XIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Prima lettura: 1Re 19,16.19-21

In quei giorni, il Signore disse a Elìa: «Ungerai Eliseo, figlio di Safat, di Abel-Mecolà, come profeta al tuo posto».Partito di lì, Elìa trovò Eliseo, figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il dodicesimo. Elìa, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. Quello lasciò i buoi e corse dietro a Elìa, dicendogli: «Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò». Elìa disse: «Va’ e torna, perché sai che cosa ho fatto per te». Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elìa, entrando al suo servizio.

 

Viene narrato in questo brano la chiamata di Eliseo, destinato a succedere a Elia. Il contesto è quello di una vita semplice, entro le preoccupazioni di ogni giorno, come farà Gesù con i suoi discepoli. L’ordine del Signore è di ungere Eliseo: «Ungerai Eliseo, figlio di Safat, di Abel-Mecolà, come profeta al tuo posto». Il rituale dell’unzione del re viene esteso anche al profeta. Il profeta è un uomo che deve avere lo Spirito, per dire le parole del Signore e agire secondo la sua volontà. «Elìa, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello» (v. 19). È  un gesto che esprime l’idea di protezione e di appartenenza, ma anche il passaggio dei poteri e di altre forze speciali da un uomo ad un altro. Qui esprime la chiamata, la nuova dignità con cui Eliseo viene avvolto. Il possidente benestante (aveva 12 paia di buoi), ora ha una eredità, quella di non lasciare estinguere l’opera di Elia, il suo zelo per il Signore. Alla richiesta di Eliseo di andare prima a salutare i parenti, Elia risponde: «Va’ e torna, perché sai che cosa ho fatto per te». Ormai non appartiene più a quel mondo. Eliseo accoglie pienamente la nuova missione abbandonando l’attività precedente e la sua famiglia con un banchetto di carne e di buoi cucinati sul fuoco prodotto dall’aratro.

 

Seconda lettura: Galati 5,1.13-18 

Fratelli, Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri. Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri! Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge.  

 

Paolo ricorda ai cristiani di Galazia lo spirito del vangelo che avevano accolto con gioia agli inizi. Ora rischiano di ricadere nel mondo della religiosità ebraica, pensando che si dovessero ancora osservare le prescrizioni antiche per poter piacere a Dio. In questo modo veniva oscurato il dono straordinario che avevano ricevuto dalla Pasqua di Cristo. L’Apostolo richiama innanzitutto i fatti con verbi al modo indicativo: «Cristo ci ha liberati per la libertà!». La redenzione per lui è un esodo, un uscire dalla schiavitù dell’Egitto per ritornare alla libertà al seguito di Gesù Cristo. Solo lui ci può guidare al Padre. La legge mosaica aveva avuto un ruolo importante nella formazione del credente ebreo. Ora ha esaurito la sua funzione. La situazione in cui i fratelli si trovavano prima dell’annuncio del vangelo era quella di uomini carnali: «La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito» (v. 17). Vivevano sperimentando ogni giorno l’incapacità a compiere la legge dell’amore. Ora però hanno

ricevuto lo Spirito di Cristo risorto dalla morte. Hanno quindi la capacità di compiere la legge dell’amore. Allora Paolo li esorta con verbi all’imperativo: «mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri» (v. 13) e «camminate secondo lo Spirito» (v. 16). Solo lasciandosi guidare dallo Spirito il cristiano può essere libero di amare come desidera.

 

Vangelo: Luca 9,51-62 

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio. Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».             

 

Esegesi

      Con questo brano inizia una nuova sezione del vangelo di Luca, il cosiddetto «racconto di viaggio» (9,51-19,27). Il contesto è un lungo viaggio di Gesù verso Gerusalemme, perché «non conviene che un profeta perisca fuori di Gerusalemme» (13,33). Gesù all’inizio del suo ministero era stato respinto dai nazareni (4,16ss), ora è respinto da un villaggio di Samaritani.

     Nella prima parte del brano Luca fa notare l’atteggiamento dei discepoli a confronto con Gesù (9,51-56). Essi non appaiono in sintonia con lui. Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme (v. 51): Viene richiamato l’evento centrale della missione di Gesù, il mistero pasquale. Vi è anche un riferimento del rapimento di Elia in cielo su un carro di fuoco (1Re 1,11-12). Gesù si incammina deciso, confidando nell’assistenza di Dio come il Servo di JHWH. E mandò messaggeri davanti a sé (v. 52): si tratta di Giovanni e Giacomo. Il villaggio samaritano nega l’ospitalità a Gesù. I due discepoli reagiscono come se avessero ricevuto un torto

personale e si sentono investiti dello stesso furore di Elia, che fece scendere fuoco dal cielo sui soldati del re Acazia (2Re 1). Gesù non è d’accordo con questo atteggiamento e rimprovera i discepoli. Il termine «rimproverò» significa anche «minacciò», un verbo usato per gli esorcismi.

     Un commento potrebbe essere quello inserito nel testo da alcuni manoscritti antichi: «Non sapete di che spirito siete. Il Figlio dell’uomo non è venuto a perdere le vite degli uomini, ma a salvarle». Gesù si sente «salvatore», il suo è tempo di salvezza e non di condanna. Si sa che la tolleranza di Gesù ha portato grandi frutti di conversione tra i samaritani dopo la pasqua (cf. At 8,8-25).

     Nella seconda parte del brano Luca parla invece della sequela di Gesù: come essere in sintonia con lui. Inserendo questo episodio nel contesto del cammino verso Gerusalemme, Luca fa emergere l’esigenza che il discepolo segua il maestro incondizionatamente sulla via della croce. Gesù forma i discepoli dicendo loro la verità. A un tale che si offre di seguirlo presenta la sua vita continuamente a disposizione di tutti. Non è possibile quindi costruirsi un nido, una dimora fissa dove porre i propri beni: «il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo » (v. 58).

     Un secondo invece è invitato direttamente da Gesù: «Seguimi» (v. 59), ma gli ricorda pure che le esigenze del Regno sono urgenti, non ammettono dilazioni, neppure di fronte ai doveri verso i genitori. Gesù ha bisogno ora di operai, non quando i genitori sono già morti. «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio» (v. 60). Se ora, nel momento della chiamata, non ci si converte e non si entra nella nuova vita del Regno, si continua a appartenere al mondo dei morti, a coloro che non hanno accolto la nuova vita. La presenza di Gesù poi segna la fine del potere della morte e perciò il discepolo non può fare lutto, ma deve gioire per esprimere così l’irruzione del regno di Dio nel

mondo.

     Un terzo poi si offre spontaneamente a Gesù come il primo. Prima però vuole salutare i propri parenti come Eliseo (1Re 19,19-21). Nessuno che mette mano all’aratro… (v. 62): L’urgenza del Regno non ammette ripensamenti o lentezze. Il discepolo è colui che non guarda mai indietro, né per rimpiangere quanto ha lasciato, né per compiacersi di quanto ha fatto seguendo il Cristo. È come Paolo «dimentico del passato e proteso verso il futuro» (Fil 3,13).

 

Meditazione 

     Cammino, sequela, viaggio, itinerario… C’è uno spostamento – quello spaziale diviene simbolo di quello esistenziale – da compiere per dirsi credenti. I brani biblici oggi sottoposti alla nostra riflessione e preghiera colgono più l’atto interiore della decisione che il cammino stesso, mettono a fuoco il primo momento dell’itinerario, l’elaborazione intima personale. Facendo peraltro emergere immediatamente, insieme a speranze e attese, difficoltà, resistenze e timori. Più che a una revisione successiva degli avvenimenti, siamo invitati a porre attenzione ai primi desideri che si affacciano alla coscienza dell’aspirante discepolo.

     È Gesù stesso il primo a porsi in questa determinazione. L’evangelista Luca afferma – segnando una svolta anche strutturale nel piano complessivo del suo intero racconto – che «prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme» (9,51). La vita riserva sempre numerose sorprese e con gli imprevisti ognuno di noi deve fare fin da subito i conti: saper trarre lezione e stimolo da tutto ciò è segno di maturità e realismo. Eppure, anche se le cose poi non vanno come ci si era aspettati, è necessaria una decisione anteriore e interiore che motiva e prepara alla disponibilità di ciò che… non avevamo previsto! Se Gesù, nel suo ministero pubblico, ha fino ad ora compiuto un itinerario apparentemente circolare, senza meta, ora sembra ben determinato ad assumerne una precisa. Gesù sembra abitato anche da una certa fretta: qualcosa lo urge interiormente e un luogo – Gerusalemme – sembra attrarlo a sé come una calamita. Non si tratta però di giungere al più presto in un luogo fisico – in tal caso le compagnie turistiche e aeree risulterebbero le migliori discepole del vangelo! – ma di raggiungere una più completa elaborazione interiore, così che il viaggio, con tutte le sue imprevedibili tappe, acquisti uno spessore esistenziale maggiore. Questo orientamento è tanto necessario e radicale che nemmeno le difficoltà o i fallimenti che certamente si incontreranno possono definitivamente sovvertirlo. Ci si potrà ravvede-re su alcune scelte o su certi atteggiamenti, si potrà riflettere sugli avvenimenti occorsi facendone motivo di ulteriore maturazione e adesione alla realtà, ma tutto ciò non potrà bloccare o impedire lo svolgersi del viaggio, come attesta l’esperienza in terra di Samaria immediatamente riferita (cfr. 9,52-56).

