Non è un fatto privato, nè per chi è senza coraggio

Il messaggio della Salvezza, spiega l’autorevole filosofo, offre un “senso” all’origine e alla fine della vita, fonda la dignità di ogni persona umana e dà valore alla famiglia.

«La sostanza della nostra fede è che noi riconosciamo in Cristo il Figlio di Dio, vivente, incarnato e divenuto uomo». Questo scriveva l’allora cardinale Joseph Ratzinger ne Il sale della terra (1997). E aggiungeva che davanti a Cristo bisogna decidersi: «Si tratta di una decisione […)]che riguarda l’intera struttura della vita, che ha a che fare con me stesso nella parte più profonda di me… Si tratta di una decisione che abbraccia la totalità della mia esistenza: come vedo il mondo, quel che voglio essere, e quel che sarò. Non si tratta di una delle tante decisioni sul mercato delle possibilità che mi vengono offerte. Qui, al contrario, è in gioco tutto ciò che ha a che fare con la mia vita e con il suo destino».

«Profondamente grato», a Benedetto XVI, per il «prezioso lavoro» da lui sviluppato nella prima stesura della lettera enciclica sulla fede, papa Francesco fa subito presente che «chi crede, vede; vede con una luce che illumina tutto il percorso della strada, perché viene a noi da Cristo, stella mattutina che non tramonta». È ben vero, egli dice, che tanti nostri contemporanei hanno parlato della fede come di una luce illusoria e, a tal proposito, cita un brano da una lettera di Nietzsche alla sorella Elisabeth: «Se vuoi raggiungere la pace dell’anima e la felicità, abbi pure fede; ma se vuoi essere un discepolo della verità, allora indaga». Il credere, dunque, si opporrebbe al cercare. Senonché – precisa papa Francesco – così non è, perché «a poco a poco si è visto che la luce della ragione autonoma non riesce a illuminare abbastanza il futuro; alla fine, esso resta nella sua oscurità e lascia l’uomo nella paura dell’ignoto».

I problemi più importanti della nostra vita esulano dalla ragione scientifica; la filosofia non salva; e “il senso” è sempre religioso. Aveva ragione Wittgenstein a dire che «noi sentiamo che se anche tutti i problemi della scienza ricevessero una risposta, i problemi della nostra vita non sarebbero neppure sfiorati». E, d’altro canto, la filosofia non salva. La filosofia – ha scritto Norberto Bobbio – pone la «grande domanda» (perché l’essere e non il nulla?), ma non si è dimostrata in grado di offrire risposte soddisfacenti. E, «proprio perché le grandi risposte non sono alla portata della nostra mente, l’uomo» – è ancora Bobbio a parlare – «rimane un essere religioso, nonostante tutti i processi di demitizzazione, di secolarizzazione, tutte le affermazioni della morte di Dio che caratterizzano l’età moderna e ancor più quella contemporanea». La «grande domanda » è «una richiesta di senso, che rimane senza risposta, o meglio che rinvia a una risposta, che mi pare difficile chiamare ancora filosofia». Il “senso”, in altri termini, è sempre religioso. Di nuovo, Bobbio: «Non è sufficiente dire: la religione c’è, ma non dovrebbe esserci. C’è: perché c’è? Perché la scienza dà risposte parziali e la filosofia pone solo domande senza dare le risposte».

L’uomo, dice papa Francesco, non può accontentarsi delle piccole luci che illuminano il breve istante, non può rinunciare alla ricerca di una verità grande, di una luce grande capace di illuminare tutta l’esistenza. Ed è sotto il faro di luce proiettato dalla fede che papa Francesco vede e pone in risalto l’origine e la fine della vita; la dignità unica della singola persona, il valore della famiglia fondata sul matrimonio fra uomo e donna; il rispetto della natura quale «dimora a noi affidata perché sia coltivata e custodita»; la ricerca di «modelli di sviluppo che non si basino solo sull’utilità e il profitto»; un impegnato e concreto servizio alla giustizia, al diritto e alla pace; il senso della sofferenza quale «tappa di crescita della fede e dell’amore»; la convinzione che «la fede non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro». E soprattutto la consapevolezza che la fede libera dall’idolatria («l’idolo è un pretesto per porre sé stessi al centro della realtà, nell’adorazione dell’opera delle proprie mani»; «l’idolatria è sempre politeismo, movimento senza meta da un signore all’altro»). In breve, «la fede non è un rifugio per gente senza coraggio, ma la dilatazione della vita».

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11 settembre 2013

La fede illumina l’oscurità della vita

Il “gran lavoro” di Benedetto XVI porta il sigillo della firma di Francesco. Dunque, dicono il cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione dei vescovi, monsignor Gerhard Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina delle fede e monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione, si «può parlare di enciclica a quattro mani ». Insomma la firma è una sola, ma il magistero della Lumen fidei, 96 pagine, quattro capitoli più tre paragrafi di introduzione, è di due Papi.

Alla conferenza stampa di presentazione, Ouellet ha spiegato: «Alla trilogia di Benedetto XVI mancava un pilastro e la Provvidenza ha voluto che il pilastro fosse un dono del Papa emerito al suo successore e nello stesso tempo un simbolo di unità». L’enciclica è «un ponte», ha titolato il suo commento il direttore dell’Osservatore Romano, Gian Maria Vian. L’enciclica è il testimone della staffetta che un Papa passa all’altro, «come avviene negli stadi», ha sorriso Ouellet. L’omaggio di Jorge Mario Bergoglio a Joseph Ratzinger si può leggere verso la fine del terzo paragrafo dell’introduzione, dove spiega che queste «considerazioni sulla fede» intendono «aggiungersi a quanto Benedetto XVI ha scritto nelle Lettere encicliche sulla carità e sulla speranza ». Bergoglio rivela che Papa Benedetto aveva «già quasi completato una prima stesura di Lettera enciclica sulla fede »: «Gliene sono profondamente grato e, nella fraternità di Cristo, assumo il suo prezioso lavoro, aggiungendo al testo alcuni ulteriori contributi».

Nell’enciclica c’è molto di Benedetto e molto di Francesco. L’impronta del Papa teologo si sente soprattutto nelle pagine centrali, quella di papa Francesco nella trattazione delle indicazioni più decisamente pastorali che orientano l’impegno dei cristiani e poi in quell’appello finale: «Non facciamoci  rubare la speranza», concetto che ha ripetuto più volte in questi mesi di pontificato, rivolgendosi soprattutto ai giovani. La spiegazione della narrazione teologica dell’enciclica l’ha fatta monsignor Gerhard Müller, non da molto al posto che fu di Ratzinger all’ex Sant’Uffizio: «La voce profetica di critica e di denuncia deve essere sempre libera di alzarsi, ma la verità è una ricerca compiuta insieme e quindi la fede è la grande risorsa della Chiesa “portatrice storica dello sguardo planetario di Cristo sul mondo”, come scrive Francesco citando Romano Guardini, grande teologo caro a entrambi i Papi».

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11 settembre 2013

Papa: lettera a chi non crede

Francesco scrive al quotidiano Repubblica rispondendo a quesiti posti da Eugenio Scalfari. “La questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza”.

Il testo integrale della lettera di papa Francesco a Eugenio Scalfari

Riportiamo per intero la lettera indirizzata dal pontefice all’ex direttore di Repubblica.

