta chi procede distrutto sotto il peso degli avvenimenti, personali e collettivi; restituisce dignità a coloro cui è stata sottratta; dà a tutti la libertà di guardare al futuro, in una speranza operosa, verso quei cieli nuovi e nuove terre dove finalmente ogni lacrima sarà asciugata (Apoc 21).

La proposta della narrazione

In questi anni ho immaginato un modello concreto di comunicazione, capace di rispettare le tre condizioni appena ricordate. Lo chiamo il modello narrativo.

Propongo di realizzare l’evangelizzazione dei giovani “narrando storie che aiutino a vivere”.

E mi spiego con veloci battute, rimandando all’ampia letteratura sull’argomento[1].

Nello stesso evento evangelizzatore dovrebbero intrecciarsi sempre tre differenti storie: l’evento di Dio che si fa vicino a ciascuno di noi, per la nostra vita e la nostra speranza, le attese e le esperienze delle persone cui viene offerto il racconto, l’esperienza, vissuta e sofferta, di chi ritrova la gioia e il coraggio di condividere quello che ha sperimentato nell’incontro salvifico.

Questi tre dati, di peso e di significato tanto diverso, diventano una parola unica, perché l’autenticità e verità di ogni elemento richiede gli altri, in un gioco di rapporti reciproci.

Chi vuole servire la vita e consolidare la speranza non può ridurre la sua proposta a frammenti della propria esistenza. Nessuno può dare la vita piena: né a sé né agli altri. Dolore, incertezza e morte minacciano continuamente ogni pretesa di autosufficienza. Abbiamo bisogno di offrire un riferimento più alto e sicuro, quello dell’unico nome in cui possiamo avere tutti la vita.

L’evangelizzatore racconta quindi i testi della sua fede ecclesiale: le pagine della Scrittura, le storie dei grandi credenti, i documenti della vita della Chiesa, la coscienza attuale della comunità ecclesiale attorno ai problemi di fondo dell’esistenza quotidiana. In questo primo elemento, propone, con coraggio e fermezza, le esigenze oggettive della vita, ricompresa dalla parte della verità donata. Credere alla vita, servirla perché nasca contro ogni situazione di morte, non può certo significare stemperare le esigenze più radicali e nemmeno lasciare campo allo sbando della ricerca senza orizzonti e della pura soggettività.

L’evangelizzatore non riesce però a parlare come se lui non c’entrasse e fosse ormai al di sopra della mischia. La vita è avventura di solidarietà profonda e continua, che neppure la morte fisica riesce ormai a spezzare. Questo coinvolgimento personale gli assicura l’autorevolezza di cui ha bisogno per pronunciare parole esigenti, che giudicano e inquietano con la forza di una esistenza riconquistata in modo riflesso. Anche questa esigenza ricostruisce un frammento della verità della storia narrata. La sottrae dagli spazi del silenzio freddo dei principi per immergerla nella passione calda della salvezza.

I suoi interlocutori non sono i destinatari passivi della comunicazione. Essi diventano protagonisti del racconto stesso. La loro esistenza dà parola al racconto: fornisce la terza delle tre storie, su cui si intreccia l’unica storia. L’evangelizzatore parla di loro in prima persona, delle loro attese e dei loro progetti, anche quando racconta di uomini e donne sprofondati in tempi lontani o quando aiuta a decifrare il percorso della natura e della storia o quando ritesse la trama di una solidarietà che dà volto a gente mai vista.

Come nel testo evangelico, la narrazione coinvolge nella sua struttura l’evento narrato, la vita e la fede del narratore e della comunità narrante, i problemi, le attese e le speranze di coloro a cui il racconto si indirizza. Questo coinvolgimento assicura la funzione performativa della narrazione. Se essa volesse prima di tutto dare informazioni corrette, si richiederebbe la ripetizione delle stesse parole e la riproduzione dei medesimi particolari. Se invece il racconto ci chiede una decisione di vita, è più importante suscitare una forte esperienza evocativa e collegare il racconto alla concreta esistenza. Parole e particolari possono variare, quando è assicurata la radicale fedeltà all’evento narrato, in cui sta la ragione costitutiva della forza salvifica della narrazione.

In forza del coinvolgimento personale del narratore, la narrazione non è mai una proposta rassegnata o distaccata. Chi narra la storia di Gesù vuole una scelta di vita: per Gesù, il Signore della vita o per la decisione, folle e suicida, di vivere senza di lui.

Per questo l’indifferenza tormenta sempre chi evangelizza narrando. Egli anticipa nel piccolo le cose meravigliose di cui narra, per interpellare più radicalmente e per coinvolgere più intensamente.

7.      Tra competenza e affidamento: la spiritualità dell’operatore di PG

Concludo la mia riflessione sulla proposta di un progetto di pastorale giovanile, sottolineando una esigenza che mi sta molto a cuore.

Non posso immaginare, infatti, linee di azione sulla pastorale giovanile senza collocare tutto questo all’interno di chiaro e forte progetto di spiritualità.

Questa indicazione riguarda, con la stessa intensità, gli operatori di pastorale giovanile e la qualità della loro proposta.

Il tema è impegnativo e richiederebbe uno sviluppo specifico. Non lo posso fare. Mi basta ricordare l’esigenza.

Faccio riferimento ancora all’esperienza degli apostoli, per trovare prospettive significative anche per l’oggi. Ci aiutano, come sempre, gli “Atti degli Apostoli”.

Gli apostoli sono sollecitati all’azione. E si organizzano per questa prospettiva. Dopo l’Ascensione di Gesù, scendono dal monte e fanno il punto della situazione. Non hanno messo fuori dalla loro vita l’incertezza e quel tanto di trepidazione che non guasta mai quando ci sono imprese solenni da realizzare. Ma ora sono abbastanza pronti.

Pietro, per esempio, riorganizza il gruppo, cercando il successore di Giuda. E lo fa con la sicurezza che gli proviene dal mandato di Gesù, che nessuno gli contesta, nonostante la triste parentesi del tradimento.

Poi, secondo la promessa di Gesù, arriva lo Spirito a completare l’esperienza e a trasformare il cuore, e l’avventura della Chiesa incomincia.

Tra il ritorno dal monte e lo slancio missionario, gli apostoli inseriscono una specie di intermezzo, strano per gente come noi, legata alla fretta e alla efficienza. Si ritirino nel cenacolo per una sosta di preghiera e di contemplazione: “si riunivano regolarmente per la preghiera con le donne, con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui” (Atti 1, 14). Hanno il compito di testimoniare il Vangelo fino ai confini del mondo… e si bloccano al piano superiore della casa, dedicando tanto tempo ad una attività che assomiglia poco all’attivismo verso cui erano stati sollecitati.

Considero questa esperienza apostolica un dono preziosissimo per aiutarci a cogliere le condizioni di una fedeltà all’incontro e all’affidamento a Gesù, capace di superare paure, incertezze, ritorni e tradimenti. Sembrano dirci: d’accordo… c’è fretta… ma nessuna fretta può far dimenticare quanto sia irrinunciabile contemplare il mistero di Dio nella preghiera.

Forse c’è una innegabile componente di paura. Lo Spirito non li aveva ancora trasformati. Ma di sicuro li aveva segnati profondamente l’esperienza di Gesù, che aveva l’abitudine di passare le notti in preghiera prima delle grandi imprese.

Mi sembra una dimensione fondamentale: una condizione di fedeltà.

Pensandoci, riusciamo persino a decifrare la ragione di questa scelta.