     Il cosiddetto racconto della vocazione di Eliseo e la seconda parte del brano lucano sottopongono alla nostra meditazione alcuni ‘casi storici’ di inizio del cammino di sequela del Signore. Sia che si tratti di rispondere a un appello esplicito proveniente da chi è già in cammino (cfr. 1Re 19,19-20; Lc 9,59-60) o di accogliere un richiamo interiore che si manifesta in una volontaria generosità (cfr. Lc 9,57-58.61-62), nessuno è lodato né incoraggiato; piuttosto vengono immediatamente espresse possibili prossime difficoltà o sono comunicate ulteriori esigenze del cammino stesso. In fondo, viene subito richiesto un ‘supplemento’ di libertà (cfr. Gal 5,13), quasi a visualizzare come la sequela reale è sempre al di là di ogni nostra pur buona e necessaria apertura: si potrebbe forse arrivare a dire che stare die-tro al Signore è faccenda nostra ma anche del Signore stesso, che deve aprire un ulteriore varco nella nostra adesione al vangelo. La sintesi magnifica di tutta la parola di Dio, che Paolo esprime nella seconda lettura in quel «amerai il prossimo tuo come te stesso» (Gal 5,14), appare subito impegnativa, esigente ma anche fortemente liberante. Sia che si tratti di rinunciare a una qualche ‘comodità’, di saper dare un ordine nuovo alle priorità della vita o di saper portare la solitudine e reggere alla durata di un impegno definitivo, è solo lo Spirito che può realizzare le nostre aspettative oltre i nostri stessi desideri. «Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste» (Gal 5,16-17). La sequela diviene questione eminentemente interiore, dove non è più possibile scaricare sugli altri, sulle vicende della vita, sugli imprevisti il proprio fallimento. Si tratta di affidarsi con totalità allo Spirito e giocarsi con quella determinazione che il Signore ci domanda e ci testimonia. «Se vi lasciate guidare dallo Spirito…» (Gal 5,18).

 

Preghiere e racconti

Un cuore puro

 “Ah, frate Leone, credimi  riprende Francesco  non preoccuparti tanto della purezza della tua anima. Volgi il tuo sguardo a Dio, ammiralo, gioisci di ciò che è nella sua santità; ringrazialo perché esiste. Questo significa, o mio giovane fratello, avere un cuore puro. E quando guardi a Dio in questo modo, non far più ritorno a te stesso, non chiederti più a che punto è il tuo rapporto con Dio. La tristezza di non essere perfetto e di scoprirsi peccatore è ancora un sentimento umano, troppo umano. Bisogna puntare lo sguardo più in alto, sempre più in alto; c’è Dio, ci sono l’immensità di Dio ed il suo inalterabile splendore. Il cuore puro è quello che non smette mai di adorare il Dio vivente e vero, che si interessa in modo profondo alla vita stessa di Dio e che è in grado, in mezzo a tutte le sue miserie, di vibrare dinanzi all’eterna innocenza e all’eterna gioia di Dio. Un cuore così è allo stesso tempo nudo e vestito: gli basta che Dio sia Dio. In questo soltanto trova tutta la sua pace, tutta la sua santità”.

“Dio però pretende da noi sforzi e fedeltà”, fa notare frate Leone.

“Sì, indubbiamente” replica Francesco; “ma la santità non è una realizzazione di sé e neppure una pienezza che ci si offre. È innanzitutto un vuoto che scopriamo e che accettiamo e che Dio viene a riempire nella misura in cui ci apriamo alla sua pienezza. Vedi, il nostro nulla, se lo accettiamo, diventa lo spazio libero in cui Dio può ancora creare. Il Signore non permette a nessuno di rubargli la gloria: egli è il Signore, l’Unico, il solo che è santo. Eppure prende per mano il povero, lo tira fuori dal fango e lo fa sedere tra i principi del suo popolo perché osservi la Sua gloria. Dio diventa così il cielo della sua anima. Contemplare la gloria di Dio, fra’ Leone, scoprire che Dio è Dio, eternamente Dio, al di là di quello che siamo o che possiamo essere, gioire pienamente di ciò che è, estasiarsi di fronte alla sua eterna giovinezza e ringraziarlo perché esiste, perché è infallibile nella sua misericordia: questa è l’esigenza più profonda di quell’amore che lo Spirito del Signore non smette mai di diffondere nei nostri cuori. Questo vuol dire avere un cuore puro. Ma tutta questa purezza non si raggiunge attraverso sforzi e sacrifici.”

“Come, allora?” chiede Leone.

“Bisogna semplicemente rinunciare a tutto di sé. Spazzare via ogni cosa, anche la stessa acuta percezione della nostra miseria. Fare tabula rasa, accettare di essere poveri, rinunciare a tutto ciò che è pesante, al peso stesso dei nostri errori. Vedere soltanto la gloria del Signore, lasciarsene irradiare. Dio è: questo basta. Il cuore diventa allora leggero, si sente diverso, come una rondine persa nello spazio immenso ed azzurro. È libero da ogni preoccupazione, da ogni inquietudine; il suo desiderio di perfezione è diventato pura e semplice volontà di Dio”.

(Eligio Leclerc, Sapienza di un povero, Bibl. Francescana, MI ’82).

 

Rinnega se stesso chi ama se stesso

Che cosa significano le parole: «Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua»? (Mt 16,24). Comprendiamo che cosa vuol dire: «Prenda la sua croce»; significa: «Sopporti la sua tribolazione»; prenda equivale a porti, sopporti. Vuol dire: «Riceva pazientemente tutto ciò che soffre a causa mia. «E mi segua». Dove? Dove sappiamo che se ne è andato lui dopo la risurrezione. Ascese al cielo e siede alla destra del Padre. Qui farà stare anche noi. […] «Rinneghi se stesso».

In che modo si rinnega chi si ama? Questa è una domanda ragionevole, ma umana. L’uomo chiede: «In che modo rinnega se stesso chi ama se stesso?» Ma Dio risponde all’uomo: «Rinnega se stesso chi ama se stesso». Con l’amore di sé, infatti, ci si perde; rinnegandosi, ci si trova. Dice il Signore: «Chi ama la sua vita la perderà» (Gv 12,25). Chi da questo comando sa che cosa chiede, perché sa deliberare colui che sa istruire e sa risanare colui che ha voluto creare. Chi ama, perda. È doloroso perdere ciò che ami, ma anche l’agricoltore perde per un tempo ciò che semina. Trae fuori, sparge, getta a terra, ricopre. Di che cosa ti stupisci? Costui che disprezza il seme, che lo perde è un avaro mietitore. L’inverno e l’estate hanno provato che cosa sia accaduto; la gioia del mietitore ti dimostra l’intento del seminatore.

Dunque chi ama la propria vita, la perderà. Chi cerca che essa dia frutto la semini. Questo è il rinnegamento di sé, per evitare di andare in perdizione a causa di un amore distorto. Non esiste nessuno che non si ami, ma bisogna cercare un amore retto ed evitare quello distorto. Chiunque, abbandonato Dio, avrà amato se stesso e per amore di sé avrà abbandonato Dio, non dimora in sé, ma esce da se stesso. […] Abbandonando Dio e preoccupandoti di te stesso, ti sei allontanato anche da te e stimi ciò che è fuori di te più di te stesso. Torna a te e poi di nuovo, rientrato in te, volgiti verso l’alto, non rimanere in te. Prima ritorna a te dalle cose che sono fuori di sé e poi restituisci te stesso a colui che ti ha fatto e che ti ha cercato quando ti sei perduto, ti ha trovato quando sei fuggito, ti ha convertito a sé quando gli volgevi le spalle. Torna a te, dunque, e va’ a colui che ti ha fatto.

(AGOSTINO DI IPPONA, Discorsi 330,2-3 NBA XXXIII, pp. 818-822).

Sulla via dell’amore

Quello che fa avanzare sulla via è l’amore di Dio e del prossimo. Chi ama corre, e la corsa è tanto più alacre quanto più è profondo l’amore. A un amore debole corrisponde un cammino lento, e se addirittura manca l’amore, ecco che uno si arresta sulla via, e se rimpiange la vita mondana, è come se volgesse indietro lo sguardo, non guardando più alla patria.

Non giova che uno si metta sulla via e poi invece di camminare torni indietro. Se uno si è posto sulla via – cioè, fuori di immagine, si è fatto cristiano cattolico – e guarda indietro volgendo ancora il suo amore al mondo, non fa che ritornare là donde era partito.

(AGOSTINO D’IPPONA, Discorso 346/B,2).

Il modo autentico di vivere

La carità non è anzitutto l’amore del prossimo o l’amore di Dio: è questa situazione oggettiva di essere nella comunione, nell’alleanza, che poi si svolge in tutti i rapporti, in tutte le situazioni, in tutte le esigenze che fanno l’esistenza di un uomo. Per cui, dal punto di vista cristiano, non c’è alternativa tra comunione con Dio e comunione con il prossimo; c’è piuttosto bisogno di lasciarsi prendere, di lasciarsi ‘ferire’ da tutte le esigenze di questa comunione e di non darla né come assolutamente ovvia, considerandola come un dato di fatto per cui ci si occupa di altre cose, né di renderla senza significato, come se il significato fosse piuttosto nel fare questa o quest’altra cosa, nell’impegnarsi in questa o in quest’altra situazione […]. Dunque, non c’è l’uomo e tanti modi di entrare in comunione con le persone; c’è l’uomo definito da questa comunione che assume il modo autentico di vivere e tradurre tutti i rapporti; assume cioè il modo di Gesù Cristo. Come a dire che c’è un modo autentico di vivere, di assumere la vita e la morte, di soffrire, di godere, di amare, di operare, di parlare, di agire, di impegnarsi, di non impegnarsi, di tacere: e questo modo è quello di Gesù Cristo (G. MOIOLI, Va’ dai miei fratelli (Gv 20,17), Milano 1996, 39s.).

