Vito Mancuso: il destino dell’anima tra perdizione e resurrezione

L’anima al momento della nascita della carne è presente nel suo livello più basso. È identica a quella di un animale. E risaputo che se un essere umano crescesse con i cani o con i lupi non sarebbe diverso da loro quanto a linguaggio e interiorità.

L’anima va educata, va sottoposta al magistero dello spirito e più ancora alla disciplina dell’etica. Non è assolutamente detto che tutti gli uomini arrivino ad avere un’anima sovra-naturale. Tutti hanno un’anima, ma l’anima diviene sovra-naturale solo se si apre alla grazia che invita al bene; solo quando l’uomo, spinto dalla grazia, aderisce al bene la sua anima si trasforma da naturale a sovra-naturale.

Quando l’uomo dice sì alla grazia, l’anima naturale, presente in lui da sempre, supera la natura e diventa sovra-naturale, torna alla patria da dove deriva. L’accoglienza della grazia (che è l’azione dello Spirito Santo, che è quindi divinizzante in sé) muove al bene e risveglia alla sua vera natura il seme divino che è in noi fin dalla nascita.
Ma se un uomo rimane sempre chiuso alla grazia che invita al bene, se rimane incurvato su di sé, se ha occhi solo per sé e per i propri interessi, il seme di eternità racchiuso dentro di lui non germoglierà mai. La sua anima rimane semplicemente animale, e quindi mortale. 

INFERNO
Non ha senso pensare a un inferno colmo di peccatori condannati alla dannazione per l’eternità. Neppure, però, ha senso pensare a un inferno vuoto, segno di una salvezza universale, quasi come se fosse automatica per tutti. L’uomo si può perdere veramente. Il maestro è stato chiaro: «Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta, e spaziosa è la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa. Quanto stretta invece è la porta, quanto angusta è la via che conduce alla vita, e quanto sono pochi quelli che la trovano» (Matteo 7,13-14), parole che forse feriscono la sensibilità democratica e universalistica dei nostri giorni, il cristianesimo solidaristico di tante comunità cristiane eroicamente impegnate, ma il caso è serio, c’è una guerra in corso, una guerra per il possesso delle nostre anime.
L’uomo si può perdere definitivamente. Questo amaro destino si compie quando la sua anima non risveglia il seme di eternità che contiene, quando non si apre al bene. Un’anima così incurvata su se stessa muore; è fatta solo del tempo e delle sue seduzioni, e subirà la stessa sorte del tempo e delle sue seduzioni.
L’inferno non è l’aldilà, l’aldilà non può che essere unitario, non può che essere il regno di Dio. E sbagliato pensare, come si fa comunemente, a un mondo governato con ordine, dove la provvidenza quasi la si tocca con mano, e a un aldilà scisso, frantumato in due o addirittura tre parti, col risultato che Dio qui regnerebbe totalmente, mentre nella dimensione dell’eternità, che è la sua propria, solo parzialmente! Il Diavolo non è nell’aldilà, ma agisce qui, su questa terra, è «questo mondo» il dominio di cui lui è il principe, o archon, il capo. L’Apocalisse afferma che la vittoria di Cristo è consistita nella liberazione definitiva del cielo dal drago e dai suoi angeli («non ci fu più posto per essi in cielo», Apocalisse 12,8) mentre ha precipitato Satana e i suoi angeli sulla terra («guai a voi terra e mare, perché il Diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo», Apocalisse 12,12).
Questo mondo, questa terra sedotta da Satana, può essere l’inferno. E questo l’inferno. Ciò che invece si chiama tradizionalmente inferno, la «città dolente», «l’etterno dolore» cantati da Dante, è un’immagine mitologica che dice la realtà della morte eterna, la concretissima possibilità di essere dissolti per sempre. Ci è stata data la possibilità di trascendere il tempo attraverso la nostra anima, cioè attraverso una dotazione di energia libera che non si riscontra in nessun altro essere dell’universo conosciuto e che rende possibile la nostra vita come esistenza personale; chi di noi non è risultato degno ditale eccezionale e unica possibilità, ma ha vissuto secondo la logica dì tutti gli altri esseri non personali che popolano il mondo, avrà la loro medesima sorte, la dissoluzione. L’inferno è la dissipazione dell’energia personale nell’impersonalità del fiume cosmico. –
Ma una cosa è certa: l’aldilà, il regno dei cieli, è solo il regno del bene, perché solo il bene sa andare al di là della natura, solo il bene è trascendenza, solo il bene è sovra-naturale. 

CROCE E RISURREZIONE
Si è detto che il male è sempre rifiuto, che suppone l’aver prima visto il bene e l’averlo scartato. Si è detto che questa visione del bene è la grazia, e che il male nasce quando a questo appello interiore verso il bene si risponde di no: dicendo di no alla grazia si rimane nella logica naturale ma con l’accresciuta consapevolezza del rifiuto, con l’Io ancora più gonfio. Che cosa avviene invece se dice sì? Se dice sì, la libertà esce dalla logica naturale e oltrepassa l’essere, entra nella dimensione della gratuità, del bene, del divino. Se dice sì, la libertà attinge la trascendenza.

Il cristiano è colui che si ribella alla legge pesante dell’essere, alla forza, all’interesse, alla furbizia che comandano la natura e la storia. E l’uomo nobile che si rifiuta di costruire la sua vita sullo sfruttamento altrui. È colui che aderisce incondizionatamente al bene e lo dona agli altri, soprattutto ai più bisognosi, a coloro che forse mai lo ricompenseranno, che forse mai potranno ricambiare.

Il cristiano è colui che nel suo agire sceglie di perdere secondo la logica del mondo, e non per guadagnare altrove come troppo spesso viene predicato, ma perché sente il richiamo della nobiltà del gratuito, il fascino del bene, capisce che questa è la cosa più grande che la sua vita può fare. Un uomo così è visitato dalla grazia, vive già adesso in Dio.

L’OPPOSIZIONE DEL MONDO
Ma l’adesione incondizionata al bene nel profondo dell’anima si scontra con la legge che muove la natura e la storia che è la forza, perché l’essere è forza. Ne viene che chiunque ascolti la parola pura del bene, e sulla sua base inizi ad agire nel mondo, incontrerà una sicura opposizione da parte del mondo, un’opposizione che prima ti ridicolizza chiamandoti idiota (come già capitò al principe Mikin) e poi, se il gioco si fa pesante, se si toccano gli interessi dei signori del mondo, ti elimina. Tutto ciò è stato espresso in modo mirabile da Pavel Florenskij in una lettera alla moglie del 18 febbraio 1937, alcuni mesi prima che gli venisse tolta la vita mediante fucilazione in una località sconosciuta nei pressi di Leningrado: «Sì, la vita è fatta in modo che si può dare qualcosa al mondo solo pagandone poi il fio con sofferenze e persecuzioni. E più il dono è disinteressato, più crudeli sono le persecuzioni, e dure le sofferenze. Tale è la legge della vita, il suo assioma fondamentale… Per il dono della grandezza l’uomo deve pagare con il proprio sangue». Sullo stesso registro, Simone Weil: «Su questa terra non c’è altra forza che la forza. Questo potrebbe essere un assioma. In quanto alla forza che non è di questa terra, il contatto con essa si paga solo a prezzo di un transito attraverso qualcosa che assomiglia alla morte».