I discepoli sono al servizio della vita e della speranza nel Regno di Dio. Ma tutto questo non può mai essere considerato il frutto dello sforzo umano… anche se lo richiede intensamente. Il Regno promesso è dono. L’aveva detto con forza Gesù: “La causa della vita sta a cuore prima di tutto a Dio: è la sua passione e il suo impegno. Lui la realizza. Lui però l’ha affidata a me; io la consegno a voi, perché siete miei amici”. E subito aggiunge: “Quando abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare, dobbiamo avere il coraggio di riconoscerci soltanto dei servi… senza eccessive pretese. Per la vita e la speranza… solo Dio è padrone. Noi siamo soltanto servi… preziosissimi perché la causa della vita è data in consegna a noi, ma soltanto servi, perché il progetto appartiene a Dio”.

E’ una questione impegnativa, su cui non pensiamo mai a sufficienza, premuti dalle mille cose da fare.

Il centro del progetto di pastorale giovanile può essere espresso come un progetto di spiritualità, capace di unificare tutta l’esistenza cristiana, riconciliando pienamente l’amore alla vita, la fedeltà alla Chiesa, la decisione di fare di Gesù il Signore della nostra esistenza.

Potrebbe sembrare inusuale raccogliere il progetto di pastorale giovanile attorno ad un progetto di spiritualità. Anch’io e gli amici con cui in quegli anni ho lavorato, avevamo all’inizio valutato cosa abbastanza strana concentrare le nostre attenzioni attorno ad una proposta di spiritualità. Di solito, quando si parla di spiritualità, si pensa a qualcosa che si aggiunge alla vita quotidiana, spesso riservato soltanto a coloro che hanno deciso di vivere la propria esistenza quotidiana in uno stile tutto speciale. Lo sapevamo e abbiamo fatto la scelta proprio per evitare che spiritualità si riducesse a questa visione parziale. Volevamo riconquistare  il termine “spiritualità” come qualità di tutta l’esistenza cristiana.

Spiritualità vuol dire, infatti, vita quotidiana vissuta, in modo progressivamente consapevole, nello Spirito di Gesù. Mettendo al centro la spiritualità volevamo mettere veramente al centro la nostra vita, accolta con amore e con responsabilità, e il progetto di Gesù su questa nostra vita. È possibile, infatti, risolvere gli inquietanti interrogativi che attraversano l’esistenza quotidiana, solo nel coraggio di confrontarci con la proposta del Vangelo in un incontro personale con Gesù.



[1] Ho appena pubblicato un piccolo libro che vuole documentare questo modo di evangelizzare, offrendo esempi concreti: TONELLI R., Narrare Gesù per aiutare a vivere e a sperare, ElleDiCi, Leumann 2012.

XXIX DOMENICA tempo ordinario

Prima lettura: Is 53, 2-3. 10-11           Salmo: Sal 32

Seconda lettura: Eb 4, 14-16               Vangelo: Mc 10, 35-45

 

Per riflettere…

Liberi di servire

Prima di questo vangelo c’è il terzo annuncio della passione. Già altre due volte Gesù aveva annunciato la sua passione e morte e in entrambe gli apostoli non avevano capito niente. Così Gesù per la terza volta deve ridire la cosa: “Guardate che rischio; guardate che non è come voi pensate; guardate che quelli là forse me la faranno pagare per ciò che dico, per ciò che faccio, per la libertà che io porto, per lo scombussolamento che io porto” (Mc 10,32-35).

Gli apostoli iniziano ad aver paura perché iniziano a capire (Mc 10,32: “Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti; coloro che venivano dietro erano pieni di timore”) ma continuano a seguirlo imbevuti delle loro idee in cui ancora credono: Messia forte e potente.

Ed ecco il vangelo di oggi: due apostoli, Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, gli si avvicinano. Soffermiamoci un po’ su questi “figli di Zebedeo”: santi oggi ma non certo all’inizio.

Giovanni lo abbiamo incontrato qualche domenica fa. Vi ricordate? Gli apostoli non riuscivano a guarire dai demoni (9,18) e quando vedono uno che, invece, ci riesce, glielo impediscono. Giovanni è invidioso, geloso: “Ma come? Io che sono un “discepolo doc” non riesco e lui sì?”. E’ difficile accettare che altri sono più bravi di noi e riescono in molte cose. Ma è così!

Un’altra volta questi due fratelli, quando Gesù viene rifiutato dai samaritani, offesisi, gli dicono: “Vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li distrugga?” (Lc 9,54). Sono vendicativi: la vendetta è l’incapacità di elaborare un dolore, un lutto, una ferita: “Mi fai fatto del male? Adesso la paghi (mi vendico) e ti infliggo il dolore che tu hai dato a me”.

Proprio per questo venivano chiamati i Boanerghes, i figli del tuono. Ed è Gesù stesso che li chiama così (Mc 3,17). Nel gergo popolare c’è rimasta l’espressione: “Non rompere gli zebedei!”. Come il forte rumore di un fulmine “rompe” il timpano, così erano per carattere Gc e Gv.

La rivista scientifica Science ha pubblicato questo esperimento di De Quervain dell’Università di Zurigo. Hanno studiato cosa fa il cervello (attraverso una PET) di fronte alla vendetta.

Ad un gruppo di persone viene detto che è possibile aumentare il proprio reddito fidandosi dell’altra persona. Alla persona A è data la possibilità di dare un determinato ammontare di denaro alla persona B. Se la persona A accetta, viene quadruplicato l’ammontare di soldi che B riceve. A B allora è data la possibilità di conservare tutti i soldi o dividerli con A. Quando B non condivide ma mantiene i soldi per sé, A ha 3 opzioni per vendicarsi: 1. punire B con un grande importo da versare; 2. punire B con una vendetta a pagamento (più è alta la vendetta e più A paga); 3. sostanzialmente corrisponde a nessuna vendetta (una semplice censura). In un’area del cervello chiamata “caudate nucleus” la soddisfazione è enorme nel primo caso, buona nel secondo e irrilevante nel terzo.

La vendetta, mostra l’esperimento, ci procura soddisfazione, dà un piacere terribile, ma ci rende uguali all’altro. Da feriti ci fa diventare degli altri punitori, castigatori. Così l’altro non solo ci ha feriti ma ci ha fatto diventare come lui.

Una donna è stata tradita dal marito e “per vendicarsi” ha fatto lo stesso: “Così adesso sai cosa vuol dire!”. Ma cos’hai cambiato? Cos’hai risolto? Pensi che questo ti tolga il tuo dolore interno? Non sei adesso come lui, proprio come lui che condanni? E se perdonassi?

La vendetta ci rende simili agli animali: ci dà soddisfazione ma non cambia minimamente la realtà.

In Mc 1,20 c’è scritto che quando Gesù passa sulle rive del lago di Galilea, dopo aver già chiamato Simone e Andrea, chiama anche Giacomo e Giovanni, i figli Zebedeo (Mc 1,19). E c’è scritto che questi due “lasciato il loro padre Zebedeo sulla barca con i garzoni, lo seguirono” (Mc 1,20).

Ma è proprio vero che hanno lasciato il loro padre? No, perché per tutto il vangelo vengono sempre chiamati i “figli di Zebedeo”. Cosa ci vuol dire Mc continuando a chiamarli così?

1. Si può lasciare la casa paterna e materna fisicamente ma si può rimanere attaccati a loro.

2. Si può diventare grandi ma non autonomi, indipendenti. Alcune persone invecchiano ma sono sempre “figli”, dipendenti, non sono mai passati a maggiore età dello spirito. Continuano a cercare il parere degli altri e il loro riconoscimento.

Gc e Gv hanno lasciato l’attività del padre ma continuano a pensare come lui. Non sono loro che pensano, ma è il loro padre, la loro famiglia, la loro tradizione che pensa in loro.