Pregiatissimo Dottor Scalfari, è con viva cordialità che, sia pure solo a grandi linee, vorrei cercare con questa mia di rispondere alla lettera che, dalle pagine di Repubblica, mi ha voluto indirizzare il 7 luglio con una serie di sue personali riflessioni, che poi ha arricchito sulle pagine dello stesso quotidiano il 7 agosto.
La ringrazio, innanzi tutto, per l’attenzione con cui ha voluto leggere l’Enciclica Lumen fidei. Essa, infatti, nell’intenzione del mio amato Predecessore, Benedetto XVI, che l’ha concepita e in larga misura redatta, e dal quale, con gratitudine, l’ho ereditata, è diretta non solo a confermare nella fede in Gesù Cristo coloro che in essa già si riconoscono, ma anche a suscitare un dialogo sincero e rigoroso con chi, come Lei, si definisce “un non credente da molti anni interessato e affascinato dalla predicazione di Gesù di Nazareth”. Mi pare dunque sia senz’altro positivo, non solo per noi singolarmente ma anche per la società in cui viviamo, soffermarci a dialogare su di una realtà così importante come la fede, che si richiama alla predicazione e alla figura di Gesù. Penso vi siano, in particolare, due circostanze che rendono oggi doveroso e prezioso questo dialogo.
Esso, del resto, costituisce, come è noto, uno degli obiettivi principali del Concilio Vaticano II, voluto da Giovanni XXIII, e del ministero dei Papi che, ciascuno con la sua sensibilità e il suo apporto, da allora sino ad oggi hanno camminato nel solco tracciato dal Concilio. La prima circostanza – come si richiama nelle pagine iniziali dell’Enciclica – deriva dal fatto che, lungo i secoli della modernità, si è assistito a un paradosso: la fede cristiana, la cui novità e incidenza sulla vita dell’uomo sin dall’inizio sono state espresse proprio attraverso il simbolo della luce, è stata spesso bollata come il buio della superstizione che si oppone alla luce della ragione. Così tra la Chiesa e la cultura d’ispirazione cristiana, da una parte, e la cultura moderna d’impronta illuminista, dall’altra, si è giunti all’incomunicabilità. È venuto ormai il tempo, e il Vaticano II ne ha inaugurato appunto la stagione, di un dialogo aperto e senza preconcetti che riapra le porte per un serio e fecondo incontro.
La seconda circostanza, per chi cerca di essere fedele al dono di seguire Gesù nella luce della fede, deriva dal fatto che questo dialogo non è un accessorio secondario dell’esistenza del credente: ne è invece un’espressione intima e indispensabile. Mi permetta di citarLe in proposito un’affermazione a mio avviso molto importante dell’Enciclica: poiché la verità testimoniata dalla fede è quella dell’amore – vi si sottolinea – “risulta chiaro che la fede non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro. Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti” (n. 34). È questo lo spirito che anima le parole che le scrivo.
La fede, per me, è nata dall’incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza. Ma al tempo stesso un incontro che è stato reso possibile dalla comunità di fede in cui ho vissuto e grazie a cui ho trovato l’accesso all’intelligenza della Sacra Scrittura, alla vita nuova che come acqua zampillante scaturisce da Gesù attraverso i Sacramenti, alla fraternità con tutti e al servizio dei poveri, immagine vera del Signore. Senza la Chiesa – mi creda – non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che quell’immenso dono che è la fede è custodito nei fragili vasi d’argilla della nostra umanità.
Ora, è appunto a partire di qui, da questa personale esperienza di fede vissuta nella Chiesa, che mi trovo a mio agio nell’ascoltare le sue domande e nel cercare, insieme con Lei, le strade lungo le quali possiamo, forse, cominciare a fare un tratto di cammino insieme. Mi perdoni se non seguo passo passo le argomentazioni da Lei proposte nell’editoriale del 7 luglio. Mi sembra più fruttuoso – o se non altro mi è più congeniale – andare in certo modo al cuore delle sue considerazioni. Non entro neppure nella modalità espositiva seguita dall’Enciclica, in cui Lei ravvisa la mancanza di una sezione dedicata specificamente all’esperienza storica di Gesù di Nazareth.
Osservo soltanto, per cominciare, che un’analisi del genere non è secondaria. Si tratta infatti, seguendo del resto la logica che guida lo snodarsi dell’Enciclica, di fermare l’attenzione sul significato di ciò che Gesù ha detto e ha fatto e così, in definitiva, su ciò che Gesù è stato ed è per noi. Le Lettere di Paolo e il Vangelo di Giovanni, a cui si fa particolare riferimento nell’Enciclica, sono costruiti, infatti, sul solido fondamento del ministero messianico di Gesù di Nazareth giunto al suo culmine risolutivo nella pasqua di morte e risurrezione.
Dunque, occorre confrontarsi con Gesù, direi, nella concretezza e ruvidezza della sua vicenda, così come ci è narrata soprattutto dal più antico dei Vangeli, quello di Marco. Si costata allora che lo “scandalo” che la parola e la prassi di Gesù provocano attorno a lui derivano dalla sua straordinaria “autorità”: una parola, questa, attestata fin dal Vangelo di Marco, ma che non è facile rendere bene in italiano. La parola greca è “exousia”, che alla lettera rimanda a ciò che “proviene dall’essere” che si è. Non si tratta di qualcosa di esteriore o di forzato, dunque, ma di qualcosa che emana da dentro e che si impone da sé. Gesù in effetti colpisce, spiazza, innova a partire – egli stesso lo dice – dal suo rapporto con Dio, chiamato familiarmente Abbà, il quale gli consegna questa “autorità” perché egli la spenda a favore degli uomini.
Così Gesù predica “come uno che ha autorità”, guarisce, chiama i discepoli a seguirlo, perdona… cose tutte che, nell’Antico Testamento, sono di Dio e soltanto di Dio. La domanda che più volte ritorna nel Vangelo di Marco: “Chi è costui che…?”, e che riguarda l’identità di Gesù, nasce dalla constatazione di una autorità diversa da quella del mondo, un’autorità che non è finalizzata ad esercitare un potere sugli altri, ma a servirli, a dare loro libertà e pienezza di vita. E questo sino al punto di mettere in gioco la propria stessa vita, sino a sperimentare l’incomprensione, il tradimento, il rifiuto, sino a essere condannato a morte, sino a piombare nello stato di abbandono sulla croce. Ma Gesù resta fedele a Dio, sino alla fine.
Ed è proprio allora – come esclama il centurione romano ai piedi della croce, nel Vangelo di Marco – che Gesù si mostra, paradossalmente, come il Figlio di Dio! Figlio di un Dio che è amore e che vuole, con tutto se stesso, che l’uomo, ogni uomo, si scopra e viva anch’egli come suo vero figlio. Questo, per la fede cristiana, è certificato dal fatto che Gesù è risorto: non per riportare il trionfo su chi l’ha rifiutato, ma per attestare che l’amore di Dio è più forte della morte, il perdono di Dio è più forte di ogni peccato, e che vale la pena spendere la propria vita, sino in fondo, per testimoniare questo immenso dono.
La fede cristiana crede questo: che Gesù è il Figlio di Dio venuto a dare la sua vita per aprire a tutti la via dell’amore. Ha perciò ragione, egregio Dott. Scalfari, quando vede nell’incarnazione del Figlio di Dio il cardine della fede cristiana. Già Tertulliano scriveva “caro cardo salutis”, la carne (di Cristo) è il cardine della salvezza. Perché l’incarnazione, cioè il fatto che il Figlio di Dio sia venuto nella nostra carne e abbia condiviso gioie e dolori, vittorie e sconfitte della nostra esistenza, sino al grido della croce, vivendo ogni cosa nell’amore e nella fedeltà all’Abbà, testimonia l’incredibile amore che Dio ha per ogni uomo, il valore inestimabile che gli riconosce. Ognuno di noi, per questo, è chiamato a far suo lo sguardo e la scelta di amore di Gesù, a entrare nel suo modo di essere, di pensare e di agire. Questa è la fede, con tutte le espressioni che sono descritte puntualmente nell’Enciclica.
Sempre nell’editoriale del 7 luglio, Lei mi chiede inoltre come capire l’originalità della fede cristiana in quanto essa fa perno appunto sull’incarnazione del Figlio di Dio, rispetto ad altre fedi che gravitano invece attorno alla trascendenza assoluta di Dio. L’originalità, direi, sta proprio nel fatto che la fede ci fa partecipare, in Gesù, al rapporto che Egli ha con Dio che è Abbà e, in questa luce, al rapporto che Egli ha con tutti gli altri uomini, compresi i nemici, nel segno dell’amore. In altri termini, la figliolanza di Gesù, come ce la presenta la fede cristiana, non è rivelata per marcare una separazione insormontabile tra Gesù e tutti gli altri: ma per dirci che, in Lui, tutti siamo chiamati a essere figli dell’unico Padre e fratelli tra di noi. La singolarità di Gesù è per la comunicazione, non per l’esclusione.
Certo, da ciò consegue anche – e non è una piccola cosa – quella distinzione tra la sfera religiosa e la sfera politica che è sancita nel “dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare”, affermata con nettezza da Gesù e su cui, faticosamente, si è costruita la storia dell’Occidente. La Chiesa, infatti, è chiamata a seminare il lievito e il sale del Vangelo, e cioè l’amore e la misericordia di Dio che raggiungono tutti gli uomini, additando la meta ultraterrena e definitiva del nostro destino, mentre alla società civile e politica tocca il compito arduo di articolare e incarnare nella giustizia e nella solidarietà, nel diritto e nella pace, una vita sempre più umana. Per chi vive la fede cristiana, ciò non significa fuga dal mondo o ricerca di qualsivoglia egemonia, ma servizio all’uomo, a tutto l’uomo e a tutti gli uomini, a partire dalle periferie della storia e tenendo desto il senso della speranza che spinge a operare il bene nonostante tutto e guardando sempre al di là.
Lei mi chiede anche, a conclusione del suo primo articolo, che cosa dire ai fratelli ebrei circa la promessa fatta loro da Dio: è essa del tutto andata a vuoto? È questo – mi creda – un interrogativo che ci interpella radicalmente, come cristiani, perché, con l’aiuto di Dio, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, abbiamo riscoperto che il popolo ebreo è tuttora, per noi, la radice santa da cui è germinato Gesù. Anch’io, nell’amicizia che ho coltivato lungo tutti questi anni con i fratelli ebrei, in Argentina, molte volte nella preghiera ho interrogato Dio, in modo particolare quando la mente andava al ricordo della terribile esperienza della Shoah. Quel che Le posso dire, con l’apostolo Paolo, è che mai è venuta meno la fedeltà di Dio all’alleanza stretta con Israele e che, attraverso le terribili prove di questi secoli, gli ebrei hanno conservato la loro fede in Dio. E di questo, a loro, non saremo mai sufficientemente grati, come Chiesa, ma anche come umanità. Essi poi, proprio perseverando nella fede nel Dio dell’alleanza, richiamano tutti, anche noi cristiani, al fatto che siamo sempre in attesa, come dei pellegrini, del ritorno del Signore e che dunque sempre dobbiamo essere aperti verso di Lui e mai arroccarci in ciò che abbiamo già raggiunto.
Vengo così alle tre domande che mi pone nell’articolo del 7 agosto. Mi pare che, nelle prime due, ciò che Le sta a cuore è capire l’atteggiamento della Chiesa verso chi non condivide la fede in Gesù. Innanzi tutto, mi chiede se il Dio dei cristiani perdona chi non crede e non cerca la fede. Premesso che – ed è la cosa fondamentale – la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire.
In secondo luogo, mi chiede se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato. Per cominciare, io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità “assoluta”, nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione! Tant’è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro. Ma significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita. Non ha detto forse Gesù stesso: “Io sono la via, la verità, la vita”? In altri termini, la verità essendo in definitiva tutt’uno con l’amore, richiede l’umiltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa. Dunque, bisogna intendersi bene sui termini e, forse, per uscire dalle strettoie di una contrapposizione… assoluta, reimpostare in profondità la questione. Penso che questo sia oggi assolutamente necessario per intavolare quel dialogo sereno e costruttivo che auspicavo all’inizio di questo mio dire. Nell’ultima domanda mi chiede se, con la scomparsa dell’uomo sulla terra, scomparirà anche il pensiero capace di pensare Dio. Certo, la grandezza dell’uomo sta nel poter pensare Dio. E cioè nel poter vivere un rapporto consapevole e responsabile con Lui. Ma il rapporto è tra due realtà. Dio – questo è il mio pensiero e questa la mia esperienza, ma quanti, ieri e oggi, li condividono! – non è un’idea, sia pure altissima, frutto del pensiero dell’uomo. Dio è realtà con la “R” maiuscola. Gesù ce lo rivela – e vive il rapporto con Lui – come un Padre di bontà e misericordia infinita. Dio non dipende, dunque, dal nostro pensiero. Del resto, anche quando venisse a finire la vita dell’uomo sulla terra – e per la fede cristiana, in ogni caso, questo mondo così come lo conosciamo è destinato a venir meno – , l’uomo non terminerà di esistere e, in un modo che non sappiamo, anche l’universo creato con lui. La Scrittura parla di “cieli nuovi e terra nuova” e afferma che, alla fine, nel dove e nel quando che è al di là di noi, ma verso il quale, nella fede, tendiamo con desiderio e attesa, Dio sarà “tutto in tutti”. Egregio Dott. Scalfari, concludo così queste mie riflessioni, suscitate da quanto ha voluto comunicarmi e chiedermi. Le accolga come la risposta tentativa e provvisoria, ma sincera e fiduciosa, all’invito che vi ho scorto di fare un tratto di strada insieme. La Chiesa, mi creda, nonostante tutte le lentezze, le infedeltà, gli errori e i peccati che può aver commesso e può ancora commettere in coloro che la compongono, non ha altro senso e fine se non quello di vivere e testimoniare Gesù: Lui che è stato mandato dall’Abbà “a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore” (Lc 4, 18-19). Con fraterna vicinanza Francesco

