Il catechista risveglia negli altri la memoria di Dio

Papa Francesco celebra la messa per i catechisti: «Se le cose, il denaro, la mondanità diventano centro della vita, ci perdiamo». E invita ancora a pregare per la pace in Siria e in Medio Oriente

«Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri, … distesi su letti d’avorio», mangiano, bevono, cantano, si divertono e non si curano dei problemi degli altri. Papa Francesco nell’omelia della messa per i catechisti  nell’Anno della Fede è partito da queste «dure parole» del profeta Amos nella prima Lettura per descrivere «un pericolo che tutti corriamo». Quello che «di adagiarsi, della comodità, della mondanità nella vita e nel cuore, di avere  come centro il nostro benessere». Finendo così per fa consistere la vita nell’avere, nelle cose, perdiamo il nostro stesso volto, come il ricco del Vangelo, che «non ha nome» perché «le cose, ciò che possiede sono il suo volto». Questo accade, ha spiegato il Papa, «quando perdiamo la memoria di Dio» e tutto  «si appiattisce sull’io, sul mio benessere… Chi corre dietro al nulla diventa lui stesso nullità».

«Guardandovi – ha continuato Francesco – mi chiedo: chi è il catechista? È colui che custodisce e alimenta la memoria di Dio; la custodisce in se stesso e la sa risvegliare negli altri». Come ha fatto Maria, che dopo l’annunciazione non ha pensato «all’onore, al prestigio, alle ricchezze» ma è partita per andare ad aiutare l’anziana parente incinta, Elisabetta e quando è arrivata ha lodato l’iniziativa di Dio nel «magnificat».

«La fede – ha aggiunto Bergoglio – contiene proprio memoria della storia di Dio con noi, la memoria dell’incontro con Dio che si muove per primo, che crea e salva, che ci trasforma; la fede è memoria della sua Parola che scalda il cuore, delle sue azioni di salvezza con cui ci dona vita, ci purifica, ci cura, ci nutre. Il catechista è proprio un cristiano che mette questa memoria al servizio dell’annuncio; non per farsi vedere, non per parlare di sé, ma per parlare di Dio, del suo amore, della sua fedeltà». Il catechista, ha aggiunto, «è un cristiano che porta in sé la memoria di Dio, si lascia guidare dalla memoria di Dio in tutta la sua vita, e la sa risvegliare nel cuore degli altri. È impegnativo questo! Impegna tutta la vita!». 

Il Papa ha quindi chiesto ai catechisti: «Vi domando: siamo memoria di Dio? Siamo veramente come sentinelle che risvegliano negli altri la memoria di Dio, che scalda il cuore?». E ha domandato ancora: «Quale strada percorrere per non essere persone “spensierate”, che pongono la loro sicurezza in se stessi e nelle cose, ma uomini e donne della memoria di Dio?». La risposta è contenuta nella lettera di san Paolo a Timoteo, proclamata nella seconda lettura, che diventa un programma anche per i catechisti: «tendere alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza». Il catechista, spiega ancora Francesco «è uomo della memoria di Dio se ha un costante, vitale rapporto con Lui e con il prossimo; se è uomo di fede, che si fida veramente di Dio e pone in Lui la sua sicurezza; se è uomo di carità, di amore, che vede tutti come fratelli; se è uomo di pazienza e perseveranza, che sa affrontare le difficoltà, le prove, gli insuccessi, con serenità e speranza nel Signore; se è uomo mite, capace di comprensione e di misericordia».

Papa Francesco ha rivolto anche oggi un pensiero al conflitto in Siria, e lo fa, prima della recita dell’Angelus in piazza San Pietro, rivolgendo «un saluto particolare» al patriarca greco ortodosso di Antiochia Youhanna X”, che chiama «mio fratello». «La sua presenza – dice – ci invita a pregare ancora una volta per la pace in Siria e nel Medio Oriente». 

Al momento della scambio del segno di pace, durante la messa in Piazza San Pietro per la Giornata dei Catechisti, papa Francesco aveva scambiato un abbraccio, tra gli altri, proprio col patriarca greco ortodosso di Antiochia e tutto l’Oriente, Youhanna X, in questi giorni a Roma per partecipare al Meeting di Sant’Egidio.Il patriarca, che ha già avuto un incontro con il Papa in Vaticano nei giorni scorsi, è il fratello di uno dei due vescovi ortodossi rapiti in Siria.

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

XXVI DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Prima lettura: Amos 6,1.4-7

Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. Canterellano al suono dell’arpa, come Davide improvvisano su strumenti musicali; bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano. Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti.

 

La insipienza del ricco bollata nel Vangelo ha avuto, purtroppo, tanti modelli prima, e troverà ancora tanti imitatori.

     Il tempo di Amos (VIII secolo a.C.) conosce un boom di benessere che alcuni fortunati ritrovamenti archeologici hanno potuto documentare: letti d’avorio (cf. v. 4), case estive, (cf. 3,75), sfacciata ricchezza. A fronte di un florido benessere per pochi, sta la povertà o la miseria per molti. Non è ammissibile una simile sperequazione. Lo squilibrio sociale è indice di uno squilibrio morale.

     La parola del profeta, scarna e rude perché viene da un pastore avvezzo ad una vita essenziale, giunge chiara e forte, tagliente e impietosa. Se alcuni si danno alla ‘bella vita’, dilettandosi nel dolce far niente, nelle gozzoviglie e nei piaceri, altri sono abbandonati a se stessi. La descrizione del lusso e della irresponsabilità della classe dirigente non ha eguali in tutto l’A.T. Amos sferza coloro che non si rendono conto di andare verso il baratro, e non si curano della «rovina di Giuseppe», cioè della situazione disperata e tragica del paese, ormai allo sfascio politico, sociale e religioso.

     La rovina, imminente e ormai palpabile, prende il tragico nome di «esilio». Il quadretto iniziale, quasi ‘da Olimpo’ serve da capo d’accusa per la condanna finale. Anche qui, come già per il Vangelo, si assiste ad un catastrofico ribaltamento di situazione.

     Il messaggio diventa monito per non perdere tempo in cose fallaci e, in maniera positiva, un invito a scelte coraggiose, capaci di ripristinare un equilibrio. Finché siamo nel tempo, abbiamo l’opportunità per un rinnovamento, certi che il futuro roseo viene preparato dall’impegno di oggi.

 

Seconda lettura: 1Timoteo 6,11-16

Tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni. Davanti a Dio, che dà vita a tutte le cose, e a Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, che al tempo stabilito sarà a noi mostrata da Dio, il beato e unico Sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, il solo che possiede l’immortalità e abita una luce inaccessibile: nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo. A lui onore e potenza per sempre. Amen. 

 

Una lettera calda, ricca di paterna attenzione al giovane collaboratore Timoteo, che Paolo si premura di istruire e di indirizzare perché sia una corretta guida della comunità ecclesiale. Prima di concludere la lettera, l’Apostolo sente il dovere di incoraggiare il caro amico. Una solenne dossologia suggella il brano e, ormai, tutta la lettera.

     «Uomo di Dio» è l’onorevole titolo con il quale Paolo chiama Timoteo. Forse è da intendere nel senso che il suo collaboratore è un uomo al servizio di Dio, uno strumento nelle sue mani, così come lo furono gli uomini dell’Antica Alleanza. L’incoraggiamento dondola su due verbi all’imperativo: «evita», riferito, secondo la maggior parte degli esegeti al contenuto espresso nei vv. 2b-10, e «tendi» («insegui»), inteso nel senso di ricercare con l’intento di ottenere «la giustizia, la pietà, la fede, la carità, la pazienza, la mitezza». Elencando alcune virtù, sempre a mo’ di esempio, viene affermata l’esigenza di una vita totalmente e radicalmente cristiana. Parlando di «giustizia» (greco dikaiosyne) non si intende il senso paolino di giustizia divina concessa gratuitamente (cf. soprattutto Rm e Gal), ma la vita retta che Dio indica. Con «pietà» si fa riferimento all’esistenza cristiana pratica. Pertanto, considerando la coppia giustizia-pietà, abbiamo la definizione dell’intera esistenza umana in rapporto a Dio e agli uomini. L’elenco prosegue poi con virtù che sono specifiche dell’ethos cristiano.

     Segue, al v. 12, una nuova immagine, quella del combattimento, che Paolo usa anche altrove (cf. 1Cor 9,24-27; Fil 3,12-14). L’uomo di Dio deve affrontare la gara, come un campione e con decisione, per due motivi: per rispondere alla chiamata di Dio e per onorare l’ingaggio. Si insinua così il vero significato dell’immagine: Paolo richiama alla memoria di

Timoteo — e attraverso lui a tutti i cristiani — la conoscenza che la fede viene vissuta nel contrasto, e che la vita eterna va conquistata nella lotta. Lo sforzo, a cui va l’appello, è aperto alla speranza di conseguire lo scopo mediante la vocazione di Dio. Oziosi e neghittosi sono categoricamente esclusi dal conseguimento della vita. Nella chiamata è incluso l’impegno della professione di fede emessa un giorno «davanti a molti testimoni», la quale non può essere tradita.

     Grazie ad un fortunato parallelismo, la professione cristiana di Timoteo davanti a molti testimoni è posta in relazione con la testimonianza che Gesù Cristo ha reso davanti a Pilato. Cristo è stato il primo a dare una eccellente testimonianza, mediante la sua passione e morte. Ora spetta a Timoteo mantenersi fedele a quella professione di fede e adempiere i comandamenti di Dio con una condotta di vita irreprensibile.

     Poi il discorso si eleva. Sembra che Paolo utilizzi il materiale di una antica professione di fede. La giovane guida della comunità di Efeso deve custodire puro «il comandamento», fino al solenne ritorno di Cristo nella parusia. Il termine «manifestazione» (in greco epifáneia), secondo alcuni autori, richiama l’idea di una festosa comparsa, quando improvvisa e straordinaria; comunque, di essa non è dato sapere il momento. Nelle lettere pastorali il termine epifáneia indica la manifestazione di Cristo nel suo trionfo escatologico (cf. 2Tm 1,10; Tt 2,11).

     La sezione si chiude con una dossologia innica, che ricorda quella dell’inizio della lettera (cf. 1,17), e termina in bellezza l’incoraggiamento di Paolo a Timoteo. In questi versi, di mirabile fattura poetica, sono condensati alcuni attributi divini di derivazione sia biblica che ellenistica. La dossologia «a lui onore e potenza per sempre. Amen» pone il sigillo al nostro brano. Nel suo insieme, ricorre ancora 1Tm 1,17 e 2Tm 4,18. Qui la gloria è sostituita da forza e potenza. La cosa è dovuta alla forte sottolineatura del primato di Dio e della sua sovranità nei confronti di ogni presunta divinità imperiale. Il «per sempre» taglia corto, quasi a dire che «su questo argomento non si potrà mai più tornare, tanto esso è certo e sicuro. Per le comunità giudeocristiane, il contrario non può che essere blasfemo» (C. Marcheselli-Casale). Con la parola «Amen» si chiude il frammento innico. È una parola che suggella, in questo caso, il nostro impegno.

 

Vangelo: Luca 16,19-31 

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 

Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

 

Esegesi 

     Il lettore prova forse un po’ di disagio a leggere una parabola, così poco ‘cristiana’ e molto ‘giudaica’. Eppure il tema della retribuzione, anche se privo di tratti tipicamente cristiani, ricorda l’impegno a condurre la vita in proiezione dell’esistenza ultraterrena. È un invito a non lasciarsi ingabbiare da una mentalità ripiegata su se stessa, incapace di aprirsi al futuro e soprattutto ignara di quanto succede tutti i giorni  attorno a noi.

— Possiamo individuare due parti, reperibili rispettivamente nei vv. 19-21 e 23-31. La prima, più breve, fa salire sul palco due personaggi opposti, il ricco e Lazzaro. Il riflettore del narratore si accende solo per il ricco, presentato ‘in video e in voce’, perché di lui sono registrate azioni e parole. Lazzaro sembra essere la sua controfigura: nessuna parola e, se viene in parte raffigurato, è per creare il contrasto con l’altro. Alla seconda parte, più lunga, spetta il compito di reggere la logica dell’insieme. Tra le due, il v. 22 assume il ruolo di ‘trasformatore’ perché con la morte le due situazioni si cambiano fino ad invertirsi. Nella seconda parte domina il dialogo tra il ricco e Abramo, che permette al lettore di ‘sbirciare’, non nella realtà figurativa (il brano non e una diapositiva dell’aldilà) ma nella realtà teologica. Si comprende allora che è importante valorizzare l’oggi con l’attenzione caritatevole agli altri, soprattutto ai più bisognosi, per evitare di trovarsi in una situazione disastrosa e senza via di uscita.

— Tutto il cap. 16 e in particolare il v. 14 sono una catechesi sul retto uso del denaro. La catechesi aveva di mira in primo luogo i farisei e dopo di loro tutti coloro che sono presi al laccio della tentazione che porta a impiegare il denaro solo per i propri interessi. La ricchezza non viene demonizzata; semplicemente viene riportata al rango di mezzo per fare il bene, anziché ritenerla insipiente strumento di soddisfazione di tutti i capricci.

 

— Di un uomo si parla fin dall’inizio e con tale qualifica resterà fino alla fine. Essere ricco non è né un difetto né un disonore. È solamente il rilievo di un potenziale che si presta a molteplici impieghi. Sarà il buono o cattivo uso a determinare la qualifica morale e quindi il giudizio. Un primo dubbio insorge alla notizia che vestiva elegantemente, con tessuti costosi: «porpora e di lino finissimo» che noi oggi classificheremmo come capi da boutique. Inoltre. godeva quotidianamente i piaceri della buona tavola («lautamente» in greco lamprós – unica ricorrenza in tutto il NT – cioè «splendidamente», «sontuosamente»). 

     La voluta presentazione paradossale serve a creare il contrasto con l’altro, il mendicante Lazzaro, che attende qualcosa dalla tavola ben imbandita del ricco. La sua rimane un’attesa frustrata e frustrante. Il suo nome (unico personaggio delle parabole provvisto di nome) significa ‘Dio aiuta’: normalmente Dio interviene servendosi della sensibilità e del buon cuore delle persone. Invece no: nessuno interviene o si prende cura di Lazzaro. Se aggiungiamo il fatto che il povero era anche «coperto di piaghe», significa che era circondato dal più grande disinteresse.

     Il contrasto tra il ricco e Lazzaro, studiato appositamente per essere provocatorio, denuncia una situazione insostenibile. Il ricco non ha compiuto nulla di negativo, ha però omesso di intervenire a favore di Lazzaro. Poiché questi giaceva alla sua porta, non è ammissibile che non l’abbia visto, che non sapesse. Ora è chiaro il significato negativo di quella ricchezza che ha smorzato, fino ad azzerarla, la sensibilità per gli altri, soprattutto per i meno fortunati. Tra le righe, affiora anche il messaggio che non basta evitare il male, occorre compiere il bene. Esistono anche i peccati di omissione, tra cui la noncuranza o la poca sensibilità verso gli altri (cf. prima lettura). Fin qui la situazione durante la vita (terrena).

— La morte di entrambi ribalta la situazione. Viene applicata la legge del contrappasso: chi stava bene inizia a soffrire e viceversa. Non è vero, come sostenevano i sadducei, che tutto si esaurisce nella vita terrena. Il lettore è portato dal narratore a sapere, quasi a ‘vedere’ ciò che si svolge dietro le quinte della storia. Luca utilizza le immagini abituali del suo tempo, attinge al mondo giudaico che impregna notevolmente la presente parabola. Il messaggio sta nel ricordare agli uomini i parametri diversi utilizzati nell’altra vita, quella dopo la morte. Quello di Luca non è un cortometraggio sensazionale, un reportage da scoop, ma una catechesi di escatologia. Egli anticipa il domani servendosi di immagini, affinché i farisei del tempo di Gesù e i lettori di tutti i tempi valorizzino il loro presente.