Le persone con orgoglio a volte dicono: “Sono come mio padre; io faccio come lui; quando mio padre…; quando io ero piccolo mia madre…”. Ma se tu hai come riferimento solo lui/lei e tu copi ciò che faceva, allora tu non stai vivendo la tua vita ma la loro. “Mio padre faceva, educava, ecc. così… mio nonno anche…”: ma allora non sei tu che vivi, sono loro che vivono in te.

Alla morte del rabbino gli succedette il figlio. La gente gli diceva: “Tu non sei come tuo padre: tu fai tutto diversamente da lui!”. E lui: “No, io sono esattamente come mio padre: lui non assomigliava a nessuno e io… neanche!”.

Se tu non ti sai formare un pensiero diverso, tuo, autonomo, indipendente da quello della tua famiglia di origine, dal tuo paese, dal tuo ambiente, non sei tu che vivi ma gli altri che vivono in te, gli altri che pensano per te, gli altri che scelgono in te. Pablo Neruda: “Talvolta ho vissuto la vita di altri”.

C’è una donna che è in depressione. E’ in depressione perché lei si continua a chiedere sempre: “Ma è giusto quello che faccio? Va bene quello che faccio? Gli altri cosa dicono, cosa fanno?”. Vive del giudizio degli altri; è terrorizzata da ciò che gli altri potrebbero dire e quindi non vive niente di suo. E a forza di tener dentro, tutto si è compresso.

Chi vive del giudizio degli altri è ancora nella casa paterna: “gli altri” di oggi sono il consenso dei genitori. Faccio, mi muovo, dico, se ho il parere di mamma e di papà (oggi sono gli altri, l’autorità, il giudizio sociale). “Ma sei grande: vivi la tua vita, fai le tue scelte e prenditi le tue responsabilità”.

Un giorno un famoso dottore di New York, unico nel suo campo, ricevette quattro telefonate: tutte e quattro le telefonate venivano dalla Francia ed erano i figli di donne anziane che lo consultavano per sapere se portare le loro madri lì da lui. Dopo il consulto ognuno fece delle scelte diverse.

I figli della prima donna portarono la madre da lui: ma il viaggio fu pesante per lei, le condizioni si aggravarono ed essa morì. Così i parenti dissero: “Se la lasciavano a casa almeno forse non sarebbe morta”.

I figli della seconda donna la lasciarono a casa, valutando troppo pesante il viaggio. La donna però morì. I parenti commentarono: “Se almeno i figli avessero provato a portarla a New York”.

I figli della terza donna la portarono da un famoso medico francese. La donna però morì. I parenti commentarono: “L’hanno fatto per risparmiare i soldi”.

I figli della quarta donna portarono la madre a New York. La donna però morì. I parenti commentarono: “Pensavano di salvarla con i loro soldi! Hai visto, invece!”.

Qualunque cosa fai può esser giudicata, quindi tanto vale fare ciò che si vuole. Questo è essere adulti e non più figli: “Vivo la mia vita, non chiedo il consenso, né l’autorizzazione e mi prendo le mie responsabilità senza accusare gli altri”.

Sentite l’ambizione di Gc e Gv: “Noi vogliamo che tu ci faccia” (Mc 10,36). Comandano a Gesù! Loro non chiedono: loro vogliono, esigono, pretendono. Non si discute su questa cosa.

Gesù cade dal mondo delle nuvole. Non ha neppure idea di cosa potrebbero chiedergli e infatti chiede: “Che cosa volete che io faccia per voi?”.

Un attimo prima ha detto: “Vado a Gerusalemme, forse mi prenderanno; forse me la faranno pagare; forse mi uccideranno; ho paura ma devo andare; statemi vicino, aiutatemi” e quando sente la loro richiesta, Gesù rimane sconcertato, allibito: “Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra” (Mc 10,37). Ma cos’hanno ascoltato questi qua? Ma quanto interessati a Gesù erano?

Quando uno è preso dai suoi problemi non ti può e non sa ascoltare. Due amiche, una dice: “Sai ho da dirti una cosa: sono preoccupata perché mio figlio lo vedo triste, si chiude speso in camera, non esce più con gli amici…”. Allora l’altra interviene: “Ah, sapessi il mio. Fa’ quello che vuole, non mi ascolta, non è mica come sua sorella che è studiosa…” e parla venti minuti. Ma dov’è l’ascolto qui?

Gesù risponde loro: “Voi non sapete ciò che domandate” (Mc 10,38). Voi siete fuori del tutto. Sì, Gesù un giorno avrà uno a destra e uno a sinistra, ma chi sono? Non sono i suoi ministri ma due ladroni: “Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sua sinistra” (Mc 15,27).

Sono degli illusi: sono convinti che Gesù vada a Gerusalemme per governare, comandare, dirigere. E loro si vedono già ministri degli esteri e degli interni. Non hanno capito niente perché non lo hanno ascoltato veramente. Hanno sentito la sua voce ma non le sue parole.

E quando Gesù gli dice: “Potete bere il calice che io bevo o ricevere il battesimo con cui sono stato battezzato” (Mc 10,38), cioè potete seguire il mio destino e la mia missione, questi poveri illusi gli dicono: “Sì, certo!, lo possiamo”. Illusi!

E l’illusione di questi due e degli altri continuò. Durante l’Ultima Cena, che loro non pensano minimamente sia l’ultima e che sia il saluto di Gesù, Pietro (e compagni) “con insistenza diceva: “Se anche dovessi morire, non ti rinnegherò”. Lo stesso dicevano tutti gli altri” (Mc 14,31). Solo che un attimo dopo, quando arrivano ad arrestare Gesù il vangelo dice: “Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono” (Mc 15,50). Ecco qua, tutta la loro presunzione.

Sembrano quelli che dicono: “Ah se ci fossimo noi… ah, io farei tutto diverso!”. Forse!

Poi Gesù dice: “Il calice mio lo berrete… e il battesimo lo riceverete…” (Mc 10,39) ma non come pensate voi. Loro pensano ad un Messia forte, potente, con armi ed esercito: per questo sono disposti a morire. Solo che Gesù non è questo.

Bere il calice era una tipica espressione ebraica che indicava la morte con il martirio. Loro sono disposti a morire per il Messia (potente) ma non per Gesù (debole e indifeso).

E cosa fanno gli altri dieci? Si sdegnarono con Giacomo e Giovanni (Mc 10,41).

E perché si sdegnano? Non per ciò che hanno detto ma perché anche loro volevano stare alla destra e alla sinistra di Gesù. Di che cosa avevano discusso un po’ prima (Mc 9,34)? “Di chi tra di loro fosse il più grande!”.

Ora uno si chiede: se due vanno da Gesù e gli apostoli sono dodici, è ovvio che gli altri sono dieci. Che bisogno c’era di sottolineare, di dire, “gli altri dieci”?

Dobbiamo tornare indietro (gli apostoli conoscevano bene la simbologia): Salomone era stato un re spietato, vanitoso e ambizioso e mise a lavori forzati l’intera popolazione per la sua vanità. Alla morte di Salomone gli anziani del popolo andarono dal figlio Roboamo e gli dissero: “Guarda, tuo padre ci ha succhiato il sangue dalle vene, tu cerca di comportarti meglio”. Lui disse: “Se mio padre vi schiacciava con un mignolo, io vi schiaccerò con un pugno”. E per questo ci fu lo scisma: dieci tribù abbandonarono il regno di Davide e formarono un altro regno; così rimasero solo due tribù.

Qui si ripete la cosa di secoli prima: dieci e due. Quindi si vuol dire che quando c’è l’ambizione, c’è la divisione.

Allora Gesù deve chiamarli a sé e di nuovo parlargli (Mc 10,42). Osserviamo due cose.