Preghiera

Soltanto la carità può dilatare il mio cuore.

Gesù, da quando questa fiamma dolce mi consuma,

corro con gioia sulla via del comandamento nuovo.

Voglio correre in essa fino al giorno felice,

nel quale potrò seguirti negli spazi infiniti

cantando il tuo cantico nuovo,

quello dell’amore.

(TERESA DI LISIEUX, Manoscritto C).

 

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

– Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

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M. FERRARI, monaco di Camaldoli, «Oggi di è adempiuta questa scrittura», Milano, Vita e Pensiero, 2013.

COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Seconda parte: Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla Risurrezione, Città del Vaticano, Liberia Editrice Vaticana, 2011.

– C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.

PER L’APPROFONDIMENTO:

XIII DOM TEMP ORD (C)

“Non rubare”: imperativo per credenti e non

Una rilettura “a tutto tondo” del comandamento “Non rubare”: è quella che si è svolta sabato sera a Genova nell’ambito dell’iniziativa «Dieci piazze per Dieci Comandamenti» organizzata dal Rinnovamento nello Spirito, in collaborazione con il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione e con la Conferenza Episcopale Italiana. 

«Ogni società ed ogni persona è particolarmente sensibile a questo comandamento, a questo imperativo, che è quello della onestà e del rispetto delle persone, nella propria dignità come dei loro beni, sia nei confronti delle persone sia nei confronti della società, ma anche al rovescio la società deve non rubare rispetto alle persone». Lo ha affermato il cardinale Angelo Bagnasco, Parlando nella centrale Piazza Matteotti, sulla quale si aprono il Palazzo Ducale, l’Arcivescovado e la Cattedrale di San Lorenzo, il cardinale ha ricordato che il settimo comandamento è quello che, forse più di altri, è condiviso sia dai credenti che dai non credenti. «Tutti abbiamo bisogno di riflettere sui comandamenti del Signore che non sono soltanto oggetto di rivelazione ma sono anche la sintesi del buon senso e dell’esperienza migliore dell’umanità» ha detto ancora il cardinale ricordando che «il cuore del comandamento ‘Non Rubare’ è il rispetto della persona umana» e che «non rubare è un grande sì al rispetto per la dignità di ogni persona umana».
Il settimo comandamento, è stato detto nel corso della serata, è un imperativo morale valido non solo per i credenti e i cristiani, ma per ogni uomo di buona volontà come è emerso anche dalla lettura delle pagine tratte dai pensieri di Albert Einstein, di Victor Hugo e di Alda Merini. «Il comandamento che a parole è il più accettato da tutti, fa parte dell’etica condivisa e forse è più insegnato nella trasmissione della morale di generazione in generazione, eppure è quello più facilmente trasgredito», ha affermato Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, che ha affidato il proprio pensiero a uno scritto in quanto, per motivi di salute, non ha potuto partecipare alla serata. 

Il presidente del Rinnovamento nello Spirito, Salvatore Martinez, ha sottolineato come «a Genova abbiamo voluto proporre una “rilettura” in chiave creativa e propositiva del Comandamento “Non Rubare”, inteso non solo come sottrazione di beni materiali inflitta ai danni dell’uomo, ma come privazione del suo tempo, della sua dignità, del suo futuro di giustizia e pace». Durante la serata, ha aggiunto Martinez, abbiamo voluto mettere «in positivo, l’esaltazione del dare sull’avere, del dono sul possesso, della solidarietà e della generosità ordinaria di tanta gente che fa ancora grandi le nostre comunità e arricchisce di buone prassi – l’economia della gratuità e la giustizia restitutiva – il Paese nel tempo della crisi». 

Particolarmente significative le testimonianze che si sono avvicendate nel corso della serata. A cominciare da quella di Andrea che, per alcuni anni, ha gestito un bar in provincia di Savona. «A un certo punto ho scelto di togliere le slot machine dal locale: una scelta controcorrente per la società, ma fondamentale per me che avevo conosciuto Gesù». «Avevo sempre avuto le slot nel mio bar – ha aggiunto – fino a quando, nel mio percorso di crescita con Gesù, cominciai a essere sensibile alle difficoltà di giovani, adulti, pensionati, che nel mio bar perdevano grosse somme di denaro, arrivando alla disperazione. Vendevo morte e guadagnavo sulla sofferenza altrui. Questo era in contrasto con la mia vita in Cristo. Gesù non ci insegna a pensare solo a noi o a guadagnare sulla rovina altrui, ma ad amare gli altri come Lui ci ama». 

Più tardi è stata la volta di Biagio che in carcere ha trovato la fede. La successiva testimonianza è stata di Abramo Sylla senegalese di Dakar, venuto in Europa dopo aveva trovato un buon lavoro fino a quando la sua dittà non è fallita per la crisi. Durante un periodo di lavoro in Calabria, a Rosarno, ha conosciuto un sacerdote e poi Salvatore Martinez. Da lì l’inizio di un lavoro come mediatore culturale in un centro che «non si sarebbe potuto aprire senza una figura che può favorire la convivenza di ragazzi cristiani e musulmani, che parlano diverse lingue e dialetti. Un lavoro delicato, difficile, che non dà riposo». «Quanto è difficile – ha aggiunto – essere un operatore di pace, ma quanto è bello vedere questo frutto della giustizia, in un mondo che non favorisce la riconciliazione e la fraternità». 

Tra gli ospiti Stefano Zamagni economista, professore di economia presso l’Università di Bologna, Alfredo Mantovano, Magistrato e già sottosegretario al Ministero degli Interni, Francesco Averna, Imprenditore e proprietario dello storico marchio, Giorgio Guerello, presidente del consiglio comunale di Genova, Roberto Arditti, direttore Relazioni Istituzionali Expo 2015, sponsor della serata. La parte musicale è stata affidata a Tosca, cantante e attrice, ed alla band DieciperDieci del Rinnovamento nello Spirito. Le letture dei testi sono state curate dall’attore Andrea Giordana.

Durante la serata è stato trasmesso il video di Papa Francesco ed il messaggio di monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione. Lo spettacolo, trasmesso in diretta su TV2000, è stato condotta da Arianna Ciampoli

 
Adriano Torti

Il Papa: «Il cristiano deve essere rivoluzionario»

Il Papa ha aperto ieri sera, in una sala Paolo VI stracolma di fedeli (almeno 15 mila a fronte di una previsione di 10 mila), tanto che è stato necessario allestire grandi schermi all’esterno, l’incontro con la sua Diocesi, quella di Roma. Il tema della catechesi del Papa è: “Io non mi vergogno del Vangelo“, da un brano della Lettera di San Paolo Apostolo ai Romani.  

La catechesi del Papa

“Il Signore ci ha voluto bene e per questo noi siamo in cammino sotto la Grazia di Dio. Questo è per noi gioia: non siete più sotto la legge, ma sotto la Grazia. Siamo liberi per questo, non siamo più schiavi della legge perché Gesù Cristo ci ha liberato. Il cristiano deve essere rivoluzionario perché la Grazia che il Padre ci dà attraverso suo Figlio fa di noi dei rivoluzionari perché cambia il cuore. Tutti siamo peccatori, ma la Grazia ci fa sentire che il Signore ci perdona e ci dà un cuore nuovo. Un cuore che ama, che soffre con gli altri. L’amore è la più grande forza di trasformazione della società perché annulla le distanze tra noi, ci fa sentire vicini. Dove si vende la Grazia, dove la posso comprare? No, la Grazia non si vende e non si compra, Gesù Cristo che la dona. L’amore di Gesù è così: ci dà la Grazia gratuitamente e noi dobbiamo darla ai fratelli e alle sorelle gratuitamente. Anche qui a Roma c’è tanta gente che vive senza speranza, che crede di trovare la felicità nella droga, nell’alcol, nel gioco d’azzardo, nella sessualità senza regole, ma si trovano sempre delusi. Quante persone senza speranza!”.

“Pensate anche ai giovani, che spesso non trovano senso alla vita, hanno provato tante cose, e cercano il suicidio come soluzione ai problemi. La speranza è come la Grazia: non si può comprare, è un dono di Dio. Noi dobbiamo offrire la speranza cristiana con la nostra testimonianza, la nostra gioia. Noi che abbiamo la gioia di accorgerci che non siamo orfani, che abbiamo un padre, possiamo essere indifferenti a questa città che ci chiede una speranza per guardare al futuro con più fiducia?”.