— Lazzaro è portato «accanto ad Abramo», espressione semitica di intimità. In altre parole, egli partecipa alla beatitudine. Ancora una volta si nota l’assenza di una caratteristica propriamente cristiana (per esempio la comunione con Dio) e il prevalere della sensibilità giudaica. Gli «angeli» sono coloro che permettono la trasposizione senza fatica da una condizione all’altra. La menzione degli angeli e la vicinanza ad Abramo definiscono la condizione di beatitudine. Nel nostro linguaggio sarebbe il ‘paradiso’.

— La situazione del ricco occupa tanto interesse perché su di lui devono fissarsi gli occhi del lettore, per capire bene il messaggio. Egli sta all’«inferno», traduzione del greco Ade, che evoca un luogo di abbandono e di lontananza da Dio: si veda At 2,27.31 dove viene citato il Sal 16,10  («negli inferi»), secondo la versione dei Settanta che riporta «Ade», a differenza del testo ebraico che ha «Sheol» (tradotto con «sepolcro»). Ade e Sheol sono qui praticamente equivalenti. Per gli Ebrei lo Sheol era luogo di tenebre, di silenzio e di oblio (cf. Gb 10,21; Sal 94,17; 88,12). La ovvia ubicazione dell’Ade è in basso, esattamente il contrario

della ‘collocazione’ di Dio che per tutte le religioni sta in alto. La precisazione del ‘luogo’ lascia presagire il seguito.

     A questo punto prende il via un serrato dialogo tra il ricco e Abramo. È il ricco che prende l’iniziativa di rivolgersi ad Abramo, «gridando». Non direttamente una domanda di soccorso, bensì un’autorizzazione è il contenuto dell’invocazione. Chi di fatto dovrebbe portare il soccorso è Lazzaro, richiesto di un favore molto piccolo e, apparentemente, inutile.

     Qualche goccia di acqua sulla lingua del ricco non sortisce grandi risultati, ma ha l’effetto di dichiarare benvenuto anche il più piccolo sollievo. La pena è molto grande, perché espressa in greco con il verbo odynô tradotto con «torturare». La richiesta era modesta, ai limiti della nullità, eppure causa di sollievo in quella condizione di tormento.

— La risposta di Abramo, anche se gentile, è negativa. Egli ricorda il ribaltamento di situazione. Enunciato il principio che ha un largo sfondo nella cultura dei popoli, si ricorda la condizione di incomunicabilità tra le due situazioni. L’idea è espressa come una distanza insuperabile. Il termine greco chasma, reso con «abisso» e specificato come «grande», ricorre solo qui in tutto il NT, ed indica uno spazio incolmabile. Non è certo questione di chilometri, ma di situazioni irreversibili. L’immagine del v. 26 non si trova nelle raffigurazioni bibliche ed ebraiche dell’aldilà. Essa indica che, alla morte, la sorte degli uomini è stabilita irrevocabilmente. Il tempo («ora») e il luogo («qui») non ammettono cambiamenti.

Soggiace l’inesorabile idea del ‘per sempre’.

— Non potendo trovare giovamento per sé, il ricco pensa (stranamente!) agli altri, in questo caso ai suoi fratelli. Il particolare suonerebbe una forzatura, se non fosse l’espediente per far passare l’idea principale. All’ex ricco che vuole mandare messaggi dall’oltretomba per i suoi fratelli affinché si ravvedano ed evitino «questo luogo di tormenti», Abramo risponde che la Parola di Dio («Mosè e i Profeti») sono la via ordinaria della conversione e del corretto cammino verso Dio. È dichiarato apertamente il valore della Scrittura (cf. 24,27.44): essa, conosciuta e accolta, esige una vita coerente con il messaggio rivelato. Si tratta di ‘sapere’ e di ‘fare’. La Parola di Dio contiene sufficienti indicazioni, senza ricorrere

allo spettacolare e al miracolismo, del resto già denunciato come improduttivo (cf. 10,13). Ancora un messaggio: bisogna rispettare i tempi. C’è un tempo utile per una doverosa solidarietà, c’è un tempo in cui non è più consentito agire. In questo aspetto, troviamo una piena concordanza con un prezioso monito di Gesù, quello di vegliare per non essere sor-presi (cf. 21,34-36).

     I vv. 27-31 costituiscono la lezione principale e additano nelle Scritture il segno che conduce nel modo più convincente alla conversione. La lezione della parabola è chiara: urge convertirsi e quindi ascoltare Mosè e i profeti. Sono loro la strada maestra sulla quale bisogna restare; diffidare, perciò, dalle scorciatoie, perché illusorie e incapaci di condurre alla meta. Le Scritture sono qui, a disposizione, chiare ed essenziali. Esse sono la bussola con l’ago magnetico puntato verso Dio e verso il prossimo. La loro fedele osservanza, oggi, garantisce rincontro con Dio, nel tempo e per l’eternità.

 

Meditazione 

L’ingiustizia rappresentata da uno stile di vita preoccupato del proprio benessere e totalmente insensibile alle sofferenze e ai bisogni dei poveri: questa la denuncia del profeta Amos e il sottofondo della pagina evangelica. Dai testi emerge la domanda: chi è l’altro per me! E soprattutto, tra gli altri, il povero, l’ultimo, il reietto. Quale responsabilità accetto di assumere nei confronti di chi è povero, bisognoso, e con la sua miseria è grido che chiede aiuto e che mi interpella? Ma i testi annunciano anche il giudizio che colpirà chi, vivendo nel lusso e nell’esibizione sfacciata della propria ricchezza, finisce nell’incoscienza di chi dimentica l’umanità del fratello povero e obnubila anche la propria umanità. Giudizio storico in Amos («andranno in esilio in testa ai deportati»: Am 6,7), giudizio escatologico in Luca (il ricco si trovò «nell’inferno, tra i tormenti»: Lc 16,23), sempre viene affermato che Dio non è indifferente al male e all’ingiustizia, ma se ne fa vindice.

Se il nome del povero mendicante è Lazzaro (che significa «Dio aiuta»), il nome del ricco non è ricordato, anzi è espropriato dalla sua stessa ricchezza: egli è il «ricco» (vv. 19.22). La vertigine che può dare il possedere molto rischia di rendere il ricco spossessato di sé, dimentico dell’essenziale perché sedotto dal troppo delle cose che possiede e che illudono di sfuggire la morte. Banchettare tutti i giorni, significa sfuggire l’ordine dei giorni, l’economia della successione feria – festa, rendere festa anche la feria, entrare in un eccesso che si sottrae ai limiti della quotidianità. Il troppo del ricco gli impedisce di vedere il troppo poco di Lazzaro che dalla violenza della vita e dall’indifferenza degli uomini «è gettato» presso l’atrio della sua casa: segno di una contiguità dei poveri alla tavola dei ricchi da cui tuttavia sono sadicamente e consapevolmente esclusi, tanto nella parabola lucana come nella situazione storica attuale. La pagina evangelica ci mette in guardia da un rischio grave: che la presenza del povero diventi un’abitudine, e non susciti più scandalo né indignazione.

La morte è un protagonista importante della parabola. Preziosa memoria dei limiti che scandiscono l’avventura umana, essa è spesso rimossa dalla nostra coscienza grazie a comportamenti che ci illudono di immortalità. Possedere molti beni, uno stile di vita lussuoso che si manifesta nella qualità degli abiti e nel quotidiano banchettare lautamente senza mai condividere, è tentativo tanto seducente quanto illusorio di sfuggire all’angoscia della morte. Inoltre, l’ineluttabilità della morte dovrebbe insegnare qualcosa a ogni creatura umana. Viviamo pochi giorni su questa terra: perché non cercare l’essenziale, ciò che ve-ramente ha senso? Perché non cercare di praticare la giustizia e la condivisione, l’amore e la compassione? Perché non ricercare l’incontro e la relazione?                              .

La scena surreale del dialogo tra il ricco che dai tormenti si rivolge ad Abramo perché mandi Lazzaro ad avvertire i suoi fratelli di cambiare vita istruendoli su ciò che li aspetta nell’al di la, presenta più di un motivo di interesse. La risposta di Abramo sottolinea il fatto che nella vita può esserci un troppo tardi. Occorre vivere il momento presente come l’oggi di Dio. Occorre entrare nella coscienza che il momento presente è l’occasione in cui posso vivere il tutto dell’amore, della fedeltà all’Evangelo, e il momento in cui mi gioco tutto. Aderire all’oggi, al momento presente, senza fughe in avanti e senza comportamenti che stordiscono e fanno evadere la realtà, è sapienza.

Ma tale risposta ricorda anche che la fede non si fonda su miracoli o su eventi straordinari: «Se qualcuno dai morti andrà dai viventi essi si convertiranno», dice il ricco. Abramo risponde abbattendo quest’ultima illusione: «Se non ascoltano Mose e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi» (Lc 16,31). Ascolto della Parola di Dio contenuta nelle Scritture e accoglienza del Signore che ci visita nel povero, sono le realtà da mettere in pratica qui e ora, oggi, sulla terra. Realtà ordinarie, ma su cui si gioca il giudizio finale. 

Preghiere e racconti

I poveri come tempio

Spoglia l’altare della Vergine e vendine i vari arredi, se non potrai soddisfare diversamente le esigenze di chi ha bisogno. Credimi, le sarà più caro che sia osservato il Vangelo del Figlio suo e nudo il suo altare piuttosto che vedere l’altare ornato e disprezzato il Figlio. Il Signore manderà poi chi possa restituire alla Madre quanto ci ha dato in prestito.

(Vita seconda di Francesco d’Assisi- Tommaso da Celano).

Ricchezza e povertà

«Il denaro non è “disonesto” in se stesso, ma più di ogni altra cosa può chiudere l’uomo in un cieco egoismo. Si tratta dunque di operare una sorta di “conversione” dei beni economici: invece di usarli solo per interesse proprio, occorre pensare anche alle necessità dei poveri, imitando Cristo stesso, il quale – scrive san Paolo – “da ricco che era si fece povero per arricchire noi con la sua povertà” (2 Cor 8,9). Sembra un paradosso: Cristo non ci ha arricchiti con la sua ricchezza, ma con la sua povertà, cioè con il suo amore che lo ha spinto a darsi totalmente a noi.

Qui potrebbe aprirsi un vasto e complesso campo di riflessione sul tema della ricchezza e della povertà, anche su scala mondiale, in cui si confrontano due logiche economiche: la logica del profitto e quella della equa distribuzione dei beni, che non sono in contraddizione l’una con l’altra, purché il loro rapporto sia bene ordinato. La dottrina sociale cattolica ha sempre sostenuto che l’equa distribuzione dei beni è prioritaria. Il profitto è naturalmente legittimo e, nella giusta misura, necessario allo sviluppo economico. Giovanni Paolo II così scrisse nell’Enciclica Centesimus annus: “la moderna economia d’impresa comporta aspetti positivi, la cui radice è la libertà della persona, che si esprime in campo economico come in tanti altri campi” (n. 32). Tuttavia, egli aggiunse, il capitalismo non va considerato come l’unico modello valido di organizzazione economica (cfr ivi, 35). L’emergenza della fame e quella ecologica stanno a denunciare, con crescente evidenza, che la logica del profitto, se prevalente, incrementa la sproporzione tra ricchi e poveri e un rovinoso sfruttamento del pianeta. Quando invece prevale la logica della condivisione e della solidarietà, è possibile correggere la rotta e orientarla verso uno sviluppo equo e sostenibile».

Maria Santissima, che nel Magnificat proclama: il Signore “ha ricolmato di beni gli affamati, / ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,53), aiuti i cristiani ad usare con saggezza evangelica, cioè con generosa solidarietà, i beni terreni, ed ispiri ai governanti e agli economisti strategie lungimiranti che favoriscano l’autentico progresso di tutti i popoli.

(Benedetto XVI, Le parole del Papa alla recita dell’Angelus, 23-IX-2007).

Come i gigli dei prati e gli uccelli del cielo

Uno dei confratelli chiese ad un anziano: Sarebbe giusto se io tenessi due monete per me, nel caso mi ammalassi ? L’anziano, leggendo nei suoi pensieri che egli voleva tenerle, disse: Tienile. Il fratello, ritornando alla sua cella, cominciò a lottare con i suoi pensieri, dicendo: Mi chiedo se il padre mi ha dato la sua benedizione oppure no. Alzandosi, tornò dal padre e gli rivolse queste parole: in nome di Dio, dimmi la verità, perché sono tutto ansioso per queste due monete. L’anziano gli disse: Dal momento che ho visto i tuoi pensieri e il tuo desiderio di tenere quelle monete, ti ho detto di tenerle. Ma non è bene tenere più di quello che ci serve per il corpo. Ora queste due monete sono la tua speranza. Ma se le perdessi, Dio non si prenderebbe forse cura di te ? Lasciate ogni preoccupazione a Dio, allora, perché egli si prenderà cura di voi.

( Thomas Merton, La saggezza del deserto)

Essere caritatevoli

Il movimento Emmaus, che non è confessionale, rappresenta un pugno nello stomaco per tante “brave persone” – praticanti impeccabili, si dice – che lasciano crepare quanti abitano alla porta accanto, senza neppure accorgersene, consentendo tranquillamente il permanere, sul piano politico, di un ordine ingiusto di cui esse profittano..

Dentro di me tutto questo esplode con la violenza di una bomba, poiché sono ferito della ferita del disoccupato, della ferita della giovane donna di strada.. come una madre è malata della malattia del suo bambino. Ecco che cos’è la carità, si dirà con un sorriso un po’ sprezzante, poiché il termine, disprezzato, evoca le “opere buone” delle belle e ricche dame di un tempo. Essere caritatevoli non è solo dare, è essere stati, essere feriti della ferita altrui. Ed è anche congiungere tutte le mie forze con le forze dell’altro per guarire insieme dal suo male diventato il mio.

(Abbé Pierre, Testamento)

Ogni giorno, anche senza cercarlo vediamo un Lazzaro

Sta scritto: C’era un tale, che era ricco, e subito dopo si aggiunge: e c’era un mendicante di nome Lazzaro (Lc 16,19). Di certo presso la gente sono più noti i nomi dei ricchi che quelli dei poveri. Perché dunque il Signore parlando di un povero e di un ricco dice il nome del povero e non dice quello del ricco, se non perché Dio conosce gli umili e li approva, e ignora invece i superbi? Per questo, nell’ultimo giorno, a certuni che si sono insuperbiti per il potere di fare miracoli dirà: Non so di dove siete; via da me, voi tutti, operatori di iniquità (Mt 7,23). A Mosè invece è detto: Ti ho conosciuto per nome (Es 33,12). Del ricco, dunque, il Signore dice: C’era un tale, e riguardo al povero: un mendicante, di nome Lazzaro; è come se dicesse: «Conosco il povero che è umile, non il ricco che è superbo. L’uno lo conosco e lo approvo, l’altro lo ignoro poiché lo condanno» […] Ecco, Lazzaro, il mendicante, giace tutto piagato davanti alla porta del ricco. Con quest’unico fatto il Signore esprime due giudizi. Il ricco, infatti, avrebbe forse avuto qualche giustificazione se Lazzaro non fosse rimasto a giacere davanti alla sua porta povero e piagato, se fosse stato lontano, se la sua povertà non avesse importunato il suo sguardo. Inoltre, se il ricco fosse stato lontano dallo sguardo del povero mendicante, questi avrebbe dovuto sopportare nel suo animo una tentazione meno forte. Ma poiché il Signore pone il povero e coperto di piaghe davanti alla porta del ricco che godeva di tanti piaceri, da un’unica e medesima situazione questo derivò: vi fu grave condanna per il ricco che vedeva il povero e non ne ebbe compassione; ma anche, vi fu una quotidiana tentazione per il povero che vedeva il ricco. Non credete che quest’uomo povero e piagato abbia dovuto sopportare gravi tentazioni al pensiero che lui mancava di pane ed era malato e davanti a sé vedeva un ricco in piena salute, immerso nei piaceri? […]

Ma voi, fratelli, conoscendo il riposo donato a Lazzaro e il castigo inflitto al ricco, datevi da fare, cercate degli intercessori per le vostre colpe, fate in modo di avere i poveri quali vostri avvocati nel giorno del giudizio. Avete ora molti Lazzari; stanno davanti alla vostra porta e hanno bisogno di ciò che ogni giorno dopo che vi siete saziati, cade dalla vostra mensa. Le parole del libro sacro ci devono predisporre a praticare i precetti della carità. Ogni giorno possiamo trovare Lazzaro, se lo cerchiamo; ogni giorno, anche senza cercarlo vediamo un Lazzaro.

