L’impegno degli insegnanti per il futuro del Paese

Domani, 5 ottobre 2013, tutta l’AIMC sarà impegnata nella realizzazione della manifestazione Cento piazze, giunta alla sua IV Edizione per celebrare la Giornata mondiale dell’insegnante.
Il tema scelto quest’anno L’impegno degli insegnanti per il futuro del Paese, si pone un triplice intento:
– evidenziare la complessità della professione docente. Gli insegnanti non sono soltanto mediatori di un programma da svolgere, ma sono professionisti che, ogni giorno, nella scuola hanno a che fare con una realtà complessa e, insieme ad altri soggetti, impegnati direttamente e indirettamente nell’educazione delle giovani generazioni, costruiscono il futuro del Paese.
esortare gli insegnanti a non rinunciare all’impegno. Chi sceglie di essere docente sceglie non solo di svolgere un mestiere, ma svolge una professione che impegna quotidianamente a formare persone, i cittadini di domani, pur nella complessità dei contesti, delle condizioni e delle situazioni di difficoltà in cui si opera;
 
 
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Gli insegnanti tornino a illuminare cuori e menti giovani
 
Insegnanti in prima linea. Il futuro dell’Italia si costruisce con il contributo di tutti: una chiamata alla corresponsabilità all’interno della quale a rivestire un ruolo strategico è proprio la scuola, purtroppo fanalino di coda nell’agenda politica. È stato questo il filo conduttore della quarta edizione della manifestazione “Cento piazze 2013”, su “L’impegno degli insegnanti per il futuro del Paese”, organizzata questa mattina a Roma dall’Associazione italiana maestri cattolici (Aimc), in collaborazione, tra gli altri, con l’Ufficio nazionale educazione, scuola e università della Cei, in occasione della Giornata mondiale degli insegnanti, promossa il 5 ottobre dall’Unesco. Teatro dell’incontro la Biblioteca “Giovanni Spadolini” del Senato.

Fiaccole da accendere. “Hanno la grande responsabilità e l’immenso privilegio di contribuire in modo determinante allo sviluppo” del Paese”, afferma il presidente del Senato Pietro Grasso, secondo il quale gli insegnanti sono chiamati a “formare i giovani anche dal punto di vista sociale e morale”, a educarli alla “civile convivenza, al rispetto delle differenze tra persona e persona, tra culture e religioni”, alla legalità. Per questo “istruzione, formazione, cultura devono essere prioritarie, inserite negli obiettivi strategici per la crescita”. Sulla stessa linea don Maurizio Viviani, direttore dell’Ufficio Cei: “La missione dell’insegnante è dare fiducia, indicare la strada”. E un autentico “servizio educativo è aprire la mente e il cuore dei giovani, far intravedere loro il futuro e prepararli ad affrontarlo”. Il richiamo, quindi, al “significativo contributo” che l’Aimc sta offrendo al percorso “La Chiesa per la scuola”, e all’incontro con le scuole, il prossimo 10 maggio, di Papa Francesco. Gli alunni, conclude, “non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere”. 

Luce che corre. Una giornata “non di celebrazione ma di riflessione e testimonianza”, osserva Giuseppe Desideri, presidente nazionale Aimc, secondo il quale occorre “dare una speranza di futuro ai nostri ragazzi”. Della necessità di “un’alleanza strategica tra scuola, mezzi di comunicazione e famiglia” per far “maturare una consapevolezza più grande”, che “si può riassumere nel concetto di etica della responsabilità”, parla il giornalista Rai Francesco Giorgino. Intensa e toccante la testimonianza di Annalisa Minetti, ipovedente, cantante e medaglia di bronzo alle Paralimpiadi Londra 2012: “Non importa quanto tempo si impieghi a raggiungere un obiettivo; l’importante è la volontà di affrontare la sfida. Non si è vincenti quando si sale sul podio, ma quando si decide di impegnarsi in un’impresa”. Di qui il ricordo dei suoi insegnanti all’istituto di ragioneria; anche attraverso loro, dice, “ho sviscerato e superato il mio dolore. Sono diventata luce e corro per illuminare le persone che non vogliono ascoltare”. 

Da straordinario a ordinario. Dopo i videomessaggi di docenti e dirigenti scolastici di Belgio, Inghilterra, Argentina, Olanda, Rosa Musto, coordinatore nazionale scuole associate Unesco-Italia (81 su tutto il territorio), introduce alcune esperienze di rappresentanti della rete. Maria Rosa Mortillara descrive “Classe 2.0”, percorso di “didattica multimediale avviato nel 2007” al Convitto nazionale “Vittorio Emanuele II” di Roma. “Scommettiamo che…” è il “progetto trandisciplinare” del liceo classico La Mura di Angri-Salerno, “nato dalla dieta mediterranea” per “coniugare cultura scientifica e umanistica”, spiega Rossana Rosapepe. Forte e accorata la testimonianza di Rosalba Rotondo, preside Istituto comprensivo Ilaria Alpi – Carlo Levi (Scampia – Napoli). Una realtà “complessa” quella di Scampia, “in gran parte negativa ma non solo. Occorre dire basta ai film che speculano su questo marchio di infamia”. “Chiedo all’intellighenzia di impegnarsi per neutralizzare il male”. Basta anche ai “progetti straordinari. I finanziamenti si esauriscono, e poi? Rendiamo lo straordinario ordinario”. La legalità, conclude, “si costruisce attraverso un processo induttivo: attraverso il godimento di beni e servizi, i nostri ragazzi possono dire: ‘Ora capisco che cos’è la legalità e la cittadinanza partecipata’”. A testimoniare la “grande domanda di integrazione presente tra gli immigrati”, è Daniela Pompei, responsabile servizi immigrati Comunità Sant’Egidio, descrivendo l’impegno con i rom – “un progetto a Roma e a Napoli-Scampia che prevede 100 euro al mese alle famiglie per favorire la frequenza scolastica dei bambini”, e la scuola di lingua e cultura italiana che quest’anno festeggia i 30 anni. 

a cura di Giovanna Pasqualin Traversa

Scuola, luogo della responsabilità

Siamo all’inizio di un nuovo anno scolastico e, come si è giustamente soliti sottolineare, ogni inizio porta sempre con sé un dono: il dono di un cammino formativo, del comune impegno alla crescita e allo sviluppo integrale della persona umana, dell’attenzione profonda a tutti gli aspetti della vita dell’uomo, del bene comune di tutti e di ciascuno. Se da una parte il primo soggetto naturale e insostituibile di questo processo rimane la famiglia nella sua peculiarità e specificità, la scuola però svolge un compito fra i più importanti di questo cammino di crescita. Mi sembra doveroso partire dalla dimensione del dono in quanto, pur non mancando certo difficoltà e criticità, è pur vero che la dedizione, l’attenzione, la professionalità e l’impegno di coloro che, a qualunque titolo, quotidianamente operano in questo settore permette di tenere lo sguardo positivamente orientato verso l’obiettivo comune da raggiungere.
 

XXVII DOMENICA TEMPO ORDINARIO

Prima lettura: Abacuc 1,2-3;2.2-4

Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese.  Il Signore rispose e mi disse: «Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette, perché la si legga speditamente. È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede».