1. Gesù li chiama. Ma non li aveva già chiamati (Mc 1,20)? Sì. E non avevano già risposto? Sì. La chiamata è cambiare mentalità, lasciare le rigidità e le illusioni, entrare nella propria umanità e dare un nome, il loro vero nome, a ciò che abbiamo dentro.

Per loro questa chiamata è stata quella di dover riconoscere di essere ambiziosi. Per noi la chiamata è diventare prete o suora, ma per Gesù è prima di tutto cambiare vita e mente.

2. Gesù, e ne aveva ben motivo, non li rimprovera, ma li porta al senso profondo delle cose.

Un bambino di quattro anni picchia un amichetto. Arriva la sua mamma e lo picchia per ciò che ha fatto. Ma cos’ha fatto? Niente! Gli ha solo rinforzato l’idea che il più forte picchia il più debole (lui l’amichetto; la mamma lui). Ma se la mamma gli spiegasse che se fa così, succede colà… che gli amichetti sono fatti per giocare… allora lui un giorno potrà capire.

E’ inutile rimproverare la gente perché non viene in chiesa. Intanto bisognerebbe chiedersi perché non viene. Forse non ci viene perché non trova niente che meriti per venire. Ma detto questo è meglio spiegare loro che fermarsi, ascoltare il vangelo, nutrirsi di silenzio, di comunità, di Dio, ci fa bene, ci rende più umani, più veri, placa le nostre inquietudini e dà stabilità alla nostra vita. Se uno questo lo sente, lo vive, ne è toccato, viene in chiesa perché sa che gli fa bene.

Non condannate: spiegate sempre il senso delle cose e le conseguenze di ciò che si fa o non si fa.

E Gesù spiega: “Chi vuol essere grande sia servitore e chi primo, ultimo” (Mc 10,41-44). Qui si utilizzano due parole che vanno spiegate.

Servitore=diakonos (Mc 10,43). Il diacono (minister in latino) è colui che volontariamente serve a tavola. Non è costretto, ma è colui che si mette a disposizione volontariamente. E perché lo fa? Per amore, per passione, per la gioia che ha dentro.

Perché un ragazzo fa l’animatore o un adulto il catechista? Perché vede i “suoi” ragazzi crescere, essere felici, cambiare, sviluppare le loro potenzialità, ecc.: che c’è di più grande di questo? Perché lo fa? “Per passione, per gioia”. Servire è fare gratuitamente ciò che dà gioia ad altri. Cioè: mi metto a tuo servizio perché tu possa essere il meglio di te.

Un animatore è a servizio della vita dei suoi ragazzi: vuole che essi tirino fuori tutta la loro vitalità. Un animatore è servo perché non ha un piano su di loro ma sviluppa ciò che loro sono.

Ultimo=dulos (Mc 10,44). Il dulos (servus in latino) era lo schiavo: sopra di lui non c’era nessuno. Gesù ci invita non ad essere schiavi nel senso di sottomessi, di insignificanti, ma a metterci all’ultimo posto non perché si è indegni o non si vale niente ma perché se sei ultimo tutti gli altri sono prima di te e quindi tutti meritano onore e rispetto. I capi delle nazioni non fanno così: loro sono primi e mettono tutti gli altri sotto. Ma se tu sei ultimo allora tutti hanno valore, tutti sono importanti, tutti meritano rispetto, amore, attenzione, onore.

Poi Gesù chiude con questa frase: “Il Figlio dell’uomo, infatti, non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45).

Cosa vuol dire “in riscatto”? Riscatto è lytron. Il lytron era ciò che bisognava pagare per togliere una persona dalla schiavitù. In caso di debiti o se prigionieri di guerra, il lytron era la cifra che la famiglia doveva pagare (se poteva) per avere la libertà.

Cosa fa Gesù allora? Mette la sua vita (e si usa il termine psyché), cioè la sua vitalità, la sua energia, la sua forza, la sua fiducia in Dio, la sua conoscenza del Padre, tutto quello che lui ha, a servizio per liberarci, per toglierci dalle nostre prigioni e dalle nostre schiavitù. Lui è venuto e ha messo la sua vita a servizio nostro: perché noi possiamo essere liberi. Questo è l’amore.

Tu hai un bagaglio di soldi, di conoscenze, di generosità, di compassione, di ascolto, di empatia, di abilità manuali, musicali, artistiche, sportive, di passione, di giustizia, di mediazione, di organizzazione, ecc.: che te ne fai? Tanto ciò che hai non te lo porterai di là!

Vuoi tenertelo tutto per te? Amore, servire, è mettere ciò che si ha e ciò che si è a disposizione per il mondo. Allora succedono due cose:

1. Si è utili a questo mondo. Allora la nostra vita fa del bene agli altri. Ciò che siamo crea vita. Allora ci si sente uniti: qualcosa di te vive negli altri.

2. Ci si sente utili e così la nostra vita acquisisce senso: che ci siamo o che non ci siamo non è la stressa cosa. Perché quando sei utile, importante per qualcuno, esserci o non esserci fa la differenza.

E’ famoso l’esperimento di Northfield. In quest’ospedale, dove lavoravano i due psichiatri Bion e Foulkes, erano in cura i soldati malati da nevrosi di guerra. Vi erano cioè i soldati il cui morale era a terra per l’orrore e le difficoltà della guerra e il compito dei psichiatri era quello di convincerli a lottare senza arrendersi alla malattia o ai problemi. Come risollevare il morale di queste gente svogliata, impaurita, restia e diffidente? Iniziarono a chiedere: “C’è bisogno di qualcuno che sappia aggiustare le jeep, chi sa farlo? C’è bisogno di qualcuno che guidi l’attività motoria, chi sa farlo? ecc.”. Riuscirono nell’incredibile, perché? Perché le persone si sentirono utili, importanti, necessarie.

Il peggior dramma è sentirsi inutili: allora non ha senso nulla di ciò che si fa e neanche vivere.

Un famoso filosofo aveva trascorso tutta la sua vita per cercare il significato ultimo dell’esistenza. Aveva consultato i più grandi saggi ma non aveva trovato alcuna risposta soddisfacente. Una sera, nel giardino della sua casa, mettendo da parte i suoi pensieri, prese in braccio la sua bambina di cinque anni che stava giocando allegramente e le chiese: “Bambina mia, perché sei qui sulla terra?”. La bambina rispose sorridendo: “Per volerti bene, papà!”.

Siamo qui tutti per amare, per servire il mondo con la nostra modalità unica e irripetibile di amore che prende la forma di tenerezza, conoscenza, gioco, festa, unione, silenzio, preghiera, ecc.

Pensiero della Settimana

L’anima che può parlare con gli occhi

può anche baciare con lo sguardo.

COMUNICARE CON ARTE LA BELLEZZA DELLA FEDE

Dal 23 ottobre, nel Palazzo apostolico lateranense, un corso di formazione per animatori della comunicazione e della cultura

di Salvatore Cernuzio

Chissà quante meravigliose iniziative vengono proposte ogni giorno nelle parrocchie… E chissà di quante non si conosce nemmeno l’esistenza, semplicemente perché non sono state comunicate in modo efficace….

Eppure, nel continuo susseguirsi di eventi e situazioni, non è facile per una parrocchia stabilire una comunicazione valida che le permetta di uscire dai confini della propria comunità, e rivolgersi ad un maggior numero di persone.

Come muoversi dunque? Come avventurarsi nei migliaia di blog e social network esistenti? Come promuovere un concerto, un convegno o un evento di fede e di cultura? Sarebbe davvero necessaria una “Arte del Comunicare”.

È proprio questo il titolo del corso di formazione proposto dalla Diocesi di Roma per rispondere alle esigenze di coloro che nelle parrocchie si interessano degli aspetti relativi alla comunicazione.