 
Il Papa ha poi scherzato sulle lamentale: non dobbiamo cedere alle visioni negative. Come già altre volte nelle scorse settimane, ha quindi chiesto ai sacerdoti di andare fuori, ad incontrare la gente, per portare la speranza e la gioia intorno a sé. “Bisogna prepararsi alla lotta spirituale contro lo spirito del male che non vuole evangelizzatori”. 
Infine, un accenno alla gratuità della consolazione che “noi discepoli del Crocifisso” dobbiamo portare nei luoghi dove nessuno vuole andare, per portare gratuitamente la Grazia di Dio. 
Oltre 15 mila fedeli 

Oltre 15 mila fedeli sono arrivati in Vaticano per partecipare al Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma. “Cristo, tu ci sei necessario. La responsabilità dei battezzati nell’annuncio di Gesù Cristo”, era il tema del convegno ecclesiale. Ad aprire i lavori è stato papa Francesco che terrà una catechesi intitolata “Io non mi vergogno del Vangelo” e ha presieduto un incontro di preghiera e di meditazione comunitaria animato dal Coro e dall’Orchestra della diocesi di Roma, diretti da monsignor Marco Frisi.
Il saluto del cardinale Vallini

Ecco il testo del saluto del cardinale vicario di Roma, Vallini. 
“Santo Padre! E’ grande la nostra gioia per questo incontro. La salutiamo con affetto e La ringraziamo di cuore di averci accolti. Sono qui i suoi Vescovi Ausiliari, i parroci, i vicari parrocchiali, i sacerdoti della pastorale universitaria, ospedaliera e del mondo del lavoro, i diaconi permanenti, i religiosi e le religiose e tanti fedeli laici, tutti impegnati nella pastorale delle nostre comunità. Come Chiesa di Roma siamo intorno a Lei, nostro Vescovo, e intendiamo rispondere con convinzione ed entusiasmo all’invito di Vostra Santità, espresso nelle Sue prime parole pronunciate la sera del 13 marzo, subito dopo la Sua elezione, alla Loggia di San Pietro. Quella sera ci ha detto: “Cominciamo questo cammino: Vescovo e popolo. [Il] cammino della Chiesa di Roma, che presiede nella carità tutte le Chiese….Un cammino di fratellanza, di amore…[perché] sia fruttuoso per l’evangelizzazione di questa città tanto bella”. 

Sì, Padre Santo, noi vogliamo essere con Lei, seguirLa in questo cammino, accogliere il suo magistero, attuare gli orientamenti pastorali che vorrà indicarci e anche consolarLa con abbondanti frutti spirituali per la nostra città e i suoi abitanti. 

La diocesi di Roma, Padre Santo, in questi anni porta avanti un progetto pastorale che mira a riproporre il Vangelo e la bellezza di essere discepoli di Gesù agli abitanti della nostra città. Al pari delle altre grandi metropoli, Roma è attraversata da profondi cambiamenti che toccano le ragioni stesse della vita. Non possiamo più dare per scontato che tra noi e intorno a noi, in un crescente pluralismo culturale e religioso, sia conosciuto il Vangelo di Gesù. Si pone pertanto la necessità di riproporlo e di ripensare il modo di generare alla fede nell’ambito di una connotazione missionaria di tutta la pastorale. In questo compito imprescindibile ci stiamo impegnando con rinnovato ardore. 

Sappiamo che non è impresa facile, ma – per citare un’espressione a Lei cara del documento di Aparecida – “la fede ci insegna che Dio vive nella città, perché il nostro Dio ha piantato la sua tenda in mezzo a noi” e “ci chiama a dialogare con tutte le culture”. Nell’ambito di una rinnovata pastorale battesimale e post-battesimale, che accompagni i genitori nell’educazione cristiana dei loro figli, abbiamo ritenuto quest’anno di insistere sullo stesso tema, allargando l’impegno alla responsabilità di tutti i battezzati di annunciare Gesù Cristo. La Chiesa, che è “madre e non una baby sitter” – come ha affermato Vostra Santità alcune settimane or sono (cfr. omelia 17 aprile 2013) – deve risvegliare e far crescere la responsabilità in tutti. Di qui il tema del nostro Convegno che questa sera si apre: “Cristo, tu ci sei necessario!”- 

La responsabilità dei battezzati nell’annuncio di Gesù Cristo. Siamo convinti che una parrocchia missionaria ha bisogno di nuovi protagonisti: vale a dire una comunità che si senta tutta responsabile del Vangelo. Padre Santo, La ringraziamo di cuore per la catechesi che ci offrirà sul testo di San Paolo ai cristiani di Roma: “Io non mi vergogno del Vangelo”, che darà l’orientamento giusto al lavoro pastorale di questi giorni. Grazie, Padre Santo”.

Il convegno diocesano

Al termine della catechesi, il Papa ha presieduto un incontro di preghiera e di meditazione comunitaria animato dal Coro e dall’Orchestra della diocesi di Roma, diretti da monsignor Marco Frisina. Il convegno proseguirà martedì 18, sempre alle 19.30, come di consueto nella basilica di San Giovanni in Laterano.
In programma la relazione di monsignor Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara, su “L’impegno della comunità ecclesiale per la responsabilità dei cristiani di annunciare Gesù Cristo”. Seguirà l’intervento del cardinale vicario Agostino Vallini sugli “Orientamenti pastorali”. La conclusione, mercoledì 19, nelle parrocchie o nelle prefetture della diocesi.

Avvenire del 17/06/2013

Responsabili regionali IRC

E’ previsto a Roma l’incontro dei responsabili regionali per l’Insegnamento della Religione Cattolica. Diversi i temi in agenda, alla luce della nuova Intesa firmata lo scorso anno e delle varie esigenze in rapporto alle attività delle Diocesi. L’incontro si svolge presso la sede della CEI di Via Aurelia 468, dalle ore 10.00 alle ore 17.00.

 
Qui il link per iscriversi.

XII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Prima lettura: Zaccaria 12,10-11;13,1

Così dice il Signore: «Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a me, colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito. In quel giorno grande sarà il lamento a Gerusalemme, simile al lamento di Adad-Rimmon nella pianura di Meghiddo. In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità».     

 

Chi abbia potuto suggerire a Pietro di rispondere in modo esatto, benché non del tutto consapevolmente, se non lo Spirito? Nel passo parallelo di Mt 16,17 Gesù afferma che Pietro ha parlato perché ispirato: «E Gesù: ‘Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli’».

     Lo Spirito fa recuperare all’uomo quelle disposizioni, grazia e consolazione, essenziali per mettersi in comunicazione con Dio. Inoltre, lo Spirito, aprendo gli occhi all’uomo, gli fa incontrare un Dio che si interessa a tal punto di lui da sentirsi trafitto, e lo induce così a trovare consolazione nel pianto della preghiera e dell’implorazione. Ma quando abbiamo visto Dio trafitto se non volgendo il nostro sguardo a Cristo crocifisso, figlio unico e primogenito di Dio morto per noi? Parlando delle Scritture adempiute da Gesù, il vangelo di Giovanni riprende proprio questo concetto: «E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (19,37). Luca inoltre ci descrive le donne che piangevano mentre Gesù si portava al luogo della sua crocifissione: «Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui» (23,27).

     Eppure, le cose non possono terminare con la morte: il riferimento ad Adad-Rimmon lo sottintende. Come nella pianura di Meghiddo i Cananei celebravano la morte di Baal (chiamato anche Adad-Rimmon) con il pianto e ne proclamavano la «rinascita», perché ricominciava con la primavera il cielo della natura, così il pianto effettuato a Gerusalemme

preluderà alla risurrezione del Messia, primavera di un’epoca nuova.

  

Seconda lettura: Galati 3,26-29 

Fratelli, tutti voi siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.

 

 

Ma che cosa è in grado di produrre la fede? Soltanto il riconoscimento di Gesù in quanto Figlio di Dio e Messia? Quale impatto si verifica? San Paolo, nel piccolo brano che leggiamo in questa domenica, ci illustra in sintesi il grande mistero al quale apparteniamo.

     La prima affermazione riguarda la fede che ci rende figli di Dio, «poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo» (3,27). Infatti, come esseri umani, abbiamo addosso un vestito disadatto a presentarci al cospetto del Padre buono e misericordioso. Quanto sia importante il vestito nel linguaggio biblico lo si desume dal fatto che esso viene considerato espressione dell’identità della persona. Nella parabola del banchetto nuziale «il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: ‘Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale’» (Mt 22,11-12). D’altronde, Paolo invita i cristiani a rivestirsi di Cristo, perché ciò vuol dire rinnovamento della vita: «Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri» (Rm 13,14).

     Una volta che ci siamo rivestiti di Cristo e apparteniamo a lui, non possono più sussistere quelle barriere che dividono l’umanità, rendendola infelice e nemica di se stessa. Avere tutti il medesimo «vestito», perciò, spinge l’umanità a riscoprirsi una nel nome di colui che l’ha salvata: «E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito» (1Cor 12,13). Il battesimo si fa dunque strumento di questo processo di unità e di pace, perché si parte tutti dallo stesso punto: l’essere figli di un unico Padre. Infatti, «beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).

     Infine, san Paolo collega l’appartenenza a Cristo con l’essere discendenza di Abramo e, quindi, eredi secondo la promessa fatta da Dio a lui. Gli Ebrei erano giustamente fieri di essere discendenza di Abramo: «Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno» (Gv 8,33). In verità, ad Abramo era stato promesso di diventare padre di una moltitudine di popoli: «Eccomi: la mia alleanza è con tè e sarai padre di una moltitudine di popoli. Non ti chiamerai più Abram ma ti chiamerai Abraham perché padre di una moltitudine di popoli ti renderò. E ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te nasceranno dei re» (Gn 17,4-6). A lui, come ci riferisce, ad esempio, Gn 15, fu detto che i suoi discendenti avrebbero avuto in eredità un paese, la terra d’Israele, immagine di quel regno che Dio instaurerà. In conclusione, con parole che lo stesso san Paolo usa in un altro contesto, «se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria» (Rm 8,17).