11 settembre 2013

 

Le otto domande di Eugenio Scalfari

Gesù, fede e ragione: i quesiti del fondatore ed ex direttore di Repubblica.

Le ha pubblicate in due differenti editoriali, il 7 luglio e il 7 agosto. Ecco le otto domande formulate dal fondatore ed ex direttore del quotidiano la Repubblica, Eugenio Scalfari.
1) La modernità illuminista ha messo in discussione il tema dell'”assoluto”, a cominciare dalla verità. Esiste una sola verità o tante quante ciascuno individuo ne configura?
2) I Vangeli e la dottrina della Chiesa affermano che l’Unigenito di Dio si è fatto carne non certo indossando un abito e imitando le movenze degli uomini e restando Dio, bensì assumendone anche i dolori, le gioie e i desideri. Ciò significa che Gesù ha avuto tutte le tentazioni della carne e le ha vinte non in quanto Dio ma in quanto uomo che si era posto il fine di portare l’amore per gli altri allo stesso livello d’intensità dell’amore per sé. Di qui l’incitamento: ama il prossimo tuo come te stesso. Fino a che punto la predicazione di Gesù e della Chiesa fondata dai suoi discepoli ha realizzato questo obiettivo? 
3) Le altre religioni monoteiste, l’ebraica e l’Islam, prevedono un solo Dio, il mistero della Trinità gli è del tutto estraneo. Il cristianesimo è dunque un monoteismo alquanto particolare. Come si spiega per una religione che ha come radice il Dio biblico, che non ha alcun Figlio Unigenito e non può essere né nominato né tantomeno raffigurato, come del resto Allah?
4) Il Dio incarnato ha sempre affermato che il suo regno non era e non sarebbe mai stato di questo mondo. Di qui il “Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Papa Francesco rappresenta finalmente la prevalenza della Chiesa povera e pastorale su quella istituzionale e temporalistica? 
5)Dio promise ad Abramo e al popolo eletto di Israele prosperità e felicità, ma questa promessa non fu mai realizzata e culminò, dopo molti secoli di persecuzioni e discriminazioni, nell’orrore della Shoah. Il Dio di Abramo, che è anche quello dei cristiani, non ha dunque mantenuto la sua promessa?
6)  Se una persona non ha fede né la cerca ma commette quello che per la Chiesa è un peccato, sarà perdonato dal Dio cristiano?
7) Il credente crede nella verità rivelata, il non credente crede che non esista alcun “assoluto” ma una serie di verità relative e soggettive. Questo modo di pensare per la Chiesa è un errore o un peccato?
8) Il Papa ha detto durante il suo viaggio in Brasile che anche la nostra specie finirà come tutte le cose che hanno un inizio e una fine. Ma quando la nostra specie sarà scomparsa anche il pensiero sarà scomparso e nessuno penserà più Dio. Quindi, a quel punto, Dio sarà morto insieme a tutti gli uomini?

11 settembre 2013

famigliacristiana.it

Primo giorno di scuola: basta un quaderno nuovo

Per chi volesse degli spunti ecco un articolo dell’anno scorso che è stato tradotto in altre lingue data la diffusione che ha avuto.

Ci sono alcuni giorni che non si amano per se stessi, ma per l’attesa che li prepara. Uno di questi è il primo giorno di scuola, investito della speranza che un’estate possa aver cambiato tutto. Ma dopo cinque ore ciò che il desiderio aveva rivestito di speranza viene sostituito dalla ruvida certezza che nulla è cambiato: si arrancherà per portare a termine un altro anno. Viene allora da chiedersi, professori (750mila) e studenti (8 milioni): che ci facciamo qui? Perché non registriamo le lezioni su youtube e pianifichiamo i giorni per compiti e interrogazioni? Ne usciremmo tutti più riposati forse, ma dovremmo ignorare lettere come questa, ricevuta qualche giorno fa:

Gentile Prof. D’Avenia, ho quasi diciassette anni e studio al liceo. Per tutte le scuole elementari e medie ho cercato di prendere il meglio dai miei insegnanti, per la maggior parte insoddisfatti di se stessi e della loro vita, o semplicemente piatti, e da ciò che cercavano di mettermi in testa, come fosse solamente una scatola vuota da riempire, a volte senza riuscirci, altre volte invece aumentando la mia sete di sapere e di conoscere nuove storie, come quelle provenienti da mondi lontani e antichi come la Grecia, l’Antica Roma, l’Egitto.
Avevo cominciato il liceo piena di entusiasmo, determinazione e voglia di scoprire quale sarebbe stato il mio posto nel mondo, aspettando con gioia e ansia il momento in cui avrei cominciato a studiare per davvero ciò che mi piaceva tanto. Ora tutto l’entusiasmo e la determinazione sono stati sostituiti da noia e incertezza, la gioia dalla paura, e c’è solo tanta ansia nel pensare all’inizio di questo nuovo anno scolastico, il cui ambiente è spietato e duro, carico di tensione e di aspettative, e dove non esiste “l’unico triangolo amoroso che renda tutti felici” di cui parla spesso lei, composto da alunni, genitori e insegnati disposti al dialogo e alla collaborazione. Si pensa solo al risultato, tiranneggiando costantemente i ragazzi e la loro voglia di imparare con tranquillità e passione, senza cercare di capirli, e non provarci nemmeno. Sulla carta sono tutti degli ottimi insegnanti, ma nella realtà di tutti i giorni rivelano le persone che sono veramente: alcuni incapaci di insegnare, altri capacissimi di farlo, ma assolutamente incapaci di educare, che sono due concetti molto diversi. Nonostante tutto questo, io ho ancora tanta voglia di scoprire qual è il mio posto nel mondo, e provo ancora entusiasmo e gioia nell’ascoltare e nell’apprendere. Voglio ritrovare la mia determinazione per qualcosa d’importante per me, per fare la mia strada, a tutti i costi… Ci provo, anche se non so come, né quando, né per che cosa…

All’inizio di un nuovo anno ciascuno potrebbe provare a rispondere a queste righe (o chiedere ai propri studenti di scrivere cosa ne pensano) che tanto lucidamente mettono nero su bianco il cancro che corrode la scuola. Non è questione di lavagne elettroniche ed effetti speciali. Ma di persone. Non è questione di forma, ma di ri-forma mentis. Istruire ed educare sono stati forzosamente separati, con la pretesa che bastasse dire che erano due cose da separare, perché la realtà, mai prona alle balzane ideologie umane, si adeguasse; e Confucio, Socrate e Cristo venissero dimenticati. Ogni uomo preposto a guidarne un altro, che lo voglia o no, lo educa. Se pretende solo di istruirlo, lo educherà lo stesso, all’irrealtà (noia, incertezza, paura…) come dimostra la lettera di questa ragazza e di molti altri, ridotti a oggetti del sapere, teste da riempire e addestrate, non soggetti protagonisti del conoscere, nella ricerca comune di sé e della verità.