 

Un testo forte, vorrei dire drammatico, sulla fede, sulle sue difficoltà e, pur tuttavia, sulla necessità di rimanervi attaccati con tutto il nostro essere è il brano della prima lettura, ripresa dal profeta Abacuc, di cui sappiamo quasi nulla, salvo che dovrebbe aver vissuto ed operato verso il 600 a.C., più o meno contemporaneo di Geremia.

     Davanti allo scempio che avevano fatto i Babilonesi distruggendo la città santa (587-86), davanti alla loro tracotanza e violenza, sembra che Dio si sia dimenticato del suo popolo e non voglia più ascoltare le sue suppliche. È per questo che il profeta insorge e mette quasi sotto accusa Dio: «Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti… Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?» (1,2-3).

     Non è un bestemmiatore, il profeta, ma molto arditamente domanda al Signore se c’è un senso in tutto questo e se il popolo può ancora continuare a sperare. Alla fine Dio risponde e garantisce che a un tempo «stabilito», che lui solo conosce, la salvezza verrà: «È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà» (2,3).

     Il testo si conclude con una riflessione del profeta stesso, che lapidariamente descrive l’esito diverso di chi conta solo sulle proprie forze, come i Caldei, e di chi invece è «fiducioso» nel Signore, come devono esserlo i Giudei ai quali egli si rivolge: «Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede» (2,4).

     È risaputo che Paolo adopererà questo testo, secondo la versione greca dei LXX, per formulare la sua dottrina della «giustificazione» per la sola fede in Cristo (cf. Rm 1,17; Gal 3,11; Eb 10,38). Nel testo originale più che di fede si parla di «fedeltà» a Dio, al suo disegno di salvezza: chi avrà il coraggio di «fidarsi» di lui, di buttarsi nelle sue mani, soprattutto nei momenti bui dell’esistenza, propria o della comunità, non verrà deluso, mentre «colui che non ha l’animo retto», perché confida solo in se stesso, «soccomberà».

 

Seconda lettura:  2Timoteo 1,6-8.13-14 

Figlio mio, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato. 

 

Nel brano della seconda lettera a Timoteo abbiamo di nuovo il tema della fede, però considerata più nel suo contenuto (la fides quae creditur, come dicono i teologi) che come atteggiamento dell’anima, aperta a ricevere il messaggio (fides qua creditur).

     E si capisce il perché di questa prospettiva diversa: Paolo si rivolge al suo discepolo prediletto, forse scoraggiato e un po’ anche depresso per le difficoltà del suo apostolato, allo scopo di richiarmarlo al senso della sua missione pastorale: «ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani» (2Tm 1,6). Nella sua consacrazione egli non ha ricevuto uno «spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza» (1,7): perciò non deve «vergognarsi» di rendere testimonianza al Signore Gesù, né delle «catene» in cui per il momento è costretto l’apostolo, quasi che fosse un perdente. Piuttosto «soffri con me per il Vangelo. Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù» (1,8), prendendo proprio come esempio il suo maestro (1,13).

     A conclusione troviamo il solenne richiamo a custodire integro il «bene prezioso», cioè la totalità del mistero cristiano, da annunciare con coraggio e fedeltà. L’immagine del «bene prezioso» è ripresa dalla prassi giuridica del tempo, secondo la quale il depositario di qualche oggetto prezioso, o di una determinata quota di denaro, era obbligato a restituire integri, in qualsiasi momento, al depositante gli oggetti a lui affidati, pena gravissime punizioni in caso di inadempienza. A Timoteo è stato affidato qualcosa di più prezioso che oro o argento; di qui la sua grave responsabilità: «Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi » (1,14).

 

Vangelo: Luca 17,5-10 

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». 

Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”». 

 

Esegesi 

Signore: «Accresci in noi la fede!».                     .

     Eloquente al riguardo è il brano di Vangelo, che si articola in due sezioni: la prima (Lc 7,5-6) è rintracciabile, diversa, nella comune tradizione sinottica (cf. Mc 9 24; Mt 17,20, 21,22), la seconda (17,7-10) fa parte del tipico patrimonio lucano ed è coerente con le dinamiche del suo pensiero.                   

     Dunque gli Apostoli, un bel giorno, chiedono a Gesù: «Accresci in noi la fede!». Accanto a lui, quotidianamente, non potevano non avvertire che in lui c’era qualcosa che andava oltre il comune limite dell’umano: si dovevano perciò essere aperti a un rapporto di «fiducia» altissima di fronte a Gesù. Ma questa era davvero «fede», come pensavano gli Apostoli dal momento che lo pregano di «aumentargliela»?

     Sembra che Gesù non condividesse questa convinzione, per il fatto che in forma ipotetica, afferma che di fede ne basterebbe solo un pizzico per compiere addirittura miracoli: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe» (v. 6). 

     Due testi paralleli di Matteo riportano l’immagine del «monte» che potrebbe essere spostato nel mare; Luca, più coerentemente con l’immagine del «granello di senapa», parla di un gelso, o di un sicomoro, che è una delle piante più fortemente radicate sul terreno. Comunque, a parte la diversità delle immagini, il pensiero è chiaro: basta un mimmo di fede che sia autentica, profonda, al di là di ogni dubbio o incertezza, perché il miracolo, l’umanamente impossibile, avvenga.

     Perciò praticamente Gesù, per un verso, invita i suoi discepoli a verificare la propria fede; per un altro verso, assicura loro che la preghiera fatta con fede ottiene tutto: anche «l’aumento» e la «crescita» stessa della fede, esattamente come scrive S. Paolo, «di fede m fede» (Rm 1,17).

     — «Siamo servi inutili»                                      

     E soprattutto di fede «adulta», tesa costantemente a crescere, c’è bisogno quando potrebbe sembrarci che il nostro servizio fosse di poco conto, o che non fosse sufficientemente remunerato. È quanto si afferma nella seconda sezione del brano evangelico (vv. 7-10) con la parabola del servo che, dopo aver fatto il suo lavoro, nei campi o dietro il gregge, e

pregato ancora di preparare da mangiare al padrone prima di assidersi  pure lui a mensa.

     È indubbiamente urtante per la sensibilità moderna assai mercantilizzata la conclusione che ne trae Gesù: «Forse che il padrone si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (vv. 9-10).

     Gesù si riferisce qui alle abitudini sociali del tempo (che certamente non prevedevano contratti sindacali), senza peraltro esprimere nessuna valutazione morale al riguardo. Il quadro gli serve semplicemente per dire che davanti a Dio nessuno può avanzare delle pretese: anche il massimo che potremmo aver fatto non crea nessuna posizione di privilegio, perché abbiamo fatto solamente «quanto dovevamo fare». Siamo tutti «servi inutili» davanti a lui: ci ha scelti per pura grazia a collaborare alla costruzione del regno e dobbiamo rispondergli con pienezza di impegno, grati solo perché ci ha chiamati ad essere «servi», e non «padroni»: lui soltanto è il «padrone»!

     Questo discorso è chiaro che vale per tutti, ma soprattutto per coloro che Dio ha chiamato all’apostolato, proprio come i Dodici. Ciò che alla luce della ragione potrebbe apparire evidente, alla luce della fede appare addirittura esaltante: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare», proprio perché egli ci ha dato la grazia di farlo.