Ecco la meta cui va incontro, su questa terra, il cristiano. Questo dice il cristianesimo quando parla di croce.
Ma qui si comprende l’altro polo del kerigma cristiano, la risurrezione. Simone Weil ha scritto: «C’è in noi un obbligo verso ogni essere umano per il solo fatto che è un essere umano… Quest’obbligo non si fonda su nessuna situazione di fatto… su alcuna convenzione… Quest’obbligo è eterno. Risponde al destino eterno dell’essere umano». Quando l’uomo avverte quest’obbligo dentro di sé, è chiamato all’eternità.

La grazia sta agendo in lui. Se non l’osserva, rimane nel campo della necessità, nel ciclo delle esistenze dice la filosofia indù. Avvertire l’obbligo verso ogni altro essere umano e concretizzarlo in un operare per il bene fa sì che l’uomo esca dal tempo e dalle sue catene; il tempo e lo spazio sono le forme a priori sotto cui si rende presente la necessità che lega l’uomo; ma se l’uomo agisce seguendo l’obbligo verso il bene, allora risponde a una chiamata del tutto diversa rispetto a quella naturale, una chiamata che va in tutt’altra direzione; questa sua risposta a una chiamata che, diversamente da ogni altra azione che lo concentra solo su di sé, lo spinge all’infuori di sé, è una risposta che lo innalza, che lo libera, che lo spinge verso l’alto; mentre tutto si regge secondo la legge della gravità (e ogni uomo fa del proprio Io il centro verso cui convergono tutte le cose), l’azione del bene si modella secondo l’azione contraria: l’lo non attira a sé ma si dona agli altri. Per questo il bene trascende l’orizzonte della necessità, per questo il bene è trascendenza e conduce chi lo pratica «al di là». Questo dice il cristianesimo quando parla di risurrezione.

(Mancuso, Rifondazione della fede)

“Credo”: un film d’arte e di nuova evangelizzazione

Un film artistico. Un’opera che reinterpreta il Simbolo della Fede in chiave moderna.
E’ la storia del Viaggio della Fede. Una barca che solca il mare, tutti sono invitati a salire per scoprire il segreto della vita. Fino all’approdo finale.
La scelta del linguaggio simbolico nei suoi molteplici aspetti (Immagini, Danza,Teatro) e il coinvolgimento delle canzoni che accompagnano i tre capitoli del Film, fanno di quest’Opera uno strumento di comunicazione caldo, sintetico e universale.

Prodotto in occasione dell’Anno della Fede e Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione e in collaborazione con l’Ufficio Catechistico Nazionale, l’Ufficio nazionale per i Beni Culturali ecclesiastici, l’Ufficio nazionale per la Pastorale di pellegrinaggi, tempo libero, turismo e sport, il Servizio nazionale per il Progetto Culturale. 
Un’opera per comunicare e riflettere sulla bellezza dell’essere cristiani e dell’appartenenza ecclesiale.

Il progetto
Si tratta di un DocuFilm artistico che presenta i contenuti essenziali del simbolo apostolico in modo nuovo, così da risvegliare l’attenzione sia dei vicini sia di coloro che si sentono lontani. Una particolare attenzione è rivolta al mondo giovanile, allo scopo di far percepire la giovinezza della Chiesa e la freschezza della sua proposta di vita. Il linguaggio utilizzato è la riproposizione in chiave moderna della grande tradizione simbolica cristiana, a cominciare dalla barca a vela, set principale e simbolo biblico – patristico della Chiesa. Il simbolo apostolico come la fede nascono all’interno del noi ecclesiale, la barca che solca il mare della storia per portare tutti all’approdo definitivo.
 
I temi
Con una chiave di intonazione ecclesiologica sono stati riletti e presentati gli elementi costitutivi della fede contenuti nel simbolo. In primo luogo la Rivelazione dell’amore trinitario nel creato e nella storia della salvezza, con al suo centro l’incarnazione, la morte e la risurrezione di Gesù che la rendono possibile. In secondo luogo la dialettica che la libertà infinita instaura con la libertà creata in Cristo. Infine l’accentuazione della destinazione escatologica, inaugurata dalla risurrezione di Gesù ad opera del Padre, raffigurata dal banchetto e dalla festa a cui giunge la Chiesa, dopo aver subito la trasformazione dei cieli nuovi e della terra nuova.
 
L’orizzonte
La scelta del linguaggio simbolico nei suoi molteplici aspetti (immagini, danza, teatro) e il coinvolgimento per le canzoni a supporto delle tre parti in cui è diviso il DocuFilm di artisti noti (Gen Rosso, Luca Carboni) consentono di utilizzare il prodotto artistico in modo più ampio: la musica e il linguaggio simbolico si prestano ad una comunicazione calda, sintetica e universale.
 
Vedi il trailer su www.ilcredo.it

Giovani e new media: allarme pensiero?