Organizzato dall’Ufficio comunicazioni sociali del Vicariato di Roma, L’arte del comunicare si svolgerà nel Palazzo apostolico lateranense di piazza san Giovanni in Laterano, dal 23 ottobre fino al 4 dicembre.

Ogni martedì, alle ore 19.00 si succederanno, quindi, degli incontri per aiutare gli animatori della comunicazione e della cultura a dare, in modo professionale, il proprio contributo in parrocchia. Fine dell’iniziativa è “fornire un aiuto per far nascere, all’interno della comunità cristiana, laici che attraverso la cultura e l’arte promuovano l’annuncio della fede e la provocazione del messaggio cristiano” come afferma a ZENIT don Walter Insero, responsabile dell’Ufficio del Vicariato promotore dell’evento.

“Spesso – prosegue – nel nostro modo ‘grigio’ di comunicare non c’è lo spazio necessario per far risplendere la bellezza e la verità. È significativo perciò il titolo del corso – aggiunge – perché la comunicazione è una vera arte, dal momento che non si limita a trasmettere dati e informazioni, ma crea una solida rete di comunione. Ogni realtà ecclesiale comunicando esce infatti dal suo isolamento e dialoga col mondo, aprendo anche un confronto con i non credenti, in una prospettiva puramente culturale”.

L’incontro che inaugurerà il corso vedrà come protagonista, insieme a don Insero, monsignor Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, e si occuperà di delineare l’identità e la missione dell’animatore.

Una scelta ben precisa che crea così un sottile filo rosso tra il corso e il direttorio della CEI “Comunicazione e missione” – pubblicato circa otto anni fa – che definiva appunto il ruolo dell’animatore della comunicazione e della cultura.

I due incontri successivi si concentreranno, invece, su quelli che oggi sono gli ambiti di competenza dell’animatore, in particolare per ciò che concerne la stampa e le nuove tecnologie. Quindi: i blog, i social network e gli strumenti editoriali. A parlarne saranno, Andrea Tornielli, vaticanista de La Stampa e don Francesco Indelicato, dell’Ufficio comunicazioni sociali del Vicariato di Roma; insieme a don Ivan Maffeis, vicedirettore dell’Ufficio nazionale per le Comunicazioni Sociali, e Valeria Valsecchi, direttore Hochfeiler.

Ampio spazio verrà riservato poi all’arte e alla cultura, con due eventi che daranno le “istruzioni per l’uso” per realizzare convegni, concerti, mostre in parrocchia. Le serate vedranno la partecipazione di Vittorio Sozzi, direttore Servizio nazionale per il Progetto culturale – Cei; Massimiliano Padula, direttore Ufficio Comunicazione e Stampa Pontificia Università Lateranense; Francesco d’Alfonso dell’Ufficio Comunicazioni Sociali – Vicariato di Roma e Micol Forti, curatrice della Collezione d’Arte Contemporanea  dei Musei Vaticani.

Si passa poi ai consigli per realizzare un cineforum o una rassegna teatrale con l’incontro dal titolo “Dal palcoscenico al grande schermo”, dove in cattedra saliranno mons. Franco Perazzolo, del Pontificio Consiglio della Cultura, e don Andrea Verdecchia,  docente di Teologia pastorale.

Infine, concluderà la serie di incontri la serata dedicata al tema della comunicazione attraverso le immagini. Relatori saranno don Antonio Ammirati, dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, e il fotografo Cristian Gennari.

 

Per iscriversi è necessario inviare i propri dati (nome, cognome, numero di telefono, mail e parrocchia di residenza) entro il 15 ottobre all’indirizzoinfo@ucsroma.it.

La quota di partecipazione di 50 euro si potrà versare il giorno del primo incontro.

Per ulteriori informazioni si può contattare l’ufficio al numero 0669886427.

XI edizione del Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo (Acs 2012)

Non cessano le violenze e le persecuzioni a sfondo religioso nel mondo. Cina, Nigeria, Pakistan, Egitto, Kenya, India sono solo alcuni dei Paesi che destano maggiore preoccupazione. Se dunque nel 2011 sul fronte dell’applicazione della libertà religiosa “non vi sono stati miglioramenti”, si riscontra però una tendenza positiva inedita in termini di “consapevolezza relativa al tema della nell’opinione pubblica, dovuta in gran parte all’aumento della copertura mediatica e ad una maggiore disponibilità d’informazioni”.

È il quadro complessivo che emerge dalla XI edizione del Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo presentato oggi a Roma in conferenza stampa da Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs).

Il Rapporto ha preso in esame 196 Paesi del mondo. Da una parte preoccupano in modo particolare le situazioni vissute in Cina, nei Paesi della cosiddetta “primavera araba” e in alcune nazioni dell’Africa; dall’altra il Rapporto evidenzia un aumento di sensibilità nell’opinione pubblica riguardo a questo problema: ne sono prova gli interventi legislativi di vari stati europei e l’impegno mostrato da alcuni parlamenti nazionali (italiano, belga e tedesco) nonché dal Parlamento europeo.

Se dunque, sul piano legislativo “si riscontrano passi in avanti, lo stesso – conclude il Rapporto di Acs – non si può dire riguardo alle violenze e alla persecuzione. Perché le minacce alla libertà religiosa non accennano a diminuire”.

Alcuni dati. Riflettori di Acs puntati sulla Nigeria per la proliferazione di alcuni gruppi islamici: dal 1999 alla fine del 2011 sono stati 14 mila i nigeriani uccisi da violenze a sfondo religioso. Lo scorso anno, nella sola settimana di aprile successiva alle elezioni presidenziali del giorno 16, almeno 800 persone sono rimaste uccise e 65 mila hanno dovuto abbandonare le proprie case. In India – si legge nel Rapporto – è lunghissima la lista degli attacchi alle minoranza mentre “il 2011 è stato un anno terribile per il Pakistan”: “Dopo l’omicidio a gennaio del governatore del Punjab, Salman Taseer, il 2 marzo viene ucciso il ministro federale per le Minoranze, il cattolico Shahbaz Bhatti”. Nessuna modifica è stata apportata alla legge anti-blasfemia, a causa della quale nel 2011 sarebbero state almeno 161 le persone incriminate e 9 quelle uccise con esecuzioni extra-giudiziali. Mai come nel 2011 anche in Cina è stata lunga la lista degli arresti di cristiani (cattolici e protestanti), islamici e buddisti (tibetani); la maggiore durezza del governo si deve probabilmente al crescente interesse religioso riscontrato nel Paese, in particolare nei confronti del cristianesimo. Le ulteriori tensioni tra Pechino e la Santa Sede sono legate alle nuove ordinazioni illecite e ai numerosi casi di arresti, torture e “rieducazioni tramite il lavoro” subiti da chi, fedele al Papa, rifiuta di aderire all’Associazione Patriottica.

Il caso dell’Egitto. A parlare della situazione della libertà religiosa nei Paesi arabi è stato padre Samir Khalil Samir, islamologo, che ha portato la storia dei due bambini copti analfabeti, di 8 e 10 anni, Mina Nadi Faraj e Nabil Naji Rizq, che sono stati arrestati con l’accusa di aver urinato su dei fogli di carta sui quali erano scritti dei versetti del Corano. “Questo – ha detto padre Samir – ci fa dire che stiamo prendendo una direzione pericolosa. Stiamo per tornare ad un’epoca che ormai non conoscevamo più: quella del fanatismo religioso. Negli ultimi trenta anni si sono verificati degli episodi, ma mai si era arrivati a mettere in prigione dei bambini analfabeti accusati di oltraggio all’Islam”. Queste situazioni, però – ha aggiunto l’islamologo – devono incrementare l’impegno del dialogo: “Insieme, musulmani e cristiani, dobbiamo lottare per più giustizia e per la dignità per tutti, lottare in favore dei più disagiati. Dobbiamo imparare insieme che la religione non è fatta per condannare chiunque, ma per aiutare tutti quanti ad essere più umani e più aperti ad ogni essere umano!”.