 

Meditazione 

     La fede è il tema unificante la prima lettura e il vangelo. Nella prima lettura si tratta della fede messa alla prova dal silenzio e dall’inazione di Dio e chiamata a divenire attesa perseverante e fiduciosa nella promessa di Dio. Così, anche in tempi bui, il giusto troverà vita grazie alla fede. Nel vangelo si tratta della fede come realtà non quantificabile, ma qualitativa, caratterizzata dalla relazione di abbandono fiducioso del servo al suo Signore.

     Di fronte alle parole di Gesù che parlano di perdono fino a sette volte al giorno nei confronti del fratello che pecca (Lc 17,3-4), gli apostoli pregano Gesù di accrescere la loro fede (Lc 17,5). Essi mostrano così di aver ben capito che il perdono non è solo un gesto etico, ma è evento escatologico, dono dello Spirito santo, irruzione del Regno di Dio nella vita degli uomini. Mostrano di aver capito che la comunione nella comunità cristiana – comunione a cui è essenziale il perdono – è possibile solo grazie alla fede, al far regnare la signoria di Dio. Ma chiedendo la fede essi mostrano anche di aver compreso che la fede è dono che trova nel Signore stesso la sua origine e la sua fonte.

     E mostrano di aver capito che della fede – propria e altrui – non si è padroni e non la si può imporre, ma solo la si può accogliere con gratitudine e nutrire con la preghiera. E ancora che anche per loro, «gli apostoli» (Lc 17,5), i Dodici scelti direttamente da Gesù, la fede non è una realtà scontata. Anzi la fede è sempre «poca» e i discepoli sono sempre «uomini di poca fede», ovvero incapaci di quella relazione di abbandono pieno e fiducioso, gratuito e convinto, umile e perseverante, dolce e robusto, in una parola, di quell’amore che è alla base della potenza della fede.

     La fede e null’altro è alla base dell’autorità degli apostoli: questo è sottolineato da Luca con l’annotazione che, se avessero fede quanto un minuscolo granello di senape, potrebbero farsi «obbedire» (verbo hypakoúein: Lc 17,6) anche da un albero a cui viene ordinata una cosa folle. Solo la fede consente al predicatore, al missionario, all’apostolo di farsi eco – con la propria azione e la propria parola – dell’azione e della parola di Dio e di suscitare nel destinatario l’adesione teologale, non un’appartenenza alla propria persona.

       Nel detto parabolico dei vv. 7-10 Gesù prima paragona gli apostoli a dei padroni che hanno dei servi, poi direttamente a dei servi, e per di più, inutili. L’autorità nella chiesa si declina come servizio ed esclude ogni rapporto di forza e di dominio. Il passaggio dall’«avere un servo» (Lc 17,7) all’«essere servi» (Lc 17,10) è significativo: nella comunità cristiana non vi sono padroni e servi, ma vi sono dei fratelli che sono dei servi dell’unico Signore e maestro (cfr. Mt 23,8-10). L’autorità nella chiesa deve passare attraverso il vaglio dell’umiltà e del servizio per non esprimersi come potere e oscurare così l’unica signoria di Gesù: «Un apostolo non è più grande di chi l’ha inviato» dice Gesù ai suoi discepoli subito dopo aver loro lavato i piedi durante l’ultima cena (Gv 13,16).

     Ecco dunque la situazione, paradossale ma salvifica, in cui è posto il missionario, l’apostolo nella comunità cristiana: la sua autorità riposa interamente sul suo essere inviato come servo (Lc 17,7; At 20,19), per lavorare il campo di Dio (1Cor 3,5 ss.), per arare (Lc 17,7; 1Cor 9,10) o pascolare (Lc 17,7; At 20,28; 1Cor 9,7). La sua autorità riposa sulla sua obbedienza alla parola del Signore (Lc 17,10). Ed ecco la coscienza con cui il servo è chiamato ad esercitare il suo ministero: l’inutilità. Non che il suo spendersi sia inutile, ma la coscienza che anima l’apostolo è liberante e liberata quando egli compie tutto senza nulla far risalire a se stesso, ma tutto rinviando al Signore che è all’origine della sua chiamata e di ogni fecondità apostolica. Paolo, dopo aver ricordato di aver «servito il Signore con tutta umiltà» (At 20,19) dice: «La mia vita non è meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi e stato affidato dal Signore Gesù» (At 20,24).

Preghiere e racconti

Fede e certezze

Francesco parla anche del «cercare e trovare Dio in tutte le cose» di San’Ignazio di Loyola, fondatore dei gesuiti, e spiega: «Si, in questo cercare e trovare Dio in tutte le cose resta sempre una zona di incertezza. Deve esserci. Se una persona dice che ha incontrato Dio con certezza totale e non è sfiorata da un margine di incertezza, allora non va bene. Per me questa è una chiave importante. Se uno ha le risposte a tutte le domande, ecco che questa è la prova che Dio non è con lui. Vuol dire che è un falso profeta, che usa la religione per se stesso. Le grandi guide del popolo di Dio, come Mose, hanno sempre lasciato spazio al dubbio. Si deve lasciare spazio al Signore, non alle nostre certezze; bisogna essere umili». Così «l’atteggiamento corretto è quello agostiniano: cercare Dio per trovarlo, e trovarlo per cercarlo sempre».

(Intervista del Direttore a Papa Francesco, in «Civiltà Cattolica» 164 (2013/III) 3918, 449-477).

La fede di papa Francesco

«La fede, per me, è nata dall’incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza. Ma al tempo stesso un incontro che è stato reso possibile dalla comunità di fede in cui ho vissuto e grazie a cui ho trovato l’accesso all’intelligenza della Sacra Scrittura, alla vita nuova che come acqua zampillante scaturisce da Gesù attraverso i Sacramenti, alla fraternità con tutti e al servizio dei poveri, immagine vera del Signore. Senza la Chiesa — mi creda — non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che quell’immenso dono che è la fede è custodito nei fragili vasi d’argilla della nostra umanità. Ora, è appunto a partire di qui, da questa personale esperienza di fede vissuta nella Chiesa, che mi trovo a mio agio nell’ascoltare le sue domande e nel cercare, insieme con Lei, le strade lungo le quali possiamo, forse, cominciare a fare un tratto di cammino insieme».

(Dalla Lettera di Papa Francesco a Eugenio Scalfari – 11  settembre 2013). 

La possibilità della fede

“Aumenta la nostra fede!” A questa richiesta degli Apostoli – voce di tutti coloro che sono alla ricerca di Dio con umiltà e desiderio – Gesù risponde così: “Se avrete fede pari a un granellino di senapa, direte a questo monte: ‘spostati da qui a là’, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile”(Matteo 17,20). Credere non è anzitutto assentire a una dimostrazione chiara o a un progetto privo di incognite: non si crede a qualcosa che si possa possedere e gestire a propria sicurezza e piacimento. Credere è fidarsi di qualcuno, assentire alla chiamata dello straniero che invita, rimettere la propria vita nelle mani di un altro, perché sia lui a esserne l’unico, vero Signore. Crede chi si lascia far prigioniero dell’invisibile Dio, chi accetta di essere posseduto da lui nell’ascolto obbediente e nella docilità del più profondo di sé. Fede è resa, consegna, abbandono, accoglienza di Dio, che per primo ci cerca e si dona; non possesso, garanzia o sicurezza umane. Credere, allora, non è evitare lo scandalo, fuggire il rischio, avanzare nella serena luminosità del giorno: si crede non nonostante lo scandalo e il rischio, ma proprio sfidati da essi e in essi. “Credere significa stare sull’orlo dell’abisso oscuro, e udire una voce che grida: gèttati, ti prenderò fra le mie braccia!” (Søren Kierkegaard). Eppure, credere non è un atto irragionevole. È anzi proprio sull’orlo di quell’abisso che le domande inquietanti impegnano il ragionamento: se invece di braccia accoglienti ci fossero soltanto rocce laceranti? E se oltre il buio ci fosse ancora nient’altro che il buio? Credere è sopportare il peso di queste domande: non pretendere segni, ma offrire segni d’amore all’invisibile amante che chiama.