Giovani distratti. Giovani ve­loci, troppo, a scapito della profondità di ciò che fanno e pensano. Giovani che sanno po­co di tutto, ma nulla del tutto. Gio­vani mordi e fuggi, insomma, poco propensi a passare le ore, i giorni, gli anni su una specifica compe­tenza, abitanti del pianeta fast (e non solo per il food )…
A lamentar­sene sono genitori, docenti, capi del personale, sociologi. Mentre sull’altro versante loro – i giovani – si destreggiano con abilità di fu­namboli tra iPad, iPod, iPhone e quant’altro, suscitando ammira­zione/invidia da chi ancora va pia­no e va lontano. Due mondi a con­fronto, cui l’Università Cattolica sabato 19 gennaio dedicherà una giornata di studio dal titolo esplicito: «Allarme pensiero» (sottotitolo: «Gli studenti sanno sempre meno ragionare in modo strutturato, argomentato e critico?»).
«Dopo un passato da pubblicitario nelle multinazionali, sono approdato all’insegnamento universitario in varie facoltà di co­municazione – spiega Alberto Contri, ispiratore del convegno – e in questi anni ho visto una cre­scente presenza di ventenni che hanno difficoltà a parlare un italia­no strutturato e corretto, e ad ela­borare un pensiero critico pro­prio». Contri, oggi docente di Co­municazione Sociale allo Iulm e presidente di Pubblicità Progresso, è tutt’altro che lontano dal mondo dinamico e rapido dei media mo­derni, ma dal suo osservatorio il giudizio è netto: «Questo problema è trasversale presso i docenti di tutte le università e ovunque si ve­rifica con una evidenza statistica assoluta».
Per colpa di chi? Quale agente ‘mutante’ ha cambiato la generazione dei ventenni rispetto a quelle precedenti? Contri non ha dubbi: «Tutto questo è figlio di una opportunità che sta diventando un problema». L’opportunità è il «vul­canico irrompere di nuovi mezzi di comunicazione», il suo lato negati­vo è «quello che si chiama infor­mation overload , un sovraccarico di informazioni». A causa del quale i giovani, come centraline impazzite, diventano multi-tasking(multifunzioni), proprio come un computer può fare ma, a sentire i neurologi, non un uomo (non la sua corteccia cerebrale), pena la frammentazione del pensiero. Ben inteso, la colpa non è di Internet, ma dell’abuso che se ne fa, perché il pensiero si nutre concentrando­si, non disperdendosi, «altrimenti si diventa pancake people , come dicono gli americani, ‘uomo frit­tella’. Non a caso il Dsm, il manua­le per i disturbi mentali utilizzato dagli psichiatri di tutto il mondo, dal 2013 codificherà una sindrome da Internet-dipendenza».
Se poi anche il sistema scolastico si ade­gua alla superficialità che caratte­rizza i nostri tempi, l’«allarme pen­siero» diventa emergenza. Cinque, tira le fila Contri, gli errori educati­vi: «In prima elementare sono stati aboliti i riassunti, ovvero l’esercizio che sviluppa la memoria emotiva; poi sono stati ridotti ai minimi ter­mini il latino e il greco, che non so­no lingue morte ma ginnastica lo­gica; i bambini restano soli davanti alla tivù, non potenziando il senso critico; gli adolescenti ricevono o­verdose di videogiochi, sviluppan­do dipendenza; e nei licei le inter­rogazioni non sono più dialoghi ma test che disabituano a usare il cervello». L’allarme, a dire il vero, era già scattato vent’anni fa, quan­do le nuove tecnologie facevano capolino e uno dei più entusiasti, Marshall McLuhan, avvertiva: «Po­tenziano alcune facoltà, ne addor­mentano altre».
Come non disper­dere il patrimonio del passato sen­za rinunciare al nuovo? Con piccoli accorgimenti – propone Contri – dal ritorno al riassunto, ai video­giochi di ruolo (che stimolano il pensiero strategico) in luogo di quelli ‘sparatutto’, al divieto di u­sare il computer in classe se non per «una ricerca sorvegliata, in modo che non si possano far aiu­tare dasoftware che ormai fanno tutto al posto nostro». Ne sanno qualcosa gli studenti universitari di Contri, cui il docente chiede di spegnere cellulari e computer e fa­re a mano una divisione… «Non ne sono più capaci!». Più che di al­larme pensiero, Emanuela Con­falonieri parla dell’«allarme iden­tità» che ne consegue. «Credo che la frammentarietà del pensiero nei giovani dipenda da una ten­denza che hanno oggi a pensar­si nel presente, a sporgersi poco sul futuro», spiega la docente di Psicologia dello Sviluppo, che diri­ge anche l’Unità di ricerca in Psico­logia scolastica alla Cattolica di Mi­lano. Ragazzi abilissimi nel ‘navi­gare’, dunque, ma rallentati poi da «un interesse del qui ed ora, che non porta pensiero critico». Eppu­re la dimensione temporale tipica dell’adolescenza dovrebbe essere il futuro, ma perché ciò avvenga «oc­corre una modalità di pensiero più sviluppato, mentre spesso resta in­voluto, e questo dipende da tanti fattori, dalle nuove tecnologie a u­na cultura che non offre più chiari punti di riferimento». I valori, dice la docente, sono oggi più fluidi e indifferenziati e in questo magma i giovani si confondono, faticano a capire do­ve gettare l’ancora e lì strutturarsi.
«Tutto vero, ma non dimentichia­mo che in ogni epoca le generazio­ni più anziane si sono contrappo­ste alle nuove forme di pensiero – obietta d’altra parte Alessandro Antonietti, responsabile del servi­zio di Psicologia dell’apprendi­mento e dell’educazione alla Cat­tolica – e che le strategie conserva­trici risultano sempre perdenti, perché la storia va per cambia­menti culturali. Lo cantava Lucio Battisti: ‘Come può uno scoglio ar­ginare il mare?’. Se è vero che un approccio superficiale mette a ri­schio secoli di cultura acquisita, è giusto però anche individuare le potenzialità presenti in una nuova forma di pensiero che procede a salti e non più per passaggi logici consequenziali». È indubbio che le nuove tecnologie sono andate a modellare il pensiero dei giovani, ma «in passato è già successo pas­sando alla scrittura dall’oralità o alla televisione dalla radio».
Un pensiero meno struttura­to pare essere addirittura più adatto per le attività le­gate alla creatività, ma anche la ve­locità e la possibilità di tenere si­multaneamente presenti più ‘pez­zi di informazione’ hanno i loro ri­svolti positivi, come dimostra un recente esperimento: «Un gruppo di studenti osservava un dipinto di Antonello da Messina da una ri­produzione normale, un altro gruppo con il mouse ci girava den­tro virtualmente in versione tridi­mensionale. I primi hanno saputo riflettere sul quadro con profon­dità interpretativa e contemplati­va, i secondi con più fantasia inte­rattiva. Nessuno dei due è meglio o peggio, dipende dagli obiettivi».
Né mitizzare né demonizzare le nuove tecnologie, insomma, ma vegliare affinché da opportunità non diventino limite, e per questo occorre intelligenza anche negli e­ducatori. «Ad esempio è chiaro che oggi per fare una ricerca sul Brasile l’alunno fa ‘copia incolla’ da In­ternet e non elabora nulla – sugge­risce l’esperto –. Ma se gliela dia­mo su ‘Il Brasile visto dai brasiliani e dai turisti’ sarà costretto a fare ri­cerca e a mettere a confronto le fonti». Volente o nolente, a eserci­tare un pensiero critico. 
 
(di Lucia Bellaspiga)
 

 

Teologia della Creazione e Custodia del Creato

Il 6° Seminario di ricerca sulla Teologia della Creazione e Custodia del Creato si svolgerà il giorno venerdì 1° febbraio 2013 presso la sede CEI di Via Aurelia, 468 – Roma
 
Il Seminario rifletterà sulla sfida educativa in relazione alla custodia del creato, in vista dell’elaborazione di un’etica che superi l’accentuazione unilaterale della dimensione giuridica per fondarsi su un’esperienza più ampia. Il riferimento all’amore per il creato ed il ruolo formativo della liturgia disegnano lo spazio nel quale è possibile elaborare un’educazione ambientale significativa anche sul piano pastorale.
 
“FORMARE ALL’AMORE PER IL CREATO”
 
10.15 Introduzione 
Mons. Angelo Casile, direttore Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro 
Prof. Simone Morandini, Fondazione Lanza 
 
10,30 Un’etica dell’amore per il creato? 
Prof.ssa Teodora Rossi (Pontificio Ateneo S. Tommaso in Roma, ATISM) 
Dibattito 
 
11,45 La liturgia come formazione alla custodia del creato 
Prof. Giorgio Bonaccorso (Istituto di Liturgia Pastorale S. Giustina, Padova) 
Dibattito 
 
14,15 Educare all’ambiente 
Prof. Pierluigi Malavasi (Università Cattolica Brescia); 
Dott.ssa Alessandra Vischi (assegnista di ricerca e coordinatrice di Alta Scuola per l´Ambiente) 
 
Discussant 
Don prof. Walter Magnoni (Ufficio per i Problemi Sociali e il Lavoro, Milano) 
Dibattito 
 
16,30 Conclusioni 
Dott. Ernesto Diaco (Servizio Nazionale per il progetto culturale)
 
Sito di riferimento: http://www.chiesacattolica.it/unpsl
E-mail: unpsl@chiesacattolica.it

II DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Prima lettura: Isaia 62,1-5

Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo, finché non sorga come aurora la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada. Allora le genti vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria; sarai chiamata con un nome nuovo, che la bocca del Signore indicherà. Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te. 

 La prima lettura è stata scelta per gli evidenti richiami al vangelo, anche qui siamo in un contesto di nozze: è celebrata Gerusalemme come sposa del Signore. Verso la fine del suo libro profetico, ad una comunità scompaginata e delusa, Isaia rivolge un messaggio di sicura consolazione. La città si presenta sfavillante nel suo splendore, dono dello sposo, vincitore sui nemici. Nel poema si sovrappongono e si fondono l’immagine solare e quella del re vittorioso nel giorno delle sue nozze. Egli prende la città-sposa come sua corona e diadema regale, secondo l’espressione di Pr 12,4: «La donna perfetta è la corona del marito».