(GREGORIO MAGNO, Omelie sui vangeli 40,3-4.10, Opere di Gregario Magno, Omelie sui vangeli, pp. 568-570.578-580).

La povertà del predicatore

Nella povertà del discepolo e dell’apostolo il destinatario del vangelo può cogliere il segno stesso del contenuto del messaggio. La povertà del predicatore è, per così dire, il sacramento, cioè la manifestazione visibile del vangelo e dell’uomo che dal vangelo si lascia coinvolgere. Il cuore della lieta novella, che il regno di Dio viene e la figura di questo mondo passa, che il Crocifisso è il Risorto e che morte significa vita, ma che la vita vera passa sempre attraverso la morte, tutto questo l’apostolo non può annunciarlo soltanto a parole, ma con il suo stesso modo di vivere. Lui stesso deve incarnare questo messaggio. La croce di Cristo e la speranza nella risurrezione si configurano nell’essere-crocifìssi-con-Cristo degli apostoli, che poi significa che «fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani» (cfr. 1 Cor 4,11ss.).

Nella povertà dell’apostolo è possibile cogliere il messaggio della croce e risurrezione. Il predicatore diventa così segno vivente del suo messaggio, il segno che la figura di questo mondo passa e il Signore viene a liberarci […].

Ma la povertà deve esprimere al tempo stesso una dedizione a favore del prossimo. Se si vuole seguire Gesù bisogna essere disposti a dare tutto ciò che si possiede ai poveri. Come la povertà di Gesù sta a esprimere il suo amore per gli uomini – «Da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9) – così anche la povertà dei discepoli serve ad amare tutti gli uomini, ma soprattutto i più poveri, come fratelli e sorelle di Gesù. La povertà porta alla solidarietà con i poveri, a una maggior solidarietà nell’amore. Soltanto chi è povero può essere davvero amico dei poveri, dei piccoli, degli emarginati […]. Dovremo allora porci una seria domanda: nella comunità i poveri sono anche i ‘prediletti’, come lo sono stati per Gesù, o, invece, lo sono i ricchi i ‘ben educati’, i ‘più validi’ e ‘distinti’, quelli con i quali è possibile ‘dialo-  gare’? Chi rappresenta il particolare oggetto del nostro interesse e del nostro amore?

(G. GRESHAKE, Essere preti. Teologia e spiritualità del ministero sacerdotale, Brescia 1984,193s.).

Vendere il cuore al denaro

«Avere dei soldi non è un male, ma vendere il proprio cuore al denaro è una tragedia, perché, ovunque sia il vostro tesoro, lì sarà anche il vostro cuore. Se date il vostro cuore alle cose di questo mondo, presto inizierete a competere con gli altri per ottenere tutto il possibile. Incomincerete ad accendere la candela ad entrambe le estremità pur di avere sempre di più. Questa è la strada giusta se volete farvi venire la pressione alta e l’ulcera, se volete diventare ansiosi e depressi. Se scegliete di percorrere questa strada, finirete per essere tentati di ingannare, raggirare e scendere a compromessi con la vostra integrità, pur di fare del “denaro facile” o di concludere un “grande affare”».[…]

La conclusione è la seguente: non posso pronunciare il mio «sì» d’amore in risposta all’invito di Dio senza pronunciare un «sì» d’amore agli altri; mi è impossibile amare Dio senza amare gli altri, così come agli altri è impossibile amare Dio senza amare me».

(J. POWELL, Perché ho paura di essere pienamente me stesso, Milano, Gribaudi, 2002, 89-90).

Preghiera

Signore, abbiamo compreso con la parola tagliente e vera, che oggi ci hai donato, che l’essenziale della vita non è confessarti a parole, ma praticare l’amore concreto per i poveri e per quelli che sono stati favoriti dalla vita. Questo significa fare la volontà del Padre tuo, vivere di te, forse anche da parte di coloro che non ti conoscono bene. Signore Gesù, tu ti identifichi con i perseguitati, con i poveri, con i deboli. Tu ci hai dato un esempio chiaro di vita, che hai racchiuso nel vangelo e specie nelle beatitudini pronunciate sul Monte.

Il segno che è arrivato il tuo regno si trova nel fatto che in te l’amore concreto di Dio raggiunge i poveri, gli emarginati, non a causa dei loro meriti, bensì in ragione stessa della loro condizione d’esclusi, d’oppressi, perché tu sei dio e perché questi che sono considerati ultimi sono i primi “clienti” tuoi e del Padre tuo.

Aiutaci, Signore, a capire che trascurare quest’amore concreto per i poveri, i forestieri, i prigionieri, coloro che sono nudi o che hanno fame, significa non vivere secondo la fede del regno ed escluderli dalla sua logica. Mancare all’amore è rinnegare te, perché i poveri sono tuoi fratelli e lo sono appunto a motivo della loro povertà.

Facci capire fino in fondo che essi sono il luogo privilegiato della tua presenza e di quella del Padre tuo celeste.

 

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

– Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana.

Messalino festivo dell’assemblea, Bologna, EDB, 2007.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

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M. FERRARI, monaco di Camaldoli, «Oggi si è adempiuta questa scrittura», Milano, Vita e Pensiero, 2013.

COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Seconda parte: Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla Risurrezione, Città del Vaticano, Liberia Editrice Vaticana, 2011.

– C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.

PER L’APPROFONDIMENTO:

XXVI DOM TEMP ORD (C)

La rivoluzione comunicativa di papa Bergoglio

La rivoluzione comunicativa di papa Bergoglio

“Caro Papa, ti scrivo”. Da ogni angolo del pianeta arrivano in Vaticano duemila lettere al giorno. Come i messaggi in bottiglia dei naufraghi, le buste indirizzate a Francesco seguono percorsi avventurosi.

«Le vie del Signore sono infinite e poi si sa: tutte le strade portano a Roma», scherzano al servizio postale vaticano. Spesso mancano città, indirizzo o affrancatura. Oppure a recapitarle è direttamente chi le scrive. «Alcuni vengono qui da noi- spiega il vicedirettore della Sala Stampa, padre Ciro Benedettini-. Negli ultimi sei mesi la quantità di corrispondenza destinata al Pontefice è continuamente aumentata. A scrivere è ogni tipologia di persona: giovani e anziani, intellettuali e operai. C’è una forte crescita rispetto ai precedenti pontificati, la gente avverte la vicinanza del Papa alle proprie sofferenze e si rivolge a lui non solo per chiedere aiuto materiale nelle difficoltà provocate dalla crisi economica, ma soprattutto un conforto morale per andare avanti. Quasi tutti aggiungono il numero di telefono nella speranza di una chiamata».

Talvolta sono semplici biglietti augurali per ricorrenze personali o feste religiose. «È il risultato di un’attesa reale: prima della fumata bianca – dice lo storico del cristianesimo Giovanni Maria Vian, direttore dell’Osservatore Romano – a San Pietro stava in ginocchio ogni giorno un uomo scalzo che esibiva un cartello con scritto “Francesco” e che è poi scomparso. Nel medioevo era diffuso il desiderio di un “Papa angelicus”, oggi cresce la ricerca di paternità e di accoglienza misericordiosa. Magari anche solo ‘un prete per chiacchierare’, come canta Celentano. E da sacerdote autentico Bergoglio ascolta e offre direzione spirituale. Un altro sintomo di questo bisogno è che arrivano pacchi di lettere anche a Benedetto XVI». In molti casi le speranze del mittente non restano deluse. Emblematica è la risposta di Francesco resa nota dalla madre di Gustavo Cerati, musicista rock argentino in coma da tre anni per un ictus cerebrale:

«L’assuefazione ci fa archiviare la vita ma la vita prosegue, scompare e torna ad apparire». Dalla Sardegna gli scrive Fortunato Ladu: «Dopo 2000 anni noi pastori aspettiamo il pagamento di quella cambiale che ci firmò l’Angelo di Dio. Difficile mestiere, non come quello di pastore di anime, ma impegnativo. Non servono soldi, ma il riconoscimento del nostro lavoro».

Cento e 20 lavoratori del distretto ceramico di Civita Castellana hanno messo nero su bianco il loro grido d’allarme: «Le chiediamo di tenderci la mano in un modo semplice, parli di noi, in modo che tutti sappiano e si possano adoperare in maniera fattiva a non farci licenziare». Marco Zanframundo, operaio reparto Mof dell’Ilva: «Io e i miei compagni ci sentiamo sconfitti in una guerra che non farà storia perché è già segnata dal silenzio assordante di chi può e deve intervenire per scongiurare anche il pericolo di gesti estremi dettati dalla disperazione».

Gli hanno rivolto un appello anche gli abitanti sgomberati ad agosto dall’ex scuola Belvedere a Napoli, di proprietà di una congregazione di suore. Messaggi tra cielo e terra.

GIACOMO GALEAZZI

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Nelle telefonate del Pontefice la pastorale della solidarietà

Dalla vittima di stupro, alla mamma del tossicodipendente, al bambino malato

La telefonata è arrivata grazie a un tovagliolo di carta. Poche righe intrise di sofferenza e di coraggio. Nei giorni scorsi, una donna addetta alle pulizie nell’aeroporto di Buenos Aires ha saputo che l’uomo passatole di fronte era il direttore della Tv cattolica e stava imbarcandosi su un volo diretto a Roma dove avrebbe incontrato il Papa. Così ha pensato di scrivere un breve messaggio, per raccontare di suo figlio tossicodipendente e disoccupato, spiegando che lei lavora ogni giorno per lui nella speranza che possa uscire dall’incubo della droga. La donna ha scritto sul tovagliolo la richiesta di una preghiera e l’ha affidata al giornalista.

Quella singolare missiva su salvietta ha attraversato l’oceano ed è arrivata nelle mani di Bergoglio, che ne è rimasto profondamente colpito. «Era scritta in modo spartano… chiedeva solo una preghiera». Il Papa ha composto il numero che la donna aveva appuntato su un angolo del tovagliolo e le ha parlato. Ha voluto anche parlare con il figlio. Ha ascoltato entrambi, ha detto che pregava per loro. Il giorno dopo, incontrando i preti di Roma, Francesco ne ha parlato: è stato finora l’unico caso di telefonata papale rivelato dal chiamante e non dal chiamato. Bergoglio ha indicato l’esempio della donna e ha chiesto: «Non è questa santità?». La Chiesa «non crolla», ha aggiunto, perché anche oggi «c’è tanta santità quotidiana».

Le chiamate del Francesco alle persone comuni stanno diventando un’abitudine. L’ultima in ordine di tempo è quella fatta alla famiglia Chiolerio di Betlemme, frazione di Chivasso. Il Papa ha chiamato Federico, un bambino di sei anni che gli aveva inviato un disegno della frazione, l’unica località italiana a portare il nome della città dov’è nato Gesù.

Che cosa spinge il Papa venuto «dalla fine del mondo», nei rari momenti di tranquillità trascorsi nella suite 201 di Casa Santa Marta, a prendere il telefono fisso e a digitare personalmente il numero di uomini, donne, bambini che gli hanno spedito una lettera, un disegno o un messaggio di posta elettronica? «Per favore, spieghi ai giornalisti che le mie telefonate non sono una notizia», ha detto Francesco a don Dario Viganò, direttore del Centro Televisivo Vaticano. «Io sono così, ho sempre fatto questo anche a Buenos Aires.

Ricevevo un biglietto, una lettera di un prete in difficoltà, una famiglia o un carcerato e rispondevo. Per me è molto più semplice chiamare, informarmi del problema e suggerire una soluzione, se c’è. Ad alcuni telefono, ad altri invece scrivo». Il Papa ha concluso con un sorriso ironico: «E meno male che non sanno tutte quelle che ho fatto!».

Le prime chiamate a sorpresa di Francesco erano dirette a persone conosciute. L’edicolante, per avvisarlo che causa elezione al soglio pontificio non doveva più portargli al copia del quotidiano «La Nación». Il suo dentista a Buenos Aires, per disdire, sempre a motivo della sopravvenuta elezione, un appuntamento già preso: il medico in quel momento era assente, e la segretaria per poco non sveniva dopo aver riconosciuta la voce di Bergoglio. Poi si è saputo di telefonate divenute un appuntamento fisso, come quella quindicinale, la domenica, a un gruppo di ragazzi detenuti in un carcere di Buenos Aires, che Francesco accompagna: «Sento che mi devo prendere cura di loro».

Infine si è cominciato ad aver notizia anche di chiamate fatte a persone sconosciute. Il flusso di corrispondenza è quasi triplicato, in Vaticano arrivano ogni giorno diversi sacchi pieni di lettere indirizzate a Francesco. Il Papa ha l’abitudine di leggerne un numero maggiore rispetto ai predecessori, anche se non può rispondere personalmente a tutte. Ma i messaggi che più lo colpiscono li trattiene sulla sua scrivania. Ci medita su. E in qualche caso partono le telefonate. Ripercorrendo quelle finite alla ribalta della cronaca, è possibile disegnarne quasi la «geografia».

C’è quella fatta a Michele Ferri, fratello del titolare di impianti di benzina ucciso lo scorso giugno da un suo dipendente. L’uomo, immobilizzato sulla carrozzina, gli aveva scritto per parlargli della sua sofferenza per quella morte violenta che non riusciva ad accettare. C’è quella che ha raggiunto Alejandra, una donna argentina vittima di stupro da parte di un poliziotto, che aveva scritto al Papa chiedendo giustizia. E ancora c’è la chiamata rivelata da Anna Romano, la giovane che ha deciso di non abortire nonostante il padre del bambino prima di abbandonarla glielo avesse chiesto. O quella della scorsa settimana a Michael, un dodicenne di Pinerolo ammalato di distrofia muscolare, che si stava lasciando andare ed è stato rincuorato.

Ma c’è stata anche quella a un giovane universitario padovano, che si è sentito invitare dal Papa a dargli de «tu». Proprio di questa chiamata Francesco ha parlato nell’intervista con il direttore della «Civiltà Cattolica»: «Ho visto che è stata molto ripresa dai giornali la telefonata che ho fatto a un ragazzo che mi aveva scritto una lettera. Io gli ho telefonato perché quella lettera era tanto bella, tanto semplice. Per me questo è stato un atto di fecondità. Mi sono reso conto che è un giovane che sta crescendo, ha riconosciuto un padre, e così gli dice qualcosa della sua vita. Il padre non può dire “me ne infischio”. Questa fecondità mi fa tanto bene».

«La Chiesa», ha detto Bergoglio «è una madre che non ha paura di entrare nella notte, per dare speranza… La Chiesa è una mamma misericordiosa, che cerca sempre di incoraggiare». Il filo rosso che unisce queste telefonate? Situazioni di dolore, di sofferenza, di solitudine ma anche di coraggio. E domande poste con autenticità. Francesco ha detto che bisogna recuperare la «grammatica della semplicità»: serve una Chiesa «capace di far compagnia» e di «riscaldare il cuore». Attraverso queste telefonate, e le tante altre che non conosceremo mai, il Papa «parroco» è entrato nelle singole esistenze di persone normali. Straordinariamente normali, proprio come lui.