 

Vangelo: Luca 9,18-24

Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto». 

Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».
Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà».

              

 

Esegesi

      Durante la sua vita pubblica, Gesù ha sempre cercato di riservarsi dei momenti che non consistessero di solo puro riposo, bensì anche di preghiera o di dialogo con i propri discepoli. Già in questo stesso capitolo Luca ci narra che, al ritorno degli apostoli dalla missione, Gesù li invitò a ritirarsi con lui in disparte. Ma la folla glielo impedì, «costringendo» proprio lui a predicare e a guarire (9,10-11) e, infine, a moltiplicare i pani e i pesci (9,12-17). Questa volta, invece, sembra finalmente che ci sia riuscito, perché il versetto 18 ci informa che egli si trovava solo a pregare e i discepoli gli erano accanto. Ad ogni modo, l’evangelista Luca ci fa notare spesso che Gesù era solito pregare, specialmente nei momenti fondamentali della sua missione: ad esempio, nel giorno del battesimo, egli riceve lo Spirito mentre si trova in preghiera (3,21), oppure alla fine di impegnative fatiche apostoliche (5,16).

     Il Maestro è però anche conscio che un numero sempre maggiore di persone si interrogano sulla sua identità. Giovanni il Battista mandò addirittura i suoi discepoli a chiedere: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (7,20); dopo che la peccatrice fu perdonata in casa di Simone il fariseo, i commensali si domandarono: «Chi è costui che perdona anche i peccati?» (7,49). Persino Erode il tetrarca «sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risuscitato dai morti», altri: «È apparso Elia», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti». Ma Erode diceva: «Giovanni l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire tali cose?». E cercava di vederlo» (9,7-9). Erode davvero vide Gesù, ma in una circostanza nella quale non potette ascoltare nessuna sua parola (23,6-12).

     Se altrove molti si erano chiesti chi fosse Gesù, ora è egli stesso che vuole sapere che cosa gli altri pensino di lui. Il «sondaggio» d’opinione viene eseguito interrogando i discepoli, che si dimostrano ben informati, ripetendo quello che era stato detto al tetrarca Erode: «Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto» (9,19). Il parametro è chiaro: per il suo modo di comportarsi e di parlare, Gesù assomiglia tanto a quei profeti che, nell’Antico Testamento, erano stati protagonisti di buona parte della vita religiosa, e non solo, d’Israele. Gesù non può meravigliarsi del fatto che lo si paragoni a un profeta. Nella sinagoga di Nazaret, leggendo Is 61,12, egli dice che è stato consacrato come profeta e spiega il rifiuto dei suoi concittadini verso di lui con esempi tratti dalla vita di Elia ed Eliseo (4,16-27); dopo aver risuscitato il figlio della vedova di Nain, «tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: ‘Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo’» (7,16). In chiave polemica, lo afferma pure il fariseo Simone: «A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé: ‘Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice’» (7,39).

     Ma poi Gesù diventa curioso di sapere che cosa pensano i suoi discepoli, coloro che l’hanno seguito in giro per la Galilea assistendo a cose straordinarie compiute da lui. Pietro rispose per tutti: «Il Cristo di Dio» (9,20). Finora, nella sua vita pubblica, Gesù era stato chiamato «Cristo» soltanto da esseri non appartenenti al mondo umano, come gli angeli, che in 2,11 ne annunziarono ai pastori la nascita, e come i demoni, che lo riconoscono quale Cristo in 4,41. Ma nessun uomo lo aveva mai chiamato e riconosciuto come tale fin quando Pietro non dichiarò questa sua fede. L’espressione, usata nell’Antico Testamento per indicare il re (cf. 1Sam 24,7.11; 26,9.16.23) o una persona scelta da Dio per svolgere una

missione speciale (Is 45.1), esprime una visione di messia ancora parziale e soltanto legato al momento della gloria umanamente intesa, perciò Gesù sente il bisogno di impedire ai discepoli di affermare ciò in pubblico (la gente, ma neanche i discepoli, non era pronta per una rivelazione del genere), aggiungendovi l’annuncio della passione, morte e risurrezione, unitamente con le severe condizioni per la sequela. Annunciare il Cristo non significa annunciare con le sole parole una dottrina, bensì impegnare la propria psychè (vita) al punto da essere disposti a perderla, come la perse Gesù stesso, per ritrovarla poi nella risurrezione.

 

Meditazione

     Si potrebbe cogliere nella domanda che Gesù rivolge ai discepoli la prospettiva teologica a cui ci orienta la liturgia della Parola di questa domenica: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Lc 9,20). Chi è Gesù per il discepolo? Nella sequela quotidiana dietro questo maestro così discusso, così misterioso, il discepolo ha avuto il coraggio di fissare lo sguardo sul volto autentico di Gesù? E quali tratti di questo volto è riuscito a cogliere? L’interrogativo che Gesù pone ai discepoli incuriosisce anche la gente e inquieta lo stesso Erode (cfr. 9,7-8); le risposte a questa domanda si rincorrono e i modelli biblici sembrano offrire una qualche spiegazione sulla identità di Gesù: è Giovanni «risorto dai morti» (9,7), «altri dicono Elia; altri, uno degli antichi profeti che è risorto» (9,19). Ora però, è Gesù stesso a porre questa domanda e lo fa coinvolgendo i discepoli in una risposta personale: «Ma voi, chi dite che io sia?» (9,20). Pietro si fa portavoce dei suoi compagni e la sua risposta va ben oltre le varie opinioni raccolte tra la gente: per i discepoli Gesù è «il Cristo di Dio» (v. 20). Il discepolo, nella fede, intuisce il mistero che abita Gesù e proclama in lui l’uomo scelto da Dio per l’attuazione delle sue promesse di salvezza. Ma la via che il Messia sceglie per portare a compimento il progetto di Dio, «per riversare sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione» (Zc 12,10), è una via misteriosa che passa attraverso una umiliazione che lascia sconcertato l’uomo perché contrasta con le sue attese di gloria e di potere. Gesù è il Cristo di Dio perché è il Figlio obbediente, il servo umile che ascolta e realizza la Parola, rivelando la fedeltà di Dio al suo popolo, nonostante il suo rifiuto e la sua incredulità. Gesù è il Messia perché è «il Figlio dell’uomo (che) deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (v. 22). Tratteggiando questo volto del Messia così inaudito e scandaloso per l’uomo, Gesù rilegge l’oscura profezia di Zaccaria, portandola a compimento: quel re messianico coperto di ferite è lui stesso, il crocifisso, dal cui fianco aperto usciranno sangue e acqua (cfr. Gv 19,34), segno di quello spirito di grazia e di con-solazione riversato sull’umanità intera (cfr. Zc 12,10). Di fronte a questo volto, il discepolo deve compiere un movimento di conversione, un lungo cammino di purificazione perché siano cancellate quelle pretese dell’uomo che diventano pietra di inciampo e venga accolta la rivelazione del Messia crocifisso.

     Per comprendere il cammino di questo messia rifiutato è necessario attendere il momento in cui si attuerà la profezia: «…guarderanno a me, colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico» (Zc 12,10, testo citato in Gv 19,37). Tuttavia, dal momento in cui il discepolo ha accettato di rispondere alla domanda di Gesù e compromettersi con la sua via, è già iniziato questo cammino di conversione, perché incessantemente deve volgere lo sguardo verso colui che cammina decisamente verso Gerusalemme (cfr. Lc 9,51), lì dove il Figlio dell’uomo deve essere «ucciso e risorgere il terzo giorno» (9,22). Ora il discepolo deve porsi la domanda: chi è il discepolo che segue questo Messia? Ed è Gesù a rispondere a questo interrogativo nascosto nel cuore di tutti coloro che hanno ascoltato, disorientati e sconcertati, l’annuncio della passione del Messia: «se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà» (vv. 23-24). L’identità del discepolo si fonde con quella di Gesù e il cammino di Gesù motiva e da qualità al cammino di sequela del discepolo. Si tratta di andare dietro a Gesù, di seguire Gesù, di perdere la propria vita per causa sua. Ciò che costituisce l’identità del discepolo e rende autentica la sua sequela è anzitutto e soprattutto la scoperta del volto di Gesù, l’aver risposto personalmente e in modo irrepetibile a quella chiamata espressa nell’interrogativo: «Ma voi, chi dite che io sia?». Da questa risposta che coinvolge il discepolo nel cuore stesso della sua vita, quella vita che può essere persa o salvata in relazione a Gesù, dipende la serietà della sequela, e nello stesso tempo la sua fatica, la sua sofferenza. Gesù scandisce in tre momenti il cammino del discepolo, tre tappe che rendono autentica ogni sequela. Il punto di partenza è la libertà che nasce dall’incontro con Gesù ed è solo lui che deve essere seguito («se qualcuno vuol venire dietro a me», v. 23).