     II re vincitore ‘trasforma’ la sua sposa, la cui nuova situazione è iscritta nel «nome nuovo». Per i semiti il nome è l’essenza stessa dell’essere, quindi Gerusalemme che riceve un nome nuovo è posta nella condizione di assumere una nuova identità. Da «devastata» e «abbandonata» si trova ad essere «mia gioia» e «sposata». Il compiacimento dello sposo denota che ora si rispecchia pienamente nella sua sposa, che egli ha creato e modellato secondo il suo gusto. La città che ritorna ad essere ‘vergine’ è stata totalmente rifatta dal suo Creatore: la situazione attuale è frutto di un amore che riabilita e rinnova nel profondo. È la novità del bello e del buono, proprio come il vino assaggiato dal maestro di tavola.

 

Seconda lettura: 1Corinzi 12,4-11

 Fratelli, vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune: a uno infatti, per mezzo dello Spirito, viene dato il linguaggio di sapienza; a un altro invece, dallo stesso Spirito, il linguaggio di conoscenza; a uno, nello stesso Spirito, la fede; a un altro, nell’unico Spirito, il dono delle guarigioni; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di discernere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole.

 Nel quadro dell’odierna liturgia, la lettura paolina aiuta a ritrovare il valore della diversità dei ruoli nell’unità di intenti. Essa prima di tutto stigmatizza un modo di pensare che in un recente passato poneva in tensione dialettica e quasi in opposizione carismi e ministeri, come se il carisma fosse una particolare grazia, frutto dell’imprevedibile libertà dello Spirito e da giocare in libertà e il ministero invece qualcosa di permanente ed in connessione con gli aspetti istituzionali della Chiesa. Tale distinzione convogliava tutte le simpatie sui carismi ed ingenerava nei confronti dei ministeri un atteggiamento più o meno sottile di diffidenza. Il Concilio Vaticano II ha rimesso le cose a posto: anche nei ministeri si libera la presenza e l’azione feconda dello Spirito. Del resto Paolo, sotto la categoria dei ‘doni spirituali’ colloca un po’ tutte le grazie, sia quelle che potremmo chiamare — con termine non appropriato — estemporanee e provvisorie, sia quelle che si incarnano in un ruolo permanente.

     La riflessione sulla natura e sul ruolo dei carismi riceve una lunga e sistematica trattazione nei capp. 12-14 della prima lettera ai Corinti. Evinciamo, senza troppa difficoltà, che numerose idee distorte o confuse ottenebravano il pensiero teologico della comunità. Paolo cerca di far chiarezza e di correggere: privilegiando la dimensione appariscente dell’azione dello Spirito, vengono incrementati l’orgoglio e l’ansia di accaparramento; considerando i doni dello Spirito in chiave prevalentemente individualistica, viene lacerata la comunità; ritenendo che la pienezza della vita cristiana dipenda dal possesso di doni spettacolari, viene scardinata la scala assiologica.

     Precisato ciò, Paolo da preziose direttive:

     1. Lo fa usando tre termini — «carismi» (greco karismata), «ministeri» (greco diakoniai), «attività» (greco energeis) — per indicare non tre specie diverse dei doni dello Spirito, ma tre aspetti differenti della stessa azione: carisma indica la gratuità, ministero la destinazione comunitaria e attività la forza per costruire il regno di Dio. Si da una diversità che, nello Spirito e per lo Spirito, concorre all’unità (v. 4 e v. 11). 

     2. Tutti sono portatori di ‘carismi’ che, al v. 7, ricevono una specie di definizione. Perché vi sia carisma occorrono tre condizioni: che sia dono dello Spirito, dato all’individuo, per il bene comune. Già questo dovrebbe privare il carisma di ogni pretesa meritocratica e di ogni accaparramento egoistico.

     3. Viene proposta una lista di carismi, a puro titolo indicativo (vv. 8-10), per mostrare una varietà che alla fine va ricondotta alla libera e fantasiosa azione dello Spirito (cf. v. 11).

     Il discorso sui carismi deve essere completato anche se la lettura si interrompe a questo punto. Bisogna relativizzare il valore dei doni dello Spirito: al primo posto, in assoluto, sta l’amore. L’uomo è salvato dall’amore ed è chiamato all’amore. È questo il primo e più alto dono che Dio fa al credente che si vede trasformato in creatura nuova. È l’amore l’anima della vita cristiana e, in quanto tale, non avrà mai fine (cf. 13,1-13).

 

Vangelo: Giovanni 2,1-12

 In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Esegesi 

     Giovanni si rivela consumato narratore e raffinato teologo, capace di calibrare la presentazione di Gesù. Di lui offre una inequivocabile carta d’identità che lo situa tra cielo e terra, divina Parola eterna e uomo in mezzo agli uomini (cf. 1,1-18). Poi fa echeggiare la vibrante testimonianza del Battista che lo indica Messia e, più ancora, «Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (1,29). Conclusa la fase di presentazione, inizia quella di autopresentazione. Gesù invita alla sua sequela chiamando alcuni uomini con un «venite e vedrete» che li stabilizza al suo seguito in una comunione di vita. Poi vengono esibite le credenziali, fatte di lunghi discorsi e di 7 miracoli che l’evangelista chiama sistematicamente ‘segni’ perché devono indirizzare alla comprensione della persona di Gesù. Il brano evangelico riporta il primo di questi segni, quantitativamente ridotti rispetto ai vangeli sinottici, ma scelti con cura e racchiusi nella cifra che indica una pienezza.

     Troviamo dapprima il quadro di una festa di nozze, la presenza di Maria e Gesù accompagnato dai discepoli e quindi la situazione incresciosa della mancanza di vino (vv. l-3a). Ad un certo momento Maria se ne accorge e ne rende partecipe Gesù (vv. 3b-5); questi reagisce verbalmente quasi a schermirsi, quindi compie il suo intervento prodigioso (vv. 6-8), fino a rendere il vino di ottima qualità: viene così confermato l’avvenuto miracolo (vv. 9-10). La conclusione sancisce l’avvio dell’attività taumaturgica di Gesù, richiamando i temi della gloria e della fede (v. 11). Il v. 12 apparentemente insignificante, perché sembra una semplice informazione, conferisce una valenza ‘ecclesiale’ al miracolo e mostra la presenza di molteplici persone attorno a Gesù, richiamo alle diverse funzioni nella Chiesa. 

     1. Ora e gloria di Gesù. Risulta scontato dire che il brano profuma di cristologia. Una semplice osservazione statistica rivela che il nome Gesù ritorna 6 volte e per altre 7 un aggettivo o pronome si riferisce a lui. Al di là della quantità, appare la qualità. Giovanni ha voluto rivestire di sostanziosa teologia il primo miracolo: troviamo per la prima volta il tema dell’«ora» (cf. v. 4) che rimanda al momento culminante della morte e glorificazione; non per nulla quel concetto è correlato con quello della «gloria» che chiude il brano (cf. v. 11) ed è connesso con la fede dei discepoli che credono in lui, anticipo profetico di quella promessa: «Io quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (12,32). La vera «ora» sarà quella della morte che disvela appieno la sua gloria, la sua vicinanza con il Padre, la capacità di offrire la vita in un atto di amore infinito. In attesa di quella manifestazione piena e definitiva, ecco alcuni disvelamenti parziali che sono i miracoli, preziose indicazioni che interrogano sulla identità più profonda di Gesù, quella che sfugge allo sguardo frettoloso e distratto. Perciò Giovanni ama chiamare i miracoli ‘segni’ perché sono come preziosi cartelli indicatori che orientano verso la comprensione piena di Gesù.