ANDREA TORNIELLI

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Le alleanze educative, in particolare con la scuola

Perché vi sia una vera libertà educativa, è necessario il riconoscimento pieno dell’autonomia e della parità scolastica e del ruolo che la famiglia può svolgere all’interno delle scuole stesse nella definizione del progetto educativo. Una scuola che non valorizza la presenza dei genitori e delle loro associazioni tradisce la sua missione educativa. In un clima dominato dall’individualismo, dal permissivismo e dalla poca sensibilità al bene comune nel quale i genitori, i docenti, gli educatori incontrano difficoltà a educare, è fondamentale la partecipazione attiva dei genitori alla vita della scuola. Da parte sua, la scuola paritaria cattolica deve porre attenzione a un progetto educativo ispirato ai valori cristiani e a sviluppare una capacità critica nell’interpretare la realtà. Si auspica il rilancio del protagonismo della famiglia nel gestire strutture educative attraverso politiche familiari che sostengano sussidiariamente le famiglie.

La Conferenza Episcopale Italiana ha ricordato il principio dell’uguaglianza tra le famiglie di fronte alla scuola, che impone «il pieno riconoscimento, anche sotto il profilo economico, dell’opportunità di scelta tra la scuola statale e quella paritaria. La scuola cattolica potrà essere così sempre più accessibile a tutti, in particolare a quanti versano in situazioni difficili e disagiate». In quanto scuola paritaria, essa va riconosciuta nel suo carattere di servizio pubblico, poiché rende effettivamente possibile la scelta educativa delle famiglie, offrendo un ricco patrimonio culturale a servizio delle nuove generazioni.
La libertà educativa, collegata strettamente a quella religiosa, è un bene comune da promuovere e tutelare, un valore irrinunciabile per una società democratica, pluralista, autenticamente laica e rispettosa di tutte le identità. A questo proposito Don Luigi Sturzo ammoniva, già nel 1947: «Finché gli italiani non vinceranno la battaglia delle libertà scolastiche in tutti i gradi e in tutte le forme, resteranno sempre servi […] di tutti perché non avranno respirato la vera libertà che fa padroni di se stessi e rispettosi e tolleranti degli altri, fin dai banchi della scuola, di una scuola veramente libera».
 
Per la riflessione – Come vivere il protagonismo e la responsabilità educativa della famiglia quale soggetto sociale nel rapporto con le altre agenzie educative del territorio e nella gestione di strutture educative? Come promuovere la libertà educativa come bene comune e la cultura della parità scolastica nella Chiesa e nella società?
 
Presiede Dott.ssa Maria Grazia Colombo, già Presidente dell’Associazione Genitori Scuole Cattoliche (AGESC)

Introduce Sr. Anna Monia AlfieriPresidente della Federazione Italiana di Attività Educative (FIDAE) Lombardia
Verbalizza Sr. Anna Maria CiaPresidente della Federazione Italiana di Attività Educative (FIDAE) Piemonte
 
 
 

47° Settimana Sociale dei cattolici italiani

Speranza. Unità. Concretezza. Progetto. Domenica 15 settembre i 1300 delegati alla 47ª Settimana Sociale hanno “preso la partenza” da Torino portando con sé queste parole chiave, frutto del lavoro delle otto assemblee tematiche, nelle quali si è dato un nome ai problemi e alle possibili soluzioni alla luce del progetto famiglia.

La società ha bisogno di amore, ne ha bisogno anche per uscire dalle sue crisi” ha evidenziato nelle conclusioni Mons. Miglio; “Avanti su questa strada!” ha esortato il Papa nella preghiera dell’Angelus, rallegrandosi per “il grande l’impegno che c’è nella Chiesa in Italia con le famiglie e per le famiglie e che è un forte stimolo anche per le istituzioni e per tutto il Paese”.
 
INTERVENTI E ARTICOLI CORRELATI:
 

Tra i colori degli stand   

Si vive anche in piazza la Settimana Sociale. Nei quattro giorni di lavori piazza Castello, a Torino, ospita gli stand che presentano alla città e ai delegati diverse realtà legate alla Chiesa italiana: le attività e i prodotti di cooperative e associazioni legate al Progetto Policoro, l’impegno contro le mafie di Libera, la “battaglia” europea di “Uno di noi”, le iniziative del Forum delle associazioni familiari, solo per citarne alcuni. Poi ci sono stand dell’arcidiocesi di Torino, il Servizio promozione sostegno economico alla Chiesa cattolica e, al palazzo della Regione, i media cattolici (Avvenire, Tv2000, Radio InBlu, Agenzia Sir), l’Azione cattolica, la Gioc e le case editrici (Ave, Paoline, Città Nuova, Effatà, Elledici).
I milletrecento delegati, nelle pause tra una sessione e l’altra, passeggiano, chiedono informazioni, comprano libri e prodotti alimentari. Ma anche tanti torinesi passano dalla piazza e mostrano interesse per l’iniziativa.
“Torino è una città d’immigrazione e tanti, con origini meridionali, qua ritrovano sapori della loro terra”, spiega Maria Pia Adore, davanti a uno stand di cooperative del Progetto Policoro che vende prodotti calabresi: dalla ‘nduja alla composta di peperoncino, dai pomodori secchi alle nocciole.
“La gente è curiosa e interessata: sono in molti quelli che si fermano, dal quindicenne ai delegati. Chi si ferma, spesso, sa cosa è e cosa fa Libera”, dice Mirella Meinardi, del presidio Libera di Avigliana, in Val di Susa. “Oltre a comprare i prodotti – precisa – ci chiedono informazioni, anche sulla possibilità di fare esperienze di volontariato. Qualcuno si è pure tesserato”.
Rispondono invece alla sfida educativa in modo originale e ‘appetibile’ i ragazzi dell’associazione Cre-Activity, nata come gesto del Progetto Policoro nell’arcidiocesi di Lecce. Propongono un percorso gastro-culturale per affrontare argomenti cruciali come gli stili di vita, la disoccupazione, l’educazione e la politica. “Una volta al mese, per 5 volte, ci incontriamo in un comune diverso e in un locale diverso: i ragazzi, per lo più studenti delle scuole superiori, si ritrovano in un pub, in una pizzeria o in un ristorante per mangiare e per approfondire il tema della serata”, racconta Emanuele Perlangeli, animatore di comunità del Progetto Policoro. “Dopo la proiezione di un video, un esperto – continua – offre qualche spunto di riflessione. I ragazzi scrivono le loro domande, risposte e provocazioni su foglietti, in forma anonima, e così si crea un dibattito coinvolgente”.
In un altro stand una bici collegata a una valigetta contenente una piccola apparecchiatura consente di depurare l’acqua dai sali minerali e soprattutto dalle impurità. “Si tratta di un sistema semplicissimo che utilizziamo in Bangladesh e nell’India del nord dove le falde acquifere sono contaminate dall’arsenico” spiega Salvatore Merola che fa parte del gruppo Re.Te (Restituzione Tecnologica) promosso dal Sermig di Torino. Poco più in là, alcune casse di plastica riempite di sassi su cui fanno bella mostra, rigogliose, delle verdure. “Grazie ad una soluzione di sali minerali sciolta nell’acqua e ad alcuni strumenti – sottolinea – riusciamo a mantenere l’umidità e a rendere produttivi terreni non fertili. In alcuni villaggi ormai si riesce a produrre frutta e verdura in contenitori di plastica o in contenitori colmi di fibre di cocco”.
Viene infine da Imola Emilio Masi, che con depliant e t-shirt presenta “Officina immaginata”, associazione di promozione sociale nata da un gruppo di educatori nel gennaio 2013, anch’essa grazie a Policoro, con lo scopo di “animare il tempo estivo dei ragazzi delle superiori”. “I temi che proponiamo sono quelli dell’educazione al volontariato, alla legalità, alla cittadinanza, a ‘stili di vita sostenibili e solidali’”, spiega Masi, raccontando che i soci fondatori dell’associazione derivano da diverse esperienze ecclesiali. La loro prima esperienza insieme è stata nell’estate 2012, con “campi di servizio ed educazione alla cittadinanza per ragazzi tra i 14 e i 19 anni”, realizzati con il sostegno della diocesi. Dopo quest’esperienza, il passo successivo è stato dar vita all’associazione, “con lo scopo di diventare un’impresa sociale”. E, tra i prossimi impegni, dal 23 settembre “Officina immaginata” animerà un “oratorio cittadino per adolescenti” nella periferia del capoluogo romagnolo.
 

Per una politica della famiglia   

L”intervento del prof. Stefano Zamagni


“Altro che luogo di affetti e basta”, la famiglia è “il massimo generatore di capitale umano, capitale sociale, capitale relazionale”. A ribaltare una concezione diffusa che vede “la famiglia solamente come una delle voci di spesa del bilancio pubblico e non anche come risorsa strategica per lo sviluppo umano integrale” è stato Stefano Zamagni, ordinario di economia politica all’Università di Bologna, che venerdì 13 è intervenuto ai lavori della 47ª Settimana Sociale dei cattolici italiani. Secondo Zamagni, “si continua a considerare la famiglia variabile dipendente che, in quanto tale, deve adeguarsi a quanto viene deciso per gli altri attori sociali”. E soprattutto, ha aggiunto,  “non riesce ad essere accettata l’idea che la famiglia, prima ancora di essere soggetto di consumo, è soggetto di produzione”.
Mentre “è ormai ampiamente diffusa la consapevolezza del ruolo decisivo che la famiglia svolge come soggetto sociale e come produttore di importanti esternalità positive che vanno a beneficio dell’intera società”, ha denunciato il docente, “non procede con eguale consapevolezza la messa in cantiere di provvedimenti e di misure volti ad una politica della famiglia in sostituzione delle inadeguate politiche per la famiglia”. Nella società odierna, infatti, si continua “ad avanzare con politiche settoriali per età (bambini, giovani, anziani non autosufficienti, etc.), anziché passare a politiche del corso di vita aventi per fine un sistemaintegrato per la promozione del benessere familiare”. A partire da “una armonizzazione responsabile” tra famiglia e lavoro, utile a “superare la diffusa femminilizzazione della questione conciliativa a favore di un approccio reciprocitario tra famiglia e lavoro” e a “provocare un ripensamento radicale circa il modo in cui avviene l’organizzazione del lavoro nell’impresa di oggi”. 
“La famiglia mai può dimenticare che la sua missione è anche quella di rendere lo Stato più civitas e meno polis”, ha ricordato Zamagni sottolineando che “poiché è la civitas che genera la civilitas, si può comprendere perché, oggi più che mai, c’è disperato bisogno della famiglia”. Che però, ha concluso, “deve sforzarsi di più di coltivare quella che l’antropologo indiano Arijun Appadurai ha chiamato la capacità di aspirare, cioè la capacità che chiama in causa la partecipazione delle persone alla costruzione delle rappresentazioni sociali e simboliche che danno forma al futuro, ai progetti di vita”.
 
 

I giovani, 
un bene raro   

La relazione del prof. Gian Carlo Blangiardo


Entro il 2031 il numero di persone sole arriverà a superare gli 8,2 milioni di famiglie (un milione in più rispetto ad oggi), le coppie senza figli aumenteranno fino a 6,4 milioni, le coppie con figli, dopo un decennio di leggero incremento imboccheranno il sentiero della decrescita che le porterà, nell’arco dei 10 anni successivi, ad una perdita di circa 400 mila unità. Anche il numero dei nuclei monogenitore tenderà ad aumentare, raggiungendo circa 2,5 milioni di unità.
È la fotografia scattata da Gian Carlo Blangiardo, ordinario di scienze statistiche all’Università di Milano-Bicocca, che venerdì 13 è intervenuto alla 47° Settimana Sociale dei cattolici italiani. I numeri e i grafici presentati ai convegnisti che si sono ritrovati a Torino per riflettere sulla famiglia delineano uno scenario complesso e ne mostrano un orizzonte non troppo roseo per il futuro.
Nonostante l’importante contributo dell’immigrazione straniera, “la più grande sfida della popolazione italiana nei prossimi decenni sarà l’accentuarsi dell’invecchiamento demografico”. Un fenomeno, ha spiegato Blangiardo, “che si è già fortemente accresciuto nel recente passato e troverà nel futuro una formidabile spinta non solo per via dell’ulteriore prevedibile calo delle nascite (effetto fecondità) e della conquista di una vita più lunga (effetto di sopravvivenza), ma anche a seguito dell’ingresso tra gli anziani dei prossimi decenni di generazioni particolarmente numerose formatesi nel periodo che va dal termine della seconda guerra mondiale sino alla fine degli anni ’60 (effetto strutturale)”. Tale fenomeno, ha aggiunto il docente, non è “affatto neutrale sul piano della spesa pubblica”. Esso infatti “avrà problematiche ricadute sul sistema di welfare dei prossimi decenni, in quanto sembra verosimile ipotizzare che questa nuova categoria di anziani potrà avere grosse difficoltà sul fronte pensionistico”.
“In una società dove i giovani tendono sempre più ed essere un bene raro”, ha sottolineato Blangiardo, si aggiunge la “fuga dei (giovani) cervelli”. “L’Italia è ormai diventata a tutti gli effetti un paese di immigrazione. Tuttavia – ha concluso – mentre migliaia di persone si spostano verso il suo territorio, un importante flusso di italiani, per lo più giovani, percorre il cammino inverso, cercando altrove quel lavoro e quella valorizzazione che il Paese sempre più difficilmente è in grado di offrire”.
 
 
“Demografia, scommessa sulla vita”   

L’intervento del Presidente Enrico Letta


“Solo se c’è fiducia, questo Paese si salverà”. Ne è convinto Enrico Letta, presidente del Consiglio, per il quale è fondamentale “creare fiducia, perché senza fiducia le famiglie non fanno figli”. E la fiducia, ha spiegato, “viene soltanto da scelte, da politiche di welfare, dalla lotta alla disoccupazione giovanile, per ridare futuro ai giovani”.
È stato più che un saluto quello che il Premier ha rivolto ai partecipanti alla 47° Settimana Sociale dei cattolici italiani in corso a Torino. Letta ha parlato a braccio, strappando diversi applausi all’attentissima platea. “Volevo ringraziarvi per lo sforzo fatto nelle diocesi per aiutare, in un momento drammatico, le famiglie in difficoltà”, ha detto sottolineando che “l’impatto della crisi nel nostro Paese è stato meno invasivo e intrusivo rispetto a quanto accaduto in altri Paesi europei, pur in presenza in Italia di una crisi più pesante che in altri Paesi”.
“La famiglia – ha osservato – esce dalla crisi pesantemente affaticata, proprio perché ha svolto un ruolo pesantemente superiore alle sue forze ed ha svolto un servizio per tutta la società italiana”. “Finora abbiamo seguito una logica consolatoria, ora dobbiamo seguire una logica di altro tipo”, ha affermato Letto per il quale occorre “lavorare perché speranza e futuro si declinino in un Paese che riprenda una dinamica demografica diversa”. “Una società in cui la demografia ci dice che soltanto con il sostegno delle famiglie immigrate ed extracomunitarie teniamo il livello minimo di sopravvivenza – ha rilevato – ci deve dire che c’è un campanello di allarme sul futuro a cui dobbiamo dare delle risposte”. 
“Quando mi chiedono qual è la caratteristica più problematica per il futuro del nostro Paese – ha confidato – io rispondo che una è quella che racconta un’Italia in difficoltà: da più di un decennio siamo una società sterile, che non fa figli, e che sulla demografia sta perdendo la scommessa sulla vita”. Nel suo intervento, il Premier ha fatto il punto sugli interventi compiuti dal Governo in questi primi mesi evidenziando che  “il welfare è uno dei grandi temi che vogliamo mantenere e sviluppare” e che servono altri passi per alleggerire pesi che “oggi sono squilibrati”. Tra le questioni più urgenti quella della casa, “a partire da quelli che hanno più bisogno”, con agevolazioni per mutui o affitti, a chi ad esempio “aveva un lavoro e ora l’ha perso”, e per le giovani coppie.