Non si può non educare se si sta nella stessa aula per 5 ore al giorno. Se volessimo solo istruire dovremmo accontentarci delle lezioni registrate. Se stiamo nello stesso luogo per 5 ore, che lo vogliamo no, educhiamo. Educare è introdurre alla realtà e solo chi entra in contatto con la realtà entra in contatto con se stesso. Noi professori, talvolta grandi nemici del “virtuale”, spesso ci accontentiamo di un insegnamento virtuale, ripetendo le stesse cose da anni, come se avessimo davanti una telecamera e non volti diversi di anno in anno, di giorno in giorno.

Propongo allora di comprare (io per primo) un bel quaderno e dedicare due pagine ad ogni alunno: punti di forza, punti deboli, sogni, passioni, ambizioni, situazione familiare, consigli dei genitori. Pagine frutto di osservazione e colloqui personali e periodici, con il ragazzo e con i genitori.

Propongo di dedicare qualche pagina alle strategie della propria materia, perché venga amata da quei ragazzi in particolare.

Propongo di dedicare i consigli di classe a condividere le strategie perché ogni ragazzo riesca a far fiorire i propri talenti.

Perché la scuola non sia noia, paura, delusione l’unica strada è cambiare i programmi.
I ragazzi: ecco il programma.

Papa Francesco: “I giovani pessimisti? Li mando dallo psichiatra”

Bergoglio si è rivolto a 500 ragazzi, in un incontro a porte chiuse nella basilica di San Pietro. “Che triste un giovane pigro”, ha detto. E li ha inviatati a andare controcorrente. In serata è arrivato nella basilica di Sant’Agostino, nel centro di Roma, dove ha celebrato la messa

CITTA’ DEL VATICANO – Si è rivolto ancora una volta ai giovani, Papa Francesco. In un incontro a “porte chiuse” nella Basilica di San Pietro, ha parlato a un gruppo di 500 ragazzi della diocesi di Piacenza. Il Pontefice ha esortato i ragazzi a essere coraggiosi e ad andare controcorrente sottolineando come la sfida sia “scommettere su un grande ideale, e l’ideale di fare un mondo di bontà, bellezza e verità”. E come sua abitudine Papa Francesco ha usato parole immediate e semplici, suscitando anche applausi tra i presenti: “E’ una cosa brutta, un giovane triste!” o pigro, e parlando dei giovani pessimisti ha detto: “Li mando dallo psichiatra…”.

Poi il Pontefice ha aggiunto: “Quando a me dicono: ‘Ma, Padre, che brutti tempi, questi… Guarda, non si può fare niente!’. Come, non si può fare niente? E spiego che si può fare tanto! Ma quando un giovane mi dice: ‘Che brutti tempi, questi, Padre, non si può fare niente!’, Lo mando dallo psichiatra.. Perché… è vero, non si capisce, non si capisce un giovane, un ragazzo, una ragazza, che non vogliano fare una cosa grande, scommettere su ideali grandi, grandi per il futuro, no? Poi faranno quello che possono, ma la scommessa è per cose grandi e belle”.

“Dentro di voi – ha proseguito – avete tre voglie: la voglia della bellezza. A voi piace la bellezza” e “siete ricercatori di bellezza”. Secondo, “siete profeti di bontà. A voi piace la bontà” e questa bontà “è contagiosa”, ha sottolineato Papa Francesco, “aiuta tutti gli altri”. Terza voglia: la “sete di verità”: occorre “cercare la verità”. E qui il Pontefice ha precisato come la verità si debba incontrare: “E’ un incontro, con la verità, che è Dio, ma bisogna cercarla. E queste tre voglie che voi avete nel cuore, dovete portarle avanti, al futuro, e fare il futuro con la bellezza, con la bontà e con la Verità”. Questa la sfida che il Papa ha lanciato ai giovani, “la vostra sfida”, ha detto.

“Ma se un giovane è pigro o è triste” ed “è una cosa brutta, un giovane triste”, allora quella bellezza non sarà bellezza, quella bontà non sarà bontà e quella verità non sarà tale, ha aggiunto. L’esortazione quindi è “scommettere su un grande ideale, e l’ideale di fare un mondo di bontà, bellezza e verità. Questo, voi potete farlo: voi avete il potere di farlo. Se voi non lo fate, è per pigrizia”.

Papa Francesco, pigro, non lo è per primo. Lui è l’esempio. In serata, alle 19 è arrivato nella basilica di Sant’Agostino, nel centro di Roma, dove ha celebrato la messa, portando nella mano sinistra la sua mitria avvolta in una custodia di stoffa. Il Papa ha poi indossato il paramento nella processione di ingresso alla messa e in altri momenti della liturgia. “Andare incontro all’altro”, “non essere chiusi in se stessi ma continuare a cercare Dio”. Nell’omelia nella messa riservata ai 90 Padri Capitolari dell’Ordine di Sant’Agostino, Francesco ha invitato a essere “inquieto” come il Santo d’Ippona. Per il Pontefice “dall’inquietudine nasce la fecondità pastorale”. “Con dolore – sottolinea il Papa – penso ai consacrati che non sono fecondi, che sono zitelloni. Conservate l’inquietudine spirituale, l’inquietudine di cercare e annunciare il Signore con coraggio e di andare verso l’altro. Inquietudine di cercare l’amore, amore verso ogni fratello e sorella”.

L’appello del Papa: “mai più la guerra”

Un appello universale per la pace e contro ogni iniziativa militare, perché la «guerra chiama guerra» e la «violenza chiama violenza». Lo ha lanciato Papa Francesco all’Angelus domenicale in piazza San Pietro, annunciando per sabato prossimo 7 settembre una giornata di digiuno e preghiera per la pace in Siria.

«NO ALLE ARMI CHIMICHE» – «Con fermezza – ha sottolineato il Pontefice – condanno l’uso delle armi chimiche. C’è un giudizio di Dio e della storia sulle nostre azioni a cui non si può sfuggire. Esorto la comunità internazionale a iniziative basate sul dialogo e sul negoziato. Non sia risparmiato alcuno sforzo per portare assistenza a chi è colpito da questo conflitto».

«FERITO E ANGOSCIATO» – «Il mio cuore – ha proseguito Francesco – è profondamente ferito da quello che sta accadendo in particolare in Siria e angosciato da quello che si prospetta. Questo è un appello che nasce dall’intimo di me stesso. Quanta sofferenza e devastazione porta l’uso delle armi in quel martoriato Paese, specialmente tra la popolazione civile e inerme. Pensiamo quanti bambini non potranno vedere la luce».

«UNA GIORNATA DI DIGIUNO E PREGHIERA» – Per questo, ha concluso Francesco «ho deciso di indire per tutta la Chiesa il 7 settembre una giornata di digiuno per la pace in Siria e nel mondo. Dalle 19 alle 24 ci riuniremo in preghiera e in spirito di penitenza per invocare questo dono di Dio. L’umanità ha bisogno di vedere gesti di pace. Chiedo a tutte le comunità di organizzare qualche atto liturgico secondo questa intenzione. Vi aspetto. Vi aspetto il prossimo sabato alle 19».

TESTO COMPLETO

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

 Quest’oggi, cari fratelli e sorelle, vorrei farmi interprete del grido che sale da ogni parte della terra, da ogni popolo, dal cuore di ognuno, dall’unica grande famiglia che è l’umanità, con angoscia crescente: è il grido della pace! E’ il grido che dice con forza: vogliamo un mondo di pace, vogliamo essere uomini e donne di pace, vogliamo che in questa nostra società, dilaniata da divisioni e da conflitti, scoppi la pace; mai più la guerra! Mai più la guerra! La pace è un dono troppo prezioso, che deve essere promosso e tutelato.

Vivo con particolare sofferenza e preoccupazione le tante situazioni di conflitto che ci sono in questa nostra terra, ma, in questi giorni, il mio cuore è profondamente ferito da quello che sta accadendo in Siria e angosciato per i drammatici sviluppi che si prospettano.

Rivolgo un forte Appello per la pace, un Appello che nasce dall’intimo di me stesso! Quanta sofferenza, quanta devastazione, quanto dolore ha portato e porta l’uso delle armi in quel martoriato Paese, specialmente tra la popolazione civile e inerme! Pensiamo: quanti bambini non potranno vedere la luce del futuro! Con particolare fermezza condanno l’uso delle armi chimiche! Vi dico che ho ancora fisse nella mente e nel cuore le terribili immagini dei giorni scorsi! C’è un giudizio di Dio e anche un giudizio della storia sulle nostre azioni a cui non si può sfuggire! Non è mai l’uso della violenza che porta alla pace. Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza!

Con tutta la mia forza, chiedo alle parti in conflitto di ascoltare la voce della propria coscienza, di non chiudersi nei propri interessi, ma di guardare all’altro come ad un fratello e di intraprendere con coraggio e con decisione la via dell’incontro e del negoziato, superando la cieca contrapposizione. Con altrettanta forza esorto anche la Comunità Internazionale a fare ogni sforzo per promuovere, senza ulteriore indugio, iniziative chiare per la pace in quella Nazione, basate sul dialogo e sul negoziato, per il bene dell’intera popolazione siriana.

Non sia risparmiato alcuno sforzo per garantire assistenza umanitaria a chi è colpito da questo terribile conflitto, in particolare agli sfollati nel Paese e ai numerosi profughi nei Paesi vicini. Agli operatori umanitari, impegnati ad alleviare le sofferenze della popolazione, sia assicurata la possibilità di prestare il necessario aiuto.