     2. Dimensione mariologica. I discepoli, per credere, hanno bisogno di vedere la sua gloria riflessa nel miracolo. Maria no. In lei la fede nel Figlio è granitica fin dall’inizio. Il suo comando ai servi «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» non fa una grinza. Maria è il secondo personaggio della pericope perché citata 4 volte e sempre come «madre» (vv. 1.3.5.12). Non si sostiene una solida mariologia se non in intimo legame con la cristologia. Ogni discorso su Maria comprende e rimanda a Cristo. È la prima volta che Giovanni cita la madre; lo farà ancora e solo una volta, al momento della crocifissione: anche in quel caso ella sarà la «madre», madre di Gesù e madre del discepolo prediletto, figura di tutta la Chiesa (cf. 19,25-27). La madre appare nel IV Vangelo all’inizio e alla fine, sempre nel contesto dell’ora, perché ella prima e più di tutti partecipa alla passione/glorificazione del Figlio. Esiste tra i due una comunione che non è priva di ‘fatica’. Anche per Maria credere è una conquista progressiva, un allinearsi non certo istintivo alla suprema volontà divina. La risposta di Gesù: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora» denota un distacco che non è separazione, ma autonomia e rispetto dei ruoli. La frase, certamente forte, esprime una divergenza tra interlocutori (cf. Gdc 11,12; 2Sam 16,10), non necessariamente opposizione. La madre intercede ma non interferisce; suggerisce ma non comanda, perché Gesù agisce per decisione propria e sovrana. La sua volontà deve essere conforme solo a quella del Padre, suo criterio ultimo e decisivo di azione (cf. 4,34: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera»). Nessun altro deve guidare la sua mano (anche nel caso della malattia di Lazzaro: Gesù non si reca dall’amico alla notizia della sua grave malattia, ma quando lo decide lui, cf. Gv 11,7). Maria non è risentita per quel taglio netto che ella, anzi, bene accoglie e di cui è pienamente convinta. Per questo suggella le sue parole rivolgendosi ai servi chiedendo loro di sottomettersi, come lei, in tutto e per tutto a quello che Gesù vuole.

     3. Valore del matrimonio. Il primo miracolo di Gesù avviene nel contesto di uno sposalizio: non solo Gesù vi è invitato e vi partecipa, ma pure raddrizza una festa che stava ‘deragliando’ per la mancanza di vino. È un modo insolito, certamente originale, di apprezzare e valorizzare il matrimonio. Gesù che interviene a vantaggio dei due ignari sposini intende alludere ad un’altra festa che celebra le nozze tra Dio e l’uomo, tra cielo e terra, in una rinnovata alleanza, dopo che il peccato aveva distrutto il patto tra i due, rendendo l’uomo un ‘estraneo’ di Dio, sua sbiadita e irriconoscibile immagine. Il significato del vino è ripetutamente richiamato, sia nella quantità (una stima approssimativa lo quantifica in circa 500 litri: due o tre barili — in greco: metrete, del valore di circa 40 litri l’una — in ognuna delle sei anfore, cioè almeno litri 40x2x6=480), sia nella qualità (lo riconosce il maestro di tavola che doveva essere un intenditore). Il vino era parte integrante del banchetto e questo a sua volta alludeva ad una situazione di intimità e di comunione che i profeti individuavano come caratteristica dei tempi finali, quelli della armonia di Dio con tutti gli uomini: «Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati» (Is 25,6).

Meditazione 

     L’antica tradizione liturgica poneva l’accento sull’unità della manifestazione – ‘epifania’ – del Signore nei tre eventi dell’adorazione dei Magi, del Battesimo (o Teofania) presso il Giordano, del segno di Cana, dove l’acqua viene tramutata in vino. Canta ad esempio un’antifona della solennità dell’Epifania del Signore:

 

Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo:

oggi la stella ha guidato i magi al presepio,

oggi l’acqua è cambiata in vino alle nozze,

oggi Cristo è battezzato da Giovanni nel Giordano

per la nostra salvezza, alleluia.

     C’è un unico oggi in cui il Signore manifesta la sua salvezza. Ce ne vengono così narrati alcuni tratti essenziali: la salvezza è per tutte le genti (l’adorazione dei Magi); consiste nel renderci partecipi della figliolanza divina nel suo Figlio Unigenito, della cui Pasqua siamo resi partecipi in virtù del battesimo (la Teofania presso il Giordano); compie definitivamente l’alleanza che già la letteratura profetica aveva più volte annunciato con il simbolo delle nozze, come ricorda la prima lettura della liturgia odierna: «Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo» (Is 62,4).

     Questa antica e sapiente tradizione liturgica sopravvive nel ciclo C del lezionario domenicale, che propone il segno di Cana come vangelo della II Domenica del Tempo ordinario, in continuità con la solennità dell’Epifania e con la Domenica del Battesimo. Il Tempo ordinario si salda così in modo forte con il Tempo natalizio, per mostrare come la salvezza di Dio, che in Gesù di Nazaret si è incarnata nella nostra storia, si dilati e riempia di sé le pieghe ordinarie e quotidiane della nostra vita.

     Lo stesso evangelista Giovanni, nel raccontare l’episodio apparentemente molto familiare di Cana, insiste nell’affermare che si tratta dell’inizio dei segni compiuti da Gesù, attraverso il quale egli «manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (v. 11). È l’inizio non semplicemente perché è il primo segno di una lunga serie; piuttosto è il segno archetipo (in greco ‘inizio’ è detto con arké), tale da costituire una sorta di stampo originario che imprime la sua forma su tutti gli altri segni che seguiranno, fino alla Pasqua. Non a caso è un segno che avviene proprio a Cana, piccolo villaggio della Galilea; il significato simbolico del suo nome non sfugge però all’evangelista, che sa bene che cana in ebraico significa ‘fondare’, ‘creare’. Ciò che Gesù opera a Cana è come una nuova fondazione, che porta a compimento la creazione di Dio, riscattandola dal male che il peccato ha introdotto nella storia, e fonda davvero la nuova alleanza tra Dio e il suo popolo. Ora le nozze si compiono, Dio sposa l’umanità!

     Il ricco simbolismo di questa pagina giovannea evoca infatti il tema dell’alleanza. Tutto accade non in un giorno qualsiasi, ma «il terzo giorno» (v. 1 ), espressione che ci orienta in avanti, facendoci immediatamente pensare al terzo giorno della Risurrezione. Nello stesso tempo l’evangelista ci invita a guardare indietro, al terzo giorno del Sinai, quando Dio dona a Mosè le Dieci Parole dell’Alleanza che stipula con Israele: «Il terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni e lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di corno: tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da tremore» (Es 19,16: così viene introdotta la Teofania che culmina, al capitolo 20, con il Decalogo). E l’alleanza, lo abbiamo già ricordato, è spesso descritta con la metafora delle nozze tra Dio e il suo popolo. Il vino stesso, che certo non può mancare a un banchetto nuziale, raccoglie in sé e simboleggia tutti i beni elargiti da Dio alla sua Sposa, in particolare il dono della Torah e della Rivelazione.