(Bruno FORTE, Lettera ai ricercatori di Dio, EDB, Bologna, 2009, 27-28)

L’inquietudine della notte della fede

Ripartire da Dio vuol dire sapere che noi non lo vediamo, ma lo crediamo e lo cerchiamo così come la notte cerca l’aurora. Vuol dunque dire vivere per sé e contagiare altri dell’inquietudine santa di una ricerca senza sosta del volto nascosto del Padre. Come Paolo fece coi Galati e coi Romani, così anche noi dobbiamo denunciare ai nostri contemporanei la miopia del contentarsi di tutto ciò che è meno di Dio, di tutto quanto può divenire idolo. Dio è più grande del nostro cuore, Dio sta oltre la notte.

Egli è nel silenzio che ci turba davanti alla morte e alla fine di ogni grandezza umana; Egli è nel bisogno di giustizia e di amore che ci portiamo dentro; Egli è il Mistero santo che viene incontro alla nostalgia del Totalmente Altro, nostalgia di perfetta e consumata giustizia, di riconciliazione e di pace.

Come il credente Manzoni, anche noi dobbiamo lasciarci interrogare da ogni dolore: dallo scandalo della violenza che sembra vittoriosa, dalle atrocità dell’odio e delle guerre, dalla fatica di credere nell’Amore quando tutto sembra contraddirlo. Dio è un fuoco divorante, che si fa piccolo per lasciarsi afferrare e toccare da noi. Portando Gesù in mezzo a voi, non ho potuto non pensare a questa umiliazione, a questa “contrazione” di Dio, come la chiamavano i Padri della Chiesa, a questa debolezza. Essa si fa risposta alle nostre domande non nella misura della grandezza e della potenza di questo mondo, ma nella piccolezza, nell’umiltà, nella compagnia umile e pellegrinante del nostro soffrire.

(Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2009, 66).

Fede

La fede non è una sicurezza ma un cammino silenzioso.

(E. OLIVERO, L’amore ha già vinto, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005, 184).

La ricerca di Dio

Ho appreso che la ricerca di Dio è una Notte Buia. E che anche la Fede è una Notte Buia. Di certo, non può dirsi una sorpresa. Per l’uomo, ogni giorno è una Notte Buia. Nessuno sa che cosa accadrà nell’istante successivo, eppure tutti vanno avanti. Perché ‘confidano’. Perché hanno Fede. […] Ogni momento della vita è un atto di fede.

(Paulo COELHO, Brida, Bompiani, Milano, 2008, 31)

Dona a ogni istante il mio amore eterno

Mio Dio, sorgente senza fondo della dolcezza umana,

addormentandomi lascio scorrere il mio cuore in Te

come un recipiente caduto nell’acqua di una fontana

e che Tu riempi di Te stesso senza di noi.

In Te domattina ritornerò a prenderlo

pieno dell’amore che occorre per la giornata.

O Dio, ne tiene poco, ahimè! Per quanto Tu spanda

i Tuoi flutti su di esso, non ne trattiene mai più di un po’.

Ma rinnovami senza fine questo po’ di acqua viva,

donamelo fin dall’alba, ai piedi dell’arduo giorno

e ridonamelo ancora quando giunge la sera,

prima di sera, Signore, poiché l’avrò perduto.

O Tu dal quale il giorno riceve senza sosta il giorno

grazie al quale l’erba che cresce è cresciuta nella notte,

che continuamente aggiungi all’albero che cresce

l’invisibile altezza che lo conduce in aria,

dona al mio cuore debole e molto limitato,

al mio cuore con tanta fatica amante e fraterno.

Dio paziente delle opere lente e piccole,

dona a ogni istante il mio amore eterno.

(M. Noël, I canti della pietà).

La tentazione dell’impazienza

«Cercare subito il grande successo, i grandi numeri… non è il metodo di Dio. Per il regno di Dio […] vale sempre la parabola del grano di senape (cfr. Mc 4, 31-32). Il Regno di Dio ricomincia sempre di nuovo sotto questo segno. […] Noi o viviamo troppo nella sicurezza del grande albero già esistente o nell’impazienza di avere un albero più grande, più vitale. Dobbiamo invece accettare il mistero che la Chiesa è nello stesso tempo grande albero e piccolissimo grano».

(J. RATZINGER, La nuova evangelizzazione, in Divinarum Rerum Notitia. Studi in onore del Card. Walter Kasper, Roma, Studium, 2001, 506).

Il dubbio e la grazia

Ogni mattino,

Dio nomina il suo governo.

Un giorno è il sole a presiederlo,

con il marmo e la rugiada

come grandi funzionari,

e laggiù nei mondi molto evanescenti

un albero di virtù

porta la sua ambasciata.

L’indomani,

Dio capovolge l’ordine:

il nero oceano gode della sua fiducia,

ed esso delega i suoi poteri

alla dolce collina,

al ruscello che canticchia,

a qualche mezzofico

trovato nella polvere.

Ma Dio deve perfezionarsi: è la sua legge;

oggi si circonda

di un pangolino esperto in scienze occulte,

di un’isola che gli mostra

discretamente della tenerezza,

di una pioggia fine dalle favole edificanti,

di una lunetta un po’ gobba

che gli riferisce le voci che circolano.

Dio non ha mai trovato un buon ministro

degli affari divini.

(A. Bosquet, Il libro del dubbio e della grazia)

Aumenta la nostra fede

«Gli apostoli compresero talmente bene che tutto ciò che concerne la salvezza è un dono elargito dal Signore che gli domandarono anche la fede: Aumenta la nostra fede (Lc 17,5). Non avevano la presunzione che la pienezza della fede dipendesse dalla loro decisione, ma credevano di riceverla in dono da Dio. Inoltre, lo stesso autore della salvezza degli uomini ci insegna che la nostra stessa fede è incostante, fragile e assolutamente insufficiente se non è fortificata dall’aiuto di Dio, quando dice a Pietro: “Simone, Simone, ecco Satana ha chiesto di vagliarvi come grano, ma io ho pregato il Padre mio affinché non venga meno la tua fede (Lc 22,31-32). Un altro, sentendo e, per così dire, vedendo dentro di sé la propria fede come sospinta dai flutti dell’incredulità verso gli scogli in un terribile naufragio, chiede al Signore stesso un aiuto alla propria fede; dice: “Signore, aiuta la mia mancanza di fede” (Mc 9,24). I personaggi del vangelo e gli apostoli a tal punto dunque avevano compreso che tutte le cose buone si realizzano con l’aiuto del Signore e non speravano di custodire integra la loro fede con le loro forze o con la libertà della loro volontà che chiedevano al Signore di aiutare la fede che avevano dentro di sé o di donarla loro. E se la fede di Pietro aveva bisogno dell’aiuto del Signore per non venir meno, chi sarà così presuntuoso e cieco da credere di poterla custodire senza aver bisogno dell’aiuto quotidiano del Signore? Tanto più che il Signore stesso nel vangelo dichiara apertamente questo, là dove dice: “Come il tralcio non può portare frutto se non resta unito alla vite, così nessuno può portare frutto se non rimane in me” (Gv 15,4); e ancora: “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5). Quanto sia insensato e sacrilego attribuire qualcosa delle nostre azioni al nostro impegno e non alla grazia di Dio e al suo aiuto, appare provato da una esplicita dichiarazione del Signore; dice che nessuno, senza la sua ispirazione e il suo aiuto, può portare frutti spirituali. Infatti: “Ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce” (Gc 1,17).