Dietro le statistiche. “La libertà religiosa è come tutti sanno una battaglia non solo dei credenti ma di tutti coloro che difendono il principio di libertà d’opinione”, ha detto il giornalista del “Sole 24 Ore” Alberto Negri. Ed ha aggiunto: “Sebbene redatto da una fondazione cattolica”, il Rapporto “non si limita a denunciare le violazioni alla libertà religiosa subite dalle comunità cristiane ma fa un quadro della situazione in 200 Paesi con riferimento alla condizione dei fedeli di ogni credo. La libertà religiosa è la cartina di tornasole per verificare l’applicazione dei diritti fondamentali dell’uomo”. “Ovviamente – ha concluso mons. Sante Babolin, presidente del Segretariato italiano di Acs -, le statistiche, spesso aride e fredde, vanno sempre collocate in un contesto geografico e culturale: dietro ogni cifra si nascondono volti e nomi precisi, persone che hanno pagato con la vita la loro fedeltà al Vangelo di Cristo. E a ricordarcelo, in questi ultimi mesi, ci sono le innumerevoli domeniche di sangue in Nigeria e le continue sofferenze dei cristiani iracheni e di quelli pachistani”.

Dal Convengno nazionale degli insegnanti AC:”Tenere vivo il dibattito sulla scuola”

Documento del Convegno nazionale degli insegnanti di Ac, svoltosi domenica a Roma

 

«Al di là delle semplificazioni o banalizzazioni sulla scuola, oltre le politiche che da decenni sanno per lo più operare tagli e riduzioni nel sistema scolastico, il nostro desiderio e impegno è contribuire a delineare quel nuovo profilo di insegnante – e quella rinnovata idea di scuola – di cui tutti avvertiamo la necessità».

 È questo solo uno dei passaggi dell’intenso documento “Nella scuola con stile, per costruire il domani”, dedicato ai grandi tempi che attraversano il mondo della scuola e che il Consiglio nazionale dell’Azione Cattolica Italiana ha approvato e reso noto in occasione del primo incontro nazionale degli insegnanti che provengono dall’esperienza di Azione Cattolica, in corso oggi a Roma, presso la Domus Pacis in via di Torre Rossa 94.

 «L’intento», si legge nel documento «è quello di tenere vivo il dibattito sulla scuola e sulle problematiche educative, consapevoli che questo nostro tempo necessita di un supplemento di pensiero condiviso, all’interno della nostra Associazione, e non solo». Ma anche «con il desiderio e l’attenzione di chi ama la scuola e si spende per renderla migliore».

Cinque i capitoli di riflessione individuati dal documento: «L’autentica cura della relazione educativa tra insegnante e alunno»; «Una rinnovata capacità di costruire virtuose interazioni tra scuola e famiglia»; «Intessere reti virtuose nel territorio in cui la scuola opera»; «Accettare la sfida con la capacità di creare ambienti di apprendimento accoglienti e sereni»; «Una costruzione del sapere che sia davvero capace di abbracciare l’intera esistenza del soggetto».

 Per l’Azione Cattolica, «prendersi cura, corresponsabilità, partecipazione, accoglienza e professionalità sono i connotati di un buon insegnante», che vuole farsi costruttore di “legami di vita buona”, ma «sono anche i tratti distintivi del vivere secondo il Vangelo da laici nel mondo della scuola; ci rendono impegnati insieme a chi vuole condividere con noi uno stile, un progetto, un’idea alta e profonda di scuola, avendo a cuore il presente e il futuro di ciascun alunno e dell’intero Paese».

 * per consultare il documento si può cliccare sul seguente link: 
http://www.zenit.org/article-33257?l=italian

Seminario Internazionale: “Conflitti. Religioni e (non)violenza”

La Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’UPS partecipa ormai da quattro anni al Religion Today Filmfestival, il primo festival itinerante del cinema delle religioni giunto alla XV edizione. Scopo dell’iniziativa, fin dalla sua nascita nel 1997, è la promozione di una cultura del dialogo e della pace.

Il tema Conflitti. Religioni e (non)violenza si mostra oggi con tutta la sua dirompente attualità, ed interpella ad una riflessione profonda sulle vie praticabili per costruire il presente e il futuro delle nostre società.

Il Seminario internazionale “Conflitti. Religioni e (non)violenza” si svolgerà a Roma lunedì 22 ottobre 2012 presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione sociale dell’università Pontificia Salesiana.

Programma

8.45 – Accoglienza

9.00 – Saluti e introduzione

Carlo Nanni: [Rettore Magnifico dell’Università Pontificia Salesiana].

Katia Malatesta: [Direttrice del Religion Today Film Festival].

9.30 – 11.00 – Panel: Conflitti. Religioni e (non) violenza

Modera Katia Malatesta

Intervengono (prima parte)

Farzam Amin Salehi, Iran

The Relation between World cinema and Religion after World-War 2

[Poeta, scrittore, traduttore, giornalista, critico d’arte, sceneggiatore e docente. Nato in una piccola città del Nord dell’Iran, da più di 25 anni insegna varie discipline – tra cui Sceneggiatura e Filosofia e Storia del Cinema – agli studenti universitari e attivisti iraniani. Ha pubblicato molti saggi e articoli su cinema, storia, politica. Il suo intervento farà riferimento a film sia europei che iraniani]

Kjartan Leer Salvesen, Norvegia

Religion, conflict and film. The promise and problems of film in interreligious dialogue.

[Vicario e critico cinematografico. Professore al Volda University College in Norvegia, è responsabile di uno studio chiamato “Film, cultura popolare e visioni dal mondo” e ha pubblicato un libro sulle figure cristologiche nel cinema. È stato direttore del Filmfestival interreligioso “La faccia dell’altro” di Oslo (Norvegia) dal 2009 al 2011]

11 – 11.30 – Intervallo

11.30 – 13.00

Intervengono (seconda parte)

Gilli Mendel, Israele

Israeli Cinema : Short reflections on conflict, religion and violence.

[Direttrice del dipartimento Film e Media Education al Jerusalem Film Center, sede della Jerusalem Cinematheque e dell’Archivio cinematografico d’Israele. Tiene conferenze e sviluppa seminari e programmi usando il cinema per esplorare temi sociali, politici, culturali e storici. È stata consulente artistica dell’Israel Film Fund ed è membro della European Film Academy]

Carlo Tagliabue, Italia

Alla ricerca di una pace possibile: il cinema contemporaneo tra rappresentazione dei conflitti del reale e profezia.

[Regista in  Rai, docente universitario, giornalista e critico cinematografico. Autore di numerosi saggi e volumi.
Direttore Responsabile delle riviste “Ragazzo selvaggio” e “Scrivere di cinema”. Dal 1993 è Presidente del
Centro Studi Cinematografici]

13.00 – Pranzo

Pomeriggio

15.00 – Tavola rotonda

Modera Peter Gonsalves [Docente di Storia della Comunicazione Sociale – FSC]

Intervengono:

Augustine Loorthusamy, Malesia

[Presidente Generale di SIGNIS – World Catholic Association for Communication]

Dialogue as a way towards the solution of conflicts and an education to peaceful relations among religions

e Farzam Amin Salehi, Kjartan Leer Salvesen, Gilli Mendel, Carlo Tagliabue.