     Qui a Cana, al terzo giorno, Gesù compie definitivamente l’alleanza. Ciò che era prefigurato nella Prima Alleanza diventa definitivo nella Nuova Alleanza. Le sei giare (sei è cifra simbolica di una imperfezione che però tende verso la pienezza del numero sette) colme di acqua fino all’orlo vengono trasformate in vino. Erano giare di pietra che contenevano l’acqua per la purificazione rituale dei Giudei (v. 6). Giare di pietra come spesso può essere di pietra il cuore dell’uomo, soprattutto quando lascia le parole di Dio scritte su tavole di pietra, anziché lasciarsele imprimere nel proprio cuore. Ma per quanto l’acqua riempia queste giare fino all’orlo, non basta a purificare il cuore di pietra e a trasformarlo in cuore di carne. È necessario un vino nuovo, un vino migliore, quello che solo Gesù può donare, trasfigurando la prima alleanza nella nuova e definitiva alleanza. Nel terzo giorno della Pasqua, nella sua Ora che già qui a Cana viene annunciata come imminente (cfr. v. 4), diventerà chiaro che questo vino nuovo e migliore Gesù lo dona nel suo stesso sangue versato per tutti.

     Solo lui lo può donare. «Colui che dirigeva il banchetto… non sapeva da dove venisse» (v. 9). Nessuno può saperlo, perché questo da dove allude al mistero di Gesù, e più ancora al mistero del Padre, il solo che può donare il proprio Figlio e nel Figlio il vino migliore dell’Alleanza nuova, il vino delle nozze definitive con il suo popolo. Da dove (pothen in greco) ricorre spesso nel vangelo di Giovanni e sempre con un forte significato cristologico. Gesù è colui che non sappiamo da dove viene e verso dove va (cfr. Gv 8,14). Comprendere che viene da Dio e a lui ritorna è la condizione che ci permette di conoscere davvero il suo mistero personale e di accogliere la sua rivelazione. Proprio perché allude a Gesù, il da dove ci parla anche dei doni che egli offre alla nostra esistenza per colmare il suo bisogno di vita, e di vita piena, di vita eterna. Qui a Cana il capo-tavola non sa da dove viene il vino. In Samaria la donna chiede ironicamente a Gesù: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva?» (4,11). Al capitolo sesto sarà Gesù stesso a domandare a Filippo: «da dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» (6,5). Il vino di Cana, l’acqua di Samaria, il pane della Galilea, vengono tutti da quel da dove che è il mistero di Dio e alludono a quel dono per eccellenza che è Gesù, lui che sa da dove viene e dove va. È lui il vero vino, la vera acqua, il vero pane di cui la nostra vita ha assolutamente bisogno per compiersi in pienezza. È lui lo Sposo, o meglio è in lui che si compiono in modo definitivo le nozze tra Dio e il suo popolo.  

     A Cana è presente la madre di Gesù, definita qui, come ai piedi della croce, ‘donna’ (cfr. Gv 19,25-27). È simbolo della figlia di Sion, chiamata però anche ‘madre Sion’ nei testi profetici; in lei è rappresentato il resto di Israele che attende l’ora del Messia, il suo giorno, perché scopre in sé una mancanza che ha bisogno di essere colmata: «non hanno vino» (v. 3). Insieme alla donna/madre ci sono con Gesù i discepoli, come ai piedi della croce ci sarà il Discepolo amato. Là la donna sarà consegnata al discepolo e il discepolo alla donna. La nuova Alleanza si compie, direbbe san Paolo, abbattendo ogni separazione e facendo dei due uno solo (cfr. Ef 2,14-18). La figlia di Sion – Israele – e i discepoli di Gesù – la Chiesa – sono consegnati reciprocamente gli uni agli altri. A Cana, nasce, viene fondata e ricreata, un’umanità nuova, l’umanità dei figli di Dio, chiamati ad abbattere ogni separazione, a superare ogni divisione, a vincere ogni logica perversa di inimicizia.

     Ascoltando questo brano anche noi continuiamo a contemplare la gloria del Padre pienamente manifestatasi in Gesù: la gloria di un amore che continua a donarci in ogni Eucaristia il vino dell’Alleanza nuova, il vino migliore per la nostra gioia. 

Preghiere e racconti

Il vino della festa

Sì, il vino: è lui, non l’uva, il vero “frutto” della vigna. E come la vigna è ricco di doni concreti e, al contempo, denso di rimandi simbolici. Da sempre, “dai tempi di Noè” appunto, accanto al pane del bisogno, al pane quotidiano necessario per vivere, l’uomo ha avuto il vino della gratuità e della festa: una bevanda non necessaria alla sopravvivenza, ma preziosa per la consolazione, la gioia condivisa, l’amicizia ritrovata… Il vino: bevanda che, bevuta in solitudine, ne stordisce l’amarezza solo per accentuarne la tristezza, ma anche bevanda che, gustata nell’intimità di un’amicizia, ne esalta il sapore e ne affina il piacere. Bevanda esigente, anche, perché richiede a chi la beve lo sforzo di liberarsi dalla schiavitù dell’efficienza esasperata per abbandonarsi alla gratuità senza la quale la vita è priva di sapore: bevanda che invita a cantare la vita, a immettere nella consapevolezza della morte la volontà di dire sì alla vita.

Forse è per tutti questi aspetti – oltre che per il discernimento che richiede nel conoscere se stessi, i propri limiti e quelli degli altri -, è per questa lettura dell’esistenza nel segno della gratuità e della gioia condivisa che il vino è divenuto nella Bibbia e in altre tradizioni spirituali il simbolo della sapienza. Sapienza perché dà “sapore” alla vita, ma anche perché il vino sa sciogliere il cuore e farne emergere ciò che davvero lo abita, sa trasformare la semplice assunzione di cibo in un banchetto, così come la fermentazione ha trasfigurato l’umile succo d’uva in bevanda inebriante. […] non a caso Gesù stesso porrà il suo primo “segno” alle nozze di Cana sotto il sigillo di una gioia condivisa grazie al vino migliore e lascerà ai suoi discepoli il comandamento nuovo dell’amore attorno al “segno” di un pane spezzato e di una coppa di vino versato perché tutti abbiano la vita in pienezza.

(Enzo BIANCHI, Il Pane di ieri, Torino, Einaudi, 2008, 50-51).

La fonte divina dell’amore

Di questa fonte inesauribile parla Giovanni nel racconto delle nozze di Cana (Gv 2,1-12). Il nostro vino, il nostro tentativo di amare, vede molto presto la fine. Non possiamo dare nessuna garanzia delle nostre emozioni. Prima o poi i nostri sentimenti di amore si volatilizzano e allora crediamo di non riuscire più ad amare l’altro. Questo capita a molti coniugi che assistano stupiti all’esaurirsi del loro amore. Questo capita anche alla coppia che celebra le nozze a Cana. Viene a mancare il vino, il loro amore viene a mancare, già il terzo giorno essi non hanno più né vino, né amore. Allora Gesù trasforma in vino sei otri d’acqua, in modo che il vino non abbia più a finire.

Sei è il numero dell’imperfezione e gli otri di pietra rimandano a quanto di duro e di impietrito vi è in noi. Nella loro incapacità di amare veramente, nelle loro durezze e nei loro blocchi, Gesù mostra agli sposi un’altra fonte d’amore, la fonte divina, che mai smette di sgorgare. Gesù pronuncia la sua parola d’amore in quanto in noi è divenuto sciapo e senza sentimento, in quanto in noi è imperfetto e indurito. Se noi ci fidiamo di questa parola, anche in noi tutto può mutarsi in amore.

D’improvviso noi possiamo amare con le nostre forze e le nostre debolezze, con le nostre imperfezioni e i nostri errori, con le nostre contrazioni e i nostri indurimenti. Tutto in noi può irradiare l’amore divino, così che intorno a noi possa svolgersi la festa della vita.

(A. GRÜN, Abitare nella casa dell’amore, Brescia, Queriniana, 2000, 67-68).