(Giovanni Cassiano, Conferenze 3,16, SC 42, pp. 160-161).

 

 

 

Preghiera

Signore, fa di me ciò che vuoi!

Non cerco di sapere in anticipo i tuoi disegni su di me,

voglio ciò che Tu vuoi per me.

Non dico: “Dovunque andrai, io ti seguirò!”,

perché sono debole,

ma mi dono a Te perché sia Tu a condurmi.

Voglio seguirTi nell’oscurità,

non Ti chiedo che la forza necessaria.

O Signore, fa’ ch’io porti ogni cosa davanti a Te,

e cerchi ciò che a Te piace in ogni mia decisione

e la benedizione su tutte le mie azioni.

Come una meridiana non indica l’ora se non con il sole,

così io voglio essere orientato da Te,

Tu vuoi guidarmi e servirTi di me.

Così sia, Signore Gesù!

(John Henry Newman)

 

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

– Temi di predicazione, Napoli, Editrice Domenicana Italiana.

Messalino festivo dell’assemblea, Bologna, EDB, 2007.

La Bibbia per la famiglia, a cura di G. Ravasi, Milano, San Paolo, 1998.

———

M. FERRARI, monaco di Camaldoli, «Oggi si è adempiuta questa scrittura», Milano, Vita e Pensiero, 2013.

COMUNITÀ MONASTICA SS. TRINITÀ DI DUMENZA, La voce, il volto, la casa e le strade, Milano, Vita e Pensiero, 2008-2009.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

– J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Seconda parte: Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla Risurrezione, Città del Vaticano, Liberia Editrice Vaticana, 2011.

– C.M. MARTINI, Incontro al Signore risorto. Il cuore dello spirito cristiano, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009.

PER L’APPROFONDIMENTO:

XXVII DOM TEMP ORD (C)

Seminario gratuito: Raccontarsi e Riscoprirsi. Il potere terapeutico dell’Autobiografia

Torna per il quinto anno consecutivo il Mese del Benessere Psicologico, l’importante  campagna di sensibilizzazione e promozione della cultura psicologica organizzata da  cinque anni dalla S.i.p.a.p. Società Italiana Psicologi Area Professionale privata che ha lo scopo di offrire gratuitamente ai cittadini italiani uno spazio per essere ascoltati  da specialisti e cercare i percorsi possibili per migliorare la qualità della propria vita. Un’iniziativa che ha acquisito sempre più consensi da parte della popolazione e delle  stesse istituzioni, tanto da raggiungere anche quest’anno sette regioni italiane:  Lombardia, Trentino, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Lazio e Marche.
Le consulenze e i seminari, come sempre gratuiti per tutto il mese di ottobre, saranno  diretti a promuovere la cultura psicologica e ad informare i cittadini su tematiche  d’interesse psicologico.
Sarà messo a disposizione dell’utenza un centralino unico nazionale che sarà attivo dal  23 settembre per tutta la durata del mese di ottobre e metterà in contatto l’utenza con gli specialisti psicologi associati alla Sipap che aderiscono al progetto aprendo i loro studi e 
offrendo gratuitamente le loro competenze nelle diverse località italiane suddette.
 
Ecco le modalità per prenotare una consulenza o un seminario: 
I cittadini potranno telefonare dalla rete fissa al numero verde 800.76.66.44, mentre 
dai telefoni cellulari potranno comporre il 333.40.271.40.
Il centralino opererà dal Lunedì al Venerdì dalle ore 10.00 alle ore 18.00, per il suo  tramite gli utenti potranno prendere appuntamento per una consulenza psicologica con lo psicologo più vicino, prenotare la partecipazione ai moltissimi seminari in calendario. 
 
Per consultare il calendario, le sedi dei seminari e i recapiti dei professionisti basterà  visitare il sito internet www.sipap.org da cui si accederà al sito che la S.i.p.a.p. ha  costruito appositamente per questo progetto www.mesebenesserepsicologico.it. 
Il sito offre un motore di ricerca interno in cui si può selezionare la regione d’appartenenza  in cui individuare sia gli psicologi esperti più vicini, sia i seminari più adatti alla sfera d’interesse dei singoli utenti. 
I seminari sono volti ad affrontare i temi che maggiormente interessano la società  contemporanea, dai conflitti di coppia all’educazione dei figli, dalla depressione all’ansia,  dalle dipendenze da sostanze e da gioco d’azzardo ai disturbi dell’alimentazione, dalle problematiche collegate alla crisi sociale e lavorativa al mobbing.
L’iniziativa offre anche un vasto panorama di tematiche che affrontano i tanti disagi esistenziali, il difficile incontro tra maschile e femminile, l’integrazione e la realizzazione del singolo, la cura delle problematiche dell’infanzia e dell’età evolutiva, i disagi e le 
opportunità della terza età, le perversioni. Gli psicologi interessate che partecipano al progetto sono circa 500 distribuiti nelle sette 
regioni interessate. I seminari sono circa 550.
 
La Sipap – Società Italiana Psicologi Area Professionale 

L’Italia terra di emigranti giovani e laureati

Monsignor Francesco Montenegro, sottolinea che l’attenzione della Chiesa per i migranti si riferisce “non solo all’evangelizzazione e all’amministrazione dei sacramenti né si limita a sollevare le sofferenze e i disagi con l’assistenza caritativa, ma comprende la promozione dei diritti umani e della giustizia verso ogni persona, di cui la cittadinanza è uno strumento”
 
“Vittima di una grande recessione, l’Italia nell’ultimo anno non è più stata fortemente attrattiva nei riguardi degli immigrati e come non accadeva da più di un decennio, nel 2012 si è avuta una brusca frenata degli ingressi di migranti nel territorio tricolore”. È quanto affermano i ricercatori del Rapporto Migrantes 2013 “Italiani nel Mondo” che è stato presentato questa mattina a Roma. D’altra parte, però, si è assistito “a un forte movimento interno anche degli stessi immigrati dalle regioni del Sud Italia verso il Centro-Nord e a una serie di importanti partenze verso l’estero di disoccupati, laureati, giovani e meno giovani e degli stessi immigrati e delle loro famiglie che sono ritornate nei luoghi di origine o hanno preferito spostarsi in Europa, in Paesi cioè dove il momento di crisi ha avuto meno ripercussioni sul piano del lavoro”.
 