16.45 – relazione

Norman Peña [Dottorando FSC]

In the name of God – narratives of violence and values of the 9/11 tragedy

Dialogo con i relatori del Convegno

ore 17.45 – 19.00 – Proiezione di cortometraggi

Introduce: prof. Enrico Cassanelli [Docente di Televisione – FSC]. 

ADMISSIONS, di Harry Kakatsakis, USA, 2011, 21′ (ebraismo/islam, conflitto e riconciliazione con riferimento alla questione israelo-palestinese)

THE PILLARS, di Moustafa Zakaria, EAU, 2012, 16′ (islam)                                  

 JAGJEET, di Kavanjit Singh, India, 2011, 14′ (sikhismo)

THE GIFT, di Evgenij Isachenko, Bielorussia, 2011, 12′ (cristianesimo ortodosso)

 ore 19.15 – Conclusione e ringraziamenti

Prof. Mauro Mantovani [Decano FSC].

I Catechismi in rete

In occasione dell’apertura dell’Anno della Fede, giovedì 11 ottobre arriva www.educat.it, un sito cheoffre a tutti i navigatori una nuova forma di accesso digitale ai Catechismi, anche in linea con le nuove richieste dalla didattica di bambini e ragazzi.

Il sito presenta tutti i testi dei Catechismi, sia in versione navigabile, sia in versione sfogliabile, le note e – cosa più importante – l’intero apparato sinottico con il Catechismo della Chiesa Cattolica.

Oltre ai collegamenti incrociati tra i diversi testi, il sito offre la possibilità di accedere direttamente a tutte le citazioni della Bibbia, sia nella versione CEI del 2008 sia in quella del 1974. I testi sono accessibili mediante navigazione e indice tematico, grazie a un motore di ricerca completo ed esteso a tutti i testi di corredo. Una speciale barra di navigazione consente all’utente di mantenere memoria delle proprie visite, attivare un segnalibro, fare stampe personalizzate.

Il sito, integralmente accessibile, può essere consultato attraverso i tablet e sarà presto disponibile anche in forma di APP. Ideato e realizzato dalla Segreteria Generale della CEI – che l’ha voluto per iniziare idealmente l’Anno della Fede –, ha visto lavorare insieme Ufficio Catechistico Nazionale e lo staff del Servizio Informatico/Seed. Nel presentare il sito, Mons. Mariano Crociata cita le parole di Benedetto XVI, contenute nella lettera apostolica Porta Fidei: «Desideriamo che questo Anno susciti in ogni credente l’aspirazione a confessare la fede in pienezza e con rinnovata convinzione, con fiducia e speranza.

Sarà un’occasione propizia anche per intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, e in particolare nell’Eucaristia…Riscoprire i contenuti della fede professata, celebrata, vissuta e pregata, e riflettere sullo stesso atto con cui si crede, è un impegno che ogni credente deve fare proprio, soprattutto in questo Anno».

La nuova evangelizzazione parte del Vaticano II

Monsignor Fisichella illustra lo spirito dell’Anno della Fede e il suo legame con il 50° anniversario dell’evento conciliare

di Luca Marcolivio

 

Mancano due giorni alla solenne celebrazione eucaristica che aprirà l’Anno della Fede. Si tratta, come ha sottolineato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, di una “celebrazione non ordinaria” che, niente affatto causalmente, cade nel giorno del 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II.

“La scadenza conciliare è un’opportunità per ritornare all’evento del concilio che ha segnato in modo determinante la vita della Chiesa del XX secolo e per verificare l’incidenza dei suoi insegnamenti nel corso di questi decenni e dei prossimi anni che segneranno l’impegno della Chiesa per la nuova evangelizzazione”, ha commentato monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, nel corso del briefing riservato ai giornalisti accreditati alla Sala Stampa della Santa Sede.

Difatti lo stesso Vaticano II, fu un “momento privilegiato di nuova evangelizzazione”, ha aggiunto il presule. L’intero svolgimento del Concilio, del resto – dal discorso inaugurale del beato Giovanni XXIII, ai 16 documenti, fino al magistero di Paolo VI – esprimeva l’esigenza “di parlare di nuovo all’uomo di oggi di Dio e dell’importanza della fede per la sua vita”.

L’importanza dell’eredità dei documenti conciliari è stata ribadita anche da papa Benedetto XVI nel motu proprio Porta Fidei, che, istituendo l’Anno della Fede, ricorda la necessità che tali testi “vengano letti in maniera appropriata, che vengano conosciuti e assimilati come testi qualificati e normativi del Magistero, all’interno della Tradizione della Chiesa”.

L’Anno della Fede, dunque, rappresenta una “occasione propizia” sia per celebrare l’anniversario del Concilio, sia per “per ravvivare la fede dei credenti e animarli di uno spirito di evangelizzazione sempre più convinto”, ha sottolineato monsignor Fisichella.

Si tratterà anche di “un Anno dedicato allo studio e all’approfondimento dell’insegnamento conciliare perché abbia ad essere di sostegno nella formazione dei credenti – in particolare con la catechesi – nella vita sacramentale della comunità cristiana e nella testimonianza di vita”, ha aggiunto il presule.

La testimonianza è fondamentale affinché “la credibilità della fede non sia offuscata da nulla, ma ritrovi la sua freschezza e la sua forza evangelizzatrice con un linguaggio sempre più coerente ed efficace”.

Al briefing è intervenuto anche il segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, monsignor José Octavio Ruiz Arenas, che ha ricordato che l’Anno della Fede sarà accolto da celebrazioni speciali in tutte le diocesi e parrocchie del mondo e che finora la risposta dei vescovi è stata molto positiva.

A margine del briefing, monsignor Fisichella ha poi risposto ad alcune domande poste da Zenit, in merito alla Nuova Evangelizzazione, all’Anno della Fede e al 50° anniversario del Concilio.

Come sarà possibile armonizzare la realtà della Nuova Evangelizzazione, fatta di nuovi movimenti e carismi, con le strutture “tradizionali” dell’evangelizzazione?

Mons. Fisichella: Io credo che abbiamo bisogno di vivere in maniera straordinaria, quella che è la vita ordinaria della Chiesa. L’evangelizzazione è la missione della Chiesa, che è stata voluta da Gesù per portare il suo Vangelo. In questa prospettiva, la Nuova Evangelizzazione non è qualcosa di diverso rispetto all’evangelizzazione del passato. Certamente ci sono talora delle sovrastrutture che possono soffocare l’azione evangelizzatrice della Chiesa. Come ho sottolineato durante i lavori sinodali, ritengo che abbiamo burocratizzato troppo la vita ecclesiale e spesso anche la vita sacramentale. Sotto questo punto di vista, abbiamo bisogno di tornare ad essere delle comunità che annunciano l’incontro vivo con il Signore, capaci di estendere la gioia di questo incontro. Se rimaniamo chiusi in noi stessi, autosufficienti rispetto a ciò che siamo, la Nuova Evangelizzazione non può partire, rischia di soffocare.

Lo “tsunami della secolarizzazione” di cui si è parlato al Sinodo, è un fatto conseguente o antecedente al Concilio?

Mons. Fisichella: Cronologicamente viene prima del Concilio. Di secolarizzazione si inizia a parlare dopo la Prima Guerra Mondiale. Non possiamo dimenticare l’ambigua interpretazione di alcune espressioni che vengono fatte proprie dal movimento post-conciliare. Penso, ad esempio, a quanto diceva Dietrich Boenhoffer nelle sue lettere dal carcere, quando affermava che “bisogna vivere come se Dio non esistesse”. C’è stato un accavallamento di interpretazioni che non hanno favorito l’esatta comprensione positiva del fenomeno della secolarizzazione.