Che cosa possiamo fare noi per la pace nel mondo? Come diceva Papa Giovanni: a tutti spetta il compito di ricomporre i rapporti di convivenza  nella giustizia e nell’amore (cfr Lett. enc. Pacem in terris [11 aprile 1963]: AAS 55 [1963], 301-302).

Una catena di impegno per la pace unisca tutti gli uomini e le donne di buona volontà! E’ un forte e pressante invito che rivolgo all’intera Chiesa Cattolica, ma che estendo a tutti i cristiani di altre Confessioni, agli uomini e donne di ogni Religione e anche a quei fratelli e sorelle coloro che non credono: la pace è un bene che supera ogni barriera, perché è un bene di tutta l’umanità.

Ripeto a voce alta: non è la cultura dello scontro, la cultura del conflitto quella che costruisce la convivenza nei popoli e tra i popoli, ma questa: la cultura dell’incontro, la cultura del dialogo; questa è l’unica strada per la pace.

Il grido della pace si levi alto perché giunga al cuore di tutti e tutti depongano le armi e si lascino guidare dall’anelito di pace.

Per questo, fratelli e sorelle, ho deciso di indire per tutta la Chiesa, il 7 settembre prossimo, vigilia della ricorrenza della Natività di Maria, Regina della Pace, una giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente, e nel mondo intero, e anche invito ad unirsi a questa iniziativa, nel modo che riterranno più opportuno, i fratelli cristiani non cattolici, gli appartenenti alle altre Religioni e gli uomini di buona volontà.

Il 7 settembre in Piazza San Pietro – qui – dalle ore 19.00 alle ore 24.00, ci riuniremo in preghiera e in spirito di penitenza per invocare da Dio questo grande dono per l’amata Nazione siriana e per tutte le situazioni di conflitto e di violenza nel mondo. L’umanità ha bisogno di vedere gesti di pace e di sentire parole di speranza e di pace! Chiedo a tutte le Chiese particolari che, oltre a vivere questo giorno di digiuno, organizzino qualche atto liturgico secondo questa intenzione.

A Maria chiediamo di aiutarci a rispondere alla violenza, al conflitto e alla guerra, con la forza del dialogo, della riconciliazione e dell’amore. Lei è madre: che Lei ci aiuti a trovare la pace; tutti noi siamo i suoi figli! Aiutaci, Maria, a superare questo difficile momento e ad impegnarci a costruire ogni giorno e in ogni ambiente un’autentica cultura dell’incontro e della pace. Maria, Regina della pace, prega per noi!

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Il costo della pace non è mai la guerra
 
Ferma condanna della violenza e dell’uso delle armi chimiche, ma un forte appello alla ripresa del dialogo e del negoziato. Poi l’invito a tutti, credenti e non credenti, a costruire, a partire da piazza San Pietro la sera del 7 settembre, una catena umana per la pace
 
Anche la pace ha un costo. Ma ce n’è uno sempre inaccettabile e si chiama guerra. “Mai più la guerra” ha ripetuto ieri Papa Francesco, sulle orme di due grandi pontefici, Giovanni XXIII e Paolo VI che le guerre le videro da vicino. Due uomini di Chiesa che, testimoni privilegiati del “secolo breve”, subirono gli orrori della Prima e della Seconda guerra mondiale. I due primi conflitti moderni e globali che hanno preceduto la pace nel mondo, pagata col prezzo altissimo di decine di milioni di morti. Caduti sui campi di battaglia, ma anche sotto il fungo atomico di Hiroshima e Nagasaki. Per non parlare dello scandalo disumano della Shoah. E come dimenticare, poi, la guerra come “inutile strage” di Benedetto XV dinanzi al Primo conflitto mondiale? Tutto questo ci fa dire che c’è una solida coerenza e continuità, nel pontificato di Francesco, nella difesa strenua della pace.
L’intervento intenso e tempestivo di Papa Francesco rivela la solida consapevolezza della gravità della crisi siriana come crisi globale. La prima guerra globale – Dio non voglia – del nuovo Millennio. Un rischio di guerra che merita le parole severissime del Papa, forse le più taglienti di questo pontificato: “C’è un giudizio di Dio e anche della storia sulle nostre azioni a cui non si può sfuggire. Non è mai l’uso della violenza che porta alla pace. Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza”. E qui torna la valutazione sul costo della pace. Quel costo che certamente il dittatore di Damasco, espressione della minoranza sciita siriana, non intende assolutamente pagare perché si vedrebbe sfuggire un regno non dinastico, ereditato da un padre violento e sanguinario. Quel costo che i ribelli, musulmani sunniti come la maggioranza dei siriani, non intendono assolutamente versare dopo essersi illusi di poter chiudere i conti, presto e facilmente, con il regime satrapico di Bashar al-Assad. Quel costo che i Grandi del mondo, come le potenze dell’area, non intendono accettare perché negoziare la pace è difficile. E perché le contrapposizioni, come ricorda a tutti il Papa, sono cieche. Incapaci innanzitutto di vedere le sofferenze dei popoli e di percepire sino in fondo l’orrore per l’uso delle armi chimiche. Un salto inaccettabile e orrorifico del conflitto.
Dinanzi a questo rischio mortale che corre il mondo moderno, cioè di veder scivolare la polveriera mediorientale nel vortice di un conflitto difficilmente contenibile in quell’area, ecco Papa Francesco scegliere, senza incertezza, la strada dell’appello alle coscienze di chi può fermare la corsa verso le armi. E poi la sua decisione di parlare a tutti di pace, perché la pace è di tutti. È un bene incommensurabile per tutti e per i poveri in particolare. Dei cattolici come degli altri cristiani, ma anche di tutti gli uomini che credono. Così come dei non credenti. A tutti chiede di costruire, a partire da piazza San Pietro la sera del 7 settembre, una catena umana perché chi deve decidere sappia da che parte stanno i popoli. E soprattutto chiede ai credenti un atto antico, quello del digiuno che affina la sensibilità, acutizza la consapevolezza, rende più carnale la partecipazione. Ci fa essere, soprattutto noi occidentali più sazi, per un giorno più vicini a quanti manca tutto. A cominciare da quella pace nella quale noi ci siamo adagiati da quasi settant’anni, ma che in un attimo potremmo perdere a causa di una guerra nel cuore del Mediterraneo.
Il Papa ci ricorda che quanto accade in Siria è anche affar nostro. E nessuno pensi, con superficialità, che il Papa non conosca bene il peso delle responsabilità e delle colpe che gravano sugli uni e sugli altri protagonisti della crisi siriana. Ma il Papa, uomo di pace, non può stare che dalla parte della pace. Ad ogni costo e con la sola arma di cui dispone: la preghiera. Perché questo è quello che tocca al Papa e ai credenti. Lui ha la forza per chiedere “alle parti in conflitto di ascoltare la voce della propria coscienza, di non chiudersi nei propri interessi, ma di guardare all’altro come a un fratello e intraprendere con coraggio e con decisione la via dell’incontro e del negoziato”. Incontrarsi, dialogare e negoziare è ancora possibile.
 

XXIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Prima lettura: Sapienza 9,13-18

Quale, uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore? I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni, perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla opprime una mente piena di preoccupazioni. A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi ha investigato le cose del cielo? Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito? Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra; gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito e furono salvati per mezzo della sapienza».

 

È un brano della preghiera di Salomone per ottenere la sapienza. Lo spunto è preso dai testi di 1Re 3,6-9 e 2Cr 1,8-10, in cui il Signore invita Salomone a fargli delle richieste che egli avrebbe esaudite e questi non chiede lunga vita, né ricchezza, né la morte dei suoi nemici, ma domanda solo la saggezza per governare bene il suo popolo. Questa richiesta piace al Signore, che l’esaudisce donandogli il discernimento.

     La strofa della preghiera che viene letta in questa domenica insiste sul tema della debolezza umana e ha al suo centro ancora la richiesta della sapienza (v. 17). I progetti del Signore infatti per la vita dell’uomo sono celesti e si possono comprendere solo con uno spirito che viene dall’alto. Solo con il dono del discernimento l’uomo può percorrere la via che lo conduce alla salvezza. Senza il dono della sapienza e dello spirito, considerato come fonte di rinnovamento e di vita interiore, non è possibile per l’uomo conoscere la volontà di Dio e trovare la vita.

     Questo tipo di sapienza non si ottiene con i propri sforzi: può essere solo invocata dall’alto.

 

Seconda lettura: Filemone 1,9-10.12-17

Carissimo, ti esorto, io, Paolo, così come sono, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù. Ti prego per Onèsimo, figlio mio, che ho generato nelle catene. Te lo rimando, lui che mi sta tanto a cuore. Avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo, ora che sono in catene per il Vangelo. Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario. Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore. Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso.

 

La lettera a Filemone conta in tutto 25 versetti: è la più breve dell’epistolario paolino. Paolo parla di se stesso come prigioniero per Gesù Cristo. Forse si trova a Roma, perché la sua situazione non è molto dissimile all’arresto domiciliare romano descritto in Atti 28. L’apostolo chiede a Filemone di accogliere lo schiavo Onesimo, che era fuggito dal padrone — forse per malefatte — non più come schiavo ma come fratello nel Signore. Dice di averlo generato, perché Onesimo era diventato cristiano per opera sua durante la prigionia. Paolo non contesta la validità giuridica e sociale della schiavitù. Inserendo però in quella tremenda struttura lo spirito del vangelo, la faceva scoppiare dal suo interno.