XXV DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Prima lettura: Amos 8,4-7

Il Signore mi disse: «Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del paese, voi che dite: “Quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere il grano? E il sabato, perché si possa smerciare il frumento, diminuendo l’efa e aumentando il siclo e usando bilance false, per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Venderemo anche lo scarto del grano”». Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe: «Certo, non dimenticherò mai tutte le loro opere».

Anche questo oracolo di Amos contro i mercanti disonesti, come il precedente insegnamento di Gesù, colpisce un sistema di ingiustizie ancor più dei singoli casi denunciati. Destinatari sono coloro che calpestano, fino a soffocarli, i poveri, gli umili della terra. Calpestatori sono i ricchi commercianti, rapaci e prepotenti. Calpestati sono coloro che Dio ha più a cuore, come l’orfano, la vedova, l’oppresso (cf. Is 1,17). Sono gli umili della terra che Sofonia dirà i più fedeli e osservanti delle disposizioni di Dio e ai quali, per la salvezza di tutto il popolo, domanderà di continuare a cercare JHWH, di cercare la vera giustizia nella fedeltà all’alleanza e di accettare pure la miseria per umile sottomissione a lui (Sof 2,3). Sono coloro che a sostegno della loro vita pongono la fiducia nel Signore (Sof 3,12), i poveri di JHWH, il vero popolo di JHWH.

     Amos delinea la mentalità e i comportamenti dei mercanti rapaci con un monologo messo loro in bocca, che traduce i loro intimi sentimenti. Alla radice essi sono insofferenti della religione, se non proprio miscredenti. Le loro prime espressioni suonano come se dicessero: le celebrazioni religiose ci rovinano gli affari! Il sabato e gli inizi del mese ci bloccano i commerci! Così si manifestano avidi di guadagni assai più che disponibili a Dio e al prossimo. Di conseguenza sono volutamente imbroglioni, programmando la alterazione di monete e pesi e lo smercio degli scarti, e sono strozzini dei miseri e dei poveri. È per questi comportamenti, sviluppatisi nelle classi dominanti del periodo monarchico, che i profeti denunciano la ricchezza come pregiudiziale di ingiustizia e anzi di empietà (cf. Is 53,9), mentre nella condivisione comunitaria del tempo dei Patriarchi e dei Giudici era salutata solo come una benedizione.

     Ma Dio non resta indifferente ai soprusi. Nell’ultimo versetto del brano, Amos ammonisce che JHWH si impegna con giuramento a non dimenticare le opere dei disonesti sfruttatori, cioè a punirle a suo tempo. Lo giura per il vanto di Giacobbe. La espressione non è chiara: può intendersi per l’orgoglio dei corrotti in Giacobbe oppure per l’onore con il quale Dio ha impegnato se stesso con il suo popolo (cf. Am 6,8 e 1Sam 15,29). In ogni caso si tratta della vendetta che JHWH farà per riportare la sua giustizia in mezzo al suo popolo. Amos infatti prosegue annunciando prossimo il terribile giorno del Signore (Am 8,8-14), che sarà tenebre e non luce (Am 5,18). E colloca il tutto fra le ultime due visioni: quella del canestro di frutta ormai matura che sta per essere staccata dall’albero (Am 8,1-3) e quella dell’abbattimento del santuario sopra i frequentatori indegni, a loro rovina (Am 9,1-4).

 

Seconda lettura: 1Timoteo 2,1-8

Figlio mio, raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio. Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto messaggero e apostolo – dico la verità, non mentisco –, maestro dei pagani nella fede e nella verità. Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza contese.                                                                                                        

 

v A Timoteo, nel primo capitolo di questa lettera, Paolo ricorda la particolare vigilanza verso le deviazioni nella fede, che ha motivato l’incarico affidategli di rimanere a Efeso (cf. 1Tm 1,3).

     Nel secondo capitolo passa alla parte costruttiva e gli raccomanda prima di tutto e a base di tutto la preghiera. È quanto riportato in questo brano liturgico, che si apre e si chiude con tale raccomandazione. Paolo si riferisce alla preghiera pubblica liturgica, della quale Timoteo è guida, e anche a quella privata dei fedeli, dovunque si trovino (cf. v. S). E dice come va fatta.                              

     Dev’essere universale anzitutto (v. 1), cioè esprimersi in tutte le forme sue proprie (domanda, suppliche, ringraziamenti) e a favore di tutti gli uomini. Ma in modo particolare deve riguardare i re e i governanti (v. 2), perché siano in grado di garantire il bene comune e uno sviluppo della vita sociale nella pace e nella dignità di tutti.

     Per questo, sia la preghiera sia le cose che essa domanda si ricollegano ai disegni di Dio (vv. 3-4), alla sua volontà che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità. Per questo ancora la preghiera va stabilita sulla mediazione dell’uomo-Dio Cristo Gesù (vv. 5-6) e più precisamente sul suo mistero di morte e resurrezione per il riscatto di tutti.

     Infine Paolo richiama a incoraggiamento la propria partecipazione al mistero di Cristo (v. 7), tutta opera della grazia che lo ha trasformato da bestemmiatore e persecutore violento ad apostolo e maestro dei pagani (cf. 1Tm 1,12-14).

     Tema del brano è dunque la preghiera. Ma le dimensioni che Paolo le assegna la pongono alla radice dello sviluppo del nuovo popolo di Dio, quindi anche della giustizia dei poveri di JHWH (prima lettura) e della scaltrezza e affidabilità con le quali i figli della luce hanno da superare i figli di questo mondo (Vangelo).

 

Vangelo: Luca 16,1-13

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

 

Esegesi 

     Abbiamo qui uno degli insegnamenti di Gesù, che Luca riunisce nei lunghi capitoli dedicati al ministero itinerante dalla Galilea alla Giudea (Lc 9,51-19,27), da lui presentato, più che come un viaggio geografico, come un itinerario formativo dei discepoli, dopo che lo hanno riconosciuto come il Cristo, perché sappiamo seguirlo fino alla croce. L’insegnamento riguarda il buon uso delle ricchezze materiali e si sviluppa in due momenti: prima un racconto-parabola (vv. 1-8) e poi una serie di massime (vv. 9-73).

     La parabola (vv. 1-8) fa il caso di un amministratore incapace che, denunciato, non cerca scusanti e, costretto a pensare al futuro e ad altre situazioni della vita, si dà subito da fare per non restare travolto. Per questo, si converte un poco anche all’amore del prossimo, ma perché gli conviene non per altruismo: un amore egoistico dunque. E lo mette in atto con mezzi illeciti, condonando debiti ingenti a persone forse inguaiate per essi, e diventando pure imbroglione del suo padrone dopo che sperperatore. Il padrone passa sopra alla disonestà del suo dipendente e ne loda invece la scaltrezza. Ed è appunto la scaltrezza o avvedutezza l’insegnamento che Gesù ricava dalla parabola per i discepoli, avvertendo però subito che quella domandata ai figli della luce dovrebbe essere maggiore e soprattutto diversa da quella dei figli di questo mondo, nei giochi con i loro simili.

     Con le massime successive (vv. 9-13) Gesù applica la parabola e precisa le diverse scaltrezza. Anzitutto invita a farsi degli amici con la disonesta ricchezza o meglio col mammona della ingiustizia. Similmente anche l’amministratore è detto economo della ingiustizia. Tale specificazione pare indicare un sistema di cose e non equivalere soltanto a un aggettivo che qualifica i singoli casi di una cifra o di una persona ingiusta. L’invito allora è rivolto a chi si trova dentro al sistema ingiusto, perché si comporti in modo da superarlo nella prospettiva delle dimore eterne, cioè con la realizzazione dell’evangelico regno di Dio. In questo senso i figli della luce sono contrapposti ai figli di questo mondo e sono chiamati a diventare economi della giustizia portata da Cristo, con la proposta delle Beatitudini.

     Le altre massime diventano così più chiare. La fedeltà o meno del poco, che rende fedeli o meno anche nel molto, riguarda la amministrazione delle ricchezze di questo mondo, il poco, da dentro il quale ci si apre o meno alla amministrazione delle ricchezze eterne, il molto. Per questo Gesù aggiunge: non si può affidarvi la ricchezza vera, evangelica, se non siete affidabili in quella ingiusta, di ordine terreno; non si può affidarvi la vostra, di figli della luce, se non siete affidabili in quella altrui, dei figli di questo mondo. E conclude: Nessun servitore può servire due padroniNon potete servire Dio e la ricchezza. La contrapposizione non è tanto fra ricchezza e Vangelo, quanto fra i principi ispiratori della gestione della ricchezza: si arriva veramente a farne buon uso quando dai criteri del mammona si passa a quelli di Dio.

 

Meditazione 

Elemento comune alle letture è la denuncia della potenza di seduzione del denaro e della ricchezza che porta Gesù a parlarne come di un’entità divinizzata (Mammona) che si oppone all’unico e vero Dio (vangelo) e che conduce il profeta Amos a smascherare l’ossessiva bramosia di guadagno di latifondisti e commercianti che si mostrano insofferenti al giorno santo del sabato che mette un limite ai loro affari (I lettura).

L’ambiguità del denaro e la sua capacità di pervertire il cuore dell’uomo appare anche nella parabola in cui Gesù presenta a modello «l’amministratore disonesto»: modello ovviamente non per la sua disonestà, ma perché, nel momento in cui gli è stato prospettato il licenziamento, ha saputo agire con scaltrezza (Lc 16,8). Al cuore della nostra pagina evangelica vi è la decisione radicale a cui l’uomo è chiamato per entrare nel Regno di Dio.

Questa decisione richiede qualità che sono esemplificate nell’amministratore che ha saputo reagire con decisione al momento difficile in cui è venuto a trovarsi quando i suoi intrighi economici sono stati scoperti.

Nel momento della crisi, questo amministratore anzitutto dimostra capacità di accettazione della realtà, della nuova situazione prodottasi («Che farò ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione?»: Lc 16,3); quindi di riconoscimento dei propri limiti, delle proprie incapacità e impotenze («Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno»: Lc 16,3); infine di decisione e scelta preparandosi un futuro: egli agisce compiendo gesti che gli dischiudono un futuro (Lc 16,4-7). Dunque, l’esemplarità di quest’uomo corrotto non sta certo nel suo agire senza scrupoli, ma nel suo discernere realisticamente la situazione critica in cui si viene a trovare e nel saper agire di conseguenza. Anche per Gesù costui è un «figlio di questo mondo» (Lc 16,8)! La domanda di Gesù però riguarda i figli della luce: come mai non sanno discernere l’ora, la vicinanza del Regno e mettere in atto prontamente i gesti di conversione che sono essenziali per la salvezza?

Gesù non demonizza il denaro, ma mette in guardia dalla potenza che esso esercita: l’uomo lo divinizza. «Mammona» è termine connesso alla radice ‘aman che significa «credere». Il vangelo denuncia la seduzione del cuore umano e il pervertimento della verità dell’uomo che il denaro può esercitare. Possiamo dire che esso è l’idolo per eccellenza: nel denaro si «crede» il mercato si nutre di «fiducia». E noi scopriamo la nostra insipienza non appena riflettiamo sul fatto che quel manufatto che è il denaro (è l’uomo che «batte moneta») da mezzo di scambio è divenuto fine, da servo è diventato padrone, crediamo di muoverlo e invece è lui che ci agisce, anzi determina i nostri ritmi quotidiani spingendoci a una frenetica corsa all’accumulo. Per questo Gesù pone un’insanabile contrasto fra «servire Dio e servire il denaro»: «Nessun servo può […] Non potete» (Lc 16,13). Questa parola resta una spina nel fianco di cristiani e chiese ricche in una società opulenta. Il vangelo non da ricette, ma la domanda va almeno fatta risuonare: l’abbondanza di mezzi economici e la potenza di mezzi culturali non rende forse illusoria la sequela Christi? E non la rende anche poco credibile?

Condividere e donare ai poveri sono forme di uso cristiano dei beni suggerito nei vangeli: «Fatevi amici con la disonesta ricchezza». Ovvero: donate ai poveri, gli amici di Dio, ed essi, portatori del giudizio escatologico (Mt 25,31 ss.), potranno accogliervi nelle dimore eterne. Ciò che non è avvenuto al ricco che non ha mai mosso un dito per Lazzaro: ora, dopo la morte, mentre Lazzaro è nel seno di Abramo, il ricco è tra i tormenti, e i due sono separati da un abisso invalicabile (cfr. Lc 16,19-31).

Le parole di Gesù sulla  fedeltà (Lc 16,10-12) svelano che vi è una gerarchia di realtà con differente valore: c’è un «poco» e c’è un «molto», c’è una ricchezza materiale e c’è una vera ricchezza, una ricchezza non quantificabile in cui consiste la propria personale verità. Una ricchezza fatta di umanità, vero capitale che il Dio creatore ha donato all’uomo in forma di immagine e somiglianza con lui.

 

Preghiere e racconti

Perché ascoltandole diventino più avveduti

Le parole che abbiamo letto sono molto chiare nel loro significato letterale e non c’è bisogno di spiegarne i dettagli. Ci dice il Signore stesso perché raccontò questa parabola. Perché, egli dice, i figli di questo mondo sono più avveduti dei figli della luce (Lc 16,8). Il Signore non loda l’agire iniquo dell’amministratore, ma la sua avvedutezza. Non lo loda per la frode che ha attuato, ma per l’espediente con il quale ha provveduto al suo futuro. Non sapendo in che modo vivere, poiché non era capace di zappare e si vergognava a mendicare, trovò uno stratagemma particolare: dopo aver dissipato i beni del padrone, alla fine compì questa frode. Viene lodato, dunque, non per una qualche buona azione, ma per la scaltrezza e l’astuzia del suo inganno; siccome ormai non poteva più rubare i beni del suo padrone, li sottrasse di nascosto. E a questa scaltrezza non applaude soltanto il padrone dell’amministratore, ma anche il Signore di tutti, quando dice: I figli di questo mondo sono più avveduti dei figli della luce. Quelli sono avveduti nel male più di quanto gli ultimi lo siano nel bene. A stento, infatti, si trovano alcuni cristiani che siano tanto accorti nell’acquistare i beni eterni, quanto sono scaltri costoro nell’acquistare i beni caduchi di questo mondo.

Per questi essi vegliano giorno e notte, faticano, si angustiano e non smettono mai di accumulare tali ricchezze con inganni, furti, rapine, tradimenti, spergiuri, omicidi. E chi può dire a quanta scaltrezza e astuzia ricorrano per ingannarsi a vicenda i figli di questo mondo? Ascoltino dunque i figli della luce e arrossiscano di lasciarsi vincere dai figli di questo mondo. Queste cose sono state scritte perché, ascoltandole, diventino più avveduti, non perché imitando l’agire iniquo dell’amministratore frodino altri o commettano ingiustizie. Perciò viene aggiunto: E io vi dico: Fatevi degli amici con il mammona d’iniquità (Lc 16,9), ma non come fece l’amministratore iniquo. Non frodando l’altrui, ma dando del vostro. Tutte le ricchezze che sono conservate con avarizia, infatti, nuocciono ai propri padroni […] Il Signore continua dicendo: Chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto e chi è ingiusto nel poco è ingiusto anche nel molto (Lc 16,10). Questo vale in particolare per gli apostoli e per gli altri ministri della chiesa, per i presbiteri. Con questo principio evangelico si dice quello che il Signore aveva detto ai suoi discepoli. Non si devono dunque affidare cose importanti a quelli che nella vita privata non sono stati fedeli e non si sono serviti di quel poco che avevano per opere di amore e di misericordia. Ma quanto a coloro che vediamo, con il poco che possiedono, provvedere volenterosamente ad altri non dobbiamo dubitare della loro fedeltà nell’amministrare. Per questo motivo l’Apostolo ammonisce i vescovi a non essere avidi di denaro né a ricercare un guadagno disonesto (cfr. Tt,7).