La secolarizzazione doveva essere un momento di purificazione di tanti elementi estranei all’essenza della fede. La Gaudium et Spes, a tal proposito, riconosce l’autonomia delle realtà terrene: questo è uno dei punti maggiormente positivi della secolarizzazione, fermo restando che tutto ciò deve essere riletto alla luce del Vangelo, con occhi nuovi. I Padri conciliari avevano fatto passi in avanti di grande apertura. Sociologicamente e culturalmente il ’68 segna una tappa decisiva e la Chiesa riprende consapevolezza di questa situazione al Sinodo del 1973. È stato il progetto pastorale che non è stato più condiviso, quindi ci si è divisi in tante espressioni ecclesiali differenti. Adesso però siamo in grado di comprendere ulteriormente il percorso che la Chiesa deve fare.

Potrà l’Anno della Fede rappresentare un momento di riconciliazione all’interno della Chiesa? Penso alle divisioni tra i vari carismi, ai contrasti a livello di dottrina e di potere…

Mons. Fisichella: L’Anno della Fede è un anno che il Papa non ha indetto per una categoria particolare di fedeli. Esso è indirizzato all’intera Chiesa, partendo dai vescovi per arrivare all’ultimo dei battezzati. È un anno attraverso il quale tutti quanti siamo impegnati più del solito a riflettere sull’importanza della fede, su come poterla ravvivare nella nostra testimonianza nel mondo di oggi ma siamo chiamati anche a superare tutte le difficoltà presenti. Non ho una visione così pessimista come quella che lei ha esposto: nella mia esperienza in questi due anni da presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, nei diversi incontri che abbiamo avuto con i tanti movimenti antichi, storici e anche nuovi, ho riscontrato una grande disponibilità alla collaborazione e un grande desiderio non solo di ascoltarsi ma anche di lavorare insieme.

Maria Santissima è stata la prima ad avere fede nella natura divina e salvifica di suo Figlio, Gesù Cristo. Che ruolo avrà il culto mariano durante l’Anno della Fede?

Mons. Fisichella: Maria è icona della Fede e di come deve essere il credente, ovvero colui che si abbandona fiducioso alla volontà di Dio. Come preludio all’Anno della Fede, il Santo Padre ha ricordato, durante l’Angelus di domenica scorsa, l’esigenza di recitare quotidianamente e abitualmente il rosario. Oltre a questi momenti che sono parte della nostra vita quotidiana, ci sarà un evento esplicitamente dedicato alla pietà mariana: il 13 ottobre, anniversario della conclusione delle apparizioni della Madonna a Fatima, da tutto il mondo giungeranno rappresentanti ed esperienze di pietà mariana che confermeranno ancora una volta, l’importanza della presenza di Maria nella Chiesa, come esempio e come icona della fede.

“dire il Vangelo oggi”… Al via il Sinodo

Il Sinodo dei record apre l’Anno della Fede, le celebrazioni del cinquantesimo anniversario del Concilio Vaticano II e i venti dalla pubbilicazione del catechismo universale. In arrivo indulgenza plenaria

 

Ieri Benedetto XVI è volato a Loreto per affidare alla Vergine l’Anno della fede e il Sinodo dei vescovi. E ai vescovi delle Marche ha confidato:«A Loreto, nella casa di Maria, tutti ci sentiamo a casa nostra, e io ho chiesto protezione per il Sinodo e per l’Anno della Fede. Dobbiamo invocare dalla Vergine che ci aiuti ad offrire al mondo la verità che Dio c’è e ci vuole bene». 

E domenica inizia un momento fondamentale nella vita della chiesa. In occasione dell’anno della fede che si aprirà giovedì 11 ottobre per concludersi il 24 novembre 2013, la Penitenzieria Apostolica ha emanato un decreto per arricchire “di indulgenze particolari” una serie di “esercizi di pietà” da compiersi durante questo periodo. Sollecitata dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione e in conformità con i desideri del Papa, la
Penitenzieria ha stabilito alcune disposizioni “perché i fedeli siano maggiormente stimolati alla conoscenza e all’amore della dottrina della Chiesa cattolica e ne ottengano più abbondanti frutti spirituali”.

Il 90% delle chiese particolari e di altri organismi ecclesiali ha risposto al questionario che è servito per la redazione dell’’Instrumentum laboris” il documento che servirà quale base di partenza per il  sinodo generale sulla nuova evangelizzazione secondo i dati forniti stamane da monsignor Nikola Eterovic, Segretario generale del sinodo.

Alla XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi parteciperanno 262 padri sinodali, il numero più elevato nella storia dei Sinodi. Dall’Europa provengono 103 padri sinodali, dall’America 63, dall’Africa 50, dall’Asia 39 e dall’Oceania 7.

La maggioranza dei padri sinodali, precisamente, è stata eletta, 172 dalle conferenze episcopali (172) e gli altri dieci dall’Unione dei superiori generali; 3 sono stati designati dalle Chiese Orientali Cattoliche sui iuris; 37 partecipano ex officio, 40 sono stati nominati dal Pontefice.

Tra essi vi sono 6 Patriarchi, 49 cardinali, 3 arcivescovi maggiori, di cui uno è cardinale, 71 arcivescovi, 120 vescovi e 14 sacerdoti. Per quanto riguarda l’ufficio svolto, 10 sono capi delle Chiese Orientali sui iuris, 32 presidenti delle conferenze episcopali, 26 capi dei dicasteri della Curia Romana, 211 ordinari e 11 ausiliari. Benedetto XVI ha nominato relatore generale il cardinale Donald William Wuerl, arcivescovo di Washington (Usa), e Segretario Speciale monsignor Pierre-Marie Carré, arcivescovo di Montpellier. 

L’assemblea sarà aperta domenica prossima alle 9.30 dalla solenne messa di Benedetto XVI sul sagrato della basilica vaticana, durante la quale proclamerà due nuovi «dottori della Chiesa», i santi Giovanni D’Avila e Ildegarda di Bingen. I lavori termineranno poi domenica 28 con la messa concelebrata da tutti i padri sinodali e i sacerdoti partecipanti all’assemblea. Domenica 21 il Papa presiederà la messa di canonizzazione di sette nuovi santi, Giacomo Berthieu, Pedroa Calungsod, Giovanni Battista Piamarta, Maria del Monte Carmelo Salles y Barangueras, Marianna Cope, Caterina Tekakwitha e Anna Schaeffer.

Particolare significato avrà poi la messa di giovedì 11 ottobre, sempre sul sagrato di San Pietro, in cui Benedetto XVI nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II darà solennemente inizio all’Anno della Fede, che terminerà il 24 novembre 2013. All’assemblea sinodale, ha ricordato Eterovic, parteciperanno anche 45 esperti e 49 uditori e uditrici, scelti tra specialisti e persone impegnate nell’evangelizzazione in tutti i continenti.

Saranno presenti poi di «delegati fraterni» in rappresentanza di 15 Chiese non in comunione con la Chiesa cattolica: tra questi il primate anglicano Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury, poi il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, che sarà anche alla messa dell’11 ottobre.

 Gli «invitati speciali» sono invece frere Alois, priore di Taizé (Francia), il presidente dell’American Bible Society, Lamar vest, e il Premio Nobel Werner Arber, protestante, docente di microbiologia a Basilea (Svizzera) e presidente della Pontificia Accademia delle Scienze. Alla messa del Papa dell’11 ottobre, nei 50 anni del Concilio, parteciperanno anche 12 dei 69 padri conciliari ancora vivi che presero parte al Vaticano II.

 Considerando anche i cinque addetti stampa, i 32 assistenti e i 30 traduttori, alla 13/a assemblea generale del Sinodo parteciperanno in tutto, ha detto Eterovic, oltre 400 persone.

da: LaStampa.it del 5/10/12