Riempi d’acqua il tuo otre vuoto

Adesso sono un otre vuoto!

Bisogna consumare tutto il proprio vino

per accorgersi che non era vino buono.

Bisogna consumare tutto il proprio vino

per desiderare, finalmente, il vino di Gesù.

Madre della compassione,

Madre che ti accorgi da sempre,

anche per me, dici a Gesù:

“non ha più gioia!”.

Non ho più gioia.

Otre vuoto io sono,

anche di speranza.

E tu, sicura come chi ha già ottenuto,

con gli occhi che tradiscono una gioia più grande di quella che sarà la mia, supplichi:

“fa tutto quello che Lui ti dirà!”.

E Lui: “riempi d’acqua il tuo otre!”.

Da dove attingere, Signore, per colmare fino all’orlo?

Dalla mia mente deserta?

Dal mio cuore inaridito?

Dalla mia innocenza consumata?

Fammi, Signore, il dono delle lacrime:

siano esse l’acqua che con abbondanza tu trasformi,

e mentre bevo a piene mani, sento che Le dici:

“Donna, ecco tuo figlio!”. 

«Non hanno più vino»

Il vino è la gioia di vivere che non può essere comprata ne fabbricata ed è difficile starne senza. È Gesù, questo vino, di cui gli sposi hanno bisogno, ma che non potrebbero mai darsi, questo vino Gesù lo ‘crea’ dall’acqua, perché si tratta di un vino nuovo.

Giovanni vuole dirci che il vino nuovo e buono, mai gustato prima, è Gesù stesso. Il vino è significativo come dono di Gesù:  esso è alla fine; è buono; è abbondante. È segno del tempo della salvezza. Il vino è così il «sangue versato» da Cristo per noi, è il segno della carità, del dono di sé, così importante per poter vivere da cristiani. Il vino delle nozze di Cana, questo buon vino atteso, è il dono della carità di Cristo, il segno della gioia che la venuta del Messia realizza. Le feste degli uomini hanno la conclusione ben descritta dal maestro di tavola: la tristezza del lunedì. Gesù, invece, è «il sabato senza sera», come diceva sant’Agostino: quando si pensa che la festa finisca – «Non hanno più vino» -, salta fuori il vino buono, conservato fino allora, il vino nuovo mai gustato prima

(Cf. A.S. BESSONE, Prediche della domenica, Anno C, Biella, 1992, 185-190).

Maria, donna del vino nuovo

Santa Maria, donna del vino nuovo, quante volte sperimentiamo pure noi che il banchetto della vita languisce e la felicità si spegne sul volto dei commensali!

È il vino della festa che vien meno.

Sulla tavola non ci manca nulla: ma, senza il succo della vite, abbiamo perso il gusto del pane che sa di grano. Mastichiamo annoiati i prodotti dell’opulenza: ma con l’ingordigia degli epuloni e con la rabbia di chi non ha fame. Le pietanze della cucina nostrana hanno smarrito gli antichi sapori: ma anche i frutti esotici hanno ormai poco da dirci.

Tu lo sai bene da che cosa deriva questa inflazione di tedio. Le scorte di senso si sono esaurite.

Non abbiamo più vino. Gli odori asprigni del mosto non ci deliziano l’anima da tempo. Le vecchie cantine non fermentano più. E le botti vuote danno solo spurghi d’aceto.

Muoviti, allora, a compassione di noi, e ridonaci il gusto delle cose. Solo così, le giare della nostra esistenza si riempiranno fino all’orlo di significati ultimi. E l’ebbrezza di vivere e di far vivere ci farà finalmente provare le vertigini.

Santa Maria, donna del vino nuovo, fautrice così impaziente del cambio, che a Cana di Galilea provocasti anzitempo il più grandioso esodo della storia, obbligando Gesù alle prove generali della Pasqua definitiva, tu resti per noi il simbolo imperituro della giovinezza.

Perché è proprio dei giovani percepire l’usura dei moduli che non reggono più, e invocare rinascite che si ottengono solo con radicali rovesciamenti di fronte, e non con impercettibili restauri di laboratorio.

Liberaci, ti preghiamo, dagli appagamenti facili. Dalle piccole conversioni sottocosto. Dai rattoppi di comodo. Preservaci dalle false sicurezze del recinto, dalla noia della ripetitività rituale, dalla fiducia incondizionata negli schemi, dall’uso idolatrico della tradizione.

Quando ci coglie il sospetto che il vino nuovo rompa gli otri vecchi, donaci l’avvedutezza di sostituire i contenitori. Quando prevale in noi il fascino dello «status quo», rendici tanto risoluti da abbandonare gli accampamenti.

Se accusiamo cadute di tensione, accendi nel nostro cuore il coraggio dei passi. E facci comprendere che la chiusura alla novità dello Spirito e l’adattamento agli orizzonti dai bassi profili ci offrono solo la malinconia della senescenza precoce.

Santa Maria, donna del vino nuovo, noi ti ringraziamo, infine, perché con le parole: «Fate tutto quello che egli vi dirà» tu ci sveli il misterioso segreto della giovinezza.

E ci affidi il potere di svegliare l’aurora anche nel cuore della notte.

(Tonino Bello, Maria donna dei nostri giorni, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2000, 66-68).

Preghiera

Padre, che hai voluto fare del tuo Figlio l’Uomo nuovo, ricolmo del tuo Spirito, e per mezzo suo lo effondi nei cuori degli uomini rinnovandoli radicalmente, ti chiediamo con fiducia e insistenza, come egli stesso ci ha insegnato a farlo, di voler riempire i nostri cuori della sua presenza e della sua forza. Se tu ce lo doni, noi potremo uscire dalla condizione di uomini vecchi, mossi dall’egoismo che ci rinchiude in noi stessi, e potremo diventare davvero uomini nuovi. Saremo capaci di amare te come figli e gli altri uomini e donne come fratelli e sorelle.

E la gioia profonda della nostra nuova condizione riempirà ogni momento della nostra giornata.

Non lasciare che altri spiriti entrino nei nostri cuori: lo spirito dell’orgoglio, della vanità, dell’invidia, dell’avidità… Essi sono spiriti del mondo vecchio che portano alla morte e noi vogliamo vivere. Tu, che sei «amante della vita», strappa da noi tali spiriti perché possa occupare tutto il nostro spazio interiore lo Spirito vivificante che viene da te attraverso il tuo Figlio diletto.

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

– Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

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M. FERRARI, «Oggi di è adempiuta questa scrittura». Avvento, Tempo di Natale e Tempo ordinario (prima parte), Milano, Vita e Pensiero, 2012.

COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

PER L’APPROFONDIMENTO:

II DOM TEMP ORD (C)

La vigilanza come cura dell’anima

Proponiamo una riflessione di Vito Mancuso sulla cura che dobbiamo all’anima, la nostra dimensione più preziosa.
 