Chi parte? Al centro del Rapporto i migranti italiani di ieri e di oggi, coloro che possiedono la cittadinanza italiana e il passaporto italiano ma vivono fuori dai confini nazionali, coloro che votano all’estero, che nascono all’estero da cittadini italiani, che riacquistano la cittadinanza, che si spostano per studio o formazione, che vanno fuori dall’Italia per sfuggire alla disoccupazione o perché inseguono un sogno professionale. Sono tanti gli italiani che dalle regioni del Sud si spostano al Nord per lavoro, per studio o per esigenze familiari o di coppia. Dietro i numeri ci sono le storie, belle e meno felici, facili e difficili, di realizzazione o di perdita, di riuscita o con un triste epilogo. Al 1° gennaio 2013 gli italiani residenti all’estero sono 4.341.156, il 7,3% dei circa 60 milioni di italiani residenti nel Paese. L’aumento, in valore assoluto, rispetto al 2012 è di 132.179 iscrizioni, pari a +3,1% e +5,5% rispetto al 2011. Dall’Italia dunque non solo si emigra ancora, sottolineano alla Migrantes, ma si registra un aumento nelle partenze che impone nuovi interrogativi e nuove strade da percorrere. Ed è questo l’impegno culturale che la Fondazione Migrantes si è imposta soprattutto alla luce degli ultimi sviluppi e dell’incremento numerico degli spostamenti che riguardano oggi migliaia di giovani, mediamente preparati o altamente qualificati.
 
I Paesi di emigrazione. La maggioranza degli emigrati italiani vive in Europa (2.364.263, il 54,5% del totale); a seguire l’America (1.738.831, il 40,1% del totale) e, a larga distanza, l’Oceania (136.682, il 3,1%), l’Africa (56.583, l’1,3%) e l’Asia (44.797, l’1,0%). In questo continente, nell’ultimo anno, hanno stabilito la residenza 3.500 italiani. Le comunità di cittadini italiani all’estero numericamente più incisive continuano ad essere quella argentina (691.481), tedesca (651.852), svizzera (558.545), francese (373.145) e brasiliana (316.699) per restare alle nazioni che accolgono collettività al di sopra delle 300mila unità. A seguire, il Belgio (254.741), gli Stati Uniti d’America (223.429) e il Regno Unito (209.720). Il 52,8% (quasi 2 milioni e 300mila) proviene dal Meridione, il 32% (circa 1 milione 390mila) dal Nord e il 15,0% dal Centro Italia (poco più di 662mila). La Sicilia, con 687.394 residenti, è la prima Regione di origine degli italiani residenti fuori dal nostro Paese, seguita dalla Campania, dal Lazio, dalla Calabria, dalla Lombardia, dalla Puglia e dal Veneto. Nel Rapporto, oltre ai numeri, lo studio sullo sviluppo della lingua italiana nel mondo ed in particolare in Paesi come il Camerun; la presenza degli italiani in alcuni Paesi come la Cina, il Vietnam, la Crimea, i Paesi Bassi, l’Egitto, Haiti; i grandi architetti italiani nel mondo; l’emigrazione italiana nel mondo proveniente dal Trentino, dall’Emilia Romagna, dal Lazio, da Lucca o da Palermo con il suo porto.
 
Nuove mobilità. Il Rapporto si concentra anche su figure della Chiesa del passato, legate alla mobilità italiana, descrivendole e attualizzandole, dando modo così al lettore di sentirne la modernità e la vitalità. Nel 2013 l’attenzione è posta su santa Francesca Saveria Cabrini. E ancora la figura di padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa della Santa Sede, che ha iniziato il suo ministero negli anni ‘70 tra gli emigranti italiani in Germania. Attualmente sono 615 gli operatori in servizio per gli italiani in 375 Missioni cattoliche di lingua italiana distribuite in 41 nazioni nei 5 continenti. “Le nuove mobilità sono diventate una priorità per la Chiesa italiana”, ha detto il presidente della Commissione episcopale per le migrazioni (Cemi) e della Migrantes, monsignor Francesco Montenegro, sottolineando che l’attenzione della Chiesa per i migranti si riferisce “non solo all’evangelizzazione e all’amministrazione dei sacramenti né si limita a sollevare le sofferenze e i disagi con l’assistenza caritativa, ma comprende la promozione dei diritti umani e della giustizia verso ogni persona, di cui la cittadinanza è uno strumento”. Tra i propositi dell’VIII Rapporto, ha poi spiegato il direttore generale della Migrantes monsignorGiancarlo Perego, “l’attenzione ai giovani e alla loro mobilità; la riflessione costante sulla cittadinanza e il diritto di voto; una maggiore cura dell’immagine dell’Italia e della mobilità italiana nei mass media italiani e internazionali; il mantenere viva l’attenzione per gli emigrati in difficoltà e le loro famiglie”.
 
a cura di Raffaele Iaria

Mese del benessere psicologico 2013

Il Mese del Benessere Psicologico è una campagna di sensibilizzazione e promozione della cultura del benessere della persona che punta a migliorare la qualità della vita.

Il Mese del Benessere Psicologico è realizzato grazie alla disponibilità di psicologi, liberi professionisti, i quali offrono consulenze e seminari gratuiti.

L’iniziativa nasce con l’obiettivo di :

  • Promuovere il Benessere Psicologico come valore fondante e ideale della qualità di vita di ciascuna persona, come  fattore di crescita personale e di mantenimento dell’equilibrio  dell’esistenza personale e sociale;
  • Informare sul ruolo dello psicologo e sulle sue funzioni nonché sull’esistenza di centri e studi  sul territorio che erogano servizi clinici e di consulenza  affinché si abbia un’alternativa al servizio pubblico;
  • Far conoscere il panorama delle professionalità che ruotano attorno al mondo della psicologia per  sapere, a seconda dei casi, a chi sarebbe più opportuno rivolgersi (psichiatra, neurologo assistente sociale ecc).

Per informazioni contattare il call center dal 23 settembre al 31 ottobre 2013, dal lunedì al venerdì dalle ore 09,00 alle ore 18,30 al numero 800.766.644 (solo da rete fissa) oppure al numero
333/4027140

Il progetto prevede la possibilità richiedere una consulenza gratuita ad uno dei nostri psicologi oppure partecipare, sempre gratuitamente, ai seminari organizzati nell’ambito del Mese del Benessere Psicologico.

Per conoscere i titoli e gli argomenti dei seminari gratuiti condotti dai professionisti aderenti al MBP clicca qui CLICCA QUI. Visualizzerai una tabella con tutti i seminari organizzati nella tua regione. A quel punto sarà sufficiente inserire nel campo di ricerca una delle seguenti parole chiave (Cap, Comune, Provincia, Ambito attivita’, Relatori, ecc.), per selezionare i seminari organizzati nella tua zona o inerenti ai tuoi interessi.

L’UPS in lutto per l’improvviso trapasso del prof. Riccardo Tonelli

(Roma, 1 ottobre 2013) – Nelle prime ore di martedì 1° ottobre, il prof. don Riccardo Tonelli, SDB, già docente della Facoltà di Teologia, ha terminato il suo percorso terreno per iniziare quello eterno nell’abbraccio della misericordia infinita di Dio.