(BRUNO DI SEGNI, Su Luca 2,7, PL 165,420C-421C.422A).

La ricchezza

Pensiamo all’episodio emblematico del giovane ricco che non riesce a staccarsi dal fasto del suo palazzo per seguire Cristo (Matteo 19,16-26). La frase paradossale che suggella quell’evento è netta: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli». Luca, che è l’evangelista dei poveri, offre un intero brano centrato sulla ricchezza «disonesta e iniqua» (16,1 -13). In esso ricorre al termine mammona per definire quei tesori materiali che occupano cuore e vita dell’uomo. Si tratta di un vocabolo aramaico che indica i beni concreti, ma che contiene al suo interno la stessa radice verbale della parola amen, che denota la fede.

La ricchezza diventa, quindi, un idolo che si oppone al Dio vivente e la scelta del discepolo dev’essere netta: «Non potete servire a Dio e a mammona». Eppure questo non significa un masochismo pauperista. Gesù si preoccupa dei miseri e invita a sostenerli coi propri mezzi come fa il Buon Samaritano nella celebre parabola. La ricchezza può diventare una via di salvezza se è investita per i poveri: «Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma» (Lc 12,33).

(Gianfranco Ravasi, La “ricchezza” in «Famiglia cristiana» (2006) 40,131).

Quello che non abbiamo cercato

“Michail […] non si vantò mai delle grandi ricchezze che aveva accumulato. Diceva che nessuno merita di possedere un centesimo in più di quanto è disposto a cedere a chi ne ha più bisogno di lui. La notte in cui conobbi Michail mi disse che, per qualche motivo, la vita è solita offrirci quello che non abbiamo cercato. A lui aveva concesso ricchezza, fama e potere, mentre desiderava soltanto la pace dello spirito e di poter tacitare le ombre che gli tormentavano il cuore…”.

(Carlo Ruiz ZAFÓN, Marina, Mondadori, 2009, 248-249).

La porta del cielo

Un antico racconto degli ebrei della diaspora così dice: “Cercavo una terra, assai bella, dove non mancano il pane e il lavoro: la terra del cielo. Cercavo una terra, una terra assai bella, dove non sono dolore e miseria, la terra del cielo.

Cercando questa terra, questa terra assai bella, sono andato a bussare, pregando e piangendo alla porta del cielo…

Una voce mi ha detto, da dietro la porta: “Vattene, vattene perché io mi sono nascosto nella povera gente.

Cercando questa terra, questa terra assai bella, con la povera gente, abbiamo trovato la porta del cielo”.

Chiesi a Dio

Chiesi a Dio di essere forte per eseguire progetti grandiosi: Egli mi rese debole per conservarmi nell’umiltà. Domandai a Dio che mi desse la salute per realizzare grandi imprese: Egli mi ha dato il dolore per comprenderla meglio. Gli domandai la ricchezza per possedere tutto: Mi ha fatto povero per non essere egoista. Gli domandai il potere perché gli uomini avessero bisogno di me: Egli mi ha dato l’umiliazione perché io avessi bisogno di loro. Domandai a Dio tutto per godere la vita: Mi ha lasciato la vita perché potessi apprezzare tutto. Signore, non ho ricevuto niente di quello che chiedevo, ma mi hai dato tutto quello di cui avevo bisogno e quasi contro la mia volontà. Le preghiere che non feci furono esaudite. Sii lodato; o mio Signore, fra tutti gli uomini nessuno possiede quello che ho io!”

(Kirk Kilgour famoso pallavolista rimasto paralizzato nel ’76 a seguito di un incidente durante un allenamento. La preghiera è stata letta da lui in persona di fronte al Papa durante il Giubileo dei malati a Roma)

Quali sono i criteri per un giusto rapporto con il denaro?

Il denaro serve in primo luogo a sostenere le spese necessarie per mantenersi. Infatti, serve ad assicurarsi il sostentamento anche per il futuro. È quindi sensato mettere da parte dei soldi e investirli bene, in modo da poter vivere nella vecchiaia senza paura della povertà e della miseria. Ma nei confronti del denaro dobbiamo sempre essere consapevoli che è a servizio degli uomini e non viceversa.

Il denaro può dispiegare anche una dinamica propria. Ci sono persone che non ne hanno mai abbastanza. Vogliono averne sempre di più. Ed eccedono nel preoccuparsi per la vecchiaia. In ultima analisi diventano dipendenti dal denaro. Nel rapporto con il denaro dobbiamo rimanere liberi interiormente e non lasciarci definire sulla base del denaro e nemmeno lasciarci dominare da esso. Se giustamente si dice che il denaro è al servizio dell’uomo, allora non dovrebbe essere solo al mio servizio, ma anche a quello degli altri. Con il mio denaro ho sempre una responsabilità nei confronti degli altri. Le donazioni a favore di una causa buona sono solo una possibilità di concretizzare questa responsabilità. Da dirigente d’azienda posso creare posti di lavoro sicuri mediante investimenti e, in questo modo, essere al servizio degli altri. O sostengo progetti che aiutano a vivere in modo più umano. Importante è l’aspetto del servizio agli altri e della solidarietà: soprattutto l’evangelista Luca ci ammonisce a tenere un atteggiamento di condivisione reciproca.

Ci sono risposte diverse relative al modo di investire bene denaro per il futuro. Non da ultimo la decisione dipende dalla psiche del singolo. Uno accetta più rischi, l’altro meno, perché preferisce dormire sonni tranquilli. Ma anche qui si tratta di utilizzare i soldi in modo intelligente. Tuttavia, è necessaria sempre la giusta misura, che argina la nostra avidità. E sono  necessari criteri etici. Non dovremmo depositare i soldi solo dove ottengono gli utili maggiori, ma piuttosto dove vengono tenuti in considerazione criteri etici. Oramai molte banche offrono fondi etici, che investono solo in aziende che corrispondono alle norme della sostenibilità, del rispetto delle dignità umana e dell’ecologia. Decisivo per il rapporto, con il denaro: non dobbiamo soccombere all’avidità. È necessaria soprattutto la libertà interiore.

(Anselm GRÜN, Il libro delle risposte, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2008, 157-158).

«Una cosa ti manca»

In che consiste la tristezza dell’uomo ricco? Nel suo fallire il proprio desiderio, nel lasciarsi vincere dalla paura che lo porta a preferire la sicurezza dei beni all’incertezza della relazione con Gesù, nel chiudersi all’amore, nel precludersi un futuro regredendo nel già noto del suo passato, nel cogliersi in maniera unidimensionale come «uno che ha molto», nel temere la sofferenza della vita interiore e del lavoro di ordinamento della propria umanità a cui Gesù lo invita (Mc 10,18-19). Quest’uomo è posseduto da ciò che possiede e sembra dar ragione in anticipo a Marx quando scrive: «Più si ha e più è alienata la propria vita».

Proprio in questa condizione di «troppo pieno», di fiducia posta in beni esteriori che arrivano a schiavizzare mentre ci si crede liberi, risiede l’ostacolo che le ricchezze pongono alla salvezza.

Entrare nella relazione con Gesù e dunque nello spazio della salvezza implica il doloroso riconoscimento di un vuoto, di una carenza, di una ferita attraverso cui può farsi strada l’azione salvifica del Signore. Non a caso l’uomo ricco è rinviato da Gesù a riconoscere la propria povertà interiore e profonda («Una cosa ti manca») e proprio lì egli fallisce: il possesso delle ricchezze dà sicurezza e consente di rimuovere il doloroso lavoro di riconoscere la propria mancanza. In realtà, dice Gesù, non solo le ricchezze sono un ostacolo, ma la salvezza in quanto tale non è impresa possibile alle sole forze dell’uomo: ogni autosufficienza, di qualunque tipo, ostacola il Regno di Dio. Ma, certamente, il possibile di Dio può incontrare l’impossibile degli uomini (Mc 10,27). Quanto ai discepoli, che hanno abbandonato tutto ciò che possedevano per seguire Gesù, a loro è rivolta la promessa di Gesù del centuple quaggiù, insieme a persecuzioni, e la vita eterna. C’è una benedizione insita nell’abbandonarsi al Signore, ma della promessa del Signore fanno parte anche le persecuzioni, dunque le contraddizioni, le difficoltà. Se il discepolo sa che esse sono parte integrante della promessa del Signore, allora esse potranno non scoraggiarlo o indurlo ad abbandonare.

I privilegi come debiti

La miseria impedisce di essere uomini. La povertà come la concepisce il Vangelo non è per tutti quella di S. Francesco d’Assisi, che abbandonò tutto. Un direttore di azienda può essere povero secondo il Vangelo se ha coscienza che tutti i privilegi sono un debito. Non è obbligato a proporsi l’ideale di lasciare tutto, ma di fare il suo mestiere, di operare affinché ci sia lavoro e salario giusto per tutti. Se vive con questo pensiero, egli è povero secondo il Vangelo.

(Abbè Pierre)

 

Preghiera

Signore, quando credo che il mio cuore sia straripante d’amore e mi accorgo, in un momento di onestà, di amare me stesso nella persona amata, liberami da me stesso. Signore, quando credo di aver dato tutto quello che ho da dare e mi accorgo, in un momento di onestà, che sono io a ricevere, liberami da me stesso. Signore, quando mi sono convinto di essere povero e mi accorgo, in un momento di onestà, di essere ricco di orgoglio e di invidia, liberami da me stesso. E, Signore, quando il regno dei cieli si confonde falsamente con i regni di questo mondo, fa’ che io trovi felicità e conforto solo in Te.

(Madre Teresa di Calcutta)

 

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

– Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana.

Messalino festivo dell’assemblea, Bologna, EDB, 2007.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

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M. FERRARI, monaco di Camaldoli, «Oggi si è adempiuta questa scrittura», Milano, Vita e Pensiero, 2013.

COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Seconda parte: Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla Risurrezione, Città del Vaticano, Liberia Editrice Vaticana, 2011.

– C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.

PER L’APPROFONDIMENTO:

XXV DOM TEMP ORD (C)

Famiglia, cammino di generazioni

La famiglia – frutto “dell’unità nella differenza tra uomo e donna e della sua fecondità” e “bene per tutti” – rimane “il primo e principale soggetto costruttore della società e di un’economia a misura d’uomo”. Come tale dunque “merita di essere fattivamente sostenuta”. Lo ricorda Papa Francesco nel Messaggio inviato alla 47° Settimana Sociale dei cattolici italiani, auspicando che l’evento che si è aperto giovedì 12 a Torino aiuti a mettere in evidenza “il legame che unisce il bene comune alla promozione della famiglia fondata sul matrimonio, la di là di pregiudizi e ideologie”. La famiglia, infatti, spiega il Papa, è “ben più che un tema: è vita, è tessuto quotidiano, è cammino di generazioni che si trasmettono la fede insieme con l’amore e con i valori morali fondamentali, è solidarietà concreta, fatica, pazienza, e anche progetto, speranza, futuro”. Ma, ammonisce, “speranza e futuro presuppongono memoria”. “La memoria dei nostri anziani – osserva – è il sostegno per andare avanti nel cammino. Il futuro della società, e in concreto della società italiana, è radicato negli anziani e nei giovani: questi perché hanno la forza e l’età per portare avanti la storia; quelli perché sono la memoria viva”. Nel suo Messaggio, Papa Francesco torna infatti a ribadire che “un popolo che non si prende cura degli anziani e dei bambini e dei giovani non ha futuro perché maltratta la memoria e la promessa”. 

Queste riflessioni, precisa il Papa, non interessano “solamente i credenti, ma tutte le persone di buona volontà, tutti coloro che hanno a cuore il bene comune del Paese”. Perché la famiglia “è scuola privilegiata di generosità, di condivisione, di responsabilità, scuola che educa a superare una certa mentalità individualistica che si è fatta strada nelle nostre società”. Ecco dunque che “sostenere e promuovere le famiglie, valorizzandone il ruolo fondamentale e centrale, è operare per uno sviluppo equo e solidale”. “Non possiamo ignorare – afferma il Pontefice – la sofferenza di tante famiglie, dovuta alla mancanza di lavoro, al problema della casa, all’impossibilità pratica di attuare liberamente le proprie scelte educative”. E neppure “la sofferenza dovuta ai conflitti interni alle famiglie stesse, ai fallimenti dell’esperienza coniugale e familiare, alla violenza che purtroppo si annida e fa danni anche all’interno delle nostre case”. “A tutti – conclude Papa Francesco – dobbiamo e vogliamo essere particolarmente vicini, con rispetto e con vero senso di fraternità e di solidarietà”.
 

XXIV DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Prima lettura: Esodo 32,7-11.13-14

In quei giorni, il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”». Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervìce. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione». Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente? Ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”». Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.

 

Questa lettura viene oggi utilizzata per introdurre il tema più ampiamente sviluppato nella lettura evangelica: quello della misericordia di Dio, che rinunzia a punire il popolo, responsabile di un gravissimo peccato, grazie all’intercessione di Mosé.

     Il racconto del vitello d’oro, che gli Israeliti avrebbero costruito per raffigurare il Dio che li aveva tirati fuori dall’Egitto, appartiene a una sezione del libro dell’Esodo (quella dei cc. 32-34) in cui si intrecciano in maniera inestricabile le tradizioni più antiche del Pentateuco. In particolare, il racconto del vitello d’oro della nostra lettura pare che derivi direttamente dal testo di 1 Re 12,26-28, dove si racconta come Geroboamo, che si era ribellato al figlio di Salomone, di ritorno dall’Egitto, per spezzare ogni vincolo tra le tribù ribelli settentrionali e Gerusalemme, fece fare due torelli d’oro e disse: «Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto» (v. 28). Questa dipendenza può spiegare pienamente l’identità della stessa frase nella nostra lettura (v. 4).

     La colpa qui attribuita agli Israeliti è quella di essere scivolati verso l’assimilazione con i popoli pagani loro contemporanei: con i Cananei, che rappresentavano Bahal-Hadad, dio della tempesta, a cavalcioni su un toro, con una folgore in mano; con gli Egiziani, che a Heliopolis rappresentavano Osiride incarnato nel toro-Apis e a Menfi adoravano il toro-Mnevis nel tempio di Ptah.

     Per la nostra liturgia, sono particolarmente importanti i vv. 13-14, nei quali Mosé, nella figura dell’intercessore, espone la ragione principale che può indurre Dio a perdonare quella colpa: la promessa da lui fatta, con giuramento, ai suoi servi Abramo, Isacco e Giacobbe (Israele).

 

Seconda lettura: 1Timoteo 1,12-17

Figlio mio, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna. Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

 

Nel tempo ordinario, la seconda lettura è indipendente dalle altre due, che sono invece tra loro coordinate. Non accade spesso dunque che il tema di quella si armonizzi perfettamente, con quello delle altre due. Ciò capita per l’appunto questa domenica. L’autore della prima a Timoteo (che quasi certamente non è lo stesso s. Paolo) traccia, nel brano che fa da nostra seconda lettura, il modello ideale di un pubblico rendimentodi grazie alla divina misericordia, che vuole salvi tutti i peccatori.