LA VIGILANZA
I frutti non maturano da soli. Chiunque ha un frutteto, un orto, un giardino, sa quanto lavoro è necessario, quanto i parassiti, le erbacce, le intemperie siano in agguato. Lo stesso è per l’anima umana.
Senza un’attenta coltivazione non vi cresce nulla. È alla coltivazione dell’anima che ci esorta il maestro col dire «vigilate».
Simone Weil dice la stessa cosa col termine di attenzione, Wittgenstein parla di concentrazione. La vigilanza è il contrario dell’immaginazione, la grande dissipatrice dell’energia.
La vigilanza è qualcosa che va osservata quotidianamente, su di essa occorre fare l’esame di coscienza e alla fine della giornata darsi un voto, come faceva da ragazzo Pavel Florenskij e come raccomandava a suo figlio Michail.
Ma che cosa significa vigilare? Ecco la risposta di Dietrich Bonhoeffer: «Se tu parti alla ricerca della verità, impara soprattutto la disciplina dei sensi e dell’anima, affinché i desideri e le tue membra non ti portino ora qui ora là.
Casti siano il tuo spirito e il tuo corpo, a te pienamente sottomessi ed ubbidienti, nel cercare la meta loro assegnata.
Nessuno apprende il segreto della libertà, se non attraverso la disciplina».
Vigilare è saper guardare il vuoto di cui siamo costituiti, saperlo ascoltare, saper sostare ai suoi margini, senza subire il richiamo dell’immaginazione che lo vuole riempire, dell’immaginazione che è la voce dell’Io.
In questo senso tutto il mondo umano è un prodotto dell’Io, della sua immaginazione, e veramente va negato. Ma lo si può fare solo dopo un lungo lavoro, dopo giorni e giorni, dopo anni e anni, di vigilanza.
Una delle più importanti forme di vigilanza è ricercare per l’anima il nutrimento buono. In mezzo a tante dannose tossine, il nutrimento buono esiste e occorre riconoscerlo.
Vi sono giornali buoni, libri buoni, musica buona, cinema buono. Il nutrimento migliore è dato dalla contemplazione. Ci si riveste di luce. Ci si pone in contatto con la sorgente più pura dell’energia, Dio, che dispensa l’energia come luce assoluta del bene e dell’amore. Nutriti da questa energia, si diventa in grado di immettere gratuitamente energia positiva nel sistema-mondo attraverso il proprio lavoro.
I contemplativi fanno questo nel modo più alto, sono il tramite più puro tra l’energia divina e il sistema-mondo. Sono i migliori conduttori, come i metalli più nobili per l’elettricità.
(Vito Mancuso)

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

Come è tradizione della Società Biblica in Italia, anche quest’anno 2013 sono offerti alla meditazione dei Cristiani alcuni testi biblici appositamente scelti da un gruppo internazionale ecumenico composto da rappresentanti del Consiglio Ecumenico delle Chiese e del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.

Quest’anno la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ci invita a riflettere sull’importantissimo e ben noto testo del profeta Michea: “Quale offerta porteremo al Signore, al Dio Altissimo, quando andremo ad adorarlo? Gradirà il Signore migliaia di montoni e torrenti di olio? Gli daremo in sacrificio i nostri figli, i nostri primogeniti per ricevere il perdono dei nostri peccati? In realtà il Signore ha insegnato agli uomini quel che è bene quel che esige da noi: praticare la giustizia, ricercare la bontà e vivere con umiltà davanti al nostro Dio” (6, 6-8).

scarica opuscolo:

Opuscolo 2013

La settima parola: “non commettere adulterio”

Nel cammino di fraterno dialogo e stima tra la Chiesa in Italia e il Popolo ebraico, l’incontro tra il Papa e la Comunità ebraica di Roma nel Tempio Maggiore, il 17 gennaio 2010, ha suggellato positivamente le tappe fin qui percorse, indicando nuovi obiettivi, mostrando di voler andare oltre turbolenze e incertezze che hanno talora suscitato dubbi sull’effettiva consistenza del dialogo cristiano-ebraico odierno.
Nella sua visita alla Sinagoga di Roma Benedetto XVI, ha voluto sottolineare in maniera ancora più chiara quanto aveva già affermato nella sinagoga di Colonia sulla comune responsabilità che gli ebrei e i cristiani hanno di fronte alle “Dieci parole”: «In particolare il Decalogo – le “Dieci Parole” o Dieci Comandamenti (cfr Es 20,1-17; Dt 5,1-21) – che proviene dalla Torah di Mosè, costituisce la fiaccola dell’etica, della speranza e del dialogo, stella polare della fede e della morale del popolo di Dio, e illumina e guida anche il cammino dei Cristiani. Esso costituisce un faro e una norma di vita nella giustizia e nell’amore, un “grande codice” etico per tutta l’umanità. Le “Dieci Parole” gettano luce sul bene e il male, sul vero e il falso, sul giusto e l’ingiusto, anche secondo i criteri della coscienza retta di ogni persona umana. Gesù stesso lo ha ripetuto più volte, sottolineando che è necessario un impegno operoso sulla via dei Comandamenti: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i Comandamenti” (Mt 19,17)».
In questa prospettiva, sono vari i campi di collaborazione e di testimonianza che si aprono davanti a ebrei e cristiani, uniti da comuni aspirazioni.
Vorremmo ricordarne tre particolarmente importanti per il nostro tempo.
 

Per una pastorale della proposta di fede

Si è svolto giovedì 10 e venerdì 11 gennaio a Roma, il seminario “Verso orientamenti condivisi”, organizzato dalla Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi (CEDAC).
La Commissione ha programmato una serie di seminari per la verifica ed il rilancio della catechesi in Italia (Orientamenti pastorali 2010-2020, “Educare alla vita buona del Vangelo”, n. 54a) nel cammino verso un “documento condiviso” per il rinnovamento di percorsi e strumenti.
Il programma dei lavori è stato aperto giovedì dall’introduzione di S.E. Mons. Marcello Semeraro, Vescovo di Albano e Presidente della CEDAC, che ha evidenziato il percorso che, nella mutata situazione odierna, richiede non una riscrittura del Documento di Base, ma appunto “orientamenti condivisi” che confermino quel documento che rimane la magna carta della catechesi. Ad essere interpellata è la Chiesa nella sua valenza di comunità missionaria, che evangelizza passando a una pastorale della proposta di fede.
La catechesi, è stato evidenziato, rimane uno snodo essenziale della vita delle comunità cristiane, sia nella linea della formazione cristiana degli adulti, che dell’iniziazione cristiana dei ragazzi e di una proposta che si fa annuncio nei diversi ambiti di vita delle persone.
A Mons. Semeraro sono seguite due relazioni, affidate a Mons. Valentino Bulgarelli, catecheta e Direttore dell’Ufficio Catechistico della diocesi di Bologna (“15 anni di catechesi in Italia: indicazioni e orientamenti dal Direttorio Generale della Catechesi ad oggi”), e a Mons. Paolo Sartor, Responsabile del Settore catecumenato dell’Ufficio Catechistico Nazionale (“Il Vangelo della vita buona nella catechesi. Sintesi dei contributi inviati all’UCN in vista degli Orientamenti sulla catechesi”).
 
Venerdì 11 gennaio, alle 8, S. E. Mons. Mariano Crociata, Segretario Generale della CEI, ha presieduto la celebrazione dell’Eucaristia. Alle 9.15 Don Guido Benzi, Direttore dell’Ufficio Catechistico Nazionale, ha introdotto i gruppi di lavoro sulle relazioni del giorno precedente. Nel pomeriggio, si è tenuta la tavola rotonda, dal titolo: “Tre prospettive di contenuto in vista degli Orientamenti: comunità missionaria, formazione e iniziazione”, alla quale hanno partecipato il Prof. Don Pio Zuppa, catecheta e pastoralista della Facoltà Teologica Pugliese, la Prof.ssa Chiara Giaccardi, pedagogista ed esperta del mondo della comunicazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, la Prof.ssa Maria Teresa Stimamiglio, formatrice dei catechisti della Diocesi di Padova, e don Giuseppe Nevi, Parroco nella Diocesi di Cremona. Ha concluso i lavori S.E. Mons. Semeraro.
         
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