Don Tonelli era nato a Bologna, il 3 novembre 1936; era diventato salesiano nel 1953 ed era stato ordinato sacerdote l’8 aprile del 1963 a Monteortone. In questa dolorosa circostanza ci preme ricordare la generosa assiduità e ilsaggio e instancabile impegno che don Tonelli ha posto nell’assolvere il suo servizio di docenza e di ricerca. Numerosi gli incarichi accademici e religiosi che gli sono stati di volta in volta richiesti e affidati, sempre al servizio della missione salesiana, e ai quali don Tonelli ha risposto con vivace e creativa disponibilità.
Come ogni salesiano, don Riccardo ha seguito il percorso della formazione nella sua ispettoria di origine (Lombardo-Emiliana): il noviziato a Montodine, lo studentato filosofico a Nave, il tirocinio a Castel de’ Britti e a Ferrara, gli studi teologici nello studentato di Monteortone. Inviato alla Pontificia Università Lateranense, vi ha conseguito la licenza in teologia nel 1964. A partire da tale data fino al 1980 ha svolto dapprima il ministero presbiterale e l’incarico di direttore dell’oratorio di Sesto San Giovanni (1964-1967), poi quelli di membro del Centro Salesiano di Pastorale giovanile di Torino e di redattore della rivista Note di Pastorale Giovanile (1968-1980).
Negli anni 1974-1977, mentre stava elaborando il suo dottorato in Teologia pastorale, è stato invitato dalla Facoltà di Scienze dell’Educazione a tenere corsi e seminari di animazione culturale e di pastorale giovanile in qualità di assistente. Nel 1977 ha ottenuto il dottorato in Teologia pastorale con la difesa della dissertazione intitolata Per una pastorale giovanile oggi. Ricerca teologica e orientamenti metodologici, che meritò il prestigioso riconoscimento del premio Malipiero. Cooptato in quello stesso anno nella Facoltà di Teologia, vi ha tenuto ininterrottamente corsi, seminari e tirocini attinenti il vasto campo della pastorale giovanile, prima come docente aggiunto (1977-1981), poi come professore straordinario (1981-1986), quindi come ordinario (1986-2006) ed infine come emerito (2006-2013).
Assai apprezzato per la sua competenza in pastorale giovanile, don Tonelli ha diretto per due decenni la rivista Note di PG (prima citata) ed è stato invitato a tenere corsi di specializzazione in tale settore in vari centri di studio, sia accademici (Facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium” di Roma, Facoltà teologica dell’Italia Meridionale, Molfetta-Bari) sia di seria divulgazione scientifica in numerose città italiane. Inoltre, ha partecipato con propri contributi scientifici a congressi, convegni, forum e seminari di studio a raggio regionale, nazionale e internazionale.
Negli oltre quarant’anni di docenza universitaria, don Tonelli ha prodotto un’ampia serie di studi: una ventina di libri elaborati personalmente e una decina redatti in collaborazione con altri; una mole considerevole di articoli di alto valore scientifico; numerosi contributi a libri, dizionari, riviste e giornali di seria divulgazione scientifica, che testimoniano un vasto e articolato impegno di ricerca su tematiche riguardanti la pastorale giovanile con particolare riferimento al sistema preventivo, preziosa eredità del nostro santo fondatore, Don Bosco.
Stimato dai suoi colleghi e apprezzato dalle autorità accademiche per la sua non comune capacità di dialogo, diretta a creare convergenza tra i colleghi nelle diverse istituzioni accademiche, don Tonelli ha ricoperto nella nostra Università numerosi incarichi di responsabilità: direttore dell’Istituto di teologia pastorale (1983-1998), vicedecano della Facoltà di Teologia (1987-2006), coordinatore del Dipartimento di Pastorale Giovanile e Catechetica (1998-2006), membro del Senato Accademico (1984-2006), vicerettore dell’UPS (2000-2006). Don Tonelli inoltre era anche il direttore responsabile di NotizieUps, la rivista con cui l’Università è in contatto con i suoi studenti, ex allievi, benefattori e amici. Prima come qualificato esperto del settore e poi come Coordinatore don Tonelli ha contribuito in modo lodevole e assai efficace alla progressiva e periodicamente rinnovata configurazione e realizzazione del Dipartimento di Pastorale Giovanile e Catechetica il quale, secondo il dettato degli Statuti (art. 1 § 2), «per la sua diretta corrispondenza con la missione specifica dei Salesiani di Don Bosco, riveste nell’UPS una particolare importanza».
A questo si aggiunge che don Tonelli, godendo della piena fiducia dei Superiori, è statoapprezzato esperto del nostro dicastero per la pastorale giovanile, direttore della comunità di san Domenico Savio della Visitatoria UPS (1989-1995), membro del consiglio della Visitatoria (1993-1995 e 2004-2006), regolatore dei Capitoli della Visitatoria del 1992 e del 1995, e moderatore delle Visite d’insieme del 1994 e del 2006. Partecipò inoltre al Capitolo Generale 26 come delegato della Visitatoria Santa Maria della Speranza. Dal 2009 don Riccardo rivestiva la responsabilità della direzione della comunità Gesù Maestro.
Lo scorso luglio la sua salute è precipitata al punto che si è dovuti intervenire con una operazione presso la vicina clinica Villa Salaria. Dopo una considerevole ripresa che faceva ben sperare, l’improvvisa ricaduta ha richiesto la sua degenza presso l’infermeria dell’UPS dove ha ricevuto le sollecite cure delle suore Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria.
Ringraziamo il Signore di avere donato don Tonelli all’Università e alla Congregazione Salesiana e lo affidiamo alla sua misericordia. I funerali si svolgeranno mercoledì 2 ottobre alle 11.00 nella Chiesa dell’Università Salesiana.

Papa Francesco a Scalfari: “Basta cortigiani, così cambierò la Curia. La Chiesa deve aprirsi alla modernità”

Aprirsi alla modernità è un dovere: così Papa Francesco in un colloquio con il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, pubblicato oggi sul quotidiano diretto da Ezio Mauro.

In un dialogo in Vaticano, Bergoglio ha parlato a Scalfari dei suoi piani per una riforma della Chiesa. Da oggi a giovedì Francesco si riunisce con il Consiglio degli otto cardinali, istituzionalizzato con un chirografo dello stesso pontefice.

“I più gravi dei mali che affliggono il mondo” sono “la disoccupazione dei giovani e la solitudine in cui vengono lasciati i vecchi”, dice il Papa al fondatore di Repubblica. E il “liberismo selvaggio” non fa che “rendere i forti più forti, i deboli più deboli e gli esclusi più esclusi”. “Ci vuole grande libertà – aggiunge – nessuna discriminazione, non demagogia e molto amore. Ci vogliono regole di comportamento e anche, se fosse necessario, interventi diretti allo Stato per correggere le diseguaglianze più intollerabili”.

Il Papa: “Quando incontro un clericale, divento anticlericale di botto”. Il colloquio/intervista si estende su 3 pagine del quotidiano e va dai cambiamenti che Francesco intende portare nella Chiesa all’idea stessa di fede. “È vero, non sono anticlericale, ma lo divento quando incontro un clericale”, spiega Scalfari. E il Papa gli risponde con una battuta che dice molto di lui: “Capita anche a me, quando ho di fronte un clericale divento anticlericale di botto. Il clericalismo non dovrebbe avere niente a che vedere con il cristianesimo. San Paolo, che fu il primo a parlare ai Gentili, ai pagani, ai credenti in altre religioni, fu il primo ad insegnarcelo”.