     Ma per seguire sono necessarie due condizioni: una reale libertà da se stessi e la scelta di affrontare il cammino stesso di Gesù verso Gerusalemme. Rinnegare se stessi in un contesto in cui si parla di realizzazione di sé, può suonare negativo. Gesù non vuole che il discepolo rinunci alla propria umanità, alla bellezza della propria vita. Ma vuole che questa vita sia veramente bella. Infatti proprio quel mondo interiore fatto di pretese di dominio, di violenza, di falsità, quell’amore smodato di sé che ci illude di salvare la propria vita per il solo fatto di tenerla stretta tra le mani, rende la nostra vita brutta, infelice. È questo che deve essere abbandonato per diventare liberi, per vivere da salvati.

     E poi è necessario prendere la propria croce. Anzi Luca aggiunge: ogni giorno (v. 23). Qual è la croce da prender su di sé? Sono le sofferenze che si incontrano nella vita (dolore, malattie, fallimenti ecc.)? Ma può Gesù invitarci a prender ciò che contraddice la dignità dell’uomo? La croce da prendere, la sofferenza da portare (ed è la propria, quella che solo ciascuno di noi può assumere liberamente) non è tanto la sofferenza che nasce dalla relazione con i limiti della natura umana (in qualche modo inevitabile, anche se attraverso di essa possiamo scoprire qualcosa di diverso in noi); è la sofferenza che nasce dalla nostra relazione con Cristo. È la sofferenza di chi lotta per essere fedele a Gesù, di chi ogni giorno fatica nella sua sequela, di chi si scontra con la apparente debolezza delle promesse di Dio,

di chi rischia tutto per obbedire alla logica del vangelo. È la fatica di esser cristiani. La croce non ha senso in sé. Solo in Cristo, nel suo amore sino alla fine, essa acquista un senso. E diventa il paradosso del chicco di grano che per portare frutto deve accettare di essere nascosto sotto terra e morire (cfr. Gv 12,24). Ma ciò che conta è il frutto. Si comprende la morte del seme dal frutto che porta. È il paradosso di una vita perduta perché donata e quindi vissuta in pienezza, cioè salvata (cfr. Lc 9,24 e Gv 12,25). Si comprende la croce dal dono della vita che da essa sgorga.

     La rinuncia e la croce (la fatica di esser discepoli) sono la qualità e l’autenticità della sequela. Ma la sequela non si riduce alla rinuncia e alla croce. Non solo perché la meta della sequela è la gioia, è l’evangelo, una vita salvata, ma soprattutto perché la sequela è camminare dietro a Gesù, è l’esperienza quotidiana della comunione con lui, comunione che è salvezza e perdono. Si rinuncia e si perde per trovare la vita. Ancora una volta siamo richiamati a guardare in avanti (solo così si può camminare), a tenere fisso il nostro sguardo sul volto di Gesù, perché è lui che ci precede ed è lui solo a conoscere la via.

 

Preghiere e racconti

 

«Di Dio oggi nulla posso dirvi»

Dice Angela da Foligno una mistica del secolo XIII al confessore che insisteva perché ella gli spiegasse meglio una sua esperienza mistica, a un certo punto, gli disse: Padre, se tu provassi ciò che ho provato io e poi salissi sul pulpito a predicare, non potresti far altro che dire, rivolto al popolo: “Fratelli, andatevene con la benedizione di Dio perché di Dio oggi nulla posso dirvi”.

Fede e roccia

L’uomo d’oggi, Signore Gesù, è sommerso

dall’appariscenza e dall’effimero,

si lascia incantare da frasi vuote e immagini colorite,

ha perso la capacità di riflettere,

si lascia trascinare da mode e miti

che durano una stagione.

Signore, tu hai scelto Pietro come roccia

non per le sue qualità umane,

ma per la fedeltà alla confessione di fede.

Donaci la fede di Pietro, solida e certa

su cui edificare la tua Chiesa.

Donaci la tua fiducia tale da meritare

in custodia le chiavi del Regno

e confermare nella fede i fratelli vacillanti.

Siamo chiamati a riconoscere il tuo primato

e servirti nell’umiltà.

La fede di Pietro è roccia incrollabile,

modello di chiunque voglia credere nella Verità.

Fa’ che anche noi, come Pietro, possiamo dire:

«Signore, tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».

Critica di se stessi

Fedeltà a se stessi? Questo minuscolo sé che cosa contiene di così grande per essergli fedele? Appare spesso così piccolo, altezzoso, supponente, meschinamente interessato … stupido. Affidarsi a questa instabile imbarcazione per attraversare il mare della vita non è certo una garanzia. Gesù lo insegnava a suo modo dicendo: “chi vorrà salvare la propria vita, la perderà”, cioè chi si concentrerà unicamente su se stesso si smarrirà, chi imposterà la sua vita solo sul proprio interesse e sul proprio piacere non guadagnerà ciò che è veramente prezioso nella vita: “Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?”.

Siamo in presenza di un paradosso, c’è qualcosa che si può perdere o che si può guadagnare, e questo qualcosa è la psyché, l’anima spirituale, cioè (dinamicamente considerata) la libertà. Devo fare di tutto per guadagnare la mia anima spirituale, per salvaguardare la mia libertà, perché lo scopo della mia esistenza di uomo consiste esattamente in questo. Ma ecco il paradosso: proprio per guadagnare il centro di me stesso, devo diffidare di me stesso, mi devo superare. La versione della Cei traduce le parole di Gesù in Marco 8,34 in questo modo: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso”, mentre sarebbe meglio rendere il verbo greco aparnéomai con “negare” nel senso di “vincere”, “superare”; se qualcuno vuol venire dietro di me, si deve negare, si deve superare. Non si tratta di rinnegare se stessi quasi in odio a se stessi, ma si tratta di superare i propri interessi particolari per realizzarsi veramente nell’adesione a qualcosa di più grande. Solo uscendo dal mio orizzonte inevitabilmente limitato sarò infatti nella condizione di incontrare qualcosa di più grande e di più stabile del mio piccolo e instabile Io, affidandomi al quale il mio Io nella sua profondità (l’anima spirituale) non si perde, ma si guadagna, si fortifica, si compie. […] Il nostro essere-energia va coltivato, speso, investito: solo così si sviluppano tutte le nostre potenzialità e diventiamo veramente ciò che siamo, cioè liberta che vuole la verità, che vuole aderire alla realtà.

(Vito MANCUSO, La vita autentica, Raffaello Cortina Ed., Milano, 2009, 107-109).

L’incontro con la croce

Nel 1917, allorché Edith Stein era assistente di Edmund Husserl, giunse a Friburgo una notizia dolorosa. Adolf Reinach, anche lui assistente di Husserl, era morto sul campo di battaglia delle Fiandre. Il dolore di Edith Stein fu grande; pensò alla moglie di Reinach. Da Gottinga, la pregarono di ordinare il lascito di Reinach. Edith Stein temeva di rivedere la vedova. Il suo animo era sconvolto: Reinach, che insieme con Husserl costituiva il fulcro del circolo di Gottinga, non viveva più. Attraverso la sua bontà, aveva potuto gettare uno sguardo in quel mondo che le sembrava sbarrato. Il ricordo non la aiutava. Che cosa avrebbe potuto dire alla moglie, certamente in preda alla disperazione? Edith Stein non poteva credere a una vita eterna.

L’atteggiamento rassegnato della signora Reinach la colpì come un raggio di luce che proveniva da quel regno nascosto. La vedova non era abbattuta dal dolore. Nonostante il lutto, era piena di una speranza che la consolava e le dava pace. Di fronte a questa esperienza, andarono in frantumi gli argomenti razionali di Edith Stein. Non la conoscenza chiara e distinta, ma il contatto con l’essenza della verità trasformò Edith Stein. La fede risplendette a lei nel mistero della croce. Era necessario ancora un lungo cammino prima che riuscisse a trarre tutte le conseguenze da questa esperienza. Per una pensatrice come Edith Stein, non era facile tagliare tutti i ponti e osare il salto nella nuova vita. Ma il colpo fu così forte che ancora poco prima della sua morte, parlava in questi termini della sua esperienza al gesuita padre Hirschmann: «Fu il mio primo incontro con la croce e con la forza divina che essa comunica a chi la porta. Vidi per la prima volta, tangibile davanti a me, la chiesa, nata dal dolore del Redentore, nella sua vittoria sul pungolo della morte. Fu il momento in cui andò in frantumi la mia incredulità e risplendette la luce di Cristo, Cristo nel mistero della croce»

(W. HERBSTRITH [ed.], Edith Stein, La Mistica della Croce. Scritti spirituali sul senso della vita, Roma 1987, 87).

Che cosa sei tu per me?

Signore,

che cosa sono io per te,

perché tu voglia essere amato da me

al punto che ti inquieti se non lo faccio,

e mi minacci severamente?

Come se non fosse già una grossa sventura il non amarti!

Dimmi, ti prego,

Signore Dio mio misericordioso,

che cosa sei tu per me?

Dì alla mia anima:

«Io sono la tua salvezza».

Dillo, che io lo senta.

Le orecchie del mio cuore, Signore,

sono davanti a te;

aprile e dì alla mia anima:

«Io sono la tua salvezza».

Rincorrerò questa voce

e così ti raggiungerò;

tu non nascondermi il tuo volto.

(AGOSTINO D’IPPONA, Confessioni I, 5).

 

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

– Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

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M. FERRARI, monaco di Camaldoli, «Oggi di è adempiuta questa scrittura», Milano, Vita e Pensiero, 2013.

COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Seconda parte: Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla Risurrezione, Città del Vaticano, Liberia Editrice Vaticana, 2011.

– C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.

 PER L’APPROFONDIMENTO:

XII DOM TEMP ORD (C)

La famiglia educa alla custodia del creato

«La donna saggia costruisce la sua casa, quella stolta la demolisce con le proprie mani» (Pr 14,1).
Questa antica massima della Scrittura vale per la casa come per il creato, che possiamo custodire e purtroppo anche demolire. Dipende da noi, dalla nostra sapienza scegliere la strada giusta.
Dove imparare tutto ciò? La prima scuola di custodia e di sapienza è la famiglia. Così ha fatto Maria di Nazaret che, con mani d’amore, sapeva impastare «tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata» (Mt 13,33). Così pure Giuseppe, nella sua bottega, insegnava a Gesù ad essere realmente «il figlio del falegname» (Mt 13,55). Da Maria e Giuseppe, Gesù imparò a guardare con stupore ai gigli del campo e agli uccelli del cielo, ad ammirare quel sole che il Padre fa sorgere sui buoni e sui cattivi o la pioggia che scende sui giusti e sugli ingiusti (cfr Mt 5,45).
 
Perché guardiamo alla famiglia come scuola di custodia del creato? Perché la 47ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, che si svolgerà dal 12 al 15 settembre 2013 a Torino, avrà come tema: La famiglia, speranza e futuro per la società italiana. Nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, poi, rileggiamo la costituzione pastorale Gaudium et spes, che alla famiglia, definita «una scuola di umanità più completa e più ricca», dedica una speciale attenzione: essa «è veramente il fondamento della società perché in essa le diverse generazioni si incontrano e si aiutano vicendevolmente a raggiungere una saggezza umana più completa ed a comporre convenientemente i diritti della persona con le altre esigenze nella vita sociale» (n. 52).
 
In questo cammino ci guida il luminoso magistero di Papa Francesco, che ha esortato più volte, fin dall’inizio del suo pontificato, a «coltivare e custodire il creato: è un’indicazione di Dio data non solo all’inizio della storia, ma a ciascuno di noi; è parte del suo progetto; vuol dire far crescere il mondo con responsabilità, trasformarlo perché sia un giardino, un luogo abitabile per tutti… Il “coltivare e custodire” non comprende solo il rapporto tra noi e l’ambiente, tra l’uomo e il creato, riguarda anche i rapporti umani. I Papi hanno parlato di ecologia umana, strettamente legata all’ecologia ambientale. Noi stiamo vivendo un momento di crisi; lo vediamo nell’ambiente, ma soprattutto lo vediamo nell’uomo… Questa “cultura dello scarto” tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti. La vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera o disabile, se non serve ancora – come il nascituro –, o non serve più – come l’anziano. Questa cultura dello scarto ci ha resi insensibili anche agli sprechi e agli scarti alimentari, che sono ancora più deprecabili quando in ogni parte del mondo, purtroppo, molte persone e famiglie soffrono fame e malnutrizione» (Udienza Generale, 5 giugno 2013).
 
«Come la famiglia può diventare una scuola per la custodia del creato e la pratica di questo valore?», chiede il Documento preparatorio per la 47ª Settimana Sociale. Come Vescovi che hanno a cuore la pastorale sociale e l’ecumenismo, indichiamo tre prospettive da sviluppare nelle nostre comunità: la cultura della custodia che si apprende in famiglia si fonda, infatti, sulla gratuità, sulla reciprocità, sulla riparazione del male.
 

Il matrimonio è in crisi.

Allo studio una pastorale familiare più efficace

L’impressione è che papa Francesco si avvicini ai problemi e ai temi scottanti – o controversi – con molta gradualità, per accenni; dando un’idea di come potrebbe pensarla, o la pensa, ma esprimendo problemi e questioni da porre sul tappeto, più che indirizzi o soluzioni precise. E così, mentre ci si avvicina ai fatidici cento giorni di regno (è stato eletto il 13 marzo 2013) oggi ha toccato il tema della famiglia. Sulla quale finora aveva parlato usandone come di un termine positivo: la Chiesa deve essere una famiglia, ha detto, e ha affermato di sentirsi in famiglia fra gli studenti delle scuole dei gesuiti; senza dimenticare di dire al presidente Napolitano che sono i legami familiari le vittime della crisi.

Oggi ha aperto il discorso sul matrimonio. La Chiesa Cattolica non può ignorare il “problema serio” delle convivenze prematrimoniali.  “Oggi tanti cattolici non si sposano, convivono, il matrimonio è provvisorio”, ha affermato, parlando a braccio al Consiglio ordinario della segreteria generale del Sinodo dei vescovi. E ha accennato all’incontro con gli otto cardinali suoi “consiglieri” che a ottobre dovrebbero discutere della riforma della Curia. Ma non solo, evidentemente.

“Nella riunione che avremo in ottobre – ha rivelato – è stata prevista la domanda: a chi dobbiamo affidare uno studio sulla pastorale familiare in genere: al Sinodo? A un Sinodo speciale o ordinario? Diranno loro, ma questo e’ un problema che in ottobre vedremo”.

Ancora una volta papa Francesco ha messo da parte il discorso previsto e ha preferito svolgere un dialogo libero con i presuli del Consiglio. Al termine è stato elogiativo: “Avete idee ricche!”. Poi ha elencato tre temi, partendo dalla questione della famiglia che, ha rivelato inoltre, è un problema “tirato fuori” spesso nel corso degli incontri con i vescovi italiani in visita ‘ad limina apostolorum’.

 Il secondo tema riguarda l'”ecologia umana”. Per Francesco è un problema serio perché le pratiche della medicina vanno contro l’ecologia umana, la distruggono”, e ciò mentre “sul piano dell’incontro con Dio viviamo un’epoca da una parte agnostica, e come contropartita pelagiana. E’ una mescolanza in questa cultura nuova come arriviamo a aiutare le persone, i cattolici in questa teologia che ci propone la secolarizzazione”.  Il Papa ha toccato il ”tema antropologico”, sottolineando che oggi ”noi viviamo in un’antropologia nuova, che fa uscire da sé ermeneutiche nuove, mentre a volte vediamo le cose con ermeneutiche che non sono appropriate”. ”La laicità è  diventata laicismo e adesso secolarizzazione – ha detto -. Il problema dell’antropologia secolarizzata e’ un problema grave nella Chiesa, è serio”.

L’impressione è che papa Francesco si sia dato tempi lunghi, su questo e altri problemi. Resta da vedere se vorrà mantenere questi ritmi anche di fronte a possibili stimoli esterni; per esempio dei gesti concreti, da parte del sindaco della città di cui è vescovo, in tema di matrimonio per persone dello stesso sesso. Papa Francesco, che sembra privilegiare il termine e il ruolo di vescovo di Roma, rispetto a quello di Papa, che cosa farà? Da arcivescovo di Buenos Aires prese posizione senza mezze misure.

vaticaninsider del 13/06/13

Fiuggi Family Festival 2013

“Tutti per Uno”  è il tema della sesta edizione del Fiuggi Family Festival, in programma dal 21 al 28 luglio. L’offerta ludico e culturale del FFF è quest’anno particolarmente ricca di novità interessanti e divertenti per tutte le età, tra proiezioni ed eventi dal primo pomeriggio alla mezzanotte,  festa in piazza per le famiglie, degustazioni gratuite ed esecuzioni  di musiche dal vivo.

CINEMA

Per quanto riguarda il cinema nel cartellone delle retrospettive figurano titoli come Bianca come il Latte Rossa come il Sangue, di Giacomo Campiotti, tratto dall’omonimo romanzo di Alessandro D’Avenia; Il Figlio dell’Altra, di Lorraine Lévy; L’Amore Inatteso, di Anne Giafferi;  Un Giorno devi Andare, di Giorgio Diritti; Il Sole Dentro, di Paolo Bianchini; L’Anima Attesa, di Edoardo Winspeare (il regista è tra gli invitati al festival).  Per i più piccini in programma una ricca selezione dei più recenti film d’animazione come, tra gli altri, l’acclamato Vita di P diretto da Ang Lee, basato sull’omonimo romanzo di Yann Martel; The Croods di Chris Sanders e Kirk De Micco (film d’animazione del 2013 con protagonisti del cast vocale Nicolas Cage, Ryan Reynolds, Emma Stone e Catherine Keener, primo film prodotto dalla DreamWorks Animation dopo l’accordo di distribuzione con la 20th Century Fox); Ribelle, The Brave, di Mark Andrews, Brenda Chapman (il nuovo film d’animazione siglato Disney-Pixar); Il Grande e Potente Oz, di Sam Raimi (prequel de “Il mago di Oz” di Victor Fleming). E poi ancora, tra gli altri titoli per ragazzi sono da confermare Hotel Transilvania, diretto da Genndy Tartakovsky , con le voci italiane di Stefania Capotondi e Claudio Bisio voce di Dracula; La collina dei papaveri, seconda regia del giapponese Gorō Miyazaki; Epic, favola ecologica di Chris Wedge (L’Era Glaciale) in coppia con Beyoncé Knowles (nel cast vocale italiano Maria Grazia Cucinotta e Lillo & Greg). In concorso, tra gli altri, la commedia Allez, Eddy!, di Gert Embrechts.

TEATRO

Il festival quest’anno viene inaugurato dallo spettacolo teatrale dal titolo C’era una volta, realizzato interamente da bambini disabili in collaborazione con l’Unitalsi (GranTeatro, ore 17,30), a seguire il musicalPinocchio realizzato dai giovani dello staff del festival, e si prosegue quindi con la proiezione de Il grande e potente Oz (ore 21).

SPORT

Un’ampia sezione sarà dedicata allo sport, con tornei e attività  di alto livello in partnership con il Csi(Centro Sportivo Italiano) che si svolgeranno al mattino nella zona bassa di Fiuggi.

MUSICA LIVE

Venerdì 26 luglio sarà caratterizzato dall’esibizione live dal titolo Da fratello a fratello di Franco Fasano(cantautore e autore, tra gli altri, di Mina e Drupi) accompagnato dal gruppo musicale White Nymphs. Ogni giorno la festa continua, con proiezioni ed eventi, ospiti e musica dalle ore 17,00 alla mezzanotte nella location principale del festival, la piazza del suggestivo borgo medievale di Fiuggi che ospiterà anche l’aperitivo delle 20,00’, iniziativa allietata dalla diffusione esterna di colonne sonore scelte ogni giorno secondo un genere cinematografico, un occasione di incontro per tutti dove ha promesso di non mancare lo stesso Franco Fasano prima e dopo il suo concerto.

CUCINA

Assieme ai  film e alle anteprime che caratterizzeranno ogni giorno il festival, tra il concorso internazionale, visioni a tema e retrospettive, troverà spazio nel FFF 2013 anche la… cucina nell’ambito del progetto ‘Sapori e Tradizioni’: con degustazioni gratuite per tutti i partecipanti, il festival varerà quest’anno la prima tappa dell’iniziativa – realizzata in accordo con l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Frosinone – che coinvolgerà ogni anno cinque Comuni della Provincia in favore della promozione  e diffusione delle loro peculiarità culturali, di tradizione e costume.

PASSEGGIATE

E per i cultori delle passeggiate? L’FFF ha pensato anche a loro: grazie al prezioso supporto del Club Alpino Italiano ogni mattina ci si potrà avventurare nei suggestivi itinerari del ‘Il Cammino delle Abbazie, da Subiaco a Montecassino, sulle orme di San Benedetto’; un percorso a piedi in nove tappe per ripercorrere il viaggio intrapreso dal Santo Patrono d’Europa tra l’anno 525 ed il 529: tra i ‘viandanti ospiti d’onore’, mercoledì 24, Sergio Valzania (vice direttore di radio Rai) e il cantautore Davide Riondino che, tra l’altro, incontreranno i giovani in Teatro alle 17.30.

Proprio in questi giorni si va via via confermando il programma ufficiale con tutti i titoli dell’offerta cinematografica – che resta il nucleo fondante della manifestazione ideata da Gianni Astrei – e le altre novità riguardanti gli interessi dei giovani, la televisione, il teatro, attività per i più piccini e i volti noti dello spettacolo e delle Istituzioni che incontreranno il pubblico. Riconfermata la fondamentale presenza di Mussi Bollini nel ruolo di direttore artistico. Presieduto da Antonella Bevere Astrei, il Fiuggi Family Festival si fregia del titolo di primo festival cinematografico esclusivamente dedicato alle famiglie italiane e gode del patrocinio, tra gli altri, del Forum Nazionale delle Associazioni Familiari e del MiBAC . “Il tema di quest’anno è molto bello – chiosa la presidente – ‘Tutti per uno’ come il grido dei moschettieri del re di Francia, come il desiderio più profondo di ogni comunità che vede sempre nel più debole l’oggetto di maggior tenerezza”. Ma un festival cinematografico anche diverso perché per tutti, dove sfilano sul ‘red carpet’  non solo i personaggi noti ma soprattutto le famiglie, le più importanti protagoniste dell’evento, come ricorda il significativo e divertente promo del FFF realizzato per l’occasione dal giovane Angelo Astrei e il suo staff della Comunicazione. Consolidatosi ormai come la vacanza-evento a target family più attesa dell’anno, sono già attese circa 8000 persone di nuclei familiari provenienti da tutt’Italia e non solo.

Ufficio Stampa – Direttore: Paolo Piersanti, mob. 333 2919592 –paolo.piersanti@fiuggifamilyfestival.org –
Addetti stampa: Alex Di Giulio – ufficiostampa@fiuggifamilyfestival.org   – www.fiuggifamilyfestival.org

SOLIDARIETA’

Tra i numerosi stand di gadget, promozione letteraria e intrattenimento per i più piccini, non mancherà un punto di raccolta firme per la petizione parlamentare “Uno di noi”, iniziativa promossa dal Movimento per la Vita volta a riconoscere la dignità di ‘persona’ ad ogni essere umano sin dal concepimento.

“Biblioteche ecclesiastiche e internet per una nuova evangelizzazione”

“Biblioteche ecclesiastiche e internet per una nuova evangelizzazione” è il tema del convegno di studi che si è aperto ieri, 11 giugno, a Roma presso Casa La Salle in via Aurelia (fino al 13 giugno), in occasione del 35° anniversario di fondazione dell’Associazione bibliotecari ecclesiastici italiani (Abei).

Il patrimonio di testi, libri, incunaboli, manoscritti, raccolti nelle oltre 5.000 biblioteche cattoliche in Italia è enorme. Nel sito www.abei.itl’associazione propone un elenco in continua evoluzione e aggiornamento nel quale compaiono biblioteche parrocchiali, diocesane, di associazioni, ordini, congregazioni, movimenti, centri culturali ecc., con l’indicazione del numero dei volumi presenti, i dati generali, l’accesso e così via.

L’Abei sta anche conducendo un censimento della storia e consistenza dei periodici di istituti religiosi che ha già permesso di censire oltre 6mila titoli, anche questo dato in continua evoluzione. L’associazione propone nel corso dell’anno varie iniziative culturali e formative, tra cui corsi di formazione per bibliotecari, la redazione di strumenti di lavoro (l’Annuario delle biblioteche ecclesiastiche italiane, liste di autorità in campo religioso riguardante le realtà della Chiesa cattolica quali Bibbia, Papi, Curia Romana, ordini religiosi…), il “Bollettino d’informazione” che pubblica notizie sulle attività e sulla storia delle biblioteche ecclesiastiche e si pone come strumento di collegamento nel mondo bibliotecario, in particolare condividendo liste di volumi e riviste per facilitare gli scambi tra i vari aderenti.

Per cogliere il significato del convegno su biblioteche e rete internet, il Sir ha posto alcune domande al presidente dell’Abei, monsignor Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale.

Mons. Pennisi, che potenziale vede nelle biblioteche ecclesiastiche dal punto di vista culturale e pastorale?
“Certamente il potenziale delle nostre biblioteche è enorme, sia per la cultura, sia per l’evangelizzazione. Oltre che per la disponibilità in sé di preziosi e rarissimi volumi, ad esempio con la presentazione di mostre che possono incuriosire soprattutto i giovani a rapportarsi al libro. E poi oggi anche attraverso la Rete, cui abbiamo deciso di dedicare questo convegno. Il fatto che ormai molte biblioteche sono in Rete, e che mettono a disposizione sia il catalogo come anche dei libri in versione informatica, può rappresentare una strada per l’accesso a questi libri fino a poco fa non percorribile se non da pochissime persone, in genere studiosi e cultori della materia. Senza contare che molti fedeli laici cristiani, grazie al potenziamento e arricchimento delle biblioteche ecclesiastiche, possono approfondire la propria fede ponendosi in dialogo con la cultura contemporanea. E questo, sia approfondendo la Sacra Scrittura e le più recenti elaborazioni della teologia, sia tramite occasioni in cui sviluppare nuove forme di dialogo con la cultura contemporanea”.

Qual è il livello di utilizzo delle biblioteche ecclesiastiche attualmente? Per lo più vi accedono religiosi, studiosi e specialisti o anche persone comuni?
“Ci sono alcune biblioteche specializzate, come quelle delle Facoltà ecclesiastiche, che in genere sono frequentate soprattutto dagli studenti delle stesse Facoltà come anche da studenti delle Università civili che compiono studi o approfondimenti di tipo religioso. Invece per quanto riguarda le biblioteche parrocchiali, che hanno caratteristiche più ‘popolari’, e anche alcune biblioteche diocesane, esse svolgono un servizio utilissimo per un pubblico molto più vasto. Per esempio posso citare quella di Trapani che è diocesana e che ha un reparto per i ragazzi. Molti vanno in biblioteca a fare le proprie ricerche. Così il fatto che la biblioteca diocesana o parrocchiale metta a disposizione non solo dei libri ma anche materiale che sia utile per queste ricerche serve per allargare a un pubblico molto più vasto la consultazione dei libri religiosi che vi sono conservati”.

Internet alla lunga danneggerà le biblioteche oppure ne potenzierà l’uso?
“La Rete, come ogni strumento, è ‘ambiguo’. Può essere usata bene, oppure male. Io sono ottimista, penso che potrà potenziare l’uso dei libri, anche se obiettivamente c’è il rischio che alcune persone pensino che con la Rete non ci sia più bisogno di consultare i libri, allontanandosi da essi. Invece, guardando alla Rete da un’altra prospettiva, un suo corretto impiego potrebbe e dovrebbe stimolare la conservazione informatica degli stessi volumi facilitandone quindi l’utilizzo allargato a un’utenza più vasta”.

SIR dell’11/06/2013