     Il motivo del ringraziamento, che faceva parte del protocollo epistolare antico, è qui sviluppato mediante il procedimento dell’antitesi tra il prima e il dopo dell’incontro di Paolo con Cristo. Almeno in tre passi delle lettere autentiche di Paolo è tracciato un analogo passaggio tra il prima e il dopo: In Gal 1,13-17; in 1 Cor 15,8-10; in Fil 3,6-14. Ma in nessuno di questi testi il passato di Paolo è descritto come privo di fede e peccaminoso (un bestemmiatore…); che anzi sempre si insiste sul suo zelo per Dio e la sua legge. È invece negli atti degli Apostoli (9,1-16; 22,1-15; 26,9-18) che il prima di Paolo è qualificato negativamente, come quello di un bestemmiatore e del persecutore spietato, che repentinamente, dopo, diventa strumento scelto per il Vangelo di Gesù. Il ritratto di Paolo qui delineato è dunque più vicino a quello che di lui è tracciato nel libro degli Atti, anziché al suo stesso autoritratto. Anche l’espressione «agivo per ignoranza, lontano dalla fede» riporta Paolo alla condizione dei pagani che, secondo Atti 17,30, appartenevano «ai tempi dell’ignoranza». La descrizione a tinte fosche serve all’autore della prima a Timoteo per mettere in risalto la misericordia di Dio, manifestatasi mediante la grazia di Gesù Signore nostro. Serve soprattutto per giungere all’enunciazione di una specie di professione di fede, ritenuta «degna di fede e di essere accolta da tutti», cioè che «Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori».

     Questa succinta professione di fede sintetizza bene il principale messaggio contenuto nella liturgia di questa domenica.

 

Vangelo: Luca 15,1-32 

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

 

Esegesi 

     Il capitolo da cui è tratta la lettura evangelica di questa domenica è stato definito da un moderno esegeta «il cuore del terzo vangelo», quasi «il vangelo del vangelo». Si tratta del capitolo 15 del vangelo di Luca. Esso contiene una breve introduzione, che accenna al motivo per il quale Gesù volle impartire il suo particolare insegnamento sopra un tema assai importante, più un’ampia esposizione dottrinale, racchiusa in tre parabole. Nell’introduzione è detto che l’occasione fu la mormorazione di scribi e farisei, i quali si scandalizzavano per il fatto che Gesù ricevesse i peccatori e mangiasse addirittura con loro. Le tre parabole sono quelle della pecora smarrita e poi ritrovata, della moneta perduta e ritrovata, più quella del figlio prodigo che il padre riaccoglie con gioia. Il tema principale, sviluppato nelle tre parabole, è quello della misericordia del Padre, che non gode per la rovina dei suoi figli, ma vuole che si salvino e grandemente gioisce quando il suo piano si realizza.

     Nel ciclo liturgico di quest’anno, che è il ciclo C, la parabole del figlio prodigo, insieme ai tre versetti introduttivi del capitolo, ci è stata già proposta nella quarta Domenica di quaresima. Oggi, 24° Domenica del tempo ordinario, ci è data la possibilità di fare un’ampia riflessione sull’intero capitolo 15 di Luca, proclamando tutte e tre le parabole, oppure di limitarci alla lettura e alla riflessione sopra le due parabole più brevi, quelle della pecora e della moneta smarrite e ritrovate. Alcune osservazioni filologiche ci aiuteranno a capire in profondità il nostro testo.

     Nella frase «si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori» (v. 1), il termine tutti deve certamente intendersi in senso iperbolico; tuttavia, in qualche modo, vi si può leggere un accenno alla possibilità che è offerta a tutti di accostarsi a Gesù.

     Nel v. 2, la mormorazione attribuita a farisei e scribi non deve intendersi come un semplice pettegolare privo di gravità, ma va allineata al peccato grave degli israeliti, i quali, nel deserto, sospettarono che Dio con l’inganno li avesse tirati fuori dall’Egitto, per farli morire di fame e di sete (Es 17,3). Inoltre, l’accusa mossa a Gesù, che riceve i peccatori e mangia con loro, è ritenuta assai grave dagli scribi e dai farisei, perché, presentandosi Gesù come il Messia, egli presentava un’immagine aberrante, a loro giudizio, della comunione escatologica nel Regno di Dio.

     Nel v. 3, può sorprendere l’espressione «disse loro questa parabola», al singolare. La difficoltà si supera dando qui al termine parabola il senso di discorso in parabole.

     Nei vv. 4-7, c’è la parabola della pecora smarrita e ritrovata. La stessa parabola è riportata anche in Mt 18,12-14, nel contesto del così detto discorso comunitario. Abbiamo qui un esempio tipico della moderata libertà con cui le comunità cristiane primitive (e gli stessi evangelisti) accoglievano e riferivano le parole di Gesù, applicandole a situazioni diverse. Nel testo di Matteo, la parabola, inserita nel discorso comunitario, è piegata a illustrare il dovere che ha ogni cristiano di aiutare i propri fratelli traviati a ritornare nell’ovile; il suo vertice è espresso dalle parole: «il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno di questi piccoli». Molti esegeti ritengono che il testo di Luca abbia conservato meglio il senso primitivo della parabola, che sarebbe concentrato sulla conversione (o pentimento) del peccatore, motivo di gioia grande per il Signore infatti espresso nelle parole: «Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.».

     Bisogna anche notare che, rispetto al testo di Matteo, in Luca, la descrizione della scena guadagna molto in vivacità («Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini …», ma il racconto perde in realismo e continuità; infatti, che fine hanno fatto le novantanove pecore lasciate dal pastore nel deserto per andare dietro a quella perduta? Tuttavia la piccola incoerenza narrativa è dovuta al fatto che il senso religioso della parabola è più importante della verosimiglianza della storia: il narratore dimentica addirittura che stava parlando di un gregge e di una pecora e passa a parlare direttamente di giusti e del peccatore convertito.

     Nei vv. 8-10, c’è la parabola della moneta perduta e ritrovata. Essa è esclusiva di Luca e potrebbe anche apparire superflua, perché il suo significato è esattamente uguale a quello della parabola precedente. Ci sono però in Luca altri esempi di parabole abbinate, aventi lo stesso significato: quelle del vestito e dell’otre di vino (5,36-39), quelle del granello di senape e del lievito (13,18-21) e altre. La ripetizione strettamente palestinese, il che esclude che si possa trattare di una creazione letteraria dell’evangelista. La dramma era una moneta equivalente, più o meno, a un denaro (la paga giornaliera che si dava a un bracciante). Anche in questa parabola, il vertice è racchiuso in una frase che parla della «gioiadi Dio per un solo peccatore che si converte». L’espressione «davanti agli angeli…», sembra non aggiunga niente alla frase «in cielo», che si trova nella parabola precedente.

     Ambedue queste parabole, pur riferendosi al peccatore che si converte, puntano l’attenzione esclusivamente su Dio, che cerca e trova qualcosa che rischiava di essere perduto. Si vuol dunque sottolineare che la salvezza del peccatore è principalmente una iniziativa di Dio.

     La terza parabola, quella del figlio prodigo che torna alla casa paterna, allarga la prospettiva precedente, includendo nel suo messaggio il cammino che lo stesso peccatore deve percorrere perché l’attesa del padre sia soddisfatta. Tuttavia, anche qui il vertice della parabola è rappresentato dal comportamento del padre, che fa festa per il figlio ritrovato, come si farebbe per uno che fosse risuscitato dai morti. Questo comportamento simboleggia a forti tinte la misericordia di Dio che, non rifiutando agli uomini di poter disporre liberamente dei suoi doni, resta in vigile attesa del loro ritorno, quando essi si sono sbandati, allontanandosi da lui.

     Nella parabola, la misericordia divina diventa tenerezza ed è ulteriormente sottolineata dal comportamento del figlio maggiore, che non accetta subito di partecipare alla gioia paterna, ma ha bisogno che gli si spieghi come quella misericordia non tolga niente a lui stesso. Solo accogliendo questa spiegazione del padre, il figlio maggiore potrà continuare a godere della casa e dell’affetto paterno: se la rifiutasse, sarebbe lui a restarne privo per sempre, diventando egli stesso un profugo per sempre.

 

Meditazione 

La storia della salvezza è anche la storia della santità di Dio messa a confronto con il peccato dell’uomo. Di fronte al popolo peccatore l’intercessione di Mosè conduce Dio a desistere dal proposito di nuocere al popolo (I lettura); di fronte al peccato dei due figli, peccato come allontanamento e rottura di relazione nel figlio minore, peccato come pretesa, gelosia e risentimento nel maggiore, il padre della parabola lucana si sottomette e ad entrambi narra l’amore fedele e mite (vangelo).

L’unica parabola narrata da Gesù (Gesù «disse loro questa parabola»; Lc 15,3), in realtà, ne contiene tre. Esse narrano l’esperienza di una perdita e di un ritrovamento. I due momenti non sono simultanei e il primo aspetto è quello della perdita. La gioia del ritrovamento è preceduta dal dolore per la perdita. Perdita di una pecora, perdita di una moneta, e infine, perdita di un figlio. Ma l’allontanarsi dalla casa paterna di un figlio diviene perdita e morte che il padre esperimenta in se stesso. E se in Dio vi è la gioia del ritrovamento (cfr. Lc 15,7.10), certamente vi è anche il dolore per la perdita. L’unica e trina parabola sintetizza così la storia della salvezza: Dio in cerca di Adamo uscito dal giardino della relazione. Le strade che Dio percorre sono le infinite vie della perdizione umana: è lui che cerca l’uomo, bussa alla sua porta, chiede all’uomo. La parabola presenta il padre come colui che attende il figlio che se n’è andato di casa e gli esce incontro quando lo scorge tornare, e che esce incontro al figlio maggiore e lo prega di entrare per far festa con il fratello. Dio in attesa dell’uomo, Dio che prega l’uomo.

Dalla parabola emerge  la forza dell’inermità del padre. Egli appare passivo: non mette in guardia il figlio minore dai pericoli che può incontrare andandosene da casa, non lo rimprovera quando ritorna né gli chiede penitenze o espiazioni e nemmeno un ‘fare i conti’ prima di essere eventualmente riammesso nella casa da dove ha voluto andarsene. E proprio questo amore incondizionato, che rifugge da atteggiamenti punitivi, è la via aperta al giovane per fare esperienza del perdono. Il padre non costringe il figlio maggiore ad entrare, ma gli esce incontro, lo prega, non lo rimprovera, ma resta nella dolcezza dell’amore e proprio questo atteggiamento conduce il figlio ad esprimere ciò che sente e prova. Il padre non fa nulla e accoglie anche l’espressione del suo odio per il fratello e del suo risentimento verso di lui, solamente ricordandogli che lui stesso è un figlio e che colui che è tornato è suo fratello (Lc 15,32). E questo atteggiamento esprime la fiducia che egli accorda al figlio, vera matrice in cui egli potrà rinascere come figlio, così come il minore ha trovato nell’abbraccio paterno l’alveo della propria rigenerazione a figlio.

La riconciliazione può avvenire grazie a questa debolezza: è ciò che è avvenuto nella croce di Cristo. La riconciliazione attuata da Cristo nasce dal movimento di abbassamento e di kenosi divina che ha raggiunto il suo apice nella croce. Lo scandalo della rivelazione cristiana afferma che è l’impotenza raggiunta da Dio nella croce del Figlio che opera la riconciliazione (Rm 5,8-11 ).

La strada percorsa dal figlio minore va dalla pretesa all’impossibilità: dal «Dammi!» (Lc 15,12) imposto al padre, al «nessuno gli dava nulla» (Lc 15,16) riferito alle carrube che i maiali mangiavano. Il figlio maggiore è invece tutto nel risentimento e nella collera: «Non mi hai mai dato» (Lc 15,29). Entrambi, figlio ribelle e figlio servo, non hanno saputo cogliere che il dono grande è la relazione filiale.

La casa, segno di comunione che dovrebbe unire i due figli, diviene luogo da cui uno fugge e in cui l’altro non vuole entrare. L’eredità, invece di accomunare, divide i fratelli, e la festa da uno è subita e dall’altro è rifiutata. Solo una prassi di amore incondizionato, come quella del padre, può fare della chiesa il luogo della riconciliazione, della fraternità, della trasmissione dell’amore e della condivisione della gioia. Solo quell’amore fa della chiesa il luogo del perdono e della festa.

 

Preghiere e racconti 

Vivere è un continuo cammino di trasformazione

Tutta la pesante zavorra di negatività che hanno messo sulle mie spalle ha provocato in me una condizione di dolore alle volte difficilmente sopportabile, ma è stato proprio grazie a quella zavorra che ho potuto diventare quella che sono.

Se sono una persona mite, è perché so di poter essere anche estremamente violenta. Se sono coraggiosa, è solo perché il mio sentimento predominante è la paura. Se so scrivere storie che toccano il cuore di molti, è perché il mio cuore è costantemente aperto e pronto ad accogliere le inquietudini, le contraddizioni e le sofferenze del mondo.

Vivere è un continuo cammino di trasformazione, è questo il segno dell’uomo. Gli animali vivono immersi in un’innocente circolarità, noi invece siamo sempre spinti ad andare avanti, a capire i nostri errori e i nostri difetti e saperli trasformare in pregi.

Lottare perché la Luce conquisti sempre più spazio in noi, sottraendo al buio, è il compito che attende ogni persona che si metta alla ricerca della vera libertà. Non avrei potuto, infatti, affrontare questa straordinaria avventura se i miei genitori non mi avessero dato il dono della vita, per questo sarò loro eternamente grata.

 (Susanna TAMARO, Ogni angelo è tremendo, Bompiani, Milano, 2013, 264-265)

 

 

 

Tornare a casa e stare dove Dio dimora

(tratto dal libro di Henri J.M. NOUWEN, L’abbraccio benedicente. Meditazione sul ritorno del figlio prodigo, Brescia, Queriniana 21994, pp. 212. Commento spirituale al dipinto di Rembrandt, +1669, attualmente nel museo di San Pietroburgo).

Il figlio più giovane parte

Andarsene da casa è molto più di un evento storico legato al tempo e al luogo. E’ la negazione della realtà che appartengo a Dio in ogni parte del mio essere, che Dio mi tiene al sicuro in un abbraccio eterno, che sono veramente scolpito nelle palme delle mani di Dio e nascosto alla loro ombra.

Quando dimentico la voce del primo amore incondizionato, altri suggerimenti possono facilmente cominciare a dominare la mia vita e trascinarmi nel “paese lontano”: rabbia, risentimento, gelosia, desiderio di vendetta, sensualità, avidità, antagonismi e rivalità [«ti amo se sei bello, intelligente e ricco. Ti amo se sei istruito, hai un buon lavoro e le giuste conoscenze. Ti amo se produci molto, vendi molto e compri molto»] sono i segni evidenti che me ne sono andato da casa.

Il padre non poteva costringere il figlio a rimanere a casa. Non poteva imporre con la forza il uso amore al prediletto. Doveva lasciarlo andare in libertà, anche se sapeva il dolore che ciò avrebbe causato sia al figlio che a se stesso. E’ stato l’amore a impedirgli di trattenere il figlio a casa a tutti i costi. E’ stato l’amore a consentirgli di lasciare che il figlio vivesse la sua vita, anche a rischio di perderlo.

Sono amato a tal punto che Dio mi lascia libero di andarmene da casa. La benedizione c’ è fin dall’inizio. L’ho lasciata e persisto a lasciarla. Ma il Padre continua a cercarmi sempre con le braccia tese per accogliermi di nuovo e sussurrarmi ancora all’orecchio: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto»

Il ritorno del figlio più giovane

Il giovane abbracciato e benedetto dal padre è un uomo povero, molto povero. L’unico segno di dignità che gli rimane è la piccola spada che gli pende dal fianco, l’emblema della sua nobiltà. Pur in mezzo alla degradazione, non ha perso del tutto la consapevolezza di essere ancora il figlio di suo padre.