“La corte è la lebbra del papato”. In alcuni passi dell’intervista Francesco usa toni molto duri verso la Chiesa e la sua organizzazione. “I Capi della Chiesa spesso sono stati narcisi, lusingati e malamente eccitati dai loro cortigiani. La corte è la lebbra del papato”. Cosa intende per corte? “Quella che negli eserciti chiamano l’intendenza, gestisce i servizi che servono alla Santa Sede. Però ha un difetto: è Vaticano-centrica. Vede e cura gli interessi del Vaticano, che sono ancora, in gran parte, interessi temporali. Questa visione Vaticano-centrica trascura il mondo che ci circonda. Non condivido questa visione e farò di tutto per cambiarla. La Chiesa è o deve tornare a essere una comunità del popolo di Dio e i presbiteri, i parroci, i vescovi con cura d’anime, sono al servizio del popolo di Dio”.

“Combattere la disoccupazione e ridare speranza ai giovani”. Papa Francesco parla a lungo anche di problemi dei giovani, della disoccupazione e della mancanza di speranza. “I giovani – dice – hanno bisogno di lavoro e di speranza, ma non hanno né l’uno né l’altra, e il guaio è che non li cercano più. Sono schiacciati sul presente. […] si può vivere schiacciati sul presente? Senza memoria del passato e senza il desiderio di proiettarsi nel futuro costruendo un progetto, un avvenire, una famiglia? È possibile continuare così? Questo, secondo me, è il problema più urgente della Chiesa”.

Per un’organizzazione della Chiesa più orizzontale. Riguardo al suo impegno per cambiare la Chiesa, Francesco si mostra determinato ad andare fino in fondo, pur non essendo “certo Francesco d’Assisi, non ho la sua forza e la sua santità”. “Sono il vescovo di Roma e il Papa della cattolicità e ho deciso come prima cosa di nominare un gruppo di 8 cardinali che siano il mio Consiglio, non cortigiani ma persone sagge ma animate dai miei stessi sentimenti. Questo è l’inizio di quella Chiesa con un’organizzazione non soltanto veritcistica ma anche orizzontale. Quando il cardinale Martini ne parlava mettendo l’accento sui Concili e sui Sinodi, sapeva benissimo come fosse lunga e difficile la strada da percorrere in quella direzione. Con prudenza ma fermezza e tenacia”.

Il Papa in versione intervistatore: “E lei, in che cosa crede?”. A un certo punto del colloquio, il dialogo quasi si ribalta e l’intervistatore diventa il Papa. “Ora lascia a me di farle una domanda: lei, laico non credente in Dio, in che cosa crede? Lei è uno scrittore e un uomo di pensiero. Crederà dunque in qualcosa, avrà un valore dominante. […] Si domanderà certo, come tutti, chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Se le pone anche un bambino queste domande. E lei?”.

La risposta di Scalfari è: “Io credo nell’Essere, cioè nel tessuto dal quale sorgono le forme, gli Enti”. “E io – gli risponde il Papa – credo in Dio. Non in un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico, esiste Dio. E credo in Gesù Cristo, sua incarnazione. Gesù è il mio maestro e il mio pastore, ma Dio, il padre, Abbà, è la luce e il Creatore. Questo è il mio Essere. Le sembra che siamo distanti?”.

Il Papa e il comunismo. “Ebbi un’insegnante verso la quale concepì rispetto e amicizia, era una comunista fervente”, racconta Francesco ricordando il tempo dei suoi studi. “Spesso mi leggeva e mi dava da leggere testi del Partito Comunista. Così conobbi anche quella concezione molto materialistica. Ricordo che mi fece avere anche il comunicato dei comunisti americani in difesa dei Rosenberg che erano stati condannati a morte. La donna di cui le sto parlando fu poi arrestata, torturata e uccisa dal regime dittatoriale allora governante in Argentina”. “Il comunismo la sedusse?”, gli domanda Scalfari. “Il suo materialismo non ebbe alcuna presa su di me. Ma conoscerlo attraverso una persona coraggiosa e onesta mi è stato utile, ho capito alcune cose, un aspetto sociale, che poi ritrovai nella dottrina sociale della Chiesa”.

29° Corso di Formazione permanente per formatori vocazionali

Sono aperte le iscrizioni al 29° Corso di Formazione permanente per formatori vocazionali di vita consacrata, del clero diocesano eanimatori di comunità. Il corso ha inizio lunedì 17 febbraio e si conclude venerdì 30 maggio 2014, per la durata di 14 settimane (corrispondente a un semestre accademico).

Le lezioni si svolgono dalle 8.30 fino alle 13.00 da lunedì a venerdì. Vi saranno anche lavori seminariali in qualche pomeriggio. È richiesta la frequenza regolare a tutte le iniziative del Corso e per tutta la durata delle attività accademiche. Le richieste di iscrizione devono essere fatte dal Superiore competente e devono pervenire alla direzione del Corso il più celermente possibile, per numero limitato di posti disponibili. A quanti saranno ammessi verranno successivamente indicate le modalità di iscrizione.
Il Corso, attivato per rispondere alla necessità di riqualificazione, intende offrire uno stimolo per riflettere sulla formazione delle vocazioni e per fare un serio “lavoro su se stessi” con lo scopo di un autentico rinnovamento spirituale e pedagogico per coloro che lavorano nella formazione. Si tratta soprattutto di rivedere il percorso metodologico del processo di formazione iniziale e seminaristico adeguandoli alla richiesta dell’Esortazione Apostolica “Vita Consecrata” e “Pastores dabo vobis“. Il Corso, perciò, è un prezioso aiuto pedagogico per quei formatori che hanno un’esperienza operativa già di qualche anno e sono tuttora: responsabili della formazione iniziale delle vocazioni consacrate e dei seminari diocesani; responsabili dei corsi di formazione permanente; animatori di comunità; membri di équipe provinciali diocesane o internazionali di animazione vocazionale. Non si tratta, quindi, di un Corso di Rinnovamento, di Formazione di base per Formatori o di semplice Formazione Permanente alla Vita Consacrata e Presbiterale, ma di un corso di formazione permanente di idoneità pedagogica per coloro che attualmente sono già formatori e vogliono aggiornare la loro preparazione di base.
Il Corso viene articolato in 5 dimensioni strettamente vincolate tra di loro: spirituale; biblico-teologica; antropologica (psico-sociologico-culturale); ecclesiale-carismatica; pedagogico-esperienziale. La metodologia di lavoro prevede il collegamento unitario e continuo dei contenuti, l’apertura interdisciplinare e l’attenzione agli aspetti pedagogici e metodologici della formazione vocazionale, collegati con i contenuti teologici, spirituali, antropologici e pedagogici dell’identità e del divenire vocazionale. A tale scopo il Corso integra lo studio sapienziale con l’esperienza e con la cura del rinnovamento personale dei partecipanti in un clima di forte vita formativa come singoli e come gruppo; lezioni sistematiche dettate da esperti nella materia, seminari, tavole rotonde, gruppi di studio e di ricerca; visite a istituzioni, parrocchie, e centri di interesse inerenti al Corso ed esperienze significative; tempi organizzati per il rinnovamento personale, spirituale, psicologico e per la preghiera comunitaria;settimana di convivenza residenziale.
Sede del Corso è l’Università Pontificia Salesiana. Responsabile è il prof. Giuseppe Roggia.

Depliant