 

Vangelo: Luca 14,25-33

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: 

«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
 

 

Esegesi 

     Gesù sta parlando alle folle e indica loro quali siano le condizioni per seguirlo e per essere suoi discepoli. Egli vuole essere scelto come l’assoluto e determinante nella vita del discepolo.

     Chi vuole seguire la vita di Cristo deve «non amare» il padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli e le sorelle. Gesù ha spiegato con la vita che cosa significhi. Ecco le sue parole alla madre e al padre quand’era ancora ragazzo: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2,49). E durante la vita pubblica: «mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,21). Solo chi è veramente libero da ogni affetto che lo trascini a adorare gli idoli dei genitori, dei parenti e degli amici, può mettersi in cammino con Gesù Cristo.

     Una seconda condizione è odiare la «propria vita». I progetti di Gesù sulla vita del discepolo sono sempre sorprendenti. Solo chi è disposto a lasciare che i propri progetti vengano sconvolti può mettersi in cammino con lui.

     La terza condizione è «portare la propria croce». La croce è il simbolo della storia concreta e personale di ogni uomo e donna chiamati a seguire Gesù. Significa vincere ogni giorno la seconda tentazione che Gesù ha avuto all’inizio della vita pubblica, quella di chiedere miracoli a Dio, perché si è scontenti della propria situazione familiare, sociale, ecclesiale. Non è possibile seguire Gesù mormorando continuamente nel proprio cuore come la generazione testarda del deserto.

     Quarta condizione: «rinunciare a tutti i propri averi». Gesù è il vero figlio d’Israele che ha compiuto le esigenze del credo ebraico recitato ogni giorno, lo shemà, in cui si dice di amare Dio con tutte le forze, o meglio — secondo traduzione aramaica del tempo — con tutto mammona. Anche il discepolo, che vuole seguire Gesù, diventerà un vero figlio d’Israele, se amerà Dio rinunziando a tutti i propri averi. Si farà così un tesoro nel cielo e allora anche il suo cuore sarà nel cielo, ma solo da lì discende la vita vera, e la felicità piena.

 

Meditazione 

     La sapienza come coscienza della alterità del volere di Dio rispetto al volere umano per poter abitare la distanza fra uomo e Dio (I lettura) e rendere praticabile l’«impossibile sequela» del Cristo (vangelo): questa può essere colta come tematica unificante le letture odierne. La sapienza evangelica consiste nel calcolare ciò che non è calcolabile e predisporsi con libertà e amore alla rinuncia radicale che sola consente la sequela Christi.

     «In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:  …» (Lc 14,25 ss.). La quantità, il numero, non incanta Gesù, anzi lo preoccupa. Gesù non esita a mettere in guardia i tanti che lo seguono ponendoli di fronte alle esigenze dure della sequela e quasi scoraggiandoli. Dovrebbe preoccuparci il fatto che questa preoccupazione di Gesù non sia la nostra e che noi ci preoccupiamo proprio del contrario, del numero basso, della scarsità dei praticanti. A costo di perdere aderenti, Gesù non esita a proclamare con vigore la durezza delle esigenze della sequela. L’esigenza non va edulcorata illudendo circa la facilità della sequela. Seguire Gesù forse è semplice, ma certamente non è facile. Anzi, Gesù per tre volte (Lc 14,26.27.33) parla di una impossibilità: «Non può essere mio discepolo». Vi sono condizioni da ottemperare, pena il fallimento della sequela, la sua impraticabilità.

     Anzi, in fondo non vi è che una esigenza imprescindibile che si situa sul piano della relazione con Gesù, il Signore («viene a me», «mio discepolo», «viene dietro a me») e non sul piano delle prestazioni. La sequela richiede, come istanza basilare, di rivolgere al Signore tutto il cuore: essa è un evento nell’ordine dell’amore, e l’amore è un lavoro, una fatica, un’ascesi. Evento di amore, la sequela è, simultaneamente, evento di libertà. Le esigenze della sequela che Gesù pone al discepolo sono la necessaria pedagogia verso la libertà e l’amore.

     I legami famigliari (Lc 14,26), il possesso di beni (Lc 14,33), l’attaccamento stesso alla «propria vita» (Lc 14,26) sono chiamati a vedere regnare il Signore su di essi. Si tratta di amare il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze. E se l’amore è questione di spazio interiore, di far spazio all’altro, allora esso si nutre della preziosità del vuoto, della ricchezza della mancanza, della grazia della carenza. Al contrario, il possesso, colmandoci, ci ottura interiormente, ci sazia, ci chiude in noi stessi, ci rende preoccupati di noi stessi, impedendoci di riconoscere la povertà profonda che è lo spazio aperto all’accoglienza dell’amore. Il carattere esigente della sequela di Gesù è connesso alla difficoltà di apprendere l’arte di amare, ed è connesso al nostro preferire la facilità del possedere cose alla fatica della libertà e dell’amore. Gesù chiede ai suoi seguaci di porre al cuore delle relazioni con le persone a loro care la relazione con lui. Ma questo significa porre al cuore del nostro cuore la relazione con il Signore. Insomma, le esigenze della sequela sono le esigenze dell’amore.

     La sequela è esigente perché il discepolo è chiamato non solo a iniziare, ma anche a portare a compimento (Lc 14,28.30). Come per costruire una torre o affrontare una battaglia vi è un indispensabile, così anche per la sequela. Ma l’indispensabile per la sequela è la disponibilità a perdere tutto, non solo i beni, ma anche «la propria vita» (Lc 14,26). Il bene da possedere è la rinuncia ai beni e l’arte da imparare è l’arte di perdere, di diminuire, di non cadere nelle maglie del possesso, della logica dell’avere. Gesù «svuotò se stesso» (Fil 2,7); «Dio è Dio perché non ha niente» (Barsanufio). Occorre libertà e leggerezza per condurre a termine il lungo cammino della vita percorso come sequela di Cristo. L’amore è chiamato a divenire responsabilità e la libertà perseveranza: lì si situa la necessaria rinuncia, purificazione, spogliazione. Le esigenze della sequela hanno dunque a che fare con il tutto della persona (il suo cuore) e con il tutto del suo tempo, con la durata della sua vita. E ci mettono in guardia dal rischio di lasciare a metà l’opera intrapresa.

 

Preghiere e racconti 

Seguire Gesù

Chi è animato da un imperioso desiderio di seguire il Cristo non può più tener conto di nulla in questa vita: né dell’affetto di parenti e amici, quando si oppone ai comandamenti del Signore, poiché è proprio allora che si applicano le parole: «Se uno viene a me senza odiare suo padre e sua madre…»; né del timore degli uomini, quan­do distoglie dal vero bene, come hanno fatto in modo eccellente i santi, i quali hanno detto: «È meglio obbedire a Dio piuttosto che agli uomini»; né, infine, degli scherni con cui i malvagi tormenta­no i buoni, poiché non bisogna lasciarsi vincere dal disprezzo.

(Basilio, Le mole monastiche)

L’avvenire

Se il credere in lui è l’essenza stessa della vita cristiana, ne conse­gue che questa vita consiste nel rischiare ogni cosa sulla parola di Cristo: tutto ciò che abbiamo per ciò che non abbiamo, nobilmente e generosamente, senza impulsività né leggerezza, senza sapere esattamente ciò che facciamo, a che cosa rinunciamo, e neppure ciò che ne avremo in cambio. Senza certezza della ricompensa, del­l’ampiezza del sacrifico che ci sarà richiesto, basandoci su di lui con un totale rispetto, fidandoci di lui, aspettando da lui il compimento della sua promessa. Mettendo in lui la nostra speranza di riuscire a soddisfare i nostri impegni. E così, avanzando sotto ogni aspetto, senza timore né ansia, verso l’avvenire.

(J.H. Newman, Parochial and Plain Sermons, IV 220)

Il bambino e il re

Un bel bambino nudo si recò un giorno a trovare Maestro Eckart. Questi gli chiese da dove venisse. Rispose: Vengo da Dio. —Dove lo hai lasciato? — Nei cuori, sorgenti di virtù. — Dove stai andando? — Da Dio. — Dove lo troverai? — Dove mi sono spogliato di tutto il creato. —Chi sei? — Un re. — Dov’è il tuo regno? —Nel mio cuore. — Fa’ attenzio­ne che nessuno lo condivida con te. — Faccio attenzione. Allora lo fe­ce entrare nella sua cella e gli disse: Rivestiti con il saio che vuoi. —Così non sarò più re! E scomparve. Era Dio che aveva passato un istante con lui.

(J. Chuzeville, I mistici tedeschi dal XIII al XIX secolo)

La risposta

Noi balliamo un po’ al mattino nella nostra vita

come un dito dimagrito nell’anello di un tempo.

Siamo diventati più piccoli, più umili

a causa dei sogni? Più liberi in ogni caso

che non lungo una vita in cui il tempo ci stringe

ed ecco che occorrerebbe scegliere di nuovo

la moglie, i figli, la professione, la casa.

Togliamo o conserviamo l’anello?

Ognuno attorno al letto attende una risposta

e il Cristo silenzioso che ci ha risvegliati

è l’ultimo a porre la domanda.

(J.P. Lemaire, La rotta)

La rinuncia a se stessi

Quando una situazione umana ci chiede una totale rinuncia a noi stessi, istintivamente cerchiamo il compromesso o semplicemente imbocchiamo la strada della fuga; ci accomuniamo agli apostoli, che anch’essi sono fuggiti di fronte al realismo della Passione di Gesù.

A tanti livelli e su tanti piani dobbiamo cercare di smascherare le forme di fuga che caratterizzano il nostro preteso “servizio agli altri”.

Quante volte a livello della famiglia, ci lasciamo andare alla ricerca soltanto della gratificazione, dell’affermazione di noi stessi e non accettiamo le persone che ci sono vicine, così come sono, nella loro realtà; le vorremmo sempre diverse e ci arrovelliamo?

Quante volte nell’ambito professionale ci lasciamo trascinare solo dall’interesse e non cerchiamo di rendere un servizio fino in fondo, servizio che ci chiede di uscire da noi stessi, di prendere parte in qualche modo alla croce e di partecipare alla sua forza rivelatrice?

Quante volte di fronte alle richieste che i nostri fratelli avanzano, noi manifestiamo disagio, stizza, rifiuto?

Ecco: tante realtà semplici della nostra vita quotidiana in cui Gesù dalla croce ci chiede di operare una profonda conversione, di metterci davvero in ginocchio davanti alla croce per coglierne il realismo e la fedeltà che cambiano la vita.

Donarsi a tutti non appartenendo a nessuno

Il sacerdote deve amare tutti non appartenendo a nessuno. Un modo di sentire che non rientra nella percezione comune. Si tratta di amore che prevede di darsi senza ricevere un amore simmetrico, perché la mercede egli la ottiene non dall’amore umano ma da quello divino. Sembra una scissione innaturale dell’amore, che prevede nella dinamica umana la partecipazione simultanea. Io ti amo perché mi ami, e sento di doverti amare sempre più, perché tu possa voler bene ancora di più.

Quello del sacerdote è invece un amore gratuito, che manca della parte che proviene dall’altro. E per questo egli giunge ad amare anche chi non lo ama, chi lo ignora, persino chi lo detesta.

Si tratta di un paradosso che però è ben rappresentato nella figura di Cristo, che non solo ha detto di amare anche i nemici e di perdonare chi ci ha procurato danno e dolore, ma addirittura di porgere l’altra guancia per essere pronti a ricevere un altro affronto, un’altra mortificazione.

Del danno ingiustamente subito si offre il pieno perdono e la totale comprensione fino a stabilire che la violenza non fa parte mai della risposta del sacerdote, perché egli non fa altro che imitare Cristo, che così ha detto e così ha mostrato di fare. […]

Non vi è dubbio che questa condizione d’amore è difficile, ma il sacerdote è anche consapevole di potersi fondare sulla forza di un amore ideale, di un amore verso Dio. La parola “ideale” è probabile che sia inadatta, ma interpreta il concetto psicologico di sublimazione dell’amore in idee e in immagini astratte e dunque il trasferimento di un amore carnale in uno puramente spirituale, si potrebbe dire platonico. Una dimensione che nel sacerdote raggiunge però espressioni concrete (incarnate), perché il Dio a cui si lega, parla, quel Dio è presente, quel Dio vive con lui quotidianamente. È importante che tutto ciò sia reale e non una congettura, non uno spostamento, non solo una sublimazione, che rimanderebbe sempre al problema della mancanza d’amore umano. I meccanismi di difesa non permettono mai di risolvere il bisogno d’amore di cui il sacerdote deve essere consapevole, ma anche esperimentare che l’amore che riceve dalla comunità e da Dio valgono la rinuncia insita nella scelta sacerdotale.

Del resto Cristo ha mostrato di essersi dedicato tutto all’amore per gli uomini sostenuto dall’amore grandissimo del Padre.

(Vittorino ANDREOLI, Preti, Milano, Piemme, 2009, 82-83; 86).

Svuotamento

Un maestro di sapienza e di spiritualità, noto per la saggezza delle sue dottrine, ricevette la visita di un professore universitario, che era andato da lui per interrogarlo sul suo pensiero.

Il saggio servì del tè: colmò la tazza del suo ospite e poi continuò a versare, con espressione serena e sorridente. Il professore guardò traboccare il tè, tanto stupefatto da non riuscire a chiedere spiegazione di una distrazione così contraria alle norme più elementari della buona educazione. Ma a un certo punto non poté più contenersi: «È ricolma! Non ce ne sta più», gridò con agitazione.

«Come questa tazza», disse il saggio imperturbabile, «tu sei ricolmo della tua cultura, delle tue opinioni e congetture erudite e complesse. Come posso parlarti della mia dottrina, che è comprensibile solo agli animi semplici e aperti, se prima non vuoti la tua tazza?».

(L. Vagliasindi (ed.), La morale della favola, Milano, Gribaudi, 1983, 11-12).

Esci dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre

Dobbiamo ora parlare delle rinunce. Esse sono tre, come attesta la tradizione patristica e l’autorità delle Scritture, e le dobbiamo adempiere con ogni nostro impegno. La prima è materiale; con essa rinunciamo a tutte le ricchezze e a tutti i beni di questo mondo; con la seconda rinunciamo alle abitudini della vita passata, ai vizi e alle passioni dello spirito e della carne. Con la terza richiamiamo il nostro spirito da tutte le realtà presenti e visibili, contempliamo unicamente le realtà future e non desideriamo se non le realtà invisibili. È necessario compierle tutte e tre; leggiamo che questo il Signore l’aveva comandato anche ad Abramo quando gli disse: Esci dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre (Gen 12,1). Esci dalla tua terra, cioè: rinuncia ai beni di questo mondo e alla ricchezze terrene. In secondo luogo: dalla tua parentela, cioè: rinuncia alla tua vita e alle abitudini di un tempo che sono unite a noi fin dalla nascita a motivo di una specie di affinità o di parentela di natura e di consanguineità. In terzo luogo: dalla casa di tuo padre, cioè da ogni ricordo di questo mondo visibile ai tuoi occhi. Abbiamo infatti due padri: uno è quello che dobbiamo abbandonare, l’altro lo dobbiamo cercare. Davide fa dire a Dio queste parole: Ascolta, figlia, e guarda; porgi l’orecchio e dimentica la tua gente e la casa di tuo padre [Sal 44 (45),11]. Colui che dice: Ascolta, figlia indubbiamente è padre, eppure attesta che è padre della propria figlia anche colui che convince a dimenticare la casa paterna e il popolo a cui appartiene. Ora, questo oblio si realizza quando, morti con Cristo agli elementi di questo mondo, contempliamo, secondo le parole dell’Apostolo, non più le cose che si vedono, ma quelle che non si vedono poiché le cose visibili sono temporanee, quelle invisibili sono eterne (2Cor 4,18); quando uscendo con il cuore dalla casa di questo mondo visibile, volgiamo lo sguardo verso quella in cui abiteremo per l’eternità.

(CASSIANO, Conferenze 3,6, SC 42, pp. 145-146).

La lotta spirituale

La lotta spirituale è innanzi tutto ascesi, esercizio. Chiunque scelga un fine, deve sottomettersi alle fatiche che questo fine richiede per essere raggiunto: negli studi, nella vita morale, nella vita spirituale. La necessità dell’ascesi si pone dunque sul piano prettamente umano, ancor prima che su quello della vita cristiana. Ha scritto Dietrich Bonhoeffer:

«Se parti alla ricerca della libertà, impara innanzitutto disciplina dei sensi e dell’anima, affinché i desideri e le membra non ti portino a caso qua e là.

Casti siano lo spirito e il corpo, sottomessi e obbedienti nel cercare la meta assegnata.

Nessuno penetra il mistero della libertà, se non con la disciplina»

(Dietrich BONHOEFFER, Stazioni sulla via della libertà, in Resistenza e resa, Bompiani, Milano 1969, p. 270).

Rinnega se stesso chi ama se stesso

Che cosa significano le parole: «Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua»? (Mt 16,24). Comprendiamo che cosa vuol dire: «Prenda la sua croce»; significa: «Sopporti la sua tribolazione»; prenda equivale a porti, sopporti. Vuol dire: «Riceva pazientemente tutto ciò che soffre a causa mia. «E mi segua». Dove? Dove sappiamo che se ne è andato lui dopo la risurrezione. Ascese al cielo e siede alla destra del Padre. Qui farà stare anche noi. […] «Rinneghi se stesso».

In che modo si rinnega chi si ama? Questa è una domanda ragionevole, ma umana. L’uomo chiede: «In che modo rinnega se stesso chi ama se stesso?» Ma Dio risponde all’uomo: «Rinnega se stesso chi ama se stesso». Con l’amore di sé, infatti, ci si perde; rinnegandosi, ci si trova. Dice il Signore: «Chi ama la sua vita la perderà» (Gv 12,25). Chi da questo comando sa che cosa chiede, perché sa deliberare colui che sa istruire e sa risanare colui che ha voluto creare. Chi ama, perda. È doloroso perdere ciò che ami, ma anche l’agricoltore perde per un tempo ciò che semina. Trae fuori, sparge, getta a terra, ricopre. Di che cosa ti stupisci? Costui che disprezza il seme, che lo perde è un avaro mietitore. L’inverno e l’estate hanno provato che cosa sia accaduto; la gioia del mietitore ti dimostra l’intento del seminatore.

Dunque chi ama la propria vita, la perderà. Chi cerca che essa dia frutto la semini. Questo è il rinnegamento di sé, per evitare di andare in perdizione a causa di un amore distorto. Non esiste nessuno che non si ami, ma bisogna cercare un amore retto ed evitare quello distorto. Chiunque, abbandonato Dio, avrà amato se stesso e per amore di sé avrà abbandonato Dio, non dimora in sé, ma esce da se stesso. […] Abbandonando Dio e preoccupandoti di te stesso, ti sei allontanato anche da te e stimi ciò che è fuori di te più di te stesso. Torna a te e poi di nuovo, rientrato in te, volgiti verso l’alto, non rimanere in te. Prima ritorna a te dalle cose che sono fuori di sé e poi restituisci te stesso a colui che ti ha fatto e che ti ha cercato quando ti sei perduto, ti ha trovato quando sei fuggito, ti ha convertito a sé quando gli volgevi le spalle. Torna a te, dunque, e va’ a colui che ti ha fatto.

(AGOSTINO DI IPPONA, Discorsi 330,2-3 NBA XXXIII, pp. 818-822).

 

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

– Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana.

Messalino festivo dell’assemblea, Bologna, EDB, 2007.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

———

M. FERRARI, monaco di Camaldoli, «Oggi si è adempiuta questa scrittura», Milano, Vita e Pensiero, 2013.

COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Seconda parte: Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla Risurrezione, Città del Vaticano, Liberia Editrice Vaticana, 2011.

– C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.

XXIII DOM TEMP ORD (C)

Visioni, Realtà e Utopia.

Il prossimo lunedì 9 settembre 2013, alle ore 15.00, presso la Sala Marconi sita nel Palazzo di Radio Vaticana in Piazza Pia 3 (Roma), avrà luogo la conferenza stampa di presentazione della XVI edizione del Religion Today Filmfestival, il Festival internazionale di cinema delle religioni. L’edizione 2013 prenderà avvio il prossimo 11 ottobre e si conclude il 22 ottobre con il seminario organizzato presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione sociale dell’Università Pontificia Salesiana.

 

Durante l’incontro con la stampa e con quanti sono interessati all’evento, la direttrice Katia Malatestaillustrerà le linee guida e le novità che caratterizzano l’edizione di quest’anno che ha come titolo: “Visioni, Realtà e Utopia”. Alla conferenza stampa interverranno Nibras Breigheche (Religion Today Filmfestival), Giovanni La Manna SJ (presidente Centro Astalli), Mauro Mantovani SDB (decano FSC UPS), Sergio Botta (Dipartimento Storia, Culture, Religioni dell’Università La Sapienza di Roma), Victoria Gomez (Movimento dei Focolari), Valeria Biagiotti (Vice Capo Unità dellʼUnità di Analisi e Programmazione del Ministero degli Affari Esteri) che presenterà inoltre il seminario su religioni e relazioni internazionali organizzato dal MAE con l’ISPI-Istituto di Studi Politici Internazionali e Provincia Autonoma di Trento in programma a Trento nei giorni del Festival (17-18 ottobre 2013).

Il Religion Today Filmfestival è un viaggio nelle differenze per una cultura del dialogo e della pace attraverso le riflessioni e il confronto che confluiscono nel cinema e che suscitano il cinema. Tappe del RTFf sono come da tradizione Trento e provincia, Bolzano, Roma – Nomadelfia preview Teggiano, Bassano e Merano.

Credenza e dubbio, fedi e fatti. Da sempre il reale e l’ideale si inseguono nella storia umana e in ogni coscienza come i due volti della stessa esperienza, i due occhi di una visione tridimensionale. Per la sua XVI edizione Religion Today Filmfestival intende cogliere, nella più recente produzione cinematografica internazionale, le sfumature di tale tensione, particolarmente urgente in un tempo come il nostro di crisi degli ideali, di attesa di una credibile utopia.

Il programma prevede la partecipazione del Ministra per lʼIntegrazione Cécile Kyenge e dellʼattore Gioele Dix.

La fede, luce del mondo

E’ uscita la prima enciclica di papa Francesco. Che, come dichiara lo stesso Jorge Mario Bergoglio, recepisce il testo già preparato dal suo predecessore, Benedetto XVI, salvo “alcuni ulteriori contributi” apportati dall’attuale Pontefice. La fede, chiamata e promessa, da Abramo a oggi.

Il “gran lavoro” di Benedetto XVI è alla base della prima enciclica di Papa Francesco. La firma alla fine delle 96 pagine, divise in quattro capitoli più tre paragrafi di introduzione, è quella di Francesco. Ma Bergoglio aveva già annunciato di aver ricevuto una bozza da Ratzinger e aveva parlato di una sorta di “enciclica a quattro mani”.
Ne parla al termine nel terzo paragrafo, spiegando che queste “considerazione sulla fede” intendono “aggiungersi a quanto Benedetto XVI ha scritto nelle Lettere encicliche sulla carità e sulla speranza”. Bergoglio rivela che Papa Benedetto aveva “già quasi completato una prima stesura di Lettera enciclica sulla fede”: “Gliene sono profondamente grato e, nella fraternità di  Cristo assumo il suo prezioso lavoro, aggiungendo al testo alcuni ulteriori contributi”. E questo l’omaggio a Joseph Ratzinger di Jorge Mario Bergoglio.
Papa Francesco cita l’esempio di  due mediatori della luce della fede:  san Francesco d’Assisi e Madre Teresa di Calcutta.  La fede, quindi,  «non ci fa dimenticare le sofferenze del mondo» e «si pone al servizio concreto della giustizia, del diritto e della pace»: «la fede non allontana dal mondo e non risulta estranea all’impegno concreto dei nostri contemporanei».
E’ la prima enciclica del primo Papa sudamericano, del primo Papa gesuita, del primo Papa che ha accanto a sé un Papa emerito. Arriva dopo poco più di cento giorni di pontificato.  Benedetto XVI aspettò otto mesi per pubblicare la Deus caritas est.  Giovanni Paolo II presentò dopo cinque mesi di pontificato la Redemptor hominis.  Paolo VI pubblicò l’Ecclesiam suam dopo oltre un anno, mentre Angelo Roncalli cinque mesi dopo l’elezione presentò  la Ad Petri Cathedram.

 

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Ma senza l’amore anche la fede inaridisce

di Mariapia Bonanate

Ogni parola che dice diventa un gesto, una scelta, un comportamento. S’incarna nella realtà quotidiana, individuale e collettiva. È il carisma di papa Francesco che arriva direttamente dall’annuncio del Vangelo. Leggere questa sua prima enciclica Lumen fidei è ritrovare queste parole. È rivedere il suo sorriso e l’affettuosa complicità dei suoi occhi, quando le pronuncia. È percepire la sua passione, il suo amore per un’umanità che sente il bisogno di riferimenti affidabili, ma non riesce più a trovarli.

 

Le parole allora. A cominciare da quella che percorre nelle sue varie declinazioni il documento pontificio, ne rappresenta il luminoso filo rosso: la fede. Offerta come un dono che fa stare bene nella ricerca, nell’ascolto, nell’apertura al mondo, in una visione complessiva che comprende il tutto. Permette di realizzare la pienezza nella vita personale e comunitaria. Coltiva il bene comune. Intrecciata alla parola fede, la parola amore. Questo intreccio è l’anima, «la parte fondativa e più importante del documento», sottolinea monsignor Rino Fisichella nell’introduzione. È la linfa di altre parole: verità, giustizia, uguaglianza, impegno, servizio, partecipazione, dialogo. Conoscenza. «L’amore stesso è una conoscenza, porta una logica nuova», scrive Francesco, citando Gregorio Magno. Senza l’amore la stessa fede si inaridisce, si affloscia. Ma anche senza la fede, l’amore si svuota del suo significato più profondo, devia su versanti che ne tradiscono l’autentica natura.

 

Che bello e intenso questo canto sull’amore, alfabeto del mondo, vento carezzevole e avvolgente che parte dal cuore. Un cuore di carne, come quello che papa Francesco continua a testimoniare nella scelta prioritaria degli ultimi, nella condivisione con chi fa fatica, nell’abbraccio con i giovani e con il popolo degli invisibili. «Toccare con il cuore, questo è credere ». Francesco cita sant’Agostino che commenta l’episodio della donna ammalata che tocca il mantello di Gesù, riconoscendo «il suo mistero, il suo essere Figlio che manifesta il Padre».  Questo richiamo è una celebrazione della sacralità dei sensi nel cammino della fede, come strumenti per far percepire la presenza fisica del Cristo fra noi e accanto a noi. Come compagno di strada con il quale camminiamo, spezziamo ogni giorno il pane delle nostre mense, delle nostre inquietudini e sofferenze, delle gioie e attese. La fisicità tangibile del Figlio di Dio diventa allora il nucleo pulsante di quella «città affidabile » che l’impegno dei credenti deve edificare ogni giorno in una fratellanza universale rivolta al bene comune.

 

In questa «città dell’uomo e di Dio» papa Francesco dedica, nella conclusione dell’enciclica, quasi un sigillo, uno spazio luminoso alla sofferenza del mondo e di ogni persona: «Il cristiano sa che la sofferenza non può essere eliminata, ma può ricevere un senso, può diventare atto d’amore, affidamento a Dio, e in questo modo essere una tappa di crescita della fede e dell’amore… All’uomo che soffre, Dio non dona un ragionamento che spieghi tutto, ma offre la sua risposta nella forma di una presenza che accompagna. Di una storia di bene che si unisce a ogni storia di sofferenza per aprire in essa un varco di luce». Grazie, papa Francesco, per questa luce che hai acceso come un faro nel mistero inquietante del dolore. E grazie per avere ribadito, ancora una volta: «Non facciamoci rubare la speranza».

11 settembre 2013