Vedo davanti a me un uomo che se n’è andato lontano in un paese straniero e ha perso tutto ciò che aveva con sé. Vedo vuoto, umiliazione e sconfitta. Lui che era tanto simile al padre, ora sembra peggiore dei servi di suo padre. E’ diventato come uno schiavo.

Il figlio più giovane si rese pienamente conto della sua totale rovina quando più nessuno nel suo ambiente mostrò il benché minimo interesse nei suoi confronti. Lo avevano tenuto in considerazione soltanto finché era stato utile ai loro interessi. Ma quando non ebbe più denaro da spendere e doni da fare, per loro cessò di esistere.

E’ difficile immaginare cosa significhi essere un individuo del tutto estraneo, una persona cui nessuno mostra un qualche segno di riconoscimento. La vera solitudine arriva quando non si riesce più a sentire di avere delle cose in comune. Ogni volta che incontro una persona nuova, in lei cerco sempre qualcosa che si possa avere in comune. Meno abbiamo in comune, più difficile è stare insieme e più ci sentiamo alienati.

Il figlio più giovane si era talmente sradicato da ciò che dà vita, -famiglia, amici, comunità, conoscenti, e persino vitto-, che si rese conto che la morte sarebbe stata il fatale prossimo passo.

In quel momento critico, quale molla lo fece optare per la vita? Fu la riscoperta della parte più profonda di se stesso: rimanere sempre il figlio del proprio padre.

E’ stata la perdita di ogni cosa a portarlo alla radice della sua identità. Quando si è trovato a desiderare di essere trattato come uno dei porci, si è reso conto di non essere un porco, ma un essere umano, un figlio di suo padre.

Dio dice: «Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui…”. Vogliamo accettare il rifiuto del mondo che ci imprigiona oppure rivendicare la libertà dei figli di Dio? A noi scegliere.

Quando Dio creò l’uomo e la donna a sua immagine, vide che quanto aveva fatto «era cosa molto buona», e, nonostante le voci oscure, né uomo né donna potranno mai cambiare quell’evento.

Nella strada di ritorno non preparare sceneggiature [«mi leverò e andrò da mio padre…»] devo semplicemente credere che anche se i miei fallimenti sono grandi «la grazia è ancora più grande».

Una delle più grandi provocazioni della vita è ricevere il perdono di Dio. C’ è qualcosa in noi, essere umani, che ci tiene tenacemente aggrappati ai nostri peccati e non ci permette di lasciare che Dio cancelli il nostro passato e ci offra un inizio completamente nuovo. Qualche volta sembra persino che io voglia dimostrare a Dio che le mie tenebre sono troppo grandi per essere dissolte. Mentre Dio vuole restituirmi la piena dignità della condizione di figlio, continuo a insistere che mi sistemerò da garzone. Ma voglio davvero essere totalmente perdonato in modo che sia possibile una vita del tutto nuova? 

Il figlio maggiore parte

Non si è perduto soltanto il figlio più giovane, che se n’ è andato da casa per cercare libertà e felicità in un paese lontano, ma anche quello che è rimasto.

Esteriormente faceva tutte le cose che si suppone faccia un bravo figlio, ma, interiormente, si era allontanato da suo padre. Faceva il proprio dovere, lavorava sodo ogni giorno e adempiva tutti i suoi obblighi, ma era diventato sempre più infelice e meno libero. [Sono nato, battezzato, cresimato nella Chiesa e sono stato obbediente ai miei genitori, insegnanti e al mio Dio. Non sono mai scappato di casa, non ho mai sprecato il mio tempo e il mio denaro nella ricerca del piacere e non mi sono mai perduto in «dissipazioni e ubriachezze». Per tutta la vita sono stato piuttosto responsabile, tradizionalista e legato alla famiglia. Ma, con tutto ciò, posso in realtà essermi perduto proprio come il figlio più giovane. Ho visto la mia gelosia, la mia rabbia, la mia permalosità, la mia caparbietà, il mio astio e soprattutto la sottile convinzione di essere sempre nel giusto. Ero certo il figlio maggiore, ma perduto come il fratello minore, anche se ero rimasto a casa tutta la vita. Avevo lavorato moltissimo nell’azienda agricola di mio padre, ma non avevo mai gustato pienamente la gioia di essere a casa].

Nel lamento del figlio maggiore [«ecco, ti ho servito da tanti anni…»] l’obbedienza e il dovere sono diventati un peso e il servizio è una schiavitù.

Il figlio giovane ha peccato in un modo che possiamo facilmente identificare. Abbiamo un tipico fallimento umano, piuttosto facile da comprendere e compatire.

Lo smarrimento del figlio maggiore è molto più difficile da identificare. Dopo tutto, faceva le cose perbene. All’esterno era irreprensibile. Ma, di fronte alla gioia del padre al ritorno del fratello più giovane, una forza oscura erompe in lui e ribolle in superficie. Improvvisamente emerge una persona rimasta nascosta nel subconscio, anche se si era fatta sempre più forte e operante nel corso degli anni.

Dall’esperienza della mia vita, so con quanto zelo ho cercato di essere buono, ben accetto, amabile e di buon esempio agli altri. Mi sono sforzato, in modo cosciente, di evitare le insidie del peccato e ho sempre avuto paura di cedere alla tentazione. Ma nonostante questo, sono subentrati una severità e un fervore moralistici, -e perfino un tocco di fanatismo- che mi hanno reso sempre più difficile sentirmi a casa nella casa di mio Padre. Sono diventato meno libero, meno spontaneo, meno allegro, e gli altri hanno finito per vedermi sempre più come una persona piuttosto “pesante”.

E’ il lamento che grida: «Ho faticato tanto, ho lavorato a lungo, mi sono dato sempre da fare e ancora non ho ricevuto quello che altri ottengono tanto facilmente. Perché la gente non mi ringrazia, non mi invita, non si diverte con me, non mi rende omaggio, mentre presta tanta attenzione a coloro che prendono la vita con disinvoltura e noncuranza?».

E’ difficile vivere accanto a qualcuno che si lamenta e pochissime persone sanno come rispondere a chi rifiuta se stesso. La tragedia è che spesso le lamentale, una volta espresse, conducono a ciò che più si teme, e cioè a un ulteriore rifiuto.

Ogni volta che ci lamentiamo per non saper accettare noi stessi, perdiamo la spontaneità al punto che non riusciamo più a lasciarci coinvolgere dalla gioia che è intorno a noi. Gioia e risentimento non possono coesistere.

Il ritorno del figlio maggiore

Anche il figlio maggiore ha bisogno di essere ritrovato e ricondotto alla casa della gioia.

Che io sia il figlio minore o il figlio maggiore, l’unico desiderio di Dio è di portarmi a casa. Arthur Freeman scrive: «Il padre ama ogni figlio e dà ad ognuno la libertà di essere ciò che vuole, ma non può dar loro la libertà che non si sentiranno di assumere o che non comprenderanno adeguatamente. Il padre sembra rendersi conto, al di là dei costumi della società in cui vive, del bisogno dei propri figli di essere se stessi. Ma egli sa anche che hanno bisogno del suo amore e di una “casa”. Come si concluderà la storia dipende da loro. Il fatto che la parabola non abbia finale garantisce che l’amore del padre non dipende da una conclusione appropriata del racconto. L’amore del padre dipende solo da lui e fa esclusivamente parte del suo carattere. Come dice Shakespeare in uno dei suoi scritti: “L’amore non è amore se muta quando trova mutamenti”».

Il padre

La risposta libera e spontanea del padre al ritorno del figlio più giovane non implica alcun confronto con il figlio maggiore. Al contrario, desidera ardentemente farlo partecipare della sua gioia. Il nostro Dio non fa paragoni.

Il cuore del padre va incontro ai due figli; li ama entrambi; spera di vederli insieme come fratelli intorno alla stessa tavola; vuole che sentano che, per quanto diversi, appartengono alla stessa casa e sono figli dello stesso padre. Il padre quasi cieco vede un intero orizzonte. La sua è una vista che comprende lo smarrimento de donne e uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, che capisce con compassione immensa la sofferenza di coloro che hanno scelto di andarsene da casa, che ha pianto un mare di lacrime quando si sono trovati nell’angoscia e nel dolore. Il cuore del padre arde del desiderio di riportare i figli a casa.

Come avrebbe voluto parlare loro, metterli in guardia contro i tanti pericoli che avrebbero affrontato e convincerli che a casa si può trovare tutto quello che  cercano altrove! Quanto avrebbe voluto trattenerli con la sua autorità paterna e tenerli vicino a sé perché non si facessero del male!

Ma il suo amore è troppo grande per comportarsi così. Non può forzare, costringere, spingere o trattenere. L’immensità del amore costituisce anche la sua sofferenza.

Tanto profondo è il dolore perché tanto puro è il cuore. Dal profondo luogo interiore dove l’amore abbraccia tutto il dolore umano, il Padre raggiunge i suoi figli.

Dio ci ama prima che qualunque essere umano possa mostrarci amore.

Non sarebbe bello aumentare la gioia di Dio lasciandomi trovare e portare a casa da lui e celebrare insieme il mio ritorno? Non sarebbe meraviglioso far sorridere Dio dandogli la possibilità di trovarmi e amarmi prodigalmente? So accettare che sono degno di essere cercato? Credo che Dio desideri davvero stare soltanto con me?

Il padre esige che si faccia festa

Mentre il figlio si è preparato ad essere trattato come un garzone, il padre esige che gli venga dato il vestito riservato agli ospiti di riguardo. Il padre veste il figlio con i simboli della libertà, la libertà dei figli di Dio.

Dio vuole fare festa con noi. Questo invito al banchetto è un invito all’intimità con Dio.

Dio si rallegra. Non perché i problemi del mondo sono stati risolti, non perché tutto il dolore e la sofferenza umani sono giunti alla fine, e nemmeno perché migliaia di persone si sono convertite e ora lo stanno lodando per la sua bontà. No, Dio di rallegra perché uno dei suoi figli che era perduto è stato ritrovato. Ciò a cui sono chiamato è partecipare a quella gioia. E’ la gioia di vedere un figlio che cammina verso casa.

Quando ancora sei lontano, vede e ti corre incontro

Padre, dice il figlio minore. Quale misericordia, quale tenerezza in colui che, pur essendo stato offeso, non rifiuta di sentirsi dare il nome di padre! Dice il figlio: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te (Lc 15,18) […] Così diceva dentro di sé il figlio. Ma non basta parlare se non vieni al Padre. Dove cercarlo, dove trovarlo? Innanzitutto alzati! Lo dico per chi stava seduto e dormiva. Per questo l’Apostolo dice: Alzati, o tu che dormi, e levati di tra i morti (Ef 5,14) […] Alzati, vieni di corsa in chiesa: qui c’è il Padre, qui c’è il Figlio, qui c’è lo Spirito santo. Ti corre incontro colui che ti sente conversare nel segreto del tuo cuore. Quando ancora sei lontano, vede e ti corre incontro. Vede nel tuo cuore, corre perché nessuno ti trattenga e per di più ti abbraccia. Nel suo correre incontro vi è la sua prescienza, nell’abbraccio la misericordia e, vorrei dire, vi sono i sentimenti del suo amore paterno. Si getta al collo di chi è caduto per rialzarlo e perché si volga al cielo a cercare il suo Creatore colui che è oppresso dai peccati e chino verso le cose terrene. Cristo ti si getta al collo per toglierti dalla nuca il giogo della schiavitù e porre sul tuo collo il giogo soave (cfr. Mt 11,30). Non vi sembra che si sia gettato al collo di Giovanni, quando questi riposava sul petto di Gesù, con la testa rivolta all’indietro? E così il Verbo che era presso Dio vide (cfr. Gv 1,1), poiché era rivolto alle altezze. Il Signore vi si getta al collo quando dice: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e io vi darò riposo; prendete su di voi il mio giogo che è leggero» (cfr. Mt 11,28-30).

(AMBROGIO, Sul vangelo di Luca 7, 224.229-230, SC 52, pp. 93-95).

 

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

– Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana.

Messalino festivo dell’assemblea, Bologna, EDB, 2007.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

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M. FERRARI, monaco di Camaldoli, «Oggi si è adempiuta questa scrittura», Milano, Vita e Pensiero, 2013.

COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Seconda parte: Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla Risurrezione, Città del Vaticano, Liberia Editrice Vaticana, 2011.

– C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.

 PER L’APPROFONDIMENTO:

XXIV DOM TEMP ORD (C)

Arte, Spiritualità, Università

Martedì 15 Ottobre, ore 11:15  Aula Paolo VI dell’UPS    L’Università Pontificia Salesiana è sita in Piazza Ateneo Salesiano 1, Roma

Il Prof. P. Marko Rupnik, S.J.,

Direttore del “Centro Aletti”

e autore dei Mosaici della

Cappella “Redemptoris Mater” in Vaticano,

prende parte all’Inaugurazione dell’Anno Accademico 2013-2014

con la Prolusione dal titolo

“Arte, Spiritualità, Università”

 

Presiede l’Atto il Gran Cancelliere

Don Pascual Chávez Villanueva

Rettor Maggiore dei Salesiani

Sarà il Prof. P. Marko Rupnik, S.J., Direttore del “Centro Aletti” e autore dei Mosaici della Cappella “Redemptoris Mater” in Vaticano, a tenere la Prolusione per l’Inaugurazione dell’anno accademico 2013/2014 dell’Università Pontificia Salesiana. La concelebrazione eucaristica che precede l’Atto Accademico, sarà presieduta dal Gran Cancelliere don Pascual Chávez Villanueva, Rettor Maggiore dei Salesiani di Don Bosco.

L’inaugurazione avrà luogo martedì 15 ottobre 2013 e si svolgerà secondo il consueto programma. Alle ore 9.30 l’eucaristia nella Chiesa di Santa Maria della Speranza (in Piazza Fradeletto 2). Nell’Aula Paolo VI dell’UPS farà seguito, (ore 11.15) l’Atto Accademico con la Relazione introduttiva del Rettore Magnifico, prof. Carlo Nanni, la Prolusione del Prof. Rupnik dal titolo “Arte, Spiritualità, Università”, la consegna del diploma ai Docenti che in quest’anno diventano emeriti, la premiazione degli Studenti meritevoli per l’eccellenza dei risultati e infine la Proclamazione dell’apertura dell’Anno Accademico da parte del Rettor Maggiore don Chávez.

In serata, sempre nell’Aula Paolo VI dell’UPS, il Maestro Mons. Massimo Palombella, SDB, dirigerà il Coro della Cappella Musicale Pontificia “Sistina” nel Concerto “Credo Domine, adauge nobis fidem”.

Padre Marko Ivan Rupnik è nato nel 1954 a Zadlog, in Slovenia. Dal 1973 è religioso della Compagnia di Gesù. Compiuti gli studi filosofia, prosegue la sua formazione presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. Studia teologia alla Gregoriana di Roma dove si specializza in Missiologia con una tesi dal titolo: “Vassilij Kandinskij come approccio a una lettura del significato teologico dell’arte moderna alla luce della teologia russa”. Nel 1985 è ordinato sacerdote. Nel 1991 consegue il dottorato in Missiologia presso la Facoltà della Gregoriana con una tesi dal titolo “Il significato teologico missionario dell’arte nella saggistica di Vjaceslav Ivanovic Ivanov”.

Dal 1991 vive e lavora a Roma presso il Pontificio Istituto Orientale “Centro Aletti” di cui è direttore. Insegna alla Pontificia Università Gregoriana e al Pontificio Istituto Liturgico. Dal 1995 è Direttore dell’Atelier dell’arte spirituale del Centro Aletti. Dal 1999 è consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura e dal 2012 consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione.